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Autore Discussione: Caso Moro, ferita aperta o riconciliazione?  (Letto 2240 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Settembre 23, 2016, 11:38:50 am »

Novecento
Caso Moro, ferita aperta o riconciliazione?

Angelo Picariello
10 marzo 2016
 
All’indomani della divulgazione di una drammatica lettera dalla prigionia di Aldo Moro al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, la gestione del sequestro dello statista dc registrò il pesante ingresso degli Stati Uniti. È la lettera nella quale Moro si dice sottoposto a un «processo popolare», in un «dominio pieno e incontrollato», col rischio di essere «indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa». Scatta l’allarme. Viene catapultato a Roma un esperto del Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenik, che nel ruolo di consulente speciale del Viminale da lì in poi avrebbe di fatto imposto la linea al governo italiano e alla Dc. È lo snodo cruciale nella ricostruzione di quei terribili 55 giorni nell’ultimo libro di Sergio Flamigni, Patto di omertà (Kaos, pagine 298, euro 18,00). «Pieczenik - scrive l’ex senatore comunista - convinse Cossiga e Andreotti che il prigioniero era affetto dalla sindrome di Stoccolma ed era diventato psicologicamente dipendente dai suoi carcerieri, per cui era necessario declassarlo a figura non più essenziale della vita politica italiana».

L’avversione degli Usa per la linea politica di Moro del dialogo col Pci, al fine di porre le basi per una fisiologica alternanza democratica in Italia, era d’altronde nota da tempo, emersa in modo plateale già nel settembre 1974, nel corso di un viaggio negli Usa in cui Moro, al tempo ministro degli Esteri, accompagnò il presidente della Repubblica Giovanni Leone e dovette affrontare un difficilissimo faccia a faccia col potente segretario di Stato americano Henry Kissinger, in cui tutte le avversioni per la sua impostazione (dallo "sdoganamento" del Pci, alla politica filo araba in Medio Oriente), vennero fuori in modo ruvido. Perplessità e timori destinati ad accrescersi dopo l’ulteriore avanzata del Pci, giunto a un passo dal sorpasso nella tornata regionale e amministrativa del 1975. Ma questo non impedirà tre anni dopo di promuovere, proprio nei giorni antecedenti l’agguato di via Fani, un governo di larghe intese, si direbbe oggi (di "compromesso storico", si disse allora) rivendicando per l’Italia una «libertà di manovra politica» dalle due grandi potenze, come Moro scrisse in un articolo del gennaio 1978, due mesi prima del sequestro.

Ma se Flamigni torna sul caso, varcata la soglia dei 90 anni, con il nono libro in tema - lo spiega lui stesso - è per la soddisfazione con cui ha appreso della scelta del Parlamento, dopo tanti anni, di dar vita alla sesta commissione di indagine sul più tragico evento della vita repubblicana. Componente, da senatore, della prima Commissione Moro (che operò dal 1979 al 1983) Flamigni nella sua testarda opera di ricognizione sulla vicenda si è visto piovere addosso accuse di ogni tipo, «da paranoico complottista fino a quello di speculatore», ricorda il senatore del Pd Miguel Gotor, che ha percorso la strada in senso opposto, da storico passato all’impegno politico. L’archivio di Flamigni politico - invece - prestato alla ricerca storica, è divenuto un patrimonio prezioso per chiunque intenda approfondire il caso. Mentre nuovi studi ed eventi sono in programma, quest’anno, nel centenario della nascita di Moro.

Autore di due importanti volumi sulle lettere e sul memoriale di Moro, Gotor è oggi componente della sesta Commissione Moro presieduta dal deputato del Pd Giuseppe Fioroni. «Flamigni le sue rivincite se l’era già prese - riconosce Gotor -, con la venuta alla luce del cosiddetto quarto uomo (il quarto carceriere di Moro, Germano Maccari, arrestato nel 1993) e con il ritrovo nel covo di via Monte Nevoso delle carte del memoriale, nascoste dietro un termosifone, nel 1990, dopo anni che Flamigni ne parlava insistentemente. Ma si vede - conclude - che la politica ha dettato i suoi tempi anche alle indagini».

Caduto il Muro, venuta meno la logica dei blocchi era venuto a cadere quel «patto di omertà» che, secondo la tesi-Flamigni, avrebbe indotto le Br, la politica e la stessa magistratura a sancire una verità "di comodo", in linea con la ragion di Stato. Nel mirino dell’ex senatore comunista finisce il memoriale dei br Morucci e Faranda nella versione raccolta e pubblicata nel 1991 dall’ex direttore del quotidiano della Dc “Il Popolo”, Remigio Cavedon, che l’ex senatore del Pci prova a demolire punto per punto. Peccato che il suo antagonista non possa da tempo incrociare la spada. Cavedon, giornalista veneto vicino all’ex ministro dell’Interno Mariano Rumor, è infatti scomparso nel 1999 a soli 64 anni. Scomparsi anche i principali destinatari dell’invettiva di Flamigni, Andreotti e Cossiga, quest’ultimo doppiamente nel suo mirino essendo poi stato il destinatario diretto - da presidente della Repubblica - del lavoro di Cavedon, solo dopo mesi trasmesso all’autorità giudiziaria.

Un giornalista democristiano e un senatore comunista in giro per le carceri a colloquio con i reduci della lotta armata alla ricerca della verità sul caso Moro. O con l’intento di coprirla in nome della ragion di Stato, secondo l’accusa di Flamigni a Cavedon.
Intanto, alla guida della nuova Commissione istituita nel 2014 per lavorare su un immenso malloppone di carte (mezzo milione di pagine, si calcola) e ascoltare nuove testimonianze ci è finito un fiero ex dc come Giuseppe Fioroni.

Non c’è solo da precisare il ruolo svolto dai Servizi, dalla Cia, e dai vertici della Sicurezza (tutti o quasi, al tempo, affiliati alla P2) in una gestione del rapimento che fece poco, e male, per impedire la soppressione del "prigioniero politico". Flamigni si spinge a ventilare che la genesi stessa del rapimento possa essere stata etero-diretta da esponenti della destra eversiva con l’intento di eliminare lo statista che teorizzava l’ingresso del Pci nelle stanze del potere, con le Br ridotte - più o meno consapevolmente - al ruolo di mera "manovalanza". La Commissione va avanti senza escludere nulla. «Di certo è un risultato mai raggiunto prima che la relazione sul primo anno di lavori sia stata approvata all’unanimità», spiega Fioroni. Effetto anche dell’uscita di scena dei due grandi partiti della Prima repubblica, uniti al tempo dalla linea della fermezza che bloccò ogni trattativa in grado di favorire il rilascio dell’ostaggio. Spunta ora anche l’inquietante presenza in via Fani di un uomo della ’ndrangheta (Antonio Nirta) confidente di uomini della Sicurezza, davanti alle insegne del bar Olivetti, il cui proprietario risultò al centro a sua volta di mille traffici e intrighi ad alto livello. «Non possiamo anticipare conclusioni - spiega Fioroni - ma certo ci sono tante incongruenze su cui si sarebbe dovuto indagare, e sin qui non era mai stato fatto».

Ma fra gli storici c’è chi resta molto cauto: «A 38 anni dalla morte di Moro non sono emersi documenti né testimonianze di persone coinvolte in questa vicenda, sia italiane sia straniere, che avallino l’ipotesi di una regia internazionale del sequestro», dice Agostino Giovagnoli, autore nel 2009 di un volume per Il Mulino, Il caso Moro, una tragedia repubblicana. «Sappiamo che ci sono state interferenze di segno opposto, da parte dei servizi segreti ungheresi, come anche da parte americana. Tentativi da parte di vari soggetti internazionali di "utilizzare" il caso Moro. Ma questo non porta a ritenere che nella genesi o nella gestione del sequestro ci sia stata una regia di cui i brigatisti siano stati meri esecutori».

Giovagnoli quindi, «pur senza dismettere la ricerca della verità, pronti ad accogliere nuovi elementi di conoscenza» ritiene poco credibile che «caduto il muro di Berlino, venute meno le divisioni ideologiche della Guerra Fredda e dopo l’enorme evoluzione subita dalla politica italiana, possano esserci ancora verità fondamentali non venute alla luce». In ogni caso, conclude, «è ora importante procedere verso una ricomposizione di questa grande frattura che ha attraversato la società italiana, ed è bene che questo cammino - che coinvolge vittime ed "ex" della lotta armata - non sia ostacolato da un accanimento su ipotesi tuttora prive di consistenza».

© riproduzione riservata

Da - http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/casa-moro-ferita-aperta.aspx
« Ultima modifica: Settembre 26, 2016, 05:11:30 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Settembre 26, 2016, 05:11:09 pm »

Aldo Moro e la ragion di Stato
Il centesimo anniversario della nascita di Moro ci offre l’occasione di una riflessione sul cammino della nostra democrazia

Il centesimo anniversario della nascita di Moro ci offre l’occasione di una riflessione sul cammino della nostra democrazia. Di Moro si potrebbero dire molte altre cose. Rimando, come ha fatto Francesco Cundari alla bellissima biografia di Guido Formigoni, uscita proprio in questi giorni (“Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma”, Bologna, 2016, Il Mulino), non potendo contare in questa sede su uno spazio adeguato.

Mi limito a riprendere alcuni giudizi espressi su di lui, su cui mi capita spesso di soffermarmi e discutere. Baget Bozzo lo definì “uomo dotato di troppa autorità e troppo poco potere”. Il rapporto tra potere e autorevolezza/autorità continua, come avviene da secoli, a interpellarci, seppur in altro modo, evidentemente ancora oggi. Italo Mancini, invece, lo descriverà come “il più pio e più laico tra i politici cristiani”.

Il senso dell’autonomia rispetto alla gerarchia ecclesiale al tempo della costituzione del primo centro sinistra all’inizio degli anni sessanta, è paragonabile a quella dimostrata da De Gasperi ai tempi “dell’operazione Sturzo” al comune di Roma. Ma Moro non si limita ad agire l’autonomia, la teorizza sul piano teologico ed ecclesiologico, con argomenti che sorprendentemente anticipano il testo della costituzione conciliare “Lumen gentium” di due anni dopo.

Franco Rodano e Gabriele De Rosa diranno, invece, in tempi diversi, della sua “dignità sapienziale”, dove la sapienzialità si riferiva a componenti di arte politica, di scienza, di esperienza, di vita religiosa. Ma mi preme, prima di finire, riprendere alcune polemiche che riguardano la sua morte, riprese da qualche uomo politico, testimone di quel tempo, anche in questi giorni. Chi lo ha ucciso?

Le Brigate Rosse, non c’è dubbio. Ma i mandanti, gli ideatori dell’attentato, i collaboranti, potevano essere anche altri, come i servizi di intelligence di paesi stranieri preoccupati della svolta politica che avrebbe portato prevedibilmente i comunisti al governo di un paese occidentale, vigente ancora Yalta? È possibile.

Ancora tutto non è stato disvelato in proposito (anche per responsabilità dei brigatisti che non hanno detta tutta la verità): auguriamoci che la Commissione d’inchiesta parlamentare possa pervenire a qualche risultato non ancora raggiunto, e che possano emergere elementi tali da consentire l’apertura di un nuovo processo.

Ma la domanda che non ha mai smesso di tormentare gli amici a lui più vicini è un’altra: Moro poteva essere salvato? Sergio Zavoli in più occasioni ha rivelato che, in uno dei 55 giorni della prigionia, trovandosi nello studio di Zaccagnini proprio nel momento in cui gli pervenne una durissima lettera da Moro, il segretario della Dc gli chiese di accompagnarlo subito da Craxi, senza preavviso.

La missione avvenne e, di fronte alla perentoria richiesta di Zaccagnini, “avete elementi per ritenere che si possa aprire una trattativa riservata e ottenere qualche risultato dalle Brigate Rosse?”, Craxi rispose “elementi concreti no”. Ma l’interrogativo resta, perché la richiesta dei terroristi – come sappiamo – era quella di aprire una trattativa formale e non riservata da parte dello Stato.

Al di là di tutte le osservazioni opposte in quei giorni, da parte di chi riteneva che lo Stato non potesse riconoscere ai terroristi il rango di interlocutori e chi riteneva che dopo tante vittime innocenti a partire dalle forze di sicurezza lo Stato non potesse venire a patti con gli assassini per salvare un uomo politico, resta la domanda: la vita di un uomo non vale più di ogni altra cosa, ragion di stato compresa?

A me pare che si possa rispondere che, in quel momento, in quelle circostanze, in quelle particolari condizioni della nostra democrazia, esposta a conseguenze e a rischi assai gravi, chi aveva la responsabilità di decidere ritenne di dover far prevalere il valore del diritto collettivo su quello soggettivo.

L’interrogativo struggente di quei giorni in cui insieme alla vita di Moro sembrava si dovesse decidere quella della repubblica, e in una certa misura così fu, resta ancora inalterato. Qual è il prezzo della vita, anche di una sola vita, e quale quello dello Stato, di uno Stato democratico ben s’intende? Qual è il confine fra il diritto soggettivo di una persona, un diritto “primario”, e quello di una comunità, in un certo senso un diritto successivo?

Sono domande che non possono trovare risposte in astratto, ma solo all’interno della virtù e della fatica di un preciso tempo storico. Dico la virtù di un tempo e di una situazione, perché se lo Stato fosse un regime dittatoriale o corrotto o privo di principi morali, non avrebbe alcun titolo per far prevalere il “suo” diritto.

Affrontare e rispondere a questi interrogativi che riguardano la modalità e la possibilità di conciliare il senso dello Stato con quello della vita, per Riccardo Misasi (destinatario di una lettera di Moro dalla prigionia) avrebbe dovuto essere compito di una seconda repubblica. La seconda repubblica è arrivata, purtroppo senza dare la risposta, anzi è sembrato aver smarrito la stessa domanda.

Eppure ancora oggi, di fronte alle sfide degli enormi processi migratori, abbiamo la sensazione di ritrovarci di fronte allo stesso angosciante dilemma, e possiamo compiacerci del fatto che – cambiato il contesto storico e non rischiando in questo caso la sopravvivenza dello Stato – il governo italiano abbia deciso di far prevalere, ahimè in virtuosa solitudine in Europa, il valore della vita.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/aldo-moro-e-la-ragion-di-stato/
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« Risposta #2 inserito:: Settembre 26, 2016, 05:13:33 pm »

Moro era un’avanguardia, per questo fu ucciso
‘La persona prima di tutto’ è l’input che caratterizza la sua vita e la sua morte

Sono nato a Terlizzi, provincia di Bari. Aldo Moro sin dal 1946, per otto legislature, è stato eletto nel collegio Bari-Foggia. Nonostante la giovane età l’ho incontrato decine e decine di volte, iniziando dalla prima, il 24 aprile 1963 che mi piace ricordare: si vota per le elezioni politiche il 28 aprile e Moro arriva a Terlizzi, contrariamente alle previsioni, poco prima di mezzanotte. Può parlare su un palco improvvisato, un piccolo tavolino, sotto il Municipio. Folla straboccante. Dinanzi al tavolino, un bambino di soli cinque anni lo ascolta insieme al padre. Il bambino si addormenta sui suoi piedi. Moro lo prende in braccio e continua a disegnare, con eloquio professorale, ma chiaro, l’Italia che intende realizzare nei prossimi anni, iniziando dalla scuola che ‘deve essere obbligatoria per tutti fino alla scuola media e deve basare la possibilità dello studio sul merito e non sul reddito’. Si rivolge al bambino chiamandolo per nome e facendo così, parla a tutti i bambini d’Italia. Il bambino, oggi invecchiato, si chiama Gero.

Il 10 settembre 1943 Aldo Moro, all’Università di Bari, tiene la sua prima lezione. È un giovane professore. Entra in aula, saluta e dice: ‘La persona prima di tutto’. È l’input che caratterizza la sua vita e la sua morte. Nella campagna elettorale del 1946 Moro, nelle assolate piazze di Puglia, si confronta con Giuseppe Di Vittorio, appassionato sindacalista della CGIL, e parla dei ‘diritti della persona’, di ‘diritto e morale’, di ‘unità e pluralità di reato’, di ‘Stato etico’. Conclude i comizi dicendo: ‘Ogni persona è un universo’.

Scrive la Gazzetta del Mezzogiorno: “I cafoni pugliesi non capiscono, ma applaudono il giovane professorino. Disegna un mondo più giusto, dove il figlio del bracciante deve avere la possibilità di andare a scuola e di diventare professore, non seguendo il mestiere del padre.” La campagna elettorale del 1946 segue il lungo periodo fascista, nel quale le persone non dovevano pensare. Mussolini aveva detto, rivolgendosi ad Antonio Gramsci e Sandro Pertini, rinchiusi nel carcere di Turi: ‘Spegnete quei cervelli’.

Moro parla del ruolo del mare Mediterraneo che non può essere quello delle navi da guerra e dei morti della seconda guerra mondiale.
‘Un mare sporco di sangue della migliore gioventù italiana’, dice Moro.

Frase attualissima, basta cambiare la nazionalità dei morti. Era un’avanguardia, per questo fu ucciso.


Da - http://www.unita.tv/opinioni/aldo-moro-e-la-puglia/
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« Risposta #3 inserito:: Settembre 29, 2016, 05:37:06 pm »

Aldo Moro e la ragion di Stato

Il centesimo anniversario della nascita di Moro ci offre l’occasione di una riflessione sul cammino della nostra democrazia

Il centesimo anniversario della nascita di Moro ci offre l’occasione di una riflessione sul cammino della nostra democrazia. Di Moro si potrebbero dire molte altre cose. Rimando, come ha fatto Francesco Cundari alla bellissima biografia di Guido Formigoni, uscita proprio in questi giorni (“Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma”, Bologna, 2016, Il Mulino), non potendo contare in questa sede su uno spazio adeguato.

Mi limito a riprendere alcuni giudizi espressi su di lui, su cui mi capita spesso di soffermarmi e discutere. Baget Bozzo lo definì “uomo dotato di troppa autorità e troppo poco potere”. Il rapporto tra potere e autorevolezza/autorità continua, come avviene da secoli, a interpellarci, seppur in altro modo, evidentemente ancora oggi. Italo Mancini, invece, lo descriverà come “il più pio e più laico tra i politici cristiani”.

Il senso dell’autonomia rispetto alla gerarchia ecclesiale al tempo della costituzione del primo centro sinistra all’inizio degli anni sessanta, è paragonabile a quella dimostrata da De Gasperi ai tempi “dell’operazione Sturzo” al comune di Roma. Ma Moro non si limita ad agire l’autonomia, la teorizza sul piano teologico ed ecclesiologico, con argomenti che sorprendentemente anticipano il testo della costituzione conciliare “Lumen gentium” di due anni dopo.

Franco Rodano e Gabriele De Rosa diranno, invece, in tempi diversi, della sua “dignità sapienziale”, dove la sapienzialità si riferiva a componenti di arte politica, di scienza, di esperienza, di vita religiosa. Ma mi preme, prima di finire, riprendere alcune polemiche che riguardano la sua morte, riprese da qualche uomo politico, testimone di quel tempo, anche in questi giorni. Chi lo ha ucciso?

Le Brigate Rosse, non c’è dubbio. Ma i mandanti, gli ideatori dell’attentato, i collaboranti, potevano essere anche altri, come i servizi di intelligence di paesi stranieri preoccupati della svolta politica che avrebbe portato prevedibilmente i comunisti al governo di un paese occidentale, vigente ancora Yalta? È possibile.

Ancora tutto non è stato disvelato in proposito (anche per responsabilità dei brigatisti che non hanno detta tutta la verità): auguriamoci che la Commissione d’inchiesta parlamentare possa pervenire a qualche risultato non ancora raggiunto, e che possano emergere elementi tali da consentire l’apertura di un nuovo processo.

Ma la domanda che non ha mai smesso di tormentare gli amici a lui più vicini è un’altra: Moro poteva essere salvato? Sergio Zavoli in più occasioni ha rivelato che, in uno dei 55 giorni della prigionia, trovandosi nello studio di Zaccagnini proprio nel momento in cui gli pervenne una durissima lettera da Moro, il segretario della Dc gli chiese di accompagnarlo subito da Craxi, senza preavviso.

La missione avvenne e, di fronte alla perentoria richiesta di Zaccagnini, “avete elementi per ritenere che si possa aprire una trattativa riservata e ottenere qualche risultato dalle Brigate Rosse?”, Craxi rispose “elementi concreti no”. Ma l’interrogativo resta, perché la richiesta dei terroristi – come sappiamo – era quella di aprire una trattativa formale e non riservata da parte dello Stato.

Al di là di tutte le osservazioni opposte in quei giorni, da parte di chi riteneva che lo Stato non potesse riconoscere ai terroristi il rango di interlocutori e chi riteneva che dopo tante vittime innocenti a partire dalle forze di sicurezza lo Stato non potesse venire a patti con gli assassini per salvare un uomo politico, resta la domanda: la vita di un uomo non vale più di ogni altra cosa, ragion di stato compresa?

A me pare che si possa rispondere che, in quel momento, in quelle circostanze, in quelle particolari condizioni della nostra democrazia, esposta a conseguenze e a rischi assai gravi, chi aveva la responsabilità di decidere ritenne di dover far prevalere il valore del diritto collettivo su quello soggettivo.

L’interrogativo struggente di quei giorni in cui insieme alla vita di Moro sembrava si dovesse decidere quella della repubblica, e in una certa misura così fu, resta ancora inalterato. Qual è il prezzo della vita, anche di una sola vita, e quale quello dello Stato, di uno Stato democratico ben s’intende? Qual è il confine fra il diritto soggettivo di una persona, un diritto “primario”, e quello di una comunità, in un certo senso un diritto successivo?

Sono domande che non possono trovare risposte in astratto, ma solo all’interno della virtù e della fatica di un preciso tempo storico. Dico la virtù di un tempo e di una situazione, perché se lo Stato fosse un regime dittatoriale o corrotto o privo di principi morali, non avrebbe alcun titolo per far prevalere il “suo” diritto.

Affrontare e rispondere a questi interrogativi che riguardano la modalità e la possibilità di conciliare il senso dello Stato con quello della vita, per Riccardo Misasi (destinatario di una lettera di Moro dalla prigionia) avrebbe dovuto essere compito di una seconda repubblica. La seconda repubblica è arrivata, purtroppo senza dare la risposta, anzi è sembrato aver smarrito la stessa domanda.

Eppure ancora oggi, di fronte alle sfide degli enormi processi migratori, abbiamo la sensazione di ritrovarci di fronte allo stesso angosciante dilemma, e possiamo compiacerci del fatto che – cambiato il contesto storico e non rischiando in questo caso la sopravvivenza dello Stato – il governo italiano abbia deciso di far prevalere, ahimè in virtuosa solitudine in Europa, il valore della vita.

Da - http://www.unita.tv/opinioni/aldo-moro-e-la-ragion-di-stato/
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