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Autore Topic: MARIO CALABRESI.  (Letto 26832 volte)
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« il: Novembre 22, 2007, 03:38:21 »

POLITICA

Intervista al leader dell'Udc. Montezemolo è benvenuto nel nuovo centro

Tra me e Fini c'è diversità politica ma anche intesa per una politica seria

Casini: "Non serve il populismo Silvio, non puoi cancellare Fini"

Quando non c'è la politica i nodi vengono al pettine

Un partito non si fonda dal tetto di una macchina

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI

 
NEW YORK - Mentre la Casa delle Libertà si sfascia definitivamente e Fini e Berlusconi sono alla resa dei conti, Pier Ferdinando Casini fa colazione a New York con vista sulle foglie gialle e rosse dell'autunno a Central Park. Siamo alla vigilia di Thanksgiving e ci accoglie con una battuta: "Guardando dall'America mi chiedo chi sarà il tacchino che ci lascia le penne".

Casini interpreta il ruolo che più ama, quello del politico sereno e distaccato: "I moderati non hanno bisogno di populismo e i partiti non si fondano salendo sui tetti delle macchine in mezzo alla strada, ma vedo che finalmente Berlusconi ha deciso di dialogare e ha capito che questo bipolarismo è finito". E' venuto nella sua veste di presidente dell'Unione Interparlamentare per incontrarsi con il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, ma ha letto tutti i giornali ed è dall'alba che è al telefono.

Questa fine drammatica della Casa delle Libertà era obbligata?
"Quando non c'è la politica, i nodi prima o poi vengono al pettine. Ci si era illusi per più di un anno che si potesse rinviare qualsiasi assunzione di responsabilità e ci si dedicava a dei diversivi: prima l'evocazione dei brogli elettorali, poi il riconteggio delle schede, a seguire le manifestazioni di massa per far cadere Prodi, infine la "spallata". Quando non è riuscita è crollato tutto il castello di carta".

Ma cosa è successo tra di voi?
"Si cercava sempre un capro espiatorio di comodo per non riconoscere la propria incapacità. Abbiamo visto un'opposizione che è arrivata addirittura a votare contro la missione in Afghanistan a cui aveva dato vita, nella speranza vana di far cadere Prodi: io sono fiero, per patriottismo, di non essere stato complice di questa follia".

E adesso?
"Ora i casi sono due: o si riparte da zero e si ricomincia a ragionare seriamente oppure si finisce a recitare una nuova commedia, che in questo caso ha le sembianze del populismo e della demagogia".

Partiamo dallo scontro tra Fini e Berlusconi.
"Francamente vorrei spazzare via i personalismi, quando si arriva alla lite tra persone si rischia di degradare tutto. Ho sempre pensato che le troppe contraddizioni che erano chiare da tempo sarebbero esplose, ma in questo caso mi dispiace aver avuto ragione. Certo le modalità di questo scontro rischiano di lasciare sul campo più macerie che novità positive".

Come andrà a finire?
"Se dalle parti di via del Plebiscito pensano di poter liquidare Fini con facilità si sbagliano di grosso. Gianfranco è un leader politico vero e non basta certo Storace per sostituirlo".

Il Cavaliere però è stato capace di rivoluzionare i giochi.
"Berlusconi ha fatto una cosa giusta e una sbagliata. Ha finalmente preso atto di ciò che aveva sempre negato: questo bipolarismo costruito per deligittimare gli avversari e che dà vita a due coalizioni paralizzate dal potere di ricatto di gruppi marginali è finito e va archiviato. Poi ha finalmente accettato di parlare di sistema elettorale, scegliendo quello tedesco, ed è disposto a sedersi ad un tavolo con Veltroni".

Ora chè è lui a trattare con Veltroni non si sente tagliato fuori?
"Non mi da nessun fastidio. Guai ad essere così miopi e piccini: noi che abbiamo sempre proposto il dialogo non ce lo possiamo certo permettere. E' un fatto positivo, perché è la messa in liquidazione, almeno temporanea, di una politica di scontro che Berlusconi ha perseguito per troppo tempo e non mi trovo per nulla spiazzato".

Quindi sarà Berlusconi a fare le trattive con il Partito democratico?
"Berlusconi tratta per sé, ognuno tratta per sé. Alla luce del sole ognuno vede chi vuole, io mi sono già visto con tutti".

E la cosa sbagliata?
"Uno non sale sul tetto di una macchina in mezzo alla strada e fonda un partito e non basta metterci il nome "popolo" nel simbolo per radicarlo nel Ppe. Non vedo come Storace possa entrarci. D'accordo che la leadership carismatica di Berlusconi copre tutto, ma pensare di far entrare Storace e la Mussolini nel partito di Kohl e della Merkel è un esercizio ginnico spericolato".

Il modo in cui si è mosso proprio non le piace?
"Un partito non si fonda sul populismo plebiscitario, si fa con regole, iscrizioni e voti. A me che non è piaciuto il meccanismo bulgaro con cui è stato scelto Veltroni figuriamoci se apprezzo un comportamento che fa appello al popolo contro i parrucconi, da questa strada si parte da Milano e si rischia di finire a Chavez ".

Irritato per la definizione "parrucconi"?
"A dire il vero non l'ho capita, e poi qui chi è che porta la parrucca?".

Fedele Confalonieri dice che il gesto di Berlusconi gli ricorda Lenin.
"E questo mi preoccupa ulteriormente, perché non mi risulta che Lenin sia mai stato un leader dei moderati".

Non pensa che Berlusconi abbia scelto un'altra volta di cavalcare l'antipolitica?
"Sbaglia chi si illude di essere di nuovo nel '94: il Paese oggi vuole serietà, non solo novità. Non mi scandalizzo che si distruggano i partiti, ma lo si dovrebbe fare per metterci qualcosa al loro posto, non certo per avere il brambillismo al potere. Questo mi fa sorridere amaramente".

Si può immaginare un progetto politico comune tra lei e Fini? Lei sta ripartendo per Roma, quando vi incontrerete?
"Il più grosso sbaglio sarebbe rispondere con emotività a questioni politiche serie, non si possono fare progetti contro qualcuno, ma per qualcosa. Allora lasciamo depositare la polvere delle polemiche di questi giorni, poi senz'altro mi incontrerò con Gianfranco. Riconosco che tra noi ci sono chiare diversità di collocazione politica ma anche un comune sentire sul fatto che la politica deve essere una cosa seria e non una continua plastica facciale".

Cosa pensa della Cosa Bianca, il nuovo centro auspicato da Pezzotta e Tabacci?
"Al Congresso abbiamo descritto il nostro progetto in modo molto limpido: vogliamo un centro moderato alternativo alla sinistra imperniato sul Ppe. Sulla nostra strada spero di incontrare più gente possibile, anche molti di Forza Italia. In questo percorso ci può essere l'incontro con Pezzotta, che è una persona seria e per bene ed è stato rappresentante di una grande piazza. Non vado invece a cercare di raccogliere spezzoni di classe dirigente in cerca di nuova collocazione ma piuttosto mi auguro che il mondo dell'imprenditoria e delle categorie si metta in gioco e fornisca nuove persone alla politica".

Sta auspicando la scesa in campo di Montezemolo?
"E' una persona che stimo molto e se venisse in politica sarei contento. Non ho mai capito chi mostrava insofferenza nei suoi confronti, ci sono stati molti nella Casa delle Libertà che ogni volta che lui criticava il governo avevano un travaso di bile, sono quelli che vorrebbero avere il monopolio dei moderati".

Lei propone di coagulare moderati e centristi e poi perde pezzi, prima Follini, ora Carlo Giovanardi che guarda alla nuova formazione berlusconiana.
"Sono tutti e due vittime della sindrome di Berlusconi. In un partito ci si sta perché ci crede, non è una camicia di forza, se uno deve fare la quinta colonna altrui allora è meglio che sia coerente e faccia scelte conseguenti. Ma a dire il vero non ho visto perdite di consenso elettorale per il mio partito".

Che tipo di legge proporzionale auspica?
"Sono per il sistema alla tedesca, non c'è dubbio, e non pensino che mi possa spaventare all'idea di uno sbarramento al 6 o anche al 7 per cento, perché ci saranno meccanismi virtuosi che daranno il giusto spazio ad un centro moderato".

Quando è finita la Casa delle Libertà?
"Il giorno dopo le elezioni, quando è cominciato lo scaricabarile e io e Fini eravamo diventati i colpevoli della sconfitta perché non credevamo nella vittoria. Invece, come i dati dimostrano, l'aumento dei nostri partiti è stato il frutto di sacrifici enormi, siamo stati noi a tenere nel centrodestra i voti di gran parte del mondo cattolico italiano che non ha votato per Berlusconi. Forse qualche attenzione in meno sulla giustizia e sulle televisioni ci avrebbe aiutato a vincere".

Cosa pensa del nuovo rapporto del Cavaliere con la Chiesa?
"Pensare che qualcuno abbia l'esclusiva del rapporto con la Chiesa è un'offesa per la Chiesa e per l'intelligenza. Il segretario di Stato vaticano e il presidente della Cei parlano con tutti, dopo di che c'è chi sente il bisogno di pubblicizzarlo e chi no".

Ora cosa si aspetta nel centrodestra?
"Berlusconi si è redento sul proporzionale e sul bipolarismo. Non mettiamo limiti alla provvidenza, può darsi che cambi idea un'altra volta e provi a costruire il nuovo partito con un processo serio e democratico che nasca dalle forze in campo. Non dispero: ride bene chi ride ultimo".

(22 novembre 2007)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Gennaio 17, 2009, 11:24:37 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Gennaio 07, 2008, 12:19:03 »

ESTERI

Il dibattito-scontro in tv. McCain è il più "presidenziale"

La signora Clinton è apparsa grintosa ma anche arrabbiata

Obama-Edwards contro Hillary "Rappresenti il vecchio"

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI

 
Manchester (New Hampshire) - Barack Obama è l'uomo del momento e sabato sera è stato il protagonista assoluto delle tre ore in cui sulla rete Abc si sono sfidati prima i candidati repubblicani poi quelli democratici. Tutti hanno attaccato il senatore nero ma lui, inaspettatamente, è rimasto defilato. Forse strategicamente ha evitato lo scontro, ma è apparso stanco e un po' appannato. I dibattiti non fanno per lui, il suo ambiente naturale è il comizio, dove si può muovere e arringare la folla come un predicatore.

Quando è seduto e non può scegliere il ritmo, ma deve attenersi alle domande, perde molta della sua carica. Hillary Clinton che vede assottigliarsi il suo vantaggio in New Hampshire, dove si voterà domani, lo ha attaccato sottolineando che il cambiamento non si fa con le chiacchiere. La risposta, a sorpresa, è arrivata da John Edwards che l'ha accusata di rappresentare il vecchio e lo status quo. Hillary è stata la più grintosa e la più arrabbiata, ma il vero vincitore della serata è il senatore repubblicano John McCain che è apparso come il più "presidenziale" e il più saggio.

I democratici hanno parlato soprattutto della necessità di dare una copertura sanitaria a tutti gli americani e della necessità di mettere fine alla guerra in Iraq. Per la Clinton "l'aumento delle truppe doveva servire a risolvere i problemi ma il governo iracheno non ha fatto il suo dovere e allora anche i 23 morti di dicembre sono troppi". Obama ha detto che la guerra "è stata un errore fin dall'inizio, è costata miliardi di dollari e migliaia di morti e non è stata fatto un passo avanti politico negli ultimi due anni. Bisogna tornare a casa subito".

I repubblicani fino ad oggi avevano sempre indirizzato i loro attacchi alla Clinton, ieri sera invece si sono concentrati a demolire il senatore nero. Il più determinato è stato John McCain: "Conosco il senatore Obama, ho lavorato molte volte con lui e lo rispetto ma non è preparato sui temi della sicurezza nazionale e non è in grado di guidare questa nazione e di rispondere alle drammatiche sfide del 21esimo secolo e dell'estremismo islamico". Rudy Giuliani ha rincarato: "E non ha mai guidato una città, uno Stato, un'azienda, niente. Parla di cambiamento ma se cambiare significa avere più tasse o socializzare la sanità e ritirare le truppe facendo un regalo ai terroristi. Non ha l'esperienza per governare". Mike Huckabee, il vincitore dell'Iowa, ha invece stupito tutti mettendo in guardia il suo partito: "Le mie opinioni sono profondamente diverse da quelle di Obama, ma dobbiamo riconoscere che è andato al cuore di quello che gli americani vogliono: sono stanchi di tutte le cose orizzontali, sinistra, destra, liberali, conservatori, democratici, repubblicani e stanno cercando una leadership verticale che porti il paese in alto.

Portiamogli rispetto, è una persona piacevole che ha eccitato molte cittadini di questo Paese, anche coloro che non andavano a votare. E faremmo bene a stare attenti, se anche noi non saremo capaci di dare alla gente qualcosa in cui credere allora perderemo le elezioni".

Più tardi a Obama il moderatore ha chiesto se "non gli fossero fischiate le orecchie" durante il dibattito repubblicano e lui ha risposto con l'unico guizzo della serata sottolineato da applausi e risate: "Devo ammettere che continuavo a cambiare canale. Per vedere la partita di football. Ma i Redskins hanno perso. Ma non c'è dubbio che tutti i candidati democratici rappresentino un significativo cambiamento rispetto a George Bush e ai suoi disastri".

Nei novanta minuti repubblicani si è parlato soprattutto di guerra, immigrazione e sanità e il modello a cui tutti si ispirano e Ronald Reagan: aumento delle spese militari, controllo dell'inflazione e ricostruzione della grandezza e del predominio dell'America, anche in campo economico. Il più a suo agio è apparso John McCain che sta incassando il fatto di essere sempre rimasto fedele alle sue idee anche quando queste apparivano perdenti e impopolari: "Non ho mai cambiato idea sulla necessità di aumentare il numero dei soldati in Iraq, sono sempre stato con il generale Petraeus, anche quando questo mi attirava perfino le critiche dei repubblicani".

Mitt Romney è apparso molto in difficoltà, avendo in passato parlato di un calendario per il ritiro delle truppe, ma ha sostenuto di essere stato in favore delle scelte di Bush e ha chiesto di "non stravolgere le sue posizioni". Mike Huckabee lo ha infilzato ironizzando sui suoi continui cambi di opinione: "Le tue posizioni? Spiegaci di quali parli". Sull'immigrazione hanno parlato tutti della necessità di rafforzare i controlli e andare avanti in fretta con il muro al confine con il Messico (Huckabee: "Se in 14 mesi abbiamo costruito l'Empire State Building sono sicuro che possiamo farcela"), hanno sottolineato che non è possibile avere 12 milioni di immigrati illegali, che vanno rimandati a casa e non premiati con una regolarizzazione, e che troppa gente in America oggi non conosce l'inglese.

Solo Giuliani, messo sotto accusa per la sua accondiscendenza verso i clandestini quando era sindaco, alla fine ha sbottato: "Ricordatevi che fu Reagan a fare la sanatoria ed è l'eroe del nostro partito. A New York ci sono 70mila bambini illegali nelle scuole, dovevo buttarli in mezzo alla strada? Sono orgoglioso di non averlo fatto. E se tu vai in ospedale per un emergenza devi poter essere curato, sarebbe inumano non farlo".

(7 gennaio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Gennaio 08, 2008, 12:47:08 »

ESTERI

L'ex presidente: "Il problema? I media che hanno sempre bisogno di facce nuove non posso renderla più alta, più giovane, non posso farla diventare un uomo"

Lo sconforto di Bill per Hillary "C'è un muro intorno a lei"

dal nostro inviato MARIO CALABRESI


PLYMOUTH (New Hampshire) - "Ci vorrebbe più tempo, avremmo bisogno di qualche giorno in più, magari di una settimana". Bill Clinton si morde il labbro inferiore, avverte che la moglie perde terreno ed è preoccupato e dolente. "Troppo poco tempo tra l'Iowa e il New Hampshire, solo cinque giorni. Nel sistema dei media i primi due giorni sono la celebrazione di quello che è successo e così restano solo tre giorni per cercare di recuperare e sono pochi, troppo pochi per parlare di temi reali, spiegare, convincere".

Cosa succederà?
"Il rischio è che in New Hampshire si voti solo sull'onda emotiva dell'Iowa. Dieci giorni fa qui eravamo dodici punti avanti ma ora quel vantaggio è scomparso".

Bill Clinton conosce già gli ultimi sondaggi, quelli che saranno resi noti qualche ora dopo, come quello della "Cnn" che parla di una fuga del senatore nero che avrebbe staccato Hillary di dieci punti e per questo scuote continuamente la testa bianca. Pensa che non ci sia più niente da fare?
"Il New Hampshire dovrebbe avere un giudizio indipendente, se lo avrà allora Hillary vincerà". Bill Clinton non smette di parlare, ha voglia di sfogarsi, l'ho aspettato fuori dal bagno del Lucky Dog, un pub dove è venuto a cercare di convincere un centinaio di persone. La carovana di Suv neri ha già i motori accesi, gli agenti del Secret service sono schierati, ma lui non ha voglia di ripartire e quando gli dico che sono italiano e voglio capire se sua moglie ce la può ancora fare non resiste a farmi una lezione di politica americana. Ai supporter riuniti nella taverna al piano di sotto aveva detto: "Sono sicuro che Hillary ce la farà", adesso i suoi occhi azzurri sono acquosi e non guardano dritto.

"Il problema sono i mezzi di comunicazione, hanno bisogno sempre di una storia nuova, di una faccia nuova e Obama risponde a questa necessità". Si ferma un attimo e mi appoggia l'indice sul petto: "Attento, non sono io a dirlo ma lo ha scritto il Washington Post, devi andarti a leggere un articolo di Howard Kurtz - mi detta il nome lettera per lettera e controlla che lo abbia scritto correttamente sul taccuino - è il critico dei media e cita numerosi giornalisti che ammettono standard diversi nella copertura dei candidati".

Pensa che giornali e televisioni l'abbiano sfavorita?
"Non penso che lei abbia ricevuto un trattamento ingiusto dai media e non voglio lamentarmi, penso che ci sia però una grande differenza tra la sua copertura e quella di Obama: c'è un grosso filtro lì".

Ma se Hillary perdesse anche in New Hampshire, confidate di ribaltare il risultato il 5 febbraio, nel supermartedì in cui voteranno 22 Stati?
"Se riesce a rompere questo muro che le hanno costruito intorno, quel filtro di cui ti parlavo. In Iowa e qui non c'è riuscita".

Cosa la preoccupa?
"Gli americani devono scegliere se vogliono un presidente o semplicemente quella che per i giornali è solo una storia nuova, l'ho detto ai ragazzi di sotto e lo ripeto: se vuoi un presidente che sia capace di governare allora vota per Hillary, se vuoi una storia nuova sul giornale allora vota per un altro".

Che differenze ci sono tra i due?
"Lei è una vita che lavora per il cambiamento e ha un livello superiore di conoscenza e comprensione delle cose".

Come le è sembrato il dibattito di sabato sera?
"Mi sembra che Hillary sia andata benissimo, la più concreta, meglio di tutti gli altri candidati".

Cosa farà se Hillary vincerà le elezioni?
"Beh, prima di tutto, se sarà eletta sarà lei a dirmi quale sarà il mio ruolo. I presidenti fanno così e farei qualunque cosa mi chiedesse di fare. Ogni ex presidente ha l'obbligo di collaborare con i suoi successori se gli viene chiesto: ho fatto un sacco di cose per il presidente Bush e sono stato contento di farle".

Ma ne avete mai parlato?
"L'unica cosa di cui abbiamo veramente parlato è l'idea che io, prima dell'inizio della nuova presidenza, metta insieme un gruppo di democratici e repubblicani concordi nel cambiare la direzione della politica estera. Dovrebbero andare in giro per il mondo a spiegare che l'America è di nuovo pronta a collaborare".

Incarichi per lei?
"Non è legale per me fare parte del gabinetto di governo e non credo che dovrei avere una postazione importante alla Casa Bianca. Penso però che potrei essere i suoi occhi e le sue orecchie in giro per il mondo, dovrei essere un consulente e potrei aiutarla anche con i programmi domestici. Spero di poter anche continuare il lavoro con la mia fondazione in America e nel mondo".

Nel pub, accolto dalla musica di Bruce Springsteen, Bill Clinton, vestito sportivo di nero, giacca, jeans e stivali, con una polo chiara e un golf a v grigio. Con voce roca e affaticata ha parlato dell'esperienza della moglie, della sua riforma sanitaria e dei suoi programmi per rilanciare l'economia e creare posti di lavoro investendo sulle nuove forme di energia verde. Poi accetta domande, una ragazzina bionda gli chiede:

Cosa pensa del fatto che in Iowa i votanti sotto i trent'anni erano tanti quanti quelli sopra i sessantacinque e che cosa propone Hillary per i giovani?
"C'è una cosa nella quale francamente la nostra campagna ha sbagliato, parlo di tutti i giovani che sono arrivati, c'è stato un enorme numero di persone che sono partite dai college dell'Illinois (lo Stato di Obama) e che hanno potuto votare perché in Iowa ci si può registrare lo stesso giorno delle elezioni. Ma alla fine la campagna di Obama è semplicemente riuscita a coinvolgere più persone e così hanno ottenuto più voti. Certo se uno ritiene che la più grande preoccupazioni dei giovani sia il loro futuro allora dovrebbe guardare ad Hillary e ai suoi programmi".

Perché dovremmo votare per Hillary? Chiede una signora con i capelli grigi raccolti sulla nuca.
"Perché è quella che ha più possibilità di battere i repubblicani, è la più eleggibile. Ha il sostegno del governatore dell'Ohio e i repubblicani non hanno mai conquistato la Casa Bianca senza aver vinto l'Ohio; perché vincerebbe in Arkansas, il nostro Stato, i sondaggi ci dicono che batterebbe di un punto Mike Huckabee, che è stato governatore dopo di me, e vincerebbe con un vantaggio a doppia cifra contro tutti gli altri. Non bisogna sottovalutare chi riuscirà a durare meglio da qui a novembre, e posso dirvi che la maggior parte dei repubblicani che conosco pensa che avranno più difficoltà a battere lei. A loro piace attaccare la gente: praticano una forma di chirurgia plastica al contrario e preferiscono la carne fresca a quella di una persona che ha le cicatrici e che non riesci più a far sanguinare".

Perché - insiste la signora - dovremmo preferirla ad Obama?
"Non c'è discussione su chi possa essere il miglior presidente. Sono 45 anni che voto - mamma mia è imbarazzante dirlo ma è vero - e in tutto questo tempo non ho mai incontrato un candidato migliore di Hillary. Ma tornando ai repubblicani, ci sono due teorie: la prima è che voti per Obama perché è così nuovo che nessuno ha mai detto niente di male su di lui ed è stato nel Senato meno di un anno prima di cominciare la campagna presidenziale fulltime, e così non ha abbastanza voti suo quali attaccarlo. L'altra è che potresti votare per Hillary perché stata molto esaminata e crudelmente attaccata per 15 anni, ma ancora riesce a battere tutti i candidati repubblicani nei sondaggi".

Che atteggiamento hanno avuto i giornali?
"Penso che ci sia stato solo un momento in cui i media l'hanno trattata ingiustamente ed è stato durante quel dibattito, lei ha vinto tutti i dibattiti eccetto uno, dove ha risposto male alla domanda sulle patenti di guida per gli immigrati. L'hanno massacrata per otto giorni, ricordate? Ma la cosa interessante è che due settimane dopo hanno fatto la stessa domanda ad Obama e lui ha dato una risposta quasi identica: per lei avevano parlato di un fallimento di carattere, fallimento di leadership, tutto quello che si poteva dire, sembrava che Hillary avesse rapinato delle banche, ma su di lui non sono riuscito a trovare un solo articolo indipendente su questa storia. Bisogna capire i media: se ti serve un presidente allora vuoi Hillary ma se vuoi una storia nuova allora vuoi qualcun'altro. Mi dispiace ma noi non possiamo essere una storia nuova. Non posso renderla più giovane, più alta, e non posso farla diventare un uomo".

Siamo sulla porta, sta per uscire, si ferma ancora a guardare la lavagna dei piatti del giorno: costolette alla Little Rock e enchilada di pollo Commander in Chief. L'hanno fatta in suo onore, il bancone è pieno di pinte di birra, ma lui ha bevuto solo due bottigliette di acqua non gassata e non fredda. Si gira e ripete, come fosse un mantra: "Se riuscirà a rompere il muro vincerà" e poi aggiunge: "Si ricordi di leggere l'articolo di Kurtz".

Esce dalla porta, ci sono zero gradi, non ha cappotto né giubbotto, resterà in mezzo alla strada ancora per dieci minuti, a stingere mani e ascoltare vecchie signore, intanto le cameriere tornano a mettere i coltelli sui tavoli e sotto la cupola di vetro che contiene il formaggio cheddar, li avevano fatti togliere gli uomini dei servizi: dove passa un presidente non ci possono essere oggetti taglienti o pericolosi. Sedici anni dopo il New Hampshire è amaro per Bill Clinton, qui era partita la sua corsa, qui era cominciata la leggenda "the Comeback Kid", del ragazzo che risorge, ma questa volta la volata la sta facendo un ragazzo nero.

(8 gennaio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Gennaio 18, 2008, 02:59:37 »

Alla Bob Jones: "Bush ci ha delusi. Stavolta niente crociate per i politici"

Questa fu la fabbrica dei veleni che nel 2000 distrussero McCain

South Carolina, nell'università covo della destra religiosa

dal nostro inviato MARIO CALABRESI


GREENVILLE (South Carolina) - "Quattro anni fa i valori erano la torta, oggi al massimo sono la ciliegina sulla panna", Jonathan Pait è il portavoce della Bob Jones University, la culla dei fondamentalisti cristiani, la platea dove un giovane George Bush nel 2000 celebrò la sua alleanza con la destra religiosa, l'ateneo da cui partì la campagna di veleni che distrusse le aspirazioni presidenziali di John McCain, il luogo simbolo della speranza di trasformare l'America in una nazione cristiana.

Il campus è formato da palazzine basse di mattoncini gialli in stile anni Quaranta, nessuno fuma, non si possono bere alcolici, ascoltare musica rock, country o rap, tingersi i capelli o portare i pantaloncini corti. Le ragazze hanno tutte la gonna sotto il ginocchio, meglio se arriva alle caviglie. I 5000 studenti non possono andare al cinema, guardare dvd sul computer, giocare con videogames violenti o volgari, internet è filtrato e la luce si spegne tassativamente alle 11 ogni sera. Ma tutti sorridono e discutono ai tavolini della caffetteria, l'immagine dello studente con l'ipod nelle orecchie e la testa nel computer qui non va di moda. Anzi è proibita.
Otto anni dopo la grande mobilitazione, quattro anni dopo quello che lo stratega di Bush Karl Rove definì "l'incendio delle pianure" con la parola d'ordine dei valori, nessuno ha più voglia di fare crociate.

L'università non sostiene candidati, l'unico a parlare qui oggi pomeriggio è Ron Paul, personaggio minore con idee libertarie e radicali. Per il resto lezioni, preghiera e una sorprendente assenza di politica.
"Oggi i fondamentalisti - spiegano - sono scettici sul ruolo della politica, nel 2004 Bush voleva essere rieletto e costruì una campagna basata sui valori: il rifiuto dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, dell'aborto e della ricerca sulle cellule staminali e così riuscì a creare una mobilitazione straordinaria. Oggi non se ne sente nemmeno più parlare, sono temi usciti dall'agenda". Cammini nel campus e nessuno ha remore a dirlo: nella presidenza di George Bush non è accaduto nulla di quanto era stato promesso, la gente era stata galvanizzata dall'idea che si potesse cambiare davvero, "ora c'è delusione: è diventato chiaro che era un gioco di potere".

"I cambiamenti della morale e della cultura - allarga le braccia Pait mentre ci fa vedere l'incredibile collezione di quadri di ispirazione religiosa con tele di Veronese, Guido Reni e Rubens - non verranno dalla politica o da chi governa, meglio dedicarsi ai nostri ragazzi, aiutarli a crescere a immagine di Cristo, ad essere capaci di comportarsi da cristiani nella vita di tutti i giorni".

L'agenda dei politici e dei media è focalizzata su altri temi e nessun sondaggio chiede più di esprimersi sui matrimoni gay, e allora si guarda a chi sarà più capace di aggiustare il Paese, la sua economia, la guerra, tanto che perfino il pastore battista Huckabee non incanta: "Inutile illudersi: un presidente non è in grado di trasformare l'America in una nazione cristiana".

Tanto che il nipote del fondatore dell'università, Bob Jones III, l'uomo che accolse George Bush, si è schierato con il mormone Mitt Romney. Sembrerebbe un'alleanza impossibile e contro natura, la Bob Jones è famosa per le sue condanne veementi di cattolici e mormoni, invece è accaduto in nome del realismo: troppe tasse, troppo governo, ci vuole un manager, qualcuno capace di decidere, non sarà evangelico ma è comunque contro l'aborto e un convinto sostenitore dei valori familiari.

Otto anni dopo in South Carolina - dove domani si terranno le primarie repubblicane - c'è ancora John McCain in cerca della vittoria che lo proietti verso la nomination, anche questa volta è in cima ai sondaggi e qui continuano a non amarlo, ma adesso non sono scesi in campo. Il professor Richard Hand, da qui spedì la mail in cui si accusava l'eroico reduce del Vietnam di avere dedicato la vita ai party, al gioco, all'alcool e alle donne e di aver avuto una figlia nera fuori dal matrimonio. Il pettegolezzo, infondato, venne pompato dalla campagna di Bush in ogni angolo di questo Stato conservatore e bigotto e distrusse McCain e le sue speranze. L'università prese le distanze ma non ci fu alcun provvedimento contro il docente.

Anche oggi sono tornati a circolare i veleni, ma non vengono da queste aule: si sono convinti chi i politici "sono tutti uguali", meglio impegnarsi per cambiare gli individui nella società, continuare a formare migliaia di pastori per le chiese d'America.

A dire il vero qualcosa è cambiato anche qui, dove i neri sono stati ammessi solo nel 1971: ora non sono più proibiti i matrimoni tra persone di razza diversa (si evitava così il rischio del ritorno alla Torre di Babele) e ovunque c'è scritto che la Bob Jones non discrimina sulla base della razza, del colore o della provenienza. Manca però la parola "gender", genere, ciò significa che l'omosessualità non è accettata. Quella proprio no.

Nel piccolo museo di memorabilia vicino alla foto di Reagan c'è la pubblicità che l'università faceva sulla rivista Time nel 1967: "Sì, siamo quadrati", diceva lo slogan, "perché essere quadrati - conclude Jonathan Pait - è una dote nel mondo che rincorre affannosamente l'ultimo pettegolezzo su Britney Spears". Fox e Cnn qui non arrivano e nemmeno più i candidati, alla redenzione che passa per Washington non ci crede più nessuno.


(18 gennaio 2008)

da republica.it
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« Risposta #4 il: Gennaio 21, 2008, 12:19:23 »

Segue il padre in tutte le tappe della campagna elettorale

Accessori fashion, prese di posizione ecologiste

La figlia ribelle di John McCain

Tra blog e cappotti leopardati

dal nostro inviato MARIO CALABRESI


 NEW YORK - Le figlie dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti fanno una vita davvero infelice: non hanno diritto di pensiero e di parola, devono solo vestirsi da brave ragazze, stare composte sul palco alle spalle di mamma e papà e sorridere sempre. Chelsea Clinton, 27 anni, che ha già avuto la vita abbastanza terremotata quando era alla Casa Bianca, oggi si attiene strettamente alle regole: mette la gonna sotto il ginocchio, fa le foto con i supporter della madre, firma autografi, non rilascia interviste e pronuncia un'unica frase: "Si ricordi di votare la mamma, sarà un grande presidente". Sa che chi sgarra rischia grosso: se lo ricordano le gemelle Bush messe all'indice per le loro bravate alcoliche finite su tutti i giornali, o Alexandra Kerry che vide riproposto ovunque il suo vestito troppo trasparente indossato al Festival di Cannes. Per non parlare del dibattito che scatenò l'omosessualità di Mary Cheney, la figlia del vicepresidente repubblicano.

Di tutto questo sembra non preoccuparsi Meghan McCain, che viaggia sul pullman della campagna elettorale insieme al padre John e ad un gruppo di amiche. E' il prodotto della generazione Mtv, attentissima alla moda, vive con una lattina di coca cola diet sempre in mano e ha un blog multimediale pieno di foto e video.

Figlia del secondo matrimonio dell'eroe del Vietnam (è nata quando il padre aveva quasi cinquant'anni) sta terremotando, ma anche svecchiando, la sua campagna: bionda, basco sempre in testa, jeans aderenti infilati negli stivali dal tacco altissimo, ieri ha detto che Obama è veramente carino: "So che mio padre non è sexy, giovane, fresco e interessante come Obama però penso che abbia un suo fascino e sia a suo modo interessante. Per lui non è importante essere sexy". Meghan crede che alla fine il padre vincerà "perché ascolta i giovani ed è un uomo d'iniziativa" e poi, lo ha raccontato ad Mtv, non è così antiquato: "La gente pensa che lui ascolti musica veramente vecchia, ma una volta ho preso la sua macchina a Washington e guardando tra i suoi cd ho scoperto che invece gli piace la cantante rap Lauryn Hill".

Sul suo diario di viaggio online, che si chiama "McCain Blogette" e che tiene insieme alle sue amiche Shannon e Heather, mescola il racconto della campagna con la cultura pop e spiega che il padre le ha fatto una sola raccomandazione: "Non ti presentare in pigiama ai comizi". E così nel suo blog stanno insieme Henry Kissinger e i consigli su come ci si trucca (è lei a supervisionare al trucco del padre prima dei dibattiti); i serissimi notabili del partito repubblicano e le sue ossessioni: "Stravedo per la spogliarellista Dita Von Teese e l'attrice Chloe Sevigny. Il mio più grande sogno sarebbe fare razzia nei loro guardaroba".

E' una fashion victim, con la sua borsa di Louis Vuitton, il cappoto leopardato, gli occhialoni neri. Le piace vedere le luci, le telecamere e la folla e immaginare di essere ad un concerto: "Spesso scherzavamo sul fatto che la campagna sembrava un gruppo rock in tourné che sperava di arrivare all'album di platino. Poi mi sono accorta che era arrivato il "grande momento" quando, dopo la vittoria in New Hampshire, l'aereo è diventato più grande e si sono aggiunti 50 giornalisti. Però so che tutto questo può svanire in un attimo".

Rifiuta di essere etichettata come leggera: "Non si può giudicare una ragazza perché sfoglia riviste di pettegolezzi e veste all'ultima moda: io leggo anche il New York Times e sono capace di parlare di politica e penso che il primo problema oggi sia l'ambiente. E se papà arriverà alla Casa Bianca, continuerò a fare il mio blog anche da lì, vorrei dare uno sguardo dentro a quel mondo e cercare di umanizzarlo". Dietro le quinte del dibattito della Abc ha conosciuto Chelsea Clinton: "E' stata molto affettuosa e mi ha fatto i complimenti per il blog, è una persona che ammiro e poi indossava delle scarpe veramente carine".

E' imprevedibile: venerdì mattina è salita insieme al padre sul palco in mezzo ai veterani e aveva il muso lungo, non ha sorriso un momento (nemmeno quando lui ha sfoggiato il suo terribile repertorio di battute del tipo: "In Arizona cè una tale siccità che sono gli alberi a rincorrere i cani...") ed è rimasta fino alla fine con il berretto calato sugli occhi. All'incontro successivo è sparita, il padre non se n'è accorto e ha annunciato: "Voglio presentarvi mia figlia Meghan". Si gira e lei non c'è, la chiama, si guarda intorno, non la trova e allora dice: "Si è appena laureata in storia dell'arte a Columbia University, un'università progressista... questi sono i risultati...".

Il suo ricordo più bello di bambina è stato quando il padre l'ha portata agli Mtv Awards, ama la musica e sul blog c'è anche la play list con le sue canzoni preferite, in gran parte degli anni Sessanta e Settanta: la prima è Gimme Shelter dei Rolling Stones del 1969, poi ci sono David Bowie, Jimi Hendrix e i Led Zeppellin. Ma anche la tromba jazz di Miles Davis e il concerto per pianoforte numero 2 di Rachmaninoff.

Rivela che la gente è incuriosita dal grosso elastico di gomma che il padre tiene sempre intorno alla mano: "Gli serve come antistress. Lo ha sempre fatto durante le campagne elettorali fin da quando ero piccola".
Alla fine racconta: "Ero nella stanza d'albergo con papà quando si è capito che aveva vinto: ho cominciato a piangere, solo sei mesi fa dicevano che era finito ma io non ho mai smesso di avere fiducia in lui. Siamo scesi dall'ascensore di servizio e siamo arrivati sul palco passando dalle cucine e la gente gridava: "Mac è tornato". Poi sono partiti i coriandoli e la sua canzone preferita: Johnny B. Good di Chuck Berry e allora mi sono sentita a casa".


(21 gennaio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #5 il: Maggio 03, 2008, 11:10:20 »

CULTURA

Entrambi condannati a morte per quello che hanno scritto, i due autori dialogano sulla loro esistenza blindata.

"La verità per vincere il Male"

NY, l'incontro Saviano-Rushdie "Noi, scrittori sotto scorta..."

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI

 
SALMAN Rushdie, 60 anni, romanziere angloindiano, condannato a morte dall'Ayatollah Khomeini per aver scritto nel 1988 I versi satanici: più di dieci anni passati nascondendosi, viaggiando su auto blindate, con otto uomini di scorta.

Roberto Saviano, 28 anni, giornalista e scrittore napoletano, vive blindato da 19 mesi, cambiando continuamente domicilio da quando si è scoperto un progetto per eliminarlo del clan camorristico dei Casalesi. La sua colpa? Aver scritto il libro Gomorra, tradotto in 42 Paesi.

Salman Rushdie si avvicina a Roberto Saviano, gli sorride, si presenta, lo abbraccia e subito gli chiede: "Hai la scorta anche qui?". "Sì, me l'ha data l'Fbi: tutti agenti italoamericani si occupano di mafia e traffici internazionali". "Io invece non ho più la scorta, qui in America sono tornato ad essere un uomo libero".

Inizia così, con un incontro casuale in una casa privata, un lungo dialogo che parla di vite rubate, della paura, della solitudine, delle minacce, della libertà di scrivere e della speranza di recuperare una vita normale. Saviano ha un girocollo di lana blu, i jeans e le scarpe da tennis. Rushdie una giacca scura con un golf grigio e un paio di scarpe nere. Sono entrambi a New York per il Festival internazionale di letteratura PEN World Voices. I due parlano fitto come si conoscessero da tempo, si mettono in un angolo, come non volessero disturbare con le loro storie angosciose. In mezzo a loro una gallerista newyorkese, Valentina Castellani, che si trova a fare per caso da traduttrice.

Rushdie ha conosciuto Gomorra grazie a un suo amico napoletano, il pittore Francesco Clemente, e aveva mandato a Saviano una mail di solidarietà quando aveva saputo delle prime minacce.

È lui a dare il ritmo al dialogo, lo tempesta di domande, vuole capire se quel ragazzo che ha davanti sta ripetendo esattamente il suo calvario.

Saviano: "Alcuni hanno paragonato le nostre vite: un libro ci ha condannati a vivere sotto scorta, condannati a morte. Ma io vedo una differenza fondamentale tra noi: tu sei stato minacciato per il solo fatto di aver scritto, nel momento in cui hai pubblicato è arrivata la fatwa. Per me è stato diverso, quello che non mi hanno perdonato non è il libro ma il successo, il fatto che sia diventato un bestseller. Questo li ha disturbati e più la cosa diventa nota e più sono incazzati con me".

Rushdie: "No, invece penso che alla fine sia la stessa cosa, comunque ti hanno preso di mira perché hai scritto qualcosa che non volevano, che ha dato fastidio".

Poi però Rushdie si blocca, si incuriosisce, vuole sapere di più: "Ma perché, davvero all'inizio non hai avuto problemi?".

Saviano: "No. Se il libro fosse rimasto confinato al paese, a Napoli, alla mia realtà locale, allora gli andava anche bene, anzi, i camorristi se lo regalavano tra loro, contenti che si raccontassero le loro gesta. Avevano perfino cominciato a farne delle copie taroccate da vendere per la strada e un boss aveva rimesso le mani in un capitolo riscrivendosi alcune parti che lo riguardavano".

Rushdie si mette a ridere e dice: "Magnifica l'idea che un mafioso si metta a fare l'editing di un libro. Mi fa venire in mente una cosa incredibile che è accaduta al giornalista indiano Suketu Mehta. La prima volta che è tornato a Bombay, dopo aver scritto Maximum City, è stato chiamato dai gangster mafiosi di cui parla nel libro: volevano lamentarsi con lui perché gli aveva cambiato i nomi, mentre ai poliziotti aveva lasciato quelli originali. Insomma volevano apparire ed erano dispiaciuti di non poter essere facilmente identificati".
 
Salman Rushdie

Saviano: "Poi però la cosa è cresciuta, si è cominciato a parlare del libro e questo ha cominciato a disturbarli. Perché fino ad allora non finivano mai sulla prima pagina dei giornali, neppure quando facevano massacri, e si sentivano tranquilli e riparati. Poi il libro ha risvegliato l'attenzione in tutta Italia e questo successo non mi è stato perdonato".

Rushdie: "E ora come vivi?".

Saviano: "Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un'esistenza normale".

Rushdie: "Hai problemi solo tu o anche la tua famiglia?".

Saviano: "La mia famiglia se n'è dovuta andare da casa e aver creato loro questi problemi mi pesa molto".

Rushdie: "Invece io sono stato l'unico ad aver avuto una vita blindata, la mia famiglia non è mai stata minacciata e ha continuato a vivere come prima, mia madre allora stava in Pakistan e nessuno le ha mai fatto nulla. Adesso viaggi sempre sotto scorta?".

Saviano: "Sì, in ogni momento, anche quando vado all'estero".

Rushdie: "Anch'io sono stato scortato in Italia e ricordo una paura terribile, i poliziotti avevano sempre la pistola in mano, guidavano come dei matti e io temevo che avremmo ammazzato qualcuno. La verità è che ad un certo punto non vivi più, sei prigioniero delle minacce, di chi tu vuole uccidere e di chi ti protegge. Non ti fanno fare più nulla e ti sembra di impazzire, non sei più padrone della tua vita".

Saviano: "A me i camorristi hanno detto: ti abbiamo chiuso nella bara senza averti ucciso. Però per me la scorta non è qualcosa che mi tiene prigioniero e isolato, ma è l'unico modo per permettermi di continuare a lavorare e a scrivere".

Rushdie: "Devi riprenderti la tua libertà. Ascoltami bene Roberto, non arriverà mai un giorno in cui un poliziotto o un giudice si prenderanno la responsabilità di dirti: è finita, sei un uomo libero, puoi andare tranquillo, uscire da solo. Non succederà mai, sarai tu a doverlo decidere".

Rushdie resta fermo in silenzio a fissarlo, vuole essere sicuro che tutto venga tradotto con cura, che il suo messaggio sia chiaro, poi ricomincia, quasi stesse dettando un decalogo di sopravvivenza: "La libertà sta nella tua testa. Io certe volte chiedevo di presentare un libro o di andare ad una conferenza ma non mi autorizzavano, dicevano che era troppo rischioso. Ma se io mi sentivo che si poteva fare allora combattevo come un leone finché non ottenevo di poterci andare. Devi riappropriarti della tua capacità di giudicare cosa puoi fare, del tuo fiuto, della tua sensibilità, non puoi appaltare tutta la tua vita ai poliziotti".

Poi si ferma di nuovo, ha paura di aver esagerato: "Mi raccomando, non ti sto dicendo di fare cose imprudenti o avventate, non ti dico di andare a metterti davanti ad una pistola, ma di recuperare una libertà di giudizio. Io l'ho recuperata venendo a vivere qui negli Stati Uniti. Ricordo le prime volte a New York, scendevo da solo in metropolitana, camminavo nel Parco, andavo ad un museo. Poi tornavo a Londra e avevo l'auto blindata e otto uomini di scorta e mi mancava l'aria".

Saviano: "Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei".

Rushdie: "Anche io ho sempre pensato che avrei riscritto I Versi Satanici. Ma perché il tuo libro ha dato più fastidio di altri, come te lo sei spiegato?".

Saviano: "Perché non è un saggio ma un racconto, è letteratura, e così ha raggiunto un pubblico molto più vasto, è stato letto da molta più gente e questo ha combinato il casino. Comunque se non riescono ad eliminarti cercano di sporcarti, di danneggiarti, di raccontare che sei un poco di buono, un'infame, che lo fai perché sei un fallito e un invidioso".

Rushdie: "È vero, è così: ti squalificano. Per anni hanno sostenuto che io avevo scritto finanziato da lobby ebraiche, che ero il diavolo, un impostore, il male. Questa predicazione ha fatto proseliti: ci sono intere aree del mondo musulmano dove non posso andare o dove non potrei mai parlare perché ormai il pregiudizio contro di me è talmente radicato che non c'è più nulla da fare. Ma non possiamo mollare, bisogna andare avanti, continuare a scrivere, continuare a vivere".

Saviano: "È quello che sto cercando di fare, ma certe volte è dura, vedi le calunnie e le minacce e fai fatica a pensare ad altro".

Rushdie: "Potrai perdere oggi, potrai perdere per 30 anni ma alla fine vincerai tu, perché la verità alla fine vince sempre. Ricordati: la letteratura non è una cosa di oggi ma, come diceva Italo Calvino, è una cosa di tempi lunghi e su quelli si misurano le cose nella vita".

Saviano abbassa la voce: "Vorrei farti una domanda forse un po' ingenua: ma pensi che la letteratura possa davvero disturbare il potere?".

Rushdie: "Assolutamente sì, continuo a crederci. Guarda con quanta attenzione i regimi controllano la letteratura e gli scrittori, pensa a come vigilavano in Unione Sovietica e ne avrai la prova".

Rushdie: "Stai scrivendo qualcosa di nuovo?".

Saviano: "Sì, un altro libro ma non sulla camorra".

Rushdie: "Bravo, continua a scrivere e scrivi anche di altro, anch'io ho fatto così, anche questo è un modo per non restare prigionieri. Devi recuperare una vita che non sia tutta legata a Gomorra. E poi dovresti venire a stare un po' a New York, qui mi sono sempre sentito molto più libero che in Europa. Qui non potrebbe mai accadere che uno scrittore venga minacciato per un libro, forse perché in America nessuno pensa che la letteratura possa avere questo potere".

È ormai tardi, si salutano. Rushdie: "Verrò a trovarti a Napoli il prossimo anno, ci sarà una mostra di Clemente e ci sarò sicuramente".

Poi scendono insieme, in ascensore si aggiunge il romanziere inglese Ian McEwan. Quando escono dal portone Rushdie vede gli uomini dell'Fbi e allora, divertito, dice a Saviano: "Lascia a me e a Ian l'onore di scortarti fino alla macchina". Poi, prima di chiudergli la portiera, gli ripete: "Roberto abbi cura di te, sii prudente, ma riprenditi la tua vita e ricordati che la libertà è nella tua testa".

L'auto blindata dei federali parte veloce. Rushdie, da solo, si mette a camminare nella notte lungo il Central Park.


(3 maggio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #6 il: Maggio 07, 2008, 04:09:04 »

Nella doppia sfida senza storia il confronto in North Carolina

Nell'Indiana testa a testa fino all'ultimo. Poi la spunta la Clinton

Usa: pareggio, ma Obama sale

'Sempre più vicino alla nomination'

Ora il senatore dell'Illinois dovrebbe avere 155 delegati di vantaggio

Secondo gli analisti della Nbc e il sito Drudge Report, Hillary dovrebbe gettare la spugna

di MARIO CALABRESI


 NEW YORK - Hillary Clinton ha pareggiato all'ultimo minuto, a notte fonda, conquistando la vittoria in Indiana per poco più di 20mila voti, dopo aver malamente perso in North Carolina. Un pareggio che la tiene virtualmente ancora in corsa, anche se l'ex first lady ha ora cancellato tutte le apparizioni agli show televisivi del mattino e gli incontri pubblici per oggi.
Tanto che i blog e i siti internet più aggressivi sostengono che potrebbe gettare la spugna e già definiscono Barack Obama "The Nominee", il candidato che ha ottenuto la nomination.

Il risultato definitivo dell'Indiana è arrivato all'una e mezza di notte, dopo uno scrutinio mozzafiato: la Clinton fino a tre quarti dello spoglio era in netto vantaggio, tanto che poco prima delle 23 aveva pronunciato il discorso della vittoria a Indianapolis, sottolineando che la sua corsa sarebbe proseguita. Poi il suo margine di vantaggio si era progressivamente ridotto fino ad arrivare ad un pugno di voti, mentre mancava la contea della città di Gary, una sorta di sobborgo di Chicago con una larga maggioranza di elettori neri. Alla fine ce l'ha fatta, ma il vincitore dell'ultimo grande martedì elettorale è Barack Obama che ha conquistato nettamente la North Carolina (56 a 42) e ha dimostrato di essere in partita anche in uno Stato come l'Indiana dove prevale il ceto medio bianco.

Con il 99 per cento delle schede scrutinate, Obama prende 58 delegati in North Carolina e 33 nell'Indiana. Hillary Clinton ne ottiene rispettivamente 42 e 37. Totale di giornata: 91 a 79. Totale generale: 1.836 a 1.681; 155 delegati di vantaggio per Obama. Ora gliene mancano circa duecento per la nomination. Abbastanza per far dire al sito di fossip politico, Drudge Report, ma anche agli analisti della Nbc che la partita è chiusa e che Obama contenderà al repubblicano McCain la presidenza degli Stati Uniti.

Il senatore nero ha festeggiato la vittoria in North Carolina a Raleigh con un discorso assolutamente non polemico, tutto rivolto al voto di novembre e a contrastare John McCain. Obama sembra aver superato le difficoltà degli ultimi giorni legate alle polemiche per le esternazioni del suo pastore, il discusso reverendo Wright, ha promesso di unire il partito "per evitare agli americani altri quattro anni di amministrazione repubblicana, in cui si tagliano le tasse ai più ricchi e alle multinazionali che portano il lavoro all'estero, mentre il ceto medio perde il lavoro, la sanità e le pensioni".

Anche la Clinton, dopo aver promesso battaglia per poter avere anche i voti di Florida e Michigan (due Stati dove ha vinto ma che sono stati "squalificati" per aver anticipato la data delle primarie), ha voluto assicurare che lavorerà per chi verrà nominato e che la cosa fondamentale è la vittoria dei democratici a novembre.

Hillary ora potrebbe essere spinta al ritiro, visto che Obama continua ad avere più delegati, più voti e più Stati, ma potrebbe anche tentare di andare ancora avanti fino alla fine delle primarie, il 3 giugno, sostenendo che Obama non è in grado di conquistare gli Stati dove pesa maggiormente la classe media e che non può così pensare credibilmente di sfidare John McCain a novembre. In questo caso farebbe appello ai superdelegati - i quadri del partito che hanno diritto di voto - chiedendo loro di ribaltare il risultato uscito dalle urne.

Obama per cercare di chiudere definitivamente la partita ha speso oltre sei milioni di dollari per trasmettere quasi 17mila spot televisivi solo nell'ultima settimana (Hillary si è fermata a quota 9000 con una spesa di tre milioni).

Questa corsa così faticosa e litigiosa potrebbe far pensare che gli elettori ne siano ormai disgustati, ma l'altissima affluenza registrata ieri alle urne - si è passati dal 30 per cento del 2004, al 50 per cento di ieri - mostra che il popolo dei democratici è invece galvanizzato dalla sfida. La vera controindicazione è però la spaccatura che si è creata all'interno del partito, che fino a pochi mesi fa sembrava marciare compatto verso la Casa Bianca, ma che oggi sta regalando una nuova giovinezza a John McCain. Ieri, all'uscita dalle urne, più della metà dei supporter di Hillary ha detto che a novembre non è disposta a votare per Barack, così un terzo degli elettori di Obama non sosterrebbe la Clinton. Anche per questo i due hanno voluto lanciare un appello all'unità.


(7 maggio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #7 il: Agosto 24, 2008, 06:30:52 »

ESTERI IL PERSONAGGIO

Biden, specialista in recuperi "Se mi buttano giù, so rialzarmi"

Cattolico, vedovo, padre. La vita privata è la sua arma vincente

In 35 anni di servizio al Campidoglio ha imparato tutti i riti del potere

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI

 

NEW YORK - Da bambino balbettava. Da adulto parla troppo. Joe Biden è stato l'autore della gaffe più spettacolare su Barack Obama: "È il primo candidato afroamericano che ha un linguaggio articolato, è brillante, pulito e di bell'aspetto". Disse che voleva fargli un complimento, poi ammise di avere sbagliato e si scusò.

Sosteneva che Obama non era preparato per fare il presidente, ieri ha accettato di fargli da spalla, dopo aver corretto il tiro: "Nell'ultimo anno è maturato molto grazie alla dura battaglia per la nomination". Barack Obama ha scelto l'uomo più lontano dalla sua mistica della novità e del cambiamento: un politico navigato, un maestro delle tattiche parlamentari, un nonno dai capelli bianchi, il simbolo della continuità.
Ma ha scelto un uomo della classe media, un uomo capace di superare le sciagure più terribili e di ricostruirsi, di ricominciare da capo ogni volta: "Mio padre mi ha insegnato - ha detto ieri a Springfield - che il punto non è quante volte ti buttano giù, ma quanto tempo ci metti a rialzarti".

Joseph Robinette Biden, Jr. è nato a Scranton in Pennsylvania da una famiglia cattolica irlandese il 20 novembre del 1942, ha studiato legge ed è stato eletto al Senato quando aveva ancora 29 anni, nel 1972. Il presidente era Nixon e i soldati americani erano ancora in Vietnam. In 35 anni di servizio in Campidoglio ha imparato tutti i riti del potere e della sua gestione, tanto da averne assunto ogni sembianza: ha sempre la spilletta con la bandierina americana appuntata sul blazer blu, il fazzoletto nel taschino e i gemelli ai polsini della camicia bianca, se c'è il sole non rinuncia ai ray-ban a specchio da aviatore. Il New York Times scriveva che Biden è il braccio destro capace di far passare le leggi e di assicurare a Obama una presidenza che cammina e realizza. Ma le elezioni bisogna vincerle e Biden viene dal Delaware, Stato piccolo che non conta nulla dal punto di vista elettorale perché è già saldamente democratico. Obama scegliendo lui ha rinunciato a provare a conquistare, attraverso la scelta del vice, uno Stato pesante come poteva essere la Virginia del governatore Tim Kaine. Certo è cattolico ma è favorevole all'aborto e questo fa sì che sia inutile alla conquista dell'elettorato conservatore e poi Biden non è in linea con la nuova Chiesa di Ratzinger, racconta che il suo punto di riferimento è il Concilio Vaticano II: "Sono stato tirato su in un'epoca nella quale la Chiesa era fertile di idee ed aperta alla discussione. Porre questioni non era criticato, era incoraggiato".

Ma ha grande esperienza in politica estera, è il presidente della Commissione esteri del Senato, un conoscitore del Medio Oriente e un ospite fisso dei vertici di Davos. Prima dell'11 settembre del 2001, esattamente il giorno prima, disse che George Bush sbagliava a focalizzarsi sulla difesa missilistica perché altre erano le minacce da cui l'America doveva guardarsi: "Il pericolo non viene più da un missile intercontinentale ma sta nella pancia di un aereo, di una nave o in uno zainetto". Nel 2002 però disse che "l'America non aveva scelta se non quella di eliminare Saddam Hussein", anche se sostenne che un attacco unilaterale era "l'opzione peggiore".

Ma anche colui che si potrebbe dire ha sbagliato i due voti sull'Iraq: favorevole al via libera alla guerra ma contrario al "surge", l'aumento delle truppe richiesto dal generale Petraeus che ha stabilizzato il Paese. Critico aspro della gestione della guerra da parte dell'Amministrazione Bush, nel 2006 dopo otto viaggi in Iraq è stato il campione del progetto di dividere il Paese in tre parti tra sciiti, sunniti e curdi, sul modello della ex Jugoslavia. Ora la guerra è diventata non solo un problema politico ma una questione familiare: suo figlio Beau, 38 anni, che è ministro della Giustizia del Delaware, a ottobre andrà al fronte come capitano della guardia nazionale.

Ma il vero motivo per cui Obama lo ha scelto non è nessuno di questi. E' la vita privata di Biden la carta vincente, il suo essere figlio del popolo, il suo saper reagire alle avversità. Il 18 dicembre del 1972, un mese dopo che Joe era diventato senatore, la prima moglie Neilia e la figlia Naomi, che aveva solo 13 mesi, morirono in un incidente. Stavano andando a comprare l'albero di Natale quando un camion con il rimorchio, guidato da un ubriaco, centrò l'auto su cui viaggiavano anche gli altri due bambini, Joseph e Robert, che avevano tre e due anni. Joe restò per settimane accanto ai loro letti in ospedale, uscendo solo per il funerale della moglie e della neonata. "Mi resi conto che il suicidio può non essere solo un'opzione nella vita, ma un'opzione razionale". Al Senato partirono le scommesse sulla data delle sue dimissioni.

Ma non mollò, cominciò a fare il pendolare con Washington, tre ore di treno tutti i giorni per crescere i figli. Per cinque anni li tirò su da solo, poi incontrò un'insegnante del suo paese, Jill e si risposò. Fino allo scorso anno non ha mai parlato di questa storia poi lo fatto così: "Questa storia mi ha insegnato che devi sempre dire alle persone amate che le ami, e non devi lasciare nulla di non detto".

Nell'88 dopo essersi ritirato dalla sua prima campagna elettorale per la presidenza (perché si scoprì che aveva copiato pedestremente un discorso del leader laburista britannico Neil Kinnock) crollo a terra incosciente nella stanza di un albergo a nord di New York: in pochi mesi lo operarono due volte per asportare un aneurisma cerebrale.
Suo padre era ricco, giocava a polo e guidava macchine lussuose, ma cadde in disgrazia e fece bancarotta poco prima che Joe nascesse. Andarono a vivere dai suoceri a Scranton (città operaia della Pennsylvania), poi si trasferirono in un quartiere di tute blu. Il padre puliva gli scaldabagni e nel fine settimana vendeva bandierine delle squadre di baseball e souvenir nei mercatini. Lo ha cresciuto con l'orgoglio della classe lavoratrice e con il motto: "Nessuno è meglio degli altri".

Una sera, quando lavorava in una concessionaria d'auto, il proprietario fece una festa di Natale per i dipendenti e si divertì a lanciare una manciata di dollari d'argento per terra e a guardare dall'alto meccanici e venditori che si azzuffavano per prenderle. Il padre si licenziò quel giorno, sbattendo la porta.
David Brooks, editorialista del New York Times lo ha raccontato due giorni fa augurandosi che per questo scegliesse Biden: "E' un uomo che ha detto parecchie cose idiote negli anni, che ora verranno mandate in onda in continuazione, ma la gente è abbastanza intelligente per perdonare i difetti genuini di una persona genuina. Darà a Obama quello di cui ha bisogno: radici nella classe operaia, un compagno onesto e leale. Le nuove amministrazioni sono dominate dai giovani e dagli arroganti, e sarebbe positivo avere accanto chi è sopravvissuto al peggio e ha un po' di prospettiva e di memoria storica".

Nato balbuziente, lo ha ricordato anche Obama ieri chiamandolo "Bi - Bi-Biden", negli anni è diventato chiacchierone e oggi parla troppo. Durante una audizione per la conferma del giudice della Corte Suprema Samuel Alito Biden ha impiegato dodici minuti per giungere alla prima domanda. E certe sue gaffe hanno un'inquietante sapore razzista: "Nel mio stato, il Delaware, sta avvenendo la crescita più vistosa di immigrati dall'India: è impossibile entrare in negozi di alimentari se non si ha un accento indiano". Ma è anche efficace nelle sue battute taglienti, di Rudolph Giuliani ha detto: "Ci sono solo tre cose che è capace di mettere insieme in una frase: un nome, un verbo e una parola: 11 settembre". E ieri ha fulminato John McCain, che possiede otto case ma non se ne ricordava: "Noi siamo gente che tutte le sere discute seduta al tavolo della cucina, questo non si può dire di McCain, perché non si può dire in quale delle sue cucine è seduto

(24 agosto 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #8 il: Ottobre 16, 2008, 11:51:02 »

Protagonista del terzo dibattito tv il nuovo simbolo dell'americano medio

Un uomo dell'Ohio che la scorsa settimana chiese ad Obama: "Credi nell'American dream?

Joe l'idraulico, l'"invitato" al duello


dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI



HEAMPSTEAD - Il protagonista assoluto dell'ultimo dibattito tra John McCain e Barack Obama è stato Joe l'idraulico, il nuovo simbolo dell'americano medio a cui per tutta la serata si sono rivolti i due candidati promettendogli una vita migliore.

Joe non è una figura di fantasia ma un vero idraulico dell'Ohio: è un omone ben piazzato e completamente pelato, con un cognome impronunciabile, Wurzelbacher, che si definisce un uomo della classe media. Lo scorso fine settimana ha fermato Obama alla fine di un comizio a Toledo per chiedergli spiegazioni sulla sua politica fiscale: "Credi nell'American Dream?". "Certo che credo nel sogno americano", gli ha risposto Obama. "Allora perché mi vuoi penalizzare se io cerco di raggiungerlo?" e ha raccontato che sta mettendo da parte i soldi per comprare la piccola attività per cui lavora da quindici anni, ma che se lo facesse poi guadagnerebbe più di 250mila dollari l'anno e con il piano fiscale del candidato democratico sarebbe costretto a pagare più tasse.

Obama gli ha dato una risposta lunghissima, si è fermato a spiegargli che vuole abbassare le tasse al 95 per cento degli americani e ha parlato della necessità di lanciare un piano di aiuti per la classe media che redistribuisca la ricchezza. Una risposta che a Joe non è piaciuta e intervistato dalla Fox ha commentato: "Mi ha un po' spaventato, dice che vuole redistribuire la ricchezza ma a me sembra una cosa socialista: decido io a chi dare i miei soldi, non può essere il governo a dire che se guadagno un po' di più poi lo devo dividere con qualcun altro".

Così ieri sera McCain ha lanciato Joe in mezzo al dibattito, usandolo come simbolo di tutti i piccoli imprenditori che "se pagheranno più tasse smetteranno di assumere e di creare lavoro in America". Lo ha chiamato in causa ben dieci volte e ha promesso:

"Joe, io ti aiuterò non solo a comprarti l'attività per cui lavori da una vita, ma terrò le tue tasse basse e darò a te e ai tuoi dipendenti la possibilità di avere un'assistenza sanitaria che vi potrete permettere". E poi rivolto ad Obama ha concluso: "Ma perché vuoi alzare le tasse a tutti proprio adesso che bisogna incoraggiare l'America?".

A quel punto Obama ha preso la parola, ha guardato diretto nella telecamera e ha puntato l'indice: "Parlo direttamente a te Joe, se sei lì e ci stai guardando: sai di quanto ti alzerò le tasse? Zero" e unisce pollice e indice per fare il segno zero. "E le taglierò - ha sottolineato - a chi ha bisogno: l'idraulico, l'infermiera, il vigile del fuoco, l'insegnante, il giovane imprenditore. E ricordiamoci che il 98 per cento dei piccoli imprenditori guadagna meno di 250mila dollari l'anno".

Ma McCain non ha mollato: "La verità è che finiremo per prendere i soldi di Joe, li daremo al senatore Obama e lui li distribuirà in giro. Ma noi vogliamo che sia Joe a creare ricchezza, non lo Stato o Obama a decidere dove deve andare".

Obama ha controreplicato: "Ascoltami Joe, in fatto di sanità starai meglio con me". "Sarà ricordato come il dibattito dell'idraulico Joe - ha commentato il repubblicano Tim Pawlenty, governatore del Minnesota - e sono convinto che Joe è rimasto convinto da McCain".

Appena finito il faccia a faccia tutte le agenzie e le televisioni si sono gettate alla caccia di Joe, ma il suo numero di telefono non è sulla guida e sembrava impossibile rintracciarlo. Alla fine lo ha trovato la Associated Press. Ma Joe non è sembrato molto eccitato da tutta questa notorietà e ha commentato: "Il mio nome citato in una campagna presidenziale: mi è sembrato tutto un po' surreale".

(16 ottobre 2008)

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« Risposta #9 il: Ottobre 17, 2008, 10:41:31 »

17/10/2008
 
Mccain-Obama il duello che fa scuola
 
 
 
 
 
GIAN GIACOMO MIGONE
 
Dopo il terzo e ultimo dibattito diretto tra McCain e Obama vale la pena tirare qualche somma su questo tipo di confronto. La drammaticità della crisi finanziaria non ha oscurato la rilevanza della corsa presidenziale americana, giunta a una fase decisiva in cui le posizioni dei candidati si intrecciano con le decisioni del Congresso e dell’Amministrazione in carica. Soprattutto le modalità del confronto continuano a risultare importanti, forse decisive, per un paese che non deve cedere al panico. Al punto che, nel secondo e nel terzo dibattito, John McCain ha resistito alla tentazione di seguire il consiglio della Palin, di ricorrere a colpi sotto la cintura di un Obama ormai in vantaggio, anche se la maggiore aggressività e qualche scivolata tradiva il nervosismo del candidato repubblicano, in svantaggio nei sondaggi d’opinione. Malgrado ciò, è prevalso il bisogno di presentarsi con calma e civiltà a un elettorato impaurito, ma non disposto a premiare certe forzature e menzogne presenti negli spot elettorali soprattutto repubblicani. Vediamo come. Ogni riferimento alla realtà italiana non è puramente casuale.

Ciò che più mi ha colpito è la perdurante stima e persino la simpatia reciproca che continua a trasparire da discussioni a tratti durissime nel merito e nei giudizi reciproci. Parole, modo di fare, umore dei rivali non davano adito a dubbi. La diversità è riservata alle posizioni politiche. Lo stile costituisce il patrimonio comune.

Un’altra presenza importante è la memoria. Ciò che viene detto non cancella ciò che è stato detto il giorno (o l’anno) precedente. Perché su ciò si gioca un valore fondamentale, la coerenza, che non è immobilità di giudizio. Anche a un candidato alla presidenza degli Stati Uniti è concesso cambiare opinione, purché non neghi di averlo fatto e sappia spiegarne in maniera soddisfacente la ragione.

Altrimenti viene richiamato all’ordine dall’avversario o, ove occorra, dai media. Non viene necessariamente penalizzato chi ammette di essersi sbagliato. Sicuramente non viene disprezzato. Chi lo facesse sarebbe a sua volta esposto a critiche. Ad esempio, la battuta di McCain che ha segnato il terzo dibattito - «Non ti stai battendo contro Bush» - è stata riconosciuta come legittima perché le differenze rispetto al presidente in carica esistono, anche se Obama ha buon gioco nel sostenere che l’esigenza di mobilitare l’elettorato neoconservatore le ha oscurate nel corso della campagna elettorale. Perciò il principio di verità è importante. Più volte Obama ha detto: «Non è vero», a cui è seguito un chiarimento di McCain che, a sua volta, ha spesso replicato o affermato: «Non hai capito». Le interpretazioni variano, ma i fatti esistono e prima o poi vengono richiamati da qualcuno, a condizione che siano effettivamente rilevanti. Nel migliore dei casi anche da chi si è accorto di essersi sbagliato.

Un dibattito di questo tipo si permea di una sorta di onestà intellettuale che condiziona la gestione delle regole del gioco. È vero che esse vengono lungamente negoziate dai collaboratori dei contendenti, come anche la scelta del moderatore. In realtà, ai fini del rispetto di quelle regole, i moderatori sono risultati quasi superflui. Bastava un’espressione del loro viso o un piccolo gesto per richiamare all’ordine o ai tempi prestabiliti chi aveva la parola. Essi potevano concentrarsi su richiami alla necessità di rispondere in maniera più puntuale a un interrogativo o a un fatto distorto o ignorato, senza l’ombra di una manipolazione che li avrebbe professionalmente screditati.

So bene che tutto ciò può sembrare una versione idealizzata di ciò che è avvenuto; soprattutto di quanto sta dietro a una gara spietata per una posta altissima come quella della presidenza, in un contesto drammatico che potrebbe volgere al tragico. È vero che, anche in questa campagna elettorale, i colpi bassi non sono mancati; che, soprattutto, gli spot televisivi di impostazione negativa sono palesemente manipolatori, come severamente stigmatizzato dal New York Times; che le primarie hanno avuto uno stampo spesso sgradevole e fatuo (tuttavia raramente da parte dei due contendenti finali). Nel merito, poi, sono numerose le critiche che si possono muovere sia a McCain sia a Obama. Soprattutto la loro inconsapevolezza, auguriamoci più manifesta che reale, del mondo che il vincitore dovrà affrontare dalla Casa Bianca: un mondo ormai multipolare, che non si piega a nessuna forma di unilateralismo, in cui il potere degli Stati Uniti è visibilmente declinante.

Tuttavia, in quel mondo pieno di tensioni non soltanto finanziarie, vi è ancora molto da imparare da un paese che mette in campo due candidati presidenziali che entrambi, repubblicano e democratico, di comune accordo, indipendentemente dal colore della loro pelle, come sede del loro primo dibattito scelgono «Ole Miss». Quell’Università del Mississippi tutta bianca che richiese l’intervento federale perché James Meredith, studente americano di origine africana, vi si potesse iscrivere. Auguriamoci che questa scelta iniziale sia accolta da un elettorato che non ceda alla tentazione di scegliere il proprio presidente proprio sulla base del colore della sua pelle.

g.gmigone@libero.it
 
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« Risposta #10 il: Ottobre 17, 2008, 10:42:30 »

17/10/2008 - LE BOCCACCE DI MCCAIN
 
Vecchio John, ci somigli
 
 
 
 
 
ANTONIO SCURATI
 
Probabilmente Barack Obama sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, probabilmente quest’uomo ancora giovane, dalle movenze sciolte, eleganti, sicure e rassicuranti sarà l’America del futuro. Non meno probabilmente, però, il presidente del presente, l’uomo in cui si specchiano l’America e il mondo degli anni che abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo si chiama John McCain, è nato a Panama nel 1936, ha 72 anni, fu abbattuto in volo nel 1967 mentre era in missione sopra Hanoi, catturato e torturato dai Vietcong, prigioniero di guerra fino al 1973, e da allora ne porta i segni nel corpo e nello spirito. La sua postura rigida da marionetta scassata, il suo incedere macchinoso, il suo passo inceppato sono la postura, l’incedere e il passo dei giorni del presente.

Le foto in cui il candidato McCain si mette in caricatura accentuando la propria andatura spastica gli rimarranno, credo, attaccate addosso.

E - forse - quest’apparente caduta d’immagine non gli fa torto ma onore. Scherzando sulla propria invalidità, rimarcandola, John McCain ha raccontato se stesso, le qualità e i difetti che ne fanno l’uomo dell’oggi. Anche il suo coraggio un po’ scomposto, quasi balzano, la sua zampata scoordinata di vecchio leone ferito sono i segni del presente. John McCain è, infatti, un uomo che porta da più di trent’anni una ferita insanabile, un reduce del Vietnam afflitto da Sindrome Post Traumatica da Stress, John McCain è, insomma, il primo nella storia ad aver basato la propria candidatura al ruolo di uomo più potente del mondo sulla piattaforma della propria debolezza, della propria invalidità. Ed è proprio questo a farne il Presidente della nostra epoca, un’epoca di traumatizzati anche se in assenza di un vero trauma.

Uomini come Nixon (lo spione dei suoi avversari), come Kissinger (il grande diplomatico tessitore di trame oscure), come i Bush (sempre sospettati di subordinare la geopolitica a loschi interessi petroliferi) sono stati gli uomini di un’era post-guerra fredda. Dopo la fine della divisione del mondo in due blocchi separati e contrapposti, le cose si andavano facendo troppo tortuose, troppo complicate, ed eccoci pronti a ipotizzare un bel complotto che tutto spiegava. La paranoia è stata, per questo motivo, a lungo il modello psicopatologico atto a raccontare la perturbante inafferrabilità del mondo contemporaneo. Oggi la mano passa, però, alla sindrome post-traumatica da stress.

Sì perché oggi ci sentiamo un po’ tutti afflitti dai disturbi psichiatrici un tempo circoscritti a quei rari soggetti che avevano dovuto affrontare un evento critico abnorme (terremoti, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza, guerre e attentati). Nella stragrande maggioranza dei casi non li abbiamo subiti davvero questi traumi ma è come se ne scontassimo le conseguenze. In ogni campo la nostra vita collettiva si agita in preda a manifestazioni continue di un multiforme panico morale: la vita politica da anni è decisa da una paura immotivata nei confronti del terrorismo (dopo l’11 settembre il terrorismo è diventato realtà quotidiana in Medio Oriente, non qui da noi), quella economica da cicliche crisi di fiducia e isterismi finanziari, quella sociale dai fantasmi terrificanti dello straniero invasore. Abbiamo avuto infanzie felici, giovinezze agiate, esistenze pacifiche, eppure accusiamo molti dei sintomi dei soldati traumatizzati in battaglia: vissuti intrusivi, stordimento, confusione, tendenza a evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo l’esperienza traumatica (anche solo simbolicamente), incubi, insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e tensione generalizzate. In molti, in troppi casi, cerchiamo sollievo alle nostre sofferenze proprio come tendono a fare i traumatizzati: abuso di alcol, droga, farmaci e psicofarmaci.

Insomma, il giovane Barack ci piace ma il vecchio John ci somiglia. Obama ci seduce come un divo di Hollywood ma, poi, quando ci mettiamo davanti a uno specchio nei nostri rari momenti di verità, ciò che vediamo riflessa è l’immagine di McCain che avanza guardingo e contratto con quel suo passo da animale coraggioso ma ferito. Proprio per questo verrebbe voglia di dire: avanti America, rendi l’onore delle armi al vecchio soldato, ma poi lasciatelo alle spalle. Fatti forza, fatti coraggio. Cerca per l’avvenire un diverso tipo di coraggio.
 
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« Risposta #11 il: Dicembre 29, 2008, 05:31:10 »

Aspirante senatrice al posto di Hillary Clinton, ha rinunciato alla riservatezza.

Abitudini, gusti e affetti finiscono sui giornali

La corsa di Caroline Kennedy "Vi racconto i miei segreti"


dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI



NEW YORK - Una piccola folla la circonda, tutti vogliono stringerle la mano e chiederle se ce la farà. Caroline Kennedy ha appena finito di correre nel Central Park insieme ai due figli minori, Tatiana e John, 18 e 15 anni, e si è fermata a prendere un caffè dietro il Museo di Storia Naturale. Pantaloncini aderenti al ginocchio, scarpe da ginnastica, cerca di essere gentile con tutti, ma fatica a superare l'imbarazzo.

Sfugge gli sguardi e risponde con un filo di voce: "Sono sicura di essere la persona giusta per sostituire Hillary Clinton".

Per anni Caroline è stata l'emblema della riservatezza: timida, scontrosa, perfino infastidita se qualcuno la avvicinava mentre correva, la fermava per strada per salutarla o peggio per farle domande sulla sua famiglia. Ma ora, nel giro di un fine settimana, la 51enne figlia del presidente più amato d'America ha dovuto cambiare l'atteggiamento di una vita e mettere tutto il suo privato in pubblico, parlare, raccontare, aprire la porta di casa ai giornalisti e apparire in televisione.

Ha rotto gli indugi ed è andata all'offensiva. Dopo settimane di critiche ha capito che se vuole diventare la senatrice di New York non può più pretendere di vivere lontana dagli sguardi e protetta dalla curiosità.

Così si è messa a raccontare tutto, perfino a soddisfare le curiosità più minute: beve thé alla menta, ascolta l'iPod, la sua musica preferita è tutta Anni Settanta, i suoi figli a Natale e al compleanno le regalano compilation di canzoni di Bob Marley, Grateful Dead e Bob Dylan, da giovane ha fumato spinelli e provato droghe ("sono stata un tipico esponente della mia generazione, ma con moderazione"), il suo film preferito è "Casablanca", ama il telefilm "Friends", ha appena visto al cinema "The Millionaire" ("Un film bellissimo e potente sulla vita in India"), ha sempre votato per i democratici e ama suo marito anche se non ne usa il cognome.

Ieri mattina i newyorkesi che non l'hanno incontrata per strada l'avevano già vista su tutti i quotidiani della città: sabato, in un caffè di Lexington Avenue, nell'Upper East Side dove vive, aveva rilasciato interviste al New York Times, al Daily News e al New York Post. La sera prima era stata ospite per quasi un'ora del canale solo notizie della città: New York One.

Ha risposto a tutte le domande tranne a quelle sul suo patrimonio e sulla sua ricchezza: "Non sono stata colpita dalla crisi così duramente come molte altre persone, sono fortunata a non vivere con il timore di perdere la casa e ad avere un marito che ha un buon lavoro (il designer Edwin Schlossberg), ma renderò pubbliche le mie finanze solo se sarò eletta".

Ha raccontato di quanto le manchi il fratello John jr. - morto in un incidente aereo quasi dieci anni fa - di come suo zio Ted la sostenga, di come sua madre Jacqueline sarebbe stata "molto fiera" del suo impegno politico, e soprattutto di come Barack Obama l'abbia incoraggiata a tentare la strada politica.

Ogni decisione verrà presa non prima di un mese, quando il governatore dello Stato di New York David Paterson dovrà nominare il successore della Clinton, ma Caroline Kennedy si è convinta di dover costruire una vera e propria campagna di propaganda in città, tale da rendere quasi obbligata la sua nomina a scapito di un altro rampollo famoso, il procuratore Andrew Cuomo, figlio del governatore degli Anni Ottanta Mario Cuomo.

Tra l'altro Andrew era sposato con sua cugina Kerry Kennedy, prima che il matrimonio si rompesse molto malamente e la coppia finisse sui giornali con i dettagli di un divorzio assai tormentato. Caroline nega che ci sia rancore nei loro rapporti, ma freddamente lo liquida così: "Ha avuto un'impressionante carriera".

Ha raccontato come Obama le abbia risvegliato la passione per la politica, anche se ha ammesso di non aver votato molte volte in passato, e per questo si è schierata pubblicamente per lui insieme allo zio Ted già a gennaio durante le primarie democratiche. Ha negato di voler fare la senatrice grazie al suo cognome, ma anzi ha sottolineato che se si fosse chiamata in un altro modo si sarebbe già candidata da tempo e ha rivendicato i suoi meriti: "Non ho una carriera politica alle spalle e non ho seguito il percorso tradizionale, ma ho buoni legami e una vita di esperienza, sono stata una madre, una scrittrice, ho raccolto fondi per le scuole, mi sono impegnata nei temi dell'educazione e ho servito la comunità".

Le sue posizioni sono più di sinistra di quelle di Hillary come di quelle di Obama, è una tipica liberal newyorkese: è contraria in qualunque caso alla pena di morte, non vuole la costruzione del muro anti-immigrati al confine con il Messico, è per togliere l'embargo a Cuba e sostiene i matrimoni gay. Ma, come Obama, dice continuamente che vuole lavorare per superare gli schieramenti e costruire posizioni unitarie e bipartisan.

La sua piattaforma politica però, come sottolinea il New York Times, è "vaga e indefinita" e non è ben chiaro davvero con che programma si presenterebbe a Washington. Ma per i newyorkesi è la figlia di John Kennedy, e questo a guardare gli indici di gradimento sembrerebbe bastare.

Lei, che come Obama ama la magrezza, il jogging e ha parecchia autostima, su questo risponde senza indecisioni: "Non correrei se non fossi sicura di essere la migliore delle scelte".

(29 dicembre 2008)
da repubblica.it
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« Risposta #12 il: Gennaio 09, 2009, 04:56:11 »

Giovani nel momento del trionfo, vecchi e stanchi a fine mandato

Uno studio medico lo conferma: lo stress del potere invecchia i presidenti

Otto anni ma sembrano sedici la Casa Bianca logora chi ci va

I colpevoli sono le responsabilità, la cattiva dieta e la mancanza di amici

E' avvisato Barack Obama: un'ora di palestra al giorno non lo salverà


dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI


NEW YORK - Alla Casa Bianca si invecchia al doppio della velocità. I volti dei presidenti al loro ultimo giorno, nel momento in cui salgono sul "Marine One", l'elicottero che li porterà via dallo Studio Ovale per sempre, sembrano essere le mappe su cui sono segnate le guerre, le crisi economiche, gli scandali, i sondaggi negativi e i disastri del loro regno. Basta osservare l'aspetto di George W. Bush quando giurò nel 2001 e confrontarlo con le immagini di questi giorni: al posto di quel ragazzo pieno di vita e baldanzoso, oggi c'è un anziano e affaticato signore. Sono passati solo otto anni ma sembrano due decenni.

Non lo dicono solo le foto, quella che era una sensazione oggi è una certezza: in ogni anno passato alla Casa Bianca si invecchia di due, il deperimento fisico corre molto più veloce di quello che tocca in sorte ai comuni mortali. Lo certifica uno studio sulle cartelle cliniche dei presidenti dell'ultimo secolo, che smentisce il vecchio motto andreottiano "il potere logora chi non ce l'ha": lo stress del comando è capace di cambiare la salute dei "leader del mondo libero", il colore dei capelli, perfino la fisionomia e soprattutto li condanna a invecchiare molto più velocemente.

"Non conta se sono democratici o repubblicani, se sono stati degli atleti oppure dei fumatori: dopo otto anni da presidenti saranno invecchiati di sedici", ha raccontato al Boston Globe il geriatra Michael Roizen della Cleveland Clinic (quella dove Berlusconi si è operato al cuore) che ha studiato le cartelle cliniche, i documenti medici, i controlli annuali, i cambi di peso e di pressione di ogni presidente a partire da Theodore Roosevelt, che giurò nel 1901.

Utilizzando la formula dell'"età reale" - su cui ha scritto un libro che è stato in testa alle classifiche americane - e analizzando 191 fattori tra cui il rischio di morte e malattia, prima dell'entrata alla Casa Bianca e all'uscita, secondo Roizen è evidente un'accelerazione dell'invecchiamento dovuta alle conseguenze di uno stress continuo e prolungato. Ma anche ad una dieta forzatamente disordinata e alla mancanza di amici: "Quando si entra allo Studio Ovale ogni telefonata, ogni discorso, ogni chiacchierata sono registrate e trascritte, i presidenti diventano soli, isolati, senza amici e questo li fa sentire ancora più soffocati dai doveri e dalle responsabilità".

Anche il politologo Robert Gilbert, autore del libro "The Mortal Presidency", dopo aver studiato le presidenze da Washington a Nixon sostiene che gli occupanti dello Studio Ovale hanno una vita media più breve di quella dei membri del Congresso o della Corte Suprema, e che 25 su 36 sono morti in anticipo rispetto all'aspettativa di vita media di quel periodo.

Il medico di George Bush senior, il dottor Burton Lee, racconta che dopo aver diagnosticato una disfunzione alla tiroide al suo illustre paziente gli consigliò un'immediata vacanza o perlomeno qualche giorno di riposo, ma venne subito coperto di ridicolo e non ascoltato. Nessuno è riuscito mai a restituire il sonno o ad alleggerire l'agenda di un presidente, anche se proprio l'ultimo in carica, George W. Bush, si è distinto per andare a letto prestissimo e alzarsi all'alba per pregare o andare in bicicletta sul Potomac e, quando un giornalista iracheno ha cercato di colpirlo tirandogli una scarpa, ha mostrato un'invidiabile prontezza di riflessi nell'evitarla.

L'invecchiamento precoce è un fenomeno che naturalmente non accade solo negli Stati Uniti: uno dei cambiamenti più impressionanti lo si è visto sul volto del premier britannico Tony Blair, così come l'alleanza con Cossiga e la guerra in Kosovo ebbero l'effetto di far imbiancare in un attimo la capigliatura di Massimo D'Alema.

È avvisato Barack Obama, a cui la campagna elettorale ha già regalato ciuffi di capelli grigi: un'ora di palestra al giorno non lo salverà dall'invecchiamento, soprattutto di fronte a due guerre, alla crisi in Medio Oriente e a una recessione economica in casa. Tra quattro anni, o tra otto, guarderemo la sua foto di oggi e ci stupiremo di quant'era giovane. Lui, per sperare in un fato diverso, al pranzo dell'altroieri avrebbe fatto bene a chiedere consiglio a Jimmy Carter e a George Bush padre, nati entrambi nel 1924, per sapere come si arriva sani e salvi a 84 anni nonostante le sfide iraniane, irachene, e i sondaggi sfavorevoli.

(9 gennaio 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #13 il: Gennaio 17, 2009, 11:25:39 »

Verso la cerimonia di insediamento: il presidente eletto è partito da Philadelphia un viaggio per ricordare quello del predecessore che abolì la schiavitù e riunificò la nazione

Quel treno per Washington Obama sulle orme di Lincoln

Stasera l'ingresso alla Blair House, la residenza per gli ospiti della Casa Bianca

Da domenica si entra nel vivo delle celebrazioni che vedranno il culmine martedì 20

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI

 

WASHINGTON - La più simbolica, affollata e lunga cerimonia di insediamento di un presidente degli Stati Uniti comincia con un viaggio in treno lungo sette ore con destinazione Washington: Barack Obama ha scelto di partire da Philadelphia, la città dove nel 1776 fu firmata la Dichiarazione d'Indipendenza e dove l'anno scorso ha tenuto il suo discorso più importante, quello sulla razza. Obama ha scelto il treno per ricordare il viaggio che fece Abramo Lincoln, il presidente che abolì la schiavitù e riunificò la nazione, prima di giurare come sedicesimo presidente nel marzo del 1861.

Il primo nero della storia americana ad entrare alla Casa Bianca ha preso Lincoln (nato 200 anni fa: 12 febbraio 1809) come suo riferimento simbolico e come fonte di ispirazione tanto che martedì prossimo giurerà sulla sua Bibbia, lo citerà nel discorso di insediamento e perfino il banchetto inaugurale avrà le stesse portare di quello del 1861, a partire dall'anatra.

Nel suo viaggio da Philadelphia a Washington ci saranno due tappe: la prima a Wilmington in Delaware, dove salirà il vicepresidente eletto Joe Biden che vive lì, la seconda a Baltimora. Ad ogni tappa è previsto un breve discorso e un bagno di folla.
Sabato sera finalmente Obama e la sua famiglia saranno nella capitale e non dovranno dormire più in albergo - come hanno fatto nelle ultime due settimane - ma entreranno alla Blair House, la residenza per gli ospiti della Casa Bianca che i Bush non avevano concesso perché già occupata dall'ex premier australiano.

Domenica sarà la giornata della musica: sui gradini dell'immenso Lincoln Memorial sono previsti un discorso di Obama e un lungo concerto con le più grandi star della musica americana tra cui Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Beyonce, Bono e Mary J. Blige. Già qui sono previste centinaia di migliaia di persone.

Lunedì è il Martin Luther King Day, giorno di festa nazionale, e Obama e Biden parteciperanno in una serie di iniziative per onorare la memoria del reverendo che venne ucciso dopo aver portato avanti la battaglia per i diritti civili.

Martedì sarà il grande giorno, a Washington sono previste due milioni di persone per il giuramento di Barack Obama come 44esimo presidente degli Stati Uniti. La giornata si aprirà con un momento di preghiera, poi ci sarà la processione con cui George W. Bush accompagnerà Obama fino al Campidoglio (che contiene il Parlamento americano), sulle scale ci saranno la cerimonia di giuramento (alle 12 locali, le 18 in Italia) e il discorso inaugurale. Dopo la cerimonia di partenza di Bush, ci sarà un pranzo nel Campidoglio e la parata di Obama verso la Casa Bianca. Quella sera Washington ospiterà una serie di balli inaugurali alla presenza del presidente e della moglie.

L'inaugurazione rischia di avvenire in mezzo alla neve - prevista nella notte tra domenica e lunedì - come quella di John Fitzgerald Kennedy e la temperatura prevista è di un grado sotto zero.

Inutile dire che l'apparato di sicurezza è il più grande mai messo in atto per un giuramento: 42.500 persone tra militari, agenti del secret service e poliziotti vigileranno sul futuro presidente e sulla folla, in quella che si preannuncia come la piùà seguita cerimonia della storia americana.

(17 gennaio 2009)
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« Risposta #14 il: Gennaio 22, 2009, 12:46:35 »

La cerimonia a Washington davanti a due milioni di persone

"Batteremo la crisi e il terrorismo". Mano tesa all'islam

Obama giura da presidente "E' l'ora delle responsabilità"


dal nostro inviato MARIO CALABRESI

 

WASHINGTON - "Adesso dobbiamo rialzarci, scuoterci la polvere di dosso e cominciare un'altra volta a ricostruire l'America". L'uomo con la cravatta rossa, l'unico senza cappotto, senza guanti e senza cappello si ferma un attimo. E loro, le donne e gli uomini che lo hanno portato fino in cima alle scale del Campidoglio, che lo hanno aspettato per ore battendo i piedi sul terreno ghiacciato, cominciano a scandire: "Yes We Can!".

Il coro, potente, parte da lontano, dalle scale del Lincoln Memorial, ma è contagioso: attraversa tutto il cuore di Washington e in pochi secondi arriva sotto il palco di Barack Obama. Lui ricomincia a parlare, più veloce del solito, forse per l'emozione, forse per il freddo, forse perché sono in ritardo per colpa del predicatore evangelico Rick Warren che non ha rispettato i tempi, ma il messaggio arriva chiarissimo: "C'è bisogno di una nuova Era di responsabilità: abbiamo dei doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo".

Barack Obama alla fine sceglie la strada tracciata da John Kennedy, sceglie di chiedere al suo popolo, a quei due milioni di persone che si sono messe in fila alle quattro del mattino e che ora ha davanti, ai milioni che lo ascoltano da casa, dai megaschermi montati a Times Square a Manhattan o dai piccoli televisori accesi nei caffè di Seattle, di riscoprire l'impegno. Di rimboccarsi le maniche "perché ovunque guardiamo c'è lavoro da fare", di riscoprire i valori antichi per ricostruire l'America e la sua immagine: "Duro lavoro e onestà, coraggio e correttezza, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo".

Questa volta, nella più eccezionale e scenografica delle inaugurazioni presidenziali, i protagonisti sono due: Barack Obama che diventa presidente a mezzogiorno in punto - come prevede la Costituzione - anche se non ha ancora fatto in tempo a giurare, e questa folla di cui non si riesce a vedere la fine. Perfino i cecchini appostati sulla cupola del Campidoglio, con i loro immensi binocoli, non sanno dove si conclude quel mare di teste. Sono arrivati per mille ragioni diverse: perché credono nella pace, nella difesa dell'ambiente, nella fine delle divisioni razziali, nella sanità per tutti, in una scuola più accessibile, nella chiusura dei tribunali speciali o semplicemente nel ritorno dell'impegno politico.

Obama riassume tutto in una sola frase: "Siamo riuniti qui oggi perché abbiamo preferito la speranza alla paura, l'unità al conflitto e alla discordia". Ma c'è un motivo in più, che Obama non può dire: il suo arrivo alla Casa Bianca significa la fine della stagione di George W. Bush e Dick Cheney. Quando il copione che regola l'ordine di apparizione annuncia il vicepresidente e tutti lo vedono entrare su una sedia a rotelle partono piccoli applausi provocatori, risate, ironie. Cheney ha avuto il colpo della strega mentre spostava scatoloni durante il trasloco dalla residenza ufficiale dell'Osservatorio navale alla sua casa a McLean in Virginia. Non riesce a camminare.

Ma il vero colpo viene da Obama, ed è la sua frase più applaudita, l'unica capace di scatenare una lunghissima ovazione: "Respingiamo la falsa scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali". In sole dodici parole c'è la risposta ad otto anni di dottrine repubblicane, ad un mese di interviste in cui il vicepresidente ha sostenuto che la tortura e i tribunali speciali sono giusti, necessari e indispensabili per difendere il Paese. Ma fa di più: tende la mano all'Islam e poi sottolinea che "l'America è amica di tutti i popoli, di tutte le nazioni e degli uomini, le donne e i bambini che cercano un futuro di pace e dignità". "Con questo spirito - aggiunge sorridendo - siamo pronti ad essere di nuovo leader".

Barack Obama sa però che la crisi economica peggiora ogni giorno e cerca di frenare l'entusiasmo, di ricordare che "le sfide sono molte, reali e gravi" e che non saranno superate "facilmente o in un breve arco di tempo". Ma non ci riesce. Ora è il momento della festa, dell'entusiasmo, della gioia, o come dice il regista Spike Lee mentre lo perquisiscono dopo due ore di coda "Questo è il Giorno". "Un giorno meraviglioso, il giorno che aspettavamo da una vita, la fine del cammino", come aggiunge mentre piange il reverendo nero Bart Ranson che marciò con Martin Luther King nella stagione dei diritti civili. Ha le scarpe nere lucide, la camicia bianca, la cravatta con i colori della bandiera ed è arrivato con un'anziana attivista bianca, Vola Lawson. Lei continua a scuotere la testa, cerca di convincersi che è vero: "Ho sempre sperato che accadesse ma non pensavo che sarei vissuta abbastanza a lungo per vederlo".

Non tutti hanno questo senso della storia, molti sono venuti perché sentivano il richiamo dell'avvenimento, perché hanno seguito gli amici, i genitori, i nonni o gli insegnanti. Fotografano Obama e si fotografano, per dimostrare che c'erano, per dare un senso a tutto quel freddo a tutte quelle ore di fila. Come gli studenti del liceo Franklin Delano Roosevelt di New York, tra i primi ad arrivare di fronte ai cancelli alle cinque del mattino. Sono partiti a mezzanotte con l'autobus da scuola, nella zona più remota del Queens, sono eccitatissimi: non dimenticheranno mai la loro gita scolastica. Dietro di loro una folla vestita come se dovesse andare a sciare, piumini, pellicce, colbacchi, scarponi. Poco prima delle sette, quando finalmente l'alba illumina il Mall, la gente arriva già fino al monumento a George Washington: sono un milione di persone. Raddoppieranno in tre ore.

La festa comincia quando le telecamere inquadrano l'arrivo del vecchio e malato senatore Ted Kennedy - che più tardi durante il banchetto si sentirà male - scatta la prima ovazione. Poi la folla festeggia Bill e Hillary Clinton e si scatena per Michelle Obama. Alle 11 e 25 finalmente arriva Barack e Aretha Franklin comincia a cantare "My Country Tis of Thee". Giura Joe Biden, poi, poco dopo mezzogiorno, sale sul podio insieme ad Obama il presidente della Corte Suprema, il giovane conservatore John Roberts, l'uomo scelto da George Bush per cambiare l'orientamento della giurisprudenza americana. Roberts però si inceppa, inverte le parole della formula del giuramento e Obama si ferma ad aspettare che si corregga. Poi giura sulla Bibbia di Lincoln.

Adesso è davvero presidente, la folla alza le mani al cielo e balla. Partono le trombe della banda dei marines, poi venti salve di cannone. A quel punto comincia il discorso. Poco meno di venti minuti. Il messaggio è di energia e di speranza.
Chiude la poetessa nera Elizabeth Alexander: quando era bambina, nel 1963, i genitori la misero la portarono qui ad ascoltare il discorso di Martin Luther King "I Have A Dream". Racconta che la sua vita quel giorno trovò una direzione.

(21 gennaio 2009)
da repubblica.it
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