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Autore Topic: Gianfranco PASQUINO ...  (Letto 21521 volte)
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« Risposta #15 il: Settembre 06, 2007, 05:31:49 »

Partita a scacchi

Gianfranco Pasquino


È in atto una complicata operazione in più stadi che può condurre alla ristrutturazione del sistema politico e istituzionale e ad un rinnovamento, almeno parziale, della classe politica. Questa operazione, non necessariamente tutta prodotto del processo che condurrà alla nascita del Partito democratico, intreccia referendum e riforma elettorale, formazione delle alleanze e ricambio di leadership. Può avere conseguenze sul governo.

Alcune scadenze sono oramai fissate. Il 14 ottobre si avrà l’elezione del segretario del nuovo Partito democratico. Incidentalmente, leggo che molti dei suoi futuri dirigenti immancabilmente sottolineano che sarà un partito «a vocazione maggioritaria» e, poiché non posso fare a meno di pensare che non sarebbe un’idea brillante quella di creare un partito a vocazione minoritaria, credo che si tratti di uno scongiuro. Prendo atto e capisco che la vocazione maggioritaria potrebbe avere più che un aiutino dall’esito del referendum elettorale. Ma, allora, perché tentare di vanificare il referendum attraverso l’elaborazione di un marchingegno che, deformato da alcune inopinate clausolette, non ha quasi nessuna relazione con la legge elettorale tedesca?

Sembrerebbe che tutto il discorso sulla futura legge elettorale abbia, almeno in questa fase, due obiettivi. Da un lato, in entrambi gli schieramenti i partiti grandi (presumibilmente, entrambi a vocazione maggioritaria) cercano di rassicurare quelli piccoli, ma decisivi: sulla sinistra Rifondazione, sul centro-sinistra l’Udeur, che sempre minaccia crisi di governo, sulla destra la Lega.

Dall’altro lato, si tratta di guadagnare tempo. Veltroni ha bisogno di tempo per strutturare il partito nuovo di cui diventerà fra breve il capo, magari dicendo anche a chiarissime lettere che tipo di partito intende costruire dal punto di vista dell’organizzazione, del radicamento, dei referenti sociali. Prodi è disposto a concedere molto tempo perché in questo modo potrà continuare ad esercitare la leadership di governo. Finché si discute di legge elettorale e, ancora di più, se mai si giungesse ad un accordo bipartisan, qualsiasi crisi di governo è da escludere. Chi non ha tanto tempo da perdere è Berlusconi che, infatti, sulla base dei soliti classici, ma mai del tutto errati sondaggi, sa che sta invecchiando e che non può sperare di essere ancora il leader della Casa delle Libertà nel 2011. Tuttavia, la sua fretta non è condivisa da Fini che, invece, sente che il passare del tempo gli giova. Serve a depurare Alleanza Nazionale da pericolosi residui del passato e anche a cuocere a fuoco lento Casini e Tabacci che hanno affidato praticamente tutta la loro strategia all’approvazione di una legge elettorale proporzionale.

Non è casuale che Berlusconi accetti tatticamente una legge elettorale gradita da Bossi e non sgradevole per Fini (il quale, peraltro, è favorevole anche al referendum), ma strategicamente pensi che la situazione migliore per lui sia di tornare alle urne il prima possibile con la balorda legge vigente appena ritoccata.

Nel frattempo, però, stimolato dalla costruzione del Partito Democratico e consapevole che il premio di maggioranza bisognerà pure conquistarlo sul campo, Berlusconi non rinuncia all’idea di un grande Partito delle Libertà che, nascesse anche soltanto come somma di Forza Italia e Alleanza Nazionale, sarebbe non soltanto «a vocazione maggioritaria», ma quel che più conta diventerebbe assolutamente competitivo con il Partito Democratico. Quanto a Fini, nel nuovo partito porterebbe a compimento la sua strategia di legittimazione complessiva riuscendo persino ad approdare nel Partito Popolare Europeo.

Naturalmente, tutti questi processi incontrano ostacoli e hanno oppositori, i più determinati dei quali, per ragioni diverse, sono Rifondazione Comunista e l’Udc. Poiché le aspettative dei leader sono differenti e spesso conflittuali, continueranno anche le tensioni nella consapevolezza che le ambizioni degli uomini (e, talvolta, anche delle donne) possono talvolta spingere a commettere errori di tempi e di modi. Ad ogni buon conto, la fondazione del Partito Democratico costituirà sicuramente il passaggio più delicato che potrebbe influenzare a cascata sia la ridefinizione degli schieramenti nella sinistra e nella destra sia la riscrittura di alcune regole elettorali e istituzionali.

Delicatissimo è il compito del centro-sinistra: governare e riformare in una fase in cui i suoi assetti politici e le regole del gioco stanno per cambiare creando notevole incertezza e ansia, ma anche significative opportunità, un po’ in tutti i protagonisti politici. D’altronde, il sistema politico italiano ha l’assoluta necessità di intraprendere la strada del cambiamento che, altrove in tutta Europa, ha visto l’emergere di leadership nuove, più giovani e più dinamiche.

Pubblicato il: 06.09.07
Modificato il: 06.09.07 alle ore 9.53   
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« Risposta #16 il: Settembre 10, 2007, 10:45:12 »

La sinistra si preoccupi

Gianfranco Pasquino


Non c’è molto da rallegrarsi se un comico porta in piazza decine di migliaia di persone che vanno a firmare dei disegni di legge di iniziativa popolare (sarà poi opportuno entrare nei dettagli della loro formulazione). C’è ancora meno da rallegrarsi se queste persone si collocano a sinistra e credono di contribuire alla riforma della politica seguendo slogan e blog prodotti da Beppe Grillo, non propriamente, come ha notato Massimo Cacciari, un autore paragonabile ad Aristofane. D’altronde, quella dello scrittore greco non era effettivamente antipolitica.

Era bensì una critica severa delle modalità con le quali veniva fatta la politica, allora limitata a qualche decina di migliaia di cittadini, con il fine della catarsi, della trasformazione positiva. Se e quando le iniziative di Grillo e, a suo tempo, anche di non pochi girotondisti, hanno successo, la sinistra farebbe meglio a preoccuparsi.

È vero che la vena dell’antipolitica corre in maniera neanche troppo carsica lungo tutta la storia dell’Italia unitaria, ma è anche vero che, per lo più, si incontrava con pulsioni qualunquiste e con manifestazioni populiste prodotte dalla destra, anche e soprattutto da famosi giornalisti e da loro elogiate. Peraltro, non tutta la critica dell’establishment politico (oggi definito "casta"), dei politici di professione e dei modi di fare politica, in Italia, spesso largamente deprecabili, può essere fatta ricadere in un concetto spesso vago come "antipolitica". Tanto per cominciare, l’antipolitica è anche critica della cattiva politica e viene nutrita dai politici quando fanno fronte comune nei confronti delle critiche rivolte ai loro comportamenti. Dirò più esplicitamente che troppo di frequente, ad esempio, su indulto e finanziamento statale dei partiti, sul diniego di autorizzazioni a procedere e sulla difesa dei loro privilegi, anche abitativi, i politici italiani parlano in maniera autoelogiativa di politiche bipartisan, ma in realtà contribuiscono molto materiale all’antipolitica ("sono tutti eguali"). Quando si contrappone una società, che sarebbe civile, vibrante, integra, ad una politica che sarebbe, tutta, incivile, moscia e inquinata, si offre un efficace assist proprio agli antipolitici. Quando si manovrano le istituzioni e si piegano le regole, elettorali e partitiche, alle convenienze temporanee si alimenta l’antipolitica.

Tuttavia, chi fra i politici voglia sostenere che la società italiana non è nel suo complesso abbastanza civile, che non è affatto vibrante, e quando "vibra" lo fa anche per cause sbagliate, che non è purtroppo neppure estranea alla ricerca di privilegi e all’uso della corruzione, deve avere tutte le carte in regole. Dopodiché, deve anche impegnarsi in due tipi di attività molto esigenti e molto dispendiose. In primo luogo, sta un’attività pedagogica, educativa che si espleta con le parole, con le dichiarazioni, con i discorsi, ma, come sanno tutti gli insegnanti, in special modo con la coerenza dei comportamenti, con lo stile di vita. Invece, nel teatrino della politica, troppi attori recitano ruoli molto diversi da quelli dei docenti della buona politica, della dignità della politica, dell’importanza della politica. Il compito educativo non è neppure cominciato e non può esaurirsi in prediche senza seguito di comportamenti rigorosi. Il secondo tipo di attività che può, non sconfiggere definitivamente e completamente l’antipolitica, ma ridurla ad un fenomeno minoritario, consiste nel riformare regole e istituzioni.

Anche in questo caso le propensioni bipartisan sembrano spesso celare il tentativo di proteggere gli interessi di tutta la classe politica a scapito della competizione aperta e rischiosa, dell’incertezza degli esiti (e dei seggi), del potere politico degli elettori. Le proposte degli antipolitici di sinistra sembrano troppe volte alquanto contraddittorie: dalla difesa della Costituzione che costeggia la sua mummificazione al limite temporale ai mandati elettivi che, insieme all’acqua sporca dei parlamentari graditi ai vertici dei partiti (in questi giorni, non posso esimermi da mettere in questa categoria anche i futuri segretari regionali del Partito Democratico scelti dall’alto o colà negoziati), butterebbe via anche tutti coloro che vengono eletti e rieletti perché sono rappresentanti attenti alle preferenze dei loro elettori e legislatori competenti e efficaci. L’antipolitica di sinistra non seppellirà con una risata né la cattiva politica italiana né la democrazia. Ma, sicuramente, non riuscirà neppure in nessun modo a migliorarla con slogan semplicistici e con proposte apparentemente attraenti, ma nella pratica controproducenti.

Forse è il caso che il dibattito sul Partito democratico, a livello nazionale e nelle regioni, tenendosi lontano da prediche buoniste, chiarisca quali saranno le opportunità di partecipazione incisiva dei cittadini alla vita del partito e quanta sarà la loro influenza.

Certo, la politica democratica ha bisogno e merita qualche volta di essere sollecitata dai movimenti, associazioni, gruppi, ma se non esistono regole appropriate per tradurre quelle sollecitazioni in comportamenti coerenti e verificabili, in premi e in punizioni, la critica della politica potrà anche essere amaramente divertente, ma finirà soltanto per contribuire ad un’antipolitica che di democratico (e di sinistra) avrà poco o nulla.

Pubblicato il: 10.09.07
Modificato il: 10.09.07 alle ore 13.17   
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« Risposta #17 il: Settembre 13, 2007, 06:32:12 »

Il Pd e il sindacato

Gianfranco Pasquino


Altrove, nell’Europa alla quale vale la pena guardare, ovvero quella dove le esperienze socialdemocratiche hanno migliorato la qualità della vita, l’asse portante del riformismo è stato costituito da un rapporto stretto fra il partito di sinistra e il sindacato. Questo rapporto garantiva governabilità e riforme, graduali e importanti. È facilmente ipotizzabile che, in Italia, la frammentazione sindacale, con i sindacati che cercavano e davano sponde ai loro partiti di riferimento, non soltanto abbia compresso le eventuali, troppo spesso minoritarie, potenzialità riformiste.

Ma che abbia anche contribuito alla mancata formazione di un partito riformista.

Nel dibattito a tutto (troppo) campo sul Partito democratico, fra contaminazioni culturali e spartizioni politiche, lo spazio dato alla riflessione sul rapporto che il nuovo partito dovrà cercare di instaurare con i sindacati è stato finora minimo, se non quasi inesistente. Il massimo che Epifani si è finora consentito è stato un non entusiastico omaggio verbale al Pd. D’altronde, i tre maggiori candidati e, se non si adombrano, i tre minori candidati non hanno praticamente parlato di sindacato, essendo per tutti molto più facile e meno impegnativo discutere, più o meno vagamente, di ingiustizie e di disuguaglianze, di precari e di (mancanza di) lavoro.

Adesso, il Comitato centrale della Fiom-Cgil butta sul campo il suo molto corposo, neanche tormentato, «no» agli accordi relativi al welfare. Subito, il segretario di Rifondazione Giordano coglie la palla al balzo e dichiara che sarà il suo gruppo parlamentare a farsi, questo è il senso, «cinghia di trasmissione» delle istanze della Fiom. I sindacalisti Cremaschi e Rinaldini vedono, invece, nel loro «no» una espressione alta di autonomia del sindacato.

Sarebbe fin troppo facile sottolineare che né Luciano Lama né Bruno Trentin, forse perché erano entrambi, con modi e con stili diversi, ma con la stessa passione, autonomamente e convintamente riformisti, sarebbero affatto stati d’accordo, come dimostrarono in circostanze molto più complesse e dolorose. Raramente il «no» mi sembra un segnale di autonomia (dai partiti) né un apporto riformista. La risposta riformista dovrebbe essere prevalentemente un «sì, ma...», con il ma che suggerisce, avendo accettato il terreno del confronto, come andare più avanti, più a fondo, facendo tesoro di quanto già ottenuto.

Naturalmente, se, con tutto il rispetto, ma anche con tutto il mio dissenso, si trattasse soltanto della Fiom e di Rifondazione e di tutti coloro che, alla ricerca di un radicamento sociale che non hanno, tenteranno di strumentalizzare il «no» della Fiom, dovremmo preoccuparci del futuro del governo, nella speranza, nutrita sia da Prodi e Fassino che da Epifani che i lavoratori ratificheranno. Tuttavia, quel che è in gioco non è tanto la ratifica dell’accordo, ma la strategia complessiva dei rapporti fra il Partito democratico e i sindacati.

Non sarebbe il caso che, a cominciare dai candidati alla segreteria, i più autorevoli fra gli esponenti del futuro Pd, nel quale entreranno i rappresentanti di gruppi dirigenti che hanno storicamente avuto buoni rapporti con la Cgil, con la Cisl e, un po’ meno, con la Uil, delineassero quale futuro, che non sia né subalterno (vedo un gran numero di ex-sindacalisti in cariche istituzionali e governative di rilievo) né di inutilmente orgogliosa autonomia dovrebbe stabilirsi fra partito e sindacato?

Non sarebbe il caso che il governo dell’Unione, senza pensare né a rimpastarsi (tremenda, ma possibile e non imprevista, conseguenza delle fatidiche incoronazioni del 14 ottobre) né a snellirsi, chiarisse che esiste una strategia di medio periodo di riforma complessiva del welfare, aggiungendo e sottolineando che è già cominciata. Un sindacato autonomo, ma riformista, è in grado di differire sue eventuali conquiste aggiuntive, che, naturalmente, non otterrà con nessun governo di destra, al fine di costruire su quanto di buono, ed è molto, come ha intelligentemente messo in evidenza Bruno Ugolini sull’Unità del 12 settembre, è già stato ottenuto.

Insomma, quella parte di sindacato che rilancia non offre nessuna prospettiva riformista. Quella parte di sinistra che blandisce in maniera subalterna quei sindacalisti non soltanto rende un pessimo servizio ai lavoratori, ma, peggio, gioca con il fuoco della crisi di governo. Quanto ai futuri dirigenti del Pd sarebbe bello sentirli affrontare di petto l’argomento «rapporto fra partito e sindacato» hic et nunc, ora e adesso, se davvero il Partito democratico vuole essere riformista. È un rapporto che non si risolve distribuendo cariche prestigiose ai sindacalisti e co-optandoli nella «casta», ma formulando la visione di un sistema socio-economico più giusto che può essere costruito, riforma dopo riforma, soltanto grazie alla cooperazione di un sindacato riformista. Il percorso, in special modo per chi non vuole imparare dalle concrete esperienze socialdemocratiche, mi sembra ancora lungo e accidentato. Proprio per questa ragione è opportuno cominciare adesso senza aspettare il verdetto del 14 (o del 20) ottobre.

Pubblicato il: 13.09.07
Modificato il: 13.09.07 alle ore 9.23   
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« Risposta #18 il: Settembre 19, 2007, 12:28:10 »

Chi ha paura del Tribuno

Gianfranco Pasquino


La sequenza della più recente ventata di antipolitica, nonostante sia stata lunga, nervosa e accentuata, è stata colpevolmente trascurata dai politici, in special modo da quelli di governo. Infatti, né Berlusconi né Bossi hanno molto da temere da chi, come Beppe Grillo, porta il suo messaggio, che ha fortissime componenti di critica partitica e di antipolitica, nel cuore della sinistra: la città di Bologna e la Festa dell’Unità. L’antipolitica di Berlusconi e Bossi affonda le sue radici in un altro pubblico e mira a bersagli già condivisi e interiorizzati dal suo pubblico.

Ossia: tutta la politica, in generale, contrapposta ai loro interessi personali, tutti i partiti della sinistra e, naturalmente, i politici di professione. E, nonostante, le tre o quattro legislature accumulate dalla maggioranza dei parlamentari di Forza Italia e della Lega, costoro riescono ancora a sfruttare il loro appello contro lo Stato, contro i suoi balzelli, che ci sono, e contro le sue leggi, farraginose e numerosissime, contro la burocrazia, composta anche da nullafacenti, contro la lottizzazione, pure da loro ampiamente praticata.

Quanto alla sequenza, tutto comincia con l’eccessivo trionfalismo di qualcuno nell’Unione per una vittoria elettorale tutto meno che trionfale. Continua con un indulto trasversale basato su motivazioni parecchio discutibili e su cifre alquanto ballerine. Passa attraverso una finanziaria molto cangiante, ma poco convincente. Culmina con la fulminea crisi di governo del febbraio 2007, risolta soltanto dalla competenza istituzionale del Presidente Napolitano.

Torna a manifestarsi con un balletto senza senso e senza contenuti sulla riforma della legge elettorale. Esplode con la pubblicazione del libro di Stella e Rizzo, La casta (sui privilegi dei politici), pur preceduto da Teodori, Soldi & partiti (1999) e da Salvi e Villone, Il costo della democrazia (2006), ma non seguito da nessun provvedimento concreto. Sarà anche vero che, come ha dichiarato, un po’ troppo frettolosamente il presidente della Camera Fausto Bertinotti, l’antipolitica di Grillo colma «un vuoto della politica».

Da parte mia, ho sempre pensato che i vuoti della politica vanno individuati per tempo e colmati dalla politica stessa, per essere precisi dalla buona politica che è quella che sa depurarsi delle tossine che, anche una tutt’altro che buona società, continua ad iniettarle.

Troppo facile, adesso, sostenere, da un lato, che sarà la costruzione del Partito democratico a risolvere il problema con una bacchetta magica che nessuno ha ancora visto; dall’altro, che i partiti non possono essere attaccati tutti indiscriminatamente. Ma se nessuno dei partiti reagisce discriminando il praticabile dal demagogico, allora la critica se la meritano tutti.

Tuttavia, Grillo e la stragrande maggioranza dei suoi compagni di blog, in piazza e davanti ai loro computer, attaccano, qualche volta aggrediscono, di preferenza, la sinistra, i partiti di sinistra, i politici di sinistra. Lo considero un omaggio, e tale deve effettivamente essere poiché la destra non colma nessun vuoto di politica. Anzi, approfondisce la voragine dell’antipolitica, praticamente senza rischi. Sono i politici di professione e, se vogliamo, per vocazione, che debbono avere il coraggio e l’intelligenza di dare subito risposte concrete. Altrimenti, si dovrà prendere atto che la politica è anche impotente.

Dunque, se ne può fare a meno, sostituendola con i «poteri forti» (ma ho dubbi sulla loro esistenza e sulla loro reale forza) oppure con demagoghi, che, alla fine della ballata, non fanno mai ridere se non a un prezzo sociale molto elevato. Tagliare subito i costi della politica, e anche i posti della politica: per esempio, una volta fatto il Pd, D’Alema e Rutelli dovrebbero rinunciare subito alla loro carica di Vice-Premier poiché i loro due partiti non esisteranno più e non avranno più bisogno di rappresentanza.

Riformare la legge elettorale, magari, se non si riesce a fare di meglio, cancellando con un tratto di penna la vigente legge porcata di Calderoli, per ritornare al pur imperfetto Mattarellum che aveva almeno il piccolo pregio di eleggere tre quarti dei parlamentari in collegi uninominali (con una clausola aggiuntiva: il requisito di residenza).

Infine, forse, consentendo una vera apertura delle liste per l’Assemblea Costituente collegate all’elezione diretta (per favore, non scrivete mai più primarie) del segretario del Pd e, dunque, accogliendo personale non politico che si guadagna il suo personale bollino blu non da investiture dall’alto, ma dalla capacità di ottenere consenso nella sua circoscrizione. In politica, e anche in antipolitica, i tempi contano.

Oramai sembra che per la debolezza della politica siano i Grillo-boys a dettare l’agenda. Tuttavia, quell’agenda la si può riscrivere, secondo le linee che ho esposto sopra. Ma l’attuazione di alcuni provvedimenti, d’altronde già preceduta da un’estenuante fase di gestazione, deve essere immediata.

Non credo che moriremo di antipolitica, essendoci sempre chi praticherà l’accanimento terapeutico su partiti languenti.

Spero che alcuni partiti riacquistino la dignità perduta, non soltanto perché sono fatti da persone perbene (dopo avere escluso condannati e inquisiti), ma, in special modo perché saranno riusciti a ristrutturarsi attraendo persone competenti di ogni età e di entrambi i generi con percorsi professionali di tutto rilievo.

Pubblicato il: 18.09.07
Modificato il: 18.09.07 alle ore 8.34   
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« Risposta #19 il: Settembre 23, 2007, 04:12:54 »

Governo: poche scelte, chiare e certe

Gianfranco Pasquino


A fronte delle più recenti, peraltro, quasi tutte previste e sostanzialmente inevitabili, difficoltà, la posizione ufficiosa di Prodi sembra oscillare, come scrive l’Unità, fra la «cocciutaggine del fare» e la tentazione di «mandare tutti al diavolo». A volte, personalmente, ho avuto l’impressione che, in via ufficiale, Prodi volesse comunicare che intende «governare come se niente fosse» e «completare il disegno della legislatura».

Temo, purtroppo, che non sia possibile né l’una né l’altra cosa, ovvero che sia indispensabile tenere conto di molto di quello che è già succeduto e operare sapendo che sarebbe quasi miracoloso giungere al termine naturale della legislatura. Di conseguenza, appare molto saggio riuscire fin da subito a delineare una strategia alternativa fatta di poche, precise e rapide mosse. Sarebbe anche bello potere tralasciare tutti gli elementi dirompenti che la faticosa e farraginosa costruzione del Partito democratico ha introdotto nella vita del governo, ma proprio non si può. Spalancare gli occhi sulla dinamica, almeno temporaneamente, molto destabilizzante del Pd mi pare atto doveroso e dovuto. Incidentalmente, era davvero così urgente, qualificante e pressante per Veltroni dichiarare, un paio di giorni prima del dibattito in Senato sulla Rai, la sua preferenza per una soluzione, "Fondazione più Amministratore Unico", mai espressa in precedenza, mai confrontata con i governanti?

L’ombra di un governo tecnico o istituzionale incombe sul futuro molto prossimo di questa legislatura. Quel governo potrebbe trovarsi, proprio come toccò a Ciampi nel 1993-1994, a dovere svolgere due compiti ineludibili: riformare la legge elettorale, fare una finanziaria non elettorale. Sappiamo che il Presidente Napolitano ha già correttamente e opportunamente annunciato che la crisi del governo Prodi non aprirà affatto la strada ad elezioni anticipate che non potranno tenersi con una legge elettorale pessima da troppi punti di vista, sulla quale, peraltro, non si possono scaricare gli inconvenienti di una maggioranza numericamente infima al Senato (con qualsiasi altra legge, infatti, al Senato il centro-sinistra sarebbe in minoranza).

Dunque, ponendo fine ad interminabili balletti, dentro la maggioranza e con il centro-destra, che, oramai è chiaro, non allungano la vita del governo, credo sia giunto il momento che il Ministro Chiti prenda l’iniziativa e , in assenza di meglio, proponga di cancellare la porcata di Calderoli & friends e semplicemente di ritornare al Mattarellum. Non era una ottima legge, ma, visto che in questo Parlamento non si riesce a fare di meglio, vale la pena resuscitarla, per ragioni di tempo e per non consegnare il compito ad un governo tecnico che, preda di molti piccoli ricatti, rischierebbe di fare di peggio.

In secondo luogo, il governo Prodi deve, comunque, impostare una legge finanziaria che tenga conto del fatto che potrebbe essere il suo ultimo lascito e, dunque, del tutto comprensibilmente, non dovrà comportare sacrifici e oneri aggiuntivi per l’elettorato senza, peraltro, diventare una finanziaria elettorale, ovvero ricca di regalini che poi finiremmo per pagare tutti, ma in special modo i settori meno privilegiati dell’elettorato.

A proposito di privilegi, tagli secchi, sicuri, solidi, come quelli prospettati dal Ministro Lanzillotta, ai costi della politica consentono di rispondere a preoccupazioni, manifestate da molti settori della società italiana, che non sono soltanto "antipolitiche", ma, persino, di etica e di austerità. Infine, so perfettamente che non poche componenti del centro-sinistra e forse anche parecchi elettori del centro-destra si aspetterebbero la soluzione di due altri problemi, fra loro collegati, che incideranno sulla campagna elettorale e sulla vita politica successiva al voto: il conflitto di interessi e l’assetto delle televisioni. Mi si risponderà che non esiste una maggioranza parlamentare, meno che mai al Senato, in grado di approvare disegni di legge decenti.

Colpevolmente tenuti a bagnomaria, quei disegni di legge vanno riesumati, snelliti e messi immediatamente nelle commissioni parlamentari, a partire dalla Camera dove il governo gode di una maggioranza ampia. Nonostante straordinari, diabolicamente ripetuti errori di comunicazione e nonostante la sua incapacità di operare come coalizione coesa, il governo ha fatto un lavoro complessivamente apprezzabile. Potrebbe cominciare a pensare in che modo rivendicare positivamente il suo risanamento di un’economia lasciata in cattivo ordine e stato dal precedente governo e in che modo costruire uno schieramento più coeso, più solidale e più sobrio dell’attuale coalizione che ha vinto per un soffio nel 2006, ma che non è affatto automaticamente detto che debba perdere nel 2008. I sondaggi sono lì per essere smentiti da una efficace e intelligente campagna elettorale.

Non è giusto tentare di prolungare la sopravvivenza del governo con cedimenti a chi dimostra di avere maggiore potere di ricatto. Sopravvivere si può, governando, ovvero facendo poche scelte chiare e belle. Perseguire interessi nazionali in quel che rimane di tempo di governo sarebbe un ottimo inizio di una campagna elettorale per la quale, comunque, il centro-destra deve risolvere due problemi enormi: il perimetro della coalizione e la sua leadership.

Pubblicato il: 23.09.07
Modificato il: 23.09.07 alle ore 13.05   
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« Risposta #20 il: Settembre 27, 2007, 04:53:29 »

Babele a Roma

Gianfranco Pasquino


Qualche tempo fa ho visto un film, Tredici giorni, non particolarmente brillante, infatti, ha avuto poco successo nelle sale, ma altamente istruttivo da più punti di vista. Al centro della narrazione stava il Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, che doveva rispondere all’installazione a Cuba di missili sovietici probabilmente dotati di testate nucleari. Il Presidente aveva convocato nella famosa Sala Ovale della Casa Bianca non più di una decina fra consiglieri, generali e ministri (fra i quali, il fratello Robert, Ministro della Giustizia).

Non soltanto, il dibattito, come è confermato da tutti i resoconti, era intenso e aspro, ma nessuno dei partecipanti mostrava alcun timore reverenziale nei confronti del Presidente. Anzi, in più occasioni il Presidente veniva criticato, ovviamente con la proposizione di argomenti contrari alla sua posizione e con motivazioni specifiche. Alla fine, toccò al Presidente prendere la decisione, «chiamando» quello che poteva anche non essere un bluff sovietico e Kruscev decise di ritirare i missili.

Qual'è la parte istruttiva del film Tredici giorni? In primo luogo che i grandi leader non si circondano di «yes men», ma di consiglieri la cui autorevolezza e la cui competenza permettono loro di contraddire anche un Presidente degli Usa. In secondo luogo, che il grande leader vuole essere contraddetto per impararne di più. Se tutti gli dicessero «sì, hai ragione», le motivazioni di una decisione e la sua validità non potrebbero essere saggiate. In terzo luogo, che se una sede è decisionale, allora i partecipanti debbono essere pochi. Al di sopra di una certa soglia, probabilmente dieci o dodici partecipanti, la procedura decisionale diventa farraginosa, confusa, poco produttiva. Anche il cosiddetto «inner Cabinet» inglese, vero luogo decisionale, ha per l'appunto un basso numero di partecipanti. Infine, la decisione è formulata e presa dal capo dell'esecutivo.

Qualche lettore si chiederà dove va a parare questa narrazione che non è soltanto una premessa. Anzitutto, intende essere una critica, nient'affatto sommessa, ma esplicita, ai riti dell'attuale governo italiano (i precedenti li ho criticati a tempo debito) celebrati in incontri pletorici quasi che il coinvolgimento di tutti possa portare a decisioni migliori o, quantomeno, disinneschi i dissensi. No, le decisioni troppo negoziate non sono affatto migliori e, quanto ai dissensi, quando la riunione non è neppure ancora terminata, i dissenzienti hanno già trovato modo di rilasciare dichiarazioni alle radio e, preferibilmente, con buona pace delle serie parole del Presidente Napolitano, alle televisioni nel tentativo, spesso coronato da successo, di comparire nei telegiornali.

Naturalmente, conosco anche la replica alla mia critica. La coalizione di governo è ampia, oh, yes, e composita. Bisogna tenere conto di tutti i punti di vista. D'altronde, è lo stesso schieramento sociale del centro-sinistra che si esprime in una molteplicità di rappresentanti. Dulcis in fundo, se poi Prodi si definisce «assistente sociale» della sua maggioranza, non c'è più nulla da paragonare a processi decisionali anglosassoni, ma neppure, per non andare troppo lontano, francesi. Si aggiunga che, per coinvolgere un po' tutti, non soltanto ci sono all'incirca, poco più poco meno, 35 mila candidati all'Assemblea Costituente del Partito Democratico, ma l'Assemblea che, dunque, non potrà essere che molto marginalmente una sede decisionale, se non per linee estremamente semplificatorie, avrà duemilacinquecento componenti. Certamente, un grande esperimento di massa, la cui qualità dovrebbe essere freddamente valutata in seguito, e per fortuna che il segretario del Partito democratico, se ottiene almeno il 50 per cento dei voti di tutti coloro che si recheranno alle urne il 14 ottobre, sarà eletto direttamente.

Il fatto è che la sinistra, al governo e nel paese, non riesce a sfuggire alla tentazione di rappresentare la frammentazione (ma il rispecchiamento non è mai rappresentanza) e non riesce ad approdare a due lidi molto raccomandabili: la competizione e la decisione. Si ha vera competizione quando tutti «corrono» senza reti di sicurezza, ad esempio, non si fanno cooptare come capolista in liste bloccate, dopo avere proposto e promesso «primarie sempre» e teorizzato la «contendibilità» di tutte le cariche. Si ha competizione quando chi perde esce, almeno per un giro, senza necessariamente, se davvero fa politica per passione, uscire dal giro. Quanto alla decisione, chi è a capo di un governo (o di un partito) ha l'onere e l'onore di prendere le decisioni, certamente dopo avere ascoltato, ma non necessariamente ceduto in maniera tale da produrre soltanto decisioni di minimo comune denominatore.

La decisione guarda avanti.

È una sintesi proiettata nel futuro, ma, naturalmente, può essere riformata a ragione veduta. Se, come il Ministro Bersani ha dichiarato fin troppe volte, la politica ha una marcia in meno della società (a mio parere, non sempre e non dappertutto, neppure nel Nord!)) e nel distacco si manifestano e proliferano i germi dell'antipolitica, allora è chiaro che vertici di governo, per di più allargati, non sono mai uno strumento che aumenti la velocità della politica. Anzi, sembrano fatti apposta per confermare le critiche politiche e antipolitiche. E quando la politica non è la soluzione dei problemi di un paese, della sua spesso frammentata, autoreferenziale e egoista società, diventa rapidamente un problema per quella società e per le opportunità di costruire una buona politica. Semplificare e rendere trasparente è possibile, a cominciare dai vertici. Forse, adesso, è addirittura indispensabile.

Pubblicato il: 27.09.07
Modificato il: 27.09.07 alle ore 8.58   
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« Risposta #21 il: Ottobre 01, 2007, 05:01:26 »

Un onorevole video
Gianfranco Pasquino


Chi va ovvero, appare in televisione vince (quel poco o quel tanto che può: notorietà e elezioni); chi non va perde. Questa vulgata, esageratamente diffusa e condivisa fra politici, commentatori, giornalisti, fa davvero troppo onore alla tv e troppo disonore ai cittadini italiani. È una vulgata primitiva fondata su basi friabili e che, soprattutto, non riesce a differenziare fra capacità, prestazioni e messaggi. È vero che i cittadini italiani e, a questo punto, praticamente tutti i cittadini delle democrazie che chiamerò, per brevità, «avanzate», traggono la maggior parte delle loro informazioni politiche dalla tv.

Ma questo non significa affatto che non abbiano, prima e dopo la ricezione delle informazioni televisive, altre fonti di informazione e di discussione politica. Anzi, sappiamo che le hanno a cominciare dall'ambiente familiare e dagli amici a proseguire con i colleghi di lavoro e con i preti e a finire, last but not least, con gli attivisti politici, ovvero con tutti coloro che hanno voglia di parlare di politica, sanno come farlo. Sottovalutare queste dinamiche di comunicazione significa avere capito poco o nulla delle società complesse che non sono fatte da individui isolati e atomizzati, ma che, invece, sono innervate da reti familiari, amicali, associative estese e influenti. In secondo luogo, il telespettatore, pardon, la telespettatrice non si limita affatto a registrare il numero di comparsate che ciascun politico fa sulle varie reti televisive che, comunque, lei telespettatrice non frequenta con assiduità, ma, semmai, con selettività. Al contrario, valuta le prestazioni.

In televisione non basta esserci. Bisogna sapere che cosa dire e, magari, esercizio supremo, imparare a come dirlo in maniera essenziale e efficace. Non è un peccato tentare di padroneggiare il mezzo di comunicazione. Anzi, è un utile apprendimento che serve a comunicare quanto è politicamente rilevante. In terzo luogo, e qui ha pienamente ragione il Presidente Napolitano che può, in totale e convincente coerenza con i suoi comportamenti quando non era ancora arrivato al Quirinale, raccomandare astinenza e sobrietà. Non soltanto bisogna evitare di infliggere ai telespettatori una overdose di proprie presenze, ma è anche opportuno essere selettivi rispetto al teatrino televisivo in cui si compare.

Per intenderci, è preferibile evitare di trovarsi fra nani e ballerine ovvero in una puntata che segue il delitto di Garlasco e che precede il dibattito sul, peraltro interessante e rivelatore, lato B delle concorrenti a Miss Italia. Al proposito, però, il problema non è esclusivamente dei politici; è, in special modo, dei giornalisti e, più in particolare, del servizio pubblico ovvero della Rai. Sembra che i giornalisti televisivi debbano chiedere alle segreterie dei partiti quale politico invitare e qualche volta ricevano anche liste di persone non gradite a quelle segreterie e quindi da non invitare.

Capisco che chi non ha il coraggio non se lo può dare, soprattutto se il posto glielo ha fornito e può sottrarglielo la lottizzazione. Ma, allora, non venga data la colpa delle pessime trasmissioni televisive sulla politica alla televisione in quanto tale. Venga, quella colpa, spartita in misura da determinare fra politici e giornalisti. Già Renzo Arbore sapeva che «no, no, la Rai non è la Bbc», ma dalla Bbc, servizio pubblico, due reti in chiaro, due digitali, abbiamo molto da imparare.

Qui mi limito ad un esempio, che credo calzante per l'argomento e per la trattazione che se ne potrebbe fare anche in Italia, adesso. Dopo le dimissioni di Blair, era evidente che Gordon Brown sarebbe diventato Primo Ministro se fosse stato prescelto dai parlamentari laburisti e, eventualmente, dagli iscritti, come capo del partito. Non mi soffermo sulle implicazioni di questo procedimento per coloro che parlano di elezione diretta del Primo ministro. Designato il capo del partito, si imponeva la scelta del suo vice che, in pratica, sarebbe diventato quello che noi chiameremmo segretario organizzativo del New Labour. Candidati quattro uomini e due donne, tutti con una carriera politica e, persino ministeriale, di qualche rilevanza, la decisione di tenere dibattiti pubblici fu subito accettata.

Probabilmente, il più importante di questi confronti si tenne nel programma giornaliero di approfondimento della Bbc chiamato Newsnight alle 22:30. Il più «cattivo» dei giornalisti responsabili quel programma interrogò, questo è il verbo giusto, i sei candidati sulle ragioni per le quali pensavano di essere qualificati a diventare il vice di Gordon Brown al partito e su quale sarebbe stato il loro apporto al partito. Per completezza dell'informazione vinse una delle due donne, ottenendo una maggioranza risicata (50, 8 per cento circa) dei voti espressi dagli iscritti al New Labour. Che c'azzecca la Bbc con l'elezione del vice-segretario del New Labour?

Questo è esattamente quello che un servizio pubblico televisivo deve fare. Quanto succede nel partito al governo e, eventualmente, anche nel partito all'opposizione, è rilevante per il sistema politico nel suo insieme. Per estensione, anche se so di chiedere molto, ma nient'affatto troppo, RaiTre potrebbe ottimamente organizzare un dibattito fra i sei candidati alla segreteria del Partito Democratico. D'altronde, La7 sta già offrendo approfondimenti quotidiani sul «Cantiere democratico». Le votazioni del 14 ottobre, comunque vadano, sono un evento importante per la politica italiana, e non soltanto per il centro-sinistra e per il governo. Quando poi Forza Italia, la Casa delle Libertà o il Partito delle Libertà dovranno scegliere il loro capo, RaiTre coprirà anche quell'evento alle condizioni decise dal giornalista che modererà il dibattito.

Non bisogna avere paura della televisione. Non bisogna demonizzarla. Semplicemente, bisogna imparare, sia da parte dei politici che da parte dei giornalisti, ad usarla (non abusarla) e a farne uno strumento che migliora la politica e che sconfigge l'antipolitica. Manipolando un po' la situazione vorrei concludere sottolineando quanto importante è stata la tv nell'evidenziare il profondo disagio del popolo birmano oppresso da una feroce dittatura militare. La televisione serve anche cause nobili e giuste. Il resto lo deve fare la politica.

Pubblicato il: 01.10.07
Modificato il: 01.10.07 alle ore 8.32   
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« Risposta #22 il: Ottobre 04, 2007, 11:19:44 »

Primarie, più elettori per tutti

Gianfranco Pasquino


I gentiluomini, secondo un efficace detto inglese, non litigano sulle cifre. Dibattono sulle idee. Qualche volta, gentiluomini e gentildonne, possono essere obbligati a dare i numeri, ma, allora, lo fanno in maniera documentata, argomentata e comparata. Quanti saranno gli elettori che si recheranno a votare il 14 ottobre per designare il segretario nazionale e i segretari regionali del Partito democratico è sicuramente un quesito importante. A sua volta, l’esito numerico avrà un impatto sul lancio e sullo slancio del partito.

Credo che si debba partire, per valutare correttamente quell’esito, da alcuni punti fermi. Primo, le votazioni del 14 ottobre, nonostante quello che i giornalisti e persino i candidati vanno dicendo e, ancora più tragicamente, compare sulla scheda, non sono elezioni primarie e, dunque, non vanno paragonate con le primarie del 16 ottobre 2005 fra gli elettori dell’Unione che, allora, furono anche mobilitati da un intenso e comprensibile sentimento antiberlusconiano. Il paragone è del tutto improprio e va lasciato cadere. Altrettanto improprio, oserei persino dire stupido, è il paragone con le primarie fra gli iscritti al Partito socialista francese che designarono Ségolène Royal come candidata alla Presidenza della Repubblica francese. Comunque, se si vogliono utilizzare quelle primarie per un paragone decente, lo si dovrebbe fare con i partecipanti all’elezione degli ultimi segretari dei DS e della Margherita. A fronte di un massimo del 30-35 per cento degli iscritti italiani che andarono a votare nelle loro sezioni, sta un luminoso 75 per cento degli iscritti socialisti francesi.

Secondo punto, il 14 ottobre sono chiamati a votare gli iscritti, i simpatizzanti, gli elettori dei DS e della Margherita nonché tutti coloro che abbiano almeno sedici anni e che condividano il progetto del Partito Democratico. Si tratta di una platea, a giudicare dai voti ottenuti dai due partiti nelle elezioni politiche del 2006, che raggiunge gli 11-12 milioni di elettori (più un paio di milioni di under 18). Dunque, se votasse un milione di loro, che, incidentalmente, è all’incirca la somma degli iscritti a DS e Margherita, avrebbe votato meno del 10 per cento del loro elettorato. A me, francamente, pare una percentuale alquanto bassa. Questa è la descrizione della situazione. Non è basata su nessun sondaggio, ma su dati duri. Non è una previsione, che, allo stato, mi pare difficilissima e di non particolare interesse politico.

Si debbono aggiungere due considerazioni a favore di coloro che ritengono che un milione sia un successo. In una fase in cui l’ondata dell’antipolitica sembra solidamente e continuativamente elevata, di quella cifra o poco più ci si potrebbe anche accontentare. Però, Rosy Bindi ha alzato l’asticella e Veltroni la ha accusata di volere fargli/farsi del male. Fassino, pure, ha alzato, con l’ottimismo della volontà, l’asticella ad un livello che anche a me (spero che il segretario dei DS si rallegri di questa nostra inusuale coincidenza di pensiero) pare congruo e raggiungibile: 2 milioni e mezzo-3 milioni. Intendo queste cifre non come una previsione, ma come un obiettivo da conseguire e per il quale i Democratici dovrebbero tutti, se credono nel progetto, rimboccarsi le maniche e correre.

Ho l’impressione, invece, che, da un lato, Bindi implichi che, con un solo milione di votanti, Veltroni sarebbe un segretario dimezzato o, quantomeno, deboluccio. Implicazione, temuta e respinta da Veltroni, ma, a mio parere, piuttosto scorretta. Pochi votanti significa non tanto critica a Veltroni (non è tutta colpa sua se i sondaggi dicono che vincerà alla grande), ma mancata condivisione del progetto democratico da elettori che non sono, evidentemente, stati raggiunti e convinti non soltanto da Veltroni, ma neppure dalla stessa Bindi, da Letta, da Adinolfi e da Gawronski. Meno di un milione di votanti avrebbero perso tutti i candidati; due milioni o più avranno vinto gli indomabili elettori del futuro PD, che non si sono fatti scoraggiare nemmeno dalle inopinate e tremende liste bloccate (approvate da quali "saggi"?) In sostanza, mal comune, dolori per tutti. E, anche tenendo conto delle attenuanti climatiche, ovvero l’intensa e persistente pioggia dell’antipolitica, bisognerà che i "Democratici" si interroghino su che cosa non ha, non avrà funzionato. Delegittimare a priori la vittoria di Veltroni non legittima automaticamente il Partito Democratico al contrario. Peggio che mai, un Partito democratico non viene reso più appetibile se si batte sull’esistenza di un, non previsto dalle regole, ticket Veltroni-Franceschini né se si afferma che tutti i candidati avranno un posto di rilievo, dopo le votazioni. A prescindere che un posto di rilievo Bindi e Letta già ce l’hanno, e lo manterranno, toccherà legittimamente a Veltroni farsi una squadra che sappia fare radicare e funzionare un partito democratico davvero. Più che dalle inclusioni sarei preoccupato dalle esclusioni discriminatorie. Queste sì fanno subito scendere il numero dei potenziali partecipanti e dei futuri iscritti. Per il momento limitiamoci a dare pochi numeri dichiarando che quanto più elevati saranno i partecipanti tanto meglio sarà per il Partito Democratico (per il governo…, non so). Poi, magari, studieremo meglio l’esito, nelle sue basi sociali, nelle sue motivazioni politiche, nelle sue esigenze organizzative.

Pubblicato il: 04.10.07
Modificato il: 04.10.07 alle ore 9.23   
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« Risposta #23 il: Ottobre 09, 2007, 11:32:28 »

Veronica bipolare

Gianfranco Pasquino


La politica, non soltanto «in ultima istanza», consiste in rapporti fra persone. Questi rapporti possono essere improntati alla stima e al disprezzo, alla fiducia e all’inganno, alla demonizzazione e all'affetto. Quanto più nei rapporti fra le donne e gli uomini in politica e fra tutti coloro che, a vario titolo, anche parentale, sono coinvolti nella politica, predominano rapporti di taglio negativo tanto peggiore sarà la politica di quel sistema politico. Finirà per inacidire i rapporti fra gli stessi elettori e per imbarbarire il clima sociale complessivo.

Questo è successo in Italia nell’ultimo quindicennio, non tutto per colpa del bipolarismo e del sistema elettorale abbastanza maggioritario e nient’affatto esclusivamente a causa della discesa in campo di Berlusconi. Anche alcuni settori di sinistra, nella politica, nel giornalismo, nella magistratura, hanno cooperato al deterioramento dei rapporti interpersonali.

E lo hanno fatto in maniera eccessiva e assolutamente criticabile.

Curiosamente, però, questo loro odio contro Berlusconi non si è ancora tradotto nella cancellazione delle leggi ad personam (suam) che Berlusconi, anche per proteggersi dalla sinistra, ha fatto approvare nel precedente parlamento. Sembrerebbe che l'odio politico accechi e impedisca di scrivere buone leggi, non punitive, ma rigorose, sul conflitto d'interessi, che non è solo di Berlusconi, sull'ordinamento giudiziario e sul sistema dell'informazione.

In questo quadro, potrebbe benissimo essere che l'omaggio rivolto da Walter Veltroni a Veronica Lario abbia qualcosa di strumentale e, quindi, sia da considerarsi inopportuno. Potrebbe anche essere, e preferisco interpretarlo in questo modo, un'espressione di stima, che non va a scapito delle suscettibili e gelose signore diessine, e anche un modo di suggerire che è tempo di valutare le persone, anche la moglie del capo dell'opposizione, con riferimento alle loro opinioni e non al loro status, alla loro collocazione. Il bipolarismo non viene reso mite annacquandolo nelle sue regole, a cominciare da quelle elettorali, e nei suoi meccanismi istituzionali, ovvero impedendo, grazie alla introduzione di qualche ignota variante di sistema elettorale proporzionale, che dal momento del confronto elettorale emergano, in maniera chiara, vinti e vincitori.

La mitezza è una modalità di rapporti che le persone possono decidere di applicare fra loro. Al sistema politico si confa, piuttosto, la chiarezza degli esiti. Sicuramente, quando gli elettori percepiscono che, al di là delle legittime e persino auspicabili differenze fra le visioni e le scelte politiche, i dirigenti di partito, i parlamentari, i ministri e i ministri «ombra», si stimano ovvero, quantomeno, non si odiano visceralmente, impareranno anche a rispettare le differenze fra loro stessi. Chi vota diversamente da me (e sono tanti...) potrà anche non essere, e non diventare, un mio amico, ma non è necessariamente un mio acerrimo nemico con il quale non prendere mai un caffé.

Naturalmente, ridurre il livello del conflitto interpersonale e apprezzare le opinioni altrui non significa automaticamente andare a convergenze programmatiche né ad assorbimenti. Non significa tentare furbesche incursioni nel territorio «nemico» oppure inglobare senza nessun discrimine tutti i dissenzienti dello schieramento opposto. Al contrario, è proprio quando le differenze politiche appaiono e rimangono chiare che i buoni rapporti fra le persone politiche consentono agli elettori di capire meglio di che cosa effettivamente si tratta e, quindi, di riuscire a decidere, a votare, a ragion veduta.

Fintantoché troppi politici, molti giornalisti (vespe, vespine e vespone) e alcuni magistrati penseranno che ha ragione e vince chi alza di più la voce e urla, magari accompagnando i suoi suoni con qualche insulto, non sarà facile per nessuno distinguere le offerte politiche e programmatiche alternative. Da questo punto di vista, la pacatezza e la ragionevolezza di Veltroni (purtroppo, non altrettanto praticate da alcuni suoi fin troppo stretti collaboratori, al vertice e in periferia) sono da apprezzare. Il limite ai tentativi di espandere il consenso va, però, trovato, delineato e mantenuto con netto riferimento alle proposte programmatiche, alle priorità e alle modalità con le quali le politiche verranno poi applicate. Insomma, la distensione nei rapporti personali e politici non deve essere la premessa né di grandi coalizioni (evito espressamente il termine «ammucchiata») né di collusioni programmatiche.

Se la presuntuosa rigidità, che la sinistra esibisce molto spesso e sulla quale si misura con malcelato piacere in maniera aspra e conflittuale, non si configura come l'atteggiamento che preferiamo, e, incidentalmente, non paga, neppure il lassismo programmatico e, me lo lasci dire Veltroni, il buonismo superficiale sono virtù. Ben vengano rapporti politici-personali improntati alla mitezza purché le scelte politiche siano caratterizzate da un'austera e severa, nient'affatto accondiscendente, visione.

Pubblicato il: 09.10.07
Modificato il: 09.10.07 alle ore 8.27   
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« Risposta #24 il: Ottobre 17, 2007, 11:41:11 »

Regole per coabitare

Gianfranco Pasquino


Dopo le cosiddette primarie vinte da Veltroni vengono logicamente e inesorabilmente le secondarie, fra lo sfidante Veltroni e il detentore della carica Prodi. L’esercizio più difficile comincia adesso. Come evitare che quella che è stata molto impropriamente definita «coabitazione» fra il capo del governo di centrosinistra e il capo del, di gran lunga maggiore, partito della coalizione conduca a uno scontro probabilmente esiziale per entrambi e sicuramente mortale per tutta la coalizione?

Anzitutto, Prodi e Veltroni debbono immediatamente acquisire la consapevolezza che il governo deve durare con quel minimo di snellimento del suo ipertrofico e non più giustificabile organico ministeriale che gli consentirebbe di essere più agile nelle sue politiche poiché il suo crollo porterebbe ad elezioni anticipate che il Partito Democratico non soltanto non potrebbe vincere, ma che causerebbero un grave contraccolpo ad un soggetto nascente ancora gracile.

Secondo, rompendo con tutta la precedente tradizione democristiana che prevedeva che il segretario del partito fosse il più determinato degli sfidanti e il più probabile dei successori del «suo» capo del governo, Veltroni e Prodi dovrebbero subito addivenire ad una chiara divisione di compiti.

Anche se, forse, il lavoro organizzativo è quello che meno gli piace in assoluto, Veltroni dovrebbe in special modo dedicare quelle energie che gli rimangono dopo avere compiuto le sue irrinunciabili funzioni di sindaco di Roma, a irrobustire il partito, facendo flessibile leva sui segretari regionali.

Tre milioni e più di cittadini che hanno approvato il progetto di fusione dei Ds e della Margherita non fanno ancora un partito. Poiché, come ho ripetuto molte volte, peraltro, con esito sostanzialmente nullo, tutti i candidati hanno accuratamente evitato di parlare dell’organizzazione di partito che vorrebbero, questa è adesso la priorità. Forse Veltroni potrebbe ripartire dalle molto intelligenti indicazioni formulate da Marina Sereni (l’Unità, 12 ottobre) e declinarle concretamente. Forse sarebbe opportuno che in Assemblea Costituente si discutesse almeno nelle sue linee generali di eventuali modelli alternativi di partito. Forse sarebbe il caso che, per disinnescare alcune probabili tensioni, Prodi venisse immediatamente nominato Presidente del Partito e magari individuasse fra i suoi collaboratori qualcuno che sappia qualcosa di partiti e della loro organizzazione.

Terzo, anche se ho trovato eccessiva l’enfasi veltroniana su tematiche di programma che troppo spesso sembravano, e temo volessero essere, alternative rispetto a quelle presenti nel programmo ufficiale dell’Unione e alle politiche che il governo Prodi sta formulando e attuando, è indubbio che una sottile elaborazione programmatica deve caratterizzare anche il Partito democratico. Probabilmente, senza tornare a nessuno degli eccessi partitocratici italiani, Prodi dovrebbe previamente concordare con Veltroni le tematiche sulle quali il segretario del Partito Democratico è autorizzato a discutere con i segretari degli altri partiti.

Toccherà poi ad un gruppo ristretto di ministri valutare gli esiti delle nient’affatto riprovevoli consultazioni e contrattazioni svoltesi fra i segretari dei partiti. Naturalmente, queste consultazioni dovrebbero essere caratterizzate da una certa riservatezza affinché eventuali fallimenti non abbiano ripercussioni sul governo e gli eventuali, sperabilmente più numerosi, esiti positivi non appaiano esclusivamente opera dei segretari di partito.

Da ultimo, è inevitabile che qualche tensione fra il capo del governo e il capo del partito sia comunque destinata a emergere. Queste tensioni sono in re ipsai, vale a dire nella realtà delle cose che, a ragion veduta, avrebbero consigliato più prudenza e tempi più lunghi per la costruzione del Partito Democratico. È inevitabile che Veltroni appaia non soltanto come il prossimo sfidante del candidato della Casa delle Libertà (più passa il tempo meno è facile e chiaro individuare chi sarà). È ancora più inevitabile che Veltroni sia percepito come il successore designato di Prodi.

Allora, l’ultima regoletta ovvero l’ultimo consiglio pratico per evitare che le tensioni di questa inedita forma di coabitazione degenerino in scontri deleteri per entrambi è che nessuno dei due critichi l’altro in pubblico, ma, al tempo stesso, che nessuno dei due risparmi all’altro le necessarie critiche in privato.

Se vogliamo davvero diventare, come ha memorabilmente suggerito Massimo D’Alema, un paese «normale», è imperativo che, almeno fino a quando non sarà possibile avere la perfetta coincidenza fra la carica di segretario del partito maggiore del governo e la carica di capo del governo, in caso di dissenso sia quest’ultimo a prevalere. In questa difficile fase, bisogna che nell’azione di governo ubi Prodi Veltroni cessat. Cedendo il passo, Veltroni acquisirà il credito necessario a diventare a sua volta capo del governo e, allora, a fare appello e a esigere, credibilmente, la disciplina della coalizione.

Pubblicato il: 17.10.07
Modificato il: 17.10.07 alle ore 13.02   
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« Risposta #25 il: Ottobre 23, 2007, 11:41:42 »

Se la crisi galoppa

Gianfranco Pasquino


Le crisi serpeggianti e striscianti si possono subire nella speranza sia di fatti positivi sia di logoramento degli avversari oppure si possono affrontare nel tentativo di superarle creando situazioni nuove e migliori. La crisi del governo Prodi c’è. È in atto. In un certo senso, anche senza infierire guardando l’andamento della popolarità del capo del governo, la crisi c’è stata praticamente fin dall’inizio di questa esperienza di governo. Paradossalmente, la crisi non ha affatto impedito che su quasi tutti gli indicatori il governo sia riuscito a produrre miglioramenti e in quasi tutti i settori a fare delle riforme.

Tuttavia, le aspettative di una caduta si sono fatte sempre più numerose e non vengono contrastate efficacemente, nei fatti. Cosicché la crisi si intorbida, si avvelena e si incammina su una strada davvero rischiosa.

Da un lato, vero o no, ma sicuramente plausibile, Berlusconi conduce la sua campagna, non acquisti, ma di “ricollocazione politica” di alcuni senatori del centro-sinistra che manifestano il loro disagio dopo la nascita del Partito Democratico. Così operando, Berlusconi alimenta in maniera spregiudicata l’antipolitica, legittima ex-post il ribaltone che rovesciò il suo governo nel 1994 e, naturalmente, pone premesse alquanto fradice per nuove elezioni. Per di più ha fretta poiché il tempo che passa gli gioca contro: biologicamente, non essendo più lui, nonostante i ritocchi, un ragazzino; politicamente, se mai qualcuno nel centro-sinistra riuscisse ad andare a più o meno coraggiose alleanze di nuovo conio e se mai nel centro-destra venisse condotta fino in fondo la battaglia per il cambio (che a me pare improbabile) della leadership. Poco interessato, e commette un grave errore, alla funzionalità del sistema politico, Berlusconi chiede a gran voce nuove elezioni subito subito praticamente con lo stesso sistema elettorale che, pure non del tutto responsabile dell’esito sbilenco del 2006, è pessimo in sé, nelle sue clausole relative ai premi di maggioranza e nelle sue modalità di formazione delle liste di candidati.

Questo, ovvero la legge elettorale, è il terreno su cui il governo avrebbe dovuto operare con lungimiranza, costanza e, se necessario, in splendido isolamento. Invece, a sua volta, il governo ha lasciato degenerare la situazione con la conseguenza che, come ha autorevolmente, ma soprattutto correttamente, segnalato il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il crollo dell’attuale governo non condurrà a nuove elezioni, ma alla formazione di un esecutivo incaricato di formulare una legge elettorale decente. Il fuoco di sbarramento preventivo contro il sistema elettorale tedesco sembra, in caso di crisi del governo Prodi, destinato a fallire. Infatti, un governo tecnico non avrebbe nessuna possibilità di trovare una maggioranza parlamentare a sostegno del maggioritario a doppio turno francese, mentre da Rifondazione alla Lega, dall’Udeur a parte di Forza Italia e, forse, anche del Partito Democratico, vi sarebbe una grande convergenza sul sistema tedesco che è il vero, e unico, cavallo di battaglia dell’Udc di Casini e di Tabacci.

Credo di dovere sottolineare che, persa la battaglia sul doppio turno, sarà il caso di combattere sulla trincea tedesca della soglia del 5 per cento per l’accesso al Parlamento, nella consapevolezza che il sistema tedesco non tollera premi di maggioranza e non può implicare dichiarazioni coatte e preventive di alleanze di governo, tantomeno la loro costituzionalizzazione.

Il punto di approdo di tutto questo consegnerà, con molta probabilità, ma poca certezza preventiva, all’Udc, naturalmente se otterrà un adeguato seguito elettorale, una posizione doppiamente importante. Da un lato, Casini e Tabacci si troverebbero a fare da cerniera fra un centro-destra che li guarda con sospetto e un centro-sinistra nel quale la maggioranza vorrebbe cooptarli. Dall’altro, potrebbero volere porsi, questa volta con qualche fondamento, come luogo di riaggregazione, parlamentare, successiva al voto, della diaspora democristiana, parte della quale si trova anche dentro Forza Italia.

Sarebbe, però, tutto il sistema partitico a venirne ridisegnato. Sembra che Rifondazione Comunista continui a preferire contare i suoi voti e i seggi che conquisterà autonomamente con la proporzionale alla possibilità di fare parte della coalizione di governo, pagando il prezzo di un chiaro impegno programmatico. Dal canto suo, invece, Fini e la maggioranza di Alleanza Nazionale temono la possibilità di essere esclusi, in quanto non più necessari, da qualsiasi coalizione nella quale i centristi di vario colore potranno dettare le alleanze. Questo legittimo timore spiega il sostegno dato da Fini al referendum elettorale e la sua propensione ad appoggiare un sistema elettorale maggioritario.

Naturalmente, è del tutto legittimo che ciascuno dei protagonisti si comporti tenendo conto dei suoi interessi concreti che, qualche volta, riguardano la loro stessa sopravvivenza. Qui la presunta “ferocia” del bipolarismo non c’entra un brutto niente. È il particolarismo che produce la comparsa della crisi e fa sprofondare il sistema politico. Se il governo non prende atto esplicitamente della crisi e non accelera l’approvazione di una nuova legge elettorale oppure, non opta, come sarebbe più semplice, per il ritorno, con un paio di ritocchi, al Mattarellum, le probabilità che Napolitano debba convincere i parlamentari della bontà di un governo tecnico per la riforma elettorale crescono in maniera esponenziale. E, in assenza di iniziative trascinanti, non basterà nessuna affermazione entusiasta concernente la grande novità del Partito Democratico se i suoi dirigenti, dentro e fuori del Parlamento, non avranno saputo proporre una iniziativa concreta, fattibile in tempi brevi, che l’attuale governo conduca in porto, preparandosi anche a sovrintendere alle elezioni anticipate. Altrimenti, la crisi politica da serpeggiante rischia di diventare galoppante, a tutto vantaggio dei “signori della porcata”.

Pubblicato il: 23.10.07
Modificato il: 23.10.07 alle ore 8.37   
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« Risposta #26 il: Ottobre 29, 2007, 06:48:21 »

Boccata di ossigeno

Gianfranco Pasquino


Come spesso e fortunatamente succede, a fronte di un pericolo grave, qualcuno nel centro-sinistra opera attivamente per sventarlo. Non c'è nessun dubbio che le recentissime tristi votazioni in Senato abbiano ulteriormente allertato le componenti pensanti del centro-sinistra (che, evidentemente, faccio fatica a chiamare Unione...) sull'incombente minaccia di una crisi terminale della maggioranza. Si aggiunga che erano prevedibili alcune conseguenze della rapida costituzione del Pd e dell'incoronazione a larghissima maggioranza del suo segretario.

Per esempio, che avrebbero rappresentato di per sé, anche contro la volontà dei Costituenti e del loro capo, una sfida diretta al governo e al Presidente del Consiglio. Infine, la ripetuta rivendicazione fatta da Veltroni del Partito Democratico come organismo a vocazione maggioritaria (sulla quale ho già esercitato la mia ironia non riuscendo a capire quale partito desideri sminuirsi dichiarandosi "a vocazione minoritaria") è destinata a suscitare forti ostilità nel campo del centro-sinistra, fra i «cespugli» o poco più che non vogliono essere fagocitati. Difficile diventa chiedere loro unitarietà di comportamenti rivendicando al tempo stesso la volontà di correre e di vincere da soli le prossime consultazioni elettorali, sperabilmente da tenersi alla scadenza naturale.

Per il momento, è possibile e giusto sottolineare che Veltroni ha solennemente garantito l'appoggio del Partito Democratico al governo (ma poteva dire diversamente?) e che Prodi ha richiesto esplicitamente questo appoggio anche in qualità di Presidente del Pd. Quel che segue è tutto da costruire tenendo conto dei rapporti di forza, di coloro che non chiamerò nemici interni, ma concorrenti, delle critiche, friendly e no, che vengono dall'esterno. Purtroppo, al Senato la maggioranza è sempre appesa ad un filino di voti e, anche in questo caso, come ho spesso sottolineato, rischia di sfilacciarsi piuttosto verso il centro che verso la sinistra (definita antagonista mentre è consapevole di dovere operare come «collaborazionista», anche perseguendo i suoi particolaristici interessi). Stando così le disponibilità politiche, il rischio che corre il Partito Democratico consiste nello scivolare un po' troppo verso il centro aprendosi ad incursioni, almeno programmatiche, dai centristi di ogni appartenenza, a partire da quelle sulla necessaria futura legge elettorale. Il sistema elettorale tedesco ratificherebe la vittoria di queste forze, mentre una riforma complessiva, sistemica, di tipo tedesco, come quella prospettata da D'Alema, cancellierato più Senato simil-Bundesrat, avrebbe un segno leggermente, ma significativamente diverso.

Quanto ai concorrenti interni all'Unione, a prescindere, ma soltanto temporaneamente, dalle elaborazioni programmatiche, talvolta divergenti, formulate nel suo percorso dal candidato Veltroni, è inevitabile che, di volta in volta, in qualsiasi occasione il governo Prodi dovrà procedere a scelte, i mass media vorranno esplorare e sapere che cosa ne pensa il Pd (ovvero Veltroni, che non potrà affatto defilarsi). E, altrettanto naturalmente, per ritagliarsi uno spazio a scapito di Rifondazione Comunista senza peraltro allontanarsi troppo dal Pd e per riuscire a darsi un profilo convincente, invece di quello attuale, alquanto basso e opaco, anche la Sinistra Democratica dovrà entrare in questa pericolosa concorrenzialità all'interno dell'Unione. La sfida al governo viene anche da fuori del suo perimetro. Inevitabilmente, un governo che ha vinto per un pugno di voti non è in condizioni di vantarsi di avere un largo sostegno popolare e neppure fra molti gruppi che contano. Un governo che fa riforme sa, oppure dovrebbe avere imparato, che colpire interessi costituiti genera reazioni, ma anche che non fare riforme produce delusioni. Né il governatore della Banca d'Italia, il Mario Draghi che conosco abbastanza bene, né il Presidente della Confidustria, l'estroverso Luca Cordero di Montezemolo hanno aspirazioni politiche, nel senso di conquista di cariche di governo, ma, inevitabilmente, hanno concezioni e danno valutazioni politiche. Il governo Prodi sembra talvolta non avere spalle abbastanza larghe da accogliere quelle critiche. Toccherà probabilmente al Partito Democratico e a Veltroni ricevere e replicare in quanto rappresentativi dell'asse centrale della coalizione di governo.

In definitiva, almeno in linea teorica e temporaneamente, dopo la prima riunione dell'Assemblea Costituente del Partito Democratico, il governo dovrebbe avere ricevuto, senza trionfalismi, una boccata di indispensabile ossigeno. Il resto, a partire dalla strutturazione del partito a livello locale, dove si conquista, si allarga, si stabilizza il consenso politico, appare tutto da costruire, magari senza scorciatoie, senza centralismi e senza egoismi. Salvo qualche inconveniente, forse inevitabile, ovvero, strascico del passato e effetto di coazioni a ripetere, forse no, se si fosse abbandonata la tentazione di controllare l'avvenimento, è possibile che il Partito Democratico in progress riuscirà a garantire maggiore solidità al governo. Tuttavia, è augurabile che la prova del fuoco non sia troppo ravvicinata nel tempo.

Pubblicato il: 29.10.07
Modificato il: 29.10.07 alle ore 14.18   
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« Risposta #27 il: Novembre 05, 2007, 04:00:30 »

Società liquida partito solido

Gianfranco Pasquino


Le società occidentali contemporanee sarebbero diventate, sostengono alcuni sociologi, «liquide». Dunque, tentare di organizzarle, in maniera duratura, nell’ambito di strutture politiche permanenti, sarebbe buttare tempo, risorse, energie in una missione impossibile.

Quanto ai loro elettorati, sarebbero, con un’affermazione che contraddice le frequenti vittorie degli incumbents, ovvero di candidati, partiti, coalizioni, già in carica, diventati preda di volubilità e “volatilità”. Non li si potrebbe più conquistare durevolmente intorno alla visione complessiva di società che un partito riesce ad elaborare. Pertanto, bisognerebbe accontentarsi di offrire a questi esigenti e mutevoli elettorati un progetto destinato a durare lo spazio di un’elezione, al massimo di un mandato. Eppure, secondo un’altra corrente di studi, che mi pare alquanto più rigorosa, convincente e dotata di radici più profonde nel pensiero democratico, risalenti almeno fino a Tocqueville, una caratteristica cruciale delle società che hanno dato vita a regimi democratici consiste in special modo nella esistenza di una molteplicità di associazioni di lunga durata. Anzi, più numerose e compatte sono le associazioni più denso è il capitale sociale tanto migliore è la qualità della vita democratica. Fra le associazioni si collocano naturalmente anche i partiti politici che, in qualche caso, si collocano in posizione di preminenza. Se si ha addirittura una situazione di loro dominio il rischio è, però, di scivolare nella partitocrazia.

In occasione delle primarie del 16 ottobre 2005, per la scelta del candidato del centro sinistra alla carica di Presidente del Consiglio, troppi analisti e commentatori politici furono colti di sorpresa dall’altissimo numero di partecipanti. Con qualche ritardo si scoprì che esisteva una relazione piuttosto stretta fra la presenza dei partiti e la densità delle associazioni, da un lato, e la numerosità degli elettori, dall’altro. Una simile, ma forse anche meno giustificabile, sorpresa ha fatto la sua ricomparsa in occasione della recente elezione diretta del Segretario nazionale e dei segretari regionali del Partito Democratico. Anche in questo caso, i dati suggeriscono che la forza organizzata dei due partiti che si sono fusi e la densità del tessuto associativo che fa loro più o meno indirettamente riferimento sono positivamente responsabili dell’afflusso degli elettori. Dunque, la società italiana è molto meno liquida di quanto si pensi. Ciò rilevato, non bisogna dimenticare che esistono anche molti indicatori che suggeriscono l’esistenza di un problema italiano alquanto serio: quello della frammentazione sociale. Un partito a vocazione maggioritaria deve porsi il molto importante compito di come organizzare la società, al tempo stesso, riducendone la frammentazione.

Mi pare francamente sorprendente che si pensi ad un partito leggero, che interpreto come non interessato agli iscritti, tale forse per galleggiare sulla società liquida, che non abbia una ampia base territoriale e che non sia dotato di luoghi e sedi precise e certe che garantiscano partecipazione influente alla grande maggioranza di coloro che il 14 ottobre 2007 sono andati a votare e, se ricordo bene il regolamento, si sono “pre-iscritti” al Partito democratico. Vogliamo lasciarli “fluttuare”? Pensiamo che saranno soddisfatti dalla promessa di partecipazione alle primarie prossime venture per le cariche elettive, non soltanto di governo, ma anche di rappresentanza (ricordo che è l’esistenza dei collegi uninominali che può migliorare la qualità del ceto politico e favorire partecipazione prolungata e incisiva) e anche per le cariche nelle, certamente divenute molto meno importanti, strutture di un partito leggerino (ma dotato, sarà opportuno ricordarlo, di un leader a possente legittimazione popolare)? Crediamo che i “pre-iscritti” al Partito democratico accetteranno allegramente di essere in qualche modo “ghettizzati” in forum tematici dove, inevitabilmente, avranno la parola gli esperti e gli operatori, ma di politica si finirà per discutere poco e, se non su quella specifica tematica, si finirà anche per contare poco? Credo, invece, che tenendo conto delle molte esperienze europee, nelle quali i partiti, non soltanto quelli di sinistra, fanno tesoro di un preciso radicamento sul territorio e offrono rappresentanza a quanto esiste di rilevante su quel territorio, non si possa e non si debba fare a meno delle iscrizioni. Non parliamo di tessere e di eventuali (possessori di) pacchetti di quelle tessere, ma teniamo nella massima considerazione le donne e gli uomini che vorranno iscriversi perché desiderano partecipare, non soltanto alla scelta dei dirigenti, ma alla elaborazione della linea politica del partito, alla sua pubblicizzazione, alla sua attuazione concreta, a partire dal basso.

Non tanto incidentalmente, è proprio in questo modo, con il radicamento sul territorio, che un partito a vocazione maggioritaria definisce e trova la sua base sociale, le dà organizzazione e coerenza e da quella base ottiene stimoli, suggerimenti e sostegno continuativo. Allora, se si vuole sfuggire alla malposta alternativa fra un partito leggero e un partito solido, che i critici, ovvero coloro che preferiscono un partito del leader, sminuiscono come “pesante”, non elaboriamo proposte fumose. La risposta a quei tre milioni e più di cittadine e cittadini che si sono recati a votare per il segretario nazionale e per i segretari regionali del Partito Democratico consiste nella creazione di sedi e luoghi di partecipazione continuativa e incisiva alla vita di un’organizzazione radicata sul territorio, basata su iscrizioni formali e sulla circolazione delle cariche direttive, aperta a tutti coloro che si identifichino come elettori potenziali del partito (in altri tempi li avrei definiti “simpatizzanti”), disposta in maniera tale da garantire il massimo di democrazia decisionale. Gli iscritti, in special modo se partecipanti, debbono potere effettivamente contare, tutte le volte che lo vorranno.

Pubblicato il: 05.11.07
Modificato il: 05.11.07 alle ore 8.41   
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« Risposta #28 il: Novembre 13, 2007, 09:23:55 »

Tedesco, o tutto o niente

Gianfranco Pasquino


È giusto e, talvolta, persino salutare che i dirigenti di partito pongano gli obiettivi da conseguire e che gli esperti elaborino le alternative praticabili, al plurale. Infatti, nessun problema politico-istituzionale ha mai una unica soluzione, tanto meno una soluzione perfetta. Dovremmo avere tutti imparato che ciascun sistema elettorale è inserito in un contesto istituzionale e partitico più ampio che retroagisce sul sistema elettorale stesso e che, pertanto, è assolutamente indispensabile tenere conto di queste retroazioni. In secondo luogo, dovremmo sapere che in nessuna, ma propria nessuna, forma parlamentare di governo, sono gli elettori a scegliere il governo. Anzi, il pregio delle forme parlamentari di governo è la loro flessibilità tanto nella formazione delle coalizioni quanto nella scelta e nella sostituzione del capo del governo.

Nessun parlamento deve essere sciolto anticipatamente se è in grado di cambiare la maggioranza di governo e il suo capo in maniera operativa.

Questi cambiamenti potranno anche essere considerati limiti negativi del parlamentarismo, che alcuni vorrebbero “razionalizzare”, ma gli studiosi sono unanimi, invece, nel considerarli elementi positivi. Anzi, i due sistemi politici dai quali gli attuali riformatori elettorali vorrebbero estrarre un improbabile e, a mio modo di vedere, sciagurato ibrido, ovvero quello tedesco e quello spagnolo, hanno nient’affatto casualmente adottato meccanismi di sfiducia costruttiva che consentono a determinate condizioni proprio il cambiamento delle coalizioni di governo e la sostituzione del capo del governo.

Da questo punto di vista, che è quello corretto, è un peccato che Massimo D’Alema non abbia insistito nel suggerire l’adozione integrale del modello istituzionale tedesco: sistema elettorale proporzionale con clausola di sbarramento al 5 per cento, voto di sfiducia costruttivo e Bundesrat (ovvero una seconda Camera composta da un numero ristretto di rappresentanti delle Regioni).

Certo, non sappiamo i dettagli della concreta proposta che, esautorando così in maniera plateale il ministro dei Rapporti con il Parlamento e delle Riforme Istituzionale, Veltroni farà aIle altre forze politiche. Sappiamo, però, quanto è sufficiente per sostenere che, comunque, i sistemi elettorali proporzionali si “sposano” con la competizione bipolare esclusivamente quando i partiti intendono dare vita ad una competizione di questa natura. Abbiamo capito che i partiti italiani non gradiscono il bipolarismo che loro stessi hanno sgangheratamente costruito con sistemi elettorali, Mattarellum e Porcellum, variamente inadeguati e da alcuni studiosi, a cominciare da Sartori e, non da ultimo, anche da me, preventivamente criticati. È ragionevole che i partiti vogliano contare con precisione il loro seguito elettorale, proprio come un buon sistema elettorale proporzionale consentirebbe loro di fare. Deve, però, essere chiaro come il cristallo che la formazione, la stabilità, la durata, l’efficacia di un governo e la sua eventuale sostituzione non possono in alcun modo essere conseguite da nessun sistema elettorale proporzionale (anzi, da nessun sistema elettorale in assoluto). Debbono, invece, essere perseguite con altri, possibili e nient’affatto deprecabili, strumenti istituzionali e attraverso adeguate e coerenti strategie di alleanze partitiche. Con il sistema elettorale tedesco, che, grazie alla strutturazione dei partiti, ha garantito stabilità, alternanza e competizione bipolare, ma anche la possibilità, come dal 2005 ad oggi e, dal 1966 al 1969, di Grandi Coalizioni), si ottengono buoni risultati, tutti o quasi non immediatamente acquisibili dal sistema partitico italiano come è attualmente congegnato. Con il sistema elettorale spagnolo, che, incidentalmente, ha effetti restrittivi sul numero dei partiti anche perché i deputati da eleggere sono 350 (trecentocinquanta), si rende difficile la sopravvivenza dei partiti piccoli, ma non di quelli geograficamente concentrati. Non a caso sia Aznar (Partito Popolare) che Zapatero (Partito Socialista) si sono appoggiati su un partito regionalista catalano, pagandone ovviamente un prezzo programmatico (che l’Italia inevitabilmente pagherebbe alla Lega, e non solo). Dunque, il sistema partitico spagnolo non è, tecnicamente e nel suo funzionamento, un sistema perfettamente bipartitico.

Da un ibrido ispano-tedesco è impossibile dire che cosa verrà fuori. Meglio non sperimentare. Se davvero bisogna tenere conto delle preferenze sia dell’Udc sia di Rifondazione Comunista, mentre qualcuno maliziosamente sostiene che in questo modo potrebbe venire resuscitata la pratica dei due forni, allora si scelga non soltanto il sistema elettorale tedesco, nella sua integrità, ma l’intero modello istituzionale della Germania. Quanto al mantenimento, ovvero al conseguimento di un effettivo ed efficace bipolarismo, non lo si cerchi in sistemi che non possono garantirlo e non se ne faccia un feticcio. Piuttosto lo si lasci alle capacità dei dirigenti di partito, alle loro promesse e alle loro responsabilità che gli elettori sapranno poi premiare o punire. Quanto a quelli come me che preferiscono, come si dice pour cause, ovvero con molte buone ragioni, il sistema elettorale francese e il modello istituzionale della Quinta Repubblica, sapremo valutare e apprezzare non un qualsivoglia pasticcio giustificato da flessibili e disponibili consiglieri di turno, ma una chiara scelta formulata e difesa dal dirigente politico che la ritiene migliore. Il resto verrà affidato, come direbbe Machiavelli, alla «realtà effettuale».

Pubblicato il: 12.11.07
Modificato il: 12.11.07 alle ore 9.23   
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« Risposta #29 il: Novembre 18, 2007, 06:22:06 »

La strana crisi di Dini

Gianfranco Pasquino


La maggioranza ottiene l’approvazione della importante legge Finanziaria, ma Dini e altri quattro senatori annunciano che è necessario un nuovo quadro politico. Potranno logicamente ottenerlo soltanto quando il governo uscirà battuto, anche grazie al loro voto contrario su qualche tematica di grande rilievo programmatico e politico, come, ad esempio, l’approvazione del protocollo sul welfare. Giunto al punto più alto del suo successo, il governo Prodi appare diventato, in un certo senso, un governo a termine.

Certo, chi esplori la lunga e spesso deprimente storia della dinamica dei governi italiani, delle loro difficoltà e delle loro crisi, potrebbe sostenere che la dichiarazione di voto di Dini differisce poco da quanto nel maggio 1989 pronunciò, con molta arroganza, il vice-segretario del Partito Socialista Claudio Martelli a proposito del governo guidato da Ciriaco De Mita: «quando il tram arriva al capolinea scendono tutti, proprio tutti, anche il conducente». Allora lo scenario politico-istituzionale consentì - per quanto non facilmente, infatti, la crisi fu molto lunga e tormentata - la ricostituzione di un governo di pentapartito guidato da Andreotti, con composizione poco mutata. Per un insieme di ragioni politiche e istituzionali, le opzioni perseguibili nell’attuale situazione italiana appaiono almeno parzialmente diverse e diversificate.

Lo scenario aperto dalla dichiarazione di fuoruscita dall’Unione di cinque senatori potrebbe consentire, al momento opportuno, a Casini, probabilmente in accordo con Fini, e a Berlusconi, appena si sarà ripreso dal clamoroso fallimento della sua “spallata”, di andare dal Presidente della Repubblica a chiedere, presumibilmente con modalità e con toni differenti, le dimissioni del governo. Poiché siamo oramai lontani dalla fase della Repubblica che ho evocato all’inizio, al momento, tuttavia, la decisione di pilotare la crisi o di effettuare un rimpasto sta tutta nelle mani del nient’affatto sfiduciato Presidente del Consiglio Romano Prodi. Dal canto suo, il Presidente della Repubblica non potrà che rispondere a chi lo interrogasse in materia che, in assenza di una esplicita e limpida sconfitta del governo, eventualmente tradottasi in un voto su una mozione di sfiducia, il governo Prodi rimane legittimamente in carica. Anzi, la sua operatività e quella della sua maggioranza appaiono comprovate dall’approvazione della Finanziaria. D’altronde, il Presidente Napolitano farà anche rilevare che per qualsiasi eventuale scioglimento anticipato del Parlamento manca la condizione essenziale da lui molto precisamente posta in occasione della crisetta del febbraio 2007, ovvero la formulazione e l’approvazione di una legge elettorale decente senza la quale sarebbe un errore politico e una imprudenza istituzionale tornare alle urne. Manca anche la limpida constatazione, che può venire soltanto da una sconfitta del governo, dell’inesistenza di una maggioranza operativa. Peraltro, neppure le dimissioni del governo Prodi implicherebbero lo scioglimento anticipato immediato del Parlamento.

Altri esiti sono possibili proprio perché, mi pare opportuno ricordarlo a quanti continuano a ritenere, sbagliando, che nelle democrazie parlamentari si ha l’elezione popolare diretta del governo e che, dunque, qualsiasi sostituzione del governo e del suo capo costituisce una violazione, un tradimento del rapporto instaurato con gli elettori, i governi italiani si fondano sulla fiducia del Parlamento e possono essere cambiati in e dal parlamento. Potrebbe, infatti, aversi un rimpasto del governo Prodi che risponderebbe alle richieste avanzate da più parti di uno snellimento della compagine governativa. Potrebbe anche esserci un allargamento della maggioranza, in contrasto, però, salvo cambiamenti di opinione, con le posizioni finora dichiarate dall’Udc e da Casini poiché la loro pregiudiziale massima consiste nella caduta di Prodi e quella minima nella legge elettorale proporzionale alla tedesca. Potrebbe, infine, anche nascere un governo nuovo, sull’asse portante dell’Unione, con un nuovo Primo ministro. Quest’ultima soluzione appare non impossibile, ma molto complicata alla luce del fatto che il capo del partito più grande, ovvero Walter Veltroni, non è al momento parlamentare. Peraltro, né Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 né Lamberto Dini nel 1994 erano parlamentari quando salirono a Palazzo Chigi. Semmai, il problema di Veltroni consiste nella presumibile incompatibilità, se non istituzionale, certo funzionale e anche etica, fra la carica di sindaco di Roma e quella di Presidente del Consiglio.

In definitiva, la situazione politica e istituzionale è tornata ad essere tremendamente imbrogliata. Nessuna pasticciata riforma elettorale potrà mai porre termine ai pasticci politici che derivano dalla protezione e dalla promozione di interessi personali o personalistici. Tempo fa avrei concluso con l’invito a porre mano alle riforme costituzionali. Oggi persino quella strada, percorsa con troppi opportunismi, mi pare fuorviante. Sembra venuta l’ora di un vero e proprio cambio di regime che esige una leadership politica all’altezza della sfida.

Pubblicato il: 18.11.07
Modificato il: 18.11.07 alle ore 15.22   
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