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Autore Discussione: Andrea ORLANDO. UNIRE I PUNTI.  (Letto 542 volte)
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« inserito:: Gennaio 17, 2017, 11:36:32 am »

12 - 01 - 2017 Di Andrea Orlando

 Unire i punti

Con la sconfitta al referendum del sì non ha perso, come si cerca di affermare con una carente e per certi versi consolatoria interpretazione, soltanto Renzi.
È stata sconfitta la strategia, o almeno uno degli elementi fondamentali della strategia con cui il centrosinistra, sin dalla sua nascita, ha cercato di contrastare il populismo e l’antipolitica.
Il centrosinistra, almeno nella sua “struttura portante”, ha progressivamente legato, infatti, la propria parabola al compimento della transizione istituzionale.
Si è immaginata la democrazia dell’alternanza come il contesto naturale nel quale sviluppare una moderna forza riformista.
E ancora si è pensato che una democrazia meglio funzionante avrebbe ricucito lo strappo, che si è progressivamente ampliato tra cittadini e istituzioni. Una lacerazione che ha creato la condizione per il rafforzamento dei diversi populismi e delle spinte antisistemiche.
Alcuni avevano messo in guardia rispetto ai pericoli insiti nel ridurre la crisi della democrazia a una questione di funzionalità istituzionale.
Questa avvertenza però non ha inciso significativamente nel mainstream che si è sviluppato nel corso degli anni.
Fatto sta che oggi, improvvisamente e traumaticamente, viene meno una delle questioni che ha tenuto il campo in questo ventennio, non solo come “questione in sé”, ma anche come terreno determinante del riconoscimento reciproco tra i principali attori del bipolarismo.
Naturalmente c’era del vero in quell’analisi che individuava nella fragilità istituzionale la principale causa della crisi democratica.
C’era del vero, ma non c’era tutto.
Così, se purtroppo il centrosinistra e il PD in primo luogo si trovano privi di un obiettivo che ne ha segnato l’identità, per fortuna restano altri sentieri da percorrere per dare una risposta alla crisi democratica.
Il primo è affrontare il nesso che lega tale crisi democratica alla questione sociale.
Il risultato referendario lo ha messo in evidenza in modo macroscopico con la differenza nell’andamento del voto tra centro e periferia, tra generazioni, tra nord e sud.
È una forma di ironia della storia il fatto che sul terreno della riforma delle istituzioni la sinistra di governo si sia improvvisamente risvegliata, scoprendo che le disuguaglianze sono cresciute ed è cresciuta la loro incidenza sulla dinamica politica.
Guardare allora alle cause e alle soluzioni delle disuguaglianze e dei divari ( la destra lo sta facendo, a suo modo, da tempo) è importante per tutti. Per la sinistra costituisce però la condizione per la sua stessa esistenza.
Poi c’è l’incompiuta Europa. Dimensione potenzialmente minima per fronteggiare l’impatto dei fenomeni globali sulla società, ma in concreto troppo debole per farlo e tuttavia sufficientemente invadente per inibire agli stati membri l’utilizzo della residua capacità d’intervenire nelle dinamiche economiche e sociali, tanto da diventare il principale bersaglio dei populismi e dei nazionalismi. Anche in questo caso progettare una nuova Europa diventa urgente per tutti coloro che ritengono che il destino dell’uomo non possa essere integralmente consegnato alle mutevoli ed inique leggi dell’economia e della finanza.
E diventa urgente per chi ritiene che il modello di convivenza civile e di soluzione democratica dei conflitti, che si è affermato in questa parte del mondo, sia il più avanzato tra quelli sperimentati dall’umanità.
Infine c’è la questione istituzionale italiana, che resta là dov’era nella sua eterna transizione, nel suo concreto scarto tra costituzione formale e materiale al tempo della disintermediazione.
Se il tema per un certo tempo non sarà affrontato, non sarà per mancanza di urgenza, ma per impraticabilità del campo.
Ma quest’ultima circostanza non può diventare un alibi assoluto.
Ci sono riforme istituzionali considerate “minori”, che minori non sono in una strategia di ricostruzione del tessuto democratico.
E non c’è solo la questione fondamentale del destino dei cosiddetti corpi intermedi, a partire da partiti e sindacati. C’è anche l’esigenza di costruire nuovi modelli di partecipazione alle decisioni pubbliche.
Un’esigenza che diventa stringente alla luce del calo costante dei votanti alle consultazioni politiche e amministrative, dell’implosione e parcellizzazione della rappresentanza, della frammentazione delle domande sociali.
Ricostruire l’idea di un destino comune è la condizione per affermare un’alleanza contro la paura e i suoi imprenditori e una visione solidaristica dello sviluppo sociale.
Per questo, dopo una lunga stagione in cui partecipazione ed enti locali sono stati considerati un costo, è tempo di aprirne una in cui siano considerati investimenti sulla coesione della comunità.
Molte sono dunque le implicazioni di questa sconfitta. Tutte costringono a percorrere strade nuove, ma in qualche modo antiche. Sono strade che si percorrono approfondendo, studiando, demolendo gli stereotipi che in questi anni si sono accumulati.
Gli articoli che pubblichiamo affrontano questi punti. Ma se uniamo i punti, come in quella nota rubrica della “Settimana enigmistica”, emerge il profilo di una sinistra per questo difficile tempo.

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Pubblicato da: Andrea Orlando, front

Da - http://www.lostatopresente.eu/2017/01/unire-i-punti.html
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