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Autore Topic: VENETO - Pfas, rapporto della Regione È allarme salute  (Letto 793 volte)
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« il: Giugno 04, 2008, 05:19:10 »

TEST ESEGUITI PRESSO LA DUKE UNIVERSITY

Acqua potabile «geneticamente modificata»

Frammenti di materiale genetico sono utilizzati per bloccare la replicazione di virus e batteri

 
 
BOSTON (USA) - C'è anche l'acqua potabile «geneticamente modificata», nella quale frammenti di materiale genetico sono utilizzati per bloccare la replicazione di virus e batteri, e quindi per purificarla. La tecnica, ancora sperimentale, è stata presentata a Boston nel congresso della Società Americana di Microbiologia. Nei test finora eseguiti nella Duke University (North Carolina), i ricercatori che l'hanno messa a punto sono riusciti a bloccare l'attività di un fungo molto comune nell'acqua. Un metodo come questo, secondo gli studiosi, permetterebbe di risolvere il problema della sicurezza dell'acqua potabile nei Paesi in via di sviluppo. Per i ricercatori potrebbe essere una soluzione anche per i Paesi avanzati, come alternativa a cloro e raggi ultravioletti.

MICRO-RNA- La tecnica si basa sulla cosiddetta interferenza dell'Rna e consiste nell'azionare «interruttori molecolari» (micro-Rna) per accendere o spegnere l'atttività di geni. Finora utilizzata in molti campi della ricerca biomedica, per la prima volta questa tecnica viene applicata in campo ambientale. «I nostri dati dimostrano che è possibile metetre a tacere l'azione di uno specifico gene in un fungo che vive nell'acqua», ha detto la responsabile del progetto, Sara Morey. «Riteniamo - ha aggiunto - che l'interferenza dell'Rna promette di diventare uno strumento per inibire geni al fine di controllare la proliferazione di batteri e virus che vivono nell'acqua».


03 giugno 2008

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« Risposta #1 il: Novembre 30, 2017, 11:58:55 »

26.11.2017

Pfas, rapporto della Regione.- È allarme salute

Provette di sangue: finora sono stati sottoposti a screening i giovani

Il sangue delle persone che vivono nei Comuni veronesi esposti alla contaminazione da Pfas ha al proprio interno così tante sostanze chimiche che è diventato prioritario aprire un servizio clinico esclusivamente dedicato alla presa in carico sanitaria dei cittadini. I residenti nella Bassa e nell’Est della provincia, infatti, presentano valori medi di Pfoa, uno dei composti che fanno parte della famiglia dei Pfas, che sono fino a nove volte più alti del valore peggiore registrato nelle zone non inquinate. E le previsioni dicono che tale dato continuerà a peggiorare.
A fornire questo ben poco tranquillizzante quadro è un rapporto della Direzione prevenzione, sicurezza alimentare e veterinaria della Regione, che fotografa la situazione verificata sinora, precisamente al 14 novembre, con lo screening avviato dalla Regione per valutare il rapporto fra Pfas e salute umana.
Il controllo a tappeto della popolazione residente nei 21 Comuni dell’area rossa, 13 dei quali veronesi, prevede la chiamata all’esame di 84.852 persone nate fra il 1951 ed il 2002. Un’operazione iniziata nel Vicentino nel dicembre del 2016 e avviata nel Veronese nel maggio scorso, con l’apertura di un ambulatorio specifico a Legnago, al quale recentemente se ne è aggiunto un secondo a San Bonifacio. Attualmente sono in fase di predisposizione misure che dovrebbero prevedere l’abbassamento dell’età minima degli esaminati e l’allargamento dell’area di screening, ma al momento la situazione è tale per cui a metà novembre risultavano controllati 6.233 residenti, nati fra gli anni 2002 e 1988. Poco più del 60 per cento di quelli invitati.
«LE CHIAMATE sono state effettuate con ritmi diversi, per cui è difficile confrontare i dati relativi alla Provincia di Vicenza, dove obiettivamente lo screening è più avanti, con quelli del Veronese, però un andamento sembra potersi già leggere», spiega Francesca Russo, la responsabile della Direzione prevenzione. Quello che appare già evidente, quindi, è che c’è una differenza quanto a Pfas presenti nel sangue fra i residenti nelle due aree che fanno parte della zona rossa, che è quella in cui si beve acqua pubblica pescata dalla falda contaminata.
La zona rossa A, che è formata da sette Comuni vicentini, dalla padovana Montagnana e dai veronesi Zimella, Cologna, Pressana e Roveredo, è più esposta all’inquinamento della zona rossa B, che comprende Arcole, Albaredo, Veronella, Bevilacqua, Bonavigo, Legnago, Terrazzo, Boschi Sant’Anna e Minerbe. Nella A, infatti, c’è un ulteriore fattore di pericolo dato dal fatto che l’acqua per «dissetare» campi e animali qui viene pescata direttamente da riserve sotterranee inquinate o presa da corsi d’acqua pieni di Pfas.
NEI COMUNI della zona rossa A - esclusi i quattro veronesi, che stranamente sono quelli in cui gli esami vanno più a rilento - la presenza mediana di Pfoa nel sangue è di 61,7 nanogrammi per millilitro di siero sanguigno. Nei paesi della zona rossa B la mediana è di 37,1. In ogni caso di tratta di valori elevati, l’intervallo di riferimento nelle aree non contaminate va da 1,5 ad 8, anche se ci sino situazioni molto diversificate fra loro. A Terrazzo la media è 13,4, mentre già Legnago è a quasi 34, a Boschi a 42, a Bonavigo a 46,5, a Minerbe a 57,7 ed a Bevilacqua addirittura a più di 70.
«Questi numeri dovranno essere rivalutati quando le cifre delle persone controllate diventeranno più consistenti», avverte Russo. Spiegando che per gli altri sette Comuni veronesi non ci sono dati commentabili. «Sono troppo pochi gli esami fatti perché sia il casi di citarli», spiega. Meno di 30 per paese. Se dappertutto è stato riscontrato che hanno una maggiore presenza di Pfas nel sangue i maschi, mediamente oltre il 25 per cento in più delle femmine, e che oltre al Pfoa esso contiene anche altre sostanze perfluoro-alchiliche (Pfos, con una mediana di 4,2 nanogrammi, Pfhxs, 4,1, e Pfna, 0,5), quello che va sottolineato che le analisi confermano che i valori più anomali riscontrati nei parametri sanguigni sono quelli del colesterolo.
«PER VERIFICARE lo stato di salute delle persone verrà avviato anche nel Veronese, come sta avvenendo in questi giorni a Lonigo, nel Vicentino, un centro di secondo livello, nel quale specialisti prenderanno in carico gratuitamente i cittadini con problematiche teoricamente correlabili ai Pfas», anticipa Russo. Legnago vorrebbe tale struttura al Mater Salutis, il suo ospedale, ma nulla è ancora stato deliberato.
«L’unica cosa che posso dire è che il direttore dell’Ulss 9 Pietro Girardi sta lavorando per mettere in piedi in fretta questa struttura», conclude la dirigente.

Luca Fiorin

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