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Autore Discussione: UGO MAGRI  (Letto 77202 volte)
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« Risposta #390 inserito:: Dicembre 23, 2017, 08:55:06 pm »

Camere sciolte tra una settimana, Renzi correrà per fare il senatore

Ultime fibrillazioni in vista delle urne. Lo Ius soli in aula ma sul binario morto.

Gentiloni e i suoi ministri hanno già scelto le regioni dove scendere in campo Renzi, collegio uninominale di Firenze centro al Senato, capolista nel proporzionale in Campania e Lombardia

Pubblicato il 23/12/2017
Ultima modifica il 23/12/2017 alle ore 07:24
Carlo Bertini, Ugo Magri
Roma

Ultime convulsioni di una legislatura sfortunata. Oggi il Senato metterà il timbro sulla legge di bilancio che garantisce ossigeno all’Italia per i prossimi dodici mesi. Dopodiché dovrebbe occuparsi di Ius soli, già in calendario, ma senza che il dibattito possa entrare nel vivo e prolungarsi oltre Natale. Pendono 50 mila emendamenti e manca una maggioranza, dunque insistere sarebbe accanimento. Ci si attende che da un giorno all’altro venga restituita la parola al popolo sovrano. E come sempre accade, quando si avvicina il giorno del giudizio, nei palazzi è tutto un accavallarsi di nervosismi e fibrillazioni. Sono circolate voci di conflitti istituzionali, gossip rilanciati dal sito «Dagospia», che farebbero intravvedere un braccio di ferro tra Pd e Colle sulla data delle urne e, prima ancora, sullo scioglimento delle Camere. La Commissione parlamentare sulle banche è virtualmente conclusa, chi ha avuto ha avuto, ma sui protagonisti della battaglia aleggia il timore di ulteriori strascichi velenosi (tutti gli atti acquisiti a San Macuto sono stati doverosamente trasmessi dal presidente Pier Ferdinando Casini alla magistratura). Logico che qualcuno si interroghi se la data del 4 marzo per tornare al voto non sia troppo in là e convenga bruciare le tappe.

Sintonia Colle-Pd 
Al momento, tuttavia, non si prevedono anticipi. Nessuno si fa avanti per chiederli, nemmeno il Pd. Per cui resta immodificato il timing nella formula, cara al presidente della Repubblica e al capo del governo, di un epilogo ordinato della legislatura. Mattarella e Gentiloni, fino a ieri, non avevano definito i dettagli di questo “cronoprogramma”; tuttavia ai piani più alti si dà per scontato che il decreto presidenziale di scioglimento sarà firmato tra giovedì e venerdì prossimi: subito dopo la conferenza con cui il premier traccerà un bilancio del lavoro fatto. Ma a decidere la data del voto sarà principalmente il governo, e la collocherà nell’ambito della “finestra” indicata dalla legge, cioè tra i 45 e i 70 giorni successivi. Gli uomini di Renzi assicurano che la sintonia istituzionale è massima, «si voterà il 4 marzo e a noi sta bene così». Dello stesso tenore la risposta che si riceve a Palazzo Chigi. Il cui inquilino si sta già preparando alla battaglia e ha concordato con Renzi dove si candiderà per dare il massimo contributo alla causa” Dem”.

Tutti i «big» in prima linea 
Gentiloni sarà in lizza nel collegio Roma-1 per la quota maggioritaria e guiderà la lista proporzionale in Piemonte e in Puglia. La vera sorpresa sta maturando nella “war room” del leader Pd: Matteo Renzi vuole diventare senatore, un po’ paradossalmente dopo avere ingaggiato (e perduto) la battaglia costituzionale per trasformare Palazzo Madama nel Senato delle autonomie. Dovrebbe scendere in pista nel collegio uninominale di Firenze-Centro al Senato. Sarà pure capolista al proporzionale in Campania e in Lombardia. In queste ore, tutti gli altri “big” del governo si stanno prenotando le caselle e Matteo li lascia liberi di scegliere. Marco Minniti, ministro dell’Interno, sarà nel collegio di Reggio Calabria e capolista in Veneto, dove la sua politica sull’immigrazione può contrastare la propaganda leghista. Graziano Delrio, titolare delle Infrastrutture, correrà in patria a Reggio Emilia o a Bolzano e nel proporzionale in Sardegna. Dario Franceschini avrà il collegio nella sua Ferrara e piloterà il “listino” in Basilicata sull’onda di Matera capitale della Cultura. Il capo della minoranza e Guardasigilli, Andrea Orlando, sarà nel collegio di La Spezia e capolista in Calabria, quale paladino della legalità.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/23/italia/politica/camere-sciolte-tra-una-settimana-renzi-correr-per-fare-il-senatore-Chq7zmqkh6XVCMfiusmDyN/pagina.html
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« Risposta #391 inserito:: Gennaio 19, 2018, 11:56:40 am »

Per Silvio l’ostacolo sovranista

Pubblicato il 18/01/2018

UGO MAGRI

Sì, sì ma, ni, anzi no. Tradotto nel gergo parlamentare: voto favorevole, favorevole con riserva, astensione, contrario. L’intero kamasutra delle posizioni possibili è stato esibito ieri dal centrodestra sulla missione italiana in Niger. È in gioco la stabilità di un’area dove attingono i nuovi mercanti di schiavi; inviare i soldati, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo, fa soprattutto gli interessi nazionali nostri. Per cui il governo si sarebbe atteso un corale appoggio dalla coalizione che più forte denuncia i rischi degli sbarchi fuori controllo e, politicamente, ne cavalca la paura. 

Questo sostegno è arrivato da Forza Italia che, per sua consuetudine, sempre vota bipartisan quando è in gioco la sicurezza nazionale. Nonostante i molti dubbi, così si sono regolati pure i Fratelli d’Italia. Ma la Lega, che sette giorni fa col suo leader Salvini si dichiarava pronta a sostenere missioni perfino in Islanda, se fosse servito a bloccare l’immigrazione, ha preferito astenersi alla Camera. Si è giustificata con certi magheggi francesi sull’uranio africano, per cui noi diventeremmo una specie di Légion étrangère al soldo di Parigi: stessa ragione addotta da chi, perfino tra i centristi, si è dichiarato contrario. 

I 470 soldati partiranno ugualmente. Sul terreno che più conta, della lotta ai trafficanti di poveri esseri, l’astensione padana peserà zero. Ma se si guarda avanti, a ciò che possiamo attenderci dalla coalizione in testa nei sondaggi, secondo Euromedia addirittura molto vicina alla soglia del 40-42 per cento che garantirebbe la maggioranza assoluta, viene da chiedersi chi reggerebbe un domani il timone e con quale capacità di farsi rispettare. Di sicuro se lo domandano da ieri sera nelle cancellerie europee, dove la prospettiva di un centrodestra forse vincente, ma disunito sulle cose vere e serie, suscita ovvia apprensione. Se Berlusconi e i suoi alleati riescono nel capolavoro di dividersi sulla missione in Niger, cosa potrebbe accadere il giorno che l’Italia dovesse scegliere (speriamo mai) tra l’Unione e i suoi tanti nemici a Est come a Ovest? Il Cav è politicamente rinato proponendosi quale «rassicuratore». Con la sua esperienza, vuole garantire continuità nelle scelte euro-atlantiche e negli impegni assunti coi nostri partner. Tutte le volte, frequenti, che i «sovranisti» passano il segno lui minimizza: loro non contano, comanderò io. Fin qui è stato preso in parola e talvolta perfino riabilitato da chi lo considerava il diavolo. Ma le piroette di Salvini sulle missioni all’estero riportano coi piedi per terra, inducono a dubitare sulle doti salvifiche di Berlusconi. E c’è dell’altro.

Nonostante due paginette di spartito comune, infarcite di obiettivi condivisi perché generici quanto potrebbe essere «viva la mamma», l’esuberanza della destra-destra produce cacofonia. Sulle pensioni. Sui vaccini. Perfino sui concetti elementari come uguaglianza e razzismo. Si vede che manca il direttore d’orchestra. Oppure (cambia poco) chi impugna la bacchetta non riesca a farsi rispettare. A volte Salvini e Meloni suonano fuori tempo apposta per fargli saltare i nervi. In altri casi sfidano Berlusconi con la certezza totale di farla franca. Il negoziato sulle liste di centrodestra è la prova generale di un’alleanza che gli elettori condanneranno, forse, a governare; però divisa al suo interno, ansiosa di riprendersi il potere e già feroce nella spartizione del bottino. Pur di creare armonia, l’ex premier aveva dato in pasto la Lombardia alla Lega, quasi senza colpo ferire, accettando un candidato governatore come Attilio Fontana che non lo convinceva nemmeno dopo aver rasato la barba. In cambio, Silvio si aspettava di scegliere lui chi candidare nel Lazio, e sperava di fare largo nei collegi alla «quarta gamba» moderata, arma segreta della potenziale vittoria. Ma è di queste ore che Noi con l’Italia viene massacrata dai veti, i suoi esponenti trattati da accattoni. E nel Lazio la Lega sobilla il sindaco di Amatrice Pirozzi, a capo della sua lista di «scarponi», in uno strano gioco a perdere che favorisce il governatore uscente Pd, Zingaretti. Così Berlusconi, per essere generoso con gli alleati, rischia la parte di Babbo Natale, fuori tempo massimo.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/18/cultura/opinioni/editoriali/per-silvio-lostacolo-sovranista-V4yQklDkgYUHVx4OQvPw8H/pagina.html
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« Risposta #392 inserito:: Gennaio 27, 2018, 10:06:55 am »

Mattarella, monito ai politici: “No al mito del fascismo buono”
Avviso contro l’odio: «Sorprende che ancora adesso qualcuno parli di meriti»
Verso gli ebrei l’Italia è colpevole, spiega Mattarella. Anche contro «gitani, omosessuali, testimoni di Geova, disabili»: con le leggi razziali «un crimine turpe»

Pubblicato il 26/01/2018

Ugo Magri
Roma

Verso gli ebrei l’Italia è colpevole. Anche contro «gitani, omosessuali, testimoni di Geova, disabili»: 80 anni fa, con le leggi razziali, fu commesso nei loro confronti «un crimine turpe». E sebbene la vergogna ricada sul fascismo, tutti noi «abbiamo il dovere di riconoscere quanto di terribile e disumano» fu fatto allora. Sergio Mattarella non chiede formalmente «perdono» alla comunità ebraica perché la Repubblica, che egli rappresenta, è nata proprio in contrapposizione a quegli orrori (basta leggere l’articolo 3 della Costituzione). Ma il discorso presidenziale marca comunque una responsabilità collettiva. Taglia netto con lo stereotipo auto-assolutorio degli italiani sempre brava gente. Ci fu, riconosce Mattarella, la «complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati, cittadini asserviti». In troppi tacquero, restarono indifferenti. Non si può dimenticare né nascondere quanto accadde, con la nostra storia dobbiamo «fare i conti». Un’ammissione così esplicita mai si era udita finora sul Colle.

Basta banalità 
Mattarella è un uomo politico moderato che però, se vede in gioco i valori, diventa intrattabile. Nei ricordi di famiglia, mai messi in pubblico, c’è il padre che nel 1938 passò i guai a Palermo proprio per aver condannato le leggi razziste sul giornale diocesano. Contestarle era dovere. Chi ora minimizza o prova a giustificare merita disapprovazione. Difatti il passaggio più intenso del discorso pronunciato al Quirinale nel Giorno della Memoria, con tutte le massime cariche pubbliche sedute dinanzi, tra queste la neo senatrice a vita Liliana Segre sopravvissuta ad Auschwitz, picchia duro su chi banalizza. «Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il fascismo ebbe alcuni meriti ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione», secondo il Capo dello Stato, «gravemente sbagliata e inaccettabile». Ovvio che il pensiero corra a quanti, tra i leader in circolazione, si sono travestiti da storici. Ne vengono in mente un paio che in piena campagna elettorale Mattarella, ovviamente, non cita. Un mese fa Berlusconi aveva negato al Duce la qualifica di dittatore, lo era fino lì. E Salvini non risulta si sia mai pentito di quanto disse: «Prima delle leggi razziali, per vent’anni Mussolini, aveva fatto tante cose buone, la previdenza sociale l’ha portata lui mica i marziani». Errore, reagisce Mattarella a questi discorsi che ogni tot rispuntano: «Razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi, ma diretta e inevitabile conseguenza» di un certo modo di pensare. La sua condanna è a 360 gradi.

Anticorpi in azione 
I «focolai di razzismo e di antisemitismo» sono tuttora presenti e non vanno sottovalutati. Però Mattarella, al quale non è sfuggito l’allarme lanciato domenica dal rabbino Riccardo Di Segni, è fiducioso: certi fenomeni «non vanno accreditati di un peso maggiore di quel che hanno. Il nostro Paese e l’Unione europea hanno oggi gli anticorpi necessari». 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/26/italia/cronache/mattarella-monito-ai-politici-no-al-mito-del-fascismo-buono-A6aMWB1PLcwmXFeJAYknuJ/pagina.html
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« Risposta #393 inserito:: Febbraio 09, 2018, 10:36:53 am »

Gentiloni duella con Erdogan sui diritti civili e curdi: “Così indebolisci la lotta all'Isis”

Distanze sulla Siria anche nel colloquio con Mattarella

Pubblicato il 06/02/2018

UGO MAGRI
ROMA

Leader duro e spigoloso, Recep Tyyip Erdogan non è venuto a conquistare l’Italia con lo charme. Nei suoi colloqui romani ha scelto la strada della schiettezza e, va detto, è stato ricambiato con altrettanta sincerità. Non per nulla, il colloquio avuto durante la colazione al Quirinale viene descritto come «franco e rispettoso», che nel linguaggio di tutti i giorni significa: il presidente turco e Sergio Mattarella hanno manifestato opinioni diverse tanto sulla Siria quanto sui diritti umani. L’accoglienza con tutti gli onori non ha impedito di rimarcarlo. Stessa cosa a Palazzo Chigi, nel successivo incontro con Paolo Gentiloni, molto incalzante quando si è passato a parlare dell’offensiva militare turca contro i villaggi curdi in Siria. 

Sull’altro piatto della bilancia, era nostro interesse cercare una sponda nello scacchiere libico, dove l’instabilità fa il gioco degli scafisti. Erdogan è tra i principali attori di quell’area, per cui nel giro diplomatico pare strano che certi sdegni contro la visita siano stati manifestati proprio da chi, per esempio Matteo Salvini, vorrebbe fermare gli sbarchi. L’ospite turco sostiene la mediazione Onu, punta all’accordo tra le fazioni, si augura che in Libia venga adottata una carta costituzionale. È stato possibile accertare, insomma, che condivide la posizione italiana, e ai piani altissimi ciò viene considerato molto positivo. Si aggiunga che con Ankara abbiamo grandi business, specie nel settore della difesa, e per moltiplicare in futuro i 20 miliardi di interscambio commerciale ieri sera il presidente turco ha incontrato a cena la créme della nostra imprenditoria, guidata dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Contrariamente ai programmi della vigilia, nessuna rimpatriata con Silvio Berlusconi, che da premier andò apposta a Istanbul per fare da testimone di nozze al figlio del Sultano.

Erdogan è infuriato con gli americani. Non perdona all’ex presidente Barak Obama di avergli garantito una zona di sicurezza tra Turchia e Siria, senza mai darvi seguito. Parimenti è deluso da Donald Trump che, se non altro, evita di fare promesse non mantenute. Considera tutti i curdi alla stregua di terroristi e rivendica il diritto di colpirli come sta facendo con ferocia in questi giorni. Mattarella e Gentiloni gli hanno fatto entrambi notare che un conto è il Pkk, organizzazione dedita al terrorismo, altra cosa il Ypg, la milizia curda che si batte in Siria contro il regime di Assad. Nel faccia a faccia con Gentiloni, il leader turco si è sentito apostrofare così: «La vostra offensiva contro Afrin e i curdi rischia di danneggiare la lotta all’Isis». Il presidente della Repubblica ha ribadito con cortesia ma senza sconti la posizione europea, da cui l’Italia non si discosta di un millimetro: le operazioni di polizia al confine non possono degenerare nei bombardamenti in corso sui civili. Fonti bene informate raccontano che a quel punto Erdogan è scattato polemico: «L’Europa si preoccupa dei curdi e mai dei nostri morti».

Distanza inevitabile pure sui diritti umani calpestati dopo il tentato golpe di un anno e mezzo fa: il presidente turco è stra-convinto che dietro ci fosse la regia del predicatore Fethullah Gülen e, soprattutto, che la minaccia sia ancora viva. Per questo non intende allentare la repressione sul dissenso. Ma nello stesso tempo preme per essere ammesso nell’Unione europea, richiesta incompatibile con la morsa sugli oppositori (ne avevano scritto nei giorni scorsi a Mattarella l’Anm, le Camere penali e la Fnsi). Gentiloni ha fatto intendere che scarcerare subito i giornalisti e i rappresentanti delle Ong sarebbe di buon auspicio in vista del vertice tra Turchia e Ue in calendario a marzo, che viceversa partirebbe in salita.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/02/06/esteri/gentiloni-duella-con-erdogan-sui-diritti-civili-e-curdi-cos-indebolisci-la-lotta-allisis-qRRNIYoYkWMScm5UzKQT2K/pagina.html
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« Risposta #394 inserito:: Febbraio 16, 2018, 05:29:26 pm »

Vittoria del centrodestra o pareggio: sarà una battaglia all’ultimo voto

La fotografia di Piepoli prima del black out sui sondaggi: Pd in lieve calo, la rimborsopoli grillina non penalizza il M5S

Il sondaggista: Nicola Piepoli curerà gli exit poll per la Rai la notte del 4 marzo

Pubblicato il 16/02/2018
UGO MAGRI

L’ultima istantanea dell’Istituto Piepoli, che precede il black out sui sondaggi, è quasi identica a quella di sette giorni fa. Cambiano solo un paio di zero virgola: come se certi fatti, dal delitto orrendo di Macerata alla «rimborsopoli» grillina, fossero scivolati via senza lasciare traccia. Di sicuro non ne ha profittato il leader della Lega Matteo Salvini, che molti davano in forte crescita; dal suo punto di vista, questi orientamenti di voto rappresentano una delusione, mentre proveranno sollievo i Cinquestelle rimasti aggrappati al loro 27 per cento.

Percentuali stabili 
Ma pure tornando indietro di due mesi, la «scoperta» è che già allora le percentuali dei tre schieramenti erano grosso modo le stesse. Il calo Pd e l’avanzata berlusconiana (con conseguente sorpasso di Forza Italia sulla Lega) risalgono a prima di Natale. Dopodiché nessuno ha avuto più un guizzo, uno scatto, un colpo d’ala. Può significare che la gente si è fatta un’idea, e da quella ormai non si schioda tanto facilmente; oppure che i leader hanno sparato con troppo anticipo le rispettive cartucce, col risultato di trovarsi adesso a corto di munizioni.

Le ultime cartucce 
Sia come sia, gli ultimi fatti di cronaca non hanno spostato i consensi e da molte settimane nemmeno la propaganda riesce a ottenere grandi risultati. Per cui viene da chiedersi se davvero, nei 16 giorni di qui al voto, potranno verificarsi eventi tali da sconvolgere le previsioni. Qualche volta in passato è successo, per esempio alle Europee del 2014 la vittoria Pd fu travolgente e inattesa, ma di regola non funziona così. Allo stesso modo, nessuno può escludere che proprio alla vigilia del 4 marzo Renzi, Berlusconi o Di Maio estraggano dal cilindro qualche coniglio, tipo Mago Forest. Però non è detto che l’Italia abbocchi; per essere efficace dovrà trattarsi di una proposta originale e per giunta credibile, due qualità molto rare, figuriamoci insieme.

Gli schieramenti 
Al momento, dunque, il centrodestra rimane davanti. Ha un margine di quasi otto punti sull’alleanza che fa saldamente capo al Pd, e di dieci su M5S. Nel grosso dei collegi uninominali, pari a circa un terzo del totale, Berlusconi Salvini e Meloni partono favoriti, specialmente al Nord. Però nessuno può pronosticare con certezza se i tre litigiosi alleati conquisteranno la maggioranza assoluta dei seggi che permetterebbe loro di governare.

Il testa a testa finale 
Sono in largo vantaggio, si proclamano vicini alla meta, eppure gli ultimi metri sono di solito i più difficili. Le percentuali dell’Istituto Piepoli inducono alla massima prudenza. L’unica vera certezza, evidente nel sondaggio, è che pochi elettori potranno fare la differenza. Col risultato in bilico tra centrodestra e «pareggio», andare alle urne non sarà fatica sprecata. Ogni singolo voto conterà.

---

Il sondaggio qui presentato è stato eseguito dall’Istituto Piepoli per il quotidiano 
La Stampa con metodologia mista Cati-Cawi, su un campione di 500 casi rappresentativo e segmentato della popolazione italiana (maschi e femmine dai 18 anni in su). Il documento della ricerca è pubblicato sul sito www.agcom.it e/o www.sondaggipoliticoelettorali.it 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/02/16/italia/politica/vittoria-del-centrodestra-o-pareggio-sar-una-battaglia-allultimo-voto-92z48vuwALbpBEHuKVzh5I/pagina.html
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« Risposta #395 inserito:: Febbraio 18, 2018, 05:49:31 pm »

E Berlusconi apre al Pd: “Ma il premier sia dei nostri”
L’ex Cavaliere: «Anche Salvini nella coalizione»

Pubblicato il 17/02/2018 - Ultima modifica il 17/02/2018 alle ore 12:00

UGO MAGRI
ROMA

Tra i capi del centrodestra, «pareggio» è una parolaccia. Considerano il trionfo tuttora alla portata, e i berlusconiani addirittura si guardano già in cagnesco per la futura spartizione delle cadreghe. Fino al 4 marzo le tenteranno tutte per vincere, del resto chiunque al posto loro ci proverebbe. Poi, quel che sarà, sarà. Interpellato su possibili «piani B», il Cav ha svicolato come solo lui sa fare. Garantendo che senza maggioranze torneremmo alle urne, dunque pazienza se nel frattempo Gentiloni si trattenesse a Palazzo Chigi per qualche mese in più. In realtà l’ex premier sa benissimo (Gianni Letta è lì apposta) che il Colle non considera affatto l’ipotesi di rivotare. Rischieremmo un esito in fotocopia. Tra l’altro, nuove elezioni quando? A Ferragosto? Oppure in autunno, con la legge Finanziaria da fare? Non se ne parla. Nell’ottica del Quirinale, i partiti dovranno assumersi le loro responsabilità davanti al paese.

E allora, tra la destra qualche riflessione sul «dopo» si sta facendo. Ad esempio, nessuno pensa seriamente che si possa sciogliere l’alleanza. L’ipotesi di Salvini coi Cinquestelle è giudicata fantasiosa dagli stessi forzisti; idem tra i salviniani che Berlusconi si precipiti nelle braccia di Renzi. Forza Italia e Lega resteranno insieme anche in caso di larghe intese: su questo c’è largo consenso nel centrodestra. Non per amore ma per calcolo di convenienza. Solo uniti, i rispettivi leader potranno contare qualcosa. Nel peggiore dei casi varranno insieme 280 seggi alla Camera, 140 al Senato. Divisi, sarebbero sovrastati dal Pd o (nel caso della Lega) dai Cinquestelle. 

Berlusconi: “Ho la bacchetta magica, non sono la Fata turchina ma mago Silvio”
Ciò reca con sé due corollari. Il primo: Berlusconi non accetterebbe alcun veto Pd su Salvini e Meloni. Qualora Matteo restasse fuori dai giochi, avrebbe campo libero per scatenare la concorrenza a destra. Giorgia idem. Forza Italia verrebbe massacrata proprio come ai tempi del governo Monti, un’esperienza che chi la visse oggi dice: «Mai più». Se responsabilità nazionale dovrà essere, all’appello presidenziale tutti dovranno rispondere «presente». Compresi se possibile i Cinquestelle e, per forza, la Lega. Tra gli strateghi più ascoltati ad Arcore, Renato Brunetta la mette così: «Un’intesa “larga” non basterebbe, ci vorrebbe “larghissima”. Dovrebbe essere davvero una “Grosse koalition”», da fare invidia a quella tedesca.

L’altro corollario è che, perfino se la vittoria dovesse sfuggire, Berlusconi e Salvini uniti sarebbero comunque il raggruppamento maggiore. Sosterrebbero un governo solo a patto di dare le carte, incominciando dal premier. Via perciò Gentiloni, espressione di Renzi, che tra l’altro fa campagna per il Pd. E veto totale su personalità come Carlo Calenda, stimate da Berlusconi ma del tutto indigeste a Salvini. Per nascere, l’ipotetica «larghissima intesa» dovrebbe avere una guida spostata a destra. «In caso contrario», prevede Brunetta, «la “Grosse koalition” non vedrebbe mai la luce.

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« Risposta #396 inserito:: Febbraio 25, 2018, 11:07:09 am »

Il piano di Mattarella, evitare di tornare subito alle urne
Incarico non al primo partito, ma chi ha più chance

Pubblicato il 21/02/2018

UGO MAGRI
ROMA

Il piano d’azione è tutto scritto, quasi nei dettagli. Qualunque risultato emergerà dalle urne, sul Colle sanno già come regolarsi: ecco perché, a 12 giorni dal voto, lassù si respira aria tranquilla. Ma non c’è nulla di «top secret» nelle intenzioni presidenziali. Per scoprirle in anticipo è sufficiente un buon manuale di diritto costituzionale, a scelta tra i tanti che circolavano nella Prima Repubblica. 

Per un quarto di secolo sono rimasti a impolverarsi negli scaffali perché non servivano più, si disse, dopo l’avvento del sistema maggioritario. Ma adesso, col Rosatellum per due terzi proporzionale, si ritorna alle origini, quando la nascita dei governi veniva scandita da regole che agli attori attuali forse sfuggono. Sergio Mattarella ne possiede il know-how, un po’ perché appartiene a un’altra generazione e poi, se non bastasse l’anagrafe, in quanto prof di diritto parlamentare. Insomma, dal 5 marzo si muoverà lungo i binari della prassi codificata nell’arco di 50 anni, in modo trasparente e soprattutto prevedibile. 

Se vince la destra 
Esempio numero uno: il centrodestra conquisterà la maggioranza, tanto alla Camera quanto al Senato? L’incarico di governo non potrà che andare a un personaggio di quel mondo. Saranno i partiti a suggerirne il nome. Qualora indicassero Antonio Tajani, presidente del Parlamento Ue, Mattarella potrebbe forse far notare che all’Italia non conviene perdere quella poltrona. Tuttavia certo non si metterebbe di traverso. Sbaglia invece Berlusconi a ripetere che, come ministro dell’Interno, vorrebbe Matteo Salvini. Senza accorgersene, il Cav invade le prerogative quirinalizie, come vengono definite all’articolo 92 della Costituzione: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri». In altre parole, Mattarella dovrà dare l’okay. Ma dopo le uscite di Salvini sui migranti, che definire sopra le righe è poco, qualche frequentatore del Quirinale si domanda se la poltrona del Viminale sarebbe la più adatta per un leader così divisivo e, dunque, il Capo dello Stato ci metterebbe la firma. Di sicuro, sui nomi dirà la sua.

Nell’ipotesi di pareggio 
Caso numero due: nessuno vince le elezioni. Anche qui, soccorrono le regole antiche. Dove conta poco se arrivi primo, importa semmai se riesci a mettere insieme una maggioranza. L’incarico viene dato a chi ha chance di farcela. Fino a un paio di mesi fa, questa sfumatura non era ben colta dai grillini, i quali ripetevano: «Se saremo il partito più votato, Mattarella dovrà darci l’incarico». Poi d’improvviso la svolta: Luigi Di Maio ha preso atto che non funziona così, cambiando registro. A fare chiarezza sono stati, pare, ambasciatori parecchio schivi, che non lo ammetterebbero mai. Di sicuro, i canali di comunicazione tra Quirinale e Cinquestelle sono numerosi e attivi. Il presidente non vuole tagliare fuori nessuno, chi ha buona volontà deve poter dare una mano. È un po’ il senso della «pagina bianca» di cui aveva parlato la sera di San Silvestro.

Nel vicolo cieco 
E se non si trovasse una via d’uscita? Prima di sciogliere le Camere una seconda volta, Mattarella metterebbe in campo tutta la pazienza necessaria. Lascerebbe svelenire il clima dalle tossine della campagna elettorale o, se l’immagine non convince, darebbe tempo di posarsi alla polvere sollevata in battaglia. Le larghe intese, qualora si realizzassero, sarebbero frutto di lunghe attese. Ai tempi di Aldo Moro si parlava, non a caso, di «decantazione». Il Capo dello Stato le proverebbe tutte, tentativi su tentativi. E perfino i fallimenti sarebbero di aiuto: farebbero capire che non ci sono alternative a un compromesso serio. Poco per volta i protagonisti dovrebbero prenderne atto. Ecco spiegato il clima, nonostante tutto, speranzoso; ed ecco come mai Gentiloni, per quanto Mattarella lo apprezzi, difficilmente resterà a Palazzo Chigi. Senza il sostegno del Parlamento non potrebbe tirare avanti, e chi lo va dicendo rilegga il Mortati. Ma se i partiti trovassero un accordo, figurarsi se centrodestra e M5S accetterebbero un premier targato Pd. Chiederebbero di iniziare una storia nuova.

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« Risposta #397 inserito:: Marzo 05, 2018, 12:11:39 am »

SERGIO MATTARELLA 

Porte aperte a chiunque darà una mano, il metodo inclusivo per evitare il caos 

(Di Ugo Magri) 

La speranza, ovvia, del presidente è di non essere protagonista. Dipenderà non da lui ma dagli elettori: se sceglieranno con chiarezza, conferire l’incarico di governo diventerà quasi una formalità. Come massimo, il Quirinale sarà chiamato a vigilare sulla scelta dei ministri, ma non sembra impresa da far tremare i polsi. Altra cosa sarebbe invece se dalle urne non emergesse una maggioranza. In quel caso, suo malgrado, Sergio Mattarella dovrebbe assumere la regia della crisi e sulla sua persona si appunterebbero enormi responsabilità. Ancora non si conoscono i risultati, eppure già c’è un’attesa perfino un po’ malata delle mosse e, addirittura, delle acrobazie che il Capo dello Stato sarebbe costretto a compiere per evitare il caos. Si dà per scontato che i partiti non riuscirebbero a mettersi d’accordo, e forse nemmeno ci proverebbero, cosicché l’ultima salvezza andrebbe cercata nei super-poteri presidenziali. In caso di stallo, ecco l’aspettativa, Mattarella dovrebbe imporre una soluzione, proprio come fece Giorgio Napolitano dall’alto della sua autorità.

Purtroppo non funziona così. I super-poteri esistono soltanto nel mondo dei fumetti. Lo stesso Napolitano si mantenne sempre nell’ambito delle regole: mai avrebbe potuto designare Mario Monti senza il via libera preventivo, e poi anche in Parlamento, di chi oggi da destra gli rimprovera addirittura un golpe. Ci vollero 127 giorni, oltre quattro mesi in «stand-by», prima che Pd e Forza Italia trovassero un accordo sul governo Letta: nemmeno in quel caso vi furono forzature, solo tanta intraprendenza del Colle. Chi si attende che Mattarella possa spingersi oltre quei confini, e mettere in pratica ciò che nessun predecessore aveva mai osato pensare, mostra di non conoscere il successore di Napolitano. Il campo da gioco è quello tracciato dalla Costituzione, l’arbitro vorrà essere il primo a rispettarlo. Poi è chiaro che, come ogni figura arbitrale, pure Mattarella ci metterà del suo.

Un paio di novità si colgono fin d’ora. Anzitutto, lo sforzo presidenziale di spiegare che «compromesso» non è una parola oscena, anzi stipulare accordi è nella logica sana del sistema. Se nessuno vince, venire a patti resta l’unica via d’uscita. È chiaro che, dopo una campagna elettorale in cui tutti hanno promesso di non «inciuciare» con gli avversari, difficilmente vedremo i partiti subito a braccetto. Serviranno tempo e pazienza. Magari si renderanno necessari svariati tentativi, anche solo per constatarne il «fiasco» e riportare certi protagonisti con i piedi per terra. L’aspetto positivo, colto da qualche frequentatore del Colle, è che nessun leader muore dalla voglia di andare all’opposizione. Tutti sono animati, semmai, dalla smania di governare. E questa voglia collettiva di mettersi alla prova viene colta lassù come un segnale, incoraggiante, di potenziale disponibilità. Mattarella (ecco l’altro elemento nuovo) non mette alla porta nessuno. Se Luigi Di Maio è stato ricevuto al Quirinale, nella persona del segretario generale Ugo Zampetti, va proprio nel senso dell’inclusione. Il messaggio è chiaro: chiunque volesse dare una mano, verrebbe bene accolto. Il bipolarismo appartiene al passato, e la nuova sfida consiste nel far funzionare la democrazia tripolare, a Costituzione invariata. Come? Rendendo tutti partecipi, Cinquestelle compresi. 

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« Risposta #398 inserito:: Marzo 29, 2018, 06:18:05 pm »

Nessun incarico a perdere. Il Colle si prepara allo stallo, possibili consultazioni bis
Mattarella chiederà ai leader di giocare a carte scoperte
La cerimonia di riconsegna della bandiera, da atleti delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali, a Sergio Mattarella

Pubblicato il 28/03/2018

UGO MAGRI
ROMA

Se si prosegue tra puntigli e veti, con Di Maio che ripete «sarò io premier oppure nessuno» e Salvini gli ribatte «ok, allora nessuno», con il primo che non vuole ritrovarsi insieme a Berlusconi e l’altro che viceversa se lo porta dietro, se insomma continuerà questo stallo tra i protagonisti, e nemmeno l’incontro previsto per la prossima settimana registrerà significativi passi avanti, a quale dei due darà l’incarico il presidente della Repubblica? Chi rivolge questa domanda al Quirinale è quasi certo di sentirsi ripetere la stessa formula adottata ormai dal 4 marzo: «Avete sbagliato indirizzo, il Capo dello Stato è come un notaio, lui può solo prendere atto, i veri attori sono i partiti, è a loro che tocca scoprire le carte, e prima lo faranno più presto il paese avrà il suo governo». In altre parole, sul Colle allargano le braccia invitando a portare pazienza. Del resto, c’è chi nota lassù, non si può pretendere da nuovi leader di movimenti cresciuti in fretta che trovino al volo la quadra in un contesto del tutto inedito, scaturito da un sistema elettorale collaudato per la prima volta. Nella cosiddetta Prima Repubblica certe svolte maturavano nell’arco di anni, si abbia dunque un po’ di pietà.

Dopodiché, tra i frequentatori più assidui del Quirinale, circola la seguente convinzione: continuando all’infinito con le «schermaglie tattiche» (come le definisce Salvini) Sergio Mattarella non darà alcun incarico. Né all’uno né all’altro dei litiganti. Perlomeno, non immediatamente. Concluso senza esito il primo round delle consultazioni, che inizieranno martedì prossimo, potrebbe esserci un secondo giro di colloqui, magari per approfondire certi specifici aspetti venuti a galla, nell’attesa che qualcuno ceda o qualcosa maturi. E dopo? Dopo si vedrà. Potrebbe sembrare una tattica alla Quinto Fabio Massimo, detto il «Temporeggiatore», ma l’idea di conferire un mandato così, tanto per provarci, ai consiglieri presidenziali non sembra una soluzione interessante. Magari a un certo punto diventerebbe la via obbligata, però sapendo dall’inizio che l’incaricato verrebbe mandato allo sbaraglio e finirebbe per gettare la spugna. Un modo alternativo di guadagnare tempo.

Il fatto compiuto 
Altra domanda che spesso risuona: cosa aspetta Mattarella a intervenire pesantemente, mettendo i partiti davanti al fatto compiuto e nominando lui un governo come fece Giorgio Napolitano con Mario Monti? L’obiezione, dalle parti del Quirinale, è che pure quel governo dovrebbe ottenere la fiducia del Parlamento, impossibile esentarlo. E al momento nessuno, non la Lega e nemmeno i Cinquestelle, sembrano propensi a sostenere formule emergenziali. Entrambi i partiti si sentono vincitori, vorrebbero tentare di governare. Se Mattarella tirasse fuori adesso un «governo del presidente», verrebbe sommerso dai no. Diverso sarebbe se il coniglio venisse estratto alla fine, a grande richiesta, dopo un «sequel» di tentativi falliti e di illusioni infrante, con un’Italia snervata dall’attesa e (speriamo di no) i mercati in agitazione. Per ora, a fibrillare è soltanto l’Europa, siamo ancora ben lontani dallo sfinimento collettivo. Anzi, la trattativa deve ancora iniziare.

L’unica vera certezza è che, prima o poi, una soluzione andrà trovata. Magari soltanto per superare l’estate (le urne in agosto sarebbero una follia). E non è detto che Mattarella debba intervenire lui. Gli stessi vincitori potrebbero farsi carico di un governo-ponte, capace di traghettarci dopo l’estate, auspicando che possa maturare qualcosa in grado di cambiare gli equilibri: nel centrodestra, tra i Cinquestelle o anche dentro il Pd, oggi sull’Aventino e fuori da tutti i giochi, ma se si attende, chissà. 

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Da - http://www.lastampa.it/2018/03/28/italia/politica/nessun-incarico-a-perdere-il-colle-si-prepara-allo-stallo-possibili-consultazioni-bis-pP3oSWhjqMApwYJTIwzECM/pagina.html
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« Risposta #399 inserito:: Aprile 04, 2018, 12:37:27 pm »


Il Cavaliere non si fida. Teme un accordo segreto tra leghisti e Cinquestelle
“Di Maio non mi vuole avere come interlocutore? Peggio per lui, d’ora in poi sarò io a non voler trattare”
Le donne sono le meno disposte, in Forza Italia, alla resa ai grillini.

Pubblicato il 04/04/2018 Ultima modifica il 04/04/2018 alle ore 07:39

Ugo Magri
Roma

Berlusconi si fida di Salvini e non crede che farà mai accordi con Di Maio tagliando via Forza Italia. O meglio: il Cav se ne fida «per ora», fino a prova contraria, in quanto sarebbe ben grave se l’altro lo pugnalasse alla schiena. Anzi, per essere ancora più precisi: Silvio di Matteo non si fida per niente, in cuor suo sa già che l’alleato leghista è pronto a scaricarlo, addirittura non vede l’ora di liberarsi della palla al piede berlusconiana e il veto grillino è arrivato a proposito. Dopodiché l’ex premier è deciso a reagire con tutta l’energia necessaria: «Io mai con i Cinquestelle, piuttosto all’opposizione», va ripetendo. Tuttavia c’è sempre la possibilità che qualcuno lo chiami, come accadde una decina di giorni fa, per minacciarlo o per fargli credere che le sue aziende sarebbero in pericolo, e dunque in quel caso Berlusconi potrebbe ripensarci, magari all’ultimo momento, dopo aver mandato allo sbaraglio la truppa, nel nome della realpolitik. Per farla breve ieri sera, dopo il veto posto da Di Maio e la risposta in chiaroscuro di Salvini, tra i gerarchi berlusconiani nessuno, ma proprio nessuno, se la sentiva di garantire sul conto del leader. Tiene il punto? Per adesso sì, lo tiene. Ma lo terrà anche in futuro? Boh, vai a sapere.

L’eterno pendolo 
L’unica certezza è che l’uomo oscilla, e nelle sue continue evoluzioni ieri ha toccato l’apice dello sdegno contro Di Maio. «Ah sì, non mi vuole come interlocutore? Non sa quello che si perde. Peggio per lui perché d’ora in avanti sarò io a non voler trattare con i Cinquestelle e se ne accorgeranno cosa significa avermi contro». Il gruppo dirigente lo sostiene compatto nell’intima certezza che, se il veto grillino venisse subìto senza colpo ferire, in quel preciso momento Forza Italia cesserebbe di esistere e le sue ceneri sarebbero sparse al vento. Non stupisca dunque che la reazione più immediata sia venuta dalle donne, in primo luogo da Anna Maria Bernini e da Mariastella Gelmini, appena elevate al rango di capigruppo, nonché da Mara Carfagna, neo vice-presidente della Camera: nessuna di loro vuole perdere la scommessa sul futuro. Altri esponenti azzurri, come Osvaldo Napoli, si sono tuffati nella mischia e lo stesso governatore della Liguria Giovanni Toti, spesso accusato di tifare per l’intesa con la Lega, sparge prudenza: «Senza Forza Italia sarebbe difficile fare un governo, e comunque significherebbe che il centrodestra diviso regala la guida del governo al M5S, arrivato secondo».

La nota serale di Salvini non tranquillizza Berlusconi, semmai il contrario: «Sì al dialogo coi Cinquestelle ma no ai veti», dice il leader della Lega. Dichiarazione leggibile pure al contrario: «No ai veti però sì al dialogo». Chissà se Salvini accetterebbe di sedersi a un tavolo con Di Maio, qualora i grillini gli vietassero di portare con sé Berlusconi. Il timore diffuso dentro Forza Italia è che Salvini si accomoderebbe lo stesso. E magari alla fine delle trattative programmatiche direbbe al Cav: «Nel governo, purtroppo, per voi non c’è posto».

A quel punto i Fratelli d’Italia salterebbero a bordo, così pure qualche decina di deputati e senatori berlusconiani desiderosi di non perdere i rispettivi collegi che dipendono dai voti leghisti. 

«Ce n’è una quantità già pronti a tradire», assicura il tam-tam dei bene informati. Col risultato che Berlusconi si troverebbe a scegliere tra la padella e la brace: sostenere il governo senza contare nulla, o in alternativa opporsi con il rischio di finire nel mirino per il solito conflitto di interessi (precisa minaccia di Di Maio). Oggi ne discuterà con i fedelissimi a pranzo, insieme decideranno che cosa raccontare domattina al capo dello Stato. L’ultima da Palazzo Grazioli è che Antonio Tajani, destinato al ruolo di vice-Silvio, non farà parte della delegazione al Quirinale. Ufficialmente perché presiede il Parlamento Ue, ma si sussurra che Salvini avrebbe visto male la sua presenza, dunque Berlusconi abbia preferito soprassedere. Per litigare, si sarà tempo.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/04/italia/politica/il-cavaliere-non-si-fida-teme-un-accordo-segreto-tra-leghisti-e-cinquestelle-wmOgzHjyb3WqHXOZ8bfDeI/pagina.html
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« Risposta #400 inserito:: Aprile 13, 2018, 04:10:09 pm »

Centrodestra unito da Mattarella, ma gli ultimi a essere ascoltati saranno i Cinque Stelle
Per il Movimento questa decisione rappresenta un incoraggiamento verso il governo, ma l’ordine adottato dal Colle non forniscono un vero indizio su cosa intende fare Mattarella
Pubblicato il 10/04/2018 - Ultima modifica il 10/04/2018 alle ore 16:58

UGO MAGRI
ROMA

Cambia l’ordine dei fattori, però non il risultato finale. Salvini, Berlusconi e Meloni si presenteranno tutti insieme al Quirinale ma, per quanto coalizzati rappresentino il 37 per cento, cioè la maggioranza relativa degli elettori, alle prossimo giro di consultazioni non verranno ricevuti per ultimi dal capo dello Stato. Sergio Mattarella ascolterà il centrodestra alle 17,30 di giovedì, cioè dopodomani. E come interlocutore finale terrà alle ore 18,30 i Cinque stelle (che alle elezioni del 4 marzo avevano sfiorato il 33 per cento). Secondo i grillini, ciò rappresenta una chiara rappresentazione di come il Quirinale si regolerebbe, dovendo conferire l’incarico di governo: partirebbe cioè dal partito più votato anziché dalla coalizione arrivata prima. Ciò rappresenta ai loro occhi un motivo di incoraggiamento.

In realtà, secondo quanto risulta, l’ordine delle precedenze adottato dal Colle corrisponde a criteri che non forniscono alcun vero indizio su quanto intende fare (o non fare) Mattarella. Lassù vale infatti la regola secondo cui, quando più gruppi parlamentari si presentano insieme ai colloqui, la gerarchia delle consultazioni viene fissata in base al gruppo tra questi più numeroso, in questo caso quello leghista. Sul piano cerimoniale, la sommatoria non vale. Ai fini del governo, viceversa, conta la prassi degli ultimi 70 anni, che presuppone una maggioranza già definita e disposta a sostenere il presidente incaricato. Ma al momento questa maggioranza ancora non c’è, e si fa molto desiderare.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/10/italia/politica/cinque-stelle-gioved-al-colle-dopo-il-centrodestra-spiazzato-salvini-UoSibzrVZdokqXfE6dzgWP/pagina.html
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« Risposta #401 inserito:: Aprile 15, 2018, 12:10:46 pm »

Rosa di cinque nomi per l’incarico. Si fa strada il governo del presidente
I leader di Lega e Movimento 5 Stelle, i presidenti di Camera e Senato e la carta Giorgetti.
Il numero due del Carroccio rimetterebbe in gioco il Pd.
A giorni la scelta del Quirinale

Pubblicato il 14/04/2018 - Ultima modifica il 14/04/2018 alle ore 08:07

Ugo Magri
Roma
Il vento dalla Siria sparge su Roma sabbia finissima, però almeno non porta guerra. Dunque perde forza l’ipotesi più drammatica, che Sergio Mattarella debba imporre di corsa una soluzione per fronteggiare l’emergenza internazionale. Però, Siria o non Siria, l’ipotesi di un intervento risolutivo del Colle va crescendo di ora in ora. Con i partiti che non riescono ad accordarsi, dopo sei settimane sprecate, la via d’uscita più probabile appare quella che, a parole, tutti i protagonisti vorrebbero evitare: un governo del Presidente messo in piedi per mancanza di alternative, cui nessuno che voglia bene al paese potrebbe negare il sostegno. Non siamo ancora a questo punto, ma ci stiamo avvicinando passo passo.

Per il momento, Mattarella si limita a constatare che neppure nel secondo giro le consultazioni hanno registrato progressi. Dunque (lo ha detto ieri) farà passare «alcuni giorni», trascorsi i quali valuterà «in che modo procedere per uscire dallo stallo». Ci si attende che tra mercoledì e giovedì il Capo dello Stato metta termine al traccheggiamento dei partiti. Lo potrà fare in due modi diversi: 1) affidando un pre-incarico; 2) scegliendo un esploratore. Nel primo caso Mattarella convocherebbe anzitutto Matteo Salvini, in quanto leader del raggruppamento più numeroso. Gli chiederebbe di tuffarsi nell’impresa e tornare dopo poco a riferirgli. Salvini si troverebbe in seria difficoltà perché, rifiutando, pregiudicherebbe la possibilità di riprovare in seguito; accettando il pre-incarico al buio, senza accordi coi Cinquestelle, verrebbe inesorabilmente «bruciato». Lo stesso succederebbe a Di Maio, se toccasse a lui. Ma di accordi tra grillini e Lega non se ne vede traccia. Sembravano praticamente fatti qualche giorno fa, salvo poi naufragare sul solito scoglio di Berlusconi. Può darsi che qualcosa ripigli durante il weekend, Mattarella se lo augura ma, va detto, dalle sue parti non si respira ottimismo. E allora, perché iniziare con Salvini, pur sapendo che andrebbe quasi certamente a sbattere? Il ragazzo la vivrebbe come una cattiveria, ma sul piano politico il suo sacrificio servirebbe a fare chiarezza, permetterebbe di accertare definitivamente che Lega e Cinque stelle non sanno mettersi d’accordo, e passare oltre.

Per indorare la pillola, o renderla meno amara a Salvini, Mattarella potrebbe ottenere lo stesso risultato mettendo in campo un esploratore. In quel caso si rivolgerebbe a Elisabetta Casellati, presidente del Senato, oppure a Roberto Fico, corrispettivo della Camera, affinché vadano di persona a verificare che diavolo sta succedendo tra M5S e Lega. Anche in questo caso, tempo pochi giorni tornerebbero a riferirgli. Il vantaggio della Casellati è che ha parecchie aderenze a destra, dove il suo verdetto sarebbe inappellabile. Il pregio di Fico, viceversa, è che sarebbe la Cassazione nel mondo grillino, se lui dicesse che non c’è niente da fare sarebbero tutti quanti costretti a credergli. Qui terminano i ragionamenti dei consiglieri di Mattarella. Immaginare che cosa potrebbe accadere dopo, è puro esercizio di chiromanzia. Eppure, qualche previsione si può azzardare lo stesso.

Una volta constatato che all’orizzonte non c’è alcun governo grillo-leghista, potrebbe spuntare l’ipotesi Giorgetti. Del numero due leghista si parla non per un governo «giallo verde» ma, molto eventualmente, tra il centrodestra e una parte del Pd, quella renziana. Presuppone una scissione a sinistra di cui molto si vocifera, finora senza strappi concreti. Difficile che ciò accada. Dunque, dopo aver fatto tabula rasa di qualunque altra soluzione, non resterebbe che l’estrema risorsa concessa dalla Costituzione: il governo del Presidente, appunto. Indiziati a guidarlo sarebbero sempre loro, Casellati e Fico. Con un punto importante di vantaggio per l’esponente pentastellato: Fico rappresenta un movimento uscito vittorioso dalle urne laddove Casellati è in quota berlusconiana, orgogliosa di sentirsi tale, dunque praticamente indigeribile per i presunti vincitori. 

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« Risposta #402 inserito:: Aprile 19, 2018, 01:41:45 pm »

Ci prova il centrodestra. Mandato a Casellati poi toccherà ai grillini
L’esplorazione della presidente del Senato sarà volta a certificare se esiste una possibilità tra M5S e Lega
Tocca alla presidente del Senato verificare le carte sul tavolo di tutti i partiti

Pubblicato il 18/04/2018 - Ultima modifica il 18/04/2018 alle ore 12:27

UGO MAGRI
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Delle cinque carte che ha in mano, Sergio Mattarella è pronto a calare la Donna di cuori. I dubbi svaniranno in giornata quando, come pare ormai certo, inviterà sul Colle Elisabetta Alberti Casellati. La presidente del Senato riceverà un mandato di tipo esplorativo, strada niente affatto nuova nella storia della Repubblica. Venne imboccata altre 8 volte, l’ultima dieci anni fa con Franco Marini, e tra i precedenti illustri spicca un’altra donna: Nilde Iotti, detta la «Migliora». Nel suo caso, come in tutti gli altri, fu un vero fiasco, ma stavolta il compito sarà parecchio più semplice. A Elisabetta Casellati il Capo dello Stato non chiederà di formare un governo. Nemmeno la spingerà a cercare la mossa vincente. Inviterà l’esploratrice ad accertare, né più né meno, se l’alleanza centrodestra-M5S è in grado di vedere la luce oppure è defunta prima di nascere. Al Quirinale risulta una via di mezzo: la trattativa non è interrotta però la pazienza grillina sta per finire, entro lunedì prossimo sarà del tutto esaurita. Casellati dovrà accertare l’esito del negoziato, riferire a Mattarella e stop.

In attesa del Jolly 
Il Quirinale si è dato questo metodo, da taluni scambiato per frenetico immobilismo, in realtà un procedere passo dopo passo, scartando una formula via l’altra, finché non ne sarà sopravvissuta una soltanto, l’unica percorribile in quanto a quel punto obbligata. Se l’esplorazione della Casellati avrà esito positivo, Mattarella potrà giocare alternativamente il Re di Picche (Luigi Di Maio) o l’Asso di bastoni (Matteo Salvini), in base a come quei due si saranno messi d’accordo tra loro per quanto riguarda la guida del governo, vero motivo di discordia. Se invece l’esito sarà negativo, la Donna di cuori se li porterà via entrambi, e Mattarella potrà mettere sul tavolo le ultime carte del mazzo: il Due di picche (Roberto Fico) ovvero il Due di bastoni (Giancarlo Giorgetti). La scelta tra Giorgetti e Fico dipenderà da circostanze che al momento sul Colle sono impossibili da valutare perché dipendono da chi pescherà il famoso Jolly, in altre parole otterrà il sostegno del protagonista tra tutti meno prevedibile, che è Matteo Renzi.

La carta Fico 
L’ex segretario Pd si sta tenendo ostentatamente fuori, come se la faccenda governo non lo riguardasse più; però mille segnali inducono a credere che Renzi possa cedere alla tentazione di riprovarci. Se con il suo beneplacito i «Dem» accettassero di sedersi al tavolo programmatico proposto dai Cinque stelle, allora Fico sarebbe il principale indiziato a favorire quel tragitto in quanto presidente della Camera, con un compito speculare a quello di Elisabetta Casellati: invece di «esplorare» l’alleanza tra centrodestra e M5S, Fico si concentrerebbe su quella tra M5S e Ps. In caso di esito favorevole, potrebbe essere lui stesso a mettere in piedi un governo, o magari tornerebbe in campo Di Maio: per saperlo adesso con certezza ci vorrebbe una cartomante.

L’estrema risorsa 
Qualora invece Renzi provasse nostalgia per i tempi del Nazareno, e decidesse di puntare nuovamente sul Re di denari (Silvio Berlusconi), in quel caso Mattarella potrebbe giocarsi l’ultima carta rimasta: quella di Giorgetti appunto, braccio destro di Salvini, suo ambasciatore presso i «poteri forti», personaggio pragmatico e dunque capace di fare sintesi con chiunque. Incaricare adesso Giorgetti sarebbe inutile, il leader della Lega vivrebbe la scelta del suo vice come provocatoria. Però tra un paio di settimane, quando la finestra di elezioni bis si sarà chiusa per motivi di calendario, chissà che la politica non ci riservi grandi sorprese, soluzioni cui tutti dicono giammai. Per adesso si parte da Casellati, che dopo molte esternazioni da un paio di giorni, stranamente, tace.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/04/18/italia/ci-prova-il-centrodestra-mandato-a-casellati-poi-toccher-ai-grillini-Iu117cWjO433LKqDJtzDzO/pagina.html
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« Risposta #403 inserito:: Aprile 19, 2018, 01:42:59 pm »

Governo, ipotesi M5S-Pd: la palla passa a Renzi
Ora si gioca a carte scoperte. Mattarella accelera, dopo Casellati toccherà a un grillino

Pubblicato il 19/04/2018 - Ultima modifica il 19/04/2018 alle ore 11:41

UGO MAGRI
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Nell’apprendere che il suo mandato durerà un batter d’occhi, e che dovrà limitarsi a constatare se c’è il famoso accordo Salvini-Di Maio, Elisabetta Alberti Casellati non ha nascosto un filo di delusione che si è colto davanti alle telecamere. Dal Presidente della Repubblica si sarebbe aspettata un po’ di respiro, e comunque lei avrebbe volentieri esplorato anche altre piste, in particolare quelle che portano al Pd. Scoprire ad esempio che Matteo Renzi sarebbe disponibile a fare un patto col centrodestra (tesi puramente ipotetica), farebbe molto contento il leader cui la Casellati deve tutto, cioè Silvio Berlusconi. Invece no: le reali intenzioni del Pd sono un accertamento che Sergio Mattarella non le richiede. Anzi, nel comunicato ufficiale ha espressamente escluso.

Il triangolo no 
Dunque verrebbe da chiedersi a che serva investire altri tre giorni (che dalle elezioni del 4 marzo fanno già 48) in una verifica così «mirata», di cui oltretutto fin da adesso è facile intuire l’esito: un buco nell’acqua. I Cinquestelle non sono disposti a «inciuciare» con Forza Italia, e la Lega non intende rompere coi suoi alleati. La risposta più ovvia, dunque, è che forse di questa esplorazione si poteva fare a meno passando direttamente alla mossa successiva; per esempio, chiedendo al presidente della Camera Roberto Fico di sondare l’altra ipotesi di governo M5S-Pd. Logico, no? Ma se la stessa domanda viene girata ai frequentatori del Colle, la spiegazione che là si riceve non è altrettanto banale e scontata. Da quelle parti si fa notare come sia impossibile avviare un negoziato serio tra Cinque stelle e «Dem» fino a quando Di Maio avrà per così dire l’amante, politicamente rappresentata da Salvini. Nessun governo potrà nascere finché esisterà questo triangolo. Non a caso, dalle parti di Renzi hanno sempre rifiutato le avance grilline sostenendo che erano solamente un trucco per fare ingelosire la Lega o, scegliendo un linguaggio più consono, per mettere in concorrenza due forni, quello Pd e l’altro padano.

Niente più scuse 
L’apparentemente inutile «mission» della Casellati serve dunque a eliminare pretesti, si spera al Quirinale, una volta per tutte. Salvini deve chiarire le sue intenzioni rispetto ai Cinque stelle. Gli viene richiesto di scoprire le carte adesso e senza che tutti attendano per altri dieci giorni i comodi suoi, vale a dire le elezioni in Friuli del 29 aprile dove la Lega spera in un trionfo. E una volta accertato che Salvini non rompe con Berlusconi, dunque il «forno» della Lega ha chiuso definitivamente, a quel punto il Pd non avrà più questa scusa per rifiutare una trattativa con i grillini. Chiuso il «triangolo», cesseranno anche gli alibi. Renzi potrà sostenere che i Cinque stelle ne hanno dette troppe sul suo conto, dunque giammai farà un governo con gente così; però Matteo sarà poco creduto se insisterà che tocca a M5S e Lega trovare l’intesa: una volta constatato che è defunta, risuscitarla sarà difficile. Non a caso, gli sguardi sono già tutti proiettati al «dopo», a quanto succederà da domani sera, quando l’esploratrice sarà tornata sul Colle presumibilmente a mani vuote.

 
Le prossime mosse 
In realtà, spiegano ai piani alti, non è importante che cosa farà Mattarella. Conta piuttosto che cosa sta maturando nella testa di Renzi. Il quale da mesi ha interrotto i contatti col Quirinale, probabilmente offeso dalla conferma di Ignazio Visco alla Banca d’Italia, e da qualche giorno risulta una sfinge pure con gli amici. Se darà il via libera a un negoziato serio, di tipo programmatico, allora il Capo dello Stato adotterà la formula più adatta per assecondarlo. Potrà lanciare in pista Fico, anche lui in tenuta kaki da esploratore; o magari darà un pre incarico a Di Maio nel caso in cui il Pd evitasse di sollevare veti sulla sua persona. Al momento, entrambe le strade sono possibili a patto, naturalmente, che Casellati non scopra qualcosa di nuovo sulla destra. Il metodo è rispettoso dei partiti e Di Maio ne ha voluto rendere pubblicamente atto a Mattarella. Il quale sta accendendo un credito con tutti, se alla fine per caso si accerterà che l’unica via d’uscita è il tanto temuto governo «del Presidente». 

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« Risposta #404 inserito:: Aprile 19, 2018, 02:04:39 pm »

Berlusconi punta su Casellati. Ecco il piano per isolare l’alleato
L’ex premier scommette su un mandato esplorativo alla presidente del Senato Solo così tornerebbe protagonista in un “governissimo” guidato dal centrodestra
Pubblicato il 16/04/2018 - Ultima modifica il 16/04/2018 alle ore 08:28

UGO MAGRI
ROMA

Come gli alligatori sulla riva del grande fiume, Silvio Berlusconi attende che nelle fauci spalancate gli cada un esploratore. Se la scelta del Colle premiasse (come lui si augura) Elisabetta Alberti Casellati, il leader di Forza Italia non vedrebbe in lei la presidente del Senato e nemmeno la seconda carica della Repubblica eletta perfino con i voti dei Cinque Stelle, bensì una sua fedelissima che non esita a dichiararsi tale nelle numerose esternazioni post-voto. Certe sottigliezze agli occhi di Berlusconi poco importano: si sentirebbe destinatario di un mandato esplorativo per interposta persona che, in questa fase così incerta, avrebbe per lui un enorme valore strategico. Per esempio, gli permetterebbe di verificare che Matteo Salvini non tiri qualche scherzetto, tipo accordarsi con Luigi Di Maio in un patto generazionale tra due giovani leader che per età, sommati insieme, non raggiungono i suoi anni. Se a condurre le danze fosse qualcun altro, il Cav resterebbe all’oscuro di tutte le manovre, salvo scoprire magari proprio alla fine di essere stato scaricato.

Ma l’uomo (dato politicamente per defunto con troppa precipitazione dopo il 4 marzo) ha fatto due conti, condivisi con pochi intimi.

Berlusconi è sicuro in cuor suo che la forza delle cose non potrà portare a nomi diversi da Casellati. Prima cinica previsione berlusconiana: né Salvini né tantomeno Di Maio vogliono essere messi alla prova. Se il Presidente li convocasse per conferire loro un pre-incarico, quelli lo vivrebbero non quale un onore ma come il dispetto di un prof pignolo che li interroga proprio quando sono impreparati. In pratica, si sentirebbero lanciati allo sbaraglio, costretti a rinunciare, e Sergio Mattarella non è portato agli inutili spargimenti di sangue. Per cui via loro e avanti i presidenti delle due Camere: il Cav scommette che uno dei due salirà al Quirinale per ricevere il berretto da esploratore. Ma qualora il mandato toccasse a Roberto Fico, il suo amico-rivale Di Maio si butterebbe in un pozzo per disperazione; potrebbe venire frainteso, anche se non lo fosse, come un tentativo di destabilizzare la dirigenza grillina, rivelandosi controproducente. Ecco dunque come mai Berlusconi, per esclusione, ritiene che in campo ci sia solo lei, Elisabetta. E da vero Caimano già pregusta un boccone perfino più abbondante, cioè Salvini. Sul quale in privato sparge giudizi non proprio positivi, specie dopo le uscite di Matteo sulla Siria: «Come si permette di attaccare l’America in quel modo? Anch’io sono amico di Vladimir, ma altra cosa è ribaltare le alleanze internazionali, con posizioni simili non va da nessuna parte».

La lista segreta 
Il piano anti-Salvini fa leva su Alessandro Di Battista che, da peggior nemico, è diventato senza volere l’alleato più indispensabile. Con i suoi anatemi, Dibba permette al Cav di scagliarne a sua volta, occhio per occhio veto per veto, e di silurare sistematicamente tutte le speranze di intesa tra M5S e Lega, in modo che alla fine resti all’Italia una sola possibilità: cioè il famoso governo istituzionale, del Presidente, di traghettamento, di tregua, indispensabile per non lasciare una sedia vuota nei vertici Ue e per passare quantomeno l’estate. Altra soluzione cui lavora alacremente Gianni Letta, tornato di prepotenza in auge come certi fiumi carsici che sprofondano e poi invece rieccoli: un esecutivo col baricentro a destra (però guidato non da Salvini) che nei piani berlusconiani avrebbe il sostegno di parte Pd e, se non bastasse, di numerosi grillini. Addirittura pare certo che Berlusconi conservi un elenco di parlamentari pentastellati, in gran parte eletti nei collegi uninominali, che in base alle informazioni da lui raccolte sarebbero pronti a tutto, pur di scongiurare un voto-bis in ottobre. La lista contiene 50 nomi, ed è tenuta sotto chiave in un cassetto di Arcore: nella sua testa saranno loro i nuovi «responsabili». Avranno in cambio poltrone, e non dovranno più rinunciare a metà dello stipendio. 

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