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Autore Topic: TONY BLAIR Così il «centro» può battere i populismi  (Letto 354 volte)
Arlecchino
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« il: Gennaio 17, 2017, 11:23:53 »

Così il «centro» può battere i populismi

    –di Tony Blair

Non ci sono dubbi sulle ondate di scontento e rabbia che si abbattono sulla politica occidentale. Il Regno Unito si è espresso a favore dell’uscita dall’Unione europea dopo quarant’anni di appartenenza, mettendo a repentaglio tutti i complessi e intricati rapporti commerciali e politici venutisi a creare durante una relazione così lunga. Contro tutte le previsioni dei sapientoni politici, Donald Trump ha vinto la corsa alla presidenza degli Stati Uniti, cosa che la classe politica riteneva realmente inconcepibile. In tutta Europa, nuovi partiti politici stanno facendo rapidi scatti in avanti e tutti hanno come presupposto variazioni di un medesimo tema: l’establishment politico ci ha ignorati e noi in segno di protesta lo sbatteremo fuori.

Una caratteristica peculiare di questo sollevamento è che l’impeto a favore del cambiamento è diventato più importante di qualsiasi considerazione su che cosa esso significhi in pratica. Le affermazioni dei leader che cavalcano quest’onda possono essere del tutto sfasate rispetto alle consuetudini e alle regole della politica, ma ciò non è rilevante. Quel che interessa è che la rivolta sia in atto, e che chiunque ha la fortuna di cavalcare l’onda giusta arrivi fino a riva.

Al contrario, i politici che espongono tesi a lungo ponderate, quelle convenzionali alle quali siamo abituati, irritano gli elettori ribelli, provocando abbandoni impulsivi, disprezzo e in qualche caso derisione.

Ci sono innumerevoli analisi sui fattori all’origine dell’impennata populista: i redditi stagnanti della classe operaia e del ceto medio; il sentimento di emarginazione avvertito dalla popolazione che riesce a stento a tirare avanti; le comunità che si disgregano a causa del cambiamento economico; e la resistenza alle forze apparentemente ininterrotte della globalizzazione: il commercio e l’immigrazione.

Anche i social media hanno un ruolo di primo piano in questa ondata: consentono ai movimenti di acquisire rapidamente una portata enorme, contribuiscono alla frammentazione dei media e creano un mondo nuovo dell’informazione nel quale non valgono più le regole dell’oggettività, e dove ogni teoria della cospirazione può esercitare pressioni e prevalere sui fatti – e le verifiche sui fatti – intralciando loro in modo fiacco la strada.

Circa 20 anni fa, quando per la prima volta ho partecipato alle elezioni da leader, in un Paese come la Gran Bretagna il più importante notiziario della sera alla Bbc aveva un seguito di circa dieci milioni di ascoltatori. Oggi il loro numero supera di poco i 2,5 milioni. Quello che un tempo era il dibattito pubblico ora si suddivide in molteplici rivoli, spesso tra persone che per altro condividono le medesime opinioni.

Il cambiamento subentrato nelle modalità di ricezione e di discussione delle informazioni è un fenomeno rivoluzionario già di suo. I media tradizionali, che potrebbero riaffermare il loro ruolo di vettori di notizie affidabili, hanno deciso che è molto più facile e più praticabile dal punto di vista commerciale rafforzare la fedeltà degli ascoltatori che non metterli alla prova.

Naturalmente, alcuni provano una sensazione di potere nel trasgredire alle convenzioni e scuotere l’ordine vigente. Ma non dovremmo farci troppe illusioni. Scuotere il sistema può effettivamente indurre il cambiamento necessario, ma altresì avere conseguenze non previste né inoffensive.

Stiamo entrando in un periodo politico molto pericoloso dal punto di vista politico. Da un recente sondaggio è emerso che una minoranza significativa di cittadini francesi non è più convinta che la democrazia sia il giusto sistema di governo per la Francia. E il sostegno a un modello di leadership autoritaria è in crescita un po’ ovunque.

Il populismo non è certo nuovo. Il cambiamento economico non è nuovo. L’ansia per l’immigrazione non è nuova. E neanche lo sfruttamento delle insoddisfazioni popolari è qualcosa di nuovo.

A essere nuovo è il contesto, e così pure l’incapacità del centro in politica di reagire in maniera efficace.

La verità è che le forze del centrosinistra e del centrodestra sono diventate compiacenti e non sono più in contatto. Noi (e uso il plurale di proposito, perché mi identifico appieno con una visione centrista e pragmatica della politica) siamo diventati amministratori passivi dello status quo, non catalizzatori del cambiamento.

In Europa la Ue arranca a far ripartire la crescita economica e si perseguono riforme mentre sullo sfondo si palesano le conseguenze spesso crudeli dell’austerità. Negli Stati Uniti è evidente che la classe lavoratrice bianca della Rust Belt nel Midwest si è sentita trascurata, e si è sentita indietro.

L’immigrazione influisce sulle comunità cambiandole, e anche se non vi sono dubbi che nel complesso e col tempo la fresca energia e il vigore degli immigrati apporterà benefici al paese, l’impatto immediato della stessa può essere travolgente e problematico. Del resto, non sussistono neanche più dubbi sul fatto che in linea generale più commercio genera più posti di lavoro, mentre le politiche protezionistiche ne creano meno. Sul breve periodo, tuttavia, i posti di lavoro che richiedono alte competenze e sono molto retribuiti spesso scompaiono. La tecnologia accentuerà questi cambiamenti.

Se a tutto ciò si aggiunge la crisi finanziaria del 2008 con le sue ripercussioni e l’estremismo – che dal 2001 è stato al primo posto tra le preoccupazioni legate alla sicurezza e ha alimentato le paure nei confronti del fenomeno dell’immigrazione – non possiamo certo stupirci della turbolenza della nostra attuale situazione politica. Anzi, potremmo affermare al contrario che essa sembra proprio inevitabile.

E così la sinistra si schiera contro il mondo degli affari, la destra contro l’immigrazione e il centro oscilla a disagio tra soddisfazione e inquietudine.

Non è così che in passato il centro ha vinto. Il centro – soprattutto il centro progressista – vince quando ha spirito di iniziativa, quando guida il dibattito, quando le soluzioni che prospetta sono radicali ma nel contempo anche razionali. Soltanto un centro forte e animato da nuovo vigore potrà sconfiggere l’impennata del populismo.

Questo oggi è il requisito più urgente da soddisfare. Non serve a nulla denigrare la rabbia degli elettori. Il centro deve rispondere politicamente. Dalla politica macroeconomica alla trasformazione del settore pubblico (incluse istruzione e assistenza sanitaria tramite la tecnologia), a politiche per la sicurezza e l’immigrazione in grado di dare risposta alle paure della gente comune difendendo i nostri valori, il centro deve riscoprire l’agenda politica del futuro, perché si basa su risposte, non sulla rabbia.

Se il centro riuscirà in questo intento, richiamerà di nuovo a sé gli elettori raziocinanti che si sono uniti alla rivoluzione perché insoddisfatti e frustrati, perché ignorati. Basta questo: il margine della sconfitta – nel referendum del Regno Unito sulla Brexit come nel successo di Trump – non è quello di una vittoria elettorale schiacciante.

La gente ha molto da perdere in situazioni di caos e instabilità, ed è propensione naturale di tutti evitare qualsiasi cosa le avvicini troppo. È importante che sappiano, però, che c’è qualcuno che li ascolta. Solo allora potremo cambiare la nostra attuale situazione politica indirizzandola verso un futuro migliore e più pieno di speranza.

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