LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: FEDERICO GEREMICCA -  (Letto 49721 volte)
Arlecchino
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« Risposta #285 il: Ottobre 28, 2017, 05:57:33 »

Dritti contro il muro

Pubblicato il 27/10/2017

FEDERICO GEREMICCA

Se si fosse trattato di una sfida a scacchi - e se fosse possibile una semplificazione - la si potrebbe perfino mettere così: la giornata di ieri - tesa e nervosa quanto mai - si è conclusa con una vittoria per parte. Prima partita - quella su una legge elettorale approvata a colpi di voti di fiducia - a Matteo Renzi; la seconda - sulla conferma di Ignazio Visco, apertamente osteggiata dal leader Pd - a Paolo Gentiloni.
 
Ma non si è trattato, appunto, di una partita a scacchi: e il braccio di ferro tra il segretario e il premier ha lasciato sul terreno i cocci di regole non scritte e galatei istituzionali antichi e classici della nostra democrazia. In quest’epoca incerta, fatta di furbizie e scorciatoie, altri due muri - insomma - sono fragorosamente caduti. Il primo: la prassi che vuole che le leggi elettorali - le cosiddette regole del gioco - non diventino materia di governo, venendo per di più varate a colpi di voti di fiducia. Il secondo: l’autonomia di Bankitalia, i cui assetti - a partire dalla nomina del Governatore - non possono esser decisi (o osteggiati) da questo o da quel segretario di partito. Non proprio dettagli. E se a tutto questo aggiungiamo il fragoroso addio al Pd annunciato dal presidente Grasso, il livello raggiunto dalle tensioni politiche in atto diventa ancor più chiaro.
 
Che il crollo dei muri di cui dicevamo sia cosa giusta e utile per il Paese, è tutto da dimostrare: e vedremo se il tempo lo dimostrerà. Per ora si può annotare che molte delle tensioni vissute nelle ultime settimane erano senz’altro evitabili: e che sulla legge elettorale in particolare - al di là del ricorso alla fiducia - nessuna delle forze in campo è scevra da responsabilità, compreso il Movimento di Beppe Grillo, sospettato di aver mandato per aria (nel giugno scorso) un buon accordo su una legge elettorale che ricalcava il modello tedesco.
 
Molti, mettendo tra parentesi il varo non ancora avvenuto di una manovra economica dalla quale dipende parte del futuro del Paese, valutano l’attuale legislatura conclusa - di fatto - con l’approvazione del cosiddetto Rosatellum. Da un punto di vista fattuale non è così, anche se è vero che da stamane l’attenzione dei partiti sarà inevitabilmente ancor più rivolta all’ormai vicino scontro elettorale. Ma prendendo per buona quella valutazione, una considerazione allora appare inevitabile: cominciata male - con la mancata elezione di un nuovo Presidente della Repubblica e il succedersi di tre diversi governi - questa legislatura si va concludendo ancor peggio. 
 
Le ultime settimane, per stare solo alla cronaca recente, sono - in fondo - un po’ la cartina di tornasole di questa evidente parabola. E del resto, era difficilmente ipotizzabile che due passaggi così delicati - intendiamo le regole con le quali andare al voto e la nomina del Governatore di Bankitalia (dopo tanti scandali bancari) - potessero esser compiuti in maniera lineare e trasparente nel fuoco di una rissa politica che non si è mai interrotta dal giorno dell’insediamento del Parlamento a oggi.
 
Nulla, insomma, che non fosse prevedibile: mentre un po’ sorprendente - questo sì - è stato il cambio di passo di Matteo Renzi nei confronti del governo di Paolo Gentiloni. Vedremo nelle prossime settimane l’evoluzione di un rapporto nato, inevitabilmente, con luci e ombre. Ma già oggi, invece, è legittimo porsi degli interrogativi circa i sempre più frequenti smarcamenti del segretario pd da un Presidente del Consiglio non solo amico, ma da lui stesso indicato.
 
La pressione affinché fosse posta la fiducia sulla legge elettorale, l’attacco a Visco per cercare di bloccarne la conferma, la richiesta che l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita sia rinviato a dopo il voto e l’idea che anche lo Ius soli possa esser approvato grazie a voti di fiducia (scontando la rottura con l’Ncd di Alfano) sono chiari segnali di un cambio di rotta.
 
L’interrogativo è dunque scontato: qual è la nuova direzione? Alla luce delle ultime mosse di Matteo Renzi - e se fosse accettabile un’azzardata semplificazione - verrebbe quasi da dire che il leader Pd si stia preparando ad una campagna elettorale contro il governo da lui stesso sostenuto: qualcosa che più che il trito slogan del «partito di lotta e di governo», ricorda le famose «mani libere» spesso invocate (da Bettino Craxi in particolare) al tempo della Prima Repubblica.
 
Naturalmente, non può essere così. Ma tra lo stare appiattiti sui risultati del governo oppure l’attaccarlo frontalmente («Con Gentiloni abbiamo idee diametralmente opposte su Bankitalia»...) molte altre posizioni sono possibili. Per esempio quella - e se non concordata almeno annunciata - di una reciproca autonomia. Con i tempi che corrono e con il modo che ha di intendere la battaglia politica, è difficile immaginare Renzi in campagna elettorale sdraiato sui risultati ottenuti dai governi pd in questa legislatura. È forse così? Ritorna il vecchio «marciare divisi per colpire uniti?». Lo si vedrà. Quel che importa, al momento, è che il cambio di passo e la nuova possibile strategia non aggiungano altre macerie ai cocci lasciati da una partita a scacchi ancora tutta da decifrare.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/27/cultura/opinioni/editoriali/dritti-contro-il-muro-t6r3UAEnKi9bPC732gnp9N/pagina.html
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« Risposta #286 il: Dicembre 06, 2017, 09:04:16 »

La sinistra si allontana dal governo
ANSA
Pubblicato il 04/12/2017

FEDERICO GEREMICCA

Una nascita e il primo anniversario di un mesto funerale. La nascita, come narrano le cronache, è quella di «Liberi e uguali», contestato tentativo di rimettere insieme i cocci di parte della sinistra italiana; il funerale - di cui oggi si ricorda il primo anno - è quello di un progetto politico e di governo sepolto da 19 milioni di no giusto il 4 dicembre 2016, dodici mesi fa. E non è solo la quasi coincidenza di date delle due ricorrenze a suggerirne una lettura comune, visto che tra i due eventi c’e un evidente e non negato rapporto di causa ed effetto. 
 
Infatti, immaginato per ridisegnare la geografia istituzionale del Paese, il referendum costituzionale che tanto fortemente volle Matteo Renzi ha finito per trasformare - al contrario - la «mappa politica» del Paese, con un’onda d’urto che non si è limitata a terremotare il campo della sinistra. Quel voto, infatti, rianimò un Berlusconi che era da mesi ai margini del campo di gioco permettendogli di tornare a vincere.
 
Fornì al Movimento Cinque Stelle il propellente ancora mancante per entrare in orbita e poi - certo - costituì la scintilla dalla quale divampò la scissione del Partito democratico. Tanto che Roberto Speranza, uno dei giovani co-fondatori della nuova lista, ieri ha voluto orgogliosamente ricordare che «noi siamo quelli del 4 dicembre». Ed è vero che le radici di «Liberi e uguali» son piantate lì, nel terreno dello scontro più aspro combattuto contro Matteo Renzi da quella che allora era la minoranza interna al Pd. Non per caso, i temi e soprattutto i volti di quella battaglia di opposizione, ieri affollavano le prime file dell’assemblea costitutiva: da Bersani a D’Alema, da Speranza a Gotor, fino all’uomo scelto come leader, quel Pietro Grasso che - da presidente del Senato - non nascose la sua contrarietà al progetto referendario.
 
Se queste sono le origini e le premesse politiche, è fin troppo facile prevedere - al di là delle obbligatorie dichiarazioni di maniera - che le rotte di Pd e di «Liberi e uguali» non potranno che essere rotte di collisione: un’altra battaglia, insomma, della Grande Guerra per la liberazione da Matteo Renzi. Se così sarà - e visti i meccanismi previsti dalla nuova legge elettorale - il centrosinistra può già considerare persa la partita per il governo del Paese. Certo, poi resta la tradizionale e fratricida «sfida a sinistra» per capire se la nuova lista otterrà un risultato a due cifre oppure no, o se il Pd sarà sopra o sotto i risultati delle elezioni «non vinte» da Bersani nel 2013: ma se questa è la posta in palio - quasi un regolamento di conti tra «nuovi» ed ex - pare difficile che possa conquistare l’attenzione di una fascia molto ampia di italiani.
 
Del resto, nel suo primo discorso da leader incoronato, Pietro Grasso non ha fatto granché per cancellare questa impressione. Eletto presidente del Senato grazie ai voti determinanti del Pd - ed avendo deciso di mantenere comunque la sua carica - è proprio al Partito democratico che ha rivolto le contestazioni più dure. Un modo, forse, per confermare la rotta tracciata da Bersani e D’Alema, spazzando via dal campo ogni ipotesi di non belligeranza: ma si tratta comunque di una scelta non irrilevante ai fini della qualità dei rapporti tra la «sua» lista ed il Pd e dello stesso risultato elettorale.
 
Una nascita, quella dei «Liberi e uguali», determinata dunque da un funerale. Anche sulle esequie del progetto di riforma costituzionale si potrebbe forse annotare qualcosa: gli errori di Renzi successivi alla sconfitta, certo, ma anche il fatto che le «terre promesse» in caso di vittoria dei no sono rimaste miraggi assai lontani. Non c’è una legge elettorale migliore della precedente, non c’è un governo più forte e «legittimato» di quello che fu costretto alle dimissioni ed il bicameralismo è sempre lì, a produrre bizantinismi e tempi doppi, dei quali stanno facendo le spese - in questi giorni - provvedimenti come lo Ius soli e il fine vita.
Ma le orazioni funebri sono state già recitate a centinaia. E discorsi su quel che poteva essere e non è stato sarebbero fuori luogo nel giorno in cui si festeggiano una nascita ed un battesimo: i «Liberi e uguali» sono infatti in campo. Ora se ne attendono i primi passi: ma che si applauda più a destra che nel centrosinistra, sembra un viatico nient’affatto beneaugurante.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/04/cultura/opinioni/editoriali/la-sinistra-si-allontana-dal-governo-Onf7tDAMn8jW3fD6OEh8TJ/pagina.html
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« Risposta #287 il: Dicembre 27, 2017, 10:19:07 »

Un anno di governo Gentiloni, le pagelle al premier e ai suoi ministri

Pubblicato il 27/12/2017

PALAZZO CHIGI - Un anno senza incidenti rilancia l’ipotesi del “bis” 

Di Federico Geremicca 

 Quando il 12 dicembre di un anno fa - un lunedì freddissimo e un po’ mesto - Paolo Gentiloni lasciò il Quirinale per cominciare la sua inattesa avventura da premier, le previsioni erano concordi: con un miracolo riuscirà forse a superare Pasqua, ma di sicuro all’estate non ci arriva. Oggi, dopo il secondo Natale da premier, la profezia è opposta: sì, a marzo si vota, ma vedrete che a Pasqua a Palazzo Chigi ci sarà ancora lui. Cos’è accaduto in 12 mesi? Che Gentiloni ha fatto la sua parte senza infamie e incidenti, mentre intorno a lui - tra rinascite imprevedibili, cadute disastrose e leggi elettorali suicide - la politica si è incartata, preannunciando un dopo-voto all’insegna dell’incertezza e dell’ingovernabilità. E quanto più quell’incertezza sembra consolidarsi, tanto più risulta rassicurante sapere che - alla peggio - a Palazzo Chigi ci resterebbe ancora un po’ proprio lui. Il bilancio col quale Gentiloni chiude il suo anno di governo non è malvagio: ha detto i no che doveva dire e ha centellinato i sì. Non è considerato un usurpatore, nessuno scandalo lo ha sfiorato e se dopo il voto ci sarà da tener la barra dritta mentre i partiti decidono cosa fare, l’uomo giusto sembra essere lui. Gentiloni dopo Gentiloni, insomma. Con buona pace delle «riserve della Repubblica», dei «garanti» e dei «tecnici» in attesa di prenderne il posto almeno per un po’.

INTERNO - Migrazioni e dossier Libia, successi nelle sfide chiave 
Di Stefano Stefanini 

Gentiloni ha messo Marco Minniti al timone nella navigazione fra Scilla dell’immigrazione e Cariddi della Libia. Il ministro dell’Interno non si è fatto incantare dalle sirene della rassegnazione nazionale o delle recriminazioni europee. Oggi l’Italia è fuori zona naufragio. Minniti non poteva cambiare né la geografia del Mediterraneo né la demografia africana. Libia e immigrazione saranno sul tavolo di più di un ministro dell’Interno. Minniti ha però dimostrato che si possono gestire. Lascia una situazione migliore di quella che aveva trovato. Non succedeva dagli Anni 90. Il Minniti strategico ha affrontato il fenomeno migratorio alla fonte, coinvolgendo gli Stati subsahariani. Ha prospettato corridoi umanitari che trasformerebbero l’attuale traffico di esseri umani in una selezione disciplinata e legale. Questo nel medio-lungo periodo. Occorrevano soluzioni immediate: il Minniti pragmatico ha individuato filtri funzionanti da subito, ha appoggiato la stabilizzazione libica, ha facilitato il dialogo Tripoli-Tobruk e puntato sulle tribù libiche che controllano il territorio. A casa nostra, la legge Orlando-Minniti è un passo avanti nel distinguere fra richiedenti asilo e migranti economici e nell’organizzazione dei centri di accoglienza. Il ministro dell’Interno può vantare la tenuta dell’ordine pubblico e dei servizi nel contrasto al terrorismo. 

ECONOMIA - I mercati sono rassicurati ma il cammino resta stretto 
Di Stefano Lepri 
Difficilmente l’Italia avrebbe potuto ottenere di più: in ogni anno della legislatura, manovre di bilancio espansive senza preoccupare i mercati finanziari e senza incorrere in sanzioni europee. Grazie anche al prestigio internazionale conquistato negli anni all’Ocse, Pier Carlo Padoan è riuscito a muoversi su un «sentiero stretto» (espressione da lui spesso ripetuta) tra le opposte esigenze di sostenere l’economia e di frenare il debito pubblico, ovvero di conciliare le intemperanze della politica italiana con la disciplina dell’area euro. Il rovescio della medaglia è un respiro corto delle misure di entrata e spesa, con troppe voci non permanenti, che si percepirà al momento di impostare la manovra 2019. Sul fisco si sono fatti progressi senza suscitare proteste di parte. Contro l’evasione, si è impostato il passaggio dagli «studi di settore» ai più raffinati «indici sintetici di affidabilità», e alla fatturazione elettronica tra privati nel 2019. Pesa tuttavia il passo falso finale del rinvio di un anno dell’«Iri». Questa opzione per tassare ad aliquota fissa le imprese personali avrebbe svuotato la proposta di «flat tax» agitata (con vari gradi di convinzione) dal centro-destra.

CULTURA - Più visitatori nei musei ma serve una riforma vera 
Di Massimiliano Panarari 
Ce lo ripetiamo sempre: l’Italia è una superpotenza culturale. Poi, però, c’è chi dice che con la cultura non si mangia, e chi la vede come un vessillo ideologico da brandire contro gli «impuri» fautori del profitto. Il governo Gentiloni e il Mibact di Dario Franceschini si sono così dovuti muovere tra Scilla e Cariddi. Apprezzabile l’attivismo che ha portato a centrare risultati significativi, tra maggiori investimenti pubblici e un’incentivazione del mecenatismo (con la stabilizzazione dell’Art bonus). Fra le misure di successo la nuova legge sul cinema, i «caschi blu della cultura» con l’Unesco e il rilancio di Pompei; e di rilievo è stato l’incremento dei visitatori di musei e siti. Bene il bonus per i 18enni, rimane molto da fare per potenziare il turismo culturale internazionale. Non ha ottenuto gli esiti auspicabili, con alcuni incidenti di percorso, la riforma organizzativa che ha istituito i musei autonomi e si poneva il fine di superare l’antitesi tra tutela e valorizzazione. E continua a difettare la logica di sistema per sposare il sostegno ai consumi culturali con la cultura come bene immateriale di coesione civile. 

SALUTE - Troppi tagli nella Sanità, sul fine vita l’unica svolta 
Di Linda Laura Sabbadini 
La spesa sanitaria si è ridotta di più del totale di quella pubblica primaria. Anche sul fronte del personale, scarsi gli investimenti. La legge sul fine vita è un grande avanzamento. Si supera l’approccio del medico padrone del corpo del paziente, si dà valore alla volontà del malato anche nel rifiuto informato delle cure. Un passo in avanti a metà sui livelli essenziali di assistenza, fermi dal 2001, con l’aggiornamento delle prestazioni a cui i cittadini hanno diritto, e le condizioni per fruirne, l’estensione delle malattie rare, di quelle croniche, delle protesi. Peccato che il tutto si sia fermato nella definizione dei nuovi tariffari presso il ministero dell’Economia. Importante anche la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari a salvaguardia della dignità e del diritto per le persone prosciolte a un percorso diagnostico-terapeutico. Negativo il precedente che si è creato nel 2015 e 2016 per il trattamento dell’epatite C con farmaci costosissimi da cui venivano esclusi pazienti bisognosi sulla base di un «algoritmo» definito dall’Aifa, superato nel 2017. Un flop anche la campagna di sensibilizzazione sul Fertility day. 

ISTRUZIONE - Il flop della Buona Scuola: ancora precari e scontenti 
Di Andrea Gavosto 
Un’occasione perduta e un autogol politico: così si riassume il bilancio della legislatura per la scuola, che ha ruotato tutto intorno alla riforma della Buona Scuola di Renzi. Di una politica per l’università, invece, si sono perse le tracce. Ambiziosa e di ampio respiro a parole, la Buona scuola si è rivelata sin dall’origine inefficace e miope. Perché ha giocato come unica carta l’assunzione di decine di migliaia di docenti, per risolvere la patologia dei precari e i ritardi nella qualità degli apprendimenti degli studenti. Non capendo (o non volendo capire) che questi ultimi non si superano mettendo insegnanti in cattedra in modo indiscriminato, ma migliorandone il profilo professionale e rispondendo agli effettivi bisogni delle scuole. Alla fine tutti scontenti. Le famiglie, che non vedono rinnovare la didattica. I presidi, che oggi hanno più oneri, ma non più poteri. Paradossalmente, anche i docenti, il cui ruolo non è stato riqualificato. Per cui, a fronte di tre miliardi annui di maggior spesa, il governo ha perso molto consenso nel mondo della scuola. Il Termidoro di Gentiloni è servito a riportare la situazione della scuola alla precaria normalità di sempre: anche se i problemi sono rinviati alla prossima legislatura.

LAVORO - Sui nuovi contratti un’occasione persa 
Di Alberto Mingardi 

Con il rinnovo del contratto degli statali, il governo Gentiloni ha concesso loro un aumento dopo dieci anni. In cambio, non ha ottenuto praticamente nulla. È un po’ quel che è accaduto con la Buona scuola. A fronte di una grande operazione di stabilizzazione di supplenti, era prevista la permanenza per almeno tre anni nella sede in cui si era vinto il concorso. La sicurezza del «posto» doveva andare di pari passo con un bisogno effettivo. La cosa è passata in cavalleria. Quando la spesa pubblica pesa metà del Pil, le politiche del pubblico impiego sono le politiche del lavoro per antonomasia. Per l’altra metà del Pil, sembra che l’obiettivo sia stato scoraggiare le forme contrattuali che hanno successo. Pensiamo ai voucher: per evitare un referendum sul Jobs Act, ne è stato limitato il campo d’applicazione. Si è parlato di ridurre la durata massima dei contratti a tempo determinato da tre a due anni. Il guaio è che impedire i contratti di lavoro che non ci piacciono non basta a produrne del genere che invece ci aggradano. Limitare gli accordi possibili fra lavoratore e impresa difficilmente crea opportunità per chi un impiego lo cerca. Dal pragmatico ministro Poletti ci si aspettava qualche discorso più chiaro, anche ai partiti della sua coalizione.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/27/italia/politica/un-anno-di-governo-gentiloni-le-pagelle-al-premier-e-ai-suoi-ministri-do2ClvfsaeNHE8a1G1gfVL/pagina.html
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« Risposta #288 il: Gennaio 12, 2018, 12:37:11 »

Matteo e l’opzione Gentiloni

Pubblicato il 10/01/2018

FEDERICO GEREMICCA

Ora che le tessere del puzzle elettorale sono tutte sul tavolo (intendiamo liste, simboli, coalizioni e perfino candidati premier) sono forse possibili un paio di annotazioni che - intimamente connesse tra loro - tratteggiano bene il bivio di fronte al quale si trova Matteo Renzi nella sua veste di segretario del Partito democratico.

Il primo punto fa da premessa, e coglie l’ennesimo aspetto paradossale del sistema politico italiano: dopo aver approvato appena un paio di mesi fa una legge elettorale di segno proporzionale - che dunque non prevede premi di governabilità e indicazione del futuro presidente del Consiglio - anche gli stessi partiti che l’hanno votata hanno ora spensieratamente avviato la loro campagna elettorale nel segno dei candidati-premier. Lo fa la Lega, lo fanno i Cinque Stelle, lo fa il movimento di Pietro Grasso, e lo fa - ingannevolmente - perfino Forza Italia, indicando come presidente Berlusconi, che non può (per sentenza passata in giudicato) nemmeno esser candidato.

Ma così va. E se va così, la seconda annotazione è inevitabile: può il Pd partecipare alla contesa senza dire agli italiani quale sarà l’uomo che guiderà il governo in caso di vittoria della coalizione di centrosinistra?

La risposta parrebbe scontata, ma invece non lo è: Matteo Renzi, infatti, si limita a ripetere che il Pd offre agli italiani «una squadra» e che la scelta sarà fatta dopo. Si tratta di una posizione di grande debolezza, che rischia di frenare ulteriormente il Partito democratico e alla quale - per altro - non tutti credono, convinti che la genericità dell’indicazione nasconda la volontà di Renzi di tentare il ritorno a Palazzo Chigi, cosa oggi difficilissima. 

Il tipo di campagna elettorale avviata dagli altri e la linea fin qui scelta dal Pd, dunque, pongono Matteo Renzi di fronte a un bivio. Mantenere l’attuale posizione, mettendo a rischio lo stesso risultato del suo partito e della coalizione, oppure abbandonare la sottile ipocrisia della «squadra» per gettare nella mischia il nome del candidato-premier del Pd. Una faccia da contrapporre a quelle di Berlusconi e Di Maio, insomma; un profilo solido e rassicurante che dia appunto il volto a quella «forza tranquilla di governo» che è lo slogan col quale il Partito democratico intende proporsi agli elettori.

Quella faccia - quel profilo - esiste ed ha il nome di Paolo Gentiloni, il premier che sta accompagnando il Paese al voto e che in questo anno e passa a Palazzo Chigi ha centrato non pochi obiettivi grazie proprio - e non sembri paradossale - al lavoro e alle riforme incubate negli anni di governo di Matteo Renzi. Può il Pd fare una scelta diversa, rinunciando alla sua candidatura a premier e annegandola, genericamente, in una «squadra»? Solo Renzi può deciderlo, rompendo gli indugi, dando una scossa alla campagna del Pd e aprendo nuove prospettive per l’intera coalizione.

Ma Renzi non lo farà mai, si sente ripetere in giro. Può essere, e sarebbe un errore. Piuttosto che un inspiegabile punto interrogativo, la faccia tranquilla di Paolo Gentiloni affianco a quelle di Berlusconi, Salvini e Di Maio, potrebbe riaprire d’improvviso la partita, favorendo esiti meno scontati. Per un motivo o per l’altro, il premier in carica per l’ordinaria amministrazione ha ammaliato un buon pezzo di Paese: non tenerne conto sarebbe un incomprensibile segno di rassegnazione, difficile da spiegare sia in campagna elettorale che nelle discussioni che seguiranno il voto.

È anche per questo che non è detto che - giunto di fronte al suo bivio - Matteo Renzi finisca per scegliere la via più gettonata. Al di là del carattere spigoloso e delle frequenti guasconerie - che tanto hanno contribuito a consolidare il clima non favorevole che oggi lo accompagna - il leader del Pd ha dimostrato di saper vestire gli abiti del politico lungimirante e tessitore, quando è necessario (e quando non è lui personalmente in questione): l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale è lì a ricordarlo.

Accade spesso, in politica, che una rinuncia oggi si trasformi in un successo domani: e quando si ha il futuro davanti - come lo ha Renzi, alla vigilia dei suoi 43 anni - il tempo per scommettere e attendere certo non manca. Annunciare che è Paolo Gentiloni il candidato-premier del Pd, insomma, non sarebbe semplicemente uno stucchevole «gesto di generosità», bensì un investimento sul Pd e sul futuro: anche sul suo personalissimo futuro.

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« Risposta #289 il: Gennaio 29, 2018, 02:08:16 »

L’ultima sfida per creare il nuovo partito

Pubblicato il 29/01/2018 - Ultima modifica il 29/01/2018 alle ore 07:02

FEDERICO GEREMICCA
ROMA

Sono anni - in pratica dal suo avvento alla segreteria del Pd (dicembre 2013) - che Matteo Renzi è inseguito da un velenosissimo sospetto: quello di voler trasformare il Partito democratico in qualcosa di profondamente diverso, addirittura in un «movimento personale», al quale è stato dato - per comodità - il nome di PdR (Partito di Renzi). Il sospetto, diciamolo subito, in questi anni è apparso più un utile strumento di polemica e propaganda che il prodotto di una oggettiva analisi politica. Questo - però - fino a ieri: giorno in cui il Pd ha ufficializzato le proprie liste elettorali.

Qui non è in questione, naturalmente, né la qualità dei nomi presentati e nemmeno il diritto di un segretario di partito a plasmare i gruppi parlamentari, diciamo così, in modo da garantirne la tenuta sulla linea politica (e di governo) scelta. Quel che può essere oggetto di discussione, invece, è il profilo che avrà il Pd dopo il voto: e dopo un metodo di selezione dei nomi in lista che ha prodotto nuove e profonde ferite sul corpo del Partito democratico.

Una annotazione appare, a questo punto, evidente: nel giro di un anno - e cioè dalla scissione subita l’inverno scorso fino alla composizione di queste liste elettorali - è come se il Pd fosse stato sottoposto ad una sorta di profonda mutazione genetica. «Non è più un partito di sinistra», ha accusato ieri Pietro Grasso, tirando acqua al mulino di Liberi e Uguali. La sentenza è forse azzardata: ma tornare a parlare oggi di PdR, piuttosto che di Pd, non può più esser considerato solo un artificio polemico.

Non è soltanto questione di assenze: il fatto, cioè, che i due ultimi segretari del partito (Bersani ed Epifani) militino altrove, che molti altri co-fondatori li abbiano seguiti o che perfino i due padri nobili del Pd (Prodi e Veltroni) siano in posizione defilata o addirittura critica. È soprattutto il modo in cui si è supplito a queste defezioni a meritare una riflessione: un gruppetto di fedelissimi (nel partito e nelle liste) imposti con la forza dei numeri e senza - di fatto - alcun confronto. Qualcuno ne ha potuto avere purtroppo conferma nelle pesanti notti del Nazareno trascorse a sistemare nomi e cognomi in collegi e listini, durante le quali solo Lotti, Boschi e Bonifazi hanno avuto accesso alle stanze del segretario.

Nemmeno di fronte ad un appuntamento delicato e decisivo come le elezioni, insomma, Matteo Renzi ha cambiato il suo stile di direzione: avanti tutta, costi quel che costi. Era accaduto dopo il referendum del 4 dicembre e dopo le tante sconfitte elettorali subite (dalla Liguria alla Sicilia, fino a Roma e Torino). I fatti e il tempo, dunque, non hanno portato consiglio: il «noi al posto dell’io», l’esaltazione della «squadra a più punte del Pd» e la promessa collegialità, sono rapidamente tornate in soffitta per lasciar spazio al solito stile accentratore.

Ma Renzi può esser, a modo suo, comunque soddisfatto: infatti, controllerà senza problemi il futuro gruppo parlamentare: proprio come era per Bersani all’inizio della tormentata legislatura appena conclusa... Quel che è certo, è che se le elezioni dovessero andar male, lo scontro nel Pd sarà durissimo. E proprio da quella resa dei conti potrebbe nascere - perfino ufficialmente - quel PdR fino a ieri solo sospettato e che oggi - invece - appare in piena e inevitabile gestazione.

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« Risposta #290 il: Febbraio 12, 2018, 06:45:54 »

Il sentiero stretto di Matteo

Pubblicato il 12/02/2018

FEDERICO GEREMICCA

Matteo Renzi non è contento. Giunti ormai a tre sole settimane dal voto, infatti, la campagna elettorale non cambia verso, ogni nuovo avvenimento (si pensi ai fatti di Macerata) pare moltiplicare le difficoltà del Pd e soprattutto - lamenta il segretario - «tutto è usato contro di me». Annotazione, quest’ultima, senz’altro vera: e che pare il contrappasso di quel che accadeva appena tre anni e mezzo fa, quando il 40% ottenuto alle elezioni europee certificò un consenso ed un pubblico sentire secondo il quale qualunque cosa Renzi dicesse o facesse era quella più innovativa, sensata e giusta da fare.

Quanta acqua sia passata sotto i ponti da quel maggio 2014 a oggi, è cosa nota. Meno pubbliche e conosciute, forse, sono invece le ultimissime preoccupazioni del leader dei democratici, che arrivano soprattutto dal continuo monitoraggio di sondaggi e orientamenti dell’opinione pubblica. Le rilevazioni commissionate dal Pd confermano - e in alcuni casi amplificano - le forti difficoltà segnalate da tutti gli istituti di ricerca: con un paio di soglie di sicurezza già infrante o vicine all’esser abbattute. 

La prima è quella che riguarda il possibile risultato proprio dei democratici, oggi stimati al di sotto di quanto ottenuto dal Pd di Bersani nel 2013; la seconda è quell’uno per cento che le liste alleate devono assolutamente superare affinché i voti ottenuti non finiscano letteralmente al macero, non determinando l’elezione di alcun parlamentare: e quell’uno per cento, al momento, verrebbe superato solo da «+Europa» di Emma Bonino.

Un quadro tutt’altro che rassicurante, dunque. E una tendenza, per di più, che pare difficilissima da invertire anche in ragione di quel «tutto è usato contro di me». A colpire Matteo Renzi, in particolare, è stata l’evoluzione dei fatti di Macerata, cominciati con colpi di pistola contro dei giovani di colore e contro la sede del Partito democratico e finiti con un corteo organizzato da movimenti di sinistra e trasformatosi in una dura manifestazione contro il governo ed il Pd: «Sparano contro le nostre sedi e contro gli immigrati - ha annotato Renzi - e invece di prendersela con Salvini accusano me».

Il fatto è che, nonostante il tentativo del segretario Pd di abbassare i toni e denunciare speculazioni politiche, l’ex rottamatore si è ritrovato nuovamente stretto (ma stavolta alla vigilia del voto) nella solita e micidiale tenaglia che minaccia, da sempre, la sinistra di governo: da una parte i settori più moderati e spaventati del Paese che chiedono «regole dure» contro l’immigrazione clandestina; dall’altra il variegatissimo mondo della sinistra che contesta, appunto, le «regole dure» varate quest’estate dal ministro Minniti (che oggi, con evidenti rischi di contestazione, sarà a Firenze per un’iniziativa elettorale proprio con Matteo Renzi).

La tendenza, insomma, è quella che è: e al di là dell’annotazione che dall’avvio della Seconda Repubblica a oggi mai una maggioranza di governo è stata poi riconfermata alle elezioni, invertirne il segno appare quanto mai complicato. Non a caso, sono settimane che Matteo Renzi riflette e pensa alle possibili mosse in un dopo-voto che dovesse vedere il Pd seccamente battuto. Le liste elettorali - che tante tensioni hanno determinato nel Pd - sono state per esempio costruite guardando appunto al 5 marzo e alla necessità di avere gruppi parlamentari di «fedelissimi». E non è l’unica mossa che pare esser stata compiuta guardando ad un futuro che si annuncia burrascoso.

Non si è forse ragionato a sufficienza, per esempio, su una scelta assai sorprendente effettuata da Matteo Renzi: quella di candidarsi al Senato, dopo una lunghissima campagna referendaria impegnata a dimostrare - tra l’altro - quanto quella Camera fosse inutile, costosa e perfino dannosa per il buon funzionamento del sistema democratico. Cambiare idea non è, ovviamente, un delitto: ma in questo caso la conversione del segretario Pd è stata tanto convinta e fulminante da spingerlo a candidare al Senato quasi tutti i suoi cosiddetti «fedelissimi» (Boschi e Lotti esclusi, crediamo, solo per motivi di età). Singolare.

E a qualcuno, infatti - soprattutto nel Pd - questa scelta è apparsa né neutra né casuale. Così, i sospetti si sprecano. Il gruppo di «fedelissimi» voluto al Senato - si ipotizza - potrebbe trasformarsi nel «nucleo fondativo» di un nuovo soggetto politico, nel caso Renzi dovesse perdere la sua battaglia nel partito, se sconfitto alle elezioni. E qualcun altro aggiunge: quel drappello di senatori è destinato a costituire una sorta di «opposizione di blocco» capace di condizionare nascita e morte di qualunque governo.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/02/12/cultura/opinioni/editoriali/il-sentiero-stretto-di-matteo-vROvDUG5yjFkCqCPyjxBUL/pagina.html
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« Risposta #291 il: Marzo 05, 2018, 12:08:46 »

LUIGI DI MAIO 

La voglia di governo del nuovo M5S e il pericolo delle accuse di inciucio 

(Di Federico Geremicca) 

Che cosa vogliono davvero Di Maio e i Cinque Stelle? O meglio: quale ipotesi politica - e di governo - è realmente percorribile da un Movimento che non ha mai fatto alleanze e ha appena abbandonato la linea, diciamo così, del «Vaffa»? Bisognerebbe rispondere a queste domande per capire qual è - in questo voto - la posta in palio per gli uomini di Grillo e per il loro «capo politico». E le risposte non sono univoche: perché gli ultimi dieci giorni di campagna del M5S si prestano ad almeno una doppia lettura.

La prima, insiste sul fatto che la «nuova stagione» del Movimento sia davvero avviata e che molte cose - dalla inedita moderazione al varo anzitempo di un team di ministri - siano lì a dimostrare la voglia di governo. La seconda, più scettica, dà una interpretazione diversa della sceneggiatura proposta agli elettori in questa campagna elettorale: e cioè, che tutto quanto fatto - dall’abbandono del «Vaffa» alle tante rassicurazioni - servirebbe solo a dare più argomenti (e dunque forza) a una possibile scelta di ritiro da ogni trattativa nel dopo-voto: noi volevamo davvero provare a cambiare il Paese, ma con questi partiti non c’è niente da fare.

Esiste una terza ipotesi, in realtà, che tiene assieme parte delle due letture precedenti: e cioè che i Cinque Stelle - pur puntando davvero al governo - non riescano ad abbattere il «muro» del cambio di linea sulle odiate alleanze, pena spaccature interne e la frammentazione dei gruppi parlamentari. Come si vede, dunque, la posta in palio per Di Maio e il Movimento potrebbe essere - diciamo così - variabile, in rapporto ai veri obiettivi degli uomini di Beppe Grillo: provare ad andare al governo costi quel che costi, oppure autoconfinarsi all’opposizione scommettendo su un patto Renzi-Berlusconi, una legislatura breve ed elezioni ravvicinate nelle quali puntare davvero al fatidico 40 per cento?

In entrambi i casi i rischi sono evidenti. Andare al governo con partiti definiti fino a ieri inaffidabili e impresentabili, potrebbe rappresentare un vero choc per la base grillina; ma anche riporre di nuovo in freezer milioni di voti non pare un buon affare per il Movimento. Scegliere, insomma, non sarà né facile né indolore. Soprattutto per Luigi Di Maio, che rischia di rimanere stritolato nella morsa tra ortodossi e governisti.

Per lui le accuse sono già pronte: non esser riuscito a guidare la metamorfosi del Movimento o - al contrario - aver accettato di far «inciuci» con gli odiati partiti. Paradossale. Ma come dice il vecchio proverbio, chi semina vento raccoglie tempesta.


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« Risposta #292 il: Marzo 06, 2018, 02:07:19 »

Il segretario teme la nascita del “partito” di Mattarella per fare l’accordo con il M5S
Gentiloni e Franceschini primi sospettati
La fronda.
Gentiloni e Franceschini sono stati i primi a valutare legittime le preoccupazioni e le intenzioni del Capo dello Stato.
A loro si sono aggiunti Delrio e altri esponenti dell’ala cattolica

Pubblicato il 06/03/2018 - Ultima modifica il 06/03/2018 alle ore 09:04

FEDERICO GEREMICCA
ROMA

Il 4 del mese, ora è evidente, non è un giorno fortunato per Matteo Renzi, visto che le sconfitte più dure (il referendum costituzionale del dicembre 2016 e la disfatta dell’altro ieri) le ha incassate in due domeniche con la data - appunto - del 4 del mese. Ma il 5, evidentemente, fa parte di un’altra storia: e se non è certo il giorno di una rinascita o di un rilancio, è senz’altro la data-simbolo scelta per l’avvio di una nuova e durissima battaglia. 

Matteo Renzi, infatti, non si dimette. Forse lo farà più in là, ma a crederci - nello stesso Pd - sono davvero in pochi. E non si dimette perché nella notte del fatidico 4 marzo, mentre la slavina dell’insuccesso si abbatteva su Largo del Nazareno, gli si è manifestato un fantasma, un nuovo nemico da combattere o - forse più realisticamente - un semplice sospetto che però può servire a dare un senso e a giustificare il suo voler restare in campo.

Dentro il Partito democratico - questa è la certezza di Matteo Renzi - è nato un nuovo partito: il partito di Sergio Mattarella. È nato alle prime luci dell’alba del 5 marzo ed ha registrato subito due iscritti d’eccellenza: Paolo Gentiloni e Dario Franceschini. Primo punto del programma di questo partito, sarebbe lavorare al varo di un governo che veda assieme Movimento Cinque Stelle e Pd. Il secondo punto dl programma è solo la logica conseguenza del primo: isolare e dare scacco matto al segretario in difficoltà. Un partito-fantasma, dunque. Ma con obiettivi assai concreti.

Erano giorni, ormai, che Renzi sentiva scendere dal Colle del Quirinale una brezza che non lo convinceva affatto. E dalla notte di domenica, quella brezza si è trasformata in vento teso: il capo dello Stato, alla luce dei risultati, non esclude la possibilità di un governo del Movimento Cinque Stelle. Ma come elemento di garanzia (verso i mercati, Bruxelles e i grandi investitori) vorrebbe che di quell’esecutivo facessero parte anche ministri del Pd.

Un rospo difficile da ingoiare per un segretario che aveva chiuso la sua campagna elettorale con due slogan fatti più o meno così: mai al governo con estremisti e populisti; se il Pd non sarà il primo gruppo parlamentare, resterà all’opposizione. Concetti che, se non fossero stati sufficientemente chiari, Renzi ripetuto nella breve conferenza stampa di ieri: che doveva segnare il passo d’addio per il segretario battuto e che si è invece trasformata nel punto di partenza di un percorso lungo e assai accidentato. 
Questa, almeno, è la convinzione dei sempre più numerosi (e spavaldi) nemici del segretario. Non è tanto questione che riguardi la già dichiarata minoranza interna di Andrea Orlando, che insiste - con scarse possibilità di successo - soprattutto per una gestione collegiale della fase che dovrà portare alla nascita di un nuovo governo. A registrare le maggiori preoccupazioni sono uomini fino a ieri alleati di Renzi e che oggi vedono nella posizione ribadita dal segretario (mai al governo con i Cinque Stelle) soltanto l’occasione per riaprire uno scontro che potrebbe produrre nuovi strappi e lacerazioni.

 Paolo Gentiloni e Dario Franceschini sono stati i primi a valutare legittime le preoccupazioni e le intenzioni del Capo dello Stato. Ma a loro si sono rapidamente accodate altre personalità di primo piano. Per esempio Del Rio e altri esponenti dell’ala cattolica del Pd che - al di là dell’opportunità di stare in un governo a trazione Cinque Stelle - non hanno apprezzato affatto toni e contenuti delle comunicazioni svolte ieri dal segretario.

Gestione non collegiale della crisi, una delegazione per il Quirinale che sarà caratterizzata da due nuovi capigruppo di provata fedeltà renziana e un percorso verso Congresso e primarie lungo e indefinito sono - per questo neonato partito-fantasma - condizioni difficili da accettare. Si aspettavano un’uscita di scena di Renzi fatta di autocritica e discrezione: si sono trovati davanti un segretario che mentre annunciava l’addio elencava ragioni, strumenti e obiettivi per un immediato ritorno.

La preoccupazione vera, a questo punto, riguarda la tenuta del Pd e - soprattutto - le reali intenzioni di Matteo Renzi. Perché questa nuova prova di forza? Il segretario mette nel conto nuove uscite dal partito o - addirittura - potrebbe lasciare lui il Pd, motivando l’abbandono con l’accusa di subalternità a «estremisti e populisti»? Difficile dirlo. Ma certo, nei ragionamenti di molti esponenti del Pd comincia a prendere forma un sospetto: perché Renzi e i suoi fedelissimi si sono tutti candidati al Senato?

Se le cose in casa democratica si mettessero per il peggio, quel folto drappello - in fondo - è lì pronto per due diversi utilizzi. Il primo: costituire una «opposizione di blocco» capace di ostacolare la nascita di qualunque governo. Il secondo: rappresentare il nucleo fondante di una nuova formazione politica. Non più, viste le sconfitte, il tanto temuto Partito della nazione: ma un soggetto che possa comunque permettere a Renzi di continuare la sua battaglia. Sotto altre insegne, certo: ed è un peccato. Ma tutto, proprio tutto, solo e soltanto per colpa di quel maledetto 4, infausto giorno d’inizio mese.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/03/06/italia/speciali/elezioni/2018/politiche/il-segretario-teme-la-nascita-del-partito-di-mattarella-per-fare-laccordo-con-il-ms-m5VOABF71rCxWPik94ukBI/pagina.html
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« Risposta #293 il: Aprile 24, 2018, 04:56:12 »

Per Mattarella un puzzle che sembra incomponibile
Le ipotesi restano due: governo dei “vincitori” o del Presidente
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 18 aprile ha affidato a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, un mandato esplorativo per verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare tra Centrodestra e Movimento 5 Stelle per formare un Governo.
Due giorni dopo Casellati ha comunicato al capo dello Stato che il risultato è stato negativo

Pubblicato il 23/04/2018 - Ultima modifica il 23/04/2018 alle ore 07:18

FEDERICO GEREMICCA
ROMA

Le tessere del puzzle sono ancora tutte lì, incomponibili, sul tavolo di Sergio Mattarella. M5S non combacia con FI. Lega non si unisce con Pd. Le facce di Di Maio e Renzi restano inavvicinabili. E anche la tessera-jolly - governo del Presidente - non trova volti o sigle che, unendosi tra loro, la rendano per ora spendibile. È passato oltre un mese e mezzo dal voto del 4 marzo, e poco o nulla sembra esser cambiato. Il Capo dello Stato alterna pause, riflessioni e accelerazioni. È la sua crisi più difficile: e dentro questa crisi, quella che si apre è la settimana più dura da decriptare.

Sergio Mattarella non è un Presidente «tecnico», se si intende l’espressione: a differenza di Carlo Azeglio Ciampi, per dire, viene dalla politica, conosce i riti di Montecitorio e ci ha messo dunque un attimo - appreso il responso elettorale - a capire che la quadratura del cerchio stavolta non sarebbe stata facile. Le tessere sul suo tavolo raccontavano, infatti, di maggioranze numeriche difficili da trasformare in maggioranze politiche (centrodestra più Cinque Stelle o centrodestra più Pd) e di possibili intese politiche (per esempio Pd-Forza Italia) senza numeri capaci di dar vita a un governo.

Come se non bastasse, l’estrema chiarezza del responso elettorale imponeva necessariamente di partire dai «vincitori», definizione forse troppo frettolosa. 

Cioè da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, certamente - tra i leader in campo - i più distanti da lui, per linguaggio, cultura politica e (se si vuole) modo di intendere la responsabilità di fronte alle istituzioni. Questa distanza, infatti, qualche equivoco lo ha creato: soprattutto con la Lega, che la settimana scorsa ha addirittura interpretato come un tentativo di «fregatura» l’idea che un preincarico potesse venir assegnato a uno tra Salvini e Giorgetti. Il solo fatto che lo si sia pensato, è stato naturalmente ritenuto oltremodo offensivo lassù al Colle.

Nulla di facile, dunque, fino a ora. E probabilmente niente di facile anche da adesso in poi. Stamane dovrebbe esser annunciata un’esplorazione di Roberto Fico, con un mandato stringente e chiaro: verificare la possibilità di un’intesa di governo tra Cinque Stelle e Pd. Sergio Mattarella non si fa soverchie illusioni perché sa che è assai probabile che la missione produca lo stesso risultato partorito dall’esplorazione della presidente Casellati. Eppure, né il primo tentativo né l’altro - a ben vedere - possono essere considerati delle perdite di tempo.
Alla fine del doppio giro, infatti, i due presidenti avranno sgombrato il campo da ipotesi fantasiose e impercorribili, da finte piste e da alibi utili solo a prender tempo, mettendo tutti i volti e le sigle del puzzle di fronte a quelle che - ad oggi - appaiono le uniche due vie percorribili. Un governo dei «vincitori», cioè sostenuto dai soli Di Maio e Salvini, oppure un esecutivo del Presidente. Questa seconda ipotesi rappresenta, tradizionalmente, l’ultima carta nelle mani del Quirinale: ma stavolta nemmeno questa sembra essere una mossa vincente, considerata la ripetuta indisponibilità dei «diarchi» a partecipare a «governissimi» o governi tecnici «telecomandati da Bruxelles».

Due sole ipotesi in campo, dunque. La prima richiede ancora un po’ di tempo, perché Salvini - ammesso che alla fine decida di farlo - ha bisogno di far maturare la rottura con Berlusconi e il nuovo patto con i grillini così che non appaia (come forse è) una scelta maturata fin dalla sera del 4 marzo. La seconda - la più gradita al Colle - richiede invece dei radicali ripensamenti: ma perché mai Di Maio e Salvini dovrebbero annacquarsi in un «governissimo», se hanno dalla loro la forza dei numeri (ancora crescenti) e la spinta di un vento che non pare arrestarsi?

È dunque in un quadro così che si apre stamane l’ottava settimana di questo confuso post-voto, ed è inutile tornare a sottolineare la preoccupazione che assedia le stanze del Quirinale. Per altro, l’ipotesi di un governo «populista» suscita timori e perplessità crescenti, a maggior ragione dopo le posizioni assunte dalla Lega all’indomani dei bombardamenti su Damasco. 

Le uniche due tessere del puzzle che sembrano combaciare, insomma, sono anche i tasselli di una possibile ricollocazione dell’Italia sullo scenario internazionale? È una domanda dalla risposta non scontata. E una domanda, in verità, della quale Sergio Mattarella non vorrebbe nemmeno arrivare ad ascoltare la risposta. La speranza che maturi una soluzione diversa, infatti, non è stata abbandonata. Ma forse è solo perché un vecchio detto consolatorio ricorda a tutti che la speranza è l’ultima a morire.

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DA - http://www.lastampa.it/2018/04/23/italia/per-mattarella-un-puzzle-che-sembra-incomponibile-xV2VeAnH96hxS5dTFyCiYJ/pagina.html
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