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Autore Topic: Niccolò Locatelli La rabbia saudita, Trump in Asia, il Venezuela in debito: ...  (Letto 277 volte)
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« il: Novembre 12, 2017, 12:28:34 »

La rabbia saudita, Trump in Asia, il Venezuela in debito: il mondo questa settimana

11/11/2017
Riassunto geopolitico della settimana che si sta chiudendo.

A cura di Niccolò Locatelli


LA RABBIA SAUDITA
È stata la settimana della rabbia saudita. Il figlio del re e principe ereditario Muhammad bin Salman si è mosso sul fronte interno e su quello internazionale per consolidare il proprio potere.
La neonata Commissione anti-corruzione, da lui presieduta, ha iniziato sabato scorso ad arrestare uomini d’affari, ministri, ex ministri e membri della famiglia reale (mentre nelle stesse ore un altro importante Sa’ud moriva in un incidente in elicottero).
Sempre sabato, il premier libanese Saad Hariri ha annunciato a sorpresa, proprio da Riyad, le proprie dimissioni, in un discorso televisivo pieno di strane accuse al suo alleato di governo Hezbollah e all’Iran, sostenitore del Partito di Dio e rivale regionale dell’Arabia Saudita.
I due paesi si combattono già per interposto Yemen: a giudicare da quanto avvenuto dopo l’annuncio di Hariri (Hezbollah che parla di “dichiarazione di guerra saudita al Libano”; Riyad, il Kuwait e gli Emirati che richiamano urgentemente in patria i loro cittadini residenti nel paese dei cedri; il premier libanese tenuto essenzialmente in ostaggio nel Regno), non si può escludere l’apertura di un nuovo fronte.
Dallo Strillone di Beirut:
Per Hezbollah e il suo leader, il sayyid Hasan Nasrallah, è facile affermare che “Hariri è un ostaggio” dei sauditi.  Per i media vicini all’Iran, ma anche per quelli più equilibrati, al contrario è difficile non sostenere che la decisione di dimettersi abbia uno stretto legame con gli ultimi sviluppi in Arabia Saudita e con le decisioni prese dalla leadership emergente a Riyad, incarnata da Muhammad bin Salman.
L’arresto di esponenti di spicco del sistema politico-finanziario saudita è un terremoto interno che ha avuto forti ripercussioni sulle dimissioni di Hariri. Il premier dimissionario è un pezzo di questo puzzle. Un’ulteriore ombra aleggia sull’oscuro incidente in elicottero ai confini con lo Yemen nel quale ha perso la vita ieri il principe Mansur bin Muqrin, governatore dell’Asir.
Fino al recente cambio di leadership, l’Arabia Saudita aveva perso, per suoi demeriti e per meriti iraniani, influenza nell’area. Non solo in Libano ma anche in Siria, Iraq, Yemen e nello stesso Golfo.
L’ascesa di re Salman, ma soprattutto del giovane erede al trono bin Salman, ha riportato Riyad a una politica più aggressiva su tutti i dossier che contano: dal Qatar allo Yemen, dall’Iran all’Iraq, dalla Siria al Libano. Anche a livello interno. Da una parte, infatti, la retorica delle riforme costruita attorno all’idea della Vision 2030 e all’apertura alle donne del Regno. Dall’altra le purghe interne in nome della “lotta alla corruzione”. Re Salman è vecchio, malato e il principe ereditario non vuole farsi trovare impreparato quando assumerà il titolo di sovrano saudita con una lunga aspettativa di vita e di comando.

TRUMP D’ASIA [di Federico Petroni]
Ecco i punti salienti emersi dal viaggio di Donald Trump in Asia in attesa della visita nelle Filippine, nient’affatto secondaria.
Primo, il dossier della Corea del Nord non ha fatto registrare grosse evoluzioni fuori dallo status quo. Gli Usa approfondiranno il rapporto militare con il Giappone e continueranno a ignorare il parere della Corea del Sud, la quale a sua volta proverà a compensare l’esposizione strategica riallacciando rapporti con la Cina. Trump resta confitto nella logica dell’escalation retorica con il regime di Kim, ma chiaramente non predilige il ricorso alla forza. Perfetto ritratto della pericolosa impasse in cui si trova Washington.
Secondo, Trump continua a riservare miele a Xi Jinping. Alcuni commentatori scambiano capziosamente per deferenza la cortesia che si deve a chi ospita, ma il punto è un altro: gli Usa non hanno fatto progressi né per ottenere da Pechino una decisiva pressione sui nordcoreani né sulla revisione dell’equilibrio commerciale, tanto cara al presidente statunitense. Unica eccezione: il segnale di apertura agli investimenti esteri della Repubblica Popolare nell’ambito dei servizi finanziari.
Terzo, per Trump l’Asia-Pacifico arriva all’India. Non è abbaglio geografico del presidente, ma riflesso di una scuola strategica incarnata dal Comando del Pacifico (Pacom), la cui area di responsabilità giunge sino al sub-continente indiano. A riprova di come ormai Delhi occupi stabilmente un posto di rilievo – anche nella retorica: vedi Trump che la nomina al vertice Apec – nella strategia Usa di contenimento della Cina.
Quarto, la strada per il Giappone per ritagliarsi una nuova sfera d’influenza oceanica – ieri imperiale, oggi economica – è tutta in salita: i colloqui per riesumare il Tpp senza gli Usa sono in stallo e il discorso di Trump all’Apec sulla preferenza per accordi equi non fanno presagire niente di buono per il grande patto del Pacifico.
Il comunicato congiunto Trump-Putin sul proseguimento della lotta allo Stato Islamico in Siria ribadisce quanto noto da tempo: Washington non ha intenzione di eliminare Bashar al-Asad per via militare.

IL VENEZUELA IN DEBITO [di Lorenzo Di Muro]
Caracas dovrà fronteggiare un’ulteriore offensiva diplomatica dopo quella di Stati Uniti e alleati regionali. Questa volta dell’Unione Europea, che lunedì 13 dovrebbe decretare l’embargo al Venezuela su armi e altri equipaggiamenti utili a reprimere gli oppositori interni.
Bruxelles, al pari delle principali capitali d’Occidente, non riconosce l’Assemblea costituente voluta da Maduro, che ha di fatto estromesso il parlamento controllato dalle opposizioni inasprendo la stretta autoritaria nel paese. Ma finora l’Unione Europea – retorica a parte, come le critiche in occasione del conferimento del Premio Sacharov 2017 alla “opposizione democratica” venezuelana – ha evitato di sanzionare il regime del presidente Maduro. Al contrario di Washington, che vietando nuovi acquisti di titoli di Stato o della compagnia petrolifera nazionale PdVsa ha aumentato il rischio di default di Caracas.
Eppure, mosse come l’embargo sulle armi dell’Ue – frutto anche degli appelli delle opposizioni – o le stesse sanzioni comminate dal dipartimento del Tesoro Usa difficilmente produrranno drastiche conseguenze.
Frattanto, la corresponsione promessa da Maduro dei circa 1,2 miliardi di dollari dovuti da PdVsa ai creditori esteri è (sinora) rimasta disattesa.
Dal 2014, mentre il quadro economico-finanziario peggiorava, le casse statali sono state rimpinguate grazie al sostegno della Russia e soprattutto della Cina, ripagati in petrolio (il Venezuela è il 1° paese al mondo per riserve di oro nero).
Uno degli strumenti attraverso cui inasprire la pressione su Maduro sarebbe l’imposizione di un embargo Usa sul petrolio, come auspicato dal presidente argentino Macri. L’amministrazione Trump è però consapevole che tale misura probabilmente equivarrebbe al colpo di grazia per l’economia venezuelana, dipendente dalle esportazioni dell’oro nero, ma avrebbe ricadute anche per quella degli Stati Uniti (di cui il Venezuela è terzo fornitore di greggio).
Caracas deve quindi barcamenarsi tra la delegittimazione a opera dell’Occidente e la crisi debitoria; secondo Maduro due facce della stessa medaglia, la “guerra economica dell’imperialismo”.
Sul fronte interno, l’impeto delle opposizioni sta lasciando spazio alle mai sopite spinte centrifughe della coalizione anti-Maduro (Mud). Da qui il criptico annuncio del capo di Stato sulla “ristrutturazione e rinegoziazione” dell’intero debito estero del paese; a prescindere dalla possibile strategia economica, un tentativo di alimentare la propria narrazione e capitalizzare la congiuntura politica favorevole in vista delle elezioni presidenziali previste per fine 2018. Mercoledì 15 novembre è previsto (in Repubblica Dominicana) un incontro tra esponenti del governo e dell’opposizione; quello stesso giorno, Mosca e Caracas dovrebbero siglare un accordo sulla ristrutturazione del debito mercoledì 15.

L’AGENZIA EUROPEA DEL FARMACO A MILANO? [Di Alessandro Aresu]
Il Financial Times riporta che Milano, assieme a Bratislava, è in testa alle candidature per la sede della European Medicines Agency (Ema), che lascerà Londra a causa dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Anche questa partita ci ricorda che l’Ue funziona come un negoziato: un meccanismo complesso di alleanze, priorità e veti incrociati da cui scaturiscono le decisioni, che solo in parte derivano dalla solidità dei dossier. Va detto che la candidatura dell’Italia, stavolta, è di alto profilo.
Non si tratta solo dell’attrattività della vita a Milano rispetto a quella in altre città. Le ragioni stanno soprattutto nei “fondamentali” dell’Italia nel settore sanitario e nella forza della filiera delle scienze della vita che ci concentra in Lombardia, ma anche in altre regioni. Se è vero che la debolezza principale della nostra impresa nazionale – le scarse dimensioni – riguarda anche questo settore, molti sono i punti di forza italiani nella filiera delle scienze della vita. I dati di Assolombarda rivendicano che la somma del valore aggiunto della filiera (93 miliardi) e dell’indotto è di 161 miliardi di euro, e incide quindi per il 10% del pil nazionale.
A livello geopolitico, sanità (come difesa) vuol dire alta densità di ricerca e sviluppo: i settori manifatturieri della filiera della salute investono in ricerca 2,7 miliardi di euro, circa il 13% del totale italiano. Inoltre, il nesso geopolitico tra sanità e tecnologia sarà sempre più importante per le acquisizioni di strutture sanitarie e di capitale umano specializzato da parte degli Stati intenzionati ad affrontare i loro problemi sistemici (pensiamo ai paesi del Golfo per il diabete). Ma anche per l’utilizzo dei dati sanitari, per l’e-commerce sanitario – su cui gli imperi digitali faranno investimenti sempre più cospicui, come mostra per esempio la divisione Alibaba Health Information Technology del gigante cinese – e per la robotizzazione della società.
Il metodo adottato dall’Italia per la partita di Ema risponde all’interesse nazionale, perché le istituzioni locali e nazionali hanno cercato di colpire insieme coordinando pubblico e privato, segnalando sul piano internazionale che Ema è davvero una priorità per il paese e non uno dei tanti dossier.
È quindi un metodo che andrebbe preservato, anche se per le contingenze del negoziato europeo la candidatura di Milano non dovesse prevalere.

PROBLEMI IN PARADISO
La nuova pubblicazione dei Paradise Papers, 13,4 milioni di file sugli investimenti dell’élite mondiale nei paradisi fiscali, per ora ha colpito mediaticamente Trump (per i legami tra il suo entourage e la Russia), la famiglia reale britannica e alcuni giganti della Silicon Valley. Musica per le orecchie di chi non si fida di questa Casa Bianca, farebbe a meno del Brexit e ha aperto una battaglia contro le imprese informatiche statunitensi: in due parole, l’Unione Europea.

Da - http://www.limesonline.com/arabia-saudita-trump-asia-paradise-papers-ema-milano-venezuela-debito-notizie-mondo-settimana/102866?source=newsletter
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