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Autore Discussione: Elena Squarci. "Ditemi se qualcosa mai è stato fatto?" Risponderemmo sì, e ...  (Letto 1328 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Marzo 22, 2019, 11:07:23 pm »

Dopo quasi cinque secoli dalla sua morte non si riescono ancora a comprendere i motivi che indussero Leonardo, negli ultimi anni della sua vita, a scrivere ripetutamente su fogli, a margine dei suoi appunti, questa domanda: "Ditemi se qualcosa mai è stato fatto, ditemi se qualcosa è stato fatto?". Si direbbero parole di un uomo sconsolato, posseduto dall'amara consapevolezza di aver sprecato parte della sua esistenza, il suo talento, il suo incommensurabile genio, proprio quelle doti che in realtà lo resero famoso e che ancora oggi lo rendono così moderno, così anticipatore e precursore in tutto.

Si potrebbe argomentare quanto in effetti pochi siano, rispetto alla sua immensa potenzialità, i capolavori che Leonardo ci ha lasciato: non una statua intera, poco meno di due dozzine di quadri tra finiti e incompiuti, alcuni pregevoli disegni anatomici e meccanici, insieme ad un numero davvero considerevole di schizzi e appunti. È forse lecito pensare che Leonardo mancò il bersaglio di una produzione più cospicua perché perso dietro altri stimoli o come affermano alcuni studiosi perché forse affetto da disturbo bipolare. Una di queste ragioni è senz'altro riconducibile agli anni trascorsi a Milano, dove Leonardo giunse nel 1482 portando con sé la sua arte che Ludovico il Moro già conosceva, ma per contingenze particolari egli pensò di offrire un'altra professionalità che maggiormente implicasse invenzioni e conoscenze pratiche, opere d'ingegno e meraviglie. Scelse la possibilità di dedicarsi ai suoi studi, alla ricerca sull'uomo e la natura.

Quando Leonardo lasciò Firenze per Milano, non scelse semplicemente tra due città, ma tra due diverse civiltà, tra due aspetti diversi del Rinascimento. Il clima erudito dell'Umanesimo fiorentino, prevalentemente neoplatonico, limitava in un certo senso le ambizioni di Leonardo che nel contesto aristotelico e pragmatico lombardo pensava di poter più largamente sperimentare potenzialità innovative e interdisciplinari. Quello di Milano era un ducato ricco, moderno e operoso, in un'Italia divisa e ambita preda degli altri stati europei. Non aveva molte personalità emergenti a livelli eccelsi nelle arti figurative, eppure Ludovico desiderava farne l'Atene d'Italia, ambiva crearvi un Parnaso in competizione con la stessa Firenze, con Mantova, Ferrara, Urbino, ovvero con i Gonzaga, gli Estensi, i Montefeltro. Alla corte di Ludovico, Leonardo riceverà la mitica qualifica riservata ai grandi maestri: sarà "Apelle da Firenze" e inoltre otterrà uno stipendio e non solo compensi per singoli lavori finiti, condizione ideale per le sue sperimentazioni. Questi furono i motivi che indussero Leonardo, sopra ogni altra cosa, ad accettare anche i capricci di Ludovico, come mai avrebbe accettato quelli di Lorenzo. Ma per quanti difetti possa aver avuto in altri campi, il Moro fu un mecenate ammirevole, e il fatto che la sua protezione non avesse la coloritura letteraria di quella medicea la rese ancora più desiderabile per Leonardo, che si dedicò anche a opere importanti, ma seppe comunque adattarsi alle spicciole esigenze della vita di corte: ritrarre le amanti di Ludovico, disegnare abiti, escogitare impareggiabili trovate e strabilianti sceneggiature per le sue feste. Ciononostante gli anni che Leonardo trascorse a Milano non furono sprecati, produsse comunque opere notevoli, ma non dovette lavorare duramente per guadagnarsi da vivere, facendo le cose che già sapeva fare e questo, in qualche modo, ha causato una grave perdita, perché oggi avremmo un maggior numero di dipinti e meno disegni se Leonardo avesse dovuto portare a termine le sue opere negli anni in cui le sue doti fiorivano più spontanee. Ma sotto un altro aspetto possiamo essere lieti che Leonardo negli anni intorno alla metà della sua vita, non abbia dovuto fare ciò che sapeva fare tanto bene e che in un certo senso cominciava a non piacergli più. A Milano gli vennero a noia le proprie doti: non si curava molto di dipingere, sdegnava le somiglianze che pareva cogliere così facilmente, lo sfumato, l'aspetto esteriore delle cose. Il suo interesse si rivolse sempre di più alla struttura interna, e per questo motivo i suoi quaderni di appunti sono pieni di disegni che dissezionano la natura.

Non desiderava solo copiare, voleva anche capire. Queste sue annotazioni sono tanto inaspettate e personali quanto tutto ciò che lo riguarda. Ne sono state conservate circa 5000 pagine e ognuna di queste è una combinazione stupenda in cui una testa di cavallo, uno studio anatomico, una congettura astronomica e un fiore stanno l'uno accanto all'altro. Ma se da una parte le riproduzioni possono rendere chiaramente l'originale leonardesco, dall'altra si perde la sensazione della scala delicata sulla quale Leonardo lavorava. Molte delle sue pagine, fitte di particolari, non sono più grandi di una mano. Ed è questa la grande eredità che egli ci ha lasciato, oltre tutto il resto, la sua modernità, la sua grande capacità di scrutare, osservare, analizzare. Leonardo è così vicino a noi che ci costa sempre uno sforzo ricordare che egli nacque più di cinquecento anni fa, che visse molto prima di Shakespeare, Rembrandt e Isaac Newton; che era ormai morto quando Copernico ebbe la certezza del moto della Terra intorno al Sole; vecchio e infelice e pieno di rimorsi quando Lutero predicava la Riforma e che aveva già oltrepassato metà della sua vita quando Colombo scoprì l'America. Se fosse qui ora forse potremmo rassicurarlo, confortarlo, rispondendo a quella sua domanda: "Ditemi se qualcosa mai è stato fatto?" Risponderemmo sì, e senza esitazione.
Ma c'è da esserne sicuri, non servirebbe a nulla. E.S.

Su Fb da Elena Squarci
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