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Autore Topic: GIORDANO STABILE.  (Letto 2775 volte)
Arlecchino
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« il: Marzo 22, 2016, 05:57:43 »

Siria, nasce il Kurdistan “federale”, primo passo della spartizione

Federazione

Di Giordano Stabile
Le autorità curde del Rojava, il Kurdistan siriano, hanno annunciato il passaggio a “entità federale” della nuova.......

Siria dei tre cantoni sotto il loro controllo. Il passaggio avverrà su decisione di una assemblea che riunirà le diverse rappresentanze politiche ed etniche della regione, in particolare curdi e arabi. La nascita della prima entità federale può essere il preludio di una nuova Siria, divisa fra curdi, alawiti e sunniti.
Rojava, occidente in lingua curda, comprende tre cantoni – Afrin, Kobane, Jazira – che occupano la striscia di terra settentrionale della Siria, lungo il confine con la Siria. Hanno una superficie di circa 25 mila chilometri quadrati e due milioni di abitanti. Sono sotto il controllo militare dei guerriglieri dello Ypg, vicino alla posizioni del Pkk, il movimento armato curdo in Turchia.
Per questo la nascita di un Kurdistan siriano, che potrebbe essere già annunciata domenica, allarma al massimo Ankara, impegnata a reprimere la guerriglia del Pkk appena oltre il confine e a bombardare le postazioni dello Ypg in Siria.
Oggi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha di nuovo intimato alla Grande Assemblea Nazionale, il Parlamento monocamerale di Ankara, di revocare l’immunità ai deputati dell’Hdp, il filo-curdo Partito Democratico del Popolo: “Dobbiamo chiudere velocemente la questione dell’immunità”. L’Hdp, che alle ultime elezioni ha preso l’11 per cento dei voti, è accusato di essere complice del Pkk.

Fonte: La Stampa dal Inviato da Beirut

Da - http://www.hetawikurdistan.it/articoli/2048-siria-nasce-il-kurdistan-federale-primo-passo-della-spartizione.html
« Ultima modifica: Marzo 10, 2017, 12:40:02 da Arlecchino » Loggato
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« Risposta #1 il: Marzo 07, 2017, 12:45:06 »

Croci sfregiate e chiese profanate: quel che resta dei cristiani in Iraq
Dopo i massacri dell’Isis i fedeli sono fuggiti: “C’è stata una pulizia etnica”.
Ora qualcuno torna: non si può lasciare la terra dove sono sepolti i nostri cari
Gli edifici sacri sono stati profanati

Pubblicato il 07/03/2017

GIORDANO STABILE
INVIATO A BATNAYA (IRAQ)

All’ingresso della canonica della chiesa di Mar Kriakhos a Batnaya c’è la statua di una Madonna decapitata. I combattenti dell’Isis che ci hanno bivaccato per due anni e mezzo l’hanno lasciata lì, in mezzo alla porta sfondata, forse come monito. Dentro ci sono scritte in arabo sui precetti del Corano e altre in tedesco, di qualche foreign fighter europeo: «Merdosi schiavi della croce, vi uccideremo tutti. Questa è terra dell’Islam, non c’è posto per voi». I cinquemila abitanti, cristiani caldei, sono fuggiti. Batnaya è una città fantasma, neanche un cane randagio. Padre Salar osserva le scritte, scuote la testa: «Prima qui erano tutti cristiani, non so quando torneranno. E quanti. Molte famiglie sono fuggite all’estero. Bisogna ricostruire da zero».

Batnaya, fra le città cristiane della piana di Ninive, è quella che ha subito le maggiori distruzioni: il 95 per cento delle case è raso al suolo o gravemente danneggiato. E' qui che la pulizia etnica dei jihadisti ai danni dei cristiani appare in tutta la sua ferocia. Con la macchina si avanza a fatica fra cumuli di macerie, carcasse di auto-kamikaze, mobilia abbandonata per strada. La chiesa è rimasta in piedi solo perché risparmiata dai bombardamenti. Quello che non hanno devastato i combattimenti è stato saccheggiato e bruciato dagli islamisti prima di andar via. La linea del fronte correva qui, a 20 chilometri a Nord di Mosul, e solo alla fine di gennaio è stata messa in sicurezza. In città girano soltanto i Peshmerga curdi. Per due anni e mezzo sono cadute bombe, razzi ma ora il fronte caldo è a Sud, sul lato opposto della capitale dell’Isis in Iraq. L’esercito avanza dal 19 febbraio, ieri ha preso un altro ponte e sta per lanciare l’assalto al quartiere di palazzi governativi, una piazzaforte dell’Isis.
 
La pulizia etnica 
«Rabbi». Il parrocchiano che accompagna padre Salar gli si rivolge con l’appellativo in lingua aramaica, e non quello arabo di «abuna». Poi indica la parete dietro l’altare distrutto, crivellata di colpi. «I terroristi la usavano per il tiro a segno, per esercitarsi». La piana di Ninive era l’unica zona dell’Iraq a maggioranza cristiana, circa 150 mila persone. Gli abitanti di quest’area, fra Batnaya e Al-Qosh, parlano ancora l’aramaico, la lingua dei tempi di Gesù perché è qui che il cristianesimo fiorì dove si fermarono gli ebrei deportati da Nabocodonosor dopo la distruzione del Primo Tempio di Gerusalemme nel 586 A.C. I bambini a scuola però studiano in arabo, e ora alcuni anche in curdo. La zona a Nord e Est di Mosul è stata difesa dai Peshmerga dal 2014, a caro prezzo, oltre 1800 caduti. E quello che era una volta parte della provincia di Ninive è ora annesso al Kurdistan iracheno, una regione autonoma che marcia a passo spedito verso l’indipendenza. Per i cristiani il Kurdistan è stato l’unico porto sicuro dopo la presa di Mosul da parte di Isis. In realtà fin dal 2003, quando la deposizione di Saddam scatenò la guerra settaria di sunniti contro sciiti, e tutti contro i cristiani.
 
«Quindici anni fa i cristiani in Iraq erano un milione e mezzo. Oggi sono 300 mila, e i due terzi vivono nel Kurdistan - conferma il vescovo caldeo di Erbil, Bashar Warda -. L’Isis è stato il colpo finale, ma l’esodo è cominciato prima. Le famiglie prima fuggono in Giordania, Libano, Turchia. Poi cercano una nuova vita in Occidente, soprattutto in Australia, che si è mostrata la più accogliente». Certo più accogliente dell’America di Trump. Il primo «bando», che comprendeva anche l’Iraq, ha costretto il vescovo a rinviare il viaggio a New Yorkin febbraio. Ora il bando è stato «corretto» e i cittadini iracheni non sono più nella lista, ma l’amarezza resta. Senza l’aiuto di Usa ed Europa i cristiani d’Oriente scompariranno, e quello che è successo in Iraq descrive una pulizia etnica sistematica.
 
A Baghdad, conferma il vescovo, «è sempre più difficile vivere». Lui stesso si è dovuto trasferire a Erbil, per seguire la maggioranza del gregge, e per ragioni di sicurezza. I cristiani sono sotto tiro. «Minacce, lettere a casa con dentro proiettili, negozi distrutti». E soprattutto sequestri. «La famiglia paga, 10 mila dollari, e poi se ne va all’estero». E ora alla violenza degli islamisti sunniti si aggiunge l’ostilità crescente delle milizie sciite. In Kurdistan invece i cristiani aumentano. Dalla piana di Ninive ne sono arrivati 125 mila. La Chiesa caldea è autonoma, con un suo patriarca, Raphael Sako, ma è unita a quella di Roma e gode di un forte sostegno internazionale. La diocesi di Erbil ha procurato 1400 case per ospitare i profughi, e spende oltre un milione di dollari al mese per gli affitti, 700 mila in aiuti alimentari. «Volevamo creare piccole comunità - spiega il vescovo -, per evitare la dispersione e la fuga. E abbiamo costruito 14 nuove chiese».
 
Il ritorno 
Uno sforzo enorme per evitare l’annientamento. Erbil è a un’ora di macchina dalle cittadine della piana di Ninive e la speranza è di riportare a casa almeno una parte delle famiglie. «Conosco la mia gente - spiega padre Salar -. vogliono prima di tutto la dignità. Non accetteranno di accamparsi. Bisogna portare acqua, elettricità, ricostruire le case. Altrimenti non torneranno». Dal 2003 in poi, l’Isis è stata solo l’ultima incarnazione del male. «Non abbiamo più avuto pace, sotto Saddam eravamo poveri, i servizi scarseggiavano, ma non eravamo costretti a scappare, la vita della comunità era intensa». Dieci chilometri a Nord di Batnaya, a Tellesqef, gli sforzi però cominciano a pagare. Duecento famiglie sono tornate, un piccolo ambulatorio è stato aperto in una villetta di un concittadino abbiente, fuggito anche lui in Australia.
 
(Nella chiesa Mar Kriakhos una Madonna è stata decapitata) 
 
C’era poca scelta davanti a Isis. «Convertirsi, scappare, o morire». Sulla stessa strada c’è la casetta a due piani di Abu Nataq. Davanti alla porta un frigo ancora imballato, comprato «con l’aiuto della chiesa». Abu Nataq, due figli maschi e due femmine, è stato l’ultimo a fuggire, a Dahok, 70 km a Nord-Ovest. «Erano le 22 del 6 agosto 2014», ricorda, seduto nel salotto riarredato, nella sua jalabya grigia, dietro un quadretto di San Giuseppe. «E sono stato il primo a tornare. Ringrazio il Signore: nessuno di noi è stato ucciso o ferito. Qua vicino c’era una famiglia yazida, otto persone, li hanno ammazzati tutti». Abu Nataq ha 65 anni e deve ricominciare da capo ma non lascerà l’Iraq, perché «la terra dove sono sepolti i tuoi cari vale più di ogni cosa». L’Isis si è accanito anche contro il cimitero, ma le tombe dei famigliari di Abu Nataq ci sono ancora. Oggi ci poserà sopra un mazzo di gardenie bianche, il simbolo della rinascita di primavera.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/07/esteri/croci-sfregiate-e-chiese-profanate-quel-che-resta-dei-cristiani-in-iraq-n4E0qXd5xbl4wyg5jzP8ZM/pagina.html
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« Risposta #2 il: Marzo 10, 2017, 12:40:43 »

Siria, arrivano i Marines per l’assalto a Raqqa

Pubblicato il 09/03/2017
Ultima modifica il 09/03/2017 alle ore 10:05

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

I Marines americani sono arrivati nel Nord della Siria per partecipare all’attacco finale a Raqqa, capitale del Califfato, nelle “prossime settimane”. Il dispiegamento è stato confermato a media statunitensi da ufficiali voluti rimanere anonimi. Il Corpo dei Marines non ha voluto commentare, per ragioni diplomatiche, e non ha voluto rivelare l’esatta dislocazione delle forze. 

I reparti sono dotati di artiglieria pesante, come quelli dispiegati a Sud di Mosul, a Makhmour, nelle fasi preliminari dell’offensiva sulla roccaforte dell’Isis in Iraq. L’artiglieria, probabilmente pezzi da 155 millimetri, servirà a distruggere le postazioni fortificate degli islamisti nel perimetro esterno di Raqqa, in modo da consentire alle forze curdo-arabe, Syrian democratic forces (Sdf), di avanzare verso il centro. Le Sdf si trovano in alcuni punti a soli 15 chilometri dal centro e a ridosso della linea fortificata.
 
Marines americani in Siria per lanciare l’offensiva a Raqqa
L’uso dei Marines è il primo segno del nuovo piano, più “muscolare”, voluto dall’Amministrazione Trump nell’offensiva contro il Califfato. Lo spostamento dei reparti di artiglieria, già presenti nella regione, non richiedeva un’approvazione diretta del presidente o del Segretario alla Difesa James Mattis, ma comunque la Casa Bianca e il Pentagono hanno esaminato la mossa.
 
Con la perdita di tre quarti di Mosul, Raqqa, 500 mila abitanti prima della guerra, resta l’unica grande città nelle mani dello Stato islamico. Le Sdf dispongono di 30-40 mila uomini, per tre quarti guerriglieri curdi dello Ypg, un movimento che la Turchia considera “terrorista”. L’attacco finale a Raqqa è stato presumibilmente discusso in un vertice di due giorni fa ad Antalya, in Turchia, fra i capi di Stato maggiore turco, russo e americano. 
 
Verso Raqqa si stanno dirigendo anche le forze governative siriane, appoggiate da reparti speciali russi. Il governo di Bashar al-Assad non ha finora protestato per la presenza di truppe americane sul suo territorio, senza autorizzazione formale, probabilmente su pressione di Mosca che cerca una prima collaborazione con Washington proprio contro l’Isis in Siria.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/09/esteri/siria-arrivano-i-marines-per-lassalto-a-raqqa-NDRp8BuxQOwF01VvXtn5tO/pagina.html
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« Risposta #3 il: Aprile 03, 2017, 08:50:24 »

Le lotte fra clan beduini del deserto che segnano il destino del Paese
Il regime del Colonnello era riuscito a neutralizzare le rivalità tribali.
Poi con la sua caduta nel 2011 il conflitto nel Fezzan è riesploso

Pubblicato il 02/04/2017 - Ultima modifica il 02/04/2017 alle ore 07:21

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Sono sei anni che al posto di frontiera di Tumu, al confine con il Niger, lo Stato libico non esiste più. Gli edifici della dogana e di controlli di polizia, che d’inverno le tempeste di sabbia quasi sommergono, stanno ancora in piedi perché i giovani combattenti delle tribù Tebu fanno i turni di guardia e controllano chi entra nel loro territorio. Sono tribù che vivono di qua e di là dal confine e conoscono bene tutte le strade dei contrabbandieri e dei trafficanti di uomini. Ai tempi di Gheddafi, trafficavano anche loro ma ora la situazione si è rovesciata. Se manca il potere centrale, sono quelli locali che devono provvedere. In Libia è vero più che altrove. La dittatura di Gheddafi aveva in parte neutralizzato l’influenza delle tribù, in un equilibrio che aveva soprattutto penalizzato la Cirenaica. Dal 2011, le forze centrifughe si sono di nuovo scatenate.

All’estremo Sud del Fezzan, Tumu è uno sbocco naturale per le colonne di migranti che dal Sahel risalgono verso la Libia. Sono carovane di camion stracarichi, anche 70-80 alla volta, che partono da Agadez, la più importante città nel Nord del Niger, e arrivano fino a Dirku, l’ultima cittadina prima del confine. Poi, di lì cercano di passare in Libia, raggiungere Sebha, attraversare il deserto libico fino alla costa. È il Fezzan, una regione grande quanto la Francia, la porta di accesso per l’Europa. E il Fezzan, dopo la caduta di Gheddafi, è tornato il regno assoluto delle tribù. Soprattutto ora che il controllo della Libia è conteso fra il premier legittimo Fayez al-Sarraj e il rivale appoggiato da russi ed egiziani Khalifa Haftar.
 
I Tebu, di etnia e lingua africani, spesso apostrofati come «mori» dai libici della costa, controllano la parte meridionale, alle frontiere con Niger e Ciad. Sono «neri del deserto», sparsi fino al Sudan e al Darfur, guerrieri coraggiosissimi che spesso combattono al soldo di milizie arabe. Nella lotta per il potere nel Fezzan, dopo l’uccisione di Gheddafi, hanno alla fine scelto di stare con Al-Sarraj. È un punto importante, conquistato anche nella battaglia di Sirte contro l’Isis, quando piccole milizie Tebu hanno combattuto al fianco di quelle di Misurata alleate di Al-Sarraj. Ora i Tebu, il «popolo delle rocce», sono la chiave per chiudere il confine con il Niger e il Ciad. 
 
L’altra sono i Tuareg. Altra popolazione non araba. Berberi, «navigatori del deserto». Come i Tebu non conoscono frontiere, sanno come attraversarle e quindi anche come sigillarle. In Libia, la loro roccaforte è la zona di Ghat, dove lo scorso settembre erano stati rapiti Danilo Calonego e Bruno Cacace, poi rilasciati anche grazie all’aiuto delle tribù berbere. Ghat è un crocevia di traffici e terrorismo. Al-Qaeda nel Maghreb islamico, Aqmi, si è impiantata nelle montagne, ha cercato alleanze, si è inserita nei traffici e si è espansa soprattutto durante gli scontri fra Tuareg e Tebu per il controllo della cittadina di Ubari, nel 2015.
 
Sotto Gheddafi, i Tuareg avevano goduto di un rapporto privilegiato con Tripoli, a scapito dei Tebu, soprattutto durante l’intervento libico in Ciad negli anni Ottanta, quando si erano trovati sui fronti opposti. Nel 2011, la rivalità era esplosa. Nel novembre del 2015, però, con la mediazione del Qatar, il leader Tuareg Abu Bakr Al-Faqi ha raggiunto un accordo con i Tebu, e sempre sotto l’influenza qatarina si è schierato in favore degli accordi di Skhirat che hanno portato alla nascita del governo di Al-Sarraj. L’accordo ha permesso all’attuale premier di prevalere nel Sud del Fezzan, ma Haftar ha cercato subito di avere il sopravvento nel Nord, verso Sebha, il capoluogo. Il generale ha trovato un forte alleato negli Al-Qadhadhfa che da Sirte, città natale di Ghedaffi, si sono spostati negli scorsi decenni verso il Fezzan.
 
Questa tribù berbera arabizzata è stata la principale base di sostegno tribale di Gheddafi. A Sirte si è scontrata con le milizie di Misurata, prima dell’avvento dell’Isis. A Sebha si è trovata di fronte un potente alleato di Misurata, la tribù degli Awlad Sulaiman, i figli di Solimano, beduini, arabi nomadi del deserto, ostili a Gheddafi fin dalla sua presa del potere. Come indica il primo nome del loro leader, Senussi Omar Massaoud, sono legati alla Senussia, la confraternita salafita più importante della Libia. 
La rivalità con gli Al-Qadhadhfa è scoppiata lo scorso novembre per il «caso della scimmietta», quando una bertuccia di un commerciante ha strappato il velo a una ragazza Awlad. Un pretesto per scatenare la guerra per il controllo di Sebha. Ora, con gli accordi di Roma, gli Awlad Sulaiman hanno due potentissimi alleati nei Tuareg e nei Tebu e possono contrastare gli aiuti che arrivano dal generale Haftar agli Al-Qadhadhfa. La battaglia nel Fezzan non è solo per il controllo delle frontiere. É per il controllo della Libia.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/02/esteri/le-lotte-fra-clan-beduini-del-deserto-che-segnano-il-destino-del-paese-w2TB9Oy1fbbATCJueWVzvK/pagina.html
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« Risposta #4 il: Aprile 11, 2017, 06:13:46 »

Le grandi potenze pronte a creare zone cuscinetto per contenere Assad
Stati Uniti, Turchia e Israele vogliono istituire dei corridoi interdetti sia alle forze di terra sia all'aviazione del Raiss.
L’incognita russa

Pubblicato il 09/04/2017 - Ultima modifica il 09/04/2017 alle ore 07:45

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Il blitz sulla base di Al-Shayrat, tornata operativa già ieri con un raid sulla cittadina colpita dall’attacco chimico, Khan Sheikhoun, ha soltanto scalfito le capacità offensive dell’aviazione siriana. L’avvertimento sulle armi chimiche è arrivato. La strategia del dopo non è ancora chiara. Se l’azione si ferma qui i più importanti alleati degli Usa nella regione saranno delusi. Israele, Turchia e Paesi del Golfo vogliono un’azione più incisiva che dia garanzie sugli assetti regionali alla fine della guerra civile. 

Ma le tre potenze hanno anche obiettivi strategici molto diversi. L’unico punto in comune è la convergenza verso le «safe zone», cioè zone cuscinetto da dove l’aviazione e l’esercito di Bashar al-Assad sarebbero esclusi. E’ una versione ridotta della no-fly-zone su tutta la Siria proposta per esempio dal senatore repubblicano John McCain già cinque anni fa. Ma può consentire di cogliere più risultati.
 
Per Israele è strategico impedire che Hezbollah e le milizie fedeli all’Iran si installino sul confine Sud della Siria. I media israeliani hanno rilanciato ieri «indiscrezioni» provenienti dall’entourage di Benjamin Netanyahu. Il premier ha chiesto alla Casa Bianca due zone cuscinetto: una al confine fra Siria e Israele, lungo le alture del Golan, l’altra al confine fra Siria e Giordania, nella provincia di Daraa.
 
Le «buffer zone» sarebbero tutte in territorio siriano e senza la presenza di soldati israeliani. L’ipotesi più plausibile è che siano sul modello del Libano, con un contingente Onu a far da cuscinetto fra le forze siriane e le milizie sciite e gli eserciti israeliano e giordano. In questo modo, secondo Israele, si limiterebbe la capacità di Hezbollah di lanciare un attacco, e su un fronte molto più ampio di quello libanese.
 
LE AMBIZIONI DI ERDOGAN 
 Molto diversa è la «safe zone» che ha in mente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. L’attacco chimico a Khan Sheikhoun gli ha dato l’occasione di smarcarsi da Mosca, tornare ad attaccare Assad e allargare le sue ambizioni nel Nord della Siria. Anche perché la sua operazione «Scudo dell’Eufrate» non ha raggiunto l’obiettivo di respingere i curdi a Est dell’Eufrate e prendere la città di Manbij, proprio per l’opposizione della Russia.
 
Ora il leader turco, alla vigilia del referendum costituzionale di domenica 16 aprile, punta a estendere l’influenza turca nella provincia di Idlib. Può contare sull’alleanza con il gruppo salafita di Ahrar al-Sham, presente nella provincia di Idlib assieme ai qaedisti di Hayat al-Tahrir al-Sham. Ma proprio la forza delle formazioni jihadiste rende molto più problematico un ingresso delle truppe turche.
 
IL KURDISTAN SIRIANO 
 Con il riallineamento della Casa Bianca sulle posizioni anti-Assad, Erdogan spera ora di ridimensionare il potere del raiss di Damasco, nemico dei Fratelli musulmani e dell’islam politico. E’ il modello che vorrebbe esportare in tutto il Medio Oriente. L’altro avversario da ridimensionare sono i curdi. Ma qui la «safe zone» che hanno in mente gli americani si scontra frontalmente con quella di Erdogan.
 
Anche se la scelta definitiva su chi debba entrare a Raqqa, dove ieri è stato compiuto un raid della coalizione a guida Usa che avrebbe causato anche 20 vittime civili, non è stata ancora presa, è chiaro che i curdi dello Ypg sono in pole position. Con Raqqa, e forse Deir ez-Zour, il Kurdistan siriano avrebbe dimensioni simili a quello iracheno, in marcia verso la piena indipendenza. Washington ha promesso molto ai curdi e difficilmente si potrà tirare indietro.
 
Con il Nord alla Turchia, il Nord-Est ai curdi e il Sud sotto controllo internazionale, la spartizione della Siria sarebbe un realtà. Soprattutto senza Assad al potere e con un governo centrale dominato dall’opposizione islamica sunnita filo-saudita (o in alternativa filo-Qatar). Ma arrivare a questo occorre smantellare le difese aeree russe per poter distruggere l’aviazione di Assad.
 
Il problema è militare e politico. Vladimir Putin ha schierato il meglio della tecnologia anti-aerea russa: l’ultima versione degli S300 e gli S400. Per l’analista militare Alex Kokcharov, dell’IHS Maarkit, questi sistemi sono «pienamente in grado» di intercettare i missili Cruise Tomahawk e la maggior parte dei cacciabombardieri americani, a parte gli invisibili F-22. Se venerdì gli S300 non hanno abbattuto i Tomahawk è perché i russi «hanno scelto di non farlo».
 
Imporre le zone cuscinetto implica un impegno militare americano di proporzioni molto più vaste. Uno scontro aperto con la Russia. L’alternativa è concedere una «safe zone» anche a Mosca: il nucleo duro del potere alawita, Tartus e Lattakia, e magari anche Damasco, con un Assad dimezzato.

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Da – http://www.lastampa.it/2017/04/09/esteri/le-grandi-potenze-pronte-a-creare-zone-cuscinetto-per-contenere-assad-VMtf6fZAJV2SEl6FR030QJ/pagina.html

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« Risposta #5 il: Aprile 13, 2017, 05:50:31 »

Assad: “L’attacco chimico? Una completa invenzione”
Il presidente siriano ribadisce che Damasco «ha consegnato tutte le armi chimiche»

Pubblicato il 13/04/2017 - Ultima modifica il 13/04/2017 alle ore 16:07

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Il presidente siriano Bashar al-Assad ha replicato alle accuse dell’Occidente sull’attacco chimico del 4 aprile a Khan Sheikhoun, dove sono morte 85 persone: «È una montatura, al 100 per cento», ha detto all’agenzia Afp. Assad ha ribadito che Damasco «ha consegnato tutte le armi chimiche», in suo possesso, in base all’accordo con l’Onu del settembre 2013, dopo l’attacco chimico nel Goutha del 2013: «Anche se avessimo ancora armi di quel tipo, non le useremmo».

Sì all’inchiesta internazionale 
Il governo siriano, ha sottolineato è pronto ad aprire il paese agli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, ma l’inchiesta deve essere “imparziale” e condotta da «paesi che abbiano un giudizio obiettivo sulle cose e non la utilizzino per motivi politici». Gli Stati Uniti, ha concluso, non sono “seri nei tentativi” di trovare una soluzione politica per mettere fine alla guerra civile che in sei anni ha fatto almeno 320 mila morti: «Usano il negoziato per favorire i terroristi». Il regime considera terroristi tutti i gruppi armati, anche quelli “moderati” sostenuti da Usa e Gran Bretagna. Va detto che nella provincia di Idlib i gruppi ribelli predominanti sono legati ad Al-Qaeda.
 
Gli Stati Uniti hanno intercettato la preparazione dell’attacco chimico 
Militari e intelligence Usa hanno intercettato comunicazioni di membri dell’esercito siriano ed esperti chimici che parlavano dei preparativi per l’attacco con armi chimiche di martedì 4 aprile in Siria nella provincia di Idlib. È quanto riferisce alla Cnn un alto funzionario Usa, spiegando che le intercettazioni rientrano nelle informazioni di intelligence revisionate nelle ore successive all’attacco per provare a risalire alla responsabilità dell’uso delle armi chimiche. Secondo le autorità degli Stati Uniti “non c’è dubbio” che il presidente siriano Bashar Assad sia responsabile dell’attacco chimico. La fonte Usa sottolinea però che Washington non sapeva dell’attacco prima che succedesse. 
 
Raid errato degli Usa, uccisi 18 combattenti anti-Isis 
La replica del raiss arriva nel giorno in cui il Pentagono ha rivelato di aver ucciso per sbaglio “18 combattenti” delle Syrian democratic forces (Sdf), la coalizione anti-Isis che sta conducendo l’offensiva su Raqqa. Il raid, dell’11 aprile, aveva come obiettivo posizione dell’Isis a sud di Tabqa, roccaforte dello Stato Islamico: le bombe sono invece finite sulle linee delle Sdf, causando 18 vittime. A subire le perdite è stata una formazione araba delle Sdf, I Falchi di Raqqa. I miliziani hanno accusato i curdi, che costituiscono l’80 per cento dell’alleanza, di “aver fornito le coordinate sbagliate” e si sono ritirati momentaneamente dalla coalizione.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/13/esteri/gli-stati-uniti-hanno-intercettato-la-preparazione-dellattacco-chimico-del-aprile-in-siria-EMwfp2PlmymXDUMzq17IhJ/pagina.html
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« Risposta #6 il: Aprile 14, 2017, 06:24:49 »

Stati Uniti, sganciata in Afghanistan la bomba più potente della storia
Conosciuta come “la madre di tutte le bombe” la Moab - non atomica - non era mai stata usata prima


Pubblicato il 13/04/2017 - Ultima modifica il 13/04/2017 alle ore 23:40

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Donald Trump mostra i muscoli anche con l’Isis in Afghanistan. Per la prima volta le forze armate americane hanno usato “la madre di tutte le bombe”, l’ordigno più potente a loro disposizione, a parte quelli nucleari. La terribile esplosione è stata usata per distruggere una rete di tunnel usati dai jihadisti nella provincia di Nangahar, al confine con il Pakistan. 

Il lancio della più potente bomba non nucleare
L’ordigno ha come nome tecnico Gbu-43/B Massime Ordnance Air Blast (Moab) ma è conosciuta come “la madre di tutte le bombe” ed è stata sviluppata nel 2003, durante la Seconda Guerra del Golfo. In pratica è un passo prima dell’uso dell’atomica, perché distrugge tutto nel raggio di centinaia di metri. È la prima volta che viene usata in combattimento.
 
Caratteristiche 
La Moab è lunga 9,17 metri ed ha un diametro di 1,02 metri. Guidata da un sistema Gps sull’obiettivo, pesa 8,5 tonnellate di esplosivo H-6 ad altissimo potenziale la sua deflagrazione equivale all’esplosione di 11 tonnellate di tritolo. Esplode prima di raggiungere il suolo e sviluppa un’onda d’urto e un calore devastanti. Probabilmente è stata usata per espugnare la rete di tunnel che altrimenti avrebbero richiesto una battaglia corpo a corpo con gli islamisti, con gravi perdite per le truppe americane. Nei giorni scorsi un soldato statunitense è morto in combattimento nella zona.
 
Casa Bianca: “Preso di mira un sistema di tunnel e grotte dell’Isis”
 L’Isis nel “Khorasan” 
L’Isis si è installato al confine fra Afghanistan e Pakistan alla fine del 2014, quando è stata fondata la Wilaya Khorasan, dall’antico nome islamico della regione. Conta dai 2 ai 3 mila combattenti ed è in lotta anche con gli stessi Taleban, che sono rimasti fedeli all’alleanza con Al-Qaeda. La provincia di Nangahar è però un territorio montagnoso, aspro, che mette a dura prova le truppe occidentali e anche quelle del governo di Kabul. Molti villaggi non possono essere raggiunti con i mezzi blindati e i soldati devono raggiungerli a piedi. La “madre di tutte le bombe” ha probabilmente tagliato corto una battaglia che si annunciava difficile e sanguinosa.

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« Risposta #7 il: Aprile 22, 2017, 04:55:19 »

Afghanistan, i Taleban fanno strage di soldati: 140 uccisi
I jihadisti hanno attaccato una base travestiti da militari

Pubblicato il 22/04/2017 - Ultima modifica il 22/04/2017 alle ore 09:56

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Oltre 140 soldati afghani sono stati uccisi in un attacco condotto da jihadisti talebani travestiti da militari. I Taleban hanno assaltato una base alla periferia di Mazar-i-Sharif, la più importante città nel Nord del Paese. Ufficiali rimasti anonimi hanno detto all’agenzia Reuters che il bilancio “è destinato a salire”, anche se il governo non ha comunicato cifre ufficiali. E’ il più grave massacro di soldati dal 2001, quando il regime talebano è stato abbattuto dall’intervento americano dopo l’11 settembre.
 
Dieci combattenti sono arrivati in uniforme militare e alla guida di veicoli dell’esercito. Hanno passato i controlli e hanno aperto il fuoco all’interno della base con armi automatiche e lanciato granate. L’attacco è stato rivendicato dal portavoce talebano Zabihullah Mujahid come “vendetta” per l’uccisione di un loro leader nella provincia di Mazar-i-Sharif.
 
Nella base non c’erano addestratori della Nato. L’Alleanza mantiene circa 14 mila uomini a sostegno dell’esercito afghano, circa mille italiani. L’esercito e le forze di sicurezza afghane contano invece su circa 300 mila uomini, meno di metà però effettivamente operativi. I guerriglieri talebani sono stimati in 40-60 mila e nel Paese operano altri gruppi islamisti, compreso l’Isis. Nella provincia di Nangahar una settimana fa gli Usa hanno sganciato la più potente bomba convenzionale a loro disposizione contro le fortificazioni dello Stato islamico.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/22/esteri/afghanistan-i-taleban-fanno-strage-di-soldati-uccisi-Vk1LqH3DvO71lmqFIvruTN/pagina.html
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« Risposta #8 il: Maggio 03, 2017, 10:54:21 »

Siria, raid israeliano contro una milizia pro-Assad
Aerei in azione vicino alla alture del Golan: uccisi tre combattenti

Pubblicato il 23/04/2017 - Ultima modifica il 23/04/2017 alle ore 09:05

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

L’aviazione israeliana è tornata a colpire in territorio siriano. Media online libanesi riportano che gli aerei, non è chiaro se jet o droni, hanno colpito postazioni di una “milizia pro-governativa” vicino alla alture del Golan: tre combattenti sarebbero stati uccisi, due feriti. Non si tratterebbe di Hezbollah ma delle Unità di difesa nazionale, una formazione che nell’area è composta principalmente da drusi che vivono nella zona del Golan e che sta partecipando con l’esercito regolare a un’offensiva contro i ribelli attorno alla città di Quneitra.
 
Colpi di mortaio 
L’offensiva è scatta due giorni fa e alcuni colpi di mortai sono caduti vicino alle postazioni dell’esercito israeliano nel Golan tanto che sono scattate le sirene di allarme anti-aereo. Il sistema anti-missilistico Iron Dome è stato attivato, ed è in grado di intercettare anche proiettili di artiglieria. Poi è arrivata l’azione dell’aviazione probabilmente per neutralizzare i mortai. 
 
Attacco con droni 
Israele non ha confermato né smentito, come di solito fa in queste occasioni. Fra i media filo-Assad notizia è stata riportata al momento solo sul sito libanese Al-Mayadin. Il sito Al-Masdar ha invece riportato un attacco con droni “su posizioni dell’artiglieria dell’esercito siriano”, venerdì sera, che però non avrebbe causato vittime. Il regime sta cercando di cacciare i ribelli dalla strategica città di Quneitra, la “porta di accesso” al Golan.
 
Zona cuscinetto 
L’area attorno a Quneitra era fino all’agosto del 2014 sotto il controllo della missione Onu Un Disengagement Observer Force (Undof), quando il gruppo jihadista Al-Nusra attaccò i Caschi Blu delle Filippine e delle Isole Fiji e ne rapì 43. I Caschi Blu dell’Undof sono poi stati rilasciati dopo lunghe trattative ma la zona cuscinetto fra Israele e la Siria è finita sotto il controllo di svariati gruppi ribelli. 
 

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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/23/esteri/siria-raid-israeliano-contro-una-milizia-proassad-HycPkDq1p3M8uNn9ugmJMM/pagina.html
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« Risposta #9 il: Maggio 17, 2017, 06:00:18 »

Il mattatoio del regime con 50 impiccagioni al giorno
Nella prigione rinchiusi militari disertori e oppositori del dittatore. Le esecuzioni nella notte. Molti detenuti morti per torture e stenti

Pubblicato il 16/05/2017

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Il «mattatoio» di Bashar al-Assad ora è anche «forno crematorio». Un dettaglio che avvicina ancora di più gli orrori della guerra civile siriana a quelli dell’Europa nazista. Il luogo è sempre quello, la prigione di Sednaya. Trenta chilometri a Nord-Est di Damasco. Il nome della località viene da Saydna, Nostra Signora, perché il punto più alto delle alture che culminano a 1500 metri è dominato da uno dei più belli e importanti santuari dedicati alla Madonna in Siria. Luogo millenario di pellegrinaggi.

Più in basso, alla periferia della cittadina, si trova però la più famigerata delle carceri del regime. Dal paradiso all’inferno. Il mattatoio è cominciato nel 2012. Il complesso si distingue per due edifici. La «divisione rossa», per i civili, e la «divisione bianca», per i militari. Sednaya è soprattutto una prigione dell’esercito, ma con lo scoppio della guerra civile deve far fronte a un flusso di prigionieri sempre più massiccio. La maggior parte sono soldati e ufficiali disertori.
 
Le condizioni peggiorano rapidamente. I primi a farne le spese sono gli ammalati. Vengono portati all’ospedale di Tishreen, a Damasco, solo per essere lasciati morire senza cure, come hanno raccontato alcuni sopravvissuti alle organizzazioni umanitarie. Una delle prime testimonianze è quella di un ex ufficiale delle forze speciali, raccolta dal Syrian Observer, vicino all’opposizione. L’uomo ha assistito alla morte di quattro compagni, tanto che «più nessuno voleva essere portato all’ospedale, preferivano morire in cella». Spesso i compagni, e qualche volta anche lui, «speravano che morissero in fretta, in modo di poter prendere il loro cibo e i loro vestiti».
 
Con l’intensificarsi della guerra e della repressione la «Divisione rossa» si riempie all’inverosimile. È un edificio a forma di stella a tre punte, a cinque piani, due sotterranei. Ogni piano ha 60 camerate, ciascuna può ospitare fino a 50 prigionieri. In tutto possono starci circa 15 mila persone. Manca il cibo, i detenuti si indeboliscono e si ammalano. Molti vengono semplicemente «lasciati andare», ma per altri ci sono i processi sommari e le esecuzioni.
 
Il rapporto di Amnesty 
È quello che ha ricostruito un’indagine di Amnesty International, pubblicata lo scorso febbraio. Migliaia di corpi, secondo l’inchiesta, sono stati sepolti «in fosse comuni» nei dintorni di Damasco. Per cinque anni esecuzioni e sepolture si sono svolte di notte. Ogni giorno verrebbero impiccate 50 persone. Amnesty ha raccolto 84 testimonianze, ricostruito il percorso di morte di 31 uomini, sia della «Divisione rossa» che della «Divisione bianca». Il rapporto testimonia che molti altri, ammalati, sono morti all’ospedale militare di Tishreen e sepolti in terreni dell’esercito a Nahja, a Sud di Damasco, e nella cittadina di Qatana. Il rapporto, redatto da Nicolette Waldman, non fa però cenno ai «forni crematori».

La necessità di bruciare corpi si è manifestata probabilmente nell’ultimo periodo. Un modo per nascondere le esecuzioni, evitare sospetti. Per Waldman, «non ci sono ragioni di credere che le impiccagioni si sono fermate». Le ha definite «una politica di sterminio». I processi durano «pochi minuti». Le condanne sono sottoscritte dal ministro della Difesa.
 
La fine della de-escalation 
Ora le rivelazioni sui «forni crematori» aggiungono orrore all’orrore. La denuncia arriva in un momento positivo per il regime. I ribelli di due quartieri periferici di Damasco, Qabun e Barzé, si sono appena arresti, e l’evacuazione dei combattenti è cominciato ieri. Fra poco toccherà a Yarmouk e a quel punto i ribelli controlleranno solo la zona del Ghouta. La fine dell’insurrezione a Damasco, dopo Aleppo. L’opposizione ridotta a qualche frangia di territorio al confine con la Turchia e la Giordania. Per Jones, assistente del Segretario di Stato, la terribile scoperta getta cattiva luce anche sull’intesa raggiunta ai colloqui di pace di Astana per l’istituzione di «zone sicure» e la «de-escalation» del conflitto. Gli Stati Uniti restano «scettici».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/16/esteri/il-mattatoio-del-regime-con-impiccagioni-al-giorno-NjC2eawMBmLvhMefSVH8ZL/pagina.html
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« Risposta #10 il: Maggio 22, 2017, 11:53:54 »


Orrore a Mosul, l’Isis ha usato prigionieri come cavie per le armi chimiche
Documenti ritrovati all’università: testati pesticidi, come i nazisti


Pubblicato il 22/05/2017 - Ultima modifica il 22/05/2017 alle ore 11:22

Giordano STABILE
Inviato a Riad

L’Isis come i nazisti. Decine di prigionieri sono stati usati come cavie per testare nuove armi chimiche, basate su componenti di pesticidi. Sono sostanze simili ai gas nervini, in esperimenti che ricordano quelli nei lager durante la Seconda guerra mondiale.

Agonie di settimane 
La scoperta è stata fatta dopo il ritrovamento di documenti dello Stato islamico nell’Università di Mosul Est, il quartiere generale degli islamisti fino allo scorso gennaio. L’ha rivelata il quotidiano britannico The Times. I prigionieri sarebbero morti dopo agonie «anche di dieci giorni» o addirittura «settimane», fatto che presuppone che gli agenti chimici non fossero molto potenti.

Due agenti chimici nuovi 
Nelle stanze dell’università sono stati ritrovati due agenti chimici. L’Isis ha usato armi al cloro e all’iprite contro i curdi e anche contro le forze irachene, ma in quantità limitate. Non ha mai usato invece agenti nervini, più difficili da produrre e gestire. Ma evidentemente ha provato a sviluppare una sua arma chimica di questo tipo.

«Arma letale» 
Sempre nei documenti, i terroristi parlano di «arma letale ideale» e sostengono di essere in possesso «di diverse soluzioni» per raggiungere i propri scopi. Uno scenario che il Times ha definito «un salto indietro verso il nazismo».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/05/22/esteri/orrore-a-mosul-lisis-ha-usato-prigionieri-come-cavie-per-le-armi-chimiche-DxrzWq2CTAQc15nmpwCg8N/pagina.html
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« Risposta #11 il: Giugno 25, 2017, 04:43:52 »

Le truppe governative irachene entrano nel centro storico di Mosul
È l’ultima roccaforte dell’Isis nella seconda città irachena. Lo ha detto il generale Abdul-Amir Rasheed Yar Allah

Pubblicato il 18/06/2017  -  Ultima modifica il 18/06/2017 alle ore 09:11

Giordano STABILE
Inviato a Beirut

E’ cominciato l’assalto alla Città vecchia di Mosul, l’ultima quartiere ancora in mano all’Isis in quella che era la capitale dello Stato islamico. “Le forze speciali, l’esercito e la polizia federale stanno prendendo parte all’operazione”, ha riferito il generale Abdul-Amir Rasheed Yar Allah, comandante delle operazioni terrestri nella provincia di Ninive.

La battaglia di Mosul è cominciata lo scorso 16 ottobre. Circa 80 mila uomini dell’esercito, delle milizie sciite e dei Peshmerga curdi hanno affrontato dai 6 agli 8 mila jihadisti trincerati in quella che era una metropoli di due milioni di abitanti. Ora ne sarebbero rimasti 5-600, solo nella centro storico, un quadrato di due chilometri per due.

Assieme agli islamisti ci sono ammassati 100 mila civili, usati come scudi umani. I cecchini dell’Isis sparano su chiunque cerchi di fuggire. I jihadisti si sono fortificati attorno alla moschea Al-Nouri al-Kabir, dove il 29 giugno di tre anni fa Abu Bar al-Baghdadi ha proclamato la rinascita del Califfato. La bandiera nera sventola sul minareto “gobbo” della moschea, simbolo della città e del sunnismo radicale dei salafiti jihadisti. Ancora per poco.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/18/esteri/le-truppe-governative-irachene-entrano-nel-centro-storico-di-mosul-XIPHlyBpCYu82A9yD4gRuN/pagina.html
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« Risposta #12 il: Giugno 28, 2017, 12:12:16 »


Infiltrati in Asia e attacchi in Europa, i nuovi confini del Califfato “liquido”
Quasi sconfitto in Siria e Iraq, l’Isis si espande in zone remote difficili da controllare
In due anni la coalizione anti Isis ha recuperato due terzi dei territori governati da Abu Bakr Al Baghdadi

Pubblicato il 28/06/2017 - Ultima modifica il 28/06/2017 alle ore 09:29

Giordano Stabile
Inviato a Beirut

C’è stato un Califfato «solido» che fra il 2014 e il 2015 ha pensato di creare in Medio Oriente uno Stato islamico egemone nel mondo musulmano. Il progetto è stato bloccato da una coalizione mondiale che, per quanto litigiosa, in due anni ha recuperato i due terzi dei territori governati da Abu Bakr al-Baghdadi e ridotto i suoi domini a una striscia lungo l’Eufrate e qualche pezzo di Mosul e Raqqa. Ma dal Califfato «solido» ne sta nascendo uno «liquido». Come l’acqua, va a infilarsi ed

Tre anni fa, quando il 29 giugno 2014 dalla moschea Al-Nuri di Mosul Al-Baghdadi proclamava la rinascita del Califfato abolito nel 1924, l’Isis è stato a un passo da compiere il più grande sconvolgimento in Medio Oriente dalla Prima guerra mondiale. Tra Siria e Iraq contava su 100 mila «soldati» e le sue colonne erano a 40 chilometri da Baghdad. La leva di massa di 200 mila miliziani sciiti in poche settimane, ordinata dall’Ayatollah Ali Al-Sistani, e i raid martellanti dall’aviazione americana, hanno salvato la capitale irachena.

Se avesse preso Baghdad il califfo si sarebbe insediato in pianta stabile in Mesopotamia, ora invece si deve trovare un nuovo rifugio. La parola d’ordine dei primi anni, «baqiyah e mutamedidah», «rimanere ed espandersi», è quasi scomparsa nel corso del 2017. Un’analisi dell’International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence (Icsr) ha documentato il cambio. I video che esaltavano la vita nel Califfato in Siria e Iraq, come meta ideale per tutti i «veri» musulmani, erano il 53 per cento nel 2015 ma sono passati al 14 per cento quest’anno. Quelli dedicati alla guerra sono passati dal 39 all’80 per cento.

Le perdite territoriali sono adesso ammesse e giustificate, come una «fase» negativa in una storia secolare, allo stesso modo delle prime sconfitte di Maometto poi trasformate in trionfi. E vengono tracciati nuovi confini. L’ultimo numero del mensile «Rumayah» incita i jihadisti perché le sconfitte non faranno che «accendere il fuoco in tutto il mondo» e alla fine «ogni centimetro quadrato di territorio musulmano verrà riconquistato». Gli attacchi a Manchester, Londra, sugli Champs Elysées mostrano che l’Isis è ancora in grado di colpire in Europa, anche se su scala ridotta. L’assalto a Teheran del 7 giugno è frutto di un’infiltrazione pesante e gli apparati di sicurezza iraniani hanno rivelato di aver smantellato «45 cellule in 12 mesi».

Poi ci sono le conquiste territoriali. Non paragonabili a quelle in Siria e Iraq, ma significative. Fra il 2015 e il 2017 ha espanso il suo controllo, in aree di Algeria e Tunisia, in Somalia, Africa Occidentale, Afghanistan. In Libia ha perso Sirte ma è presente fra Bani Walid e l’oasi di Jufra. Le posizioni acquisite nel Sinai sono in gran parte integre. Il caso più clamoroso sono le Filippine. Nell’isola di Mindanao l’Isis ha integrato i gruppi jihadisti locali, Abu Sayyaf e Maute, con combattenti stranieri dall’Asia meridionale, ha creato un battaglione di 800 uomini, conquistato un centro di 200 mila abitanti, Marawi, che dopo un mese e mezzo controlla ancora per due terzi.

Anche dove è costretto a ritirarsi, secondo l’analisi dell’Icsr, l’Isis cerca di mettere le basi per un ritorno. Con i conflitti settari, contro cristiani, sciiti, fra tribù sunnite rivali, con la diffusione dell’ideologia «salafita jihadista», vecchia di un secolo, e il progetto di ricostruzione di un grande Stato islamico anti-occidentale. Il punto debole dello schieramento anti-jihadisti resta l’Iraq, «lontano un milione di miglia dall’essere uno Stato stabile e coeso» e dove in autunno, con l’indipendenza del Kurdistan, si potrebbe aprire una nuova fase della guerra civile.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/06/28/esteri/infiltrati-in-asia-e-attacchi-in-europa-i-nuovi-confini-del-califfato-liquido-hPbgbOcoIXJwoVgQ1zXSkL/pagina.html
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« Risposta #13 il: Luglio 09, 2017, 09:57:12 »

In Iraq la Norimberga dell’Isis tra processi sommari ed esecuzioni

Il tribunale speciale allestito in ciò che resta della città cristiana di Qaraqosh
Ogni giorno giudicati 60 miliziani del Califfato. La pena minima è di 15 anni

Pubblicato il 02/07/2017 - Ultima modifica il 02/07/2017 alle ore 07:28

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

C’è una Norimberga anche per l’Isis. Sotto tono, lontano dai riflettori dei media, ma dove fino a 60 ex combattenti dello Stato islamico vengono processati ogni giorno. La sede di questo tribunale speciale, nei fatti anche se non nel nome, è a Qaraqosh, una volta la più grande città cristiana dell’Iraq, sessantamila abitanti, quasi tutti appartenenti alla Chiesa cattolica sira. A Qaraqosh, conosciuta anche con il nome di Al-Hamdaniya, non è rimasto quasi nessuno. Una città fantasma, con la chiesa principale accartocciata su se stessa, attraversata da una strada che da Erbil porta a Mosul Ovest, l’unica percorribile dopo la distruzione dei ponti sul Tigri.

 Per una sorta di contrappasso si è trasferito qui il tribunale della provincia di Ninive, subito dopo la liberazione della cittadina. Ed è qui, man mano che Mosul veniva riconquistata, che sono stati portati gli islamisti catturati, pochi, e i civili sospettati di aver fatto parte dell’Isis e poi fuggiti in mezzo al fiume di profughi che ogni giorno usciva dalla città. Tra marzo e giugno quasi mezzo milione di persone ha lasciato Mosul Ovest. Ora il flusso si è quasi interrotto, anche se nella Città vecchia restano ancora 50 mila persone intrappolate. La selezione comincia alle porte della città, sulla strada che collega Mosul ad Hammam al-Ali, dove ci sono i più grandi campi profughi. La polizia federale divide uomini da donne e bambini. E poi verifica le identità su una «lista» dove sono segnati tutti i sospetti. Quelli identificati sono portati a Qaraqosh.
 
La Corte unificata di Ninive occupa due edifici. In una c’è una specie di anagrafe. Per tre anni tutte le nuove nascite sono state segnate nel sistema del Califfato, come anche le nuove carte di identità, i certificati di matrimonio. Gli ex sudditi del califfo Abu Bakr al-Baghdadi vengono al primo edificio del tribunale per rimettersi in regola e tornare cittadini iracheni. Nel secondo edificio invece si tengono i processi. È un edificio a due piani, forse una villetta privata requisita per le esigenze dello Stato, anche perché meno di un decimo degli abitanti sono tornati. Al primo piano si tengono i processi per i risarcimenti dei danni di guerra. Famiglie che hanno perso la casa, la macchina, nei combattimenti fra esercito e jihadisti, e anche sotto i bombardamenti.
 
La «Norimberga dell’Isis» è al secondo piano. Decine di sospetti «legati e bendati», secondo testimoni, vengono portati ogni giorno nelle stanze di sopra. Non ci sono «pezzi grossi». L’attenzione è soprattutto concentrata sugli appartenenti alla tribù dei Joubari, che forniva, secondo le milizie sciite, «l’80 per cento degli uomini della polizia dell’Isis». È una cifra difficile da verificare, ma è confermato, da fonti indipendenti, che nel 2014 l’Isis aveva stretto accordi con le più importanti tribù sunnite ostili a Baghdad e affidato a loro la gestione della città, mentre l’aspetto militare restava nelle mani dei jihadisti, soprattutto stranieri. Ora però la «Norimberga» di Qaraqosh potrebbe portare a una giustizia sommaria. Non a caso il premier Haider al-Abadi, su suggerimento degli americani, si è sempre opposto a processi di massa.
 
Alla Corte le cose vanno spedite. Secondo il portale «Al Monitor» gli imputati rischiano pene da un mimino di 15 anni fino alla condanna a morte. Il capo di accusa è sempre quello, «terrorismo», in base a una legge del 2005 varata per stroncare la ribellione nelle province sunnite. Alcuni imputati vengono poi spediti a Baghdad. Altri, secondo la testimonianza di avvocati voluti restare anonimi raccolta da «Foreign Affairs», «sono mandati a combattere nelle file di milizie sunnite anti-Isis, se non si sono macchiati di fatti di sangue». Questo «riciclaggio» non è anomalo: il governo di Baghdad ha un bisogno disperato di combattenti per controllare le vaste aree sunnite strappate all’Isis, quasi metà del Paese.
 
Gli interrogatori dell’accusa «durano al massimo quindici minuti». Le domande sono sempre le stesse: «Hai sparato colpi di mortaio o razzi sulle nostre truppe? Hai usato armi da fuoco? Nella tua unità altri hanno sparato contro i nostri soldati? Quanti combattenti stranieri o arabi erano con voi?». E poi la domanda finale. «Ti sei pentito?». I giudici cercano soprattutto di capire se il sospetto ha fatto parte del Diwan al-Jund, il corpo militare dell’Isis, incaricato di resistere all’offensiva dell’esercito. Il Diwan al-Jund aveva due guarnigioni, una a Mosul Est l’altra a Ovest, e ha inflitto perdite pesanti alle forze anti-terrorismo. Quasi tutti gli imputati cercano invece di farsi passare per semplici «impiegati» del Califfato, al massimo alle dipendenze del Diwan al-Morabata, cioè la polizia locale, «reclutati a forza, per evitare rappresaglie sulla famiglia» e avere diritto alla «distribuzione del cibo». La realtà del Califfato è anche questa: un nucleo di fanatici che ha tenuto in pugno una città di due milioni di abitanti ridotti alla fame.

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« Risposta #14 il: Luglio 18, 2017, 04:23:47 »

I curdi siriani: Al-Baghdadi è ancora vivo, si trova a Raqqa
Anche gli Usa dubitano della morte del “califfo” dell’Isis, mentre Iran e Russia confermano l’uccisione
Pubblicato il 17/07/2017 - Ultima modifica il 17/07/2017 alle ore 16:51

GIORDANO STABILE
INVIATO A BEIRUT

Continua il rimpallo di notizie sulla sorte di Abu Bakr al-Baghdadi. Dopo che un mese fa il ministero della Difesa russo aveva detto che era stato ucciso vicino a Raqqa, e dopo che i media sciiti iracheni avevano confermato la morte e aggiunto che anche l’Isis l’aveva ammessa, oggi i servizi dei curdi siriani si dicono invece certi “al 99 per cento” che il leader dell’Isis è ancora vivo.

I dubbi americani 
Già ieri i servizi segreti iracheni avevano ridimensionato le certezze sull’eliminazione dell’autoproclamato califfo, mentre quelli americani erano sempre stati molto scettici. Ora le forze curde siriane impegnate nella battaglia contro lo Stato islamico a Raqqa, si dicono convinte che il capo dell’Isis non è morto e che si nasconde nei pressi di Raqqa, “capitale’ “del califfato in Siria, ora assediata. 
 
La capitale assediata 
“Sono sicuro al 99% che il capo dell’Isis, il terrorista che si fa chiamare Abu Bakr al-Baghdadi sia ancora in vita e che si trovi in una zona a sud di Raqqa”, ha dichiarato Lahur Talabani, “un alto funzionario curdo nella lotta al terrorismo” come riportano diversi media arabi tra i quali Sky News Arabyyi, una tv satellitare basta ad Abu Dhabi, sul modello della saudita Al-Arabiya.
 
Battaglia di propaganda 
Il rimpallo di notizie si lega però anche alla guerra propagandistica che oppone i due principali fronti impegnati nella lotta all’Isis, in concorrenza fra loro. Il fronte formato da Bashar al-Assad, Iran, milizie sciite irachene e Russia tende a confermare la morte di Al-Baghdadi perché sarebbe opera di una raid russo, quindi merito loro. I media filo-sciiti alimentano questo filone. Il fronte formato da parte del governo iracheno, Paesi sunniti del Golfo, Stati Uniti tende a ridimensionarla.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/17/esteri/i-curdi-siriani-albaghdadi-ancora-vivo-si-trova-a-raqqa-SaZzgRv6VIoBd4WoQffHJN/pagina.html
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