LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: FEDERICO GEREMICCA -  (Letto 34718 volte)
Arlecchino
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« Risposta #270 il: Gennaio 26, 2017, 12:34:22 »

Perché anche dopo la decisione della Corte le urne non sono scontate

Pubblicato il 26/01/2017
Federico Geremicca

Un coro. Apparentemente generale. Che sarà arrivato magari attutito nelle austere sale del Quirinale, ma non fino al punto da non esser comprensibile. Il coro dice «al voto, al voto». E preannuncia, dunque, altre giornate non facili per Sergio Mattarella.

È la reazione - largamente diffusa e largamente prevedibile - con la quale gran parte delle forze politiche ha accolto le decisioni della Corte Costituzionale sul cosiddetto Italicum. Da Grillo a Renzi, da Salvini alla Meloni, molti chiedono di stringere i tempi e tornare in fretta alle urne. Qualcuno lo vorrebbe davvero, sentendo il vento teso nelle vele; qualcun altro lo dice per far sapere, semplicemente, di non averne paura. Ma sottotraccia già si intravedono - al di là degli orientamenti del Quirinale, che vorrebbe una normale conclusione della legislatura - ostacoli oggettivi e volontà politiche capaci di rendere la strada verso le elezioni una difficile corsa a ostacoli.

Il perché è presto detto. Il giudizio della Corte Costituzionale, in realtà, consegna al Parlamento una legge solo teoricamente «di immediata applicazione». L’Italicum, infatti, non è stato «raso al suolo»: la Consulta ha sì cancellato il ballottaggio tra i due maggiori partiti (in caso nessuna forza politica raggiungesse il 40% al primo turno) ma ha dichiarato legittimo il premio di maggioranza.

Ciò rende la nuova legge del tutto disomogenea rispetto a quella del Senato (interamente proporzionale) imponendo al Parlamento la necessità di intervenire. Ed è appunto attorno a questa necessità che già si sente un sinistro tintinnar di sciabole.

A non volere elezioni entro la primavera sono Forza Italia, i gruppi centristi e mezzo Pd (la cosiddetta minoranza). Vorrebbero invece un voto in tempi brevi tutte le forze definite anti sistema (da Grillo a Salvini) e la parte di Pd fedele a Matteo Renzi: ma i fautori di un ritorno immediato alle urne sono divisi e in disaccordo tra loro circa la legge con la quale riandare al voto. La maggioranza del Pd intende infatti difendere quel che sopravvive dell’impianto maggioritario dell’Italicum e spinge per un ritorno al Mattarellum, mentre Grillo, Salvini e Meloni si dicono pronti a tornare alle urne anche con una legge del tutto proporzionale.

La partita, insomma, comincia ora: ed ha sbocchi imprevedibili. Si svolgerà in un clima tra i peggiori degli ultimi anni, nel quale le difficoltà e gli impegni che sono di fronte al Paese (dalla ricostruzione ai problemi economici, fino al G7 di fine maggio) sembrano contare poco o nulla rispetto alle fortune di questo o quel partito. Eppure, al di là dei tempi del voto, il bivio che è di fronte al Parlamento è di quelli storici: proseguire sulla via del maggioritario o tornare indietro (molto indietro...) rispolverando un sistema proporzionale?

La scelta da compiere non è semplice, ed è difficile fare previsioni. Una sola cosa può esser considerata certa: e cioè che non sarà facile per il Presidente della Repubblica portare a scadenza naturale una legislatura che già era boccheggiante e che ora, dopo la sentenza della Consulta, pare in piena e irreversibile agonia.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/26/cultura/opinioni/editoriali/ma-le-urne-non-sono-scontate-9hBY8Nz1bdzCK0OylSpfdJ/pagina.html
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« Risposta #271 il: Febbraio 21, 2017, 12:18:38 »

Renzi: “Ho scoperto il bluff, non li seguirà nessuno”
Il leader vuole primarie già ad aprile-maggio e prevede tempi lunghi sulla legge elettorale

Pubblicato il 20/02/2017
Federico Geremicca
Roma

Apra le virgolette, dice Matteo Renzi mentre l’auto fila veloce in direzione Firenze. Ecco, aperte. «Bene. È stata prima di tutto una bellissima discussione. Ottimi Veltroni e Fassino, bravissima la Bellanova. Ma tutti veramente apprezzabili: siamo l’unico partito a discutere ancora cosi». Sei e mezza della sera, Renzi la prende alla larga ma fa fatica a nascondere un sentimento assai vicino all’euforia. Del resto, il tintinnar di sciabole e la puzza della battaglia - il “rumore dei nemici”, avrebbe detto un altro tipetto come Mourinho - lo fanno sentire a casa: e figurarsi quanto, se - per di più - la battaglia ritiene d’averla vinta.

Adunata al Lingotto dal 9 al 12 marzo. Gazebo e primarie il 9 aprile o - per lui alla peggio - il 7 di maggio. L’11 giugno, infine, le amministrative. Un timing serrato e già scritto: che Renzi offre ai suoi oppositori interni alla stregua di un bicchiere di cicuta. Scherza e recita: «La scissione ha le sue ragioni, che la ragione non conosce...». Che restino o che vadano («Ma resteranno, vedrà») è come se il Congresso lo avesse già vinto. E stavolta è difficile non esser d’accordo.

Già a ora di pranzo, del resto, i suoi messaggini sprizzavano ottimismo. «Piaciuta la scaletta?». «E ditelo che siamo stati bravini, stavolta». Una vita, anche politica, che non concepisce che sfide, azzardi e super velocità. «Stavolta, però, non serviva fare niente - corregge Renzi -. È bastato stare fermi e vedere il bluff». Racconta un aneddoto che gli piace molto: «A fine Assemblea mi ha fatto i complimenti Minniti: Uno come me - mi ha detto - uno che viene dalla mia storia, avrebbe riunito i big, fatto un caminetto e trattato una tregua: tu hai tenuto il punto ed hai visto il bluff. Che dire: sei stato bravo...».

Bluff. Renzi ripete la parola più volte, quasi a convincersi che quello dei “tre più due” (Speranza-Rossi-Emiliano, bracci armati del tandem Bersani-D’Alema) sia stato solo un bluff, al quale non seguiranno né scissioni né ammutinamenti: lo ripete, sì, ma non giureremmo che ne sia convinto. Sembra piuttosto un esorcismo. «Sul territorio non li seguirebbe nessuno». Altro esorcismo. «E comunque possono candidarsi tutti, faremmo un bellissimo Congresso». Esorcismo finale (con trappola incorporata).

In realtà, Matteo Renzi sa perfettamente che i prossimi mesi somiglieranno ad una sorta di traversata in solitario in mezzo a un mare in tempesta. Il Pd diviso, il Paese sotto il tiro incrociato di “sovranisti” e Cinque Stelle, elezioni amministrative insidiose quanto mai e in autunno una manovra economica - un salasso - che potrebbe spingere il Partito democratico al voto politico del 2018 nelle peggiori condizioni possibili. È per questo che di notte a Renzi appare di frequente il fantasma del governo-Monti: una scelta utile e responsabile, che Pier Luigi Bersani ha pagato caramente. Anzi: che forse paga ancora.

Ciò nonostante, il leader pd sembra non accarezzare più l’idea coltivata dopo la sconfitta al referendum: andare a elezioni politiche a giugno. «Con Gentiloni va tutto bene. Sta lavorando e ci dirà lui fin quando andare avanti». Si potrebbe sospettare, naturalmente, che il “con Gentiloni va tutto bene” possa finire per somigliare all’ormai storico “Enrico stai sereno”. Ma c’è un dettaglio non da poco: senza una legge elettorale, il sacrificio del terzo governo Pd in questa legislatura non servirebbe a niente.

E una nuova legge elettorale all’orizzonte non si vede. «Il Parlamento sta lavorando meno - dice Renzi - e le idee sul che fare sono notevolmente confuse. Non prevedo tempi brevi, e comunque vedremo...». Ma non è questione di stasera, perché oltre al subbuglio pd, c’è Milan-Fiorentina. E in più, nonostante la scissione possa essere tutt’altro che un bluff, Matteo Renzi vuol mettere agli atti un elemento di soddisfazione: «Sono riuscito a dimettermi anche da segretario, dopo aver lasciato la poltrona di premier. Sono l’unico che lo ha fatto. E in treno la gente mi avvicina e mi dice: lei, almeno, ha mantenuto quel che aveva promesso».

Intanto, duecento chilometri più a sud, gli scissionisti prendono carta e penna e rilanciano: è Renzi che ha deciso di costringerci alla scissione. Segretario, che ne dice? «Non li sta seguendo e non li seguirà nessuno». Ma il dubbio che non fosse solo un bluff, s’insinua. La battaglia, insomma, potrebbe non essere già vinta. Per la precisione, anzi: potrebbe essere solo cominciata.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/02/20/italia/politica/renzi-ho-scoperto-il-bluff-non-li-seguir-nessuno-0WumRX5cr1ZKTtOS4sc6nK/pagina.html
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« Risposta #272 il: Marzo 10, 2017, 12:25:11 »

Matteo Renzi: “Basta autocritiche. Contro di me un intreccio di poteri”
L’ex premier: “Noi del Giglio magico lontani dalla Roma politico-burocratica. Sereno su mio padre. Prodi? Aspettiamo a dire con chi sta”
Pubblicato il 10/03/2017

Federico Geremicca
Roma

L’auto che lo sta già portando a Torino infila una serie di gallerie e la chiacchierata si fa ancor più complicata. Sono le sei del pomeriggio e comunque sia, superando fruscii e interruzioni, la voce di Matteo Renzi finalmente arriva chiara e porta la buona (o cattiva) novella: «Smettiamola con questa idea metafisica di un “nuovo Renzi” ... Ho fatto autocritica e sono tre mesi che giro col capo cosparso di cenere. Ora basta, è tempo di ripartire». 

Dunque: ammesso che sia mai davvero cominciata, la Quaresima di Matteo Renzi finisce oggi tra i mattoni e l’acciaio del Lingotto. Non sapremmo dire se si è proprio e davvero alla vigilia di una resurrezione: ma il leader ferito che al calar del sole avvierà la sua campagna per le primarie, è un uomo stufo di porgere l’altra guancia. «E se qualcuno pensasse che a fronte del momentaneo indebolimento io abbia perso energia e grinta, commetterebbe un gravissimo errore». 

Chiamiamolo un bonario avvertimento: e non sarà l’unico durante questa chiacchierata che avrebbe l’obiettivo di anticipare un po’ dei temi in discussione da oggi a Torino. Ogni tanto - e non potrebbe essere diversamente - fa sentire il suo peso l’inchiesta Consip e i guai giudiziari in cui è avviluppato «babbo» Tiziano: «La mia forza e la mia debolezza - dice - sono state lo star fuori da certi ambienti della Roma politico-burocratica: vogliono farmela pagare per i padrini che non ho e non ho mai avuto».

Presidente, anche lei a caccia di complotti e complottardi? 
«Per niente. Però mi viene da ridere - e poi da arrabbiarmi - quando mi accusano di aver messo su un sistema di potere. Ridicolo».

Beh, ridicolo... Il Giglio magico lo ha creato lei non lo abbiamo inventato noi. 
«Quattro o cinque toscani quarantenni o giù di lì: questo sarebbe il mio sistema di potere? Non male come accusa: soprattutto in un Paese che ha vissuto per vent’anni il clamoroso conflitto d’interessi di Berlusconi e galleggia tutt’oggi su intrecci tra banche ed editoria, credito e politica capaci di fare il bello e il cattivo tempo».

Che altri abbiano fatto peggio di lei, non è una gran difesa. 
«Ma guardi che io non devo difendermi da nulla. Vuole che le rifaccia l’elenco dell’altra sera in tv? Eni, Enel, Ferrovie, Poste, Rai, Finmeccanica... Al vertice non c’è nessun fiorentino: e i vertici li ha nominati un governo da me presieduto. Sono sereno: le bugie hanno le gambe corte».

Sereno anche sull’inchiesta e sul ruolo di suo padre? 
«Sereno. Sul suo ruolo e su quello del generale Del Sette e del ministro Lotti. Vede, voglio usare una sua espressione: noi del Giglio magico siamo fuori dai consolidati blocchi di potere. Capisco che possa non piacere, ma dovranno farci l’abitudine».

E sereno anche sull’esito delle primarie che l’attendono? Stavolta potrebbe non essere una passeggiata di salute, no? 
«Puntiamo a superare il 50 per cento ovviamente. I sondaggi dicono che dovremmo farcela, anche se non sarà facile. In queste primarie vedremo due film: il voto nei circoli, dove mi dicono che Andrea Orlando sia forte, e quello ai gazebo, dove potrebbe andar bene Michele Emiliano. Vedrete che saranno primarie belle e piene di passione, nonostante la quantità di odio che sento in giro: ma il nostro “assalto al cielo” piace ed emoziona tanti».

E se non superasse il 50 per cento? 
«Non cambierebbe niente».

In che senso? 
«Non è che se io raggiungo il 48% e gli altri competitor si dividono il restante ci saranno terremoti: chi arriva primo fa il segretario. Vede, non vivo queste primarie come una volata con due avversari sleali, che mi vogliono fregare: tipo gomitate in vista del traguardo. Vogliamo tutti bene al Pd, no?».

Dicevano così anche gli scissionisti... Non teme che si presentino ai gazebo per sostenere Orlando? 
«Quel che dovevo dire l’ho detto quando hanno deciso di lasciare il Pd. Non ho nulla da aggiungere: possono fare quel che credono. L’importante è che le regole delle nostre primarie siano rispettate. Insomma, io non vedo complotti, non ci credo: né a quelli dei magistrati né a quelli dei miei avversari politici».

 Prodi e Letta, che sembrano intenzionati a sostenere la candidatura di Orlando, sono diventati avversari politici? 

«Ma nient’affatto. E però mi ascolti: non tiriamo la giacchetta al Professore. Aspettiamo e poi commenteremo». 

E visto che non è all’orizzonte nessun «nuovo Renzi», cosa risponde a Chiamparino e Sala che le hanno invece chiesto un cambio di passo? 
«Chiamparino ha ragione: noi dobbiamo fare squadra, molto più di prima. Dobbiamo allargare il gruppo dirigente e io credo che il ticket con Martina sia già un segnale in questo senso. Poi dobbiamo definire la nostra posizione rispetto al governo: cioè le priorità che crediamo debbano essere perseguite. E tornare a occuparci del partito, dei circoli, delle feste, della comunicazione, dell’organizzazione. Ma prima di tutto, ovviamente, della missione e del profilo del Pd che vogliamo».

È di questo che parlerà al Lingotto? 
«Sì, vorrei partire da quel che succede nel mondo - da Trump, per dire - per arrivare alla Le Pen ed al nostro Paese. L’interrogativo resta lo stesso: il ruolo e la politica di una grande forza di centrosinistra di fronte ai populismi dilaganti. Non esistono risposte semplici: nei tre anni di governo, però, qualcuna abbiamo provato a darla».

Di nuovo il suo governo... 
«Sì, perché vorrei fosse chiara una cosa: noi abbiamo peccato di poco riformismo, non di troppo riformismo. Dagli 80 euro in poi, abbiamo fatto tante cose delle quali andare orgogliosi. Poi è arrivata la botta del referendum, della quale mi prendo tutta la responsabilità. Però le dico una cosa: gli effetti negativi del No li misureremo nel corso di anni. Vediamo divisioni, nuovi partitini, ritorni al proporzionale... E potrebbe essere soltanto l’inizio».

Sulla missione del Pd crede che vi siano molte differenze tra lei, Orlando ed Emiliano? 
«Il lungo confronto avviato servirà appunto a capire questo. Ma una cosa voglio dirla subito: non sono d’accordo con la separazione dei ruoli tra segretario e premier. Una simile scelta toglierebbe molta forza proprio al premier. Quando ho combattuto in Europa per ottenere maggiori margini di flessibilità per il nostro Paese, ho vinto non perché ero il presidente del Consiglio italiano, o almeno non solo per quello: ce l’abbiamo fatta perché ero il leader del maggior partito nella famiglia socialista, col 40% ottenuto alle europee».

Sa bene che su questo punto il disaccordo è grande. 
«Vedremo, ma l’esperienza della Merkel e di Rajoy racconta questo. E non vorrei che questa discussione si fondasse su un presupposto sbagliato: che il mio temporaneo indebolimento mi abbia tolto grinta ed energia. Vede, io posso accettare critiche e obiezioni al lavoro svolto da premier: ma non una destrutturazione di quel che abbiamo fatto ed un tratto di matita su me ed il mio nome. Si poteva fare meglio, certo. Lo penso anch’io, ma ora è il momento di ripartire: e io sono pronto».

Prima deve vincere le primarie: sono le più difficili tra quelle che ha fatto fino ad ora? 
«Le primarie più difficili sono sempre quelle che verranno. So di che parlo, avendo una certa esperienza. Mia figlia mi prende in giro e in questi giorni mi chiede: chi sfidiamo stavolta alle primarie? Pistelli, Ventura, Bersani, Cuperlo, ora Orlando ed Emiliano... Le primarie sono tutte difficili: ma evviva il Pd che ha il coraggio di farle, mentre altri decidono tutto con un clic o nel salotto di Arcore».

A renderle più difficili delle altre è forse la condizione di debolezza nella quale lei si trova, tra referendum perso e vicenda Consip, non crede? 
«Ho preso una botta, e non sono contento. Ma sono di quelli che preferisce ferirsi mentre combatte, piuttosto che starsene al sicuro lontano dal campo di battaglia. Ora si ricomincia, con umiltà. Ma sa che le dico? Che un uomo si giudica anche dal modo in cui porta le sue cicatrici».

E Matteo Renzi, se non si fosse capito, è convinto di portare le sue con orgoglio e dignità. Vedremo il 30 aprile se gli elettori Pd la pensano davvero come il loro ex segretario. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/10/italia/politica/matteo-renzi-basta-autocritiche-contro-di-me-un-intreccio-di-poteri-dTDyLYsP9o3tez16c2KUmO/pagina.html
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« Risposta #273 il: Marzo 16, 2017, 05:01:05 »

Non c’è più un uomo solo al comando
Pubblicato il 13/03/2017 - Ultima modifica il 13/03/2017 alle ore 06:55

FEDERICO GEREMICCA

«L’uomo che sogna a occhi aperti» (definizione di un applauditissimo Marco Minniti) esce dalla tre giorni del Lingotto più forte di come ci era entrato: e già questo è un risultato non scontato, se si ripensa a certi fuorionda e a certe tensioni serpeggiate nelle settimane scorse nello stesso campo renziano. Nessuno dei problemi che il Pd si ritrova di fronte, naturalmente, può esser considerato risolto: ma gli interventi con i quali l’ex segretario ha aperto e chiuso l’happening torinese per il lancio della sua ricandidatura, possono rappresentare - se non traditi dai fatti - un incoraggiante punto di partenza.
 
Matteo Renzi, infatti, ha tratteggiato il profilo di un partito che non intende mettere nelle vele il vento del populismo e della paura (ma su questo, sull’immigrazione in particolare, è già sfidato da Andrea Orlando); che non rinuncia a difendere il «sogno europeo»; che si promette più inclusivo, anche rispetto ad un recente passato; e che, infine, annuncia di voler sostituire una leadership assai personale - il famoso «io» - con una direzione più collegiale (lo sconosciuto «noi»).
 
Certo: più che un vero e proprio programma - per il quale bisognerà attendere la mozione congressuale – si tratta di una sorta di dichiarazione d’intenti; intenti che però appaiono, nell’enunciazione, in larga misura condivisibili.
 
Una convention, dunque, non inutile: né per gli osservatori di processi politici e nemmeno per Matteo Renzi (pur solitamente refrattario a riti e liturgie). Anzi. Al Lingotto, infatti, è andata in scena una notevolissima prova di forza dell’ex premier nei confronti non solo di chi ha deciso di sfidarlo alle primarie (Orlando ed Emiliano) ma della sua stessa area di riferimento. Con Paolo Gentiloni in prima fila ad ascoltarlo, mezzo governo alla tribuna e una copertura mediatica ancora da segretario-premier, l’happening torinese è servito - se non altro - a mettere in chiaro ad amici e avversari quanto potere rimanga intatto nelle mani dell’ex rottamatore.
 
E veniamo appunto a lui, Renzi, «l’uomo che sogna ad occhi aperti» o anche il Maradona del Pd (citazione dal solitamente sobrio Delrio). Vinse le sue prime importanti primarie - a Firenze - nel febbraio di 8 anni fa e poi - nel dicembre 2013 - quelle che lo hanno portato alla guida del Pd. È stato per quasi tre anni, contemporaneamente, presidente del Consiglio e segretario dei democratici: il dominus assoluto, insomma. Ricordiamo queste date solo per annotare come la semplice idea - ammesso che esista - di riproporre in queste primarie o alle prossime elezioni politiche stile, toni e argomenti dell’era della “rottamazione” non potrebbe che rivelarsi perdente (oltre che difficilmente comprensibile).
 
La sensazione è che Matteo Renzi lo sappia perfettamente, ma fatichi a trovare un’altra cifra, un’altra via. È una difficoltà comprensibile, e da affrontare - per di più - in uno scenario del tutto trasformato dalla sconfitta nel referendum del 4 dicembre: cambiate le regole del gioco (dal maggioritario al proporzionale); cambiati e aumentati i giocatori in campo (dall’Mpd a un M5S ingigantito rispetto a cinque anni fa); cambiato, inevitabilmente, il suo stesso appeal.
 
Di fronte all’ex rottamatore, insomma, ci sono due sfide (primarie e poi elezioni) che non potrà affrontare con le innovazioni, le battute e le promesse con le quali è arrivato fino a palazzo Chigi. Nella storia repubblicana, solo due uomini – Berlusconi e Craxi – hanno governato più a lungo di lui. A volerla dire tutta, si tratta di una circostanza che sarebbe meglio valorizzare, piuttosto che tentare di occultare dietro toni che, a volte, ancora lambiscono il populismo. Un Renzi “di governo”, un Renzi “in doppiopetto” potrebbe, forse, non funzionare. Ma la tre giorni del Lingotto, però, dice che in fondo ci si può almeno provare… 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/13/cultura/opinioni/editoriali/il-nuovo-pd-che-nasce-al-lingotto-6b2FuSVkvU2QRizaYRjjxK/pagina.html
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« Risposta #274 il: Marzo 16, 2017, 05:40:08 »

Matteo combattivo e ottimista. La scommessa è convincere il Pd
Il ritorno dopo la sconfitta. Parole d’ordine: Europa diversa e sinistra unita. L’attacco ai fuoriusciti: “Vogliamo un partito di eredi, non di reduci”

Pubblicato il 11/03/2017 - Ultima modifica il 11/03/2017 alle ore 08:30

FEDERICO GEREMICCA
TORINO

Ripartire dal Lingotto, nell’anno di grazia 2017, è come decidere di scrivere un libro con la mitica «Lettera 22»: una Olivetti di mezzo secolo fa, e anche più. E farlo in una sala che di rosso ha solo il foulard di qualche signora e con un discorso che resterà alle cronache per la riscoperta (a sinistra!) della parola «patriottismo», rappresenta qualcosa che somiglia più a un azzardo che a una pericolosissima scommessa. Ma Matteo Renzi ha deciso di lanciare la sua corsa alla segreteria del Pd precisamente così: in perfetta adesione ad uno stile (disastrosamente sperimentato col referendum) che non conosce pause e - tanto meno - dietrofront. 
 
E gli aspetti scenografici e letterali sono il meno: perché l’ancor più difficile è nei compiti - e nei fronti di battaglia - che Renzi affida al partito di cui vuol tornare segretario: la lotta alla paura, che è la miglior benzina dei nuovi leader (da Trump alla Le Pen, fino a Grillo e Salvini); quella all’euroburocrazia, per difendere la migliore idea politica del secolo passato (l’Unione, appunto).
 
E l’impegno a rilanciare le eccellenze italiane: dal patrimonio culturale alle bellezze del Paese, fino a un’assistenza sanitaria che non ha uguali (meglio: non avrebbe uguali) nel resto del pianeta.
 
Se mettiamo in fila gli obiettivi che Renzi assegna al «suo» Pd, non può esserci dubbio: è il programma, praticamente, di un visionario. O di un leader fermo a dieci anni fa: Lingotto 2007, appunto, il tempo e il tempio della grande innovazione veltroniana. Ma sono passati due lustri, il mondo, la politica e l’Italia sono cambiati e ripartire semplicemente dal Lingotto - e con gli obiettivi che dicevamo - è come provare a fare il giro del mondo controvento in barca a vela: avventura che solo a pochissimi è riuscita.
 
Il giudizio su Matteo del popolo del Lingotto: “La sconfitta ha fatto bene”

 
A fronte delle ricette classicamente socialdemocratiche di Andrea Orlando e del «grillismo temperato» di Michele Emiliano, il Lingotto 2.0 di Renzi sembra - a prima vista - il ritorno ad un passato spazzato via dagli eventi di questi anni. Una operazione politica fuori tempo. Un decennio fa si veleggiava sulla spinta del maggioritario: oggi, al contrario, il ritorno al proporzionale sembra un Vangelo. Nel 2007 si fondevano partiti (a destra e a sinistra): dal dopo-referendum, invece, il panorama è fatto di scissioni e partitini che si moltiplicano. Ai tempi del Lingotto prima maniera, Beppe Grillo era un comico, le migrazioni un fenomeno che commuoveva e la paura (il senso di insicurezza) un sentimento ancora arginabile con la ragione.
 
Tutto incontestabilmente vero. Ma la domanda è: ci si può rassegnare al ritorno della Prima Repubblica (con i suoi storici guai, che si finge di non ricordare)? Si può dire a cuor leggero addio all’Europa, buttando alle ortiche decenni di progressi e di speranze? E infine: è giusto accettare che un sentimento di paura (irresponsabilmente alimentato) travolga modi di vivere e politica, rapporti personali e scelte di governo?
 
La risposta che Matteo Renzi propone al suo Pd è no: resta da vedere - ed è questa la partita delle primarie - se le ricette che l’ex premier propone siano quelle giuste. E se è ancora lui il leader adatto a realizzarle. Sapendo, naturalmente, che il «rottamatore» non è cambiato: nonostante la batosta subita al referendum. Dice «ci vuole più collegialità nel partito», ma è lecito dubitare che ci creda davvero; promette impegno per rilanciare e meglio strutturare il Pd, ma chissà se lo farà sul serio; e comunque - motivandola - non recede da una idea assai invisa a Orlando ed Emiliano: che il segretario sia anche premier in caso di vittoria alle elezioni, sommando ruoli, responsabilità, forza e potere.
 
E questo, insomma, è il Renzi che parte alla riconquista del Pd e del governo: energia da vendere, di nuovo in piedi, voglia di combattere e ottimismo alla vecchia maniera. I «numi tutelari», però, non sono con lui: Veltroni non c’è, e lo raccontano indeciso su quale candidato sostenere; Romano Prodi pare stia decidendo di schierarsi con Orlando; e D’Alema e Bersani sono già da un’altra parte, con i loro «reduci». «Ma noi vogliamo un partito di eredi, non di reduci», chiarisce Renzi: eredi di quel che di meglio ha prodotto il Pd. Con buona pace di chi ha dubbi, di chi è contrario e di chi già è andato via.
 
Si vedrà quanto convincente risulterà questo Renzi vecchio e nuovo assieme. E convincente non solo per il «popolo delle primarie» - che i sondaggi danno in maggioranza con lui - ma per gli italiani tutti, quando saranno chiamati finalmente a scegliere a chi affidare le sorti di questo Paese.
 
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« Risposta #275 il: Aprile 28, 2017, 12:21:37 »

Il duello TV si rivela una sfida vera

Pubblicato il 27/04/2017 - Ultima modifica il 27/04/2017 alle ore 01:31

FEDERICO GEREMICCA
Non noioso, sebbene privo di sostanziali novità. Non cattivo, anzi assai meno cattivo di quanto solitamente si è abituati a veder accadere nel Partito democratico. E probabilmente non risolutivo, perché - a meno di eventi clamorosi - è molto difficile che un’ora di confronto modifichi giudizi e orientamenti di voto maturati nel corso di mesi di confronto. Ciò nonostante, non inutile: perché similitudini e differenze - a questo punto difficili da annullare - sono state confermate con irreversibile chiarezza. 
 
È una delle sintesi possibili del confronto tv fra Renzi, Orlando ed Emiliano, arrivati al rush finale della loro corsa alla guida del Pd. Un confronto che - prendendo come riferimento il passato recente - ha visto di fronte un «non pentito» (Renzi), un «mezzo pentito» (Orlando) ed uno (Emiliano) che non avendo nulla di cui pentirsi - per quanto riguarda il governo nazionale - ha avuto gioco facile nell’attaccare gli altri due competitors su tutto e tutti.
 
Su due punti - tutt’altro che irrilevanti - la differenza di posizioni tra Renzi e i suoi sfidanti è stata netta. Il primo. Orlando ed Emiliano hanno detto con chiarezza che, dopo le prossime elezioni, non farebbero mai un governo con Berlusconi: Renzi, invece, non ha escluso questa ipotesi. Il secondo: Orlando ed Emiliano - da capi del governo - varerebbero una patrimoniale, cioè una tassa sulle grandi ricchezze: Renzi, al contrario, no. Gli altri distinguo - su Europa, lavoro fatto dal governo Renzi e profilo del Pd - sono stati confermati, con toni meno accesi - in verità - di quanto ci si poteva attendere.
 
Pochi i momenti di forte attrito, essendo evidentemente prevalsa la preoccupazione per le sorti - direbbe Bersani - della ditta. Ma comunque evidenti le differenze: Renzi immaginifico come sempre e aperto a ogni futura alleanza politica; Orlando ortodosso e concreto nel prefigurare il lavoro di ricostruzione del centrosinistra, Emiliano cocciuto nell’attaccare sia il primo sia il secondo ma con poche proposte realmente innovative. Insomma: non è che tutto sia rimasto come prima, ma certo è difficile che il confronto abbia convinto molti a cambiare intenzione di voto.
 
Detto questo, non si può fare a meno di annotare come l’irresistibile tentazione autolesionista del Partito democratico continui a manifestarsi anche nei momenti meno opportuni. Si prendano, appunto, queste primarie. Si è cominciato con una poco comprensibile polemica preventiva sull’affluenza alle urne: se votano in meno di due milioni - si è detto - vanno considerate un flop. Il senso della polemica, naturalmente, è chiaro: indebolire - se non delegittimare - il vincitore. Se non fosse che così si è offerto un ottimo argomento di propaganda agli avversari politici, fingendo di dimenticare quanto i tempi siano cambiati rispetto a alle ultime primarie (4 anni fa) e rimuovendo del tutto la scissione della parte più militante e meglio organizzata del partito.
 
E non è tutto, perché il peggio è arrivato dopo il voto francese. Infatti, in rapida successione, prima Enrico Letta (ex presidente del Consiglio) e poi Walter Veltroni (primo segretario del Pd) hanno definito le primarie «morte» o «da ripensare». Certo, non un grande incoraggiamento per Renzi, Orlando ed Emiliano, che intanto battevano a tappeto il Paese chiedendo a militanti ed elettori di recarsi alle urne. «Fuoco amico», si potrebbe dire. E vedremo domenica, tra primarie sì o primarie no, l’effetto che avranno avuto certe polemiche e certi inattesi ripensamenti.
 
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« Risposta #276 il: Aprile 29, 2017, 12:57:28 »

Il duello tv si rivela una sfida vera

Pubblicato il 27/04/2017 - Ultima modifica il 27/04/2017 alle ore 01:31

FEDERICO GEREMICCA
Non noioso, sebbene privo di sostanziali novità. Non cattivo, anzi assai meno cattivo di quanto solitamente si è abituati a veder accadere nel Partito democratico. E probabilmente non risolutivo, perché - a meno di eventi clamorosi - è molto difficile che un’ora di confronto modifichi giudizi e orientamenti di voto maturati nel corso di mesi di confronto. Ciò nonostante, non inutile: perché similitudini e differenze - a questo punto difficili da annullare - sono state confermate con irreversibile chiarezza. 

È una delle sintesi possibili del confronto tv fra Renzi, Orlando ed Emiliano, arrivati al rush finale della loro corsa alla guida del Pd. Un confronto che - prendendo come riferimento il passato recente - ha visto di fronte un «non pentito» (Renzi), un «mezzo pentito» (Orlando) ed uno (Emiliano) che non avendo nulla di cui pentirsi - per quanto riguarda il governo nazionale - ha avuto gioco facile nell’attaccare gli altri due competitors su tutto e tutti.
 
Su due punti - tutt’altro che irrilevanti - la differenza di posizioni tra Renzi e i suoi sfidanti è stata netta. Il primo. Orlando ed Emiliano hanno detto con chiarezza che, dopo le prossime elezioni, non farebbero mai un governo con Berlusconi: Renzi, invece, non ha escluso questa ipotesi. Il secondo: Orlando ed Emiliano - da capi del governo - varerebbero una patrimoniale, cioè una tassa sulle grandi ricchezze: Renzi, al contrario, no. Gli altri distinguo - su Europa, lavoro fatto dal governo Renzi e profilo del Pd - sono stati confermati, con toni meno accesi - in verità - di quanto ci si poteva attendere.
 
Pochi i momenti di forte attrito, essendo evidentemente prevalsa la preoccupazione per le sorti - direbbe Bersani - della ditta. Ma comunque evidenti le differenze: Renzi immaginifico come sempre e aperto a ogni futura alleanza politica; Orlando ortodosso e concreto nel prefigurare il lavoro di ricostruzione del centrosinistra, Emiliano cocciuto nell’attaccare sia il primo sia il secondo ma con poche proposte realmente innovative. Insomma: non è che tutto sia rimasto come prima, ma certo è difficile che il confronto abbia convinto molti a cambiare intenzione di voto.
 
Detto questo, non si può fare a meno di annotare come l’irresistibile tentazione autolesionista del Partito democratico continui a manifestarsi anche nei momenti meno opportuni. Si prendano, appunto, queste primarie. Si è cominciato con una poco comprensibile polemica preventiva sull’affluenza alle urne: se votano in meno di due milioni - si è detto - vanno considerate un flop. Il senso della polemica, naturalmente, è chiaro: indebolire - se non delegittimare - il vincitore. Se non fosse che così si è offerto un ottimo argomento di propaganda agli avversari politici, fingendo di dimenticare quanto i tempi siano cambiati rispetto a alle ultime primarie (4 anni fa) e rimuovendo del tutto la scissione della parte più militante e meglio organizzata del partito.
 
E non è tutto, perché il peggio è arrivato dopo il voto francese. Infatti, in rapida successione, prima Enrico Letta (ex presidente del Consiglio) e poi Walter Veltroni (primo segretario del Pd) hanno definito le primarie «morte» o «da ripensare». Certo, non un grande incoraggiamento per Renzi, Orlando ed Emiliano, che intanto battevano a tappeto il Paese chiedendo a militanti ed elettori di recarsi alle urne. «Fuoco amico», si potrebbe dire. E vedremo domenica, tra primarie sì o primarie no, l’effetto che avranno avuto certe polemiche e certi inattesi ripensamenti.

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« Risposta #277 il: Maggio 02, 2017, 11:29:12 »

Una sorpresa che impone un nuovo inizio

Pubblicato il 01/05/2017 - Ultima modifica il 01/05/2017 alle ore 07:17

FEDERICO GEREMICCA

Di fronte ai 2 milioni di cittadini che hanno animato ieri (nel cuore di un lungo ponte) le primarie che hanno confermato con un semiplebiscito Renzi alla guida del Pd, non sappiamo se sia più corretto - come sta avvenendo in queste ore - parlare di «affluenza straordinaria» o, nonostante tutto, di un «imbarazzante flop». Siamo certi, al contrario, che la parola «miracolo» - considerate le scissioni, le inchieste giudiziarie e il vento che spazza il Paese - possa render bene il senso di quanto accaduto in questa ultima domenica di aprile.

Certo, il segnale è importante e, allo stesso tempo, incoraggiante: testimonia - infatti - la perdurante vitalità della democrazia italiana ed un suo «stato di salute» forse addirittura migliore di quel che si poteva temere. Il Pd, insomma, ha buoni motivi per manifestare soddisfazione: ma farebbe bene a ricordare che i miracoli non si ripetono all’infinito.
E che, per dirne una, se il secondo mandato da segretario di Renzi dovesse riproporre le dinamiche del primo - con una quotidiana e paralizzante guerriglia interna, conclusasi con un scissione - giornate buone come quella di ieri potrebbero diventare difficili, se non del tutto impossibili. 
 
Matteo Renzi ha vinto con percentuali che, sia nei circoli che ai gazebo, non ammettono repliche. A valutare il risultato a giochi fatti, si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo - ora - prevedibile e scontato: invece, la difficilissima fase attraversata da Renzi (dalla perdita del referendum a quella di Palazzo Chigi, passando per i guai dell’inchiesta Consip) e le insidiose candidature di Andrea Orlando e Michele Emiliano facevano di queste primarie un ostacolo non facile nemmeno per un leader abituato, come lui, a questo tipo di sfide. Ciò nonostante, non è errato - né contraddittorio - sostenere che per il segretario reinsediato le difficoltà maggiori comincino proprio ora.
 
Infatti, sulla base di una analisi che parte dall’impossibilità che Renzi cambi se stesso ed il suo modo di far politica, al leader del Pd vengono decisamente attribuite le seguenti tre intenzioni: varare una legge elettorale proporzionale che «freghi» i Cinque Stelle, augurare «serenità» a Paolo Gentiloni - dopo averla già augurata a Enrico Letta - e correre verso elezioni anticipate prima che il varo della difficile manovra d’autunno (con un governo a guida Pd a Palazzo Chigi) trasformi in un miraggio la sua speranza di tornare alla guida dell’esecutivo.
Bene: dar ragione a chi giura sul fatto che questi sono i suoi programmi, rappresenterebbe - per Renzi - un errore forse irrecuperabile. Un simile percorso, infatti, dimostrerebbe - allo stesso tempo - due semplici cose: che nulla si è imparato dalle lezioni subite e che ha ragione chi, appunto, sostiene che «Renzi non cambierà mai» (con buona pace del passaggio dall’«io» al «noi», della maggior collegialità, del ticket con Martina e via elencando).
 
Al contrario, il neo segretario del Pd dovrebbe forse imboccare vie radicalmente opposte a quelle ipotizzate. Dunque, lavorare ad un sistema elettorale che non archivi il principio maggioritario e assicuri la nascita di governi coerenti con le indicazioni dell’elettorato; sostenere lo sforzo del premier Gentiloni in una fase così difficile da non ammettere «smarcamenti»; contribuire al varo di una manovra che, al netto delle tensioni con Bruxelles, tenga l’Italia agganciata al treno di una possibile ripresa. Solo scelte di questo tipo - insieme alla pratica di una maggiore collegialità alla guida del partito - possono dare il via a ciò di cui Renzi, così massicciamente votato, ha davvero bisogno: quel nuovo inizio promesso ma non ancora avviato.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/01/cultura/opinioni/editoriali/un-miracolo-che-impone-un-nuovo-inizio-HDU8QzLAixNGRnLoyAQ8hM/pagina.html
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« Risposta #278 il: Maggio 08, 2017, 08:37:52 »

L’INTERVISTA ANGELINO ALFANO
Alfano e la legge sulla legittima difesa: «Questo testo è un successo
Irresponsabile insabbiarlo La sicurezza è una priorità»
Il ministro Angelino Alfano: se c’è uno stop bisogna risponderne al Paese

  Di Francesco Verderami

ROMA «È un voto che ci consegna un doppio risultato», dice Angelino Alfano commentando l’approvazione alla Camera della legge sulla legittima difesa: «Questo voto rappresenta per Alternativa popolare un successo politico e fornisce una risposta alla domanda di sicurezza che viene dall’opinione pubblica. Al Senato ci impegniamo fin d’ora a migliorare il testo, per tenere anche fede all’alleanza di scopo con Idv che su questo tema sensibile ha raccolto le firme di due milioni di cittadini». Il ministro degli Esteri racconta l’impegno del suo partito davanti alle «ritrosie del Pd» e come «siamo infine riusciti a far virare la maggioranza»: «Non abbiamo accettato la logica di una legge pur che sia e abbiamo fatto prevalere il buon senso per non lasciare il Paese al vociare inconcludente degli estremisti».

Si riferisce a Salvini?
«La sua sceneggiata alla Camera è stato il tentativo di cancellare le tracce del passato. Perché il testo che oggi noi abbiamo cambiato è il testo voluto e votato dalla Lega nel 2006. Nei resoconti parlamentari si possono leggere i loro toni trionfalistici, il modo in cui sbandierarono il provvedimento in vista della campagna elettorale. Ecco: quel provvedimento che oggi considerano inadeguato è farina del loro sacco. Eppoi, se Salvini strepita vuol dire che è prevalsa una linea moderata».

Anche Forza Italia è un partito moderato.
«Ma ha scelto di accodarsi alla Lega. Sull’emendamento contestato, peraltro, avevano votato a favore, segno che la strumentalità della politica ha prevalso sui contenuti. È la dimostrazione paradigmatica delle contraddizioni tra quanti in Forza Italia sono disposti ad andare dietro Salvini ad ogni costo e quanti si rendono conto che non si può andare ad ogni costo dietro Salvini».

Berlusconi ha spiegato che la legge non risponde alle esigenze dei cittadini.
«È che non si voleva dividere il fronte delle opposizioni, questo è il punto. Ma è un errore strategico, perché si consegna la ribalta all’estremista: la luce viene infatti accesa su un giocherellone come Salvini a cui non si può affidare il Paese. E mentre questo accade Forza Italia resta nell’ombra. Perciò vanno riunite le forze moderate che non accettano di assoggettarsi ad un’alleanza innaturale».


È naturale la vostra alleanza con il Pd?
«Ap è un partito legato al Ppe e governa con un partito iscritto al Pse, come accade in molti altri Paesi europei. E proprio come accade negli altri Paesi europei alle elezioni saremo autonomi e indipendenti. Intanto sui temi della sicurezza, del mercato del lavoro, delle tasse e della famiglia è sempre evidente il nostro imprinting. Quando il Pd ci segue su questi argomenti ha solo da guadagnarci. E più del Pd ci guadagna il Paese».

Ma al Senato ci saranno i numeri per approvare la legge sulla legittima difesa?
«A meno che non si spacchi il Pd perché non dovremmo avere i voti?».

Perché si sentono strani scricchiolii.
«Vorrei essere chiaro: al punto in cui siamo sarebbe irresponsabile se qualcuno insabbiasse o facesse cadere il provvedimento. Dovrebbe risponderne a noi e soprattutto al Paese. Per Ap si tratta di una legge sulla quale ha assunto un impegno con i cittadini».

Ma la legge incontra forti critiche. L’avvocato Bongiorno la definisce una «riforma trappola», e la sua tesi sembra coincidere con il commento della democratica Ferranti, che ricorda come «spetterà sempre al giudice stabilire se la reazione è stata proporzionata all’offesa».
«E come si dovrebbe procedere: con il televoto? Non mi pare facile espiantare la presenza del giudice dall’ordinamento giuridico. A parte la battuta, oggi la nuova legge introduce un’inversione dell’onere della prova. Spetterà al magistrato dimostrare che non si è trattato di legittima difesa. Sarà un modo per evitare processi e ulteriori sofferenze alle persone oneste».

C’è poi la polemica legata al fatto che la legittima difesa scatterebbe solo di notte.
«Basterebbe leggere la norma per capire che non è così: la norma vale a mezzanotte come a mezzogiorno. Il resto sono strumentalizzazioni. La sicurezza è una priorità».

A proposito di sicurezza, sul caso del procuratore di Catania Zuccaro, che lei ha difeso, è intervenuto il vicepresidente del Csm, Legnini, secondo il quale «c’è la necessità di accertare le scelte comunicative» fatte dal magistrato sul ruolo delle Ong nel trasporto dei migranti.
«Intanto emerge la volontà di appoggiare l’inchiesta, ed è una buona novità rispetto ai giorni scorsi. E per la stima che ho per il vicepresidente del Csm sono convinto che l’approccio usato in questo caso sulle scelte comunicative del magistrato, varrà per tutti i procuratori che dichiarano sulle proprie inchieste».


Ministro, è certo che la legittima difesa sarà legge entro la fine della legislatura? E quando finirà la legislatura?
«Per noi è importantissimo che divenga legge entro la fine della legislatura. E siccome una legislatura finisce quando si dimette il presidente del Consiglio o quando le Camere gli tolgono la fiducia, non vedo il problema».

4 maggio 2017 (modifica il 4 maggio 2017 | 23:28)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/politica/17_maggio_04/alfano-legge-legittima-difesa-questo-testo-successo-8c7ae4dc-310e-11e7-a448-9b138eb1814c.shtml?intcmp=exit_page
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« Risposta #279 il: Maggio 29, 2017, 09:16:53 »


La corsa a ostacoli della maggioranza

Pubblicato il 29/05/2017
Ultima modifica il 29/05/2017 alle ore 06:57

Federico Geremicca

Al di là delle dichiarazioni di maniera (anche queste assai rare, in verità) non è dato sapere con quale spirito Paolo Gentiloni abbia davvero accolto l’accelerazione impressa da Matteo Renzi per il varo di una nuova legge elettorale: passaggio definito ieri dal ministro Franceschini «l’ultimo atto della legislatura». È possibile che il premier condivida l’iniziativa del suo segretario.

O che - al contrario - si senta tradito: certo non è sorpreso - da renziano della prima ora - dal piglio col quale Renzi si è rimesso al centro della scena per ottenere quelle elezioni anticipate che avrebbe voluto già all’inizio di quest’anno.

Nel giro di un paio di giorni sarà chiaro se il pressing del segretario Pd avrà raggiunto l’obbiettivo, e cioè trasformare la larga ma ancora indefinita intesa sul modello elettorale tedesco in un accordo capace di reggere nelle aule del Parlamento. Il «sì» arrivato ieri da Grillo, dopo la consultazione on-line degli iscritti, sembra mettere la strada in discesa, aggiungendosi alla disponibilità già annunciata da Renzi e Berlusconi. Ma in vicende così delicate, il veleno – a volte – è nei dettagli: e tra soglie di sbarramento contestate, discussioni sulle preferenze e su possibili «premi di governabilità», molti aspetti vanno ancora limati.

È certo, però, che un’intesa non è mai stata cosi vicina. Ed è ugualmente certo che se venisse definita e ufficializzata, l’ipotesi di elezioni anticipate tra settembre e ottobre si farebbe più che concreta, infrangendo una sorta di regola non scritta che vuole l’Italia alle urne sempre e soltanto in primavera (anche in caso di voto anticipato).

 Infatti, dalle prime elezioni libere e democratiche dopo il ventennio fascista (18 aprile 1948) il Parlamento è stato rinnovato altre 16 volte e - escluse le ultime elezioni del febbraio 2013 - sempre in primavera: in 6 occasioni ad aprile, in 5 a giugno, in 4 a maggio ed una volta (nel 1992) a marzo, con la discesa in campo e la vittoria di Silvio Berlusconi. Anche in fasi terribili per il Paese, insomma – dal terrorismo brigatista degli Anni 70-80 allo stragismo mafioso, fino alle fasi di acutissima emergenza economica – questa regola non scritta ha sempre retto. Stavolta, invece, le cose potrebbero andare diversamente: e non solo per volontà di Matteo Renzi, ma per la coincidenza di elementi diversi.

Il primo e più importante è certamente il sempre più evidente scollamento della fragile maggioranza che sostiene Gentiloni. Le minacce incrociate di Alfano e di Articolo Uno (il primo, appunto, sulla legge elettorale; i secondi sulla reintroduzione dei voucher) sono lì a dimostrarlo. Per non dire delle fibrillazioni che tornano a scuotere il Pd, dove la nuova minoranza di Andrea Orlando sembra riproporre modalità e tecniche già sperimentate (con epilogo noto) dal tandem scissionista Bersani-Speranza. 

Inoltre, non è inutile riproporre una domanda: al di là degli interessi di parte (di partito), è pensabile che una maggioranza così litigiosa e stiracchiata riesca a varare in autunno – dunque a pochi mesi dalle elezioni previste nell’inverno del 2018 – la dura manovra economica che Bruxelles richiede? Rispondere sì – in verità – equivale a un atto di fede, più che a un’onesta analisi della situazione concreta. Ed è per questo, forse, che un ritorno alle urne potrebbe non essere il peggiore dei mali: oppure, più modestamente, un male al quale non resta che arrendersi.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/29/cultura/opinioni/editoriali/la-corsa-a-ostacoli-della-maggioranza-9HTjAZXMSYm4z6OO39jMhP/pagina.html
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« Risposta #280 il: Giugno 05, 2017, 11:38:32 »


Renzi: “Non è la legge che avrei voluto ma a questo punto tutto il resto rischiava di essere peggiore”
Lo sfogo: il maggioritario è finito il 4 dicembre, non oggi.
Il segretario del primo partito è il candidato a guidare il governo

Pubblicato il 31/05/2017

Federico Geremicca
Roma

«Un ritorno al passato. Ma sì, lo conosco il ritornello: col proporzionale si torna all’antico. È una stupidaggine, perché il ritorno al passato è accaduto il 4 dicembre non oggi, con l’adozione di un sistema elettorale che, date le condizioni, è il migliore possibile. Non è la legge che avrei voluto, certo: ma il resto rischiava di esser peggio». Sono le 9 della sera e, prima ancora di replicare in Direzione, Matteo Renzi ha un po’ di cose da chiarire.

La prima riguarda, appunto, il tramonto dell’era del maggioritario, e perfino di quella vocazione maggioritaria che fu l’acqua con la quale venne battezzata - giusto dieci anni fa - la nascita del Pd. Quella scelta politico-strategica produsse (è storia) la crisi del governo Prodi: precisamente come oggi la scelta inversa - quella del proporzionale alla tedesca - sta segnando la fine dell’esecutivo Gentiloni.

«Bellissima la vocazione maggioritaria: condivisi quell’intuizione con entusiasmo - annota Renzi -. Ma poi bisogna fare i conti con la realtà: quando abbiamo potuto praticarla? Prodi per governare ha avuto bisogno di Mastella. E Letta, io e Gentiloni abbiamo dovuto chiedere aiuto a Berlusconi prima e ad Alfano e a Verdini poi. Questa è la verità, altro che le ricostruzioni di comodo che sento in giro».

Né avrebbe prodotto risultati tener duro, andare al braccio di ferro, difendere fino all’ultimo la scelta maggioritaria. «Avremmo finito per votare col sistema consegnatoci dalla Corte Costituzionale - assicura il leader pd -. E tradito l’appello di Mattarella, che ha chiesto una nuova legge e omogeneità tra Camera e Senato. Ripeto: il sistema tedesco non è ciò a cui puntava il Pd: ma alla fine i conti si fanno con quel che c’è, con quel che è possibile. E quel che c’è permetterà ai democratici - giura il segretario - di fare una buona campagna elettorale».

Lo schema, secondo Renzi, è chiaro: «Sarà una partita a quattro: volete Renzi, Di Maio, Berlusconi o Salvini? E in Parlamento ci saranno quattro o al massimo cinque gruppi. Si vota, si contano i consensi e poi ci si allea per fare un governo». Detta così, sembra tutto perfetto: ma il rischio di fare una campagna elettorale sotto il tiro incrociato di Grillo e dei “sovranisti” - che già ora gridano all’inciucio Pd-Forza Italia - non è troppo alto per il Pd?

«Quello è un ritornello che avrebbero intonato comunque. Andiamo alla sostanza, invece: quasi l’80 per cento del Parlamento voterà la nuova legge - dice Renzi -. È un risultato che era impensabile. Da questo punto di vista si può esser soddisfatti. E spero lo sia anche il presidente Mattarella. Chi mi dipingeva come uno che non sa unire, ora farà fatica. Noi, intanto, ci prepariamo ad una grande campagna elettorale. Con la soglia al 5% punteremo sul voto utile e ovunque sarà possibile sul territorio faremo liste civiche con personalità indipendenti, uomini e donne della società civile».

Dunque: il sistema tedesco non è il preferito, ma Renzi già ragiona su una sorta di “istruzioni per l’uso” della legge in gestazione. Strano, piuttosto, che sottovaluti un aspetto che - pure - dovrebbe stargli a cuore: la scelta del capo del governo. E sì che amici e compagni di partito hanno già lanciato l’allarme: «Attento Matteo, che per fare maggioranza con noi c’è chi chiederà che non sia tu a guidare l’esecutivo». Nella Prima Repubblica funzionava così.

Un pericolo davvero? Renzi non sembra pensarlo. Oppure non ha voglia di parlarne. Ma ad insistere si capisce quale sarà la linea sulla quale si attesterà: «Il sistema tedesco - dice - significa sistema tedesco: e quindi il segretario del primo partito è il candidato a guidare il governo».
Inutile insistere, invece, su elezioni anticipate e data del voto. Renzi si cuce la bocca: ma che si debbano aprire le urne il prima possibile, per lui è nient’altro che un sottinteso.

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« Risposta #281 il: Giugno 28, 2017, 12:16:45 »

L’assedio al fortino di Matteo
Pubblicato il 28/06/2017 - Ultima modifica il 28/06/2017 alle ore 07:06

FEDERICO GEREMICCA

Il risultato elettorale usato come una clava: per regolare conti interni, ammonire i possibili alleati, richiamare alla disciplina e all’unità. Forse era prevedibile, forse no.

Fatto sta che nei tre poli che stanno ridisegnando la geografia politica del Paese, il voto di domenica ha immediatamente innescato una polemica inaspettatamente aspra.
 
Invece che festeggiare, litigano i vincitori del centrodestra, con Berlusconi, Salvini e Meloni duramente contrapposti sulla leadership futura e sul profilo della possibile coalizione: moderata o radical-populista? Detta il suo richiamo all’obbedienza Beppe Grillo, innervosito dall’insuccesso elettorale: o ci muoviamo come squadra oppure - se continuano distinguo e mugugni - saremo spazzati via. E il clima si fa incandescente soprattutto nel campo del centrosinistra, dove l’analisi del voto fatta da Matteo Renzi ha lasciato insoddisfatto Walter Veltroni e profondamente offeso Romano Prodi.
 
È stata una giornata, quella di ieri, che il leader del Partito democratico farebbe bene a segnare con un cerchietto rosso, perché incassare contemporaneamente le critiche del primo segretario del Pd e il gelido addio del fondatore dell’Ulivo («Sposterò un po’ più lontano la mia tenda: intanto l’ho messa nello zaino...») è cosa che pare avviare un cambio di fase nient’affatto semplice per l’ex premier.
 
Il fatto è che Veltroni e Prodi danno voce, autorevolezza e legittimità a dissensi e malumori che scuotono da tempo il Pd e che ieri hanno visto polemicamente in campo contro Renzi anche il potente ministro Franceschini: «Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo». Motivo contingente del contendere, la ricostruzione del campo del centrosinistra e della coalizione con la quale affrontare le prossime elezioni politiche. Ieri Renzi ha archiviato il tema quasi con fastidio: tutte queste polemiche su alleanze e coalizioni fanno vincere i nostri avversari. E si tratta di un’affermazione che, all’indomani di risultati elettorali più che deludenti, ha spinto anche leader prudenti e solitamente distanti dal fuoco della polemica ad esprimere contrarietà e dissenso.
 
Da ieri - e dopo una scissione che ancora sanguina - l’interrogativo che pare porsi è dunque il seguente: per quanto tempo Renzi potrà reggere l’opposizione contemporanea di Prodi, Veltroni, Orlando e Franceschini? E come riuscirà, mentre a Roma gli oppositori si moltiplicano, a riassorbire il dissenso e la delusione che cresce in periferia? 
Il capo d’accusa dal quale il segretario dovrà difendersi, è riassumibile più o meno così: hai distrutto il centrosinistra e ora - stando ai risultati elettorali, alle scissioni e al pessimo clima interno - stai distruggendo anche il Pd. L’invito - che pare accompagnato da una sorta di conto alla rovescia - è a cambiar rotta: ma è un invito che Renzi ha già respinto più volte.
 
E dunque? E dunque si preparano giorni difficili. Difficili, in particolare, per Matteo Renzi. È presumibile che, secondo tradizione, il segretario non cambierà di una virgola la propria posizione: ma la partita che s’avvia a giocare, mentre intorno a lui sembra farsi il vuoto, stavolta è assai insidiosa. Certamente la più insidiosa da quando, nel dicembre di quattro anni fa, conquistò la segreteria del Pd.

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« Risposta #282 il: Agosto 12, 2017, 05:12:12 »

“Non farò la stessa fine di Veltroni”. Renzi ridimensiona Minniti
Il segretario Pd teme un attacco alla leadership dopo il voto in Sicilia
Renzi ha sentito al telefono il ministro Minniti ieri sera: «Il clima è tornato sereno», assicura

Pubblicato il 09/08/2017
FEDERICO GEREMICCA
ROMA

La tesi è spericolata: e proprio per questo, dunque, assai suggestiva. La espongono - e qui la sintetizziamo - i soliti «ambienti ben informati». In due parole: a spingere Graziano Delrio contro Marco Minniti sarebbe stato Renzi, preoccupato dalla crescita (e dalle possibili ambizioni) dell’attivissimo ministro degli Interni. Renzi contro Minniti? Renzi contro il ministro che meglio di ogni altro sta interpretando la nuova «linea dura» in materia di immigrazione?

La tesi, dicevamo, è ardita. Ma il silenzio rispettato nelle ultime 48 ore dal segretario di fronte alla polemica che ha contrapposto due ministri Pd, qualche interrogativo effettivamente lo pone. L’ex premier è ufficialmente in vacanza da un paio di giorni ma, raggiunto mentre cerca faticosamente di organizzare la partenza con moglie e prole, non nega uno dei suoi articolati commenti: «Cazzate». O meglio: «Minniti sta lavorando bene: ed io, del resto, non sono estraneo alla sua scelta come ministro. Quanto al mio silenzio - aggiunge - molte volte è meglio fare che parlare: e io ho lavorato perché i dissidi rientrassero. Quindi, come le dicevo, cazzate».
 
Sarà. Ma gli «ambienti ben informati» talvolta lo sono davvero. E aggiungono che Renzi attribuirebbe a Marco Minniti (e non solo a lui, naturalmente) un piano ben preciso: attendere la possibile sconfitta del Pd e del centrosinistra alle regionali siciliane per passare all’attacco del segretario. Copione, onestamente, non nuovo. Credibile, certo, ma non nuovo: visto che fu quel che accadde a Walter Veltroni, primo segretario del Partito democratico e costretto alle dimissioni - gli successe Franceschini... - dopo la sconfitta alle elezioni regionali sarde (febbraio 2009).
 
Possibile? «Intanto vediamo come va il voto in Sicilia, che certo non è un test nazionale - annota Renzi -. Per il resto, so bene che alcuni considerano le regionali siciliane come uno spartiacque, ma mi pare tutto molto fantasioso. Quando Walter si dimise mancavano quattro anni alle elezioni politiche del 2013; dopo il voto in Sicilia, invece, un paio di mesi e si scioglieranno le Camere. A cosa pensano, a una crisi di governo o a un cambio di segretario a un passo dalle urne? Senza ripetere che la segreteria non è attaccabile, visti i due milioni di votanti alle primarie...».
 
Matteo Renzi, dunque, inizia le sue vacanze dicendosi tranquillo: per l’oggi e per il domani. Tranquillo ma non fino al punto da rivelare da quale parte stia nella disputa Minniti-Delrio. «Sto con Gentiloni», dice. Ma mentre spiega che nell’inattesa querelle ognuno avrebbe un pezzo di ragione, non riesce a non far trasparire un qualche fastidio per alcuni atteggiamenti del ministro degli Interni. Non si tratta di obiezioni di merito, visto che «Marco è bravissimo e Pd e governo stanno con lui». Però...
 
Però. «Però è come se Marco cercasse costantemente la rissa con tutti: non serve, perché sta lottando come un matto, sta facendo un buon lavoro e questo gli è riconosciuto». Però. «Però non può disertare un Consiglio dei ministri restandosene offeso e in disparte nella stanza affianco». Però. «Però non può incupirsi se non gli viene detto ogni giorno che è bravo: è bravo, il codice varato per le Ong è buono e stiamo ottenendo il risultato che cerchiamo, ridurre gli arrivi sulle nostre coste».
 
Ma è l’ultimo però a meritare qualche attenzione, perché somiglia a un consiglio, se non proprio a un avvertimento. «Però quando si raggiungono vette alte, come sta succedendo a Marco, non bisogna farsi prendere dalle vertigini». Vertigini da successo, insomma: che possono portare a passi falsi, a puntare a mete irraggiungibili, a commettere - diciamo così - errori frutto di un eccesso di euforia...
 
Dovessimo operare una sintesi, diremmo: Renzi non ce l’ha con Minniti per il lavoro fin qui svolto quanto - piuttosto - per certi protagonismi che lo accompagnano. E ce l’ha, forse, per il clima di dissensi e trappole che vede consolidarsi intorno alla sua leadership (un sospetto, diciamolo subito, che non riguarda certo - o soprattutto - solo il ministro degli Interni).
 
Ma a sera ormai fatta - e alla fine di una evidente prova di forza - Matteo Renzi racconta di una giornata tesa ma finita bene: «Ho sentito Marco e tutti gli altri, uno per uno. Va meglio, anzi mi pare sia tornato il sereno. Si continua a lavorare tutti assieme e con profitto. E poi dicono che sono un accentratore individualista incapace di mediare...». Ride. Ma magari è solo perché le vacanze possono finalmente cominciare.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/09/italia/politica/non-far-la-stessa-fine-di-veltroni-renzi-ridimensiona-minniti-f8C3KIywj6LNhE0zA2AYBM/pagina.html
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« Risposta #283 il: Settembre 01, 2017, 05:55:37 »

L’Italia guarda oltre Lampedusa

Pubblicato il 30/08/2017

FEDERICO GEREMICCA

Uscita dai radar. Espulsa dalle cronache. Cancellata dall’informazione internazionale. Lampedusa non c’è più: e la sua eclissi potrebbe non essere temporanea. Da soggetto drammaticamente pulsante in ogni emergenza, si è trasformata in poche settimane in recettore passivo di sbarchi sempre più rari e contestati. È la crisi irreversibile di un modello. Ma è proprio da queste ceneri - anche da queste ceneri - che è nato e si va sperimentando un nuovo modo di intendere contrasto e accoglienza sul fronte dell’immigrazione.

Parliamo di una sorta di «terza via» - che potremmo definire modello-Minniti - che due giorni fa ha riscosso apprezzamento anche nel vertice di Parigi: dove l’Italia, per una volta (e sarebbe ipocrita non annotarlo) ha ricevuto applausi per il suo attivo protagonismo e non più soltanto per la sua tradizionale umanità... Un punto di vista terzo, tra due opposte astrusità: respingimenti massicci e accoglienza generalizzata.
 
Non è stato facile per il Partito democratico - e quindi per il governo - rassegnarsi all’ineluttabilità della crisi di un modello. Nell’immaginario collettivo di quel mondo fatto di associazionismo e volontariato, Ong, cattolici di base e sinistra diffusa, Lampedusa ha infatti rappresentato per almeno un decennio il simbolo più luccicante e propagandato di un’idea di solidarietà tanto condivisibile quanto difficilmente praticabile. Correggere la rotta, dunque, non è stato né indolore né semplice: ma a un certo punto è diventato chiaro che non si poteva andare avanti a dispetto dei santi.
 
Se c’è una goccia che anche psicologicamente ha fatto traboccare il vaso delle incertezze di Matteo Renzi, possiamo probabilmente individuarla nella sconfitta di Giusy Nicolini nelle elezioni tenutesi a Lampedusa nel giugno scorso. Fresca del premio per la Pace assegnatole dall’Unesco e freschissima della cena con Renzi e Obama alla Casa Bianca, la Nicolini - da sindaco uscente - è arrivata addirittura terza nella corsa alla poltrona di primo cittadino. Una sconfitta raggelante anche per Renzi, che aveva appena voluto Giusy Nicolini nella segreteria nazionale del Pd.
 
Un segnale inequivocabile, insomma. Aggravato da due altri allarmi. Il primo: la svolta «rigorista» del Movimento Cinque Stelle e l’accentuarsi di tensioni sociali - alle quali ha fatto riferimento ieri il ministro Minniti - sempre meno governabili. Il secondo: il quasi ammutinamento di molti sindaci Pd del Nord che - oltre a richiedere un deciso cambio di linea - andavano intanto assumendo posizioni autonome e sempre più vicine a quelle di alcuni colleghi leghisti.
 
È anche dalle ceneri del modello-Lampedusa, insomma, che nasce il famoso: «Aiutiamoli a casa loro» col quale Matteo Renzi ha infuocato l’estate e avviato la svolta. Molti osservatori hanno frettolosamente archiviato quella battuta come «slogan elettorale», non immaginando che - al contrario - facesse da vigilia ed apripista a un cambio di linea del governo fortemente voluto anche da Minniti (prima sulle Ong e poi nel contrasto agli scafisti in acque libiche). 
 
L’eclissi di Lampedusa e la crisi del modello che aveva rappresentato, cominciano così. Non è un processo indolore, viste le polemiche che li accompagnano: ma la via è aperta. Molto dipenderà dall’impegno dell’intera Europa, che non può fermarsi anche stavolta alla solita pacca sulle spalle. Macron e Merkel assicurano che l’Unione è pronta a fare la sua parte. Vedremo.
 
Intanto si fanno fioche le luci dei riflettori su Lampedusa, terra promessa per volontari di tutto il mondo e prima meta del peregrinare di Papa Francesco. Già, Papa Francesco: tra tutti i potenti del mondo, il meno convinto - forse - di questa nuova «terza via» italiana.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/30/cultura/opinioni/editoriali/litalia-guarda-oltre-lampedusa-IoYEQVU1rZnDoEr8SeSTBJ/pagina.html
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« Risposta #284 il: Oggi alle 12:05:45 »

Adesso Renzi insegue la terza via

Pubblicato il 21/09/2017

FEDERICO GEREMICCA

Se tre indizi fanno una prova, quattro o cinque iniziative politiche eccentriche rispetto al solito possono esser definite una svolta? È questo, più o meno, l’interrogativo che aleggia su Matteo Renzi e sulla sua perdurante «fase zen». Un interrogativo che al leader Pd non dispiace, anzi: il fatto stesso che venga posto, in fondo, testimonia che la lenta e dolorosa correzione di rotta in corso è stata colta. E fa discutere.
 
Elenchiamo alcuni dei fatti maturati nelle ultime 72 ore: fatti in parte ufficiosi e in parte pubblici e ufficiali. Partiamo da questi ultimi. Il primo: il via libera al «rosatellum bis», un sistema elettorale che incentiva la formazione di coalizioni prima del voto, punto di principio caro a molti nel Pd (e nel centrosinistra) rispetto ad un modello interamente proporzionale. Il secondo: l’invito al Nazareno spedito a Susanna Camusso - ospite in un seminario sull’economia europea - carissima nemica e avversaria irriducibile nei tre anni di governo del «rottamatore».
 
Ci sono poi i fatti ufficiosi e ancora in divenire. Il primo è il veto che Renzi avrebbe fatto cadere a proposito della riconferma di Ignazio Visco alla guida della Banca d’Italia: una novità non da poco, soprattutto alla luce delle pesanti critiche al Governatore messe nero su bianco dal segretario Pd nel suo recente libro. Il secondo è l’ok a Pier Ferdinando Casini come presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche: e anche qui la sorpresa è grande, visto che quella poltrona sembrava destinata, fino a ieri, ad un fedelissimo del segretario.
 
Se a questi fatti si aggiungono i toni insolitamente pacati scelti da Matteo Renzi per commentare gli ultimi sviluppi del caso Consip, il quadro può considerarsi completo: e tratteggia, appunto, una possibile svolta - nei toni, nei modi e negli obiettivi - nell’azione dell’ex presidente del Consiglio. Si tratta di una svolta che è per metà frutto delle esperienze passate, certo: ma per l’altra metà guarda al futuro, e serve ad affrontare al meglio una fase politica che si preannuncia gonfia di insidie ed incertezze.
 
Gli uomini più vicini al segretario parlano a denti stretti di «effetto referendum» e della fine del sogno dell’autosufficienza. Si tratterebbe del famoso passaggio dall’«io al noi», più inclusività, più collegialità, maggior dialogo fuori e dentro il partito: e sistemate le cose nel Pd col Congresso e con la nascita di una nuova squadra, Renzi sta ora aprendo canali di confronto in diverse direzioni. Alla luce di una novità di non poco conto: considerati i rapporti di forza ed i sistemi elettorali di cui si discute, il leader Pd avrebbe cominciato a convincersi davvero dell’improbabilità di un suo ritorno a Palazzo Chigi.
 
È da qui che nascono «il Pd squadra» e l’«attacco a tre punte» (Gentiloni, Del Rio, Minniti: in rigoroso ordine di preferenza). Ma è da qui che nasce anche il tentativo di avviare dialoghi e tessere nuove alleanze che rendano il dopo voto meno ostico, sgombrando il campo - per quanto possibile - da rancori, veti preventivi e pregiudiziali che oggi rendono difficilmente immaginabile una sua nuova esperienza alla guida del governo.
 
Dunque, la si potrebbe mettere così: Renzi è pronto a ricedere il passo a Gentiloni ma non rinuncia a provarci, con un nuovo stile (da segnalare perfino il sì all’invito in tv di Bianca Berlinguer, non certo un’amica...) e ripartendo comunque dal Pd. Anche nel partito, infatti, il suo attivismo è inedito. È tutto pronto - per esempio - per un faccia a faccia con Dario Franceschini, potente ministro, costruttore (e distruttore) di maggioranze. Senza il suo sostegno non si va granché lontano. Ora Renzi vuol capire cos’ha in testa, e regolarsi. Vedremo. Così come sarà interessante osservare la profondità e l’ampiezza della svolta: perché da «rottamatore» a costruttore il passo non è né facile né indolore.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/09/21/cultura/opinioni/editoriali/adesso-renzi-insegue-la-terza-via-DcV3eUA7aFcE549IEhsUIJ/pagina.html
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