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Autore Discussione: Ferruccio DE BORTOLI  (Letto 13715 volte)
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« Risposta #30 inserito:: Gennaio 07, 2013, 07:08:15 pm »

Il personaggio

Passera: lista di Monti, occasione persa Serviva un programma più coraggioso

«Hanno vinto vecchie logiche» Il ministro parteciperà alla campagna elettorale e ha aperto il suo account Twitter


Dopo la riunione di Sion, il convento romano nel quale Monti ha deciso la sua «salita in politica» insieme con Casini e Fini, non aveva detto più nulla. Solo un deluso «non ci sto» in tempo reale durante la riunione. Una rottura dura nei fatti, non nella forma. Oggi Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico delle Infrastrutture e dei Trasporti, 58 anni appena compiuti, spiega le ragioni della sua scelta. Questa mattina ha aperto (anche lui!) il suo bravo account Twitter e parteciperà al dibattito politico senza candidarsi. Con una sua personale agenda che si discosta non poco da quella Monti. E non è la sola sorpresa di questa conversazione domenicale.

«Si è persa una grande occasione, io credevo al progetto di una lista unica Monti sia alla Camera sia al Senato. C’è un grande mondo che non si riconosce né con la sinistra—soprattutto se condizionata dalle componenti estreme—né con l’antipolitica né con Berlusconi. Avevo dato la mia disponibilità a candidarmi, senza pretese di ruoli presenti o futuri. Fino a poche ore prima di quella riunione del 28 dicembre sembrava tutto fatto. Durante la riunione hanno prevalso le posizioni di Italia Futura, di Montezemolo, di Riccardi, di Casini. Ho preso atto e me ne sono tirato fuori, ma non farò mancare il mio sostegno a Monti». Perché non le piace la soluzione trovata, la politica è fatta, purtroppo, di compromessi, spesso al ribasso? «Non si è creata quella nuova formazione forte e chiara che io auspicavo ma un insieme di liste collegate che certamente faranno un buon lavoro, rimanendo però esposte alle vecchie logiche di corrente». Forse lei si aspettava di avere compiti più importanti, si è sentito un po’ messo in disparte? «Guardi, quella mattina Monti mi aveva chiesto la disponibilità ad assisterlo in un ruolo di coordinamento, ma avevo legato l’accettazione al progetto di lista nuova e unica». E ne ha parlato con Monti dopo la rottura? «Certo, il rapporto personale non è mai venuto meno; mi è stato anche chiesto se volevo entrare in lista, ma ho detto di no». E ha ricevuto offerte anche da altri schieramenti? «Non accetterei mai di candidarmi contro Monti». Tosi e Galan hanno fatto il suo nome come possibile candidato premier della probabile riedizione dell’alleanza fra Pdl e Lega. «Stesso discorso, Berlusconi non lo sento da un pezzo». Siete andati sempre d’accordo lei e il presidente Monti in questi mesi? «Sempre no, ma in una squadra è naturale». E con gli altri ministri? «I rapporti sono stati di leale collaborazione e di grande soddisfazione. Ho avuto problemi solo con la struttura del ministero dell’Economia, mai con Grilli». Diplomatico Passera, troppo diplomatico. Le chiedo una previsione sulle elezioni, come andrà secondo lei? «Sulla base delle proiezioni ad oggi, vincerà bene Bersani, ma servono maggioranze forti per affrontare alla radice i problemi del Paese. Mi auguro una coalizione forte con il raggruppamento di Monti che garantisca la governabilità del Paese almeno in questa fase ancora difficile».

E Monti si è giocato il Quirinale? «Il suo impegno politico è un gesto di coraggioso civismo. Ha fatto ciò che era giusto, non quello che forse era per lui personalmente utile. Monti in questo senso è uomo di passione, non un freddo». Lei ritiene però che la «scelta civica» del presidente del Consiglio non sia una soluzione politica all’altezza di ciò che ha rappresentato il suo esecutivo, è così? «È una buona sintesi. Il nostro governo con la maggioranza che l’ha sostenuto ha salvato il Paese dalla bancarotta, dalla perdita di sovranità, non dimentichiamocelo, anche se oggi qualcuno fa finta di non ricordare la montagna di debito pubblico, 2 mila miliardi di euro, che grava sulle nostre teste e quindi alla necessità di non abbandonare la politica del rigore. Monti ha portato forte innovazione nella politica del Paese sia nel metodo che nello stile e oggi fa le sue proposte ai cittadini elettori: considero immorale definire la sua scelta immorale come ha fatto D’Alema e inaccettabili le accuse della Camusso ». D’accordo, ma lei come se la immaginava questa ipotetica lista unica di una nuova formazione di centro, cattolica, liberale ed europeista? «Doveva innanzi tutto essere una cosa nuova, chiara e non legata a strutture preesistenti, con figure di primo piano sia della società che della politica beninteso, in particolare del mondo dell’impresa, delle professioni, dell’economia sociale con una grande attenzione ai temi della famiglia e della solidarietà, che oggi non sono rappresentati come sarebbe giusto che fosse. Avrei voluto un programma in alcuni punti più coraggioso. Una svolta più radicale».

Nemmeno l’Agenda Monti, dunque, la soddisfa? «Mi è dispiaciuto non rivedere richiamato con più forza, anche nei simboli, il concetto di Agenda per l’Italia, anche se sul tema dei contenuti sicuramente si sarebbe potuto lavorare a una piattaforma più completa. Siamo tutti d’accordo che non serve un Monti bis, ma un percorso di lavoro per i prossimi cinque-dieci anni che costruisca anche un modello di società nel quale i cittadini possano riconoscersi. Una società più dinamica, ma anche più coesa e dove il privato profit, il privato non profit e il pubblico condividano le responsabilità dello sviluppo sostenibile». In quali punti ritoccare e migliorare il programma della Scelta Civica di Monti? «Non si può rispondere con poche righe. Deve essere per esempio chiaro l’impegno a non aumentare le tasse, anzi a ridurle. No, quindi, a una nuova patrimoniale. Alleggerire il carico fiscale per le famiglie con redditi bassi e con figli e per le imprese che investono in innovazione e internazionalizzazione e soprattutto che assumono, attraverso un nuovo contratto di inserimento e reinserimento da mettere a punto. La spesa pubblica va ripensata e tagliata con interventi strutturali profondi. Valorizzato lo sconfinato patrimonio pubblico formato da terreni, immobili, partecipazioni, crediti, al fine di trovare le risorse per lo sviluppo e facilitare la riduzione del debito. Ecco un capitolo sul quale il nostro governo non ha avuto il tempo— e forse la determinazione—per portare risultati soddisfacenti».

E quali altri aspetti dell’attività dell’esecutivo, secondo lei, potevano essere curati meglio? «Non dimentichiamoci mai la situazione di emergenza e di carenza di risorse nella quale ci siamo trovati. Si deve fare sicuramente di più per i beni culturali e ambientali e a favore del terzo settore in tutte le sue forme; c’è un tessuto fitto e prezioso di economia sociale, di sussidiarietà, che forma un capitale sociale italiano ineguagliabile». Passera dice di apprezzare molto, nell’Agenda Monti, il richiamo alla centralità del ruolo femminile ma sostiene che sulla famiglia l’impegno dev’essere più chiaro e circostanziato: «Si continua a sottovalutare l’enorme pressione che si accumula sulle famiglie a basso e medio reddito. Se una donna che vuole lavorare non riesce a trovare un asilo nido per i figli ogni discorso sull’occupazione appare inutile. Se non garantiamo servizi adeguati agli anziani non possiamo dirci un Paese civile. E lo stesso discorso vale per la scuola a tempo pieno, per la sanità di prossimità». Non soddisfa il ministro dello Sviluppo nemmeno la parte dedicata alla riduzione dei costi diretti e indiretti della politica. Troppo timida. Vaga. «Dobbiamo incidere più in profondità sul costo vivo dell’apparato politico e amministrativo pubblico. Un esempio: un solo livello istituzionale e politico fra i Comuni e lo Stato centrale. Ripensamento totale di tutte le strutture intermedie, non solo le Province. Bilanci consolidati, certificati e confrontabili per ogni entità pubblica. Commissariamento, vero non finto, di ogni ente che non rispetta le regole; riduzione drastica di tutte le assemblee elettive locali e centrali. Si può fare molto, molto di più di quanto non si creda per migliorare il nostro federalismo. Le resistenze incontrate anche dal nostro governo sono state formidabili, veti a tutti i livelli, spesso eravamo circondati da sguardi divertiti e poco indulgenti dei dirigenti pubblici, ma quando si riusciva ad ottenere qualche risultato, l’effetto positivo era perfino contagioso. Nella pubblica amministrazione ci sono tanti talenti e persone fiere di servire lo Stato. Dobbiamo dare loro fiducia con il buon esempio. Le Poste per me sono diventate una specie di metafora dell’Italia che in pochi anni può passare dalle ultime posizioni alle prime in Europa».

Dunque, Passera, quale sarà il suo futuro? «Ho ricominciato daccapo tante volte e sono pronto a rifarlo. Voglio continuare a dare un contributo a questo Paese. Come? Si vedrà, tutto è aperto. Per ora ho tante cose da fare come ministro ». Ordinaria amministrazione. «Eh no, tutt’altro, ci sono decreti da convertire, regolamenti da varare, processi da perfezionare. Dalle infrastrutture all’energia, dalle start up agli aeroporti, gli interventi sono stati numerosi e gli effetti si vedranno già nei prossimi mesi». Non mi faccia l’elenco dei provvedimenti, per carità, ce lo risparmi. «Le dico solo che da vent’anni l’Italia non aveva un piano energetico. Il mercato del gas oggi è più concorrenziale e grazie agli interventi che stiamo realizzando il gas costerà meno anche alle famiglie già dai prossimi mesi». Per ora non si vede, purtroppo. «Siamo riusciti a riordinare gli incentivi, esagerati, per le energie rinnovabili. In media due o tre volte quelli di altri Paesi. Una tassa occulta che si pagava sulle bollette elettriche che abbiamo evitato aumentasse ancora, senza per questo rinunciare a tutti gli obbiettivi europei. La distribuzione di quegli incentivi era stata approvata da quasi tutti i partiti e le resistenze sono state forti. Riordinato i processi sull’assegnazione delle frequenze, eliminato il cosiddetto beauty contest che favoriva il gruppo Berlusconi e altri: diciamo che anche qui non mi sono fatto molte simpatie. Affrontato tante crisi aziendali. Le faccio solo l’esempio della Fincantieri. C’era chi voleva venderla addirittura con dote mentre a mio parere si poteva completare risanamento e rilancio. Si è messo a punto un nuovo piano, stretto un accordo con i sindacati e oggi il gruppo è in grado di fare addirittura acquisizioni all’estero». Che cosa si rammarica di non aver potuto fare in quest’anno abbondante di governo? «Due cose, l’authority dei trasporti rimasta sulla carta, troppe e inaccettabili le pressioni, e gli incentivi all’innovazione per i quali non siamo riusciti a trovare le risorse».

Passera, lei è un cattolico, ha partecipato agli incontri di Todi, come giudica il rapporto della Chiesa con la politica? «I cattolici sono un tessuto fondamentale del Paese, ne costituiscono una imprescindibile ossatura identitaria, il loro contributo è sottostimato, ma troppi si sentono talvolta interpreti esclusivi delle gerarchie ecclesiastiche». E se tornasse indietro lo rifarebbe? Accetterebbe di nuovo di lasciare una delle più importanti posizioni del settore privato per un governo tecnico? «Sì lo rifarei, senza alcun dubbio. E ridirei di sì a Monti e a Napolitano anche se non è finita come avrei desiderato». Il suo account Twitter? «@corradopassera, papà di Sofia, Luigi, Luce e Giovanni, marito di Giovanna, amante dell’Italia, ministro della Repubblica». Mi raccomando niente wow o emoticon, però, perché è come andare in bermuda all’inaugurazione di un anno accademico.

f.de.b

7 gennaio 2013 | 10:50© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_07/passera-occasione-persa_e3c3494a-5892-11e2-b652-002bcc05a702.shtml
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« Risposta #31 inserito:: Gennaio 20, 2013, 10:38:09 pm »

Il premier racconta i retroscena della «salita in politica». «Troppe tribù in questo Paese»

Monti: «Togliamo l'Italia agli incapaci»

Lavoro, possibili cambi alla riforma Fornero

Nella nuova Agenda possibili modifiche alla riforma Fornero


La domanda è una sola. Semplice. Perché ha deciso di «salire in politica»? Quali sono le vere ragioni di una scelta che chi scrive, pur conoscendola da molto tempo, mai avrebbe immaginato? Monti fa un grande sospiro. Siamo nel suo ufficio a Palazzo Chigi, in una piovosa mattinata romana. «Credo di aver fatto una cosa giusta, non quella più utile per me». Il racconto del presidente suddivide il suo periodo di governo in due parti. La prima, la più drammatica, con l'incubo quotidiano di restare senza i soldi per pagare gli stipendi pubblici («Quando incontravo Angela Merkel sapeva esattamente quanti titoli di Stato avevamo bisogno di vendere»). Poi i primi risultati, l'emergenza che si allontana. «Allora, pensavo che, dopo aver contribuito a salvare il Paese, restando al di sopra delle parti avrei svolto tranquillamente le mie funzioni di senatore a vita, in attesa che qualcuno, forse, mi chiamasse».

E invece no. «A un certo punto, con l'avvicinarsi delle elezioni, le riforme incontravano ostacoli crescenti, erano sempre più figlie di nessuno. La strana maggioranza cambiava pelle sotto i miei occhi. Il Pdl ritornava ad accarezzare l'ipotesi di un nuovo patto con la Lega, non con il Centro, ed emergeva un fronte populista e antieuropeo; il Pd alleandosi esclusivamente con Sel riscopriva posizioni radicali e massimaliste in un rapporto più stretto con la sola Cgil». E che altro poteva aspettarsi, professore? Che i partiti si suicidassero tutti sull'altare del rigore? «Ho intravisto due rischi. Uno a breve, che il governo cadesse prima che i partiti si accordassero finalmente su una riforma elettorale; uno più a lungo termine, e assai più grave, ovvero che sei mesi dopo le elezioni si dissipassero tutti i sacrifici che gli italiani avevano fatto, con grande senso di responsabilità, per sottrarre il Paese a un sicuro fallimento. Tutto inutile, pensavo. Sarebbero tornati al governo i vecchi partiti, i vecchi apparati di potere, veri responsabili del declino dell'Italia. In quello stesso periodo si erano poi moltiplicati gli incoraggiamenti di molti leader europei e internazionali, da Barack Obama a François Hollande, che però - chiarisco subito - non sono stati determinanti». Nemmeno l'incoraggiamento del Papa? «Non trasciniamo il Santo Padre nelle nostre vicende così terrene...». L'appoggio della Chiesa? «Gli auspici sono stati autorevoli, ma sono anche venuti da espressioni più semplici, parroci per esempio. Il mondo cattolico è articolato e composito. Va ascoltato e rispettato, non strumentalizzato». Il Partito popolare europeo? «Una scelta di campo significativa, soprattutto se si tiene conto che non appartengo a nessun partito, mentre il Pdl di Berlusconi è uno dei partiti più grandi nel Ppe».

Insomma, alla fine il dado è stato tratto. «È cambiata in me la percezione di che cosa sarebbe stato moralmente più giusto. Un amico milanese, che lei conosce bene, direttore, ma di cui non le dirò il nome, mi disse in un lungo colloquio che con il passare del tempo la bilancia delle valutazioni morali, dentro di me, sarebbe cambiata. Avrebbe pesato meno il piatto di ciò che io ritenevo in linea con il mio stile, di persona al di sopra delle parti; sarebbe invece aumentato il peso del senso del dovere, il dovere di fare in modo che i sacrifici che avevo dovuto chiedere agli italiani per salvare il Paese non venissero dissipati e costituissero invece la base di un'Italia più solida, capace di tornare a crescere, dopo tanti anni». La bilancia si è mossa e lei, professore, ha fatto il gran passo. Una scelta immorale, secondo D'Alema. «Ma sarebbe stato immorale se io avessi pensato a me stesso, non trova? Gratificazioni di prestigio non sarebbero mancate. Così, invece, rischio tutto». Il presidente della Repubblica non ha apprezzato. (Lungo silenzio). «Credo di averlo sorpreso, questo sì, ma penso che oggi abbia compreso le ragioni della mia scelta. Veda, il nostro è un rapporto di reciproca e profonda stima, e di grande riconoscenza da parte mia. Ma anche di pudore sui nostri personali sentimenti. Quando cominciai a dirgli che sentivo qualcosa cambiare in me, non mi sconsigliò, mi diede ascolto...».

La linea di confine fra l'immagine del tecnico super partes e del politico necessariamente «in erba», viene tracciata dalla sua conferenza stampa del 23 dicembre, poi dalla cosiddetta Agenda, con la quale nasce un nuovo soggetto politico, Scelta Civica, una lista che si apre alla società civile per farla finita con la vecchia politica, giusto? «Sì, e sa qual è stata l'altra considerazione di fondo che mi ha spinto a salire in politica?». Quale, presidente? «Anche dopo aver celebrato il centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, questo Paese continua ad avere bisogno di essere unificato. Oggi, più di qualche decennio fa, sembriamo a volte non un Paese, con un senso del bene comune, ma quasi un insieme di tribù, di corporazioni, di fortini intenti a difendere interessi di parte, di incrostazioni clientelari. La mia iniziativa politica è stata sollecitata dalla società civile. E alla società civile io mi rivolgo, noi ci rivolgiamo. La risposta si sta rivelando straordinaria». E vi siete alleati con Casini e Fini che nella politica tradizionale hanno sguazzato per anni, mah... «Certo, può apparire una contraddizione, ma entrambi hanno avuto il merito di vedere per tempo quali guasti producesse un bipolarismo incompiuto e conflittuale. E nell'ultimo anno sono stati più disponibili del Pdl e del Pd a sostenere anche i provvedimenti sgraditi agli ambiti sociali a loro vicini. Infine, hanno accettato di sottoporre anche le loro liste ai criteri più esigenti da me richiesti. Quanto alla nostra lista per la Camera, Scelta Civica, faccio notare che è la prima volta che viene proposta agli elettori, su base nazionale, una formazione che non include alcun ex parlamentare, ma solo esponenti di valore del volontariato, del mondo dei lavoratori dipendenti, delle professioni, dell'associazionismo, dell'imprenditoria, della scienza, gente capace, persone che hanno scelto di rischiare, con coraggio e avendo fatto rinunce significative. Quanti colloqui, quante telefonate, quanti dubbi, quante crisi di coscienza. Ma quanta gioia, mi ha dato fare questa esperienza di mobilitazione! Li ringrazio tutti perché dimostrano una cosa importante, vitale». Quale? «Un'altra delle ragioni della scelta che anch'io ho fatto. Un tempo potevamo dire: io aiuto il mio Paese facendo bene e con onestà il mio mestiere, la mia parte. Oggi non basta più. Se non ci impegniamo direttamente, se non sacrifichiamo qualcosa di personale, questo Paese non avrà futuro e su di noi cadrà una colpa grave. Una colpa che non avrà prescrizione».

Presidente, Berlusconi dice che nessuno, dopo Mussolini, ha avuto tanti poteri come lei. «È evidente l'improponibilità storica del paragone. Ogni provvedimento proposto dal mio governo si avviava verso le Camere in perfetta solitudine. Zero deputati, zero senatori (o uno, il sottoscritto). Il mio governo partiva sempre da zero, doveva convincere volta per volta una maggioranza chiamata a decidere spesso qualcosa di contrario alla natura dei partiti che la componevano, ma necessario per salvare l'Italia». E dunque, ha ragione il Cavaliere a invocare riforme straordinarie che attribuiscano all'esecutivo maggiori prerogative? «La nostra è una repubblica parlamentare. Si può snellire la funzionalità del Parlamento, ma è soprattutto la composizione politica del Parlamento che va cambiata, con le elezioni, se vogliamo che vi siedano persone con la cultura del cambiamento e non della conservazione, delle riforme e non delle clientele». Ma non le conveniva, sul piano più squisitamente politico, accettare l'offerta di essere lei il federatore dei moderati, sotto l'egida del Partito popolare europeo? «Io apprezzai molto quell'offerta di Berlusconi. Ma gli dissi subito che, se mai, all'Italia sarebbe occorso un federatore dei riformisti, finora domiciliati in tre poli diversi e perciò incapaci di dare un maggiore impulso alle riforme di cui il Paese, i giovani hanno bisogno. È quello che ora mi propongo di fare». Le sollecitazioni e le offerte di attuali parlamentari sono state numerose? «Sì, sia dal Pdl che dal Pd, molti deputati, senatori e parlamentari europei sono venuti a dirmi: vorrei stare con lei, sono pronto. In alcuni casi non è stato possibile trovare una piena convergenza, in molti altri sì».

La Banca d'Italia, nel suo bollettino, afferma - e certo questo può essere letto anche come una critica autorevole e circostanziata al governo dei tecnici - che gli effetti dell'austerity sul prodotto interno lordo, previsto in calo dell'1 per cento anche quest'anno, sono maggiori del previsto. Il rigore non è una dieta. Per molte imprese, specie quelle piccole, e per tante famiglie, assomiglia a un drammatico digiuno. «Noi stiamo vedendo, al contrario, qualche risultato positivo grazie al sacrificio degli italiani: sui tassi d'interesse, sulle esportazioni, sull'andamento dei titoli pubblici. E dobbiamo sempre chiederci che cosa sarebbe accaduto se quelle decisioni non fossero state prese e se ci fossimo trovati nei panni dei greci. La Banca d'Italia non credo sostenga che bisognasse fare meno risanamento. Ma più riforme strutturali. Ha ragione. È anche per questo che oggi a Bergamo dirò che non possiamo rimettere l'Italia nelle mani degli incapaci, che l'hanno portata al novembre 2011. La vecchia politica non deve tornare. Il governo tecnico non sarebbe stato chiamato se la gestione della cosa pubblica fosse stata nelle mani di politici capaci e credibili». Lei è ormai un ex tecnico, presidente, non lo dimentichi. «D'accordo. Oggi gli italiani hanno di fronte una straordinaria opportunità con una proposta politica seria e del tutto nuova». A voler essere precisi le novità sono diverse, compreso il Movimento 5 Stelle. L'ha mai conosciuto Grillo? «No, ma non avrei difficoltà ad incontrarlo. La sua discesa nei consensi credo abbia a che vedere con la nostra iniziativa. Scelta Civica pesca molto, e bene, fra gli indecisi o fra coloro che pensavano, sbagliando, di astenersi. Noi e Grillo siamo due espressioni differenti dell'insofferenza popolare. Iconografia della rabbia la sua, gestuale, vivace ma temo inconcludente. Seria, composta, con tante persone capaci, e ormai con esperienze di governo, in Italia e in Europa, la nostra».

A Bergamo verrà scritta, o meglio aggiornata, anche l'Agenda Monti. Il professore è riservato su questo punto. Ma il piatto forte sarà costituito da una nuova, e dalle indiscrezioni dirompente, proposta sul mercato del lavoro. L'idea di trasformare, all'insegna della flexicurity , ovvero flessibilità più sicurezza, all'inizio in forma sperimentale, i contratti precari in contratti a tempo indeterminato per i quali l'articolo 18, quello famoso sui licenziamenti, verrebbe sospeso almeno nei primi due o tre anni. Una riforma che prevederebbe anche il reddito minimo di cittadinanza. E una sicura collisione con il Pd e con la Cgil. Anche, chiedo al presidente una sconfessione della legge Fornero, o no? «Da lei, direttore, sto apprendendo molte cose. Varie persone stanno lavorando ad affinare l'Agenda. Per ora non c'è, su questa materia specifica, nessun orientamento deciso».
La nuova Agenda conterrà anche alcune proposte in tema di giustizia e una posizione più ferma sulla lotta alla corruzione, segno che la legge approvata si è rivelata del tutto insufficiente. «Una constatazione corretta». E la già annunciata riformulazione dell'Imu con beneficio dei piccoli proprietari.
Sul finire di questa lunga conversazione, chiedo al presidente del Consiglio e al leader di Scelta Civica se su liberalizzazioni, privatizzazioni e terapie antidebito non fosse, anche lì, il caso di fare di più. E la risposta è positiva. «Qualche timidezza da parte nostra, è probabile; e qualche ostacolo imprevisto in quel Parlamento che a dispetto dei voti di fiducia, si è rivelato piuttosto refrattario alle vere riforme». E se non sia il caso di parlare di più alla gente comune, alle famiglie, alle piccole imprese che non tirano la fine del mese e che esprimono una più che giustificata insofferenza. «Un governo che avesse di fronte a sé cinque anni e non l'ultimo anno di una legislatura; un governo che nascesse in una situazione finanziaria tranquilla e non nell'allarme rosso, potrebbe e dovrebbe permettersi una ben maggiore attenzione al sociale. Nel novembre 2011 era diverso. Bisognava mettere gli italiani di fronte a verità colpevolmente negate fino al giorno prima. I finti buoni li avrebbero portati al fondo del precipizio, dal quale ci siamo fortunatamente allontanati. Oggi possiamo guardare alla crescita con maggiore ottimismo ed è possibile parlare, senza alcuna incoerenza, di una graduale riduzione delle tasse. Con senso di responsabilità. Senza esagerare in promesse che non si possono mantenere».

Ferruccio de Bortoli

20 gennaio 2013 | 10:47© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/politica/13_gennaio_20/monti-lavoro-nuova-agenda_dac2c90e-62d0-11e2-b1d5-38c6a83a1ea2.shtml
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« Risposta #32 inserito:: Febbraio 12, 2013, 06:41:03 pm »

Una fragile grandezza

Sorprendendo anche i suoi stretti collaboratori, Benedetto XVI ha deciso di lasciare la Cattedra di Pietro. E ha impresso, all'apparenza, una svolta di grande modernità alla Chiesa. L'equivalente di una riforma conciliare. Da credenti vorremmo tanto pensare, nella tristezza dell'occasione, che questa sia l'interpretazione più corretta. Al papato che si concluderà a fine mese la Storia assegnerà un posto di rilievo. Di straordinaria levatura è stato l'insegnamento teologico; di grande autorevolezza la difesa dell'identità cattolica; di infinita profondità culturale e umana la testimonianza pastorale. La Chiesa ha avviato con Benedetto XVI un'essenziale opera di trasparenza e pulizia.
Il coraggio non è mancato, così le amarezze e i tradimenti.

Il gesto del Papa è sintomo di estremo senso di responsabilità, esprime un amore per la dimensione spirituale e autentica della Chiesa che resterà nelle menti e nei cuori. È frutto della consapevolezza che occorra una guida più giovane, non indebolita dall'età, capace di affrontare le sfide di una secolarizzazione dai tratti selvaggi. È la dimostrazione di una forza morale esemplare. Ma anche il segno, purtroppo, della intrinseca ed evidente debolezza politica del successore di Wojtyla.

Le dimissioni sono la conseguenza di un tormento interiore. E il precipitato del carattere. Umile, schivo, più avvezzo a chinarsi sui libri che a discutere degli affari di Stato o delle spinose questioni della cattolicità in trincea. Un combattente dell'anima, una luce che illumina la Parola (solo un grande teologo poteva trovare il coraggio di dimettersi), non un condottiero della fede. Così diverso dal suo predecessore, prorompente anche nella fisicità (ma quando salì al soglio aveva appena 58 anni), che decise di morire sul Calvario della malattia.

Le precarie condizioni di salute sono state una componente decisiva nell'accelerare le dimissioni. Certo. Gli impegni di un Pontefice sono massacranti. E oggi è impensabile un successore di Pietro che appaia in veste solenne solo qualche volta l'anno o mascheri in lontananza le proprie condizioni fisiche. Ma il senso di solitudine deve essere stato devastante. Il Papa si è sentito ed è stato lasciato solo.

Sofferente e piegato dall'età, ha compiuto un atto di perfetta coerenza con il suo pensiero e con le sue attitudini di studioso, un atto forse anticipato da quel pallio lasciato nel 2009 sulla tomba di Celestino V, ma certamente incoraggiato dalla insensibilità di una Curia che anziché confortarlo e sorreggerlo è apparsa, in diversi suoi esponenti, più impegnata in giochi di potere e lotte fratricide.

E Benedetto XVI, azzardiamo una interpretazione, non potendola rinnovare in profondità come avrebbe voluto, ha affidato il compito al proprio successore. La Chiesa popolare, che vive il Vangelo della quotidianità, e l'intera società sperano che la scelta del nuovo vicario di Cristo sia conseguente alla grandezza di un gesto profetico e rivoluzionario.

Ferruccio de Bortoli

12 febbraio 2013 | 7:41© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_febbraio_12/una-fragile-grandezza-de-bortoli_66b7362a-74dd-11e2-b332-8f62ddea2ca4.shtml
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« Risposta #33 inserito:: Marzo 03, 2013, 05:22:37 pm »

LA PARALISI E LE POSSIBILI SOLUZIONI

Una nazione allo specchio

Grande è la confusione sotto il cielo invernale del Paese. E irresistibile la tendenza a trasformare un dramma in farsa. L'ampiezza del fenomeno Grillo non era stata prevista. Anche da noi, ammettiamolo. Ma questo soccorso ai vincitori, che non esclude grandi imprenditori e raffinati intellettuali, e il tentativo disperato del Pd di rivalutarli, all'improvviso, come costole della sinistra, ha qualcosa di patetico, di surreale. Il modello Sicilia ( sic ), che ha associato il Movimento 5 Stelle all'incerta presidenza Crocetta, ha avuto per ora un solo risultato: l'opposizione al radar americano di Niscemi, gettando alle ortiche accordi internazionali. Inutile parlarne.
Nel programma dei cinquestelle vi sono anche alcuni passaggi condivisibili, per carità, ma nel suo insieme, se letto bene, è una straordinaria scorciatoia alla povertà. Alla decrescita infelice. E il consenso delle urne non attenua la pericolosità di alcune proposte, come la settimana lavorativa di 20 ore (chi paga?). Vanno però compresi e non sottovalutati il malessere e il disagio di un voto di massa, effetto della disoccupazione, della precarietà, della caduta dei redditi, dell'aumentata disuguaglianza sociale, della protervia dei partiti che votano sacrifici immediati (le pensioni e le tasse) e ritardano il contenimento dei propri abnormi costi. Ma in un Paese serio non si può restare appesi per settimane dopo il voto alle labbra di un capo politico (non c'è più nulla di comico) che se ne sta a casa sua o ai proclami millenaristi del suo guru, peraltro non votato da nessuno.

Un sistema politico normale, con partiti responsabili e istituzioni forti, ragiona sui fatti e sui numeri, non insegue goffamente i voti perduti, non corteggia l'avversario denigrato fino a poche ore prima. Fa i conti con la realtà. Amara, amarissima. Aggravata da una campagna elettorale scellerata in cui sono stati promessi sgravi fiscali per 160 miliardi, si è detto che lo spread (salito in questi giorni di 100 punti) non conta, si è dipinto un Paese che non c'è, immaginario, schiacciato da un'Europa matrigna, senza dire nulla di concreto su come tagliare le spese e aggredire il debito pubblico. Il sistema politico di una nazione che ha fondato l'Unione Europea, dotata ancora di un minimo di orgoglio - ed è questo il punto vero -, mette gli interessi generali davanti a tutto, prima dei destini personali di un leader, di una segreteria, del futuro di un partito, dell'identità e della purezza di una tradizione politica. Primum vivere .
Giorgio Napolitano ieri ha rivolto un appello al senso di responsabilità delle forze politiche. Necessario. Toccherà ancora una volta a lui dipanare un'incredibile matassa. Farà come sempre la scelta migliore e probabilmente affiderà un incarico esplorativo al leader Pd, il partito che ha ottenuto più voti, ma che non ha la maggioranza. Il tentativo di Bersani, così com'è attualmente descritto, è però destinato al fallimento, anche per le opposizioni interne al suo partito. L'idea di una curiosa alleanza con i cinquestelle, non sembra incontrare il favore del Quirinale.

E allora, che fare? Tornare subito al voto è impossibile, oltre che suicida. Napolitano non può più sciogliere le Camere. Il governissimo (Pd, Pdl e Scelta civica) viene considerato un insulto, anche se combacia con la «strana maggioranza» che ha sostenuto Monti. La fantasia delle formule politiche è illimitata, ma la sostanza, alla fine, non sarà molto dissimile dall'intesa che ha sostenuto l'attuale governo. Anzi, non è escluso che questo esecutivo possa essere chiamato a svolgere un tempo supplementare con programma limitato alla riforma elettorale, riforma che Napolitano aveva chiesto a gran voce prima del voto e che i partiti, nella loro testarda miopia, non hanno voluto fare.
Antonio Polito sul Corriere del primo marzo ha proposto un esecutivo, tecnico o politico, magari guidato da un giovane o da una donna, sostenuto anche indirettamente dalle principali forze politiche. Con un mandato circoscritto ad alcune riforme. Non più rinviabili anche per l'incalzare della sfida politica dei grillini che va raccolta sul piano dei programmi e non sull'asse delle alleanze. Michele Salvati, sul Corriere di ieri, ha sottolineato il fatto che in un quadro politico drammatico si apre comunque un'opportunità positiva, quella di riformare la nostra legge elettorale sul modello francese: uninominale e doppio turno (la proposta del Pd) e il presidenzialismo (voluto dal Pdl). Uno scambio virtuoso. Il Partito socialista francese ha ottenuto alle ultime presidenziali una percentuale pressoché uguale a quella del Pd, ma Hollande governa sicuro per cinque anni. E ancora ieri sul Corriere , Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, paladini della lotta contro gli sprechi e i privilegi della casta, hanno scritto che ormai non vi è più alcuna scusa, che bisogna dare un taglio netto ai costi della politica. Reale e non simbolico. Come si vede, parte del programma di un ipotetico governo, di minoranza, di scopo, del presidente, di responsabilità nazionale, chiamatelo come vi pare, è già scritto nel diario dell'emergenza italiana.

C'è un precedente che Napolitano probabilmente richiamerà nel corso delle sue consultazioni. Dopo le elezioni del giugno del 1976 la Democrazia cristiana prese il 38 per cento dei voti e il Partito comunista fu sconfitto con il 34. Ma Aldo Moro disse che i vincitori erano due. E, in una situazione di difficoltà economica paragonabile a quella attuale, i maggiori partiti si sedettero a un tavolo e trovarono un accordo che peraltro consentì nei due anni successivi un discreto aggiustamento dei nostri conti e l'abbassamento dell'inflazione. Preistoria, dirà qualcuno, e oggi non ci sono vincitori, a parte Grillo. Sì, ma nelle immagini ingiallite di quel compromesso storico, peraltro assai criticato come responsabile del consociativismo, vi era un senso della responsabilità nazionale che oggi, se non perduto, è largamente annacquato. Sia la Dc sia il Pci ne pagarono elettoralmente le conseguenze. Ma il Paese venne prima. Qualcuno poi ricorderà che in quegli anni fummo costretti a chiedere il sostegno del Fondo monetario e forse qualcosa di analogo potrebbe accadere nei prossimi mesi se dovremo firmare un programma di aiuti per abbassare il costo del rifinanziamento del nostro debito. Questa ipotesi è rimasta sotto traccia nel corso della campagna elettorale. Ma riemergerà prepotentemente nelle prossime settimane. Un eventuale esecutivo di qualsiasi natura dovrebbe preoccuparsi di inquadrare scelte economiche urgenti a favore di famiglie e imprese per stimolare i consumi e la crescita in una sorta di protocollo europeo.

L'ultimo paradosso di questa sciagurata congiuntura italiana, incomprensibile agli occhi degli stranieri, è che le tasse, in virtù dei provvedimenti decisi dagli ultimi due governi, continueranno a crescere. In automatico. La pressione fiscale era nel 2012 al 44 per cento. Salirà ancora. Qualcuno, sui mercati, nel perdurante cinismo anti italiano, è convinto che non avere un governo, in un Paese apparentemente ingovernabile, sia la migliore delle ipotesi. L'aggiustamento di bilancio sarebbe assicurato. Morti, feriti, aziende che chiudono, posti che saltano non contano agli occhi di chi guarda soltanto ai tassi d'interesse. Ai nostri ovviamente sì. Un'altra ragione, tra le tante, per avere presto un esecutivo, di qualsiasi genere, con un programma preciso, in un periodo di tregua, che risponda alla legittima domanda del voto con poche riforme, vere e coraggiose.

Ferruccio de Bortoli

3 marzo 2013 | 8:26© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_marzo_03/una-nazione-allo-specchio-ferruccio-de-bortoli_56aaca44-83c4-11e2-9582-bc92fde137a8.shtml
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« Risposta #34 inserito:: Marzo 10, 2013, 11:21:25 am »

NAPOLITANO RESTI, ALMENO PER UN PO'

Il futuro presidente

di  FERRUCCIO DE BORTOLI


Nei prossimi giorni assisteremo, con emozione, alla fumata bianca dell'elezione del Papa, ma continueremo a essere tristemente avvolti nelle nuvole nere della politica italiana. Le tenui speranze di una soluzione sono tutte nelle mani del capo dello Stato, i cui poteri però si stanno di fatto lentamente esaurendo. Il 15 aprile la Costituzione prescrive che Camera e Senato si riuniscano in seduta comune, con i delegati regionali, per scegliere il successore di Napolitano il cui mandato scade il 15 maggio.

Il calendario è fitto di decisioni ravvicinate e sovrapposte che riguardano, dal 15 marzo, anche le presidenze di Montecitorio e di Palazzo Madama oltre all'incarico per la formazione del nuovo governo. Avremo nuovi presidenti, certamente autorevoli, ma in un quadro politico così incerto e fragile non è escluso che il loro prestigio e la loro credibilità possano essere messi a dura prova. La presidenza della Repubblica, che rappresenta l'unità nazionale ed è il più alto ruolo di garanzia costituzionale, non può essere esposta a un simile rischio e va sottratta ai prevedibili effetti di un grande gioco d'incastro fra candidature e veti. Il mandato del presidente, non a caso, è di sette anni, durata che i costituenti scelsero per non far coincidere, nel limite del possibile, il rinnovo del Quirinale con quello delle Camere.

L'idea non piace all'interessato, ma la saggezza e il buon senso, merci ormai rarissime, dovrebbero consigliare ai partiti di rieleggere il 15 aprile Giorgio Napolitano. La prassi non va in questa direzione, ma la Costituzione non lo vieta e quando esclude una rielezione lo dice. Di necessità virtù. La precaria, per non dire peggio, situazione del Paese ha maledettamente bisogno di un punto fermo, un riferimento certo, un simbolo della sua unità. Rispettato da tutti. E un voto largamente maggioritario, se non quasi plebiscitario a favore dell'attuale inquilino del Quirinale, avrebbe uno straordinario significato, quasi uno scatto d'orgoglio nazionale, in particolare agli occhi degli osservatori stranieri che descrivono il disfacimento delle nostre istituzioni ed esprimono una inaccettabile sfiducia. Anche gli eletti di Grillo potrebbero valutare con favore un'opportunità del genere, sperimentando che la democrazia è dialogo, confronto e accordo. Dimostreremmo così tutti insieme di vivere sì una complicata ed eccezionale congiuntura politica, come quella di altri Paesi, ma di non avere dubbi sui nostri legami costituzionali e civili, sui valori di fondo della nostra italianità.

Napolitano, il cui prestigio internazionale è elevatissimo, potrebbe così concludere il suo tentativo di dare un governo al Paese, nella pienezza dei poteri, anche di quello di scioglimento delle Camere. Un nuovo capo dello Stato che, appena eletto, mandasse a casa il Parlamento che lo ha votato apparirebbe presto delegittimato, l'uscente no. Certo, l'età di Napolitano è avanzata (87 anni). Un mandato a tempo non è possibile. Sarà il presidente rieletto a decidere, quando verrà il momento, anche dopo pochi mesi, di dimettersi lasciando a parlamentari e delegati l'onere di una scelta autorevole - e più giovane - ma soprattutto non condizionata da altri convulsi passaggi istituzionali.

10 marzo 2013 | 9:31

DA - http://www.corriere.it/editoriali/13_marzo_10/futuro-presidente-de-bortoli_7b8ffb7e-8944-11e2-9abc-68ed907a89d3.shtml
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« Risposta #35 inserito:: Luglio 24, 2013, 10:57:52 am »

LA LETTERA DELLA BCE È DEL 5 AGOSTO 2011

Un delicato anniversario

Ferruccio de Bortoli

A quasi cento giorni dal suo insediamento, il governo Letta è tanto fragile quanto necessario. L'assenza di un'alternativa non lo autorizza a coltivare l'arte del rinvio, lo obbliga a un sano pragmatismo. Le necessità di famiglie e imprese, il lavoro dei giovani, i timidi segnali di ripresa da non soffocare dovrebbero essere le sole priorità. La strada imboccata è giusta, ci vorrebbe un po' di coraggio nel tagliare le spese per abbassare le tasse, come hanno scritto sul Corriere Alesina e Giavazzi. Una strategia per ridurre il debito, al record storico del 130%, è urgente. Di cessioni pubbliche non si parla, nemmeno di quell'1% annuale del Pil, come promesso nell'era Monti. A proposito del leader di Scelta civica: le troppe critiche offuscano i non pochi meriti. L'Italia, grazie al suo governo, ha evitato la catastrofe alla fine del 2011. L'episodio è inedito ma, nelle ore più drammatiche di quel tardo autunno, un decreto di chiusura dei mercati finanziari era già stato scritto d'intesa con la Banca d'Italia. Quel decreto rimase in cassaforte - e speriamo che vi resti per sempre -, ma vi fu un momento nel quale temevamo di non poter più collocare sul mercato titoli del debito pubblico.

Nei prossimi giorni si parlerà molto di una sentenza della Cassazione e di un anniversario. Non il 25 luglio del '43 ma, più modestamente, del 5 agosto del 2011, quando il governo Berlusconi ricevette la contestata lettera della Banca centrale europea, allora a guida Trichet, controfirmata da Draghi, ancora Governatore. Il Cavaliere considera quella missiva, che conteneva una serie di impegni immediati, alla stregua di un golpe europeo. In realtà il governo, dopo il vertice di Cannes, nel quale si prese l'impegno del pareggio di bilancio, non stava più in piedi. La lettera della Bce rappresentò un ultimo atto di fiducia, preceduto da acquisti di titoli italiani per 160 miliardi. L'enfasi era sulle riforme per la crescita. Che, a parte le pensioni, sono ancora oggi da fare. La situazione precipitò poi in novembre favorendo il traumatico cambio a Palazzo Chigi.

Oggi, per fortuna, il Paese è uscito da una procedura europea di deficit eccessivo. È tornato tra i membri virtuosi. E lo è molto di più di altri, la Francia per esempio. Ma non può assolutamente rivelarsi, ancora una volta, né instabile né inaffidabile. Deve proseguire lungo il sentiero della crescita e della creazione di lavoro. L'ultimo declassamento di Standard & Poor's è una coda velenosa del caos successivo alle elezioni di febbraio. Quella bocciatura era già stata decisa in primavera e poi rinviata dopo la rielezione di Napolitano.

Ora è giusto criticare le agenzie di rating. Sbagliano, sono preda di pregiudizi. Ma ancora due piccoli gradini in giù nel voto sull'affidabilità del debito e, con la perdita del cosiddetto investment grade , molti investitori internazionali sarebbero costretti, per regole interne, a liberarsi delle attività italiane. E un serio imbarazzo lo avrebbe anche la Bce di Draghi, che non potrebbe più accettare come collaterali titoli italiani nel finanziamento del sistema bancario. Ne farebbero le spese le famiglie e le imprese proprio nel momento in cui qualche segnale di ripresa è visibile. L'anniversario del 5 agosto, che coincide con i cento giorni di Letta, dovrebbe far riflettere governo e forze politiche sull'estrema fragilità di un Paese dalla memoria corta, che mostra ogni giorno al mondo un volto litigioso e inconcludente, così diverso dalla sua pur inquieta laboriosità.

24 luglio 2013 | 7:35
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da - http://www.corriere.it/editoriali/13_luglio_24/un-delicato-anniversario-de-bortoli_8ed8ba30-f420-11e2-8a89-08318b7460ce.shtml
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« Risposta #36 inserito:: Agosto 04, 2013, 08:24:22 am »

IL BARATRO ISTITUZIONALE DA SCONGIURARE

Prima di tutto viene il Paese

Confidavamo ieri, commentando la sentenza della Cassazione, che prevalesse il senso di responsabilità. Constatiamo che l'emotività ha preso il sopravvento. Il governo Letta rischia di essere travolto. E il Paese trascinato in un buio baratro istituzionale. Non deve e non può accadere. L'Italia ha un drammatico bisogno di curare i propri mali, di non trasmettere al mondo l'immagine di un veliero alla deriva, ammorbato da una pestilenziale sovrapposizione dei poteri e piegato da una ventennale guerra civile. Proprio nel momento in cui affiorano segnali di ripresa - e famiglie e imprese possono coltivare qualche modesto motivo di fiducia - una crisi avrebbe un costo spropositato e ingiusto.

L'amarezza del Pdl è comprensibile, la polemica anche dura nei confronti della magistratura fa parte della più aspra dialettica politica. Lo stato d'animo di Berlusconi, al quale va riconosciuto di essersi comportato da leale sostenitore delle larghe intese, è umanamente giustificato. Ma le sentenze vanno rispettate. A maggior ragione da parte di un uomo politico di esperienza, con la sua storia, pur contestata, con la sua lunga permanenza al governo. Uno Stato di diritto si regge sulla separazione dei poteri e sul principio costituzionale di uguaglianza, anche e soprattutto di fronte alla legge. La saggezza dovrebbe consigliargli di accettarne le conseguenze, seppur ritenute ingiuste. Di dimettersi da senatore prima della presa d'atto dell'Aula.


Nessuno gli nega la libertà di condurre la propria battaglia politica anche al di fuori del Parlamento e di riproporsi, con la rinascita di Forza Italia, come leader di una coalizione ai suoi elettori, ritrovando il consenso, assai largo, che ha sempre avuto. Subordinare, fin da subito, la tenuta del governo a una riforma della giustizia, indispensabile ma possibile solo lungo il difficile cammino aperto dalle pur fragili larghe intese e dal lavoro già compiuto dai saggi, appare un gesto di stizza politica, una reazione di impulso, più che una mossa meditata e consapevole come ci si aspetterebbe da un ex presidente del Consiglio e da una forza di governo. La pretesa di ottenere una grazia, la cui concessione spetta esclusivamente al capo dello Stato ed è rigidamente regolata per legge, assomiglia a un moto irrituale e scomposto, a una pressione indebita, inutile nella sostanza, pericolosa nella forma, che darebbe al mondo la spiacevole impressione che atti meditati - e per loro natura decisi a mente fredda e lontano dagli eventi (altrimenti suonerebbero come una delegittimazione della magistratura) - siano possibili con uno sfondamento quirinalizio di porte.


Il senso di responsabilità di accettare una sentenza, anche se ritenuta l'epilogo di un accanimento giudiziario, ma ormai definitiva ed esecutiva, senza trascinare nella propria vicenda individuale il governo e il Paese, darebbe a Berlusconi e al centrodestra ancora più argomenti per richiedere consenso e approvazione da parte dei propri elettori. Ma il voto anticipato, come conseguenza di un giudizio personale, farebbe pagare al Paese intero pene accessorie tanto gravi quanto insopportabili e ingiuste. Con questa pessima legge elettorale non risolverebbe nulla. Il vincitore, ammesso che vi sia, nel febbraio scorso non vi è stato, governerebbe tra le macerie e in una emergenza ancora più grave di quella attuale che non consentirebbe alcuna riforma, tantomeno della giustizia.

3 agosto 2013 | 7:16
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Ferruccio de Bortoli

DA - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_03/prima-di-tutto-paese-de-bortoli_8556ccf8-fbfb-11e2-a7f2-259c2a3938e8.shtml
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« Risposta #37 inserito:: Dicembre 05, 2013, 11:48:35 pm »

10 anni fa la scomparsa del presidente di Mediobanca Cingano, il potere forte del mercante e della storia

Un’idea di finanza fuori dalla politica e nella società


La professione del banchiere non gode di grande credito popolare. Accadeva così anche negli anni in cui Francesco Cingano, di cui ricorre il decennale della morte a ottant’anni, fu prima alla guida della Banca Commerciale (Comit) e poi alla presidenza di Mediobanca. Però, diciamo subito che per Cingano, come per Raffaele Mattioli, quello del banchiere era soprattutto un mestiere, non una professione. Non disdegnava l’uso del sostantivo mercante nel senso di colui «che vive, prospera e decade nel mercato», ne respira l’aria, conosce chi investe e chi consuma, è parte della società e non la guarda dall’alto con disprezzo verso ciò che è materiale, costa fatica e sudore. «L’attività del banchiere - scriveva nel 1978 - è l’arte del decidere. E per decidere bisogna conoscere, capire, ottenere la fiducia del cliente, dell’imprenditore».

Alla Commerciale, il giovane Cingano era stato assunto nel 1946, ancora prima di laurearsi, in una banca che fondeva la cultura umanistica alle conoscenze tecniche, e aveva ricoperto tutti i gradini della carriera, dall’impiegato allo sportello alla carica di amministratore delegato. Si era presentato alla sede Comit di Padova su suggerimento, non su raccomandazione, di Bruno Visentini. E prima di conoscere Mattioli, le cui qualità di «protettore delle arti» erano note, aveva avuto un capo che non si era perso in una trading room prigioniero di qualche astruso algoritmo, ma scriveva commedie traendo spunto dalla realtà che osservava ogni giorno. Per Mattioli il credito era un «impalpabile manufatto», qualcosa di materiale, che si potesse toccare con mano, fortemente connesso con la realtà, con le aspirazioni e le necessità dei soggetti di un’economia. Non un’entità dispersa nell’etere della finanza, un’espressione matematica nella cui complessità si perdesse la percezione del rischio e della responsabilità.

Una buona cultura umanistica, la padronanza dei processi, un’etica della funzione erano qualità indispensabili per trasformare i capitali in progresso, i numeri in progetti, le risorse in civiltà. Non è un caso che a Cingano piacesse lo scritto giovanile di Einaudi dal titolo appunto Un Principe mercante , nel quale il futuro presidente della Repubblica ed editorialista del Corriere , elogiava la figura e la moralità di un industriale italiano che aveva cercato fortuna in Sud America, sul finire dell’Ottocento, rinunciando alle comodità del possidente lombardo e del tagliacedole in poltrona. Cingano era un laico colto, di nobili principi, di bonaria severità, rappresentante di una borghesia veneta educata allo studio e alla sobrietà. Faceva parte di una classe dirigente non elitaria, con un’idea ancora risorgimentale del Paese, un sacro rispetto delle istituzioni, così faticosamente ricostruite dopo la guerra e la Resistenza, con il culto dell’indipendenza e della separatezza dei ruoli. Una classe dirigente non priva di colpe, non esente da errori e da compromessi, ma che mantenne sempre uno stile e una compostezza nei costumi che oggi sono rari.

Ci sembravano, a noi giovani cronisti dell’economia, grigi e poco coraggiosi, persino insopportabili in quell’ossessione per la riservatezza, in quell’understatement lombardo poco incline al sorriso, di nessuna gestualità, e quindi all’apparenza arido. Ma oggi, forse, li dobbiamo rivalutare alla luce dei troppi errori commessi dalle generazioni successive. Sapevano resistere, per quanto fu possibile, all’invadenza della politica, che pure avevano in casa - la Comit apparteneva all’Iri e Mediobanca era un centauro con l’azionista pubblico - e al germe delle appartenenze occulte. Gli «stranieri» come Gaetano Stammati, chiamiamolo così, furono avvolti con cortesia nella struttura bancaria che mostrava, per l’occasione, una sorprendente capacità di flettersi senza piegarsi, peraltro mostrata negli anni del Fascismo. Non erano settari, non avevano bisogno di cercarsi padrini politici. Erano poteri forti della loro storia e della loro competenza e non dell’arroganza del ruolo. Sostenevano capitalisti senza capitali, e qualche volta senza dignità, ma non anteponevano mai loro stessi alle istituzioni che rappresentavano. La contabilità fra meriti e colpe restava in attivo.

Con Cingano, sia alla Comit sia in Mediobanca, le occasioni d’incontro furono numerose e l’arco delle discussioni amplissimo. Vi era innanzitutto una preoccupazione di fondo che emerse, in analisi lucide, prima dell’avvio del Mercato unico europeo. E cioè che il nostro gracile capitalismo non fosse preparato né alla sfida dell’abbattimento delle barriere né a quello della moneta unica. Salvo rare eccezioni. Per ragioni culturali, relative all’antropologia dell’imprenditore italiano, prima ancora che per la sua debolezza patrimoniale. Sul ruolo protettivo di Mediobanca non vi era, da parte di Cingano, nessuna critica diretta - sarebbe apparsa imperdonabile e incomprensibile all’interlocutore -, ma soltanto la previsione non errata che, una volta in mare aperto, quel reticolo familiare e provinciale di intrecci e relazioni sarebbe stato travolto da competitori più grandi e geneticamente più agguerriti. Lo stesso Cingano ricordava, rievocando la figura del Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, di aver discusso a lungo con Enrico Cuccia dello scarso coraggio degli imprenditori italiani che avrebbero potuto tranquillamente ricomprarsi dall’Iri, negli anni Trenta, quote di aziende industriali a prezzi favorevoli, ma che, invece, non lo fecero.

Si parlò spesse volte dell’ascesa di Berlusconi, che non amava non tanto per le idee quanto per il modo con il quale le perseguiva, rivelatore dei veri obiettivi e dei conflitti d’interesse. Mediobanca può aver avuto molte colpe, ma non quella di aver favorito l’ascesa del Cavaliere. Cingano considerava l’istituto di via Filodrammatici un modello di coerenza nell’esercizio del credito. L’amarezza per quanti, anche tra le persone a lui vicine, avevano ceduto al fascino novista della stagione che si apriva in politica dopo le inchieste di Mani Pulite, era a volte incontenibile. Certo, Cingano era un uomo della Prima Repubblica e faticava a comprendere i fenomeni eruttivi della Seconda, coltivava il sogno dell’incontro fra i diversi riformismi di una società plurale, senza steccati ideologici. Che il suo mondo non aveva. La Resistenza, infatti, li aveva fatti convivere tutti: cattolici, azionisti, socialisti, comunisti. E uno dei suoi storici protagonisti, Leo Valiani - senatore a vita e collaboratore del Corriere - conservò fino alla morte un ufficio alla Comit.

L’amicizia con Valiani fu intensa e vera e cementò in Cingano l’idea di stemperare le ideologie educando alle regole di una società liberale aperta e moderna. Mattioli, si ricorderà, in una celebre lettera del 1947 a Togliatti, sostenne che «la sana finanza» non rispondeva a un interesse reazionario, ma all’interesse nazionale e doveva stare a cuore anche alla classe operaia. Cingano scrisse nel 1984, alla morte di Berlinguer (cugino di Sergio Siglienti, suo successore al vertice della Comit) che lo univa al segretario del Partito comunista, il rifiuto di una società dello spreco «intesa come distruzione di risorse che incide su tanti aspetti della vita italiana, sia nella neghittosa sfera dell’amministrazione pubblica sia in alcune volgarità del privato». In queste frasi è racchiusa gran parte dell’etica pubblica e privata di un grande banchiere, italiano e non di sistema, che non sopportava il declino del senso dello Stato, l’affermazione, gonfia di applausi di circostanza, di individualismi e spinte corporative. Temeva il degrado estetico del suo Paese (fu, lo ricordiamo, tra i fondatori del Fai, il Fondo italiano per l’ambiente). Considerava il sostegno della cultura (per esempio l’impegno nell’Istituto italiano per gli studi storici, voluto da Mattioli e da Benedetto Croce o il proseguimento della collezione di arte contemporanea della Comit), un dovere civico: non un vezzo da ostentare o la dimostrazione di uno status raggiunto. L’impegno per la cultura e l’ambiente era una priorità morale.

Cingano visse l’era delle restrizioni al credito, dai massimali alle riserve obbligatorie, con il malessere di chi era convinto che avrebbero comportato, anche dopo la rimozione dei vincoli, una mutazione antropologica dei soggetti dell’economia. Un appiattimento dei profili professionali negli istituti di credito. Le forti esigenze di finanziamento del debito pubblico distoglievano il risparmio privato dagli impieghi produttivi, contraddicevano l’articolo 81 della Costituzione, ma soprattutto il buon senso. Ed erano una pessima lezione di educazione civica, perché il risparmio degli italiani finanziava i difetti del Paese, non le virtù.

Ho ritrovato, in uno scritto di Fulvio Coltorti, alcune delle osservazioni che Cingano mi fece nel corso dei nostri incontri sul tema assai controverso della banca mista. Che temeva. Era convinto che nel Paese dei conflitti d’interesse, la divisione dei compiti fosse garanzia di rigore e onestà. E non si sbagliava. Guardava con sospetto l’intreccio fra banca e industria nel quale proiettava quella diffidenza culturale sull’imprenditoria italiana attratta più dalle posizioni di rendita che dalle sfide del profitto. Fu un banchiere attento alla redditività. Sosteneva che di troppo patrimonio non era fallita mai una banca. Gli stress test della Banca centrale europea non gli avrebbero fatto paura; lo inquietava, invece, la grande corsa alle dimensioni degli istituti, nella quale intravvedeva invincibili personalismi. Una corsa che gli produsse molte amarezze: il fallimento dei tentativi di Comit di rilevare Cariplo poi finita in Intesa.

E la sparizione della Commerciale, la banca che - secondo lui - non si lascia mai, per nessun motivo. Avrebbe voluto mettere insieme Mediobanca, Comit e Credit, ma restò un progetto sulla carta. Uno dei tanti. Perché le scelte del regolatore, quella Banca d’Italia al cui Governatorato fu anche tra i possibili candidati, avevano preso altri indirizzi. Anche la storia aveva preso nel frattempo altre strade. Ma Cingano non era, per educazione e carattere, il tipo da imboccare sentieri poco conosciuti lungo i quali si sarebbe sentito a disagio.
04 dicembre 2013
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Ferruccio De Bortoli

DA - http://www.corriere.it/economia/13_dicembre_04/cingano-potere-forte-mercante-storia-5f7bc97e-5d13-11e3-a319-5493e7b80f59.shtml
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« Risposta #38 inserito:: Gennaio 03, 2014, 04:18:21 pm »

Paladini del riscatto italiano, non siete soli

«Passioni per il 2014», un numero speciale per l’edizione digitale del «Corriere della Sera»

La prima pagina dell’edizione speciale del «Corriere della Sera»La prima pagina dell’edizione speciale del «Corriere della Sera»L’augurio che tutti possiamo fare al nostro Paese e a noi stessi è un anno di serenità costruttiva. Questo numero speciale della digital edition del Corriere della Sera (scaricabile da qui) è dedicato agli italiani che non si arrendono. Producono e innovano con passione. Coltivano la fantasia del bene, sorprendente e contagiosa. Sono i paladini di un riscatto nazionale. E noi crediamo che non siano soli. Sono in tanti a pensarla allo stesso modo, a lavorare e studiare in silenzio con sacrificio e determinazione. Ed è per questa ragione che il capitale sociale del nostro Paese è così elevato, persino invidiato per ricchezza e solidità.

Purtroppo il loro esempio è spesso sovrastato e coperto dai mali storici italiani. Noi speriamo, con questa edizione speciale, che prevede la destinazione di 50 centesimi per ogni download a iniziative solidali, di dare un contributo positivo alla costruzione di un clima sociale di fiducia indispensabile per restituire slancio e fervore a una società smarrita che ha perso la consapevolezza del suo ruolo e dei suoi valori. Ma può ritrovarla. Leggendo queste pagine si può dire. Ci vuole poco, uno scatto d’orgoglio e di reni. Come abbiamo fatto in momenti peggiori della nostra storia, quando non vi era nemmeno la certezza del cibo che avremmo avuto l’indomani.

01 gennaio 2014
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ferruccio de Bortoli

Da - http://www.corriere.it/cronache/14_gennaio_01/paladini-riscatto-italiano-non-siete-soli-d82fed98-72b0-11e3-8a07-2fa06409426d.shtml
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« Risposta #39 inserito:: Maggio 31, 2014, 10:27:04 pm »

Crescita fragile, la svolta di Visco
Chi non investe e chi non sente

Di FERRUCCIO DE BORTOLI

L’economia non è una scienza esatta, forse sarà triste, di certo si nutre di paradossi. Carli e Ciampi mai avrebbero pensato che un giorno un loro successore alla guida della Banca d’Italia avrebbe temuto l’eccessiva discesa dei prezzi e la rivalutazione della moneta. Nel secolo scorso l’incubo quotidiano era l’inflazione che distruggeva risparmi e potere d’acquisto. Oggi il suo opposto, un fenomeno persino peggiore, sintomo di sfiducia. Non si consuma, non si investe. L’occupazione crolla. Dalla febbre all’ipotermia. La lira si deprezzava di continuo, impoverendoci. L’euro è troppo forte e danneggia le esportazioni.

Visco è un Governatore preparato e schivo. Non tende a sovrapporsi ad altri ruoli, non vuole esercitare alcuna supplenza. È conscio del cambiamento avvenuto con il trasferimento di alcuni poteri - fra un po’ anche parte della vigilanza bancaria - a Francoforte, ma rivendica con orgoglio la centralità e il prestigio della propria istituzione. Sbagliato pensare, come si faceva un tempo, che in Via Nazionale risieda un oracolo, dispensatore di moniti e richiami, per alcuni persino infallibile; giusto ritenere che vi sia ancora un centro d’eccellenza, la miglior fucina di una classe dirigente seria e preparata, assai apprezzata all’estero. Un’istituzione di garanzia e di indipendenza. Visco parlava ieri alla solita platea di persone che lo applaudono più per ritualità che per convinzione. Inutile però negare che l’attenzione di tutti sia rivolta alle decisioni che prenderà, fra qualche giorno, a Francoforte, il suo predecessore. Che cosa farà Draghi? Ridurrà ancora i tassi, ormai al lumicino? O varerà anche un programma ambizioso di acquisti di titoli pubblici e privati a sostegno della ripresa che stenta in Europa e ancora di più in Italia?
La relazione di Visco è stata asciutta e onesta, d’impronta sociale, solidaristica, diremmo keynesiana, più attenta al sostegno di redditi, consumi, investimenti e occupazione che al rigore dei conti e al pareggio di bilancio. Come se il Governatore volesse dire a tutti, e in particolare alle classi dirigenti europee, guardiamo più le facce angosciate dei cittadini, non la fredda verità dei numeri. Ascoltiamo le ragioni e valutiamo i sentimenti di famiglie e imprese e stacchiamo gli occhi, almeno per un attimo, dalle logiche aride dei grafici.

Non è una svolta da poco, soprattutto per un banchiere centrale: dovrebbe indurre molti (anche noi per essere sinceri) a riflettere sui troppi conformismi di un’analisi economica e politica che coltiva inossidabili filoni di pensiero salvo poi cambiare bruscamente rotta, incerta tra rigore e crescita, fra mercato e Stato. La ripresa, dopo sette anni di crisi che hanno ridotto di un decimo i redditi delle famiglie e di un quarto l’attività industriale, c’è. Ma è fragilissima. Le esportazioni sono tornate ai livelli del 2007; gli investimenti, tuttavia, sono crollati del 26 per cento e, in rapporto al Pil, sono al livello più basso del dopoguerra. I guadagni di produttività sono essenziali ma serviranno a poco se non si tradurranno in un aumento della domanda e soprattutto in un recupero dell’occupazione. Tra il 2007 e oggi si è perduto un milione di posti di lavoro. La ripresa degli investimenti ha bisogno di un contesto di riforme credibili, non di promesse e annunci, di un generale clima di fiducia, rispetto delle regole e maggiore legalità. «Il credito complessivo all’economia italiana è in calo», ammette Visco, soprattutto per le piccole e medie imprese. Ma non aggiunge il Governatore che ciò non avviene in tutte le altre economie europee. Spagna compresa. Madrid, di fronte al disastro del proprio sistema bancario, chiese l’aiuto europeo e lo ottenne anche grazie ai nostri soldi. Oggi dà forte ossigeno alle proprie imprese, ci ha risorpassato nella riduzione degli spread (166 il nostro e 155 il loro) e la sua economia crescerà, a fine anno, a un ritmo triplo del nostro. Dovevamo fare anche noi la stessa cosa ai tempi del governo Monti? Forse sì. Le banche sono nuovamente strigliate. A ragione. Anche se quelle che non sono state gestite secondo criteri di altra natura (e la vigilanza non le ha fermate per tempo) hanno resistito alla crisi senza pesare sugli aiuti pubblici (nel caso del Monte Paschi lo Stato finirà per guadagnarci pure). Alla fine, però, ci hanno rimesso soprattutto le piccole e medie imprese, l’ossatura portante dell’economia italiana.

Anche gli imprenditori, nell’analisi di Visco, non sono privi di responsabilità. Accanto a tanti esempi positivi, straordinari, è mancato «un profondo rinnovamento del modo di produrre di fronte alla rivoluzione digitale». Molti sono prigionieri di strutture familiari che impediscono la crescita dimensionale. Sono sottocapitalizzati e anche per questa ragione hanno poco credito. La Banca d’Italia calcola che ci vorrebbero 200 miliardi di mezzi propri e una pari riduzione dei debiti per raggiungere condizioni patrimoniali a livello europeo. Una condizione irrinunciabile per la ripresa degli investimenti, soprattutto dall’estero, riguarda la legalità e il rispetto delle regole. La corruzione, come la criminalità e l’evasione fiscale, dice il Governatore, uccide la crescita, mortifica i tanti operatori onesti distorcendo le dinamiche di mercato, indebolisce e rende inefficiente la pubblica amministrazione. Anche per quest’ultima ragione alcune riforme rimangono tristemente lettera morta (metà di quelle varate tra il 2011 e oggi è ancora priva di decreti attuativi). Il deficit di etica pubblica e privata non compare in nessuna statistica ufficiale, purtroppo.

In attesa di conoscere che cosa deciderà la Banca centrale europea, al cui sistema quella italiana partecipa svolgendo compiti assai delicati (l’area unica dei pagamenti Sepa, per esempio, è di competenza di Via Nazionale e della Bundesbank), coltiviamo per un attimo l’illusione che le parole di Visco non cadano come tradizione nel vuoto. E che non scivolino come pulviscolo sulle grisaglie del suo pubblico abituale di plaudenti, molti dei quali fermamente convinti che i destinatari dei suoi messaggi siano solo i vicini di sedia, dei quali peraltro si affrettano a professarsi pubblicamente in rapporti di stretta amicizia. Non si cresce anche per la troppa ipocrisia.

31 maggio 2014 | 07:53
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_maggio_31/chi-non-investe-chi-non-sente-83faae74-e886-11e3-8609-4be902cb54ea.shtml
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« Risposta #40 inserito:: Settembre 24, 2014, 06:35:06 pm »

Renzi tema soprattutto se stesso
Il nemico allo specchio

Di FERRUCCIO DE BORTOLI 224

Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere. Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso. Una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader. Quella del presidente del Consiglio è ipertrofica. Ora, avendo un uomo solo al comando del Paese (e del principale partito), senza veri rivali, la cosa non è irrilevante.

Renzi ha energia leonina, tuttavia non può pensare di far tutto da solo. La sua squadra di governo è in qualche caso di una debolezza disarmante. Si faranno, si dice. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier. La competenza appare un criterio secondario. L’esperienza un intralcio, non una necessità. Persino il ruolo del ministro dell’Economia, l’ottimo Padoan, è svilito dai troppi consulenti di Palazzo Chigi. Il dissenso (Delrio?) è guardato con sospetto. L’irruenza può essere una virtù, scuote la palude, ma non sempre è preferibile alla saggezza negoziale. La muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan. Un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto. Circondarsi di forze giovanili è un grande merito. Lo è meno se la fedeltà (diversa dalla lealtà) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier. E se addirittura a prevalere è la toscanità, il dubbio è fondato.

L’oratoria del premier è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa. Il marketing della politica se è sostanza è utile, se è solo cosmesi è dannoso. In Europa, meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti. Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere. E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi. Un consiglio: quando si specchia al mattino, indossando una camicia bianca, pensi che dietro di lui c’è un Paese che non vuol rischiare di alzare nessuna bandiera straniera (leggi troika). E tantomeno quella bianca. Buon lavoro, di squadra.

24 settembre 2014 | 07:41
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_24/nemico-specchio-f3e6ce3e-43a8-11e4-bbc2-282fa2f68a02.shtml
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« Risposta #41 inserito:: Maggio 16, 2015, 04:08:25 pm »

Ferruccio De Bortoli intervista a il Fatto: "Il partito della nazione è il trionfo del trasformismo italiano"

L'Huffington Post
Pubblicato: 12/05/2015 08:59 CEST Aggiornato: 2 ore fa

Una lunga intervista da ex direttore. La prima dopo l'editoriale di addio che ancora oggi continua a fare rumore (ricordate il "Renzi maleducato di talento"). È un Ferruccio De Bortoli a tutto campo quello che Silvia Triuzzi intervista per il giornale diretto da Marco Travaglio. Parla di giornalismo, di politica, di etica, di poteri forti, di scelte giuste e scelte sbagliate, di cambio generazionale necessario a tutti i livelli. Di Berlusconi e Renzi, del suo Corsera e del Corsera che sarà. Di futuro e soprattutto di presente, a cominciare dalla politica: temi caldi? L'approvazione della nuova legge elettorale (l’Italicum) e le continue discussioni sul partito della Nazione tanto caro al premier Renzi.

De Bortoli su questo è molto chiaro

    L'effetto collaterale dell'Italicum sarà di aumentare l'astensionismo: se l'offerta politica si riduce a un partito della Nazione, e ad alcuni residuali cespugli, che non hanno la minima attrattività perché sono perdenti nati...È avvenuto un cambio sostanziale nella forma di governo, siamo passati a un premierato forte: un passaggio che si è concretizzato con leggerezza consapevole. L'Italia, democrazia immatura, ama l'uomo forte

Uomo forte che, gioco forza, in questo momento è rappresentato da Matteo Renzi con cui l'ex direttore del Corriere della Sera non ha avuto rapporti idilliaci. Le critiche passate non sono piaciute al premier che, secondo De Bortoli, molto ha cambiato nella sua gestione del potere in questi mesi di premierato

La novità Renzi è stata salutata, anche da me, come una novità positiva: ha portato la sfida della modernità all'interno di un partito ancorato a vecchi schemi ideologici. Dopodiché, a me pare che abbia mutuato dalla controparte molti dei modi con cui gestisce il potere. La sua è una concezione autoritaria di occupazione delle istituzioni

Una lunga intervista, si diceva. Nella quale l'ex direttore si racconta e racconta la sua idea di giornalismo

La malattia senile del giornalismo si manifesta quando accade qualcosa e tu pensi di sapere già come andrà a finire. Invece ti devi stupire, sempre. Quando giudichi dall'alto, con la giacca e la cravatta, come faccio io, sei superficiale, superbo. E alla fine fai male il tuo mestiere

Da - http://www.huffingtonpost.it/2015/05/12/ferruccio-de-bortoli-intervista-il-fatto_n_7262688.html
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« Risposta #42 inserito:: Agosto 09, 2016, 06:23:49 pm »

La necessaria riforma dei partiti

Di Ferruccio de Bortoli

C’è una riforma che sarebbe opportuno che il Parlamento, dopo le vacanze, approvasse bene e in fretta. Prima del referendum. È quella che riguarda i partiti, la democrazia interna, la trasparenza sui finanziamenti. Curiosamente, ma non troppo, è stata messa un po’ da parte. A molti non piace. La subiscono più che promuoverla. Eppure è quantomai indispensabile. Per diverse ragioni. La prima di coerenza. In novembre saremo chiamati a votare sulla riforma costituzionale. Sono 47 gli articoli in discussione. Ma ce n’è uno che non è stato ancora attuato dal 1948. È l’articolo 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». I partiti che chiedono un voto sulle nuove regole delle istituzioni sarebbero più credibili se mettessero mano, senza indugi o ambiguità, alle proprie norme interne.

La seconda ragione è legata alla legge elettorale. Se l’Italicum verrà rivisto e si ritornerà a un sistema a collegi uninominali, una legge sulla trasparenza delle scelte è ancora più necessaria. Lo sarebbe in ogni caso. Se si vuole tutelare la democrazia rappresentativa, occorre rendere meno oscure e insindacabili le liste dei candidati o dei nominati che i leader dei partiti propongono agli elettori. Come sono selezionati? Per meriti o per fedeltà? Quali competenze hanno? Chi li finanzia?

La terza motivazione è relativa allo stato di salute degli stessi partiti. Norme condivise sugli statuti, sul funzionamento delle primarie, sul tema spinoso delle fondazioni e dei loro sostenitori, avrebbero l’effetto di una cura ricostituente della fiducia popolare. Le regole sono un antidoto alle frantumazioni. Oggi, in mancanza di garanzie statutarie, i dissidenti sono spesso costretti alla scissione. Con una base giuridica più solida, ritrovare le ragioni per stare insieme (vedi Forza Italia) è impresa meno ardua. Le decisioni più delicate, per esempio nella galassia dei Cinquestelle, sfuggirebbero alla sgradevole sensazione di essere prese nello studio di Casaleggio jr che nessuno ha eletto. Pizzarotti, il sindaco di Parma, non verrebbe sospeso con una mail. O altri espulsi con coda giudiziaria. Le diatribe sulla proprietà di un simbolo (dalla Dc a Scelta Civica) avrebbero toni meno rocamboleschi. Per non parlare di chi scappa con la cassa.

Un testo unico, già approvato dalla Camera, relatore Matteo Richetti, e trasmesso al Senato il 10 maggio, è frenato dai dissidi interni al Pd e da altre riserve, nonostante sia una sintesi di 22 proposte diverse. Contiene molti passaggi di buon senso, ma è certamente migliorabile. Crea una normativa quadro entro la quale scrivere gli statuti, il cui obbligo è già previsto dal decreto Letta (149 del 2013) che ha istituito il finanziamento con il 2 per mille. Introduce una dichiarazione di trasparenza per la formazione delle liste, chiarisce i poteri degli organi interni, la legale rappresentanza, dà all’iscritto il diritto di sapere chi sono gli altri aderenti alla sua sezione.
Permette di fare luce su tutti i finanziamenti, al di là dei limiti attuali, specie quelli più coperti (chi mette a disposizione le sedi o fornisce gratuitamente mezzi e pubblicità). Concilia le nuove norme con il diritto di libertà d’associazione e i ragionevoli problemi di privacy.

La piena attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sulla democrazia interna dei partiti è stata frenata, nel secolo scorso, dalla preoccupazione — non infondata specialmente negli anni più bui della guerra fredda — di un’invadenza dello Stato e dei governi ai danni della libertà politica e del diritto d’opinione. L’opposizione del Partito comunista è bene spiegata nel libro di Lodovico Festa La provvidenza rossa (Sellerio): «Le finalità apparenti di una struttura organizzativa dissimulavano realtà più complesse e, soprattutto, sensibili». Era una «felice o infelice ambiguità» come è stata definita in uno scritto di Giuliano Amato e Francesco Clementi. Ma che ebbe «rilevanti effetti distorsivi nel rapporto fra cittadini e autorità» creando le condizioni di un’occupazione partitocratica delle istituzioni. Una degenerazione alla quale la stessa riforma costituzionale si propone di porre rimedio.

Ecco perché una legge ordinaria sui partiti non è ulteriormente rinviabile. Una sua convinta approvazione sgombrerebbe il campo referendario da molti dubbi e polemiche, facilitando la scelta degli elettori. Conoscere meglio i partiti, il loro finanziamento, le modalità di scelta dei vertici, il ruolo delle fondazioni, contribuisce a sciogliere quella patina di sospetto e pregiudizio, a volte esagerato, che alimenta il populismo e l’astensione e indebolisce nelle fondamenta una democrazia rappresentativa già troppo sfibrata.

7 agosto 2016 (modifica il 7 agosto 2016 | 21:36)
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DA - http://www.corriere.it/opinioni/16_agosto_08/necessaria-riforma-partiti-ecf53ace-5cd4-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml
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« Risposta #43 inserito:: Agosto 03, 2017, 05:17:51 pm »

IL PESO DELLE SCELTE
Veri e falsi interessi nazionali

  Di Ferruccio de Bortoli

L’interesse nazionale si difende con la coerenza e il pragmatismo delle scelte. Con il grado di competitività del sistema. Non con proclami tenorili né tantomeno con le ritorsioni. Nel caso Stx-Fincantieri la posizione del governo e dei ministri Padoan e Calenda è doverosa. Il brocardo pacta sunt servanda vale anche per i nostri cugini francesi. E soprattutto per il troppo da noi celebrato Macron che viene meno, pochi mesi dopo, all’impegno di un governo del quale faceva parte. I vantaggi futuri per il Paese non sono però necessariamente tutelati dal passaporto della proprietà. Essere parte di un gruppo internazionale che per dimensioni, livello di investimenti e ricerca è in grado di assicurare occupazione e reddito in Italia è preferibile alla navigazione solitaria, bandiera al vento, di un’impresa che magari sposta all’estero le proprie produzioni e ha poche prospettive di crescita. Non aver venduto l’Alitalia al gruppo guidato da Air France, nel 2008, è costato molto al contribuente e agli improbabili capitani coraggiosi italiani. La crisi si è solo aggravata. L’aver aperto poi, nel trasporto aereo, più di altri Paesi, alla penetrazione dei vettori low cost — anche pagandoli in qualche caso — non ha certamente tutelato l’interesse della compagnia di bandiera. Il gruppo Tim, ovvero il risultato odierno di quella che fu definita «la madre di tutte le privatizzazioni», è oggi, anche ufficialmente nelle mani di un raider bretone.
Un Bolloré italiano in Francia non avrebbe avuto tutta la libertà che il patron di Vivendi ha goduto in Italia (dove è stato peraltro invitato). Sarebbe stato fermato come accadde in altri tempi — diverse regole europee ma stessi poteri in gioco — a Berlusconi, a Gardini e a De Benedetti in Belgio. Nonostante le regole del mercato comune la misura degli interessi non è sempre data dalla convenienza economica. Il senso di appartenenza e la coesione delle classi dirigenti nazionali possono fare la differenza. E prevalere sulla bontà di un singolo affare. Specialmente quando vi sono in gioco — come accade in parte anche per i cantieri di Saint- Nazaire — questioni di carattere strategico o militare. Il consorzio franco-tedesco di Airbus nacque nel 1970, inizialmente anche con gli inglesi. Poteva aderirvi l’industria aeronautica italiana. Restò esclusa. Forse anche per un interesse nazionale americano a non avere ancora un più grande concorrente europeo. E l’Italia fu compensata con un po’ di commesse d’oltreoceano. La Banca Commerciale venne respinta, nel 1988, nel tentativo del tutto amichevole di fondersi con Irving Bank con la scusa che aveva un azionista pubblico, l’Iri. Anche se si muoveva con la massima libertà. Un argomento d’attualità anche nel caso Stx-Fincantieri, visto che quest’ultima è a maggioranza pubblica. Cassa depositi e prestiti, che di fatto la controlla, è nata sull’esempio francese della Caisse des Depôts. La mano dello Stato italiano sull’economia è incerta e variabile. Quella francese, invece è tesa con orgoglio e protervia.
La difesa dell’interesse nazionale in un gruppo di telecomunicazioni strategico, possessore di una rete, di un monopolio naturale, forse poteva non essere lasciata solo alla tardiva valutazione delle regole legate al golden power. Ma se ci siamo perduti quello che un tempo era, con capitale pubblico, uno dei gruppi di telecomunicazioni più forti al mondo, lo dobbiamo soprattutto alla miopia della politica e all’inadeguatezza del capitalismo privato. Gli scalatori italiani caricarono il gruppo di un peso insopportabile di debiti. Molti nostri imprenditori scambiarono le privatizzazioni come un’occasione per rifugiarsi in comodi ex monopoli pubblici. Il fascino della finanza e dei guadagni immediati ebbe, non raramente, il sopravvento sulle ragioni dell’industria di per sé più faticosa ed esposta a cicli più lunghi. Perdemmo così i primati di Montedison nella chimica e nella farmaceutica, dell’Olivetti nell’informatica. Pirelli si scontrò nel 1991 con la durezza dell’interesse nazionale tedesco nel tentativo mancato di acquisire Continental. Un atteggiamento pari a quello manifestato da Angela Merkel contro le mire cinesi nell’high tech, soprattutto nel caso Aixtron. Il voltafaccia di Deutsche Bank all’epoca fu clamoroso. Il governatore della Bundesbank Poehl ammise — è scritto negli appunti dell’allora suo omologo alla Banca d’Italia, Ciampi — tutta la «doppiezza teutonica». Oggi la Pirelli è proprietà cinese. Autostrade e la spagnola Abertis studiarono un’integrazione già nel 2006. L’allora ministro dei Lavori Pubblici Di Pietro si oppose invocando l’interesse nazionale. Oggi, trascorso un decennio, Atlantia ha riaperto il dossier Abertis e ha lanciato un’offerta pubblica d’acquisto. Le ragioni del mercato, la sfida delle dimensioni, hanno avuto la meglio, pur con modalità diverse.
Ci vorrà del tempo, ma una soluzione al caso dei cantieri navali francesi sarà trovata con lo sguardo avanti, senza trascurare l’importanza della possibile creazione di un gruppo più ampio nel settore, con un’attenzione alle commesse pubbliche. La proprietà divisa al 50 per cento sarebbe scelta debole e temporanea. In due alla guida non si va lontano. Pretendere il rispetto delle regole è la strategia migliore. Se poi fossimo più rispettosi anche noi di quelle europee in altri settori e meno isolati politicamente, la strada sarebbe meno impervia. I contratti contano ma a volte finisce per contare di più il peso politico dei contraenti.

2 agosto 2017 (modifica il 2 agosto 2017 | 21:28)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/17_agosto_03/veri-falsi-interessi-nazionali-8d29112c-77b5-11e7-84f5-f24a994b0580.shtml
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