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Autore Topic: MARCELLO SORGI.  (Letto 62474 volte)
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« Risposta #15 il: Gennaio 24, 2009, 04:48:14 »

24/1/2009
 
Lo sceriffo senza stella
 

MARCELLO SORGI
 

Chissà se il ministro Maroni e il sindaco Alemanno un filo di pentimento non ce l’avranno per il modo in cui finora si sono occupati di sicurezza. Due stupri in due giorni - tre dalla fine dell’anno - nella Capitale non sono solo «fatti gravissimi», come li ha definiti il governo. Con tutto quel che sta capitando in Italia, tra criminalità, ordine pubblico e immigrazione clandestina, sono un chiaro segno che la strada per rendere il Paese sicuro è ancora lunga.

Eai successi, innegabili, di questi primi mesi di vita dell’esecutivo, si accompagnano duri richiami e durissime smentite della realtà. Maroni, ieri, annunciando un più forte utilizzo dei militari a difesa delle città, ha detto che con questo il Viminale intende aprire la «fase due» del piano per la sicurezza. Ora, senza nulla togliere all’impegno del ministro dell’Interno, non è che gli effetti della «fase uno» siano stati così positivi.

La sicurezza, la paura di vivere in città dove è pericoloso aggirarsi la sera, restano in cima alle preoccupazioni dei cittadini. La prontezza con cui è stato catturato Giuseppe Setola, il boss dei casalesi sfuggito una prima volta attraverso le fogne, non vuol dire che la camorra sia stata sconfitta. La linea dura annunciata e praticata contro l’immigrazione clandestina non ha evitato l’ingorgo del cosiddetto centro di accoglienza di Lampedusa, dove attualmente ben 1800 disperati venuti dal mare sono ristretti in celle che potrebbero contenerne meno della metà.

Né sta dando migliori risultati il negoziato e l’irrigidimento dei rapporti con la Romania, per arginare il fiume di criminalità che quotidianamente - e purtroppo regolarmente, dato che si tratta di un giovane partner della Comunità europea - riversa sulle nostre strade. La sensazione degli addetti ai lavori è che un flusso di ritorno si sia stabilito, ma che a tornare siano i romeni che trovano lavoro nel loro Paese d’origine, mentre restano qui quelli che non hanno voglia di lavorare.

Non è migliore il bilancio del primo cittadino di Roma: Gianni Alemanno, che con un’abile campagna sulla sicurezza e con uno spregiudicato uso politico di uno stupro avvenuto proprio nei giorni che precedevano il voto, s’è ritrovato a sorpresa sindaco di Roma battendo Rutelli, fa adesso i conti con lo stesso odioso tipo di reato che non sono riuscite a sradicare né la strategia anticrimine né la «tolleranza zero» annunciate in campagna elettorale.

Benché gravissimi, i due stupri avvenuti ieri e mercoledì alle porte di Roma non sono tali da mettere in discussione l’impegno di Alemanno per la sicurezza. Finora, anzi, il primo cittadino della Capitale ha cercato in tutti i modi di avvicinarsi al modello del «sindaco sceriffo» che era piaciuto ai suoi elettori. Appena eletto, aveva fatto saltare la testa del prefetto Carlo Mosca, che si era schierato contro le schedature degli extracomunitari. Durissimo con gli immigrati clandestini, s’era poi recato di persona nelle baraccopoli, all’ombra delle quali spesso nascono gli episodi di violenza più sordida. Poi ha proibito la vendita di alcolici da portare per strada, ripulendo così, da giovani avariati, alcune delle più belle piazze del centro, e riducendo anche il numero delle risse tra ubriachi. Ancora, ha ottenuto dal governo 700 soldati per pattugliare le vie più malfamate della città. Inoltre, incurante delle polemiche, ha voluto affiancare ai vigili urbani un limitato, ma molto specializzato, dipartimento, guidato da un generale ex agente segreto rotto a tutte le esperienze, come l’ex direttore del Sisde Mario Mori.

Con tutto ciò, sarà la sfortuna, sarà che una megalopoli come Roma non è controllabile fino in fondo, il sindaco e il suo apparato di sicurezza si son beccati due stupri in due giorni e tre in tre settimane. Naturalmente questo incide sulle reazioni dei cittadini e sul nervosismo dei loro amministratori: i romani, anche ad onta del loro tradizionale scetticismo, erano stati convinti con una campagna martellante che la nuova amministrazione avrebbe messo a posto la situazione. Ma a malincuore, dopo pochi mesi, hanno dovuto rendersi conto che non è così.

Anche se ieri il primo dei tre stupratori (una bestia, che aveva abusato di una ragazza ventenne in un cesso chimico di una festa-rave) è stato arrestato e fatto confessare, la sequela di stupri ha lasciato molta impressione. È terribile che in una città che vive in movimento, ventiquattr’ore su ventiquattro, una donna non possa sentirsi sicura quando torna a casa. A volte, basterebbe solo migliorare l’illuminazione delle strade, che al buio diventano luoghi ideali per gli agguati. Ma soprattutto, è penoso - sia detto per inciso - che un problema serio come quello della sicurezza, invece di essere affrontato con la serietà e i tempi che richiede, a meno di un anno dalla fine della campagna elettorale, diventi ancora motivo di scontro, tra il sindaco sceriffo che ha perduto la stella e i suoi oppositori caduti poco prima sullo stesso fronte.

da lastampa.it
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« Risposta #16 il: Febbraio 03, 2009, 10:44:26 »

3/2/2009
 
Preferenze, spauracchio dei leader
 
MARCELLO SORGI
 

Malgrado il faticoso accordo tra Berlusconi e Veltroni, non è detto che la nuova legge elettorale per le europee, con la soglia di sbarramento al 4 per cento per i partiti minori, vedrà la luce nei tempi previsti. Nel Pd, e non solo nel Pd, sono emerse forti resistenze, e fino a domani non è dato sapere se l’intesa terrà. Ma quale che sia la sorte della legge, essa non influirà sulle preferenze. Che, cancellate l’anno scorso, per le politiche, ed escluse sapientemente dalla trattativa per la riforma, a giugno torneranno per le europee. Si voterà, secondo le circoscrizioni, esprimendone due o tre.

La cosa strana non è tanto il diritto, sopravvissuto a tutte le riforme tentate e praticate, a votare per più di un candidato. Semmai che dopo tanti anni passati a dire che le preferenze erano (e sono) uno strumento di corruzione della volontà degli elettori, a difenderle, adesso, si siano alzati molti di quelli che in passato le avevano avversate. Ultimo, ma certamente non isolato, D’Alema, che ha contestato fin dall’inizio la legge a cui il segretario del suo partito sta lavorando.

Naturalmente ci sono ragioni politiche che spiegano il riposizionamento dei vari leader sui meccanismi elettorali. Berlusconi e Veltroni tengono al bipartitismo che ha cancellato dal Parlamento gran parte dei partiti minori, e necessitano di conseguenza di far votare anche a giugno con una legge il più possibile simile a quella usata l’anno scorso per le politiche. D’Alema e gli altri, al contrario, sono convinti che con questo sistema il centrosinistra non tornerà mai più a vincere, e premono per riaprire la strada ai partitini ex alleati esclusi dallo sbarramento.

Al premier e al capo dell’opposizione l’abolizione delle preferenze converrebbe per avere di nuovo mano libera sulla formazione delle liste: se l’elettore, com’è già accaduto, non potesse scegliere a suo piacimento neppure uno dei candidati, per stabilire chi sarà eletto a Berlusconi e Veltroni basterebbe decidere l’ordine dei nomi in lista. In questo modo avrebbero ragione anche di capi e capetti locali, che usando le preferenze potrebbero divertirsi a contraddire le indicazioni venute dal centro. Inoltre, per Berlusconi verrebbe meno il timore che Alleanza nazionale, più radicata sul territorio, risulti meglio piazzata di Forza Italia alla vigilia della fusione dei due partiti nel Popolo della libertà. E per Veltroni svanirebbe l’incubo dei «cacicchi» provinciali, fin qui riottosi ad accettare il rinnovamento e il ricambio della classe dirigente del Pd.

Ecco perché, con o senza la soglia di sbarramento, e soprattutto con le preferenze, le prossime elezioni nel centrodestra e nel centrosinistra rischiano di trasformarsi in un referendum interno sui due leader. Se lo sbarramento ci sarà, ciascuno nel proprio campo, Berlusconi e Veltroni avranno maggiori possibilità di attirare elettori dei partiti minori. Se non ci sarà, sconteranno il peso degli alleati in «libera uscita». Ma in ogni caso dovranno mettere in conto la vendetta di tutti quegli elettori che un anno fa, non potendo scegliere i loro candidati, si ritrovarono a dare un voto dimezzato o forzato.

Certo, se solo si riflette che diciotto anni fa le preferenze multiple erano state cancellate con il voto di un referendum, e il risultato di quella consultazione aveva aperto la strada alla caduta della Prima Repubblica, ce n’è abbastanza per dire che il vento soffia ormai nella direzione opposta. Fa perfino malinconia rileggere gli slogan e rivedere l’atmosfera del 1991. L’inizio, si diceva, del cammino «dalla partitocrazia alla democrazia». Con l’obiettivo, riconosciuto dalla Corte costituzionale, «di ridurre le possibilità di brogli e pratiche elettorali non corrette». E poi l’invito di Craxi a disertare le urne «andando al mare», l’affluenza di oltre il 90 per cento ai seggi come reazione. E ancora, il messaggio di Cossiga alle Camere per invocare riforme istituzionali, che non verranno.

L’anomalia della riscoperta delle preferenze, del resto, non è la sola di questi ultimi tempi. Nei lunghi anni della Seconda Repubblica, in cui, con l’avvento del bipolarismo, abbiamo cercato di avvicinarci all’Europa, siamo stati capaci anche di introdurre un’altra particolarità. Mentre altrove cambiavano i gruppi dirigenti, ma i partiti restavano gli stessi, da noi è accaduto il contrario. Così, in Francia, Sarkozy ha sostituito Chirac, e la Aubry, dall’opposizione, guida il partito che fu di Mitterrand. In Inghilterra, a Blair è subentrato Brown. In Germania, la Merkel è al posto di Kohl. Solo in Italia, invece, i leader restano sempre gli stessi e cambiano i nomi dei partiti. Con Berlusconi il Polo è diventato Casa e poi Popolo della Libertà. Con Veltroni, D’Alema e Rutelli, Pds e Popolari si sono trasformati in Ds e Margherita, per poi approdare insieme al Pd. La metamorfosi delle insegne e dei simboli non ha impedito - anzi ha garantito - che le facce rimangano sempre le stesse. E la riscoperta delle preferenze, oggi, fa temere che anche i metodi per cambiarle torneranno ad essere quelli di sempre.
 
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« Risposta #17 il: Febbraio 06, 2009, 10:00:37 »

6/2/2009
 
Ci pensa la ronda
 
MARCELLO SORGI
 

Preceduta da una tripla bocciatura del governo, l’approvazione del decreto sicurezza al Senato s’è lasciata dietro una scia di polemiche interne al centrodestra. C’è un evidente malessere della Lega, che per la criminalità e i clandestini reclama mano più forte.

E ci sono riserve all’interno della maggioranza, cui hanno dato voce i franchi tiratori che nell’aula di Palazzo Madama hanno fatto andare sotto il governo.

Ma oltre all’aspetto fisiologico di attriti e incidenti parlamentari, va valutato l’effetto di tali tensioni sul merito di provvedimenti delicati come questo, e in vista di riforme importanti come la giustizia. Su materie che toccano la sensibilità dell’opinione pubblica, è buona regola intervenire meditatamente, non lasciandosi trascinare dall’emozione o da eventi contingenti. Non è in gioco infatti solo un buono o un cattivo risultato politico agli occhi degli elettori. Ma, ciò che è più importante, una buona o cattiva legge. Ora, che in materia di sicurezza si richieda una svolta sia in termini di severità che di efficienza, e che lo sforzo del governo vada in quella direzione è dimostrato dal quadro preoccupante descritto pochi giorni fa dai procuratori della Repubblica. I reati, anche i più odiosi, sono in aumento. A Roma e dintorni, nelle sole prime due settimane dell’anno, ci sono stati tre stupri. Crescono traffico e diffusione di droghe, aggirando ogni azione di contrasto. Le organizzazioni criminali resistono all’offensiva dello Stato. La criminalità elettronica e telematica si riproduce e si specializza. Opacità e tangenti nella pubblica amministrazione non accennano a diminuire. La sicurezza e la crisi economica sono al primo posto tra le emergenze che i governi, non solo il nostro, devono affrontare.

Ma ridurre un quadro così complesso - che richiede in tutta evidenza un approccio integrato, con politiche diverse - a un problema di immigrati clandestini, o di reazione di polizia, francamente è riduttivo. Anche qui: un fenomeno in crescita come l’immigrazione clandestina ha dato un contributo negativo alla situazione dell’ordine pubblico e all’incremento della microcriminalità. E tuttavia, aspettarsi che questo possa essere risolto innalzando (come si voleva, e come i franchi tiratori hanno impedito di fare al Senato) da 60 giorni a 18 mesi l’internamento dei clandestini nei centri di accoglienza è illusorio. Già adesso, che il termine è di due mesi, i centri scoppiano: nella sola Lampedusa, il porto d’approdo più frequentato dagli extracomunitari, ci sono 1.800 detenuti in una struttura che ne potrebbe contenere 800. Due settimane fa c’è stata una rivolta con fuga all’esterno degli internati. Se le uscite dei clandestini che devono essere rimpatriati vengono rallentate con un allungamento della detenzione, si può immaginare quanto potrà peggiorare l’affollamento.

Ciò non vuol dire, ovviamente, che se il termine di 60 giorni s’è rivelato insufficiente, per completare le procedure di rimpatrio, non possa essere rivisto. Da due mesi a un anno e mezzo ci sono molte altre possibilità. Né va dimenticato che un problema come quello degli sbarchi clandestini, destinato ad aggravarsi nei prossimi mesi, con la buona stagione, va affrontato anche con un’iniziativa diplomatica più stringente, e sollecitando una maggiore collaborazione, troppe volte promessa, e mai effettivamente prestata, dai nostri dirimpettai della costa africana.

Ma ci sono altri tre punti controversi del decreto. Il primo è la collaborazione, inizialmente obbligatoria, poi ridimensionata a facoltativa, dei medici ospedalieri nel denunciare i clandestini che si rivolgono a loro per essere curati. Il medico è sempre sottoposto a un obbligo di referto: è difficile che possa nascondere una coltellata, o una ferita d’arma da fuoco, o una serie di palline di droga nascoste nello stomaco di un paziente, senza neppure badare al colore della pelle o ai documenti del paziente che gli si sdraia davanti. Ma se deve controllargli i documenti prima di curarlo, occorrerà valutare anche se sia meglio che un extracomunitario irregolare infetto o ammalato di un virus contagiabile circoli liberamente, ancorché clandestinamente, senza poter andare in un ospedale, o se non sia più opportuno che sia curato per non recare danni alla comunità.

Il secondo punto da rivedere riguarda le ronde urbane di liberi cittadini, approvate con leggerezza, anche se con l’appoggio di molti sindaci, che amano guidarle, e privilegiarle, oltre che per la sicurezza, anche come strumento per guadagnare il consenso dei propri elettori. Va da sé che la responsabilità ricadrà sui poliziotti a cui i cittadini si uniranno, per accompagnarli, e qualche volta, involontariamente, per intralciarli. Dio ci guardi da improvvisi nervosismi di entusiasti - ce ne sono - non preventivamente disarmati. Impossibile infine - anche se comprensibile, ma al limite, per esigenze delle forze di polizia - si rivelerà presto il censimento dei senza tetto. A parte la difficoltà di controllare gli abitanti saltuari delle baraccopoli, nelle quali è diffuso il nomadismo, viene da chiedersi come materialmente - a meno di non trasformare la Charitas in un organo di polizia - si potranno censire i clochards, i poveri e gli anziani che si abbandonano davanti alle chiese, gli abitanti di stazioni ferroviarie e di treni abbandonati, come quel disgraziato indiano bruciato vivo l’altra notte a Nettuno.

Per fortuna il decreto approvato al Senato potrà essere modificato alla Camera. È augurabile che venga fatto. Così come è possibile - e sperabile - che con la Lega si arrivi a un chiarimento politico più generale. A rendere inquieto Bossi non è tanto questo o quell’articolo di una legge, ma il dialogo avviato da Berlusconi con Veltroni sulla legge elettorale, sulla Rai e sulla giustizia. Si vedrà se il Cavaliere riesce a tenere insieme la sua maggioranza, mentre gioca a ping-pong con l’opposizione.

da lastampa.it
 
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« Risposta #18 il: Febbraio 13, 2009, 10:43:45 »

13/2/2009
 
Carta canta
 

MARCELLO SORGI
 

Faceva una certa impressione vedere ieri a Roma, in piazza Santi Apostoli, la Costituzione sventolare come bandiera di parte alla manifestazione del Pd. E anche se le intenzioni erano oneste e il presidente Scalfaro, tra i costituenti viventi, ha ricordato che «la Carta serve per unire e non per dividere», è difficile concordare sul fatto che essa debba essere difesa perché rischia d’essere violata. La verità - al di là di polemiche anche recenti - è che a oltre 60 anni dall’entrata in vigore, i principi fondanti della Carta sono così largamente condivisi da averla trasformata in una Bibbia laica dei cittadini.

Non devono trarre in inganno episodi marginali, atteggiamenti di minoranze estreme o veri e propri atti di violenza. Il grosso della popolazione si riconosce nel complesso di valori che ispirano la Costituzione. Rispetto delle libertà civili, pari dignità delle persone, pluralismo politico e culturale, libertà d’espressione e parità delle diverse confessioni religiose, valore del mercato e libertà d’impresa fanno ormai parte di un patrimonio comune, alla base della nostra convivenza. Chissà com’è venuto in testa al premier di definirla «modello sovietico». La Costituzione, come ha ricordato di recente Augusto Barbera, trova ispirazione nei principi liberaldemocratici delle tre grandi rivoluzioni occidentali: inglese (1689), americana (1776), francese (1789). Nata dall’antifascismo e dal compromesso tra i partiti del dopoguerra, rappresenta un punto d’incontro alto tra le diverse culture, cattolica, liberale e socialista. Senza queste solide fondamenta, non avrebbe resistito 60 anni. Né sarebbe riuscita, com’è accaduto, ad allargare la propria sfera d’influenza. Così, contrariamente a quanti denunciano il rischio di una sua abrogazione, la Costituzione, nei primi anni, ha fronteggiato benissimo l’opposizione strisciante - politica, clericale, industriale - all’attuazione del proprio dettato. Basti pensare alla denuncia, fatta anche sulle colonne di questo giornale da Arturo Carlo Jemolo, del diffondersi di «un’intolleranza religiosa» di fronte all’affermarsi delle prime libertà civili negli Anni 60, o alla stagione dei primi durissimi conflitti sindacali, o ai ritardi nell’attuazione del regionalismo e del decentramento verso i poteri locali.

Con lo stesso vigore la Carta è riuscita a superare bene il ‘68 e gli anni dell’assemblearismo contrapposto al parlamentarismo. Né la intaccarono il terrorismo rosso o nero. Il primo, riprendendo le correnti più radicali della sinistra del dopoguerra, la considerava «occasione mancata di una rivoluzione» e «tradimento della Resistenza». Il secondo, all’opposto, la interpretava come un inaccettabile «cedimento ai comunisti». Anche l’avvento della Seconda Repubblica, con l’alternanza al governo di partiti a cui prima era riservato solo il ruolo d’opposizione, può essere considerato una forma di piena attuazione della Carta. Alla quale, non a caso, anche gli eredi del Movimento sociale (che non l’aveva sottoscritta), al momento di trasformarsi in Alleanza nazionale, hanno dato piena adesione, riconoscendo i valori dell’antifascismo, ribaditi da Fini all’atto della sua elezione a presidente della Camera. Se tutto ciò è potuto avvenire, è merito dell’impianto della Carta. La ricerca, cioè, dei punti comuni, operata dai Costituenti, a partire dalla convinzione che in una società democratica nessuno può ritenersi portatore di verità assolute. Un compromesso che ha lasciato sul campo, tuttavia, anche alcuni punti generici, qualche enunciato meritevole di approfondimento, talune inevitabili ambiguità.

Su tre punti, almeno, i Costituenti hanno lasciato un lavoro da completare: il regionalismo, impropriamente, talvolta, definito federalismo, l’assetto bicamerale e il rafforzamento del governo. In nessun Paese al mondo esiste un conflitto così inestricabile tra potere centrale e locale, o una completa identità di funzioni tra due Camere che si paralizzano a vicenda, oltre alla concreta impossibilità di qualsiasi governo a realizzare il proprio programma. Di qui deve ripartire qualsiasi tentativo di riforma. La sensazione è che più che la volontà - ormai largamente presente sia nel centrodestra che nel centrosinistra, e più che i contenuti delle parti da riformare, di cui entrambi gli schieramenti al governo hanno fatto diretta esperienza - a mancare sia il metodo. Proprio quel metodo che 60 anni fa vide trovare un accordo uomini lontani per convinzioni politiche e culturali, spesso avversari: un liberale-liberista come Luigi Einaudi accanto al socialista radicale Lelio Basso, il cattolico solidarista Giorgio La Pira con il vecchio comunista Concetto Marchesi. E che li trovò fermi nel loro impegno anche dopo la rottura dell’unità antifascista e l’esclusione del Pci dal governo nel ‘47, fino alla conclusione dei lavori della Costituente. Certo, tra questi, e i nostri Berlusconi e Veltroni, ne corrono di differenze. E che in questo clima possa riaffermarsi lo spirito costituente, non c’è proprio da aspettarselo. Si può sperare che, toccato il livello più basso, prevalga la volontà di riscatto. Ma l’importante, al momento, è che - sia per difenderla, sia per rinnegarla - la Costituzione non debba più sventolare come una bandiera di parte.
 
da lastampa.it
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« Risposta #19 il: Febbraio 16, 2009, 09:28:44 »

16/2/2009
 
Severi ma giusti
 
MARCELLO SORGI
 

Dopo quel che è accaduto tra sabato e domenica in tre grandi città come Roma, Milano e Bologna, il governo ha fatto bene a dare un’accelerata in materia di stupri. Il decreto annunciato ieri e messo all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri dovrebbe servire ad anticipare parte delle misure anticriminalità già approvate in Senato, a cominciare dal blocco delle scarcerazioni per i violentatori.

E ciò non solo perché in almeno una delle tre violenze, a Bologna, il responsabile - un immigrato tunisino di 33 anni - era già stato arrestato e liberato due volte in dieci mesi, malgrado si fosse macchiato di reati gravi come lo spaccio di droga. Ma anche perché, dall’inizio dell’anno, in altri due casi i colpevoli, anche se non tutti, sono stati subito rispediti a casa agli arresti domiciliari. Di qui a una piena libertà, troppo spesso, si sa, il passo è breve. E ancor più corto, purtroppo, quello tra la libertà e il ritorno alla delinquenza.

Non a caso, a caldo, su un punto le reazioni dei due sindaci di Roma e Bologna, pur provenienti da schieramenti politici opposti, sono state coincidenti. Alemanno ha chiesto alla magistratura «di dare segnali forti». E Cofferati s’è lamentato che i giudici non siano in grado «di assicurare la certezza della pena».

Questo, e non altro, chiedono i parenti delle vittime. Non riescono a spiegarsi come mai, mentre ancora le loro figlie giacciono in un lettino d’ospedale, o cercano faticosamente, con l’ausilio di uno psicologo, di ricostruire le loro terribili esperienze, gli arrestati possano tornare liberi, o semiliberi, dopo solo un paio di notti passate in cella.

In genere, a queste obiezioni, i magistrati rispondono che è la legge a consentirlo, e che perfino un violentatore, se confessa o collabora positivamente alle indagini, ha diritto di attendere il processo fuori del carcere o a piede libero. Se non c’è pericolo di fuga o di inquinamento delle prove, dice appunto la legge, l’arrestato può essere rimesso in libertà.

Tali interpretazioni delle norme non tengono conto dell’emergenza rappresentata dagli stupri che ormai si verificano tutti i giorni, e dall’allarme sociale che determinano tra i cittadini. Certe cose i giudici non vogliono sentirsele dire. Tra loro c’è anche chi pensa - non a torto, in qualche caso - che se i politici evitassero di scontrarsi quotidianamente, contendendosi i voti, sulla sicurezza, anche le preoccupazioni dei cittadini diminuirebbero.

Ma, a questo punto, non si tratta solo di preoccupazioni. A Roma, sia nel caso dello stupro della notte di Capodanno (violentatore preso e già scarcerato), sia in quello dei due morosi quindicenni aggrediti alle sette di sera nel quartiere molto affollato della Caffarella, i genitori delle vittime hanno minacciato di farsi giustizia da soli. Si dirà che, in certi momenti, la rabbia e il dolore fanno pure straparlare. Ed è vero. Ma se il padre, o la madre, di una ragazza stuprata vuole una pena severa per chi ha violato la figlia, non straparla: chiede una cosa giusta.

È possibile che anche queste considerazioni siano alla base dell’accelerata decisa dal governo. Ma proprio perché il decreto è ancora in gestazione, e non è dato sapere quante delle norme uscite dal Senato vi saranno inserite, senza nulla togliere all’urgenza dell’intervento, forse c’è ancora tempo per riflettere e selezionare meglio le misure da far partire nell’immediato. Bene, appunto, il blocco delle scarcerazioni per gli stupratori. E bene, se si realizzerà, l’incremento degli organici delle forze dell’ordine, in controtendenza con i tagli che anche in questo delicato settore sono stati imposti dalla situazione dei conti pubblici. Se invece, com’è prevedibile, l’aumento del numero di poliziotti e carabinieri dovesse rivelarsi più difficile da realizzare, si potrebbe decidere di richiamare quelli destinati all’estero in missioni di pace, e sostituiti sulle strade delle metropoli da soldati meno adatti e meno addestrati per compiti di sicurezza.

Sarebbe opportuno, poi, che davanti a decisioni del genere l’opposizione rinunciasse alle polemiche e favorisse l’iter parlamentare dei provvedimenti. Nello stesso senso, per agevolare un confronto meno teso nelle aule della Camera e del Senato, potrebbe muoversi il governo. Una delle misure che dividono di più riguarda le ronde di liberi cittadini che, sia pure senza armi, e autorizzati dai sindaci, dovrebbero affiancare le forze di polizia nei pattugliamenti notturni delle strade. In un momento di così grave tensione, con la gente che minaccia vendetta in mancanza di giustizia, i rischi di una svolta come questa potrebbero rivelarsi superiori agli eventuali vantaggi.

Proprio perché siamo di fronte a un’emergenza, che colpisce in misura eguale città amministrate dalla destra e dalla sinistra, non sarebbe male agire severamente, ma con freddezza. Separando le azioni utili da quelle destinate a venire incontro alle emozioni più diffuse, la politica dalla propaganda, gli annunci dagli interventi concreti. E cercando, soprattutto, di non alimentare illusioni: perché la guerra contro la criminalità e per una maggiore sicurezza sarà lunga. Molto più lunga di quel che ci si può aspettare.
 
da lastampa.it
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« Risposta #20 il: Marzo 25, 2009, 08:56:21 »

25/3/2009
 
La partita del premier
 
MARCELLO SORGI
 
Si trovi o no un accordo tra governo e Regioni (e ovviamente è molto meglio che si trovi), si riduca o no la portata del provvedimento dai condomini alle abitazioni monofamiliari (e in ogni caso i limiti devono essere chiari), si semplifichi molto o poco la ragnatela burocratica che sovrintende ad ogni ristrutturazione edilizia (ed è indubbio che quella attuale sia insopportabile), il piano-casa di Berlusconi, nel giro di pochi giorni, si sta trasformando in uno spartiacque, destinato non solo a dividere il Paese e l’elettorato che si prepara a una nuova e lunga campagna elettorale per le elezioni amministrative ed europee, ma anche a ridefinire la nuova identità del premier, in vista del congresso fondativo del Pdl del prossimo fine settimana.

Al quale congresso il Cavaliere si presenterà, o con l’accordo in tasca che gli consentirà di rivolgersi all’85 per cento degli italiani proprietari di casa con un gesto concreto, mirato ad allargare gli spazi in cui vivono e in molti casi la loro stessa qualità della vita.

O si presenterà con un nuovo cavallo di battaglia da agitare contro il «partito del no» impersonato da Franceschini e dal gruppo dirigente del Pd. Intendiamoci: sono sicuramente fondate molte delle ragioni addotte dall’opposizione per contestare il piano del governo, a cominciare dal modo sbrigativo e confuso con cui è stato proposto e dall’aperta sovrapposizione alle competenze delle Regioni e delle amministrazioni locali condivise dalla Lega e in parte anche da governatori del Pdl. Malgrado ciò rappresenta una scommessa la parola d’ordine del rifiuto della «cementificazione», lanciata con gli appelli di molti famosi architetti, che hanno di fatto stabilito la linea del centrosinistra, prima ancora che gli organi dirigenti dei partiti che lo compongono potessero discuterne.

In altre parole, come pensano anche alcuni sindaci in carica del Pd, non è affatto detto che i cittadini di sinistra, specie i rappresentanti delle classi più povere, condividano le posizioni degli illustri tecnici ed intellettuali che hanno bollato l’iniziativa del governo come un via libera all’abuso edilizio o come una specie di condono anticipato.

La questione della casa, anche in un Paese di proprietari edilizi come il nostro, riguarda l’assoluta maggioranza della popolazione. Coppie che faticano a trovare il mutuo con il quale comperare il primo alloggio striminzito da sposini, e mariti e mogli (o conviventi) che alla nascita del primo figlio non hanno dove metterlo, e devono porsi il problema del trasloco. Oppure, separati o separandi, che per non tornare a vivere a casa dell’anziana mamma accetterebbero volentieri l’onta del muro divisore dall’ex coniuge. O ancora, vedove rimaste in abitazioni familiari «storiche», di quelle che non si riescono a vendere facilmente, ma neppure a suddividere o ristrutturare in modo razionale, per consentire una vita decente ai nuovi e più articolati nuclei familiari allargati.

La vita di tutti i giorni e di molti, per non dire moltissimi amici e conoscenti di tutti noi è fatta di problemi come questi. E non v’è dubbio che per gran parte delle persone alle prese con questioni del genere, il piano-casa del governo, pur nella sua confusa enunciazione, abbia cominciato a rappresentare una speranza. Ragione di più per chiarirlo e semplificarlo, e se possibile per renderlo realistico in tempi brevi, in modo che possano approfittarne tutti quelli che ne hanno bisogno o potrebbero trarne un vantaggio - beninteso legittimo. Invece, al di là dei risultati che oggi è auspicabile porti l’incontro tra governo e Regioni, quel che s’è visto in questi primi giorni di confronto sul piano non lascia ben sperare. A una non chiara proposta del governo, a un ritardato, e fin qui senza frutti, confronto tra le varie (e forse troppe) autorità competenti sulla casa, s’è aggiunta l’opposizione frontale di Franceschini e del Pd, accompagnata da una valutazione - «incostituzionale» -, che ormai quasi tutti i giorni viene adoperata per giudicare le iniziative del governo.

Così, anche se non ce lo auguriamo affatto, è già possibile intuire la più probabile delle conclusioni dello scontro in corso sulla casa: specie se il governo, magari a costo di modifiche consistenti, insisterà per varare il suo piano per decreto. Nei sessanta giorni previsti per la trasformazione del testo in legge, assisteremo a ogni tipo di accuse e di rimbrotti, dentro e fuori le aule del Parlamento, da un fronte all’altro della maggioranza e dell’opposizione, pur di portare a casa, o sbarrare la strada, al provvedimento al centro delle polemiche. Berlusconi dirà che è colpa di Franceschini se le famiglie non potranno disporre subito di uno strumento pratico e rapido per aggiungere una veranda, o un secondo bagno, o una camera per i bambini o per la colf, alle case in cui si sta stretti. Franceschini replicherà accusando il premier di voler promuovere una campagna per cancellare panorami storici o deturparli con appendici di cattivo gusto destinate a cambiare lo skyline delle città. In questo modo, mentre milioni di cittadini aspettano di sapere cosa potranno fare dei loro alloggi, la casa promessa - e quella negata - serviranno a trasformare le prossime elezioni in un ennesimo, e forse inutile, referendum su Berlusconi.
 
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« Risposta #21 il: Marzo 27, 2009, 11:43:03 »

27/3/2009
 
Le stagioni del Cavaliere
 
MARCELLO SORGI
 
A vederlo così come l’abbiamo visto ieri, quasi non ci si crede. Berlusconi che nel giorno di vigilia della sua nuova apoteosi - il primo congresso del Pdl - va ad inaugurare il nuovo termovalorizzatore di Acerra e dice: «Ecco, lo Stato è tornato». Quasi a dire: «Lo Stato sono io, ci volevo io per far tornare lo Stato in questo Paese».

Sedici anni fa, quando si affacciò sulla scena politica, Berlusconi pensava il contrario. Lo Stato, inteso come insieme di lentezze, formalismi, inefficienze, e come ammasso di un esercito di pubblici dipendenti che non volevano lavorare, era per lui l’ostacolo principale. La ragnatela da spazzare via, il modello da cambiare, non da revisionare o da riformare. In questo senso, Berlusconi si sentiva, era un rivoluzionario. Non sono stati solo i giudici di Mani Pulite a fare la «rivoluzione italiana». La Seconda Repubblica, dopo la fine ingloriosa della Prima, l’ha fondata lui.

Anche se il Ventennio è ancora lungi dall’arrivare (cadrà nel 2013, alla fine dell’attuale legislatura), ormai se ne discute apertamente. C’è, ovviamente, in questa parola, un di più di ironia e di critica, com’è sempre accaduto in questi anni per Berlusconi, anche se meno, molto meno di sedici anni fa. Ventennio evoca Mussolini e il fascismo: ma il berlusconismo, checché se ne dica, non assomiglia a una dittatura. Il Cavaliere è riuscito a cambiare la politica, ma non l’Italia, o non come avrebbe voluto.

L’impianto costituzionale e l’equilibrio dei poteri è rimasto lo stesso. I magistrati, con cui da anni i governi di Berlusconi (e non solo) hanno inscenato un durissimo braccio di ferro, sono riusciti tranquillamente a opporsi ad ogni progetto di riforma della giustizia, anche adesso che, prendendosela con la sinistra oltre che con la destra, hanno arruolato l’intero arco costituzionale nel fronte dei loro avversari. Anche la legge elettorale che consente al leader di scegliere direttamente i candidati da far eleggere in Parlamento è stata pienamente condivisa dal centrosinistra, che ne ha approfittato per lanciare il Pd. Il potere di Berlusconi è seduzione, carisma, gente per strada che lo chiama «Silvio, Silvio»; tutt’altra cosa dall’orbace, dalle adunate in divisa e dallo Stato di polizia del Duce, nella prima metà del secolo scorso.

Un ventennio, però, è un buon tempo per ragionare. Anche se incompiuto, ed anche se il Cavaliere ne ha trascorso una parte al governo e una parte all’opposizione, aprendo la strada alla prima vera alternanza in un Paese che non aveva mai visto al governo gli eredi del più grande partito comunista dell’Occidente. Perché dunque Berlusconi è durato più di qualsiasi altro leader italiano che lo abbia preceduto, e non accenna a declinare?

Innanzitutto, viene da dire, perché è stato sottovalutato. Da avversari e sodali. Da giornali e osservatori qualificati. Da partners e interlocutori stranieri. All’inizio completamente, oggi meno, ma intanto, la sua corsa è divenuta inarrestabile. Berlusconi insomma non era nel ’93 un parvenu, come lo consideravano molti dei suoi colleghi imprenditori. E neppure un mezzo fallito per cui la politica rappresentava l’ultima spiaggia. Il suo programma ce l’aveva chiaro in testa anche prima di schierarsi con Fini nella corsa per il Comune di Roma dell’autunno ’93, nel famoso discorso dell’ipermercato. Qualche mese prima l’aveva esposto in una conferenza stampa in eurovisione dopo la vittoria della sua squadra in Champions League: «Voglio far diventare l’Italia come il Milan!», disse tra lo stupore dei giornalisti. «Voglio vederlo finire a chiedere l’elemosina», replicò in uno dei suoi primi attacchi D’Alema. Si sbagliava, e avrebbe cambiato idea molte volte.

Uno storico, fedelissimo del Cavaliere, come il senatore Quagliariello, autore di una biografia di De Gaulle, ha detto che quando il Ventennio si sarà compiuto si potrà parlare di «età berlusconiana». Per quanto esagerata possa sembrare questa valutazione, per trovare un precedente bisogna tornare indietro all’«era giolittiana». La lunghissima serie di governi cattolici seguiti al fascismo è definita più comunemente «era democristiana». Berlusconi non s’è mai arreso. Anche quando era finito fuori strada quasi subito, dopo soli otto mesi di governo, ha continuato a lottare. E nell’ora della sconfitta ha dato il meglio di sé. «Nel ’95 non ci credevamo più neppure noi», ha raccontato al «Corriere» il senatore Dell’Utri, l’uomo che trasformò Publitalia in un partito. Lui invece, fino al 2001, continuava la sua «traversata nel deserto». Preso in giro, deriso, inseguito dalle inchieste giudiziarie e dalle perquisizioni della Guardia di Finanza, continuava a inventarne una al giorno. Come quando affittò una nave da crociera per fare la campagna elettorale del ’99. «Una cosa da miliardari, gli nuocerà», prevedevano i suoi avversari, ignorando che oggi le crociere di massa sono il modo più a buon mercato per andare in vacanza.

Non s’è mai preoccupato troppo dei suoi avversari, da Occhetto a Scalfaro, ai democristiani di sinistra, a Prodi, Veltroni, Fassino e Rutelli, a cui ebbe l’ardire di proporre un’assunzione nel centrodestra. D’Alema lo ha studiato sia quando lo aveva come interlocutore che quando era ridiventato suo avversario. Lo guardava con diffidenza anche nel ’96, quando l’allora leader dei Ds se ne andò a far campagna elettorale a Cologno Monzese, riconoscendo pubblicamente che «la Fininvest era un patrimonio culturale del Paese». E si offese, quattro anni dopo, quando il primo premier post-comunista disse che «a Berlusconi bisognerebbe mettere lo scolapiatti in testa». «Sono entrato in politica per non trovarmi più davanti quello lì con i baffi», reagì stizzito, confermando la sua nota avversione per qualsiasi genere di peluria sul viso.

Allo stesso modo non s’è molto curato delle bizze dei suoi alleati: di Casini, quando c’era, «che poi è finito come è finito», o di Fini, oggi come ieri, «a caccia di visibilità». Le loro ragioni politiche le capisce, ma le minimizza. Solo Bossi - l’unico che gli abbia fatto cadere un governo - è abituato a prendere sempre sul serio. E siccome da allora il leader leghista marcia sempre al suo fianco, lo considera un alleato privilegiato.

Berlusconi ha cambiato la politica facendola a modo suo. Per esempio, quando ha fatto saltare la Commissione Bicamerale nel ’97, dopo il famoso «patto della crostata» firmato a casa Letta, non aveva in testa nessun ragionamento particolare o sofisticherie del genere di quelle che alcuni suoi consiglieri si affannarono a spiegare. Semplicemente aveva capito che, siglando quel patto con D’Alema, avrebbe finito con il consolidare quel sistema che invece voleva superare.

L’ignoranza, l’avversione per le regole, a cominciare da quella del conflitto di interessi sulla quale ha vinto ben due referendum, l’idea che il consenso degli elettori gli consenta di fare quel che vuole, sono considerate limiti insormontabili da tutti quelli che hanno avuto e hanno a che fare con il Cavaliere, ma non da lui. Come fondatore della tv commerciale in Italia, come autore, impresario, regista, sceneggiatore dei suoi maggiori programmi di successo, Berlusconi naturalmente non si sente ignorante. Piuttosto, «portatore di un’idea vincente» e di una nuova cultura, in sintonia col suo popolo di telespettatori-elettori, che lo adorano. Degli intellettuali, intesi come quelli che fanno sempre discorsi contorti e la mettono giù complicata, ha un concetto come di parassiti. L’unico, non dei suoi, a cui ha voluto mostrare rispetto è l’inventore democristiano della tv pubblica Ettore Bernabei, che nelle riunioni ristrette dei vertici Rai diceva ai suoi autori che «gli italiani sono cinquanta milioni di teste di c…». Alla stessa maniera Berlusconi, quando pioveva a sorpresa alle prime riunioni di Canale 5 a Cologno Monzese, ricordava a tutti «che il pubblico della tv è fatto di gente che non ha neppure la terza media».

Ha fatto tutto, ma proprio di tutto, pubblicamente. Le corna. Il dito medio teso a vista. Il gesto dell’ombrello. Non ha avuto remore né nei gesti, né nel linguaggio, né nella scelta delle circostanze. Ogni momento è buono per una barzelletta. Dalla sua bocca sono uscite battute politically uncorrect sugli ebrei o sull’abbronzatura di Obama, barzellette irripetibili che hanno fatto arrossire gli interpreti nei meeting internazionali, consigli non richiesti di ogni tipo. A Clinton, nella notte di luna casertana del G7 del ’94, assicurò che se avesse fatto l’amore con sua moglie avrebbe avuto un altro figlio. A una presidente finlandese non proprio avvenente promise un corteggiamento da playboy. Al premier danese Rasmussen raccontò il pettegolezzo su una storia inventata tra sua moglie e il sindaco filosofo di Venezia Cacciari. Con quello ungherese, nel bel mezzo della trattativa sul Tocai, finì a parlare di donne e di corpo femminile.

Con la moglie Veronica ha litigato e fatto pace sui giornali. Lei gli ha scritto una lettera a cui nessun marito sarebbe sopravvissuto, e lui una risposta talmente contrita che alla fine ha ottenuto il perdono. Non ha fatto mai misteri sulla sua salute. Neppure sul cancro, che ha avuto e sconfitto. O sulla sciatica, di cui soffre, sul trapianto di capelli svelato da una bandana, su un lifting mal riuscito che per un po’ gli impedì di chiudere un occhio, sulla dieta che non ama e costringe il suo cuoco, Michele, a tener sempre pronti manicaretti, da tirare fuori quando il premier è nervoso.

Ormai tutti da anni si chiedono che farà Berlusconi in futuro, dove vuole andare e dove arriverà, dopo aver fondato due partiti e conquistato tre volte il governo. La sensazione è che dopo l’ultima vittoria, e con gli avversari del centrosinistra ridotti come sono ridotti, il Cavaliere pensi ormai al suo futuro come a una sorta di eternità. Un’eternità a due facce, legata al bivio che di qui a qualche anno si troverà davanti, tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Se, come aspira, Berlusconi riuscirà a diventare il successore di Napolitano, in Italia la Repubblica finirà con il somigliare a una monarchia. Una monarchia diversa, manco a dirlo, da tutte le altre, non avendo il Cavaliere simpatia per i vecchi riti ottocenteschi dei sovrani europei e non potendo certo trovare ispirazione nei Savoia. Libero dalle convenzioni istituzionali, dai controlli parlamentari e dalle regole che ogni giorno aborrisce, e che finora hanno opportunamente ridotto il suo potere, Berlusconi regnerà sull’Italia senza limiti, solo con il suo carisma, dal palazzo da cui uscì, nel ’94, dopo il suo primo incarico di governo, tra due ali di gente che lo salutavano mandandogli baci. Se invece la strada per il Quirinale gli sarà sbarrata, Berlusconi governerà per sempre. Ecco, l’unica cosa certa è che nel 2013, alle prossime elezioni politiche, e alla fine del Ventennio, Berlusconi non ha alcuna intenzione di mettersi da parte.

 
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« Risposta #22 il: Maggio 09, 2009, 10:40:23 »

9/5/2009
 
La nuova sfida nordista
 
MARCELLO SORGI
 

La polemica sull’apartheid nella metropolitana di Milano, nata da una discutibile uscita del leghista Salvini (posti esclusivi per milanesi, separati da quelli degli immigrati), ha svelato una nuova sfida che sta prendendo corpo, tra Bossi e Berlusconi, tra Lega e Pdl, nella prateria elettorale nordista da sempre strategica per il centrodestra. Cominciata da settimane, cresciuta in una serie di scontri parlamentari e ieri esplosa sulla proposta che il presidente della Camera Fini s’è affrettato a definire «incostituzionale», la vicenda non ha nulla a che vedere con la campagna gossipara sulle veline, il premier e il suo prossimo divorzio dalla moglie. È piuttosto una partita politica classica, come non se ne vedevano da tempo.

Il terreno della competizione, che ha già portato la maggioranza a una serie di rovesci parlamentari, è quello della sicurezza e dell’immigrazione. Tema assai familiare alla Lega e ben presente nell’immaginario delle famiglie settentrionali. Perché è al Nord che, stavolta più di altre, la sfida si gioca. La posta in palio è il controllo delle tre maggiori regioni - Piemonte, Lombardia, Veneto - in cui, pur con una prevalenza del centrodestra, il centrosinistra ha mantenuto insediamenti importanti - come la Provincia di Milano o il Comune di Torino, o la stessa Regione Piemonte - che presto potrebbero essere rimessi in ballo.

Quando il ministro dell’Interno Maroni va in tv a far capire che sulle ronde metropolitane ci può essere anche una crisi di governo, quando la Lega litiga sui «medici-spia» o sui «presidi-spia».

Quando la Lega non si tira indietro neppure di fronte a proposte inaccettabili come quella di riservare posti a sedere solo per i milanesi sulla metropolitana, non parla solo al suo elettorato tradizionale. Cerca piuttosto di allargare il suo campo tra gli elettori e all’interno del popolo (con la «p» minuscola) della Libertà, eccitato dalle continue uscite spettacolari del Cavaliere, ma anche deluso dalle marce indietro a cui spesso lo costringe il suo ruolo di premier.

Per Bossi c’è insomma la concreta possibilità - se riuscirà a ottenere un buon risultato alle europee e alle amministrative di giugno - di riaprire con più forza il tavolo delle trattative interne al centrodestra per le regionali del prossimo anno. A quel tavolo, infatti, e negli antichi confini della «Padania» e della secessione, è sicuro che la Lega arriverà con tre candidati per le tre Regioni in cui si vota nel 2010. Poi farà pesare l’eventualità di essere diventato, o di star per diventare, il primo partito del Veneto e quello a maggior velocità di crescita in Piemonte, da Cuneo (dove punta ad assumere la guida dell’amministrazione provinciale con la compagna del ministro Calderoli, Gianna Gancia) a Verbania (dove avrebbe potuto rivendicarla). E rivendicherà il proprio apporto strategico in Lombardia, in cui, tanto per fare un esempio, la ricandidatura dell’attuale presidente Pd Penati alla presidenza della Provincia di Milano è fortemente insidiata dalla ritrovata alleanza tra il Pdl e il Carroccio.

Proprio perché la volta scorsa, presentandosi da sola, finì per dare in molte realtà una lezione a Berlusconi e un vantaggio al centrosinistra, la Lega - ora che è rientrata pienamente nella coalizione berlusconiana - non s’accontenta più di apparire solo come l’alleato indispensabile per vincere al Nord. Dove può, punta a vincere, grazie anche all’alleanza con il Pdl, e a diventare il partito più forte. È per questa ragione che Bossi rifugge programmaticamente l’agenda «romana» della politica, su cui si misurano, con risultati alterni, l’opposizione di Franceschini e Di Pietro e la nervosa collaborazione-competizione di Fini. Al «suo» popolo, il Senatùr vuol far capire che al Nord - e dal Nord - è lui che detta la linea. E ogni volta che gli avversari interni al centrodestra cercano di dare al Carroccio una fregatura in Parlamento, è in grado di costringere il Cavaliere a fare un nuovo decreto per rimediare.

Dura finché si vuole (a nulla possono, ad addolcirla, le cenette di Arcore), la sfida ha tuttavia un primo e un secondo tempo. Il primo è quello a cui stiamo assistendo, e si concluderà il 7 giugno con i risultati delle europee e del primo turno delle amministrative. Il secondo si svolgerà nelle due settimane che vanno dal 7 al 21, la domenica dei ballottaggi, e soprattutto il giorno in cui si apriranno le urne del referendum. Se i risultati del 7 saranno buoni o buonini per Berlusconi, come dicono i sondaggi, e addirittura trionfali per Bossi, diventerà fortissima la tentazione, per il Cavaliere, di gettarsi a capofitto nella campagna referendaria, ottenere il quorum per la riuscita della consultazione - sconfiggendo l’astensione e portando nei seggi la metà degli elettori più uno - e attribuirsi poi una plebiscitaria vittoria dei «Sì», insieme con la medaglia antipartitocratica che è naturalmente connessa al referendum.

Ma la vittoria dei «Sì» - è bene ricordarlo - comporta una legge elettorale, da approvare subito dopo, in cui il premio di maggioranza viene attribuito al partito - e non alla coalizione - che prende più voti: in altre parole, nelle condizioni attuali, un lasciapassare per il Pdl per liberarsi degli alleati riottosi e governare in futuro praticamente da solo. Non si tratta quindi solo di una nuova riforma e di un nuovo ritocco alle già traballanti regole del gioco della Seconda Repubblica: quello del 21 giugno è, sarà, tornerà a essere un referendum su Berlusconi.

Così si capisce anche perché la Lega giocherà solo il primo tempo della partita: puntando a far vincere già al primo turno i candidati (soprattutto i propri) alle amministrative, e ritirandosi nell’astensione al secondo. In cui, invece, toccherà al solo Berlusconi capire se, spingendo la gente verso le urne e verso il voto referendario, voterà per davvero a proprio favore, o contro sé stesso.

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« Risposta #23 il: Maggio 17, 2009, 12:13:42 »

16/5/2009

Pdl e strabismo meridionale
   
MARCELLO SORGI


Dei molti, imprevedibili paradossi che accompagnano Berlusconi, l’ultimo, che dipinge un Cavaliere «romano» o addirittura meridionalizzato, a dispetto delle proprie origini nordiche, è certamente il più strano. Nata a ridosso del declassamento, da parte di Alitalia, dell’aeroporto di Malpensa nei confronti di Fiumicino, scelto come unico hub e principale scalo internazionale, la polemica ha visto impegnato anche il governatore lombardo Roberto Formigoni.

Egli in un’intervista al Giornale s’è mosso in difesa, non solo di Milano e della Lombardia, ma anche del Piemonte e più in generale del Nord, annunciando che intende sollevare il problema di fronte all’esecutivo. Si sa, in campagna elettorale (mancano tre settimane al 7 giugno), tutte le questioni si complicano e Formigoni, come il sindaco Moratti, appena uscita da un lungo braccio di ferro con Palazzo Chigi sull’Expo, sente la concorrenza montante della Lega e l’ambizione di Bossi di guidare il primo partito del Nord. Ma dietro i due casi specifici c’è una lettura di questo primo anno di governo del Cavaliere, che tende a sottolineare la prevalenza, se non la preferenza, accordata dal premier ai problemi del Sud. A cominciare, naturalmente, dal modo in cui Berlusconi ha aggredito l’emergenza immondizia a Napoli e dalla plateale inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, alla vigilia dell’apertura del primo congresso del Popolo della Libertà. E per continuare con il suo impegno diretto nel dopo-terremoto in Abruzzo, culminato nella decisione di spostare il G8 a L’Aquila e nella riunione dell’intero Consiglio dei ministri nella città più colpita dal sisma.

Fin qui, al di là di qualche preoccupazione localistica ed elettorale all’interno di un governo che ha il più alto tasso di cittadinanza nordista dei ministri (8 su 23 provengono dalla Lombardia), la dimensione del problema rifiuti a Napoli e della catastrofe naturale in Abruzzo bastavano da sole, purtroppo, a motivare il drastico aggiustamento di rotta voluto da Berlusconi. Ma anche se il confronto con problemi importanti, ma non catastrofici, come Expo e Malpensa, è impossibile, il timore che si affaccia dalle parole di Formigoni o da quelle della Moratti è che, sull’onda delle emergenze, e complice la crisi economica, il governo possa soffrire di una sorta di strabismo meridionale.

Per un premier nato a Isola, quartiere centrale della città ambrosiana, non lontano dal Duomo, e cresciuto professando la sua personale, imprenditoriale - e settentrionale - «filosofia del fare», questo dovrebbe essere un errore impossibile. Ma d’altra parte Berlusconi sa bene - e fatica a convincere di questo una parte del suo partito - che nel Mezzogiorno si gioca la partita più incerta di queste elezioni.

Mentre infatti al Nord la competizione con la Lega avviene all’interno della stessa area elettorale di centrodestra, e al Centro l’insediamento del centrosinistra è ancora così radicato da non aprire grandi possibilità di penetrazione, nell’altra metà del Paese l’avversario del Pdl è un Pd stanco, fiaccato in molti casi (Campania, Calabria) da scandali giudiziari, e in altri (Sicilia) ridotto ai minimi termini da una lenta erosione di consensi. In quest’area, che comprende la maggior parte degli elettori (il Sud è più popoloso), c’è la concreta possibilità di cogliere risultati inattesi per il centrodestra e portare il Pdl ai livelli da record di cui parlano i sondaggi.

Come i socialisti ai tempi di Craxi, che stentavano al 7-8% a Milano, per raccogliere percentuali a due cifre e alle soglie del 20% a Napoli o a Bari, così anche Forza Italia ha conseguito finora i maggiori successi nelle circoscrizioni meridionali. E se un’insufficiente organizzazione di partito, e candidati non sempre competitivi, hanno fatto sì che in tre delle maggiori regioni (Campania, Puglia e Calabria), alle amministrative, alla fine il centrosinistra sia riuscito a vincere, i dati delle politiche dello scorso anno dicono che lì il centrodestra potrebbe rimontare oggi, per poi conquistare, domani, le amministrazioni dov’è adesso all’opposizione e dove si voterà nel 2010. È quel che è accaduto, del resto, in Abruzzo già prima del terremoto. E potrebbe ripetersi tra un anno nella Napoli di Bassolino, nella Bari di Vendola e nella Reggio Calabria di Loiero.

Non è un mistero tuttavia che al Sud le tornate elettorali, e gli spostamenti di voti decisivi da uno schieramento all’altro, si misurino ancora sul terreno dell’intervento pubblico dello Stato e spesso di ragnatele clientelari dure a morire, oltre che della ricca distribuzione di fondi nazionali ed europei destinati alle aree più deboli. Le quattro principali regioni meridionali - Campania, Puglia, Calabria e Sicilia - hanno a disposizione una dotazione che oscilla dai quattro ai dieci miliardi di euro per ciascuna e può diventare determinante di qui al voto.

È proprio su questo che si decidono all’interno del governo un difficile confronto e un delicato gioco di equilibri. Con il Cavaliere «romano» che preme per aprire le chiuse del fiume di finanziamenti pubblici, non solo per l’Abruzzo terremotato o la Campania ripulita, ma per il Sud nel suo complesso. E il Tremonti «nordista» che resiste in nome dell’emergenza economica, e della necessità di destinare parte dei fondi pubblici a interventi sociali e al rafforzamento degli ammortizzatori nelle aree industriali, dove più pesanti sono le conseguenze della congiuntura e più forte, per i lavoratori, il rischio di perdere il posto.

Così Berlusconi è al bivio: ciò che può farlo vincere al Sud, insieme con il nuovo look meridionale che alimenta il suo mito, rischia di riservargli sorprese, e infine di danneggiarlo, tra gli elettori del Nord, inquieti in questa primavera di crisi.

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« Risposta #24 il: Maggio 27, 2009, 10:09:51 »

27/5/2009 (7:45) - LA STORIA

Il certificato d'illibatezza
 
Nella Sicilia degli anni '70 un avvocato inventa un documento che oggi sarebbe utile a Noemi

MARCELLO SORGI



Tra le molte questioni, politiche e non, che si incrociano nel cosiddetto «Noemigate», ce n’è una che solo a prima vista può apparire secondaria. È il punto della verginità di Noemi, rivendicata gran voce dal padre della ragazza, Elio Letizia, nell’intervista data al Mattino per difendere Berlusconi e smentire le rivelazioni fatte a Repubblica da uno dei fidanzati della figlia, Gino Flaminio. «Mia figlia è illibata. Ricordatevi questa parola: illibata», ha detto e ripetuto Letizia, benché Gino non fosse entrato in questi particolari e si fosse limitato a riferire della partecipazione di Noemi, insieme ad altre decine di ragazze, a un grande party di Capodanno organizzato dal premier nella sua villa in Sardegna a fine dicembre 2008.

Ora, a parte l’uso di una parola così antica, la cui radice, «liba», mette insieme libagioni, banchetti, piaceri della tavola, con l’intimità innocente di una ragazza, colpisce che un valore come questo - appunto, l’illibatezza - entri a sorpresa in una storia che comincia, per quel che ne sa, con il book di foto di un’adolescente in cerca, come tante della sua età, di un passaggio televisivo, e prosegue, raccontata in parte da lei stessa, con l’approdo a Palazzo Grazioli, nella casa ufficio del premier, a un ricevimento del governo per le star della moda a Villa Madama e a una festa del Milan insieme con altre settecento persone. Che la verginità sia ancora custodita gelosamente da moltissime ragazze dei nostri tempi - e altrettanto insidiata, purtroppo, come dimostra l'escalation di stupri a cui non si riesce a porre argine - non dovrebbe destare meraviglia. Ma è altrettanto normale che nel tempo, parliamo degli ultimi trent'anni, abbia seguito o subito la normale trasformazione della scala dei valori di una società moderna come la nostra.

Siamo lontani, insomma, non qualche decina d’anni, ma secoli, per fortuna, dalla grottesca esibizione pubblica dei lenzuoli della prima notte di nozze, in cui purtroppo una macchia di sangue rappreso doveva dimostrare, insieme, l’avvenuta perdita della verginità della sposa e la comprovata mascolinità del neo-marito. Questo, anche questo, accadeva in molte zone del Sud fino a non troppo tempo fa. Per esempio, nella Sicilia della mia infanzia, nei paesi vicino a Palermo dove si passavano le vacanze al mare, nella seconda metà degli Anni Settanta. E un’estate di meno di trent’anni fa (è un ricordo personale, ma serve a farsi un’idea), toccò a mio padre in uno di questi frangenti arbitrare una complessa questione di illibatezza. Come avvocato e come villeggiante, a mio padre capitava spesso di essere consultato su questioni anche non strettamente giuridiche. Diciamo che gli abitanti del luogo lo usavano come giudice di pace, oltre che legale. In breve, la storia era questa. Una ragazza di vent'anni si era fidanzata con un giovane appuntato della Finanza. Già questo, in una zona di pescatori, che avevano nei finanzieri i loro avversari, non era visto di buon occhio. Qualche mese dopo che la storia era diventata pubblica, e oggetto di molti pettegolezzi, la ragazza aveva scoperto che il fidanzato aveva una storia con un’altra, una certa Cettina, in un paese distante solo pochi chilometri.

Due domeniche al mese, quando diceva di essere di turno in caserma, in realtà andava a pranzo dai futuri suoceri. Dal che, oltre a scoprire di essere tradita, la ragazza aveva dedotto che la fidanzata ufficiale era l’altra, e non lei. Aveva pianto, Si era sfogata con le amiche. Poi con la madre, furiosa per l’affronto del finanziere. E tutte insieme avevano deciso come vendetta una spedizione punitiva contro il fedifrago, la fidanzata e i suoi familiari. Fu così che la domenica successiva, sfondando a calci la porta d’ingresso, penetrarono nella casa dov'era stato appena allestito il pranzo, e all’urlo «Complimenti per la bella Cettina!», presero a botte tutti i presenti e distrussero quel che restava. La situazione si presentava molto compromessa quando mio padre fu chiamato dai carabinieri che avevano arrestato il commando di donne vendicatrici. Lo scandalo era forte, ma poiché non vi erano feriti gravi, e c'era di mezzo il destino di un servitore dello Stato, che se portato in giudizio avrebbe perso il posto, la soluzione migliore per tutti era un accordo che consentisse di evitare il processo. Mio padre la trovò, con un ovvio, quanto congruo, risarcimento dei danni, e con un piccolo colpo di genio. Siccome il tradimento perpetuato dal finanziere poteva considerarsi un danno inflitto alla prima fidanzata (la cui spedizione punitiva si configurava come reazione), e anche un rischio per la sua futura vita sentimentale (avrebbe mai trovato un altro uomo, una ch'era stata con un finanziere e s'era pure fatta tradire?), fu concordato che oltre a partecipare ai pagamenti, il fidanzato bigamo avrebbe consegnato alla sua ex-prima fidanzata un documento molto particolare: un certificato di illibatezza autografo.

In questo testo, vergato da mio padre, firmato dall'interessato ed allegato dal giudice agli atti con cui il processo veniva archiviato, l'uomo confessava di aver provato e riprovato più volte a ottenere la prova d'amore prima del matrimonio dalla sua donna, ma di averla trovata decisamente contraria e gelosa, per l'appunto, della propria intimità. Quanto distante possa risultare una storia come questa da quella che lunedì riportavano alcuni giornali, della ragazza romena che ha messo all'asta la propria verginità su Internet, e l'ha venduta per diecimila euro, è del tutto evidente. Eppure, Elio Letizia, per difendere sua figlia e scagionare il premier, viene a dire, e a ripetere indignato, che Noemi «è illibata». Senza capire che l’illibatezza, ai tempi in cui questa parola era ancora in voga, era sì un vanto per le ragazze, ma assai meno per i maschi che avrebbero dovuto insidiarla. E che adesso, con l'opinione pubblica divisa, tra i moralisti che trovano nello scandalo un motivo in più per prendersela con Berlusconi, e i suoi fan che quasi quasi lo invidiano, sarebbe meglio essere più cauti a parlare di verginità. Si rischia, almeno, di creare disorientamento.

da lastampa.it
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« Risposta #25 il: Maggio 29, 2009, 04:44:41 »

29/5/2009
 
Un errore rilancia il premier
 
MARCELLO SORGI
 
Dopo i giorni del silenzio seguiti al «Noemigate», non è stato affatto facile, ieri, il ritorno di Berlusconi sulla scena politica. A Palazzo Chigi, ha dovuto esordire facendosi da solo la domanda sui presunti «rapporti piccanti con le minorenni» e, pur negandoli, ha ammesso che se fossero dimostrati lo porterebbero alle dimissioni.
Alla Confesercenti, ha parlato tra fischi e applausi, riuscendo tuttavia a portare dalla sua parte la gran parte della platea.

Ma anche in questo contesto sfavorevole, il premier, stavolta, non ha affatto giocato di rimessa, né s’è defilato come l’altra domenica allo stadio di fronte alle contestazioni dei tifosi. Berlusconi, anzi, sembrava tornato quello di sempre, irridente, ironico, pronto alla battuta e a sfidare la pattuglia dei fischiatori, duro con i magistrati, durissimo con l’opposizione, fermo di fronte all’alluvione di reazioni che sono seguite al suo lungo intervento.

Cosa abbia funzionato da cura ricostituente per l’uomo che da giorni i suoi amici più preoccupati descrivevano solitario, amareggiato, come «chiuso in un bunker», e deciso a rinviare l’inizio della sua personale campagna elettorale, non si può dire con certezza. Ma è assai probabile che a rimetterlo in piedi sia stata proprio l’infelice battuta del leader dell’opposizione Franceschini («Fareste educare i vostri ragazzi a Berlusconi?»), che ha sollevato le ire dei figli del premier.

Espressa in poche parole, di getto, indignate, la solidarietà di Marina, Pier Silvio e Luigi Berlusconi ha pesato insomma più di qualsiasi incoraggiamento venuto dal centrodestra, per il premier. Che deve aver pensato: se i miei figli sono i primi a dichiarare pubblicamente che non credono alle accuse contro di me, e a condannarle, adesso è giunto il momento che parli io.

Ma uno slancio del genere - va detto - avrebbe dovuto essere utilizzato meglio e diversamente. Berlusconi infatti, a parte l’evidente desiderio di riguadagnare posizioni sulla vicenda personale che lo ha messo in difficoltà, motivando da parte della moglie la richiesta di divorzio e condizionando fin dall’inizio tutta la campagna elettorale, non ha trovato uno, dicasi un solo nuovo argomento, da offrire al dibattito fiacco di questi giorni.

Con i giudici è andato giù duro, parlando addirittura di «grumi eversivi all’interno della magistratura», e sollevando commenti pesanti, da parte delle toghe oltre che dell’opposizione: ma purtroppo non è una novità. Poi ha scherzato sulle veline, ma lo aveva già fatto all’atto della presentazione delle liste. Ancora, se l’è presa con i giornalisti e con i titoli dei giornali, ma anche questo, più o meno, lo fa spiacevolmente tutti i giorni.

E quando è arrivato all’Europa, cioè al tema su cui dovrebbe essere sensibilizzato, dal premier di uno dei Paesi fondatori della Comunità, un elettorato che ha fin qui rivelato, nei sondaggi, una completa abulia rispetto alla scadenza che l’attende il 7 giugno, e una volontà crescente di disertare le urne, ne ha parlato in modo svogliato, presentando la politica europea, e la collaborazione con i partners impegnati ad affrontare una crisi economica ancora densa di incognite, come una specie di matassa burocratica in cui leggi, leggine e liturgie incomprensibili e lentissime fanno passare la voglia anche a chi, come il Cavaliere, sarebbe pieno di entusiasmo e di volontà di fare.

Si dirà che questa è la tattica di sempre di Berlusconi, che, quando è in vena, ama andare per le spicce e puntare soprattutto a stabilire una scossa di simpatia con il pubblico. Ma a parte il fatto che questa scossa, negli ultimi tempi, compreso ieri, è apparsa a tratti a corrente alternata, c’è da chiedersi se la serietà del momento, e i problemi che tutti i giorni ci si parano davanti, non richiedano, anche in campagna elettorale, un maggiore sforzo di approfondimento da parte del presidente del Consiglio.
 
da lastampa.it
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« Risposta #26 il: Giugno 06, 2009, 05:39:23 »

4/6/2009
 
Un aiuto ai lamenti del premier
 
MARCELLO SORGI
 
Diciamo la verità: a tre giorni dal voto, non c'era modo migliore, per mettere Berlusconi su un trampolino, e proiettarlo anche più in alto di quanto non facciano quotidianamente i suoi sondaggi. Non c’era modo migliore di questa inchiesta sull’uso improprio degli aerei di Stato, che lo vede sotto accusa.

Un atto dovuto, si affrettano a spiegare i magistrati, che presto potrebbe essere destinato all’archiviazione. Gli stessi giudici che, non va dimenticato, non più tardi di lunedì hanno posto sotto sequestro le foto delle feste e degli ospiti di Villa Certosa (da cui ora l'indagine parte), considerate lesive del diritto alla privacy del premier. Pur danneggiato dall’azione intrusiva di un paparazzo, Berlusconi, tuttavia, dev’essere indagato.

In vista della domenica elettorale, il Cavaliere avrà così tutto il tempo per lamentarsi della «persecuzione» a cui i magistrati, a suo dire, lo sottopongono da quindici anni: da quel famoso avviso di garanzia recapitatogli a Napoli, in pieno vertice mondiale sulla criminalità nel 1994, alle 700 e più perquisizioni subite dalle sue aziende, alle indagini fiscali, ai processi per mafia, fino al recente caso dell'avvocato inglese Mills, condannato al suo posto, per corruzione, con motivazioni che allungano un'ombra anche sul mancato imputato Berlusconi.

Non diremo che l'inchiesta sui voli di Stato - dopo la rivelazione della foto dell'aereo della presidenza del Consiglio da cui scendono Apicella, il musico amico del Cavaliere, e una ballerina di flamenco - fosse evitabile. Ma almeno rinviabile, di qualche giorno, per consentire agli elettori di votare in un clima più sereno, questo sì. E non perché il trasporto su aerei di Stato di personalità o privati cittadini che nulla hanno a che vedere con missioni pubbliche sia da tollerare. Ma, più semplicemente, perché, purtroppo da sempre, è invalso come triste abitudine ed esempio di protervia degli uomini di potere.

Sugli aerei di Stato della Prima Repubblica viaggiava chiunque; si usavano anche per riaccompagnare a casa i parlamentari dopo le votazioni a tarda sera. Alla Camera, l'annuncio del «volo speciale» (si chiamava così) veniva dato con l'altoparlante, come se non ci fosse nulla da nascondere, e subito le comitive di deputati si affrettavano. Certo, erano i tempi pre-Tangentopoli. Anche dopo, però, le cose non sono cambiate, e a Mastella, non più tardi di due anni fa, toccò fare i conti con gli stessi guai con cui oggi dovrebbe farli Berlusconi. Ora, a parte il fatto che proprio nel caso di Mastella - un vaso di coccio, per inciso, incappato tra molti altri vasi di ferro - fu riconosciuto che si era trattato di un peccato veniale, dato l'uso smodato di aerei pubblici da parte di tutta la classe politica, forse, nel caso di Berlusconi, occorrerebbe farsi qualche domanda in più.

Come tutti i miliardari del mondo, Berlusconi ha una sua flotta di jet privati. L'ultimo, una specie di air-bus con dentro un appartamento di lusso fatto a sua misura, lo battezzò pubblicamente quando era all'opposizione. Aerei, elicotteri, navi da diporto, fanno parte da sempre della vita del Cavaliere, anche se adesso, magari, ha dovuto limitarne l'uso per assoggettarsi ai protocolli di sicurezza. E a pieno titolo, nel suo stile di vita, rientra la maestosa reggia sarda di Villa Certosa, con teatro, vulcano artificiale e gelateria privata, in cui ama ricevere ospiti e organizzare feste.

Sono queste abitudini, non consone - va detto - al premier di un Paese in crisi come il nostro, ad averlo posto al centro della serie di pubbliche accuse sulla sua vita privata, che hanno finito con l'assorbire interamente la campagna elettorale per le europee. Tra indiscrezioni sulle frequentazioni di minorenni, allusioni sui festini, più che sulle feste, di Villa Certosa, e sugli scambi di accuse tra marito e moglie della famiglia più in vista d'Italia, da un mese, ormai, non si parla d'altro. Ed è proprio questa campagna, ieri, che è culminata con l'inchiesta sui voli di Stato.

Bene: ci sbaglieremo e siamo pronti a ricrederci, ma la sensazione ogni giorno più forte, man mano che la scadenza del voto s'avvicina, è che tutta questa campagna, invece di nuocergli, stia giovando a Berlusconi. E non solo per la sua tradizionale abilità a rivoltare le accuse che lo riguardano, ma in nome della logica, o della mancanza di logica, delle stesse. Basta solo ragionare: se uno ha una relazione con una minorenne, che in Italia, e non solo in Italia, può diventare reato, va a trovarla a Casoria con la scorta nel giorno del compleanno? E se uno organizza qualcosa che potrebbe somigliare a un'orgia a casa sua, ci porta trenta, dicasi trenta, ragazze? E ci va con l'aereo di Stato, portandosi il cantante e la ballerina? E invita pure un collega premier europeo che si denuda al sole, mentre la moglie, che si trova al suo fianco, chissà perché rimane in costume da bagno?

Prima ancora di dire quanto incompatibili siano attività come queste con il ruolo di un capo di governo, forse bisognerebbe chiedersi se davvero siano avvenute come vengono descritte. Le domande che adesso anche i giornali cominciano a farsi, gli elettori di Berlusconi se le fanno da giorni. E correranno alle urne, domenica, per far capire che risposte si danno.
 
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« Risposta #27 il: Giugno 09, 2009, 10:17:03 »

9/6/2009 (7:26) - ANALISI DEI FLUSSI

Berlusconi e lo schiaffo siciliano
 
L'isola sta alla finestra, delusa dalle risse interne e dal blocco dei Fondi strutturali

MARCELLO SORGI
PALERMO


Quello schiaffo dai siciliani, il Cavaliere proprio non se l'aspettava. E dire che da tempo lo avevano avvertito che nell'isola le cose non andavano più bene.
Gianfranco Miccichè, l'autore, nel 2001, del famoso cappotto 61 a zero contro il centrosinistra, e uno dei pochi a godere ancora del privilegio di un pigiama e del diritto di pernottare in via del Plebiscito, gliel'aveva ripetuto faccia a faccia: «Si ricordi, Presidente. I miei conterranei sono svelti a cambiare idea. Anche Leoluca Orlando fu per qualche tempo padrone della Sicilia, salvo ad essere disarcionato tutt'insieme».

Adesso Orlando si gode quel 17 per cento, che lo ha riportato di nuovo sugli altari a Palermo e ha dato un contributo rispettabile al successo dipietrista in Continente. Invece il Pdl, che da sempre aveva allineato percentuali di dieci punti superiori alla media nazionale del centrodestra, stavolta si lecca le ferite. Alla fine, il risultato è di un punto scarso sopra il magro 35 per cento racimolato da Berlusconi nel resto d'Italia. La falla aperta in quel che veniva chiamato "il granaio azzurro", e che una volta compensava largamente le sorprese leghiste al Nord e il testa a testa nel Centro Italia, ha contribuito fortemente ad abbassare la percentuale.

Nel silenzio così familiare ai siciliani, circolano cifre e scambi di accuse tra i rissosi capicorrente del Pdl, che alla vigilia del voto hanno quasi costretto il presidente della Regione Lombardo ad aprire la crisi del suo governo locale. Sott'accusa è il neocoordinatore regionale Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Catania, e la sua corrente che ha fatto il record di preferenze, anche a discapito del capolista Berlusconi. Mentre infatti il Cavaliere, secondo le intese, a Palermo come a Trapani, a Messina come a Siracusa e Ragusa, doveva essere votato dalla somma di tutte le componenti del partito, in modo da contribuire all'ammasso di quei milioni di voti che avrebbero dovuto contrassegnare l'atteso successo personale del leader, a Catania e ad Enna, dominio di Castiglione, ciò non è avvenuto. E il Cavaliere, che a Palermo, per esempio, s'era ritrovato con quasi il doppio di preferenze (oltre 50mila, contro 27mila) del meglio piazzato, a Catania ha dovuto vedersela con un certo Giovanni Lavia, che per gran parte della conta delle schede gli è rimasto davanti, e ha concluso quasi in pari.

Uno sgarbo insopportabile, a detta dei compilatori di tabelle, che veloci sono state fatte arrivare a Piazza del Plebiscito, agli occhi del premier. Il quale, prudentemente, o forse irritato dall'inestricabile lite dei suoi proconsoli isolani, questa volta in Sicilia in Campagna elettorale non s'era fatto vedere. Qualche refolo di questo clima irrespirabile s'era avvertito nel corso del viaggio del Presidente della Repubblica Napolitano. Giunto a Palermo per una visita di due giorni, poco prima delle elezioni, il Capo dello Stato s'era ritrovato a cena a Villa Igiea con il governatore Lombardo, e perfino con qualche posto vuoto a tavola, come quello del presidente dell'Assemblea regionale Francesco Cascio, che aveva declinato l'invito pur di non doversi sedere con l'odiato presidente della Regione.

Allo stesso modo si era lamentato pubblicamente, per non essere stato invitato il presidente del Senato Renato Schifani (che pure, in lite con Lombardo, non sarebbe mai andato). Il ministro Angelino Alfano aveva optato per una presenza istituzionale alla commemorazione di Falcone, il 23 maggio, evitando ogni incontro conviviale. Inoltre, come vuole la tradizione querula delle offese siciliane, lo strascico delle polemiche per i mancati inviti o le mancate presenze era andato avanti per giorni e giorni, a colpi di conferenze stampa. Finchè Lombardo, considerando tutto ciò un oltraggio alla sua persona, aveva deciso per la crisi e la rapida ricostituzione di un governo con fuori l'Udc e gli assessori ribelli vicini al coordinatore Castiglione e ai seguaci di Schifani e di Alfano.
Spiegare una così intricata ragnatela di interessi, caratteri, sensibilità, mal di pancia, oltre che di radicate antipatie locali, a Berlusconi, sorpreso dalla crisi regionale prima del voto, s'era rivelato impossibile. E ancor di più lo è diventato nel clima plumbeo del dopo-elezioni. Anche perché la débâcle siciliana, come più in generale quella meridionale, è legata alle liti dei capicorrente, ma non solo. Che lo scontro tra Schifani, Alfano e Castiglione, da una parte, e Miccichè e Lombardo dall'altra, non abbia portato voti è singolare. Le macchine correntizie erano state messe a regime. La sproporzione di truppe era evidente: nella prima corrente militavano i sindaci di Palermo, Ragusa, Trapani e Agrigento, i presidenti delle provincie di Catania e Messina, il presidente dell'Asl 6, la più grande d'Italia, un congegno catturavoti di sicuro affidamento, finora, e invece a sorpresa entrato in tilt. Nella seconda, uscita battuta, accanto al governatore e a tre assessori, il solo sindaco di Siracusa e la ministra dell'Ambiente Prestigiacomo.

Ma il flop in piena gara di preferenze non si capisce. Ci dev'essere dell'altro. E infatti il mancato aumento dei voti al centrodestra ha una spiegazione anche in termini nazionali: la decisione, per la prima volta, di bloccare i fondi FAS che dovevano servire a mettere in moto il meccanismo clientelare che da sempre alimenta la raccolta dei voti al Sud e in Sicilia. Il governo ha deciso di soprassedere, sulla base di una motivazione che il ministro delle Regioni Raffaele Fitto, in persona, s'è incaricato di spiegare a Berlusconi. Se io do i soldi alla Puglia, che pure è la mia terra, ha spiegato più o meno con queste parole Fitto al Cavaliere, a beneficiarne sarà l'amministrazione di sinistra e il governatore Niki Vendola, che tra l'altro si presenta alle europee come capo di un nuovo partito. Dunque, almeno fino alle elezioni, non glieli do. Berlusconi ha approvato, E lo stesso ragionamento è scattato per la Sicilia e contro Lombardo. Così, per la prima volta, il fiume di denaro che da Roma, a Bari, al palazzo arabo dei Normanni di Palermo, rinfrescava la memoria agli elettori, è rimasto secco. E gli elettori, il giorno delle elezioni, sono rimasti a casa.

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« Risposta #28 il: Giugno 10, 2009, 03:57:06 »

10/6/2009
 
L'asse B&B rafforzato dal voto
 
 
MARCELLO SORGI
 

Il primo effetto del voto di domenica (e poi dicono che con le elezioni non cambia niente!) è lo scontro nel centrodestra sul referendum elettorale, tra Berlusconi e Bossi, schierati per l’astensionismo, e Fini che annuncia che andrà a votarlo convintamente. In tutta evidenza, si tratta di una contesa attorno a un cadavere: il referendum infatti era già stato affossato per tempo con la collocazione al 21 giugno, nella domenica dei ballottaggi, e a completare le esequie ci hanno pensato gli astensionisti del primo turno. Poiché per essere valida la consultazione ha bisogno dei voti validi di metà più uno degli elettori, e poiché nel secondo turno sono chiamati alle urne assai meno della metà, il fallimento referendario è praticamente assicurato. A meno di un miracolo.

Chi poteva fare il miracolo, anche se negli ultimi tempi, proprio in questo campo, non è apparso particolarmente in forma, era naturalmente Berlusconi.

Con una campagna ventre a terra contro i lacci e i lacciuoli a cui la burocrazia politica sottopone la libera espressione degli elettori, avrebbe potuto convincerli a superare l’apatia e a recarsi ai seggi. E, nel caso dell’assai probabile vittoria dei «Sì», magari a prepararsi a nuove elezioni anticipate, per dare finalmente - e solamente - al loro leader la maggioranza assoluta in Parlamento, senza più bisogno di negoziare con alleati riottosi. Sarebbe stato questo, non va dimenticato, l’effetto immediato dell’affermazione dei «Sì»: trasferire il premio di maggioranza, previsto dalla legge elettorale «Porcellum», dalla coalizione vincente alla lista vittoriosa: cioè, nelle condizioni attuali, al partito del premier, che dopo aver inglobato Alleanza Nazionale avrebbe potuto fare a meno della Lega.

Non è un caso che questa che oggi appare fantapolitica si sia affacciata più volte, salvo essere poi tiepidamente smentita, durante la campagna per le europee. E che Bossi, nella solita cena settimanale ad Arcore con il Cavaliere, già lunedì sera, a spoglio non ancora ultimato, si sia affrettato a farla cancellare direttamente da Berlusconi. Di qui il comunicato di Palazzo Chigi sulla «non opportunità» della partecipazione al referendum, in altre parole un invito all’astensione. Di qui la conseguente, dura e opposta reazione di Fini, che per l’ennesima volta s’è trovato di fronte a una svolta siglata ad Arcore, a un tavolo al quale non era stato invitato.

L’asse, che altri chiamano la dipendenza, di Berlusconi e Bossi, ha già sollevato in passato qualche mugugno all’interno del centrodestra, e anche stavolta ne solleverà. Nelle file del Pdl c’è chi è convinto che tra le cause del magro risultato del Pdl il 7 giugno ci sia stata quell’ultima apparizione in tv della coppia BB, - con il Cavaliere che si profondeva in complimenti, e lasciava quasi intendere che votare per il partito dell’uno o dell’altro era la stessa cosa -, e ancora la promessa di riservare alla Lega una delle presidenze regionali del Nord. In più, non va giù a molti, non solo a Fini, quest’idea che la coalizione si governi da una tavola apparecchiata in casa del Cavaliere, e tocchi a lui stesso poi far digerire le decisioni prese a quelli che nel Pdl vorrebbero discuterne prima.

Ma se queste sono le riserve, che, con l’esplicita irruenza di Fini, o con la timidezza tipica del partito neonato, si affacciano dal Popolo della Libertà, guardata con gli occhi di Berlusconi, che si porta dietro il suo senso pragmatico degli affari, la collaborazione con la Lega, anche in questi termini, ha più di un vantaggio. Al Cavaliere conviene, insomma, rinunciare a un referendum incerto (in vista del quale, comunque, Bossi avrebbe spinto per l’astensione, facendo disertare ai propri elettori anche le urne dei ballottaggi), in cambio di un appoggio più sicuro del Carroccio nel secondo turno e nelle ventidue sfide per i ballottaggi previste per il 21. Guardando a quanto è accaduto il 7, con ben quindici Province che sono passate dal centrosinistra al centrodestra, mentre nessuna ha fatto il percorso contrario, Berlusconi ha più di una ragione per accontentare il Senatur.

Il quale Senatur, oltre a godersi il suo risultato del 10 per cento, sta facendo bene i suoi conti, per l’oggi e per il domani. Chi lo immagina deluso, perché la Lega non è diventata primo partito in Veneto, non lo conosce: perché da lì, fin dai vecchi tempi della Liga Veneta di Rocchetta, Bossi ha avuto solo scocciature, e non a caso ha teso sempre a mantenere lombardo - tra Milano, Bergamo e Varese - il nocciolo duro del suo partito. Chi lo crede contento, perché il Cavaliere ha promesso al Carroccio per le regionali del 2010 uno dei candidati governatori del Nord, in Piemonte o in Veneto, non ha capito che l’unica presidenza che interessa Bossi è quella della Lombardia per Maroni: toccasse pure fare lo scambio, pesante, con il Viminale per Formigoni. Ma di questo, di qui a un altr’anno, dopo i risultati del 21 in cui l’asse BB punta a fare il pieno di voti, di sindaci e di Province al Nord, ci sarà ancora tempo di discutere. In una delle prossime cene ad Arcore.

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« Risposta #29 il: Giugno 16, 2009, 04:13:43 »

16/6/2009
 
Silvio riparte da un caffè
 
Notti romantiche con i Clinton, amicizia con Bush, e ora l'inizio in salita con Barack 
 
 
MARCELLO SORGI
 
Chissà cosa avrà pensato Berlusconi nelle lunghe ore del viaggio verso Washington per il suo primo incontro ufficiale con Obama. Un viaggio verso un nuovo inizio, verso un sistema di relazioni da ridefinire, e forse da ricostruire, dopo gli otto anni dorati di amicizia tra Italia e Usa. Inedita nella tradizione diffidente tra "noi" e "loro", tra il "nostro" modo di essere mediterraneo e la "loro" caratteristica di andare per le spicce, l'alleanza univoca, senza nessuna delle ambiguità del passato - e senza condivisioni delle critiche del presente - tra il governo di centrodestra e la Casa Bianca del periodo bushiano, è stato un altro degli elementi di discontinuità, uno dei più importanti, del berlusconismo.

E in questo senso, dopo gli anni della Prima Repubblica, e dopo il modo guardingo democristiano, o irruento craxiano, di tenere i rapporti con gli Usa, l'avvento del berlusconismo è stata una sorpresa. Non solo per i nostri felpati diplomatici, che ancora ricordano come un ciclone l'avvento del Cavaliere ministro ad interim degli esteri, quando suggeriva come vestirsi e raccomandava le mentine per l'alito ad attempati ambasciatori, che invano gli si avvicinavano con i loro dossier e i loro complicati protocolli. Ma anche per i nostri partners più tradizionali, per gli alleati europei, per il mondo arabo che aveva sempre visto in Roma una sponda sicura.

Forse, per rivedere questa storia e valutarne la portata, bisogna partire dalla notte stellata dell'estate '94, dalla cornice suggestiva della Reggia di Caserta, quando Berlusconi, alla sua prima esperienza di premier e al suo primo G7, al braccio di Veronica allora presente nella veste ufficiale di first lady, si rivolse ai più importanti leader del mondo per consigliare di prendere le precauzioni, in una situazione così romantica, se non volevano ritrovarsi presto con nuova prole.

C'era Bill Clinton, all'apice del suo splendore molto prima del Sex Gate con cui avrebbe segnato il suo tramonto. E c'era ancora Mitterrand, un Mitterrand ormai anziano e abbastanza irascibile, che a un certo punto non mancò di sottolineare l'inesperienza del Cavaliere con una delle sue inconfondibili occhiatacce.

Silvio non se ne curò. Travolse tutti con il suo entusiasmo e rimase travolto, pochi mesi dopo, al vertice Onu sulla criminalità, dall'avviso di garanzia che la procura di Milano gli fece recapitare in mondovisione e che gli provocò il più acceso scatto di bile, la più grande brutta figura internazionale, e anni dopo, quando fu assolto, la più grossa soddisfazione contro i magistrati che ha sempre considerato suoi nemici.

Con Clinton, che Berlusconi ha sempre considerato molto più di sinistra di quanto non fosse, non ci fu il tempo di fare amicizia. C'è chi dice che il Cavaliere provasse anche un po' di soggezione per la statura del suo partner, e questo non lo aiutava a prendere confidenza. Ma la verità è che dopo i primi incontri il governo Berlusconi cadde vittima del "ribaltone" e il Cavaliere per ben sette anni andò all'opposizione.

Tornato a Palazzo Chigi nel 2001, trovò Bush alla Casa Bianca. Nacque subito un idillio. Silvio e George W. Il brianzolo e il texano. Il tycoon televisivo già molto noto in Usa come imprenditore e inventore della tv commerciale in Italia, e l'erede di una dinastia wasp che aveva festeggiato a un pranzo la sua elezione usando come centrotavola uno stivale da cow boy. E ancora, il self made man ch'era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo e il figlio di un padre che prima da vicepresidente, e poi da presidente Usa, aveva già passato dodici anni alla Casa Bianca.

Che due tipi così potessero piacersi, era nel conto. Ma che diventassero amici, al punto da scambiarsi inviti personali e familiari, da telefonarsi spesso, da incontrarsi a ogni occasione, come quando, lasciando allibito un Prodi tornato brevemente al governo, nel 2007, di passaggio da Roma, Bush, dopo una visita a Palazzo Chigi, volle ricevere Silvio a villa Taverna. Mai prima di quella volta, nelle rare occasioni di visite in Italia, un presidente Usa aveva dato lo stesso peso all'incontro con il capo del governo e con quello dell'opposizione.

Sono gli anni in cui, usciti di scena uno dopo l'altro Aznar e Blair, Berlusconi diventa di fatto l'interlocutore preferenziale degli Usa in Europa, il mediatore del difficile rapporto tra Usa e Putin, il contrappeso di uno Chirac dichiaratamente freddo e di uno Schroeder apertamente polemico, il primo ad accorrere per portare solidarietà dopo l'attentato alle Torri Gemelle, l'ospite d'onore al Congresso americano, in cui terrà un discorso, metà in italiano e metà in inglese, l'invitato informale nel ranch di Crawford, in Texas, dove una sera, una sera si fa per dire, dato che a casa Bush si cenava di pomeriggio, alle sette e trenta Silvio con il fido Paolo Bonaiuti decise d'affacciarsi all'aperto a prendere un po’ d’aria, e involontariamente fece scattare l’apparato di sicurezza del Presidente, tarato sulla minaccia terroristica del dopo 11 settembre.

Certo, dall’epopea di Silvio e George W. alla battuta infelice su Obama "abbronzato", ce ne corre. Così come dal sentirsi di casa alla Casa Bianca al doversi accontentare di un invito per un caffè. Volando verso gli Usa, durante la traversata atlantica, Berlusconi per primo avrà pensato di certo che da Bush a Obama il passo è lungo. Si tratta di ripartire in un clima più difficile, in cui niente è dato per scontato, e in uno scenario internazionale in continuo movimento, in cui tutto, anche un’accoglienza esagerata a Gheddafi, può accendere dubbi o essere equivocato. D’altra parte, Berlusconi lo sa, gli Usa hanno bisogno dell’Italia. Mezz’ora, il tempo di un caffè, non è detto che basti a intendersi. Ma può servire per ricominciare.
 
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