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Autore Topic: CAROLA FREDIANI L’inventore del bitcoin è davvero Craig Wright? Ecco cosa ...  (Letto 120 volte)
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« il: Dicembre 26, 2017, 11:59:18 »

L’inventore del bitcoin è davvero Craig Wright? Ecco cosa sappiamo (e cosa no)
L’imprenditore australiano, già individuato dai media, ora dice di essere davvero il leggendario Satoshi Nakamoto.
Ma non dissipa i dubbi

Pubblicato il 02/05/2016
Ultima modifica il 02/05/2016 alle ore 15:17

CAROLA FREDIANI

Tutto si poteva pensare di Satoshi Nakamoto, il misterioso e anonimo inventore di bitcoin, tranne che un giorno avrebbe fatto un passo sotto i riflettori dicendo: «Io sono Satoshi». E invece qualcuno questa mattina lo ha fatto, dicendo di essere lui.
Cosa? 
Craig Steven Wright, imprenditore 45enne australiano, ha dichiarato pubblicamente di essere l’enigmatico e sfuggente creatore della più nota e popolare moneta elettronica basata sulla crittografia. Lo ha fatto con due azioni distinte: pubblicando un lungo post sul suo sito e incontrando in precedenza alcune testate - BBC, Economist e GQ Magazine - che hanno concordato di uscire con i loro articoli solo stamattina.

Chi è Craig Wright? 
Se il nome non vi giunge nuovo, è perché di Wright si era scritto estensivamente nel dicembre 2015, quando era già stato indicato come il possibile inventore di Bitcoin. La differenza è che all’epoca erano altri a dirlo, in particolare due testate - Wired e Gizmodo - che erano venute in possesso di una grande quantità di informazioni e documenti sul possibile ruolo di Wright nella creazione di bitcoin. Documenti che sarebbero stati sottratti a Wright da uno o più hacker.

All’epoca la ricostruzione fatta delle due testate era soprattutto indiziaria, e fu anche duramente contestata da molti. Oggi però per la prima volta è lo stesso Wright – che, dopo il polverone dell’estate scorsa, aveva silenziosamente lasciato Sidney per trasferirsi a Londra - a fare propria questa tesi. Lui sarebbe Nakamoto.

Chi è Satoshi Nakamoto? 
Prima di andare avanti con una vicenda estremamente complessa e ingarbugliata, ricordiamo chi è Satoshi Nakamoto. Si tratta di uno pseudonimo usato da chi nel 2008 pubblicò il documento fondativo (white paper) di bitcoin, rilasciando il primo software nel 2009, lanciando di fatto la moneta matematica e decentralizzata, e contribuendo attivamente al suo sviluppo iniziale attraverso vari post e mail. A partire dal 2010 ha iniziato però a ritirarsi dalla scena, per sparire del tutto dall’aprile 2011, e nessuno sembra avere avuto più contatti con lui. Da allora si è alimentata sempre di più una mitologia sulla sua figura che ha portato a cercare di individuare di volta in volta, anche con spiacevoli caccie all’uomo, chi potesse essere il misterioso inventore. Sebbene i media abbiano giocato un ruolo in questa spasmodica ricerca, la rivelazione della sua identità e soprattutto il suo ritorno sulla scena non sono solo questioni di colore: come vedremo più sotto, potrebbero avere conseguenze concrete e dirette su bitcoin. Ricordiamo tra l’altro che Nakamoto disporrebbe di circa 1 milione di bitcoin, per un controvalore di 450 milioni di dollari al cambio attuale, soldi che non sono mai stato toccati o smossi fino ad ora. Tutti i bitcoin in circolazione valgono circa 7 miliardi di dollari.

Come fa Wright a dimostrare di essere Nakamoto? 
Ci sono diversi elementi, ma il più importante è una prova crittografica che Wright avrebbe presentato nell’incontro con i giornalisti delle tre testate coinvolte. Agli albori di bitcoin e della blockchain - il database distribuito delle transazioni della moneta digitale - Nakamoto è stato il solo a generare (in gergo, minare) bitcoin attraverso la potenza di calcolo del suo pc. I bitcoin così ottenuti sono matematicamente collegati a degli indirizzi bitcoin, di cui il vero Nakamoto dovrebbe avere la chiave privata. Inoltre alcuni bitcoin collegati ai primi blocchi di database che raccolgono e registrano in modo irrevocabile le transazioni (nello specifico bitcoin collegati al blocco 9) furono inviati da Nakamoto a un altro noto crittografo, Hal Finney. Ora se Craig Wright può provare di avere questa chiave privata, corrispondente all’indirizzo bitcoin del minatore del blocco 9, dimostrerebbe di essere Nakamoto (o di averne ricevuto le chiavi). Lo ha dimostrato? Lo ha fatto di fronte all’Economist - per il blocco 9 e anche per il blocco 1. Ma la testata lamenta di non avere ricevuto per tempo tutte le informazioni necessarie per poterlo verificare da sola in modo indipendente. Tuttavia alla dimostrazione avrebbero partecipato anche due nomi di spicco della comunità della moneta digitale: Jon Matonis, ex direttore della Fondazione Bitcoin; e Gavin Andresen, nome importantissimo, per anni principale sviluppatore della criptovaluta, oltre che una delle persone più a stretto contatto digitale col Satoshi Nakamoto delle origini. Entrambi ritengono che Wright sia in possesso almeno della chiave collegata al blocco 9, dice l’Economist. Non solo: Gavin Andresen avrebbe anche scritto un post in cui si dice davvero convinto che Wright sia Satoshi. Ma i dubbi restano, alimentati dal fatto che Wright avrebbe potuto fornire altre e più incisive prove al riguardo, e invece non l’ha fatto. I dubbi li avanzano sia l’Economist, sia alcuni membri della comunità bitcoin.

Che ne pensano gli appassionati della moneta digitale? 
Alla notizia si sono scatenate una serie di intense discussioni nei luoghi online dei “bitcoiner”, a partire dai forum su Reddit. E le perplessità e lo scetticismo restano elevati. Elenchiamo alcuni interrogativi sollevati: perché Wright non ripete la procedura di firmare con la chiave anche per altri blocchi? Perché non muove i bitcoin di Satoshi (lui a dire il vero in questo caso replica di non poterlo fare perché vincolati a un fondo)? Perché non ha permesso all’Economist di inviargli un altro testo da firmare come prova che fosse davvero in possesso delle chiavi private di Satoshi? E poi: la firma pubblicata sul blog di Wright non sarebbe una prova, sostiene un post molto commentato su Reddit.

Il dubbio avanzato alla Stampa da alcuni esperti della comunità bitcoin, che però per ora preferiscono non fare dichiarazioni pubbliche (“troppo presto”) e che manchino prove pubbliche verificabili, se non le dichiarazioni di Matonis e Andresen. E sempre che Andresen non sia stato hackerato, rilevano alcuni commentatori, riferendosi ad alcuni tweet al riguardo che rendono l’intera vicenda, se possibile, ancora più surreale.

Quindi? Siamo confusi 
Non siete i soli. Nel momento in cui scriviamo è difficile trarre conclusioni definitive sulla storia, che è in sviluppo in queste ore. Non ci sono abbastanza pistole fumanti per essere certi della sua identità, mentre c’è ancora chi crede che Wright sia in realtà soprattutto un mago della truffa. E indubbiamente se truffatore dovesse infine confermarsi assurgerebbe all’Olimpo della categoria. Resta certamente qualcosa di incongruo in tutta la vicenda: il presunto hackeraggio di dicembre ai danni di Wright; lui che, inseguito dal fisco australiano, fugge a Londra; la sua attuale rivelazione sapientemente organizzata coi media, al punto da far firmare loro degli accordi specifici sulla data di pubblicazione; il fatto che Wright avesse preso contatti con uno scrittore specializzato in biografie, evidentemente con l’intento di rivelare la storia di Nakamoto, prima del presunto hackeraggio a sue spese (e a sua insaputa?) delle sue mail e blog nel 2015; la stessa personalità, a quanto pare istrionica, di Wright. E poi la reticenza nel mostrare pienamente le prove crittografiche e via dicendo. E infine: che ruolo ha avuto in tutta la vicenda l’amico e stretto collaboratore di Wright, l’americano Dave Kleiman, genio dell’informatica finito sulla sedia a rotelle dopo un incidente e morto nel 2013?

Ma tutto ciò che significa per bitcoin? 
Se nei prossimi giorni si confermerà che Wright era davvero Nakamoto - e non un genio sì, ma della manipolazione - il suo ritorno in scena potrebbe avere un effetto sull’attuale dibattito che sta dividendo la comunità bitcoin. Da tempo infatti i bitcoiner sono a un bivio: devono decidere se e come modificare alcuni aspetti del funzionamento della moneta digitale, ampliando la dimensione dei blocchi per rendere il sistema più adatto a maggiori transazioni. Ma c’è chi teme e osteggia questi cambiamenti, perché potrebbero portare a una maggiore centralizzazione del sistema. Wright (ma anche Andresen) è a favore della prima strada. Finché Wright resta Wright ciò potrebbe essere poco rilevante. Ma se è Nakamoto a dirlo, è tutta un’altra storia.

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Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2016/05/02/economia/imprenditore-australiano-fa-coming-out-sono-linventore-del-bitcoin-l6G9XXHlFGXOavjRv4snQL/pagina.html
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