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Autore Discussione: MARIO CALABRESI.  (Letto 30724 volte)
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« Risposta #105 inserito:: Novembre 23, 2013, 04:19:49 pm »

Lettere al direttore
23/11/2013

Primo Levi mi è sempre vicino per me non se ne è mai andato

Nei primi anni Settanta frequentavo la terza media in un piccolo paese della provincia di Torino. L’insegnante di lettere decise di farci leggere collettivamente La tregua di Primo Levi; nessuno di noi sapeva chi fosse, né cosa avesse scritto, quindi l’insegnante ci presentò in una lezione l’autore. 

Era un ebreo torinese che era stato deportato nei campi di concentramento, ma questa descrizione innescava immediatamente per noi sprovveduti tredicenni altre tre precisazioni: ebreo, deportato e concentramento. L’insegnante cercò con molta delicatezza e con molta professionalità di spiegarceli, precisando che La tregua era il seguito di un altro libro: Se questo è un uomo, che raccontava l’esperienza della deportazione. 

Le chiedemmo perché eravamo passati al secondo libro saltando la lettura del primo e lei fu molto attenta nel precisare che la lettura di Se questo è un uomo l’avremmo fatta più avanti negli anni. Secondo lei la tragedia della Shoah era troppo sconvolgente per poter essere affrontata da dei tredicenni ancora all’oscuro degli abissi in cui era capace di sprofondare l’umanità, ci sarebbe stato un tempo anche per quello, ma non era quello. Volle però farci imparare a memoria la poesia Se questo è un uomo, perché secondo lei in quei versi di Primo Levi c’era condensato tutto il dramma dell’uomo nei lager. Come dargli torto:

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

La tregua riuscì ad affascinare immediatamente tutta la classe, eravamo in tanti a leggere oltre le pagine che la professoressa ci assegnava come compito, e fummo in molti a finirlo con largo anticipo. Il viaggio di questo gruppo di uomini attraverso l’Europa distrutta dalla guerra, il forte legame di amicizia che l’accompagna, i personaggi che fanno da contorno a questa sorta di Odissea ci coinvolsero al punto che finivamo per raccontarceli, come se fosse un film, prima del suono della campanella d’ingresso. 

Un storia meravigliosa, carica di speranza e di voglia di ricominciare, nonostante tutto l’orrore visto e subito. Fu così che Primo Levi entrò nella mia vita; mi è stato sempre vicino nel corso di questi anni e da allora non è mai più andato via.
Claudio Bessone

Da - http://lastampa.it/2013/11/23/cultura/opinioni/lettere-al-direttore/primo-levi-mi-sempre-vicino-per-me-non-se-ne-mai-andato-Fpq6lsbdt7pxZATX6sSwgO/pagina.html
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« Risposta #106 inserito:: Dicembre 11, 2013, 11:43:16 am »

Editoriali
10/12/2013

Sono finiti gli Anni Settanta
Mario Calabresi

Gli Anni Settanta sono finiti domenica sera, sono stati archiviati dal maggiore partito della sinistra italiana e dai suoi elettori. La notizia è significativa perché solo lì poteva accadere, come solo lì potranno essere ridisegnati i rapporti tra la politica e il sindacato in Italia.

Nel 1992 Bill Clinton venne eletto presidente degli Stati Uniti, il primo a non essersi formato durante la Seconda Guerra Mondiale come tutti i suoi predecessori e come i suoi sfidanti in quell’elezione (Bush padre) e quattro anni dopo (Bob Dole). Tra i suoi predecessori la stessa rottura era stata fatta da John Kennedy, primo presidente del Novecento a non essere nato nell’Ottocento. In entrambi i casi ci fu un cambio di retorica e di riferimenti culturali che aiutarono l’America a cambiare rotta.

Oggi abbiamo un segretario del Partito democratico che è andato in prima elementare quando erano già cominciati gli Anni Ottanta e un presidente del Consiglio che in quel decennio ha fatto il liceo. 

Di quel periodo si è già parlato ampiamente, dei riferimenti, delle mode e della cultura che si portano dietro, ma quello che colpisce ora è che nessuno dei due protagonisti del confronto sul governo, sul suo futuro e sulla legge elettorale si sia formato negli Anni Settanta, abbia partecipato a quella stagione di dibattito, abbia potuto militare nei movimenti di quel periodo o anche semplicemente votare comunista. Non è questa l’occasione per dare un giudizio di merito, ma penso che sia notevole che una tradizione formatasi in quel tempo sia stata superata con il voto determinante di cittadini la cui età anagrafica, provenienza sociale e geografica parlava invece proprio quella lingua.

Non è successo qualcosa contro, anche se i toni del Renzi rottamatore dello scorso anno andavano in quella direzione, ma qualcosa dentro. E’ dentro il mondo della sinistra che è emerso lo sfinimento per una storia che si era avviluppata su se stessa e che non aveva più alcuna spinta propulsiva. Da troppo tempo la sinistra italiana era chiusa in difesa, incapace di connotarsi con proposte innovative presa com’era a definirsi in contrapposizione: contro i cambiamenti nella scuola, nell’università, nella sanità, della Costituzione, nel mondo del lavoro, ma soprattutto legando la sua identità all’antiberlusconismo.

Tutto ciò era privo di ossigeno, incapace di costruire speranza, di rimettere in circolo idee coraggiose. Troppi dibattiti sono stati fatti in questi ultimi anni senza tenere conto della realtà in cui viviamo, senza preoccuparsi di dare risposte chiare ai bisogni e alle urgenze di oggi, ma con la testa girata all’indietro cercando le soluzioni in prassi e tradizioni vecchie di mezzo secolo.

 
Una classe dirigente che sembrava inamovibile è stata messa da parte nell’ultimo anno e più nettamente in questo fine settimana. E le conseguenze saranno molte e definiranno il futuro del nostro Paese. Prima di tutto cadrà uno degli alibi della paralisi che porta molti italiani a disimpegnarsi o a cercare vie di fuga, quello che qui nulla cambia. Oggi abbiamo il Parlamento più giovane e con più donne nella storia d’Italia, adesso di una nuova generazione sono anche i leader. 

Non c’è più la giustificazione maestra, chi è giovane da domani non potrà più denunciare lo strapotere dei vecchi, anche perché il terremoto della crisi sta spazzando via intere classi dirigenti, basta guardare cosa è successo nella Lega o nel centrodestra, dove Berlusconi cerca di sopravvivere ma si allarga il fronte di chi si affranca. Perfino nell’economia e nella finanza sono crollati santuari che a lungo erano parsi granitici e intoccabili.

Di certo i problemi di domani sono sempre gli stessi di ieri, la mancanza di lavoro e di prospettive, lo sbilanciamento delle tutele in favore di chi un posto ce l’ha e la lentezza di reazione e risposta. Non sappiamo se i nuovi protagonisti saranno migliori, perché essere giovani non significa automaticamente essere più bravi e di certo non significa essere più preparati o saggi - e la data di nascita come unico merito può giocare brutti scherzi -, ma sappiamo che potrebbero essere diversi, più in sintonia con la società in cui viviamo e con le sue richieste.

Chi prende il timone oggi deve guardarsi da tre mali che ci affliggono da troppo tempo: il cinismo, il conservatorismo e quel ritornello micidiale del «Non si può fare». Così come abbiamo fatto finora ci ha portato nella palude in cui viviamo, è tempo di provare ad andare in altre direzioni, di scardinare convinzioni consolidate e di assumersi qualche rischio con coraggio e fantasia.

C’è da augurarsi che dalle generazioni precedenti, i nostri nuovi leader non ereditino il vizio della sfida continua, che il duello Letta-Renzi non ricalchi i passi di quello decennale tra D’Alema e Veltroni, non perché non siano sane le differenze e il confronto delle idee, ma perché non sarebbe male smettere di farsi del male.

Molti oggi dicono che Renzi è arrivato troppo tardi, che il cambiamento andava fatto prima, che se è successo adesso è solo merito dell’anagrafe, ma a me viene in mente una frase che Papa Francesco ripeteva a chi doveva subire insieme a lui veti e ostracismi: «Il tempo vince sempre sullo spazio». 

E’ un bel messaggio di fede, ma quando arriva il tempo giusto e si è riusciti anche a conquistare lo spazio allora comincia la partita più complicata: dimostrare di essere all’altezza.

Da - http://lastampa.it/2013/12/10/cultura/opinioni/editoriali/sono-finiti-gli-anni-settanta-tlbCHZLKqoLTDVNO9gNYeI/pagina.html
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« Risposta #107 inserito:: Dicembre 24, 2013, 06:01:57 pm »

Editoriali
24/12/2013

Dialogo semiserio sull’anno che verrà

Mario Calabresi e Massimo Gramellini

Calabresi: «Spieghiamo subito il titolo. Normalmente che cosa fa uno che ha perso?»

Gramellini: «In Italia? Si lamenta dell’arbitro».

Cal: «Lamentarsi non serve a niente. Farebbe molto meglio a dire: ci riproviamo».

Gram: «Ottimo proposito. Lo metterò in lista, il 31 dicembre».

Cal: «Quest’anno si ha quasi paura di fare la lista dei buoni propositi e dei desideri per il 2014. Paura di restarci male. Esiste una nuova forma di pudore, quello che frena la speranza. Invece bisogna riprovarci, anche se ci siamo fatti male troppe volte».

Gram: «Nei cuori e nelle teste è passato il principio che l’Europa abbia perso la terza guerra mondiale contro la Cina. Dovevamo essere noi a esportare i diritti civili e sindacali in Oriente. Invece sono stati i cinesi a esportare qui i loro stipendi».

Cal: «È proprio questo senso di declino inesorabile che dobbiamo combattere. Il mondo va avanti, il futuro è qualcosa di non scritto».

Gram: «Di sicuro è qualcosa che non possono scrivere gli altri per noi. Un ragazzo, simpaticissimo, mi ha mandato questa mail: “Io amo la mia Patria, anche se lei mi trascura. Ma io sono cocciuto e fedele, non smetterò mai di amarla. Perciò resto qui, fermo e fiducioso, in attesa che la Patria bussi alla mia porta con un lavoro».

Cal: «E tu cosa gli hai risposto?»

Gram: «Di andare nel mondo a cercarselo, il lavoro. Lasciando sulla porta un biglietto con il suo numero di cellulare, casomai la Patria bussasse».

 

Cal: «Guarda il lato positivo: quel ragazzo crede ancora nelle istituzioni. La nausea verso la politica è forte, ma è più forte il fastidio verso la rissa politica, le urla e le promesse mirabolanti. Gli italiani hanno un bisogno straordinario di normalità: i sondaggi dicono che la maggioranza dei cittadini non ha nessuna voglia di tornare a votare».

Gram: «Si vede che io faccio parte della minoranza. Perché avrei voglia di andare alle urne al più presto, appena qualcuno si degna di apparecchiare una legge elettorale decente. Servono un cambio di passo e un’iniezione di energia, non possiamo permetterci un altro anno di ammuina».

Cal: «Ma non ti ha colpito cosa è successo con il movimento dei forconi? Nel giro di due giorni la protesta si è sgonfiata. Ha prevalso la richiesta di normalità, il rifiuto degli scontri, dei blocchi, delle serrande abbassate. Diciamo la verità: gli italiani non sognano la rivoluzione, ma negozi aperti in cui poter tornare a comprare e strade libere per ricominciare ad andare in vacanza». 

Gram: «Ma se non torna a girare l’economia, come faranno a comprare e ad andare in vacanza? So bene che l’Italia deve pagare un mare di debiti accumulati nei secoli dei secoli, però i debiti si onorano quando si è nelle condizioni di farlo. Se per pagarli in tempi di magra si continuano a drenare le tasche dei ceti medio bassi, finiremo come quel malato di cui il medico disse: “Tecnicamente è guarito, ma purtroppo è morto”».

Cal: «Ti ripeto: io vedo in giro rabbia, indignazione, disperazione, ma anche tanto desiderio di normalità. Perfino nei gusti dei bambini. Il cartone animato dell’anno è stato Peppa Pig. I piccoli lo amano perché è semplice, lineare, solare e perché finisce sempre con una risata».

Gram: «E con una rotolata collettiva nel fango, materiale con cui - qui in Italia - abbiamo una certa dimestichezza. È stato un anno di alluvioni, insulti e scandali. Questo Paese è da ricostruire dalle fondamenta, e non è solo una metafora».

Cal: «Bisogna ricostruire e ripartire. Questo inserto che La Stampa pubblica da anni, cercando di raccontare il mondo che verrà, vuole proprio segnalare dove si torna a camminare. Ma soprattutto vuole indicare che la chiave del futuro è il coraggio di scegliere. Di prendere una strada e una direzione, senza perdersi nella rabbia e nel risentimento».

Gram: «La paura è conservatrice. Mi permetto di suggerire ai lettori l’esperimento raccontato da Chiara Gamberale nel suo ultimo romanzo: provare ogni giorno, per dieci minuti, a fare qualcosa che non hai mai fatto prima. Camminare all’indietro, telefonare a uno sconosciuto. È un gioco serissimo che ti scongela il cervello e può cambiarti la vita».

 

Cal: «Ci proverò. Dovrebbe provarci anche la nostra classe politica, anche se temo che l’appuntamento con le elezioni europee si trasformerà nel solito circo propagandistico in cui non si parlerà di Europa, di quello che ci può dare davvero, ma di irrealistici referendum sulla moneta. E, quel che è più grave, si voteranno candidati improbabili, senza nemmeno controllare se sono in grado di farsi capire a Bruxelles o di portare a casa soldi e finanziamenti».

Gram: «L’establishment sa le lingue, ma ha fallito. I cittadini lo considerano colpevole della crisi, non si fidano più. Mi ha colpito il caso Stamina, messo a nudo proprio dal nostro giornale: il fatto che gli scienziati più autorevoli abbiano bocciato il metodo non ha minimamente scalfito le certezze dei devoti. Intendiamoci: quando sei disperato hai tutto il diritto di illuderti. Ma in Italia c’è qualcosa di più, è passato il principio che qualsiasi cosa provenga dal potere ufficiale sia di per sé menzognera o comunque manipolata. Però nessuno può vivere a lungo senza credere in nulla».

Cal: «E pensare che l’establishment sta cambiando. Guarda cosa è successo in Vaticano… Ma quello che abbiamo vissuto è stato anche l’anno del ricambio generazionale nella politica italiana. Nel 2014 scopriremo se è servito a qualcosa, se i giovani sono capaci di fare meglio o perlomeno di comportarsi in maniera diversa».

Gram: «Magari peggiore, ma diversa… Scherzo: condivido in pieno il ricambio. Non si dovrebbe mai fare lo stesso lavoro per più di dieci anni. A proposito, ne approfitto per comunicarti la mia intenzione di trasferirmi in Brasile come vicedirettore del carnevale di Rio».

Cal: «Basta che mi mandi il Buongiorno anche da lì. L’unica certezza è che, con i Mondiali di calcio, nel 2014 ci ubriacheremo di Brasile. Se ne parlerà talmente tanto che samba e carioca ci verranno a nausea».

Gram: «Parla per te…». 

Da - http://lastampa.it/2013/12/24/cultura/opinioni/editoriali/dialogo-semiserio-sullanno-che-verr-p7vzTbzwD4bHW2I2vorJEK/pagina.html
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« Risposta #108 inserito:: Febbraio 14, 2014, 06:20:55 pm »

Editoriali
13/02/2014

Lo scontro fra due velocità
Mario Calabresi

Il passaggio politico in cui siamo stati tutti improvvisamente scaraventati crea a molti italiani, penso alla maggioranza, un senso di incredulità se non di disagio. Se i sondaggi, le lettere che arrivano ai giornali, i commenti sui social network e i ragionamenti che si ascoltano per strada hanno ancora valore, allora questo cambio di governo è inaspettato. Gli occhi erano puntati su un altro tema: le elezioni. La domanda più frequente, fino a tre giorni fa, era: andremo a votare questa primavera o nel 2015 con una nuova legge elettorale? Nessuno, o quasi, immaginava una sostituzione in corsa di Letta con Renzi. 

Eppure questo strappo, che si sta consumando e di cui non conosciamo ancora l’esito finale, è figlio naturale dell’opinione pubblica di questo tempo, di un Paese impaziente che chiede spallate, forzature, che sogna fuochi catartici e non sopporta più il riformismo, le attese e i tempi lunghi, anche quando possono essere giustificati e inevitabili. Gli stessi che oggi dicono di non volere il segretario del Pd a Palazzo Chigi senza un passaggio elettorale sono anche quelli che nello stesso tempo lamentano le timidezze e le indecisioni del premier in carica e del suo governo. 

Renzi lo ha capito perfettamente, perché tra le sue caratteristiche costitutive ha – oltre alla velocità – l’essere completamente dentro il suo tempo, in sintonia con gli umori profondi della nostra società. E su questo ha scommesso, sul fatto che il gesto rapido e plateale parla alla pancia del Paese più di ogni altra cosa e può dare soddisfazione a tutti coloro che identificano nell’immobilismo il principale nemico da affrontare. 

E allora i tratti peculiari di Letta, che ieri ha elencato in conferenza stampa, paiono quasi antichi e fuori moda: essere uomini delle Istituzioni, essere rispettosi, non amare il protagonismo, non riuscire ad essere sexy o accattivanti. Poche settimane fa mi ha detto che è contro la sua natura fare conferenze stampa tutti i giorni e fare uno spot per ognuna delle decisioni del governo, che le cose buone dovrebbero quasi parlare da sole. Sarebbe bello se tutto questo fosse ancora vero ma purtroppo non vale più, siamo nella società delle narrative e dell’immagine e la politica non può pensare di non giocare quella partita. 

Matteo Renzi invece pensa che correre e scartare siano doti necessarie per interpretare la modernità, ha di certo ragione se questo è necessario per non finire trascinati nel pantano, in quella densità di burocrazie, regolamenti e abitudini in cui viviamo, ma resta da chiedersi se governare non sia una maratona e se sia possibile arrivare in fondo tenendo la velocità con cui si affrontano i 100 metri.

Nell’ultimo anno e mezzo questo giornale è stato tra i primi a capire il fenomeno Renzi, a dargli spazio quando la sua corsa contro Bersani sembrava solo una testimonianza perdente, così abbiamo apprezzato la correttezza e le capacità di Letta, convinti che l’Italia meritasse finalmente un cambio generazionale. 
Si poteva sperare che fosse possibile una forma di collaborazione, un passaggio concordato e condiviso, che la nuova generazione non ripetesse gli stessi schemi di duello di quelle precedenti, invece siamo ad uno scontro feroce che lascerà il segno.

Matteo Renzi ama ripetere che non ha paura di tirare i calci di rigore, che, se glielo chiedono, va dritto al dischetto e tira anche se c’è il rischio di sbagliare. Abbiamo tutti voglia di andare in gol, di ripartire, ma questa volta c’è un dettaglio da non sottovalutare: su quel pallone ci siamo tutti noi e non vorremmo finire fuori campo o, peggio, inchiodati contro un palo. 

Da - http://lastampa.it/2014/02/13/cultura/opinioni/editoriali/lo-scontro-fra-due-velocit-66ugLOpBzonwrHGlAKcj0K/pagina.html
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« Risposta #109 inserito:: Febbraio 22, 2014, 07:56:26 am »

Editoriali
22/02/2014

Il dilemma della leggerezza

Mario Calabresi

Matteo Renzi voleva che il messaggio fosse chiaro: il suo è il governo più giovane (47,8 anni l’età media dei ministri, 6 anni meno della squadra di Letta, per non parlare del gruppo di Monti più vecchio addirittura di 15), con più donne e tra i più snelli della storia della Repubblica. 

La scommessa è sulla freschezza, sulla novità e sull’energia, mentre i dubbi non possono che essere sull’esperienza e sulla capacità di incidere sulla peggiore crisi economica che l’Italia abbia conosciuto dal dopoguerra a oggi. 

Nella lista letta ieri al Quirinale non ci sono colpi di scena, non ci sono quei nomi che fanno rumore che lo stesso Renzi sperava di avere con sé, troppi i no pesanti che ha dovuto ingoiare in questa settimana, figli di un governo nato all’improvviso e non dalle elezioni. Condizioni che devono aver spaventato i compagni di strada del sindaco di Firenze, proprio quelli che erano considerati le colonne del renzismo. 

Il nuovo premier allora ha scommesso sui volti nuovi, sulla statistica e sulla coesione della squadra.

Così troviamo molti alla loro prima esperienza, un dato che certo piacerà a chi è stanco delle vecchie classi dirigenti ma che non può non dare una qualche ansia. Se penso agli Esteri, ai nodi drammatici che dobbiamo affrontare – dal confronto con l’India alla guerra civile in Siria, fino al semestre europeo – mi viene spontaneo sentire la mancanza del peso di Emma Bonino. Così mi chiedo se il confronto con la burocrazia più conservatrice e tignosa del pianeta possa essere vinto da Marianna Madia. 

La situazione in cui viviamo è però talmente delicata che tornare a focalizzarsi sulle condizioni in cui questa avventura è cominciata e sulle biografie può sembrare un esercizio inutile. Ma le conseguenze e gli obblighi che l’accelerazione (e anche la ferita del defenestramento di Letta) portano con sé saranno i dati costitutivi del nuovo governo. E imporranno velocità.

Il Paese non ha pazienza, è stato capace di divorare biografie tra le più diverse nella rincorsa della novità, ma ora appare all’ultima spiaggia. Il discorso più ricorrente che ascolto ha sempre lo stesso ritornello: «Renzi ce la deve fare». E questa frase è trasversale, si ascolta a destra come a sinistra, nei genitori e nei figli. E’ la convinzione di chi non riesce più a sperare e sente che non può permettersi di essere nuovamente deluso.

Renzi ha parlato di «risposte concrete» e queste sono le uniche che possono salvare lui e noi. Le priorità le conoscono tutti, è quasi superfluo ripeterle e sono il lavoro, il fisco, la scuola e la lentezza della macchina dello Stato in tutte le sue declinazioni. Ma ci sono anche riforme a costo zero, che ci metterebbero in sintonia con la realtà del mondo di oggi, che potrebbero essere fatte subito e darebbero un chiaro segno di cambiamento: la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri (al termine di un ciclo scolastico) e una qualche forma di unione civile.

Fondamentale sarà avere un’agenda chiara, asciutta e con le priorità ben scandite. Di libri dei sogni e tonnellate di promesse non sappiamo più che farcene.

Il governo nato ieri è indubbiamente leggero, ma questo termine può avere due significati: il primo è critico e sta a indicare il contrario della forza e dell’autorevolezza e una certa superficialità; il secondo è positivo ed è l’accezione che ne dava Italo Calvino nelle «Lezioni Americane», la capacità di volare alto, di non farsi pietrificare e di non essere barocchi e pesanti. Il compito di Matteo Renzi e dei suoi ministri è di convincerci che hanno letto Calvino. 

Da - http://www.lastampa.it/2014/02/22/cultura/opinioni/editoriali/il-dilemma-della-leggerezza-gfxbpGyeuhcToSfvIKfEfN/pagina.html
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« Risposta #110 inserito:: Maggio 22, 2014, 05:45:38 pm »

Editoriali
21/05/2014
Un ponte di cui essere orgogliosi

Mario Calabresi

Parlare di immigrati ormai è diventato difficilissimo, nessuno ha più pazienza d’ascoltare, i più moderati restano in silenzio, gli altri o invitano a rispedire ogni barca a destinazione o a girare la testa dall’altra parte quando fanno naufragio.

La questione è trattata solo in termini economici: prima ci si preoccupa dei costi di salvataggio e accoglienza, poi della minaccia che rappresentano per la sicurezza o per il nostro già disastrato mercato del lavoro. Inutile cercare di discutere razionalmente, guardare i numeri che mostrano che sono molti di più quelli che si stabiliscono in Germania, in Francia o in Svezia. Noi siamo terra di passaggio non meta finale.

Poi leggi il racconto di quella madre che è riuscita a tenere a galla per un’ora il figlio di otto anni, prima di morire all’arrivo dei soccorsi, e senti che qualcosa non funziona più, dentro e fuori di noi. Guardi la foto qui accanto e scopri che su questa barca verde e rossa alla deriva ci sono 133 bambini, che ieri sera sono stati asciugati, rifocillati e hanno dormito sotto una coperta grazie alla Marina Militare italiana che li ha salvati. Sono siriani, in fuga dalla guerra con i loro genitori. 

L’operazione Mare Nostrum ne ha salvati 30 mila da ottobre a oggi. Per molti è una colpa, un ponte che andrebbe ritirato al più presto. Ma forse è anche l’unica mano che tendiamo verso una serie di conflitti che non vogliamo vedere.

Il nostro sport nazionale è ripetere ad alta voce che l’Italia fa schifo, che non c’è niente da difendere, che siamo perduti. E se il nostro riscatto stesse nel riscoprire che siamo capaci di umanità? Mi attirerò una bella dose di critiche, ma ho voglia di dire che sono orgoglioso di appartenere a una nazione che manda i militari a salvare le famiglie e non a sparargli addosso. 

Da - http://lastampa.it/2014/05/21/cultura/opinioni/editoriali/un-ponte-di-cui-essere-orgogliosi-XlOGqPI2FxH0QCSmQHp1qM/pagina.html
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« Risposta #111 inserito:: Maggio 26, 2014, 06:32:47 pm »

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25/05/2014

Un voto per ricucire l’Europa
Mario Calabresi

Con il fiato sospeso aspettiamo tutti il grande botto, l’infrangersi dell’onda populista sulle coste della Sicilia o della Normandia, come sulle scogliere di Dover. Chi con preoccupazione, chi invece con speranza nella convinzione che si debba azzerare tutto per poter ricostruire. 

Ma non sarà questa la rottura dell’Europa storica, non perché il voto sarà ininfluente, ma semplicemente perché c’è già stata. Quello che accadrà questa sera sarà solo la registrazione dei danni di un terremoto che non è cominciato questa mattina ma almeno cinque anni fa. Un terremoto di cui ognuno già conosce gli effetti: li ha osservati a casa sua, nel suo quartiere, tra gli amici e i parenti. 

Non abbiamo forse già visto spegnersi le luci di negozi che ci erano cari, di aziende e di uffici in cui lavoravamo?

Non abbiamo già visto spegnersi sogni e speranze? 

Oggi si certificano rabbia, stanchezza e frustrazione. Le motivazioni sono reali e si chiamano disoccupazione, mancanza di prospettive, tagli lineari, corruzione e burocrazia. È tutto terribilmente comprensibile e la rabbia non se ne andrà se non verrà compresa, affrontata e risolta. Esiste solo una strada: lavoro e riforme. 

Ma non può essere una strada di demolizione, non abbiamo bisogno di altre macerie, ma di ricostruire e per farlo ci vogliono competenze, attenzione e pazienza. Mi spaventa - questo sì e molto - sentir dire che la nostra salvezza è rappresentata da cittadini senza esperienza e alle prime armi. Sarebbe come sostenere, di fronte alle macerie delle nostre case crollate per il terremoto, che non vogliamo più architetti e ingegneri a progettare quelle nuove, perché anche loro sono colpevoli del disastro. E invece di cercare di capire se ci sono professionisti migliori degli altri, affidare progettazione e costruzione al panettiere dell’angolo, noto per la sua onestà, o al cartolaio di cui conosciamo la simpatia. 

Il Parlamento europeo che esce dalle urne questa sera ha bisogno di persone competenti, capaci di fare la differenza nella preparazione delle leggi, di portarci un po’ di benessere, di difendere i nostri interessi, di far contare la nostra voce non solo di farla sentire perché capace di urlare di più. Quasi ognuno di noi, se deve scegliere un avvocato, preferisce quello che conosce meglio le leggi e si fa ascoltare dalla corte a quello che si fa notare solo perché grida di più.

 
Abbiamo bisogno di ricucire l’Europa, il suo tessuto sociale, di farne uno spazio in cui la voce dei cittadini conta. Ma abbiamo anche bisogno di ricordare che cos’è l’Europa, quanto faccia la differenza - anche in positivo - nelle nostre vite. È ridicola la semplificazione che riconduce tutti i mali e i problemi all’Unione e le possibilità di salvezza alla prospettiva di rinchiuderci nei nostri Stati nazionali. Con un minimo di obiettività, ne basta poca, ci possiamo rendere conto che i problemi di noi italiani ce li siamo fabbricati in casa, non li abbiamo importati dall’estero e che molto del cambiamento è invece figlio degli stimoli di uno spazio comune europeo. Come ha ricordato su queste pagine pochi giorni fa Vladimiro Zagrebelsky, lo sono molti degli avanzamenti sociali a cui stiamo assistendo - dalla semplificazione del divorzio, alla parificazione dei figli, fino ai diritti delle coppie che necessitano di assistenza per procreare -, così come la sicurezza alimentare, dei giocattoli o della salute in un Paese che è avvelenato da troppe Terre dei fuochi.

Ricordo perfettamente la sensazione che ho provato quando ho preso in mano la mia prima banconota da venti euro, una sensazione di forza, di appartenere a qualcosa di più grande. Mi dava ebbrezza l’idea di poter pagare una birra a Berlino, una fetta di torta a Vienna, la stanza di un pescatore in un isola greca o un libro a Parigi con la stessa moneta con cui compravo il giornale sotto casa in Italia. E la fine delle frontiere, la possibilità di viaggiare senza permessi, visti, senza passaporto, di lavorare e studiare fuori dai confini, di essere più liberi. È stato un sogno, che oggi è quasi svanito, anche perché - come accade sempre - diamo per scontato tutto ciò che abbiamo conquistato.

La generazione più giovane, quella che più è attratta dal vento del populismo, è la più europea che ci sia mai stata: i ragazzi di Monaco oggi sono uguali a quelli di Manchester e di Torino, ascoltano la stessa musica, prendono gli stessi aerei, si vestono nello stesso modo, comunicano in maniera identica e hanno gli stessi problemi e le stesse speranze.

È per loro che bisogna ricucire il tessuto sociale europeo: non meritano altre macerie, scenari di rotture apocalittiche in nome della catarsi, ma uno spazio di pace e libertà in cui costruirsi il futuro. 

Non restate a casa oggi, non comportatevi come quei turisti che si tengono a distanza dai disastri, che non fanno niente per dare una mano, ma che sono pronti a scattare una foto ricordo della sciagura.

Da - http://lastampa.it/2014/05/25/cultura/opinioni/editoriali/un-voto-per-ricucire-leuropa-28LRYkrG79ySqYRLytbAbM/pagina.html
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« Risposta #112 inserito:: Agosto 09, 2014, 05:55:30 pm »

La Stampa ha la fortuna di avere lettori affezionati

06/08/2014

Mario Calabresi

Prima di tutto voglio ringraziare tutti quelli che ci hanno scritto, sia quelli che si sono lamentati, sia quelli che ci hanno garantito che continueranno a leggerci. Vi ringrazio perché la cosa peggiore di questi anni è l’apatia, quell’indifferenza per cui tutto è uguale e nulla ha più un senso e un valore.

Aumentare il prezzo di un giornale è una cosa che provoca sofferenza, al direttore e a tutti i giornalisti, si ha la percezione chiara che si sta chiedendo uno sforzo a chi già ti compra tutti giorni, a una persona amica con cui hai un rapporto quotidiano e continuativo. Ma vi assicuro che questa scelta è sempre l’ultima e viene dopo aver tagliato tutto il possibile, ma un attimo prima di compiere scelte che renderebbero il prodotto più povero e di minore qualità.

La Stampa, come dimostrano molte delle lettere ricevute, ha la fortuna di avere lettori affezionati che ne percepiscono il valore e che riconoscono un legame speciale. Lettori che possono comprendere che il prodotto che facciamo (non il direttore - e qui rispondo alla prima delle lettere - ma il risultato di un grande lavoro di squadra) vale almeno quanto il biglietto dell’autobus di Torino, perché non incolliamo agenzie ma continuiamo ad avere giornalisti per la strada a Saluzzo come a Gaza, a Berlino come a Ventimiglia. E abbiamo l’orgoglio di pensare di avervi dato moltissime cose diverse e speciali (oggi abbiamo un’intervista esclusiva al segretario di Stato americano) e di essere lì dove voi vorreste che fossimo.

Un piccolo ma significativo dettaglio e una promessa: il primo è che non prendiamo nessun finanziamento pubblico (così come non è vero che venditori e edicolanti guadagneranno meno), la seconda è che mi impegno a ridurre drasticamente errori e refusi.

Da - http://lastampa.it/2014/08/06/cultura/opinioni/lettere-al-direttore/la-stampa-ha-la-fortuna-di-avere-lettori-affezionati-0a6FcbISgOHZfdySfsjvwI/pagina.html
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« Risposta #113 inserito:: Ottobre 07, 2014, 05:48:37 pm »

La storia di un politico che mi ha aperto la mente
04/10/2014

Mario Calabresi

Il libro che davvero ha cambiato la mia vita è stato un romanzo divertente e intrigante che, come genere, credo si possa dire appartenente alla satira politica. Il titolo del libro è Ulisse Odissea, gli autori sono Silvano Baracco e Edgardo Rossi, pubblicato dalla Lalli editore nel 1980.

Lo avevo comprato perché conoscevo uno degli autori e, devo dire, non è che avessi molta voglia di leggerlo. Allora avevo sedici anni e un pessimo rapporto con i libri, Ulisse rimase per due anni appoggiato su uno scaffale, poi partendo per una vacanza decisi di portarmelo dietro, dovevo percorrere un lungo tratto in treno e mi ero detto che un libro poteva anche essere una buona compagnia. 

Lo iniziai a leggere con poca voglia, credevo di trovarmi di fronte a chissà quale storia, invece dopo poche righe stavo già ridendo, la storia mi appassionò al punto che non smisi di leggere per tutto il viaggio e una volta arrivato continuai fino a finirlo. Si tratta di un libro di 112 pagine, ambientato nell’Italia di allora, il protagonista è Ulisse Odissea, un uomo che si trova ad essere scelto prima come candidato per l’elezione a consigliere comunale nella città di Alessandria e poi via via ricopre cariche sempre più importanti solo perché la sua ingenuità aveva convinto i dirigenti del partito di maggioranza, «la Burocrazia Quotidiana» che fosse un «utile idiota» facile da manipolare. Nel libro si narrano, in chiave comica, ma quando occorre anche seria, di un’Italia corrotta, gestita da opportunisti e incapaci, per certi versi i due autori sembravano conoscere il futuro e hanno anticipato molti dei temi che poi hanno funestato il nostro Paese. Divertentissimo è il capitolo intitolato «La notte degli equivoci», dove si narra di un improvvisato e rabberciato tentativo di colpo di Stato, con una serie di gag spassosissime. 

Capitolo che riesce in chiave comica a raccontare eventi che davvero erano avvenuti, ma passati quasi in secondo piano grazie alla distrazione di molti.

Quel libro che poi ho riletto altre 10 volte e ho letto anche ad amici e parenti, ma mai prestato perché lo sento profondamente mio, mi ha aperto all’esperienza dalla lettura, nel senso che mi ha insegnato quanto è bello leggere. Sono poi passato ad altri libri, allargandomi un po’ a tutti i generi di lettura, ma Ulisse, lo ricordo sempre così, mi ha aperto la mente.

Non so se ha fatto lo stesso effetto su altri ma per me resta il libro della mia vita.

Giovanni Jan Pampuro

Da - http://www.lastampa.it/2014/10/04/cultura/opinioni/lettere-al-direttore/la-storia-di-un-politico-che-mi-ha-aperto-la-mente-J2UgI3YEO5kzBhceM8i0YJ/pagina.html
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« Risposta #114 inserito:: Dicembre 14, 2014, 10:59:41 pm »

Se il Paese non si libera del passato

14/12/2014
Mario Calabresi

Il nostro campo da gioco è il mondo ma non abbiamo più voglia di dirlo anzi vorremmo negarlo e se fosse possibile dimenticarlo. «Basta con questo pianeta globale, con l’Europa, con la sua moneta e tutte queste regole, basta con gli sforzi e le riforme che ci chiedono»: queste parole, pronunciate in modo più o meno gentile e nell’ordine che preferite, sono ormai un sentire comune, rimbombano in televisione, nei bar, nelle cucine di casa ed escono dalla bocca di ogni politico che voglia presentarsi come nuovo e in sintonia con i tempi. 

Pensiamo di avere il diritto - visto il prezzo che stiamo pagando ad una crisi che non vuole finire - di chiuderci in casa ed essere lasciati un po’ in pace per mettere la testa sotto il cuscino e poter sognare i bei tempi andati.

Se servisse a qualcosa, o se non facesse danni, non sarebbe nemmeno male prendersi una pausa e lasciarsi andare alla nostalgia. Ma non è così: ogni istante che perdiamo, in cui scegliamo di stare fermi o di arretrare, in cui ci incantiamo a guardare indietro è uno scivolamento ulteriore verso il fondo, una nuova ipoteca sul futuro. Il dibattito di queste settimane è un insulto alla ragione, tutto costruito su polemiche interne mentre il Paese sprofonda negli scandali.

 Venerdì a Torino ho ascoltato per tutta la mattina un confronto tra italiani e tedeschi aperto la sera prima dai presidenti dei due Paesi. C’erano professori, diplomatici, imprenditori, giornalisti, tutti hanno parlato, in modo veramente franco e senza nessuna falsa cortesia, del rapporto ogni giorno più faticoso tra noi e Berlino. 

Solitamente mi irritano le persone che si mettono in cattedra e non sopporto chi ricorda ogni giorno che dobbiamo fare bene «i compiti a casa», ma passato un primo fastidio verso chi tende a darci lezioni, sono rimasto colpito dalla passione con cui i tedeschi parlano dell’Italia e dei suoi giovani. Il campione che avevo davanti era ampio e rappresentativo della società tedesca e delle sue classi dirigenti e ho colto uno stupore generale, che in alcuni era incredulità, per la nostra inerzia davanti al declino. Quattro frasi mi sono rimaste sul foglio che avevo davanti: «E’ immorale la disoccupazione giovanile italiana. E’ uno scandalo accettare di avere quasi la metà dei giovani senza lavoro, dovete insegnargli che possono farcela e costruirgli una chance. E’ eticamente irresponsabile che ci siano giovani che escono da scuola senza avere alcuna prospettiva professionale. Ma come potete pensare di non mettere a posto il Paese per i vostri figli, noi quando abbiamo capito che rischiavano di non avere un futuro abbiamo fatto riforme vere». Il tono di chi le ha pronunciate era realmente preoccupato e quando sono uscito mi sono infilato nel traffico congestionato dallo sciopero generale. Ho pensato a quanto abbia la testa rivolta al passato il nostro dibattito quotidiano, discussione in cui ci guardiamo i piedi, in cui non mettiamo mai la testa fuori di casa, in cui il futuro non esiste perché non si ha il coraggio di immaginarlo, ma soprattutto di costruirlo.

 

Riforme, «c’è bisogno di riforme» ci ripetono tutti, ogni giorno, con un’insistenza che appare petulanza. La parola provoca ormai allergia, rifiuto, ma se proviamo a tradurla in realtà potrebbe anche significare fare una vita migliore, diventare un Paese normale. Le riforme dovrebbero servire a far funzionare un’Italia ormai immobile, in cui nessuno investe – né da dentro né da fuori – perché non ci sono certezze. Una voce tedesca lo ha spiegato con matematica chiarezza: «E’ impossibile prevedere i tempi di apertura di un’attività, nessuno sa quanto ci vorrà per ottenere un permesso, una firma, un certificato, nessuno sa quanto potrà durare un processo in caso di contenzioso e poi ci sono troppe inimicizie e contrapposizioni e non si può sempre guardare con sospetto chi investe». Ma un po’ di certezza non farebbe bene anche a noi che paghiamo ogni giorno il conto di riti, tradizioni e burocrazie che non hanno più senso di esistere? 

Ma accanto alle riforme avremmo bisogno di un cambio culturale, di aggiornare un dibattito stantio, giornali e televisioni continuano a leggere la realtà con le lenti del secolo scorso, a rappresentare i soggetti in campo secondo schemi superati. Se pensiamo che ormai pure la parola crescita è messa all’indice, ci hanno detto che dovevamo sperare nella decrescita felice, di decrescita purtroppo ce n’è molta, ma di felicità non ne vedo nemmeno un po’ in giro e penso che sia invece naturale crescere e svilupparsi, anche perché non ho mai visto un bambino decrescere. Sosteniamo chi ha il coraggio ogni giorno di aprire un negozio, un’attività, di inventarsi un mestiere anziché partire, di sperare anziché lamentarsi.

Proviamo a fare finalmente il funerale ad un passato che non tornerà, a fare i conti con il lutto, a liberarci dei fantasmi e soprattutto a mettere da parte una conflittualità suicida che ha già rovinato troppe volte l’Italia.

Da - http://www.lastampa.it/2014/12/14/cultura/opinioni/editoriali/se-il-paese-non-si-libera-del-passato-5XPx0aIgjqpvNKeIjRZX2M/pagina.html
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« Risposta #115 inserito:: Marzo 07, 2015, 04:03:43 pm »

L’illusione che non ci riguardi

17/02/2015
Mario Calabresi

Viviamo circondati dalle crisi, facciamo finta che non ci siano, poi d’improvviso, costretti dagli eventi, scopriamo che non esiste solo la crisi italiana. Da un paio d’anni ormai ci guardiamo l’ombelico, come se quello che accade fuori dai nostri confini fosse ininfluente, impegnati a dibattere esclusivamente di problemi di politica interna, caparbiamente chiusi nella nostra bolla.

Così ci accorgiamo che la crisi ucraina e le sue conseguenze ci riguardano, non solo in termini di sicurezza ma anche economici, che dipendiamo dalle esportazioni verso la Russia come dai turisti di Mosca che sono scomparsi dalle nostre Alpi. Così nel mondo globale la Grecia ci riguarda e cosa fare non può essere solo un tema di simpatie o antipatie e non possiamo lasciare che il nostro giudizio sui debiti da pagare sia influenzato dal modo di vestirsi di un ministro dell’Economia.

Adesso ci è venuta addosso la Libia, con tutto il suo carico di pericoli e destabilizzazione. L’abbiamo di fronte a casa, siamo i più esposti alle ondate migratorie e al pericolo terrorismo e le spiagge dove sono stati sgozzati gli operai egiziani si affacciano sul nostro mare. Ma finora nel Parlamento che urla e grida continuamente, dove da un anno si discute di legge elettorale, non abbiamo visto nessuno alzarsi per dire ad alta voce che dobbiamo occuparcene.

L’Italia ha fatto grandi cose con l’operazione Mare Nostrum, mostrando capacità operative e coscienza umanitaria, ma anche su questo non c’è stato un dibattito profondo capace di coinvolgere l’opinione pubblica e quando abbiamo chiesto all’Europa di fare la sua parte la risposta è stata debole e poco credibile.

Ora è tempo di affrontare seriamente il tema Libia, di aprire un dibattito vero nella società e in Parlamento, in cui si valutino i rischi di un’azione ma anche i pericoli dell’inazione.

Abbiamo di fronte uno Stato che non esiste più, uno spazio occupato da bande rivali, con due governi contrapposti e in cui si moltiplicano gli avamposti di un estremismo islamico che si richiamano al Califfato. 

Tutto era cominciato esattamente quattro anni fa a Bengasi, sull’onda delle primavere arabe, quando migliaia di persone scesero in piazza dando il via alla «Rivoluzione del 17 febbraio». Prima che la rivolta venisse schiacciata nel sangue da Gheddafi cominciarono i raid aerei francesi - una scelta ancora oggi non chiara nelle sue motivazioni e nelle sue finalità - a cui si accodò la Nato.

Nessuno pianse la caduta di Gheddafi e basterebbe leggere le testimonianze delle persone torturate e imprigionate dal suo regime per farsi passare la voglia di rimpiangerlo. Ma pensare che bastasse bombardare per liberare le migliori energie, capaci da sole di costruire una società nuova e democratica era non solo una pura illusione ma un modo di lavarsene le mani.

Il dibattito pubblico europeo nel frattempo si è dimenticato della Libia, ci sono voluti i barconi dei migranti cacciati a forza in mare in pieno inverno, le immagini delle decapitazioni dei cristiani copti e le minacce dell’Isis, oltre che la precipitosa fuga degli ultimi occidentali con la chiusura dell’unica ambasciata rimasta aperta - quella italiana - per svegliare la nostra attenzione.

Ora c’è bisogno di tutto tranne che di avventate fughe in avanti, di nuovi exploit senza un disegno stabilizzatore alle spalle e c’è bisogno di avere chiaro cosa si vuole provare a fare. Parlare di missione di pace è una evidente finzione, come già in passato, perché nessuno accoglierà militari stranieri a braccia aperte, di certo non i jihadisti. 

Dall’altra parte rifugiarsi nell’illusione dell’inazione può essere pericolosissimo, non ci possiamo permettere di convivere con basi terroristiche sull’uscio di casa facendo finta di niente.

Ma perché le scelte siano serie e ponderate bisogna cominciare con il chiarire non tanto il numero di soldati necessari per un’azione militare, ma piuttosto la reale situazione della Libia e cosa si può provare a fare contro il caos. Non possiamo nemmeno pensare un intervento senza avere chiaro il peso e l’orientamento delle fazioni che sono in lotta e senza aver scelto quali potrebbero essere gli alleati sul terreno. E poi per fare cosa? Con chi? Solo a quel punto si potrà discutere se intervenire nel quadro di un mandato dell’Onu. Ma anche qui è necessario costruire le condizioni per un’operazione ampia, a cui partecipino innanzitutto i Paesi dell’area e che abbia ben chiari finalità e obiettivi.

In questo quadro però noi italiani dobbiamo tenere presente un’altra cosa: il nostro passato. La nostra avventura coloniale fu fatta di stragi e torture e dobbiamo muoverci con molta cautela, la memoria in Libia è viva e sarebbe facile denunciare un altro colonialismo e chiamare alla guerra contro i nuovi crociati. Anche per questo è necessario che qualunque iniziativa avvenga insieme ai paesi arabi dell’area e non ci siano fughe in avanti italiane o europee.

Bisogna muoversi con chiarezza e serietà. Ci siamo illusi per troppo tempo di poter chiudere la porta ai problemi del mondo, di poter discutere solo di Imu, Tasi o articolo 18, ma ora i problemi sono entrati in casa e ci è richiesto di essere responsabili. Questo mondo è troppo complicato e interdipendente per permettere a noi italiani il lusso di stare alla finestra o l’illusione di essere immuni dal contagio. 

Da - http://www.lastampa.it/2015/02/17/cultura/opinioni/editoriali/lillusione-che-non-ci-riguardi-gX8QqhUBnyukm0ZskVISiJ/pagina.html
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« Risposta #116 inserito:: Gennaio 17, 2016, 05:34:32 pm »

Repubblica e il mondo che vogliamo raccontare

Di MARIO CALABRESI
16 gennaio 2016
   
DUE giorni fa avete avuto la fortuna di tornare giovani, di fare un salto indietro nel tempo prendendo in mano la prima copia di Repubblica. Io non l'avevo mai sfogliata perché, come tanti lettori, ero ancora troppo piccolo per frequentare le edicole, ma in quelle pagine ho trovato tutto quello di cui ha bisogno il giornalismo oggi: capacità di scegliere, una scrittura chiara e sintetica e un dialogo diretto con il lettore. È questa la lezione di Eugenio Scalfari per me più preziosa per rispondere alle sfide di un mondo estremamente complesso e difficile da spiegare. Viviamo in un continente in crisi profondissima: la rabbia, il disincanto, un fastidio quasi insanabile verso ogni cosa pubblica hanno preso il sopravvento, vediamo dilagare il populismo e se proviamo ad alzare lo sguardo fuori dai nostri confini assistiamo ai tormenti che lacerano società che ci parevano più solide come la Germania, la Francia o la Spagna.

Non abbiamo ancora risolto la crisi economica, che è oggi mancanza di prospettive e di lavoro, ma nuove emergenze si sono già aggiunte a partire dalla sfida terroristica che ci siamo trovati in casa.
La reazione più sconcertante è la "grande banalizzazione" in cui viviamo, per usare un termine coniato ieri nel suo editoriale di saluto da Ezio Mauro, quel fenomeno che semplifica tutto e spinge ognuno di noi, perfino le teste più accorte e preparate, a essere attratti dalle tesi più congeniali e comode anche se spesso risultano verosimili ma non vere. Il frutto avvelenato di un'epoca di divisioni, di cinismo e di impazienza è aver perso il gusto per le sfumature, aver smarrito la curiosità di scoprire somiglianze oltre che differenze.

Un manicheismo dilagante si è impossessato del nostro mondo che sembra attratto fatalmente dall'idea che esistano solo bianco o nero. L'alternativa però non sono i molti toni di grigio bensì i colori. I mille colori che danno sapore alle nostre vite. Ognuno di noi deve recuperarli e tenerli di fronte agli occhi ogni giorno, antidoto al veleno dell'apatia e viatico per la speranza. È qui che il giornalismo può fare la differenza e ritrovare una missione ma perché ciò accada deve essere capace di pazienza e fatica, strumenti necessari e indispensabili per leggere la complessità.

Un giornale come Repubblica deve avere ogni giorno l'ambizione di camminare accanto al suo lettore per aiutarlo a distinguere i segnali più importanti nel rumore di fondo in cui viviamo immersi e di offrire contesti che permettano di leggere con chiarezza gli eventi quotidiani. Nel caos informativo di oggi come nell'Italia sbandante di quel primo giornale di quarant'anni fa non abbiamo bisogno di aggiungere (emozioni, toni apocalittici, indignazione gratuita) ma di selezionare, di offrire a voi lettori ciò che è portatore di senso e stimola la vostra intelligenza e non la vostra pancia, perché alla fine, come diceva Montaigne, "è meglio una testa ben fatta di una testa ben piena".

Così se dobbiamo indignarci per i dipendenti pubblici assenteisti, infedeli o corrotti abbiamo anche il dovere di sapere che accanto a loro ci sono migliaia di persone che tengono in piedi le Istituzioni con passione e onestà. Dobbiamo sapere che è pieno di sindaci che si alzano all'alba e provano a cambiare le cose e la sera a casa immaginano un futuro per il loro Comune. Parliamo della scuola allo sfascio ma non rendiamo sufficiente onore alla maggioranza degli insegnanti che in questi anni ha trovato il modo di tenere in vita l'istruzione italiana, con creatività, talento e coraggio.

Per non cadere nella disperazione abbiamo bisogno di denuncia ma anche di soluzioni, di alternative che permettano di sperare e di continuare a vivere. Il grande giornalista americano Walter Lippmann, che negli Anni Venti analizzò le distorsioni della realtà nella comunicazione evidenziando il peso degli stereotipi, ci ha regalato la spiegazione più convincente: "Il modo in cui immaginiamo il mondo determina quello che la gente farà".

Possiamo davvero pensare che basti svelare ciò che è sbagliato perché la nostra società diventi migliore? O forse possiamo sperare nel cambiamento se accanto alla denuncia proviamo a spiegare anche come si potrebbe fare diversamente? Un collega che scrive sul New York Times, David Bornstein, mi ha regalato un esempio perfetto: "Immaginate di leggere un'inchiesta su una serie di ospedali che hanno il record di parti cesarei, dove si evidenzia come ciò accada per motivi che nulla hanno a che vedere con la salute di mamma e bambino ma siano determinati dai rimborsi sanitari, dalla programmazione dei turni dei medici o dal fatto che preferiscono non lavorare il fine settimana. Alla fine dell'articolo avrete l'amaro in bocca e avrete aggiunto un tassello a quel senso di frustrazione che da anni cresce in voi. Immaginate invece che accanto a questo pezzo ce ne sia un altro che racconta anche gli ospedali che hanno il record di parti naturali, spiegando che un altro mondo è possibile. Non solo la vostra reazione sarà diversa ma avremo anche tolto un alibi a chi dice che non si può fare diversamente". Vi prometto che ci proveremo.

La nostra società, senza aspettare la politica e dividendosi più sull'asse tra conservatorismo e innovazione che su quello destra-sinistra, ha aggiornato la sua agenda. Sono emersi diritti che non hanno avuto tutela storica e organizzata: le nuove libertà civili, le difese delle minoranze, dei bambini e degli anziani e i diritti dei cittadini consumatori. Su questa frontiera Repubblica deve essere presente ogni giorno coltivando l'inclusione, il rispetto delle differenze, la convivenza, ma con razionalità e una mentalità illuminista che rifugga dalle derive oscurantiste e antiscientifiche.

È necessario rimettere al centro i diritti umani, ci siamo assuefatti alla loro violazione, al massimo bofonchiamo una piccola protesta quando in Arabia Saudita un dissidente viene decapitato per avere espresso posizioni non ortodosse o in Cina un avvocato incarcerato per pochi tweet di protesta. La conseguenza peggiore della crisi è di aver fatto trionfare una ragione economica che imbavaglia Stati e opinioni pubbliche spaventate e fiaccate, anche di fronte all'uso della tortura, delle lunghe detenzioni e della pena di morte per colpire la libertà di stampa e di espressione. Ci infiammiamo se qualcuno se ne esce con una battuta infelice o poco politicamente corretta ma risultiamo distratti mentre si sgretola quel corpus di valori che ci definisce.

Ieri mattina ho ricevuto il testimone da Ezio Mauro, un direttore che è stato capace di garantire a questo giornale una seconda vita dopo la stagione del suo fondatore, di dargli solidità e tenuta per vent'anni e di traghettarlo nel nuovo secolo. Ezio per me è stato esempio di dedizione, metodo e di passione per le cose fatte bene. Lasciandomi il suo posto mi ha parlato della solitudine di cui soffre un direttore nelle sere delle scelte difficili e del valore di una redazione affiatata e di una comunità di lettori fortissima. Iniziando questo viaggio ho messo in valigia ciò che penso sia più necessario a combattere la crisi di fiducia che oggi la società ha verso l'informazione: capacità di mettersi in discussione, di correggersi in modo trasparente e di coltivare dubbi, che per me sono il sale della vita.

© Riproduzione riservata
16 gennaio 2016


Da - http://www.repubblica.it/cultura/2016/01/16/news/il_mondo_che_vogliamo_raccontare-131367277/?ref=HRER2-1
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« Risposta #117 inserito:: Febbraio 18, 2016, 11:57:53 am »

Unioni civili, metterci la faccia

Di MARIO CALABRESI
18 febbraio 2016

Era la fine dell’estate del 2011 quando a Rossana Podestà, compagna di vita da oltre trent’anni di Walter Bonatti, venne impedito di entrare nel reparto di rianimazione dell’ospedale romano dove il grande alpinista stava morendo. Il motivo? Non erano sposati.

Ieri mattina il Senato era chiamato ad approvare una legge che dovrebbe finalmente mettere l’amore di una coppia al riparo dalla cecità delle burocrazie e dalle discriminazioni. Una legge che ne contiene due: una riguarda le coppie eterosessuali e recupera le occasioni mancate dei Pacs (approvati in Francia quasi 17 anni fa) e dei Dico, opportunità sprecate per cecità e arretratezza. E dire che fin dal 2000 la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riconosce come diritti distinti il diritto al matrimonio e il diritto a costituire una famiglia. A questo secondo diritto, non tutelato dalle leggi italiane, aspirerebbero oltre 900mila coppie italiane che hanno messo su casa senza essersi sposate.

L’altra parte della legge si propone di estendere la possibilità di unione civile alle coppie omosessuali, come previsto dalla Corte costituzionale con una sentenza del 2010 in cui si afferma che a due cittadini dello stesso sesso va riconosciuto il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia ottenendone il riconoscimento giuridico.

Quella al voto ieri era la pallida copia di una legge che esiste da tempo nel resto dell’Occidente, niente di rivoluzionario. Una legge che dovrebbe servire a sanare due ritardi storici e a rispondere a cambiamenti profondi delle nostre società. Pare abusato ripetere che il Paese e l’opinione pubblica hanno metabolizzato da tempo le coppie non sposate, che non desta scandalo l’amore tra due uomini o tra due donne e che il diritto di stare accanto al proprio compagno in ospedale o a non perdere la casa se uno dei due muore sono il minimo per una comunità civile.

Sembrava la volta buona, eppure abbiamo dovuto assistere ancora allo spettacolo sconfortante e penoso di un Parlamento che naviga a vista, senza orizzonte, senza coraggio. Ora siamo davanti a un percorso accidentato, pieno di incognite, che potrebbe concludersi con un naufragio.

Una situazione di caos che sta scatenando i peggiori istinti parlamentari, quelli del dileggio, della rissa e degli espedienti tattici che servono solo a lucrare un minuto di celebrità. Giochini fatti sulla pelle di chi aspettava la legge ma anche sulla pelle di un Parlamento che non si rende conto di quanto sia già screditato.

Chi sono i responsabili di questa situazione grottesca e grave? Non è difficile rispondere: il Pd, Renzi e il Movimento 5 stelle. Questi ultimi hanno dimostrato ancora una volta di non essere interessati a fare politica, nel senso nobile del termine: mettersi in gioco, fare la differenza nella vita delle persone, caricarsi scelte complesse e difficili con senso di responsabilità. La cosa che hanno imparato meglio in questi pochi anni di presenza in Parlamento è il vizio di fare giochini tattici, sono diventati professionisti di quei voltafaccia che si pensava appartenessero a stagioni passate.

Il Pd aveva un problema interno ma non è stato capace di affrontarlo per tempo e con chiarezza e alla fine, molto ingenuamente, si è fidato dei grillini nella speranza che fossero loro a sciogliere i nodi e ad evitare il confronto tra le anime del partito.

Il presidente del Consiglio ha creduto che si potesse approvare una legge di questo tipo senza metterci fino in fondo la faccia e senza un vero confronto con gli alleati di governo, nella convinzione che bastasse avere il merito di appoggiare il testo Cirinnà qualunque fosse la sorte finale. Non si può pensare che vittoria, sconfitta e pareggio siano cose ugualmente tollerabili, ci vuole il coraggio di definirsi, di scendere in battaglia, anche a costo di polemiche e rotture.

Il tutto è stato peggiorato e reso indigesto da un dibattito pubblico pessimo, fazioso, inquinato dagli estremismi e dalle falsificazioni. Un dibattito in cui è mancata la serenità da ogni parte e in cui i termini del confronto sono stati resi irriconoscibili. In nessuna parte della legge si prevede che una coppia omosessuale possa chiedere di adottare un bambino (si prevede invece che il coniuge abbia il diritto di adottare il figlio naturale del compagno) ma il messaggio è passato così in tanta parte dell’opinione pubblica. Così come non si parla mai di utero in affitto, una pratica vietata in Italia che ci rimanda allo sfruttamento di donne povere e deboli, una pratica che sembra apparsa sulla scena solo oggi per le coppie gay quando è invece utilizzata da tempo da coppie eterosessuali che non riescono ad avere figli.

Ora non resta che fare con serietà e chiarezza ciò che andava fatto molto tempo fa: un confronto serrato all’interno del Pd e della maggioranza per decidere una linea (se necessario attraverso una mediazione che oggi appare certo irritante ma che dovrebbe essere naturale in una coalizione come in una forza politica) e per portarla avanti e fino in fondo con coraggio. Mettendoci la faccia.

© Riproduzione riservata
18 febbraio 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/02/18/news/unioni_civili_metterci_la_faccia-133668424/?ref=HRER2-1
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« Risposta #118 inserito:: Giugno 26, 2016, 12:01:13 pm »

Cari ragazzi, l'Europa è vostra: non lasciate vincere i venditori di paure
Oggi le paure dei vostri genitori e dei vostri nonni hanno deciso che la Gran Bretagna tornasse ad essere un’isola, che voi diventaste stranieri dall’altra parte della Manica


Di MARIO CALABRESI
25 giugno 2016

Cari ragazzi europei, siete nati in un continente di pace, non avete mai visto la guerra sotto casa, siete cresciuti senza frontiere, progettando di studiare in un altro Paese, fidanzandovi durante l’Erasmus, scambiando messaggi con gli amici sulle occasioni per trovare lavoro o sui voli meno costosi per vedere un concerto.

Non importa se siete nati a Cardiff, a Bologna, a Marsiglia a Barcellona o a Berlino, oggi le paure dei vostri genitori e dei vostri nonni hanno deciso che la Gran Bretagna tornasse ad essere un’isola, che voi diventaste stranieri dall’altra parte della Manica.

I vostri nonni, che sanno cosa è stata la guerra, dovrebbero avere a cuore un futuro di libertà per voi, ma insieme ai vostri genitori si stanno lasciando incantare da chi racconta che rimettere muri, frontiere, filo spinato servirà a farci vivere più tranquilli, sicuri e sereni. Che tornare ad avere ognuno la propria moneta riporterà lavoro, prosperità e futuro.

Vi stanno raccontando che la democrazia diretta e i sondaggi in tempo reale risolvono magicamente i problemi, che esistono sempre soluzioni semplici e a portata di mano, che non c’è più bisogno di esperti e competenze, che la fatica e la pazienza non sono più valori, che smontare vale più di costruire. Il continente è malato, ma la febbre di oggi è la semplificazione, l’idea che sia sufficiente distruggere la casa che ci sta stretta per vivere tutti comodamente. Peccato che poi restino solo macerie.

Aprite gli occhi, guardate lontano e pretendete un’eredità migliore dei debiti. Vogliamo avere pace, speranza e libertà, non rabbia, urla e paure.

Tappatevi le orecchie, non ascoltate gli imbonitori e pretendete politici umili, persone che provino a misurarsi con la complessità del mondo e siano muratori e non picconatori.

Segnatevi sul calendario la data di ieri, venerdì 24 giugno 2016, e cominciate a camminare in un’altra direzione, a seminare i colori e le speranze.

Una ragazza inglese che ha votato sì, ma non è riuscita a convincere suo padre e suo zio a fare lo stesso, ieri ha promesso ai suoi amici europei, con una voce tremante che mescolava imbarazzo e rabbia: “Verrà il nostro turno della nostra generazione e allora torneremo”. Ci contiamo.

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25 giugno 2016

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2016/06/25/news/calabresi_brexit_giovani-142765998/?ref=HRER2-1
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« Risposta #119 inserito:: Ottobre 05, 2016, 12:37:20 pm »

Referendum, se il confronto chiude il ring
Possiamo provare a coltivare il confronto, a offrire ai lettori materiali di riflessione, a stimolare un dibattito che vada oltre le grida e la sfida muscolare. È un momento perfetto per chi crede che si possa parlare alla testa degli italiani: la sfida è contribuire a un confronto civile e informato

Di MARIO CALABRESI
04 ottobre 2016

MANCANO esattamente due mesi al referendum, un tempo che sarà infestato di polemiche, proclami, risse, scomuniche e richiami al giudizio universale.

È bastato l'editoriale di Eugenio Scalfari di domenica per scatenare dibattito e divisioni tra i lettori, sull'interpretazione da dare al confronto tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky sull'oligarchia, il governo dei pochi o la democrazia diretta e su chi avesse vinto il confronto. Come sapete, Scalfari ritiene che a prevalere sia stato il presidente del Consiglio, un giudizio che non è stato condiviso da una parte dei lettori.

Non entro nel merito della discussione ma credo che i prossimi due mesi rischino di essere l'occasione perfetta per incenerire ogni possibilità di dialogo e di discussione in Italia. Così il 5 dicembre, quale che sia il risultato del referendum, ci troveremo a fare l'inventario delle macerie e a prendere nota delle lacerazioni che resteranno nel tessuto sociale italiano.

Esiste un'altra possibilità? Un giornale come Repubblica ha l'obbligo di coltivarla.

Non solo per senso di responsabilità ma anche per necessità: i nostri lettori, come i nostri editorialisti e i nostri giornalisti, non hanno tutti la stessa opinione.

Allora possiamo provare a coltivare il confronto, a offrire ai lettori materiali di riflessione, a stimolare un dibattito che vada oltre le grida e la sfida muscolare.

Garantiremo uno spazio a chi ama il confronto delle idee, evitando possibilmente di darlo a chi cerca solo visibilità e la spara grossa per conquistare un titolo di giornale.

Sono tempi ideali per chi ama allestire ring - come ha fatto già in primavera lo stesso Renzi - e pensa che i giornali e le televisioni abbiano seguito perché stuzzicano gli istinti dei cittadini, ma è anche un momento perfetto per chi crede che si possa parlare alla testa degli italiani, la sfida è contribuire a un confronto civile e informato, sapendo che il mondo continuerà anche dopo il 4 dicembre e che nel frattempo non si ferma.

Sarebbe anche notevole se chi vuole votare No fosse libero di farlo senza venire accusato di essere un irresponsabile che vuole destabilizzare il Paese, far cadere il governo ed essere contro ogni idea di futuro e cambiamento. Dall'altra parte sarebbe liberatorio e sano che chi vuole votare Sì lo possa fare senza essere marchiato come servo di Renzi o alla stregua di un distruttore della Carta costituzionale e della democrazia.

Il valore della convivenza e del dialogo sono fondanti in democrazia e bisogna cercare di aprire gli spazi, senza bollare l'avversario come alleato di CasaPound o delle multinazionali a seconda di cosa voterà.

Oggi cominciamo con una lettera aperta di Salvatore Settis a Giorgio Napolitano, a cui l'ex capo dello Stato ha accettato di rispondere e con un'analisi di Nadia Urbinati, che riprende il tema del rapporto tra democrazia e oligarchia.

Alla professoressa della Sapienza che domenica mattina mi scriveva annunciandomi che non avrebbe più comprato Repubblica dopo molti anni perché l'editoriale di Scalfari era partigiano e non si può pensare che "un furbettino semianalfabeta" abbia avuto la meglio su "un finissimo intellettuale", chiederei di aspettare 59 giorni. Dopo tanti anni di affezione a questo giornale può sopportarlo, vedrà che non abbiamo preconcetti e che una libera e franca discussione è la cosa migliore che ci possa accadere.

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04 ottobre 2016

Da - http://www.repubblica.it/politica/2016/10/04/news/referendum_se_il_confronto_chiude_il_ring-149056685/
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