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Autore Topic: Radina Vučetić, la sua intervista. Cos'è stata la Jugoslavia?  (Letto 292 volte)
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« il: Febbraio 13, 2018, 12:35:52 »

Cos'è stata la Jugoslavia?
Qual è l'eredità jugoslava nelle repubbliche sorte dopo la sua dissoluzione?
Che memoria si ha in queste repubbliche della Jugoslavia?


Sono alcune delle domande a cui risponde in questa intervista la storica Radina Vučetić


09/02/2018 -  Filip Švarm   Belgrado
(Originariamente pubblicato dal settimanale Vreme il 28 dicembre 2017)

Con l’approssimarsi del centenario della nascita della Jugoslavia, che ricorre nel dicembre 2018, ci si chiede se qualcuno, e come, celebrerà questo anniversario. Della presunta artificiosità della Jugoslavia, dei suoi più grandi risultati, le sue debolezze, il suo lascito, e di molte altre questioni legate ad un paese che non c’è più abbiamo parlato con Radina Vučetić, docente di Storia presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Belgrado e autrice dei libri “Koka-kola socijalizam” [Coca-Cola socialismo] e “Monopol na istinu” [Monopolio sulla verità].

Alla vigilia delle guerre balcaniche, la Serbia e il Montenegro erano due stati indipendenti, la Macedonia e il Kosovo inglobati nell’Impero Ottomano, mentre la Slovenia, la Croazia e la Bosnia Erzegovina facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. Quale ruolo rivestivano questi paesi nel contesto internazionale dell’epoca? È possibile fare un parallelo con le loro posizioni attuali?
Indipendenti o all’interno di grandi imperi, ovvero ai loro confini, questi paesi non erano grandi attori della politica europea, tanto meno di quella internazionale. Avevano lo status di province, sia nel senso letterale sia in quello più profondo del termine. Solo con la Jugoslavia, crebbe la loro importanza. Nacque uno stato relativamente grande, più grande di tutti i suoi vicini, tranne l’Italia, e conosciuto in tutto il mondo, soprattutto se parliamo della seconda Jugoslavia. Riconoscibile sulla mappa, la Jugoslavia era ancora più riconoscibile per i suoi valori in diversi campi. Dove si collocano oggi i paesi nati dalla dissoluzione di quella Jugoslavia? Come sono solita dire, da un paese sensato è sorto un gran numero di paesi insensati, per quanto tremendo possa suonare. Persino i paesi ex jugoslavi che oggi fanno parte dell’Unione europea hanno scarsa rilevanza nel contesto internazionale, tanto che anche chi dovrebbe intendersi di politica e di Balcani, come ad esempio Serge Brammertz, arriva a dire che Kolinda Grabar Kitarović è presidente della Serbia. O come quando all’estero vi chiedono da dove venite, alla vostra risposta “dalla Serbia” spesso segue la domanda “Lì fa freddo?”, perché confondono la Serbia con la Siberia. Tutti questi neonati paesi sono tuttora noti, purtroppo, soprattutto per essere stati teatro delle sanguinose guerre degli anni Novanta o, se guardiamo il lato positivo, per la bravura dei loro atleti e squadre sportive. Già che abbiamo menzionato lo sport, se le squadre nazionali dei paesi ex jugoslavi sono così forti, come sarebbe la nazionale della Jugoslavia, se quel paese esistesse ancora?

Che cosa ha significato per i popoli jugoslavi l’idea dell’unificazione?
A prescindere da quale posizione e con quale intenzione ci si addentra nella riflessione sulla Jugoslavia, non si può non constatare che questo paese, in entrambe le sue vite, fungeva da cornice per l’emancipazione e modernizzazione di tutti i popoli jugoslavi, una cornice entro la quale si sono costituite le future repubbliche, odierni stati indipendenti, e ogni singolo popolo jugoslavo ha raggiunto momenti del suo più grande slancio.

Come afferma Marie-Janine Čalić, nota storica tedesca, la Jugoslavia è stata il più importante progetto modernista mai realizzato nei Balcani, mentre tutto quello che è accaduto a partire dalla fine degli anni Ottanta, compreso quello che sta accadendo oggi, è nella sua essenza antimodernista, e ci riporta indietro di un intero secolo. Questo ritorno ai ristretti limiti nazionali rispecchia un oscurantismo ottocentesco ed è in totale contrapposizione con quello che ha rappresentato la Jugoslavia. Dopo aver fatto tante salite, alla fine siamo scesi praticamente in fondo alla scala del progresso, o meglio siamo precipitati giù. Tutti i popoli che facevano parte della Jugoslavia proprio all’interno di essa hanno raggiunto il loro massimo in termini storici e culturali.

D’altra parte, se guardiamo al modo in cui la Jugoslavia viene percepita dai nuovi stati sorti dalla sua dissoluzione, vediamo che questi ultimi tendono a rinnegare tutto quanto di positivo aveva portato l’unificazione, interpretando la creazione della Jugoslavia come una sorta di “soluzione per necessità”, un intervallo fino al raggiungimento dell’indipendenza nazionale. La vita comune, a prescindere che fosse percepita come un’esigenza o una necessità, era appesantita da numerosi problemi, tra cui il più grande quello legato alla mancata risoluzione della questione nazionale e di quella di (dis)uguaglianza tra i paesi che si unificarono nel Regno di Jugoslavia, facendo successivamente parte della Jugoslavia socialista. Il costante conflitto tra centralismo e federalismo, e la sostanziale incapacità di dar vita a un vero dialogo, hanno fatto sì che le questioni di cui sopra rimanessero irrisolte in entrambe le Jugoslavie. Parallelamente allo sviluppo economico e culturale, in Jugoslavia rimase preponderante, fin dall’adozione della prima costituzione, conosciuta come la Costituzione di Vidovdan, la concezione centralista e unitarista dello stato, intorno alla quale giravano tutte le polemiche, finché non si infuocarono.

Tuttavia, se mettiamo a confronto l’emancipazione e la visibilità internazionale raggiunte dai popoli jugoslavi grazie all’unificazione in un unico stato, con costanti scontri interni ad esso, si impone la domanda se il crollo della Jugoslavia fosse inevitabile. Credo di no. Gli antagonismi ci sono sempre, ma là dove esiste la possibilità di far combaciare i traguardi collettivi con quelli dei singoli popoli, di far progredire l’intera società e al contempo ogni sua parte – e in Jugoslavia questa possibilità esisteva – gli antagonismi non devono necessariamente rappresentare un serio ostacolo al progresso. Progredendo economicamente e culturalmente, la Jugoslavia faceva progredire ogni sua parte, ponendo in tal modo le fondamenta, in tutti gli ambiti, dei nuovi stati indipendenti nati dalla sua dissoluzione. Molto di ciò che oggi viene ritenuto proprio del popolo serbo, croato, bosgnacco, sloveno, macedone, montenegrino o albanese, è in realtà jugoslavo, persino in senso materiale. Lo conferma anche la famosa “successione” [dell’eredità jugoslava, ndt]. I figli in lite dividono quello che i genitori hanno lasciato loro dopo averli abbandonati. Investendo su se stessa – in senso metaforico, ma anche letterale – , la Jugoslavia investiva in Serbia, Croazia, Slovenia, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Macedonia. Le tracce di questo passato comune esistono e persistono. Per riassumere, l’idea dell’unificazione non era soltanto un’idea costitutiva dello stato. Era molto di più, ragione per cui ha lasciato dietro di sé tante cose che sono ancora vive, e continueranno a vivere, non solo sul piano sentimentale e emotivo.

In quale misura la creazione della Jugoslavia, sia la prima che la seconda, può essere considerata come frutto di un autentico desiderio di unificazione dei popoli jugoslavi, e in quale misura invece rappresenta una conseguenza del sovrapporsi delle dinamiche internazionali? O meglio, è lecito parlare di Jugoslavia come una creazione artificiale?
In nessun modo si può parlare né di prima né di seconda Jugoslavia come creazioni artificiali. Le cose non sono mai così semplici, e proprio la tesi che considera la Jugoslavia come una creazione artificiale è servita per negare quella che era la realtà, ovvero il desiderio dei popoli jugoslavi di unirsi in un unico stato. Questa tesi ignora completamente tutte quelle istanze che iniziarono a emergere a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ma le cui radici affondano in un passato assai più remoto. Gli indizi del desiderio di unificazione sono riscontrabili non solo in determinate idee politiche, ma anche nella quotidianità e nella vita culturale.

Di questo argomento si è occupata, relativamente alla Serbia, la mia collega Dubravka Stojanović, che ha dimostrato come le prime collaborazioni teatrali tra Zagabria e Belgrado risalgano al 1841, intensificandosi a partire dagli anni Sessanta del XIX secolo, mentre all’inizio del XX secolo ebbero luogo la Prima mostra d’arte jugoslava, il Primo congresso della gioventù jugoslava, il Primo congresso degli scrittori jugoslavi; le vacanze estive si trascorrevano ad Abbazia (Opatija) e Fiume (Rijeka), mentre nell’estate 1910, come adesso per Capodanno, un gruppo di sloveni visitò Belgrado.

Quindi, la Jugoslavia non nacque per caso nel 1918, né come frutto delle dinamiche della politica internazionale, bensì come risultato delle aspirazioni dei popoli jugoslavi. Ma siccome noi siamo inclini alle teorie del complotto – non solo per quel che riguarda la nascita della Jugoslavia, ma anche la sua dissoluzione – , tendiamo sempre a dare la colpa ad altri, senza cercare di identificare i problemi esistenti in entrambe le Jugoslavie che hanno portato alla sua dissoluzione. Resta il fatto che quasi tutti gli ambienti politici e intellettuali dell’ex Jugoslavia, a prescindere dalla nazionalità dei loro esponenti, erano intrisi di jugoslavismo. Perciò in nessun modo si può parlare di Jugoslavia come “una creazione di Versailles”, una creazione artificiale, nonostante il fattore internazionale avesse giocato un certo ruolo, che però non fu decisivo per la nascita della Jugoslavia.

A Belgrado non c’è nessuna via intitolata al re Aleksandar Karađorđević né tanto meno un monumento che lo ricorda, mentre invece esiste un monumento dedicato allo zar russo Nikolaj II. Secondo lei, questo è dovuto al fatto che il re Aleksandar fu fondatore della prima Jugoslavia, ovvero è dovuto alla sua politica di jugoslavismo integrale?
A Belgrado ci sono soltanto alcuni busti del re Aleksandar Karađorđević, di cui uno si trova davanti all’ingresso dell’Archivio della Jugoslavia e un altro nell’atrio della Casa dell’Esercito serbo. La domanda sul perché non esista alcun monumento dedicato al re Aleksandar è davvero interessante e importante, e ci sono più risposte possibili. Una è che gli anni immediatamente successivi all’assassinio del re Aleksandar furono molto turbolenti, contrassegnati da forti tensioni e dall’allontanamento dalla Francia e da altre democrazie liberali, nonché dall’abbandono della politica di jugoslavismo integrale.

A seguito dell’attentato, l’immagine del re Aleksandar rimase viva nell’opinione pubblica, ma quest’ultima cambiava continuamente e non c’era più alcuna forza politica disposta a continuare a perseguire la politica del re. D’altra parte, bisogna tenere conto del fatto che, quando si parla di leader assassinati, deve passare un po’ di tempo prima che vengano loro dedicati monumenti. Il principe Mihailo fu ucciso nel 1868 e il primo monumento in sua memoria fu eretto nel 1882, quindi 14 più tardi. È la stessa cosa con Zoran Đinđić, che è stato assassinato nel 2003, ma l’idea di dedicargli un monumento si sta concretizzando solo ora.

Quando si tratta di monumenti, oltre alle persone a cui vengono dedicati, è importante anche chi li erige, per cui spero che il monumento alla memoria di Zoran Đinđić non venga eretto nelle circostanze attuali. Spero anche che Mrđan Bajić e Biljana Srbljanović [vincitori del recente concorso per la realizzazione di un monumento a Zoran Đinđić, ndt], nei cui confronti nutro una grande stima, riflettano ancora una volta su tutto ciò che comporta la costruzione di un tale monumento, e se davvero vogliono partecipare al tentativo di Aleksandar Vučić di ripulire il suo passato politico. Non vi è alcun dubbio che dedicare un monumento a Zoran Đinđić sarebbe nell’interesse comune e avrebbe una portata storica, e per quanto riguarda eventuali aspetti controversi legati alla sua costruzione, da quelli estetici a quelli politici, saranno l’opinione pubblica e il tempo a giudicare.

Quanto invece al monumento mancato al re Aleksandar, sembra che oggi meno che mai qualcuno lo voglia, perché l’ideologia dello jugoslavismo, con tutto ciò che ha rappresentato, evidentemente per noi non ha più alcun significato, di fronte all’ondata di zar e coristi russi, o di dittatori azeri.

In quale misura Tito aveva fatto proprie e perseguito le istanze della politica estera del re Aleksandar, nel contesto balcanico ed europeo del primo dopoguerra?
Eviterei di fare paragoni tra la politica estera del re Aleksandar e quella di Tito: dopo il 1945, il mondo, segnato dalla guerra fredda, era completamente diverso da quello ai tempi di Aleksandar Karađorđević. Forse un elemento di similitudine tra le loro politiche estere potrebbe essere rintracciato nella consapevolezza dell’importanza di contatti e alleanze regionali, come uno scudo contro avversari molto più potenti. Per il re Aleksandar lo era Mala Antanta [Piccola Intesa], e per Tito il Patto balcanico [del 1953]. Tuttavia, si tratta di situazioni e momenti storici completamente diversi tra loro, e quello che, in una certa misura, accomuna il re Aleksandar e Tito è la considerazione che la politica è l’arte del possibile, un motto a cui si attenevano né più né meno degli altri leader europei e mondiali.

Il re Aleksandar e Tito furono entrambi comandanti supremi delle forze armate, vincitori della guerra, capi di stato della Jugoslavia. È possibile tracciare un parallelo tra i loro stili politici e personali?
Tali paralleli sarebbero da evitare, perché si tratta di un monarca e un presidente di una repubblica socialista, e di due stati per molti aspetti diversi tra loro. È interessante, tuttavia, osservare lo stile e il culto della personalità dei due leader, perché sia il re Aleksandar sia Tito avevano una personalità forte e governarono incontrastati fino alla morte. I due sistemi politici erano simili dal punto di vista formale, anche se la sostanza era completamente diversa. Non solo Tito fu chiamato “il più grande figlio del nostro popolo”, ma anche il re Aleksandar. Non solo nella Jugoslavia socialista, ma anche nel Regno di Jugoslavia le strade e diverse istituzioni venivano intitolate al capo di stato. Anche la morte dei due leader fu un’occasione per rafforzare il loro culto. Il culto della personalità di Tito emergeva soprattutto in occasione del suo compleanno, celebrato come la Giornata della gioventù, e anche nel Regno di Jugoslavia era molto forte il culto del compleanno sia del re Aleksandar sia di suo figlio, erede al trono, Petar Karađorđević.

Di esempi del genere ce ne sono davvero tanti, e queste caratteristiche formali che il comunista Tito aveva preso in prestito da un re servivano per facilitare la presa del potere e la legittimazione del nuovo regime. Anche oggi esiste questo tipo di idolatria nei confronti dei capi di stato, sia che si tratti di un re, presidente di una repubblica socialista, oppure presidente o premier di un paese democratico.

Quindi, è del tutto irrilevante se parliamo di uno stato nazionale o plurinazionale, di una monarchia o repubblica, di comunismo o post-comunismo, di una dittatura monopartitica o pluripartitica – pare che abbiamo sempre bisogno di culti della personalità, ovvero di leader. Questo è solo un altro indicatore del fatto che la nostra società è ancora profondamente patriarcale e conservatrice, priva di qualsiasi cultura politica, una società in cerca del suo Cristo Salvatore, pur non sapendo nulla o quasi di religione.

Quali furono le linee rosse della politica estera di Tito e quale posto occupa la sua rottura con Stalin nella storia politica contemporanea?
La rottura delle relazioni con l’Unione Sovietica fu l’evento più importante della storia della Jugoslavia socialista. Dire “no” a Stalin e all’URSS presupponeva un grande coraggio e, come si è dimostrato successivamente, fu la decisione più saggia che Tito avesse mai preso. Parliamo di un atto politico di immensa portata, che segnò la vita dei cittadini jugoslavi fino alla dissoluzione del paese. Dopo la rottura del 1948, la Jugoslavia rimase un paese socialista, in cui però vigevano notevoli libertà, incomparabilmente maggiori rispetto a quelle esistenti nei paesi del blocco sovietico. Inoltre, Tito seppe valutare bene la situazione di guerra fredda e trarre i maggiori vantaggi possibili dai buoni rapporti con l’Occidente. Contemporaneamente, al fine di preservare la neutralità della Jugoslavia, stabilì contatti con i paesi del cosiddetto “Terzo mondo” e divenne uno dei leader del Movimento dei non-allineati, riuscendo a imporsi come personaggio politico di spessore internazionale.

Oggi l’importanza della figura di Tito viene contestata in mille modi, ma sta di fatto che il suo ruolo nella politica internazionale fu davvero notevole. Studiando il materiale archivistico relativo ad alcuni grandi eventi storici – dai conflitti in Medio Oriente all’invasione della Cecoslovacchia – , mi è capitato di imbattermi in lettere rivolte a Tito da diversi presidenti statunitensi e altri leader mondiali per chiedere una sua opinione o la disponibilità a fare da tramite. Perciò mi stupisce come certe persone, soprattutto quelle con aspirazioni politiche, (s)valutino con nonchalance la figura di Tito, senza comprendere a fondo la sua reale importanza nel contesto internazionale, un’importanza riconosciuta dai massimi storici contemporanei. È certo che la sua rottura con Stalin ha avuto, oltre a quelli dichiarati, anche molti oppositori nascosti. È curiosa, in questo senso, la battuta secondo cui alcuni eventi politici turbolenti, compresa l’Ottava seduta della Lega dei Comunisti, furono una “rivincita” per il 1948. Ma può anche darsi che non sia solo una battuta.

Per quanto riguarda le linee rosse, esse esistono sempre, ma gli uomini politici saggi sanno riconoscere il momento giusto e la necessità storica di spostare queste linee. Fino a pochi mesi, o forse anche il giorno prima della rottura con Stalin, il sostegno a Mosca era la linea rossa più ferma della politica estera jugoslava, e poi sparì in un attimo. Anche De Gaulle aveva cancellato, da un giorno all’altro, la linea rossa della politica francese – l’idea che l’Algeria fosse parte integrante della Francia e che lo sarebbe rimasta per sempre. L’assolutizzazione delle linee rosse in politica, come del resto anche nella vita, suona come una cosa buona e giusta, ma spesso arreca danni. Anche Tito, come molti altri politici prima e dopo di lui, ne era perfettamente consapevole.

Il presidente Aleksandar Vučić ha dichiarato che il governo serbo, con lui come primo ministro, ha svolto più attività diplomatica, e di più grande rilievo, di quanta ne avesse svolta la Jugoslavia di Tito nei suoi cinque anni migliori. Si è inoltre vantato di aver fatto in tre anni quanto aveva fatto Tito per tutto il tempo in cui era stato presidente della Jugoslavia, e recentemente ha annunciato che nel corso del 2018 visiterà quindici paesi africani. Gli attuali presidenti dei paesi sorti dalla dissoluzione della Jugoslavia possono in qualche modo essere paragonati a Tito?
Nessun presidente di un paese ex jugoslavo in nessun modo può essere paragonato a Tito. Tuttavia, sembra che Aleksandar Vučić vorrebbe fortemente essere la risposta a quel dilemma sorto alla fine degli anni Ottanta: Srbija se pita ko će nama da zameni Tita [la Serbia si chiede chi prenderà il posto di Tito]. Da qualche tempo osservo attentamente come il nostro presidente stia cercando di seguire le orme di Tito in politica estera. Tuttavia, Vučić non capisce che i tempi che viviamo non sono più quelli della Guerra fredda e che la Serbia non è la Jugoslavia.

È curioso come un personaggio, formatosi politicamente nel partito che voleva trafiggere Tito con una lancia di biancospino e spostare la sua tomba dalla Casa dei fiori, improvvisamente voglia diventare il nuovo Tito. Ciò si evince da molte sue mosse, anche se penso che Vučić, a differenza di Tito, non sia molto abile nel perseguire una politica di bilanciamento tra Russia e Occidente. Una di queste mosse è senz’altro l’annunciata tournée africana.

D’altra parte, questa sua ossessione di contare quante volte ha stretto la mano a qualcuno e quante volte si è recato da qualche parte è davvero ridicola, perché questi numeri di per sé non significano niente. Quello che conta sono i risultati degli incontri diplomatici, non il loro numero. Chissà quante volte Tito aveva stretto la mano a Stalin, ma l’unica che conta è quella volta in cui si è rifiutato di farlo.

Per quanto riguarda l’improvviso interesse di Vučić nei confronti dell’Africa, ne sono particolarmente incuriosita perché in questo periodo sto studiando i legami tra la Jugoslavia socialista e l’Africa. Mi chiedo come mai Vučić abbia deciso di visitare solo 15 paesi africani, visto che vuole superare Tito in tutto, e Tito, se ricordo bene, ne aveva visitati 16. Se Vučić avesse deciso di recarsi in 17 paesi, mi risulterebbe più comprensibile perché sarebbe davvero “la prima volta nella storia”.

Va inoltre ricordato che il più lungo viaggio politico compiuto da Tito risale al 1961 quando, a bordo della nave “Galeb” (Gabbiano), intraprese uno dei suoi “viaggi della pace”, che durò ben 72 giorni e durante il quale visitò sette paesi africani. Certo che visitando quindici paesi in un solo viaggio Vučić avrebbe superato Tito, solo gli manca sia “Galeb” sia un nuovo Dobrica Ćosić che lo accompagni nel viaggio. E ormai non c’è più neanche Danilo Kiš a descrivercelo con acuta ironia [il riferimento è alla nota poesia di Kiš intitolata “Il poeta della rivoluzione sulla nave del presidente”].

Come commenta il fatto che, stando a un sondaggio effettuato l’anno scorso da Demostat [uno dei principali istituti demoscopici serbi, ndt], Tito è “il leader più popolare” tra i cittadini serbi?

Non mi sorprende più di tanto. Questo fatto è in parte legato alla jugonostalgia e titonostalgia, ma non rispecchia tanto il nostro atteggiamento nei confronti del passato quanto piuttosto nei confronti del presente. Nulla abbellisce il passato in modo più efficace che un brutto presente. Questo è in parte dovuto al fatto che noi, semplicemente, amiamo i leader, figure forti e autoritarie, ma d’altra parte vi è anche la consapevolezza di ciò che fu la Jugoslavia e di quanta fosse la sua importanza sul piano internazionale. In fin dei conti, si è ben consapevoli di come si viveva ai tempi della Jugoslavia, e si viveva – se parliamo di gente comune che deve arrivare a fine mese con il proprio stipendio, che vorrebbe poter portare i figli al mare e avere garantita un’adeguata assistenza sanitaria – sicuramente meglio di come si vive oggi.

Com’è la vita oggi in qualsiasi repubblica ex jugoslava? Enorme disoccupazione, stipendi troppo bassi, grande povertà e miseria, una transizione semi-riuscita o malriuscita, privatizzazioni scandalose, gare d’appalto truccate, furto di risorse pubbliche, corruzione, smantellamento dello stato di diritto… In questo senso non stupisce che i ricordi legati alla Jugoslavia e a Tito suscitino emozioni confuse, tanto che si è arrivati a considerare Tito un famigerato dittatore comunista e, al contempo, il più popolare tra i leader politici. Le graduatorie di popolarità in qualsiasi ambito, compresa la politica, non sempre rispecchiano fedelmente la scala valoriale della società, ma sono sempre un riflesso della “collettivizzazione” del soggettivo che, il più delle volte, è un misto di attualità, gusti e emozioni.

Già che abbiamo toccato il tema della memoria collettiva e della vita nell’ex Jugoslavia, quali ritiene siano i più grandi risultati raggiunti dalla società jugoslava?
Da qualsiasi parte si guardi, i risultati erano davvero impressionanti, soprattutto se paragonati all’attuale stato di cose. Se guardiamo alla politica estera della Jugoslavia socialista, vediamo che un paese relativamente piccolo godeva di una reputazione internazionale di gran lunga superiore a quanto ci si aspetterebbe date le sue dimensioni. Se poi guardiamo ad altri ambiti, come arte, architettura, istruzione, scienza, sanità, economia, infrastrutture, vediamo che la società jugoslava aveva compiuto un incredibile balzo in avanti su tutti i fronti. Le condizioni di vita erano incomparabilmente migliori non solo di quelle attuali ma anche di quelle nel Regno di Jugoslavia, e quest’ultimo, a differenza della Jugoslavia socialista, viene glorificato, idealizzato e romanticizzato. La risoluzione della questione abitativa, l’istruzione gratuita, un incredibile aumento del tasso di alfabetizzazione, il riconoscimento del diritto di voto alle donne e la loro emancipazione, urbanizzazione, industrializzazione – tutto ciò è stato raggiunto, facendo grossi passi in avanti, nella SFRJ.

Grazie alla rottura con l’Unione sovietica, anche la stessa Lega dei comunisti della Jugoslavia aveva subito profondi cambiamenti, democratizzandosi insieme all’intera società. Fu instaurata una forma di democrazia socialista apartitica, ovvero monopartitica, che si mantenne fino all’inizio degli anni Settanta quando, con il ritorno alla linea dura della Lega, la Jugoslavia perse l’occasione di uscire dal comunismo come un paese leader, invece che come un perdente della transizione. Certo, nella memoria collettiva non sono rimaste impresse solo cose positive – i ricordi inevitabilmente determinano e trasformano il modo di percepire non solo la dissoluzione della Jugoslavia, ma anche i numerosi problemi che erano parte integrante della realtà jugoslava.

La Jugoslavia aveva due facce: politicamente era un paese collocato tra Oriente e Occidente, ovvero sia ad Oriente che ad Occidente; sul versante della quotidianità e delle libertà, era un paese dove le pellicole hollywoodiane circolavano liberamente, mentre al contempo venivano censurati i film di Crni talas; un paese che ospitava spettacoli teatrali d’avanguardia presentati al Bitef, mentre dai programmi dei teatri nazionali venivano cancellati spettacoli come Kad su cvetale tikve [Quando fiorivano le zucche], basato sull’omonimo romanzo di Dragoslav Mihailović, o drammi di Aleksandar Popović; un paese che sbandierava il suo liberalismo con “Playboy” in edicola e, al contempo, dimostrava tutta la sua rigidità vietando le pubblicazioni come Student, Praxis, Naši dani; un paese di supermercati all’americana dove si potevano acquistare prodotti importati, ma anche un paese di voucher per l’acquisto di farina, zucchero e olio, e di restrizioni delle forniture elettriche. In fin dei conti, è stato un paese fondato sugli ideali di fratellanza e unità, scomparso in una sanguinosa guerra fratricida.

Tuttavia, per una corretta interpretazione della storia della Jugoslavia socialista, bisogna, innanzitutto, inquadrarla in un contesto più ampio: la Jugoslavia era un paese socialista ai tempi della Guerra fredda. Come tale – grazie alla rottura con l’URSS e alla presa di distanza dal blocco orientale, – era riuscita a compiere uno straordinario progresso, diventando agli occhi dell’Est una sorta di vetrina dell’Occidente.

Oggi la Jugoslavia, con l’intero suo lascito, sia positivo che negativo, viene cancellata dalla memoria collettiva. Rigettare completamente un qualsiasi periodo della propria storia è un lusso, soprattutto per un piccolo paese e un piccolo popolo. Spesso si sente dire che il passato è quello che ci definisce, ma noi il nostro passato lo interpretiamo in modo selettivo, in base alle esigenze e agli interessi del momento. Gli aspetti negativi del regime comunista sono ormai comunemente noti, ma ci sono davvero molti indicatori dell’esistenza di un lascito positivo del socialismo jugoslavo.

Tuttavia, sembra che da queste parti tutto quello che c’era di buono nell’epoca jugoslava sia stato cancellato o intenzionalmente spinto nell’oblio, mentre sono state preservate molte caratteristiche negative del comunismo: un modo di governare autoritario, l’uniformità del pensiero, il controllo esercitato dal partito al potere su ogni aspetto della vita sociale. Basta che non si chiami più comunismo, bensì democrazia. Cambiando terminologia, “l’adeguatezza etico-politica” è diventata “l’appartenenza partitica”, l’intoccabile “potere della classe operaia” oggi è l’intoccabile “potere del partito”, ecc. In sostanza, di cose negative ne abbiamo cambiate poche, mentre alcune le abbiamo fatte “progredire”.

Come giudica l’attuale produzione artistica e culturale nello spazio post-jugoslavo a confronto con quella jugoslava, soprattutto quella ai tempi della seconda Jugoslavia?
Non me la sento di dare giudizi in merito, essendo storica di professione, ma posso dire cosa ne penso come cittadina. Sta di fatto che la nostra cultura è sempre più parrocchiale e sempre meno visibile – per non dire invisibile – nel contesto internazionale. Se guardiamo sia al Regno di Jugoslavia sia alla Jugoslavia socialista, vediamo che lo sviluppo della cultura jugoslava andava di pari passo con tendenze europee e mondiali. I surrealisti jugoslavi, per la maggior parte schierati su posizioni di sinistra, erano degli artisti autentici e facevano parte del movimento surrealista internazionale. il valore del surrealismo jugoslavo è testimoniato anche dal fatto che ad esso è stata dedicata una parte dell’esposizione permanente del Museo d’arte contemporanea di Belgrado. Ivan Meštrović è un altro artista jugoslavo la cui fama ha superato di gran lunga i confini jugoslavi. Anche il modernismo socialista jugoslavo ha rivestito un’importanza che oltrepassava i ristretti confini locali, e ne andavamo fieri.

Inoltre, è impressionante constatare quanto la Jugoslavia socialista fosse consapevole dell’importanza della diplomazia culturale, mandando i maggiori esponenti dell’arte jugoslava a rappresentarla nel mondo – sia che si trattasse di artisti figurativi, membri di Crni talas (che, tra l’altro, furono molto critici nei confronti del sistema socialista), artisti teatrali o musicisti. Pur considerando “scomodi”, sul piano interno, gli artisti come Živojin Pavlović, Dušan Makavejev, Aleksandar Petrović, Želimir Žilnik la Jugoslavia seppe approfittare dei loro successi internazionali. Là dove al posto del fanatismo c’è saggezza politica, un gol viene celebrato anche quando lo segna qualcuno per cui non si parteggia. La Serbia di oggi non ne è capace. Ciò non significa che non ci siano grandi artisti, ma piuttosto che non vi è alcuna politica culturale né tolleranza politica. Come cittadina, sono rimasta delusa dal Padiglione della Serbia all’ultima Biennale di Venezia. Ho l’impressione che ci stiamo chiudendo sempre più in noi stessi e che il mondo, anche per quanto riguarda l’arte e la cultura, ci sia sempre più lontano.

La Jugoslavia socialista ha lasciato dietro di sé un impressionante patrimonio monumentale e architettonico. Cosa ne pensa del progetto “Belgrado sull’acqua” e della recente tendenza del governo serbo a erigere monumenti, da quelli dedicati a Borislav Pekić e Nikola Testa fino all’annunciato monumento a Zoran Đinđić?
Durante il periodo socialista venivano costruiti monumenti modernisti, basti pensare a quelli progettati da Bogdan Bogdanović, Vojin Bakić, Dušan Džamonja, per citare solo alcuni tra i più noti esponenti del modernismo socialista. All’epoca ne eravamo fieri, e dovremmo esserlo anche oggi. Se mettiamo a confronto i monumenti e memoriali dedicati alla Lotta popolare di liberazione con recenti monumenti allo zar russo Nikolaj II e a Nikola Tesla, fontane e šedrvani [termine di origine turca che indica una struttura architettonica con funzione decorativa, avente una fontana nel suo centro, ndt] costruiti con marmo di bassa qualità, nei posti sbagliati; lampade multicolore che illuminano le principali istituzioni statali – facendo apparire il palazzo del Parlamento come un hotel di Las Vegas - , possiamo avere un quadro preciso dello stato di salute della cultura nella Jugoslavia socialista e nella Serbia di oggi. Dal modernismo socialista siamo arrivati a una specie di socrealismo progressista [il riferimento è al partito al governo, il Partito progressista serbo, ndt]. Sembra che oggi in Serbia i monumenti pubblici vengano ideati in modo da soddisfare il gusto di coloro che amano decorare i propri giardini con statue di leoni in gesso.

Basta guardare al caso di Novi Beograd, che è stato definito un miracolo dell’architettura modernista e oggi viene studiato nelle facoltà di architettura di tutto il mondo, ma dove ultimamente, tra i blocchi dei palazzi moderni, sorgono chiese copie di Ravanica e Gračanica, e questo non dovrebbe succedere nemmeno nella provincia più remota e arretrata, figuriamoci a Belgrado. Nelle principali metropoli mondiali, dove esistono cattedrali e moschee risalenti al lontano passato, costruite nello stile dell’epoca, le nuove cattedrali e moschee vengono costruite nello spirito dell’architettura del nostro tempo. Oggi Belgrado – con tutta questa quantità di marmo di bassa qualità, blocchi di cemento, lampade multicolore – sta attraversando, invece che una nuova fase di modernizzazione, una sorta di skopjeizzazione. Ci vorrà molto tempo, una volta finito tutto questo, per riprendere il cammino di pari passo con tendenze europee e mondiali.

Spesso si parla di Jugoslavia, soprattutto quella seconda, come di un paese antidemocratico e autoritario. In quale misura, tenendo presente il contesto internazionale dell’epoca, ciò corrisponde alla realtà dei fatti?

Risponderei citando l’esempio della censura nella Jugoslavia socialista, un argomento di cui mi sono occupata nel libro “Monopol na istinu” e che si presta bene per fare un paragone con la situazione attuale e per riflettere sull’autoritarismo. Oggi la questione della censura nella Jugoslavia socialista quasi sempre viene considerata in un’ottica revisionista e la Jugoslavia viene percepita esclusivamente come un paese repressivo in cui non esisteva alcuna libertà, tralasciando fatti che indicano che, in molti ambiti, esistevano libertà considerate impensabili per una società socialista, soprattutto se parliamo degli anni Sessanta e di arte, media e scienza.

Il regime di allora veniva apertamente criticato sui giornali, nelle università, attraverso la produzione cinematografica e teatrale, in occasione di incontri pubblici. Fu un periodo di accesi dibattiti tra sostenitori di idee opposte, tra cui vanno ricordati gli incontri organizzati dalla Società filosofica serba, ma anche le discussioni che ospitava il giornale di partito Borba. Diverse riviste, come Student, Praxis, Vidici pubblicavano importanti testi critici nei confronti del regime; esisteva la Scuola estiva di Korčula, Crni talas,… Il sistema jugoslavo veniva criticato senza reticenza, ma non in modo superficiale, bensì profondamente.

Con l’inasprimento della censura, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, divenne chiaro che il potere stava perdendo legittimità, e di conseguenza si registrava un numero crescente di casi di divieti e azioni giudiziarie nei confronti dei media e degli artisti. Proprio l’inasprimento della censura, in qualsiasi tempo e qualsiasi regime, testimonia, meglio di qualunque altra cosa, che chi sta al potere non è più sicuro di sé, e l’esempio della censura messa in atto in Jugoslavia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta dimostra che ogni potere politico, in questo caso la Lega dei comunisti, arreca a se stesso il danno più grande soffocando libertà, media ed espressione artistica. Censurando molti artisti e voci dissenzienti, la Lega – che dopo la rottura con l’URSS aveva mostrato una notevole apertura verso posizioni liberali e correnti moderniste e di avanguardia – ha dimostrato di non avere né la forza né la capacità, e probabilmente nemmeno la voglia di sottoporsi a cambiamenti indispensabili.

Dal momento che mi sono occupata della censura nella Jugoslavia socialista e ho sperimentato il regime di Milošević, non posso astenermi dall’osservare che oggi la censura in Serbia, specie se accompagnata da autocensura, è molto più pericolosa e perfida. Sia nell’epoca socialista sia ai tempi di Milošević esisteva uno spazio di dibattito, mentre oggi le voci dissenzienti quasi non si sentono. Negli orribili anni Novanta c’erano la Radio B92, la tv Studio B, la trasmissione “Utisak nedelje”, il settimanale Vreme, il quotidiano Naša borba, diversi giornali di opposizione, ecc. Oggi non c’è niente. Le trasmissioni critiche nei confronti del governo sono state cancellate, molti giornalisti si sono ritirati o sono stati licenziati. Siamo giunti al punto in cui la nostra scena mediatica rappresenta un orribile ibrido tra reality “Grande Fratello” e Grande Fratello di Orwell. Gli ultimi media indipendenti stanno scomparendo, uno dopo l’altro, ed è ora di cominciare a lottare apertamente per le libertà che ci appartengono. Da quando esiste la censura, e esiste, in una forma o nell’altra, praticamente da sempre, è stata la peggiore là dove i centri di potere sostenevano con insistenza che non vi fosse alcuna censura, proprio come succede oggi in Serbia.

Secondo lei, come verrà celebrato il centenario della nascita della Jugoslavia?
È un anniversario importante, un momento in cui dovremmo riflettere seriamente sulla storia della Jugoslavia, sia la prima che la seconda, ma anche sulla sua dissoluzione. L’ultimo libro sulla storia della Jugoslavia scritto da uno storico serbo è quello di Branko Petranović, pubblicato nel 1988, quando c’era ancora la Jugoslavia. A trent’anni di distanza, la storiografia serba ancora non ritiene opportuno occuparsi della Jugoslavia, né tanto meno della sua dissoluzione. Stiamo entrando nel 2018 e non è ancora stata annunciata nessuna conferenza, nessun grande evento per celebrare questo anniversario, e questo non solo in Serbia ma, per quanto ne so, nemmeno a Sarajevo né a Zagabria. L’unico evento di cui ho sentito parlare è una mostra sulla nascita della Jugoslavia che dovrebbe essere allestita nel Museo della Jugoslavia di Belgrado.

Se tutto dovesse ridursi ai media, potrebbe succedere, visto lo stato di salute di questi ultimi, che questa ricorrenza venga strumentalizzata per diffondere tutte le possibili teorie revisioniste sulla Jugoslavia e affermazioni che si è trattato di una prigione dei popoli, di uno stato totalitario, che Tito fu un dittatore, mentre le guerre sono semplicemente successe. Per cui temo che la celebrazione del centenario sarà caratterizzata da una retorica acritica e revisionista nei confronti della Jugoslavia e dello jugoslavismo, piuttosto che da una profonda riflessione su di essi, fondata su studi scientifici seri. Penso che molti preferirebbero dimenticare sia questa ricorrenza sia la Jugoslavia, perché è da anni che viene alimentata la percezione che tutti noi che viviamo sul territorio dell’ex Jugoslavia siamo vittime dell’idea jugoslava, anche se sta diventando sempre più evidente che siamo vittime dell’uccisione di quella idea.

Le fondamenta della Jugoslavia socialista poggiavano su un autentico antifascismo. Da dove viene allora questo revisionismo storico di cui siamo ultimamente testimoni in Serbia?
Il revisionismo e la negazione dell’antifascismo a cui assistiamo oggi rappresentano una macchia nella recente storia serba e un atto contrario alla civiltà. L’attuale tendenza a riabilitare i collaborazionisti ha gravi ripercussioni sulla società nel suo complesso, perché implica la riabilitazione del fascismo e la negazione della nostra tradizione antifascista, che è l’eredità più preziosa lasciataci dalla Jugoslavia. È difficile dare una risposta al quesito sulle ragioni alla base di questa tendenza, ma devo dire che gran parte della responsabilità grava sulla mia professione, come anche sulla magistratura, tanto che si è arrivati alla situazione in cui sono i giudici a scrivere la storia della Seconda guerra mondiale e del periodo immediatamente successivo.

Siamo di fronte a un vero e proprio paradosso: mentre tutti i paesi che durante la Seconda guerra mondiale stavano dalla parte giusta, oggi si vantano del loro antifascismo, noi ce ne vergogniamo e glorifichiamo l’altra parte. È un chiaro indicatore del fatto che stiamo andando verso l’autodistruzione. Inoltre, così facendo, lasciamo intendere che non siamo adatti per entrare a far parte dell’Unione europea, perché le sue fondamenta poggiano sull’antifascismo. Tutto questo non è che un tassello della nostra nuova politica dello stare seduti contemporaneamente non su due, ma su 22 sedie. Desideriamo sia il Kosovo sia l’Unione europea, buoni rapporti sia con la Russia sia con l’Occidente, l’antifascismo e i cetnici, l’anticomunismo e la saggia politica estera di Tito. Questa strategia è profondamente schizofrenica e rappresenta un ostacolo alla costruzione dell’identità sia individuale che nazionale. Quel vecchio detto Dobro jutro, čaršijo, na sve četiri strane [Buongiorno a tutte e quattro le parti del mondo] che si riferisce al comportamento delle persone inaffidabili e volubili, oggi viene assunto come una filosofia e prassi politica vincente.

Il binomio fratellanza e unità, così come lo jugoslavismo integrale, è stato sconfitto. Perché secondo lei?
Perché vi era molta più retorica che sostanza; perché entrambi i sistemi – uno basato sulla politica dello jugoslavismo integrale e l’altro su quella di fratellanza e unità – credevano di poter realizzare l’unificazione dei popoli jugoslavi in modo costrittivo e meramente dichiarativo, invece che attraverso un dialogo e una lungimirante e ben pensata politica di tolleranza. Sia la prima che la seconda Jugoslavia sono crollate sotto il peso dei conflitti interni, seppure in circostanze diverse: la prima è crollata durante la Seconda guerra mondiale, la seconda con il crollo del comunismo, ma non a causa del crollo del comunismo, perché quel crollo non l’ha nemmeno sfiorata. I conflitti interni sono, di regola, il paravento di certi interessi, vengono combattuti per interessi, e l’epilogo vede quasi sempre, come nel caso di entrambe le Jugoslavie, gli interessi particolaristici sopprimere quelli collettivi.

Riassumendo, quale fu l’importanza dell’unificazione dei popoli jugoslavi in uno stato comune? Nonostante la scomparsa della Jugoslavia, pensa che il suo spirito continui a vivere in qualche modo?
Benché la SFRJ si sia dissolta oltre un quarto di secolo fa, l’identità jugoslava è tuttora viva, almeno tra coloro che sono nati in quel paese. Ma anche tra le generazioni più giovani, che non ricordano la Jugoslavia né si riconoscono nella sua identità collettiva, e non provano alcuna emozione, né positiva né negativa, nei confronti di quel paese, vi è la consapevolezza dell’esistenza di uno spazio culturale comune. Tra i giovani vi è anche una certa confusione rispetto al passato jugoslavo, perché sono esposti a narrazioni contraddittorie e non hanno alcuna esperienza della vita in Jugoslavia, né tanto meno un’adeguata conoscenza di essa. Tuttavia, sembra che l’interesse dei giovani verso la Jugoslavia, paese dei loro genitori di cui sentono continuamente parlare, stia crescendo. Lo vedo anche tra i miei studenti: da un lato sono imbevuti di stereotipi sull’epoca buia del comunismo, mentre dall’altro sentono sempre più spesso i loro genitori parlare di aspetti positivi della vita in Jugoslavia. È irragionevole chiudersi entro ristretti confini nazionali, quando quasi tutta l’Europa si è unita, abolendo frontiere.

La consapevolezza dell’esistenza di uno spazio comune e di interconnessioni reciproche prima o poi dovrà in qualche modo materializzarsi. Siamo legati tra di noi, e non c’è futuro per nessuna delle repubbliche ex jugoslave senza cooperazione regionale. In questo senso è particolarmente significativa la scena culturale e intellettuale, è lì che vive quello “spirito (jugo)slavo”. Prendiamo l’esempio del teatro, che illustra bene la forza dei legami ininterrotti. Perché che cos’è la nostra scena teatrale oggi? Sono gli spettacoli brillanti di Oliver Frljić, Dino Mustafić, András Urbán, Aleksandar Popovski, Jagoš Marković, il prematuramente morto Tomaž Pandur, Tomi Janežič. Ecco, dalle prime collaborazioni teatrali tra Zagabria e Belgrado, risalenti al 1841, fino ad oggi vi è una certa continuità e la Jugoslavia continua a vivere nel teatro, così come una delle poche istituzioni che ha mantenuto nel suo nome il prefisso “jugo” è lo Jugoslovensko dramsko pozorište [uno dei principali teatri belgradesi].

Per ricorrere ancora alla terminologia teatrale, ricordando un brillante spettacolo di Slobodan Unkovski, non credo che si tratti di illusioni teatrali, bensì della realtà post-jugoslava. In arte e cultura la presenza di questo tipo di collaborazioni è ben evidente, ma esse esistono anche in altri ambiti, compreso quello economico, poggiando sia sui vecchi principi jugoslavi sia su quelli che caratterizzano la nuova realtà post-jugoslava.

Per concludere, qual è il suo atteggiamento personale nei confronti della Jugoslavia?
Lo illustra, forse meglio di qualsiasi altra cosa, il fatto che ogni volta che parto per uno dei paesi ex jugoslavi dimentico di portarmi il passaporto. La Jugoslavia fa parte della mia identità. Ho vissuto quasi metà della mia vita in quel paese. Trascorrevo le mie vacanze estive a Dubrovnik; durante una gita scolastica in Slovenia, nel villaggio di Brežice, ero fuggita insieme ad alcune mie compagne di classe a Zagabria, per cercare luoghi citati nelle canzoni di Džoni Štulić; il mio primo ragazzo era di Sarajevo; seguivo la scena musicale di Zagabria e Fiume; frequentavo la Cineteca e la Scena aperta “Obala” di Sarajevo… Potrei andare avanti a elencare fino a domani. Quindi, al pari di tutti quelli che ricordano la propria infanzia e giovinezza con molta nostalgia, così anch’io ricordo la Jugoslavia, l’ambiente sociale e culturale della mia infanzia e adolescenza, e ritengo che l’interculturalismo e la ricchezza di quel paese ci abbiano permesso di avere larghe vedute non solo su quello che ci circondava, ma sull’intero mondo. C’è un’altra cosa che associo alla Jugoslavia. Quando mi viene posta una domanda sulla Jugoslavia, la prima cosa che mi viene in mente è il titolo di un libro di Raymond Carver, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”. È un libro di racconti meravigliosi, semplici che parlano di persone comuni; vi è bellezza, pesantezza, felicità, dolore; alcune storie sono piene di tristezza, altre piene di amore… Ecco, per me la Jugoslavia è un carveriano Cosa intendiamo quando parliamo d’amore.

Da - https://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Cosa-intendiamo-quando-parliamo-di-Jugoslavia-185907
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