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Autore Topic: GIORDANO STABILE.  (Letto 1153 volte)
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« Risposta #15 il: Ottobre 18, 2017, 07:10:33 »

Yemen, primo raid Usa contro l’Isis: uccisi 50 jihadisti
Pubblicato il 17/10/2017 - Ultima modifica il 17/10/2017 alle ore 09:46

GIORDANO STABILE

L’aviazione americana ha compiuto il primo raid contro l’Isis in Yemen. Droni armati hanno bombardato due campi di addestramento nella zona centrale del Paese. Nei campi c’erano almeno 50 jihadisti e «decine» di loro sono stati uccisi, ha precisato il Pentagono. I due campi, situati nel governatorato di Al-Bayda, venivano utilizzati per «addestrare i miliziani a compiere attacchi con kalashnikov, mitragliatrici, lanciarazzi».
 
In competizione con Al-Qaeda 
La provincia di Al-Bayda è finita sotto il controllo dei gruppi islamisti da quando nel 2015 è scoppiata la guerra civili fra gli sciiti Houti e le forze del presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. In Yemen opera soprattutto Al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap), ma l’Isis sta cercando di inserirsi, come ha già fatto in Libia e Somalia. Due settimane fa i media ufficiali dell’Isis, Al-Furqan, avevano diffuso immagini di un campo nello Yemen, all’interno di un «wadi», una stretta valle in mezzo al deserto. Il «servizio» di propaganda sottolineava la capacità dello Stato islamico di riorganizzarsi, nonostante le sconfitte in Siria e Iraq, e di espandersi verso nuovi territori.
 
Pericolo per il mondo 
Per questo gli Stati Uniti hanno deciso di colpire rapidamente. «Le Forze Usa stanno sostenendo le operazioni antiterrorismo contro l’Isis e l’Aqap – ha sottolineato il Pentagono - per ridurre le capacità dei due gruppi di coordinare attacchi esterni e mantenere il controllo di pezzi di territorio nel Paese», anche perché l’Isis ha usato questi territori «per pianificare, dirigere, ispirare, reclutare per attacchi terroristici contro l’America e i suoi alleati in tutto il mondo».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/17/esteri/yemen-primo-raid-usa-contro-lisis-uccisi-jihadisti-cAKVk4cpxVm4hfDmxPeQmM/pagina.html
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« Risposta #16 il: Ottobre 21, 2017, 12:16:14 »

I pasdaran pronti alla guerra: “Possiamo colpire le basi Usa”
Il comandante Suleimani deciso a dare battaglia in Iraq e Siria. Rohani: continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa
Pubblicato il 14/10/2017 - Ultima modifica il 14/10/2017 alle ore 11:15

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Qassem Suleimani, leader delle forze d’élite dei pasdaran, gli Al-Quds, è l’uomo che ha scompaginato i piani degli americani in Medio Oriente. Nel 2008, durante la guerriglia contro le forze statunitensi in Iraq, condotta dai sunniti quanto dagli sciiti, si è guadagnato il soprannome di «viceré dell’Iraq». Ora il titolo andrebbe esteso alla Siria e al Libano, dove la sua influenza è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi sei anni. Il comandante «è come l’acqua», spiega un ufficiale di Hezbollah, «si infila appena vede un fessura strategica».
 
La grande fessura, una voragine, l’ha scavata per lui l’Isis nel 2014. Uno degli obiettivi del califfo Abu Bakr al-Baghdadi era cancellare i confini di Sykes-Picot e creare un impero sunnita. Adesso, con lo Stato islamico ormai quasi sconfitto, le frontiere fra Libano, Siria, Iraq sono destinate a rimanere, sulla carta. Ma sul terreno si è creato un grande spazio libero, dove operano senza ostacoli, dal Mediterraneo all’Iran, le forze paramilitari costruite da Suleimani.
 
È questa forza, flessibile e poco controllabile, a dare sicurezza (a volte supponenza) ai pasdaran. Se il presidente iraniano Hassan Rohani ha usato il fioretto nella sua replica a Donald Trump, accusato di ignorare «storia, geografia e diritto internazionale», e di aver dimenticato «il golpe della Cia» contro il premier Mohammad Mossadegh nel 1953 e l’appoggio americano a Saddam Hussein nella guerra Iran-Iraq. Il presidente ha poi aggiunto che Teheran continuerà «a rafforzare le nostre capacità di difesa». 
 
Mentre il leader del «Corpo delle guardie della rivoluzione islamica» (pasdaran significa «guardie»), Mohammed Ali Jafari, ha minacciato rappresaglie con i missili «sulle basi americane» e di considerare l’esercito statunitense «un’organizzazione terroristica».
 
Ma dietro alle sparate propagandistiche c’è l’azione di Suleimani. Già lo scorso luglio il comandante ha chiamato il premier iracheno Haider al-Abadi. «Dì ai tuoi amici americani – è il succo della conversazione – che in Iraq ci sono 100 mila combattenti ai miei ordini e che se loro ci attaccano in Siria io posso trasformare l’Iraq di nuovo in un inferno». L’avvertimento è valido anche adesso. L’Iran ha uno stretto controllo su almeno metà delle milizie sciite irachene, al-Hashd al-Shaabi.
 
Ai centomila uomini in Iraq, vanno sommati altri cinquantamila in Siria, fra siriani, iracheni, sciiti afghani e pachistani, e altrettanti di Hezbollah in Libano. In tutto quasi il doppio dei pasdaran iraniani, 125 mila, compresi i 25 mila che operano nei reparti missilistici e nel Golfo Persico. Secondo l’antiterrorismo americano le forze sciite fuori dall’Iran vanno considerate «parti integranti» dei pasdaran: siamo quindi di fronte a oltre 300 mila combattenti. 
 
Lo stretto controllo iraniano è vero per l’ala militare dei movimenti sciiti, ma non va dimenticato che Hezbollah, ma anche molte milizie degli al-Hashd al-Shaabi in Iraq, possiedono un’ala politica, sono radicati sul territorio, hanno rappresentanti in Parlamento e nei governi libanese e iracheno. Sono questi aspetti che rendono la «guerra ibrida» praticata da Suleimani molto efficace. Le milizie riescono a reclutare giovani anche perché in cambio danno servizi gratuiti, ospedali e scuole superiori. 
 
La leadership dei pasdaran non intende però andare allo scontro diretto con le forze militari americane in Medio Oriente. Ci potrebbero essere «scherzetti», soprattutto nella zona di Al-Tanf in Siria, un posto di frontiera con Iraq e Giordania controllato dalle forze speciali americane. Una pratica consolidata per i pasdaran, che provocano e «testano» spesso con i loro barchini veloci le unità della Marina americana nel Golfo Persico.
 
L’altro punto dove le milizie sciite potrebbero alimentare le tensioni è il fronte di Kirkuk in Iraq. Qui la potente milizia Kataib Imam Ali è arrivata a contatto con i peshmerga curdi a Sud della città e ieri ha occupato alcuni check-point. Colpire i curdi, i più affidabili alleati degli Stati Uniti nella regione, è una possibile ritorsione. Ma la pressione più grande è sull’alleato strategico di Washington, Israele. L’ufficiale di Hezbollah fa notare che con gli sviluppi della guerra in Siria ora l’ampiezza del fronte fra la milizia libanese e le forze israeliane «non è più di cento chilometri ma di trecento».
 
Come dire, possiamo infiltrarci più facilmente. Hezbollah è già finito nel mirino nella nuova strategia anti-Iran di Trump, e sulle teste di due comandanti, Talal Hamiyah, il capo delle «operazioni estere», e Fuad Shukr, sono state messe taglie di sette e cinque milioni di dollari. «Come mettere una taglia su due fantasmi», è la replica.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/10/14/esteri/i-pasdaran-pronti-alla-guerra-possiamo-colpire-le-basi-usa-WB2MV5cf2OXZ5d51UiDfMO/pagina.html
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« Risposta #17 il: Novembre 04, 2017, 07:16:35 »

Raqqa, viaggio nella terra dell’Apocalisse
L’ex capitale dell’Isis è una città fantasma. Le famiglie che provano a tornare saltano sulle mine lasciate dai miliziani. Ed è emergenza umanitaria per i civili in fuga dagli sciiti
Pubblicato il 02/11/2017 - Ultima modifica il 02/11/2017 alle ore 12:57

GIORDANO STABILE
INVIATO A RAQQA

Un ponte sopra un torrente che scorre in un fosso, fra i canneti ingialliti dalla sabbia del deserto. È questo il limite occidentale della città fantasma, Raqqa, l’ex capitale dello Stato islamico ridotta a un cumulo di macerie. Da questa parte, lungo la strada polverosa, qualche bottega ha riaperto e le prime famiglie sono tornate. Di là è una terra di nessuno, dove possono entrare solo gli sminatori inviati dagli Stati Uniti. 

La maggior parte dei quartieri, i tre quarti di una città che una volta contava mezzo milione di abitanti sono disabitati. Tutti gli accessi sono sorvegliati ma ogni notte qualcuno cerca di entrare, di andare a vedere che cosa è rimasto della propria casa. E ogni notte si sentono le esplosioni delle bombe trappole piazzate dall’Isis prima della disfatta. In due settimane, dopo la fine della battaglia, sono morte 19 persone. Una volta perduta, Raqqa doveva diventare inabitabile. Ed è così, per ora. 

Subito dopo il ponte, al check point delle Forze democratiche siriane, sventola la bandiera dello Ypg, i guerriglieri curdi che hanno condotto il grosso della battaglia, per oltre quattro mesi, e perso 600 combattenti, i loro «martiri». Accanto alla moschea semidistrutta, due fuoristrada sbarrano la strada. Oltre si prosegue nel quartiere di Sibahiya e poi nel centro della città moderna, dove l’Isis ha condotto l’ultima resistenza. Ma la strada è ancora chiusa. «L’Isis ha minato tutto, anche le porte delle case, le pentole, i giocattoli», conferma Danis, il comandante dell’area, in mimetica, maglioncino e scarpe da ginnastica blu. È un esercito che veste casual quello dello Ypg, ma sulla terrazza della moschea c’è ancora piazzata una mitragliatrice da 7,62, nera luccicante. Il califfato a Raqqa è finito, ma «non si sa mai».

La tensione che ancora si sente, dopo una lotta così dura, non è però soltanto per il fantasma dell’Isis, che continua a uccidere dopo esser stato distrutto. I guerriglieri curdi faticano a controllare la pressione degli abitanti che vogliono entrare, a qualsiasi costo. C’è una famiglia accampata proprio davanti al check-point. Il vecchio con il copricapo a quadretti rossi e bianchi dei beduini agita il bastone e fa la faccia dura, ma poi si siede, quasi si accascia. Si chiama Mohammad Qassim, ed è lì con la moglie, una sorella e il nipotino. La notte scorsa hanno arrestato il figlio maggiore: «Era andato soltanto a vedere la casa», spiega. Non è un «criminale, devono liberarlo». Anche perché di notte la città «pullula di sciacalli, si portano via tutto, ma quelli non li fermano». I pochi commercianti del quartiere accanto, Jazira, confermano.

I combattenti stranieri 
La più combattiva è Fatima Mustafa, una donna sulla cinquantina, il viso tondo, con il vestito e l’hijab neri, come gli occhi che a un certo punto si riempiono di lacrime. «La casa mia è distrutta, in quella di mio figlio non c’è più nulla, neanche l’acqua per bere». Altri però l’interrompono. La vita è durissima ma è vita, «non la morte su questa Terra come sotto Daesh», cioè l’Isis. «Abbiamo visto tante decapitazioni, mani mozzate in piazza Al-Naim», raccontano: «Qualcuno ha creato questo mostro e ce l’ha messo in testa, come a Mosul, a Deir ez-Zour, sono venuti da tutto il mondo a massacrarci, noi di Raqqa non c’entriamo nulla». Tutti i capi, spiegano, erano stranieri, e anche la manovalanza più fanatica: «Almeno il 70 per cento: maghrebini, tunisini, sauditi, europei, anche americani, e tantissimi ceceni e russi», cioè combattenti dell’Asia centrale ex sovietica, uzbeki e tajiki, che qui come a Mosul hanno condotto una resistenza accanita e suicida. Ma non tutti.
 
La battaglia si è chiusa due settimane fa con un accordo fra i curdi e i combattenti stranieri rimasti, circa trecento. Si sono arresi in cambio - anche se non è la versione ufficiale - di un salvacondotto verso le ultime zone ancora in mano allo Stato islamico, a valle lungo il fiume Eufrate. Il timore che possano in qualche modo tornare nei Paesi d’origine, anche in Europa, è elevato. L’ultima fase della guerra al Califfato sta scardinando tutte le frontiere. Da Ovest avanzano le forze governative e assediano i quartieri ancora in mano all’Isis di Deir ez-Zour; da Raqqa, verso Sud-Est, premono le Forze siriane democratiche guidate dai curdi; da Est sono l’esercito iracheno e le milizie sciite ad attaccare verso il confine fra Siria e Iraq e le città di Al-Qaim e Al-Bukamal. È una morsa tremenda, che schiaccia anche centinaia di migliaia di civili in fuga da tutto, dagli islamisti, dagli sciiti, dai governativi.

Siamo di fronte a una «catastrofe umanitaria», conferma Angélique Muller, coordinatrice delle emergenze per Medici senza frontiere nel Nord della Siria. «Solo nei primi sette mesi del 2017 un milione e mezzo di persone hanno dovuto lasciare le loro case», a un ritmo mai visto in sette anni di guerra pure durissima. L’impatto è stato devastante verso la fine della battaglia di Raqqa e con l’inizio delle nuove offensive. «Due settimane fa - continua Muller - nel campo di Ain Issa c’erano 7 mila rifugiati, oggi sono 22 mila». Ma la maggior parte dei nuovi arrivi non sono dalla Siria. «Stanno arrivando migliaia di iracheni. All’inizio non capivamo poi è emerso un fenomeno sconvolgente: questa gente, sunnita, scappa dalle milizie sciite irachene, arriva fin qui per poi proseguire lungo l’Eufrate fino al confine con la Turchia, poi si sposta di nuovo verso Est in territorio turco e cerca di entrare nel Kurdistan iracheno».

Un esodo biblico che si spiega soltanto perché il Kurdistan «è ancora considerato l’unica zona sicura per i sunniti in Iraq», nonostante lo scontro con il governo centrale iracheno delle ultime settimane. La guerra all’Isis ha lasciato in macerie anche gli Stati, la Siria e l’Iraq, non solo Raqqa. Il fanatismo sunnita ha massacrato sciiti, cristiani, curdi, yazidi. Ora i sunniti temono la vendetta sciita. «Assistiamo persone che sono dovute scappare due, tre volte, arrivano da tutta la Siria, anche dalle zone ora sotto controllo turco, come Idlib», continua Muller. Il Kurdistan siriano, il Rojava, è diventata l’ultima spiaggia per tutti, ma è poverissimo, «non ha nulla da offrire» e soprattutto «non ha più un sistema ospedaliero». Fin dove possono, sopperiscono le Ong, come Msf.
 
I campi 
L’amministrazione locale messa in piedi alla meglio dai curdi del Pyd, il braccio politico dei guerriglieri, è «sopraffatta» da una crisi che metterebbe alla prova uno Stato solido. Nel campo principale di Ain Issa i funzionari che distribuiscono i buoni pasto urlano sempre più nervosi. Scandiscono nome e cognome e poi: «Min wein enta?», tu da dove vieni? La risposta che arriva dalla fila interminabile davanti allo sgabuzzino che funge da ufficio è quasi sempre «Iraq». Dalla zona di Al-Qaim, soprattutto, ma anche da province più lontane, come Salahuddin, Diyala. Sono i disperati in cerca di un porto sicuro che non esiste più in questo Medio Oriente scardinato dalle guerre. Anche i due Kurdistan, quello iracheno e quello siriano, sono sotto assedio, pressati dalla Turchia, e dai governi di Baghdad e di Damasco dominati dagli sciiti e alleati dell’Iran.
 
L’esercito iracheno sta per prendere il posto di frontiera che collega i due Kurdistan, Fish Khabour. A quel punto i rifornimenti di armi per i guerriglieri, ma anche gli aiuti umanitari, saranno molto più difficili. I curdi siriani non ci vogliono pensare. Hanno un loro progetto, senza mezzi ma pieno di idealismo, anche se condito da una dose di marxismo-leninismo. In ogni caso all’opposto di quello dell’Isis. Parità fra donne e uomini, anche nell’esercito, e tante scuole, per tutti i bambini. Nel campo di Ain Issa è il primo giorno dell’anno scolastico, sotto la tende certo, ma si festeggia comunque assieme agli insegnanti. Per molti bambini fuggiti da Raqqa è la prima volta in assoluto, alcuni hanno anche dieci anni. Sotto il califfato c’erano solo lezioni di jihad e istruzione a uccidere. Ora questi bambini inzaccherati dal fango ballano in circolo e cantano. Non hanno più nulla, solo fame e freddo, ma per un’ora possono ridere felici.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/02/esteri/raqqa-viaggio-nella-terra-dellapocalisse-7NkTsheNlp5CAM9A9rzDUO/pagina.html
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« Risposta #18 il: Novembre 12, 2017, 12:20:26 »

Siria, vicino l’accordo fra Stati Uniti e Russia
Oggi l’incontro Trump-Putin in Vietnam per definire i dettagli del dopo-Isis
Pubblicato il 10/11/2017 - Ultima modifica il 10/11/2017 alle ore 10:54

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Stati Uniti e Russia sono vicini a un accordo per i futuri assetti della Siria, ora che la guerra contro l’Isis è vicina alla fine. Il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin dovrebbero annunciarlo oggi nell’incontro previsto, anche se non formalizzato, in Vietnam. Il leader americano si trova in viaggio in Estremo Oriente e il summit con il capo del Cremlino non era in un primo momento previsto.

I punti in discussione 
Il portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee ha confermato che ci potrebbe essere un incontro “meno formale”. Le due parti stanno lavorando per un’intesa che si articola su tre punti, secondo fonti rimaste anonime dell’entourage di Trump: una de-escalation fra le forze russe e americane presenti in Siria in modo da evitare incidenti, riduzione della violenza nella lotta fra le forze governative di Bashar al-Assad e i ribelli non Isis, un nuovo slancio alla missione di pace e di aiuti umanitari condotta dalle Nazioni Uniti.
 
Caduto l’ultimo bastione dell’Isis 
La nuova prospettiva è stata aperta dalla sconfitta ormai inevitabile dello Stato islamico. Ieri l’esercito di Assad, appoggiato dalla Russia, dalle milizie libanesi di Hezbollah e anche da forze irachene, ha espugnato l’ultima cittadina ancora controllata dai jihadisti, Al-Bukamal, sul confine fra Siria e Iraq. Il territorio dell’Isis si estende ora soltanto su zone desertiche a Nord e a Sud dell’Eufrate, sia sul lato iracheno che siriano del confine.
 
Il corridoio sciita 
Con la presa di Al-Bukamal e l’ingresso di forze irachene, milizie Hash al-Shaabi in Siria, il conflitto però assume una nuova dimensione. Il temuto “corridoio sciita” fra Baghdad e Damasco è ora effettivamente aperto e l’influenza dell’Iran sia in Siria che in Iraq è molto accresciuta, con la presenza di decine di migliaia di combattenti addestrati e inquadrati dal generale dei Pasdaran Qassem Suleimani. L’America, e Israele, vogliono evitare un dominio assoluto di Teheran sulla Mesopotamia.
 
Evitare incidenti 
La nuova situazione potrebbe anche condurre a una guerra per procura fra Russia e America. Mosca appoggia Assad ma Washington addestra e arma i guerriglieri curdi dello Ypg, che dopo aver liberato Raqqa dall’Isis potrebbe scontrarsi con le forze governative proprio nella zona di Al-Bukamal e di Deir ez-Zour. Per questo le due potenze vogliono potenziare lo scambio di informazioni sulle loro attività in Siria, come già avviene in una “war room” comune costituita l’hanno scorso ad Amman in Giordania.
 
Le richieste americane 
Washington vuole anche potenziare la “safe zone”, in realtà una zona cuscinetto nel Sud della Siria, al confine con la Giordania, dove i ribelli controllano ancora parte della provincia di Daraa. La de-esclation in quella zona è vista anche come una garanzia per la sicurezza di Israele. Gli Stati Uniti hanno chiesto alla Russia di evitare che sia una presenza permanente di forze iraniane o milizie legare a Teheran.
 
I colloqui di Ginevra 
La casa Bianca vorrebbe anche rilanciare la mediazione dell’Onu. I colloqui di Ginevra sono stati di fatto scavalcati dall’iniziativa di Astana, in Kazahstan, dove Russia, Iran e Turchia hanno delineato i futuri assetti della Siria senza tenere conto di Stati Uniti ed Europa. Mosca e Washington si sono però scontrati a Ginevra sulla sorte di Assad: per i russi non si può discutere il suo ruolo e deve rimanere al potere durante la transizione politica. Gli americani, e i loro alleati sunniti, a cominciare dall’Arabia saudita, chiedono invece che si faccia da parte.
 
Tillerson 
Il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha ribadito che Ginevra resta “il posto giusto per discutere”. Mosca aveva chiesto che il vertice Trump-Putin, visto che i due leader si trovavano contemporaneamente in visita ufficiale in Vietnam, fosse organizzato in maniera formale. Ma Tillerson ha frenato: “Siamo sicuri che ci sia abbastanza sostanza e valga la pena di tenere un summit formale?”, ha spiegato.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/10/esteri/siria-vicino-laccordo-fra-stati-uniti-e-russia-OORRMOF5v5fC8brzFeGVqL/pagina.html
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« Risposta #19 il: Novembre 12, 2017, 12:46:24 »

Esercito sciita e milizie curde, i protagonisti del dopo Isis che allarmano Usa e Russia
Scomparso il “cuscinetto” dei jihadisti ora le due forze potrebbero scontrarsi

Pubblicato il 11/11/2017 - Ultima modifica il 11/11/2017 alle ore 07:16

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

La guerra all’Isis in Siria sta per finire e Usa e Russia non vogliono ritrovarsi invischiati in un altro conflitto per procura, al fianco dei rispettivi alleati. È il paradosso della vittoria contro gli islamisti del Califfato, ormai ridotto a qualche striscia di territorio desertico a Nord-Est dell’Eufrate, su entrambi i lati della frontiera fra Siria e Iraq. Con la liberazione di Raqqa, poi la conquista di Deir ez-Zour da parte dell’esercito di Assad, infine la caduta ieri di Al-Bukamal, l’ultima cittadina in mano all’Isis, si è chiuso un ciclo durato quasi quattro anni, durante i quali i seguaci del califfo al-Baghdadi hanno governato centinaia di centri urbani grandi e piccoli. 

La situazione però non è tornata quella del 2014 e nemmeno quella del 2011, prima dell’inizio della rivolta contro Assad. Due forze sono emerse dalla «ristrutturazione» del Medio Oriente e sono destinate a pesare nei prossimi anni. La loro gestione, e la loro «limitazione», è al centro delle trattative fra Mosca e Washington. Il primo dato, il più impressionante, è la nascita di un esercito transnazionale sciita, libero di muoversi fra Siria e Iraq e connesso con l’Hezbollah libanese. Sono le milizie Hashd al-Shaabi create e modellate dal generale dei Pasdaran Qassem Suleimani.
 
Milizie sciite esistevano anche prima in Iraq e Libano, e in maniera molto limitata in Siria. Ma ora sono organizzate in maniera organica, contano dai 150 ai 300 mila combattenti, hanno imparato a combattere come un esercito regolare: assalti con l’appoggio di artiglieria e aviazione, blitz delle forze speciali, guerra urbana con uso di droni e intelligence. Queste capacità preoccupano l’America e ancor più Israele. Nell’assetto del dopo-Isis, è la prima richiesta di Washington, non ci deve essere «una loro presenza permanente» in Siria, in particolare nella regione al confine con lo Stato ebraico e la Giordania.
 
L’altra forza emersa dalla disfatta dell’Isis è quella dei guerriglieri curdi dello Ypg. Sono loro il nerbo delle Forze democratiche siriane che hanno liberato la provincia di Raqqa, quasi metà di quella di Deir ez-Zour e ora controllano circa un quarto della Siria. Finché c’era il «cuscinetto» dello Stato islamico curdi ed esercito siriano hanno rispettato un tacito accordo: «Io non ti attacco, tu non mi attacchi». Ma ora l’intesa vacilla anche perché Assad ha detto che vuol riprendersi «ogni centimetro quadrato di territorio».
 
Ci sono le premesse per uno scontro che questa volta vedrebbe Mosca e Washington una contro l’altra. In Siria ci sono oltre 10 mila militari russi, almeno 4 mila americani, e nei cieli volano decine di aerei ogni giorno. Per questo l’intesa su cui lavorano le diplomazie prevede prima di tutto di potenziare la «war room» che ufficiali russi e Usa condividono ad Amman, in Giordania, e che serve a comunicare i rispettivi movimenti e a evitare «incidenti».
 
È questo il primo dei tre punti in discussione, fatti trapelare da funzionari della Casa Bianca. Il secondo si incentra su una «riduzione della violenza» nelle zone dove ancora si scontrano i governativi con ribelli non-Isis. Sono in particolare la periferia Est di Damasco e la provincia di Daraa, al confine con la Giordania. Un rafforzamento delle «safe-zone» dove vige la tregua servirebbe anche a creare una «zona cuscinetto» vicino a Israele e a escludere appunto la presenza di milizie sciite.
 
L’ultimo punto prevede «un nuovo slancio» alla missione di pace e di aiuti umanitari condotta dalle Nazioni Unite. I colloqui di Ginevra sotto egida Onu sono stati di fatto scavalcati dall’iniziativa di Astana, in Kazakhstan, dove Russia, Iran e Turchia hanno delineato i futuri assetti della Siria senza tenere conto di Usa e Ue. Ma il segretario di Stato Tillerson ha insistito ieri che è Ginevra la «sede appropriata» per il processo di pace. 
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/11/esteri/esercito-sciita-e-milizie-curde-i-protagonisti-del-dopo-isis-che-allarmano-usa-e-russia-oVEGjNnfwqpUkPQKmrvkUI/pagina.html
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« Risposta #20 il: Novembre 16, 2017, 09:00:20 »

Il Kurdistan verso la rinuncia all'indipendenza
Il governo di Erbil accetta la sentenza della Corte suprema: referendum illegale

Pubblicato il 14/11/2017 - Ultima modifica il 15/11/2017 alle ore 07:38

Giordano Stabile

Il governo regionale del Kurdistan iracheno fa un passo decisivo verso la rinuncia all’indipendenza. In un comunicato ufficiale le autorità di Erbil riconoscono la sentenza dell’Alta corte suprema che aveva giudicato il referendum illegale sulle base dell’Articolo 1 della Costituzione.

Secessione vietata 
I curdi avevano in un primo momento contestato l’interpretazione dato dalla Corte all’Articolo 1, che garantisce “l’unità dell’Iraq”. Ora invece accettano il fatto che la Carta fondamentale impedisce “la secessione di ogni parte dell’Iraq”, compresa la Regione autonoma del Kurdistan.

 La battaglia per Kiruk 
La rinuncia all’indipendenza è il primo punto delle richieste del premier iracheno Haider al-Abadi nelle trattative per risolvere la crisi cominciata dopo il voto del 25 settembre, e che hanno portato allo scontro fra le forze armate curde, i Peshmerga, e l’esercito federale, appoggiato dalle milizie sciite.

Blocco totale 
Lo scorso 18 ottobre Baghdad ha riconquistato Kirkuk e gran parte dei “territori contesi” fra la Regione autonoma e il governo federale, compresa la Piana di Ninive, abitata in maggioranza da cristiani, a Nord di Mosul. Ma il governo di Al-Abadi chiede anche il controllo di tutti i posti di frontiera, degli aeroporti (sottoposti a un blocco) e delle esportazioni di petrolio verso la Turchia.

Il premier Al-Abadi 
Al-Abadi ha accolto “positivamente” la decisione di Erbil di accettare la sentenza dell’Alta corte. Il premier ha già incassato le dimissioni del presidente curdo Massoud Barzani, artefice della marcia verso l’indipendenza culminata con il referendum del 25 settembre. Ora può trattare da una posizione di forza la resa totale del Kurdistan alle sue condizioni.

Usa e Ue 
Barzani aveva deciso di indire il referendum nonostante il parere contrario dei suoi principali alleati internazionali, Usa e Ue. Sia Washington che Bruxelles ha tenuto una posizione “neutrale” durante lo scontro con Baghdad. Senza appoggi internazionali il Kurdistan ora si è reso conto che la scommessa di Barzani non era destinata al successo e ha cominciato la ritirata.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/14/esteri/il-kurdistan-verso-la-rinuncia-allindipendenza-IwYm5b7V8kA1Wf3sPhzfZK/pagina.html
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« Risposta #21 il: Novembre 20, 2017, 05:30:09 »

Lo sporco segreto di Raqqa: lasciati fuggire i terroristi dell’Isis
Inchiesta delle Bbc rivela i dettagli dell’accordo fra curdi e islamisti: salvi anche i foreign fighters

Pubblicato il 14/11/2017 - Ultima modifica il 14/11/2017 alle ore 15:59

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

L’accordo per l’evacuazione di centinaia di combattenti dello Stato islamico, con le loro famiglie, aveva gettato un’ombra sulla vittoria a Raqqa delle Forze democratiche siriane (Sdf), guidate dai guerriglieri curdi dello Ypg. Ora un’inchiesta della Bbc rivela nuovi, inquietanti, dettagli sull’intesa che ha permesso di accelerare la caduta della capitale del Califfato in Siria, un mese fa, ma ha messo in salvo almeno 250 combattenti, comprese decine di stranieri, anche europei. Terroristi che sono stati portati negli ultimi territori ancora in mano allo Stato islamico, nella provincia di Deir ez-Zour e da lì, perlomeno alcuni, hanno imboccato del vie dei trafficanti di esseri umani fra la Siria e la Turchia.
 
I CONDUCENTI NON PAGATI 
L’accordo, nei suoi dettagli, doveva rimanere segreto. Ma già fra il 12 e il 14 ottobre, erano circolate immagini di pullman verdi (quelli che di solito vengono usati per l’evacuazione di combattenti islamisti in Siria) alla periferia di Raqqa. Spezzoni di filmati da cellulari avevano anche mostrato parti del convoglio che usciva dalla città, con combattenti in piedi sui cassoni dei camion che li trasportavano, con le loro armi. Alle trattative fra capi dell’Isis e le Sdf avevano assistito anche rappresentati della Coalizione a guida americana che ha addestrato e armato i guerriglieri curdi e i loro alleati, ma «senza partecipare». I curdi, rivela ora la Bbc, avevano promesso «migliaia» di dollari ai conducenti dei pullman e dei camion perché «mantenessero il segreto». Invece gli autisti non sono mai stati pagati e ora hanno raccontato tutto all’inviato dell’emittente britannica Quentin Sommerville.
 
UNA COLONNA LUNGA CHILOMETRI 
Il convoglio era composto da 45 camion, 13 pullman e un centinaio di veicoli dell’Isis. In tutto ha trasportato almeno 250 combattenti jihadisti, la maggior parte con le loro armi, persino cinture esplosive, e 3500 famigliari. La colonna si snodava per sei chilometri e mezzo. Agli autisti non era stato anticipato né le dimensioni dell’evacuazione («Ci avevano parlato di alcuni centinaia di persone», rivela uno dei conducenti Abu Fawzi, di Tabqa) né il fatto che sarebbero dovuti entrare dentro la città assediata da soli, senza scorta, dove si sono trovati davanti ai terroristi armati fino ai denti, con le cinture esplosive addosso, che hanno «minato con l’esplosivo tutti i mezzi» per farli saltare in aria nel caso l’accordo non fosse stato rispettato.
 
I FOREIGN FIGHTERS 
Invece di un «lavoro di poche ore» gli autisti si sono imbarcati in una odissea di tre giorni, verso Sud e la zona di Al-Bukamal, al confine fra Siria e Iraq. Gli aerei della coalizione a un certo punto hanno cominciare a «volare basso e sganciare bombe illuminanti», ma non hanno attaccato il convoglio. A bordo dei mezzi c’erano anche molti combattenti stranieri, compresi francesi. Alcuni si sono mescolati al flusso di profughi che da Al-Bukamal e da tutta la provincia di Deir ez-Zour risale l’Eufrate fino alla zona di Raqqa per rifugiarsi nei campi e poi tentare di passare in Turchia con i trafficanti di uomini. Come si temeva a metà a ottobre, quando erano trapelati i primi dettagli dell’intesa, l’evacuazione ha permesso la conquista di Raqqa un mese prima del previsto, ma ha lasciato a piede libero centinaia di terroristi, decine europei.
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Da - http://www.lastampa.it/2017/11/14/esteri/lo-sporco-segreto-di-raqqa-lasciati-fuggire-i-terroristi-dellisis-qXFZUyv54s7onBfIpck8iO/pagina.html
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« Risposta #22 il: Dicembre 04, 2017, 11:06:55 »

Yemen, l’ex presidente Saleh ucciso mentre fuggiva da Sanaa
Scontri nella capitale.
Raid dei sauditi, gli Houthi lanciano un missile verso Dubai

Pubblicato il 04/12/2017 - Ultima modifica il 04/12/2017 alle ore 14:10

Giordano Stabile
Inviato a Beirut

L’emittente televisiva ufficiale del movimento ribelle yemenita Houthi ha annunciato la morte dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh. I ribelli sciiti hanno diffuso un video in cui viene mostrato quello che loro identificano come il cadavere dell’ex presidente yemenita. È avvolto in una coperta e viene caricato a bordo di un pickup dai militanti che esultano per la sua uccisione. Secondo le versioni fornite dai combattenti, e riprese da diversi canali tra cui anche Al Jazira, il convoglio di Saleh sarebbe stato intercettato e fermato mentre tentava di lasciare la città in seguito all’esplosione dell’abitazione dell’ex presidente. Le immagini, che ricordano molto quelle dell’assassinio del dittatore libico Muammar Gheddafi, nel 2011, sono state riprese anche dai canali arabi e stanno facendo il giro del web 

L’alleanza fra l’ex presidente Ali Abdullah Saleh e i ribelli sciiti Houthi si è rotta e nello Yemen ora si combatte una guerra civile dentro la guerra civile. Gli scontri sono concentrati nella capitale Sanaa e nei dintorni. I morti nel fine settimana sarebbero almeno 200, compresi alcuni civili, vittime dei raid dell’Arabia Saudita, che appoggiavano Saleh nella speranza che potesse cacciare gli Houthi dalla capitale. Si è combattuto vicino all’aeroporto, nei palazzi governativi che erano controllati dagli uomini dell’ex presidente, attorno alle sue residenze e a quella del fratello minore. Le sue forze sono però inferiori a quelle a disposizione degli sciiti: soltanto mille uomini dell’ex Guardia presidenziale contro decine di migliaia. 

Caccia all’uomo 

Le tensioni sono andate fuori controllo dopo che gli Houthi hanno cercato di arrestare un ufficiale di Saleh accusato di aver attaccato una loro pattuglia. Ma l’alleanza fra gli sciiti e Saleh scricchiolava già da mesi. A partire dal febbraio 2015 Saleh aveva appoggiato i ribelli sciiti nella speranza di tornare al potere dopo essere stato scalzato nel 2012 dall’attuale presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Ma negli ultimi mesi i rapporti si sono deteriorati perché gli Houthi si sono presi tutto il potere e hanno attaccato ufficiali di Saleh che non obbedivano ai loro ordini.

L’intervento saudita 

Domenica Saleh ha lanciato un appello all’Arabia Saudita per aprire le trattative e arrivare alla fine del blocco, che sta causando migliaia di morti per denutrizione e malattie. Il suo gesto è stato considerato un «tradimento» dal leader degli sciiti Ali al-Houthi. I miliziani hanno dato l’assalto alle residenze di Saleh in città e nei dintorni, compreso il villaggio natale vicino a Sanaa. Ali al-Houthi avrebbe ordinato di «catturare o uccidere» Saleh. Ieri sera gli aerei della coalizione saudita sono intervenuti e hanno colpito colonne di ribelli sciiti vicino all’aeroporto. Gli Houthi però avrebbero il controllo dei centri di potere, dello scalo e della tv di Saleh. 

Missile contro gli Emirati 

Saleh è difeso solo dai reparti d’élite della vecchia Guardia presidenziale, mille uomini in tutto. La sua defezione comunque indebolisce il fronte sciita e potrebbe accelerare la fine della guerra civile, anche se gli Houthi sono ancora in grado di mobilitare forze per lanciare controffensive. Ieri hanno attaccato le truppe degli Emirati arabi uniti nella zona di Mokka e hanno annunciato di aver lanciato un missile, uno Scud modificato Burkan-2, con gittata teorica di 1400 chilometri, verso Dubai, con obiettivo una centrale nucleare. Gli Emirati hanno smentito.

Guerra per procura 

Gli Houthi, appartenenti al ramo zaidita dello sciismo, sono appoggiati dall’Iran. Il presidente Mansour Hadi è invece sostenuto da una coalizione di una trentina di Paesi sunniti, anche se soltanto tre partecipano alla guerra sul terreno: Arabia Saudita, Emirati, Sudan. Il fronte di Mansour Hadi controlla Aden e gran parte del Sud, gli Houhti quasi tutto il Nord. L’Arabia Saudita ha accusato Teheran di inviare componenti missilistiche e altre armi ai ribelli, aggirando l’embargo che stringe lo Yemen del Nord da terra e dal mare. Riad ha anche accusato Hezbollah di aver inviato consiglieri militari a Sanaa. In quasi tre anni di guerra civile sono morte, negli scontri e a causa di bombardamenti, almeno 10 mila persone. Altre migliaia, soprattutto bambini, sono morti per le epidemie, a partire da quella di colera, e la malnutrizione.

Da - http://www.lastampa.it/2017/12/04/esteri/yemen-si-spacca-il-fronte-ribelle-lex-presidente-saleh-contro-gli-sciiti-YkJQOcfOMc7fyhftpSSOAP/pagina.html
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