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Autore Topic: Antonio Macaluso. D’Alema: «Se cede il Pd, Italia preda dei populismi.  (Letto 757 volte)
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« il: Giugno 25, 2015, 07:42:03 »

L’intervista
D’Alema: «Se cede il Pd, Italia preda dei populismi. Ora si deve riaprire il dialogo interno al partito»
L’ex premier: le urne sono più che un campanello d’allarme, Renzi si è illuso di poter fare da solo

Di Antonio Macaluso

Il sorriso sotto i baffi c’è, ma è amaro: «Oramai lo dico senza alcuna vis polemica... Non partecipo più alle riunioni del Pd. Non mi arrabbio neanche più, sono preoccupato. Se si spezza il legame tra il Pd e la sua gente viene meno un punto di tenuta che ha retto finora. E rischiamo di cedere nel pieno della crisi europea, stretti tra Grecia e immigrazione».

Massimo D’Alema è appena tornato da un convegno a Tunisi.
«Ovunque vada, fuori dall’Unione, mi colpisce l’impressionante caduta di immagine dell’Europa. C’è una crescente disillusione. Sull’altra sponda del Mediterraneo vengono apprezzati gli sforzi fatti dall’Italia con “Mare Nostrum” e altre iniziative, ma quando descrivono ciò che i loro cari trovano nel nostro Paese, allora il racconto cambia: sfruttamento, ingiustizia, prevaricazione. C’è molto turbamento per l’incapacità dell’Europa a fronteggiare un’emergenza che riguarda alcune decine di migliaia di persone».

Potrebbero arrivare centinaia di migliaia di immigrati.
«Se non si riescono a gestire poche decine di migliaia di persone e si diffondono immagini di abbandono, degrado, mancanza di controllo, è naturale che aumenti la paura, ma ciò dimostra un impressionante vuoto di classe dirigente. Durante la drammatica crisi del Kosovo ci furono 300 mila profughi, ma non vi fu questo stato di tensione. È vero che era un’Europa forte, dove c’era una comunità di valori solidali e condivisi. Governava la sinistra».

Anche oggi in Francia e in Italia è la sinistra che governa.
«In Francia è una sinistra tallonata da Marine Le Pen, mentre l’Italia fa quel che può, stretta tra una legge folle, la Bossi-Fini, che produce clandestinità e respinge l’immigrazione di qualità, e la mancata gestione del fenomeno. In questo quadro, la sinistra rischia la sconfitta: non può affrontare il problema accodandosi ai populismi. Rischia di perdere senza combattere. In gioco ci sono i valori di accoglienza e solidarietà della democrazia europea».

Sulla quale pesa anche il caso Grecia.
«Sì, infatti, è l’altra grande emergenza che, se non risolta, non solo avrà risvolti economici devastanti, ma causerà anche una nuova ondata antieuropea. Se la Grecia non sarà salvata, il cittadino medio penserà che l’Europa feroce dei banchieri ha voluto schiacciare chi si è ribellato all’austerità in nome della sopravvivenza».

Arriviamo alla politica italiana.
«Quello che è avvenuto è più che un campanello d’allarme. Ho letto dichiarazioni che attribuiscono responsabilità alle primarie, ai candidati. Ma come? Una volta le primarie facevano vincere e ora fanno perdere? Tutto questo non c’entra nulla. Quando c’è una tendenza che si manifesta in tutto il Paese e con tutti i candidati, salvo eccezioni, si è di fronte ad un fatto politico. Non ci vuole un grande analista per capirlo: una parte grande del nostro elettorato ci ha abbandonato e il crollo della partecipazione al voto è stato particolarmente forte nelle Regioni rosse».

Facciamo un breve elenco dei mali che affliggono il Pd.
«Il fatto più grave? Tanti militanti e dirigenti hanno abbandonato il partito negli ultimi mesi e anziché capire che questo era il segno di un distacco progressivo di una parte importante dell’insediamento storico della sinistra, si è reagito con un atteggiamento sprezzante che ha finito per radicalizzare un sentimento negativo verso il Pd».

Renzi fa un’analisi diversa e pensa di tornare al Renzi 1...
«Il Renzi 1 è quello che ha portato il Pd unito alle Europee».

Cosa è successo dopo il 41 per cento alle Europee?
«Si è illuso di avere oramai vinto e di poter fare da solo ma ha finito per deludere molte delle speranze che aveva suscitato. La disillusione è stata ancora più cocente. Di fronte a misure che hanno colpito il nostro popolo, la gente si è sentita tradita. È di oggi il provvedimento che permette alle aziende di spiare mail e telefonate dei dipendenti. Speriamo che venga modificato, ma il fatto stesso che il governo del Pd possa prendere un provvedimento del genere è inquietante. Ho paura che possa alimentare nel popolo della sinistra un sentimento di estraneità e di disamore. Pensiamo a ciò che è accaduto nella scuola, dove si sono create le condizioni perché la rivolta degli insegnanti fosse uno dei fenomeni che ha caratterizzato la campagna elettorale».

Bisogna cambiare rotta, riaprire il dialogo interno?
«Sì, certo. Basta con questa finzione sui riformisti e i conservatori: tutti vogliamo le riforme. Si tratta di capire se sono le nostre riforme oppure quelle ispirate dal centrodestra. Mentre la riforma uninominale Mattarella fu una grande riforma perché creava le condizioni per una democrazia più avanzata e dava maggior potere dei cittadini, l’Italicum è una legge dirigista e plebiscitaria, pericolosamente ispirata al Porcellum. E se la sinistra fa le riforme della destra, il nostro popolo ci lascia. Colpiscono l’entusiasmo di Sacconi, che parla di vittoria culturale della destra, il sostegno di Bondi, la simpatia di Verdini. Non solo non colmano il vuoto che si crea dall’altra parte, ma rischiano persino di incoraggiare tanti a sinistra che pensano che questo non sia più il loro partito».

E dunque?
«Ci vogliono coraggio e onestà intellettuale, non si può sempre dare la colpa agli altri. Gli altri vanno rispettati. Si parla di Blair, dimenticando che fu capace di andare verso il centro, ma mantenendo il radicamento tradizionale del partito laburista. Vinse perché fu un rinnovatore e non un rottamatore».

Vede segnali di cambiamento nella gestione Renzi?
«Alcune delle dichiarazioni attribuite a Renzi in questi giorni mi hanno preoccupato perché sembrano voler dividere anziché unire. Che senso ha dire: Marino deve avere paura? Renzi è il capo del governo e il segretario del partito. Non può liquidare una situazione così complessa con una battuta. Il sindaco di Roma è in una tempesta: o lo si sostiene o si va alle elezioni. Indebolirlo e lasciarlo a se stesso non mi sembra una buona soluzione».

Renzi l’ha più visto o sentito?
«No. Ma d’altro canto capisco il rilievo dei suoi impegni e non si tratta di rapporti personali. Si tratta della necessità di un confronto serio e di un cambiamento politico, che sono indispensabili e urgenti».

Non è che fa il gufo?
«La prego... Sono preoccupato, ho paura che il Paese non ce la faccia e che, se cede il Pd, finisca preda dei populismi. Occorre ricostruire il campo del centrosinistra. In fondo Berlusconi sta cercando di fare la stessa cosa dall’altra parte. Noi non possiamo pensare che si possa andare avanti come se nulla fosse, magari con i voti di Verdini. Non credo che quei voti ci riporteranno i milioni di voti persi tra la nostra gente. Vorrei garbatamente farlo presente a Palazzo Chigi».

19 giugno 2015 | 07:48
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/politica/15_giugno_19/d-alema-se-cede-pd-italia-preda-populismi-ora-si-deve-riaprire-dialogo-interno-partito-24b1bd24-1646-11e5-9531-d169a57fe795.shtml
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« Risposta #1 il: Dicembre 09, 2016, 04:47:28 »

Dopo il referendum
Il destino del Pd (con o senza Renzi)
Con «Fuori!» e «Oltre la rottamazione» l’ex sindaco di Firenze lanciò una sfida a domare le stelle. Al di là del futuro della sua leadership, al partito servono idee, coerenza e coraggio.
Un chiarimento è necessario

Di Antonio Macaluso

Tenendo fede a quello che ha sempre detto — quando si sbaglia si usa sempre l’io, il noi va tenuto da parte per quando si vince — Matteo Renzi dovrà ora riflettere sulla sconfitta e su quanto possa aver influito, al di là dei contenuti della Grande Riforma, la gestione del governo e del partito. Nel suo libro Oltre la rottamazione (maggio 2013) — quando era già leader del Pd e nove mesi prima di insediarsi a Palazzo Chigi al posto di Enrico Letta — Renzi scriveva: «Se ho indossato con convinzione i panni del rottamatore non è per il furore iconoclasta del nuovismo. Quando lo dico non mi crede nessuno, ma sono una persona che adora le tradizioni, che si è laureata in storia del diritto e che crede alla bellezza del patto tra generazioni. Credo nella bellezza e nel valore costitutivo della memoria e mi piace da impazzire quel pensiero di James Matthew Barrie, il padre di Peter Pan, che dice “Dio ci ha donato la memoria, così possiamo avere le rose anche a dicembre”».

Il punto è che quelle rose, anche a dicembre, possono essere piene di spine. È ancora Renzi a farlo presente in un suo libro precedente, Fuori! 2011, quando racconta della telefonata che gli fece Massimo D’Alema per congratularsi con lui per la vittoria alle primarie per correre come sindaco di Firenze: «Complimenti. Leggo — gli disse D’Alema — che qualcuno ti definisce il nuovo astro nascente della sinistra. Auguri, ma ti suggerirei prudenza e cautela. L’ultimo astro nascente della sinistra è stato appena maciullato. Si chiamava Renato Soru». Parole che in quel momento dovevano suonare alle orecchie di Renzi come l’avvertimento rabbioso di un rottamato in pectore se, poche pagine più avanti, scrive: «I nostri sembrano in bambola. Li senti parlare in slang politichese e ti verrebbe da chiamare un dottore per chiedere: “scusi, ma a questi l’anestesia quando finisce? Quando si svegliano davvero”»?

Erano gli anni delle bordate contro «i soliti noti, i tromboni e i trombati». La parola d’ordine, innocua nella formulazione ma cruenta nella sostanza, era ridare fiato al Pd e slancio all’Italia. Diceva Renzi, rivolgendosi alle nuove leve del partito e, in generale, del Paese, che era il momento di decidere «se vogliamo provare a domare le stelle, puntando in alto. O se ci accontentiamo di vivere impigriti, facendo a botte con il nulla». Una chiamata alle armi di trentenni e quarantenni, che esortava a non avere paura: «Saremo accusati di arroganza e arrivismo. Ma meglio essere accusati di arroganza oggi che essere processati per diserzione domani». E qui, quasi sei anni dopo, ci ritroviamo: ci ha provato nel modo giusto? Ha fatto abbastanza? Ci sono stati più arroganza e arrivismo che cura del dialogo e cura dei contenuti? O è stato il «vecchio mondo» a ricompattarsi prima d’essere spazzato via, di farsi rottamare? Quali e quante stelle Renzi ha domato?

In molti alzeranno — chi pubblicamente, chi meno — calici per brindare al «bischero» azzoppato, sconfitto. Ma non tutti saranno — chi pubblicamente, chi meno — in grado di affermare con ragionevole certezza che un governo diverso e un Pd anche solo in parte derenzizzato valgano davvero un brindisi. Chi, in buona fede, può far finta di non sapere su quale pericoloso crinale viva il nostro Paese, sempre nel mirino di una speculazione a caccia di buoni affari? E, anche limitandoci ad immaginare un futuro per il Pd, la cui attitudine all’autolesionismo è stata sperimentata da tutti i suoi leader, è di tutta evidenza la necessità di ritrovarsi. Nel suo libro Stil Novo del 2012, Renzo sostiene che Dante Alighieri, pur senza esserne cosciente, era di sinistra. Era un uomo coraggioso, «stava nella mischia a testa alta. Aveva l’ardire di sfidare i potenti. In un mondo di mezze calzette, era uno tosto che non si tirava indietro quando c’era da parlare chiaro. Persino con il Papa».

Difficile (o forse no, a seconda di quanto si voglia essere maliziosi) dire se quattro anni fa Renzi si sentisse il Dante 2.0 per la sinistra italiana ma è certo che, al netto del problema della leadership, il Pd i suoi problemi non li ha ancora risolti. Perché, Renzi o non Renzi, la politica è fatta di idee, di coerenza e di coraggio. E, con lui o senza di lui, il Pd dovrà decidere — cosa che dalla sua nascita non ha mai fatto — cosa vuole essere davvero.

7 dicembre 2016 (modifica il 7 dicembre 2016 | 17:55)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/opinioni/16_dicembre_08/destino-pd-con-o-senza-renzi-5171f39e-bc9c-11e6-9c31-8744dbc4ec0a.shtml
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