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Autore Topic: Così BEPPE GRILLO lascerà il Movimento 5 Stelle ...  (Letto 1088 volte)
Arlecchino
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« il: Giugno 13, 2017, 05:31:51 »

POLITICA

Il Movimento degli eletti frena quello del territorio.
Parlamentari M5s sempre più distanti dalla base
Poco grip sul territorio, divisioni interne, regola del doppio mandato: in casa M5S si analizza la sconfitta nonostante il post di Grillo. Le parole di Lombardi, Bugani e Dell'Orco

 12/06/2017 19:48 CEST | Aggiornato 43 minuti fa

Gabriella Cerami Politics reporter, L'Huffington post

Il Movimento degli eletti frena il Movimento del territorio. L'analisi del voto inizia a farsi strada in casa 5Stelle a scrutinio terminato. Meet up in crisi, sempre meno e sempre più spenti. Candidati deboli e mal sostenuti dai big nazionali. Lontananza dalla base e poco attivismo. Tutto ciò sarebbe all'origine della batosta elettorale. Non tutti ovviamente la vedono così, c'è chi in tv rivendica il successo del simbolo M5s rispetto alle liste del Pd e di Forza Italia. E Beppe Grillo sul blog parla di risultati triplicati rispetto al 2012 tralasciando i dati dello scorso anno con le vittorie di Roma e Torino. Così sulle bacheche Facebook e qualcuno anche con toni più aspri in privato vengono fatte le prime valutazioni non sorridenti. Per esempio Roberta Lombardi, su Fb, pur riconoscendo "un buon risultato ottenuto" osserva: "Dove migliorare? Come crescere? Per arrivare al traguardo bisogna investire energie, impegno. In una parola: attivismo, soprattutto da parte dei portavoce eletti. Non dimentichiamoci mai da dove veniamo". Un post che nel day after risuona come un invito, ma anche come una forte critica al Movimento nel suo complesso, dai vertici in giù, nessuno escluso: "Non dobbiamo aver paura di guardarci dentro".

La deputata grillina ha seguito da vicino, con una forte presenza sul territorio, le amministrative della regione Lazio e qui i 5Stelle sono arrivati al ballottaggio in due comuni: Guidonia, comune di circa 90 mila abitanti, e Ardea che ne conta circa 50mila. "Il rapporto con i territori non è qualcosa che si costruisce in un giorno. Per chi come me lavora da anni su Roma e nel Lazio – dice - il cittadino che si fa Stato non è né uno slogan, né uno spot elettorale. È una direzione". Direzione che però, osservando i risultati, in altre zone d'Italia sembra essersi persa. Su mille comuni i pentastellati hanno presentato la lista in 140 e solo in nove sono arrivati al ballottaggio e in due sono riusciti ad eleggere il sindaco al primo turno, a Sarego (si tratta di un bis) e a Parzanica.

A bruciare di più e a dare l'idea del distacco tra Movimento nazionale e base territoriale sono però le città simbolo, i grandi comuni dove c'è stata la debacle pentastellata. In particolare c'è Palermo, che getta nel panico i pentastellati in vista delle elezioni regionali. È qui che i grillini fino a un anno fa avevano investito molto anche con la manifestazione ben riuscita di "Italia 5Stelle". Ma poi ecco il crollo, faide interne e beghe da vecchi partiti. Il Movimento 5 Stelle, in particolare Beppe Grillo e chi lo ha consigliato, avevano scelto di puntare su Ugo Forello, vincitore delle comunarie, avvocato e fondatore dell'associazione antiracket Addiopizzo. Doveva incarnare l'immagine del grillino moderato e istituzionale. Ma la guerra interna tra i 5 Stelle palermitani, con il deputato nazionale ora sospeso Riccardo Nuti che non lo ha sostenuto e un audio in cui un addetto stampa romano screditava il candidato, ne hanno azzoppato la corsa. A nulla sono servite le presenze di Grillo e Di Battista sul palco, che hanno provato a risollevare le sorti, se in questi mesi di scontri i potenziali elettori e gli attivisti si sono sentiti spaesati e confusi da queste dinamiche interne, talvolta contorte, senza più una struttura, meet up e con lo scandalo della firme false da gestire.

Ci sono poi almeno altri tre casi che racchiudono i ragionamenti che vengono fatti in questi ore. E sono le città di Comacchio, Parma e Mira. Nel comune in provincia di Ferrara e a Parma, Marco Fabbri e Federico Pizzarotti, cinque anni fa, furono i primi esponenti del Movimento 5 Stelle a diventare sindaci. I due poi hanno perso il simbolo durante l'amministrazione per divergenze con i vertici M5s e nonostante ciò la maggior parte degli attivisti, ormai ex grillini, li hanno seguiti e ora Fabbri è stato confermato al primo turno, mentre Pizzarotti attende l'esito del ballottaggio. Nel piccolo comune in provincia di Venezia, invece, i 5Stelle lasciano la sindacatura perché l'ex primo cittadino Alvise Maniero ha deciso di stare fermo un turno per giocarsi la candidatura in Parlamento alle prossime politiche e ha lasciato spazio alla collega pentastellata Elisa Benato, che è rimasta fuori dal ballottaggio.

A questo punto tra le tante autocritiche di queste ore spunta anche la voce di Massimo Bugani, fedelissimo di Grillo a Bologna: "Dobbiamo riflettere sulla regola del doppio mandato. Un vincolo che ha fatto da freno a molti". Stando così le cose i grillini sarebbero vittime anche delle loro stesse regole. Ma ecco Genova, la città di Grillo e dove non si può dire che il leader sia stato profeta in patria. Anzi, la scelta di annullare le comunarie, presa dai vertici del Movimento senza consultare la base e creando spaccature sul territorio, ha penalizzato il candidato Pirondini.

A metterci la faccia per commentare il risultato delle amministrative è anche Michele Dell'Orco che ammette: "Queste amministrative non sono andate bene, inutile girarci intorno. Ripartiamo come sempre e questa volta puntando ad un maggior radicamento sui territori, occupandoci un po' di più dei problemi locali dei cittadini e meno dell'ultima sparata dell'Alfano od Orfini di turno. Insomma non è sufficiente fare l'eventone in piazza, ma serve un lavoro costante sui territori. Meno gossip e più proposte". Meno leaderismo anche, soprattutto se la leadership, quella di Luigi Di Maio, viene vista come più vicina ai Palazzi e meno ai territori.

Si sta dicendo anche, tra i vari flussi di messaggi e commenti, che una maggiore presenza di Di Battista sui territori sarebbe stata utile. E così ha fatto sapere di esserci per questo secondo turno nei pochi comuni del ballottaggio: "Non è il momento della chiacchiere. Io mi sono speso. Speravo in molti più ballottaggi. Ma ci sono tanti cittadini che si stanno impegnando e che possono arrivare ad amministrare diversi comuni. Quindi sotto a lavorare. Vanno sostenuti e io lo farò. Io credevo che in alcuni comuni ce l'avremmo fatta e invece no. Quindi che si fa? Ci si impegna ancor di più". Grillo nel suo post lo ha detto chiaramente: si riparte dalle regioni in Sicilia. Dove anche a Trapani i pentastellati hanno fallito e dove bisogna far dimenticare le vicende palermitane. C'è quindi tutta una struttura da dover costruire e una presenza da organizzare.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/06/12/il-movimento-degli-eletti-frena-quello-del-territorio-parlament_a_22138025/?utm_hp_ref=it-homepage
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« Risposta #1 il: Settembre 27, 2017, 12:30:21 »

M5s, Di Maio: "Noi unico argine agli estremismi in Ue. E per me niente codice di comportamento con penali"

Il vicepresidente della Camera e candidato premier Cinquestelle in visita al Talent Garden.

Parla di tutto, dalle elezioni in Germania, alla "smart nation" a una sua valutazione sulla giunta Raggi a Roma, "ma noi non faremo l’errore di andare al governo senza aver già scelto una squadra coesa"

Di MATTEO PUCCIARELLI
25 settembre 2017

MILANO - Per il "capo politico" del M5S non ci sarà alcun codice di comportamento da firmare; né le eventuali e annesse penali da pagare. Come invece è avvenuto per gli altri eletti del Movimento, compresa la sindaca di Roma Virginia Raggi. Lo ha detto Luigi Di Maio a margine della sua prima uscita pubblica come candidato premier dei Cinque Stelle. Il quale però non è voluto entrare nel merito della discussione interna al Movimento, dove fino a ieri Roberto Fico ha ribadito che la carica di candidato presidente del Consiglio non combacia, o non combacerebbe, con quella di capo del partito.

Il vicepresidente della Camera ha passato oltre due ore in visita al "Tag – Talent Garden" di Milano, una piattaforma fondata nel 2011 dove "i professionisti del digitale, della tecnologia e della creatività lavorando, apprendono e si connettono" negli spazi di co-working. Una scelta politica: "Vogliamo fare dell’Italia un paese all’avanguardia, che premi il talento – dice Di Maio – anche perché nel 2025 metà del lavoro giovanile sarà di natura creativa". Ha pranzato quindi con gli "start upper" di questa ex tipografia della periferia milanese, poco lontana dal consolato cinese e dalla Fondazione Prada.

Parlando con i lavoratori del centro (oltre 400) ha difeso il voto elettronico che lo ha eletto candidato premier sulla piattaforma Rousseau, "considerate che è una start up anche quella, lanciata subito dopo la morte di Gianroberto Casaleggio". Quanto al numero di voti ottenuti (31mila), secondo Di Maio "alla fine contano quelli nelle urne". A chi gli ha chiesto una sua valutazione sul governo a Cinque Stelle di Roma, il candidato premier ha risposto che "noi non faremo l’errore di andare al governo senza aver già scelto una squadra coesa".

E ancora: "Noi siamo l'unico argine a quelli che sono gli estremismi in Europa, fermo restando che poi il voto mostra anche che i partiti tradizionali sono in declino", così Di Maio, al termine della sua visita, a chi gli ha chiesto un suo punto di vista sul voto elettorale tedesco.

© Riproduzione riservata 25 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/25/news/di_maio_milano_codice_di_comportamento-176470518/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T1
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« Risposta #2 il: Ottobre 04, 2017, 11:35:25 »

Luigi Di Maio, sotto la cravatta niente
Si candida a governare l'Italia per conto dei 5 stelle. Ma parole, opere e omissioni degli ultimi anni ne svelano l'inconsistenza

26 settembre 2017

Panorama News
Luca Maurelli

Contro la minaccia terroristica dell'Isis può vantare un'esperienza fondamentale: il passato da steward allo stadio San Paolo di Napoli. Sui temi economici s'è invece formato lavorando nell'azienda di famiglia (di tre dipendenti) e fondando una start up informatica che fattura meno di un ciabattino part-time. Quanto alla cultura, la credibilità gli deriva dalla lunga militanza da fuori corso alla facoltà di ingegneria prima e giurisprudenza poi: un'epopea di esami mai dati.

In politica il pedigrèe è ancora più prestigioso; conta ben 266 voti totali, così distribuiti: 77 alle comunali di Pomigliano (parenti compresi), 189 alle parlamentarie grilline (idem). Insomma, Luigi "Giggino" Di Maio è forte di un curriculum impareggiabile. Al ribasso, va da sé. La (presunta?) inadeguatezza del ragazzino di Pomigliano d'Arco è il tema politico del momento.

Il pupillo di Beppe Grillo si candida infatti a governare l'Italia e - si spera - anche l'italiano, una lingua a lui ostile fin dalla sua prima uscita pubblica, cioè in un video del 2010 nel quale si presentava inciampando su un "che eravamo" al posto di un "che fossimo". Robetta.

Più avanti avrebbe fatto peggio con tre memorabili tentativi di azzeccare il congiuntivo giusto - "che spiano", no; "che spiassero", no; "che avessero spiato" - in un solo tweet di 140 battute. Esperienze fantozziane ripetute più volte, di cui c'è ampia traccia sul web.

È anche così che negli anni il Movimento ha disperso il patrimonio iniziale di simpatia anche da parte del mondo imprenditoriale. Sarà un caso, ma dalla convention di Ivrea di aprile 2017 a quella del 22 settembre a Rimini, il M5s ha perso il suo tesoretto di finanziatori più o meno occulti. Alla vigilia dell'appuntamento romagnolo, Grillo è stato finanche costretto a lanciare un appello "col cuore in mano" per chiedere soldi ai suoi sostenitori.

Gli imprenditori, infatti, non scommettono più sui grillini al governo. E forse proprio perché c'è lui, il bel pasticcione tutto sorrisi e scivoloni, anche personali: come la gaffe sulla sua laurea mancata, "che non ho preso per non approfittare del mio ruolo da vicepresidente della Camera".

Sul fronte accademico Giggino si era già segnalato per la figuraccia dell'8 maggio 2017 alla Harvard University di Boston, aperta da uno strafalcione in inglese alla Totò e Peppino - "First of us" invece che "first of all" - seguita dai sorrisini per l'esposizione della bizzarra tesi sulla questione siriana "su cui far intervenire paesi come Venezuela e Cuba". Avanti popolo alla riscossa...

Sul fronte internazionale, nell'estate del 2017 si è fatto conoscere anche dai francesi (costretti a smentire una sua millanteria su una sollecitazione per l'invio di aerei antincendio nella fase dell'emergenza), dai rumeni indignati per la frase sul "40 per cento di loro che arrivano in Italia con un passato da delinquenti" e per un incidente con Israele, accusato - nel 2016 - di ostacolare l'ingresso di una delegazione grillina a Gaza.

Resta agli atti anche l'uscita contro Matteo Renzi, paragonato "a Pinochet in Venezuela". Cile, gli fecero notare persino i suoi fan. Non è andata meglio con la declinazione dei suoi ispiratori politici: prima Enrico Berlinguer e poi Giorgio Almirante; quindi, dopo le proteste a 360 gradi della base, un tentativo di ripiegamento sull'evergreen Sandro Pertini, sul cui confronto la rete s'è sbellicata a lungo

Come per la gaffe sullo "psicologo Gallini", confuso con il noto sociologo Luciano Gallino, oppure quella sui parlamentari coni vitalizi d'oro quando Di Maio inserì "un certo Boneschi" nell'elenco. Peccato che Luca Boneschi fosse morto da tempo.

Sul fronte fotografico, si passa dai selfie (a sua insaputa, per carità) col parente di un boss dei Casalesi, alle immagini su Vanity Fair in pose da divo di Hollywood, con tanto di vanterie sessuali.

E se del narcisismo di Di Maio si può sorridere, la gaffe sui malati di tumore, invece, nel luglio 2016, fu pesantissima: denunciò "la lobby dei malati di cancro" quasi fosse un'associazione a delinquere.

Anche sul piano politico, però, c'è poco da scherzare. Da quando Di Maio è stato nominato responsabile degli Enti locali, se ne sono viste di tutti i colori, dal caso Quarto - dove avallò liste poi scopertesi inquinate dalla camorra e prendendo le distanze dalla sindaca Rosa Capuozzo soltanto dopo averne difeso l'operato - all'apocalisse delle ultime amministrative: il flop di Parma, la spaccatura di Genova, le liti di Milano, gli scandali siciliani.

A Roma il disastro della giunta Raggi è in gran parte riconducibile proprio al suo tutoraggio all'amica Virginia, sindaca di una giunta costellata di nomine di inquisiti, dimissioni, inchieste e veleni. Ecco: il 6 settembre 2016 Giggino addirittura dichiarò di non aver saputo leggere la mail che lo informava dell'indagine a carico dell'assessore Paola Muraro. Un'altra perla per il ragazzo che vanta di avere grande esperienza nel settore informatico. Ma che ha problemi con la posta elettronica.

© Riproduzione Riservata

Da - http://www.panorama.it/news/politica/luigi-di-maio-sotto-cravatta-niente/
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« Risposta #3 il: Novembre 12, 2017, 12:47:43 »

La resa di Grillo, spaventato dalle cause: offre agli espulsi il rientro e la candidatura
E alla Camera il M5S cambia idea sull’articolo 18 e tronca l’asse con i bersaniani

Pubblicato il 11/11/2017 - Ultima modifica il 11/11/2017 alle ore 11:13

ILARIO LOMBARDO
ROMA

L’epuratore Beppe Grillo ha ceduto. Gli espulsi possono rientrare nel M5S. Meglio così, avrà pensato il comico, meglio mettere un argine prima del tempo alla valanga di ricorsi che da due anni puntano dritto verso la casa di Sant’Ilario. Grillo, d’accordo con Davide Casaleggio, ha dato mandato all’avvocato Paolo Morricone di proporre una transizione ampia agli ex iscritti napoletani che in massa furono messi alla porta dal Movimento. Bastò una banalissima email, una comunicazione simile a quella che si invia per disdire un abbonamento telefonico. 

Un affronto considerato poco dignitoso e illiberale dai ventitré attivisti napoletani, che li ha convinti a intraprendere una battaglia legale che si protrae da oltre un anno sotto la guida dell’avvocato Lorenzo Borrè, ormai un vero e proprio sinonimo di grane giudiziarie per Grillo. Nel luglio 2016, la prima sentenza conferma che le espulsioni sono irregolari e ordina con provvedimento cautelare il reintegro degli attivisti. I giudici accolgono la tesi dei ricorrenti, secondo i quali il regolamento del 2014 che dà potere di espulsione al capo politico è illegittimo perché non ratificato dall'assemblea degli associati (gli iscritti in Rete) «come previsto per ogni decisione - sostiene Borrè - dall’originario non-statuto, datato 2009 e voluto da Gianroberto Casaleggio». 
 
Passato oltre un anno, come raccontato dal Corriere del Mezzogiorno, l’avvocato Morricone ha formulato una proposta per attuare il reintegro e chiudere la faccenda. L’ipotesi di transizione, formalizzata davanti al giudice civile in camera di consiglio, prevede il rientro degli attivisti, il pagamento delle spese legali (circa diecimila euro) e la garanzia di poter partecipare alle primarie per le candidature alle prossime politiche. Un posto, o quasi, in lista che in realtà è semplicemente conseguente alla loro riabilitazione. Sembrerebbe una vittoria su tutti i fronti. E invece non è così. 
 
Il gruppo dei ricorrenti si è spaccato: in quindici hanno accettato la transizione, una soluzione considerata minimalista da Borrè che per questo ha rinunciato al mandato di difenderli. Gli altri - che l’avvocato continua ad assistere - non si accontentano: un gruppo di cinque chiede anche l’annullamento del regolamento, mentre due non intendono rinunciare all’invalidazione delle primarie napoletane del 2016 da cui si considerano «illegittimamente esclusi». «L’unica transizione possibile per i miei assistiti ci sarà quando il M5S riconoscerà nullo il regolamento del 2014 - spiega Borrè alla Stampa - È il vero campo di battaglia. Ma Grillo e Casaleggio sanno che se cade quello cade tutto l’impianto». Perché tutti i provvedimenti di espulsione e le decisioni calate dall’alto si fondano su quel codice. 
 
In attesa di future e ancor più radicali retromarce, quello di Napoli, però, resta un precedente importante. Perché, alla luce di ricorsi del genere che si sono moltiplicati in altre città italiane, rivela i timori giudiziari e i ripensamenti di Grillo su regole già più volte modificate.
 
Nessuna paura, invece, sembrano avere i grillini guidati da Luigi Di Maio in Parlamento. Nessuna paura di troncare, addirittura con due post sul blog di Grillo, ogni ipotesi di asse con Mdp e Sinistra italiana. Il primo post serve a chiarire che non ci saranno alleanze né con la sinistra né con la Lega e che il M5S correrà da solo. Il secondo attacca la legge sul ritorno dell’articolo 18 proposta da Mdp-Si in commissione Lavoro. Strano, perché qualche deputato grillino aveva assicurato ai bersaniani di volerla votare. La legge, a quanto si apprende, avrebbe però creato una spaccatura dentro il M5S perché introdurrebbe l’articolo 18, quindi il reintegro in caso di licenziamento, anche per le aziende sotto i 15 dipendenti, che in Italia sono la maggioranza e per cui già secondo i vecchi criteri è previsto solo l’indennizzo. 
 
Per un gruppo di deputati del nord-est, soprattutto veneti, e per lo stesso Di Maio, la soluzione offerta dalla sinistra è un colpo alla piccola e media impresa. Una categoria a cui il candidato premier del M5S, seguendo le indicazioni di Casaleggio padre, vuole dare garanzia di ascolto, anche per soffiare voti ai leghisti. «Nessun soccorso rosso» ribadisce il M5S che si becca dell’«utile idiota del sistema» da un deluso Nicola Fratoianni, leader di Si: «Usano le stesse argomentazioni di Silvio Berlusconi. E sui diritti dei lavoratori sono come Renzi». 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/11/italia/politica/la-resa-di-grillo-spaventato-dalle-cause-offre-agli-espulsi-il-rientro-e-la-candidatura-W0QuFx7Zo0ZPyHfnVPQa5L/pagina.html
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« Risposta #4 il: Novembre 18, 2017, 05:44:51 »

Di Maio: il contratto della Raggi io di sicuro non lo firmerò
Pubblicato il 18/11/2017 - Ultima modifica il 18/11/2017 alle ore 07:33

LUIGI DI MAIO

Gentile Direttore,
l’articolo di Federico Geremicca mi offre l’occasione per chiarire alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore. Credo che l’opinione pubblica italiana non abbia voglia di essere rassicurata, ma piuttosto senta l’esigenza di essere informata in maniera chiara su cosa faranno il MoVimento 5 Stelle e il suo candidato premier se tra pochi mesi dovessimo vincere le elezioni e andare a Palazzo Chigi.
 
Non firmerò nessun contratto, renderò conto del mio operato solo ai cittadini, quelli che ci avranno votato ma anche quelli che non saremo riusciti a convincere, e l’unico stella polare da seguire sarà il programma del MoVimento 5 Stelle. Ma mi lasci anche aggiungere che il codice di comportamento firmato da alcuni dei nostri eletti non è mai stato inteso come una restrizione della loro libertà d’azione, ma piuttosto come una garanzia per gli elettori: in quel codice, di fatto, c’è scritto che il mandato dei cittadini non deve essere tradito e che non sono ammessi cambi di casacca. È uno strumento che abbiamo utilizzato per ribadire questo concetto, ma un punto del nostro programma è l’introduzione del vincolo di mandato: chi tradisce il patto con gli elettori non manterrà la poltrona passando ad un’altra forza politica, ma andrà a casa. 
 
Noi sicuramente abbiamo commesso degli errori, ma fino ad oggi abbiamo sempre fatto ciò che avevamo promesso. Il taglio dei nostri stipendi e la rinuncia a privilegi della politica e ai rimborsi elettorali non sono slogan, sono promesse che abbiamo mantenuto e che misurano la forza della nostra coerenza in un momento storico in cui la politica italiana offre personaggi come Renzi, Berlusconi e Salvini che hanno promesso cose che poi non hanno mai fatto.
 
Insisto sul nostro programma perchè è su questo che chiederemo alle altre forze politiche di sostenere il nostro governo, nel caso in cui ricevessimo dal presidente della Repubblica il mandato a formarne uno. Queste cose le ho spiegate anche ai miei interlocutori americani incontrati a Washington. È stato un viaggio molto importante. Ho trovato disponibilità, curiosità e attenzione per le nostre proposte. Non sono andato negli Usa per convincere o rassicurare, mi stava a cuore solo che ci conoscessero per ciò che siamo davvero, al di là dell’immagine che molta stampa italiana vuole per forza cucirci addosso. 
 
E credo che da oggi abbiano un’idea chiara della nostra sensibilità politica, che ci spinge a risolvere il problema di chi non arriva a fine mese o ha un lavoro precario o una pensione da fame, attraverso la nostra proposta di reddito di cittadinanza, ma anche a rilanciare e sostenere le nostre imprese, superando i vincoli imposti dall’Europa e facendo deficit per tagliare loro le tasse sul modello della riforma fiscale di Trump. Ho condiviso con loro il nostro modello di Smart Nation, che punta sullo sviluppo dell’innovazione tecnologica e delle auto elettriche, ho annunciato che investiremo più risorse nella ricerca e nella scuola, e non ho avuto timori nel dire che il Movimento 5 Stelle considera fondamentale la tutela dell’ambiente e punta sulle energie rinnovabili; Mi piacerebbe che anche in Italia, in vista delle prossime elezioni, il dibattito politico si concentrasse sui temi concreti.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/18/italia/politica/di-maio-il-contratto-della-raggi-io-di-sicuro-non-lo-firmer-bV7H1SoQLEKxNzAMNo4h7J/pagina.html
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« Risposta #5 il: Dicembre 06, 2017, 08:49:01 »

Cinquestelle tentati dalla “Cosa rossa” di Grasso: “Pronti a un’intesa dopo il voto”
I grillini cercano sponde in caso di incarico di governo. Ma non chiudono alla Lega
Di Maio ieri ha lanciato la nuova campagna «Rally per l’Italia» con tanto di grafica
Pubblicato il 05/12/2017

ILARIO LOMBARDO
ROMA

«Guardiamo con attenzione a Pietro Grasso. Se i sondaggi si dimostreranno più generosi con lui, si potrebbe aprire un bel ragionamento». È domenica sera. Gli smartphone di molti 5 Stelle si illuminano di messaggi WhatsApp. Luigi Di Maio è in contatto continuo con diversi parlamentari e altri fedelissimi. Grasso potrebbe essere l’uomo che il candidato premier del M5S stava aspettando. 

La premessa alle reazioni grilline all’incoronazione dell’ex pm antimafia leader della sinistra anti-Pd è una questione di numeri. Il M5S cerca un partner che abbia in dote un numero a due cifre alle elezioni. «Se Grasso lo raggiunge è possibile un’intesa». Nel vocabolario dei 5 Stelle il termine alleanze non deve esistere. Preferiscono parlare di «convergenze programmatiche». Ma per arrivarci bisogna realizzare un capolavoro non politico ma di aritmetica. I 5 Stelle sono diventati grandi appassionati di sondaggi. A oggi le proiezioni dicono 170 deputati. Loro credono di poter arrivare a 200. Calcolano che se andasse molto bene potrebbero arrivare al 35%. A quel punto la strada verso il Quirinale, per ottenere l’incarico, potrebbe essere spianata. Potrebbe. Serve appunto un altro consistente numero di seggi per la maggioranza. C’è un presupposto, però, che deve realizzarsi. E se lo stanno ripetendo ogni giorno: «Il Pd e Forza Italia insieme non devono raggiungere il 50%». 
 
Ma - si chiederanno in tanti - nel M5S non stavano guardando a un’alleanza anti-establishment con Matteo Salvini? È così. Serve entrare nei meccanismi del pensiero politico grillino per capire le loro ambizioni. Il Movimento si sta strutturando come partito omnibus e il ventaglio di proposte sviluppate va da quelle che si sposano con i canoni della destra ad altre più di sinistra. In tal senso il viaggio in Usa di Di Maio è stato uno spartiacque. Fonti americane confermano che molto di quanto sostenuto dal grillino a Washington non è piaciuto, soprattutto sulla politica estera. Una frase, però, li ha soddisfatti. Quando Di Maio ha detto che si prenderà «la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». Una garanzia di stabilità che Di Maio vuole ribadire agli Usa.
 
C’è un metodo infatti nell’evoluzione delle sue dichiarazioni. La proposta fiscale ispirata a Donald Trump serve a persuadere il mondo produttivo del Nord, a corteggiare la piccola e media impresa. È uno sguardo a destra, per soffiare voti a Lega e Forza Italia. Poi però Di Maio ha parlato di sostegno alle famiglie, sul modello di welfare di Emmanuel Macron che non dispiace ai centristi. Infine, e qui vanno cercate le tracce di uno spostamento verso sinistra, ha ripreso a insistere su articolo 18, smantellamento di Jobs Act e Buona Scuola. Sono punti su cui la convergenza con Grasso sarebbe facile. Anche il tempismo del convegno di ieri sulle Ong non è un caso. La strategia che stanno delineando segue uno schema e si ispira a quanto avvenne 5 anni fa, a parti invertite. «Quando Bersani ci convocò per sondare le nostre intenzioni. Disse che non voleva fare alleanze ma c’era la possibilità di convergere su alcune proposte. La differenza è che ora siamo noi al centro». La parola è calzante: il M5S sta al centro, pronto a spostarsi a destra se la Lega si slegherà da Berlusconi. O ancora più facilmente a sinistra se Grasso avrà un exploit e, dicono, «svuoterà il Pd di Renzi». Si dirà: puro cinismo. Ma loro preferiscono definirla «malleabilità», o «realismo post-ideologico». Certo, la nuova fisiognomica del M5S molto deve alla spruzzata di moderatismo che ha dato Di Maio. E che permette al M5S di avere più libertà di movimento. Reddito di cittadinanza, lavoro, abolizione dei privilegi ai parlamentari, temi della giustizia: sono i nodi che potrebbero sciogliere attorno al tavolo con Grasso. «Ma senza scambi di poltrone e a condizione che il governo sia a guida Di Maio». In cambio, il M5S garantirà un esecutivo «con gente di alto profilo», si parla di «dirigenti pubblici» come ministri a cui «nessuno direbbe di no». 
 
Ai parlamentari è piaciuta la fotografia del teatro che acclamava Grasso, con il palco lasciato libero dai leader storici. Anche perché Beppe Grillo su questo ha frenato un po’ gli entusiasmi: «Va bene tutto ma non voglio che parliamo con mostri da prima Repubblica come D’Alema». Sono diversi i senatori che vedono bene un matrimonio d’interesse con Grasso. Vito Crimi, ma anche Paola Taverna, non proprio una signora che diresti rossa di cuore, o Maurizio Buccarella. Con Grasso, un magistrato stimato per la lotta alla mafia, ci sono stati scontri in aula, a volte feroci e irridenti, come all’approvazione del Rosatellum. Ma in questi anni più volte i grillini si sono confrontati con lui, gli hanno esposto le loro frustrazioni per la «violazione del Parlamento» e «l’abuso dei decreti leggi», e dietro la terzietà istituzionale, mantenuta fino all’ultimo, hanno intravisto che il presidente del Senato su molte cose la pensava come loro: riforme costituzionali, leggi elettorali, anticorruzione. I 5 Stelle farebbero leva su questo pacchetto per superare eventuali ostacoli a un’intesa. E se sull’immigrazione gli orizzonti sembrano distanti, c’è sempre il metodo Di Maio: rendersi malleabili, pronti ad aggiustare la rotta per non dire di aver cambiato idea. 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/05/italia/politica/cinquestelle-tentati-dalla-cosa-rossa-di-grasso-pronti-a-unintesa-dopo-il-voto-wENXLQPRN1a2r9HyhHOl0H/pagina.html
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« Risposta #6 il: Dicembre 08, 2017, 10:33:24 »

Di Maio: “C’è una guerra sociale in corso, solo l’Europa può salvarci”

Il candidato premier M5S: «Mettiamo il Parlamento al centro dell’Ue. Il referendum sull’euro? Una pistola che resta sul tavolo»

Pubblicato il 07/12/2017 - Ultima modifica il 07/12/2017 alle ore 18:21

ILARIO LOMBARDO, MARCO ZATTERIN
ROMA

Si dice che l’Europa sia il motivo per cui non scoppiano guerre, ma io una guerra in corso la vedo, è una guerra sociale alimentata da disparità e povertà». Il tono della voce di Luigi Di Maio si fa serio e preoccupato, almeno sino a che cala la soluzione che non ti aspetti. «Non dico che l’Ue ne sia la causa principale - spiega il leader M5S -, ma sono certo che possa essere lo strumento per risolverla». Niente paura, è il messaggio: la situazione è seria, ma l’Europa ci può salvare. 
 
Montecitorio, secondo piano. Di Maio siede al tavolo di lavoro del suo studio di vicepresidente della Camera. Ambiente sobrio, il giusto disordine. Una scatola di mentine quasi vuota. Quadri d’epoca, un Financial Times incorniciato. L’aspirante premier parla di Europa. Quella che nel 2014 i grillini «volevano aprire come una scatola di tonno» e che oggi gli pare una via di uscita, per quanto da ridisegnare e non poco.

Onorevole, ma la «sua» Europa è un veicolo o un fine? 
«Certamente un veicolo. Serve per portare i popoli europei verso una qualità di vita e di benessere maggiore».
 
In che modo? 
«La priorità è la creazione di un Welfare fondato su una maggiore solidarietà e una lotta alle diseguaglianze. Non significa criminalizzare chi si arricchisce, ma consentire a milioni di poveri di reinserirsi nella società».
 
Una soluzione «europea»? 
«Sì, perché negli ultimi anni molte cose sono cambiate. Guardiamo la Germania che non riesce a formare un governo, la Francia di Macron che ha disintegrato i vecchi partiti. Il panorama mutato suggerisce una grande opportunità per l’Italia. E non solo perché siamo abituati a non avere governi super-stabili e siamo più bravi a gestire le crisi».
 
Come spiega questa debolezza generalizzata? 
«Sono state rimandate alcune grandi questioni europee. Così si è arrivati alla Brexit. La parola d’ordine di un governo M5S deve essere “dialogo con gli altri Paesi in una condizione favorevole per l’Italia” che, di nuovo, può rivendicare la posizione di seconda potenza manifatturiera, Paese fondatore e alla pari con gli altri. Mi spiego? Chi ci incitava ad assicurare la stabilità oggi è più instabile di noi».
 
M5S è dunque un partito per l’Europa? 
«Noi vogliamo restare e senza ultimatum. Ma occorre intervenire su alcune questioni, a partire dal governo dell’Ue».
 
Come si cambia? 
«Una proposta centrale è l’eliminazione dello sbilanciamento istituzionale. Oggi il Consiglio Ue è gestito dai governi che decidono all’unanimità sulle materie di maggior interesse per i cittadini, come il fisco. La nostra proposta trasferisce i maggiori poteri al parlamento europeo, che rappresenta i cittadini e va più legittimato di governi che sono sempre più di minoranza. Parlamento e Commissione devono avere potere di iniziativa legislativa. Bisogna rendere più efficace l’azione».
 
E interventi pratici a vantaggio dell’Italia? 
«Comincerei dai parametri per le banche e l’accesso al credito, che vanno scritti pensando che il nostro è un sistema al 95% di piccole imprese. Non possiamo accettare che si agisca come dicono i tedeschi e i francesi che hanno un sistema imprenditoriale differente. E questo vale anche per agroalimentare e pesca: basta con accordi che ci penalizzano e creano concorrenza sleale. Il mercato unico è una grande occasione se protetto e controllato negli accessi».
 
Tedeschi e francesi si fanno ascoltare più di noi. 
«Il Bundenstag ha quasi 80 rappresentati a Bruxelles. La Camera italiana ne ha uno. Vorrei uno Stato che con tutte le sue istituzioni faccia il lobbista dei cittadini italiani». 
 
Come pensate di cavarvela con l’asse franco-tedesco? 
«La riforma del governo dell’Ue con i maggiori poteri al parlamento farà sì che l’asse sarà fra le forze politiche e non fra i paesi. È la grande occasione per far valere la forza dell’Italia».
 
Fate spesso riferimento al «nuovo» Macron. Potreste creare un qualcosa in Europa assieme a lui dopo l’alleanza con Farage? 
«Ci siamo confrontati sull’immigrazione, gli abbiamo detto che non si può essere europeisti con le frontiere degli altri. Ci sono invece punti di contatto sulla riforma francese del Welfare. Noi vogliamo portare in Italia le buone pratiche degli altri, qualunque sia il governo che le origina».
 
Da Tsipras a Farage a Trump e ora anche a Macron, siete una forza «on demand»? 
«Mi piace. Questo è proprio il punto. Le soluzioni efficaci non hanno nazionalità o colore politico. Non si parla più di destra o sinistra, di capitalismo o socialismo».
 
Però l’idea di una intesa a sinistra dopo il voto di primavera piace ai parlamentari M5S più dell’asse con la Lega. 
«Per ora non parliamo con nessuno. A noi interessa precisare il metodo. Ma se riceveremo l’incarico, i parlamentari di tutti i partiti saranno messi davanti a una scelta: darci la fiducia, o andarsene a casa e si rivota».
 
Potreste allearvi con Macron dopo le europee del 2019? 
«Dovremmo trovarci un gruppo. Ma non ci sono contatti con Macron né guardiamo a populisti, estremisti xenofobi o movimenti che ricordano la vecchia sinistra europea».
 
Ammetterà che la vostra posizione sull’Europa si è evoluta. 
«Non è cambiata la nostra linea, ma le condizioni in seno all’Ue. Non ci sono più governi monolitici che ci schiacciavano, i grandi sono ridimensionati. L’Italia può farsi valere».
 
Minacciando il referendum sull’euro, per quanto consultivo? 
«La consideriamo una extrema ratio. Mentre vedo ampi margini di contrattazione su deficit per favorire la crescita». 
 
M5S ha detto che vorrebbe politiche espansive alla Trump. Coi nostri numeri, è difficile senza violare le regole Ue. 
«Non voglio violarle. Voglio ricontrattarle, come di fatto hanno fatto Francia e Spagna. Investono nella famiglia perché hanno sforato il tetto del 3% per il deficit. Noi non metteremo tasse sulla casa o patrimoniali».
 
Torniamo al referendum. La vostra credibilità a Bruxelles sarà sempre limitata se tenete questa pistola sul tavolo. 
«Questo è chiaro. Ma l’obiettivo non è rendere felici gli altri. E’ fare in modo che nell’ambito dell’Ue gli interessi dei diversi Paesi si ritrovino allo stesso tavolo. E’ un peso contrattuale».
 
Piazza vuota, salta l’agorà 5 Stelle? Di Maio: “Non è vero, modalità cambiate”
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/07/italia/politica/di-maio-c-una-guerra-sociale-in-corso-solo-leuropa-pu-salvarci-KrosEDOBBMgxCyJBEZNeSL/pagina.html
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« Risposta #7 il: Gennaio 12, 2018, 12:33:09 »

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Così Beppe Grillo lascerà il Movimento 5 Stelle
Il comico fa i bagagli: sta per riprendersi il dominio del blog, che andrà in mano a una srl.
Le scelte di Luigi Di Maio «gli stanno strette» e «non è mai scattato l'innamoramento» con Casaleggio jr.

Lo anticipa L'Espresso in edicola da domenica 14 gennaio

DI GIOVANNI TIZIAN E SUSANNA TURCO
11 gennaio 2018

Sarà una scissione invisibile, ed è già cominciata. Beppe Grillo, il Movimento delle origini, la visione di Casaleggio senior di qua. Luigi Di Maio, Casaleggio junior e le nuove regole di là. Magari si trasformerà in una guerra, ora ha la forma di una marea: più che un'esplosione, è un discreto ritirarsi. Lo ha già fatto Alessandro Di Battista annunciando di non candidarsi.

Il prossimo sarà Beppe Grillo, come racconta l'Espresso in edicola domenica 14 gennaio, con un ampio servizio dal titolo: “Grillo non abita più qui”. È questo che dice chi al comico genovese è vicino davvero. Lo fanno trapelare anche a Milano, dalla Casaleggio Associati, dopo che le nuove regole hanno previsto per la prima volta che il Garante, cioè Grillo stesso, possa dare addio al Movimento.

La discreta ritirata doveva effettuarsi già un mese fa, ora si parla di gennaio ma i più dicono che sarà prudente spostarla a dopo le elezioni. Dopo averci pensato per mesi, il comico genovese ha infatti chiesto di riavere indietro la proprietà del blog, che ora è formalmente in mano a un militante di fiducia e sostanzialmente gestito dalla Casaleggio. Il dominio, secondo i piani, dopo lo switch off dovrà finire in mano a una srl unipersonale, cioè a socio unico. Insomma Grillo fa i bagagli.

Il M5S è un esperimento creato in laboratorio
Già negli anni Novanta Gianroberto Casaleggio testava come manipolare il consenso con un team ristretto della sua azienda informatica. Dalla nascita del blog al primo Vaffa day. Sino alla normalizzazione dell'èra Di Maio
La versione più benevola del racconto sostiene che voglia tornare a fare il comico impegnato, l’attivista, il giramondo alla scoperta di tecnologie destinate a cambiare il futuro del pianeta; secondo un’altra, meno benevola - non a caso proveniente dall’area della Casaleggio - è stufo di beghe, polemiche, lotte fratricide e soprattutto querele.

Il vero motivo è nascosto nelle pieghe. Chi conosce bene il comico sa infatti che alcune scelte del nuovo leader Luigi Di Maio «gli vanno un po’ strette» (a esser gentili), mentre con Davide Casaleggio «non c’è mai stato l’innamoramento» che invece era scattato con il padre Gianroberto. Per lui, ormai, più che una passione, l'M5S è diventato l'assolvimento di un patto d'amicizia con il guru della Casaleggio.

Il presente gli sta stretto. È per questo che nell'illustrare come sarà il futuro, si usa come esempio proprio Di Maio: «Tutto quello che riguarda il partito sarà sul sito a Cinque stelle, mentre beppegrillo.it tornerà ad essere un laboratorio di idee che guarda fuori dal perimetro del partito. Il video di Luigi, che oggi va sul blog, domani andrà sul sito dei Cinque stelle». Insomma Di Maio finirà da un’altra parte. È questo il punto finale di una strategia che il front man storico dei grillini ha perseguito negli ultimi mesi, facendo «in modo che l’attività del Movimento fosse via via più slegata dalla sua figura». E quindi più autonoma, a partire dagli argomenti del blog.

E non è l'unica spina per il Movimento 5 Stelle, giunto ormai alla versione 3.0. Come racconta all'Espresso l'avvocato Lorenzo Borré, nel delineare uno scenario di un Movimento che si sdoppia: «Adesso i vertici hanno fatto una scissione dall'alto, creando una nuova Associazione. Ma la prima non è estinta, conta ancora degli iscritti: quindi al momento ci sono due Movimenti». Che potrebbero finire in lotta fra loro.

© Riproduzione riservata 11 gennaio 2018

Da - http://espresso.repubblica.it/palazzo/2018/01/11/news/cosi-beppe-grillo-lascera-il-movimento-cinque-stelle-1.316960?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P3-S1.4-T1
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« Risposta #8 il: Febbraio 08, 2018, 06:17:07 »

"Il programma del M5s è un plagio".
Wikipedia e Repubblica tra le fonti non citate
Lo afferma Il Post, dopo aver analizzato i 20 punti del documento di sintesi presentato ufficialmente. Ben 11 trarrebbero interi paragrafi e parti da studi scientifici, articoli, documenti prodotti dal Parlamento e persino interventi di esponenti di partiti avversari

07 febbraio 2018

ROMA - Se a Sanremo la caccia al plagio è ormai divertissement da assuefatti, quanto affermato da Il Post dovrebbe invece, condizionale obbligatorio, scuotere gli italiani e con essi la campagna elettorale che porta al voto del 4 marzo, ben più dei dubbi sull'opportunità di tenere in gara al Festival l'accoppiata Fabrizio Moro-Ermal Meta. Perché Il Post ha fatto le pulci al programma del Movimento 5 Stelle, la forza politica che della propria presunta purezza e onestà ha fatto la bandiera, scoprendo che in realtà si tratta di un puzzle di idee e contributi altrui. Ovvero, tutto tranne che il frutto di quello sforzo collettivo dal basso che avrebbe portato a un programma elettorale "scritto ed elaborato dagli attivisti tramite la cosiddetta piattaforma Rousseau”, il sito controllato da Davide Casaleggio su cui si svolgono le votazioni interne al partito.

Secondo Il Post, invece, un'attenta analisi di quel programma rivelerebbe che "molte sue parti, in alcuni casi intere pagine, sono state copiate da altri documenti di tutt’altra natura, senza alcuna indicazione della loro provenienza. Tra le fonti ricopiate ci sono studi scientifici, articoli di giornale, pagine di Wikipedia, oltre a numerosi dossier e documenti prodotti dal Parlamento, in alcuni casi scritti da esponenti di partiti avversari del Movimento 5 Stelle".

Il programma del M5s è composto di 20 punti tematici. Secondo Il Post, ben 11 conterrebbero tracce spurie di ben diversa provenienza rispetto a un sincero brainstorming della base. Il punto sullo "Sviluppo economico" ospiterebbe, ad esempio, una decina di paragrafi "copiati senza che sia specificata la provenienza". Ci sono stralci "di un’interrogazione parlamentare fatta nel 2012 dal senatore Pd Giorgio Roilo, di uno studio IEFE Bocconi e di un articolo del 2010 scritto dall’economista Jean-Paul Fitoussi, le cui parole sono riprodotte come se fossero idee del M5S. C’è anche un’intera intervista di Carlo Sibilia all’attivista svedese Helena Norberg-Hodge, senza che però i nomi di Sibilia e Norberg-Hodge vengano segnalati da nessuna parte".

"Il plagio più esteso - segnala ancora Il Post - si trova nel capitolo 'Ambiente'": due intere pagine copiate da un dossier di Legambiente e "quasi 300 parole copiate senza citazione da un articolo di Repubblica, eliminando i virgolettati e facendo così apparire le parole degli esperti intervistati dal giornale come idee e proposte del Movimento 5 Stelle". Ci sarebbero ricopiature provenienti da documenti parlamentari, risoluzioni, dossier e altre relazioni anche nei capitoli “Agricoltura”, “Immigrazione”, “Telecomunicazioni”, “Giustizia”, “Sicurezza”, “Beni culturali”, “Trasporti”, “Turismo”. Mentre "diverse definizioni - rileva ancora Il Post - sono copiate da manuali di diritto o direttamente da Wikipedia".

Curioso, poi, notare come "quando manca meno di un mese alle elezioni, alcuni capitoli del programma, come quello “Immigrazione” e quello “Giustizia”, sono ancora indicati come “parziali”, anche se ormai votati dagli iscritti, pubblicati online e usati per produrre" il documento in 20 punti "presentato ufficialmente e che Luigi Di Maio descrive da giorni come il programma del partito".

"Non è facile" ammette Il Post, "risalire a chi abbia commesso i plagi". Il deputato pentastellato Manlio Di Stefano ha spiegato al Post "che non c’è un vero e proprio autore per ogni capitolo, ma soltanto dei responsabili che si sono occupati di mettere insieme i testi usciti dalle votazioni sul sistema operativo Rousseau, quelli prodotti da esperti e quelli prodotti dagli stessi parlamentari e dai loro staff". L'analisi si conclude ricordando come non sia di certo la prima volta: le “Linee Programmatiche” per il Comune di Roma, presentate dalla sindaca Virginia Raggi poche settimane dopo l’elezione, "risultarono in parte sottratte ad altri documenti, tra cui una relazione dei Verdi (allora alleati del Pd)".

© Riproduzione riservata 07 febbraio 2018

Da - http://www.repubblica.it/politica/2018/02/07/news/il_post_programma_m5s_e_plagio_copiato_da_wikipedia_e_articolo_repubblica-188260094/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2
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« Risposta #9 il: Marzo 27, 2018, 05:35:54 »

Cosa dice Beppe Grillo di Lega e M5s insieme al governo

L'intesa con Matteo Salvini sembra funzionare. Ma che succede se si parla di andare a Palazzo Chigi?

Di BRUNO ALBERTI 26 marzo 2018, 07:30

A giudicare dalle parole di Beppe Grillo ("Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene, il che è una cosa rara") quella tra M5s e Lega è una 'intesa amichevole' che funziona a gonfie vele. Fino, però, a quando si tocca il nodo Palazzo Chigi, a quanto pare.

Sì, perché, galateo a parte, è la sostanza a segnare due pretese speculari. Tutti e due i movimenti, infatti, rivendicano a sé la guida del governo. Comincia Salvini - via social network e con la premessa "nel rispetto di tutti" - segnalando che "il prossimo premier non potrà che essere indicato dal centrodestra, la coalizione che ha preso più voti e che anche ieri ha dimostrato compattezza, intelligenza e rispetto degli elettori".

E, visto che in fasi come queste, anche nella Terza Repubblica, le parole della politica vanno sempre passate al microscopio, sarà anche il caso di annotare che il leader leghista parla di premier "indicato dal" e non, più seccamente, "del" centrodestra.

Il programma di Salvini (se va al governo)
Intanto, Salvini accenna anche una sintesi del programma di governo, così articolato: via legge Fornero e spesometro, giù tasse e accise, taglio di sprechi e spese inutili, riforma della scuola e della giustizia, legittima difesa, revisione dei trattati europei, rilancio dell'agricoltura e della pesca italiane, Ministero per i disabili, pace fiscale fra cittadini ed Equitalia, autonomia e federalismo, espulsione dei clandestini e controllo dei confini".

M5s non resta a guardare
Non che dalle parti di M5s ci si limiti a festeggiare l'elezione di Roberto Fico alla guida della Camera. Uno che ci ha appena messo piede, e che soprattutto figura nella possibile squadra di governo M5s, alla casella Mise, insomma Lorenzo Fioramonti, spiega che "preso dall'ansia di fare qualcosa di utile" dentro un "surreale Montecitorio" ha già organizzato "una serie di incontri paralleli con tecnici, esperti di sviluppo, attivisti della società civile e colleghi parlamentari".

Grillo, si diceva allora. Riprende la giornata da dove aveva terminato la precedente. Esce dall'hotel Forum e davanti ai giornalisti che ne attendono la partenza dalla Capitale tesse le lodi di Luigi Di Maio e di Roberto Fico, proprio come aveva fatto con chi ne aveva atteso il ritorno nella tardissima serata di sabato, dopo il suo spettacolo teatrale. Solo che stavolta Grillo aggiunge anche il viatico per il capo politico M5s a Palazzo Chigi. "Fico è una persona straordinaria, lo sapete. Lo conosciamo tutti", dice. E ora, dopo lui alla guida della Camera, Di Maio al governo? "Ma certo", risponde il garante M5s che poi si divincola dalla ressa di telecamere.

La scena si sposta con Grillo, ormai in auto, precisare con la prudenza del politico di lungo corso che "non lo so quanto al governo, sarà il Presidente della Repubblica che darà l'incarico". Tutto il resto, nomi, formule, alleanze, "sono illazioni che fate voi. Qui dobbiamo cambiare il Paese, e lo stiamo cambiando". Di Maio? "Ma lasciatelo lavorare bene, in pace, tranquillo". Perché, fatte salve le prerogative del Colle, "certo che decide Di Maio. Scherzate? E' uno statista", certifica il cofondatore M5s. "Ho visto un'Aula con una brezza diversa. Se ne stanno rendendo conto adesso. Non riescono a capire... Vedere queste facce bianche che guardavano 300 persone mai viste...", sintetizza il garante M5s che tiene a correggere le coordinate ideali che gli osservatori assegnano al Movimento: "Non siamo contro il sistema, è il sistema che ha finito da solo. Noi abbiamo dato solo una piccola spinta".

Per il futuro, guarda avanti. Molto avanti. "Adesso c'é da fare un progetto di 30, 40, 50 anni", spiega vagheggiando il cambiamento dell'assetto urbano del Paese. E allora, sta a Di Maio - è lui, peraltro, a dire per primo che "Salvini ha dimostrato di essere una persona che sa mantenere la parola data" - chiarire che "abbiamo sempre detto che la partita sulle presidenze è slegata da quella del governo" e rivendicare che "da oggi chi vuole lavorare per i cittadini sa che esiste una forza affidabile e seria che dialoga con tutti e si muove compatta per il bene del Paese". L'elezione di Fico è "il primo passo per realizzare il cambiamento che i cittadini ci hanno chiesto con il voto del 4 marzo". E dunque "ora ci rimettiamo al lavoro per concludere l'opera".

Da - https://www.agi.it/politica/beppe_grillo_m5s_governo_lega-3683475/news/2018-03-26/


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« Risposta #10 il: Marzo 29, 2018, 06:24:00 »

Un uomo di spettacolo (per di più un comico),

tecnici capaci di elaborare algoritmi per conoscere e manovrare le masse,

giovani ambiziosi e disponibili a far pensare che loro ci credono,

una cascata notevole di cazzate per cavalcare il malcontento dei più semplici e le incazzature dei più depressi,

hanno sparecchiato il tavolo del solito pasto creando il nuovo Caos.

E lo chiamano “rivoluzione del buon senso”.

ciaooo

P.S. : mica fessi … loro.

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