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Autore Discussione: Fabio Dei - Claude Lévi-Strauss è stato uno degli antropologi (o etnologi, ...  (Letto 77 volte)
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« inserito:: Marzo 22, 2019, 11:32:58 pm »

Fabio Dei
Claude Lévi-Strauss

04 giugno 2015

Claude Lévi-Strauss è stato uno degli antropologi (o etnologi, come si preferisce dire in Francia) più influenti della seconda metà del Novecento. Forse solo Clifford Geertz ha raggiunto una notorietà internazionale paragonabile, e non solo all’interno della disciplina. Con questi due studiosi, scomparsi rispettivamente nel 2009 e nel 2006, tramonta l’epoca d’oro di un campo di studi che ha affascinato il secolo scorso, e che oggi è decisamente sulla difensiva. Non solo per le difficoltà a ridefinire il proprio oggetto, una volta che i “primitivi” e le loro esotiche lontananze non ci sono più, ma soprattutto perché assediato da ogni lato dalle accuse di relativismo, dal ritorno dei fondamentalismi e delle certezze identitarie. Questi grandi antropologi se ne sono andati lasciandoci un mondo in cui all’apertura e al fascino per gli altri si sono sostituiti il sospetto e la paura: proprio quanto avevano paventato – pur da prospettive teoriche contrapposte – nella loro intera carriera. La biografia di Lévi-Strauss è piuttosto nota, avendola lui stesso narrata nel suo libro più famoso ma anche più anomalo, cioè Tristi tropici. Nato nel 1908 a Bruxelles, studia legge a Parigi, e finisce per laurearsi in filosofia, sviluppando un forte interesse per le scienze umane e l’etnologia. Desideroso di intraprendere una ricerca sul campo, coglie l’occasione dell’offerta di una cattedra di sociologia all’Università di San Paolo per recarsi in Brasile: qui svolgerà i suoi studi fondativi su alcuni gruppi di indios amazzonici, immergendosi in un contesto culturale su cui continuerà a riflettere per tutta la vita. Nel 1941, le sue origini ebraiche lo costringono a fuggire dalla Francia occupata dai nazisti. S’imbarca avventurosamente, in un viaggio della salvezza in cui si trova a fianco di personaggi come André Breton e Victor Serge, alla volta degli Stati Uniti; qui, grazie al piano della Fondazione Rockfeller di aiuti agli studiosi europei minacciati dal nazismo, ha la possibilità di insegnare e lavorare presso la New School of Social Research di New York. Torna in Francia nel 1948. Si apre qui il periodo più fecondo della sua produzione: vent’anni nei quali scrive una serie di opere decisive nello sviluppo del pensiero antropologico internazionale, che lo affermano come fondatore dell’approccio strutturalista nelle scienze umane. Si parte con Le strutture elementari della parentela, pubblicato nel 1949, che propone una lettura radicalmente innovativa della tematica forse più classica dell’antropologia, appunto i rapporti di parentela e le alleanze matrimoniali. Negli anni Cinquanta escono Razza e storia, un “manifesto” antirazzista commissionato a Lévi-Strauss dall’Unesco, e Tristi tropici – libro rivolto a un pubblico non strettamente specialistico che è un po’ resoconto etnografico, un po’ diario e memoria, un po’ romanzo filosofico. Dopo la raccolta di saggi Antropologia strutturale, escono quindi in rapida sequenza negli anni Sessanta Il pensiero selvaggio, Il totemismo oggi e Il crudo e il cotto – monografie dedicate al problema della religione, del mito e della cosiddetta mentalità primitiva. Al mito Lévi-Strauss dedicherà anche le tre opere successive, Dal miele alle ceneri, L’origine delle buone maniere a tavola e L’uomo nudo, che con Il crudo e il cotto vanno a formare il vasto affresco delle Mythologiques. Le opere successive a queste, per lo più raccolte di saggi brevi e libri-intervista, sono forse meno decisive nella storia degli studi. Tuttavia Lévi-Strauss resta sempre attivo nel dibattito culturale. Interviene spesso nell’ambito della sfera pubblica, cercando di applicare l’intelligenza etnologica ai grandi problemi e dilemmi del mondo contemporaneo: affronta questioni come il razzismo e le dinamiche identitarie, la violenza e le mutilazioni genitali femminili, le nuove forme di famiglia, le biotecnologie. Volgendosi oggi a riconsiderare questa sterminata produzione scientifica e culturale, possiamo forse individuarne due aspetti unificanti e cruciali. Il primo è il metodo di analisi strutturalista e quella che potremmo chiamare la nozione strutturalista di cultura; il secondo è la riflessione sulla diversità culturale e sulle sue implicazioni etico-politiche nel mondo contemporaneo. Prendiamoli brevemente in considerazione.
Lo strutturalismo, intanto. Si dice di solito che Lévi-Strauss ha applicato all’ambito della cultura i principi dell’analisi strutturale del linguaggio, riprendendoli in modo particolare dal lavoro di Roman Jakobson, che aveva conosciuto negli Stati Uniti. In effetti, dalla linguistica Lévi-Strauss trae una serie d’idee fondamentali: a) i segni non significano individualmente, ciascuno per conto proprio, ma per le relazioni che intrattengono all’interno di un sistema; b) queste relazioni hanno natura logica e sono in ultima analisi riconducibili a un codice binario, analogo a quello su cui si fonda la cibernetica c) il linguaggio è dunque reso possibile dall’ordinamento di una varia materia significante sulla base di matrici strutturali di tipo cognitivo; d) tali matrici, che fondano la competenza comunicativa, sono date a priori rispetto al pensiero individuale; e) sulla loro base, a partire da un numero limitato di segni, si possono produrre e comprendere un numero virtualmente illimitato di enunciati corretti.
Si può considerare la cultura come un sistema di segni, o come un linguaggio, e studiarla secondo gli stessi principi? È questo che Lévi-Strauss cerca di fare. Il che lo porta a ridefinire il concetto antropologico di cultura, abbandonando la dimensione funzionalista e sociologica che caratterizzava i precedenti indirizzi. Per Lévi-Strauss, la cultura consiste nel modo in cui la funzione ordinatrice dell’intelletto dà forma e significato alla materia di per sé indifferenziata dell’esperienza. Si tratti dei saperi naturalistici, dei rapporti di matrimonio e parentela, delle pratiche estetiche o dell’immaginario mitologico, ci troviamo sempre di fronte all’attività di modellizzazione di un intelletto logico che produce risultati sempre nuovi sulla base delle medesime matrici universali. Di conseguenza, la comprensione della cultura consisterà non tanto nello scoprirne la “funzione” (utilitaria, psicologica o sociologica); quanto, piuttosto, in un’analisi semiologica che ponga in evidenza le regole o i modelli generativi che ne rappresentano l’intelaiatura strutturale.
Il “pensiero primitivo”, che autori come Lévy-Bruhl avevano in precedenza giudicato “pre-logico” o comunque imperfettamente razionale, finisce così per apparire come un rigorosissimo dispositivo logico-formale. Solo che esso fa uso di una “logica concreta”. Non si serve di simboli astratti, ma degli elementi dell’immediata esperienza quotidiana che trasforma costantemente in segni. In alcune famose pagine di Il pensiero selvaggio, Lévi-Straus propone di considerare il bricoleur come paradigma di questo tipo di procedura intellettuale. Diversamente dall’ingegnere, che costruisce una macchina progettandone in anticipo ogni dettaglio e realizzando ad hoc ogni sua specifica componente, il bricoleur adopera ciò che si trova volta per volta sotto mano: prende vecchi pezzi e rottami e li rifunzionalizza, adattando costantemente il progetto alle caratteristiche dei materiali a disposizione.
Il secondo grande nucleo del pensiero lévistraussiano riguarda la riflessione etico-politica sulla differenza culturale. Lévi-Strauss è certamente universalista: la cultura è fondata per lui su strutture dello spirito umano che sono dappertutto le stesse. Tuttavia, incrociandosi con le peculiarità esistenziali dei gruppi sociali, esse danno luogo a una varietà potenzialmente infinita di soluzioni. Questa diversità irriducibile delle culture è per Lévi-Strauss tutt’altro che un limite all’unità del genere umano: è anzi il più grande e prezioso patrimonio che possediamo. Un patrimonio tradizionale che la modernità, il colonialismo e la globalizzazione mettono in pericolo, minacciando di affermare una totalizzante monocultura planetaria. È questo il tema che percorre Tristi tropici, libro scritto nel 1955 in cui Lévi-Strauss narra i propri viaggi e le proprie esperienze etnografiche in Amazzonia. La “tristezza” del titolo si riferisce al senso d’irreversibile perdita delle culture tradizionali indie di fronte all’avanzare inesorabile del “progresso”. Lévi-Strauss vede i “suoi” tropici come sistemi in precario equilibrio, sul punto di esser sconvolti dalle influenze esterne e da un imperialismo predatorio. Come molti intellettuali di quegli anni, crede che il destino dell’umanità consista nell’omologazione culturale.
È questa la prospettiva sviluppata sul piano teorico in Razza e storia, un saggio del 1952 scritto su invito dell’Unesco e inteso come una confutazione delle teorie razziste che avevano dominato la prima metà del ventesimo secolo. Questo testo presenta una visione particolarmente originale del rapporto tra differenze culturali e unità del genere umano. Il progresso, afferma Lévi-Strauss, è funzione non tanto della somma delle acquisizioni delle diverse culture, quanto semmai dei loro scarti differenziali. È l’esistenza e il mantenimento delle differenze che consente, attraverso il confronto e il dialogo, il costante mutamento e avanzamento. Le differenze sono il grande patrimonio dell’umanità, che va protetto proprio come nell’ambito naturale va protetta la biodiversità; e la molla della storia sembra dunque consistere nella reciproca fecondazione delle diverse culture.
Qualche anno dopo, tuttavia, Lévi-Strauss correggerà la propria posizione. In polemica proprio con l’Unesco e con la sua retorica multiculturalista, tornerà a rivalutare in qualche modo proprio l’etnocentrismo. Se la diversità è il valore fondamentale, come lo si protegge? Per restare se stesse, le culture non devono forse in una certa misura chiudersi verso l’esterno e restare “sorde” rispetto all’alterità? In un mondo in cui le culture non aspirassero altro che a celebrarsi a vicenda, sostiene Lévi-Strauss, esse perderebbero la fondamentale forza creativa che le ha generate. Questo elogio dell’etnocentrismo (sviluppato nel volume Lo sguardo da lontano) è stato visto come un radicale rovesciamento di prospettiva. In realtà, si tratta di una diversa angolatura dello stesso problema che egli poneva in Tristi tropici, vale a dire la messa in guardia contro l’omologazione culturale. Dopo la decolonizzazione, il pericolo non viene più soltanto dalla rapacità imperialista, ma anche dagli aspetti “progressisti” della globalizzazione: i movimenti migratori, le istituzioni internazionali, le dinamiche interculturali. Posizioni, queste, che saranno talvolta riprese e strumentalizzate dai movimenti identitari e xenofobi, con i quali tuttavia Lévi-Strauss mantiene sempre le distanze. Al centro del suo pensiero resta semmai una fortissima valorizzazione delle differenze culturali, viste come costitutive della soggettività. “L’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta, ma in culture tradizionali”, scriveva in Razza e cultura. Le culture dunque sono la condizione della comune umanità, non l’ostacolo da eliminare per conseguirla. Un punto sul quale la tradizione antropologica continua a differenziarsi dall’universalismo delle teorie (sia liberali che marxiste, peraltro) che si fondano sull’assunzione di una soggettività astrattamente razionale e preculturale come base della storia.


[Un profilo assai più ampio e approfondito è apparso sul numero 1/2014 della rivista «La Nuova informazione bibliografica”, pp. 11-42.]

Da - https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2826
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