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Autore Topic: CLAUDIO TITO.  (Letto 27829 volte)
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« il: Giugno 25, 2007, 12:37:44 »

La Repubblica 25 GIUGNO
di CLAUDIO TITO

Dati incoraggianti dalle entrate fiscali, più risorse per assecondare le richieste degli alleati

E Palazzo Chigi continua a mediare: "Ci giochiamo tutto"

La mossa concorda-ta dopo il rientro di Prodi da Bruxelles


ROMA - Il "tesoretto" cresce. Il Tesoro mette sul piatto della trattativa un pacchetto che supera i 2,5 miliardi già noti e arriva a sfiorare i 3,5 miliardi. Una quota sufficiente per convincere i sindacati e tranquillizzare l´ala radicale dell´Unione. Ecco la mossa di Tommaso Padoa-Schioppa. Ecco l´ultima carta che oggi si giocherà anche Romano Prodi. Quella del Dpef e della riforma previdenziale, infatti, sono sue partite decisive per il governo. «Stavolta ci giochiamo davvero tutto. È in gioco la vista stessa del governo», ha ripetuto ieri il premier in tutti i suoi contatti.

Il presidente del consiglio e il titolare dell´Economia, allora, si presenteranno prima ai capigruppo della coalizione e poi al consiglio dei ministri, con un´ultima proposta. Con ogni probabilità avranno un colloquio informale anche con i segretari di Cgil Cisl Uil (non è escluso un faccia a faccia di buon mattino). E a tutti esporranno le "nuove possibilità" offerte dalle casse dello Stato. Forse quasi un miliardi in più stimato in base ai primi dati arrivati a Via XX Settembre in base all´autotassazione che si è chiusa lunedì scorso. Indicazioni che secondo il Tesoro confermerebbero l´andamento strutturale degli introiti fiscali. Da utilizzare, quindi, anche subito.

Risorse che non solo saranno indirizzate per rivedere lo "scalone" previdenziale con un sistema mix tra "scalini" e "quota 96". Ma andranno ad assecondare le richieste degli alleati. A cominciare da quelli della sinistra radicale, dai quattro ministri che hanno spedito venerdì scorso la lettera di protesta a Palazzo Chigi. Fino a Clemente Mastella che teme uno slittamento a sinistra della manovra economica. «Il nostro Dpef e anche la Finanziaria 2008 - ha spiegato ieri Prodi a tutti i suoi interlocutori - guarderà con attenzione soprattutto al fronte "sociale". Anzi sarà l´obiettivo principale». Quindi se gli sforzi di Tps si erano già concentrati su un impegno maggiorato a favore della Ricerca (un tasto su cui batte il ministro Mussi), adesso la nuova dimensione dell´extragettito potrebbe rivolgersi pure agli ammortizzatori sociali per il lavoratori precari e al "piano casa", compreso il taglio dell´Ici tanto caro alla Margherita e all´Udeur. Tutti elementi che verranno inseriti nel Documento di programmazione economica. E quindi riportati nella prossima Finanziaria che conterrà molte delle misure indicate nel Dpef.

Prodi e Padoa-Schioppa hanno concordato la nuova mossa nel week end. Dopo il rientro in Italia del Professore dal consiglio europeo di Bruxelles. Contatti fittissimi. Con un solo obiettivo: far scendere la temperatura che nella maggioranza stava diventando altissima. Basti pensare che il Guardasigilli ha addirittura minacciato di abbandonare il consiglio dei ministri di oggi se non avrà risposte, appunto, sull´Ici e sugli studi di settore. «Perché - avverte il capogruppo mastelliano, Mauro Fabris - non si vive di sole pensioni». Non solo. Antonio Di Pietro oggi potrebbe addirittura disertare la riunione di governo. E non per «impegni precedentemente assunti», ma per una vera e propria scelta politica.

Una situazione di cui il premier è ben a conoscenza. Tant´è che oggi insieme al "rilancio" sul "tesoretto", spedirà un messaggio alla coalizione: «Stavolta ci giochiamo tutto». Secondo Prodi, infatti, con il Dpef e la riforma previdenziale il centrosinistra può dare la «svolta» richiesta. Ma solo se sui due provvedimenti non scatta l´assalto alla diligenza: «fornirebbe l´immagine di una alleanza dilaniata, al di là dei contenuti». E lo sforzo diventerebbe inutile. «Chiederò la massima responsabilità - ha spiegato ai suoi il presidente del consiglio riferendosi alle riunioni che avrà oggi -. Questo è un passaggio decisivo». E solo se verrà superato anche l´ascesa di Walter Veltroni al vertice del Partito Democratico «avrà un senso» e non dovrà «subire» un penalizzante sfilacciamento dell´Unione.

Un discorso che il Professore esporrà più o meno negli stessi termini a Epifani, Bonanni e Angeletti. «Perché - ha ricordato con il suo staff - senza accordo resta lo "scalone" e i sindacati saranno costretti allo sciopero generale. Ma noi non possiamo affrontare uno sciopero generale».

da dsmilano (citando repubblica del 25/6/2007)
« Ultima modifica: Settembre 27, 2011, 04:39:36 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Ottobre 29, 2007, 06:42:17 »

POLITICA

Arturo Parisi lancia l'allarme dopo la nomina per acclamazione dei vertici e delle regole primarie del nuovo soggetto politico

"Una partenza non democratica Walter cambi o potrei cambiare"

Il ministro della Difesa: "A Milano abbiamo sprecato un'occasione"

Sulla legge elettorale "Veltroni ha confermato la sua contrarietà al sistema tedesco"

di CLAUDIO TITO
 

ROMA - "Un'occasione sciupata, se non addirittura sprecata". Arturo Parisi sospira. Quasi non vuole credere a quello che è successo sabato all'Assemblea del Pd. "Con tre colpi di sciabola", è stato definito l'intero organigramma. Una procedura cui mettere riparo, altrimenti "non potrei non interrogarmi sulla possibilità di aderire". "E dire - premette il ministro della Difesa - che nella mattinata la consonanza profonda tra la relazione di Veltroni e quella di Prodi, mi avevano indotto a riconoscere nel Pd di Veltroni una nuova stagione dell'Ulivo. Una stagione guidata dalla stessa speranza che ci ha guidato negli ultimi 15 anni".

E poi cosa è successo?
"La gelata del pomeriggio non ci voleva".

Si è discusso poco?
"No, non si è discusso per niente. Se ci si fosse fatti carico di continuare sotto il segno dell'unità il cammino che stavamo aprendo, si sarebbe potuto anche accettare la riduzione di quello che era il primo passo del partito ad un momento di festa. Ma l'unico rischio che un Partito Democratico non può correre è quello di minare la base della qualifica di 'democratico' ".

Cioè?
"In tre minuti l'assemblea si è vista paracadutare dall'alto un partito preconfezionato. L'inesorabile finale del disegno iniziale. La conferma definitiva del peccato d'origine che ci aveva portati a pensare come primo atto del partito la consacrazione plebiscitaria del segretario designato dai vertici dei partiti passati, anziché il riconoscimento delle ragioni ideali del partito. E poi la sanzione di un vicesegretario prima ancora di definire nello statuto la presenza e i poteri di una figura di questo tipo".

Insomma si è perseverati nell'errore?
"È così. Questa era un'assemblea costituente e non una festa costituente. I partiti sono chiamati ad anticipare al loro interno la visione della democrazia che propongono ai cittadini come regola della Repubblica. Qui si è fatto tutto con tre colpi di sciabola. Chi avrebbe il coraggio, chi potrebbe mai essere orgoglioso di essere cittadino di una Repubblica governata con questo metodo?".

E la responsabilità è di Veltroni?
"Dal punto di vista formale mi sembra fuori discussione. Mi rendo anche conto che le condizioni in cui si è svolta l'Assemblea possono essere considerate delle attenuanti. Quello che mi preoccupa è l'indebolimento della cultura della legalità nei partiti. Sembra non interessare più a nessuno".

Anche Prodi in qualità di presidente del partito ha delle colpe?
"È evidente che se noi disponiamo di uno statuto che configura delle responsabilità, tutti quelli che fanno parte di quel processo ne sono coinvolti. A cominciare dalle mie responsabilità, dalle azioni ed omissioni che sento di dover imputare a me stesso come membro del comitato dei 45. Ma Romano ha una collocazione diversa, un ruolo distinto".

Quali sono le conseguenze?
"Dobbiamo mettere riparo a quel che è accaduto. Ma bisogna prima verificare se esista o meno una condivisione di giudizio".

E se non riscontrasse questa "condivisione di giudizio"?
"Ognuno deciderà ciò che la coscienza gli suggerisce. Abbiamo detto che partecipare al processo costituente non corrispondeva ad una adesione al partito, ma alla condivisione di una speranza, alla accettazione di una scommessa. È una scelta che farò da cittadino e da eletto all'Assemblea caricato almeno del dovere di dare conto dell'aggettivo "democratico" che abbiamo scelto per il partito".

È il primo effetto del partito "liquido", senza tessere?
"Quello che mi preoccupa è il partito delle tessere non quello dei tesserati. Io sono per il partito dei partecipanti, che si affida nelle grandi scelte alla partecipazione dei cittadini, e alla partecipazione degli aderenti per le scelte quotidiane. Noi corriamo invece da una parte il rischio di un partito inesistente e personale, e dall'altra parte di un partito anche troppo esistente come sempre nelle mani delle oligarchie costituite. Vorrei evitare il rischio peggiore. Sommare cioè i due rischi, dando luogo ad un partito oligarchico a livello locale e liquido a livello nazionale".

Da Veltroni si attendeva una linea diversa anche sulla riforma elettorale?
"È stato prudente. C'è stata una certa incompiutezza ma era doveroso accettare le sue spiegazioni per consentire al confronto la massima apertura. Mi sembra, comunque, che sia stata confermata la sua contrarietà - o il minor favore - nei confronti del sistema tedesco o pseudo-tedesco. In presenza delle diverse posizioni, svolte con chiarezza da D'Alema e Rutelli, nella prudenza di Veltroni ho visto il segno di una svolta. Forse è solo la mia speranza. Ma a questa mi aggrappo".

Un passaggio decisivo riguarda la possibilità per il Pd di presentarsi alle prossime elezioni senza la sinistra radicale. È un rischio per il governo Prodi?
"Vocazione maggioritaria significa sentirsi chiamati a governare da soli, ma con la consapevolezza dei propri limiti. Nel partito c'è chi crede che il nuovo soggetto nasca per dare compimento al progetto dell'Ulivo. Ci sono altri, che con coraggio, - lo dico senza ironia - ritengono che esso sia invece lo strumento per poter uscire dalla stagione dell'Ulivo. Non vorrei che qualcuno pensasse ancora al Pd come ad una gamba di un sistema duale: prima c'erano il Ppi e i Ds, poi la sinistra e il centro, ora il Pd e la sinistra radicale. Sempre uniti e divisi dal trattino, da quel maledetto trattino".

In conclusione che consiglio darebbe a Veltroni?
"Più che un consiglio, un memento sulle sue responsabilità. Svolga la guida di un processo unitario, guidato da uno spirito di unità all'interno di regole condivise. Insomma, faccia il segretario. Se, come mi auguro, saprà essere il segretario democratico di tutti i democratici, tutti i democratici saranno con lui".

(29 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Novembre 10, 2007, 10:16:51 »

POLITICA

Il leader dell'Udc: "Andrò al convegno di D'Alema sulle riforme, io tratto in autonomia"

Berlusconi: "Sono deboli con i forti alla fine tornano sempre nel mio ovile"

L'exit strategy di Fini e Casini "Non si può stare sull'Aventino"

di CLAUDIO TITO

 
ROMA - "Io non sono disponibile a salire sull'Aventino. Mica posso andare dietro a chi pensa che dobbiamo stare fermi. Sarebbe una follia. I lavori parlamentari vanno avanti? Si discutono le riforme? E allora venerdì vado al convegno di D'Alema sulle riforme. Io tratto, e lo faccio in piena autonomia. Ripeto: in piena autonomia". Quando Pier Ferdinando Casini esce dal suo studio a Montecitorio, ha appena letto la smentita con cui Silvio Berlusconi ha negato di avere attaccato i suoi alleati. In particolare i leader dell'Udc e di An accusati di tramare alle sue spalle. Ma l'ex presidente della Camera non sembra convinto: "L'ho letta, l'ho letta... sono beghe che non mi interessano...".

D'un tratto il pranzo di lunedì scorso, quello in cui il Cavaliere ha ucciso il "vitello grasso" per salutare il ritorno a casa di Pier, sembra evaporato. Come se non ci fosse mai stato. "È stato solo un pranzo - avverte Casini - per dare un segnale sulla sicurezza. Punto e basta". Si è riformato il diaframma di ghiaccio tra il capo centrista e quello forzista. Ed ora il gelo arriva fino a Via della Scrofa. Anche dalle parti di Alleanza nazionale, infatti, le ultime uscite berlusconiane hanno lasciato l'amaro in bocca. "Straparla", ha sibilato Gianfranco Fini con i suoi. Al presidente di An, poi, non pesano solo le parole al curaro del Cavaliere. Non gli è sfuggita la circostanza che siano stati due giornali del gruppo Mediaset-Mondadori a pubblicizzare la relazione con Elisabetta Tulliani e la gravidanza di quest'ultima. Tant'è che da ieri pure a Via della Scrofa la "spallata" viene considerata inesistente.

"A noi interessano gli atti politici. Per ora ci fidiamo di quel che ci dice Berlusconi - è il ragionamento dell'ex vicepremier - se poi la prossima settimana Prodi non cade, non è che possiamo stare fermi". Riflessioni che accomunano Fini a Casini. Che pensano ormai all'"exit strategy" rispetto al tentativo di far cadere l'esecutivo. E forse non è un caso che al Senato, mentre i due "delfini" scuotono le pinne, le votazioni sulla Finanziaria registrano tra i banchi della Cdl qualche decisiva defaillance.

Reazioni che hanno infastidito Berlusconi. Il suo dito indice è rivolto ancora verso "Pier e Gianfranco": "Fanno i forti con i deboli e i deboli con i forti. Alla fine, tornano sempre nel mio ovile". Il leader forzista va su tutte le furie per le "occasioni perse" a Palazzo Madama, per le assenze di alcuni senatori centristi in un paio di votazioni delicate. "Ora - si è sfogato con un europarlamentare che è andato a trovarlo nella mattinata - pensano di vendicarsi tenendo in vita Prodi. Quelle assenze non sono fortuite. Non solo è un tradimento, ma è anche inutile. Perché questo governo comunque cadrà".

Eh già, perché l'ex premier è ancora sicuro che ci sarà la crisi e il voto nel 2008. "Se non ci sarà adesso, ci sarà sulla legge elettorale. All'inizio dell'anno Mastella o chi per lui li farà cadere pur di evitare il referendum. Per questo non dobbiamo accettare le loro offerte. Sulle riforme non si dialoga e vedrete che alla fine qualcuno staccherà la spina". Un'analisi che per certi versi avvicina il Cavaliere al segretario di Rifondazione, Franco Giordano. "Noi non lo faremo mai - è la sua premessa - ma è evidente che se non si fa la riforma e si va al referendum, qualcuno si sfilerà e Prodi si ritroverà senza maggioranza. E per trovare un'intesa, si deve andare sul modello tedesco. Quello vero, però, non il trucco che sento vogliono proporci. I trucchi si scoprono presto".

Lo stesso trucco nel quale anche Casini non vuole cadere. "Se il governo resterà in vita - scandisce ancora Casini - io non posso far finta che in agenda non ci sia la riforma elettorale. Noi siamo interessati al modello tedesco. A quello vero. Se ci dicono un terzo spagnolo e due terzi tedeschi, noi non ci stiamo". "Ma tanto - ripete Berlusconi - non ci sarà il tempo". E ad alcuni senatori di Forza Italia fa notare che in due votazioni cruciali Dini e i "diniani" si sono dileguati. Che Cossiga adesso minaccia di votare contro il governo. E per un pomeriggio l'adrenalina torna a scorrere tra gli scranni forzisti.

(10 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Novembre 22, 2007, 03:23:16 »

POLITICA

Il retroscena. Il leader di An sta valutando la svolta per rispondere al Cavaliere

Pensa a un patto con Casini per un soggetto che aderisca al Ppe. Prepara una Fiuggi 2

Fini studia la mossa del cavallo "Andiamo al centro con l'Udc"

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - Una "Fiuggi2". Una svolta che può cambiare i connotati di Alleanza nazionale più di quanto sia successo nel 1995 con la metamorfosi Msi-An. Un "cambio" che i militanti di Via della Scrofa sentiranno sulla loro pelle come un marchio a fuoco. Un addio alla "destra" per abbracciare il "centro". Gianfranco Fini si sente all'angolo, la demolizione della Casa delle libertà imposta da Silvio Berlusconi, è vissuta dallo stato maggiore dell'ex fiamma come un incubo. In cui i sussulti peggiori scuotono il corpaccione di An ogni volta che si prospetti il rischio di diventare marginali come nella Prima Repubblica, come nell'"era missina". "E allora non possiamo restare fermi", va ripetendo.

Per questo sta preparando il partito ad una sorta di "rivoluzione": sbarcare definitivamente sulla sponda dei moderati. Appoggiando il progetto centrista di Pier Ferdinando Casini. Accettando la confluenza in un unico soggetto insieme all'Udc e al Family day di Savino Pezzotta. Con rappresentanti dell'establishment economico-finanziario alla Mario Monti e come Luca Cordero di Montezemolo. "Solo così - è il suo ragionamento - possiamo rispondere a Berlusconi".

Un percorso che il presidente di An ha messo in cantiere concretamente. Ieri, nel corso dell'ufficio politico, ne ha fatto solo un cenno. Che molti non hanno nemmeno colto o hanno considerato oscuro. Un'opacità, in realtà, giustificata dal fatto che il disegno va ancora approfondito e definito. L'esecutivo di oggi, l'assemblea nazionale del 9 dicembre e la conferenza programmatica di febbraio (che con ogni probabilità convocherà il congresso) saranno le tappe della nuova svolta finiana.

Il recinto del centrodestra ormai è diventato angusto e il leader di Via della Scrofa inizia pensare che per uscire dalla trappola del Cavaliere serva una sorta di "mossa del cavallo", un colpo a sorpresa proprio come ha fatto Berlusconi a Piazza San Babila. "La Cdl non c'è più, Berlusconi ha fatto saltare le incrostazioni e adesso il quadro è tutto in movimento - dice Altero Matteoli - e lo è anche per noi". O meglio, annuncia a chiare lettere Ignazio La Russa, "noi discuteremo anche con le forze che si pongono a presidio dell'area di centro".

Non a caso Fini ha già chiesto un incontro a Casini. I due si vedranno quando il capo dell'Udc tornerà dagli Stati Uniti. L'inquilino di Via della Scrofa vuole stringere i tempi e arrivare ad un faccia a faccia già nel prossimo week end. Per proporre un patto all'"amico Pier". Un'intesa per dare corpo ad una "cosa bianca" senza tentazioni destrorse. Un soggetto che da subito aderisca al Partito popolare europeo. Anche prima che Berlusconi accrediti nel Ppe il suo Pdl.

Un giro di boa che uno degli ideologi di An, Gennaro Malgieri (ora membro del Cda Rai), ha già messo nero su bianco in un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero del periodico "Formiche". "Vogliamo dirla brutalmente? - scrive - Se due partiti come An e Udc si coalizzassero al fine di "svuotare" il nuovo imprecisato contenitore berlusconiano, farebbero un'opera di demistificazione nel centrodestra e si proporrebbero come interlocutori di un'area che richiede prospettive solide e, per sua natura, rifiuta l'avventurismo". Malgieri, che seppure impegnato a Viale Mazzini continua a suggerire le mosse all'ex ministro degli esteri, ritiene che se i due partiti "deberlusconizzati" "agganciassero quella rete di movimenti, associazioni, club, circoli, segmenti sindacali, frammenti di società civile che con disagio vivono la vita pubblica e costituissero una rete di interessi diffusi e finora mai rappresentati, potrebbero davvero dare un senso al centrodestra e porsi come necessari, per quanto insopportabili, antagonisti del neonato partito di Berlusconi".

L'adesione al Ppe sarebbe un passaggio chiave in questo quadro. Un obiettivo, del resto, che il capo di An coltiva da tempo. Nell'estate del 2006 era stato esplicito: "Porteremo An nel Ppe entro la prossima legislatura europea". Ossia entro il 2009. Un orizzonte di cui ha riparlato ancora un volta il 15 maggio scorso in occasione della partecipazione dell'ex premier spagnolo, Josè Maria Zanar, alla presentazione della Fondazione "Fare futuro". Adesso è proprio questa l'ipotesi che Fini sta valutando con un gruppo ristrettissimo di collaboratori. Per il momento soltanto con gli uomini più fidati di Alleanza nazionale. Tenendo all'oscuro la maggior parte dei "colonnelli".

Anche perché non è affatto certo della risposta che riceverà da Casini. I dubbi a questo proposito non mancano. E, come avverte Clemente Mastella, "An con i moderati non c'entra proprio niente. Un soggetto di centro lo faremo ma molto dipende dalla nuova legge elettorale. Fini, però, non può entrare in un partito centrista". Ma una carta per convincere i centristi, il leader di Alleanza nazionale ce l'ha: se verrà siglato il patto con Casini, potrebbe accettare anche il ritorno alla proporzionale.

(22 novembre 2007)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Dicembre 14, 2007, 05:00:55 da Admin » Loggato
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« Risposta #4 il: Novembre 24, 2007, 05:08:20 »

ECONOMIA

Il premier vuole mettere la fiducia sull'accordo originale sottoposto a referendum

Su quel testo avrebbe il sì di Dini. Diliberto: "Così andiamo tutti a casa"

Welfare, da Prodi stop alle modifiche "Non si cambia un'intesa approvata"

di CLAUDIO TITO
 

ROMA - "Non possiamo venir meno alla parola data". Romano Prodi sa bene che il Protocollo welfare è l'ultimo vero scoglio per far superare al governo il 2007. Stretto tra le rivendicazioni della sinistra radicale e gli aut-aut di Lamberto Dini, il premier fa un passo indietro e torna al testo originario. E su quella formulazione con ogni probabilità porrà la fiducia. Senza le modifiche apportate in commissione alla Camera. "Anche perché su quel testo - ha avvertito facendo riferimento proprio a "Lambertow" - al Senato cadiamo".

Una scelta annunciata ieri in consiglio dei ministri. Che ha subito fatto drizzare le antenne a Rifondazione comunista, al Pdci e ai Verdi. La parola "crisi", scomparsa dopo il sì del Senato alla Finanziaria, ieri è improvvisamente ricomparsa nel vocabolario dell'Unione. Il ministro Ferrero ha subito messo a verbale la sua contrarietà nei confronti della soluzione prodiana. In coro l'intera "cosa rossa" ha avvertito che "il voto non è per niente scontato". Nervi tesi, tensione di nuovo alle stelle. Ieri sera tra il leader Pdci e il Professore si è persino consumato un piccolo strappo. Una telefonata a dir poco tempestosa. "Ti stai facendo ricattare da Dini, è questa la verità - è stata la staffilata di Diliberto -. Ma quelli sono in due e non tieni conto di gruppi parlamentari composti da centinaia persone. Dini si assuma la responsabilità di votare contro. Voglio vedere se lo fa".

"Tu non hai capito invece - è stata la risposta - che se ci presentiamo con quelle modifiche, andiamo davvero tutti a casa". E in effetti proprio tra giovedì e ieri sera, il capo dei Liberaldemocratici ha lanciato un segnale inequivocabile. Ha parlato con alcuni "emissari" del Professore e con i capigruppo di Palazzo Madama: "Il Protocollo, così come è uscito dall'esame in commissione alla Camera, io non lo voto. Vi porto dritti dritti alla crisi di governo". Un avvertimento che a Palazzo Chigi viene preso sul serio.

E proprio per la sua credibilità, Prodi preferisce "ripassare dal via" e riesumare il pacchetto welfare nella versione estiva. Non solo. Secondo il presidente del consiglio, nella sua scelta ha pesato anche un altro fattore, più formale: "Quel Protocollo è come un contratto e non possiamo cambiarlo senza consultare gli altri contraenti. Non possiamo dimenticare che lo hanno votato 5 milioni di lavoratori".

Per questo lunedì prossimo Prodi convocherà a Palazzo Chigi le parti sociali. Obiettivo: verificare se in qualche punto l'accordo di luglio possa essere "migliorato". Ma, di fatto, si tratta di un'ipotesi remota visto che già ieri il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha incontrato il premier e gli ha ripetuto che quel patto "non può essere cambiato". Una linea che stavolta mette insieme industriali e sindacati.

Anche Cgil Cisl e Uil non hanno alcuna intenzione di accettare un nuovo testo a scatola chiusa. Per l'organizzazione di Guglielmo Epifani, poi, i "miglioramenti" rappresenterebbero una delegittimazione del sindacato: scavalcato da Rifondazione nella trattativa di merito. Davanti all'esecutivo, dunque, non c'è solo il fronte "diniano" a minacciare. Il rischio di affrontare un "inverno caldo" con i sindacati non lascia per niente tranquillo il capo del governo.

La protesta su questo fronte potrebbe ad esempio saldarsi con la vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Tutti argomenti che stanno inducendo il premier a recuperare a porre la fiducia sul protocollo originario (senza escludere la possibilità di trasformarlo in un emendamento alla Finanziaria per velocizzare l'iter parlamentare soprattutto a Palazzo Madama). Sulla base di una convinzione: "La sinistra alla fine non romperà".

Certo, la battaglia dell'ala radicale non si fermerà. I punti nodali restano l'ampliamento della platea dei lavoratori usuranti e la rivisitazione dei contratti a termine. E se il via libera di Montecitorio (previsto per il 28 novembre) non è messo in discussione dai numeri della maggioranza, al Senato il discorso cambierà. In quella sede difficilmente il governo avrà il voto dei due "comunisti dissidenti", Ferdinando Rossi e Franco Turigliatto e i voti dei senatori a vita potrebbero essere determinanti.

"Romano - ha fatto sapere con allarme Franco Giordano - non ha capito dove si sta infilando". Sarebbe pure l'ulteriore prova di un rapporto, quello tra il Professore e il Prc, che non è più privilegiato ma deteriorato. "La fiducia - dicono, allora, a denti stretti dalle parti di Rifondazione - alla fine la voteremo. Ma solo alla fine".

(24 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #5 il: Dicembre 02, 2007, 07:02:43 »

POLITICA

Il leader dell'Udc: "Il Cavaliere ha fatto marcia indietro. Sono essenziali le riforme istituzionali"

"Si potrà votare nel 2009. È la soluzione più probabile. Dalle urne un esecutivo di Grande coalizione"

Casini: "Bene il dialogo ora un altro governo

In Parlamento prevarrà il modello tedesco"

di CLAUDIO TITO

 
ROMA - "Mi sembra un incontro positivo. Finalmente si va verso un bipolarismo fatto senza la demonizzazione dell'avversario". Pier Ferdinando Casini canta vittoria. Considera il feeling tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni il frutto della sua politica. E proprio sulla base di questo dialogo, intravede la "possibilità" di dare vita ad un "nuovo governo". Un esecutivo che faciliti il percorso riformatore per poi andare a votare nel 2009. Un appuntamento che aprirà la strada ad una "Grande coalizione".

Ma lei non si sente tagliato fuori? Non teme di essere emarginato?
"Perché dovrei? Perché si sta realizzando quello che dico da un anno? Perché finalmente emerge la possibilità di dar vita ad una democrazia dell'alternanza senza demonizzare l'avversario? Eppoi mi pare di capire che si discuta su un'intesa in cui c'è la proporzionale e non c'è il premio di maggioranza. In cui si ipotizza la riforma dei regolamenti parlamentari. Questa è la mia linea".

Non mi dica che se due grandi partiti, come il Pd e Forza Italia, si incontrano non c'è il rischio di marginalizzare le altre forze.
"Proprio perché sono due grandi partiti hanno la responsabilità di discutere, di incontrarsi. È come se gli Usa e la Russia si mettono d'accordo e l'Italia si dispiace. L'Italia, se c'è la possibilità di un mondo più sicuro e pacificato, sarà contenta. Ma poi le dico: vi sembra questo il risultato della manifestazione del 2 dicembre scorso? Quella voluta dal Cavaliere e alla quale io non ho partecipato? L'incontro tra Veltroni e Berlusconi è figlio della "spallata"? A me sembra di no".

Quindi lei è contento dell'ipotesi di riforma elettorale presentata da Veltroni e accolta dal leader forzista?
"Guardi, io credo che a questo punto si aprirà un tragitto in Parlamento. E nelle Camere esiste una maggioranza a favore del modello tedesco più di quello spagnolo. E, vedrete, saranno gli esperti a decrittare le scelte tecniche".

Ad esempio: lei voterebbe uno sbarramento al 7 per cento?
"Al 5-6 per cento sì. Non più alto. Ma credo anche che nessuno si impiccherà su questo".

Anche lei, come il leader del Partito Democratico, ritiene indispensabile accompagnare una nuova legge elettorale con un pacchetto di riforme istituzionali?
"Lo considero essenziale".

Berlusconi no.
"Berlusconi, quando si renderà conto definitivamente che non ci sono le elezioni subito, darà il suo contributo. Per me sarebbe essenziale poter mettere mano ad alcuni interventi: il Senato regionale, il rafforzamento dei poteri del premier, il dimezzamento del numero dei parlamentari".

Non ha paura che il processo riformatore stabilizzi il governo Prodi?
"Sono due binari diversi. Noi siamo per continuare una dura opposizione a questo governo. In ogni caso sono convinto che a questo punto si sia ormai aperta la possibilità di un altro governo".

Di che tipo?
"Un esecutivo di decantazione per arrivare alle elezioni".

Per facilitare le riforme?
"Ecco, penso che da oggi sia un'ipotesi sul tappeto".

E con quale maggioranza?
"Ogni giorno ha la sua pena. Per ora godiamoci il fatto che si stanno diradando le nebbie".

Un governo che dopo le riforme porti il Paese alle urne nel 2009?
"Sì, è la soluzione più probabile. Mi sembra il percorso più corretto".

A quel punto, se davvero ci sarà una legge elettorale proporzionale, come si ridisegneranno i poli?
"Il proporzionale alla tedesca, più o meno "veltronizzato", porta alla formazione di 5-6 aree politiche. Ci sarà un Centro moderato che faremo noi, poi ci sarà il partito della Libertà, la destra, la Lega, la Cosa rossa e il Partito Democratico".

Beh, allora cambieranno pure le alleanze.
"Ciascuno indicherà il proprio presidente del consiglio e ciascuno dirà con chi vorrà allearsi. Noi siamo concorrenziali e competitivi con il Partito Democratico".

Per il suo Centro Berlusconi non esisterà più?
"Guardi, sono convinto che ci sarà una grande coalizione. Soprattutto dopo le prossime elezioni".

Per il Cavaliere è un bene che non ci sia più un partito dei cattolici. Anche per lei?
"È inutile dire se è un bene o un male. Il partito dei cattolici non c'è più semplicemente perché da 30 anni non esiste l'unità politica dei cattolici. I cattolici decidono liberamente quale partito votare".

(1 dicembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #6 il: Dicembre 14, 2007, 05:00:31 »

POLITICA

IL RETROSCENA.

L'iniziativa del Csm avallata dal Quirinale

L'ex premier: approvare il ddl sulle intercettazioni

Il Colle concorda le mosse con Mancino "Inaccettabili quegli attacchi alle toghe"

Il presidente ha voluto il richiamo al corretto uso degli atti coperti dal segreto

Il Guardasigilli: "Il testo è bloccato al Senato, io sono pronto a votarlo immediatamente"

di CLAUDIO TITO

 
ROMA - Un'iniziativa concordata e avallata. Due "pratiche" che hanno ricevuto l'assenso del presidente della Repubblica. Prima di riunire d'urgenza il comitato di presidenza del Csm, Nicola Mancino ha voluto informare Giorgio Napolitano di quel che stava accadendo. "Dobbiamo subito porre un limite", è stato l'invito del capo dello Stato. "Quelle parole sono inaccettabili". Le polemiche scatenate dall'indagine rivelata da Repubblica e che coinvolge Silvio Berlusconi, sono infatti approdate in un batter d'ali al Consiglio superiore della magistratura.

Gli attacchi del Cavaliere e di Forza Italia ai Pm di Napoli hanno fatto scattare l'immediata reazione di buona parte dei consiglieri di Palazzo de Marescialli. Nel giro di due giorni lo scontro tra il centrodestra e le toghe sembrava far tornare le lancette dell'orologio indietro di qualche anno. E soprattutto hanno posto nuovamente al centro del dibattito politico il provvedimento, predisposto l'estate scorsa dal ministro della Giustizia Mastella, sulle intercettazioni telefoniche. "Veltroni - è ad esempio la sfida lanciata ora dal Cavaliere - dimostri coraggio anche su questo punto".

I toni della contesa, dunque, si sono alzati nel giro di poche ore. Il confronto tra berlusconiani e giudici non ha risparmiato colpi. Napolitano e Mancino, allora, hanno deciso insieme di intervenire in tempi brevi. L'inquilino del Quirinale al telefono da New York ha studiato tutte le mosse con il vicepresidente del Csm. Primo obiettivo: stoppare l'affondo del leader forzista.

Ma senza schierare l'intero Csm solo ed esclusivamente su quel fronte. È indispensabile - è stato il ragionamento del Colle - dare un "segnale" ai magistrati ma senza infierire nei confronti del capo dell'opposizione. Lo spunto era già servito: l'iniziativa di 18 (su 24) membri del Csm che chiedevano la "tutela" dei giudici napoletani. Abbastanza per convocare il comitato di presidenza. Ma non per chiudere la vicenda. I due vertici del Consiglio, infatti, consideravano ineludibile pure un riferimento all'uso delle intercettazioni.

Certo, per il Quirinale il nodo principale da sciogliere riguarda le espressioni usate da Berlusconi. Aggettivi "inaccettabili". Napolitano boccia da sempre questo tipo di attacchi come un vero e proprio tentativo di "delegittimazione" della magistratura. E l'organo di autogoverno del potere giudiziario non può che stigmatizzare quegli attacchi da parte di un esponente politico e soprattutto da parte di un ex presidente del consiglio. In questo caso, anzi, pure il Colle ha ritenuto "prioritario" far sentire la voce delle Istituzioni.

Ma nello stesso tempo, anche per non far naufragare la navicella del dialogo tra i poli sulle riforme, la massima carica dello Stato ha invitato a sottolineare la necessità di un riferimento al corretto uso degli atti coperti dal segreto di indagine. Napolitano considera, infatti, opportuno disciplinare la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche. Lo aveva sottolineato già il 22 novembre scorso quando infuriava la battaglia sul caso Rai-Mediaset. "Le intercettazioni sarebbe bene che restassero dove devono restare - ammoniva - almeno fino a che c'è il segreto di indagine".

Appunto, il disegno di legge sulle intercettazioni. Da mesi, ormai, quel testo giace esanime sul tavolo della commissione giustizia del Senato. "Non per colpa mia", ripete il Guardasigilli: "io sono pronto a votarlo immediatamente. A Berlusconi gliel'ho detto. Quella legge lui la vuole". Su quel testo adesso si concentrano quindi le attenzioni del Cavaliere. Vuole che l'esame riprenda a gennaio, dopo la pausa natalizia.

"Walter - è l'analisi ripetuta ieri con i suoi - deve sapere resistere anche su questo campo. Altrimenti, è chiaro, sarà più difficile discutere sul resto. Quella legge deve essere votata a Palazzo Madama". Del resto, la risposta del Consiglio superiore della magistratura Berlusconi l'aveva messa nel conto. "È tutto scontato e prevedibile", ha spiegato ai fedelissimi. Così come era scontata la reazione dei membri togati del Csm vicini alla Cdl. Scesi in campo contro la maggioranza.

Ma soprattutto, Forza Italia a questo punto vuole creare un "link" tra il capitolo giustizia e la riforma elettorale. Una scelta che poggia non solo sul fatto che l'inchiesta napoletana viene considerata un "atto di sabotaggio" dell'intesa con il Pd, ma anche sui segnali lanciati da Via del Plebiscito verso la sponda veltroniana dell'Unione. Circostanza rafforzata dalle dichiarazioni contro Berlusconi arrivate ieri solo dai partiti "minori" del centrosinistra. Quelli che contestano l'asse tra il capo di Forza Italia e del partito Democratico.


(14 dicembre 2007)

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« Risposta #7 il: Gennaio 24, 2008, 12:14:37 »

POLITICA

Il Piano B del premier se i senatori a vita saranno decisivi

Vuole portare il Paese alle elezioni che potrebbero tenersi nel 2009

"Rimpasto e governo per le riforme"

D'Alema: "Tutti dietro Romano. Poi, se si apre un'altra fase, si vedrà"

di CLAUDIO TITO


Prodi a caccia del voto salvezza
ROMA - Un nuovo governo. Con una nuova missione programmaticamente limitata. Con un orizzonte temporale definito. E magari con una struttura seriamente "rimpastata". Romano Prodi si gioca l'ultima carta. Prova a modificare la natura del suo esecutivo e rilanciare la sua azione per un anno, con una veste del tutto rinnovata. E allora chiama al telefono Giorgio Napolitano per annunciare che se la maggioranza politica non si confermerà, ma si registrerà una maggioranza numerica, allora la sua "squadra" potrebbe cambiare vestito.

Il Professore prova così a sparigliare. Sa che oggi a Montecitorio incasserà la fiducia. Ma è consapevole pure che al Senato i rapporti di forza sono decisamente più critici. E se anche otterrà una risicata fiducia grazie solo ai senatori a vita, il suo governo sarebbe comunque appeso ad un filo. In balia degli eventi. "In quel caso - è il ragionamento del presidente del consiglio - andrò al Quirinale a spiegare la situazione. A chiarire che la maggioranza numerica - con i senatori a vita - non rappresenta pure una maggioranza politica. Dovremo parlarne e trovare una soluzione". Il Professore è convinto di poter essere lui il "king maker" di se stesso e puntare a un reincarico. Con l'obiettivo di arrivare, entro un anno, alle elezioni anticipate. "Voglio essere io - aveva ripetuto fin dall'altro ieri agli alleati del Pd - a portare il Paese alle elezioni". Ma per tutti, quella frase andava riferita solo al voto nella prossima primavera. Ed invece l'inquilino di Palazzo Chigi pensava ad un itinerario ben più lungo.

Sta di fatto che Prodi non ha alcuna intenzione di lasciare ad altri la chance di affrontare le emergenze del Paese: la riforma elettorale, la crisi mondiale delle borse. Ma soprattutto si irrigidisce dinanzi alla possibilità che qualcun altro redistribuisca il "suo" tesoretto. Ma in primo luogo batterà sul tasto sulle urgenze. Le stesse che da tempo vengono rimarcate dal Presidente della Repubblica.

Certo, tutto dipende dal risultato di Palazzo Madama. L'ultima sfida prodiana è strettamente legata al voto di "sopravvivenza" del Senato. Solo in quel caso, infatti, avvierà i contatti con l'Udc di Casini, con la Lega di Bossi e soprattutto con Silvio Berlusconi. Al quale offrirà una sola assicurazione: le elezioni nel 2009.

Eppure qualche segnale positivo già lo ha conquistato. "Rinunci al Senato - è la prima apertura del leader centrista - e poi vedremo cosa fare...". "Se si fa un altro governo - ammette un altro Udc come Bruno Tabacci - allora si discute. L'unica cosa che non ci può chiedere è di aggiungerci a questo esecutivo".

Al momento, però, le sorti di Palazzo Madama restano in bilico. "A me - dice ottimista il sottosegretario D'Andrea - non sembra che il clima sia così negativo". Certo il "no" dell'Udeur peserà, le incognite di Fisichella e Pallaro persistono. Ma gli "ambasciatori" del Professore contano anche sul "partito del non voto" , su qualche assenza nell'opposizione (il forzista Guido Possa è bloccato da una frattura), sui contatti con il senatore Pistorio ("non siamo pregiudizialmente contrari al governo Prodi") e sui dubbi che dentro il partito di Mastella potrebbero emergere viste le alleanze locali con l'Unione. Anche perché Prodi non si stanca di ripetere che molti dei "mastelliani" "li abbiamo eletti noi in Parlamento. Fabris e altri dell'Udeur stavano nella lista dell'Ulivo". A parte le rivendicazioni, comunque, pure tra le file del centrodestra, non tutti danno per certa la morte del governo. "Ci dicono - raccontava una parlamentare vicina a Berlusconi - che al Senato Prodi sta ancora sopra di uno".

I big del Pd - e anche il Colle - avevano invece suggerito in questi due giorni di presentare subito le dimissioni. Senza il passaggio parlamentare. Ma alla fine hanno accettato la strada indicata da Palazzo Chigi. E anche Massimo D'Alema non sembra affatto contrario all'ipotesi immaginata dai prodiani. "Noi - ha fatto sapere il ministro degli Esteri - in questa fase stiamo tutti dietro Prodi. Poi, se si apre un'altra fase, allora si vedrà. Ma prima si dovranno consumare una serie di passaggi". Nel centrosinistra, del resto, sono in molti a lavorare fin da ora per un governo istituzionale temendo il peggio a Palazzo Madama. Fausto Bertinotti è stato esplicito.

In questa direzione sta lavorando anche il presidente del Senato, Franco Marini. E poi il segretario del Pd, Walter Veltroni: "Non ci sono subordinate rispetto a Romano - si raccomandava ieri davanti ai parlamentari del Pd - ma le elezioni sarebbero la cosa peggiore". Il sindaco ha parlato di buon'ora con Gianni Letta per capire le prossime mosse del Cavaliere: e la risposta è stata poco incoraggiante: da soli al voto non andiamo, e le riforme, in questo quadro, ci sembrano in alto mare. E se anche nei Palazzi della politica già si snocciolano i nomi dei potenziali premier "tecnici" o "istituzionali" come Franco Marini, Mario Draghi, Giuliano Amato e Nicola Mancino, nello stesso tempo Prodi scommette sulla sua "rivoluzione": da "politico" a "tecnico".


(23 gennaio 2008)

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« Risposta #8 il: Gennaio 28, 2008, 11:07:33 »

POLITICA

Il capo dello Stato si prenderà tutto il tempo necessario per evitare il ricorso alle urne. "So che il sentiero è stretto ma ci devo provare"

Napolitano, pressing su Berlusconi 'Senza Forza Italia nessuno sbocco'

di CLAUDIO TITO


ROMA - "Senza Forza Italia non si fa un altro governo". Il cuore di questa crisi politica è tutta qua. In questa frase che Giorgio Napolitano si è lasciato scappare nei colloqui della prima giornata di consultazioni. Il punto nevralgico che può evitare al Paese nuove elezioni ad aprile è rappresentato da Silvio Berlusconi. I riflettori del partito del "non voto" sono puntati su di lui. È scattato il pressing per costruire intorno al Cavaliere un muro di gomma che gli impedisca di dire la prossima settimana quel che sta ripetendo in queste ore: "Subito alle urne". Un fuoco concentrico che parte dai "cannoni" del Quirinale e del Pd.

Che trova una sponda nell'Udc di Pier Ferdinando Casini e nella Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo. Non a caso ieri Walter Veltroni, al vertice del suo partito ha ripetutamente fatto riferimento alle posizioni assunte dal "mondo dell'economia e della finanza". Un fuoco concentrico, dunque, che punta a convincere il capo forzista. A fiaccarne la resistenza. E che trova in Franco Marini, l'uomo che, al momento, il Colle considera come il candidato più accreditato.

Così, il presidente delle Repubblica ha già fatto sapere che si assumerà l'onere di provare a indebolire il niet berlusconiano. Mettendo nel conto anche una crisi dai tempi lunghi. "Lo so - ha detto a chiare lettere negli incontri di ieri pomeriggio - che il sentiero è stretto. Ma io ci devo provare". Napolitano da tempo aveva avvertito che con l'attuale sistema non si possono richiamare i cittadini al voto. "Bisogna garantire stabilità ai governi - ha ragionato davanti ai rappresentanti dei gruppi misti di Camera e Senato - e quel che è successo ieri ne è la dimostrazione. Serve una nuova legge elettorale, ma anche le riforme istituzionali e i regolamenti dei due rami del parlamento".

Per raggiungere il suo obiettivo il capo dello Stato ha deciso di non affrettare la sua esplorazione. Quattro giorni di consultazioni e poi, dopo martedì un fase di riflessione. "Non so - ha confidato ieri ai "consultati" - quanto tempo mi prenderò". Il tutto nella convinzione che i giudizi senza appello emessi ieri da Berlusconi, tra una settimana o due non saranno altrettanto irremovibili. "Mi preparo da un anno a questa partita - diceva l'altro ieri con una battuta con un segretario di partito - e adesso la giocherò fino in fondo". Mettendo in campo il richiamo al "senso di responsabilità" delle forze politiche, le emergenze del Paese (compresa quella economica e quella dei rifiuti) e persino gli ultimi sondaggi secondo cui - raccontavano ieri nella sede del Pd - la maggioranza degli italiani non vuole tornare alle elezioni.

Un forcing che nel frattempo è stato preceduto dal tentativo di tenaglia esercitato dal Partito Democratico e dall'Udc. Ieri Veltroni e Casini si sono sentiti la telefono. Hanno concordato la sostanza del comunicato diramato dal leader centrista e la disponibilità piena ad accogliere qualsiasi soluzione, di metodo e di merito, proclamata dai democratici. "Io però - gli ha detto Casini - di più non posso fare". I centristi spingono per un governo istituzionale, ma solo se aderisce pure Forza Italia. "Non mi chiedere di più - ha spiegato ad un Veltroni che lo sondava sull'ipotesi di un esecutivo senza i forzisti - . Ci stimiamo troppo per valutare questa opzione. Bisognava pensarci prima, e non ora con Prodi caduto. E comunque sarebbe contro la mia storia. Io posso fare un appello forte per un governo di responsabilità nazionale, ma senza Berlusconi io non ci posso stare".

Una delusione, per il segretario Pd. Che nel pomeriggio, davanti ai maggiorenti di Piazza Santa Anastasia, ha fatto poco per nascondere il suo pessimismo. Del resto, attraverso i contatti costanti con Gianni Letta, sa bene cosa pensa Berlusconi. Ma anche per lui il tentativo va compiuto fino in fondo. Persino fino al punto di dire sì ad un esecutivo guidato dallo stesso Letta. "Noi però - ha messo le mani avanti Veltroni - non abbiamo paura delle elezioni".

E già, perché le urne a tutti appaiono dietro l'angolo: il 6 o il 13 aprile. E questo pure se il fronte che vuole ritardare il voto è composto anche da soggetti esterni alla politica. I vertici del Pd hanno salutato ieri le parole di Montezemolo. Confindustria è una punta di quel pressing. Un tassello di cui il Cavaliere dovrà comunque fare i conti se e quando tornerà a Palazzo Chigi. Considerando che Emma Marcegaglia, la donna che a maggio prenderà il posto dell'attuale presidente di Via dell'Astronomia, è una "montezemoliana" di ferro.

L'unica che nel 2002, per protesta contro la vittoria tra gli industriali del "berlusconiano" Antonio D'Amato, si dimise dalla carica di vicepresidente della Confindustria per l'Europa. Insomma tutte armi che in questi giorni vengono innescate per creare un clima che sconsigli Berlusconi di imboccare lo scioglimento del parlamento a dispetto di tutti. Anche del Colle con cui, eventualmente, dovrà fare i conti per i prossimi 5 anni.

Ma appunto, il sentiero resta stretto. Tanto che persino il "papabile" Marini è turbato dalla sua pole position. L'inquilino di Palazzo Madama è davvero preoccupato che il pallino cada sul suo numero. Teme la situazione generale, ha paura che la spirale dell'economia internazionale si aggrovigli ulteriormente e soprattutto è terrorizzato che alla fine gli facciano fare un "governicchio" che lo esponga davanti all'opinione pubblica. "Ma come si fa - ha detto giovedì sera lasciando il Senato - a fare qualcosa? Chi ha la forza di fare qualcosa?".

Per ora, intanto, Berlusconi resiste. Anche in una telefonata a Casini lo ha ribadito. Sebbene la "carta Letta" rimanga in tasca per la prossima settimana. Il partito del "non voto" spera ancora nel miracolo. Magari confidando proprio in Santa Anastasia, cui è dedicata la chiesa adiacente la sede del Pd, cui veniva accreditata una speciale capacità nel sciogliere i nodi.

(26 gennaio 2008)

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« Risposta #9 il: Febbraio 08, 2008, 10:53:15 »

POLITICA

Agli alleati: "Basta giochetti".

Rosa Bianca, Tabacci candidato premier

Tensione sul caso Mastella.

Storace e Castelli: no al suo ingresso nel centrodestra

La sfida di Berlusconi: voglio correre da solo

di CLAUDIO TITO

 
ROMA - "Non ne posso più di tutti questi giochetti. Io voglio presentare una lista unica". Dopo un primo momento di euforia, nel centrodestra la tensione è di nuovo salita. E Silvio Berlusconi inizia a spazientirsi. Il tira e molla sui simboli da presentare alle elezioni lo indispettisce. Le lamentele degli alleati, pure quelli "storici", lo irritano. E se l'altro ieri "un'utopia" era il patto con il Partito Democratico, adesso il "sogno" è correre con una sola lista alle prossime elezioni. Un "sogno" che l'ex premier vuole trasformare in realtà.

Nei contatti avuti con i partiti "minori", infatti, è stato esplicito. "Voglio raccogliere la sfida di Veltroni, non mi va di andare alle urne con un caravanserraglio. Non voglio essere il rappresentante del "vecchio" contro il "nuovo"".

Il Cavaliere, allora, sta sondando la disponibilità dei "piccoli" per poi convocare i "grandi" e tentare di metterli davanti al fatto compiuto. Per questo ieri pomeriggio è improvvisamente saltato l'incontro con Gianfranco Fini, fissato fina dalla mattina. Il leader di Forza Italia è deciso. Tanto che ha fatto predisporre una serie di "bozzetti" per il nuovo simbolo che dovrebbe rappresentare l'intero centrodestra. Una lista che potrebbe avere una sola denominazione: "Berlusconi Presidente". Il tutto per chiudere nel dimenticatoio le pastoie dei rapporti interni alla coalizione. A cominciare dall'assalto dei "piccoli".

La "Destra" di Storace e della Santanché che pianta i suoi paletti. La Nuova Dc di Rotondi che reclama spazio. L'Udeur di Mastella che chiede un riconoscimento. Il Pri di Nucara e i Socialisti di Caldoro che invocano seggi. E dall'altro lato An che pone il veto contro gli "storaciani", l'Udc che guarda con sospetto ai movimenti di Rotondi, la Lega che punta il mirino contro Mastella ("Non lo vogliamo", dice Roberto Castelli).

Una battaglia che sta preoccupando il Cavaliere. "Certe richieste - si è sfogato l'ex premier con i suoi - non le sopporto più". Il "sogno", certo, per il momento non si è ancora trasformato in realtà. Ma il Cavaliere ci sta scommettendo. Non è un caso che ieri il direttore di Libero, Vittorio Feltri, abbia pronosticato: "Berlusconi correrà da solo. Vuole raccogliere la sfida di Veltroni". Un'idea prospettata anche da Rotondi: "Noi siamo per una lista unica per Berlusconi che sia la premessa per il partito unico. Una lista gollista con dentro Forza Italia, An, Nuova Dc, Nuovo Psi, Pensionati e Mastella".

Il capo forzista ha in mente pure l'escamotage per risolvere il nodoLega: seguire per il partito di Bossi l'esempio catalano. Autonomia e rappresentanza solo in alcune regioni. Probabilmente è solo un modo per mettere pressione agli alleati, per non farsi tirare per la giacca. Ma non è ancora certo che l'operazione riesca. Soprattutto che riesca a convincere Fini, Casini e Bossi. Ma a loro un messaggio lo ha già spedito: "Se non si fa la lista unica, non pensiate che si presentano solo quattro simboli.

A quel punto do il via libera alla Destra per dar fastidio ad An e ai Dc di Rotondi per rubare terreno ai centristi di Casini". E ci sarà spazio per i laicosocialisti di Nucara e Caldoro, per l'Udeur e anche per i gruppi alla destra di Storace. "Noi - assicura infatti Storace - allo stato ci saremo con il nostro simbolo. Lo presenteremo in tutte le regioni alla Camera e al Senato. Stiamo già raccogliendo le firme. Se c'è una cosa di cui si è stufato Berlusconi è dei veti degli alleati. Certo non di noi". Mastella si riserva di decidere: "Dirò di sì se la proposta del centrodestra mi convince". Al momento, però, Forza Italia sembra pronta a offrirgli solo trequattro seggi.

Nel frattempo si attrezza per la "corsa" vero il 14 aprile anche la "Rosa Bianca", il partito di Bruno Tabacci e Savino Pezzotta nato da una costola dell'Udc. La nuova formazione correrà da sola. E il candidato premier sarà proprio Tabacci.


(7 febbraio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #10 il: Febbraio 24, 2008, 09:48:15 »

POLITICA

IL RETROSCENA. Berlusconi non esclude un apparentamento anche con la Dc di Pizza

Rapporti tesi con Fini. L'ex premier irritato per il pressing su liste e candidature

I sondaggi allarmano il Cavaliere

"Al Senato vantaggio troppo esiguo"

di CLAUDIO TITO

 
Silvio Berlusconi ospite di Matrix, il programma di Mentana
ROMA - L'ultimo sondaggio ha ingigantito i dubbi. Quei dati arrivati nelle ultime ore a Via del Plebiscito hanno improvvisamente dato corpo a quel sospetto fino a quel momento solo temuto. Il vantaggio del Pdl sul Pd al Senato è "contenuto". E la maggioranza del centrodestra potrebbe non essere sufficientemente ampia. Con pochi senatori di scarto. Il fantasma che ha accompagnato Romano Prodi nel biennio 2006-2008, adesso sembra materializzarsi anche nei numeri che i sondaggisti stanno recapitando a Palazzo Grazioli.

Una sorta di contrappasso che ha fatto scattare l'allarme nel quartier generale berlusconiano. Certo, la superiorità numerica è nettissima alla Camera e chiara a Palazzo Madama (grazie soprattutto agli eletti all'estero) ma non così larga da consentire margini operativi agili al futuro esecutivo.

Dati solo in parte inaspettati. Ma che ora stanno facendo riflettere Silvio Berlusconi. Non è un caso che ieri abbia confermato apertis verbis che in caso di pareggio, con i rapporti di forza già registrati nel 2006 a parti invertite, lui darà il via libera alle "larghe intese".

Ma per evitarle, l'ex premier ha già messo in cantiere le sue contromosse. "Dobbiamo ritoccare la nostra tattica", ha ammesso ai suoi il Cavaliere. Non tanto per quanto riguarda la campagna elettorale, quanto per le alleanze. Il primo passaggio, allora, riguarda la Sicilia. L'ex premier è letteralmente infuriato per come si sta dipanando la trattativa con l'Mpa di Lombardo.

"Ma non possiamo fare a meno di loro - ha ripetuto - non possiamo permetterci di perdere il premio di maggioranza". Che in quella regione significano ben 12 senatori. Gli equilibri tanto precari che per il momento vengono segnalati a Palazzo Madama, stanno suggerendo al Cavaliere un atteggiamento morbido nei confronti degli autonomisti lombardiani. Alla fine, è la sua convinzione, l'accordo "lo chiuderemo". Il tira e molla siciliano, però, lo sta allarmando per l'impatto che potrebbe avere sull'opinione pubblica.

Senza contare che anche l'ultima carta veltroniana giocata in Lombardia non è stata digerita dallo staff berlusconiano. Il "capolistato" del Pd riservato a Umberto Veronesi ha sorpreso Berlusconi e soprattutto lo ha messo sul chivalà. Un nome, quello dell'oncologo, che a Milano ha un peso specifico particolare.

Insomma, tutti tasselli che stanno facendo riflettere il Cavaliere. In particolare sulle alleanze. "Avete visto cosa ha fatto Veltroni con Di Pietro e i Radicali? Lo ha fatto lui, forse...". Ecco, appunto. Se il partito unico del centrodestra resta il "sogno" da non infrangere, il capo di Forza Italia vuole superare qualche tabù. A cominciare da paletti troppo "rigidi" sugli apparentamenti.

Adesso l'idea di far sostenere la sua premiership con "più simboli" non è più un tabù. È così ripartito l'approccio nei confronti della Dc di Pizza. Un simbolo che, sempre secondo l'ultima ricerca demoscopica commissionata da Berlusconi, sarebbe in grado di dragare quasi il 2 per cento di votanti. Così come vorrebbe riaprire il discorso con la Destra di Storace e Santanché. L'1,5 per cento l'ultimo dato. Ma con un potenziale superiore al 4 per cento. L'ex premier, proprio per questo, è tornato a non escludere l'apparentamento con gli "storaciani". Nelle regioni più a rischio (come il Lazio e la Campania) ma non solo.

Un tema che ha già fatto infuriare il leader di An, Gianfranco Fini. Non solo. I rapporti tra il Cavaliere e l'ex ministro degli Esteri negli ultimi giorni segnano cattivo tempo. L'idea che rientri dalla finestra la Destra fa indispettire l'inquilino di Via della Scrofa. Ma il braccio di ferro riguarda le candidature. "Ne vuole troppe", dicono i forzisti che si occupano della questione. E Berlusconi ha letto l'affondo finiano sulle "liste pulite" come una vera e propria "ritorsione".

"Un argomento - è sbottato l'altro ieri dopo aver letto anche la lettera di Bondi ai coordinatori regionali - di cui nessuno sentiva il bisogno di sollevare". Anche perché la paura di Forza Italia è proprio questo possa diventare il cavallo di battaglia di Veltroni e Di Pietro. "Un'arma" che in campagna elettorale può diventare dirompente contro il centrodestra.

L'unico scoglio che non vuole superare è quello dei centristi: "con loro mai più. Eppure, l'ultimo sondaggio riporta solo il 3,5 per cento assegnato all'Udc. La lista unica, con il nuovo simbolo, non è stata ancora saggiata. "Stanno sotto il 6 per cento - ripete tranquillo l'ex premier - e fino a quella cifra saranno irrilevanti".


(23 febbraio 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #11 il: Aprile 24, 2008, 08:56:34 »

POLITICA L'incontro al Quirinale.

Napolitano chiede rispetto della riforma che impone non più di 12 dicasteri con portafoglio

Il Colle: "Non fate troppi ministri"

Il Cavaliere: "Gli alleati insistono"

Problemi per Berlusconi che ieri ha detto: "Stiamo un po' stretti"

di CLAUDIO TITO

 
ROMA - "Attenzione alla proliferazione dei ministeri". Il confronto non poteva che essere interlocutorio. Un faccia a faccia preliminare. I tempi delle Istituzioni impongono di rinviare le scelte definitive ancora di qualche giorno. Eppure Giorgio Napolitano qualche indicazione l'ha voluta fornire a Silvio Berlusconi.

Del resto l'incontro è stato organizzato dalle "diplomazie" del Quirinale e di Palazzo Grazioli per cominciare a studiarsi. Per conoscersi e prendere le misure. In discussione non è l'incarico al Cavaliere, ma la struttura del prossimo esecutivo. E in particolare i limiti imposti dalla recente riforma che indica solo 12 ministeri con portafoglio. E il presidente della Repubblica ha chiesto di rispettare nei limiti del possibile la norma approvata il dicembre scorso. "Ma non so se ce la farò a tenermi entro quel limite", ha spiegato il capo del Pdl.

Un punto - insieme ai chiarimenti reclamati da Napolitano sugli accordi in corso con la Commissione europea per il nuovo commissario italiano - che ha occupato buona parte della riunione cui ha preso parte anche Gianni Letta. Una questione che preoccupa il Colle. "Attenzione alla proliferazione dei ministeri". Il primo giro d'orizzonte sulle scelte per il prossimo governo si è concentrato proprio su questo aspetto. "Io - è stato il ragionamento fatto dal premier in pectore - devo tenere conto dell'equilibrio che si sta formando nel nuovo partito. E anche dell'equilibrio rispetto agli alleati". Ha fatto capire che le richieste dei partner sono pressanti. Basti pensare che già ieri mattina ad un suo ex ministro "tecnico" considerato sicuro anche nella nuova squadra, Berlusconi ha dovuto dare una brutta notizia: "Stiamo un po' stretti". Napolitano gli ha suggerito di non allontanarsi troppo da quei 12 dicasteri previsti dalla legge. E soprattutto ha sconsigliato di usare un unico maxi-decreto per "spacchettare" le deleghe. Un modo per far capire che sarebbe preferibile intervenire con un disegno di legge.

Sul resto, poi, il quadro prospettato dal Cavaliere ha mostrato una situazione magmatica. Ad esempio, sono stati solo quattro i nomi dei potenziali ministri accennati al capo dello Stato: Giulio Tremonti, Roberto Maroni, Franco Frattini e Ignazio La Russa. E non tutti e quattro sono stati inseriti in una casella ben definita. Se, infatti, Tremonti e Frattini sono sicuri di occuparsi dell'Economia e degli Esteri, per gli altri due c'è ancora un margine di incertezza. Tutta colpa del vero e proprio rebus che accompagna il ministero della Giustizia e il resto del team. Sul Guardasigilli, infatti, rischia di incepparsi il mosaico berlusconiano. Con Maroni agli Interni, infatti, spetta ad uno forzista quella competenza.

Il leader Pdl ha contattato Elio Vito ma sull'attuale capogruppo alla Camera sono emerse le perplessità di molti dei "colonnelli" di Forza Italia e anche dei membri del Csm che fanno riferimento al centrodestra. "Io comunque - ha chiarito ai suoi interlocutori Berlusconi - a Via Arenula voglio un politico, non un tecnico. Uno che sappia trattare con i magistrati". Tant'è che la sua seconda scelta - e forse la preferita - cade su Roberto Castelli: "Lo ha già fatto per cinque anni e lo ha fatto bene". Solo che una soluzione di questo tipo implicherebbe la riscrittura di quasi tutta la compagine. A cominciare, appunto, da Maroni che dovrebbe scambiare con Claudio Scajola il Viminale per le Attività produttive. Senza contare che Gianfranco Fini, invece, insiste nel caldeggiare una terza opzione: Giulia Bongiorno.

Anche dentro An, però, non manca qualche problema. Gianfranco Fini ha prospettato a La Russa l'idea di trasferirsi al partito. Ma il "colonnello" di Via della Scrofa non ci sta. Vuole andare al governo e ha chiesto proprio al Cavaliere di confermare la sua nomina alla Difesa: "Già due volte mi hanno fatto fuori per lo stesso motivo. Ora basta". Il puzzle dell'esecutivo, dunque, è ben lontano dall'essere completato. Sebbene ieri un altro elemento è emerso.

Nel duello tra Gianni Letta e Roberto Calderoli sulle vicepresidenze del consiglio, il Cavaliere ha fatto capire di non voler fare un torto al suo braccio destro. Pedina fondamentale per curare i rapporti più "delicati" come quello con il Quirinale. E con il Vaticano. Basti pensare che è già in corso la preparazione - ne sta tenendo le fila proprio Letta - per un incontro con il Papa da organizzare entro l'estate. Non è un caso che ieri mattina Fini abbia chiarito ad esponente del suo partito: "Non è escluso che alla fine Silvio non faccia nessun vicepremier, ma Gianni sarà il sottosegretario unico".


(24 aprile 2008)

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« Risposta #12 il: Aprile 26, 2008, 06:33:29 »

Il Cavaliere a un gruppo di sostenitori: "Spero di fare bene"

"La squadra non è definita". Oggi il futuro premier incontra il senatur

Berlusconi, pressing sulla Lega Bossi vice, Calderoli ministro

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - Umberto Bossi vicepremier e Roberto Calderoli alla Riforme. Oggi Silvio Berlusconi incontrerà a Milano il Senatur per provare a trovare la "quadra" del governo. E in vista di questo appuntamento ieri ha spiegato ai vertici di Forza Italia che cercherà di convincere il segretario leghista della necessità di un "scambio" di ruoli all'interno del Carroccio.

"Stiamo lavorando per la composizione del governo - ha chiarito ieri il Cavaliere durante una breve passeggiata nel centro di Roma - si procede molto bene. Stiamo cercando di mettere in ogni posto uomini in grado di svolgere il compito affidato". Però, appunto, "il lavoro non è ancora ultimato. La squadra non è ancora definita". I punti interrogativi sono distribuiti su tutto lo schema che si è preparato l'inquilino di Palazzo Grazioli. In effetti tutto dipende dal faccia a faccia con l'"amico Umberto". La delegazione lumbard annunciata la scorsa settimana da Bossi non convince il premier in pectore. Soprattutto non è intenzionato ad avallare la vicepremiership per Calderoli.

Il capo del Pdl non vuole schiacciare l'immagine del futuro governo con un uomo "mediaticamente" vivace come l'attuale vicepresidente del Senato.
E poi teme che Riforme e Interni possano monopolizzare l'attività del centrodestra nei cinque anni di legislatura. Per questo vuole imporre qualche ritocco ai paletti piantati dalla Lega. Non è un caso che ieri proprio alla domanda se saranno due i vicepresidenti del consiglio, ha risposto con un interlocutorio "vediamo, vediamo". La questione è legata al ruolo che Berlusconi vuole affidare a Gianni Letta. Il suo braccio destro sarà con ogni probabilità vicepremier ma non gradisce di essere affiancato da Calderoli. Altra cosa sarebbe, invece, Bossi.

Oggi, allora, il leader forzista non sottoporrà allo stato maggiore del Carroccio solo questo punto interrogativo. Il Cavaliere, infatti, è ancora convinto che alla Giustizia debba andare l'ex Guardasigilli Roberto Castelli. Una scelta che reclamerebbe il trasloco dell'altro leghista, Roberto Maroni, dagli Interni alle Attività produttive. Per ora i Lumbard insistono nel chiedere il Viminale, l'Agricoltura, le Riforme per Bossi e la vicepremiership per Calderoli.

"Questa è la nostra richiesta", conferma Maroni. Tante questioni cui i leghisti dovranno dare oggi una risposta per sbloccare il resto del puzzle governativo. "Sono sicuro di poter convincere Umberto - ha ripetuto il Cavaliere nella riunione con i big di Forza Italia - . Dovremo trovare una mediazione". Ma soprattutto è fermo nel non cedere alla Lega su tutti i fronti. A differenza del suo precedente esecutivo, è convinto di dover frenare l'attivismo leghista. Con ogni probabilità, però, l'accordo finale difficilmente verrà trovato prima che Giorgio Napolitano affidi l'incarico al Cavaliere.

E per lunedì sera è fissato un altro vertice di maggioranza per fare il punto della situazione e ufficializzare le candidature per le presidenze di Senato e Camera: Renato Schifani e Gianfranco Fini.
"Speriamo di fare bene - è stato poi l'augurio manifestato ieri con i fans riuniti a Via del Plebiscito - se no mi fate fuori. Che Dio me la mandi buona". Intanto ieri Forza Italia ha messo a punto la propria delegazione di governo, compresi i sottosegretari. Seguendo un criterio territoriale per rappresentare nell'esecutivo tutto il Paese.

Oltre a Giulio Tremonti e Franco Frattini, confermati all'Economia e agli Esteri, se il Carroccio si terrà il Viminale in pole position per la Giustizia c'è il forzista Elio Vito. Sandro Bondi andrà ai Beni Culturali, Claudio Scajola alle Attività produttive (se non ci sarà lo scambio con Maroni) e Paolo Bonaiuti ai Rapporti con il Parlamento. Maria Stella Gelmini è destinata ala Pubblica Istruzione. Maurizio Lupi alla Sanità e Stefania Prestigiacomo alle politiche comunitarie. Mara Carfagna attende un ruolo ministeriale, probabilmente alla Solidarietà sociale, anche se qualcuno le attribuisce anche il compito di portavoce del governo (funzione che al momento rimarrebbe nelle mani di Bonaiuti se il suo dicastero sarà quello dei Rapporti con il Parlamento).

Tra gli uomini di An è sicuro del posto Altero Matteoli (Infrastrutture), Ignazio La Russa (Difesa, ma potrebbe essere lui la sorpresa per la Giustizia) e Gianni Alemanno (Welfare) se non vincerà il ballottaggio di Roma. Altrimenti il presidente di An sceglierà un sostituto tra Alfredo Mantovano e Adriana Poli Bortone.

(26 aprile 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #13 il: Aprile 27, 2008, 11:09:42 »

POLITICA

Il Cavaliere: per sciogliere il nodo ho chiesto un sacrificio a Letta

In un sondaggio di Forza Italia il 68% degli elettori boccia l'esponente del Carroccio

"Non sarà il governo del Nord con Calderoli eravamo sbilanciati"

"Non possiamo sbagliare sulla immagine che avrà la nostra squadra"

di CLAUDIO TITO


ROMA - "Questo governo non può avere l'immagine della Lega". Erano dieci anni che Silvio Berlusconi non usava parole di questo tipo nei confronti del Carroccio. Da quando ha ricomposto l'asse con Umberto Bossi dopo la frattura del 1995. I Lumbard sono stati sempre i "guardiani" del centrodestra. Il primo contrappeso all'Udc di Casini. Ora, però, il Cavaliere vuole aprire una "nuova stagione". Nella quale il baricentro della coalizione non sia troppo spostato verso il nord.

E quello che è accaduto ieri a Milano ne è la prima conseguenza. Il capo del Pdl ha voluto porre un freno alle richieste dell'"amico Umberto" e segnare una piccola "svolta". Non si tratta certo di una rottura politica, ma del tentativo di instaurare un nuovo equilibrio. "Questo governo - è il ragionamento del premier in pectore - non potrà correre il rischio di essere considerato "leggero". Dovrà dimostrare di cambiare davvero le cose". E in questo quadro l'idea di ritrovarsi Roberto Calderoli a Palazzo Chigi non lo ha mai convinto. E men che meno convinceva Gianni Letta. "Non possiamo sbagliare nemmeno sull'immagine che avrà la nostra squadra - ha convenuto il Cavaliere con il suo braccio destro - . Calderoli non può fare il vicepremier. Il governo andrebbe sui giornali e in tv più per le esternazioni di Roberto che per i risultati".

Non per niente a Palazzo Grazioli hanno perfino commissionato un sondaggio per verificare il gradimento dell'esponente leghista: bocciato dal 68% degli elettori. A Via del Plebiscito, insomma, temevano che i "colpi di testa" di Calderoli potessero spostare il fulcro del centrodestra troppo verso nord, condizionare l'azione della coalizione e compromettere pure il dialogo con il Pd.

Un peso l'ha avuto anche la lettura regione per regione dei dati elettorali. Dati che hanno confermato un passo indietro del Pdl al nord e un netta affermazione al sud. Con un differenziale di oltre il 12% a favore del Mezzogiorno. Un elemento che in queste ore sta avendo un peso determinante per stabilire criteri e candidature per i 60 posti dell'esecutivo. Basti pensare che i forzisti hanno puntato le loro attenzioni su tre regioni: la Lombardia, certo, ma soprattutto il Lazio e la Sicilia.

Ed è per lo stesso motivo che Berlusconi ha chiesto un "sacrificio" a Letta sapendo che la nomina di un solo "vice" sarebbe stata colta come una provocazione dai lumbard. "Gianni deve svolgere un ruolo di coordinamento - ha chiarito ai suoi - e lo può fare anche da sottosegretario. Gli ho chiesto un sacrificio e lui è d'accordo. È stato lui stesso a dirmelo qualche giorno fa". Non ci saranno dunque vicepremier.

Sebbene ieri il futuro presidente del consiglio abbia ragionato con lo stato maggiore leghista sull'ipotesi di promuovere Bossi alla vicepresidenza del consiglio. Ma lo ha fatto sapendo che il Senatur non avrebbe gradito quel ruolo. "Non ne ho voglia - ha ripetuto anche ieri - perché il mio ruolo non è quello, non posso rappresentare l'intera coalizione. Ma se non lo sarà Calderoli, non lo sarà nessuno. I miei voti invece servono per fare il federalismo". Esattamente la delega che riceverà quando il Cavaliere salirà al Quirinale per presentare la lista dei ministri. Un equilibrio, però, che i leghisti hanno digerito malvolentieri. E che alla fine hanno accettato per non compromettere la candidatura di Maroni al Viminale (e per non perdere i due viceministri che rientrano nell'intesa). Soluzione che fino a ieri il leader forzista caldeggiava per far tornare Castelli alla Giustizia. Dicastero che al momento vede in pole position Elio Vito (non è però escluso che possa essere assegnato a Gianni Alemanno se il candidato sindaco perderà la corsa per il Campidoglio).

Sono poi confermati Tremonti all'Economia e Frattini agli Esteri. Matteoli alle Infrastrutture e La Russa alla Difesa. Per le Attività produttive dovrebbe esserci Scajola e ai Beni Culturali Bondi. Gli altri incarichi - è l'avvertimento di Berlusconi - saranno "ballerini fino alla fine".

(27 aprile 2008)

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« Risposta #14 il: Maggio 07, 2008, 01:01:37 »

POLITICA

Il retroscena. Il premier in pectore teme i rilievi del Quirinale sulla nomina, ma non vuole scontri con la Lega

Il Cavaliere si sfoga con Bossi "Meglio se Calderoli rinuncia"

Il leader: "Dopo il caso Libia mi arrivano tante pressioni"

di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "Ci sono tante pressioni, tienine conto". Silvio Berlusconi e Umberto Bossi hanno colto l'occasione del viaggio in aereo da Milano a Roma per fare il punto della situazione sul governo. Per schiarirsi le idee su quello che accadrà da qui alla fine del mese. Per studiare le mosse che il Pdl e la Lega dovranno compiere nel prossimo futuro. Ma anche per confrontarsi con quella che rappresenta ancora una "questione aperta". Ossia la "vicenda Calderoli".

E già perché l'intervento irrituale con cui la Libia è scesa in campo, qualche detrito nel centrodestra lo ha lasciato. Certo, quel diktat contro l'esponente leghista non è piaciuto a nessuno. Nemmeno al ministero degli Esteri del Pd, Massimo D'Alema, che lo ha bocciato come una inaccettabile invasione di campo. Lo stesso premier in pectore non intende dare l'impressione di "cedere alle minacce" di fronte all'integralismo islamico. Non vuole trasformare un caso diplomatico in segno di "debolezza" del nuovo esecutivo. Non può accettare che la lista dei ministri venga condizionata dal pressing di un paese straniero.

Eppure una riflessione sull'argomento la sta facendo anche Berlusconi. Anzi, ieri ha sottoposto i suoi dubbi proprio al Senatur. Intanto gli ha chiesto di limitare le esuberanze dei Lumbard e lo ha invitato a valutare l'impatto internazionale di alcune "sparate" dei suoi uomini. "Devi far capire a tutti che in quel modo non si può andare avanti, non possiamo sottoporre il governo a quel tipo di tensioni. I rischi sono troppo alti". E soprattutto gli ha raccontato delle tante "pressioni" ricevute affinché Calderoli faccia un passo indietro. "Pressioni" esercitate all'interno dei confini nazionali e non all'esterno. Certo quella del Cavaliere non è stata una richiesta ufficiale, ma una esortazione a soppesare i pro e i contro quella sì.

Il Cavaliere, infatti, al di là degli aspetti politici e di quelli "folcloristici" legati all'azione della Lega, ha iniziato a coltivare qualche preoccupazioni sulle conseguenze che le posizioni leghiste potranno avere sulla politica estera dell'Italia. E soprattutto sulla sicurezza interna. Il futuro presidente del consiglio ricorda ancora bene quello che accadde nel 2006 al Consolato italiano a Bengasi dopo l'esposizione della maglietta anti-Islam di Calderoli. Ancor di più rammenta la bufera che lo investì nel 2001 dopo il suo discorso a Berlino sulla "superiorità" della civiltà occidentale. Errori che stavolta non vuole ripetere. Anzi, è deciso a invertire la rotta rispetto a quegli "incidenti".

Dalle parti di Via del Plebiscito, poi, sono già arrivati alcuni segnali sugli allarmi registrati dai nostri servizi segreti. Un "alert" che tocca direttamente il potenziale ministro leghista e pure le possibilità che l'indice di rischio aumenti nei prossimi mesi nel nostro Paese. La risposta di Bossi, però, è stata inequivocabile. "Non esiste proprio", ha detto con la massima nettezza. Il segretario leghista ha fatto quadrato intorno al suo colonnello e ha ricordato al Cavaliere che sarebbe veramente un atto di "debolezza" e che verrebbe incrinato il rapporto fiduciario.

Nel Carroccio, inoltre, i dubbi di Berlusconi sono stati letti come una "ritorsione" di Gianni Letta. Come l'ultimo capitolo di quella battaglia combattuta a colpi di fioretto dal braccio destro di Berlusconi e dall'ex ministro delle Riforme. Un braccio di ferro che ha già fatto saltare le loro rispettive vicepresidenze del consiglio.

Il muro alzato dai lumbard, comunque, per il leader forzista non può essere abbattuto con la forza. Insomma, se il Carroccio e Calderoli vorranno fare un passo indietro bene, altrimenti difficilmente il futuro presidente del consiglio forzerà la mano. Tant'è che nel frattempo ha cercato di correre ai ripari azionando la rete di rapporti creata nei cinque anni a Palazzo Chigi. Non solo dovrebbe rinviare il viaggio in Israele che in un primo momento era stata calendarizzato come la sua prima missione all'estero. Ma ha inserito in testa al programma di incontri internazionali un colloquio con il presidente egiziano Hosny Mubarak. Un appuntamento fissato per il 5 giugno, addirittura prima di quello con il presidente Usa, George Bush, atteso a Roma per l'11 giugno.

Il timore di Berlusconi, però, è che la casella di Calderoli possa essere oggetto di una analisi "speciale" quando salirà domani al Quirinale per ricevere l'incarico di formare il governo. Il premier in pectore, infatti, è sicuro che il capo dello Stato formulerà i suoi appunti. Attraverso i consueti "canali diplomatici" lo ha già fatto. Così, il "caso Calderoli" potrebbe non essere definitivamente chiuso.

(6 maggio 2008)

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