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Autore Discussione: Storia di "Mimma", la partigiana a cavallo più forte delle violenze nazifasciste  (Letto 64 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Marzo 13, 2019, 06:32:16 pm »

Storia di "Mimma", la partigiana a cavallo più forte delle violenze nazifasciste


In occasione della Festa della Donna il Comune di Bibbiana (Reggio Emilia) intesta una piazza a Francesca Del Rio, la 'staffetta' della Resistenza seviziata per un mese dai nazifascisti quando aveva 19 anni ed era incinta. Fuggita rocambolescamente dal carcere e perso il figlio neonato, combatté sui monti emiliani fino alla Liberazione. E' scomparsa nel 2008, senza mai raccontare tutte le torture subite. Teresa, la compagna partigiana: "Ha lottato per una vita intera, in silenzio e con coraggio".

Di MARCO PATUCCHI e RAFFAELLA CORTESE
08 marzo 2019

RACCONTANO che quando San Polo d’Enza fu liberato, i partigiani scesi dai monti sfilarono nel paese con in testa una ragazza a cavallo. Era il 10 aprile del 1945 e tra la gente che festeggiava in strada molti pensarono che la partigiana a cavallo fosse una messa in scena, un colpo di teatro della brigata per celebrare la vittoria sui nazifascisti. In realtà quella ragazza, nome di battaglia ‘Mimma’, sfilava così perché aveva i piedi congelati, un danno causato da tante marce nella neve e con il quale conviverà per sempre.

Francesca ‘Mimma’ Del Rio è stata una donna straordinaria. O, forse, sarebbe più giusto dire una donna come tante che nella vita fanno cose straordinarie senza vantarsene. Se ne è andata una decina di anni fa e ora, in occasione della Festa della Donna, il Comune di Bibbiano (Reggio Emilia) gli dedica una piazza. Un riconoscimento che sembra legato da un sottile filo rosso al Nobel per la Pace 2018 conferito all’attivista irachena Nadia Murad e al medico congolese Denis Mukwege “per i loro sforzi – recitano le motivazioni - a porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra e conflitto armato”. Perché Mimma nel dicembre del 1944, appena diciannovenne e incinta, fu catturata dai nazifascisti che la torturarono con crudeltà inaudita tutti i santi giorni per un intero mese. Fino a quando riuscì a fuggire rocambolescamente dal famigerato carcere nazista di Ciano d’Enza e a ricongiungersi con le brigate partigiane sui monti emiliani.
 
Alla cerimonia di Bibbiano, fortemente voluta dal Sindaco Andrea Carletti, c’è anche Teresa Vergalli, nome di battaglia ‘Anuska’, un’altra grande donna della Resistenza, prima staffetta poi guida e organizzatrice dei Gruppi di difesa femminili. Oggi ancora si commuove nel ricordare la compagna di tante battaglie: “In una foto giovanile saltata fuori qualche tempo fa, Mimma ha una meravigliosa treccia a corona. Io durante gli anni della Resistenza quella treccia non l’ho mai vista, me ne ricorderei. Immagino che se la sia tagliata una volta diventata staffetta per essere meno riconoscibile. Un primo sacrificio per una donna di quei tempi…”.
 
Storia di Mimma, partigiana più forte di ogni violenza
Mimma fu arrestata per la delazione di un amico di famiglia fascista. La prelevarono all’alba vestita solo della camicia da notte e con le ciabatte di pezza ai piedi. La madre fece appena in tempo a lanciarle dalla finestra una mantella. Il mese nella cella di Ciano d’Enza fu terrificante: “Fui sottoposta a torture, ma di queste non voglio parlare – ha detto Mimma nel 2007 ai ragazzi della Scuola media ‘Dante Alighieri’ di Bibbiano, che preparavano una ricerca sulla Resistenza -. Ho impiegato tutta la vita a cercare di dimenticare, soffro ancora troppo per certi ricordi”. E di quelle torture in effetti non ha più parlato con nessuno, come per una sacrosanta cesura della memoria. Un'autocensura del dolore. Con nessuno tranne uno: l’oncologo che la curava per il seno martoriato dalle violenze subite in carcere. Da lì la storia di Mimma è diventata patrimonio di tutti, finendo anche nelle inchieste della Procura militare sulle violenze nazifasciste. Con tanto di nomi degli aguzzini.
 
“Mimma è rimasta una combattente per tutta la vita – racconta ancora Teresa Vergalli -  coraggiosa e silenziosa. Ha lavorato sempre, crescendo i tre figli. Ha fatto la parrucchiera e poi per conquistare un posto di lavoro più appagante, al Comune di Parma, si è rimessa a studiare recuperando l’esame di quinta elementare e prendendo la licenza media”. Francesca stessa ha narrato ai ragazzi della Dante Alighieri la sua rocambolesca fuga dal carcere per tornare alla Brigata Garibaldi accampata a Vetto d’Enza: “Scappai dalla finestrella della latrina e mi calai sulla neve dalla grondaia. Ero scalza. Raggiunsi il Comando partigiano con il mio cavallo, senza sella, e con un mitra che avevo nascosto. La notte della fuga mi si congelarono i piedi e quando me li immersero nell’acqua per scongelarli urlavo di tagliarmeli tanto era il dolore”.
 
Mimma continuò a combattere e il 9 aprile 1945, a Castagneto, diede alla luce un bambino che però, mancando qualsiasi assistenza medica, sopravvisse solo per poche ore. Insieme a Teresa ‘Anuska’ e a tante altre donne, Mimma si impegnò anche nei ‘Gruppi di difesa della donna’ costituiti all’interno della Resistenza in vista del ritorno alla democrazia: “Il nostro obiettivo – si legge in una lettera scritta da Teresa a Mimma il 18 aprile del 1945, dunque una settimana prima della Liberazione – è l’unione di tutte le donne italiane in un solo organismo che possa avere un peso sul governo libero e democratico di domani per difendere e far valere i diritti della donna”.
 
Secondo i dati dell’Anpi, le partigiane combattenti furono 35mila, 20mila le patriote con funzioni di supporto, 70mila le appartenenti ai Gruppi di difesa, 5mila le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali nazifascisti, circa 3mila le deportate in Germania. Ma sono soltanto 19 le donne italiane decorate con la Medaglia d'oro al valore militare tra le quali 15 alla memoria: “Dopo la Liberazione – hanno scritto Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina in ‘La Resistenza taciuta’ – la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945, ad esempio, Tersillla Fenoglio (nome di battaglia ‘Trottolina’) non potè neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino”.
 
© Riproduzione riservata
08 marzo 2019

Da - https://www.repubblica.it/cronaca/2019/03/08/news/mimma-220955455/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S1.8-T2
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« Risposta #1 inserito:: Marzo 13, 2019, 06:34:15 pm »

Racconti d’acqua dolce. Racconti d’acqua salata.

E dentro, immersi fino al collo (qualche volta sommersi) personaggi “decostruiti”, malati, emarginati, che si lasciano trasportare, che hanno rinunciato alla salvezza.
E il lettore quelle acque prova a navigarle, salvo poi restarne a sua volta inghiottito, travolto dal disincanto che pungola le forme concettuali ordinate e rassicuranti, ottenebrato da paradossi e ambiguità. Legge – naviga – e il riso si confonde con il pianto, la voluttà con la resa, il terrore col gioco, la commozione con la ferocia, fino a precipitare in finali surreali e inattesi.
Colpa forse anche di una specie di ‘canto delle Sirene’, ammaliatore e beffardo, che si leva da questi racconti. Una melodia sempre differente, che sa farsi milonga (d’amore e di morte) o psychoblues (Peschiera Borromeo), morbido tango in Lorella dice sì o delirante acid house ne La cura del mago. Le rime, le allitterazioni, battono sui denti come un mortaio tempo-ritmo.
Ritmo che sgorga da ogni riga, insieme ai colori che si mescolano sulla pagina, e intorbidano quelle acque fino a dipingerle di nuove sfumature: solchiamo così un liquido azzurro ne L’estate del Cerruti, onde antracite in Amore a prima vista, fino al bianco e nero de La Pescivendola di Nizza, dove tutto sembra stingersi e ricomporsi, nell’ennesimo paradosso.
Nulla ci viene risparmiato: odori, sapori, umori, crampi allo stomaco, corpi pesanti, sangue, sudore, piscio, perché questo è l’ordine di cose in cui si muovono la vita e la morte. Nemmeno loro, lo sanno bene i reietti di Malaspina, risparmiano nulla.
 
Da - https://docs.google.com/document/d/1jse_E64HElS1rPW2QII7aWcKy6liDC6RjIwVDR1vXgU/edit
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