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Autore Topic: MARCELLO SORGI.  (Letto 89819 volte)
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« il: Novembre 23, 2007, 06:48:49 »

23/11/2007 (7:42) - INCHIESTA - VIAGGIO NEL PARTITO CHE NON C'E'

Silvio e l'ossessione del popolo

Così per un lungo anno Berlusconi ha accarezzato l'idea del dopo FI

MARCELLO SORGI


ROMA
«Ci pensava da un anno». «Macché, da due». «Ha deciso in un pomeriggio». «Ma se dalla manifestazione del 2 dicembre non parlava d’altro!...». Ora che la svolta è compiuta, la versione ufficiale vuole che sia stata, insieme, un colpo di scena e una decisione meditata. Gli uomini di Forza Italia che la raccontano, partendo da molto lontano, hanno ancora sui volti stampata la sorpresa di domenica sera, quando molti di loro hanno appreso dai telegiornali che il loro partito era stato cancellato, rimpiazzato da un altro inventato in tre ore, e ancora tutto da costruire.

Tolti Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e altri due o tre, nessuno sapeva. Lo hanno appreso al telefono o dal passaparola, tra le due e le cinque del pomeriggio, quando Berlusconi ha avuto l’ispirazione, dopo i fischi di An a Cicchitto e le accuse al Cavaliere di aver finanziato il partito di Storace. Bonaiuti se l’aspettava: «Quando il capo, in maniche di camicia, ti guarda e dice “ho un sogno…”, chi lo conosce sa che il sogno sta già per tramutarsi in realtà». «Ma io e tanti come me siamo stati presi alla sprovvista - sbotta Angelo Sanza, coordinatore della Basilicata -. Ero a Barletta, con un freddo tremendo a raccogliere le firme nei gazebo. D’improvviso arrivano due amici avvocati, e mi sfottono: non lo sai che il Cavaliere ha ammainato le bandiere?». Quando sia cominciato, il sogno di Berlusconi, è difficile dirlo. Le date si moltiplicano, nello sbalordimento che ancora accompagna coloro che son sospesi, tra il partito che non c’è più e quello che deve ancora venire.

Due, tre anni di gestazione, se ci si riferisce al lavoro preparatorio fatto dalla «Fondazione Liberal» e diretto da Ferdinando Adornato, un altro di quelli che domenica non è stato avvertito e s’è dimesso per protesta. Un anno solo, se si parte dalla grande manifestazione del 2 dicembre 2006, un giorno «dei più belli della mia vita», come lo ha definito il Cavaliere. Tra i due punti di partenza non c’è contraddizione, anche se è chiaro, dall’inizio, verso dove pendeva il cuore di Berlusconi. Il lavoro di Liberal procedeva a rilento. Era stata composta una commissione di un centinaio di persone, affittato un intero piano di Palazzo Wedekind a Piazza Colonna, stabilita una certa articolazione/lottizzazione degli incarichi tra i tre partiti (Forza Italia, An e Udc) che avrebbero dovuto confluire nel partito unico. Berlusconi era ancora a Palazzo Chigi, due anni fa, e veniva continuamente invitato a benedire i lavori della commissione. Lo faceva di buon grado.

Usciva a piedi, subito circondato dalla folla di fan che lo aspettava per strada, attraversava a passi svelti la piazza, entrava nel palazzo, poi nel salone della commissione, e salutava tutti alla sua maniera, tra sorrisi e battute. Dopo una mezz’oretta, con la scusa di pressanti impegni di governo, se ne tornava in ufficio. Una, due, tre riunioni bastarono a fargli venire la noia. Arrivava motivato e convinto che di lì a poco sarebbe nato il nuovo partito, e trovava tutti intenti a discutere di statuti, principi, regole per avviluppare la creatura prima della nascita. Alle sue domande, la risposta era secca: un partito vero si fonda così. Lui ascoltava paziente, ma poi per strada, ai più stretti collaboratori obiettava: «Sarà pure come dicono loro. Ma il popolo, dove sta il popolo, in mezzo a queste carte?».

Fabrizio Cicchitto, il vicecoordinatore nazionale di Forza Italia, si ricorda ancora quella volta che Adornato intrattenne Berlusconi sul Pantheon dei numi tutelari del nuovo partito: «Ci aveva messo dentro di tutto, Dante, Papini, Prezzolini, perfino Pasolini». Berlusconi ascoltò in silenzio senza entusiasmarsi. Un’altra volta, ed era alla fine del 2005, quando i cento saggi approvarono la «Carta dei Valori», Berlusconi tornò al lavoro contrariato. Continuava a chiedere: «Ma il popolo?», aggirandosi nervosamente tra i muri dell’ufficio. E incredibilmente, per uno come lui abituato a trattare sempre con cortesia qualsiasi tipo di collaboratore, se la prese con un commesso, al quale aveva chiesto un panino, che gli aveva invece portato un tramezzino rinsecchito. Un divario come questo, tra quelli che Berlusconi ancora non chiamava «parrucconi», e il popolo che lo aspettava sempre per strada, non poteva che aggravarsi dopo la grande manifestazione del 2 dicembre.

Berlusconi osannato da una folla festante, messo di fronte a una piazza in cui, con suo grande compiacimento, «le famiglie di Forza Italia marciavano a braccetto con gli ex missini romani e i leghisti padani», tornò a casa felice di aver visto «finalmente insieme, senza distinzioni, il popolo di centrodestra». Ormai, dopo la sconfitta elettorale, l’allontanamento di Casini e dell’Udc e con le angustie dell’opposizione, il progetto di Adornato per il Cavaliere era diventato acqua passata. Nel suo futuro c’era solo il popolo, il partito unico e cominciava ad esserci la signora dai capelli rossi, quella Michela Vittoria Brambilla oggi a capo dei circoli e nel cuore politico del Cavaliere. Ad Emilio Fede, che l’aveva conosciuta giovane giornalista, fece un certo effetto ritrovarsela davanti. «Eravamo ad Arcore, il presidente mi fa: ti dispiace se arriva la Brambilla? Ma figurati, dissi. Poi, vedendola arrivare, me ne andai».

A tutt’oggi, un termometro stabile degli umori interni del centrodestra, oltre che di casa Berlusconi, come il Tg4, non ha ancora dedicato un minuto, dicasi un minuto, alla regina dei circoli. Ma per il Cavaliere, già proiettato sul suo popolo e seccato per le resistenze interne del partito a cambiare, anche la fredda accoglienza riservata a MVB fu motivo di amarezza. Lei, la signora, non versava certo acqua sul fuoco, e in un’intervista disse che Dell’Utri e Tremonti, suoi avversari, erano come le mestruazioni: all’inizio fanno male ma poi passano. Una sera di luglio a Napoli in cui, con un caldo asfissiante, la gente lo aspettava a piazza Plebiscito, Berlusconi si rivolse così a Donato Bruno, ex presidente della commissione Affari istituzionali: «Guarda questa gente, con quaranta gradi mi aspettano da ore. Mi sai dire perché non riusciamo a dargli il partito che ci chiedono?». Il resto, è storia degli ultimi giorni.

La vigilia del voto decisivo alla Camera in cui Fini comincia a smarcarsi. La lite vera e propria con il leader di An, in cui si mescolano ragioni politiche e private, e minacce come quelle poi pronunciate pubblicamente, su un possibile appoggio di An alla legge tv antiMediaset di Gentiloni. Segue l’inutile lavoro dei pacieri, da La Russa a Gasparri, a Bonaiuti, ai coordinatori Bondi e Cicchitto. Finché, la sera prima del voto che segnerà la sua sconfitta in Senato, Berlusconi, stranamente, si lascia scappare una battuta in brianzolo: «Mi sun chì, che laùri per l’azienda, e chel là...» (Mentre io lavoro per l’azienda, quello là…). «Chel là», l’alleato ormai perduto, sta già preparando l’addio alla coalizione. Ora che la svolta è avvenuta, e la domenica di piazza San Babila si compone e scompone nei racconti degli ex azzurri, tutti si chiedono cosa accadrà.

C’è chi non perdona il gesto da autocrate: «Noi ce ne andiamo a fare un’altra cosa, con Pisanu, con Scajola, speriamo anche con Montezemolo e Pezzotta. E se Mastella si convince…», sospira Sanza. Altri, come Bruno, sono intenti a rassicurare la periferia e la burocrazia del partito, i coordinatori locali: «Berlusconi è prudente, saprà recuperare, ha già detto che Forza Italia resterà il tronco del nuovo partito». Altri ancora si sentono sotto tiro, come gli (ex) coordinatori nazionali del partito in liquidazione. «Ma alla fine non mi preoccupo – spiega Cicchitto -. Ne ho viste tante, e qui tutto torna in discussione, chi ha più filo tesserà. In Italia si passa dalla pace alla guerra velocemente, e pace e guerra non si fanno mai seriamente».

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« Risposta #1 il: Gennaio 30, 2008, 11:00:54 »

30/1/2008
 
Aspettando il miracolo
 
MARCELLO SORGI

 
Come e più delle precedenti, la giornata finale delle consultazioni al Quirinale ha fatto calare uno spesso velo di pessimismo sull’esito di una crisi al momento senza sbocchi. Delle diciannove delegazioni (tanti sono i gruppi che si sono presentati), la più attesa era quella di Forza Italia, guidata dal capo dell’opposizione. Ma Berlusconi, a chi si aspettava delle novità e almeno uno spiraglio che aprisse la strada alla ricerca di una soluzione, non ha dato alcun conforto. Ha detto che non ci sono, a suo giudizio, le condizioni, neppure per dar vita a un governo cosiddetto «di scopo», per varare una nuova legge elettorale prima di andare a elezioni. Ha sottolineato che fin qui l’accordo è mancato anche all’interno della (ex) maggioranza. E s’è preso pure il lusso di dichiararsi disponibile in questo senso per dopo il voto.

Questo del tentativo di convincere Berlusconi a un gesto di responsabilità, proprio nel momento in cui il suicidio del centrosinistra gli apre un’inattesa prospettiva elettorale, è l’estremo paradosso di questa crisi. Berlusconi è stato, non solo di recente, ma dal momento della sua entrata in politica (e sono ormai quindici anni) l’avversario più sfidato, contestato, demonizzato, da parte di un centrosinistra che nella guerra al Cavaliere aveva trovato un cemento.

Forse l’unico cemento di un’alleanza che per il resto faceva acqua un po’ da tutte le parti. Le rare volte che s’è tentato di trasformarlo da nemico in interlocutore l’Unione è andata in pezzi. Chi ci aveva provato (D’Alema prima e adesso Veltroni), ne ha dovuto pagare care le conseguenze. Figurarsi, oggi, a volerlo alleato.

Che poi Berlusconi, già ai tempi della Bicamerale dieci anni fa, non si sia rivelato fino in fondo affidabile, è sicuro. Così come il fatto che il non aver voluto affrontare seriamente il problema del conflitto d’interessi tra il suo ruolo politico e quello di imprenditore renda a tutt’oggi difficile un dialogo con lui.

E tuttavia, come Prodi, anche Berlusconi è reduce da un’esperienza di governo deludente, per effetto delle divisioni interne della sua maggioranza, della mancanza di riforme che consentano davvero ai governi di realizzare i propri programmi e di una legge elettorale, voluta soprattutto dai suoi alleati, che ha portato lui e il centrodestra dal governo all’opposizione.

A lume di naso, dunque il Cavaliere avrebbe un certo interesse a cambiare questa legge e a introdurre qualche riforma per non ritrovarsi, anche da vincitore, a stentare alla guida di un altro governo traballante. Ma da quel che ha detto ieri al Quirinale, e che tutti avevano capito nei giorni scorsi, c’è da giurare che non cambierà posizione.

Forse il massimo da aspettarsi è che l’euforia berlusconiana di questi giorni lo porti a esagerare, come ha fatto con l’improbabile, e smentito, annuncio di una nuova marcia su Roma, al punto da sollevare reazioni impreviste nel suo campo e in quello del centrosinistra. Qualcosa s’è visto, tra i centristi di Casini e anche all’interno di Forza Italia. Ma è ben poca cosa, al momento, per appenderci le speranze di ricostituire una maggioranza che sostenga un governo. È esattamente di questo che il Capo dello Stato ha bisogno per dare un incarico. Le sollecitazioni che da molte parti, compresi pezzi importanti della società civile, gli arrivano, non bastano a cambiare una situazione che inclina verso il pessimismo. Dopo l’uscita di Berlusconi infatti, anche i timidi distinguo, venuti dall’Udc e dai centristi del centrodestra solitamente più critici verso il Cavaliere, hanno cominciato a ritrarsi.

Resta solo da vedere se un’eventuale decisione del Presidente della Repubblica a favore di un incarico possa spostare qualcosa - e cosa? - all’interno della (ex) maggioranza. Di una marcia indietro di Mastella e Dini, o degli altri (Fisichella, Turigliatto) che in ordine sparso hanno atterrato il governo al Senato, non si sente alcun accenno. Né si può prevedere quale sarebbe la risposta di Prodi di fronte all’ipotesi di un centrosinistra che liquidi il presidente scelto dagli elettori e si ricostituisca attorno a un nuovo premier. Quando successe la stessa cosa dieci anni fa, la reazione fu funesta.

Al momento dunque un miracolo, forse solo un miracolo, può portare il Paese a riavere un governo. Nelle crisi italiane succede, è accaduto già altre volte e Napolitano, pur essendo soltanto un uomo politico, ha le carte in regola per provarci. Va da sé che vivere aspettando il miracolo non è proprio una gran cosa.
 
da lastampa.it
« Ultima modifica: Maggio 09, 2009, 10:39:49 da Admin » Loggato
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« Risposta #2 il: Febbraio 24, 2008, 04:05:19 »

24/2/2008
 
Oggi siamo come la Germania del 1966
 
Marcello SORGI

 
Larghe intese, giusto per sapere di cosa si parla. Fino a una settimana fa, a solo nominarle in un programma tv, si correva il rischio di essere linciati. Adesso, pur smentite, sono diventate «un'ipotesi di scuola» (Berlusconi) o qualcosa di cui «si poteva parlare prima» (Veltroni).

Se ne parlerà anche dopo, ovviamente, se nessuno dei due partiti maggiori riuscirà ad ottenere una vittoria chiara, e sopratutto se il Senato resterà, come nella precedente legislatura, e grazie alla legge elettorale non riformata, ingovernabile.

Larghe intese, giusto per sapere di cosa si parla. L'esperienza in corso in Germania, con il governo di Angela Merkel, fa pensare al modello tedesco, invano inseguito anche da noi fino a prima della crisi e dello scioglimento delle Camere. In realtà la situazione italiana somiglia di più a quella tedesca del 1966, quando la prima grande coalizione nacque ad opera di Willy Brandt, ai primi accenni di un calo della crescita che preludeva a una crisi economica e di fronte alla necesità di riformare la legge elettorale con il concorso dei partiti maggiori.

Durò tre anni, fino al 1969. Le differenze tra allora ed oggi sono tante (la principale: negli Anni Sessanta la Germania era ancora divisa dal Muro di Berlino e dalla Guerra Fredda), la sensazione è che mentre la prima esperienza era in qualche modo inevitabile, la seconda sia nata più che altro per impotenza della politica e per l'aggressività, prevalentemente televisiva, nei confronti dell'emergente Merkel, del cancelliere uscente Schroeder (che dopo la sconfitta ha abbandonato la politica). Qualche punto di contatto con la situazione italiana, come si vede, c'è anche in questo caso.

Larghe intese, giusto per sapere di cosa si parla. Se invece ci si riferisce all'esperienza italiana dei governi di solidarietà nazionale guidati da Andreotti tra il 1976 e il 1979, prima con l'appoggio esterno del Pci (la famosa «non sfiducia» che gli ambasciatori inglesi e americani faticavano a tradurre e a spiegare), diciamo la verità, il precedente è difficile da riadattare all'attualità. C'erano tutta una serie di emergenze, poi superate, per fortuna, e non grazie a quei governi: terrorismo, crisi economica, inflazione a due cifre, aggancio mancato (e centrato in ritardo, dopo la rottura con i comunisti) al sistema monetario europeo, sequestro e assassinio di Moro, il vero padre delle larghe intese italiane. In breve, partiti dall'incontro alto tra Moro e Berlinguer, che teorizzava il «compromesso storico» tra i due grandi partiti, si arrivò agli scoponi domenicali a casa di Guttuso, tra lo stesso pittore, Andreotti, il cardinale Fiorenzo Angelini, che non era proprio un «principe della Chiesa», e Bufalini, in quel periodo uno degli uomini più vicini al segretario comiunista, e ambasciatore del Pci in Vaticano. Speriamo proprio che se larghe intese dovranno riessere, tra Berlusconi e Veltroni, tra Letta e Bettini, si faccia almeno tesoro degli errori di quell'esperienza.
 
 
da lastampa.it
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« Risposta #3 il: Marzo 04, 2008, 03:49:31 »

4/3/2008
 
Fini, An e il coraggio del "passo indietro"
 
MARCELLO SORGI
 

L’uscita di Gianfranco Fini sui lavori forzati, sulla proposta, cioè, di condannare a lavorare gratis chi danneggia il patrimonio pubblico almeno fino a che il valore delle prestazioni gratuite non sia pari ai danni provocati, ha riacceso i riflettori sul leader di Alleanza nazionale che alla vigilia dello scioglimento delle Camere, con una svolta improvvisa, ha aderito al progetto di Berlusconi di fondare il nuovo partito del Popolo delle libertà e ha dato il via al processo che porterà An, dopo le elezioni, prima a confluire in un gruppo parlamentare unico e poi a sciogliersi definitivamente. Molto più che il vecchio Msi, di cui pure era stato segretario come delfino del leader storico Almirante, Alleanza Nazionale è stata, per quattordici anni, la creatura politica di Gianfranco Fini, il veicolo su cui trasportare il gruppo dirigente e l'elettorato missino in un'area e in una logica di governo, fino alla completa rinnegazione di ogni nostalgia fascista o post-fascista. In questo senso Fini a destra ha svolto l'opera che a sinistra e nel Pci era toccata ad Occhetto.

Proprio per queste ragioni la svolta verso l'ingresso nel Pdl e il ritorno a fianco di Berlusconi, dopo le aspre polemiche che avevano accompagnato il famoso "discorso del predellino" - quando a metà novembre il Cavaliere annunciò la nascita del nuovo partito a Milano a Piazza San Babila, senza neppure avvertire il gruppo dirigente di Forza Italia - ha il segno, non solo di una svolta politica, ma personale. Fini infatti è il primo leader della Seconda Repubblica che rinuncia al suo ruolo di guida, non perché battuto, ma perchè ha scelto di costruire una nuova forza politica all'interno della quale, al momento, lui non potrà essere il numero uno, nè il candidato alla premiership, compiti riservati a Berlusconi. La "governance duale" grazie alla quale sono avvenute in Italia le grandi fusioni bancarie, in politica non è prevista. E già da questi primi giorni di campagna elettorale è evidente che Fini, per la prima volta dopo venti anni, sale sul palco non più da leader, ma da cofondatore del Pdl e in sostanza da numero due. Un ruolo tutto da inventare, che lo mette in una posizione privilegiata in caso di successione a Berlusconi, ma che, nel momento in cui quella successione non è alle viste, lo obbliga a cercare uno spazio con nuove idee, iniziative, proposte. Insomma facendo politica.
 
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« Risposta #4 il: Marzo 05, 2008, 09:59:25 »

5/3/2008
 
Quando si affaccia il timore di vincere
 
MARCELLO SORGI
 

La polemica sul pareggio sta diventando un classico di tutte le elezioni.

Chi lo evoca, come ha fatto ieri Veltroni a «Porta a porta», è come se dicesse ai suoi elettori: «Ancora un piccolo sforzo ed è fatta». Chi lo nega, come ha reagito subito Berlusconi a «Sky Tg 24», vuol dare la sensazione di una sicurezza anche superiore a quella che in realtà alberga nel suo animo. In genere, le altre volte, tutto si esauriva solitamente in giornata, o in un paio di giorni, come qualsiasi argomento elettorale in una campagna che ha bisogno tutti i giorni di novità. Se non che, la volta scorsa, nel 2006, a sorpresa, il pareggio uscì dalle urne, con Prodi vincitore per 24mila voti che fece finta di non accorgersene e spiegò che governare con una maggioranza risicata poteva anche essere più «sexy», e Berlusconi che dopo aver fatto l'offerta di un esecutivo di larghe intese, di fronte al rifiuto del Professore, la ritirò sdegnato, e partì all'attacco con un'opposizione durissima e senza sconti. Il risultato è stato una legislatura di soli venti mesi, un governo stentato che alla fine è caduto rovinosamente, e un'opposizione che ha accumulato un vantaggio elettorale difficile da scalfire.

Ammesso, e speriamo non concesso, che Veltroni riesca a realizzare la rimonta come fece Berlusconi nel 2006, e che di nuovo dalle urne del 13 aprile esca un vincitore alla Camera (grazie al premio di maggioranza concesso dal «Porcellum»), ma non al Senato, il leader del Pd si comporterebbe come il Cavaliere la volta scorsa? O inaugurerebbe da subito un'opposizione intransigente?

Sul palcoscenico tv più abituato agli annunci importanti, Veltroni è parso cauto, e in qualche modo disponibile a stabilire un'intesa (di governo? tra governo e opposizione stile Bicamerale 1996?, questo non l'ha detto) a tempo con l'avversario: riforme e poi ritorno alle urne. Ed è parso di capire che questa proposta resterebbe in campo sia che il Pd uscisse in pareggio dalla parte della vittoria, sia che si trovasse sconfitto, ma dominante, in un Senato in cui il Pdl non potesse contare su una maggioranza chiara.

Il Cavaliere, invece, per ora non vuole neppure prendere in considerazione l'ipotesi, magari per scaramanzia. Parlare di pareggio, per uno che sulla carta è già vincitore, sarebbe un segno di debolezza imperdonabile. Berlusconi e Veltroni infatti corrono per vincere, anche se forse temono allo stesso modo la vittoria.
 
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« Risposta #5 il: Giugno 28, 2008, 05:47:21 »

28/6/2008
 
Strategia della fretta
 

 
MARCELLO SORGI
 
Silvio Berlusconi non ha avuto certo grande sensibilità politica nel volere a tutti i costi che il Consiglio dei ministri approvasse il disegno di legge sull’immunità per le quattro maggiori cariche dello Stato proprio ieri, all’indomani della pubblicazione delle nuove intercettazioni telefoniche sul caso Saccà-Rai in cui è coinvolto, e dopo due settimane di scontri e polemiche sulla giustizia, che rievocano il clima della legislatura 2001-2006 e la stagione delle «leggi ad personam».

Anche senza cedimenti, di cui peraltro il presidente del consiglio non ha alcuna intenzione, un breve rinvio avrebbe significato un segno d’attenzione per l’accorto lavoro di mediazione che dal Quirinale il presidente della Repubblica sta svolgendo, con le frange più radicali della magistratura e con le anime più dialoganti dell’opposizione, per arrivare a conseguire, se non lo stesso, un risultato simile a quello che si propone il governo: ma senza rotture e conflitti istituzionali come quelli sfiorati tante volte negli ultimi giorni.

Sbaglierebbe tuttavia chi pensasse che il premier si muova con tanta fretta perché teme di essere messo fuori gioco a sorpresa da un improvviso rovescio giudiziario nei processi che lo riguardano, o da un inizio di logoramento politico come quelli a cui prima o poi vanno soggette anche le maggioranze più granitiche.

Al contrario il Cavaliere accelera, e chiude la porta a qualsiasi compromesso, perché è convinto che gli obiettivi che si è proposto siano ormai a portata di mano, e il conseguirli dipenda solo dalla sua determinazione.

Berlusconi sa, in altre parole, che il suo programma è in larga parte quello che Prodi ha provato a realizzare senza riuscirci, e che i problemi che ha deciso di affrontare sono gli stessi che i governi, tutti i governi prima del suo, si sono trovati davanti, nei quindici anni di transizione in cui la Seconda Repubblica non è mai riuscita a decollare. A cominciare dall’immunità parlamentare, che già Amato provò a restaurare nel '93, prima di essere travolto dal rifiuto di Di Pietro e degli allora suoi colleghi magistrati di Tangentopoli, e che anche Flick, ministro di giustizia del primo governo Prodi del ‘96, tentò di riproporre, salvo a perderci il posto per l’opposizione del potente partito dei magistrati in Parlamento. Dopo di lui, fu Maccanico a fallire. Così che, con la lunga lista delle vittime che comincia da Conso e finisce con Mastella, il ruolo del Guardasigilli, quale che sia la persona chiamata a ricoprirlo, è diventato ormai quello di un morto che cammina.

Uno schema del genere non cambia se si parla di sicurezza o di intercettazioni. Che una larga parte del decreto varato da Berlusconi e dal ministro Maroni come primo atto di governo corrisponda ai piani anticriminalità messi a punto (e rivelatisi impraticabili per i “no” della sinistra radicale) da Amato ministro dell’interno, è notorio. Ed è altrettanto acclarato che una limitazione nell’uso delle intercettazioni fosse già tra gli obiettivi dei Ds, colpiti ai massimi livelli, con Fassino e D’Alema, dall’inchiesta Fiorani-Consorte-Bnl. Se non fosse sufficiente, si consiglia la lettura degli ultimi verbali, per capire che accanto ai due maggiori protagonisti, Saccà e Berlusconi, delle novemila telefonate intercettate, ce ne sono tanti altri, da Rutelli a Bordon, a (di nuovo) Fassino per tramite dei suoi più stretti collaboratori, quanti basta per capire che la fiction-mania, e gli affari ad essa legati, interessavano un quadro politico da larghe intese.

Allo stesso modo non sono una novità le ingerenze o i conflitti con il Consiglio superiore della magistratura: non a caso i procedimenti interni all’organo di autogoverno dei giudici contro magistrati come la Forleo o De Magistris sono avvenuti (e concluso, il primo, ieri, con l’assoluzione della gip) sotto il governo Prodi, annunciati o sollecitati da ispezioni e procedimenti disciplinari che era il ministro di giustizia ad innescare. Per non dire di quella volta, ma è storia ormai di molti anni fa, che Cossiga dal Quirinale dovette minacciare di mandare i carabinieri a Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, per impedire che il Consiglio si riunisse con all’ordine del giorno la censura al governo.

Per finire (o per continuare, visto che l’elenco è molto lungo) si potrebbe fare l’esempio dell’immondizia di Napoli. Se il governo riesce davvero a eliminare, o almeno a ridurre, i cumuli di rifiuti che da mesi marciscono sulle strade, i primi beneficiari, oltre ai cittadini partenopei, saranno il governatore Bassolino e il sindaco Iervolino, fin qui incapaci di superare l’emergenza, e accusati per questo dal centrosinistra di aver fatto perdere le elezioni al Pd. Questo è il punto. E qui sta la contraddizione in cui si trova il Pd: se l’opposizione, per fare il suo mestiere, deve opporsi anche a quel che Prodi e i suoi ministri volevano realizzare fino a qualche mese fa, diventa alto il rischio di far confusione e più ampi i margini del Cavaliere di guadagnare consensi.

Berlusconi dunque accelera perché si sente in una posizione di vantaggio. Quando invece, davanti a una strada in discesa, avrebbe tutto l’interesse a percorrerla con prudenza. Evitando forzature, come quelle degli ultimi giorni, che paradossalmente rischiano di trasformarlo in ostacolo di sé stesso.
 
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« Risposta #6 il: Luglio 15, 2008, 05:27:14 »

15/7/2008
 
Modello tedesco
 
 
 
 
 
MARCELLO SORGI
 
Sarà pure la Grande Riforma, il tema attorno a cui ieri hanno discusso appassionatamente per ore due leader di opposizione come D’Alema e Casini, l’ambasciatore (il ministro Calderoli) di un leader di maggioranza come Bossi, il fior fiore dell’Associazione costituzionalisti, compresa una delegazione dei costituzionalisti dissidenti che hanno appoggiato il Lodo Alfano, oltre, ovviamente, a parlamentari, tecnici, professori e osservatori qualificati di ben 14 diverse fondazioni.

Ma un po’ per il clima ancora di scontro, che non pare dei più propizi, un po’ per il tenore di certi interventi che vanno letti tra le righe, il vero oggetto del contendere del convegno, nato con l’ambizione di segnare un punto di svolta, nel dialogo fin qui inconcludente tra maggioranza e opposizione, era chiaramente il dopo-Berlusconi. Argomento delicato e realisticamente non all’ordine del giorno, a pochi mesi dalla terza vittoria elettorale del Cavaliere e dalla nascita del suo quarto governo. E tuttavia, mai come di questi tempi, discusso, all’inizio della legislatura che potrebbe sancire, di qui al 2013, il ventennio del leader del centrodestra.

Ovviamente nessuno si propone di far fuori Berlusconi con una trappola o un’«intentona», e la stessa via giudiziaria, che in tempi passati era apparsa ai suoi avversari come la più concreta, sta per essere neutralizzata dalla legge sull’immunità per le alte cariche dello Stato. Si tratterebbe, piuttosto, di trovare un metodo, il più possibile condiviso, per arrivare a un’alternativa non solo politica, di sinistra o di destra, ma in qualche modo anche istituzionale, alla lunga stagione di potere del Cavaliere. Una strada per uscire dallo scontro selvaggio, personalistico, e dalla campagna elettorale permanente, che, vuoi o non vuoi, si ripropone tutte le volte che Berlusconi vince e torna al governo. E per chiudere con un sistema di regole nuove la lunga, infinita, transizione italiana.

Ci sono stati due approcci al problema, dal 14 aprile ad oggi. Uno, a partire dall’iniziativa dello stesso Berlusconi, ha instaurato il dialogo tra il premier e il capo dell’opposizione e la consultazione permanente Veltroni-Letta. Di qui, sulla base della disponibilità del leader del Pd di votare una serie di riforme concordate, si sarebbe dovuto dar vita a una legislatura costituente, breve ma molto produttiva. Alla fine della quale, diciamo dopo tre anni, un Berlusconi rinnovato, ammantato di toga istituzionale e circondato dal rispetto che si deve ai padri costituenti, sarebbe stato pronto per essere giubilato e trasferito al Quirinale. Naturalmente restava il problema della prematura uscita di scena dell’attuale Capo dello Stato che tutto questo avrebbe comportato. Ma in qualche modo, almeno nei piani, il ridisegno dell’impianto istituzionale l’avrebbe giustificata, mentre destra e sinistra, in nuove elezioni anticipate, sarebbero tornate a contendersi la guida del Paese.

Anche se questo disegno non è stato mai ufficializzato esplicitamente (solo Berlusconi, al suo solito, ci ha scherzato su), qualche accenno, qualche immancabile discorso di corridoio - oltre all’accelerata del premier sulla legge blocca-processi - sono bastati a farlo saltare per aria, a colpi di girotondi, di rigurgiti di antipolitica, di manifestazioni di comici in Piazza Navona e di urla di Di Pietro, il leader che ha tratto più vantaggio da questa stagione. Ad oggi, sembra molto difficile che Veltroni, pur distinguendosi meritoriamente dalle furie estremiste, possa avventurarsi di nuovo sulla strada del dialogo, a pochi mesi dalla campagna elettorale per il referendum e le elezioni europee.

Ma con gran dispetto proprio del leader del Pd, che si ritiene l’unico titolato ad aprire e a chiudere il dialogo sulle riforme, la seconda strada per il dopo-Berlusconi l’hanno aperta ieri D’Alema e i suoi interlocutori. Essa prevede di andare avanti con o senza il consenso di Berlusconi, e si rivolge a tutti quelli che dentro la maggioranza e l’opposizione hanno a cuore il problema. A Bossi, per esempio, che dopo l’esperienza della legislatura 2001-2006 sa bene che solo l’approvazione con una maggioranza parlamentare di due terzi garantisce il federalismo da una successiva abrogazione referendaria. E a Casini, per fare un altro esempio, che, stanco delle pene dell’opposizione, potrebbe trovare nel sistema elettorale tedesco l’occasione di rilancio delle proprie ambizioni centriste e forse anche della candidatura per la leadership del governo. E va da sé che il convitato di pietra, assente al convegno di ieri, ma interessato per forza di cose a un processo del genere e impossibilitato a restarne fuori, è il presidente della Camera Fini.

Nella lunga storia della Grande Riforma, il dialogo si è sempre fatto fa in due, prevedendo che un terzo ne facesse le spese. Nella Prima Repubblica, ai tempi della Commissione Bozzi, De Mita cercava il dialogo con Berlinguer per ridimensionare Craxi. Nella seconda, ai tempi della Bicamerale D’Alema, Prodi si sentiva la vittima designata, e giocò tutto, salvo poi perderci il posto, per far sì che Berlusconi gettasse all’aria il tavolo delle riforme.

Ma stavolta, nel triangolo D’Alema-Casini-Bossi, non c’è solo il Cavaliere, che avendo la guida del governo e alle sue spalle, fresca, una grande vittoria elettorale, ha ancora molte frecce al suo arco, sia per dialogare con D’Alema, sia per evitare di finire travolto dalla nuova stagione riformista. Accanto a lui, paradossalmente, c’è anche il leader del Pd che ha appena rotto il dialogo. Perché se il sistema elettorale diventa simile a quello tedesco, se si sceglie la via del ritorno al proporzionale, è l’equilibrio bipartitico, oltre a tutto l’impianto maggioritario della Seconda Repubblica, che viene messo in discussione. Si correrebbe, alla fine, per Palazzo Chigi, in tre o in quattro piuttosto che in due, e gli accordi finali sul governo, anziché essere presi prima di fronte agli elettori, verrebbero poi stabiliti in Parlamento come ai tempi della Prima Repubblica.
Così è possibile che del dopo-Berlusconi si continui a discutere a lungo, con o senza il Cavaliere.

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« Risposta #7 il: Ottobre 27, 2008, 03:51:13 »

27/10/2008
 
Ultimi fuochi
 
 
MARCELLO SORGI
 
Da sinistra a destra, all’indomani del corteo del 25 ottobre, tutti si chiedono cosa farà Veltroni, quali saranno le sue prossime scadenze, quali i suoi nuovi obiettivi. Ieri Berlusconi lo ha punzecchiato, minimizzando la riuscita della manifestazione di sabato. Ma il segretario del Pd, in un’intervista al Tg1, ha cercato egualmente di capitalizzare il risultato che per molti ha segnato la rinascita del suo partito e della sua leadership personale, dopo i lunghi mesi difficili seguiti alla sconfitta elettorale e all’abbandono della strategia del dialogo con il governo, inaugurata, e subito accantonata, in apertura della legislatura.

In qualche modo Veltroni è oggi nella stessa situazione in cui si trovava Berlusconi nel 2006: con un colpo di schiena s’è rimesso in piedi, dopo un periodo in cui pareva giorno dopo giorno soccombere agli attacchi interni delle varie componenti del Pd e alla dura campagna di delegittimazione orchestrata dal centrodestra nei suoi confronti.

E anche se, diversamente dal Cavaliere quand’era all’opposizione, realisticamente non può puntare alla caduta del governo, ben più solido di quello traballante di Prodi, Veltroni deve comunque fare una scelta, tra la spinta antagonista venuta dai marciatori del Circo Massimo e l’identità riformista, di vera alternativa di governo, che il Pd s’è data fin dalla nascita.

Al dunque, questa è la vera differenza tra i due cortei e i due popoli che in meno di due anni hanno sfilato per le stesse vie di Roma, mostrando le due facce prevalenti di un Paese che tuttavia coltiva ancora una diffidenza di fondo per la politica. Mentre infatti Berlusconi marciava alla testa della sua gente per obiettivi che erano della sua gente, come la riduzione del costo dello Stato e di conseguenza delle tasse, la ristrutturazione di tutti i comparti pubblici e l’eliminazione dell’assistenzialismo, a vantaggio di più concorrenza, opportunità per i privati e allargamento del mercato, Veltroni, concordando nel suo discorso di sabato su una parte degli stessi traguardi, si ritrovava a schierarsi contro i desideri di buona parte del popolo del suo partito.

Basti pensare a quanti, tra quelli che sono andati al Circo Massimo, sono convinti che i salari, l’assistenza e i posti di lavoro debbano crescere, e le tasse scendere, indipendentemente dal risanamento dei conti dello Stato. E a quanti - non solo i maestri elementari colpiti dal decreto Gelmini - ritengono che i contratti del pubblico impiego debbano essere irrobustiti e firmati, a prescindere dal numero degli stipendi che ogni mese lo Stato paga oggi e dovrà pagare nei prossimi anni, nonché da ogni ragionevole progetto di ristrutturazione che premi il merito invece che il numero dei dipendenti statali, e si proponga di introdurre nel settore pubblico le normali regole che da anni governano il lavoro nelle aziende private.

Se Veltroni - come aveva fatto a Torino all’atto della sua incoronazione a segretario del Pd, e come aveva continuato a fare durante la campagna elettorale - avesse detto anche una sola di queste verità al popolo del Circo Massimo, probabilmente avrebbe rischiato dei fischi. E se avesse aggiunto - più o meno come nel primo discorso alla Camera da capo dell’opposizione - che con un governo che poggia su una così forte maggioranza parlamentare, piuttosto che cercare di abbatterlo, è più facile collaborare, nell’interesse del Paese e nella prospettiva di poterlo sostituire nella prossima legislatura, avrebbe dovuto temere anche il peggio.

Ma questo è appunto l’arduo compito dei leader: muovere la società civile con le proprie battaglie ideali, raccoglierne il consenso, e indirizzarlo poi politicamente nella giusta direzione. Del resto, nella situazione in cui siamo e di fronte all’aggravarsi, giorno dopo giorno, della crisi economica mondiale, anche molte delle parole d’ordine su cui Berlusconi ha costruito il suo successo sono destinate ad appannarsi. Perché ad esempio, nell’era degli aiuti di Stato alle grandi banche, e - presto - alle aziende private in difficoltà, sarà più duro chiedere ai dipendenti pubblici, dagli insegnanti ai semplici impiegati della Cgil che si rifiutano di firmare il contratto proposto dal ministro Brunetta, di sopportare sacrifici diversi, o addirittura superiori, a quelli, per dire, dei dipendenti bancari che in Italia vengono salvati, e non mandati a casa com’è accaduto in America a quelli della Lehman Brothers.

Così, mentre tutto - dalla scuola alla Rai, alle prossime elezioni europee - politicamente porta il capo del governo e quello dell’opposizione a uno scontro più aspro, sarà il contesto tragico della crisi mondiale a spingerli a un ripensamento, e a una ripresa, è sperabile, seppur guardinga, dello spirito di collaborazione.

Allo stato attuale - visti anche i sondaggi, che puniscono simmetricamente maggioranza e opposizione in eterna lotta tra loro - non resta che augurarselo. E non solo per la stanchezza di un confronto quotidiano degenerato ormai troppo spesso a scambio di insulti. Nei momenti delicati, per il bene del Paese, sia governare sia stare all’opposizione vuol dire fare quel che si deve, non quel che si vuole. E, giunti agli ultimi fuochi, Berlusconi e Veltroni almeno questo dovrebbero saperlo. Se non lo sanno, ormai, al punto in cui sono arrivate le cose, dovrebbero aver cominciato a capirlo.
 
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« Risposta #8 il: Novembre 01, 2008, 10:12:32 »

1/11/2008
 
Successo amaro
 
MARCELLO SORGI

 
Anche se l’estremo miracolo di «san» Letta, invocato da Berlusconi, ha impedito che il governo riprecipitasse nel gorgo dell’Alitalia, la giornata che ha visto in forse per molte ore il salvataggio della compagnia di bandiera, a solo un mese dalla firma solenne dell’impegno per la privatizzazione, merita di essere ricordata per molte ragioni, e per gli insegnamenti che lascia sul campo.

Prima di tutto l’insorgere dei piloti, seguiti dagli assistenti di volo, che si rifiutavano di firmare il contratto e consentire il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia. Ufficialmente si trattava di una serie di dettagli - a cominciare dalla disciplina dei riposi e dalla disponibilità dei parcheggi per gli equipaggi, che non verranno più portati a Fiumicino da autisti -, di quelli che possono ingolfare una trattativa sindacale. Ma la partita vera, si capiva benissimo, rimane il governo effettivo dell’azienda che sta per nascere, e dove, com’è logico nelle società private, gli stessi piloti e assistenti di volo non potranno più dettare le loro condizioni al management.

Ma accanto alla resistenza dei veri e vecchi padroni della vecchia Alitalia (in cui i dirigenti di Stato avevano da tempo rinunciato ad esercitare le loro prerogative), la novità che ha tenuto per qualche ora con il fiato sospeso il governo è stata l’oscillazione dei nuovi, la cordata di imprenditori, guidati da Roberto Colaninno, che solo in serata, allo scoccare quasi della scadenza fissata da Gianni Letta, hanno presentato la loro «offerta vincolante» e confermato definitivamente l’impegno assunto un mese fa per il salvataggio della compagnia.

Nelle lunghe ore che hanno preceduto la mossa di Colaninno, ogni genere di pensieri è passato per la mente di Berlusconi, che in un momento già di difficoltà e di tensione per gli esiti dello scontro sulla scuola, dopo la frettolosa approvazione del decreto Gelmini, rischiava di veder cancellato il secondo dei successi del suo governo. Un mese fa la firma del primo accordo, seguita a dodici giorni di trattativa ininterrotta, veniva dopo l’annuncio della soluzione del problema della mondezza di Napoli. Un mese dopo, invece, in piena crisi economica, il riaprirsi del problema Alitalia avrebbe inaugurato una brusca inversione di tendenza.

Meglio così, tutto è bene quel che finisce bene. Ma dalla tormentata giornata appena trascorsa si può ricavare ancora una considerazione. Fino a settembre la vendita Alitalia rappresentava l’ultima privatizzazione del decennio virtuoso incominciato con la Telecom dieci anni fa. La tumultuosa trasformazione dello scenario economico, la caduta mondiale delle banche e delle borse, l’intervento dei governi, con il recupero della ormai vilipesa logica degli aiuti di Stato, ha fatto sì che la trattativa sulla stessa Alitalia, da ultima della vecchia era, diventasse la prima della nuova. Nella quale, non essendo prevedibile fino a che punto la crisi arriverà, tutti cominciano a fare diversamente i propri conti e a mutare le proprie aspettative.

Così è possibile che nelle ore più incerte di ieri, sull’onda dell’inaccettabile gioco di veti dei piloti, anche qualcuno all’interno della cordata imprenditoriale abbia pensato che prendere un po’ di tempo, rinviando la conclusione dell’accordo, avrebbe spinto il governo, e le banche in attesa di soccorso, ad allargare i cordoni della spesa. Va detto che se questo non è accaduto, si deve alla durezza - prima che alla «santità» - dell’ultimatum posto da Letta agli imprenditori. Ma ormai è inutile nascondersi che per il modo in cui s’è risolta, se davvero si può esserne certi, la vicenda Alitalia lascia ancora una volta l’amaro in bocca. È un altro segno che governare nei prossimi mesi diventerà, giorno dopo giorno, sempre più difficile.

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« Risposta #9 il: Novembre 07, 2008, 10:11:00 »

7/11/2008
 
Stili
 
MARCELLO SORGI

 
Non fosse per la gaffe di Berlusconi su Obama «abbronzato», la cosa che ha più colpito in Italia, dopo la straordinaria vittoria del nuovo Presidente americano, è l’elegante modo del suo sfidante di accettare la sconfitta. Oltre a congratularsi con il suo avversario a conclusione della lunga corsa elettorale, McCain gli ha fatto gli auguri più sinceri e ha promesso aiuto e collaborazione «nell’interesse del Paese».
Ecco, una cosa assolutamente normale, in una normale democrazia come gli Usa, qui da noi è rimbalzata per ore tra tv, radio e siti Internet, accompagnata da stupore, consensi e critiche, senza per questo che il chiacchiericcio politico italiano accennasse, neppure a una tregua, ma ad abbassare il consueto volume degli insulti.

Da mesi ormai, e perfino da anni, è così. Meravigliarsi per la civiltà dei rapporti tra i due uomini su cui ha scommesso l’America è logico in un Paese, come il nostro, in cui i candidati non smettono mai di accapigliarsi, di darsele, di promettersele, di scambiarsi il guanto dei padrini per un duello infinito in cui è sottinteso che nessuno mai riuscirà a prevalere.
Quando Prodi nel 2006 vinse, sia pure di misura, le elezioni, Berlusconi non gli telefonò certo per congratularsi né per promettergli aiuto e collaborazione. Scatenò invece una campagna furibonda contro la presunta illegalità della vittoria del Prof., chiese subito la riconta dei voti, poi minacciò di arruolare a qualsiasi costo gli sparuti senatori su cui la maggioranza si reggeva a malapena al Senato, fino a che, è ormai un dato assodato, non riuscì a convincere l’alleato più riottoso del vecchio centrosinistra, Mastella, a sfilarsi e a far cadere il governo.

Allo stesso modo - con la sola eccezione della telefonata fatta a denti stretti a Berlusconi per fargli i complimenti subito dopo il voto -, si sta comportando Veltroni. Benché la vittoria del centrodestra sia stata netta e il governo goda di solida maggioranza in entrambe le Camere, il leader del Pd, giorno dopo giorno, non perde occasione per accusare il Cavaliere di infischiarsene della Costituzione, violare sistematicamente le leggi o farne di nuove per evitare di rispondere dei suoi reati, nonché di puntare a una obliqua riedizione del fascismo, fingendo di essere democratico nei primi tempi per poi gettare la maschera di uomo di regime. E a una campagna così virulenta, Berlusconi risponde quotidianamente, personalmente («Veltroni è un leader inesistente!») o armando le mitragliatrici dei numerosi suoi collaboratori, che tutte le sere distribuiscono raffiche di dichiarazioni nei tg.

Non è un bel vedere, certo, né un bel sentire. E non è neppure una malattia cronica della nostra Repubblica, un virus incurabile. Tutt’altro: c’è stato un tempo, anzi, in cui i rapporti tra governo e opposizione, pur tesi, non degeneravano nello spettacolo quotidiano degli insulti. Se qualcuno esagerava, doveva risponderne: si trattasse di Craxi o Berlinguer (che una volta definì «pericoloso» il governo socialista), o di Formica e Andreatta (che riuscirono a provocare una crisi e a passare alla storia con la loro disputa sul nazionalsocialismo meglio nota come «lite delle comari»).

E sebbene si parli di Prima e Seconda, è in fondo la stessa Repubblica che continua, a suo modo, ma lo fa contorcendosi e non trovando più pace. D’altra parte, se la misura di tutto è diventata lo scherno, lo sgambetto, il togliersi prepotentemente la parola in tv, è fatale che il presidente del Consiglio - anche nella nuova veste composta con cui da mesi cerca di atteggiarsi alle responsabilità del suo ruolo -, incappi nella spropositata battuta sulla pelle «abbronzata» del primo Presidente nero della storia americana.

Magari, come gli capita spesso, Berlusconi lo ha fatto pure senza accorgersene, senza cattive intenzioni, senza neppure prevedere il caso internazionale che ne è nato. In buona fede, insomma, e nel suo stile. Come se appunto non fosse proprio lo stile - quello americano di McCain che si congratula con Obama e quello di Berlusconi che scherza sul colore della sua pelle - uno tra i primi connotati di una democrazia.

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« Risposta #10 il: Novembre 23, 2008, 11:39:51 »

23/11/2008
 
Un antidoto alla tv da panico
 
MARCELLO SORGI

 
Da qualche tempo Silvio Berlusconi si lamenta del catastrofismo con cui i media, a cominciare dalle tv, descrivono la crisi economica. Non manca giorno che le aperture dei Tg e le prime pagine dei giornali non si concentrino sulla congiuntura, che a catena, dopo le prime scosse sui mercati americani, ha investito tutto il mondo. Come altri premier suoi predecessori, ma con quel di più che gli viene dall’essere un uomo di televisione, Berlusconi critica, il numero, il linguaggio e la qualità dei servizi pubblicati e messi in onda. Ad esempio, quel dire e ripetere «baratro» per ogni buco che si apre nei conti pubblici, o «crollo» per sussulti o discese di Borse che hanno già bruciato la maggior parte del loro valore, o quell’ansioso rincorrere ogni minima ventilata possibilità di intervento sui tassi della Banca centrale europea, descrivendone sempre effetti e benefici, prodotti o mancati, con voluta esagerazione. O quei richiami ricorrenti e insistiti al ‘29, l’anno della peggior crisi americana, con cui tuttavia, a detta di molti esperti, l’attuale situazione ha ben poco in comune.

Ora, scaricare sull’informazione le conseguenze di previsioni sbagliate ed evidenti deficit di azione di governo è un vizio antico e diffuso. E Berlusconi, anche Berlusconi avrebbe torto, se non fosse che l’ondata mediatica da incubo-crisi sta creando un allarme generalizzato. Una paura che cresce continuamente, seguendo il ritmo frenetico dei media, si allarga, dilaga, e arriva a rendere la gente convinta di stare peggio di come sta. Dal panico alla paralisi e alla stagnazione dei consumi, come avvenne per un anno nella New York insanguinata dall’attentato alle Torri Gemelle, il passo è breve. La paura stessa innesca una spirale di depressione, che spinge all’avvitamento e al peggioramento dell’economia.

Intendiamoci, non c’è molto da rallegrarsi per il momento che stiamo vivendo. Eppure, la lentezza con cui, nelle fasi di crescita, l’Italia arranca, dietro ai suoi più giovani e dinamici concorrenti europei (non parliamo dell’America), oggi, inaspettatamente, ne addolcisce il declino. Pur sofferenti, le nostre due maggiori banche non sono arrivate al fallimento come la Lehman Brothers. Le piccole e medie aziende, che formano l’ossatura del sistema economico italiano, resistono pur tirando la cinghia. Le esportazioni flettono ma reggono. E in mancanza d’altro, le famiglie italiane, con la loro solidarietà interna, sopperiscono artigianalmente all’insufficienza degli ammortizzatori sociali. E’ su un quadro del genere, grave ma un po’ meno grave di quello di paesi più forti del nostro (vedi la Germania), che il panico e il diffondersi di un’ansia non commisurata al reale possono produrre risultati nefasti.

Proprio ieri il Financial Times - che a differenza di molti (non tutti) dei nostri giornali e tg, pubblica ogni giorno analisi approfondite e confronti di dati sull’andamento delle economie di tutto il mondo -, ammoniva sui «brividi» che la paura sta provocando sull’andamento dei principali mercati. E ricordava il commento fermo del presidente americano Roosevelt, ai suoi tempi, di fronte al crollo di metà della Borsa Usa: «Noi non dobbiamo aver paura di nulla, se non della stessa paura». Quanta saggezza e quanto senso di responsabilità in quelle parole pronunciate in un tempo terribile, con una guerra appena conclusa alle spalle. E quale distanza, dai quotidiani annunci di terremoti, che accompagnano i nostri giorni di crisi.

In sintesi, per quel che s’è potuto capire negli ultimi mesi, la situazione è tale che, o ci sarà la fine del mondo, oppure, come tutti si augurano, non ci sarà. Siccome non c’è ancora stata, è più possibile, o forse meno improbabile, che tutto quel che finora è andato giù tornerà a risalire, magari anche più velocemente del passato. Qualche consiglio, qualche approfondimento, e messaggi di rassicurazione, diffusi con serietà e competenza, non guasterebbero, mentre tutti vedono continuamente assottigliarsi il valore dei propri risparmi e crescere i timori per il futuro. Ma da soli, certo, è chiaro che non possono bastare.

Berlusconi dovrebbe passarsi una mano sulla coscienza. Non è isolato, anzi, può perfino aver ragione a lamentarsi degli effetti ansiogeni dei media. Ma non può negare che dopo un intervento tempestivo ed efficace, con il varo di due decreti, al momento dell’esplosione della crisi, da giorni e giorni ormai il governo annuncia un piano anticongiunturale che continua a non arrivare.

Nel frattempo, il Cavaliere, e con lui Veltroni, sembrano molto più attirati dalla leggerezza tragicomica della vicenda dei vertici Rai, piuttosto che dalla durezza dei problemi reali. Ma nelle more della guerra infinita sul dominio della tv, s’intuisce una sorta di lavorio, tutto interno al centrodestra. Una tensione tra il premier, che vuole a tutti i costi mettere soldi da spendere nelle tasche della gente, dando così una scossa positiva ai consumi addormentati, e il ministro dell’Economia, che pur avendo intuito in anticipo la gravità della crisi e consentendo sulla necessità di una svolta, deve far quadrare i conti pubblici e rispettare gli impegni presi a Bruxelles. Di rinvio e rinvio, l’urgenza delle decisioni è manifesta, insieme con la sua difficoltà. Se Berlusconi continua ad aspettare, poi non potrà lamentarsi, per aver letto, o sentito parlare in tv, di un suo «braccio di ferro» con Tremonti.
 
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« Risposta #11 il: Novembre 26, 2008, 11:20:53 »

26/11/2008
 
I tagli e le toppe
 
MARCELLO SORGI
 
A tre giorni dal tragico incidente nel liceo Darwin di Rivoli, con un morto e feriti gravi, dalla scuola italiana arriva un bollettino di guerra.


Un bambino sfuggito alla sorveglianza della maestra, caduto dal terzo piano della scuola elementare «Cappellini» nella periferia Nord di Milano e ricoverato in coma in ospedale. Allarme del preside dell’Istituto Agrario di Grosseto, per un’infiltrazione da un soffitto (come quella che potrebbe aver provocato a Torino la morte del povero Vito Scafidi e il ferimento di Andrea Macrì), con conseguente fuga all’aperto degli studenti dopo l’arrivo dei vigili del fuoco. Un’altra preside, quella dell’Itis «Porro» di Pinerolo, ha sospeso ieri le lezioni in attesa di garanzie di sicurezza. E ancora: oltre quaranta interventi dei pompieri in Campania, con la chiusura di tre scuole elementari. Per finire, in Puglia - ma il bilancio è provvisorio - con l’allarme per una fuga di gas e sospensione delle lezioni nel liceo di Terlizzi.

Una nuova paura si sta dunque affacciando nelle case dei genitori italiani: abituati da sempre a considerare la scuola per i propri figli come un luogo sicuro, affidabile, sorvegliato, scoprono tutt’insieme che somiglia a un cantiere, come quelli in cui, giorno dopo giorno, lavoratori non protetti trovano la morte. La psicosi che si va diffondendo ha un aspetto contingente perché, nella testa delle persone, l’incidente di Rivoli riecheggia quello assai più grave della Thyssen (è di questi giorni l’inizio del processo e l’imputazione di omicidio per i dirigenti della fabbrica). E arriva, per giunta, nel bel mezzo della battaglia studentesca contro i tagli imposti dal governo alla spesa scolastica. Così, è fin troppo facile pensare che una scuola trascurata, privata dei mezzi necessari e in sostanza abbandonata, non poteva non finire, prima o poi, a contare i suoi morti.

Ma al di là dell’aspetto irrazionale tipico di un momento di panico, che mette insieme fatti e sensazioni sommandoli indistintamente, il quadro fornito ieri alla Camera dal sottosegretario Bertolaso è davvero preoccupante. Già il fatto che a rispondere in Parlamento si sia presentato il responsabile della Protezione civile, come avviene quando si tratta di calamità, e non quello dell’Istruzione, è indicativo. Bertolaso ha spiegato senza mezzi termini che tutti o quasi i 57 mila edifici scolastici italiani sono a corto di manutenzione, che la spesa necessaria per realizzarla si aggira sui 13 miliardi (più di una volta e mezza l’ammontare dei tagli imposti dal decreto Gelmini), mentre i fondi disponibili al momento sono 75 milioni, e possono bastare a malapena per un centinaio di scuole, quelle messe peggio.

In più, stando sempre alla relazione di Bertolaso, grazie a un escamotage di quelli che troppo spesso passano sotto silenzio, la scuola è l’unico luogo di lavoro in cui la normativa per la sicurezza non viene applicata, ma sospesa, così che, non solo gli insegnanti e il personale scolastico, ma gli studenti stessi, ogni giorno entrano nel loro luogo di lavoro sapendo di correre rischi e di doverli affrontare a spese proprie. Secondo dati forniti da «Cittadinanzattiva», associazione impegnata nella difesa dei diritti e attiva sul fronte scolastico, solo il 34 per cento degli istituti hanno il certificato di agibilità statica, solo il 39 per cento l’agibilità igienico-sanitaria e solo il 37 per cento rispetta la normativa per la prevenzione degli incendi.

Psicosi, paura e reazioni inconsulte sarebbero giustificate davanti a un quadro del genere. E invece, da cittadini e da genitori, la prima cosa da fare è cercare di tenere la testa sulle spalle. Distinguere, ad esempio, il dolore e il lutto per il ragazzo morto a Rivoli, di cui oggi saranno celebrati i funerali, dalle manifestazioni di protesta. È evidente che un Paese che lascia andare in malora le proprie scuole mette una seria ipoteca sul suo futuro. Ma è altrettanto chiaro che il degrado non è venuto all’improvviso, ed è anzi il frutto di decenni di abbandono. Se il governo vuole veramente evitare che dilaghino reazioni di panico, come la giornata trascorsa ieri nelle aule di mezza Italia lascia temere, ha una sola cosa da fare: stornare al più presto una parte dei tagli al sistema scolastico appena decisi e destinarli, se non al restauro, almeno a mettere qualche toppa nei muri pieni di crepe delle aule italiane.
 
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« Risposta #12 il: Dicembre 04, 2008, 09:50:03 »

4/12/2008
 
Bloccare le moschee?
 
MARCELLO SORGI

 
Bloccare nuove moschee e centri culturali, almeno fino a quando non sia stata sottoscritta un’intesa tra lo Stato italiano e gli islamici: avanzata ieri dopo l’arresto di due marocchini a Milano, accusati di preparare attentati, e dopo l’allarme lanciato dal ministro dell’Interno Maroni, la proposta della Lega Nord ha subito suscitato molte reazioni, dal Pd a Rifondazione comunista, che arrivano a definirla «incostituzionale».

Ora, che la Lega scelga la strada parlamentare e presenti una mozione per sollevare una discussione, segna invece un passo avanti, se solo si riflette che fino a qualche anno fa fu il ministro Calderoli a minacciare di portare maiali a pascolare sui terreni destinati a luoghi di culto islamici, e così sconsacrarli. Naturalmente, c’è un evidente obiettivo propagandistico (né più né meno di quello che muove le reazioni) nel farsi avanti sull’onda dell’emozione sollevata dal riproporsi della minaccia terroristica. Ma la questione riguarda la possibilità o meno di consentire, o addirittura di favorire, la professione della religione islamica quando purtroppo, dall’interno della vasta platea di fedeli, continuano ad affacciarsi frange di estremisti radicali.

Se parliamo della Costituzione, chiamata in causa dall’opposizione, il dettato è chiarissimo: l’articolo 19 garantisce l’esercizio della libertà religiosa in privato e in pubblico, e di conseguenza la costruzione di edifici dedicati al culto.

Ma l’articolo 8 - successivo a quello che riconosce il Concordato con il Vaticano e regola i rapporti con i cattolici - stabilisce che anche per le altre religioni la libertà va esercitata all’interno di intese con lo Stato italiano.

Negli anni, l’Italia ha stabilito intese con tutte o quasi le religioni presenti sul proprio territorio, tranne che con gli islamici. La ragione di una difficoltà che si trascina dai tempi della Prima Repubblica (era stato Craxi, dopo aver rinnovato il Concordato, a puntare su un accordo anche con l’Islam) è presto detta: al di là del clima più o meno favorevole (oggi senz’altro meno), non è facile trovare un punto d’incontro con una comunità religiosa che non ha gerarchie, non ha pubblici rappresentanti in grado di impegnarsi anche a nome dell’intera assemblea dei fedeli, non può materialmente sedere a un tavolo, se non per discutere, mai per stipulare.

D’altra parte l’Islam prevede che il rapporto del fedele con il proprio dio sia diretto, che l’imam possa solo favorire la preghiera, senza un vero ruolo di pastore né di guida. Di qui appunto l’impossibilità, malgrado la si sia cercata per decenni, di trovare una strada per regolare i rapporti tra l’Italia e gli islamici come con tutte le altre confessioni.

Così, proporre, come vorrebbe la Lega, una moratoria per le moschee fino a nuove intese, equivale in pratica a bloccarle sine die. E in un Paese in cui ormai gli islamici sono milioni, rischia probabilmente di produrre l’effetto opposto, dando la sensazione agli interessati di ridurre la libertà religiosa e comprimendo le posizioni più radicali, fino a rischiare di farle esplodere piuttosto che tenerle sotto controllo.

Quanto sia irrisolto, e quanto forte, il conflitto su questi problemi lo rivelano anche recenti esperienze in città dove più forte è la presenza islamica. A Milano la mancanza di spazi adeguati ha spinto i fedeli a pregare per strada, curvi sui marciapiedi, provocando disagi e proteste dei cittadini che islamici non sono. A Bologna il sindaco Cofferati era riuscito a firmare un accordo con la comunità locale, assegnandole un terreno e creando lo spazio per costruire un’ampia moschea. Ma quando la Lega e comitati di cittadini ad essa vicini hanno proposto un referendum per bloccare la costruzione, Cofferati, piuttosto che affrontare un voto che avrebbe diviso la città e inasprito la situazione (oltre che quasi sicuramente far vincere il fronte del «no» alla moschea), ha preferito fermare tutto. Un rinvio emblematico, simile a quello che la Lega vorrebbe su scala nazionale. Ma che certamente non aiuta la soluzione del problema.
 
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« Risposta #13 il: Dicembre 18, 2008, 10:35:14 »

18/12/2008 (7:29) - REPORTAGE

La rabbia di Napoli "Qui la sinistra ha creato un regime"
 
Tra paure e sospetti

E il Pd ora teme che il ciclone si abbatta sul Campidoglio

MARCELLO SORGI
INVIATO A NAPOLI


E se adesso toccasse a Roma? La domanda nessuno la fa a voce alta. Ma la paura è dipinta sulle facce dei politici che sfilano sulle tv locali. Con Napoli, l'accerchiamento è completo. Dopo la Liguria, la Toscana, l'Abruzzo, la Basilicata, la Calabria, il timore che una nuova inchiesta presto punti diritto al quartier generale del Pd cresce di ora in ora, alimentato dal coinvolgimento del parlamentare Lusetti (insieme al collega di An Bocchino) nell’indagine sul «Global service» partenopeo, dalla vicinanza di Lusetti a Rutelli (i nomi dell’ex vicepresidente del consiglio e dell’ex ministro Fioroni compaiono nelle carte giudiziarie), e dalle mille voci che dicono che anche nella Capitale il lungo quindicennio del centrosinistra alla guida del Campidoglio potrebbe entrare a breve nel mirino della magistratura.

Napoli come anticamera di Roma. Napoli come paradigma del degrado amministrativo del centrosinistra, che qui è esploso fragorosamente con il disastro della monnezza, ma anche altrove, come s’è visto, funzionava (o non funzionava) allo stesso modo. «In un certo senso la questione giudiziaria non è la cosa più importante - spiega Andrea Geremicca, a lungo vicesindaco ed assessore nella prima stagione delle giunte di sinistra, e oggi a capo della Fondazione «Mezzogiorno Europa» - non perché non sia grave l’arresto di alcuni assessori o il suicidio, prima dell’arresto, di uno di loro.

Ma in termini politici, tutto era già avvenuto prima. La crisi dei partiti. Le guerre tra gruppi e correnti, ai quali i leader nazionali hanno lasciato mano libera, all’interno del Pd neonato. E poi il distacco assoluto della politica dalle istituzioni, l’assenza di discussione, la mancanza di mobilitazione dell’opinione pubblica, la degenerazione del leaderismo, l’asfissia del ricambio della classe dirigente».

Dicono che in questi giorni i membri della nomenclatura napoletana vivano un po’ come quelli sovietici negli anni dello stalinismo: quando sentivano bussare alla porta al mattino, non potevano sapere se a suonare il campanello fosse il lattaio o le guardie venute per arrestarli. Molto più di Genova, Pescara, Potenza o Reggio Calabria, Napoli è da sempre, per definizione, un caso nazionale. La rivoluzione dei sindaci, in fondo, era partita da qui.

La caduta del vecchio sistema qui era stata più fragorosa che altrove, con l’improvvisa cancellazione dei «signori della miseria» che per decenni avevano prosperato sulla disperazione del Sud. Oggi resta ben poco del Rinascimento napoletano che aveva fatto risplendere la città, con Piazza Plebiscito liberata finalmente dal traffico e dalle auto in terza fila, nei giorni lontani del G7 del ‘94. La crisi nel rapporto tra istituzioni sorde e società civile indifferente, rassegnata, l’ha denunciata con forza il cardinale Sepe, forse l’unica autorità riconosciuta e anche il solo che dal pulpito e nelle strade cerca di ricostruire una rete di valori.

Il magistrato-intellettuale Raffaele Cantone, a lungo impegnato contro il clan dei casalesi, la sua personale e reale Gomorra, che lo costringe a vivere sotto scorta, non vorrebbe parlare. Chiarisce che non può esprimersi sulla portata di inchieste a cui non ha preso parte. Ma aggiunge: «La caduta di credibilità della classe dirigente si era già consumata del tutto sulla questione della monnezza. Quando le istituzioni locali, a qualsiasi livello, hanno dimostrato di non essere in grado di porre rimedio a un problema così grave e per così lungo tempo, gettando la cittadinanza nel degrado e mettendone a rischio la salute, si sono giocate insieme prestigio e fiducia».

Né vale il tentativo di Bassolino (e oggi del sindaco Iervolino) di resistere e tentare di recuperare, sull’onda della drastica ripulitura militare ordinata da Berlusconi. «Bassolino può pure aspettare, illudersi che l’indifferenza di una società civile presa politicamente a martellate possa consentirglielo, ma sbaglia a non riconoscere che il suo ciclo s’è chiuso - accusa Biagio De Giovanni, filosofo di fama mondiale, coscienza critica della sinistra napoletana, titolare della cattedra Jean Monnet di storia dell’integrazione europea all’Istituto Orientale - l’idea che l’attesa sia obbligata, per consentire la nascita di una classe dirigente alternativa all’interno del centrosinistra, non sta in piedi.

L’alternativa non è nata perché negli ultimi anni qui c’è stato un regime. Un potere asfissiante in cui, a cominciare dall’interno della sinistra, ogni voce dissonante, ogni critica, ogni obiezione veniva tacitata, con le buone o con le cattive». Consulenze a pioggia. Professori di quelli che scrivono editoriali sui quotidiani assoldati nei think-thank pubblici con stipendi di decine di migliaia di euro. Molte chiacchiere, molti annunci, molte incompiute, quasi nessuna realizzazione.

E se oggi la Iervolino è riuscita a mettere insieme contro di sé, tutti insieme, la Curia, l’Unione Industriali, buona parte degli intellettuali e l’insieme dei giornali locali, non dipende solo dalle avversità degli ultimi tempi. Ma dall’assoluta inefficienza di un’amministrazione paralizzata dai veti interni e dal braccio di ferro tra «cacicchi» e potentati locali. «Il problema non è la moralità dei singoli, alla cui buona fede posso perfino credere, fino a prova contraria. Piuttosto, le amministrazioni immobili - scandisce il presidente dell’Unione industriali Gianni Lettieri - hanno i fondi e non riescono a spenderli. Quando lo fanno, è senza progetti significativi. Prenda il termovalorizzatore, di cui ancora adesso si discute senza realizzarlo. Per il Comune sarebbe un affare, gli consentirebbe di far cassa. Noi abbiamo offerto tutto l’appoggio, anche finanziario, per costruirlo, ma si continua a rinviare. E lo stesso vale per la riqualificazione di Bagnoli o per i quattro milioni e mezzo di metri quadri di proprietà del Comune lasciati in abbandono, o per il Piano regolatore, fermo da quindici anni. Nessuno riflette o si interroga su come vorremmo che fosse Napoli tra dieci anni. E neppure sul giorno per giorno».

C’è però una ragione che, al di là degli sviluppi giudiziari che potrebbero avere il sopravvento, spinge all’arroccamento Bassolino e Iervolino. Se si dimettessero, aprendo la strada a elezioni anticipate, in Campania finirebbe come in Abruzzo, centrodestra al governo, Pd in rovina, fuga in avanti di Di Pietro. «Si lo so, dicono che le elezioni non risolverebbero nulla e non porterebbero personale politico migliore dell’attuale - ragiona Geremicca -. Ma a parte il fatto che noi siamo sempre i migliori e sosteniamo la democrazia quando siamo al governo, pronti a cambiare idea se si profila un ricambio, chi ci dice che tra due anni gli elettori non ci daranno uno schiaffone anche più sonoro di quel che ci aspettiamo? E soprattutto - conclude - chi può assicurare che in questa situazione, in cui è evidente che s’è rotto il rapporto tra governanti e governati, Bassolino e Iervolino ce la faranno a resistere per altri due anni?».

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« Risposta #14 il: Gennaio 14, 2009, 05:59:52 »

14/1/2009
 
Sullo sfondo la successione
 
MARCELLO SORGI
 

Va detto subito: la durezza con cui il presidente Fini ha reagito ieri all’ennesimo voto di fiducia sul decreto anti-crisi è pienamente giustificata. Un esecutivo in carica da pochi mesi, che per la decima volta pone una richiesta del genere alla Camera, governa solo praticamente a colpi di decreti e fiducie. Per quanta urgenza e necessità abbia di vedere approvati i propri provvedimenti, sta trasformando l’eccezione nella regola, e mettendo il Parlamento in condizione di non poter più esaminare, discutere e modificare le scelte del governo.

Nei corridoi di Montecitorio però, subito dopo lo scontro plateale tra Fini e il ministro Vito, i cronisti si esercitavano per stabilire quante volte di recente il presidente della Camera abbia preso posizione contro Palazzo Chigi. Chi dice sei, chi tre. A memoria recente, Fini, infatti, oltre a stigmatizzare l’abuso di fiducia, è intervenuto la scorsa settimana contro la proposta della Lega di imporre una tassa agli immigrati per il rinnovo del permesso di soggiorno.

Poi, negli stessi giorni, sulla riforma della giustizia: sia nel merito, per proporre una serie di punti più vicini alle proposte dell’opposizione, sia nel metodo, suggerendo di procedere con il massimo di condivisione, mentre il governo non esclude di approvare la riforma con i soli voti della sua maggioranza.

Ancora, andando indietro nel tempo, Fini ha criticato l’ostruzionismo del centrodestra contro l’elezione di Leoluca Orlando alla presidenza della commissione di Vigilanza Rai, e le mancate dimissioni del senatore Villari dalla stessa presidenza. S’è schierato contro l’abuso dei decreti legge da parte del governo. Ha denunciato il «rischio di cesarismo» nel Pdl. Ha concordato con Massimo D’Alema sulla necessità di promuovere una nuova commissione bicamerale per le riforme istituzionali.

Come si vede, una serie di iniziative - sempre legittime - istituzionali, cioè più consone al suo ruolo attuale, e politiche, legate a quello pregresso di leader del centrodestra. Un attivismo che, sia detto per inciso, non è che dalla maggioranza sia stato sempre accolto con entusiasmo. Mentre è chiarissima - ancorché repressa - l’irritazione di Berlusconi. Anche perché Fini non è il solo a dissentire nell’ambito della maggioranza. C’è la Lega che non ha digerito l’accordo Alitalia-Air France, e la Moratti che per le stesse ragioni s’è schierata con Bossi.

Questo malessere così evidente ha una sola spiegazione, che potrebbe sembrare avventata, ma non lo è. A nove mesi dalle elezioni politiche che lo hanno visto vincitore, nel centrodestra s’è aperta in anticipo la partita per la successione di Berlusconi. Niente di nuovo. Ma quel movimento, quell’effervescenza, che si erano già viste alla fine della legislatura 2001-2006, stavolta spuntano all’inizio, con il rischio di indebolire il governo.

Il motivo di tanta agitazione è la nascita del Pdl. Beninteso, la vera nascita, il congresso che dovrebbe dare al Popolo della libertà le forme di un partito organizzato, dopo l’uscita a sorpresa di piazza San Babila a novembre 2007 in cui il Cavaliere fondò la sua nuova creatura dal predellino di una Mercedes.

La sensazione è che Fini più esplicitamente, ma anche altri, tra quelli che possono ambire alla successione del premier, si preparino a una battaglia congressuale di tipo classico: con tessere, delegati, votazioni e candidature contrapposte e trasparenti. Attualmente di questo non c’è ombra, nel Pdl che prepara le sue assise. Ed è naturale che la componente An, che ha alle spalle una storia partitica più classica, faccia sentire più forte la sua voce prima che sia troppo tardi.

A Berlusconi infatti, è ormai noto, queste cose non piacciono. Vale per il Parlamento e vale pure per il partito. Il Cavaliere sa di aver scelto uno per uno i suoi deputati e senatori, e dopo averli candidati e fatti eleggere grazie alla legge che ha promosso e alla sua personale campagna elettorale, crede anche di potergli chiedere di votare la fiducia senza far storie.

Stesso discorso è prevedibile per il Pdl. La partita è appena aperta e sarà interessante, alla fine, vedere chi la spunterà. Un partito senza regole democratiche interne non è un partito. Ma se il gioco è quello di trasformare il premier da papà a nonno del neonato Pdl, chiedendogli di indicare il suo successore, è anche probabile il rifiuto di Berlusconi, pronto a risalire sul predellino e a ricominciare da capo.
 
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