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Autore Discussione: Il PAPA FRANCESCO  (Letto 4705 volte)
Arlecchino
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« inserito:: Maggio 07, 2016, 11:45:26 am »

Papa Francesco demolisce l’Ue davanti ai suoi vertici: “Europa decaduta: tuteli la dignità dei migranti, dia lavoro a giovani”
È l’appello che il pontefice ha rivolto ricevendo il Premio Internazionale Carlo Magno 2016 alla presenza di Matteo Renzi, della cancelliera tedesca Angela Merkel e dei tre presidenti delle istituzioni europee, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk: "Quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi e costruire recinti particolari". Ma "chi fugge da Isis e Assad non si fermerà davanti a muri o fili spinati”


Di Francesco Antonio Grana | 6 maggio 2016

“Sogno un’Europa in cui essere migrante non sia delitto bensì un invito a un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stata la sua ultima utopia”. È l’appello che Papa Francesco ha rivolto ricevendo il Premio Internazionale Carlo Magno 2016 per “il suo straordinario impegno – come si legge nella motivazione – in favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori”. Prima di lui soltanto un altro Pontefice, san Giovanni Paolo II nel 2004, aveva ricevuto il prestigioso riconoscimento della città di Aquisgrana. Bergoglio, che già da cardinale rifiutava tutti i premi, ha deciso di fare un’eccezione per offrire il riconoscimento per l’Europa con un omaggio ai padri fondatori e in particolare a Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer. Alla cerimonia in Vaticano sono intervenuti, tra gli altri, i tre presidenti delle istituzioni europee, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, tra i vincitori dell’edizioni precedenti, insieme ad Angela Merkel, Matteo Renzi e Felipe IV.

Migranti – Al centro del discorso del Papa il dramma dei profughi, cuore del suo pontificato con i viaggi a Lampedusa e a Lesbo. “I progetti dei padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, – ha affermato Bergoglio – non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri”. Per Francesco, infatti, l’Europa, “famiglia di popoli, lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”. Per Bergoglio “in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto”. “Una solidarietà – ha precisato il Papa – che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città, e di tante altre città, possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale. In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in ‘colonizzazioni ideologiche’; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure”.

Terra, tetto e lavoro per tutti – L’invito di Francesco è chiaro: “Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro”. Per il Papa “si deve continuare a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti”. Bergoglio ha sottolineato che “ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso ad esempio all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei predecessori. Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione”.

Giovani e disoccupazione – Affrontando il tema della mancanza del lavoro, il Papa ha guardato in particolare ai giovani: “Come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere a essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori? La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. È un dovere morale”. Per questo “se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani”. Per Francesco, infatti, “oggi ci urge poter realizzare ‘coalizioni’ non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri”.

L’Europa invecchia – Come aveva fatto a Strasburgo, Bergoglio non ha risparmiato una severa critica alle politiche attuali del Vecchio continente indicando come strada “la sfida di ‘aggiornare’ l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare”. “Nel Parlamento europeo – ha ricordato Francesco – mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va ‘trincerando’ invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi. Che cosa ti è successo, – si è domandato Bergoglio – Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.

Nuovo umanesimo europeo – Il “sogno” di Francesco è “un nuovo umanesimo europeo, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia”. “Sogno un’Europa giovane, – ha concluso il suo discorso il Papa – capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni”.

Schulz e Juncker – Nel suo intervento il presidente del Parlamento europeo Schulz non ha nascosto che “l’Europa sta attraversando una crisi di solidarietà e i valori comuni su cui si fonda stanno vacillando. È pertanto giunto il momento di lottare per l’Europa. Tutti gli europei sono chiamati a mobilitarsi a favore dell’Europa”. Per Schulz “le forze centrifughe delle crisi tendono a dividerci piuttosto che a unirci più strettamente. Gli egoismi nazionali, la rinazionalizzazione e il particolarismo nazionale si stanno espandendo. Non vi è dubbio che per quanto riguarda la questione dei profughi l’Europa si trovi di fronte a una sfida epocale. Era dalla Seconda guerra mondiale che non vedevamo così tante persone in fuga in tutto il mondo. Eppure i populisti approfittano della situazione fomentando le paure invece di cercare una soluzione. La paura è comprensibile ma, in politica, è cattiva consigliera. Dimenticando completamente la storia, 25 anni dopo la caduta della cortina di ferro alcuni vogliono costruire in Europa nuovi muri e recinzioni, mettendo quindi a repentaglio una delle più grandi conquiste europee, la libertà di circolazione. Le persone che fuggono dalla brutalità dello Stato islamico o dalle bombe di Assad non si fermeranno certo di fronte a muri o fili spinati. Chi afferma che gli Stati nazionali riuscirebbero a risolvere meglio da soli il problema nega la realtà”. Per il presidente della Commissione europea Juncker bisogna continuare a lavorare perché l’Unione sia “un’opera di pacificazione per l’Europa stessa e oltre i suoi confini. Perché le sventure del mondo riguardano anche noi. Perché un mondo più stabile significa un’Europa più forte. Il compito non fu mai facile né lo sarà mai. Ma la soluzione non è rinchiudersi nel proprio piccolo bozzolo”.

Di Francesco Antonio Grana | 6 maggio 2016

Da - http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/06/papa-francesco-a-merkel-juncker-e-tusk-europa-vecchia-e-decaduta-tuteli-la-dignita-dei-migranti/2701633/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-2016-05-06
« Ultima modifica: Maggio 06, 2018, 07:02:34 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #1 inserito:: Dicembre 05, 2016, 04:38:50 pm »

Il Papa agli imprenditori: «Ora nuovi modelli economici più inclusivi»

    3 dicembre 2016

Creare «nuovi modelli economici, più inclusivi e giusti», per rispondere alla «grande sfida» delle ingiustizie globali del mondo moderno «promuovendo un senso di responsabilità locale, anzi personale, in modo che nessuno venga escluso dalla partecipazione sociale». È quanto ha chiesto oggi Papa Francesco incontrando in udienza gli imprenditori della classifica della rivista Time “Fortune 500” partecipanti al “Fortune-Time Global Forum” sul tema “La sfida del 21° secolo: creare un nuovo patto sociale”. «Il rinnovamento, la purificazione e il rafforzamento di solidi modelli economici», ha spiegato il Papa rivolgendosi ad una platea di leader del no-profit, del mondo accademico, religioso e del lavoro, dipendono «dalla nostra personale conversione e generosità verso i bisognosi».

Rinnovamento sociale passa da bene comune dell’umanità
Per il Pontefice il rinnovamento sociale «non deve avere a che fare semplicemente con l'economia di mercato, con numeri da far quadrare, con lo sviluppo di materie prime e miglioramenti alle infrastrutture», ma con «il bene comune dell'umanità». Ovvero, «il diritto di ogni persona di aver parte alle risorse di questo mondo e di avere le medesime opportunità di realizzare le proprie potenzialità, potenzialità che in ultima analisi si basano sulla dignità di figli di Dio, creati a sua immagine e somiglianza». Il nuovo patto sociale tema del convegno, ha aggiunto Papa Francesco, ha le sue radici nel «bisogno urgente di più inclusivi e giusti modelli economici»: non si tratta di un «nuovo accordo sociale in astratto», ma di «idee concrete e un'azione efficace che andrà a vantaggio di tutti e inizierà a rispondere alle pressanti questioni dei nostri giorni».

Papa Francesco: «L’economia iniqua uccide»
La gente «vuole beneficiare di risorse e sviluppo riservati a pochi»
Rivolgendosi agli imprenditori nella Sala Clementina in Vaticano il Papa ha quindi citato la «grande inquietudine» che caratterizza molte aree del mondo dove «la disuguaglianza tra i popoli continua a crescere e molte comunità sono direttamente colpite dalla guerra e dalla povertà o dalla partenza forzata di migranti e profughi». La gente - ha osservato - «vuole far sentire la propria voce ed esprimere le proprie preoccupazioni e paure. Vuole dare il proprio legittimo contributo alle comunità locali e alla più vasta società, e beneficiare delle risorse e dello sviluppo troppo spesso riservati a pochi». Questa situazione «può creare conflitti», ma «permette di capire che stiamo vivendo un momento di speranza», perché «quando riconosciamo finalmente il male in mezzo a noi, possiamo cercare di sanarlo applicando la giusta cura».

© Riproduzione riservata

Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-12-03/il-papa-imprenditori-ora-nuovi-modelli-economici-piu-inclusivi-145319.shtml?uuid=ADbj0p6B
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« Risposta #2 inserito:: Marzo 20, 2017, 10:30:06 am »

Scola: "Papa Francesco ci ha dato la sveglia, ora la Chiesa si lasci cambiare
Alla vigilia della visita del Papa a Milano parla il cardinale vicino all'addio: "Significativo che abbia deciso di fare tappa a San Vittore e in periferia"

Di ZITA DAZZI
19 marzo 2017

Eminenza Angelo Scola, il Papa sabato sarà a Milano. Perché ha scelto di venire qui, tra tante città che lo attendono?
"Fin dall'inizio, dopo la sua elezione ha manifestato l'interesse di vedere Milano da vicino, nella sua evoluzione. Nella nostra metropoli è in atto una rinascita. Se ne vedono segnali, sia pur contraddittori, nel mondo del lavoro, della cultura, della solidarietà, dell'amicizia civica... Credo che la visita di papa Francesco sia un evento di grandissima importanza, non solo per la Milano ecclesiale, ma anche per quella civile. Una città a cui è ormai riconosciuto un ruolo di guida a livello internazionale".

Papa Francesco non incontrerà le istituzioni, non andrà a vedere i nuovi grattacieli. Ma passerà quasi tre ore in carcere, a San Vittore. Perché?
"La situazione delle carceri gli sta molto a cuore fin dagli anni di Buenos Aires. Visitando i diversi istituti di pena di Milano mi è stato possibile vedere buoni cambiamenti, ma certamente le condizioni di vita di San Vittore restano ancora molto dure: troppe persone da troppo tempo in attesa di giudizio, molti giovani, molti stranieri".

La prima tappa sarà invece nella periferia di via Salomone. Quale sarà il messaggio di questo incontro con gli abitanti delle case popolari?
"Il Papa dice spesso che "il nostro è un tempo in cui tornare all'essenziale". Come all'inizio del cristianesimo siamo chiamati ad annunciare la gioia del Vangelo a tutti, nessuno escluso. Abolire coi fatti ogni forma di esclusione. È un elemento che sta al cuore dell'annuncio di Cristo. Alla cultura dello scarto è necessario sostituire la cultura dell'incontro, della relazione e della cura. Il Papa parte anzitutto dal fare e poi arriva al dire. E questo risulta evidentemente convincente, come quando il popolo ascoltava Gesù".

Francesco incontra ancora forti resistenze sia all'interno delle gerarchie Vaticane, sia da parte di alcuni fedeli. È il suo modo rivoluzionario a scatenare le proteste?
"Le inerzie rispetto al cambiamento sono un po' inevitabili, lo vediamo in tutta la storia della Chiesa. Un Papa con questo stile è stato un salutare colpo allo stomaco che lo Spirito Santo ci ha assestato per svegliarci. Quella di Francesco è una pro-vocazione in senso etimologico. Ci rimette davanti alla vocazione cristiana senza sconti. Parte sempre dai gesti, dagli esempi, da una cultura di popolo nutrita da una precisa teologia. Da qui scaturisce il suo insegnamento. Questi elementi vanno visti insieme, altrimenti rischiamo di leggere ideologicamente la proposta del Papa".

Sono arrivati a mettere manifesti contro di lui.
"Come in ogni ambito umano, anche nella Chiesa può attecchire la zizzania. Inoltre, in un momento di passaggio così radicale, occorre mettere in conto che chi è abituato a un altro stile reagisca anche in forme disdicevoli, magari non sempre in buona fede. Il Papa sa guardare alle intenzioni profonde di chi muove valide riserve ed evita di trasformare le difficoltà in dialettica sterile e in scontro".

In che cosa consiste la rivoluzione di Bergoglio?
"Papa Francesco affronta le questioni in termini schiettamente evangelici. L'antica tradizione europea patisce dell'intellettualismo che affligge tutto il continente. Quindi dobbiamo camminare, dobbiamo lasciarci cambiare".

Avete accolto in chiesa familiari e amici di Dj Fabo, malato gravissimo che è andato a suicidarsi in Svizzera. È un segnale di svolta?
"In realtà non abbiamo fatto niente di straordinario. Già il catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato da san Giovanni Paolo II nel 1992, diceva: "Non si deve disperare per la salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita". Un conto è un funerale, un conto è un momento di preghiera. Abbiamo semplicemente risposto a una domanda di preghiera della mamma, della fidanzata, della comunità".

Perché con Welby venne deciso in altro modo?
"Sono fuori luogo i paragoni, sia con il caso della Englaro che con quello di Welby. Sono casi assai diversi. Evidentemente nel caso Fabo c'era il rischio della strumentalizzazione, ma credo che la volontà che ci ha guidato sia stata chiara e richiami oggettivamente il valore della vita. Il suicidio resta la scelta di sottrarre alla vita il suo aspetto indisponibile. La vita non è di nostra proprietà ma è un dono e noi nasciamo in debito verso Dio e gli altri. Nessuno potrà mai autogenerarsi. Il problema è stabilire il confine tra l'accanimento terapeutico - da evitare - e il suicidio assistito o l'eutanasia. Un confine stretto che però bisogna avere il coraggio di rispettare fino in fondo. Inoltre occorre un forte incremento delle cure palliative".

In questi giorni sono arrivate due sentenze che riconoscono l'adozione di figli di coppie gay. È un tema su cui la Chiesa si esporrà prima o poi?
"Noi diciamo con molta forza che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre e che non si deve attentare contro questo suo diritto. E con altrettanta energia affermiamo la necessità del rispetto di tutte le persone, anche di chi prova attrattiva per il proprio sesso. Però mettiamo a rischio la società stessa se neghiamo tutte le questioni legate alla differenza sessuale, che ci permettono di custodire il matrimonio tra l'uomo e la donna fedele e aperto alla vita. Non si può trasformare in 'diritto' ogni inclinazione soggettiva, e poi legiferarci sopra".

La visita del Papa arriva dopo la sua rinuncia all'incarico di arcivescovo di Milano per raggiunti limiti di età. Quale pastore serve dopo di lei?
"Serve un pastore che favorisca il più possibile il processo di semplificazione che è già in atto e metta la sua mente ed il suo cuore su ciò che è essenziale: il Vangelo dà la gioia! Poi consiglierei al mio successore quello che mi disse san Giovanni Paolo II quando mi mandò a Venezia: 'Ti do un solo suggerimento: sii te stesso'. Io ho tentato di farlo".

© Riproduzione riservata 19 marzo 2017

Da - http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/03/19/news/papa_francesco_scola_milano-160892286/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P16-S1.6-T1
« Ultima modifica: Maggio 06, 2018, 06:56:49 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #3 inserito:: Aprile 13, 2017, 05:57:10 pm »

Il Papa ha già deciso chi sarà il cardinal vicario di Roma, anche se ha chiesto il parere del “pueblo”

Roba da cambiare religione tanto oscena è la situazione che vede Francesco nei panni dell’agnello circondato da lupi famelici e desiderosi di sbranarlo


Di La Gran Sottana
18 Marzo 2017 alle 06:00

Il Papa ha già deciso chi andrà a Milano al posto di Angelo Scola e chi a Roma al posto del vicario Agostino Vallini. Le primarie alla Casaleggio Associati, con tanto di ricorso al pueblo per farsi indicare i preferiti per le due grosse sedi episcopali, è niente di più che un segnale di buona volontà per dire che la gente comune, i fedeli tutti, il santo popolo di Dio è coinvolto nel lunghissimo iter canonico che porta alla selezione dei vescovi da mandare qua e là nel mondo. Poi, come sempre fa Francesco, sceglierà chi vuole lui. Senza troppo badare a rose, terne, sinodalità e rappresenatività, bigliettini, suggerimenti recapitati in sala mensa a Santa Marta tra una portata di rigatoni al sugo (il Mio Papa, rivista cool di questi tempi, ci ha fatto sapere che in Quaresima Francesco mangia molti rigatoni al sugo) e un’insalatina scipita.

Il nostro interlocutore, a dire il vero poco attento ai rigori alimentari quaresimali (sarà progressista, come si dice), ne è certo. Sciorina un nome dopo l’altro, dipingendo un quadretto mica male di scalatori in cerca della luce bergogliana, radiosi e santissimi al cospetto del Romano Pontefice e pronti quasi a maledirlo appena usciti dall’hotel dove abita il Papa. Una scenetta tragicomica da mettersi le mani nei capelli, roba da cambiare religione tanto oscena è la situazione che vede Francesco nei panni dell’agnello circondato da lupi famelici e desiderosi di sbranarlo. Ma siamo sicuri che il Papa è più furbo di loro: sorriderà molto, stringerà mani, darà tante pacche sulle spalle e poi colpirà andando (como siempre) a bersaglio. Lasciando schiere di delusi sull’uscio della porta sobria e pesante della sua suite.

Da - http://www.ilfoglio.it/roma-capoccia/2017/03/18/news/il-papa-ha-gia-deciso-chi-sara-il-cardinal-vicario-di-roma-125547/
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« Risposta #4 inserito:: Maggio 06, 2018, 06:54:49 pm »

Il Papa: dipendiamo da Dio, il marxismo sbaglia a negarlo

Francesco presenta il libro di Ratzinger su fede e politica: “Il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo”

Pubblicato il 06/05/2018 - Ultima modifica il 06/05/2018 alle ore 10:56

Pubblichiamo la prefazione scritta dal Papa al libro che raccoglie gli scritti del Pontefice emerito Benedetto XVI su fede e politica: Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio. (Editrice Cantagalli). Venerdì prossimo, alle 18, il volume sarà presentato al Senato, Sala Zuccari, in via della Dogana Vecchia a Roma. Interverranno il segretario del Papa emerito Georg Gänswein, il Presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani e il vescovo Giampaolo Crepaldi, alla presenza della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati 

Il rapporto tra fede e politica è uno dei grandi temi da sempre al centro dell’attenzione di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI e attraversa l’intero suo cammino intellettuale e umano: l’esperienza diretta del totalitarismo nazista lo porta sin da giovane studioso a riflettere sui limiti dell’obbedienza allo Stato a favore della libertà dell’obbedienza a Dio: «Lo Stato – scrive in questo senso in uno dei testi proposti – non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana. L’uomo e la sua speranza vanno oltre la realtà dello Stato e oltre la sfera dell’azione politica. Ciò vale non solo per uno Stato che si chiama Babilonia, ma per ogni genere di Stato. Lo Stato non è la totalità. Questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale. Lo Stato romano era falso e anticristiano proprio perché voleva essere il totum delle possibilità e delle speranze umane. Così esso pretende ciò che non può; così falsifica ed impoverisce l’uomo. Con la sua menzogna totalitaria diventa demoniaco e tirannico».

Successivamente, anche proprio su questa base, a fianco di San Giovanni Paolo II egli elabora e propone una visione cristiana dei diritti umani capace di mettere in discussione a livello teorico e pratico la pretesa totalitaria dello Stato marxista e dell’ideologia atea sulla quale si fondava.

Perché l’autentico contrasto tra marxismo e cristianesimo per Ratzinger non è certo dato dall’attenzione preferenziale del cristiano per i poveri: «Dobbiamo imparare – ancora una volta, non solo a livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire – che accanto alla presenza reale di Gesù nella Chiesa e nel sacramento, esiste quell’altra presenza reale di Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali egli vuole essere trovato da noi» scrive Ratzinger già negli anni Settanta con una profondità teologica e insieme immediata accessibilità che sono proprie del pastore autentico. E quel contrasto non è dato nemmeno, come egli sottolinea alla metà degli anni Ottanta, dalla mancanza nel Magistero della Chiesa del senso di equità e solidarietà; e, di conseguenza, «nella denuncia dello scandalo delle palesi disuguaglianze tra ricchi e poveri – si tratti di disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri oppure di disuguaglianze tra ceti sociali nell’ambito dello stesso territorio nazionale che non è più tollerato».

Il profondo contrasto, nota Ratzinger, è dato invece – e prima ancora che dalla pretesa marxista di collocare il cielo sulla terra, la redenzione dell’uomo nell’aldiquà– dalla differenza abissale che sussiste riguardo al come la redenzione debba avvenire: «La redenzione avviene per mezzo della liberazione da ogni dipendenza, oppure l’unica via che porta alla liberazione è la completa dipendenza dall’amore, dipendenza che sarebbe poi anche la vera libertà?».

E così, con un salto di trent’anni, egli ci accompagna alla comprensione del nostro presente, a testimonianza dell’immutata freschezza e vitalità del suo pensiero. Oggi infatti, più che mai, si ripropone la medesima tentazione del rifiuto di ogni dipendenza dall’amore che non sia l’amore dell’uomo per il proprio ego, per «l’io e le sue voglie»; e, di conseguenza, il pericolo della «colonizzazione» delle coscienze da parte di una ideologia che nega la certezza di fondo per cui l’uomo esiste come maschio e femmina ai quali è assegnato il compito della trasmissione della vita; quell’ideologia che arriva alla produzione pianificata e razionale di esseri umani e che – magari per qualche fine considerato «buono» – arriva a ritenere logico e lecito eliminare quello che non si considera più creato, donato, concepito e generato ma fatto da noi stessi.

Questi apparenti «diritti» umani che sono tutti orientati all’autodistruzione dell’uomo – questo ci mostra con forza ed efficacia Joseph Ratzinger – hanno un unico comune denominatore che consiste in un’unica, grande negazione: la negazione della dipendenza dall’amore, la negazione che l’uomo è creatura di Dio, fatto amorevolmente da Lui a Sua immagine e a cui l’uomo anela come la cerva ai corsi d’acqua (Sal 41). Quando si nega questa dipendenza tra creatura e creatore, questa relazione d’amore, si rinuncia in fondo alla vera grandezza dell’uomo, al baluardo della sua libertà e dignità.

Così la difesa dell’uomo e dell’umano contro le riduzioni ideologiche del potere passa oggi ancora una volta dal fissare l’obbedienza dell’uomo a Dio quale limite dell’obbedienza allo Stato. Raccogliere questa sfida, nel vero e proprio cambio d’epoca in cui oggi viviamo, significa difendere la famiglia. D’altronde già San Giovanni Paolo II aveva ben compreso la portata decisiva della questione: a ragione chiamato anche il «Papa della famiglia», non a caso sottolineava che «l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia» (Familiaris consortio, 86). E su questa linea anche io ho ribadito che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa» (Amoris laetitia, 31).

Così sono particolarmente lieto di potere introdurre questo secondo volume dei testi scelti di Joseph Ratzinger sul tema «fede e politica». Insieme alla sua poderosa Opera omnia, essi possono aiutare non solo tutti noi a comprendere il nostro presente e a trovare un solido orientamento per il futuro, ma anche essere vera e propria fonte d’ispirazione per un’azione politica che, ponendo la famiglia, la solidarietà e l’equità al centro della sua attenzione e della sua programmazione, veramente guardi al futuro con lungimiranza.

Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/05/06/cultura/il-papa-dipendiamo-da-dio-il-marxismo-sbaglia-a-negarlo-MaWBRhEeWz88tRnusykmGL/pagina.html
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« Risposta #5 inserito:: Giugno 09, 2018, 06:21:51 pm »

Potere vaticano. La finta rivoluzione di papa Bergoglio

In edicola il nuovo numero di MicroMega

 Mentre mezzo mondo lo osanna, MicroMega va in controtendenza e dedica al pontefice un numero monografico – in edicola, libreria, ebook e iPad da giovedì 31 maggio – dall’eloquente titolo: "Potere vaticano. La finta rivoluzione di papa Bergoglio". Un volume estremamente ricco di contenuti e con nomi di rilievo, nazionali e internazionali, che evidenza come a cinque anni dalla sua nomina non siano ancora state realizzate le riforme annunciate.

Non vi è alcun dubbio che ci siano alcuni segnali di cambiamento. Con Francesco, per esempio, come documenta il saggio di Claudia Fanti, una corrente teologica che ha posto il povero come soggetto di diritti è finalmente stata rispolverata ma nello stesso momento, come sottolinea Emiliano Fittipaldi, il pontificato di Bergoglio ha mostrato sviste, errori, scandali, per opere e omissioni, e profonde contraddizioni che hanno minato le riforme per le quali era stato eletto in Conclave.

Gianluigi Nuzzi rivela che lo Ior ha lo stesso potere finanziario di sempre, mentre Ferruccio Pinotti si focalizza sui rapporti con la massoneria che rimangono opachi anche sotto papa Francesco. Allo stesso modo la Chiesa non arretra di un passo nell'indottrinamento religioso nella scuola pubblica, come documenta Adele Orioli, con dei pesantissimi costi per lo Stato, minuziosamente ricostruiti da Raffaele Carcano, e il suo patrimonio rimane, ad oggi, enorme e tecnicamente inestimabile, come si evince dal saggio di Francesco Peloso. E allora viene il sospetto che quella messa in campo dal pontefice sia una riuscitissima operazione mediatica, portata avanti, come spiega Cecilia M. Calamani, grazie alla complicità dei mezzi di comunicazione 'laici' che, insieme ad altri fattori ben approfonditi nel suo saggio da Marco Marzano, hanno reso possibile la costruzione della star ‘Francesco’.

Tra i fiori all'occhiello del numero la testimonianza di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che accusa il Vaticano di mancata collaborazione nella ricerca della verità.

Un'intera sezione è dedicata alla pedofilia, tema su cui Bergoglio ha speso belle parole ma senza passare ai fatti, almeno stando a quanto dichiara Marie Collins, vittima di abusi ed ex componente della Pontificia Commissione per la tutela dei minori voluta da papa Francesco. Questo perché, evidenzia Federico Tulli, la pedofilia più che un crimine è considerata un’offesa a Dio, un peccato e, quindi, una faccenda tutta interna alla Chiesa.

Il teologo polacco Krzysztof Charamsa denuncia come, riguardo alla questione Lgbtqi, Bergoglio abbia confermato la linea di dura condanna, ribadendo i dettami omofobici e scientificamente anacronistici di Ratzinger. Mentre l'ex presidente della Repubblica d’Irlanda, la cattolica Mary McAleese, e la teologa britannica Tina Beattie si soffermano sul problema della misoginia nella Chiesa, questione tuttora irrisolta.

La testimonianza di don Vitaliano Della Sala ci conduce all'interno dei seminari, ricostruendo quegli anni di formazione in cui viene insegnata l’estraneità al proprio corpo, congelando la sessualità, e la sottomissione ai superiori. Mentre Selene Zorzi, ex monaca benedettina, racconta i suoi vent’anni in monastero, tra preghiere, studio e contatto quotidiano con la Bibbia, fino alla decisione di uscirne per poter continuare a evolvere, crescere e cercare. Insomma, a vivere.

Arricchiscono infine il numero un saggio del poeta Ennio Cavalli che ricostruisce gli anni di piombo vissuti in prima linea da giornalista e racconta gli incontri, avvenuti molto tempo dopo, con alcuni ex brigatisti a casa dell'amico Erri De Luca, e un'intervista di Wlodek Goldkorn a Zygmunt Bauman da cui emerge una triste verità: ormai da molti anni è la destra a dettare l’agenda politica, con la sinistra incapace di ipotizzare qualsiasi modello alternativo.

Da - https://mail.google.com/mail/u/0/?hl=it&shva=1#inbox/163da8e6f415bbb6
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« Risposta #6 inserito:: Luglio 12, 2018, 07:37:45 pm »

Papa Francesco telefona a Gianni Vattimo, il filosofo del “pensiero debole”
Lo studioso italiano invia una copia del suo ultimo libro a Francesco che lo chiama per ringraziarlo.
Una conversazione breve e piacevole sulla Chiesa e la filosofia: «Con questo Papa non mi vergogno a dirmi cattolico».
Pubblicato il 09/07/2018 - Ultima modifica il 09/07/2018 alle ore 19:37

ANDRÉS BELTRAMO ÁLVAREZ
CITTÀ DEL VATICANO

Una conversazione spontanea, breve ma piacevole. Così è stata la chiacchierata tra Papa Francesco e Gianni Vattimo, avvenuta qualche giorno fa via telefono. Il Pontefice ha voluto ringraziare il filosofo italiano, ex politico di sinistra e “padre” del cosiddetto pensiero debole, per un libro regalatogli tramite un amico comune. «Questo Papa mi toglie la “vergogna” di dichiararmi cattolico», dice lo studioso a Vatican Inside r a cui racconta alcuni dettagli della conversazione con il Papa, con il quale condivide anche l’anno di nascita (1936).

«Il fatto che abbia trovato il tempo di chiamarmi ha un grande significato, sono commosso ed emozionato da questo, cosa posso fare...», dice Vattimo. «Il Papa è pur sempre il Papa, e poiché sono un credente e credo soprattutto nella Chiesa, è chiaro che aver parlato con lui mi ha profondamente colpito».

A far da tramite a questa particolare comunicazione è stato l’argentino Luis Liberman, fondatore e direttore generale della Cattedra del Dialogo e della Cultura dell’Incontro, passato prima a Torino e poi nella Casa Santa Marta, in Vaticano. Vattimo ne ha approfittato per inviare al Pontefice il suo lavoro più recente: così una copia di “Essere e dintorni” è giunta nelle mani di Bergoglio.

Francesco «l’ha preso, l’ha sfogliato, ne ha parlato con Luis che mi ha chiamato mentre era seduto accanto a lui e me l’ha passato al telefono. Abbiamo scambiato alcune parole. Mi ha detto che mi ringraziava per il libro, io ho cercato di spiegare che è un libro di filosofia su Heidegger. Sono molto felice che abbia riscosso l’interesse del Papa», racconta il filosofo. 

E si dice ancora più convinto che la teologia cattolica necessiti di un rinnovamento. Lui aveva già proposto, quasi in termini controversi, il pensiero del filosofo tedesco per guidare questo cambiamento, in particolare per le sue critiche alla metafisica. Questa critica, dice, oggi potrebbe essere utile alla teologia cattolica ai tempi di Francesco.

«Ho detto proprio questo al telefono al Papa, non so però se lui sia convinto di ciò o meno. Era abbastanza interessato ma, naturalmente, è un interesse relativo quello che un Papa può avere per questo genere di cose avendo molti altri pensieri per la testa. Non penso che ci sarà ancora un cambiamento nella teologia cattolica» spiega il professore, lucido e arzillo nonostante i suoi 82 anni e gli evidenti acciacchi dell’età.

Già ritiratosi dalla vita pubblica e intellettuale, il libro “Essere e dintorni” vuole essere una sorta di contributo finale. «Non so se è perfetto ma è il miglior apporto che possa dare adesso, considerando le mie forze», dice. Nel testo, Vattimo – sottolinea lui stesso – incita a «lottare per far sopravvivere l’umanità al potere livellatore della tecnologia e del capitalismo». 

Nonostante il suo passato di convinta militanza comunista e il suo impegno nei confronti della leadership nazionale per il “Coordinamento omosessuale” in Italia, lo studioso assicura di non aver mai smesso di essere cattolico. Anche quando giornalisti e osservatori lo hanno trasformato in un’icona agnostica. Ma Vattimo non ha mai dimenticato il suo tempo nella Gioventù studentesca dell’Azione cattolica e la sua infanzia in oratorio. Tantomeno nega la sua adesione al Partito Radicale, ai Democratici di Sinistra e all’Italia dei Valori con la quale è stato eletto deputato nel 2009, rivendicando sempre la sua appartenenza comunista.

Questa fase, tuttavia, è passata: il filosofo dice di sentirsi oggi più cattolico che mai perché, precisa, si identifica nel «cattolicesimo di Francesco». Invece in passato, ammette, non dichiarava apertamente la sua appartenenza religiosa perché la sentiva «come un peso». Ora è «contento» di appartenere alla Chiesa.

«Di Francesco mi colpiscono il suo modo di presentarsi al mondo, le sue novità come il fatto di chiamarmi al telefono ad esempio... È un Papa nuovo, senza mancare di rispetto a quelli che l’hanno preceduto. Io dico sempre che è un Papa che mi toglie la “vergogna” di dichiararmi cattolico, laddove dichiararsi cattolici rappresenti un problema. A volte mi si chiede: “Ma come fai a credere in certe cose?”. Con questo Papa non ho alcun imbarazzo a dire che ci credo». 

«Spero – conclude Gianni Vattimo - che le cose che sta facendo possano lasciare un segno importante nella Chiesa, il problema è che la Chiesa non è solo il Papa. Devo ammettere che non vedo una grande trasformazione nella Chiesa in generale, mi sembra che ci sia ancora una grande inerzia, una sorta di pigrizia nel grande corpo della Chiesa che richiede tempo per essere trasformata. Il Papa ha bisogno di avanzare ancora di più, mi sembra che sia un po’ lento nel dettare le novità. Ma lui è il Papa e io sono un semplice fedele “periferico”». 

 Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2018/07/09/vaticaninsider/papa-francesco-telefona-a-gianni-vattimo-il-filosofo-del-pensiero-debole-4AV3Iy0DLuP2UaEYhapFRJ/pagina.html
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« Risposta #7 inserito:: Agosto 04, 2018, 04:40:38 pm »

La svolta del Papa: "La pena di morte è sempre inammissibile"

Francesco riscrive il catechismo ed elimina tutte le eccezioni: "La nuova dottrina si applica in tutto il mondo"

02 agosto 2018

"La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". Papa Francesco riscrive il Catechismo della Chiesa Cattolica spazzando via le possibili eccezioni alla regola che permanevano nella versione ancora in vigore. Con un rescritto a firma del cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, il Pontefice ha infatti riformato il punto numero 2267 del Catechismo, stabilendo anche che la Chiesa "si impegna con determinazione per l'abolizione in tutto il mondo" della pena di morte.

Nonostante le prese di posizione decise degli ultimi pontefici, infatti, la prescrizione del catechismo non era ancora categorica. Il testo valido fino a oggi, che risale all'epoca di Wojtyla, recitava: "L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani".

Da ora in poi non sono contemplate eccezioni. "Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi", recita il nuovo testo. Che subito dopo stabilisce l'inammissibilità della pena capitale dovunque e in ogni caso.

Il testo recepisce, tra l'altro, tra virgolette, un passo del discorso di papa Francesco dell'11 ottobre 2017 ai partecipanti all'incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, in occasione del 25/mo anniversario della pubblicazione della Costituzione Apostolica Fidei depositum (11 ottobre 1992), con la quale Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa cattolica. In quell'occasione Bergoglio aveva chiesto che fosse riformulato l'insegnamento sulla pena di morte, in modo da raccogliere meglio lo sviluppo della dottrina avvenuto su questo punto negli ultimi tempi.

© Riproduzione riservata
02 agosto 2018

Da - http://www.repubblica.it/cronaca/2018/08/02/news/la_svolta_del_papa_la_pena_di_morte_e_sempre_inammissibile_-203215150/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr
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« Risposta #8 inserito:: Settembre 23, 2018, 05:38:34 pm »

PARTITI E SOCIETÀ CIVILE

Impresa, ambiente e migranti: una politica a misura d’uomo

Roma
Mettere sempre al centro la persona. È questa l’indicazione principale che il mondo della politica fa propria, dopo l’intervista in esclusiva rilasciata ieri al Sole24Ore da Papa Francesco. Una politica a misura d’uomo, sia quando si parla di imprese, di ambiente che quando ci si occupa di politiche migratorie.
Proprio da quest’ultimo punto parte il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ieri a margine della 44esima edizione del Forum The European House Ambrosetti a Cernobbio: «Ho avuto più volte occasione di dire che non dobbiamo mai dimenticare che i migranti sono persone, non dobbiamo però neanche dimenticare il loro numero. Questi sono flussi migratori epocali. L’Europa non dovrebbe mai lasciare soli i Paesi di fronte alle grandi sfide che il mondo globalizzato pone. In particolare di fronte a questa, proprio per la sua sensibilità, che concerne i movimenti di persone», ha detto il ministro.
Maurizio Lupi, ex ministro delle Infrastrutture e deputato di Noi con l’Italia, nell’intervista del Papa sottolinea «la centralità della persona nell’economia. Questa frase che molti usano resta quasi sempre una frase astratta o al più un supplemento d’animo lasciato alla buona volontà dell’imprenditore che si aggiunge al fare economico che comunque continua ad avere le sue leggi autonome, la prima: il profitto. Mettere al centro la persona invece per il Papa – sottolinea Lupi – può cambiare proprio il modo di fare impresa perché questo implica due cose: la preminenza del lavoro sulla finanza e anche sul reddito e la dimensione comunitaria e sociale dell’impresa». Ma Lupi vede anche una «attualità bruciante» nella frase di Francesco che dice: «I sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzazione». Ma per la politica, un punto di riferimento, spiega Lupi è anche la posizione di Francesco sul «bene della comunità»: «C’è qui – spiega il deputato – un criterio chiaro per individuare il tanto citato bene comune che è sempre dato dall’incontro fra diversi in cui si riesce a fare sintesi, non dall’imposizione di ricette politiche che si presumono giuste».
C’è poi il capitolo sulla responsabilità sociale d’impresa: «Qui – conclude Lupi – c’è tutta la concretezza di cosa voglia dire la centralità della persona e nello stesso tempo il riconoscimento dell’importanza dell’impresa e del lavoro dell’imprenditore in una società che sia così orientata e non guidata dall’alto o dal centralismo statale. Vedo in queste parole del Papa una traduzione molto moderna del concetto di sussidiarietà, con prospettive tutte da studiare e da scoprire».
Un punto da cui parte anche la riflessione di Ermete Realacci ex deputato Pd e soprattutto presidente della Fondazione Symbola che da anni difende gli investimenti nell’economia sostenibile: «L’economia più produttiva e competitiva è proprio quella che è più a misura d’uomo. Le nostre analisi suffragate dai numeri ci dicono che le imprese che investono su green economy e sostenibilità non si indeboliscono, ma si rafforzano, è quello che dice anche il Papa in questa meravigliosa intervista». Perché «trattare con rispetto i lavoratori, la comunità e il proprio territorio vuol dire essere più forti generando anche nuovo lavoro: l’anno scorso il 40% dei nuovi occupati era legato alla green economy», aggiunge Realacci. Che si dice convinto che già oggi «un pezzo del nostro made in Italy e della nostra manifattura che guarda ai valori e alla bellezza va nella direzione indicata dal Papa».
Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà si dice «colpito, subito all’inizio della conversazione con il direttore Guido Gentili, dal richiamo del Papa alla “crescita di un popolo” come base e chiave di un’economia fondata sul lavoro e di una società vitale e sostenibile. Il progresso tecnologico e il semplice dinamismo economico, ci dice Francesco, non sono e non creano vero sviluppo se non coinvolgono “il cuore dell’uomo”», conclude.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Marzio Bartoloni
Andrea Marini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180908&startpage=1&displaypages=2
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« Risposta #9 inserito:: Febbraio 06, 2019, 08:53:20 pm »

L'emozione, da musulmano, di vedere il Papa nel Golfo

Il giusto atteggiamento, ha detto Francesco, "non è né l'uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti"

   Di BRAHIM MAARAD
04 febbraio 2019,18:41

 Speranza. E' questo ciò che, da musulmano cresciuto in Occidente, mi trasmette la visita di Papa Francesco nel Penisola Arabica. La prima di un pontefice. La speranza che nasce dal gesto di un Uomo di Dio, "venuto dall'altra parte del mondo", che si presenta a bordo di un'utilitaria per porgere la mano a un'altra fede.
La speranza mostrata dai musulmani, guidati dal Grande imam dell'Azhar, che lo accolgono con gli onori dovuti e meritati, in mezzo a un deserto trasformato in paradiso. Con la coscienza di essere diversi, ma fratelli. La fratellanza che esprime - ha spiegato Francesco nel suo discorso ad Abu Dhabi - "anche la molteplicità e la differenza che esistono tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità".

E il giusto atteggiamento "non è né l'uniformità forzata, né il sincretismo conciliante: quel che siamo chiamati a fare, da credenti, è impegnarci per la pari dignità di tutti, in nome del Misericordioso che ci ha creati e nel cui nome va cercata la composizione dei contrasti e la fraternità nella diversità". Il Papa ha citato il Misericordioso, uno dei nomi di Allah più ricorrenti, che apre ogni versetto del Corano.               

In un'epoca in cui sembra molto più facile e immediato chiudersi in se stessi, allontanare gli altri, arroccarsi nelle proprie convinzioni, i gesti e le parole a cui il mondo sta assistendo sono da considerarsi una felice rivoluzione.

Sarebbe oltremodo utopico non fare i conti con la realtà: dalle guerre, ai diritti umani soffocati in troppi angoli del mondo, agli estremismi dilaganti. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. "La guerra non sa creare altro che miseria, le armi nient'altro che morte", ha affermato il Pontefice. "Sono qui per la pace", aveva esordito.

E della guerra ha parlato anche il grande Imam dell’Azhar, Ahmad al Tayyib, che ha definito Francesco “un caro amico”, ricordando di essere parte di quella che si può considerare la “generazione della guerra”. Nata tra i racconti della seconda guerra mondiale e che ha visto e vissuto un conflitto dopo l’altro. Buona parte giustificati con la religione eppure, citando i testi sacri, nessun Dio chiama alla guerra.

"Qui, in pochi anni, con lungimiranza e saggezza, il deserto è stato trasformato in un luogo prospero e ospitale; il deserto è diventato, da ostacolo impervio e inaccessibile, luogo di incontro tra culture e religioni", ha detto il Papa.

La mia convinzione è che, con "lungimiranza e saggezza", si possa fare rifiorire il deserto di valori di cui ci siamo circondati. Seguendo l'esempio che ci è stato tracciato da Francesco e al Tayyib: andare dall'altra parte del mondo per incontrare un “fratello diverso”.   
---------
Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Da - https://www.agi.it/blog-italia/idee/papa_francesco_islam-4949322/post/2019-02-04/
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« Risposta #10 inserito:: Febbraio 14, 2019, 06:55:20 pm »

Il vero estremista è papa Francesco
   
Di Raffaele Carcano

“Un modello di convivenza, di fratellanza umana e di incontro tra diverse civiltà e culture, dove molti trovano un posto sicuro per lavorare e vivere liberamente, nel rispetto delle diversità”.

No, non è la Svezia. È un giudizio riferito alla politica degli Emirati Arabi Uniti. L’autore dell’apologia si chiama Jorge Mario Bergoglio: da quasi sei anni, anche papa Francesco. Il cristiano più potente al mondo.

Che, tuttavia, non sembra essere al corrente che negli Emirati non si lavora “liberamente”. Come negli altri paesi arabi vige infatti il kafala: prevede che qualche residente si faccia garante del lavoratore straniero. Ma la garanzia può essere revocata in ogni momento e per qualunque motivo, con le conseguenze del caso. Lo sfruttamento dei migranti più poveri, che pure il pontefice denuncia in continuazione, laggiù è una venerata tradizione. Vivere “liberamente” è altrettanto difficile, almeno per i nostri standard. La lista di divieti è lunga: basta baciarsi in pubblico per finire in carcere (ma il papa l’ha fatta franca). E non finisce certo qui. Come ha puntualmente denunciato Amnesty International, negli Emirati la situazione dei diritti umani è, molto semplicemente, “drammatica”.

Proprio negli Emirati il papa si è incontrato con Ahmad Al-Tayyib, il grande imam dell’università Al-Azhar: colui che nei giorni scorsi ha magnanimamente fatto ridurre la sanzione a due studenti, “colpevoli” di essersi abbracciati davanti a tutti. D’amore e d’accordo, papa e imam hanno firmato insieme il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. In nome della “collaborazione comune”, hanno denunciato come “tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti”.

Dobbiamo prendere atto che i due riconoscono, quantomeno, “i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere”. Sono però tutti ambiti che, a ben vedere, hanno scarsi legami con i diritti umani. La Santa Sede evita ancora oggi di firmare la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, e l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, giusto qualche settimana fa, ha dichiarato che la Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, nonostante il nome che porta, è incompatibile con i diritti umani.

Il documento congiunto lamenta inoltre “un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità”, che contribuirebbe “a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione”. Chi siano i “frustrati, soli e disperati” non ci è però dato a sapere: i non credenti? I credenti? I leader dei credenti, quando sono messi a confronto con la secolarizzazione di tanti paesi, e scoprono che va di pari passo con la crescita della sensazione di felicità?

Sta di fatto che tale situazione, secondo il papa e l’imam, “conduce molti a cadere” non soltanto “nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco”, ma anche “nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico”. E meno male che la dichiarazione, emessa “al fine di raggiungere una pace universale”, vorrebbe rappresentare anche “un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti” – anche se questi ultimi non sono stati ovviamente coinvolti nella sua stesura. Ma chi saranno mai gli estremisti atei? E quelli agnostici? Provate a digitare su Google “estremismo agnostico”: vi restituirà soltanto il documento dei due religiosi. “Agnostico” è chi sospende il giudizio sull’esistenza di dio: può esistere una “vorticosa sospensione estrema”?

Forse siamo noi dell’Uaar, gli estremisti, visto che il direttore di Avvenire ci ritiene “sempre pronti a scagliare invettive e anatemi (laicissimi)”. L’Uaar come l’Isis? Del resto, papa e imam hanno anche evocato la “terza guerra mondiale a pezzi”. Purtroppo per il papa e per l’imam, atei e agnostici possono vantarsi del fatto che nessuna guerra è stata mai combattuta in nome dell’ateismo e dell’agnosticismo, a differenza del cristianesimo e dell’islam: anche perché è difficile mandare gli uomini a morire in battaglia senza prospettargli un paradiso.

Atei e agnostici possono inoltre ricordare loro che la Chiesa ha una lunga tradizione di vera e propria ateofobia (e anche l’islam non scherza affatto), e che ancora oggi i non credenti sono discriminati in quasi tutto il mondo. Anche negli Emirati Arabi, ovviamente, dove per l’apostasia è prevista la pena capitale. Che è soltanto la punta dell’iceberg, in un paese tra i più liberticidi del pianeta. I suoi petrodollari pompano ovunque il fondamentalismo musulmano: pensiamo, tanto per restare al caso più eclatante, al sostegno dato ai talebani.

E allora vien da pensare che la dichiarazione, definita “storica” da tanti organi d’informazione italiani, sia invece da considerare un patto, un’alleanza più o meno santa. È infatti molto simile a quella che il papa sottoscrisse tre anni fa con il patriarca di Mosca Kirill, in cui si denunciava “che la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica”. Per il papa e il patriarca, chiedere di trattare i cristiani come qualunque altro cittadino, senza privilegi o discriminazioni, rappresenterebbe dunque “una discriminazione”.

Ma la laicità non interessa proprio, a papa Francesco. Non per niente, ha paragonato il ricorso all’aborto all’affitto di un sicario, al nazismo in guanti bianchi. Ha accostato la fantomatica “teoria gender” alla bomba atomica per impedire il riconoscimento di diritti ai gay, che “non riconoscono l’ordine del creato”. È in totale continuità con il suo predecessore: più passa il tempo, e più dovrebbe essere evidente a chiunque che le differenze sono prevalentemente d’immagine - anche se in tanti, specialmente a sinistra, ci sono cascati in pieno.

Dati alla mano, il vero estremista è proprio papa Francesco. È un antilaico impegnato a negare diritti umani a tutti coloro che non pensano o si comportano come lui. Ricordiamocelo, quando i politici o i mass media lo santificano. Perché non è da papi, imam e patriarchi che possiamo sperare di avere un’umanità realmente felice, libera, pacifica e fraterna. Possiamo fare enormemente meglio senza di loro.

(8 febbraio 2019)

Da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-vero-estremista-e-papa-francesco/
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« Risposta #11 inserito:: Marzo 07, 2019, 05:43:02 pm »

“Liberiamoci dai tentacoli del consumismo e dai lacci dell’egoismo”

Il Papa celebra a Santa Sabina la messa per il Mercoledì delle Ceneri: «Un grande inganno la cultura dell’apparenza che induce a vivere per cose che passano»

Pubblicato il 06/03/2019 - Ultima modifica il 06/03/2019 alle ore 18:06

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO
Cenere. Si ridurranno a questo il denaro, la carriera, l’aspetto esteriore, i passatempi, e tutte quelle cose per cui spendiamo con foga, giorno dopo giorno, la vita. Cenere. «La cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno», dice infatti il Papa celebrando la messa per il Mercoledì delle Ceneri, che dà avvio al tempo della Quaresima, nell’antica Basilica romana di Santa Sabina.

Francesco vi giunge dopo aver compiuto la tradizionale processione dalla chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino. Nella sua omelia, che precede il rito di imposizione delle ceneri sul capo - il primo a riceverle è lo stesso Pontefice per mano del cardinale slovacco Jozef Tomko, titolare della Basilica - Bergoglio esorta a ritrovare «la rotta della vita», liberandosi «dai tentacoli del consumismo e dai lacci dell’egoismo, dal voler sempre di più, dal non accontentarci mai, dal cuore chiuso ai bisogni del povero».

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È ciò che avviene quando si vive per «i beni e il benessere», per il successo, il potere. «Se viviamo per loro, diventeranno idoli che ci usano, sirene che ci incantano e poi ci mandano alla deriva», mette in guardia il Papa. Rilancia allora il «messaggio breve e accorato» che Dio rivolge a tutti i credenti a inizio Quaresima: «Ritornate a me».

«Ritornare. Se dobbiamo ritornare, vuol dire che siamo andati altrove», commenta il Papa. «La Quaresima è il tempo per ritrovare la rotta della vita. Perché nel percorso della vita, come in ogni cammino, ciò che davvero conta è non perdere di vista la meta. Quando invece nel viaggio quel che interessa è guardare il paesaggio o fermarsi a mangiare, non si va lontano. Ognuno di noi può chiedersi: nel cammino della vita, cerco la rotta? O mi accontento di vivere alla giornata, pensando solo a star bene, a risolvere qualche problema e a divertirmi un po’? Qual è la rotta? Forse la ricerca della salute, che tanti oggi dicono venire prima di tutto ma che prima o poi passerà? Forse i beni e il benessere?».

«Non siamo al mondo per questo», afferma il Papa. Bisogna «ritornare» al Signore: è Lui «la meta del nostro viaggio nel mondo». Per ritrovarla la Chiesa offre un segno, la cenere in testa, «che ci fa pensare a che cosa abbiamo in testa: i nostri pensieri inseguono spesso cose passeggere, che vanno e vengono. Il lieve strato di cenere che riceveremo è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento».

Tutto passa: «I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta», assicura il Vescovo di Roma. La Quaresima è dunque un tempo «per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere»; aiuta a riscoprire che siamo fatti «per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra».

È, in sostanza, un «viaggio di ritorno all’essenziale», annota il Papa, da percorrere «senza ipocrisia» e «senza finzioni». Tre sono le armi da portare in questo itinerario: la preghiera, l’elemosina e il digiuno. La preghiera porta a guardare «verso l’Alto» per liberarsi «da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio»; la carità conduce «verso l’altro», perché «libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me». Il digiuno, invece, «invita a guardarci dentro» e «libera dagli attaccamenti alle cose, dalla mondanità che anestetizza il cuore».

È così che possiamo liberare il cuore che, dice il Papa, è «come una bussola in cerca di orientamento» o «una calamita che ha bisogno di attaccarsi a qualcosa». «Ma se si attacca solo alle cose terrene, prima o poi ne diventa schiavo».

Papa Francesco conclude con un invito mirato, quello di fissare lo sguardo sul Crocifisso: «La povertà del legno, il silenzio del Signore, la sua spogliazione per amore ci mostrano la necessità di una vita più semplice, libera dai troppi affanni per le cose. Gesù dalla croce ci insegna il coraggio forte della rinuncia. Perché carichi di pesi ingombranti non andremo mai avanti». Gesù, prosegue, «ci chiama a una vita infuocata di Lui, che non si perde tra le ceneri del mondo; una vita che brucia di carità e non si spegne nella mediocrità».

Nel corso della celebrazione ha avuto luogo il rito di benedizione e imposizione delle Ceneri, ricavate dalla bruciatura dei rami degli alberi d’ulivo, conservati dalla Domenica delle Palme dello scorso anno. Dopo averle ricevute per primo, Papa Francesco le ha imposte a cardinali, vescovi, religiosi e religiose, monaci benedettini e fedeli presenti alla messa.

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Da - https://www.lastampa.it/2019/03/06/vaticaninsider/liberiamoci-dai-tentacoli-del-consumismo-e-dai-lacci-dellegoismo-uOa4wbNjn07uQDZDQ3jV9K/pagina.html
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« Risposta #12 inserito:: Aprile 07, 2019, 11:57:17 pm »

Giovani, il Papa: nessun tabù sulla sessualità, è un dono di Dio

Firmata lunedì 25 marzo nella Santa Casa di Loreto e indirizzata «ai giovani e a tutto il popolo di Dio», Francesco pubblica «Christus vivit», l'esortazione apostolica post-sinodale

Pubblicato il 02/04/2019 - Ultima modifica il 02/04/2019 alle ore 12:20

DOMENICO AGASSO JR
CITTÀ DEL VATICANO

Papa Francesco si sofferma sull’«ambiente digitale», che ha creato «un nuovo modo di comunicare» e che «può facilitare la circolazione di informazione indipendente». Presenta «i migranti come paradigma del nostro tempo». E assicura: «I giovani sentono fortemente la chiamata all'amore e sognano di incontrare la persona giusta con cui formare una famiglia». Dio ha creato la sessualità, che è un Suo dono, e dunque «niente tabù». Nell’esortazione post-sinodale dedicata ai ragazzi e intitolata «Christus vivit» («Cristo vive»), pubblicata oggi, 2 aprile 2019, il Pontefice ricorda ai ragazzi che «c’è una via d’uscita» in tutte le situazioni buie e dolorose. Riflette su quelli «impegnati», affermando che possono a volte correre «il rischio di chiudersi in piccoli gruppi». Sottolinea che tutti sono chiamati a essere «missionari coraggiosi». Firmato lunedì 25 marzo nella Santa Casa di Loreto e indirizzata «ai giovani e a tutto il popolo di Dio», nel documento, composto di nove capitoli divisi in 299 paragrafi, il Vescovo di Roma spiega di essersi lasciato «ispirare dalla ricchezza delle riflessioni e dei dialoghi del Sinodo» dei giovani, che si è svolto in Vaticano nell’ottobre 2018. E dà indicazioni chiare alla pastorale giovanile: non può che essere sinodale, cioè capace di dar forma a un «camminare insieme»; e comporta due grandi linee di azione: la ricerca e la crescita. Deve essere «popolare, più ampia e flessibile, che stimoli, nei diversi luoghi in cui si muovono concretamente i giovani, quelle guide naturali e quei carismi che lo Spirito Santo ha già seminato tra loro».

Che cosa dice Dio sui giovani?
Francesco ricorda che «in un’epoca in cui i giovani contavano poco, alcuni testi mostrano che Dio guarda con altri occhi». Gesù, «l’eternamente giovane, vuole donarci un cuore sempre giovane» e aggiunge: «Notiamo che a Gesù non piaceva il fatto che gli adulti guardassero con disprezzo i più giovani o li tenessero al loro servizio in modo dispotico. Al contrario, chiedeva: “Chi tra voi è più grande diventi come il più giovane”. Per Lui, l’età non stabiliva privilegi, e che qualcuno avesse meno anni non significava che valesse di meno». Francesco afferma: «Non bisogna pentirsi di spendere la propria gioventù essendo buoni, aprendo il cuore al Signore, vivendo in un modo diverso».

No alla Chiesa sempre in guerra per due o tre temi «che la ossessionano»
Non bisogna pensare, scrive Francesco, che «Gesù fosse un adolescente solitario o un giovane che pensava a sé stesso. Il suo rapporto con la gente era quello di un giovane che condivideva tutta la vita di una famiglia ben integrata nel villaggio», «nessuno lo considerava un giovane strano o separato dagli altri». Il Papa fa notare che Gesù adolescente, «grazie alla fiducia dei suoi genitori... si muove con libertà e impara a camminare con tutti gli altri». Questi aspetti della vita di Gesù non dovrebbero essere ignorati nella pastorale giovanile, «per non creare progetti che isolino i giovani dalla famiglia e dal mondo, o che li trasformino in una minoranza selezionata e preservata da ogni contagio». Servono invece «progetti che li rafforzino, li accompagnino e li proiettino verso l’incontro con gli altri, il servizio generoso, la missione». Il Signore «ci chiama ad accendere stelle nella notte di altri giovani». Francesco parla quindi della giovinezza della Chiesa e scrive: «Chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri. No». È giovane «quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio».

È vero che «noi membri della Chiesa non dobbiamo essere tipi strani», ma al contempo «dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale». La Chiesa può essere tentata di perdere l’entusiasmo e cercare «false sicurezze mondane. Sono proprio i giovani che possono aiutarla a rimanere giovane».

Il Papa torna poi su uno degli insegnamenti a lui più cari e spiegando che bisogna presentare la figura di Gesù «in modo attraente ed efficace» dice: «Per questo bisogna che la Chiesa non sia troppo concentrata su sé stessa, ma che rifletta soprattutto Gesù Cristo. Questo comporta che riconosca con umiltà che alcune cose concrete devono cambiare».

Nell’esortazione si riconosce che ci sono giovani i quali sentono la presenza della Chiesa «come fastidiosa e perfino irritante». Un atteggiamento che affonda le radici «anche in ragioni serie e rispettabili: gli scandali sessuali ed economici; l’impreparazione dei ministri ordinati che non sanno intercettare adeguatamente la sensibilità dei giovani; il ruolo passivo assegnato ai giovani all’interno della comunità cristiana; la fatica della Chiesa di rendere ragione delle proprie posizioni dottrinali ed etiche di fronte alla società».

Ci sono giovani che «chiedono una Chiesa che ascolti di più, che non stia continuamente a condannare il mondo. Non vogliono vedere una Chiesa silenziosa e timida, ma nemmeno sempre in guerra per due o tre temi che la ossessionano. Per essere credibile agli occhi dei giovani, a volte habisogno di recuperare l’umiltà e semplicemente ascoltare, riconoscere in ciò che altri dicono una luce che la può aiutare a scoprire meglio il Vangelo». Per esempio, una Chiesa troppo timorosa può essere costantemente critica «nei confronti di tutti i discorsi sulla difesa dei diritti delle donne ed evidenziare costantemente i rischi e i possibili errori di tali rivendicazioni», mentre una Chiesa «viva può reagire prestando attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne», pur «non essendo d’accordo con tutto ciò che propongono alcuni gruppi femministi».

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Da - https://www.lastampa.it/2019/04/02/vaticaninsider/giovani-il-papa-nessun-tab-sulla-sessualit-un-dono-di-dio-18kjIfXgSHYJkryFRE8o5L/pagina.html

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