LA-U dell'ulivo
Dicembre 09, 2018, 11:33:23 pm *
Benvenuto! Accedi o registrati.

Accesso con nome utente, password e durata della sessione
Notizie:
 
   Home   Guida Ricerca Agenda Accedi Registrati  
Pagine: 1 [2] 3 4 ... 10
  Stampa  
Autore Discussione: CLAUDIO TITO.  (Letto 35868 volte)
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #15 inserito:: Maggio 28, 2008, 11:14:25 pm »

POLITICA

Il Cavalier infuriato con i suoi per le tante assenze al primo vero voto

Letta al lavoro per ricucire con il Pd: per viale Mazzini in corsa Bettini e Rizzo nervo

Berlusconi: "Che figuraccia"

Il premier ora vuol cambiare la Rai

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "A questo punto servirebbe una soluzione innovativa per la Rai". Silvio Berlusconi rilancia. A suo giudizio, le polemiche sull'emendamento "salva-Rete 4" sono "ingiustificate". E allora non è più il momento di usare le maniere morbide. Anche sulla Rai la maggioranza vuole andare dritta verso il rinnovo. A giugno, subito dopo l'assemblea dei soci. Senza la proroga chiesta da Walter Veltroni.

Nella giornata di ieri, il premier non ha risparmiato fendenti all'opposizione ma anche alla sua coalizione. Le assenze registrate a Montecitorio sul decreto che recepisce le direttive Ue lo hanno mandato su tutte le furie. "Siamo caduti sull'uccello", ha detto con una battuta il sottosegretario Paolo Romani. Il capo del governo, però, non l'ha presa con altrettanta filosofia. Ha telefonato al capogruppo, Fabrizio Cicchitto, e al ministro della Attività produttive, Claudio Scajola. "Non è possibile, non è accettabile che al primo voto importante si faccia questa figuraccia". Il suo dito è rimasto puntato contro l'organizzazione del gruppo e contro la "superficialità" di molti deputati. Molti dei quali, come i sottosegretari, non si sono fatti registrare l'assenza per missione. "Non accetterò più episodi del genere - ha avvertito - altrimenti adotterò provvedimenti esemplari".

Nello stesso tempo, l'inquilino di Palazzo Chigi non ha nascosto una certa delusione per la "propaganda" cavalcata dal Pd. Tanto da studiare un dialogo con la minoranza su binari diversi. "Anche perché non hanno capito che il nostro emendamento - si è lamentato il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani - con Rete 4 non c'entra proprio niente. Riguarda solo le tv digitali. Ora, però, non hanno più il coraggio di fare marcia indietro. Me la ricordo ancora la faccia di Zaccaria quando gliel'ho spiegato".

Eppure un tentativo di mediazione ieri e l'altro ieri, c'è stato. Lo stesso Romani ha parlato a lungo con i rappresentanti del Pd: Paolo Gentiloni e Michele Meta. E anche Gianni Letta ha attivato i suoi canali con l'opposizione. "La soluzione - ha osservato proprio Meta - era a portata di mano, ma loro hanno preferito adottare modifiche del tutto secondarie". I democratici hanno suggerito pure lo stralcio dell'emendamento sulle frequenze per approdare ad un ddl ad hoc da esaminare in tempi brevi. "Non esiste - è stata la risposta di Romani - adesso si va avanti. Non cambiamo per un loro errore".

Un'incomprensione che rischia di non essere contingente: molti temono conseguenze sui colloqui bipartisan impostati nelle settimane scorse. Non è un caso che il Cavaliere a questo punto abbia dato l'input per proseguire sul decreto che tocca pure le frequenze tv e abbia avviato le prime mosse per il consiglio di amministrazione della Rai.

Un primo schema sul futuro cda è stato già depositato sulla scrivania di Palazzo Chigi. Berlusconi vorrebbe portare a Viale Mazzini un uomo fidato come Alessio Gorla. Un esperto di tv e il collaboratore che nel 1994 confezionò la sua "discesa in campo". Per gli altri tre membri in quota Pdl, c'è la probabile conferma della leghista Giovanna Bianchi Clerici e una chance per lo storico Piero Melìgrani. Mentre An sta facendo salire i nomi di Mauro Mazza e di Marcello Veneziani. Ma il vero nodo riguarda la presidenza. Che la legge Gasparri vuole di "garanzia". In sostanza dovrà essere segnalata dal Pd. Berlusconi vorrebbe mantenere al suo posto Claudio Petruccioli. Ma al Loft non la pensano così. La componente ex popolare dei Democratici sta spingendo per Nino Rizzo Nervo, attuale membro del cda. Tra i veltroniani, invece, sta emergendo un'ipotesi nuova: quella di Goffredo Bettini. Che sta lasciando la guida della Festa del Cinema e ha ottimi rapporti con Gianni Letta. Nella segretaria democratica, viene considerata una soluzione accettabile anche per il Cavaliere. Il quale, peraltro, è soprattutto preoccupato di scegliere il direttore generale. A Palazzo Grazioli tutti escludono il ritorno di Agostino Saccà. "Voglio una soluzione innovativa", ripete il presidente del consiglio. Ossia un manager esterno. E il candidato cui spesso fa riferimento è Stefano Parisi, ex direttore generale di Confindustria e amministratore delegato di Fastweb. L'ostacolo, però, è costituito dallo stipendio. Il tetto previsto dalla legge è troppo basso per un dirigente proveniente dall'esterno e infatti è allo studio la possibilità di abolire quel limite con una circolare ministeriale.

Molto, comunque, dipenderà da chi verrà eletto alla presidenza della commissione di vigilanza: la maggioranza non gradisce la candidatura di Leoluca Orlando, ma alla fine potrebbe digerirla. Anche se con una astensione.

(28 maggio 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #16 inserito:: Luglio 01, 2008, 06:21:04 pm »

POLITICA

Il retroscena.

Stop alla nota contro le toghe. Il premier: il Quirinale sia garante

Nel documento si denunciava "l'invasione di campo" di palazzo dei Marescialli

Napolitano boccia i due presidenti "Non appoggerò attacchi al Csm"

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "Se sulla nostra legge c'è un giudizio politico, la nostra risposta sarà politica. E le conseguenze saranno quelle di chi non assolve ai propri doveri istituzionali". Ecco il redde rationem, ecco la resa dei conti. Per il suo futuro e per il prosieguo della legislatura. Così domenica scorsa ne ha discusso con i presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini. "Questa volta non transigo", ha ripetuto. E forse non è stato un caso che ieri gli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama abbiano chiesto un incontro "urgente" a Giorgio Napolitano.

Un colloquio - a tratti molto teso - per esporre le loro "preoccupazioni" sul parere che oggi il Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe esprimere sulla cosiddetta norma "Salva-Premier". Un summit organizzato in fretta e furia, con una procedura d'emergenza che ha sorpreso il presidente della Repubblica appena rientrato da Capri. Un appuntamento cui Schifani e Fini si sono presentati con una lettera. Poche righe per denunciare l'allarme legato all'"invasione di campo" del Csm. E sulle quali chiedevano l'avallo del capo dello Stato.

"Il giudizio di costituzionalità - è il ragionamento svolto dai due sul Colle - è una prerogativa parlamentare, delle commissioni affari costituzionali e quindi della Corte costituzionale. Non del Csm che sta scavalcando i compiti delle Camere. E il Quirinale, come garante della Costituzione non può non tenerne conto".

Un faccia a faccia piuttosto nervoso, con toni cordiali ma con una sostanza ben poco diplomatica. Anche perché la risposta di Napolitano è stata piuttosto ferma. "Io - è stato il suo discorso - non intervengo nell'attività di altri organi istituzionali". Soprattutto il presidente della Repubblica ha richiamato i suoi due interlocutori sui rischi della loro nota. Uno "scontro istituzionale" senza precedenti tra poteri dello Stato. Un conflitto tra Parlamento e Csm in grado di aprire una voragine nei rapporti tra Istituzioni. "Non potete", ha avvertito. Un confronto acceso, insomma, in cui alla fine Fini e Schifani hanno derubricato il loro documento con la nota diramata dagli uffici stampa. Ma incassando un impegno del Quirinale a "intervenire" nella vicenda.

E già, il punto di mediazione faticosamente raggiunto ieri è stato proprio questo. I presidenti di Camera e Senato adesso si aspettano un passo "formale" di Napolitano. La richiesta di uno slittamento del Plenum fissato per oggi pomeriggio o un richiamo del capo dello Stato a rispettare le competenze di tutti gli organi istituzionali. Anche Palazzo Chigi si attende una mossa di questo tipo da parte della più alta carica dello Stato.

Stamani, in effetti, ci dovrebbe essere un colloquio tra il presidente e il vice presidente del Csm, Nicola Mancino. Per valutare le diverse opzioni. Sebbene, al momento, non c'è un'indicazione precisa sulle scelte che compirà il capo dello Stato.

Sta di fatto che Berlusconi aspetterà che si consumi questo passaggio per imboccare una strada o un'altra. "Perché questa volta - ha fatto sapere attraverso i suoi "ambasciatori" al Colle - non transigo". Teme, infatti, che il parere del Csm induca Napolitano a non firmare il "blocca-processi". Un'ipotesi che al momento nemmeno nel centrosinistra prendono in considerazione. Semmai, la firma potrebbe essere accompagnata da un messaggio "critico".

Eppure a Via del Plebiscito, molti pensano il contrario. E del resto il premier ha messo ieri sul tavolo le sue carte. La "missione" di Fini e Schifani in qualche modo rispondeva a questa paura. Non solo. Il presidente del consiglio considera cruciali le prossime due settimane. Il parere del Csm, poi il voto a Montecitorio sul decreto sicurezza quasi in contemporanea con la decisione della Corte d'appello di Milano sulla ricusazione formulata nei confronti della presidente Gandus. E infine, appunto, la controfirma del Quirinale.

"Se tutto si risolverà come temo - ha avvertito - allora anche Napolitano avrà fatto una scelta politica e la nostra risposta sarà politica". Se la Gandus non verrà ricusata e la legge non arriverà sulla Gazzetta ufficiale, l'affondo contro il Colle sarà senza tregua. "Terremo conto di chi non ha assolto ai propri doveri istituzionali. E le conseguenze saranno riconducibili a questa mancanza".

Un riferimento nemmeno tanto implicito ai percorsi che la Costituzione traccia per le responsabilità della più alta carica dello Stato. Come minimo, allora, è il monito di Palazzo Chigi ci sarà la "Scalfarizzazione" (da Oscar Luigi Scalfaro) del settennato di Napolitano. E quindi la guerra aperta con i magistrati: "Anche il capo dello Stato deve sapere che se andrà a finire così, noi non solo riformeremo il Csm, ma incideremo sulla gestione dei giudici. Separazione delle carriere, orario di lavoro con il tesserino da timbrare all'ingresso dei tribunali, ferie di 30 giorni come tutti i dipendenti pubblici e lo stipendio indicizzato ai contratti del pubblico impiego".

(1 luglio 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Luglio 03, 2008, 06:53:14 pm da Admin » Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #17 inserito:: Luglio 03, 2008, 06:54:23 pm »

POLITICA

Il capo dello Stato precisa che la sua missiva al Csm è un'iniziativa autonoma

Anche Fini irritato per l'interpretazione che Palazzo Chigi ha dato alla lettera

"Nessuno detta la linea al Colle" Tensione tra Quirinale e Cavaliere

di CLAUDIO TITO


 ROMA - "Nessuno si può permettere di dettare la linea al capo dello Stato. Questo è davvero l'abc della politica". La tensione è altissima. I rapporti tra il Quirinale e Palazzo Chigi ricadono nel turbine della polemica. E anche un alleato del Cavaliere, come Gianfranco Fini, si spende a favore del Colle. Proprio per non compromettere definitivamente il dialogo con il presidente della Repubblica. L'"abbraccio" con cui Silvio Berlusconi si è appropriato della lettera spedita da Napolitano a Nicola Mancino, infatti, ha fatto di nuovo calare il gelo tra il Colle e il Pdl. "Il presidente della Repubblica - si legge in una nota - ha indirizzato la lettera di sua autonoma iniziativa e non in accoglimento di alcuna richiesta".

La missiva indirizzata al vicepresidente del Csm, assicurano poi a Palazzo dei Marescialli, era stata concordata da tempo. Tant'è che nessuno dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura se ne è stupito. Un atto già pronto, insomma, quando Schifani e Fini sono saliti allo studio alla Vetrata per parlare con Napolitano. Un incontro durante il quale, proprio per tranquillizzare i suoi interlocutori, il "padrone di casa" ha solo avvertito di quanto avrebbe fatto il giorno successivo.

Ma le parole di Berlusconi hanno fatto tornare indietro le lancette della polemica. Tanto da far dire al presidente della Camera di giudicare "profondamente inadatto" il comportamento del premier. E in effetti lo stesso Napolitano ha letto con irritazione le dichiarazioni del presidente del consiglio. Anche perché il contenuto del messaggio trasmesso al Csm non puntava affatto a indebolire le competenze del Consiglio - come ha sostenuto il Pdl - ma a confermarne al contrario il potere di emettere pareri anche non sollecitati dal ministro della Giustizia.
Per di più, adesso il conflitto tra il Colle e Palazzo Chigi si arricchisce di un altro capitolo. Quello sulle intercettazioni. L'ipotesi, annunciata dal Cavaliere, di un decreto per fermarne la pubblicazione viene considerata un altro colpo al dialogo. E persino rischiosa da una parte della maggioranza. L'idea del decreto, del resto, era stata adombrata nella scorsa legislatura anche dall'allora Guardasigilli Clemente Mastella e poi rapidamente archiviata dopo i rilievi forniti dalle più alte cariche istituzionali. Eppure tra i fedelissimi del premier non si esclude che il consiglio dei ministri possa essere convocato oggi o domani proprio per discutere questa eventualità. In qualche modo ventilata due settimane fa in un "refuso" nella nota di convocazione della riunione di governo. Le voci su telefonate che riguarderebbero dialoghi privati, stanno innervosendo il capo del governo. Che a questo punto ha messo nel mirino anche questo versante.
La giustizia, nel suo complesso, rimane il chiodo fisso del premier.
Non a caso ieri sera, appena tornato da Napoli a Via del Plebiscito, la prima persona che ha ricevuto è stato Nicolò Ghedini, avvocato e senatore di Forza Italia. "C'è un attacco concentrico contro di me - ripete Berlusconi -, una catena che va spezzata. Il processo Mills, queste presunte intercettazioni, gli attacchi del Csm. Tutti questi elementi fanno capire che c'è una manovra in corso. Da bloccare adesso. Adesso". Per questo è pronto ad affrontare con Napolitano un altro braccio di ferro sulle intercettazioni. E poi ha dato il via libera all'affondo contro Palazzo dei Marescialli.

Sebbene a Palazzo Chigi tutti siano sicuri che il capo dello Stato firmerà il decreto sicurezza - la firma semmai verrà preceduta da una esternazione per criticare l'eterogeneità delle misure inserite nel provvedimento -, il premier è dunque intenzionato a non accettare una "tregua" fino a quando il caso Mills sarà in piedi e l'inchiesta napoletana sulle veline ancora in corso. La sua vera paura, infatti, è che i due emendamenti "sospendi-processi" e anche il cosiddetto Lodo Schifani - quando diventeranno legge - possano essere dichiarati incostituzionali dalla Consulta, altro anello della catena "manovrista".

In un solo caso, dunque, Berlusconi è pronto a siglare un armistizio: se il presidente del tribunale di Milano, Nicoletta Gandus, verrà ricusata la prossima settimana. O se nella prima udienza del processo Mills, i magistrati di Milano faranno capire che l'accelerazione impressa nelle ultime settimane verrà in qualche modo sterilizzata. Se uno di questi due passaggi, dovessero consumarsi prima che il decreto sicurezza approdi in aula alla Camera, il Cavaliere potrebbe accettare di ritirare almeno uno dei due emendamenti "salva-premier". E concentrarsi sullo "scudo" istituzionale con un disegno di legge costituzionale. "Ma prima voglio passi concreti".

(2 luglio 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #18 inserito:: Settembre 05, 2008, 10:57:08 pm »

POLITICA

Berlusconi vede la lotta per la successione dietro le mosse del leader di An

Ronchi: l'uscita sul voto agli immigrati era sul piano culturale, non politico

Scontro An-Lega, gelo del premier

"Fini vuole smarcarsi alla Casini"


di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "Ora si vuol mettere pure alla guida del dialogo con il Pd...". Da tempo aveva cominciato a far trasparire segni di nervosismo nei confronti del suo primo alleato, ossia Gianfranco Fini. Già a luglio, Silvio Berlusconi non nascondeva ai suoi fedelissimi il gelo nei confronti del presidente della Camera. E in parte nei confronti di Alleanza nazionale. Le mosse dell'inquilino di Montecitorio, in aula e in pubblico, non gli piacevano.

L'altro ieri, però, dopo l'apertura al voto agli immigrati durante un dibattito alla Festa del Partito Democratico, il presidente del consiglio ha iniziato spazientirsi. Fino a sorprendere i suoi interlocutori con un paragone che fa tornare la memoria a due legislature fa: "Fini pensa di fare come Casini". Non rompere la coalizione, ma autonomizzarsi. Smarcarsi tendendo la mano all'opposizione. Provando a intestarsi la primogenitura di un dialogo con il centrosinistra. Muovendosi pensando alla "successione". In poche parole al "dopo-Berlusconi". Uno scenario, però, che il premier non gradisce. Nemmeno ci vuole pensare al suo "dopo". E comunque si innervosisce quando coglie un'operazione politica che scommette sulla sua fine.

Così a luglio iniziò a bacchettare il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per la troppa intraprendenza. Ieri, invece, è stato il turno di Fini. "Pensa di candidarsi alla mia successione? Allora - si è sfogato Berlusconi - non ha capito niente. Senza di me, nessuno di loro sarebbe al governo. Starebbero ancora dove stavano fino al 1994". Tant'è che anche in vista della nascita ufficiale del Pdl, il leader di Forza Italia ha piantato con forza - di nuovo ieri sera in un vertice a Via del Plebiscito - i suoi paletti: la nuova formazione politica non sarà un partito tradizionale e comunque i rapporti di forza interni saranno l'esatta traslazione di quelli attuali: con i forzisti nettamente maggioranza.

Il confronto sul voto amministrativo per gli immigrati, poi, ha ufficializzato uno scontro nella maggioranza rimasto fino ad ora nell'ufficiosità. E già perché i colpi che si sono scambiati in questi giorni gli uomini di Alleanza nazionale e quelli della Lega sono state delle vere e proprie sciabolate. Prima il duello a distanza tra Maroni e La Russa sui tifosi napoletani, poi quello tra lo stesso ministro degli Interni (spalleggiato da Umberto Bossi) e il presidente della Camera sugli immigrati, quindi le posizioni divaricate sul futuro dell'aeroporto di Fiumicino e di Malpensa. Senza contare che dalle prossime settimane inizierà l'esame del federalismo, su cui il partito di Via della Scrofa non ha archiviato il suo scetticismo.

Ma su tutto, il premier ha sempre compiuto la medesima scelta: difendere il Carroccio. Il braccio di ferro, però, è destinato a continuare. Sebbene, lo stesso Fini ieri abbia cercato di ridimensionare la sua uscita alla Festa del PD: "Il mio era un ragionamento culturale". "Anche Gianfranco - spiega allora il ministro di An Andrea Ronchi - sa che la questione non è all'ordine del giorno. Ma il vero problema non è questo. La vera rivoluzione è capire che il voto da solo non è sufficiente a garantire l'integrazione. Per questo ha esposto la sua opinione non sul piano politico ma su quello culturale".

Eppure i chiarimenti di Via della Scrofa non sono stati considerati accettabili dai lumbard. Che considerano gli affondo di questi giorni i prodromi di quel che potrà accadere quando si discuterà la riforma federalista. E comunque il titolare del Viminale ha provato "indignazione" per gli attacchi che considera personali.
Sembrano allora lontani i tempi in cui, il Cavaliere se la prendeva proprio con l'attuale ministro degli Interni.

Solo qualche mese fa, all'inizio dell'anno, il capo di Forza Italia stigmatizzava la disponibilità di Maroni al dialogo con l'allora maggioranza: "Roberto si sta "follinizzando"". Un concetto che adesso riversa su Fini. Anzi, ha iniziato a avvertire che "se devo tenermi un Casini, allora mi riprendo l'originale". Da qualche settimana infatti, il presidente del consiglio non nasconde che l'Udc potrebbe rientrare nel gioco proprio per fare da ago della bilancia tra le "intemperanze" di An e Lega. E il primo passo potrebbe essere il via libera ad un presidente centrista della commissione di Vigilanza.

(5 settembre 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #19 inserito:: Settembre 08, 2008, 04:45:35 pm »

ESTERI L'INTERVISTA.

Casini: "Ma anche io mi sento chiamato in causa come cattolico dalle parole del Papa"

"Quel monito è proprio per Silvio basta con veline e calciatori"

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "Certo che mi sono sentito chiamato in causa. Proprio come ogni cattolico che va a messa e si sente tirare le orecchie dal suo parroco". Pier Ferdinando Casini non nasconde di aver ascoltato le parole di Benedetto XVI "in modo particolare": un richiamo che ha investito anche la sfera "personale". Per il leader dell'Udc, però, l'ammonimento del Pontefice riguarda tutti e tutti gli schieramenti, dal Pd al Pdl di Silvio Berlusconi. Allora ricorda al premier di non poter essere "al di sopra" del richiamo papale e poi punta l'indice contro la televisione. Contro chi propaganda la "società delle veline e dei calciatori". "Bisognerebbe - dice - guardare meno la televisione e fare più volontariato".

Cosa ne pensa del discorso del Pontefice a Cagliari?
"Intanto credo che il richiamo del Papa sia ineccepibile. Chi riteneva che la Chiesa dovesse essere confinata in un ruolo testimoniale, ora dovrà meditare sulle parole del Pontefice. La Chiesa è una risorsa per la società, un elemento fondamentale".

Però Benedetto XVI sembra bacchettare proprio i cattolici impegnati in politica come lei. Tanto da invocarne una nuova generazione.
"So bene che nel Dopoguerra c'è stata una generazione di cattolici - penso a De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti - capace di impregnare la prima fase della Repubblica a cominciare dalla definizione della Costituzione. E so bene che oggi, al contrario, si avverte un deficit di rappresentanza".

Un deficit che tocca anche lei?
"Chi non si sente chiamato in causa, forse non capisce. Ciascuno poi cerca di dare il proprio contributo. Io difendo un partito che si poggia sui principi richiamati da Sua Santità".

Una riflessione che riguarda solo la politica o anche la sfera personale?
"Chi è senza peccato scagli prima pietra. E chi è abituato a farlo evidentemente ha poca dimestichezza con il nostro mondo. Certo, a partire dal tema dei divorziati, ciascun credente è chiamato a interrogarsi profondamente. Altri, invece, non si pongono il problema. Ma nell'appello del Pontefice c'è dell'altro".

Ossia?
"Ci fa capire che la politica non è solo pragmatismo, non è solo selezione della classe dirigente attraverso la cooptazione del capo. Non è la spartizione dei posti negli studi notarili: l'esigenza che pone il Santo Padre è di far avanzare una generazione nuova che si costruisca sulla idealità e sui principi".

Un modo per dire che anche Berlusconi non si può considerare immune? Eppure il Cavaliere da tempo dice che i cattolici li rappresenta lui.
"Se è per questo, allora mi dica: chi non rappresenta Berlusconi? Se parlassimo dei musulmani, direbbe esattamente la stessa cosa. Ma a parte le battute, il deficit di rappresentanza esiste, altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di questo richiamo. Nessuno può pensare di essere al di sopra delle parole di Benedetto XVI".

Qualcuno ha letto come una stoccata al Cavaliere anche l'invito a non farsi affascinare da chi è ricco e famoso.
"In effetti quel che conta è l'essere e non l'apparire. Ma la società di oggi idolatra veline e calciatori perché siamo tutti schiavi di un consumismo che mercifica ogni riferimento. Penso che i nostri figli dovrebbero guardare meno la televisione e frequentare di più certe straordinarie esperienze di volontariato e di assistenza ai disabili. Ma forse questo vale per tutti noi. Le veline e i calciatori non sono dei miti, ma dei finti modelli".

Per recepire l'intervento del Pontefice, bisognerebbe tornare all'unità politica dei cattolici?
"Quella è morta e sepolta da tempo. E la Chiesa non ha mai contato tanto come in questa fase, proprio perché interloquisce con tutti. Però è vero che un'azione congiunta su alcuni temi specifici - come sulla fecondazione assistita - ci dovrebbe essere".

In che senso?
"Su alcune battaglie, sulla "fine vita" che io non chiamo testamento biologico, sui temi etici insomma, i cattolici devono uscire dall'infantilismo politico. Al di là degli schieramenti in cui sono eletti, bisogna cercare una trasversalità. Va recuperata la difesa dei valori. Questo è un grande disegno cui l'Udc sta lavorando da tempo".

E vorrebbe coinvolgere anche i cattolici del Pd?
"Certo, mica sono dei credenti di serie B. Le grandi questioni etiche riguardano tutti e forse in Italia ce ne accorgiamo solo adesso. Se andiamo negli Usa vediamo come tra Obama e McCain la sfida sui valori etici sia centrale. Dunque smettiamola di avere complessi di inferiorità verso un certo mondo laicista che vorrebbe confinare i cattolici in "riserve di caccia". È ora che anche chi sta all'avanguardia nel centrosinistra si dia una mossa".


(8 settembre 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #20 inserito:: Settembre 19, 2008, 08:44:01 am »

ECONOMIA   

Pressing sulla cordata. E spunta la nazionalizzazione a tempo

Telefonata di chiarimento tra il presidente della Cai e il leader Cgil

Il Cavaliere non si dà pace "Bisogna riallacciare il dialogo"


di CLAUDIO TITO
 

ROMA - "Io non mollo, non posso mollare". Silvio Berlusconi non si da pace. Di fronte al "baratro" che si aperto dinanzi ad Alitalia, sta cercando di afferrare qualsiasi ramo per non precipitare giù. Mettendo in campo persino la "nazionalizzazione a tempo", come accadde per Air France nel 1994.

Così ieri ha chiamato uno ad uno i partner della Cai per convincerli a tornare al tavolo delle trattative. Ha chiesto loro di ripensare l'addio al negoziato. Ha illustrato le conseguenze del fallimento della Compagnia di bandiera. Ha implorato un "sacrificio".

Che, però, difficilmente la "squadra" di Colannino compirà. Almeno se non cambieranno le condizioni. Eppure, al presidente della Cai ha dato ragione sull'atteggiamento "irresponsabile" di "alcuni" sindacati e ha promesso un impegno dell'esecutivo su tutti i fronti. Ma gli ha anche illustrato gli effetti del "disastro annunciato".

Per ora la risposta è rimasta negativa. Eppure il richiamo, almeno in Colannino, ha aperto una piccolissima breccia. Niente di concreto, nulla che possa allo stato far riaprire il dossier. Ma certo non può essere un caso che dopo quella fitta ragnatela di contatti "diplomatico-economici" tessuta ieri pomeriggio, proprio il leader della Cai abbia provato a rasserenare i rapporti persino con il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.

Una telefonata per chiarirsi. Un colloquio nel quale il capo di Corso Italia ha illustrato il senso della sua lettera. E che alla fine si è chiusa con una battuta che sembra lasciare socchiusa la porta del dialogo: "Cerchiamo di far scoccare una scintilla", ha detto Colannino.

Quella "scintilla" che anche il Cavaliere sta inseguendo in tutti i modi. Certo, i segnali che ieri sera arrivavano dal socio "forte" della Cai, ossia Banca Intesa, non erano affatto confortanti: "non ci sono le condizioni", ripetevano i vertici dell'Istituto agli uomini del premier. L'idea che si vada verso il fallimento, però, fa raggelare il premier. Che per l'intera giornata di ieri se l'è presa con la Cgil e con i piloti Alitalia. Ha sperato in un rinsavimento delle altre sigle e alla possibilità di raggiungere l'accordo senza il sindacato di Epifani.

Il tentativo di "isolare la sinistra" è rimasto un suo chiodo fisso. Ma poi quando ha visto i dipendenti AZ saltare per la gioia per il fallimento del negoziato, non ci ha visto più: "Contenti loro, contenti tutti. Perdono il posto e sono felici... sarebbe da abbandonarli tutti al loro destino". Ma il timore di ritrovarsi 20 mila dipendenti per strada e il blocco delle comunicazioni sull'intero territorio nazionale costituiscono per Palazzo Chigi un incentivo irresistibile a insistere.

A indagare sulle possibile e eventuali soluzioni alternative che adesso sono diventate ancora più complicate dopo la crisi delle borse e delle banche che sta investendo gli Usa e l'Europa. "Le ristrutturazioni - si è lamentato per tutto il pomeriggio - sono state fate ovunque. In America e in Europa. Solo da noi diventa un dramma".

Un "dramma" che si sta lentamente trasformando in un "baratro". tant'è che sul tavolo del governo due alternative di emergenza sono improvvisamente comparse. Se la Cai si ritirerà definitivamente, allora la prima mossa sarà quella di "allungare" la fase commissariale di Augusto Fantozzi.

Al momento la cassa di Alitalia sembra dare respiro per un altro mese. Ma potrebbe essere rimpinguata con un altro prestito-ponte. Una strada cui il commissario sarebbe obbligato per dare continuità all'azienda e creare le migliori condizioni di vendita. L'articolo 52 della legge sull'amministrazione straordinaria, anzi, consente l'attivazione di mutui con priorità assoluta su tutti gli altri debiti. Una procedura adottata persino negli Usa dalle Compagnie aeree fallite e poi vendute.

Ma la carta su cui Palazzo Chigi è pronto a puntare come extrema ratio è allo studio in queste ore. Una procedura che rischia di scontrarsi con la legislazione dell'Unione e che però prende spunto proprio da un precedente "europeo": quello di Air France.

L'azienda francese nel 1994 è stata nazionalizzata per quattro mesi, quindi ceduta ai privati e rilanciata da Cyril Spinetta. Un episodio rammentato martedì scorso dal presidente francese Nicolas Sarkozy nell'incontro a Parigi con Berlusconi. Il premier italiano, da quel momento, ha inserito "l'esempio francese" nell'agenda delle cose possibili. Un percorso per riattivare dopo qualche mese i contatti con le aziende interessate: appunto Air France, Lufthansa e British Airways. La "nazionalizzazione a tempo" entra così nel novero delle mosse disperate da effettuare se tutto precipiterà nel "baratro".

(19 settembre 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #21 inserito:: Ottobre 10, 2008, 12:03:47 pm »

ECONOMIA   

L'emendamento salva-manager contestato più che scomparire verrà riscritto

Il presidente di Mediobanca rivendica il ruolo di Fazio: "Merito suo le banche solide"

E l'attacco plateale di Tremonti frena l'asse premier, Letta, Geronzi

di CLAUDIO TITO
 


ROMA - "Se il nostro sistema bancario è solido, lo dobbiamo soprattutto ad Antonio Fazio". L'altro ieri mattina Cesare Geronzi l'ha buttata là. Facendo finta di niente e lasciando ammutolito il padrone di casa, ossia Giulio Tremonti. Il ministro dell'Economia aveva convocato banchieri e imprenditori al Tesoro per concordare il decreto anti-crisi finanziaria e proprio non si aspettava una citazione del genere. Quasi un salto nel passato. A tre-quattro anni fa, quando lo scontro con l'allora Governatore della Banca d'Italia era durissimo. Una battaglia alla fine vinta con il siluramento di Fazio dopo gli scandali Cirio, Parmalat e quello dei "furbetti del quartierino".

In quel momento il sospetto che quel "mondo" possa ricompattarsi definitivamente con una parte dell'esecutivo si è improvvisamente materializzato. Un "dejavu'" che l'inquilino di Via XX Settembre vorrebbe allontanare per sempre. E non è un caso che da quando è nato il nuovo governo Berlusconi, la sfida quotidiana tra Tremonti e Gianni Letta si è intensificata.

Quella frase, quindi, ha avuto un peso non indifferente sulla giornata di ieri. Sul "no" all'emendamento "salva-manager" inserito nel decreto Alitalia.
"Chi nelle aziende sbaglia - è stato il concetto ripetuto da Tremonti a tutti i suoi interlocutori fino alla partenza per Washington - deve pagare. E non è possibile che qui non si paghi mai: sia quando il dirigente non si dimostra all'altezza e sia quando va sotto processo".

Un ragionamento esplicitato nei contatti con Silvio Berlusconi e anche, appunto, con il sottosegretario alla presidenza del consiglio. E anche stavolta lo stop, sancito nell'aula di Montecitorio, sembra rivolto in primo luogo al braccio destro del Cavaliere. O meglio all'asse che da tempo mette in connessione il presidente di Mediobanca, il sottosegretario e il premier. Lo stesso Berlusconi non nasconde in tutti i suoi contatti di aver ricomposto "l'amicizia con Cesare". Di fronte alle polemiche, però, ha cercato di minimizzare: "E' stato solo un disguido", ha assicurato in riferimento al "lodo" che blinda i vertici delle aziende. Eppure i senatori che l'hanno presentato spiegavano ai colleghi del gruppo Pdl di aver ricevuto il via libera di Palazzo Chigi.

Sta di fatto che già mercoledì scorso Tremonti aveva puntato l'indice contro i manager che sbagliano. Nel modo felpato e indiretto che si addice a questo tipo di incontri, aveva invitato Geronzi (socio di Unicredit) a criticare pubblicamente le mosse di Alessandro Profumo, a partire dalla recente ricapitalizzazione. Un'esortazione non recepita dal numero uno di Piazzetta Cuccia. Un elemento che ha irritato ancor di più il ministro costretto ad accettare un decreto in cui le "colpe" dei banchieri non emergevano anche dinanzi all'aiuto di Stato.

E alla prima occasione ha fatto in modo di far emergere il suo disappunto. A cominciare dalla norma salva-manager. "Chi sbaglia - ripetevano al Tesoro - deve pagare". In questo caso si tratta in primo luogo dei vertici di Cirio e Parmalat. Procedimenti che vedono il coinvolgimento anche di Geronzi. Gli uomini di Mediobanca, però, rifanno presente che il ruolo del loro presidente in quelle inchieste è assolutamente secondario: "non abbiamo bisogno di quell'emendamento e soprattutto ne eravamo all'oscuro".

Sta di fatto che ieri mattina Tremonti ha fatto di tutto per render plateale il suo "no" a quell'emendamento. Persino applaudendo il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. Ora, intanto, anche Palazzo Chigi non vuol più sentire parlare di quel "salvagente". "E' un disguido", garantisce il Cavaliere. Che ha dato ordine di correggere l'articolo del decreto provando a limitare il "salvacondotto" solo ai manager, come Augusto Fantozzi, che stanno gestendo l'Alitalia (in particolare la bad company) in questa fase.

L'emendamento insomma, più che scomparire, verrà riscritto. Negli ultimi due giorni, però, il Cavaliere ha fatto poco per occultare le sue punture di spillo nei confronti del ministro. Ha pubblicamente contestato il paragone citato ad ogni piè sospinto da Tremonti. "Questa crisi - ha sottolineato il Cavaliere - non è affatto come quella del '29".

Eppoi, dopo aver riferito che il decreto non è esattamente come quello richiesto dal suo ministro, ha puntualizzato: "E' proprio quello che volevo io". Del resto, non è solo Letta a privilegiare il rapporto con Geronzi. Quello tra il leader di Forza Italia e il presidente di Mediobanca è un'intesa che va via via rafforzandosi. Perché come osservò Berlusconi in una cena poco prima che cadesse il governo Prodi, "tutti devono fare i conti con Geronzi". E dopo la vittoria del Pdl alle elezioni, "tutti devono fare i conti anche con me".

(10 ottobre 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #22 inserito:: Ottobre 27, 2008, 03:08:18 pm »

IL RETROSCENA.

Il Cavaliere ne ha parlato con Tremonti chiedendogli uno sforzo per aumentare il potere d'acquisto

Ma il premier teme il calo di consensi "Walter cavalca la crisi e la scuola"


di CLAUDIO TITO


ROMA - "Gliel'hanno detto a Veltroni che nelle banche ci sono i risparmi degli italiani? Gliel'hanno detto che io sto facendo esattamente quello che fanno in tutti gli altri paesi? Gliel'hanno detto che se il governo non difende gli istituti di credito crolla l'intero sistema? Ma si rende conto di dire delle cose assurde?". Quando ha letto la sintesi del comizio del segretario Pd al Circo Massimo, Silvio Berlusconi si trovava ad Astana, la capitale del Kazakhstan.

La sosta tecnica di sabato notte al rientro da Pechino si era trasformata in una breve visita ufficiale con tanto di cena formale con il presidente kazako Nazarbayev. Lo scalo allora gli ha consentito di ricevere tutti i fax e le "brutte notizie" da Roma. Le parole del leader Pd gli hanno mandato di traverso la cena. In particolare gli attacchi sulla situazione economica e sulla crisi dei mutui. Allora, con lo staff che lo accompagnava sul velivolo dell'Aeronautica militare, non ha fatto niente per nascondere la rabbia. "Non possiamo lasciare che tutto passi senza una risposta. Domani parlo io".

E già, perché l'attenzione di Palazzo Chigi su quel versante è altissima. Il presidente del Consiglio monitorizza gli umori della gente con continui sondaggi ed è convinto che l'"emergenza portafoglio" sia l'unico fronte che può incrinare la cosiddetta "luna di miele". Quella sintonia con gli elettori che gli ha permesso fino ad ora di incassare indici di popolarità piuttosto alti.

Eppure, la bufera finanziaria qualcosa ha cambiato nell'umore degli italiani. "I sondaggi che cita Veltroni sono del tutto falsi - ripete ai suoi -. Quel calo del 18% non esiste". Ma anche a Via del Plebiscito temono che il combinato disposto tra la "protesta scolastica" e le difficoltà economiche possano invertire il trend. Qualche preoccupazione, del resto, l'ha provocata anche l'ultimo sondaggio di Mannheimer che segnala una certa flessione. A Via del Plebiscito non è ancora suonato l'allarme rosso, ma è la prima apprensione che si manifesta da maggio.

Non è un caso che ieri sera, il premier abbia parlato proprio dei sondaggi con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. E non è nemmeno un caso se, pur sbattendo la porta in faccia all'opposizione, l'abbia tenuta ben aperta nei confronti del sindacato. Anche della Cgil. Berlusconi vuole infatti evitare che il Pd diventi il portabandiera delle famiglie in difficoltà, il portavoce di chi non arriva alla quarta settimana. Sta quindi cercando di capire con Tremonti se sia in qualche modo realizzabile la proposta formulata un paio di settimane fa dalla Confcommercio: detassare le tredicesime.

Un'ipotesi complicatissima per il Tesoro, ma il presidente del consiglio sta insistendo per una misura che tocchi almeno i redditi più bassi. Anche perché una manovra in questo senso, a suo giudizio, piazzerebbe il Pdl con il vento in poppa nella campagna elettorale per le prossime europee di maggio. O almeno renderebbe stabile la tendenza a non trasferire verso il Pd il voto dei "delusi" dal governo.

"Altro che difendere le banche - si è allora sfogato ieri anche sull'aereo in volo da Astana - io difendo i soldi degli italiani. So bene che la situazione è quella che è, ma facciamo tutto il possibile". Così ai ministri che ha sentito per concordare l'affondo di ieri pomeriggio, ha di nuovo ribadito che un dialogo con il centrosinistra allo stato è impossibile. "Quello - si è ancora lamentato di Veltroni - mi accusa di guidare il Paese come un consiglio di amministrazione, ma non sa di cosa parla. Io concordo sempre tutto con ciascun alleato".

Ma il suo vero chiodo fisso sembra soprattutto Antonio Di Pietro. "Mi chiedo? Dopo tutto quello che gli ha combinato, come fa Veltroni a manifestare con quello lì? A cosa gli serve tornare insieme all'Italia dei Valori? A cosa gli serve usare quel linguaggio?". A suo giudizio, infatti, l'ex pm resta "il vero problema del riformismo italiano". Senza contare che l'abbraccio tra "Walter e Tonino" può risultare fatale per quanto riguarda la Rai. In questo clima, il premier scommette ben poco sull'accordo per eleggere il nuovo presidente della commissione di Vigilanza. "A meno che il Pd non si decida a ragionare".

Della manifestazione del Circo Massimo, poi, ha parlato pure con il ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Ha preso atto che tutto si è svolto pacificamente ammettendo che sotto il profilo della partecipazione "a Veltroni non è andata male". Ma fin dalla scorsa settimana il Cavaliere era certo che la piazza sarebbe stata riempita e che non si sarebbe trattato di un flop. Pure il titolare del Viminale, però, gli ha confermato i dati forniti dalla questura: "ad ascoltare il leader democratico non c'erano più di 300 mila persone".

Con i "fedelissimi", poi, è tornato a ricordare gli incontri avuti a Pechino. I contatti con i leader di tutto il mondo. I colloqui con il governo del Kazakhstan dove l'Italia ha "interessi enormi" a cominciare dall'Eni e da Unicredit. L'agenda internazionale del prossimo anno che prevede missioni in Giappone, Vietnam, Corea del Sud, Cina e India nei primi mesi del 2009. "Poi torno qui a Roma - ha allargato le braccia dinanzi a tutti i suoi interlocutori - e devo assistere a questa vecchia politica".


(27 ottobre 2008)


da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #23 inserito:: Novembre 02, 2008, 11:45:15 am »

SCUOLA & GIOVANI   

La riforma doveva essere discussa in settimana ma dopo le proteste Berlusconi preferisce rimandare.

E Bossi rilancia: "Gli atenei vanno finanziati"

Università, stop del governo "Prima calmiamo le acque"

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "Il clima è troppo acceso. Adesso dobbiamo andare avanti con un po' più di calma". Silvio Berlusconi accende il semaforo rosso. La riforma dell'università deve attendere. Maria Stella Gelmini lascerà per un po' nel cassetto il suo "piano" per gli atenei.

Le manifestazioni di questa settimana, insomma, un effetto l'hanno avuto. E il Cavaliere non vuole correre rischi. Non ha alcuna intenzione di incendiare la piazza. Soprattutto in una fase in cui le proteste di studenti e professori sembrano sempre più intersecarsi con le difficoltà della crisi economica. "Ora - è quindi la scelta del presidente del Consiglio - andiamo avanti con un po' di calma".

Il secondo passo studiato dal governo per ristrutturare l'Istruzione pubblica, dunque, verrà rallentato. Il provvedimento - stavano esaminando pure l'opzione di un nuovo decreto - era previsto per la prossima settimana, ma i tempi si allungheranno. Di un bel po'. Eppure solo quattro giorni fa l'intervento era stato annunciato con tutti i crismi dell'ufficialità dallo stesso ministro dell'Istruzione. "Entro una settimana presenterò il piano sull'università", aveva scandito dopo il sì del Senato alla sua riforma scolastica. Del resto, pure il Cavaliere fino a qualche giorno fa sfidava tutti gli scettici, compresi quelli del centrodestra, ripetendo: "E ora tocca all'università".

Qualcosa, però, negli ultimi giorni è cambiato. Le proteste degli studenti. Le manifestazioni dei docenti. La stagnazione dell'economia. Il clima nei confronti dell'esecutivo non è più lo stesso. Sul tavolo del premier i sondaggi lo confermano. Già una settimana fa i dati avevano impensierito l'inquilino di Palazzo Chigi, e adesso ha avuto una controprova. La riforma Gelmini non è "popolare", soprattutto è stata percepita in senso negativo dalle famiglie. "Non si può insistere subito sullo stesso punto", ha allora fatto sapere il Cavaliere.

Bisogna che si calmino le acque per non trasformare la protesta in un rogo in cui si saldano studenti medi, studenti universitari e professori. Come va ripetendo Umberto Bossi "è inutile far unire anche gli universitari alla protesta della scuola". Il premier, insomma, ha dovuto prendere atto anche delle resistenze all'interno della maggioranza. "Occorre trovare i finanziamenti adatti - ha avvertito ieri il ministro delle Riforme - perché l'università è una cosa importante".

E in effetti il piano, che è già pronto nel cassetto del ministro dell'Istruzione, si metterebbe nella scia della manovra economica approvata a luglio scorso. Il decreto di Tremonti, cioè, che ha sforbiciato gli stanziamenti per gli atenei nei prossimi tre anni. Nel 2009 il Fondo per il finanziamento ordinario dell'università è stato ridotto di oltre 700 milioni, gli importi per l'istruzione universitaria di 1600 milioni, i soldi per il "diritto allo studio" ridotti del 60% e persino le risorse per le facoltà "non statali" - tanto care a Berlusconi - decrescerà di 60 milioni. Per il presidente del consiglio, quindi, "al momento è meglio evitare di andare subito anche sulla riforma dell'università".

Un suggerimento su cui giovedì scorso ha battuto con insistenza pure il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il quale durante una colazione di lavoro, ha sottolineato i rischi di uno scontro che coinvolga i docenti e i giovani universitari. Gli esperti di An poi sono usciti allo scoperto chiedendo un confronto con tutte le parti in causa e bocciando preventivamente la strada del decreto e della fiducia. "Servirebbe - ammette anche Stefano Caldoro, socialista eletto dentro Forza Italia, impegnato a luglio come relatore della manovra Tremonti - un patto con il mondo dell'università. Un patto di stabilità condiviso".

Anche perché la seconda puntata del pacchetto Gelmini prende spunto proprio dai "tagli" stabiliti dal ministro dell'Economia. Secondo alcune indiscrezioni, il progetto punterebbe a bloccare la "proliferazione" dei corsi, a cancellare le sedi distaccate considerate in eccesso e a trasformare gli istituti in Fondazioni di diritto privato (il decreto 112 già contemplava la "possibilità" per i singoli di atenei di compiere questa scelta che diventerebbe invece obbligatoria). Non solo.

Il piano verrebbe accompagnato dalla "sospensione" dei concorsi per i professori - quelli già banditi nel 2007 e nel 2008 - al fine di rendere effettivo il blocco del turn over. Ai piani alti del ministero si sventola una ricerca in cui si evidenza come i docenti italiani assunti a tempo indeterminato siano circa 65 mila e in Germania "solo" 40 mila. Per Berlusconi, però, non è più il tempo di forzare la mano.
 
(2 novembre 2008)

da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #24 inserito:: Gennaio 09, 2009, 01:13:33 pm »

ECONOMIA     

Alta tensione ieri a palazzo Grazioli nel vertice tra Berlusconi, il leader della Lega e i vertici di Cai.

Tregua siglata con le garanzie sul futuro degli scali lombardi

Colaninno minaccia: 'Chiudo Linate' Bossi si riappacifica con il premier
 
di CLAUDIO TITO


ROMA - "Abbiamo due anni per riflettere, non dobbiamo decidere tutto ora. Abbiamo il tempo di potenziare le rotte.
Nessuno vuole penalizzare Malpensa e nessuno vuole far chiudere Linate".

Fino a ieri mattina la partita Alitalia sembrava contrapporre il "partito del nord" pro Malpensa a quello del "sud" pro Fiumicino. Nel doppio vertice di ieri a Palazzo Grazioli, invece, Silvio Berlusconi ha dovuto prima di tutto sedare lo scontro tra i "nordisti". Con il sindaco di Milano, Letizia Moratti, spalleggiato da An (in particolare dal "collega" Alemanno), pronto a guerreggiare contro i lumbard in difesa dello scalo cittadino.

La tregua - perché i leghisti non la vogliono ancora chiamare "pace" - è stata siglata proprio sulle garanzie fornite dal premier e dal presidente di Cai, Roberto Colannino, sul futuro degli scali lombardi. Assicurazioni, però, che facevano perno su un unico presupposto: l'intesa con Air France è imprescindibile, "si chiude lunedì prossimo". E già, perché le insistenze del Carroccio sull'aeroporto di Varese e sull'opzione Lufthansa per un momento anche nel summit di Via del Plebiscito avevano provocato un impasse. Con tanto di nervosismi malcelati dai "bossiani". "Se volete che Malpensa sia da subito un Hub - è stato il ragionamento svolto dal "capitano" della nuova Alitalia - per noi va bene. Ne abbiamo parlato anche con Air France. Spostiamo tutti i voli di Milano a Malpensa". Una provocazione, per di più calcolata. Perché l'ipotesi era già stata archiviata nei contatti con Gianni Letta e con il premier. Sta di fatto che la semplice eventualità che Linate potesse chiudere i battenti ha diviso e indebolito il "partito del nord". "Non è accettabile, anzi sarebbe disastrosa", ha tuonato la Moratti.

Da qual momento, il Cavaliere ha cominciato a fare la spola tra i due incontri. Da un parte il vertice politico con la Lega e il ministro Altero Matteoli, dall'altra quello "aziendale" con i vertici di Cai, della Sea e i sindaci di Roma e Milano. La tensione è salita. La delegazione lumbard con Bossi, Maroni e Calderoli, si è irrigidita. Il malumore, del resto, serpeggiava da giorni. "Io faccio un discorso politico - ha spiegato il Senatur -: il nord non può rimanere isolato. Sapete quante aziende ci sono? Quante di queste contano su Malpensa? Quella è gente che guarda a noi e non possiamo lasciarla a secco". Un calcolo che il sottosegretario ai Trasporti Roberto Castelli ha snocciolato in un attimo. Rispetto all'altro ieri però, quando il premier e Bossi avevano addirittura evitato di parlarsi, stavolta i due si davano di gomito. Il premier ha recepito le lamentele leghiste, per smontarle un attimo dopo: "Sono d'accordo. È chiaro che ci facciamo carico delle esigenze del nord e di Malpensa. Anche io sono un industriale del nord. Le rotte possono crescere. Ne ho appena parlato con Colaninno". Un attimo ed è stato proprio il capo di Cai ad avvicinare il ministro delle riforme. Memore dei tempi in cui il Senatur lo definiva il "campione degli imprenditori padani", gli ha stretto la mano. E poi ha tirato fuori dalla borsa il piano industriale di Alitalia. Nel quale il futuro di Malpensa dovrebbe irrobustirsi nel giro di due anni con le rotte intercontinentali: passerebbero da 3 a 17. L'aeroporto varesino, dunque, si trasformerebbe nell'hub per le tratte con l'estremo oriente e il Sud America e a Linate verrebbe riservata la navetta Roma-Milano. L'unico modo, ha chiarito Colaninno e ha convenuto Berlusconi, per costruire un'azienda "pulita" in grado di raggiungere il pareggio di bilancio nel giro di 24 mesi.

Traguardo che invece Lufthansa non può certificare. "Anche perché - ha ripetuto il premier a Bossi - non esiste una vera offerta da Berlino. C'è una lettera di intenti, ma niente di più". Non solo. Per "coprire" l'offerta francese, i tedeschi dovrebbero mettere sul piatto della bilancia circa 600 miliardi: 310 per arrivare al cash di Af, 200 per pagare la penale per l'uscita dall'alleanza Sky Team, e il resto per sostituire i sistemi operativi di Alitalia ormai integrati con Air France.

Argomenti che alla fine hanno in parte convinto il Carroccio. Basti pensare che lo stesso Senatur ha lasciato per primo la riunione con un rassegnato "vabbè, fate voi". Oggi, comunque, i leghisti proveranno a insistere chiedendo attraverso Castelli l'incremento complessivo dei voli sugli scali lombardi. Ma niente di più. E per indorare la pillola, alla fine il presidente del consiglio ha anche promesso un iter parlamentare velocizzato per il federalismo. La riforma della giustizia verrà ritardata almeno di un mese per evitare ostruzioni. Il premier non vuole sentire invece parlare di "rimpastini". Vorrebbe promuovere i sottosegretari Fazio e Brambilla. Ma non a costo di arrivare ad una tornata di nomine troppo ampia come reclamano gli stessi leghisti e anche An. "E comunque - ha chiuso Berlusconi tendendo la mano al segretario leghista del Carroccio - nei giorni scorsi i giornali hanno esagerato. Io non volevo attaccarti. Solo che non dobbiamo dare l'immagine di una coalizione litigiosa. Basta polemiche in pubblico".

(9 gennaio 2009)
da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #25 inserito:: Gennaio 09, 2009, 11:40:48 pm »

DAL TESORETTO A CAPORETTO


di Tito Boeri e Pietro Garibaldi 07.01.2009



Se il Governo Prodi continuava a scoprire tesoretti, il nuovo governo sta facendo l'errore opposto. Nonostante il forte rallentamento della congiuntura, non ha aggiornato le previsioni sui conti pubblici e si trova ora costretto a motivare consistenti peggioramenti dei saldi. Per rassicurare i mercati occorrono trasparenza e chiare scelte di politica economica contro la recessione. Rimanere in mezzo al guado, tra la sponda del rigore e quella di una politica fiscale espansiva, è la peggiore soluzione possibile perché i conti si deteriorano senza migliorare le prospettive dell'economia.

Che ne è dei tesoretti della passata legislatura su cui si accapigliavano tutti? Che ne è di quelle entrate sempre superiori alle previsioni? Sono un lontano ricordo. Ora è l’epoca delle botti vuote, con saldi molto peggiori delle previsioni. Sbagliare i conti può servire forse a evitare l’assalto alla diligenza ma è un pessimo segnale ai mercati. Rischia di essere un autogol addirittura peggiore dell’invenzione del tesoretto. Vediamo perché.


LA TRASPARENZA: UN BENE PREZIOSO IN TEMPO DI CRISI

Soprattutto in tempi di crisi ci vorrebbe più trasparenza sull’andamento dei nostri conti pubblici. Serve a rassicurare i mercati, dunque a ridurre lo spread fra il rendimento dei nostri titoli di stato e quello sui Bund tedeschi. Ma il Governo ha scelto la strada della reticenza. Nonostante il forte deterioramento del quadro macroeconomico, non fornisce previsioni sull’andamento dei nostri conti pubblici da settembre. Questo fa apparire ogni dato di consuntivo molto peggiore di quanto sarebbe se si tenesse conto dell’andamento dell’economia.
Pensiamo ai dati del fabbisogno resi noti in questi giorni. Nella Nota di Aggiornamento al Dpef, si prevedeva per il 2008 un fabbisogno sia del settore statale che del settore pubblico (comprese amministrazioni locali, aziende municipalizzate, Inps, etc.) di 46,2 miliardi. Queste previsioni si basavano sulla di una stima di un’economia italiana in crescita, seppur di poco, nel 2008. Inevitabile che con l’entrata del nostro paese in recessione i saldi dovessero peggiorare. Ne abbiamo avuto conferma con i primi dati di consuntivo usciti in questi giorni, quelli sul fabbisogno. E’ più alto di quanto previsto a settembre di quasi sette miliardi. Una grossa parte, se non la totalità, di questa differenza, può essere spiegata con il peggioramento della congiuntura. Se si prendono per buone le ultime previsioni, quelle del Centro Studi Confindustria, il Pil nel 2008 potrebbe essere diminuito dello 0,5 per cento. Ipotizzando che ogni punto percentuale in meno di Pil faccia diminuire le entrate di un punto percentuale, il fabbisogno avrebbe dovuto solo per questo salire a quasi 51 miliardi. La spesa in Italia è molto meno reattiva al ciclo delle entrate, ma comunque aumenta durante le recessioni. Ipotizzando che un punto di pil in meno faccia aumentare la spesa primaria di mezzo punto percentuale, il fabbisogno sarebbe salito a 52,8 miliardi, addirittura 200 milioni in più del dato di consuntivo.


L’AFFANNOSA RICERCA DI SPIEGAZIONI

Non avendo aggiornato le previsioni, ora il Governo si trova invece a dover rassicurare i mercati rispetto a una variazione del fabbisogno di circa mezzo punto di Pil, a quella che appare come una vera e propria disfatta. Le spiegazioni fornite nel comunicato del ministero sono peraltro tutt’altro che convincenti. Fanno quasi tutte riferimento a eventi che si conoscevano già a settembre (abolizione totale ICI, mancato versamento straordinario di Fintecna) oppure agli effetti del decreto di fine novembre che è coperto, tant’è che non ha richiesto variazioni di bilancio e dei saldi della Finanziaria 2009 (vuole il Governo insinuare dubbi sulle coperture di quel provvedimento?). In realtà il peggioramento nei dati del fabbisogno rispetto alle stime di settembre è tutto nei dati di dicembre, mese in cui il fabbisogno scende sempre di molto (nel 2006 si ridusse di 20 miliardi, nel 2007 di 12 miliardi, nel 2008 di soli 3 miliardi, si veda il grafico qui sotto) e il dubbio è che quest’andamento deludente sia dovuto agli acconti Irpef, Ires e Irap.

In altre parole, la crisi in atto potrebbe aver spinto molte imprese e famiglie ad autoridursi l’acconto (cosa ammessa se si prevede che il reddito 2008 sia più basso di quello del 2007). Se così fosse, sarebbe un peggioramento dei conti interamente motivato dal ciclo. Quindi non tale da variare il dato più importante agli occhi degli investitori e della stessa Commissione Europea, quello relativo all’indebitamento al netto delle una tantum e depurato dagli effetti del ciclo. Perché in attesa di questi dati, il Governo non rende pubblici i dati sugli acconti di cui già dispone e, alla luce di questi, rivede o mantiene inalterate le sue stime sull’indebitamento? Al contrario del comunicato del Ministero, servirebbe a rassicurare i mercati.


MEGLIO NON STARE IN MEZZO AL GUADO

Più che di scelte precise di politica economica, il peggioramento in atto sembra perciò il frutto della crisi economica. Nonostante le richieste del G20 e i pressanti richiami del Fondo monetario internazionale, l'Italia non ha sin qui messo in atto una politica fiscale espansiva. Addirittura il decreto anti-crisi di fine novembre attua una contrazione fiscale. Allo stesso tempo, tuttavia, non possiamo sostenere che in Italia vi sia stata una politica fiscale davvero rigorosa. I meccanismi principali della spesa non sono stati riformati, nonostante il Governo abbia già approvato un quadro pluriennale di finanza pubblica. Sono state introdotte una serie di nuove imposte, come la Robin Tax, che hanno un gettito molto aleatorio. E sono stati varati un’infinità di micro provvedimenti (dal bonus famiglia alla social card, dall’intervento sui mutui alla detassazione dei premi di produttività, dalla deduzione dall’Ires di una quota Irap alla detassazione dei microprogetti di arredo urbano) anziché concentrare gli interventi su una o due misure ritenute prioritarie. Sarà così molto difficile monitorare l’andamento della spesa e tenerla sotto controllo.
Rimanere così, in mezzo al guado, senza decidere come impegnare le poche risorse disponibili non serve, come si è visto a migliorare i conti pubblici.  Non serve neanche a migliorare l’economia durante e, soprattutto, dopo la crisi. Dopo aver giustamente anticipato alla primavera la definizione dei cardini della manovra di politica economica, il Governo ha scelto la strada dell’inerzia. Ed è in forte ritardo anche sugli adempimenti previsti allora. In questi giorni anche la Germania ha annunciato un consistente pacchetto di stimolo fiscale: l’Italia sarà così l’unico grande paese europeo a rimanere fermo di fronte a una grande recessione. E’ un atteggiamento che rischia di lasciarci coi piedi a mollo per molto tempo, anche perché i meccanismi di formazione della spesa non sono stati in alcun modo modificati. Al Governo decisionista chiediamo ora di dire al Paese in modo chiaro dove si vuole andare con la politica economica. Stare in mezzo la guado durante la tempesta ci potrebbe fare affondare.

 
da www.lavoce.info
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #26 inserito:: Gennaio 15, 2009, 03:31:05 pm »

POLITICA     

Lo scontro con Berlusconi è ancora aperto.

Il presidente della Camera va da Napolitano e trova un'intesa sulla difesa del Parlamento

Ma Gianfranco resta in trincea "È in gioco il mio futuro politico"

Nasce un correntone dei suddisti del Pdl, in 72 vanno da Berlusconi



di CLAUDIO TITO

 
ROMA - La pace è ancora lontana. Lo scontro tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non si ferma. E il presidente della Camera, per frenare il premier, gioca anche la carta "istituzionale". Sale sul Quirinale e riferisce quel che è successo martedì scorso dopo la richiesta di fiducia del governo. L'inquilino di Montecitorio cerca insomma l'appoggio del Colle e lo ottiene. Del resto, Giorgio Napolitano è da sempre uno strenuo difensore della "centralità del Parlamento".

Anche in occasione dell'incontro natalizio con le alte cariche dello Stato aveva puntato l'attenzione sul ruolo delle Camere. La sintonia tra i due è ormai una costante di questa legislatura. Anche le proposte "finiane" sulla giustizia sono state in parte il frutto del confronto con il presidente della Repubblica.

Ieri allora per il capo di An, l'incontro con il capo dello Stato ha rappresentato in primo luogo un'arma difensiva. Gli affondi di Palazzo Chigi non sono mancati. Come quelli della Lega e di quel "partito del nord" che nella maggioranza sta quotidianamente schierando le sue truppe.

Il chiarimento tra il Cavaliere e Fini, dunque, pure ieri non c'è stato. I due non si sono visti e nemmeno parlati al telefono. In aula, anzi, si sono accuratamente evitati. "I problemi - ripeteva ieri il leader di Alleanza nazionale - restano tutti". "E - spiega uno che conosce entrambi come il segretario del Pri, Francesco Nucara - sono di natura politica, non tecnica". A cominciare dalla definizione del Pdl. Un appuntamento che per gli uomini di Via della Scrofa sta diventando un vero e proprio incubo. Tanto da metterne in discussione la data, ossia il 27 marzo.

"Non c'è nulla di fissato", si sgolava ieri Ignazio La Russa. I fedelissimi di Fini invocano un intervento politico da parte del loro leader. L'equilibrio su cui viene costruito il Popolo delle libertà, a loro giudizio, è infatti troppo sbilanciato su Forza Italia. Ma soprattutto non esiste al momento una carica da affidare al presidente della Camera. Che rischia di restare fuori dalla "corsa" per la leadership del prossimo decennio. Nei giorni scorsi, proprio l'inquilino di Montecitorio spiegava: "Io so bene che non figuro nella linea di successione stabilita da Berlusconi. Devo puntare sul partito per giocare le mie chance". E, appunto, adesso ha iniziato a giocarle. Tanto che dalle parti di Via dell'Umilità, la sede del Pdl, è tornata a circolare l'ipotesi di istituire un ruolo ad hoc per Fini. Forse di rappresentanza nelle sedi internazionali. Ma allo stato tutto resta nebuloso.

Per il Cavaliere, al contrario, "tutto è chiaro". La tela tessuta dall'alleato sta diventando troppo fitta. Più che assecondarlo, allora, lo ignora. Parla con Umberto Bossi per placarlo. Ma non lui. Discute con i parlamentari medridionali, ma non con lui. "Perché è lui che si cerca i problemi, non glieli determino io".

Nelle dichiarazioni pubbliche lo ha quasi provocato. Perché l'applauso alla sua funzione "super partes" va interpretata proprio come l'esclusione dalla futura guida del centrodestra: "È "super partes" , quindi non può essere il leader del Pdl". Ma soprattutto il premier non riesce a capire le questioni sollevate dagli esponenti di An. "Cavillano sullo statuto. Mi parlano di probiviri e poi vengo sapere che si tratta di un tribunale interno. Dovrei avere a che fare con i tribunali anche nel mio partito?".

Per di più nella singolar tenzone tra i due big della maggioranza, si è infilato Umberto Bossi. Che capeggia il fronte "nordista" della coalizione cui adesso si sta opponendo quello "sudista". I ministri di Forza Italia, convocati a Via del Plebiscito, ieri invitavano il Cavaliere a riprendere il rapporto con Fini. Ma lui replicava: "Non mi preoccupa Gianfranco, mi preoccupa Umberto. Fino alle europee non la smetterà". E già, perché il premier continua a considerare la Lega l'unico alleato con cui davvero fare i conti. Tant'è che ha convocato il Senatur per tranquillizzarlo.

Anche se i dossier aperti continuamente dal Carroccio ormai stanno diventando una via crucis per la maggioranza. In particolare per gli eletti nelle regioni meridionali. Che cominciano a fremere. Il federalismo, gli immigrati, Alitalia, i fondi per le aree sottoutilizzate: temi sollevati dal Carroccio e poi sostenuti da ministri come Giulio Tremonti e Maria Stella Gelmini o da "big" del Pdl come Roberto Formigoni e Letizia Moratti. Un "correntone" che ha costretto gli esponenti del Mezzogiorno a organizzarsi nello stesso modo. Non a caso mentre ieri parlava con Bossi, quasi contemporaneamente ha dovuto ricevere 72 parlamentari "sudisti" guidati dal ministro per gli Affari regionali, Raffaele Fitto, con l'unico obiettivo di garantire su un programma "concreto" che ribilanci i fondi a favore del meridione. Un gioco di equilibrismo che dovrà andare avanti ancora per molto tempo.

(15 gennaio 2009)
da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #27 inserito:: Gennaio 25, 2009, 04:05:37 pm »

IL RETROSCENA

I segreti che inquietano il Palazzo arma finale del Cavaliere

di CLAUDIO TITO



 ROMA - "Ora si rimette tutto in discussione". Dopo i resoconti ricevuti l'altro ieri da Gianni Letta e Fabrizio Cicchitto, Silvio Berlusconi vuole sparigliare. E riportare al punto di partenza il confronto sulla nuova disciplina per le intercettazioni telefoniche.

La "bomba" dell'archivio Genchi un primo effetto l'ha prodotto. E il Cavaliere lo vuole utilizzare fino in fondo. Sperando che anche nel centrosinistra si possa aprire un varco.

I paletti fissati nei giorni scorsi dalla Lega e Alleanza nazionale, del resto, non lo hanno mai convinto. Ora vuole farli saltare. Al prossimo vertice della coalizione, nei prossimi giorni, riporrà il problema. "E' indispensabile una normativa più severa", ripete da due giorni. Non quella reclamata dagli alleati, dall'opposizione e anche dal Quirinale. Da qualche giorno, gli uomini del premier ripetevano che non si sarebbero fatti imporre una revisione delle intercettazioni "troppo debole". Adesso c'è lo spunto per tornare alla carica.

E dunque, se Bossi e Fini considerano un muro insormontabile la necessità di non prevedere un elenco preciso di reati per cui è possibile effettuare i controlli sulle conversazioni al telefono, il capo del governo intende ricorrere ad un'altra arma. Inserire nella riforma un serie di vincoli e condizioni che di fatto ne restringeranno l'uso. Il punto, allora, non sarà più se il magistrato può agire con questo strumento per le indagini relative a atti di corruzione o concussione. Per Berlusconi, esistono tanti altri modi per arrivare ad una disciplina "più severa". La limitazione temporale delle intercettazioni, la non reiterabilità, la loro utilizzazione nei procedimenti come prova aggiuntiva e non decisiva. Tutte osservazioni che il capo del governo tornerà a formulare nel summit con i "big" del centrodestra. Con i quali ha preferito cedere su altri aspetti: ad esempio il futuro equilibrio del Pdl. Non a caso ieri ci ha tenuto a puntualizzare che l'intesa con il presidente della Camera e con il senatùr è "piena".

I colloqui e gli incontri dell'altro ieri, poi, rappresentano per il presidente del Consiglio un'arma in più per convincere tutti gli interlocutori più riottosi. I contatti degli ultimi giorni, infatti, gli hanno fornito un quadro preciso di quel che ci potrebbe essere nell'archivio di Gioacchino Genchi: 350 mila telefonate - o tracce di telefonate - che spaziano in ogni direzione. Ne ha parlato con il sottosegretario Letta che ha la delega ai servizi segreti. E quest'ultimo ne ha discusso telefonicamente con il presidente del Copasir, Francesco Rutelli, e con il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, che fa parte dello stesso comitato.
L'insieme che ne è uscito ha scosso un po' tutti, a partire dal Cavaliere. Un allarme che lo induce a "rimettere tutto in discussione".

Soprattutto la difficoltosa trattativa avviata nella maggioranza. "Ora - è il suo ragionamento - se ne convinceranno tutti di quel che bisogna fare". Una considerazione basata anche sui giudizi preoccupati dello stesso Rutelli: "Una questione rilevante per la nostra libertà e democrazia". A questo punto, infatti, Berlusconi è sicuro di poter convincere anche il Pd ad assumere una atteggiamento diverso. E pure il Quirinale. Che, a suo giudizio, in questa partita ha giocato finora di sponda con Lega e An.

L'accordo siglato informalmente - ma blindatissimo - tra i membri del Pd e del Pdl nel Copasir per evitare che le intercettazioni finiscano sui giornali, rappresenta per Palazzo Chigi la dimostrazione che uno spiraglio si può aprire un varco nella barricata alzata in questi mesi. "Perché - è l'avvertimento del premier ai suoi - nessuno si può sentire al sicuro".

(25 gennaio 2009)
repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #28 inserito:: Febbraio 12, 2009, 11:13:34 am »

Toni più distesi nel faccia a faccia dopo le polemiche sull'uso della decretazione d'urgenza e i rapporti con Napolitano, ma ognuno resta sulle proprie posizioni

Tregua armata tra Fini e Berlusconi

"Un errore l'attacco al Colle". "No, un dovere"

di CLAUDIO TITO


 ROMA - "È stato un errore lo scontro con il Quirinale". "No, è stato un dovere. Mi è dispiaciuto semmai che non tutti l'abbiano capito".
La mezz'ora passata nello studio di Montecitorio, non è bastata a sciogliere il gelo che si è formato nell'ultima settimana tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Certo l'incontro non ha assunto i toni aspri dei giorni scorsi. A tratti è stato anche disteso. Ma, dopo il convegno sul Pinuccio Tatarella, i due più che una pace hanno siglato una sorta di "tregua armata". Con un'intesa che riguarda più il passato che il futuro: ossia archiviare la disputa dei giorni scorsi.

E già, perché in realtà sui contenuti il presidente della Camera e il premier sono rimasti sulle loro posizioni. Come due amanti traditi si sono scambiati impressioni e giudizi con una certa freddezza. Basti pensare che alla fine il Cavaliere ha anche provato a concordare una nota congiunta per spiegare che "non era successo niente". Ma il "padrone di casa" ha declinato l'invito.

Le scorie della polemica sul caso Eluana, i detriti lasciati dopo lo scontro con il Colle, dunque, non sono ancora scomparsi. E il punto di divergenza resta appunto il rapporto con il capo dello Stato e l'uso della decretazione d'urgenza. Questioni su cui stavolta Fini è riuscito a tirare dalla sua parte Umberto Bossi. La scorsa settimana si erano visti a quattr'occhi e avevano registrato una inusuale "convergenza". E così ieri il Senatur non ha aspettato un attimo a difendere in pubblico la terza carica dello Stato: "Gianfranco fa bene a comportarsi come sta facendo. Anche nei confronti di Silvio. Lui è il presidente della Camera e deve fare così. Berlusconi si adegui".

Sta di fatto che nel faccia a faccia tra Fini e il Cavaliere, nessuno ha ingranato la marcia indietro. "Sapevi - è il ragionamento svolto dal leader di An e poi riferito ai "big" di Alleanza nazionale - che il decreto per bloccare il protocollo Englaro sarebbe andato a finire in quel modo. Ti avevano avvertito. Insistere a cosa è servito?". Esattamente l'interrogativo formulato venerdì scorso mentre impazzava il braccio di ferro tra il consiglio dei ministri e il Quirinale. Non solo. Fini ha esposto pure le sue convinzioni sul merito ripetendo parole già usate con i fedelissimi: "Guarda, anche io dico no all'eutanasia. Ma quello era accanimento terapeutico. E pure la Chiesa non lo consente. Mi inquietava che alcuni politici avessero tante certezze. Perfino i medici erano divisi. Anche gli italiani, lo dicono tutti i sondaggi, sono confusi e divisi". "Io - ha ribadito il presidente del consiglio - non l'ho fatto per provocare una rottura con Napolitano. L'ho fatto per convinzione. Semmai mi è dispiaciuto non avere il consenso di tutti". "Sappi però - ha smorzato i toni Fini - che se il disegno di legge fosse arrivato alla Camera, da parte mia non sarebbe stata alcuna azione dilatoria". L'inquilino di Palazzo Chigi a questo punto è preoccupato più di quel potrà accadere nel prossimo futuro. Anche ieri ha continuato a reclamare una specie di primazia sull'uso dei decreti. "Devo essere messo in condizione di governare".

Entrambi, alla fine, hanno convenuto di stendere un velo sulle polemiche passate. Hanno concordato nuovamente di risentirsi più frequentemente ("non parliamoci attraverso i giornali", è stato l'invito del premier) provando a fissare un pranzo tutti i martedì. Per affrontare così le prossime scadenze. Gli assetti della Rai, ad esempio, e ila nascita del Pdl. Perché, ha ammonito di nuovo Fini, "il nuovo partito deve essere culturalmente forte. Dobbiamo costruire una forza in grado di parlare a tutti".

(12 febbraio 2009)
da repubblica.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #29 inserito:: Marzo 09, 2009, 10:27:51 am »

Oggi Letta e Franceschini torneranno ad incontrarsi.

Nel totonomine per la direzione del Tg1 ballottaggio fra Belpietro ed Orfeo

Tra le liti spunta il patto della mimosa Berlusconi dà l'ok: "Non porto rancori"


di GOFFREDO DE MARCHIS e CLAUDIO TITO

 
ROMA - "De Bortoli è un nome inattaccabile, all'altezza di Zavoli".
Dario Franceschini l'ha proposto a metà della scorsa settimana a Gianni Letta. Venerdì, in un incontro a quattr'occhi, ha avuto una prima risposta positiva. Poi ieri pomeriggio i due si sono sentiti di nuovo al telefono per il via libero definitivo. Silvio Berlusconi ha cancellato le ultime ombre.

Quelle sui suoi vecchi rapporti con l'attuale direttore del Sole e prossimo presidente della Rai: l'addio al Corriere della Sera nel 2003 dettato secondo alcune voci dalla conflittualità con il Cavaliere e lo sfogo pubblico di Berlusconi all'assemblea di Confindustria a Vicenza, alla vigila delle elezioni del 2006. "Il tempo cancella molte cose - ha spiegato Berlusconi ai collaboratori che gli ricordavano il passato - . E io non porto rancore".

Su queste basi è nato una sorta di "patto della mimosa" siglato per l'appunto nella telefonata di ieri tra Franceschini e Letta. Il segretario del Pd ha sparigliato i giochi precedenti, ha cancellato da subito l'ipotesi di una conferma di Claudio Petruccioli d'accordo con il centrodestra, ha sbarrato la strada all'accordo stretto da Walter Veltroni per Pietro Calabrese (gradito invece al Pdl). Per portare all'approdo la trattativa, ha dovuto trovare un nome veramente nuovo e difficilmente discutibile.
Non era l'unico ma è sempre stato in cima alla lista del leader democratico.

Altri candidati sono stati in campo, da Giuliano Amato ad Andrea Manzella, ma De Bortoli ha sempre avuto la priorità. Franceschini lo ha sondato nei giorni scorsi, lo ha chiamato più volte e, ottenuto il "sì", ha puntato tutto su di lui.

Oggi il segretario del Pd e Letta torneranno a incontrarsi come previsto, segno che alla vigilia dell'assemblea degli azionisti Rai di domani tutti i dettagli vanno curati.
Ma si può dire che sul vertice di Viale Mazzini è andata in onda la prima intesa tra il premier e il capo dell'opposizione, in un momento di forte conflittualità del confronto tra gli schieramenti. La scelta di De Bortoli sembra a questo punto poco contestabile dentro il Partito democratico, dove i sostenitori di una conferma di Petruccioli non mancano (dagli ex ds a Paolo Gentiloni). E ha superato, pur con qualche resistenza, anche la prova del Pdl.

Franceschini ha spiegato il suo percorso a Letta: "Per la presidenza della Rai cerchiamo di trovare insieme un candidato a prova di bomba come Sergio Zavoli, che sia in grado di superare le tensioni. Per noi è De Bortoli, non c'è un nome migliore. E se non va bene sappiate che un altro ve lo votate da soli". Ma Berlusconi e il direttore del Sole negli ultimi tempi hanno ricucito, dimenticato le vecchie ruggini, e il Cavaliere ha riconosciuto in De Bortoli "un punto di equilibrio adeguato".
Del resto due opposti veti avevano eliminato i concorrenti di partenza.

Petruccioli paga il caso Saccà, l'aver guidato l'allontanamento dell'ex direttore generale dall'azienda. Calabrese invece è stato cassato dal nuovo corso del Pd. Fin dall'inizio era stato il nome del dialogo tra Berlusconi e il predecessore di Franceschini, Veltroni. Uscito di scena l'ex sindaco di Roma, ha perso terreno anche Calabrese.
Se domani la nomina di De Bortoli diventerà ufficiale già mercoledì si aprirà il valzer delle nomine Rai. Berlusconi ha fretta, vuole disegnare la nuova Rai prima della fine di marzo, quando si celebra il congresso fondativo del Pdl, e prima della campagna elettorale delle europee. Mauro Masi prenderà il posto di Cappon alla direzione generale. Sotto di lui potrebbero esserci tre vice: Antonio Marano, Lorenza Lei, Giancarlo Leone e Guido Paglia sono i papabili. La poltrona più ambita è sempre quella del Tg1. Maurizio Belpietro, oggi direttore di Panorama, sembra davvero in pole position. Al sostegno di Berlusconi, in questi ultimi mesi ha aggiunto un forte legame con il Carroccio.

Gianfranco Fini vorrebbe al posto di Gianni Riotta l'attuale direttore del Tg2 Mauro Mazza. Ma alcuni nel Pdl parlano di un terzo nome: cresce in questo senso la candidatura di Mario Orfeo, direttore del Mattino. In alternativa Mazza potrebbe conquistare Raiuno. Clemente Mimun ambisce a tornare in Rai, in una rete (Raidue?).
E per il Tg5 il nome più gettonato è ancora una volta Belpietro.

Per la poltrona di Raidue, oggi occupata da Marano, corre anche un interno vicino ad Alleanza nazionale come De Pasquale, stimato anche a sinistra.
All'opposizione viene lasciata Raitre. Al Tg3, diretto da Antonio Di Bella vicino agli ex Ds, punta forte Antonio Caprarica che lascerebbe così il Giornale Radio.

Appare scontata invece la conferma alla rete di Paolo Ruffini, che è stato per alcuni momenti nella lista dei possibili presidenti. Il risiko di Viale Mazzini apre nuovi scenari anche fuori di lì, basti pensare alle direzioni del Sole e di Panorama. Ma sulla griglia di partenza delle nomine Rai va adesso verificato l'impatto del nuovo vertice e soprattutto del nuovo presidente De Bortoli.

(9 marzo 2009)
da repubblica.it
Registrato
Pagine: 1 [2] 3 4 ... 10
  Stampa  
 
Vai a:  

Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.21 | SMF © 2015, Simple Machines XHTML 1.0 valido! CSS valido!