LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: MARCELLO SORGI.  (Letto 62475 volte)
Arlecchino
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« Risposta #630 il: Agosto 27, 2017, 09:11:47 »

Il partito unico dei condoni

Pubblicato il 24/08/2017

MARCELLO SORGI

È inutile rimpiangere o versare lacrime da coccodrillo: siamo un popolo di abusivi. E abbiamo avuto e continuiamo ad avere una classe dirigente - non tutta ma neppure esclusivamente locale, come quella di Ischia e della Campania - che in nome della «necessità» ha incoraggiato e legittimato l’abusivismo negli ultimi trent’anni e più, dal 1983, quando il governo Craxi annunciò per la prima volta un decreto per rilegittimare le costruzioni abusive, con l’obiettivo di risanare, almeno in parte, i conti pubblici, a oggi. 

Se poi di condono in genere, e non solo edilizio, si vuol parlare, si può risalire indietro di altri dieci anni, al 1973 del IV governo Rumor che varò una delle tante sanatorie fiscali (allora non c’era la fantasia di definirle «scudo»). Di lì in poi, la cadenza subì un’accelerazione: 1982, governo Spadolini e nuovo condono per gli evasori; 1985, entrata in vigore del già citato provvedimento del governo Craxi; 1991, nuova sanatoria fiscale del VI governo Andreotti; 1995, doppio condono, edilizio e fiscale, del governo Dini; 2003, nuova doppietta, stavolta di Berlusconi, che replica nel 2009 con la norma per agevolare il rientro dei capitali, cosiddetti «scudati», illecitamente portati all’estero.
 
Complessivamente, secondo un calcolo della Cgia di Mestre, giudicato ottimistico da altri osservatori tecnici, i condoni di qualsiasi tipo degli ultimi tre decenni avrebbero portato nelle casse dello Stato 104,5 miliardi di euro, meno di quanti ne sottragga (anche in questo caso la stima è limitata) l’evasione fiscale in un solo anno. A conti fatti, un pessimo affare, anche se c’è chi dice, non si sa se per celia o sul serio, che bisognerebbe aggiungere, ricalcolandolo in valuta di oggi, il ricavato in sesterzi del primo, primissimo condono, voluto nel 119 dopo Cristo dall’imperatore romano Adriano. 
 
Ma al di là della convenienza economica inesistente per i governi, e dei rischi per le popolazioni di abitanti di case edificate illegalmente, in spregio alle più elementari regole di sicurezza, è interessante anche ricostruire la genesi politica di questo genere di provvedimenti, varati sempre senza quasi opposizione - anzi, in una sorta di regime di unità nazionale - e riproposti, rimodellati e ampliati localmente, come appunto è accaduto in Campania per la legge del governatore De Luca (impugnata dal governo Gentiloni di fronte alla Corte Costituzionale) e come stava per accadere in Sicilia per le case al mare costruite sulla battigia. Se si esclude una piccola pattuglia di coraggiosi giornalisti come Antonio Cederna, Mario Fazio, Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, associazioni povere di mezzi come, ma non solo, Italia Nostra, e i Verdi, ma non tutti, nessuno ha fatto battaglie vere contro l’abusivismo. Ai tempi dello storico decreto Nicolazzi - il ministro dei Lavori pubblici di Craxi che concepì la prima sanatoria nazionale e ne reiterò il decreto per 21 volte, anche per dilatarne i tempi di efficacia -, in Parlamento, formalmente, si opponeva il Pci. 
 
Ma nelle piazze era il sindaco comunista di Ragusa Paolo Monello a guidare le manifestazioni degli abusivi «per necessità». Monello, antesignano dell’esponente marxista leninista Gennaro Savio - che portò in piazza 600 dei 27 mila abusivi di Ischia nel 2010, minacciando di far saltare le elezioni regionali e ottenendo dall’allora ministra Mara Carfagna e dal candidato, poi eletto governatore della Campania, Stefano Caldoro la promessa di un nuovo decreto per bloccare le demolizioni - era stato il primo a coniare gli slogan più espliciti e efficaci della lotta contro l’antiabusivismo, tipo «Il popolo costruisce, il governo demolisce», oppure «No all’adeguamento antisismico», che sarebbe quasi un invito al suicidio legalizzato, stando ai terremoti verificatisi, dopo Belice, Friuli e Irpinia, nel periodo successivo, dall’Umbria all’Abruzzo al Centro Italia, con migliaia di vittime, senza-tetto e case crollate anche con scosse di media entità, alle quali, come a Ischia, avrebbero dovuto invece resistere.
 
Nell’isola ultima colpita da un sisma, dal 1981 al 2006 sono stati costruiti oltre centomila vani abusivi; nel solo 2004 e soltanto nel Comune di Forio sono stati sequestrati 200 cantieri fuorilegge; una famiglia ischitana ogni 2,5 (in pratica quasi tutte, considerando cuginanze e parentele di secondo grado) ha chiesto il condono. Nel resto d’Italia nei quindici anni tra il 1982 e il ’97 i nuovi manufatti abusivi sono stati quasi un milione (970 mila). Un’enormità del genere non ha eguali in Europa, forse perfino nel mondo.
 
E dopo il pentapartito e i comunisti negli Anni Ottanta, i marxista-leninisti nei Novanta e il centrodestra all’inizio del millennio, sono ora i 5 stelle, in Sicilia, a unirsi al partito unico nazionale dell’abuso. Lo ha fatto, pur vantandosi di aver fatto prima demolire una palazzina da 700 metri quadri di un mafioso, il sindaco stellato di Bagheria Patrizio Cinque, autore di una delibera comunale che tenderebbe a dare abitabilità provvisoria alle costruzioni abusive occupate per necessità; e lo hanno fatto, negli stessi termini, il candidato governatore M5S della regione Giancarlo Cancelleri, spalleggiato dall’aspirante premier Luigi Di Maio, negli stessi giorni in cui il sindaco Angelo Cambiano, l’unico a battersi davvero per l’abbattimento delle orrende villette costruite sulla spiaggia siciliana di Licata, veniva fatto fuori in consiglio comunale da una maggioranza trasversale e riceveva la solidarietà dei comici Ficarra & Picone, protagonisti del film «L’ora legale» che sembra una parodia della sorte del primo cittadino, ma è stato notevolmente superato dalla realtà. Così che non c’è alcun dubbio sul fatto che - chiunque vinca le regionali del 5 novembre - il prossimo condono partirà dalla Sicilia. 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/08/24/cultura/il-partito-unico-dei-condoni-N3pe8GG9g0Cljw1hbwyRkK/pagina.html
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« Risposta #631 il: Ottobre 05, 2017, 11:11:48 »

La zampata di D’Alema sul governo

Pubblicato il 04/10/2017
MARCELLO SORGI

Quello che si temeva è accaduto: Mdp, il gruppo degli scissionisti bersanian-dalemiani, ha messo il primo piede fuori dalla maggioranza e si prepara a compiere anche il secondo passo. All’indomani dell’incontro tra Pisapia e il premier Gentiloni, in cui entrambi si erano impegnati a condurre un negoziato sulla politica economica del governo contenuta nella Nota di aggiornamento del Def e nella prossima legge di stabilità, Roberto Speranza ha annunciato che Articolo 1 - Mdp uscirà dall’aula per marcare il proprio dissenso dall’illustrazione fatta ieri in Senato dal ministro dell’Economia Padoan e voterà a favore dell’aggiornamento solo per evitare che scattino le clausole di salvaguardia sottoscritte di fronte alle autorità di Bruxelles. In altre parole, è la minaccia di una rottura che porterebbe alla crisi di governo. La zampata promessa da tempo da D’Alema è dunque arrivata, sia pure per interposto Speranza.
 
Va detto che nulla preludeva a un esito come questo. E forse, ad accelerarlo, è stata proprio la conclusione - interlocutoria ma non negativa - del faccia a faccia Gentiloni-Pisapia di lunedì. Sebbene Padoan avesse fatto qualche prudente apertura alle richieste della sinistra bersaniana, ricordando tuttavia che i margini sono stretti pure in presenza di una ripresa che si manifesta più marcatamente del previsto, la risposta di Speranza è stata un «no» secco. E a nulla è valso che nella stessa giornata la Banca d’Italia e la Corte dei Conti avessero fatto sentire le loro voci autorevoli, raccomandando cautela in un quadro economico che rimane delicato per l’Italia, rammentando che la priorità resta la riduzione dell’enorme (oltre due milioni di miliardi) debito pubblico e ammonendo dai rischi di tornare indietro rispetto a riforme, come quella delle pensioni, che hanno recato sollievo ai nostri sofferenti conti pubblici. 
 
La sensazione è che proprio nei gruppi parlamentari di Mdp, schieratisi all’unanimità, sia prevalsa la linea di D’Alema, che da mesi spiega pubblicamente che è necessario, per Articolo 1, passare il più velocemente possibile all’opposizione, lasciando al governo la responsabilità di condurre la sua politica economica, necessariamente (ma inaccettabilmente, per D’Alema), rigorosa, e inaugurando prima della fine della legislatura una campagna elettorale anti-Renzi e anti-Pd.
 
Di fronte a questa strategia, di cui ieri è stato dispiegato il primo atto, qualsiasi tentativo del governo di recuperare la parte sinistra della propria maggioranza rischia di trasformarsi in un insuccesso. Mentre infatti sono abbastanza chiare le implicazioni dello scontro e la suggestione di una campagna tutta all’attacco, con qualsiasi legge elettorale si vada a votare, per portare Renzi alla sconfitta e dargli la botta finale, per capire se esista uno spiraglio per convincere gli scissionisti a tornare indietro, basta porsi una semplice domanda: il giorno dopo, come spiegherebbero ai loro elettori di aver ritrovato l’intesa con il premier e il Pd, dopo aver descritto questo governo come un esempio di servilismo verso il rigore imposto da Bruxelles? La riduzione dei cosiddetti «superticket» sanitari, o impegni inevitabilmente contenuti nei campi della sanità pubblica, del lavoro e del diritto allo studio, in che modo potrebbero camuffare quella che apparirebbe una calata di brache, dopo aver dichiarato da tempo che con questo esecutivo non si può più venire a patti? Quando Speranza ha dichiarato che Mdp si sente ormai fuori dalla maggioranza, ha in sostanza detto questo. Con buona pace di Pisapia che, dopo il suo primo giorno da leader, è stato senza alcun rispetto smentito e costretto a fare una figura barbina di fronte a Gentiloni.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/04/cultura/opinioni/editoriali/la-zampata-di-dalema-sul-governo-v7myRssebhsscBt4ft2PBN/pagina.html
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« Risposta #632 il: Ottobre 18, 2017, 07:06:31 »

Scelte casuali e convergenze parallele

Pubblicato il 17/10/2017

MARCELLO SORGI

È sempre complicato, in Italia, dedurre i cambiamenti della politica dai comportamenti parlamentari. Il Paese delle convergenze parallele è diventato quello degli incontri occasionali. Nella Prima Repubblica i radicali denunciavano spesso, come prova di consociativismo mai archiviato, il gran numero di votazioni che vedevano insieme Dc e Pci. Nella Seconda la stagione del bipolarismo non riuscì mai a impedire gli agganci tra centristi di qualsiasi natura e governi di ogni indirizzo. 

Per non dire del «ribaltone» che disarcionò Berlusconi diventando oggetto di studio nelle università. 
 
Nella terra di mezzo tra fine della Seconda Repubblica e mancata nascita della Terza, l’attenzione ovviamente è sull’avvicinamento tra Pd e Forza Italia: legittimo, alla luce del sole, all’inizio della legislatura e grazie all’incubatrice rappresentata dal patto del Nazareno, tra Berlusconi e Renzi. E continuato sotto traccia dopo la rottura tra i due sul Quirinale se è vero che al Senato, dove i governi Renzi e Gentiloni hanno avuto sempre maggioranze ballerine, il soccorso azzurro, magari in forma di assenze e uscite dall’aula, è stato decisivo nei momenti delicati.
 
Poi a un certo punto, dal fondo delle aule parlamentari, ha preso a soffiare più forte anche il vento dell’opposizione, rinvigorito dall’incontro di Lega e Movimento 5 stelle, che alleati con Fratelli d’Italia, soprattutto sull’immigrazione, hanno dato spesso battaglia, quasi prefigurando un nuovo polo populista e dandosi appuntamento dopo le elezioni per provare a mettere insieme una maggioranza e forse anche un governo. La rottura sul Rosatellum, lo schieramento del Carroccio con Pd, Ap e Forza Italia, gli insulti tra Grillo e Salvini, i malumori della Meloni verso la nuova legge elettorale hanno fatto a pezzi quell’embrione ancora tutto da coltivare. I sondaggi oggi dicono che per Lega e FdI la partita più interessante resta quella del centrodestra, con Berlusconi che promette che se non avrà la maggioranza è pronto a ritirarsi. Così anche quel terzo o poco più di votazioni in cui il partito dell’ex Cavaliere s’è trovato accanto al Pd non basta certo a rappresentare l’anticipo di quel che potrà avvenire nella prossima legislatura. 
 
Perché la verità è che in quella che va a concludersi è successo tutto e il contrario di tutto. A ogni stormir di fronde le strategie, chiamiamole così, sono cambiate. E deve ancora arrivare il 5 novembre, con i risultati delle regionali siciliane, per farci assistere a un nuovo terremoto: stavolta, c’è chi è pronto a scommetterci, tra Pd e centrosinistra.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/17/cultura/opinioni/editoriali/scelte-casuali-e-convergenze-parallele-Pdja9EiVTG00hCqFs3c60J/pagina.html
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« Risposta #633 il: Ottobre 28, 2017, 06:11:42 »

Il territorio laboratorio di leadership

Pubblicato il 24/10/2017

MARCELLO SORGI

Dalle urne del referendum di Veneto e Lombardia, oltre a un risultato politico che influirà anche sulle prossime elezioni, esce un modello di leadership destinato a far riflettere, a destra come a sinistra. È quello del trionfatore del Veneto Zaia e del - già, come definirlo, vincitore o vinto? - sindaco di Bergamo Gori, schierato con il «Sì» dei leghisti promotori delle consultazioni, ma contraddetto dalla posizione ufficiale del suo partito, il Pd, che con il vicesegretario nazionale e ministro dell’Agricoltura, il milanese Martina, aveva lanciato alla vigilia del voto un appello all’astensione.
 
Al di là della possibile - e dall’interessato sempre negata - candidatura alla guida dell’eventuale, e adesso sempre più possibile, prossimo governo di centrodestra, ipotesi lanciata tempo fa da Berlusconi, Zaia, che in una tempestosa domenica di pioggia ha portato la maggioranza dei veneti alle urne e a esprimersi a favore di una maggiore autonomia locale, ha alcune caratteristiche in comune con Gori. Il quale ha raccolto le firme dei sindaci lombardi per lo stesso obiettivo, e magari avrebbe preferito rinunciare al referendum, perché non gli era sfuggito che a incassarne i vantaggi sarebbe stata soprattutto la Lega, compreso il governatore lombardo Maroni, che lo stesso sindaco si prepara a sfidare alle prossime regionali, e che pur non avendo eguagliato il successo di Zaia, ne ha comunque ricavato una bella lucidatura della propria immagine. Ma una volta avviata la macchina, appunto, Gori non s’è tirato indietro, né ha atteso di aver indicazioni dal confuso vertice del Pd, che oscillava tra il dare la libertà di voto ai propri elettori, vale a dire non prendere posizione, e il tardivo schierarsi per l’astensione, cioè a scommettere sulla sconfitta dell’avversario, senza entrare in partita. Al contrario il sindaco, coerente con l’impegno preso insieme ai suoi colleghi primi cittadini dei comuni della Lombardia, s’è messo lo zaino in spalla, è andato in campagna elettorale, e dopo aver condiviso in parte la vittoria, ha proposto al Pd di votare all’unanimità in consiglio regionale con il centrodestra, per avviare la trattativa con il governo. 
 
Siccome anche Salvini, leader del partito di Zaia, non era proprio entusiasta del referendum nordista proposto dai presidenti leghisti delle due regioni, e lo ha digerito con qualche difficoltà, è abbastanza facile capire qual è la caratteristica che accomuna il governatore veneto e il sindaco lombardo: essere allo stesso modo rappresentanti del territorio, conoscerne i problemi e il comune sentire, e soprattutto comportarsi di conseguenza, senza piegare il capo - o piegandolo il meno possibile - alle scelte nazionali del proprio partito, e sapendo ascoltare la propria gente anche quando questo potrebbe risultare non esattamente conveniente.
 
La questione settentrionale - ma non solo: basti pensare alla Puglia di Emiliano, e per certi versi anche alla Napoli di De Magistris o alla Palermo di Orlando - sta tutta qui. Quando i cittadini di un determinato territorio percepiscono che i loro rappresentanti, o quelli che li governano, non hanno a cuore i loro problemi specifici, li trascurano e come soluzioni cercano di applicare astratti modelli nazionali, che faticano a produrre effetti in periferia, o scelgono di farsi rappresentare da altri, oppure, se non trovano nessuno o nulla di convincente, si buttano nell’astensione o nelle braccia dell’antipolitica.
 
Ecco perché una politica moderna, non inutilmente ideologica, dovrebbe partire di qui per ridefinire i propri obiettivi e governare con sapienza le inevitabili spinte centrifughe di questo sistema.
 
Stupisce che ci riesca il centrodestra, seppure, come abbiamo visto, un po’ a dispetto di se stesso. E non ci riesca invece il centrosinistra, e all’interno di esso il maggior partito di governo: con un leader come Renzi, che aveva costruito la sua fortuna facendo il sindaco di una grande città come Firenze, arrivando a incontrare Berlusconi premier per fare gli interessi della propria città, e diventando poi, chissà perché, centralista a Palazzo Chigi; e ancora, tra i suoi dirigenti, un uomo come Chiamparino, già primo cittadino di Torino e attuale governatore del Piemonte, che qualche anno fa era arrivato a proporre l’eresia di un Pd del Nord, e per questo era stato politicamente - e inutilmente - massacrato.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/24/cultura/opinioni/editoriali/il-territorio-laboratorio-di-leadership-UB7rkRl1KVSlNr061FMVnN/pagina.html
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« Risposta #634 il: Ottobre 29, 2017, 09:12:20 »

Il paradosso dell’alternativa a Cinque Stelle

Pubblicato il 29/10/2017 - Ultima modifica il 29/10/2017 alle ore 07:12

MARCELLO SORGI

Può sembrare un paradosso che il declino della sindaca di Torino Chiara Appendino somigli straordinariamente a quello della sua collega romana Virginia Raggi. 

E come la seconda era stata costretta a far saltare il cerchio dei suoi collaboratori più stretti in Campidoglio, anche la prima ieri ha dovuto far fuori il suo capo di gabinetto Paolo Giordana, per un’assai poco esemplare richiesta all’azienda dei trasporti di far cancellare una multa presa su un autobus. 
 
Va detto che il personaggio Giordana, funzionario comunale collaboratore in passato sia di politici di centrodestra sia di centrosinistra, non somiglia per niente ai Morra, Frongia e Romeo che circondavano di attenzioni la Raggi, intestandole perfino delle polizze di assicurazione, prima di finire agli arresti domiciliari o sotto inchiesta per svariati reati. Ma allo stesso modo era stato lo chaperon nei meandri della politica torinese della giovane Appendino, approdata in Consiglio comunale quando era sindaco Piero Fassino, e subito distintasi per un’opposizione puntuale e pervicace, alla quale certo non erano estranei i consigli di quel suo collaboratore, divenuto poi amico e assurto al ruolo di capo di gabinetto e quasi alter ego della sindaca subito dopo la conquista del Palazzo di Città.
 
Eppure non potevano sembrare più diverse, agli inizi, le due sindache ora precipitate verso simili destini e simmetricamente imputate per falso in bilancio. Un’avvocatessa nata borgatara e professionalmente formatasi alla scuola dell’ex ministro e avvocato berlusconiano Cesare Previti, la Raggi. Una giovane signora borghese, figlia di imprenditore, poliglotta e educata nelle migliori scuole, l’Appendino. Una miracolata dal collasso per corruzione di entrambi gli schieramenti di centrodestra e centrosinistra a Roma e dall’azzeramento della giunta Marino voluto da Renzi, la prima cittadina della Capitale. Una nata con la camicia che ereditava a sorpresa una delle amministrazioni più efficienti e una città vetrina in gran spolvero negli ultimi dieci anni dopo le Olimpiadi, quella di Torino. Tanto che mentre Raggi si dibatteva, puntellata giorno dopo giorno da Grillo e Casaleggio e via via commissariata da personale di fiducia dei vertici 5 Stelle, di Appendino si arrivava a parlare come volto-simbolo e possibile candidata-premier del Movimento al posto di Luigi Di Maio, oltre che interlocutrice rispettata di un Pd frastornato dalla sconfitta nella capitale industriale del Paese e deciso a insidiarne il successo affiancandola, invece che contestandola.
 
Altri tempi: dal tragico 3 giugno del panico, del morto innocente e delle centinaia di feriti a Piazza San Carlo, all’avviso di garanzia per falso in bilancio, la caduta d’immagine della sindaca e il suo progressivo avvitamento nelle difficoltà sembrano ormai irreversibili. Senza tuttavia - e anche questo è un punto di contatto tra le due vicende di Torino e Roma - che il consenso attorno a lei risulti significativamente intaccato o si affacci il benché minimo rimpianto delle amministrazioni passate. Hanno un bel dire, Chiamparino e Fassino, che l’aspetto nuovo della città, l’integrazione del suo tradizionale tessuto imprenditoriale con le nuove vocazioni culturali e turistiche è stato costruito da loro, con il paziente e duro lavoro ventennale delle amministrazioni di centrosinistra. È sicuramente vero, anche se non sempre è tutto oro quel che riluce, ma nell’opinione della maggioranza dei cittadini, l’ora del cambiamento era arrivata e ancora non è passata.
 
A ben vedere questo è ancora il problema, non solo di Torino, ma dell’Italia e degli italiani nel rapporto con i 5 Stelle: sebbene abbiano rivelato grandi e piccole incapacità in tutte le realtà in cui sono stati chiamati a governare, Grillo e i suoi (le sue, verrebbe da dire, pensando alle sindache che insieme nel 2016 portarono il Movimento alla vittoria più importante) appaiono ancora a una larga fetta di elettori come l’unica vera alternativa possibile alla sclerotizzata politica tradizionale, si tratti del ritorno in campo di Berlusconi e del centrodestra, seppure con l’iniezione di populismo di Salvini e Meloni, o delle pulsioni suicide del solito centrosinistra, con Renzi che non potendo più rottamare Bersani se la prende con il governatore della Banca d’Italia, il governo Gentiloni e alla fine, in un inspiegabile crescendo autolesionista, perfino con se stesso. Così se è difficile, forse impossibile, spingere M5S a essere diverso da quel che è, sarà almeno lecito, alla vigilia delle elezioni regionali siciliane di domenica prossima e delle politiche ormai prossime, chiedere agli altri di fare uno sforzo, finché c’è tempo, per tornare a essere affidabili. Anche se è molto difficile credere che ci riusciranno.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/29/cultura/opinioni/editoriali/il-paradosso-dellalternativa-a-cinque-stelle-ROExirQAsVSVWNjvFiSl8J/pagina.html
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« Risposta #635 il: Dicembre 06, 2017, 09:02:34 »

L’alternativa che nasce dalla fragilità

Pubblicato il 05/12/2017

MARCELLO SORGI
Del lungo e appassionato intervento con cui domenica Pietro Grasso s’è assunto la responsabilità di guidare verso il voto la sinistra di Mdp, Si e «Possibile», colpivano essenzialmente due cose. 
 
La prima era l’amarezza personale, un dolore esplicitato fino all’intimità, che ha portato il presidente del Senato a lasciare il Pd, che lo aveva candidato e in maggioranza eletto alla seconda carica dello Stato. 
 
Una decisione sofferta, eppure ineludibile, determinata, è parso di capire, non solo dalla mancata condivisione delle scelte fondamentali di questa legislatura, a cominciare dalla tentata cancellazione del Senato, ma dall’assoluta impossibilità di esprimere le sue riserve e trovare un minimo d’ascolto in un luogo di dibattito.
 
Grasso insomma, catapultato da Bersani al vertice di Palazzo Madama, dopo l’arrivo di Matteo Renzi alla segreteria del Pd s’è sentito solo. Con il nuovo leader immaginava di poter costruire lo stesso tipo di rapporto che aveva avuto con il predecessore, invece ha trovato il silenzio, la cortina di indifferenza, l’assenza di consigli (e sì che ne aveva bisogno, trovandosi alla sua prima esperienza parlamentare), di cui faticava a trovare le ragioni, sentendosi a mala pena sopportato. 
 
Così il distacco maturato apertamente dopo la fiducia imposta sulla nuova legge elettorale, che aveva praticamente impedito ai senatori di discutere il testo del Rosatellum, in realtà era cominciato molto prima, quando già un anno fa Grasso, sottovoce, aveva fatto sapere di sentirsi più vicino al «No» che non al «Sì» al referendum.
 
Chi ha memoria di rapporti difficili tra autorevoli «esterni» siciliani e sinistra, paragona impropriamente la rottura tra Renzi e Grasso a quella, assai più sanguinosa, tra Enrico Berlinguer e Leonardo Sciascia alle elezioni del 1979. Ma pur essendo difficile avvicinare la storia del supermagistrato antimafia amico di Falcone e Borsellino con quella dello scrittore eretico, entrato in Parlamento con Pannella e sull’onda del pamphlet «L’affaire Moro», in cui senza clemenza inchiodava la Dc alle proprie responsabilità per l’assassinio del leader sequestrato dalle Brigate rosse, qualcosa che le collega c’è di sicuro, non fosse solo il carattere dei siciliani, l’ombrosità, la permalosità, il modo antico di litigare togliendosi il saluto e la possibilità di parlarsi per sempre.
 
In questo senso la seconda cosa, strettamente connessa alla prima, del discorso di Grasso, è che se qualcuno dei suoi compagni d’avventura, all’indomani del voto, e magari in presenza di un risultato buono o discreto, dovesse lontanamente pensare di andarselo a spendere nel campo di una rinegoziazione con il Pd, Grasso non ci starà. Non a caso, dalla tribuna su cui è salito per assumere la leadership e dire «Io ci sono!», ha parlato di valori, di giustizia, di eguaglianza, della sua storia personale piena di sacrifici e lutti non rimarginabili, ma non ha inserito alcun accenno alle alleanze possibili, come invece normalmente usa fare un leader politico, e come perfino Renzi fa, fingendo di crederci, quando ancora si augura «la vittoria del centrosinistra», inteso come insieme separato che dovrà prima o poi ritrovare l’unità.
 
Si sa: D’Alema e Bersani sperano che il leader del Pd alle politiche prenda la botta definitiva che lo spinga a togliersi di mezzo, e solo allora ritengono che possa chiudersi la ferita che ha portato alla scissione. Ma Grasso, sul futuro di Renzi e sulla sua capacità di resistenza, è più pessimista: non considera così semplice una ricomposizione a breve termine. Pensa piuttosto a un’alternativa che - nascendo da quel pezzo di società civile impegnata da cui lui stesso proviene, forgiata nella lotta antimafia e in buona parte rifluita verso l’astensionismo o il voto ai 5 Stelle - non si inquadri obbligatoriamente nello schema politica-antipolitica, populismo-antipopulismo, sinistra di governo o di opposizione, ma delinei una prospettiva diversa, che i mutati (molto più, spera, nella prossima legislatura) rapporti di forza potrebbero rendere realistica. Una scomposizione trasversale dei gruppi parlamentari che il ritorno al proporzionale e la fragilità dichiarata in partenza delle attuali alleanze potrebbero alla fine incoraggiare. Trasformando Grasso e la pattuglia della sinistra che lo sostiene in interlocutori, forse alleati, di un prossimo governo a 5 Stelle.

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« Risposta #636 il: Dicembre 08, 2017, 10:34:28 »

Prove di alleanze all'ombra del Colle

Pubblicato il 07/12/2017

MARCELLO SORGI

Sarà per via dell’imprevedibile (almeno nelle dimensioni di questi giorni) successo di Berlusconi al suo ennesimo ritorno in campo, ma attorno ai 5 stelle si registrano strani movimenti. Il corteggiamento di Mdp e altri pezzi di sinistra, compresa la parte di Campo progressista di Pisapia non ancora rassegnata all’accordo con Renzi, punta a rendere più esplicita la disponibilità di Di Maio, al momento solo intuibile, a un’alleanza di governo post-elettorale, e a capire se e a quali condizioni potrebbe veramente realizzarsi. L’intervista che pubblichiamo oggi in cui il candidato-premier di M5s fa un’inattesa apertura all’Europa, oltre a essere una novità, sembra un altro passo in quella direzione.

 Per tutto il largo fronte - dai cattolici tradizionali alla Scalfaro o democratici alla Rosi Bindi, al centro tecnocratico stile Monti, alla sinistra post-comunista di Bersani, alla sinistra-sinistra - che nel ventennio berlusconiano viveva di antiberlusconismo e in quell’ambito trovava le ragioni di una fragile unità, tendere un filo verso i 5 stelle, sempre che questi siano disposti a raccoglierlo, potrebbe rappresentare un’alternativa all’inevitabile - come ora viene descritto, nel caso dalle urne di primavera non esca una maggioranza - ritorno alle larghe intese tra Pd e Forza Italia. 
 
Si tratterebbe, non di delineare subito un accordo, per il quale Grillo, Casaleggio e Di Maio non sarebbero pronti, ma di inaugurare un confronto, magari sorvegliato dal Quirinale, simile a quello che nella Prima Repubblica serviva ad ammorbidire la cortina di ferro stesa per ragioni interne e internazionali attorno al Pci; oppure, più di rado e sempre senza successo fino all’arrivo di Berlusconi, a tentare di scongelare a destra i voti parlamentari del Msi. Nel primo caso, grazie anche al comune lavoro e alle radici piantate all’epoca della Costituente, l’asse trasversale tra il partito di Togliatti e Berlinguer e parti consistenti di tutte le forze che stavano al governo divenne un’architrave dell’intero edificio repubblicano, fondato sul consociativismo, a dispetto di un anticomunismo più declamato che praticato. Tal che, dopo De Gasperi, e con pochissime e limitate eccezioni, per più di trent’anni quasi tutti i governi democristiani, fino a quelli di solidarietà nazionale 1976-’79 che lo ebbero come alleato, cercarono sempre di stabilire buoni rapporti con il Pci. Cosa che fece anche Spadolini, primo presidente laico del Consiglio, all’inizio degli Anni Ottanta, e subito dopo non volle fare Craxi, teorico, nel periodo della presidenza socialista, delle maggioranze delimitate di pentapartito e di una competizione dura con i comunisti, volta a farne emergere le ambiguità para-sindacali e le difficoltà ad accettare pienamente il rapporto con la modernità capitalistica e industriale dell’Italia. Ciò finì col destabilizzare l’assetto consolidato, ancorché instabile, della Prima Repubblica, malgrado la sorda opposizione di mezza Dc, e ne accelerò la crisi con conseguenze che poi portarono alla caduta del sistema nel fatale 1993. 
 
Può bastare, questo, a immaginare che adesso, al tramonto della Seconda Repubblica - e alla vigilia di un passo verso l’ignoto, dato che tutti prevedono che la nuova legge elettorale non darà vita ad alcuna solida maggioranza - si apra (o si riapra, dato che fu Andreotti a inventarlo) un secondo forno a 5 stelle, per far fuori insieme i dioscuri del patto del Nazareno Renzi e Berlusconi? Si sa, ragionare su quel che è già accaduto, spesso è utile. Ma paragonare quel passato, che tanti oggi cominciano a rimpiangere, con l’incerto presente attuale, è impossibile: troppe cose sono cambiate. E tuttavia colpisce che già in vista del ritorno del proporzionale, e senza ancora averne misurato gli effetti nel voto, certi meccanismi politici si ripropongano, come se nulla fosse.

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« Risposta #637 il: Dicembre 22, 2017, 04:17:45 »

I grillini e l’arte del possibile

Pubblicato il 19/12/2017

MARCELLO SORGI

Non è il passato che non passa, ma che ritorna. Oltre a segnare una svolta del M5S dal percorso duro e puro seguito fin qui, e a dimostrare che anche Grillo e Casaleggio si muovono nella logica del proporzionale, stile Prima Repubblica, l’offerta di Di Maio di infrangere la severa regola del «no» a qualsiasi alleanza con i partiti tradizionali, per aprire a un eventuale governo di coalizione, con «Liberi e uguali» e se necessario con un Pd derenzizzato, ha uno storico precedente, che risale a trentacinque anni fa. 

Nel novembre 1982, dopo la caduta del governo Spadolini a causa della famosa «lite delle comari» tra i ministri Formica e Andreatta, alle consultazioni che si aprirono per risolvere la crisi, il leader del Pci Berlinguer fu autore di una strana uscita. «Accetteremmo un governo diverso, che segnasse una discontinuità», disse, rivolgendo a De Mita la proposta di varare un governo Dc-Pri, senza i socialisti, e con l’appoggio esterno dei comunisti. I democristiani non potevano accettare di rompere la già compromessa collaborazione con il Psi, così non se ne fece niente e si andò alle elezioni anticipate. Ma il passaggio segnò egualmente una fibrillazione dei cristallizzati rapporti politici del tempo, e nella nuova legislatura, complice un forte calo elettorale dello Scudocrociato, i socialisti alzarono il prezzo e ottennero la presidenza del consiglio per Craxi.

Tra allora e oggi, va detto, tutto, o quasi tutto, è cambiato. E non c’è alcuna analogia tra un grande, tradizionale e novecentesco partito di massa come il Pci e un movimento imbevuto di logica antisistema come i 5 Stelle. E tuttavia il meccanismo dell’offerta di Di Maio è lo stesso. Il candidato premier pentastellato si smarca dalla rigida divisione di campo che lo ha tenuto fin qui dentro i confini del populismo nostrano, per proporsi come attore a tutto campo della partita politica che si aprirà dopo il voto di marzo, quando l’assenza di una maggioranza chiara uscita dalle urne (la nuova legge elettorale non è in grado di assicurarla) costringerà il Presidente della Repubblica a esercitare tutta la sua fantasia, per cercare di dare al Paese un governo pienamente legittimato.

Fino a ieri, prima dell’ultima mossa di Di Maio, lo scenario più probabile era uno solo: a meno di una chiara, quanto incerta, vittoria del centrodestra, l’unico sbocco sarebbe stato il ritorno a un esecutivo di larghe intese, come quello guidato da Enrico Letta, che inaugurò la legislatura che sta per chiudersi. Di Maio invece, con congruo anticipo in modo che anche gli elettori possano capirla e rifletterci su, ha messo in campo una seconda possibilità: un governo 5 Stelle-Liberi e uguali-Pd (ma senza Renzi, nell’ipotesi terremotato da una sconfitta non improbabile e convinto a farsi da parte), costruito in Parlamento su un programma condiviso.

Naturalmente non basta esprimere una disponibilità, e specie in campagna elettorale, come ormai siamo, è lecita qualsiasi domanda e qualsivoglia retropensiero. Viene da chiedersi, ad esempio, se Di Maio sarebbe disposto a rinunciare a guidare un siffatto governo, qualora i potenziali alleati lo richiedessero per riequilibrare la coalizione. E in questo caso chi potrebbe assumere il ruolo di presidente del Consiglio: lo stesso Gentiloni, o il veto espresso dal M5S nei confronti di Renzi dovrebbe intendersi automaticamente esteso all’attuale premier? O il presidente del Senato Grasso, leader di «LeU», neonata formazione di sinistra non programmaticamente ostile a Grillo, Casaleggio, Di Maio e al loro Movimento? E nel Pd - un Pd bastonato dai risultati, perché questo è il presupposto -, piuttosto che ritrovarsi all’opposizione, davvero potrebbe maturare il capovolgimento dell’attuale sfida anti-populista e anti-5 Stelle? Sono domande destinate in gran parte a restare senza risposta, almeno fino al voto.

Eppure la novità esiste, e sarà interessante capire in che modo l’accoglierà Mattarella, quando Di Maio, oggi stesso, andrà a spiegargliela. Per il momento non resta che prendere atto del cambiamento in corso: la logica binaria politica/antipolitica, populismo/antipopulismo, sinistra di governo/di opposizione, che aveva accompagnato il tramonto della Seconda Repubblica, è finita tutt’insieme. Le larghe intese, che di questa logica erano figlie, non sono più ineluttabili. È aperto il cantiere di un «governo diverso», e chissà che stavolta non vada come trentacinque anni fa. Nella stagione del ritorno al passato, chi ha più filo tesse, la politica è di nuovo l’arte del possibile.

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« Risposta #638 il: Dicembre 27, 2017, 10:16:06 »

La legislatura nel segno delle sorprese

Pubblicato il 27/12/2017
MARCELLO SORGI

Si chiude una legislatura tra le più complicate e imprevedibili della storia repubblicana. Complicata, come si sa, perché nata morta, con la cosiddetta «non vittoria» del Pd di Bersani e l’assenza di maggioranze precostituite al Senato; e imprevedibile, a parte la durata naturale di 5 anni su cui nessuno avrebbe scommesso nel 2013, perché ha messo a segno inaspettatamente una serie di riforme importanti (anche quelle bocciate nel referendum del 4 dicembre 2016), mai approvate tutte insieme nel corso di un solo mandato parlamentare. 

Se solo si riflette sulle leggi realizzate nei mille giorni del governo Renzi, dal Jobs Act, alla scuola, alla legge elettorale (pur emendata chirurgicamente dalla Corte costituzionale), alle unioni civili, e ancora - va detto e ripetuto - alle riforme costituzionali, che avrebbero potuto essere migliori, e probabilmente non cadere sotto la mannaia delle urne referendarie, se a un certo punto del percorso non si fosse arrivati al muro contro muro tra Palazzo Chigi, indisponibile a riscrivere parte dei testi, e le opposizioni, decise a impedirne a qualsiasi costo il varo; e se si aggiungono i risultati del governo Gentiloni, dal salvataggio delle banche al biotestamento, è quasi impossibile rintracciare nel passato il precedente di una legislatura così prodiga di risultati. E i differenti punti di vista, le legittime contrapposizioni sui contenuti delle riforme, sia di quelle cancellate prima di entrare in vigore, sia delle altre sopravvissute, compreso il Rosatellum, la nuova e discussa (ma pur sempre preferibile al nulla determinatosi dopo l’affossamento dell’Italicum da parte della Consulta) legge elettorale che ci consentirà di tornare al voto nel prossimo marzo, non dovrebbero impedire a nessuno di constatare l’eccezionalità del lavoro di questo Parlamento. Un Parlamento, non va dimenticato, in cui anche le opposizioni, certo non tutte, non sempre e al di là dei normali interessi di propaganda, hanno saputo dar prova di responsabilità, e in molte circostanze, soprattutto al Senato, consentire il passaggio di provvedimenti altrimenti destinati al fallimento e di politiche azzardate ma indispensabili, vedi la soluzione trovata per il problema degli sbarchi fuori controllo degli immigrati, costruita dal ministro Minniti con paziente tessitura.

Come tutto ciò abbia potuto realizzarsi, non è semplice da spiegare. Le larghe intese e il «patto del Nazareno», pensati all’inizio per una situazione d’emergenza, si sono dissolte dopo pochi mesi. Il governo Letta ne ha fatto le spese; è stato sostituito in corsa da quello guidato dal leader del Pd e sostenuto da una più precaria maggioranza, da ricercarsi volta per volta a Palazzo Madama, a causa delle divisioni (poi sfociate in scissione) insorte nel frattempo all’interno del partito di Renzi. Il quale, a sua volta, ha dovuto mollare, dopo la cocente sconfitta nel referendum costituzionale. A quel punto, ancorché fosse necessario, se non altro per non gelare i primi refoli di una ripresa economica arrivata dopo otto lunghi anni di crisi, nessuno s’aspettava che le cose potessero continuare. Invece, dal cilindro di Renzi e con la benedizione di Mattarella, è uscito Gentiloni, una sorta di uomo del destino: da anni e anni non s’era più visto uno così capace di navigare nella tempesta, con le vele stracciate e il timone che fatica a rispondere.

Malgrado ciò si sbaglierebbe a dire che è stata tutta opera della Provvidenza, sebbene sicuramente ci abbia messo del suo. Si sa che gli italiani danno il meglio di loro nei momenti difficili: ed è accaduto pure in queste Camere formate per metà e più di deputati e senatori di prima nomina, senza o quasi esperienza. Lo avranno fatto, non è un mistero, anche per salvarsi il posto, che perderanno (e in molti, difficilmente riavranno) di qui a poco. Anche per questo è giusto tributare un minimo di onore al merito ai «morituri» dell’ultimo Parlamento della Seconda Repubblica.

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