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Autore Topic: MARIO CALABRESI.  (Letto 23239 volte)
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« Risposta #15 il: Gennaio 25, 2009, 04:55:05 »

Dietro le polemiche sulla ripresa dei finanziamenti ai gruppi pro-aborto un atteggiamento più pragmatico del Vaticano verso la nuova amministrazione Usa

Casa Bianca e Santa Sede trattano il Papa vuole un canale diretto con Obama

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI



NEW YORK - Il giorno del giuramento di Obama, sulla facciata della chiesa cattolica di Santo Stefano a Washington era stato issato un immenso striscione con la scritta: "Grazie presidente Bush per aver difeso la vita". Due giorni dopo, nello stesso Mall che aveva accolto due milioni di persone per le cerimonie di inaugurazione, alcune decine di migliaia di cattolici hanno partecipato all'annuale "Marcia per la Vita", dove una trentina di oratori hanno promesso di combattere ogni passo ulteriore in favore dell'interruzione di gravidanza e dove gli studenti della Ave Maria School of Law innalzavano cartelli con la scritta "Yes We Can... terminate abortion" ("Sì possiamo... far finire l'aborto").

Infine, in meno di una settimana, mezzo milione di persone hanno visto su YouTube il video di un'organizzazione antiabortista (CatholicVote. org) in cui si racconta la storia di un feto destinato ad una vita difficile ("sarà abbandonato dal padre e la madre single avrà vita dura a crescerlo") ma che negli ultimi fotogrammi si trasforma in Barack Obama. "Nonostante tutte le difficoltà - dice il messaggio - questo bambino diventerà il primo presidente afroamericano: ecco è il potenziale della vita".

Questi segnali, insieme alle prese di posizione di alcuni vescovi italiani, potrebbero far pensare che sia già scoppiata una guerra culturale e di valori tra la Chiesa cattolica e il nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma altri particolari raccontano invece gli sforzi della Casa Bianca e del Vaticano per tenere aperto un dialogo e per evitare uno scontro aperto in un Paese in cui il 53 per cento dei cattolici ha scelto Obama. Un dettaglio ben presente sul Tevere e sul Potomac: oggi, da entrambe le parti, si vuole evitare un nuovo caso Zapatero.

Obama è stato attentissimo a non dare connotati ideologici alle sue scelte: non ha ancora revocato - lo si aspettava il primo giorno - l'ordine esecutivo di Bush che vieta la ricerca pubblica sulle cellule staminali embrionali; non ha preso decisioni sull'aborto nell'anniversario della sentenza della Corte Suprema, come fecero sia Clinton sia Bush; e quando venerdì ha cancellato il divieto di dare fondi pubblici alle ong che fanno pianificazione familiare nei Paesi in via di sviluppo, non ha fatto alcun discorso pubblico. Nel 1993 proprio Clinton fece la stessa scelta - di abolire il divieto voluto da Reagan - mentre era in corso la "Marcia per la Vita" e quando la notizia arrivò al ricevimento a cui partecipavano i cardinali americani giunti a Washington, il commento fu: "Non ci ha neppure fatto la cortesia di aspettare che lasciassimo la Capitale". Obama questa cortesia l'ha fatta e nel comunicato diffuso venerdì sera ha sottolineato di voler mettere fine "ad un dibattito stantio e infruttuoso che è servito solo a dividere", e di voler evitare "ogni politicizzazione del tema".

I vescovi americani, pur dicendosi profondamente delusi, non hanno ancora scelto lo scontro e preferiscono tenere aperto un canale di dialogo perché sperano che Obama non appoggi e non firmi il Freedom of Choice Act (Foca), la legge in discussione al Congresso che prevede una rimozione di tutti i limiti all'aborto decisi negli ultimi anni a livello federale e statale.

Anche John Allen, vaticanista della Cnn e editorialista del National Catholic Reporter, presentando alla New York University l'edizione americana del volume di Massimo Franco sulla storia dei rapporti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti ("Parallel Empires", pubblicato da Doubleday) ha sottolineato che oggi non c'è un clima di scontro aperto ma che la guerra scoppierà proprio se il presidente firmerà il Foca.

Finora non una sola parola di condanna è venuta dal nunzio apostolico a Washington, monsignor Pietro Sambi, ma anzi sono stati notati - anche con disappunto da parte degli ambienti più conservatori del cattolicesimo americano - i gesti non richiesti dalla prassi di Benedetto XVI: due telegrammi di congratulazioni e una telefonata in poche settimane. Nel primo, mandato il giorno dell'elezione, il Pontefice si rallegrava per "l'avvenimento storico", nell'ultimo - inviato martedì - esprimeva il desiderio di collaborare per combattere "la povertà, la fame e la violenza" e promuovere la pace.

Un atteggiamento pragmatico, che si riscontra anche nelle trattative riservate con la Casa Bianca sulla nomina del nuovo ambasciatore americano presso la Santa Sede. Obama pensava al professore cattolico Douglas Kmiec che nonostante uno storico legame con il partito repubblicano - è stato consigliere legale per Reagan e Bush padre - ha pubblicato un libro in cui spiegava perché i cattolici avrebbero dovuto sostenere il candidato nero. Ma il Vaticano avrebbe fatto sapere di non gradire la scelta e avrebbe chiesto di poter contare invece su un ambasciatore che abbia un contatto diretto con il presidente per poter avere un dialogo costante. In silenzio, e sempre in nome del pragmatismo, sembra che Obama abbia ritirato la sua scelta.

(25 gennaio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #16 il: Febbraio 28, 2009, 10:43:58 »

Annuncio di Obama fra i marines. L'ultimo soldato a casa entro 3 anni

Il discorso trasmesso in diretta ai militari di stanza a Bagdad

La ritirata americana dall'Iraq "Agosto 2010, missione finita"


dal nostro inviato MARIO CALABRESI

 
WASHINGTON - "Il 31 agosto dell'anno prossimo la nostra missione di combattimento in Iraq sarà finita", annuncia Barack Obama circondato dai marines in partenza per l'Afghanistan. Ma l'ultimo soldato americano lascerà Bagdad tra tre anni, nel dicembre del 2011. La fine della guerra voluta da George Bush, che dura da ormai sei anni, sarà lentissima e l'uscita dei 142mila militari americani avverà in due tappe: i generali hanno convinto il presidente, che aveva promesso di riportare tutti a casa in soli 16 mesi, che non si poteva fare per ragioni di sicurezza.

Il generale Ray Odierno, successore di Petraeus a Bagdad, ha ottenuto un ritiro più lungo e ragionato, tanto che il piano di uscita dal conflitto ha ottenuto il sostegno del repubblicano John McCain, ma non ha convinto la speaker del Congresso, Nancy Pelosi, i massimi livelli del Partito democratico e i gruppi liberal e pacifisti.

Il giorno dopo aver rivoluzionato la politica economica e fiscale americana, presentando un budget che alza le tasse ai più ricchi per abbassarle ai ceti medio-bassi e garantire una copertura sanitaria a tutti gli americani, Obama ieri è apparso molto più moderato nel presentare la sua strategia militare. La decisione di chiudere quella che ha sempre considerato una guerra sbagliata viene confermata, ma il presidente è sembrato preoccupato dai rischi di essere accusato di volersene andare dall'Iraq troppo in fretta. E ha ricordato che l'America ha anche "interessi strategici e responsabilità morali nei confronti degli iracheni", che deve preoccuparsi di lasciare un Paese stabile e pacificato, capace di stare in piedi da solo e di governarsi, e ha anche promesso che nei prossimi mesi la sua Amministrazione garantirà una maggiore assistenza ai rifugiati fuggiti in questi anni dall'Iraq.

Come ha poi spiegato il segretario alla Difesa Robert Gates, un nuovo picco nella presenza militare nel Paese verrà anzi raggiunto alla fine dell'anno, in coincidenza con una nuova serie di scadenze elettorali che hanno spinto ad allungare i tempi. "Lasciare a maggio - ha sottolineato Gates - avrebbe comportato problemi logistici legati alla sicurezza, visto che dopo le elezioni occorre sempre un periodo di stabilizzazione".

Così entro il 31 agosto del prossimo anno torneranno a casa tutti i battaglioni da combattimento, circa 100mila uomini, ma per altri 16 mesi le truppe a stelle e strisce - con un numero di soldati compreso tra 35 e 50mila - resteranno ancora a Bagdad per garantire la sicurezza dei civili, l'addestramento dell'esercito iracheno e le missioni anti terrorismo. I militari rimasti non avranno compiti e missioni di combattimento, ma una quota importante di loro sarà pronta a farlo se necessario. E questo non è proprio piaciuto alla Pelosi e ai leader democratici al Congresso, che avrebbero preferito che in Iraq rimanesse soltanto un piccolo contingente di non più di 15mila uomini.

Obama nello stesso tempo ha rimesso al centro della sua strategia l'impegno contro Al Qaeda in Afghanistan e Pakistan, "fronte centrale della lotta al terrorismo", e ha rilanciato la diplomazia, enfatizzando la necessità di coinvolgere anche la Siria e l'Iran nel processo di pace in Medio Oriente, "per raggiungere una pace duratura tra Israele ed il mondo arabo".

Il lungo discorso sul futuro dell'impegno americano in Iraq è stato fatto in mezzo ad una folla di soldati in mimetica e con la testa rasata a zero, alla base dei Marines di Camp Lejeune in South Carolina, da cui partiranno in 8.000 per Kabul. Le parole di Obama erano anche trasmesse in diretta alle truppe americane in Iraq, che hanno sottolineato con un lungo applauso l'annuncio della fine della loro missione.

Prima di prendere la parola davanti ai militari, Obama aveva informato della sua decisione il suo predecessore alla Casa Bianca, George W. Bush, e il premier iracheno Nuri al Maliki, a cui ha anche comunicato che il nuovo ambasciatore a Bagdad sarà il veterano della diplomazia americana Christopher Hill. Il diplomatico, fino ad oggi, era stato impegnato nelle trattative sul programma nucleare della Corea del Nord.

I marines hanno accolto Obama con un boato e lo hanno interrotto diverse volte nel corso del suo intervento, soprattutto quando il neo presidente ha elogiato il lavoro ed il sacrificio dei soldati americani per difendere la libertà degli iracheni. "Voglio essere molto chiaro - ha sottolineato -: abbiamo mandato le nostre truppe per rimuovere il regime di Saddam Hussein e voi avete portato a termine il vostro lavoro". L'applauso più grande però è arrivato quando ha annunciato l'incremento del budget militare che consentirà di aumentare la paga dei soldati: "Aumenteremo il vostro salario, continuando a fornire assistenza verso i vostri bambini". E con questa ovazione il presidente ha concluso il suo discorso più difficile da quando è stato eletto.

(28 febbraio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #17 il: Marzo 25, 2009, 09:02:14 »

ECONOMIA     

Il racconto. "La sera lasciate l'ufficio in gruppo e parcheggiate in zone ben illuminate"

Lo "sceriffo" Cuomo cavalca la protesta e pubblica i nomi di chi non vuole pagare

Il weekend di paura dei manager Aig

Minacce e picchetti, bonus restituiti

"E' la rabbia populista" titola in copertina il settimanale Newsweek

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI
 

NEW YORK - Lunedì mattina la polizia è stata mandata a presidiare le sedi del gigante assicurativo Aig. Lunedì sera nove dei dieci manager più pagati dalla compagnia hanno deciso di restituire gli assegni con i bonus milionari che avevano appena ricevuto. A convincerli è bastato un fine settimana in cui si sono ripetuti picchetti di manifestanti davanti alle loro case. Manager che pensavano di essere al sicuro nelle loro ville con piscina del Connecticut, hanno gettato la spugna raccontando di aver ricevuto lettere minatorie, minacce di morte, proteste di vicini di casa inferociti e aver scoperto fotografi dei giornali popolari appostati ad ogni angolo del loro giardino.

La notizia è stata data dal Procuratore di New York Andrew Cuomo, il nuovo sceriffo moralizzatore di Wall Street, che si è vantato di aver già recuperato ben 50 dei 165 milioni di dollari dello scandalo. Un terzo di quei bonus milionari distribuiti da una compagnia che sta ancora in piedi solo grazie a 170 miliardi di fondi pubblici. La verità è che Cuomo - che grazie a questa campagna si sta costruendo le basi per diventare governatore di New York - aveva promesso di rendere pubblica la lista con i nomi e le cifre di chi ha ricevuto i bonus, per dare in pasto alla rabbia populista delle facce e degli indirizzi. Poi però, per rendere il suo messaggio ancora più chiaro e minaccioso, aveva aggiunto: "Certo se una persona restituisce i soldi non penso sia nell'interesse pubblico renderne noto il nome. Chi rimanda indietro il bonus vedrà il suo nome scomparire della lista". La minaccia dello sceriffo è funzionata alla perfezione.

A dire la verità il bus degli attivisti che nel fine settimana ha fatto il giro delle ville dei manager aveva solo quaranta manifestanti a bordo, mentre i giornalisti al seguito erano almeno il doppio, ma era il sintomo di qualcosa che su internet, nei blog, sui tabloid e nelle radio locali ha preso il sopravvento: la "Rabbia Populista". La definizione è stata coniata dal settimanale Newsweek che gli ha dedicato la sua ultima copertina e la paragona al movimento di fine '800 che prendeva di mira gli avidi finanzieri che non avevano a cuore gli interessi pubblici.

La rabbia populista covava da mesi, è cresciuta giorno per giorno alimentata dall'emorragia di posti di lavoro, dal dimezzarsi dei risparmi investiti in borsa, dal crollo del valore delle case e dei fondi pensione, dal fallimento e dalla chiusura di fabbriche, negozi, attività artigianali, dall'incredulità per la fine di un mondo che sembrava essere destinato ad una crescita continua. I suoi toni vendicativi e disperati per tutto l'autunno hanno trovato sfogo nella campagna elettorale, quest'inverno sono stati tenuti a bada dalla speranza di una catarsi rappresentata dall'insediamento del nuovo presidente. Ma la situazione economica ha continuato a peggiorare, i pignoramenti delle case non si sono fermati, tanto che in molti cominciavano a ragionare su come l'America sia immune da moti di protesta e rivolte popolari.

Il fatto è che la rabbia non trovava un simbolo su cui scaricare tutta la sua furia. Poi, nel giro di due settimane, ecco presentarsi le prede ideali: il più grande distruttore di ricchezza privata della storia americana e un gruppo di manager avidi e senza scrupoli, colpevoli di aver fatto crollare il sistema finanziario, ma premiati con i soldi dei contribuenti. Nemmeno uno sceneggiatore di Hollywood avrebbe potuto fare meglio, immaginare due capri espiatori più perfetti e adeguati alla situazione di Bernie Madoff e dei manager del colosso assicurativo AIG. Secondo un sondaggio di Usa Today di ieri mattina il 69% degli americani pretende che tutti i soldi vengano restituiti subito e la quasi totalità dei cittadini si augura che Madoff resti in cella fino all'ultimo dei suoi giorni.

Per capire il clima è utile recuperare il memorandum mandato a tutti i dipendenti di Aig la settimana scorsa dall'ufficio della sicurezza interna: si raccomandava ad impiegati e manager di prendere ogni misura precauzionale per la loro incolumità personale. "Quando uscite dal palazzo - si legge - siate vigili e prudenti e se notate comportamenti sospetti o qualcosa di minaccioso chiamate immediatamente soccorso e seguite queste regole: 1) Non portate mai con voi cappellini, borse o ombrelli con il logo della compagnia; 2) Assicuratevi di non indossare il tesserino di riconoscimento fuori dall'ufficio; 3) La sera uscite in gruppo e parcheggiate sempre in zone ben illuminate; 4) Evitate conversazioni pubbliche su Aig e non parlate con i giornalisti; 5) Assicuratevi che ogni visitatore sia sempre accompagnato quando entra nel palazzo; 6) Date l'allarme se vedete una faccia sconosciuta nei corridoi o negli uffici; 7) Non lasciate mai nessuna porta aperta e non fate entrare nessuno insieme a voi". E per concludere, nel fine settimana sono state tolte le insegne dalla facciata del quartier generale a Wall Street.

La portata della rabbia è stata tale da spingere il Congresso a votare una legge punitiva, che promette di tassare al 90% i bonus, assolutamente impensabile per gli Stati Uniti, che contraddice anni di pensiero liberale e capitalista. Una legge che Obama è andato in televisione a bollare come anticostituzionale. Ma la rabbia è stata così visibile da spingere il presidente a fare conferenze stampa, comunicati e interviste tv e da mettere in discussione la poltrona del ministro del Tesoro Tim Geithner, salvata solo da un rialzo record di Wall Street lunedì pomeriggio. E' una rabbia su cui hanno soffiato tv, giornali e radio, è la rabbia dell'americano medio che si vede impoverito e sommerso dai debiti, è la rabbia di quelle pianure che i repubblicani sanno benissimo come incendiare.

Obama, per correre ai ripari, dice che con la rabbia non si può governare ma nello stesso tempo avvisa i banchieri: "Vi consiglio di andare a fare un giro fuori da New York, in North Dakota, in Iowa o in Arkansas, dove la gente sarebbe eccitata di guadagnare 75mila dollari all'anno senza bonus, solo così capirete quanto è frustrata". I soldi tornano indietro, Madoff è in una cella di 5 metri quadrati, ma la rabbia populista non sembra ancora soddisfatta. Per fermarla Obama ha bisogno di una sola cosa: la ripresa.

(25 marzo 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #18 il: Marzo 31, 2009, 11:31:20 »

Obama, arrivo soft a Londra

E fra i media, new entry e lotteria
 
Il presidente Usa all'arrivo, insieme alla moglie Michelle

Mario Calabresi


LONDRA - L'addio di George W. Bush all'Europa ancora se lo ricordano all'aeroporto di Heathrow: quasi un anno fa il traffico allo scalo londinese impazzì per l'arrivo dell'Air Force One, i ritardi dovuti alle eccezionali norme di sicurezza si trascinarono per un'intera giornata. Tanto che il secret service fu costretto a spostare l'aereo in una base militare due ore a nord di Londra e Bush dovette decollare da lì.

Per evitare un nuovo incubo, il benvenuto a Barack Obama è avvenuto allo scalo di Stansted, dove fa base la compagnia low cost Ryanair. Ma per non disturbare gli inglesi che scappano alle Canarie fuori stagione, il presidente è stato relegato nel terminal privato di Mohamed Al Fayed, il proprietario dei grandi magazzini Harrods, che con questo stesso marchio ha fondato una compagnia di elicotteri, aerei privati e un piccolo scalo per manager e vip.

Barack e Michelle, al loro primo volo trascontinentale sull'Air Force One, sono saliti subito sul gigantesco elicottero presidenziale, il Marine One. Non sono entrati nemmeno nel terminal, non sanno che là dentro si vendono i famosi orsetti di Harrods, che forse Malia e Sasha avrebbero gradito.

***
Nonostante la crisi economica e quella della stampa, i giornalisti partiti da Washington per seguire il primo viaggio internazionale di Barack Obama sono il doppio di quelli che volavano con George W. Bush. Alla base militare di Andrews in Maryland c'erano più di 150 persone in fila per entrare allo "Zoo", questo il soprannome affibiato da decenni al charter della United che trasporta i giornalisti. A bordo dell'"Air Presse One", il Boeing 777 che la Casa Bianca organizza per l'informazione, per la prima volta ci sono quelli di Al-Jazeera, tre televisioni turche, una dozzina di giornalisti giapponesi e il Chicago Tribune (non poteva mancare il giornale della città del presidente) che pure è in bancarotta, ma non più il Los Angeles Times che viaggia in cattive acque. Ma a dimostrare come sta cambiando il mondo dell'informazione, e a sottolineare l'attenzione della Casa Bianca verso i nuovi media, si è saputo che l'inviato del sito internet americano "Politico" è entrato a far parte del gruppo dei pochissimi fortunati che viaggiano direttamente sull'Air Force One con Obama.

* * *

A dimostrazione di come il gioco sia popolare in tempi di recessione, allo "Zoo" è stato anche stabilito il record del montepremi della tradizionale lotteria aerea: 1580 dollari. Si chiama "Seato", perché ognuno deve segnare con un pennarello il numero del proprio "seat", del posto a sedere, su un biglietto da venti dollari. Questa "riffa" casalinga si fa dagli Anni Ottanta, quando l'Air Presse One volava dietro a Ronald Reagan. Purtroppo a fare da colonna sonora non c'era la voce di Rodney, gigantesco cameramen nero della tv Nbc che è stato lasciato a casa. Fino all'anno scorso si metteva in testa un cappello da joker con le punte colorate e con la bocca imitava una batteria al microfono per convincere tutti che non potevano perdere la loro occasione con la fortuna. Ma nonostante ciò è passato tra i posti il sacco di tela bianca che serve per raccogliere i biglietti verdi. Per la seconda volta nella sua carriera ha vinto una giornalista americana che lavora per la televisione tedesca Zdf, che si è portata a casa la mazzetta dei 1580 dollari. "La prima volta fu durante un volo verso l'India ma allora si mettevano solo dieci dollari a testa e la vincita non bastò neppure a pagare da bere ai colleghi. Adesso invece dopo il salvataggio delle banche, delle assicurazioni e pure dell'industria automobilistica, è arrivato quello delle mie finanze...".

(31 marzo 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #19 il: Aprile 03, 2009, 05:36:44 »

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In viaggio con Obama     

"Lavoriamo per un mondo nuovo"

Obama conquista i giovani d'Europa


 Durante la conferenza stampa con Sarkozy tossiva e sembrava senza voce, poi è arrivato nella Rhenus arena, il palazzetto dello sport di Strasburgo, ha visto i quattromila ragazzi venuti dai licei e dalle università di Francia e Germania ed è rinato. La Casa Bianca ha ricostruito per Barack Obama la cosa che ama di più: un town hall meeting, un dibattito con il pubblico, come quelli che faceva in campagna elettorale negli Stati Uniti, quelli a cui deve la sua popolarità e l'elezione.

I quattromila studenti lo hanno accolto con una lunghissima ovazione, fotografandolo a lungo con i telefonini e lui subito ha promesso di lavorare per "un mondo senza armi nucleari, unito pacifico e libero" e di battersi contro il cambiamento climatico e "l'inquinamento che sta uccidendo il nostro Paese". Ha infiammato i ragazzi con il suo slogan preferito della campagna elettorale: "Questa è la nostra generazione, questo è il nostro tempo", poi gli ha raccontato che "il G20 summit a Londra è stato un successo perché tutti hanno lavorato insieme: siamo entrati in una nuova era di responsabilità".

A questi giovani che raccontano di essere venuti per vedere "l'uomo del cambiamento" e che lo amano - come racconta Aurelie, che ha 17 anni e viene da un liceo di Colmar in Alsazia - perché "sta mettendo fine alla guerra di Bush in Iraq" ha promesso: "Non ci interessa occupare l'Afghanistan, abbiamo troppe cose da fare per ricostruire l'America, ma abbiamo il dovere di lasciare un Paese libero e sicuro".

Parla di "liberté, egalité, fraternité" e dei valori comuni che lo hanno spinto a chiudere Guantanamo "perché gli Stati Uniti d'America non torturano", gli studenti lo appaludono a ripetizione e lui - prima di cominciare a rispondere alle loro domande - cita Robert Kennedy per dire che "viviamo in un mondo rivoluzionario e il cambiamento è nelle mani dei giovani".


IL POLLICE FURBO DI BERLUSCONI

La foto di Berlusconi che abbraccia Obama e Medvedev prendendoli alle spalle e alza il pollice destro è diventata l'immagine più famosa del G20 di Londra. Oggi impazza su tutti i giornali inglesi, Financial Times compreso, ieri sera era il pezzo forte di tutte le dirette e i notiziari dei network americani e occupava l'intera home page del più famoso sito politico americano: l'Huffington Post.

Con quel gesto che, sommato al rimprovero della regina Elisabetta e alle battute da bar della conferenza stampa, ha dato un'immagine sopra le righe del premier italiano, Berlusconi è riuscito però a cancellare nell'immaginario collettivo italiano e internazionale una serie di verità per lui spiacevoli.

La prima è che è l'unico premier dei Paesi del G8 a non aver avuto un incontro con Barack Obama. La seconda è che gli americani non sanno che farsene della sua offerta di fare il mediatore con i russi, glielo hanno detto chiaro il mese scorso, sottolineando che Obama parla direttamente con Medvedev e non vuole confusioni e interventi esterni. La terza è che al G20 l'Italia non ha avuto nessun ruolo chiave e nemmeno incontri bilaterali degni di nota. Ma Berlusconi, che conosce alla perfezione i meccanismi della società dello spettacolo, ha preso al volo l'opportunità di cancellare la sostanza mandando un messaggio che dice al mondo esattamente contrario: il premier italiano è amico di Obama, sta al centro dei giochi e dell'attenzione, lo ha avvicinato ai russi e sta sopra di loro come il più navigato della compagnia.

Questo voleva Berlusconi e questo è riuscito a dire con quella foto che ai palati fini appare grottesca. Tanto che sull'Huffington Post, che è il sito internet più popolare nella sinistra chic americana, l'immagine non è stata messa per prendere in giro Berlusconi ma per rappresentare il successo del G20. Il titolo era: "Pollici alzati" come se il merito fosse del Cavaliere.

(3 aprile 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #20 il: Aprile 05, 2009, 11:22:29 »

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In viaggio con Obama     

Sì alla mediazione su Rasmussen

E la cena con Michelle è salva


STRASBURGO - Praga Magica. Barack Obama ha un solo obiettivo per il suo sabato sera: arrivare nella capitale ceca dove ha promesso a Michelle una cena romantica per loro due soli dopo cinque giorni di vertici e banchetti ufficiali.

Ma il veto messo dai turchi alla nomina del danese Rasmussen a capo dell'Alleanza Atlantica (lo accusano di non aver detto una parola durante la vicenda delle famose vignette sull'Islam) ha fatto ritardare i lavori del vertice della Nato. Così Obama, per salvare il summit e forse anche pensando alla sua serata, ha speso mezz'ora per cercare di convincere personalmente il premier di Ankara, Gul.

La mediazione e una successiva riunione di tutti i leader hanno avuto successo e così l'ex premier danese sarà segretario generale della Nato.

Obama parte in ritardo ma arriva a Praga alle 18, dormirà all'Hilton che guarda la Moldava e il sabato sera promesso si fa: cena a due e passeggiata notturna verso il Ponte Carlo. Ed è già domenica: in programma il discorso contro la proliferazione nucleare davanti al Castello. La First Lady visiterà l'antico cimitero ebraico.

Allibiti in sala stampa.

La scena di Berlusconi che fa aspettare la Merkel, passeggia da solo incollato al telefonino, non partecipa alla cerimonia del ponte sul Reno, per ricordare la pacificazione franco-tedesca, e resta a parlare al cellulare anche durante il minuto di silenzio per i caduti nelle missioni Nato, era trasmessa su megaschermi nella sala stampa del vertice dell'Alleanza Atlantica.

Centinaia di giornalisti di tutto il mondo prima si sono fermati a guardare allibiti, poi hanno cominciato a ridere come se si stesse trasmettendo una gag comica.
Le stesse immagini passavano sui televisori dell'area dove ci sono i settanta corrispondenti che viaggiano al seguito di Barack Obama e tutti si sono girati a chiedere spiegazioni ai pochi italiani presenti. Ho allargato le braccia senza parole.

Quando si è saputo che era al telefono con il premier turco Erdogan, per cercare di convincerlo a togliere il veto alla nomina del danese Rasmussen a capo della Nato, l'ho riferito ai colleghi americani, ma la giornalista di Time Magazine mi ha fatto tre domande insistenti a cui non ho saputo rispondere:

"Non poteva telefonare in un altro momento?

Non ha nessuno accanto che gli spiega quali sono i tempi e i modi delle cerimonie internazionali?

Era necessario parlare durante il minuto di silenzio per i morti?".

(4 aprile 2009)

da repubblica.it
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« Risposta #21 il: Aprile 06, 2009, 11:54:45 »

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In viaggio con Obama     

Il tour de force del presidente faccia a faccia con tutti, o quasi
 

PRAGA - "La marcia dei bilaterali continua", così i giornalisti americani che seguono il viaggio di Barack Obama hanno ribattezzato la nuova ondata di incontri che ha caratterizzato il sesto giorno di visita in Europa del presidente americano. In meno di una settimana Obama ha visto tutti i leader dei Paesi del G8, poi cinesi, indiani, sauditi e sud-coreani, cui ha aggiunto i turchi e per par condicio i greci, i cechi e per non far dispiacere a nessuno pure i polacchi. Ha sanato la ferita degli anni di Bush e ha voluto riservare un faccia a faccia allo spagnolo Zapatero, messo al bando dalla Casa Bianca repubblicana, gratificandolo con il migliore complimento della settimana: "E' un mio amico e un leader che comprende non solo la straordinaria influenza della Spagna nel mondo, ma che prende questa responsabilità molto seriamente".

Tra un vertice e l'altro, tra un discorso e una conferenza stampa è riuscito ad incontrare ex presidenti come Havel e possibili futuri primi ministri come il britannico David Cameron, solo per Silvio Berlusconi non è riuscito a trovare un attimo di tempo. Ma il Cavaliere, rendendosi conto che ormai la situazione si faceva pesante, ha rotto gli indugi alla fine del vertice di Praga e si è fatto invitare a Washington: "I giornalisti italiani - ha detto a Obama - attribuiscono molta importanza al fatto che non c'è stato questo incontro bilaterale, ma se me lo chiedi, io te lo concedo...". A quel punto il presidente americano gli ha detto che lo aspetta alla Casa Bianca prima dell'estate. Il tormentone è finalmente finito, non solo per i giornalisti ma anche per la diplomazia italiana, che le aveva inutilmente provate tutte per trovare un buco nell'agenda di Obama.

Barack Obama è stato svegliato poco dopo le quattro e mezza del mattino dal suo portavoce Robert Gibbs, doveva rispondere urgentemente al telefono: dall'altra parte del filo, a Washington, c'era il generale James Cartwright il vice capo di stato maggiore delle forze armate americane. Aveva chiamato per avvisarlo che la Corea del Nord aveva lanciato il suo missile sul Pacifico.

Il presidente se lo aspettava, solo non sapeva in che notte lo avrebbero svegliato e non si è più riaddormentato: ha chiamato il ministro della Difesa Gates e poi si è incontrato con il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale James Jones, che nel frattempo aveva raccolto tutte le informazioni che arrivavano dai servizi segreti e dai satelliti.
Ha preparato con Gibbs una dichiarazione di commento, che è stata mandata ai giornalisti alle sei del mattino, e ha aggiunto due frasi nel discorso che avrebbe letto alle dieci sulla piazza del Castello di Praga.

La tappa praghese doveva essere quella dello svago per la coppia presidenziale, ma prima c'è stato il ritardo a Strasburgo dovuto allo scontro sulla nomina del segretario generale della Nato, poi la scelta per motivi di sicurezza e di stanchezza di restare in albergo - così la cenetta romantica con Michelle si è svolta nella suite dell'Hilton con vista sulla Moldava - infine la telefonata nel cuore della notte.

I collaboratori del presidente hanno dormito ancora meno: a mezzanotte il capo dello staff Rahm Emanuel e il super consigliere David Axelrod se ne stavano sul Ponte Carlo a guardare il panorama del castello illuminato. Hillary Clinton invece era a cena al ristorante, ma lei si è sempre vantata in campagna elettorale di essere pronta a rispondere ad una chiamata d'emergenza alle tre del mattino: il dittatore di Pyongyang le ha regalato un'ora e mezza di sonno in più.

(5 aprile 2009)

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« Risposta #22 il: Aprile 08, 2009, 05:20:28 »

L'Air Force One, dopo il decollo da Istanbul, si dirige a sorpresa verso la capitale irachena

L'incontro con Maliki, mentre con Talabani un colloquio telefonico: "E' solo a causa del maltempo"

Obama, visita a sorpresa a Bagdad dopo il viaggio in Europa

dal nostro inviato MARIO CALABRESI

 
BAGDAD - Dopo il decollo da Istanbul, alle 14 e 20, a sorpresa l'Air Force One non si è diretto a Washington ma in Iraq. Barack Obama è infatti atterrato a Bagdad dove ha incontrato i militari americani e sta per vedere il premier Nouri al-Maliki.

"Sono venuto per ringraziare le truppe - ha detto Obama mentre si faceva fotografare con i soldati alla base di Camp Victory - perché stanno facendo un lavoro straordinario. In questo periodo stiamo investendo un sacco di tempo a cercare di raddrizzare la situazione in Afghanistan ma c'è ancora molto lavoro da fare anche qui".

Il presidente aveva programmato una visita al presidente Talabani e al primo ministro, ma il maltempo ha impedito il decollo degli elicotteri e i comandi militari hanno preferito cancellare lo spostamento. Così Obama si è diretto al palazzo di Al Faw, che Saddam aveva fatto costruire a soli 5 chilometri dall'aeroporto internazionale, dove lo aspettavano 600 soldati e dove si è riunito con il generale Ray Odierno. Il premier Maliki però lo ha raggiunto e così ci sarà il faccia a faccia, mentre con Talabani parlerà solo al telefono.

Prima di ripartire, non si sa a questo punto se alla volta di Washington o dell'Afghanistan, Obama decorerà dieci soldati con la medaglia al valore.

"La scelta dell'Iraq è stata fatta per tre ragioni - ha spiegato in volo il portavoce Robert Gibbs - : perché è vicino alla Turchia, per il bisogno di consultarsi con gli iracheni perché ogni possibilità di progresso è legata a soluzioni politiche, e perché lì c'è la maggioranza delle truppe americane che meritano l'attenzione del presidente".
 
(7 aprile 2009)



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Rubriche » In viaggio con Obama     

Il mistero delle agende
 

ISTANBUL - "E' stato un viaggio di enorme valore: Obama ha avuto 14 faccia a faccia con leader stranieri, sono stati utilissimi per creare una relazione personale". Mentre il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs tira le conclusioni del tour europeo del nuovo presidente americano, torna la domanda sul perché non sia stato trovato lo spazio per incontrare Silvio Berlusconi, unico leader dei Paesi del G8 a non aver avuto un bilaterale con Obama.

Gibbs allarga le braccia: "Non lo so, dovrei fare un'indagine". L'interrogativo allora passa a David Axelrod, lo stratega del presidente, anche lui presente all'incontro finale con i giornalisti: "Non ho una risposta sul perché non si siano visti, anche se nei summit della Nato e al vertice Usa-Ue di questi giorni si sono incontrati e sono in contatto". Ma Berlusconi verrà alla Casa Bianca? "Al momento non è ancora stata stabilita una data e non sono in grado di fare una previsione. Si vedrà". Poi arriva il vice consigliere sulla Sicurezza nazionale Denis McDonough e Axelrod si interrompe: "Forse lui lo sa perché non si sono visti". Ed ecco la spiegazione finale e definitiva: "E' stata una questione di agende: non è stato possibile trovare durante il viaggio un momento che conciliasse i rispettivi impegni dei due leader". Avete trovato posto per 14 leader, un ex presidente, un aspirante premier e non per uno degli alleati della Nato e dell'Europa? A McDonough non resta che giustificarsi: "Ma il presidente Obama ha grande stima per Berlusconi".

MARIO CALABRESI

(7 aprile 2009)
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« Risposta #23 il: Aprile 19, 2009, 04:41:13 »

Reportage.

Il presidente Obama: "Pronti al confronto con Cuba"

"Giusto". "No, è una resa". "Passaggio rivoluzionario". "Si aiuta un tiranno"

La mossa di Barack divide Little Havana

dal nostro inviato MARIO CALABRESI

 
La stagione degli uragani è cominciata con sei settimane di anticipo quest'anno a Miami: la decisione di Barack Obama di togliere le restrizioni ai viaggi e all'invio di denaro a Cuba per chi ha parenti nell'isola, l'annuncio di un nuovo inizio nei rapporti con L'Avana, ha sgretolato un mondo che resisteva da quasi mezzo secolo.

Ha spaccato le famiglie, approfondito le divisioni tra le generazioni e reso inservibile l'ultimo armamentario ideologico della Guerra Fredda. Ha creato un'attesa incredibile e dato vita ad un nuovo gioco di società che gira attorno alla domanda: "Partire o non partire?". Da lì poi la discussione ha mille variabili che si ascoltano ovunque: "Bisogna andare subito"; "Mai, non si deve tornare finché i Castro non saranno morti"; "Meglio aspettare, almeno un anno"; "Solo chi va subito può vedere che opportunità ci saranno per fare business"; "Il modo giusto per tornare è l'aereo"; "No, bisogna arrivare in barca a Varadero". Non si discute d'altro in tutta la Florida del Sud, dove i cubano-americani sono più di un milione e lo fanno con speranza, rabbia, paura o gioia.

"Non voglio andare, non voglio perdere i ricordi che conservo da 48 anni: la mia scuola, la casa dei nonni, le immagini di un Paese normale. Sono scappata da L'Avana che avevo 13 anni e se adesso ci tornassi la mia memoria sarebbe cancellata da qualcosa che non conosco. Preferisco restare qui". Teresita Gonzalez ha 61 anni ed è arrivata negli Stati Uniti nel 1961 con l'operazione "Peter Pan", quando la Chiesa cattolica portò via da Cuba 14.780 bambini. Sta mangiando da sola da David's, a Miami Beach. È una cliente abituale e i camerieri la prendono in giro: "E adesso cosa farete voi repubblicani, continuerete a combattere una guerra senza senso?". Lei non gli da retta, si sistema i capelli e il colletto della giacchetta, e racconta: "Se sei cubano e hai più di quarant'anni sei automaticamente considerato repubblicano, ma io penso che Obama abbia fatto l'unica mossa intelligente: rompere il muro. Adesso Cuba verrà contaminata ogni giorno di più da chi arriverà dall'America, e per il regime sarà sempre più difficile tenere in piedi l'immagine del diavolo a stelle e strisce".

Per la vecchia guardia della comunità cubana, quelli scappati subito dopo la rivoluzione castrista e arrivati fino al 1980, l'embargo, le restrizioni alla possibilità di viaggiare, mandare denaro e regali erano una religione, qualcosa che non si doveva discutere, il giusto castigo contro il regime e l'unico risarcimento al dolore e alla rabbia di aver perso tutto. Ai giovani, quelli che sono scappati da Cuba negli ultimi 25 anni e che hanno lasciato sull'isola amici e familiari, tutto questo sembrava invece un'ingiusta punizione verso chi non aveva avuto la fortuna di sbarcare in America.
Cinque mesi fa l'uomo simbolo della vecchia guardia, Mario Diaz Balart, aveva vinto ancora una volta, battendo sul filo di lana (52 a 48) il democratico Joe Garcia e conservando quel seggio al Congresso con cui la sua famiglia da decenni condiziona la linea degli Stati Uniti nei confronti di Castro. Mario adesso ha perso la voce, non ha più voglia di parlare con i giornalisti e si è limitato ad uno stringato comunicato scritto: "Obama ha fatto il peggiore degli errori, così arriveranno più soldi ad un tiranno che li userà per reprimere il popolo".

Lo sconfitto di novembre invece è raggiante: "Avevo perso una battaglia, ma adesso sto vincendo la guerra, i Diaz Balart e il loro mondo sono stati superati dalla storia e stanno perdendo il loro potere". Mentre Obama è a Trinidad a riscrivere i rapporti con l'America latina, Joe Garcia passeggia per Miami Beach, raccoglie strette di mano e saluti come fosse ancora in campagna elettorale. La linea del presidente era il suo programma, e molti sostengono che sia il consigliere ombra della Casa Bianca per le politiche con Cuba. Un ragazzo corre fuori da un caffè per "battergli il cinque": "Sono cinque anni che manco da L'Avana e non vedo l'ora di tornare dai miei amici, ma c'è la crisi e non so quando avrò i soldi per partire".

Tutti guardano a L'Avana, alle mosse che farà adesso il regime: "Obama ha fatto la prima mossa, adesso la palla è nel loro campo - sottolinea Joe Garcia - e tutto dipenderà da come si muoveranno. Obama ha mandato un messaggio forte a tutti i cubani: potete viaggiare, comprare, spendere e fare regali, ma se non ve lo faranno fare allora dovrete prendervela con il regime non con l'America. È un passaggio rivoluzionario: se io adesso spedisco a mio fratello i soldi per comprarsi una casa o un antenna parabolica per guardare la tv satellitare e gli viene impedito, la colpa non è più degli Stati Uniti che affamano ma di Fidel e Raul Castro".

"Sono arrivato che avevo 13 anni e ricordo il mio stupore uscendo dall'aeroporto nel vedere le macchine americane, e poi la solitudine perché non parlavo inglese". Andy Diaz, 27 anni, all'ultimo mese della scuola di legge, fa parte di quella generazione "americanizzata", che ha lasciato i quartieri storici dell'immigrazione, non fa più vita di comunità e ha votato per Obama: "Non sono mai più tornato a Cuba, ma ho altre priorità: prima voglio visitare l'Italia. Mia madre non sta nella pelle mentre mio padre ha paura, perché nessuno sa come si comporterà il regime: è chiaro che se aumenteranno i viaggi loro perderanno il controllo su chi arriva e vedranno svanire l'immagine di un nemico di cui hanno un bisogno immenso. Perché i cubani americani andranno a casa dei parenti, e smonteranno gli stereotipi, racconteranno che in America certo c'è anche il razzismo, la povertà e un sistema sanitario iniquo, ma puoi lavorare, comprarti casa, viaggiare, mangiare quello che vuoi e che non è così male. Per questo molti hanno timore che il regime cercherà un nuovo scontro, un incidente che congeli tutto come quando per frenare Clinton abbatterono due piccoli aerei che lanciavano volantini".

Si avvicina il cameriere, sente che parliamo di Cuba, racconta che non vede l'ora di andarci per sentire la musica dell'isola ma poi rivela la nuova paura della città: "Se a L'Avana apriranno un paio di casinò, se ci saranno alberghi e ristoranti decenti, allora nessuno verrà più qui: Miami diventerà solo uno scalo per Cuba e perderemo tutti i turisti. Perché là il mare è un'altra cosa e c'è la vera atmosfera dei Caraibi. Anche a Cancun farebbero bene a cominciare a preoccuparsi".
A Little Havana ci sono ancora i cartelli di McCain nei giardini delle case, e l'industria della nostalgia è sempre fiorente: la gente continua ad andare nei piccoli musei dove guarda le foto di com'era Cuba negli Anni Cinquanta, sfoglia i vecchi elenchi del telefono per ritrovare gli amici, prende in mano le riviste che ricordano un mondo perduto. Al ristorante Versailles, il cuore dell'opposizione al regime castrista - fuori c'è una targa che lo definisce "Centro culturale e patriottico dell'esilio" - l'atmosfera è mesta, quando Obama ha fatto il suo annuncio non c'era nessuno, non hanno trovato la forza per protestare. Quando si è saputo che Fidel stava per morire qui fuori la gente in festa riempiva sette isolati, ma adesso c'è la sensazione che il gioco sia cambiato: le regole non si dettano più da qui.

Il vecchio Armando Perez Roura, l'ottantenne che dirige Radio Mambi, la voce della destra anticastrista a Miami, è scatenato: "Obama ha fatto una concessione unilaterale ad un dittatore, l'avevo sempre detto che era un comunista". Ma anche ai tavoli del Versailles tutto è più sfumato. "Io sono contraria - dice Ana Maria Alemany - così si aiuta il governo, gli si danno soldi per resistere". Ma l'embargo non ha fatto cadere Castro: "La colpa è stata degli europei che sono stati ciechi e accondiscendenti per troppi anni con Fidel. Mi manca molto Cuba, ma non ci tornerò mai, almeno finché ci sono i comunisti". Il marito Joaquim, avvocato benestante, è molto meno netto: "Nel lungo periodo si rivelerà una scelta saggia, perché chi è rimasto a Cuba si renderà conto che vive nel posto sbagliato e delle falsità che per anni gli ha raccontato il regime". Ma l'idea di un lungo disgelo è prostrante per chi aveva sperato di veder crollare Castro, e Joaquim sconsolato si avvia verso la macchina: "Nemmeno la festa per la morte di Castro siamo riusciti a fare, ma morirà mai? Ho smesso di sperare anche in questo". La loro figlia invece ha votato per Obama e appena può andrà a vedere che cos'è Cuba.

Miami è divisa tra la curiosità dei giovani, la nostalgia degli adulti e la paura di restare delusi dei vecchi. Lo scrittore Norberto Fuentes, l'autore di "Hemingway a Cuba", il dissidente che uscì dalla galera solo grazie a Gabriel Garcia Marquez, alla domanda su cosa farà il giorno che rimetterà piede a L'Avana risponde malinconico: "Io non ho nessuna nostalgia di tornare: cosa ci vado a fare, a coltivare delusioni?".

(19 aprile 2009)
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« Risposta #24 il: Aprile 30, 2009, 10:07:57 »

30/4/2009
 
L'esempio di Torino nel mondo in crisi
 
MARIO CALABRESI
 
Viviamo tempi inaspettati: l’automobile italiana va in soccorso di quella americana, un giovane afroamericano guida la nazione più potente del mondo, in pochi mesi è stata bruciata più ricchezza che in due guerre mondiali. L’incertezza è la cifra delle nostre vite e anche i giornali sono divisi tra la passione di raccontare una stagione eccezionale e la paura per una crisi che non li risparmia. Nel mondo occidentale c’è chi chiude i quotidiani, chi scommette sulla loro scomparsa e chi si ostina a credere, tenacemente, che proprio in mezzo alle difficoltà si debba guardare lontano. Immaginare sfide completamente nuove. «Non è importante quante volte cadi ma quanto in fretta ti rialzi», recita un motto popolare negli Stati Uniti: farlo proprio significa cercare di vedere possibilità e occasioni nelle avversità.

Così nella crisi globale della carta stampata, davanti alla necessità di ripensare i modelli tradizionali di giornalismo, Torino, casa di questo giornale, può esserci di esempio: si era persa nella fine della città fabbrica, ma ha trovato la forza di ripensarsi e di rinascere diversa, piena di fermenti e di energie nuove. Si parla molto del declino dei giornali e non possiamo negare che la tecnologia moltiplica le possibilità di ricevere informazioni e riduce i tempi dedicati alla lettura, ma poi ogni mattina oltre trecentomila persone ripetono il gesto di comprare La Stampa. A tutto questo dobbiamo provare a dare risposte: il flusso quotidiano su Internet, le notizie più fresche sui cellulari e le e-mail, mentre il senso della giornata troverà ancora il suo approdo naturale nella carta stampata.

Diversi i supporti, identici i valori di fondo, quelli che si sono tramandati per quasi un secolo e mezzo: l’amore per il lavoro fatto con cura, l’etica della responsabilità, i fatti, non le ideologie. Così come la fedeltà alla tradizione laica, da intendersi come rispetto delle posizioni, delle idee, delle fedi.

La Stampa continuerà ad essere un giornale con le sue radici in Piemonte, in Liguria e in Valle d’Aosta, ma che non rinuncia a parlare al resto dell’Italia e a raccontare cosa accade a Napoli e a New York, a Parigi e a Pechino. Il segreto di questo giornale è di non essersi mai chiuso nel suo territorio ma di aver raccolto gli stimoli migliori che venivano da tutto il Paese e dall’altra parte delle Alpi.

Ho avuto la fortuna di seguire Barack Obama, Presidente da cento giorni, in giro per gli Stati Uniti negli ultimi due anni e al di là delle sue parole d’ordine, «Speranza» e «Cambiamento», trovo che la sua vera forza sia la capacità di guardare avanti, di non farsi ingabbiare dentro schemi ideologici che appartengono ad un altro secolo. «Sono convinto - ha scritto nel suo libro più famoso - che ogni volta che esageriamo, demonizziamo o siamo arroganti, siamo condannati alla sconfitta. Sono la caccia alla purezza ideologica, l’ortodossia rigida e l’eterna prevedibilità del dibattito che ci impediscono di vedere le sfide che abbiamo davanti».

La sfida per i giornali è oggi quella di riuscire a decifrare la complessità offrendo chiavi di lettura. È di essere credibili, affidabili, corretti e curiosi. Il giornalismo non è intrattenimento, tanto meno l’inseguimento dell’ultima stranezza: mi sta a cuore che si spieghi se la febbre suina è davvero pericolosa, senza cadere in un sensazionalismo fine a se stesso, o se un terremoto può essere previsto senza farsi condizionare dalle convenienze politiche. Adesso per me comincia un’avventura nuova come direttore di questo giornale, e ho un doppio debito di gratitudine verso Giulio Anselmi non solo per avermi lasciato un giornale bello e autorevole, ma anche per aver creduto in me quando mi assunse all’Ansa diventando il mio primo direttore.

Il direttore che invece non ho mai avuto è stato Indro Montanelli. Quando vent’anni fa mi chiese se volevo fare il praticante, non ne avevo l’età e stavo iscrivendomi all’università, però poi mi regalò una passeggiata nei giardini di Porta Venezia, a Milano. Di quella camminata mi piace ricordare la sola cosa che secondo lui avrei dovuto stamparmi in testa: «I giornalisti sono al servizio dei giornali e i giornali dei lettori. Chi pensa il contrario farebbe bene a cambiare mestiere».


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« Risposta #25 il: Maggio 01, 2009, 11:41:45 »

1/5/2009 (6:25) - INTERVISTA

Marchionne: "Un matrimonio perfetto, non potevamo mancarlo"
 
L'Ad della Fiat: «Il mondo ci guarda, adesso non possiamo sbagliare»


MARIO CALABRESI
TORINO


«Adesso non possiamo sbagliare, siamo sotto la lente del mondo intero, tutti ci guardano e la responsabilità è enorme. Per riuscire dobbiamo restare umili e non farci illusioni perché il lavoro non sarà facile». Sergio Marchionne è felice, non lo vuole dire, ripete che come premio spera soltanto di riuscire a dormire. E’ a New York, sta per salire sull’aereo che lo riporterà in Italia dopo aver concluso le nozze con l’americana Chrysler.

Tossisce continuamente per la stanchezza ma non smette mai di parlare: «È stato un processo che avevamo cominciato ad immaginare un anno fa, ci abbiamo lavorato giorno e notte, ho sputato sangue, e devo dire che la situazione del mercato ci ha indubbiamente aiutato molto. La crisi americana ha costruito una condizione di possibilità e ha aperto delle opportunità a noi favorevoli, ma le abbiamo potute cogliere perché avevamo le idee chiare, un progetto valido in testa. Tutto questo è accaduto perché negli ultimi cinque anni avevamo sviluppato le motorizzazioni giuste, un approccio e un impegno per l’ambiente che oggi l’America voleva e di cui aveva bisogno. Così è nato un matrimonio perfetto, con una serie di incastri e di coincidenze irripetibili. Sapevo che la storia non ci avrebbe dato un’altra possibilità. Così, se non ce l’avessimo fatta, sarebbe stato un grandissimo peccato e le conseguenze negative le avrebbero pagate sia la Fiat sia la Chrysler. Invece questa unione porterà benefici ad entrambi, è una cosa che è riuscita perché non c’è stata arroganza ma tanto lavoro e una grandissima serietà e uno sforzo immenso del governo americano».

Alle dieci del mattino aveva firmato l’accordo, ma anche in quel momento non era riuscito a gioire: «A dire la verità c’erano ancora dei punti aperti, così mentre firmavo speravo valesse qualcosa, ma non c’era ancora certezza. Poi ho passato due ore a Washington ad aspettare le parole di Barack Obama, l’annuncio dell’Amministrazione. A mezzogiorno finalmente ho potuto liberare l’emozione: ce l’avevamo fatta. La Fiat ritorna negli Stati Uniti dopo anni di lontananza, dopo essere andata via in modo poco piacevole, ma torna con un know-how di valore e con gli occhi dell’America e del mondo addosso».

L’amministratore delegato del gruppo torinese sente più di tutto la responsabilità della sfida: «Non possiamo sbagliare: da quando un mese fa Obama ha parlato della Fiat ha scommesso su di noi, da quel momento su di noi si sono concentrate una pressione e una responsabilità fortissime, ci è richiesto un impegno straordinario. L’obiettivo è rafforzare la Fiat e dare la possibilità a Chrysler di risanarsi».

L’accordo con la Chrysler per Sergio Marchionne, emigrato in Canada dall’Abruzzo insieme ai genitori quando aveva quattordici anni, non è stato soltanto una grande operazione manageriale ed economica ma anche una rivincita della vita: «Sono cresciuto parlando un inglese con un marcatissimo accento italiano. Ci ho messo più di sei anni a perderlo, ma sono stati sei anni persi con le ragazze. L’imbarazzo di aprire bocca mi paralizzava. Pensavo che il sistema americano fosse aperto ma da emigrante non avrei mai immaginato fino a questo punto. E’ cambiato il mondo e questa volta mi sono trovato a parlare con l’accento giusto».

Sergio Marchionne percorre l’America avanti e indietro da un vita, ma ripete continuamente, tra un colpo di tosse e l’altro, che ha scoperto un Paese diverso, profondamente cambiato: «Ma lo hanno fatto restando fedeli al loro Dna: capacità di risanarsi, di mettersi in discussione e cambiare strada per ripartire, di creare nuove basi per il futuro. Certo l’America ha pregi e difetti, ma Obama in questi cento giorni ha mostrato una straordinaria capacità di visione, una chiarezza di idee e obiettivi che mi ha impressionato e non si è fatto bloccare da pregiudizi o convenienze politiche. Ha fatto un passo enorme: ha accettato di farsi aiutare da un gruppo straniero per salvare Chrysler e ci ha messo i soldi. A noi hanno chiesto tecnologia e capacità gestionali e su questo non possiamo deluderli».

Prima di ripartire insieme ad Alfredo Altavilla, che lo ha accompagnato in tutta la trattativa, ha fatto tappa a New York: «Ero su Park Avenue e mi sono fermato a guardare l’edificio dove cinque anni fa avevamo fatto la trattativa con la General Motors, dove avevamo chiuso il nostro rapporto americano riuscendo a portare a casa due miliardi di dollari. Era il 14 febbraio del 2005, il giorno di San Valentino, e mai avrei immaginato che saremmo tornati in America per sposarci. Ma questo ci dice molto della vita, ci dice che bisogna essere pronti a tutto, essere preparati e flessibili per cogliere ogni opportunità».

Ora per l’uomo che non mette mai la cravatta - «Neanche per la firma, neanche quando mi sono seduto a discutere al Tesoro con Timothy Geithner. Sono sempre restato fedele al mio maglione» - si apre una stagione nuova: «Dovrò dividere il mio tempo e la mia vita tra l’Europa e gli Stati Uniti, lo facevo già, ma ora c’è un impegno aggiuntivo e succederà ancora di più». Tossisce di nuovo: «Certo dovrò alleggerire certe cose che facevo perché ho raggiunto i miei limiti fisici e di più non posso chiedere a me stesso». Racconta che non vede l’ora di salire in aereo: «E’ piccolo e scomodo ma devo dormire a tutti i costi e riuscire a dormire sarà il mio modo di festeggiare».
Atterrato da questa parte dell’oceano, di nuovo non ci sarà molto tempo per dormire perché la partita non è finita: «Adesso dobbiamo concentrarci sulla Opel: sono loro i nostri partner ideali».

E’ a conoscenza delle preoccupazioni italiane che l’ingresso in America possa significare un disimpegno della Fiat nel nostro Paese e non si tira indietro: «Non ho mai abbandonato nemmeno per un secondo l’impegno verso il sistema italiano ma insieme ai sindacati e al governo dobbiamo essere capaci di affrontare i problemi strutturali in modo responsabile, tenendo fede a tutti gli impegni con i dipendenti. Però non possiamo non guardare ad una domanda che è calata. L’esempio che ci viene da Obama è che dobbiamo mantenere e rafforzare l’industria del Paese ma riconoscendo la realtà delle cose. Un percorso che faremo nel rispetto delle specificità del sistema europeo e del nostro radicamento italiano. Non sono diventato Marchionne l’Americano».

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« Risposta #26 il: Settembre 14, 2009, 12:05:25 »

14/9/2009

Quando si spensero le luci
   
MARIO CALABRESI


«Due mesi prima che nascesse nostro figlio mia moglie mi convinse a lasciare il fondo speculativo per cui lavoravo da anni per trovarmi finalmente un posto sicuro. Per questo al compimento dei 36 anni sono arrivato a Lehman Brothers: non volevo più correre rischi». Il broker che un anno fa, la mattina di lunedì 15 settembre, mi raccontava la sua storia mentre teneva in braccio la scatola con i pochi oggetti che aveva portato via dalla scrivania, non poteva credere che il mondo gli fosse caduto in testa. Era attonito, parlava con un filo di voce, eppure non aveva idea del crac che avrebbe investito il mondo.

Il giorno dopo vennero disattivati i megaschermi a cristalli liquidi che coprivano il palazzo della banca d’affari, sull’angolo tra la Settima Avenue e la Cinquantesima Strada, e che fino a quel momento avevano trasmesso a ritmo continuo balene megattere che saltavano fuori dal mare, iceberg polari, prati d’Irlanda e montagne rocciose. Fu un gesto simbolico: in quel momento si spensero davvero le luci di Manhattan.

Si svuotarono i negozi di lusso, i ristoranti e i grandi magazzini, ma chi cercava conforto cominciò a riempire le chiese o i bar. Gli americani cominciarono a pensare che un nuovo modello di consumo fosse possibile e la parola risparmio tornò nel vocabolario. Il Natale fu all'insegna della frugalità, ma se i bambini americani finalmente furono meno viziati gli operai cinesi del distretto del giocattolo rimasero a casa a migliaia. La crisi era diventata mondiale, milioni di disoccupati e di fabbriche chiusero e dall’Asia all’Europa nessuno venne risparmiato.

Cominciarono i vertici internazionali globali, i G20, a cui trovarono posto anche Cina, India e Brasile. Prima Washington, poi Londra e dagli Stati Uniti al Giappone, passando per Pechino, vennero varati giganteschi piani di stimolo all’economia.

Ora le Borse hanno recuperato, si vedono segnali di stabilizzazione ma la perdita di posti di lavoro continua. La responsabilità maggiore per il grande crollo, un anno dopo, è ancora sulle spalle del ministro del Tesoro di George Bush, Henry Paulson. Fu sua la decisione di lasciar fallire Lehman Brothers, era sicuro che il sistema avrebbe retto, che era più importante concentrarsi sul salvataggio del colosso assicurativo Aig - con cui erano assicurati milioni di cittadini americani che stavano per essere chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente - e che fosse fondamentale dare un segnale forte a Wall Street: bisognava punirne uno per educare tutti gli altri a darsi una calmata e a mettere freno alle speculazioni. Paulson sbagliò drammaticamente i suoi conti e la crisi sistemica arrivò puntuale. In questi mesi non ha mai spiegato le sue ragioni, non ha raccontato i retroscena di quel drammatico fine settimana, né le responsabilità di George W. Bush. Lo abbiamo contattato questa settimana, in uno scambio di e-mail ci ha risposto che le sue ragioni le potremo conoscere solo all'inizio del prossimo anno: sta scrivendo un lungo libro con le sue verità.

Cinquanta isolati più a Nord del palazzo dove abitava Lehman Brothers, in una bellissima casa con vista sul fiume Hudson, abita l'economista premio Nobel Joseph Stiglitz, critico feroce di Paulson - uomo che veniva da Goldman Sachs, storica banca rivale di Lehman - e dell'attuale amministrazione Obama. Siamo andati a trovarlo e abbiamo raccolto il suo sfogo per un sistema che non si è ancora dato nuove regole per evitare un altro crac.

Dopo di lui abbiamo incontrato giornalisti e banchieri, industriali ed economisti, politici e sindacalisti, per capire se quella che appare alla fine del tunnel è davvero luce. Per capire come, nel crac globale, Cina, India e Brasile abbiano trovato il modo per continuare a crescere. Ma in un anno non è cambiato solo il nostro modo di consumare, come ci raccontano tra gli altri Vittorio Colao di Vodafone e Andrea Guerra di Luxottica, ma anche quello di immaginare il futuro. Perfino Hollywood ha cambiato la sua testa e ha cancellato la parola rischio dai suoi copioni, mentre il mercato dell'arte, dopo anni di eccessi e quotazioni record, ha visto dileguarsi i nuovi collezionisti russi e arabi.

Ora bisogna sperare in nuove regole, in un ritorno della fiducia e in politiche sagge di investimenti. Questa sera Barack Obama parlerà al suo Paese dalla Federal Hall di New York, annuncerà che il peggio è passato e chiederà al Congresso di varare nuove leggi per impedire che un nuovo crollo possa avvenire. Ma nulla è certo e allora abbiamo voluto tradurre in uno slogan scaramantico la foto di copertina del settimanale americano Time della scorsa settimana: incrociamo le dita.

Nel frattempo il mio broker è tornato a lavorare in quello stesso palazzo sulla Cinquantesima Strada e a fare colazione da Starbucks all’angolo: è stato assunto dalla Barclays, che ha rilevato il palazzo e una parte delle attività di Lehman. Un anno fa mi aveva detto che il fallimento era stato un atto catartico e che era giusto così, perché la furbizia non può vincere sempre. Oggi i soldi e i bonus però hanno ricominciato a girare vorticosamente intorno a lui.

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« Risposta #27 il: Settembre 17, 2009, 05:04:56 »

17/9/2009

Quando manca il luogo del confronto
   
MARIO CALABRESI


Il flop di ascolti toccato alla puntata speciale di Porta a Porta dedicata alla consegna delle prime case ai terremotati di Onna è inatteso ma a ben pensarci perfettamente comprensibile. Inatteso perché, per dare maggior risalto al ritorno del presidente del Consiglio su Raiuno dopo un’estate di polemiche roventi, era stata fatta piazza pulita di ogni altro programma che potesse interferire.

L’intero palinsesto televisivo era stato accuratamente studiato per concentrare l’attenzione su Silvio Berlusconi che decretava il ritorno - a tempo record - di alcuni sfollati ad una vita più decente. Ma ciò non è accaduto.

Solo poco più del 13 per cento degli ascoltatori (3 milioni e 200 mila persone) si sono sintonizzati con il programma di Bruno Vespa, la cui media, quando va in prima serata, è del 19 per cento con 4,4 milioni di telespettatori. Quelli che mancano all’appello con la rete ammiraglia della Rai o hanno cambiato canale, decretando incredibilmente il successo per la prima serata di una fiction trasmessa su Canale 5, oppure hanno tenuto la televisione spenta.

Ma se nessuno avrebbe scommesso su un tale destino per un programma immaginato per celebrare la ripartenza dell’attività di governo dopo la pausa estiva, le sue ragioni non sono così oscure e ci indicano una strada chiara e possibile per uscire dalla stagione dello scontro violento continuo.

I telespettatori hanno detto che non sono interessati ai monologhi, al pensiero unico, che vogliono poter scegliere. Da questo punto di vista stupisce la strategia messa in atto dal presidente del Consiglio alla fine di questa estate con le querele, il fastidio trattenuto a stento, le accuse sistematiche a tutti gli organi di informazione e la scelta di rifiutare ogni contraddittorio.

Stupisce perché Berlusconi è indiscutibilmente il più efficace comunicatore che la politica di questo Paese abbia conosciuto, ha costruito le sue vittorie sui messaggi positivi, diretti, sulla capacità di incantare e convincere. Sa benissimo che il contraddittorio paga in termini di ascolto e anche in termini di stima: il politico che accetta di sottoporsi alle domande ed è capace di convincere con le sue risposte è il politico che vince. Vince non solo perché spiega ma anche perché mostra coraggio e non si nasconde.

C’è stato un tempo in cui il Cavaliere andava in televisione e duellava in diretta da Santoro contemporaneamente con Gianni Riotta e Gad Lerner. Un tempo in cui accettava perfino di rispondere a domande intime e di rivelare che era malato di cancro. Un tempo in cui andava a sedersi sulle poltrone di cartone di Ballarò per discutere con D’Alema e Rutelli. È stata anche questa la carta vincente per la sua legittimazione politica.

Ora invece, irritato dalle campagne di stampa e circondato da una nuova leva di consiglieri che gli suggerisce ogni giorno lo scontro come antidoto a tutti i mali e problemi, ha chiuso la porta al confronto. Certo Berlusconi parla e appare, ma per le interviste sceglie quasi sempre il settimanale «Chi» e da quando è tornato dalle vacanze è intervenuto di prima mattina su Canale 5, poi su una tv tunisina di cui è indirettamente partner e infine da Vespa, in una puntata che faceva venire un gran sonno. Non sarà un caso se il picco di share c’è stato quando all’improvviso è arrivata la telefonata di Pier Ferdinando Casini e per un momento il dibattito ha preso vita.

Manca il contraddittorio, ma soprattutto mancano un luogo e un tempo dove fare le domande, non solo quelle che propone con insistenza da mesi Repubblica, non solo quelle che riguardano feste e ragazze, perché la questione della politica italiana non si può risolvere o esaurirsi sulla soglia della camera da letto del premier. Si dovrebbe discutere, e il Paese ne avrebbe un gran bisogno, di ripresa economica, ammortizzatori sociali, carceri che scoppiano, scuola e università, federalismo fiscale. Vorremmo parlare di questo ma non sappiamo come e dove farlo. Non c’è più un luogo per le domande, di qualunque tipo esse siano. Ma non c’è più neanche un luogo per le risposte e questo danneggia in primo luogo proprio il premier, che dovrebbe non sottovalutare il messaggio arrivato dai telespettatori lunedì sera.

C’era un tempo in cui Silvio Berlusconi spiegava che il segreto del suo successo era di «avere il sole in tasca», di lanciare messaggi di ottimismo. C’era il culto della ricerca del consenso, ma l’idea era che lo si potesse ottenere con il sorriso e la forza del convincimento, non facendo un inquietante deserto di parole e di dialogo. Forse in qualche vecchia giacca è rimasto un po’ di sole, c’è da sperare che i suoi consiglieri più antichi, quelli che predicavano la moderazione e la ricerca delle intese, lo convincano a indossarle di nuovo.

da lastampa.it
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« Risposta #28 il: Ottobre 12, 2009, 05:30:53 »

12/10/2009
 
Non serve attaccare gli stranieri
 
MARIO CALABRESI
 

Due anni fa Giorgio Napolitano arrivò in visita a New York e trovò ad accoglierlo una tormenta di neve e, sulla prima pagina del New York Times, un lungo reportage che dipingeva l’Italia come un Paese depresso e incamminato verso un inarrestabile declino. Il Presidente della Repubblica ci rimase male, i diplomatici considerarono l’articolo una scortesia, e Napolitano passò la sua giornata a evidenziare motivi di ottimismo per cui valeva la pena di scommettere sugli italiani. Poi andò a visitare il grattacielo disegnato da Renzo Piano dove abita il New York Times e invitò il direttore Bill Keller a uscire dai luoghi comuni nel descrivere l’Italia: «Se il giornalista è cieco vede solo le ombre. Se il giornalista non è cieco vedrà anche le luci».

Chiesi a uno dei responsabili del servizio esteri del quotidiano di Manhattan perché avevano messo in pagina il reportage proprio quel giorno e lui mi rispose candidamente: «Perché arrivava Napolitano e questo lo rendeva ancora più attuale. È solo una questione di tempi giornalistici».

Ieri il nostro presidente del Consiglio si è scagliato contro la stampa straniera che da mesi lo ha messo nel mirino. La notizia della bocciatura del Lodo Alfano era sulla prima pagina dei giornali di tutto il mondo, così come le storie delle feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli o le interviste a Patrizia D’Addario. Non c’è bisogno di scomodare ipotesi di complotti o congiure internazionali per spiegarsi tanta attenzione, basta attenersi ai fatti. Il direttore del Times di Londra, giornale di proprietà di Rupert Murdoch, scuote la testa se gli si parla di una manovra dell’editore australiano contro Berlusconi e racconta che l’interesse si è scatenato durante l’estate perché c’erano tutti gli ingredienti di una storia perfetta: una moglie furiosa che chiede il divorzio, potere politico, ragazze, ricchezza, feste e polemiche in quantità. Poi è stato un crescendo e i lettori di ogni Paese si sono appassionati a quella che sembrava loro sempre più una telenovela. Alla stessa maniera ad ogni latitudine ha fatto notizia il divorzio di Sarkozy dalla moglie Cecilià e le prime pagine sono state piene di titoli e foto della storia con Carla Bruni, così come accadde per Bill Clinton e Monica Lewinsky.

Tempo fa il Wall Street Journal pubblicò nello stesso numero un pezzo di cronaca negativo per Berlusconi, e un commento in cui elogiava la sua politica. Il capo della pagina degli editoriali, il mitico Robert Bartley, di fronte allo stupore italiano rispose: «Nessuna contraddizione: noi appoggiamo la politica di Berlusconi, ma se esce qualche notizia negativa che lo riguarda la pubblichiamo senza censure». Questa è la mentalità straniera.

Nel nostro caso la storia è cresciuta arrivando a toccare tutto il sistema, da una parte perché il premier l’ha alimentata con le querele ai giornali e la ricerca di uno scudo contro i processi, dall’altra perché non possiamo nasconderci che in Francia come in Gran Bretagna o in Germania esiste un pregiudizio sfavorevole sull’Italia e sulla sua classe politica di cui non sono sopportati vizi, furbizie e atteggiamenti ritenuti folkloristici. Esiste da sempre, tanto che il nostro ingresso nell’euro venne osteggiato e vissuto con grande fastidio.

Chiunque abbia vissuto all’estero sa che deve combattere spesso contro gli stereotipi che ci dipingono come fantasiosi, allegri e creativi ma incapaci di avere metodo, costanza e impegno, in una parola inaffidabili. Così certi comportamenti del nostro premier, che in casa fanno sorridere la maggioranza, fuori suonano come la conferma dei luoghi comuni e per i corrispondenti stranieri sono una manna: le barzellette, le corna, la bandana in testa, gli scherzi, le tirate di politica interna fatte durante le conferenze internazionali. Berlusconi lo sa benissimo, tanto che il G8 dell’Aquila è stato un successo anche perché l’atteggiamento era più severo e moderato e considerato in linea con gli standard.

Non c’è dubbio, come sottolinea il premier, che questo oltre a danneggiare il governo finisce col rovinare l’immagine del nostro Paese e dei suoi prodotti. Ma non è gridando contro la stampa straniera che si può invertire la tendenza e non è neanche utilizzando gli ambasciatori e la Farnesina per protestare che si metterà fine a questa campagna.

Proprio il Times di Londra questa settimana è arrivato a suggerire a Berlusconi le dimissioni e come risposta ha ricevuto una lettera dall’ambasciatore italiano a Londra in cui si sottolineava che «spetta ancora ai cittadini di ogni Paese scegliere chi deve guidarli». Non c’è dubbio che sia così, ma le risposte da dare a mio parere sono altre. Prima di tutto dovremmo smetterla di essere così ipersensibili di fronte al giudizio dei giornali stranieri, un atteggiamento un po’ provinciale che c’è solo in Italia, in qualche dittatura e in Brasile: cinque anni fa al corrispondente del New York Times venne revocato il visto dopo che aveva scritto ripetutamente che il presidente Lula aveva un amore per la bottiglia, ma poi il governo di Brasilia fece marcia indietro di fronte a una sollevazione internazionale. Le democrazie più solide non si fanno mettere troppo in crisi dal giudizio dei corrispondenti stranieri. Pensate se George W. Bush si fosse dovuto preoccupare o avesse mobilitato gli ambasciatori ogni volta che un giornale europeo lo accusava di essere un guerrafondaio e ne chiedeva le dimissioni. Invece si preoccupava soltanto del giudizio dei suoi concittadini e negli ultimi mesi neanche più di quello.

O pensate a come certi quotidiani italiani trattano Zapatero, Obama o Carla Bruni, che venne presa di mira dal Giornale tanto da spingere Berlusconi a dirsi «dispiaciuto per le offese» alla First Lady francese. Ma sarebbe meglio concentrarsi sui giudizi dei governi stranieri piuttosto che su quelli dei loro giornali, anche se questi indubbiamente influenzano le opinioni pubbliche.

A Washington hanno ripetutamente scrollato le spalle di fronte alle battute sull’abbronzatura di Barack Obama e di sua moglie Michelle, ma non lo fanno quando analizzano i nostri rapporti privilegiati con la Russia e l’Iran, la nostra politica energetica o l’accoglienza che tributiamo a Gheddafi, a cui a New York è stato impedito di piantare la tenda ovunque. Di questo faremo meglio a occuparci e l’unico modo per mettere fine all’attenzione dei media di tutto il mondo sarebbe quello di concentrarsi sul «fare» - parola che al Cavaliere piace tanto -, scegliendo di essere normali e magari perfino noiosi.

E ricominciare a fare notizia per le nostre politiche e non per le nostre polemiche.
 
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« Risposta #29 il: Novembre 01, 2009, 10:33:59 »

1/11/2009 - SPECIALE OBAMA UN ANNO DOPO

Cercando Obama sulle strade dell'America amara
   
Case pignorate dalle banche e giardini travolti dalle erbacce “Noi resistiamo, ma lui deve aiutarci ad aggiustare questo Paese”

MARIO CALABRESI


Non c’è più nessun segno della vittoria. Anche quella brezza mite di un anno fa, miracolo in una città in cui l’inverno arriva ad ottobre, è scomparsa. Il prato della festa durata una notte intera è una palude. Due milioni di piedi lo avevano calpestato, oggi ospita 76 oche che combattono con immensi corvi per conquistare i pezzi di pane che tira un venditore di giornali di strada. «Qui a Grant Park non hanno messo neanche una targa - ridacchia - così i turisti credono che il prato di Obama sia laggiù sotto i grattacieli, davanti al nuovo museo dell’italiano. Perlomeno le oche possono stare in pace, visto che tra poco il lago comincerà a ghiacciare».

L’italiano è Renzo Piano, che ha realizzato la nuova ala dell’Art Institute, quando l’hanno inaugurata a maggio a Chicago erano ancora convinti che grazie al nuovo presidente avrebbero conquistato le Olimpiadi del 2016. Poi è arrivato lo schiaffo che ha incoronato Rio e cancellato il sogno di essere la nuova capitale d’America. Il logo con la stella e i cinque cerchi che aveva accompagnato la candidatura è scomparso da ogni vetrina, sparite le magliette, i cappellini e le tazze, rimosse anche le immagini del presidente. È il carattere di Chicago: dimenticare subito le sconfitte e tornare agli affari.

Per incontrare la faccia di Obama bisogna scendere ad Hyde Park, qui il Secret Service continua a tenere sigillato l’isolato della moschea, dove c’è la villa di mattoncini rossi con il canestro sul retro, casa della prima famiglia d’America. Avevano promesso che sarebbero tornati per il fine settimana almeno una volta al mese, ma lo hanno fatto soltanto tre volte da gennaio. Nel quartiere però nessuno se l’è presa. Qui il tempo sembra essersi fermato alla mattina del 5 novembre del 2008, era mercoledì ma sembrava domenica: nessuno andò a lavorare, tutti suonavano il clacson e sventolavano bandiere in mezzo alla strada. L’edicola all’angolo della 53esima è ancora tappezzata di riviste che celebrano l’elezione, bisognava fare oltre tre ore di coda per conquistare una copia da collezione del Chicago Tribune o del Sun-Times. Al ristorante Valois questa volta però la colazione si paga, un anno fa per festeggiare servirono gratis uova e pancetta a 1500 clienti. Per avere il piatto preferito di Obama, «steak & eggs» - una gigantesca bistecca coperta da un’omelette e accompagnata da patate al forno e toast imburrati - ci vogliono 8 dollari e 95. Troppi per molti avventori. Qui l’amore per il presidente è rimasto intatto ma il clima è cambiato, accanto alla cassa allo slogan «Yes we can» hanno aggiunto 3 parole: «Help the economy».

«Sì, si può aiutare l’economia»: vogliono il posto di lavoro e l’assicurazione sanitaria. È questa la preoccupazione dei clienti della caffetteria Valois e di tutti gli americani un anno dopo l’elezione del primo presidente nero. Un viaggio attraverso gli Stati Uniti oggi ci dice solo e soltanto questo: o il presidente aggiusta l’economia e abbatte la disoccupazione, che è arrivata al 10 per cento, oppure nulla lo salverà dalla bocciatura dei suoi concittadini.

«Ha ricostruito le nostre relazioni con il mondo e ha mandato un messaggio di pace all’Islam, sono orgoglioso di lui ma ora deve creare posti di lavoro altrimenti resterà solo con il suo Nobel». Mentre parla Lester Walton, un’icona tra i neri di Hyde Park, continua a spingere la sua sedia a rotelle. Poi si ferma, indica le spillette che ha messo sul bavero con i volti di Obama e Martin Luther King, e puntualizza: «Però non ho capito tutte quelle critiche e quell’ironia: il premio se l’è meritato. La strada è quella giusta ed è quella della Storia».


Fort Wayne, Indiana
La strada ci porta a sud-est, sulle tracce della disoccupazione, nel cuore dell’Indiana, Stato repubblicano che a sorpresa e per colpa della crisi lo scorso anno scelse di scommettere su un democratico nero. Fort Wayne è esattamente tra Chicago e Detroit, tra i laghi Michigan e Erie: percorrere in auto le due coste fa paura, si incontrano interi quartieri di case diroccate, pignorate dalle banche a chi aveva perso il lavoro e mai più rivendute. Prima di arrivare in città si ha l’illusione del paradiso, per alcuni chilometri scompaiono i cartelli «vendesi», i giardini hanno il prato tagliato alla perfezione e al posto delle macchine si incontrano calessi neri trainati da cavalli. È la terra degli Amish, che continuano a vivere come se il tempo si fosse fermato tre secoli fa. Ma l’illusione scompare in fretta: ecco le fabbriche che producevano trattori e poi le acciaierie abbandonate, una sfilza di scheletri che circondano il centro di Fort Wayne. Nella Contea di Elkhart la disoccupazione ha raggiunto il 15 per cento e aumenta ogni mese. Sono tornato per incontrare una donna di 67 anni con i capelli bianchi raccolti in una coda, si chiama Jaleh, è di origine iraniana ma da decenni ha in tasca il passaporto americano. Un anno fa mi aveva raccontato di non aver mai votato, disgustata dalla politica, di aver dedicato tutta la vita alle ceramiche, ai figli e al grande roseto che aveva piantato in giardino. Poi aveva sentito un discorso di Obama in tv, era rimasta folgorata e si era presentata al quartier generale dei volontari convinta di dover fare la sua parte: per dieci mesi aveva preparato torte e sandwich con il pane fatto da lei per tutti i ragazzi. Voglio chiederle se è delusa. Mentre percorro il vialetto che porta all’ingresso della villetta ad un piano vedo che nel suo giardino è piantato il cartello «vendesi». Resto paralizzato: anche lei sta per perdere la casa? «No, ho finito di pagarla vent’anni fa, ma non ha più senso restare qui. La crisi economica ha distrutto quest’area, la vita sta scomparendo. Pensi che con mio marito comprammo questa casa di quattro stanze nel 1976, costava 70mila dollari, con gli stessi soldi avremmo preso un attico a Manhattan o una villa sull’Oceano a Santa Barbara, che ora valgono trenta volte tanto. Sai quanto mi hanno offerto dopo che ho rifatto tre volte il tetto e messo un parquet meraviglioso? Novantamila dollari. Vale come negli Anni Settanta. Non c’è più niente da fare, non resta che andarsene, raggiungerò i miei nipoti a New York». Mi offre una tisana, parla del roseto che andrà in malora e del forno per cuocere i vasi, costruito nel garage, che non interessa a nessuno. Racconta che qui c’era un negozio di Giorgio Armani, una succursale della Porsche e un rivenditore dell’Alfa Romeo: «E tre enormi grandi magazzini: due li hanno già abbattuti, rasi al suolo per mancanza di clienti, il terzo resiste a fatica». L’America vista da questo salotto sembra senza speranza. E pensare che sulle finestre per mesi erano stati appesi i cartelli «Hope» e «Change». Tale è l’amarezza che quasi non oso chiederle un giudizio sul presidente, ma lei ritrova il sorriso e mi racconta che il suo amore non è svanito: «Ho ancora fiducia in lui. Lavora come un mulo eppure lo criticano, ma io nonostante tutto sono ottimista e fiera di questo presidente su cui ho scommesso la mia passione».


Home stead, Florida
Per seguire la curva ascendente del numero di famiglie che perde la casa bisogna scendere fino in fondo alla Florida, arrivare quasi sul confine con il parco nazionale delle Everglades famoso per le sue paludi abitate dagli alligatori. Qui c’è il picco, qui c’è Homestead, ribattezzata dal Miami Herald «Foreclosureville», la città dei pignoramenti. Due anni fa era stata celebrata come la comunità con la crescita più veloce d’America, se ancora nel 2000 era un centro agricolo con 30mila abitanti, nel 2008 aveva raddoppiato i suoi cittadini. «Arrivavano a frotte ogni settimana - racconta la cinquantenne Diana che è nata e cresciuta qui e gestisce uno studio di architettura -, attirati dal clima e dai prezzi bassi, compravano le casette nuove con il giardino e il posto per la barca, sembrava il luogo ideale per vivere: in 45 minuti si arrivava in ufficio a Miami. Ma l’idillio è finito in fretta: la strada ha cominciato a riempirsi di un traffico infernale, due ore di coda per raggiungere la città e un tempo infinito per tornare a casa». Poi il prezzo della benzina è schizzato alle stelle, la disoccupazione si è fatta sentire e il boom immobiliare è crollato: dall’elezione di Obama a oggi sono già scappate 1800 famiglie, le case hanno perso due terzi del loro valore e lungo l’autostrada ci sono interi quartieri completamente vuoti. Le terrazze delle ville vista lago sono abitate soltanto dalle rane. Chi è rimasto vive l’umiliazione di avere un mutuo più alto del valore dell’abitazione, di vedere che i risparmi di una vita non valgono più nulla. Chi ha perso il lavoro si mette in fila per avere la tesserina di plastica bianca e blu con cui si può fare la spesa al supermercato: è la versione moderna dei Food Stamps, i buoni pasto governativi. Ogni mese lo Stato la ricarica per combattere la povertà e il rischio di malnutrizione nel Paese più ricco del mondo. Oggi la carta di credito dei poveri ce l’hanno in tasca 36 milioni di persone, sette milioni in più del giorno in cui Obama ha vinto. «La situazione continua a peggiorare - alza la voce Liz la libraia - solo la Borsa e le banche si sono riprese, ma la gente della strada continua a stare male, anzi peggio e non vedo come ne usciremo». Diana mi accompagna su Krome Avenue, il cuore storico di un centro che viveva coltivando fagioli, pomodori e meloni prima dell’arrivo degli speculatori dei grandi costruttori. Mi mostra il Seminole, teatro storico in ristrutturazione: «Ci avevano promesso che sarebbe tornata anche l’opera, ma adesso il bilancio comunale ha perso un quarto delle sue entrate e non lo finiranno mai». I ristoranti sono tutti messicani, mi porta nel suo preferito per spiegarmi che non basterà un presidente per «aggiustare un’America che si è persa»: «Il nostro modello di sviluppo è stato gestito dagli speculatori, sono arrivati qui e hanno cominciato a lottizzare e ad edificare perché la terra non costava nulla dopo il passaggio dell’uragano Andrews nel 1992, poi hanno costruito l’immagine del luogo ideale dove vivere e sono riusciti a venderla a chi aveva voglia di scappare dal freddo o dalle grandi città. Intorno sono arrivati i supermercati, le gelaterie, le pompe di benzina, i negozi che affittano film e i rivenditori di computer. Hanno creato una finta città, senza un senso economico o un radicamento, poi l’hanno abbandonata. Oggi è distrutta dai suoi vuoti e sta collassando su se stessa». Provo a parlarle di Afghanistan e scuote la testa: «Qui non siamo interessati alla politica estera, vogliamo una casa e un lavoro. Neanche più i cubani di Miami si occupano di Fidel Castro, presi come sono ad arrivare alla fine del mese».


Miami, Florida
La voce del vecchio Armando Perez Roura continua ad occupare le frequenze di Radio Mambi, l’emittente dei cubano americani più conservatori, la più ascoltata da chi è arrivato in Florida prima del 1980 e continua a vivere a Little Havana. La mattina in cui è stata annunciata l’assegnazione del Nobel a Obama non ha fatto una piega: «È naturale: glielo hanno dato perché è un premio inventato dai sovietici». A nessuno importa che non sia vero, per i vecchi cubani l’offerta di un dialogo ai fratelli Castro è il peggior tradimento che potesse arrivare da un presidente americano, qualcosa perfino peggio del comunismo. Al Versailles, storico ritrovo di chi si sente esiliato, nessuno vuole pronunciare il nome dell’inquilino della Casa Bianca, preferiscono ignorarlo, far finta che non esista. Continuano la loro colazione, con il caffè che viene servito già zuccherato e le paste ripiene di ricotta, e fanno una smorfia a sentir parlare di Obama. Eppure il presidente proprio grazie ai giovani ispanici ha conquistato lo Stato che aveva dato per ben due volte la vittoria a George Bush. E subito ha mantenuto le promesse: ha tolto i limiti al numero di viaggi per Cuba, alle spedizioni di denaro e al contenuto dei pacchetti postali, rivoluzionando i comportamenti della comunità più influente della Florida. Così, nonostante la finta indifferenza dei più vecchi, un terremoto sta attraversando la comunità: il primo sintomo è stato il crollo del traffico telefonico fisso verso Cuba. È successo perché la gente ha cominciato a viaggiare - adesso ci sono otto voli diretti da Miami e i giovani provano l’ebbrezza di andare a Varadero per il fine settimana - a spedire computer, cellulari e schedine telefoniche ai familiari, che stanno imparando ad usare la posta elettronica e a mandare sms verso la Florida. Le navi da crociera che offrono prezzi stracciati per visitare i Caraibi e partono mezze vuote da Fort Lauderdale stanno aspettando con ansia il permesso di attraccare a L’Avana, per loro sarebbe la fine della crisi, la realizzazione di un affare che sognano da decenni. Ma si aspetta un segnale dal regime. Nessuno azzarda pronostici. Obama ha chiamato a Washington Joe Garcia - avvocato democratico che ha perso per un soffio l’elezione a deputato - per studiare le prossime mosse. Per provare a immaginare cosa farà Obama torno da Rui Ferreira, giornalista portoghese di nascita e cubano di adozione, massimo esperto della comunità di Miami e delle relazioni tra Washington e il regime castrista. «Siamo nella stessa situazione che c’era all’inizio del 1971 tra gli Usa e la Cina, allora tutto si sbloccò con la diplomazia del ping pong, quando i giocatori della squadra americana vennero invitati a Pechino per una partita con i cinesi. I cubani non sanno giocare a ping pong ma sanno cantare e capiscono la musica, per questo Hillary Clinton ha dato il permesso a Juanes, stella della musica latina americana, di andare a suonare a L’Avana davanti a mezzo milione di persone. Il secondo tempo della diplomazia della musica potrebbe essere il viaggio della New York Philharmonic a Cuba, ma c’è chi dice che la svolta sarà una partita di baseball». Non tutti sono ottimisti come Rui, Manuel Aranda nella sua parrocchia di Little Havana deve fare i conti con i fedeli più anziani, quelli che hanno pregato tutta la vita per il crollo del regime di Castro, per il ritorno a Cuba, e che adesso sono presi dallo sconforto: «Come possiamo continuare a credere in Dio - gli ripetono - come è possibile che abbia lasciato eleggere presidente un nero comunista?». Rui solleva gli occhialini sulla fronte, ordina un’altra birra e chiosa: «La differenza la farà l’economia, Obama si gioca tutto sull’occupazione, sono sicuro che se sarà capace di far tornare in tasca un po’ di soldi alla gente, allora anche quei vecchi cubani torneranno a credere in Dio».

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