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Autore Topic: Sergio FABBRINI. I tre vizi dell'immobilismo italiano  (Letto 35 volte)
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« il: Dicembre 03, 2017, 01:55:45 »

I tre vizi dell'immobilismo italiano

di Sergio Fabbrini
25 gennaio 2014

La discussione che si è aperta sul pacchetto di riforme elettorali e istituzionali, concordato tra il Pd e Forza Italia, costituisce la formidabile rappresentazione dei vizi che hanno finora condannato l'Italia all'immobilismo.

C'è un'attrazione fatale di una parte considerevole della nostra classe politica verso la grande bellezza della conservazione. Tre vizi in particolare.

Il primo vizio è il massimalismo. Ogni tentativo di cambiamento viene fermato dalla critica che esso non è abbastanza. La proposta di riforma elettorale Renzi-Berlusconi è sicuramente un passo in avanti rispetto al sistema elettorale adottato nelle ultime tre elezioni. Ma, naturalmente, ha anche inevitabili difetti, come sempre avviene quando una proposta è il risultato di un compromesso tra visioni e interessi diversi. Se fossimo un Paese con solide tradizioni pragmatiche, si sarebbe preso atto che essa rappresenta l'unico equilibrio possibile nelle attuali condizioni per uscire dallo stallo, per quindi impegnarsi ad approvarla prima possibile. Nel nuovo Parlamento, poi, si sarebbe trovato un modo per migliorarla. Ma noi non siamo un Paese pragmatico. In Italia, invece di porsi il problema di come promuovere una riforma tra interessi politici diversi, ci si pone quello di come renderla perfetta. Sembra di partecipare ad un seminario universitario. La corsa ad essere i più bravi e i più democratici è irrefrenabile. C'è un vero e proprio ceto di professionisti della riforma elettorale che vive da anni passando da una proposta all'altra. Con l'esito che la riforma non si fa mai. Ciò vale anche per altre riforme. Ogni proposta che viene avanzata è subito sommersa dalle richieste che occorre fare di più e meglio. Quando non è sommersa dal benaltrismo. Il risultato: abbiamo i cassetti pieni di splendidi progetti, però mai realizzati.

Il secondo vizio è il particolarismo. La proposta Renzi-Berlusconi non è discussa relativamente ai benefici che può produrre al sistema politico. No, è discussa in base agli interessi contingenti e particolari dell'uno o dell'altro gruppo, in particolare se piccolo. La mentalità proporzionalistica è diffusa in tutti i partiti. In Germania non si entra nel Bundestag se non si raggiunge il 5% dei voti. Nessuno ha denunciato la morte della democrazia quando, nelle elezioni del settembre scorso, il partito liberale-democratico, il Freie Demokratische Partei, pur essendo stato al governo per cinque anni, non è entrato in parlamento. Né nel passato quella soglia era stata denunciata dai Verdi (Die Grünen), che per entrare in parlamento hanno dovuto imparare ad aggregarsi. In tutte le grandi democrazie parlamentari ci sono grandi partiti o grandi coalizioni politiche. I partiti piccoli servono per segnalare problematiche dimenticate o trascurate dai partiti grandi. Ma possono e debbono farlo fuori dal parlamento. Altrimenti si trasformano in piccole burocrazie pubbliche il cui unico interesse è sopravvivere. Ma così non è in Italia. Aggregarsi in movimenti o partiti più grandi, trovare le necessarie mediazioni per rappresentare le fondamentali opzioni presenti nell'elettorato, tutto ciò sembra essere inconciliabile con lo spirito pubblico coltivato da una parte della nostra classe politica. Si arriva così al paradosso che una componente del partito più grande (il Pd) chieda che si abbassino le soglie per accedere alla distribuzione dei seggi a favore dei partiti più piccoli, invece di preservarle per rafforzare la capacità di attrazione del proprio partito.

Il terzo vizio è il consensualismo. Le riforme si fanno solamente se c'è il consenso di tutti. Quel consenso va costruito nelle discussioni assembleari. L'assemblearismo è considerato anche da molti intellettuali la forma superiore della cultura politica italiana. Un'autorevole teorica politica ha scritto recentemente su l'Unità un articolo a difesa del Senato così com'è, associazioni progressiste come Libertà Eguale si sono mobilitate per difendere il parlamentarismo italiano con la sua struttura bicamerale, studiosi di diritto hanno richiamato l'importanza di quest'ultima per favorire la deliberazione ragionata delle leggi. Tale ragionevolezza, naturalmente, non è presente in Gran Bretagna, o in Francia o in Spagna, dove una sola camera prende decisioni e sostiene il governo. Anche la riduzione del numero dei parlamentari viene vissuta come una menomazione della democrazia. Eppure in Italia vi è 1 parlamentare ogni 64.154 abitanti, mentre in Spagna ce ne è 1 ogni 134.832 abitanti, in Germania ogni 131.858 abitanti, in Francia ogni 112.782, in Gran Bretagna ogni 96.053 abitanti. Sono, queste ultime, democrazie menomate? In Italia si discute ma non si sa.

La combinazione di massimalismo, particolarismo e consensualismo ha prodotto un periodico e regolare stallo della politica italiana. L'idea predominante in settori considerevoli di quest'ultima è che la democrazia si esaurisca nella rappresentanza. A causa anche di una cultura giuridica troppo spesso formalistica e procedurale, le istituzioni politiche si sono disinteressate al governo del Paese. O almeno lo hanno fatto coincidere con il governo dei loro equilibri interni. Il governo Letta, al di là delle intenzioni del presidente del consiglio e delle positive iniziative assunte ieri dal Consiglio dei ministri, ha finito per essere troppo spesso un ulteriore esempio della logica introversa della politica italiana. Incapace di produrre un governo effettivo, la democrazia italiana ha così subappaltato quest'ultimo alle burocrazie ministeriali o alle istituzioni europee. Con i risultati che conosciamo.

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-25/i-tre-vizi-immobilismo-italiano-081614.shtml?uuid=ABdNE9r
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