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Autore Topic: CLAUDIO TITO.  (Letto 31983 volte)
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« Risposta #135 il: Agosto 03, 2017, 05:30:14 »

Napolitano: “Le bombe contro Gheddafi? Basta distorsioni ridicole: decise Berlusconi, non io”
L'ex presidente della Repubblica ricorda che “quella fu una vicenda con una forte dimensione internazionale, non un affare tra Italia e Francia”. “Sì al dialogo tra Roma e Parigi, a partire da Fincantieri”

Di CLAUDIO TITO
03 agosto 2017

"Io ho un ricordo che altri forse hanno cancellato. Quella fu una vicenda con una forte dimensione internazionale. Non fu un affare tra francesi e italiani. Non fu una questione tra diverse personalità istituzionali del nostro Paese. Questa è una visione ridicolmente distorta della realtà". L'emergenza libica è tornata al centro della discussione tra le forze politiche. Le misure assunte in queste ore dal governo per arginare il flusso migratorio dalle coste africane verso l'Italia spesso alimentano lo scontro anche in riferimento alle scelte compiute nel 2011 che portarono alla defenestrazione e poi alla morte di Gheddafi. E soprattutto gli esponenti del centrodestra e del M5S riversano su Giorgio Napolitano la scelta di appoggiare la missione militare francese, decisa dall'allora presidente Sarkozy.

Ma il capo dello Stato emerito non accetta quella versione dei fatti. In particolare vede ignorato il momento del vertice informale tenutosi accidentalmente al Teatro dell'Opera di Roma da cui emerse l'orientamento a partecipare in quanto Italia alle operazioni militari decretate dall'Onu.

Presidente, molti rappresentanti di Forza Italia a cominciare da Berlusconi e ora anche i grillini continuano a considerare lei l'artefice di quella scelta.
"Il protagonista dell'intervento in Libia fu fondamentalmente l'Onu. Non ci fu una decisione italiana a se stante. C'era stato dapprima un intervento unilaterale francese con l'appoggio inglese. Non interessa ora indagare sui motivi che spinsero Sarkozy a iniziare in tal modo l'attacco alla Libia di Gheddafi. Quella iniziativa intempestiva e anomala fu superata da altri sviluppi".
Napolitano: “Le bombe contro Gheddafi? Basta distorsioni ridicole: decise Berlusconi, non io”
L'ex presidente Giorgio Napolitano

A che si riferisce?
"Le Nazioni Unite affrontarono la situazione in Libia in un quadro ben più generale e collettivo approvando una prima e una seconda risoluzione; con la prima intimarono al colonnello Gheddafi di cessare le violenze in corso contro chi chiedeva libertà e contro manifestazioni che si ispiravano allora alla cosiddetta "primavera araba"".

Ma cosa accadde in quell'incontro svoltosi al Teatro dell'Opera?
"La consultazione informale di emergenza si tenne in coincidenza con la celebrazione al Teatro dell'Opera dei 150 anni dell'Unità d'Italia. A quella consultazione io fui correttamente associato. Il presidente della Repubblica è presidente del Consiglio supremo di Difesa, e in posizione di autorità costituzionale verso le forze armate, aveva titolo per esprimersi su una questione così importante. Ma quella sera la discussione fu aperta dall'allora consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Bruno Archi, che era in contatto diretto con New York mentre veniva varata la seconda risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzò e sollecitò un intervento armato ai sensi del capitolo settimo della Carta dell'Onu in considerazione del fatto che i precedenti appelli al governo libico non erano stati raccolti. Dal quadro complessivo rappresentato dal consigliere diplomatico di Palazzo Chigi emergeva l'impossibilità per l'Italia di non fare propria la scelta dell'Onu".

Berlusconi sostiene che era contrario a recepire quella risoluzione e che fu lei invece a spingere in quella direzione.
"Dire che il governo fosse contrario e che cedette alle pressioni del capo dello Stato in asse con Sarkozy, non corrisponde alla realtà. I miei rapporti con l'allora presidente francese erano di certo poco intensi e tutt'altro che basati su posizioni concordanti in un campo così controverso. E non soltanto io trovai fondate le considerazioni del Consigliere Archi, ma concordarono con esse anche autorevoli membri presenti del governo, come il Ministro della Difesa La Russa. L'Italia era interessata a che il da farsi sul piano internazionale in difesa dei diritti umani e del movimento della primavera in Libia non rimanesse oggetto di una sortita francese fuori di ogni regola comune, ma si collocasse nel quadro delle direttive dell'Onu e nell'ambito di una gestione Nato".

In sostanza la decisione venne assunta dal governo.
"In quella sede informale potemmo tutti renderci conto della riluttanza del Presidente Berlusconi a partecipare all'intervento Onu in Libia. Il Presidente Berlusconi ha di recente ricordato il suo travaglio che quasi lo spingeva a dare le dimissioni in dissenso da una decisione che peraltro spettava al governo, sia pure con il consenso della Presidenza della Repubblica. Che egli abbia evitato quel gesto per non innescare una crisi istituzionale al vertice del nostro paese, fu certamente un atto di responsabilità da riconoscergli ancora oggi. Però, ripeto, non poteva che decidere il governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l'adesione anche dell'allora opposizione di centrosinistra. La legittimazione di quella scelta da parte italiana fu dunque massima al livello internazionale e nazionale".

Ma lei crede che fu un errore?
"In quel 2011 era in gioco in Libia e altrove la garanzia del rispetto dei diritti umani e della legislazione internazionale ad essa ispirata. Ancor oggi è troppo facile giudicare sommariamente un errore l'intervento Onu in Libia. Quale fosse l'alternativa all'intervento sulla base della Carta delle Nazioni Unite, nessuno è in grado di indicarlo seriamente. A mio avviso, come qualche anno fa ho detto insieme con altri in Senato, l'errore veramente grave fu non dare, in quanto comunità internazionale, nessun contributo politico, di institution building, economico alla conclusione dell'operazione militare. Ci fu quasi un tirarsi fuori, e fu ciò che provocò il caos degli anni successivi".

Anche in questi giorni la Francia del presidente Macron in alcuni momenti è sembrata volere assumere decisioni unilaterali proprio sulla Libia.
"Macron si distingue nettamente da Sarkozy perché affronta in chiave europea tutte le questioni che possano interessare i nostri paesi. Nessun presidente francese di provenienza gollista ha in passato seguito questo approccio solidale. Mi sembra il punto sul quale anche il Presidente Tajani mette giustamente l'accento".

In questi giorni molti hanno definito "napoleonica" la politica dell'Eliseo. Coglie questa tendenza anche nella vicenda Fincantieri/Stx?
"Consiglierei la massima misura e serietà, anziché alimentare contrapposizioni tra Italia e Francia, anche se si stanno verificando divergenze su qualche problema di notevole rilevanza come quello del futuro di Fincantieri. Sono convinto che il Presidente Gentiloni si stia muovendo con chiarezza e fermezza nella convinzione che si possa e debba arrivare a posizioni concordi tra il suo governo e quello del Presidente Macron".

© Riproduzione riservata 03 agosto 2017

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« Risposta #136 il: Settembre 24, 2017, 11:20:22 »

M5s, la tecno-democrazia impigliata nella Rete

Di CLAUDIO TITO
22 settembre 2017

SI COGLIE una fatale legge del contrappasso in queste primarie del Movimento 5Stelle. In un giorno i grillini sono riusciti a smontare i miti su cui hanno costruito il loro successo. L'idea che il "sol dell'avvenire" potesse sorgere solo sul web si è sciolta nelle inefficienze della famosa piattaforma Rousseau.
 
Quel sistema vagheggiato come se potesse essere la nuova frontiera della politica si è inceppato alla prima prova concreta. Come un burocratico ministro dell'Interno incapace di organizzare anche i tradizionali seggi elettorali, il blog di Beppe Grillo ha dovuto annunciare che per motivi tecnici le operazioni di voto per scegliere il candidato premier - ossia Luigi Di Maio - si sarebbero protratte di altre diciassette ore: fino alle 12 di oggi.
 
È evidente che i disguidi pratici non rappresentano il deficit più autentico del M5S. Il cuore delle incongruenze grilline trova origine nei proclami fideistici verso la democrazia di internet. E in un'interpretazione sbrigativa dei pilastri della rappresentanza politica.
 
Meno di cinque mesi fa, proprio il leader del Movimento 5Stelle aveva solennemente annunciato: "Grazie alla tecnologia oggi è possibile votare online, un sistema molto più comodo rispetto a quello dei seggi fisici". E scagliandosi contro la "antistorica" scheda cartacea aveva puntato l'indice contro gli avversari: "Per questo non è stato fatto nessun passo in avanti per semplificare la burocrazia". Ma la rete non è un demiurgo che tutto risolve. La tecnologia, se applicata alle istituzioni, può funzionare solo se guidata da principi e ideali.
 
Dinanzi a queste mancanze, l'incapacità di mettere a punto un normale sistema di consultazione degli iscritti è solo una parte del problema. Queste primarie farsesche ripropongono infatti il nucleo più profondo della questione grillina: la loro idea di democrazia.
 
Un tema che i vertici del Movimento 5Stelle ignorano deliberatamente. Lo considerano un orpello, una scusa per frenare la loro ascesa. Per i pentastellati, tutto è semplice. O meglio tutto può essere banalizzato e non deve essere complicato da inutili sovrastrutture o procedure. La loro epica del web, del resto, si pone un obiettivo primario: semplificare anche ciò che è naturalmente complesso. E in questa semplificazione si perdono troppo spesso i caratteri genetici di ogni democrazia. La trasformano in una mistificazione.
 
Le primarie di ieri hanno mostrato con evidenza i segni di questa degenerazione. Una manifestazione che si è sviluppata su due piani diversi. Quello tecnico, appunto, e quello politico. Due profili separati ma che inevitabilmente si intersecano. Il ritardo "tecnico" con cui si è votato, infatti, ha posto il problema di ogni elezione: con quali garanzie si vota. Se un sistema tecnologico si blocca, funziona male. Chi ha espresso la sua preferenza, dunque, non ha alcuna certezza che quell'indicazione sia stata rispettata. Il diritto alla trasparenza che ogni elettore dovrebbe avere è stato palesemente violato.
 
Per un movimento che invocava ogni scelta in streaming è davvero il colmo far votare i suoi iscritti e poi tenere nascosti i risultati per 48 ore. In quale democrazia accade una cosa del genere? Perché la "comodità" del voto online non si traduce in una immediata comunicazione dei risultati? Quali assicurazioni - ad esempio di segretezza ed integrità del voto - può fornire un sistema che si inceppa perché in troppi vanno a votare e gli scrutatori si conservano le schede "virtuali" per due giorni? Tenendo presente che gli aventi diritto non erano una folla sterminata ma solo 140 mila tesserati.
 
Il secondo profilo è ancora più preoccupante. Costituisce il nucleo delle contraddizioni pentastellate. Una competizione in cui figura un solo vero concorrente, non è mai regolare. In quel caso le elezioni assumono altre denominazioni: indicazione, imposizione, plebiscito. Di Maio, quando finalmente sarà proclamato il vincitore di questa "corsa", non potrà definirsi un "eletto". È stato scelto e imposto da Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Queste non sono primarie ma una specie di congresso a candidatura unica. Senza contradditorio, senza concorrenza, senza politica. Più simili alle acclamazioni con cui venivano "selezionati" i capi dei partiti comunisti dell'est Europa prima della caduta del Muro di Berlino che alla votazione di un moderno e occidentale soggetto politico. Il risultato è appunto il simulacro di un modello democratico.
 
Del resto solo pochi mesi fa, dinanzi allo scontro che si è consumato in Liguria all'interno del Movimento 5Stelle, Grillo ha compiuto la sua scelta e imposto il suo candidato con una giustificazione che non ha nulla che vedere con la democrazia: "Fidatevi di me". Anche stavolta l'ex comico ha detto ai suoi sostenitori: "Fidatevi di me" e votate Di Maio. L'unica fonte battesimale è la sua.
 
Probabilmente l'M5S non può che funzionare così. Il capo ordina e gli attendenti seguono. La natura autoreferenziale e integralista del Movimento non permette aperture, non concede deviazioni. Tutto deve essere giocato dentro i confini segnati dall'ex comico e da Casaleggio. E in questo quadro la prima condizione da evitare è la contendibilità del vertice. Una leadership estranea al grillismo non è autorizzata. Il confronto, anche aspro, non è ammesso. Agli iscritti è consentita solo una democrazia formale, privata dei suoi nervi vitali. Per il gruppo pentastellato, evidentemente questa non è solo la prova del nove per vincere le prossime elezioni politiche. È qualcosa di più. Tutto viene vissuto come se fosse la sfida finale. La prima e ultima occasione per scalzare i partiti tradizionali e salire le scale di Palazzo Chigi. Convincere ora di poter essere il governo degli italiani perché in caso di sconfitta, il Movimento non sarebbe più in grado di reggere un'altra stagione all'opposizione. Una partita del genere si gioca chiudendo tutta la squadra nelle ferree regole del grillismo e certo non aprendola.
 
"I partiti politici, essenziali per i sistemi democratici forti - scriveva tre giorni fa Moises Naim sul New York Times - , sono

una specie in pericolo. Le democrazie hanno bisogno dei partiti politici. Abbiamo bisogno di organizzazioni in grado di rappresentare interessi e punti di vista diversi". E forse non è un caso che i grillini considerino un'offesa la definizione di "partito".
 
 Riproduzione riservata 22 settembre 2017

Da -http://www.repubblica.it/politica/2017/09/22/news/m5s_tecnodemocrazia-176206514/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
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« Risposta #137 il: Novembre 16, 2017, 08:55:35 »

Dialogo a sinistra in 5 mosse. Dallo Ius soli ai ticket, gli assi del governo
D’intesa con Gentiloni, Renzi apre a Mdp anche su lavoro, pensioni e biotestamento. Sull’articolo 18 l’ipotesi di un emendamento alla manovra che aumenti l’indennità dei licenziati

Di CLAUDIO TITO
16 novembre 2017

Il dado è tratto. Lo Ius soli sarà legge prima che finisca l’anno. Pd e governo hanno deciso: il provvedimento sarà all’ordine del giorno del Senato subito dopo l’approvazione della legge di Bilancio. Ossia nella prima settimana di dicembre. E Palazzo Chigi porrà la fiducia per superare l’enorme mole di emendamenti (quasi tutti della Lega).

Confortati dalla disponibilità di Mdp, dalle dichiarazioni dei verdiniani e dalla non belligeranza degli uomini di Alfano alla ricerca di un porto sicuro in vista delle prossime elezioni, Renzi e Gentiloni hanno dato il via libera ai dem di Palazzo Madama.

Lo Ius soli viene considerato il primo elemento di un pacchetto di iniziative che dovrebbe consentire al governo, come ripete spesso il premier, di chiudere «ordinatamente» la legislatura. E soprattutto permettere al leader Pd di avviare la trattativa con Mdp su un altro piano. Non più quello della leadership-premiership ma quello della piattaforma programmatica.

Si tratta di un tavolo a cinque gambe che nelle intenzioni dei “mediatori” dei due partiti aprirebbe uno spazio di confronto su aspetti più concreti. Il primo di questi è, appunto, lo Ius soli. Gli altri quattro corrono sul filo sottile delle compatibilità economiche tracciate nel decreto fiscale e nella legge di Bilancio: Pensioni, Superticket sanitari, Jobs act e Biotestamento. «Il percorso è difficile, molto difficile - ripete Roberto Speranza -. Serve una svolta vera, sui contenuti. Non basta il passo indietro di Renzi».

Il segretario dem lo ha capito. E ha deciso di provare a costruire questo tavolo programmatico a “cinque gambe” per compiere l’ultimo tentativo. Sapendo che anche dentro Mdp esiste un fronte meno contrario ad un’intesa. «Perchè - come dice Gianni Cuperlo, uno dei capi della minoranza Pd - Bersani è diverso da D’Alema. Ma serve uno sforzo. Dobbiamo tutti ricordarci quello che siamo. Noi e Mdp stavamo nello stesso partito fino a poco fa. Non è pensabile che non si trovi una convergenza sui contenuti».

Certo, un ruolo lo sta svolgendo indirettamente anche la legge elettorale appena approvata. Un sistema che favorisce le coalizioni e scoraggia la corsa solitaria. Che sta mettendo in pole position il centrodestra e sta sbattendo contro il muro dell’insuccesso tutte le forze del centrosinistra. Proprio come è accaduto due settimane fa in Sicilia.

Le simulazioni stanno terrorizzando i parlamentari dem e Mdp. Una in particolare: quella che mostra gli effetti di una mancata convergenza tra i partiti progressisti. Senza un patto, le urne rischiano di trasformarsi per loro in un incubo. Basti pensare che quella simulazione prevede le macerie anche nelle regioni rosse. La concorrenza a sinistra farebbe perdere buona parte dei collegi uninominali perfino nelle roccaforti considerate più sicure. Il tutto a favore della Lega e in parte minore del Movimento 5Stelle. Uno spauracchio che sta avendo un qualche effetto.
Non è un caso che il tavolo del dialogo, sebbene molto precario, sia stato rimesso in piedi.

E se la “gamba” più importante è quella dello Ius soli, ce n’è un’altra che rappresenta una sorta di precondizione per non fare morire in culla il neonato negoziato. Si tratta del Jobs Act.
Martedì prossimo approda nell’aula della Camera, la proposta dei bersaniani di modificare la riforma del lavoro tanto voluta da Renzi. Una sconfitta formale di uno dei due fronti pregiudicherebbe definitivamente il dialogo.

Tutti ne sono consapevoli. In commissione, infatti, è stato compiuto un primo passo per evitare il naufragio. La totalità degli emendamenti abrogativi della proposta - sebbene la maggioranza aveva i numeri per farlo - sono stati ritirati. Non solo. Martedì prossimo il relatore proporrà il ritorno in commissione per un approfondimento. Un modo, normalmente, per mettere le iniziative legislative nell’armadio del dimenticatoio.

Nello stesso tempo, però, gli “ambasciatori” Pd hanno fatto sapere - con il via libera della presidenza del gruppo - ai loro interlocutori: «Torniamo a discutere e a dicembre presentiamo un emendamento alla Legge di Bilancio che tocca almeno un punto: l’indennità che viene assegnata al lavoratore licenziato». Ora varia da 4 a 24 mesi di stipendio, salirebbe a 8-36. «Ho difeso per 45 anni l’articolo 18 - dice il democratico Cesare Damiano, uno dei “pontieri” - ma quando è diventato una tutela solo per il 20 per cento dei lavoratori, ho capito che bisognava cambiare».
La “terza gamba” è correlata alla seconda. Il tema è la previdenza. In particolare l’aumento dell’età pensionabile che scatta dal prossimo anno. La Cgil contesta la proposta dell’esecutivo ed è pronta a una mobilitazione nazionale. Che non potrebbe che avere il sostegno di Mdp.

Renzi su questo ha già esposto la sua idea nell’ultima direzione di partito: più vicina ad accogliere le istanze dei pensionandi. E il mandato affidato ai suoi uomini a Montecitorio - nonostante la contrarietà di Palazzo Chigi - è abbastanza chiaro: si può presentare un emendamento - sempre alla legge di Stabilità - che rinvii lo scalino. «Ma solo se non si arriva ad un accordo, ma ad una rottura, tra Gentiloni e Camusso».

La “quarta gamba” è quella della Sanità. Sia dentro il Partito democratico sia alcuni esponenti dell’esecutivo hanno iniziato a ragionare su un provvedimento che venga incontro ad una delle richieste storiche di Bersani: l’abolizione dei Superticket.


Il Tesoro ricorda che in questa manovra esiste un margine per le iniziative “fuori sacco” che ammonta a circa 400 milioni di euro. Il governo, allora, «senza stravolgere i saldi», è pronto a valutare un intervento di questo tipo: rispettando la progressività e la gradualità di una eventuale misura. Nella sostanza senza cancellare i ticket per i redditi più alti.

La “quinta gamba” è probabilmente la più agevole dal punto di vista dei contenuti ma la più complicata sotto il profilo procedurale. È la legge sul biotestamento. Il Pd è pronto ad uno sprint anche su questa materia. Ma gli spazi per inserirla nel calendario del Senato sono piuttosto stretti. L’unica possibilità sarebbe sciogliere le Camere a febbraio e quindi concedere anche il mese di gennaio per gli ultimi voti in Parlamento. Una soluzione che, al momento, appare improbabile.

Sul calendario del Quirinale per ora la data cerchiata è quella del 18 marzo: la prima domenica utile perchè le elezioni si possano definire tecnicamente non anticipate e quindi permettano al governo Gentiloni di gestire l’ordinaria amministrazione senza le dimissioni e nella pienezza dei suoi poteri.

Resta comunque la difficoltà di una trattativa segnata in primo luogo dai dissidi personali. Anche sul tavolo delle proposte concrete, il rischio che ogni mediazione sia bruciata dai reciproci pregiudizi costituisce l’ombra più pesante sul futuro del centrosinistra.

© Riproduzione riservata 16 novembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/11/16/news/dialogo_a_sinistra_in_5_mosse_dallo_ius_soli_ai_ticket_gli_assi_del_governo-181213370/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T2
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« Risposta #138 il: Maggio 10, 2018, 09:00:25 »

Editoriale Governo

Lega e M5S, l’alleanza distruttiva

07 MAGGIO 2018

Di Maio e Salvini, ostaggi della demagogia, rincorrono le urne di domani non sapendo come affrontare la realtà

DI CLAUDIO TITO

Tornare al voto in tempi brevi è ormai inevitabile. Questa legislatura è morta prima di nascere. Si tratta di un unicum nella storia repubblicana di questo Paese. Sebbene l'Italia sia sempre stata famosa per i suoi tanti governi, mai gli italiani sono stati richiamati alle urne dopo pochi mesi.

Ma l'aspetto più grave non è tanto questo, lo sono le cause che obbligano a imboccare questa strada. Si tratta di una crisi senza precedenti delle Istituzioni prodotta da un vero e proprio ottundimento della classe dirigente e di una parte prevalente della classe politica. Il sistema Paese sta vivendo un vero e proprio disfacimento in molti dei suoi ruoli apicali. E l'emblema di questo disfacimento è rappresentato dall'asse composto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Il capo politico del Movimento 5Stelle e il segretario della Lega si sono rivelati capaci solo di costruire un'alleanza distruttiva. Obnubilati dagli interessi di parte hanno mostrato tutti i loro limiti nell'assumere un qualsiasi tipo di atteggiamento costruttivo. Ovviamente nelle condizioni date. E le condizioni date sono semplici, quasi banali: nessuno ha vinto le elezioni del 4 marzo, nemmeno loro. Gli elettori hanno deciso che non possono governare da soli. È la democrazia, bellezza. La forza della loro propaganda, però, si è rivelata più potente dell'attitudine ad esercitare una basilare forma di leadership responsabile. Sono stati e continuano ad essere prigionieri della demagogia che ha permesso loro di affermarsi ma non di prevalere.

Sull'onda delle pulsioni populiste confondono gli interessi degli italiani con quelli politici od elettorali dell'M5S e del Carroccio. Entrambi rincorrono nelle urne di domani una sorta di palingenesi non sapendo come affrontare la realtà di oggi. Le convenienze del Paese e dei suoi cittadini sono state proclamate a parole ma nei fatti sono state scaraventate nelle bisacce del proprio tornaconto. Adesso si è arrivati all'ultima spiaggia proposta dal capo dello Stato, ma in questi due mesi hanno avuto entrambi l'opportunità di accettare una via d'uscita. Non lo hanno fatto sbarrando in modo irresponsabile tutte le strade.

Entrambi si nutrono di una leadership "destruens". Hanno bisogno di uno status quo in cui la loro "opposizione" sia permanente. "Immaginate - ammoniva Aldo Moro nel 1978 pochi giorni prima del suo rapimento - se fosse condotta fino in fondo la logica dell'opposizione. Se questo Paese, dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo". Ma quella lezione, tra i grillini e i leghisti, è evidentemente sconosciuta. Stanno mettendo sotto stress l'Italia per inettitudine: nella convinzione che radicalizzare le scelte sia l'unica opzione.

Di Maio si è allora intestardito nella rivendicazione della premiership come se la poltrona di Palazzo Chigi potesse essere una sorta di unità di misura per valutare il bene e il male. Ha incastrato le consultazioni e il suo stesso partito in un unico schema. Per poi abbandonarlo quando il tempo era ormai passato. Vivendo nell'incubo di perdere l'autobus della sua carriera e temendo che alla fermata successiva il biglietto possa essere assegnato a Alessandro Di Battista.

Salvini, invece, ha giocato tutte le sue carte nella convinzione che solo il prossimo turno possa essere il suo. Sicuro che alle nuove elezioni i suoi consensi cresceranno e che potrà archiviare i compromessi con Silvio Berlusconi fagocitando Forza Italia. Il tutto, poi, è acuito dalla senescenza politica del Cavaliere che agisce con il prevalente obiettivo di tutelare i suoi interessi aziendali.

La crisi della classe dirigente tocca anche il centrosinistra. Il Pd è paralizzato dai veti del suo ex segretario che si dimentica di aver rassegnato le dimissioni e dalla totale assenza di coraggio dei suoi competitor interni. Il risultato è esattamente quello cui stiamo assistendo. La crisi della classe dirigente si sta così specchiando nella crisi delle Istituzioni. Di Maio e Salvini sperano di approfittarne, giocano con la "fragilità" del sistema. L'effetto finale, però, potrebbe non essere solo la loro potenziale vittoria ma una preterintenzionale destabilizzazione del Paese.

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/editoriale/2018/05/07/news/lega_e_m5s_l_alleanza_distruttiva-195791820/?ref=fbpr
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