LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: Stefano STEFANINI.  (Letto 1396 volte)
Arlecchino
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« il: Novembre 04, 2015, 05:46:40 »

Erdogan, interlocutore indispensabile su Siria e profughi

02/11/2015
Stefano Stefanini

Tayyip Erdogan torna sulla cresta dell’onda. Solo sei mesi fa sembrava che l’Akp, il suo partito, stesse perdendo presa sull’elettorato turco; la battuta d’arresto comprometteva la scommessa del Presidente di cambiare la Turchia con la forza del voto. L’opposizione, che fonde l’anima secolare e kemalista del Chp con quella curda dell’Hdp, non è stata capace di fare una maggioranza di governo. Rimpiangerà amaramente di non essere riuscita ad approfittare del primo passo falso di Erdogan.  

Il voto di ieri ha dato ragione al Presidente. Sulla soglia del 50% dei suffragi, l’Akp può governare da solo ma non può cambiare la Costituzione turca. Erdogan non ha fatto mistero di voler rafforzare i poteri presidenziali, che già esercita con un autoritarismo sconosciuto ai suoi predecessori. L’obiettivo è ora a portata di mano. La maggioranza assoluta parlamentare – se confermata dai conteggi finali - gli potrebbe consentire anche di accentuare l’identità islamica della Turchia, solidificando la rottura con l’impronta laica, dettata dal padre della Turchia moderna, Kemal Atatürk.  

Del resto, Erdogan e l’Akp hanno già abilmente rivisitato la storia: il centenario di Gallipoli è stato celebrato come una vittoria ottomana nel segno della fede sulle potenze occidentali che cercavano d’impadronirsi degli Stretti. Nulla di questo nella precedente storiografia.

Il voto di ieri sembra fare di Erdogan l’uomo indispensabile per la Turchia. È una conferma democratica: viene dalle urne, sia pure in un clima di divisioni forti e tensioni dell’opinione pubblica. Resta da vedere quanto indispensabilità e democrazia siano alla lunga compatibili. Ed è questo un nodo che si porrà per la Turchia, come per altri, a cominciare dalla non lontana Russia.  

Sulla scena internazionale la stabilità fa solitamente premio. La diplomazia ama la prevedibilità, non i cambiamenti. La Turchia è un Paese cruciale per gli equilibri regionali: membro della Nato, in prima linea con Isis e con la Siria, terra che accoglie circa due milioni di rifugiati siriani e fa da transito al crescente flusso di quanti di loro mirano all’Europa. La vittoria di Erdogan, alleato occidentale pur se talvolta eccentrico, promette una misura di continuità e affidabilità: in tempi di crisi, di per sé una buona notizia.

In questi ultimi anni la politica estera di Erdogan e del primo ministro Davutoglu non può vantare grossi successi. La visione neo-ottomana si è rivelata un’illusione. La strategia del «niente problemi con i vicini» vede oggi la Turchia ai ferri corti con la Siria e in un rapporto teso con l’Iran, mentre il fallimento delle primavere arabe ne ha spento il richiamo come modello di democrazia per i Paesi arabi dell’arco mediterraneo. Gli strappi con Israele, solo in parte rimarginati, pesano sugli equilibri regionali. Ma si sa, il vicinato non è mai stato dei più facili: la crisi siriana l’ha trasformato in un campo minato. La Turchia si è presa qualche libertà diplomatica, ma per la sicurezza Ankara rimane fermamente ancorata all’Alleanza Atlantica. L’ha confermato, proprio in nella recente intervista alla Stampa, il Segretario Generale della Nato, Stoltemberg. Quando il gioco si fa pesante, anche il figliol prodigo torna all’ovile.

Il dialogo con l’Unione Europea, di cui la Turchia resta Paese candidato, non è mai stato né semplice né scorrevole. Le responsabilità sono reciproche. I recenti strappi autoritari del Presidente turco, da ultimo sui mezzi d’informazione, non aiutano. Toccando la libertà d’informazione, Erdogan rischia d’avventurarsi su un terreno pericoloso: non tanto per i rapporti con l’Ue quanto per il futuro della Turchia.  

Oggi però la crisi dei rifugiati, al primo posto delle preoccupazioni europee, fa di Ankara un interlocutore essenziale. La collaborazione turca è semplicemente indispensabile. Proprio Erdogan è reduce da un complesso accordo con l’Unione: per Bruxelles è meglio avere ad Ankara un Presidente turco rafforzato nel suo potere dal voto di domenica che non un Erdogan in difficoltà nel governare.

Da - http://www.lastampa.it/2015/11/02/cultura/opinioni/editoriali/erdogan-interlocutore-indispensabile-su-siria-e-profughi-FUYlRVi3UO2xq0YKWbKhdL/pagina.html
« Ultima modifica: Ottobre 21, 2017, 12:20:27 da Arlecchino » Loggato
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« Risposta #1 il: Maggio 10, 2016, 12:03:29 »

Fronte Sud l’Italia alla prova

10/05/2016
Stefano Stefanini

La politica estera ha bisogno di realismo e di lungimiranza: dell’uno per affrontare crisi e problemi contingenti, dell’altra per sapere dove vuole andare. Per l’Italia, il realismo si è affacciato ieri quando il ministro Gentiloni ha riconosciuto, per la prima volta, un «ruolo nella transizione» al generale libico Khalifa Haftar che dalla Cirenaica si oppone al governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj. 

La lungimiranza è il filo conduttore della prima Conferenza Ministeriale Italia-Africa che si terrà a Roma il 18 maggio con la partecipazione di 40 ministri africani. 

La misurata apertura a Haftar è subordinata al suo riconoscimento del governo di unità nazionale; la Conferenza è da lungo programmata. La coincidenza è casuale, ma ne potrebbe scaturire l’avvio di una politica italiana per l’Africa. Sarebbe tempo. Le visite, sia degli ultimi Presidenti della Repubblica che del Capo del Governo, sono stimoli importanti ma, senza continuità di seguiti, restano sprazzi.

Perché l’Africa e perché adesso? L’Africa brulica di energie, di spirito imprenditoriale, di voglia di crescere e d’innovare. A lungo guardata esclusivamente o come destinataria di assistenza internazionale o come serbatoio di risorse naturali, promette il prossimo miracolo economico e sociale, motore di capacità produttive e meta d’investimenti, con mercati in espansione e col dinamismo della gioventù demografica. Il XXI secolo è il turno dell’Africa, pur afflitta da un calderone di perdurante povertà, guerre, cambiamenti climatici e potenziali emergenze sanitarie.

Il rovescio della medaglia è l’Africa fonte di minacce alla sicurezza e stabilità internazionale. Verso Nord, le correnti migratorie, i traffici d’ogni genere e le saldature terroristiche di Boko Haram con Isis. Le documenta, su queste pagine, il reportage di Domenico Quirico dal Ciad. Verso Sud, la penetrazione jihadista, ben oltre la fascia sahariana. Le propaggini del proselitismo wahhabita arrivano ormai fino in Congo: solo scuole e servizi sanitari e sociali per ora, ma non è dalle madrasse pakistane e afghane che è cominciato l’indottrinamento di tanti terroristi? 

NordAfrica mediterraneo e Africa sub-sahariana si ricongiungono nell’instabilità. Il Sahara non fa più da barriera. E’ diventato in buona parte terra di nessuno, sottratta al controllo degli Stati che se lo dividono. Fino a soli nove anni fa vi passava la Parigi-Dakar. Chi lo rischierebbe oggi? Il rally ha ceduto il passo ai terroristi e ai trafficanti. In paraggi dove ci avventuravamo con tranquillità si viaggia oggi senza rete, a nostro rischio e pericolo.
Il Mediterraneo è confine e ponte verso questa nuova e magmatica Africa. L’Italia, in prima linea, deve pensare a una politica africana senza sempre aspettare l’imbeccata europea. Le crisi e minacce contingenti richiedono un approccio realistico, le potenzialità e il futuro del continente una visione strategica. Fra le emergenze è in testa la Libia. Non basta dire che deve rimanere unita. Se le spinte centrifughe, quali quelle del governo di Tobruk, non vengono imbrigliate, e se la comunità internazionale si spacca fra sostenitori di al Sarraj e di Haftar, come aspettarci che i libici si riconcilino? 

Entra qui in gioco la nostra capacità di lavorare sulla crisi libica anche con l’Egitto, malgrado la grave controversia sulla scomparsa di Giulio Regeni. La politica estera richiede talvolta i compartimenti stagni. Russia e Stati Uniti sono ai ferri corti sull’Ucraina, ma collaborano su Iran e Siria. Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo da parte turca, Erdogan e Putin, teste dure se mai ve ne sono, hanno sì richiamato i rispettivi ambasciatori, ma li hanno poi rapidamente rinviati in sede e, nell’adottare sanzioni, hanno scientemente evitato quelle reciprocamente più dannose. L’Italia deve imparare.

Avevamo una politica africana quando l’Africa era meno importante. Negli Anni 80 avevamo la cooperazione, con l’iniziativa contro la fame e la desertificazione in Sahel, con programmi avanzati nel Corno d’Africa, in Mozambico, in Senegal, a Capo Verde. Abbiamo seminato, ma non raccolto. Quando l’Africa ha cominciato a crescere abbiamo chiuso i rubinetti e cominciato la miope chiusura di ambasciate: ne abbiamo meno che non negli Anni 70 quando il continente era in letargo postcoloniale. La Conferenza del 18 maggio a Roma, co-presieduta da Moussa Faki Mahamat, ministro degli Esteri di quel Ciad che è crocevia d’immigrazione illegale e di traffici, può segnare il punto di svolta.

Auguriamocelo: è ora che l’Italia abbia una politica africana.

Da - http://www.lastampa.it/2016/05/10/cultura/opinioni/editoriali/fronte-sud-litalia-alla-prova-fcTQ39A1cOZLQTKwigZ4dJ/pagina.html
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« Risposta #2 il: Agosto 13, 2016, 11:08:08 »

Dal patto di San Pietroburgo una sfida all’Occidente

10/08/2016
Stefano Stefanini

Cosa si saranno detti a tu per tu Erdogan e Putin? Hanno rilanciato alla grande commercio, turismo, cultura e, soprattutto, energia. La via turca del gas («Turkish Stream») ridiventa d’attualità. Sulla dimensione politica tuttavia la conferenza stampa non è andata oltre scontate banalità. 

Il riavvicinamento strategico con Mosca vede la Turchia prendere, di fatto, le distanze dall’Europa e dall’Occidente. Da che l’Akp è al potere Ankara svolge una politica estera eccentrica. Era però limitata a nostalgie neo-ottomane circoscritte al quadrante mediorientale. In una fase di confronto fra Mosca e Stati Uniti, sotto sanzioni Ue alla Russia, l’incontro di San Pietroburgo colloca la Turchia, Paese Nato, in un’orbita di esplicite simpatie per Mosca. 

Sepolta l’ascia di guerra con Mosca, Erdogan s’avventura sul sentiero di guerra verbale con americani e europei. L’Ue è oggetto di costante critica per non aver ancora abolito i visti; gli Usa sono rei di ospitare Fetullah Gulen. La stampa turca filogovernativa ha addirittura accusato un rispettabile think tank di Washington, il Woodrow Wilson Center, di aver collaborato con i seguaci di Gulen nel fallito putsch del 15 luglio. Il Presidente turco rasenta i limiti di compatibilità con il tradizionale atlantismo turco e con l’eterna candidatura all’Ue. Ritiene di avere il coltello dalla parte del manico: l’Ue ha bisogno dell’accordo sull’immigrazione; Washington della Turchia nella Nato. Attento però a non tirare troppo la corda.

Erdogan e Putin colgono l’Occidente in un momento d’indecisione e debolezza. L’America è ormai entrata in una strana campagna presidenziale, in cui un candidato (solo) teoricamente ineleggibile affronta una rivale bravissima, ma impopolare. L’amministrazione è in grado, fino all’ultimo, di prendere decisioni importanti, come l’intervento in Libia; non può pensare al medio e lungo termine. L’Europa sta peggio. Alle corde su terrorismo e immigrazione, alle prese con crisi economico-finanziarie che non riesce a risolvere, perde pezzi strategici e si comporta da nano politico internazionale. 

A San Pietroburgo s’incontravano due leader che sentono di navigare col vento in poppa. Potrà non durare. La meteorologia è sempre variabile, specie nel Mediterraneo e dintorni. Ma per il momento Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan trasudano fiducia da tutti i pori. 

 
A un anno dall’intervento a sorpresa in Siria, il Presidente russo sente di aver vinto la scommessa della tenuta di Damasco (quali che siano le sorti di Assad) e, soprattutto del ritorno di Mosca in Medio Oriente. Quello turco è sull’onda del trionfo popolare dopo il quasi dilettantesco colpo di Stato. Anche l’opposizione, tranne i curdi, si è dovuta schierare dalla sua parte. La strada per l’agognata Turchia presidenziale sembra spianata. Non che faccia molta differenza: di fatto il potere è già tutto nelle mani di Erdogan.

La posizione di forza di Erdogan e Putin non va sopravvalutata. Russia e Turchia hanno i loro problemi: la crisi ucraina e le sanzioni per la Russia; la guerra in Siria, l’irredentismo curdo e l’instabilità in Medio Oriente per la Turchia. Le capacità di ripresa dell’Occidente non vanno sottovalutate. Fra sei mesi ci sarà a Washington una nuova amministrazione in grado d’iniettare dinamismo sulla scena internazionale. Un rinnovato impegno americano in Europa può minimizzare le ricadute strategiche negative dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Anche l’Ue finirà per rendersi conto che il dibattito su Brexit non si limita al Mercato Unico. In gioco è la tenuta occidentale e atlantica. C’è speranza che, se non Bruxelles, le capitali europee tornino a fare politica estera.

Putin e Erdogan sanno d’incassare un temporaneo vantaggio. I loro commenti sul rapporto con gli Usa erano improntati alla prudenza. Non sono d’accordo su tutto: resta da sciogliere il nodo siriano. Li lega però un’affinità profonda, che ha poco a che vedere con gli affari internazionali e molto con la politica interna. Sono entrambi autocrati di nuovo stampo: eletti democraticamente e governanti autoritari. Il loro potere si basa sul consenso della maggioranza e sulla loro capacità di crearlo e alimentarlo. Si capiscono al volo e continueranno a farlo.

Questo modello demagogico di autocrazia per consenso ha fatto scuola. Volente o nolente l’Europa deve abituarsi a convivere e lavorare anche con questi interlocutori, spesso indispensabili. E combattere il virus prima di esserne più gravemente contagiata. 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/08/10/cultura/opinioni/editoriali/dal-patto-di-san-pietroburgo-una-sfida-alloccidente-p85fl5U4hnBQo1P0BKLtPI/pagina.html
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« Risposta #3 il: Agosto 23, 2016, 11:13:38 »

Su Brexit Renzi si faccia sentire

16/08/2016
Stefano Stefanini

La tregua su Brexit era una finta quiete prima della tempesta. I nodi erano rinviati a settembre senz’ombra d’intesa. A rompere gli ozi d’agosto, giunge la notizia che Angela Merkel sta cercando di convincere Theresa May ad aspettare le elezioni tedesche dell’autunno 2017. Se ci riuscisse, molti giochi sarebbero da rivedere: quattordici mesi sono un’eternità politica. 

Non è escluso che May, che vuole comunque aspettare fino all’anno prossimo, le dia ascolto. Fra le due ci sono affinità e simpatie. Hanno bisogno l’una dell’altra per gestire Brexit col minimo danno reciproco. Gli altri europei, Francia in testa, possono protestare quanto vogliono: è Londra a decidere quando chiedere l’uscita dall’Ue secondo l’ex Art. 50 del Trattato di Lisbona. Il referendum non è costituzionalmente vincolante. Lo è politicamente, ma Theresa May può giocare sui tempi. Ha dietro di sé un partito conservatore più unito di quanto non fosse con Cameron. I fautori di Brexit sono stati in parte cooptati, in parte licenziati.

Parigi e la Commissione Ue vorrebbero invece accelerare i tempi. François Hollande guarda a Brexit con le stesse preoccupazioni elettorali di Angela Merkel, ma traendone conclusioni opposte. Non intende fare sconti d’uscita al Regno Unito per non portare acqua al mulino del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. I tempi stringono perché in Francia si vota in primavera. 

Nominando negoziatore Brexit per l’Ue Michel Barnier, il Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha dato una mano a Parigi, ma resta un alleato debole, non spalleggiato dal Donald Tusk. Brexit sta mettendo a nudo i limiti dell’Ue in situazioni d’emergenza: la complessità istituzionale, i «tre Presidenti» (Consiglio, Commissione, Parlamento), una Bruxelles che chiude i battenti in agosto. Comunque Berlino e altre capitali hanno indicato chiaramente che nel negoziato con il Regno Unito il Consiglio (cioè i governi nazionali) ha la precedenza sulla Commissione. 

Londra sta studiando una strategia Brexit. Tranne le famose linee rosse delle quattro libertà di movimento (beni, servizi, capitali, persone), nulla di simile è ancora in vista sul versante Ue. Prima ancora che sulla Manica, la tempesta Brexit rischia di abbattersi all’interno dell’Ue e di spaccare i restanti 27 membri dell’Unione, non solo sui tempi ma anche e soprattutto sui contenuti del divorzio.

Le motivazioni tedesche non sono un mistero. Su queste colonne è stata illustrata la riluttanza a colmare troppo presto il buco lasciato nel bilancio comunitario lasciato dall’uscita dei britannici. La Germania ha anche interesse a minimizzare l’impatto commerciale di Brexit: il surplus tedesco nei confronti del Regno Unito (51 miliardi di euro nel 2015) è secondo solo a quello nei confronti degli Usa; dietro Usa e Francia, la Gran Bretagna è il terzo mercato dell’export tedesco. Berlino vuole il Regno Unito dentro il mercato unico - anche a condizione di qualche concessione sulla libera circolazione. 

Su Brexit l’Italia ha finora giocato di rimessa. Matteo Renzi si barcamena fra Berlino e Parigi. Ha bisogno di entrambe (di appoggio francese e di comprensione tedesca) sul tavolo della flessibilità di bilancio e delle banche. Ma la neutralità non può durare in eterno. Un’occhiata alla bilancia commerciale ci vede con un forte surplus di quasi 12 miliardi. L’uscita del Regno Unito dal mercato unico avrebbe un costo pure per noi. È tempo che anche Roma individui i propri interessi e faccia sentire la sua voce su Brexit - su tempi e sostanza. 

E se Brexit fosse una finta? Se il calcio d’avvio sarà rinviato all’autunno del 2017 (e nulla può vietarlo), i britannici potrebbero anche ripensarci. A Londra c’è sicuramente chi ci ha fatto un pensierino, anche se poco probabile. Theresa May si è impegnata su Brexit - difficile per lei fare il passo indietro. Certo è che, nei prossimi mesi e oltre, il dibattito assorbirà severamente un’Ue già stremata da crisi ed emergenze. 

L’Europa continuerà così a chiudersi in se stessa mentre s’insedia una nuova amministrazione americana, la Russia di Putin continua nelle sue sfide, il Medio Oriente brucia, l’Africa cresce, Cina, India e Pacifico navigano fra prosperità e tensioni. Perché Brexit proprio adesso? Gli storici avranno difficoltà a spiegarlo alle future generazioni di europei.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/08/16/cultura/opinioni/editoriali/su-brexit-renzi-si-faccia-sentire-ulRWDEwEyKq9S4cnJKG8PI/pagina
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« Risposta #4 il: Settembre 16, 2016, 11:27:40 »

Perché ci guardano gli alleati

14/09/2016
Stefano Stefanini

L’ambasciatore americano a Roma si permette di dire che Washington teme per le sorti dell’Italia in caso di vittoria del «no» al referendum costituzionale. Apriti cielo: il partito del «no» insorge contro l’ingerenza americana in Italia quasi che John Phillips stia complottando un colpo di Stato della Cia stile dimenticata Guerra Fredda. Il fronte interno del no esprime di tutto tranne che una linea vagamente comune sulla politica estera. Eccolo improvvisamente compattarsi sul Piave dell’orgoglio nazionale: lo straniero (in questo caso americano) non passerà.

Questa reazione è comodamente dimentica di tre cose: primo, di domandarsi se i consigli dell’ambasciatore americano siano buoni o cattivi o irrilevanti. Gli si nega semplicemente il diritto di darli. Secondo, di riflettere sul perché il principale alleato dell’Italia (e riscopriamo che lo sia ogni volta che abbiamo bisogno di qualche grosso puntello politico internazionale, anche in Europa) si preoccupa tanto di una vicenda interna. 

Terzo, di guardarsi intorno. Correrebbe il rischio di accorgersi che, fuori confini, il timore di un successo del no è tutt’altro che un’esclusiva americana. Lo condividono Berlino, Bruxelles, gli investitori cinesi e arabi che vogliamo attirare nel Bel Paese e le agenzie di rating internazionale. Altri politici e diplomatici parlano con più discrezione ma la pensano esattamente come Phillips: l’Ambasciatore americano può aver peccato in diplomazia ma certo non in onestà e sincerità. Del resto, si sa, è una caratteristica americana: gli amici possono permetterselo.

L’esplicita presa di posizione di Phillips dovrebbe costringere i sostenitori del no referendario a riflettere sulle conseguenze della loro eventuale vittoria. Invece, punti sul vivo, attaccano il messaggero anziché il messaggio. Esattamente come avvenuto nel Regno Unito dove Boris Johnson e compagni si sono scagliati contro Obama per aver sconsigliato l’uscita dall’Ue. Anche loro del resto si guardavano bene dal domandarsi quali sarebbero state le conseguenze della vittoria di Brexit. Col risultato che a quasi tre mesi di distanza Londra è ancora impreparata al grande passo. 

Molti di quelli che ieri hanno linciato Phillips a Roma, avevano applaudito Obama a Londra in aprile. Forse temono che gli italiani abbiano più buon senso dei britannici nel dare ascolto ai buoni consigli di amici.

La presa di posizione americana tocca in realtà un nervo scoperto italiano. Non si può guardare al nostro referendum costituzionale nell’orticello della politica romana, completamente ignari delle ripercussioni europee e internazionali. In gioco non è l’eventuale successione a Palazzo Chigi; è il futuro dell’Italia.

All’estero il referendum italiano è percepito essenzialmente come una prova di stabilità del nostro sistema e della capacità di tenuta delle riforme di questi ultimi anni. Le simpatie internazionali verso Matteo Renzi non sono né casuali né opportunistiche. Lo conferma l’invito il 18 oottobre di un Presidente americano uscente. Premiano un presidente del Consiglio che ha il coraggio di attaccare il tabù dell’Italia che non sa o non vuole cambiare - per inciso, sulla scia dei due predecessori, Enrico Letta e Mario Monti, anche loro sempre benvenuti alla Casa Bianca.

L’Italia deve capire che quello che succede nei palazzi romani non è più un innocuo rimescolamento di carte come avveniva nella Prima Repubblica. E’ un tassello di equilibri europei e, di riflesso, internazionali. Con tre elezioni in calendario nel 2017 (Olanda, Francia, Germania), più il secondo ripescaggio delle presidenziali austriache e, forse, il terzo parlamentare in Spagna, in autunno, con il Regno Unito nelle convulsioni di Brexit (la luna di miele di Theresa May è terminata), il panorama europeo d’incertezze e fragilità politiche è desolante. Anche le ultimissime urne croate non hanno prodotto una maggioranza. La stabilità che si trova in Polonia o in Ungheria non è forse quella che l’Europa cerca.

Ci stupiamo che l’Europa e il mondo si preoccupino di un risultato referendario che farebbe precipitare anche l’Italia nelle sabbie mobili dell’instabilità? Cosa succede al famigerato «spread»? Chi gestisce la pressione immigratoria sul canale di Sicilia? La Libia?

L’Ambasciatore americano a Roma ha avuto il coraggio di dirlo. Forse dovremmo ringraziarlo. Votare no rimane perfettamente libero, legittimo e democratico. Anziché lagnarsi dell’ingerenza chi lo sostiene dovrebbe però cogliere l’occasione per dimostrare che stabilità politica, tenue ripresa e corso riformista sopravviverebbero a una loro vittoria. 

Il resto di noi prende atto che quello che succede in Italia conta per il resto del mondo che, pertanto, se ne occupa e lo dice. Rallegriamocene e assumiamocene la responsabilità. 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/09/14/cultura/opinioni/editoriali/perch-ci-guardano-gli-alleati-wS2UiwHKP6z5sfr5UhCrtN/pagina.html
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« Risposta #5 il: Dicembre 31, 2016, 02:16:38 »


La pericolosa diplomazia a triangolo
Pubblicato il 30/12/2016

Stefano Stefanini

Roma ringrazia il Tar e aspetta Capodanno per i botti. Fra Washington e Mosca sono già fuochi d’artificio. Ad accenderli sono Barack Obama e Vladimir Putin. Dal Cremlino, il Presidente russo chiama gioco, partita e incontro sulla Siria. Dalle Hawaii, Obama documenta l’Hacking elettorale russo e firma una raffica di sanzioni e di espulsioni mirate. I due giocano ormai a carte scoperte. 

Altrettanto fanno il 44° Presidente Usa uscente e il 45° entrante: fra i quali, più che un passaggio di consegne, è in corso una partita di ping-pong. Educata, ma senza risparmiare schiacciate. Il Cremlino non nasconde il tifo per Donald Trump. Non si era mai visto: né nelle relazioni russo-americane né nel collaudato rituale del cambio di presidenza.

Il Presidente russo taglia fuori gli americani dall’accordo che potrebbe mettere fine alla guerra civile in Siria; Obama risponde con vistosa durezza all’interferenza informatica russa nelle elezioni americane. L’uno e l’altro guardano al 20 gennaio quando Donald Trump entrerà alla Casa Bianca, come all’inizio di una nuova era nelle relazioni russo-americane.

Putin gli fa ponti d’oro; Obama cerca di condizionarlo. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti trova così un leader russo che gli spiana la strada e un leader americano che gli pone «blocchi stradali» (così li ha chiamati Donald Trump). 

 Al centro del fuoco incrociato, il Medio Oriente. Non la crisi ucraina, non la Nato, maggiori pomi di discordia russo-americana. Stati Uniti e Russia hanno girato intorno alla crisi siriana senza chiudere un’intesa in chiave anti-Isis e anti-terrorismo; non avendo voluto raggiungerla con Obama, Putin la ventila ora a Trump – da una posizione di forza. Il Presidente russo ha messo a segno due colpi da maestro: un «piano di pace» concordato con Turchia e Iran; l’annuncio da Damasco di una tregua con i ribelli dalla mezzanotte di ieri. Vedremo se la seconda terrà: esclude Al Nusra e Isis e Putin stesso l’ha chiamata «fragile».

L’accordo ignora la Washington di Obama e Kerry, facendo della Turchia di Erdogan l’unico tenue filo che lo collega all’Occidente. Può darsi che Ankara, bontà sua, ne ragguaglierà gli alleati Nato; l’Alleanza serve anche a quello. Putin ha comunque già detto che la porta è aperta agli Usa – agli Usa di Trump.

Il giorno prima John Kerry aveva messo alle corde Netanyahu sugli insediamenti israeliani. La logica, impeccabile, del segretario di Stato uscente, sulla necessità di non ipotecare la soluzione dei “due Stati”, israeliano e palestinese, con un’occupazione di fatto, ha ricevuto una caustica risposta da Gerusalemme. Netanyahu può permettersi d’ignorare Washington. «Tieni duro, arrivo io» l’aveva rassicurato Donald Trump (per tweet – ricambiato – naturalmente).

Netanyahu e, più sottilmente, Putin chiamano il bluff di un’amministrazione uscente perché, grazie a Trump, sanno che avrà poca continuità. Le frecce all’arco mediorientale di Obama sono spuntate. Egli sconta l’ascesa di Mosca e il divario apertosi con Gerusalemme. Sarebbe ingeneroso ignorare il suo ruolo decisivo nel tenere insieme l’Iraq, nel demolire Isis, nel sostenere i curdi e nella lotta mirata al terrorismo, ma i rapporti di forza russo-americani nella regione si sono invertiti a favore di Mosca.

La bordata americana di ieri, con l’espulsione di 35 «operatori d’intelligence» russi e le altre misure di rappresaglia, è però un’arma ancora efficace. Mosca risponderà con un provvedimento analogo – il gioco delle parti è inesorabile. Non può permettersi di aspettare Trump. Sarà difficilissimo al nuovo Presidente americano revocare in tronco il provvedimento. La Russia è il nervo scoperto dei repubblicani; il Senato è tutto a favore di sanzioni per le interferenze elettorali. Sulla Russia è pronto a dar battaglia anche al nuovo Presidente. Donald Trump ha le mani parzialmente legate.

L’eredità russa di Obama a Trump è una relativa inferiorità in Medio Oriente e una tensione bilaterale senza precedenti dalla Guerra fredda. Fra le misure americane potrebbero anche rientrare non dichiarate offensive informatiche, entrando così in una dimensione di guerra «calda». Paradossalmente però, le barriere che il Presidente uscente cerca di erigere al successore potrebbero rivelarsi un viatico. Qualsiasi cosa Donald Trump farà nelle prime settimane e mesi di presidenza sarà accolta entusiasticamente in molte capitali, come Mosca, Gerusalemme, Manila, Ankara – perché «diverso da Obama». Poi anche per lui cominceranno le difficoltà.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/30/cultura/opinioni/editoriali/la-pericolosa-diplomazia-a-triangolo-l9TdsC6cYFXPwB5jTgO06N/pagina.html
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« Risposta #6 il: Gennaio 02, 2017, 06:27:09 »

Il campo minato ai confini dell’Europa

Pubblicato il 02/01/2017
Stefano Stefanini

Il 2017 non ha lasciato tempo per festeggiamenti. Per metà del globo non era neppure cominciato quando un kalashnikov ha fatto strage al Reina Club di Istanbul. Nel mirino, ancora una volta, la Turchia. Per quante siano le diffidenze verso l’impronta autoritaria di Recep Tayyip Erdogan, non si può non ammirare la tenuta di Ankara, sul ciglio del campo minato mediorientale, fra attentati a ripetizione, colpo di Stato e una popolazione di rifugiati che si aggira sui 3 milioni. 

Impallidisce, a confronto, l’arrovellarsi elettorale di mezza Europa. L’Italia entra nell’Anno Nuovo domandandosi come e quando voterà. I campanelli di allarme di Berlino e di Istanbul la dovrebbero spingere a guardarsi di più intorno. Ci si accorgerebbe che non soltanto il 2017 non è un anno qualunque; non lo è per il nostro Paese. Da ieri siamo membri del Consiglio di Sicurezza e abbiamo la presidenza del G7. Onori e oneri: ma non possiamo cavarcela con una politica estera di piccolo cabotaggio. 

Non sono tempi di ordinaria amministrazione internazionale. Debutta una Presidenza americana rivoluzionaria, si apre il sipario su Brexit, si riassesta il Medio Oriente, si rivisita il triangolo Washington-Mosca-Pechino, il terrorismo continua a colpire. 

La risposta non può venire solo dalla foto di famiglia al vertice di Taormina del 26-27 maggio, dalla celebrazione del 60° anniversario del Trattato di Roma, dal summit della cultura di Firenze del 30-31 marzo. Se ci limiteremo a fare da cerimonieri, gli italiani saranno i primi a non avere fiducia. 

La sfida è doppiamente impegnativa. Dentro, l’Italia rischia di passare il 2017 arrovellandosi sulla legge elettorale, poi in campagna e finalmente alle prese con la formazione di un nuovo governo. Intanto, il resto del mondo galopperà avanti. Fuori, non abbiamo più pilota automatico. Le certezze del dopoguerra, europeismo e alleanza con gli Stati Uniti, sono incrinate, l’uno dalla crisi dell’Ue, l’altra dall’incognita Trump. Delle direttrici regionali, quella balcanica gira a vuoto perché imperniata sui tempi biblici dell’allargamento Ue, quella mediterranea è ostaggio dell’incubo immigratorio, della minaccia terroristica, del buco di sicurezza in Libia e dei difficili rapporti con l’Egitto.

Il presidente del Consiglio Gentiloni e il ministro Alfano non hanno il lusso di aspettare. Sanno quali siano gli interessi nazionali in questo frangente di fragilità globale, europea e mediterranea. L’immigrazione è un peso nazionalmente insostenibile. Cosa realisticamente chiedere all’Ue? Non le quote – non passano, e non funzionerebbero.
L’Unione può invece farsi carico, politico e finanziario, di ricezione, selezione e rientri forzati, esclusi gli aventi diritto all’asilo. Qualcosa di utile che farebbe bene all’Europa. La Libia è un tridente terrorismo-immigrazione-energia puntato sulla penisola. Ma se non saremo noi a proporre cosa fare in Libia, nessun’altro, in Europa o altrove, si farà avanti. 

Vogliamo la difesa europea: per quali compiti e missioni? Non sarà il toccasana dei malori europei, ma se utilmente impiegata darà un colpo d’ala all’Ue e alleggerirà il carico di sicurezza della Nato. Quali sono le priorità italiane nel negoziato Brexit? Dall’estate scorsa la piccola Danimarca ha messo in piedi una Brexit task-force interministeriale. Non una cattiva idea.

Avremo responsabilità. Europeismo e atlantismo restano le scelte strategicamente valide, ma è l’Ue in difficoltà a dover essere sostenuta e la credibilità a Washington va guadagnata, non viceversa. In Consiglio di Sicurezza contano voto e iniziativa: lo si è appena visto nella risoluzione sugli insediamenti israeliani – sono decisioni nazionali. Come tenere l’amministrazione Trump e la Turchia di Erdogan agganciate alla Nato? Cosa significano per l’Europa i segnali di fumo scambiati fra Putin e Trump? 

L’Italia ha ottimi strumenti. Alla nostra diplomazia, ai nostri militari in missione, serve un timone politico. Con Bruxelles e Washington come punti cardinali, il timone romano si è impigrito per decenni. Né un’Ue in crisi (clamorosamente assente dalla crisi siriana) né un’agnostica amministrazione Trump ci toglieranno le castagne da fuoco. Nel 2017 dovremo pensarci da soli e costruire reticoli di partners e alleati. 

L’attentato di Istanbul è un’avvisaglia. Il G7 e il Consiglio di Sicurezza offrono all’Italia l’occasione di essere al centro di uno scenario internazionale in un anno di trasformazioni. L’occasione non si ripresenterà presto – forse mai in un magma di nuovi ordini, e disordini, mondiali.

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« Risposta #7 il: Marzo 22, 2017, 12:22:30 »

Cogliere la chance di far ripartire l’Europa

Pubblicato il 21/03/2017
Stefano Stefanini

I pedaggi si pagheranno a Berlino o a Bruxelles. Ma tutte le strade portano ancora a Roma. Ieri vi hanno condotto i Paesi mediterranei dell’Ue e i loro dirimpettai nordafricani. Insieme, hanno fatto un passo avanti per gestire la rotta libica dell’immigrazione in Europa; sulla carta per ora, ma nella giusta direzione. Sabato 25 toccherà all’intera Unione Europea rinnovare i voti nel sessantesimo anniversario. L’Italia è il fulcro dei flussi immigratori; la regia del 25 marzo le dà fiato per farne un vertice politico di rilancio anziché una sterile celebrazione. 

Il Trattato del 1957 suggellò la rinascita dell’Italia repubblicana dalle macerie della dittatura fascista, dall'umiliazione della sconfitta e dalle ferite della guerra civile. Sessantanni dopo i leader dei 27 Paesi dell’Ue tornano a Roma per far ripartire l’Europa dopo le battute d’arresto sull'immigrazione, sulla crescita e sul debito sovrano, dopo gli attacchi del terrorismo, dopo l’autoinflitta amputazione del Regno Unito. 

La perdita di fiducia della gente in un’Unione che perda colpi è comprensibile. Le Pen, Salvini, Wilders, Farage sono effetti non cause. Per l’Ue gli ultimi due anni sono stati una corsa a ostacoli da una crisi all’altra, inciampando ma senza abbandonare. La sopravvivenza è una battaglia onorevole che non basta. Quando si riuniranno a Roma, per ridare fiducia alla gente e ritrovarla in se stessi i 27 leader e i tre presidenti dell’Ue dovranno dimostrare di guardare al futuro. Oggi non è tempo né d’indulgere a celebrazioni né di farsi prendere la mano da recriminazioni. Quello che conta è l’Europa di domani.

All'Europa di domani pensarono i sei Paesi fondatori nel 1957. Guai se si fossero fatti condizionare dalla congiuntura. Se fra quattro giorni ci sarà lo stesso coraggio la gente se ne accorgerà, a Bratislava come a Parigi. L’Italia ha una responsabilità non solo cerimoniale. Il lustro di fare da ospite è effimero. Essere Paese cerniera fra Nord e Sud, fra vecchi e nuovi membri, ponte verso i Balcani in credito di allargamento, frontiera mediterranea, è una responsabilità. Basta e avanza per far ben sentire la nostra voce, pur senza velleitarismi. 

A fine mese, il primo ministro britannico annuncerà la decisione di Londra di uscire dall’Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona. Non che ci sia da rallegrarsene, ma il dado è stato tratto nove mesi fa. Più presto si passa dal disagio della convivenza forzata a una seria e costruttiva trattativa sulla separazione e sulla futura relazione fra Uk e Ue, meglio è. Anche lì l’Italia avrà un ruolo da giocare e interessi nazionali da salvaguardare.

Usciamo bene dalla prima tornata della settimana europea. E’ stato un successo aver messo intorno allo stesso tavolo tutti i Paesi della sponda africana (tranne Algeria per disguidi) e di quella Ue. Ha corresponsabilizzato i primi al di là delle loro frontiere, impegnandoli a collaborare con la Libia per fermare l’emorragia prima degli imbarchi. Il governo Gentiloni persegue con costanza l’obiettivo di un filtro sulla sponda Sud, non diversamente da quanto avviene sulla sponda Est, in Turchia, in Giordania, in Libano. La situazione della Libia lo rende molto più difficile. Visto che la Libia, da sola non ce la può fare, è necessario avere a bordo l’intera regione. Bisognerà che l’intera Ue, non solo l’Italia, continui a stargli dietro.

Seguirà l’appuntamento del 25 marzo. In gioco la credibilità Ue alla vigilia di Brexit. Per quanto l’Italia possa fare serve una risposta collettiva. Per accontentare tutti la dichiarazione potrebbe cadere nello scontato. Più che le parole conteranno il comportamento e l’affiatamento dei leader. Capiremo subito se finalmente l’Europa riparte. Devono crederci, non solo dirlo. 

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« Risposta #8 il: Aprile 22, 2017, 09:37:51 »

L’Europa e la svolta di Ankara

Pubblicato il 18/04/2017

STEFANO STEFANINI

Uscito vittorioso dal referendum, il Presidente turco è più che mai l’uomo forte ma indispensabile, col quale la comunità internazionale e l’Europa si misurano su Siria, Mediterraneo, immigrazione e lotta al terrorismo. Giusto interrogarsi sulla democrazia in Turchia, ma la collaborazione con Ankara resta fondamentale, con un occhio di riguardo all’immigrazione per l’Unione Europea. 
 
Tayyip Recep Erdogan crede (in buona compagnia) che l’investitura popolare lo autorizzi a governare senza troppi lacci e lacciuoli di divisione dei poteri e di libertà di critica. Non ne faceva mistero. Così stava già governando, specie negli ultimi nove mesi grazie allo stato d’emergenza dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio. Adesso la nuova Costituzione gli dà ragione. Ha raggiunto il traguardo. 
 
Il Presidente turco l’ha spuntata con meno del 52% dei suffragi, malgrado una massiccia mobilitazione e una campagna chiaramente sbilanciata a favore del «sì», sulla scia di giri di vite e purghe massicce. Ha strappato la maggioranza ma non sfiora lontanamente il consenso. Gli basta. Ha cavalcato spregiudicatamente la roulette dei referendum che spaccano anziché unire. Manciate di voti sono sufficienti per imporre scelte risolutive su un’intera nazione. Il giorno dopo sta però ai vincitori decidere cosa fare del successo. Con un Paese diviso e diffidenze europee ed internazionali, il Presidente turco deve stare attento a non sopravvalutarlo.
 
All’interno Erdogan dovrà dimostrare che la nuova repubblica presidenziale, nelle sue mani, porta stabilità senza strangolare la libertà. L’ha promesso in campagna referendaria. Il futuro della democrazia turca si gioca nel bilanciamento fra i nuovi poteri del Presidente e la salvaguardia di un livello basilare di prerogative del Parlamento, della magistratura, delle opposizioni e dell’informazione. Se vi sarà. Una dose di scetticismo è d’obbligo.
 
Il quadro internazionale è complesso. La Turchia fa parte dell’Occidente. Spingerla fuori sarebbe autolesionismo. A parte la tradizionale appartenenza alla Nato, Ankara ha oggi un ruolo chiave nella crisi siriana e negli equilibri mediorientali fra Stati Uniti e Russia, fra Iran e Paesi del Golfo. Del resto, leader «forti», da Mosca al Cairo, sono la regola non l’eccezione. Con loro bisogna aver a che fare - e collaborare quando possibile. Questa è senz’altro la linea della nuova amministrazione americana, vedi la calorosa accoglienza riservata da Donald Trump ad Abdel Fattah al Sisi. Da Washington Erdogan ha poco da temere.
 
Gli europei non possono sottrarsi alla stessa iniezione di realpolitik. Si aggiungono due fattori: immigrazione e candidatura turca all’Ue. Sulla prima, Ankara ha il coltello dalla parte del manico. Siamo alla vigilia della buona stagione. Il rubinetto della rotta greco-balcanica è chiuso grazie all’accordo Ue-Turchia; se riaperto (avvisaglie non sono escluse), tornano gli sbarchi in Grecia e la marcia verso le frontiere dell’Ue - con le elezioni tedesche in settembre. L’Ue non può permetterselo; Erdogan lo sa. Vorrà incassare l’esenzione da visti; un no non è motivabile col referendum.
 
Il Presidente turco è invece sul filo del rasoio riguardo alla candidatura. Oggi la prospettiva di adesione non è realistica; lo sanno ad Ankara come a Bruxelles. Tenerla in vita facilita però l’atmosfera dei rapporti. La reintroduzione della pena di morte già ventilata da Erdogan chiuderebbe definitivamente qualsiasi spiraglio. L’Ue non avrebbe altra scelta che sospendere sine die il negoziato. La prova di forza del Presidente turco all’interno darebbe gratuito schiaffo ai valori europei che Bruxelles non potrebbe ignorare. 
 
L’inebriamento da successo è pericoloso. Sofocle lo chiamò «hubris». Questo il rischio per Tayyip Recep Erdogan. In nove mesi è passato dalla sopravvivenza, grazie allo schermo di uno smart phone in una tragica notte di mezz’estate, alla piazza sbandierante «evet» (sì) in una serata di primavera. Ha di che ringraziare il carisma, ma anche la buona fortuna. Gettare ponti verso quel 49% del Paese che gli ha votato contro, verso un’Europa e un’Occidente di cui la Turchia ha bisogno, o sfidare tutti sentendosi più forte? La scelta è sua. Intanto Ue e Nato farebbero bene a tenergli porte e canali aperti. 

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« Risposta #9 il: Aprile 28, 2017, 12:27:47 »

La verità nell’interesse nazionale

Il commento di Stefano Stefanini
Pubblicato il 28/04/2017 - Ultima modifica il 28/04/2017 alle ore 06:55

STEFANO STEFANINI

L’accusa di collusione fra organizzazioni non governative e trafficanti d’immigrazione è pesante. Lo stesso procuratore di Catania l’ha ridimensionata. Piccole o grandi, le ong hanno diritto alla presunzione d’innocenza, immediatamente rivendicata da Save the Children e Caritas. Ma il problema va preso sul serio. Scafisti che vendono vite umane e operatori umanitari che le salvano operano a stretto contatto di gomito; dove finiscono i primi cominciano i secondi. Le ong dovrebbero essere le prime a volersi liberare da ogni ombra di sospetto. 

Il rapporto fra traffico e salvataggi è una questione chiave. Non si può né liquidarla per malinteso ecumenismo umanitario, né affidarsi ai tempi lunghi delle indagini parlamentari o di Frontex, l’agenzia europea per frontiere e guardia costiera. Non si può sottoporla ad un onere della prova da processo penale, quando dipende da fonti d’intelligence. Soprattutto non la si deve strumentalizzare per due opposte rincorse elettorali: a non toccare le ong (tutte), di chi pesca nel bacino umanitario dei fautori del «salvataggio innanzitutto»; a censurarle (tutte), di chi pesca fra i desiderosi di un muro alla Trump intorno alle coste siciliane. 
 
Servono invece misure concrete per prevenire o spezzare eventuali complicità, anche involontarie, fra umanitari e criminali. I fatti sono noti. Circa due settimane fa gli sbarchi già record in Sicilia hanno fatto registrare una punta di circa 8500 persone in due giorni, grazie soprattutto al loro salvataggio da parte di ong. Qualsiasi pianificatore militare sa che uno spostamento di queste dimensioni non s’improvvisa. Tre procure italiane (Siracusa, Palermo, Catania) sono state investite delle indagini. 
 
Il principio del salvataggio in mare non è in discussione. E’ un cardine della marineria di tutti i tempi, da ben prima che le ong entrassero in scena. La loro presenza nelle acque della rotta libica, come quella delle marine italiane e europee, serve a raccogliere e portare in salvo i migranti. Il rischio della traversata non li fermerebbe comunque al Golfo della Sirte dopo aver attraversato il Sahara in condizioni disperate o essere fuggiti da guerre civili e pulizie etnico-religiose in Yemen, Somalia, Afghanistan. La tenterebbero, assistenza in vista o meno. Soccorrerli è questione di civiltà, oltre che di umanità e spirito cristiano.
 
Il problema da affrontare è diverso: è quello dell’aiuto non ai migranti ma alle organizzazioni criminali che ne fanno traffico. L’interrogativo è legittimo anche se basato su elementi, come le intercettazioni telefoniche, che non sempre possono essere resi pubblici (questo non vale però per i ministri responsabili). Sappiamo che è in atto un effetto moltiplicatore. Secondo l’Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) quest’anno sono finora sbarcati in Italia 36.851 migranti, quasi la metà (45%) in più rispetto al 2016. Il soccorso in mare ha diminuito gli annegamenti ma non di altrettanto (sono passati da 1379 a 1089). I migranti continuano a perire, i trafficanti ad arricchirsi. Qualsiasi nesso, anche casuale e involontario, fra criminalità e operatori umanitari va spezzato.
 
E’ più che bene che le ong continuino ad operare. Non però in ordine sparso. La loro presenza nelle acque fra Libia e Italia può essere regolarizzata senza particolari appesantimenti burocratici. Il ministro Minniti ha avanzato l’idea di una registrazione. Non sarebbe una cattiva idea se l’Ue, sempre troppo defilata sull’immigrazione dalla Libia, se ne prendesse carico. Sia l’Italia che altri Paesi dell’Unione hanno unità navali in teatro; è perfettamente legittimo che sappiano quante e quali ong sono impegnate nell’assistenza ai migranti, dove e con che mezzi.
 
Le ong custodiscono gelosamente libertà d’azione e indipendenza dai governi. E’ il loro grande valore aggiunto. Non possono però sottrarsi al coordinamento con le autorità nazionali ed europee su una questione in cui il diritto umanitario s’interseca con la sicurezza nazionale e con la protezione delle coste di un paese Schengen. Quelle, se ve ne sono, che si coordinano con i trafficanti hanno fatto il patto col diavolo. Non meritano i guanti di velluto.

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« Risposta #10 il: Ottobre 21, 2017, 12:20:01 »

Il populismo sul confine del Brennero

Pubblicato il 16/10/2017

STEFANO STEFANINI

Giovane e bello, Sebastian Kurtz offre la versione alpina di Emmanuel Macron, Justin Trudeau o Leo Vadakar. Sono tutti esempi di un’ondata di ringiovanimento generazionale che si fa strada in Europa e in Occidente. Non è solo immagine. L’età conta specie quando si presenta con capacità di risposta alle ansie del pubblico e capitalizza sull’insoddisfazione diffusa nei confronti della vecchia classe politica. Se Luigi Di Maio sta diligentemente prendendo appunti, ne ha ben donde. 

C’è un fondo di verità, ma le apparenze, come sempre, ingannano. Quello che è successo ieri in Austria è molto diverso da quanto avvenuto in Francia. Macron ha indirizzato il desiderio di rinnovamento verso il centro dello schieramento politico. L’ex ministro degli Esteri, e probabile prossimo cancelliere, austriaco ha compiuto l’operazione di verso opposto. Ha spostato il centro verso le istanze populiste. Ne ha cavalcato ansie e rivendicazioni fino al punto di tagliar l’erba sotto i piedi dei populisti doc, nel caso austriaco del partito della Libertà di Heinz-Christian Strache. 
 
E tutt’altro che completamente, visto che Strache esce dalle urne con un più che rispettabile 26%. Anche se i socialdemocratici hanno tenuto (26,9%), il voto austriaco di ieri è una vittoria del sentimento populista, il vero fantasma che si aggira oggi in Europa e nel mondo occidentale. Quale che sarà la futura maggioranza di governo a Vienna, l’asse austriaco si è spostato verso posizioni fortemente restrittive sull’immigrazione e difensive della sovranità nazionale nei confronti dell’integrazione europea. Il risultato è un doppio messaggio: all’Europa e all’Italia.
 
All’Europa: senza nulla togliere all’importanza del successo di Macron in Francia, il sospiro di sollievo tirato in maggio e giugno è stato prematuro. Il fermento populista sta scavando a fondo le società europee; non sarà in grado di vincere alle urne ma le cattura ugualmente. Le rivendicazioni di cui è portavoce, specie in funzione anti-immigrazione, riescono a condizionare l’agenda dei nuovi governi con o senza la partecipazione dei partiti populisti alle coalizioni. 
 
Come nella punta di un iceberg, in Austria il condizionamento è visibilissimo: per vincere Kurtz ha occupato lo spazio del partito della Libertà; lo sarà ancora di più se farà maggioranza di governo con Strache; dovrà tenerne conto anche se tornasse alla grande coalizione con i socialdemocratici.
 
Ma l’Austria non è un caso isolato. Lo stesso condizionamento è alle radici del voto e del nuovo governo olandese; surrettiziamente influenzerà la futura coalizione tedesca. Il grosso dell’iceberg è proprio la Germania; non tanto e non solo per il sostanzioso ingresso al Bundestag di AfD, ma per le concessioni che Angela Merkel è costretta a fare al Csu bavarese e all’Fdp. Sempre sugli stessi temi: immigrazione e Europa. Da sempre prudente, la Cancelliera europeista dovrà raffreddare gli slanci integrazionisti di Macron. Non per scelta, ma per patti di governo e politica interna. Sul piano finanziario e monetario avremo nostalgia di Schäuble.
 
Negli equilibri europei l’Austria è un Paese cerniera fra tre o quattro dimensioni: centrale, alpina, mediterranea, balcanica. Questo ne fa un laboratorio che non può essere ignorato da Bruxelles, e ancor meno da Roma. Vienna può essere l’ago della bilancia - o far pendere la bilancia. Il voto di ieri tende a questo secondo effetto. Innanzitutto avvicina l’Austria ai quattro Paesi di Visegrad (Ungheria. Slovacchia, Polonia; e Repubblica ceca - dove si sta pure per votare) su una piattaforma comune di resistenza all’immigrazione e di riaffermazione delle prerogative nazionali.
 
Prima fra tutte, il controllo delle frontiere, slogan vincente di Brexit, grande magnete di tutto il filone populista e sovranista, riecheggiato anche nel discorso di Donald Trump all’Onu. Il dibattito filosofico è aperto ma all’Italia pone un problema molto concreto: quello di trovarsi fra porosità delle coste mediterranee e chiusura dei valichi alpini, con l’accumulo di un’immigrazione che entra ma non può uscire.
 
Da ministro degli Esteri Kurtz non ha esitato a chiudere le frontiere; figuriamoci da cancelliere dopo una campagna in cui ha promesso di farlo, se necessario. Per evitare che il Brennero torni ad essere una barriera per persone e merci, l’Italia non può limitarsi a far affidamento su Bruxelles. L’Ue è spesso impotente quando si toccano forti corde nazionali. Immigrazione e confini sono fra queste. Roma deve pertanto assolutamente continuare a contenere sbarchi e arrivi come sta facendo con successo dall’estate scorsa, insistendo per il massimo coinvolgimento (e finanziamenti) Ue.
 
L’Italia deve anche essere pronta a trattare bilateralmente col nuovo governo austriaco. In spirito di massima cooperazione per quanto possibile; a muso duro se necessario. Nell’Europa di Schengen non c’è posto per il Brennero chiuso al traffico.

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