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Autore Discussione: Enrico Capizzi La minoranza Pd si sente ancora parte del partito?  (Letto 1120 volte)
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« inserito:: Gennaio 02, 2017, 06:42:52 pm »

      
Opinioni

Enrico Capizzi   
· 31 dicembre 2016

La minoranza Pd si sente ancora parte del partito?

Vedo la minoranza sempre più un corpo estraneo nel partito, un corpo estraneo che considera la maggioranza come qualcosa che non fa parte della loro storia

Leggo o ascolto interviste o dichiarazioni dei vari Gotor, Mucchetti, Speranza, Bersani (che, però fa il “padre nobile” ed interviene quando c’è da mettere il carico da 11) e, come si dice in questi casi, “la domanda sorge spontanea”: ma questi sono ancora, si sentono ancora parte del PD?  E, nel caso in cui la risposta fosse positiva, sorgerebbe spontanea un’altra domanda: ma questi che idea hanno di un partito (del Partito), di una comunità, di un’associazione?

In tutte le organizzazioni umane, in tutti i corpi sociali nei quali non viga un principio od un rapporto di gerarchia, il metodo attraverso il quale si perviene all’assunzione di una decisione, è uno solo: il principio di maggioranza.

E’ una cosa talmente semplice, da essere perfino banale: gli associati eleggono i propri rappresentanti che vanno a costituire gli organismi direttivi dell’associazione, normalmente in forma di cerchi concentrici, nei quali il numero dei componenti va man mano diminuendo: abbiamo così l’Assemblea, la Direzione, la Segreteria, il Segretario.

Statuti e regolamenti disciplinano competenze e poteri dei diversi livelli decisionali. Negli organismi collegiali, le decisioni vengono assunte, nei casi in cui non vi sia l’unanimità, a maggioranza. Orbene, adesso scopriamo che la “corrente bersaniana” vorrebbe introdurre un principio diverso; di più, opposto: il principio di minoranza.

Cioè, si deve fare non secondo quello che decide la maggioranza, ma secondo quello che propone la minoranza. Hanno così inventato il partito nel partito. Agiscono, cioè, non come una minoranza, che espone le proprie idee, le proprie proposte e poi si adegua alle decisioni della maggioranza, ma come un corpo separato che fa quello che vuole.


Risultato del referendum (pur deludente, ma teniamo in conto che c’era in campo la santa alleanza, l’accozzaglia, contro l’aspirante dittatore) flussi e sondaggi dicono che il popolo del PD è quasi per intero dalla parte del Segretario. Eppure, secondo Speranza, le proteste contro loro, davanti al Nazareno e sul web, sono “organizzate”.

Dai sondaggi emerge che fra i potenziali avversari di Renzi per la Segreteria, quello che riscuote maggiore fiducia è Enrico Rossi. Questo dato, a mio avviso, conferma che il popolo del PD è informato e chiede serietà e lealtà: Enrico
Rossi è critico su Renzi (più come Segretario che come Premier), ma è persona seria, portatore di critiche costruttive e non distruttive, distante da logiche correntizie e, soprattutto, leale e memore dei principi della Scuola politica dalla quale proviene (come da lui stesso dichiarato).

E qui non posso fare a meno di chiedermi: ma Pierluigi Bersani non proviene dalla stessa storia, dalla medesima scuola politica? Non dovrebbe avere, marchiati a fuoco, nel cuore e nel cervello, gli stessi principi?

Non parlo di Gotor e Mucchetti, dei quali non conosco la storia politica, non parlo di Speranza che è troppo giovane per avere vissuto l’esperienza della militanza nel PCI: ma Pierluigi, che quella storia ha vissuto, anche da autorevole dirigente, come ha potuto dimenticare quei principi, come può reclamare lealtà e fedeltà alla “Ditta” solo quando e se è lui a guidarla?

Non vorrei tornare sul referendum (ancora, tra l’altro, non ho capito le ragioni di dissenso, nel merito della riforma, da loro votata in Parlamento: hanno parlato solo di legge elettorale, di “combinato disposto”, anche dopo l’impegno del Segretario a modificare l’Italicum), ma la posizione del “Partito di Bersani”, numericamente di trascurabile rilevanza, è stata politicamente devastante.

Ho, ovviamente, seguito alcuni interventi della recente Assemblea. Le lucide analisi di Fassino, di Martina, etc. L’intervento che ha avuto maggiore risonanza mediatica è stato quello di Roberto Giachetti, per via della sua invettiva nei confronti di Speranza: Adesso fanno gli offesi, ma l’intervento di Giachetti va ben oltre l’invettiva, che tra l’altro riguardava una vicenda che è agli atti del Parlamento: sembra proprio che Bersani ed i suoi deliberatamente fingano di dimenticare quello che è avvenuto dal 2011 in poi, con Bersani Segretario del PD.

Allora, per gli smemorati, vorrei ricordare, per sommi capi, quegli eventi.  Novembre 2011: Berlusconi, che non si è accorto della crisi, fiaccato dallo spread giunto quasi a 600 punti, dalla scissione di Fini e dal voto negativo sul rendiconto generale, rassegna le dimissioni da Presidente del Consiglio; Napolitano incarica Monti, che vara un Governo di larghe intese PD (Bersani è Segretario) – Forza Italia (ci sono sia Alfano che Verdini, divenuti poi “i nuovi mostri”, per dirla con il titolo di un famoso film); Monti vara una serie di riforme “lacrime e sangue”, in gran parte contenute nel memorandum sottoscritto da Berlusconi con la BCE e l’UE per evitare il fallimento (riforma delle pensioni, riforma del mercato del lavoro, IMU,etc. ).

Elezioni 2013: Centrosinistra, centrodestra e 5 stelle quasi alla pari (per una manciata di voti il PD guidato da Bersani ottiene il premio di maggioranza alla Camera ma non la maggioranza al Senato: Sel ottiene il solito misero 3% ed entra in Parlamento solo perchè apparentato con il PD); Bersani prova a formare il Governo in alleanza con il M5s; Grillo lo prende a pesci in faccia e Bersani rinuncia: incarico e Governo Letta (anche questo PD – Bersani è sempre Segretario – Forza Italia).

Dopo il fallimento per la formazione del governo e la bocciatura di Marini e Prodi come Presidente della Repubblica, Bersani rassegna le dimissioni da Segretario PD, congresso e trionfo di Renzi che diventa il nuovo Segretario del PD; nel frattempo il Governo Letta si incaglia un po’, è privo di slancio e la Direzione del PD, quasi all’unanimità, spinge Renzi ad assumere la guida del Governo.

Perchè ho voluto ricordare la storia politico-istituzionale dal 2011 ad oggi?  Perchè questa storia dà ragione all’appassionato discorso di Giachetti in Direzione, evidenzia l’assoluta incoerenza del “PdB” (Partito di Bersani); mette in risalto l’assurdità della tesi (cara ai bersaniani ed a sinistra italiana) secondo la quale Renzi sarebbe stato il “killer del centrosinistra” (forse dimenticano che il centrosinistra non governa dai tempi di Prodi e che fu la sinistra ad ucciderlo).

Avremmo davanti grandi sfide: le banche, l’immigrazione, la crescita (a proposito, i dati ISTAT di oggi sono estremamente positivi, alla faccia dei “gufi”), il lavoro, il rapporto con l’Europa, la nuova santa alleanza -accozzaglia che si profila sui referendum proposti dalla CGIL (a proposito dei voucher – anche qui l’incoerenza dei bersaniani è evidente – consiglierei a Speranza, a Fassina, Gotor, Scotto, etc. di leggere l’amaca di Michele Serra su Repubblica del 30 dicembre).

Ed invece noi che siamo e ci sentiamo (anche se non iscritti) “popolo del PD”, siamo costretti a parlare del nostro Partito, di gente che continua a guardarsi l’ombelico fino a cercarne il fondo, di un aspirante Segretario che, senza ancora sapere quando si terrà il Congresso, ha già iniziato  il suo tour  elettorale (ma questi, anzichè lavorare nel Partito, per il Partito, per il Governo, pensano solo e sempre al Congresso ed alle riunioni di corrente?).

Io penso che tutti noi vorremmo un’alleanza ed un Governo di centrosinistra,  ma servono due imprescindibili condizioni: 1) i voti, il consenso elettorale, con un PD che prenda più del 25% ottenuto dal PD guidato da Bersani e sinistra italiana che ottenga più del solito 3%; 2)una base politico-programmatica comune. E qui, lo dico sinceramente ed a malincuore, la vedo molto dura.

Se la sinistra, dentro fuori il PD, non smette di considerare Renzi un “nemico”, un “corpo estraneo” un” usurpatore”; se la sinistra, dentro e fuori il PD, non smette di perseguire schemi ideologici superati, sulle imprese, sull’immigrazione, sulla sicurezza, sul lavoro, sul rapporto con la CGIL, etc.  Insomma, se non si verificano le due condizioni vedo difficoltà insormontabili per la realzzazione di un’alleanza e di un Governo di centrosinistra.
Vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Intanto, auguri per il nuovo anno alla redazione dell’Unità ed a tutto il popolo del PD.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/la-minoranza-pd-si-sente-ancora-parte-del-partito/
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« Risposta #1 inserito:: Luglio 11, 2017, 10:25:22 am »

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Enrico Capizzi   
5 luglio 2017

È riaperta la stagione della caccia a Renzi

Renzi ha preso in mano un Paese immobile e con il suo decisionismo ha portato avanti una serie impressionante di riforme e di provvedimenti, ottenendo anche importanti risultati sull’economia

Sembra che si sia aperta, anzi, che continui, anche con armi non convenzionali, la stagione venatoria, la stagione della caccia. Il bersaglio grosso è sempre quello: Matteo Renzi. Intellettuali, opinionisti politici, politici in carica o ex. La pattuglia è ampia e sembra estendersi sempre di più.

Del resto, basterebbe ricordare le favole di Fedro: gli asini (metaforici, s’intende) che pensano di essere forti di fronte al leone (metaforico, s’intende) gravemente malato. Di fronte a cotanta intelligenza che attacca, sembra quasi un miracolo che il PD, secondo gli ultimi prevalenti sondaggi, sia sempre il primo partito o il secondo a mezzo punto dai grillini blanditi dal giornalismo (televisivo e non) bersanian-dalemiano e da una rete televisiva che sembra la succursale del giornaletto di Travaglio. Forse che il leone (metaforico, s’intende) non è malato, in fondo, tanto gravemente? Quali sono le argomentazioni usate per attaccare Renzi?

Una riguarda il carattere del Segretario. Da ultimo il Prof. Cacciari che lo definisce un “bambino autoritario”, oppure i tanti arroganti e presuntuosi in giro che lo definiscono arrogante. Eppure lo stesso Cacciari, ospite della Gruber con Matteo Richetti, mi sembrava che, tutto sommato, non fosse così “tranchant” con Renzi.

E trovare qualcuno che a giudizio di Cacciari non sia uno stupido, è impresa piuttosto ardua. Ora, è vero che Matteo Renzi non è un politico che fa dell’umiltà la sua caratteristica principale. Ma, a parte che questo secondo mandato di Renzi a me sembra che sia caratterizzato da maggiore collegialità (più “noi” e meno “io”), come peraltro attestato dai compiti e dalla maggiore visibilità attribuiti a bravissimi dirigenti come Martina, Richetti, Giachetti, etc.

A parte questo, dicevo, a me sorge spontanea una domanda (come diceva un bravo conduttore televisivo): ma le doti principali di un politico, di un uomo di governo, devono essere l’umiltà, la simpatia, oppure avere una visione strategica, portare avanti provvedimenti utili per il Paese, etc.?

Berlusconi, per dire, era forse simpatico, con le sue barzellette, con le sue “cene eleganti”, ma la  sua azione di governo, a parte le numerose leggi ad personam, quali benefici ha prodotto per il nostro Paese, travolto dalla crisi senza che ne lui ne Tremonti se ne rendessero conto?

Poi, dicono, è divisivo, non è inclusivo. Questa accusa continua ad aleggiare, anche dopo la scissione, nel Partito, soprattutto da parte di Cuperlo e di Orlando. Ma che significa? Per non essere divisivo Renzi avrebbe dovuto sottostare ai dicktat di Bersani e della sua corrente?  Avrebbe dovuto accettare che fosse la minoranza a guidare le scelte del Partito?  Io vorrei rovesciare il paradigma: Bersani è stato divisivo; Bersani ha spaccato il Partito, fino alla sciagurata scelta sul referendum ed alla scissione.

Dicono, ancora: Renzi porta avanti una narrazione di un Paese che non c’è. Lo dicono un po’ tutti: Mdp, 5 stelle, opposizioni di destra assortite e opinionisti progressisti o presunti tali. Ultimamente ascoltavo Arturo Scotto sproloquiare sull’argomento. Mi sono ripromesso di inviargli una mail sulla sua casella di parlamentare con un bell’elenco di riforme, provvedimenti e risultati conseguiti dal Paese, non dal PD, dal 2014 ad oggi.

A me pare, in realtà, che sia presente, purtroppo anche in buona parte dell’opinione pubblica, una narrazione, peraltro contraddetta dai fatti e dai dati, secondo cui quella di Renzi sia una narrazione meramente propagandistica e non supportata da dati reali.

Dicono, ancora, non è di sinistra, è al massimo di centro, se non di destra (come sostiene il rivoluzionario Montanari) ed i provvedimenti portati avanti dal suo Governo sono provvedimenti di destra. Tra le tante, questa mi pare l’accusa più ridicola. In realtà, basano il loro giudizio prevalentemente su alcuni aspetti delle riforme sulla scuola e sul mercato del lavoro, ma vorrei chiedere a tutti gli inflessibili Soloni se sono di destra le leggi sugli ecoreati, sulle unioni civili, sul caporalato, sullo spreco alimentare, sul dopo di noi, sull’autismo, sul terzo settore, sull’anticorruzione, etc…

In realtà, Renzi ha preso in mano un Paese immobile e con il suo decisionismo ha portato avanti una serie impressionante di riforme e di provvedimenti, ottenendo anche importanti risultati sull’economia. Spiace che autorevoli politici e commentatori, influenzati dal pregiudizio, non diano giusto merito e risalto a quanto fatto ed ai risultati raggiunti, anche in rapporto alle condizioni di partenza.

Io non so cosa farà Pisapia: Sento da vari esponenti di Mdp o di SI, che con Pisapia vogliono costruire una sinistra alternativa al PD.

Cioè? Vogliono confinarsi nella riserva indiana di una sinistra di testimonianza? Vogliono rischiare di regalare la guida del Paese alla destra o ai 5 stelle?  Spero proprio che Pisapia, che sa che  è indispensabile dialogare e collaborare  con il PD per governare, non si faccia travolgere dall’antirenzismo militante che caratterizza i movimenti a sinistra del PD. Ma la vedo dura e temo che spalancheranno le porte del corridoio alla mucca in arrivo.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/e-riaperta-la-stagione-della-caccia-a-renzi/
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« Risposta #2 inserito:: Luglio 29, 2017, 06:02:44 pm »

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Enrico Capizzi   · 27 luglio 2017

Il Paese dei leader e delle polemiche surreali

Dal capo di partito con la felpa a quello che faceva il comico e insulta tutti: una panoramica sulla politica italiana fatta di tante polemiche soprattutto a sinistra

C’era una volta… un Paese meraviglioso, disteso su un mare incantato (steso lì al sole ad asciugare, dicevano i versi di una canzone di uno dei suoi tanti poeti cantanti). Questo Paese un tempo era stato la culla di un Impero immenso, di una civiltà che aveva pervaso il mondo allora conosciuto. Ed al mondo aveva poi dato i più grandi geni ed i più grandi capolavori che l’arte avesse mai generato. Ma tanti abitanti di quel Paese erano ben strani: vivevano in uno dei Paesi più industrializzati e più prosperi al mondo, ma sembrava che vivessero tutti in una miserabile favela o in un’immensa bidonville. Sempre tutti a lamentarsi.” Ma lo Stato dov’è?”, urlavano ad ogni pie’ sospinto davanti ad un microfono prontamente spuntato sotto il loro naso. Mai nessuno che si sentisse responsabile di qualcosa. Senso civico? Carente. Rispetto delle regole? Neanche a parlarne. Tutela dei beni comuni? Macché. Pagare le tasse dovute? Evada chi può. Tanto, come dice un proverbio siciliano, “cu futt, futt, Dio perdona a tutti”. Un Paese dai forti contrasti, dalle forti contraddizioni.

In quel Paese, essendo una democrazia, c’erano i Partiti politici (anche se nessuno, tranne uno, si chiamava più così) e ciascuno aveva un leader…

C’era un ottantenne ricco imprenditore, arricchitosi, Illo tempore, in maniera un po’ oscura. Quando i suoi padrini politici erano scomparsi, aveva deciso di farsi un suo partito, in un periodo drammatico della storia, con la mafia che portava avanti una terribile strategia stragista. Disponendo di enormi risorse economiche, essendo padrone di un impero mediatico ed essendo un eccellente imbonitore (“venghino, signori, venghino”), aveva convinto la maggioranza di quel popolo che avrebbe portato tutti nel Paese dei balocchi. Ma, come i più avveduti avevano capito, il primo interesse dell’imbonitore era farsi gli affari propri. E così, leggi ad personam a go go, le aziende sull’orlo del fallimento riprendono a prosperare. etc. etc. La Magistratura cerca invano di fargli pagare il fio delle sue colpe, pardon, dei suoi reati. Ma tra leggi ad personam, prescrizioni ed inefficienze della giustizia, riesce sempre a cavarsela, coinvolgendo pure un ridicolo Parlamento a sostenere che “Ruby è la nipote di Mubarak”. Solo una volta non riesce a farla franca, viene condannato e decade. Finito? Macché. Molti ritengono che sia stato perseguitato dalla Giustizia, tanti continuano a pensare che sia la soluzione per i problemi di quel Paese. Perché, come mai dopo tanti anni di prove non esaltanti? Ma è chiaro: perché incarna ed esalta i vizi peggiori di quel popolo, perché tanti, troppi, vorrebbero essere come lui. Denaro, donne e chi se ne frega delle regole. Un bel condono, una bella sanatoria, una bella assoluzione ed i peccati (che noia!) sono perdonati.

A battagliare con il tizio di cui sopra c’è un pacioso Professore, che è tutto l’opposto: serio, competente, privo di conflitti di interessi, non racconta barzellette e quando parla è un po’ soporifero. Per ben due volte il pacioso Professore sconfigge alle elezioni l’imbonitore, ma ha maggioranze risicate, composite e litigiose. E così i suoi Governi, con i quali raggiunge importanti risultati, durano appena mezza legislatura. A farlo cadere sono quelli secondo cui non è abbastanza “di sinistra” (ricorda qualcosa?), che sognano il sol dell’avvenire; o sono senatori che si vendono, o sono frammenti di una coalizione surreale.

Poi, tra i leader, c’è un anziano comico, anche lui si fa un suo partito, ma non avendo le risorse del primo, pur essendo abbastanza ricco, scopre le magie della rete (mentre fino ad un certo punto della sua vita spaccava a martellate i computer, strumento del diavolo). Si atteggia tra Cristo e San Francesco, ma decisamente non è affar suo. La sua cifra principale è l’insulto, non a caso lancia il suo movimento politico con un tour che si chiama vaffaday. Un populismo vergognoso, la politica e le istituzioni additate al pubblico ludibrio. Gioco facile, in un Paese nel quale la colpa è sempre degli altri, della politica, dello Stato. Due giornalisti hanno pure scritto un libro di successo contro la casta, forse dimenticando che le caste sono tante; quella dei giornalisti, dei magistrati, dei tassisti, etc. E quella dei politici, forse, non è neppure la peggiore. Alle elezioni fa il botto, portando in Parlamento tantissimi “cittadini” senza esperienza e senza qualità, selezionati con una manciata di click. Eppure, aspira al Governo del Paese. L’aspirante Premier è, pare, un mediocre studente universitario, che fa a botte con i congiuntivi, con la storia e con tanto altro. Ma pare che una buona percentuale di persone abbiano fiducia in lui. Alcuni giorni fa, un giornalista dell’organo ufficioso del Movimento ha sostenuto che (incredibile che se ne siano accorti!) che con il suo curriculum il predetto aspirante Premier avrebbe grosse difficoltà a trovare un lavoro a tempo determinato. E qualcuno davvero pensa che possa guidare il Governo di un importante Paese? Mistero! Doppio mistero!

C’è, ancora, tra i leader un personaggio tutto felpe e Alberto da Giussano. Non molto colto e piuttosto volgare, arrogante (ma, a quanto pare, a nessun commentatore politico importa un fico secco della sua arroganza strafottente), un tempo intonatore seriale di cori contro i “terroni”, decide di diventare un leader nazionale e non più solo padano; non che faccia sfracelli al centrosud, ma qualcuno riesce a convincerlo usando lo slogan “prima gli Italiani” ( l’America first di uno dei suoi idoli che, se non lo fermano in tempo con un bell’impeachment ,produrrà danni inenarrabili al mondo intero). Mi piacerebbe che i suoi sostenitori meridionali andassero a passare un po’ di tempo in qualche sperduta valle dove regna il “dalli al terùn” o “dalli al neghèr”. Forse ci ripenserebbero, chissà. Il nostro si intesta tutte le peggiori battaglie. Un tizio uccide un ladro? Pronta la comparsata, con tanto di felpa “io sto con…”; un nostalgico del fascismo riempie il suo lido (una concessione su demanio pubblico, non casa sua come sostiene) di deliranti cartelli ed immagini? Eccolo pronto a portare la propria solidarietà dopo la denuncia per apologia del fascismo (a proposito, sarei curioso di sapere chi sono i frequentatori di quel lido), due poliziotti ( si, proprio due poliziotti!!!) postano un video nel quale insultano i migranti e la Presidente della Camera ? Immancabile arriva la sua solidarietà del felpato (ai poliziotti, beninteso, non certo alla Presidente, già a suo tempo rappresentata da una bambola gonfiabile), che ha un così alto senso dello Stato da insultare un giorno si e l’altro pure una donna alla quale non sarebbe degno neanche di lustrare le scarpe. Eppure, il suo partito, che soffia sul fuoco della paura e dell’odio verso chiunque sia “diverso” (non ricorda tempi bui? Qualcuno farebbe bene a rileggersi Brecht), ha il consenso, pare, del 15% degli elettori. Mistero al quadrato!

C’è, poi, il leader dell’unico Partito che si chiami così. Un quarantenne deciso e decisionista. Troppo, nel Paese del Gattopardo. Troppo, per un Paese di Gattopardi. Troppo, e troppo giovane, per un Paese da sempre governato da una gerontocrazia immarcescibile. Osa sfidare la casta dei Magistrati (riduzione delle ferie, riduzione dell’età pensionabile, addirittura la responsabilità civile!). E la casta reagisce nominando ai suoi vertici un Magistrato che vorrebbe una Repubblica fondata sulle Procure. Osa sfidare perfino la corporazione delle corporazioni, la Triplice sindacale, da sempre abituata alla cogestione del governo ed a porre veti su ogni cosa non gradisca. Odia i caminetti, aborre le mediazioni senza fine e le interminabili discussioni autoreferenziali? Parte un’ossessiva campagna politico-mediatica sull’ “uomo solo al comando”. I primi, e più accaniti, sono quelli che, teoricamente, sono suoi compagni di Partito. Seguono assortiti commentatori politici. Forse, agli uni ed agli altri, gioverebbe qualche lettura di psicologia sulle dinamiche dei gruppi; oppure semplicemente, un breve ripasso di recente storia politico-istituzionale. Basterebbe andare alla cosiddetta Prima Repubblica, nella quale i Partiti erano forti e strutturati: Eppure nessun Partito faceva a meno di un leader forte, dal cui carisma spesso dipendevano i successi elettorali. La Malfa, Spadolini, De Martino, Craxi, Malagodi, Almirante, Berlinguer. Dicono niente questi nomi? Erano o no leader forti e carismatici, o erano “uomini soli al comando”? Il leader di cui parliamo, osa pure provare a modificare una parte della Costituzione, senza modificare i poteri del Premier, ma semplicemente abolendo il bicameralismo paritario, riducendo i poteri delle Regioni, il numero ed i compensi dei parlamentari, etc. Operazione di lifting costituzionale già più volte tentata.

Apriti cielo! Deriva autoritaria, s’ode a destra uno squillo di tromba. Deriva autoritaria, a sinistra risponde un tamburo. L’accusa, all’aspirante dittatore, piove da tutte le parti. Perfino (e siamo oltre il ridicolo!) dai nostalgici del duce (volutamente minuscolo). E poi dal leader ottantenne, che aveva proposto una modifica costituzionale che introduceva il semi-presidenzialismo, con l’attribuzione di più ampi poteri al Premier. E dall’anziano comico, che non applica la democrazia nemmeno nel suo Movimento: E poi dall’Associazione dei Partigiani; dalla casta degli ex Presidenti della Corte costituzionale; e chi più ne ha più ne metta. Dalli al novello Dottor Stranamore! Al coro si uniscono anche quelli che teoricamente dovrebbero stare dalla stessa parte e che invece, trascinati dall’omino coi baffi, che, in crisi d’astinenza da potere, vuole far pagare al Nostro due delitti di lesa maestà, si uniscono alla sacra accozzaglia, che ottiene la vittoria contro la modifica costituzionale. Il resto è storia recente, attualità nella quale assistiamo ad un dibattito surreale, nel quale si discute non di risultati ottenuti (che solo in malafede si possono disconoscere), di idee, di proposte, di prospettive, ma del …. carattere del Nostro. Sono tutti impegnatissimi nella fondamentale discussione sul carattere. Politici, commentatori, giornalisti di lungo corso. I compagni guidati dall’omino coi baffi, ormai divorziati, sono tra i più accaniti, insieme ai discepoli dell’ex comico. Ed allora, un illustre Psicanalista, con un brillante articolo, tenta di spiegare perché il Nostro susciti tanto odio, specialmente nella sinistra. Odio che un mite e ragionevole Avvocato tenta di arginare, lavorando per una futura alleanza. Sembra dominare il dibattito una sorta di pensiero unico, che descrive il Nostro non come un’importante risorsa, ma come il problema.

Ma, in questo Paese, gli avvenimenti e le polemiche incalzano, perfino in una stagione che dovrebbe essere sonnacchiosa. E invece no. Ecco che un gruppo di idioti si tuffa da un ponte nella laguna di una delle più belle città del mondo, la più affascinante. Sono belgi, ma potrebbero arrivare da qualsiasi parte del mondo. Tanto, ormai ovunque sono convinti che in quel (questo) Paese si possa fare tutto quello che si vuole, liberando le frustrazioni e dando spazio alle trasgressioni che in Patria non sarebbero consentite. Come quella masnada di olandesi che, mesi fa, devastarono alcune delle più belle fontane del mondo. Per inciso, negli Stati Uniti li avrebbero ammanettati con le mani dietro la schiena. E allora ben vengano non uno, ma dieci Decreti del Ministro dell’Interno, alla faccia di una sinistra ferma al permissivismo totale ed alla fantasia al potere del 1968. Poi, siccità ed incendi, con le immancabili polemiche. Ma in un Paese fermo da decenni, che non investe sugli acquedotti e sulle reti idriche, senza educazione contro gli sprechi delle risorse, è del tutto naturale che un lungo periodo di siccità provochi crisi idriche. Gli incendi, poi, si è scoperto che, oltre che da inconfessabili e criminali interessi, a volte sono provocati da ragazzini “che si annoiano”. Proporrei per questi (giovani idioti crescono) un pena accessoria: collaborare coni Vigili del fuoco nello spegnimento degli incendi.

C’è, poi, la più surreale delle polemiche e, guarda caso riguarda la sinistra. Il mite avvocato di cui sopra viene invitato ad una Festa del Partito di cui è segretario il quarantenne di cui pure si è detto. Arrivando, abbraccia la bella (mi si perdoni il maschilismo da anziano siculo) e giovane sottosegretaria, nonché dirigente del partito, che lo accoglie. Apriti cielo. I divorziati, il cui unico scopo è cercare di distruggere il partito da cui provengono (e ovviamente il suo Segretario: consiglio vivamente qualche seduta dal Prof. Recalcati) si comportano come coniugi gelosi. Urla, strepiti, richieste di chiarimenti e di presa di distanza (sai, cara, l’ho abbracciata ma è stato solo per cortesia, non c’è niente tra noi). Una dalemian-bersaniana di lungo corso vorrebbe addirittura misurare l’intensità dell’abbraccio: certo, doveva salutarla, ma non con un abbraccio così “plateale”. C’è una sola parola in risposta: RIDICOLI. Tanto che l’avvocato, mite ma non fesso, disdice l’incontro con il giovane di bella speranza, ma di scarso talento, che neanche i suoi sono convinti abbia le qualità da leader. Se ne faccia una ragione. In un gruppo c’è il leader, ci sono i gregari e c’è l’escluso. Ed il carisma non si compra, come voleva fare un vecchio presidente del Catania calcio con l’amalgama.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/salvini-grillo-berlusconi-polemiche-boschi-pisapia/
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