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Autore Discussione: SCIENZA E FILOSOFIA Marco Sant'Ambrogio L’odio degli indignati da fake news  (Letto 554 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Settembre 15, 2017, 06:10:22 pm »

SCIENZA E FILOSOFIA

L’odio degli indignati da fake news

Di Marco Sant'Ambrogio
01 settembre 2017

Secondo Spinoza, è compito della democrazia «contenere gli uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione, affinché vivano nella concordia e nella pace». Acuto come sempre, Spinoza vede un nesso strettissimo tra democrazia, ragione e pace. Invece, è una tecnica collaudata degli autocrati quella di soffiare sul fuoco delle passioni - soprattutto passioni negative come odio, paura e indignazione. Niente di meglio di una guerra contro un nemico esterno o interno per salvare un trono.

Dopo l’odio nazionalistico e razziale del Novecento, l’indignazione è oggi la passione più diffusa in politica, non solo in Italia. In Spagna ha dato nome a un intero movimento. Come mai? È semplice. Noi non ci indigniamo per un torto o un’ingiustizia qualunque. Immaginate che Arsenio Lupin, ladro gentiluomo, vi rubi i gioielli dalla cassaforte. È ingiusto e potete protestare, dispiacervi, arrabbiarvi. Ma sarebbe inappropriato indignarsi. Lupin è un ladro dichiarato, non c’è malafede da parte sua.

Infatti l’indignazione presuppone sempre una particolare forma di disonestà: la malafede. Ci indigniamo solo con chi commette scientemente un’ingiustizia e fa finta di agire per alti ideali. A questo punto ci sentiamo in diritto di fargli qualsiasi cosa. A bandito, bandito e mezzo - come si suol dire. Per questo l’indignazione è così utile in politica: squalifica gli avversari e abbassa il livello dell’autocontrollo.

Ci sono diversi modi per scatenare l’indignazione contro gli avversari politici. In Numero zero, Umberto Eco ne ha illustrati alcuni, ma si tratta di metodi d’altri tempi, che cercavano di salvare le apparenze e si avventavano su avversari che avevano un nome e un cognome. Da allora si sono fatti grandi progressi. Oggi c’è gente che diffonde spudoratamente, non so se attraverso Youtube, Facebook, Twitter o Instagram, la notizia che i vaccini sono pericolosi («Sono fatti con plutonio, zinco, polifosfati!») e raccoglie mezzo milione di visualizzazioni. Altri scrivono che gli «immigrati» hanno festeggiato la strage di Manchester in un bar di Pioltello.

Queste sono fake news: notizie false diffuse allo scopo di scatenare odio, paura e indignazione. Chi le diffonde non ha bisogno di fare nomi e cognomi dei presunti colpevoli perché chi le legge pensa di sapere già a chi attribuire la responsabilità di tali nefandezze. (Chi ha messo il plutonio nei vaccini? Per la destra sarà stato il PD, per la sinistra, Renzi.) Si evita il reato di calunnia o di procurato allarme e intanto l’indignazione cresce. Tanto più si eccitano le passioni, tanto più si abbassano le difese della ragione e si riduce il prezioso capitale della fiducia nei concittadini e nelle istituzioni. Dovremmo introdurre regole più severe per contenere le fake news sul web? Beppe Severgnini pensa che il diritto penale sia stato preveggente e gli strumenti giuridici esistano già ma manchi la volontà di procedere, perché continuiamo a «considerare il web una sorta di Grande Stadio dove tutto è permesso».

A me sembra ottimistico. La volontà di procedere è mancata anche quando fake news e post-verità circolavano liberamente nei programmi di discussione politica in tv. Circolano ancora. Se Spinoza vedesse quei programmi resterebbe inorridito. Altro che «contenere gli uomini per quanto è possibile entro i limiti della ragione». C’è poco di razionale in quelle discussioni. Non sono ammessi ragionamenti che durino più di venti secondi. È invece consentito gettare il sospetto di malafede sugli avversari per suscitare l’indignazione degli spettatori.

Quali sono invece le regole della discussione razionale? Un bellissimo libro, il Robert’s Rules of Order, lo spiega anche a chi non ha mai letto Spinoza. Henry Roberts era un ingegnere dell’esercito degli Stati Uniti che un giorno si trovò a presiedere l’assemblea di una chiesa battista e restò molto insoddisfatto del modo in cui si era comportato. Decise che prima di farlo di nuovo avrebbe studiato a fondo le procedure parlamentari. Per fare cosa utile a tutti coloro che si trovano a partecipare a assemblee, consigli o comitati, decise di scrivere un breve manuale sull’argomento.

Oggi il Pocket Manual of Rules of Order for Deliberative Assemblies è l’autorità indiscussa in materia e le sue regole sono seguite in tutte le assemblee degli Stati Uniti, dalle associazioni sportive alle società per azioni. Se avete mai partecipato all’assemblea del vostro condominio, saprete che per procedere con ordine e fare in modo che tutti si sentano trattati con equità, non si può fare di testa propria: bisogna seguire regole prestabilite e accettate da tutti. Di sicuro avrete sentito la mancanza di uno strumento di questo tipo, poiché in Italia non esiste niente del genere.

Tutte le regole di Robert sono violate in un «normale» dibattito televisivo. Ad esempio, una regola fondamentale stabilisce che il tema di un dibattito, cui è obbligatorio tenersi, non siano mai le persone presenti, ma la mozione sul tappeto o l’argomento fissato. Si può criticare il ragionamento di un avversario, mai l’avversario personalmente. Non si possono attaccare o mettere in questione nemmeno le motivazioni per cui un avversario sostiene quello che sostiene. Qualunque riferimento personale va evitato. «Menzogna», «bugiardo» e simili sono termini da evitare. Perché? Perché è vietato insinuare che l’avversario sia in malafede.

Un’altra regola dice che i moderatori non possono dare o togliere la parola a loro piacimento. I dibattiti sulle nostre tv sono spettacoli per un pubblico indifferente al fair play e alla pacatezza di cui l’intelligenza ha bisogno per capire chi ha ragione e chi ha torto.

Servono ad accendere le passioni. L’indignazione è la più politica delle passioni. Ci sono paesi in cui si seguono le regole di Robert e paesi in cui non si seguono. Perché la differenza? Forse nei primi si possono seguire le regole della fairness perché ci sono meno mascalzoni che le violano, mentre i secondi sono afflitti da livelli di mascalzonaggine così alti che è impossibile affrontarli in politica indossando i guanti? O è vero invece il contrario e proprio quando le regole esistono e molta gente per bene cerca di farle rispettare ci sono meno mascalzoni in giro? Non so rispondere ma sono sicuro che là dove le regole sono rispettate si vive meglio. Inversamente, quando si assume di default che gli avversari politici siano in malafede e si soffia sul fuoco dell’indignazione, può succedere come in Olanda nel 1672. Johan de Witt, un bravo matematico che per vent’anni aveva governato il paese con moderazione, fu linciato insieme al fratello dalla folla aizzata dagli orangisti, massacrato, appeso a testa in giù, squartato. Le sue viscere arrostite furono divorate dalla folla. «Ultimi barbarorum» commentò Spinoza.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-09-01/l-odio-indignati-fake-news-180350.shtml?uuid=AE1ThAIC&cmpid=nl_domenica
« Ultima modifica: Settembre 21, 2017, 04:59:50 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Settembre 21, 2017, 04:58:41 pm »

SCIENZA E FILOSOFIA

La radici micenee dei greci

Di Guido Barbujani
01 settembre 2017

Misteri scientifici da indagare ce ne sono tanti, ma non si può certo dire che la Grecia è misteriosa. Dai tempi di Heinrich Schliemann e Arthur Evans riconosciamo nella civiltà minoica dell’isola di Creta (fra il 2000 e il 1450 a.C.) e in quella micenea della Grecia continentale (fra il 1600 e il 1000 a.C.) i fondamenti della nostra civiltà. È da lì, da Creta, che provengono i primi testi scritti europei, e sulla Grecia storici e archeologi hanno lavorato tanto, e spesso benissimo. Omero; Atene, Sparta e Tebe; Platone e Aristotele; Maratona, le Termopili, Salamina e Mantinea; Eschilo, Sofocle, Euripide, Tucidide, Erodoto e Senofonte: cos’altro ci sarebbe, da sapere? Be’, parecchio, in realtà. Per esempio: chi erano i greci antichi? Da dove venivano? E siamo sicuri che siano loro gli antenati dei greci di adesso? Hanno cercato risposte nel DNA, con seguito di polemiche su cui torneremo, Johannes Krause del Marx Planck di Jena e un genetista di Seattle, George Stamatoyannopoulos, il cui cognome basta a spiegare perché si sia tanto appassionato alla faccenda (http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature23310.html).

Nel 2015 un gruppo di Harvard aveva dimostrato che Luca Cavalli-Sforza, tanto per cambiare, aveva visto giusto: il DNA dei greci neolitici assomiglia a quello dei primi agricoltori anatolici, gli iniziatori della rivoluzione neolitica. Dunque, l’agricoltura è arrivata in Europa da sudest (questo ce lo dicono i reperti archeologici), e in Grecia ci è arrivata per migrazione (e questo ce lo dice il DNA). Poi, con le civiltà minoica e micenea, si passa dall’età della pietra a quella del bronzo, e dunque ci sono due possibilità: o le novità tecnologiche le ha portate un’altra migrazione (e allora minoici e micenei non assomiglieranno ai greci neolitici), oppure si sono sviluppate localmente (e allora troveremo molto DNA in comune fra minoici, micenei e neolitici). Naturalmente questi sono due estremi, fra cui si possono immaginare tante sfumature. Ma formulare le ipotesi in questa forma aiuta a capirsi.

Krause e i suoi hanno confrontato i DNA di greci neolitici, cretesi minoici e postminoici, e micenei. Hanno trovato che non sono identici, ma si assomigliano molto: hanno in comune tre quarti delle varianti del loro DNA (cioè tre quarti di quell’uno per mille del DNA in cui ci sono differenze fra noi umani). Questo fa pensare che il passaggio dall’età della pietra a quella del bronzo non sia stato accompagnato, in Grecia, da profondi cambiamenti demografici, e quindi da grandi movimenti migratori. È interessante il confronto fra minoici e micenei, questi ultimi subentrati a Creta con il declino della civiltà minoica. Quel quarto di varianti del DNA che i due gruppi non condividono assomiglia, a Creta, a quello di popolazioni asiatiche, del Caucaso e dell’Iran; viceversa, a Micene si trova una componente tipica del nordest europeo. Dunque, sembra che minoici e micenei abbiano avuto gli stessi antenati nel neolitico, ma poi abbiano ricevuto migranti di origini diverse, diventando così a loro volta un po’ diversi.

Altro dato interessante: i greci attuali sono più vicini ai micenei, di cui quindi sembrano discendenti più o meno diretti. Non è un risultato banale: nell’Ottocento uno storico austriaco (e un po’ nostro compatriota, di Bressanone), Jakob Phillip Fallmerayer, sosteneva che i discendenti degli antichi greci non ci sono più, si sono estinti nel medioevo: Krause, quindi, ha provato che si sbagliava. Insomma, lo studio del DNA dimostra come da millenni in Grecia si conservi la traccia di una continuità genealogica, ma anche come poi sia arrivata tanta gente diversa, e non la stessa in tutti i posti.
C’è motivo di credere che lo stesso valga per tante altre popolazioni. Anche chi ha vissuto per generazioni in condizioni di relativo isolamento, per esempio perché stava su un’isola, non è rimasto immune da fenomeni di immigrazione, magari minuscoli, ma frequenti. In questo modo, di regola le popolazioni umane sono diventate un mosaico genetico: con un po’ di fortuna, possiamo ancora riconoscere le tessere portate da tanti antenati differenti.

Dicevamo che il lavoro di Krause e collaboratori ha suscitato polemiche. Solo in Italia, a dire il vero; ma parliamone. «I risultati confermano quel che si sapeva già», dichiara ai giornali un filologo classico, Lorenzo Perilli. E come faceva? Cosa ne sapeva delle somiglianze e delle differenze fra minoici e micenei, prima di leggere lo studio di Krause? Mistero. Ma i suoi pregiudizi sono condivisi da altri colleghi. «Nel Mediterraneo, in epoca paleolitica, ci sono stati spostamenti enormi di popolazioni. È successo di tutto, e penso che le informazioni che ci arrivano dalla genetica siano irrilevanti» sentenzia bellicosamente un etruscologo famoso, Mario Torelli. Boh. Proprio perché può essere successo di tutto, proprio perché la gente migra, ma le fonti storiche non ci dicono (e non possono dirci) in quanti si sono spostati e se hanno lasciato qualche discendente, sembrerebbe utile servirsi anche (anche!) dei metodi e dei dati della genetica. No?

Senza dubbio, anche dopo questa bella analisi genetica, restano tante domande inevase sull’origine della civiltà minoica. Non c’è da preoccuparsi: nessuno in possesso delle proprie facoltà mentali proporrebbe mai di rimpiazzare lo studio della storia con quello del DNA. Tantissime questioni fondamentali, dalle origini della lingua e della scrittura di questi popoli, alle cause del loro successo e del loro declino, possono essere affrontate solo con i metodi dell’archeologia e della ricerca storica. C’è, insomma, lavoro per tutti. Detto questo, se gli anestesisti avessero avuto la stessa apertura mentale di questi accademici nostrani, saremmo ancora al sorso di whisky e al laccio di cuoio da stringere fra i denti, come nei film di cowboy. Gli studiosi del mondo antico avranno maggiori soddisfazioni quando, anche in Italia, capiranno che il progresso tecnologico non è un babau da esorcizzare.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-09-01/la-radici-micenee-greci-180417.shtml?uuid=AEroMeIC&cmpid=nl_domenica
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