LA-U dell'ulivo
Agosto 10, 2020, 01:38:48 am *
Benvenuto! Accedi o registrati.

Accesso con nome utente, password e durata della sessione
Notizie:
 
   Home   Guida Ricerca Agenda Accedi Registrati  
Pagine: [1]
  Stampa  
Autore Discussione: Chi e' Mario Capecchi, premio Nobel per la Medicina 2007  (Letto 5739 volte)
Admin
Utente non iscritto
« inserito:: Ottobre 08, 2007, 10:29:25 pm »

2007-10-08 14:25

Chi e' Mario Capecchi


ROMA  - E' nato a Verona nel 1937 Mario Renato Capecchi, uno dei vincitori del premio Nobel per la Medicina 2007. I primi anni della sua vita in Italia sono stati resi drammatici dalla guerra, e all'età di 9 anni Capecchi si è trasferito negli Stati Uniti dove ha studiato e ha sempre lavorato.

Il ricercatore rimase presto orfano di padre, morto in guerra come pilota d'aviazione. Sua madre, Lucy Ramberg, figlia di una nota pittrice americana e di un archeologo tedesco venne arrestata nel 1941 dalle SS mentre viveva in Alto Adige e venne deportata a Dachau come prigioniera politica. Prima della partenza la donna affidò il bambino, che aveva tre anni e mezzo ad una famiglia di contadini sudtirolesi. Ma un anno dopo il piccolo venne allontanato dalla casa e a cinque anni di età cominciò a vagabondare verso sud. Liberata dagli americani nel 1945, la madre lo ritrovò un anno dopo in un ospedale a Reggio Emilia, ammalato e completamente denutrito.

Madre e figlio si imbarcarono quindi nel 1946 a Napoli per gli Stati Uniti, dove vennero accolti in una comunità quacchera vicino a Filadelfia da un fratello della donna, Edward Ramberg, docente di fisica. All'università il giovane Capecchi seguì dapprima i corsi di scienze politiche, che abbandonò per dedicarsi alla biologia molecolare dapprima alla Mit di Boston e poi ad Harvard, con il prof. James Watson, il padre del Dna. Si trasferì poi all' università dello Utah dove lavora tutt'ora e ha compiuto le ultime scoperte. Oggi vive con la moglie Martine, con la quale condivide l' impegno di ricerca e di attività clinica, e la figlia Misha in uno sperduto cottage vicino a un canyon, dove si è fatto installare una stazione computerizzata per seguire costantemente il lavoro dei suoi collaboratori.

CREO' TOPI GENETICAMENTE MODIFICATI - Mario Capecchi si è guadagnato il Nobel per essere stato il primo a creare i topi geneticamente modificati, oggi utilizzati nei laboratori di tutto il mondo e cruciali per riprodurre malattie umane in modo da studiarle in dettaglio, o ancora per sperimentare l'efficacia di nuovi farmaci.

Grazie alle ricerche di Capecchi, oggi almeno 25 milioni di topi da laboratorio aiutano tutti i giorni i ricercatori a condurre i loro studi sulla cura di numerosissime malattie che minacciano l'uomo e che sono ai primi posti tra le cause di morte, come tumori, malattie cardiovascolari, Aids e malaria.Gli studi che hanno permesso a Capecchi di modificare il patrimonio genetico del topo, in modo da ottenere mutazioni in ogni gene desiderato. I primi studi di questo tipo hanno destato all'inizio grandi perplessità.

Quando li presentò per la prima volta, una ventina di anni fa, ricevette forti critiche perché sembrava che il suo progetto non avesse alcuna possibilità di andare in porto e che non avesse alcun futuro. Ma con il tempo si è visto che avere a disposizione topi geneticamente modificati era in realtà un acceleratore senza precedenti per la ricerca biomedica. La grande potenzialità della tecnologia messa a punto da Capecchi è nella possibilità, per il ricercatore, di scegliere liberamente, quale gene mutare. Questo permette di identificare esattamente la funzione svolta da un particolare gene, in ogni fase dello sviluppo. 

da ansa.it

ROMA  - E' nato a Verona nel 1937 Mario Renato Capecchi, uno dei vincitori del premio Nobel per la Medicina 2007. I primi anni della sua vita in Italia sono stati resi drammatici dalla guerra, e all'età di 9 anni Capecchi si è trasferito negli Stati Uniti dove ha studiato e ha sempre lavorato.

Il ricercatore rimase presto orfano di padre, morto in guerra come pilota d'aviazione. Sua madre, Lucy Ramberg, figlia di una nota pittrice americana e di un archeologo tedesco venne arrestata nel 1941 dalle SS mentre viveva in Alto Adige e venne deportata a Dachau come prigioniera politica. Prima della partenza la donna affidò il bambino, che aveva tre anni e mezzo ad una famiglia di contadini sudtirolesi. Ma un anno dopo il piccolo venne allontanato dalla casa e a cinque anni di età cominciò a vagabondare verso sud. Liberata dagli americani nel 1945, la madre lo ritrovò un anno dopo in un ospedale a Reggio Emilia, ammalato e completamente denutrito.

Madre e figlio si imbarcarono quindi nel 1946 a Napoli per gli Stati Uniti, dove vennero accolti in una comunità quacchera vicino a Filadelfia da un fratello della donna, Edward Ramberg, docente di fisica. All'università il giovane Capecchi seguì dapprima i corsi di scienze politiche, che abbandonò per dedicarsi alla biologia molecolare dapprima alla Mit di Boston e poi ad Harvard, con il prof. James Watson, il padre del Dna. Si trasferì poi all' università dello Utah dove lavora tutt'ora e ha compiuto le ultime scoperte. Oggi vive con la moglie Martine, con la quale condivide l' impegno di ricerca e di attività clinica, e la figlia Misha in uno sperduto cottage vicino a un canyon, dove si è fatto installare una stazione computerizzata per seguire costantemente il lavoro dei suoi collaboratori.

CREO' TOPI GENETICAMENTE MODIFICATI - Mario Capecchi si è guadagnato il Nobel per essere stato il primo a creare i topi geneticamente modificati, oggi utilizzati nei laboratori di tutto il mondo e cruciali per riprodurre malattie umane in modo da studiarle in dettaglio, o ancora per sperimentare l'efficacia di nuovi farmaci.

Grazie alle ricerche di Capecchi, oggi almeno 25 milioni di topi da laboratorio aiutano tutti i giorni i ricercatori a condurre i loro studi sulla cura di numerosissime malattie che minacciano l'uomo e che sono ai primi posti tra le cause di morte, come tumori, malattie cardiovascolari, Aids e malaria.Gli studi che hanno permesso a Capecchi di modificare il patrimonio genetico del topo, in modo da ottenere mutazioni in ogni gene desiderato. I primi studi di questo tipo hanno destato all'inizio grandi perplessità.

Quando li presentò per la prima volta, una ventina di anni fa, ricevette forti critiche perché sembrava che il suo progetto non avesse alcuna possibilità di andare in porto e che non avesse alcun futuro. Ma con il tempo si è visto che avere a disposizione topi geneticamente modificati era in realtà un acceleratore senza precedenti per la ricerca biomedica. La grande potenzialità della tecnologia messa a punto da Capecchi è nella possibilità, per il ricercatore, di scegliere liberamente, quale gene mutare. Questo permette di identificare esattamente la funzione svolta da un particolare gene, in ogni fase dello sviluppo. 

da ansa.it
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #1 inserito:: Ottobre 09, 2007, 11:33:38 pm »

Un Nobel per i topi che curano l’uomo

Cristiana Pulcinelli


C’è anche un italiano (almeno di nascita, visto che è cittadino americano) tra i vincitori del premio Nobel per la medicina e la fisiologia 2007: Mario Capecchi. Capecchi è nato a Verona 70 anni fa, ma quando di anni ne aveva 9 si è trasferito negli Stati Uniti dove si è laureato in chimica e fisica. Oggi Capecchi è professore di biologia e genetica umana all’università dello Utah. A lui va un terzo del prestigioso riconoscimento da oltre un milione di euro assegnato tutti gli anni dal Karolinska Institutet svedese. Gli altri due vincitori sono Martin J Evans e Oliver Smithies. Il primo è il più giovane del gruppo: è nato nel 1941 e insegna genetica dei mammiferi all’università di Cardiff, in Gran Bretagna. Oliver Smithies invece è il più anziano: ha 82 anni e una folta chioma bianca. Anche lui è nato in Gran Bretagna, ma ha la cittadinanza americana e insegna patologia all’università della Carolina del nord, negli Stati Uniti.

Che cosa hanno fatto questi tre signori di una certa età per meritarsi il riconoscimento più ambito da uno scienziato? Nella motivazione ufficiale si legge che il premio viene loro assegnato «per aver scoperto i principi necessari per introdurre una modificazione genica specifica nei topi con l’uso delle cellule staminali embrionali». In parole più semplici si potrebbe dire che il lavoro dei tre scienziati ha permesso di creare il topo più importante della storia della medicina, quello che ci ha permesso di capire molte cose su come siamo fatti noi esseri umani, come ci sviluppiamo e come ci ammaliamo. Il topo knockout.

Il topo knockout è un topo geneticamente modificato in modo mirato. Ovvero, è un topo a cui è stato inattivato un solo specifico gene. Naturalmente, si può modificare il gene-bersaglio e creare topi knockout diversi a seconda del gene soppresso. Oggi di topi di questo genere sono pieni i laboratori di tutto il mondo, la loro esistenza ha consentito importanti risultati nel campo della ricerca di base e in quello delle terapie mediche. Ma senza il lavoro di questi tre signori (e senza le cellule staminali embrionali), non ne conosceremmo l’esistenza. Conviene raccontare la loro storia dall’inizio.

L’informazione su come si svilupperà il nostro organismo e su quali funzioni avranno le diverse parti che lo compongono sono tutte contenute nel Dna. Questo filamento è impacchettato nei cromosomi, presenti nel nucleo delle nostre cellule. I cromosomi esistono in coppia perché ne ereditiamo uno dal padre e uno dalla madre. Già si sapeva che tra i cromosomi avviene uno scambio di materiale genetico attraverso un meccanismo che si chiama ricombinazione omologa. Ma Capecchi e Smithies, contemporaneamente e indipendentemente l’uno dall’altro, hanno avuto un’intuizione: «e se usassimo questo meccanismo naturale per modificare i geni di un mammifero?», si sono chiesti. Non geni qualunque, ma quelli che decidiamo noi. I due scienziati hanno così cominciato a inserire nelle cellule coltivate in provetta pezzi di Dna e hanno visto che effettivamente si «mescolavano» con il Dna dei cromosomi. Questo modificava il patrimonio genetico della cellula studiata. Un risultato interessante che apriva prospettive importanti: ad esempio capire cosa accade allo sviluppo di un organismo che abbia un certo gene acceso o spento. Oppure trovare una cura per le malattie genetiche, ovvero quelle malattie determinate dal cattivo funzionamento di uno o più geni, inserendo nella cellula un gene sano al posto di quello difettoso. Ma le applicazioni della scoperta erano limitate. La vera rivoluzione si sarebbe avuta se si fosse riusciti a creare una schiera di topi geneticamente modificati attraverso cui studiare cosa succede se un gene funziona o non funziona. Per fare questo bisognava modificare non cellule qualsiasi, ma cellule speciali in grado di trasmettere ai figli il patrimonio ereditario: le cellule germinali. E qui arriva Evans.

Martin Evans aveva scoperto una cosa eccezionale: le cellule prelevate da un embrione di topo possono diversificarsi in qualsiasi tipo di cellula del nostro organismo. In sostanza, aveva scoperto le cellule staminali embrionali che oggi fanno tanto discutere. Pensò quindi di modificare geneticamente queste cellule staminali per poi inserirle nel topo. La cellula staminale modificata avrebbe dato vita così a una cellula germinale modificata che, a sua volta, avrebbe trasmesso la modificazione ai discendenti del topo. Ma come si poteva cambiare solo uno specifico gene?

Tra il 1986 e il 1989 le ricerche dei tre scienziati si incontrarono. La tecnica inventata da Capecchi e Smithies per modificare geneticamente in modo mirato le cellule venne applicata alle staminali embrionali del topo. Le staminali così modificate vennero inserite in un embrione che, a sua volta, venne impiantato nell’utero di una topolina. Nacquero così i primi topi knockout. Oggi la produzione di topi knockout è diventata una vera e propria industria e anche la tecnica si è evoluta: nei laboratori si possono indurre mutazioni che si attivano solo in un certo momento o in un certo organo dell’animale. Finora oltre 10mila geni di topo sono stati «inattivati» in questo modo: la metà di quelli presenti nel genoma di un mammifero. Questi topi vengono usati in così tanti laboratori che è difficile dire quali risultati hanno permesso di ottenere. Sicuramente, la tecnica ci ha permesso di capire il ruolo di alcune centinaia di geni nello sviluppo fetale dei mammiferi, compresi gli esseri umani. Ci ha permesso di capire la causa di molte malformazioni dei neonati. Ci ha permesso di capire il ruolo dei geni in numerose malattie, dalla fibrosi cistica alla talassemia. Ma il campo di ricerca è ancora aperto: si usa la tecnica di modificazione genica mirata anche per capire le malattie causate da più di un gene o dall’interazione tra geni e ambiente, come l’ipertensione o il cancro. E, naturalmente, per cercare una terapia che possa risultare efficace.

Pubblicato il: 09.10.07
Modificato il: 09.10.07 alle ore 8.26   
© l'Unità.
Registrato
Admin
Utente non iscritto
« Risposta #2 inserito:: Ottobre 16, 2007, 11:51:04 pm »

Embrioni all’inglese

Marco Cappato


Si terrà oggi dalle ore 9.15 fino alle 12.30 l’audizione pubblica parlamentare dell’intergruppo «Coscioni-Welby» con Steven Minger, lo scienziato britannico che ha dato il via al progetto di ricerca su staminali da embrioni ibridi, e con la rappresentante dell’Autorità per la fertilità e l’embriologia britannica Emily Jackson, che ha approvato quel progetto. L’incontro è aperto al pubblico (per gli uomini è richiesta la giacca) e si terrà a Palazzo Marini, Roma.

La prima persona dalla quale sentii parlare «politicamente» di esperimenti con cellule staminali embrionali dei topi fu Luca Coscioni. Era l’ottobre del 2000 e Luca si candidava alle elezioni online dei Radicali per lottare contro gli ostacoli che in alcuni Paesi impedivano di ricercare sulle staminali embrionali umane. Nell’ottobre 2005, il Premio Nobel è assegnato a tre ricercatori sulle staminali embrionali dei topi. Tre scienziati che hanno subito preso posizioni nettissime contro le proibizioni della ricerca sulle staminali embrionali. Dice l’americano di origini italiane Capecchi che quelle proibizioni sono «insensate», perché colpiscono la lotta contro malattie terribili.

Capiamo così meglio come Luca sia stato un leader politico, e perché 100 Premi Nobel ne abbiano negli anni sostenuto l’azione. E forse possiamo capire meglio alcuni fatti del nostro presente.

Primo fatto: Stephen Minger, lo scienziato che vuole fare ricerca sugli embrioni ibridi uomo-animale è venuto in Italia a spiegare i suoi esperimenti. Con lui c’era Emily Jackson, membro dell’Autorità britannica per l’embriologia e la fertilità, l’organismo che ha condotto la campagna di informazione e consultazione che ha coinvolto l’opinione pubblica britannica, massicciamente favorevole al via libera alla sperimentazione. Minger e Jackson non sono ospiti del ministero della Ricerca o della Salute, e meno che mai del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB). No: sono stati contattati e convinti a venire in Italia da Giulia Innocenzi, dell’associazione Luca Coscioni.

Secondo fatto: il presidente del Consiglio Prodi ha autorizzato il presidente del suddetto CNB, Francesco Paolo Casavola, a disfarsi dei suoi vicepresidenti, la scienziata che ricerca sulle staminali embrionali Elena Cattaneo (co-promotrice del Congresso Mondiale per la libertà di ricerca) e la bioeticista laica Cinzia Caporale. La motivazione espressa nero su bianco da Casavola nella sua lettera a Cattaneo e Caporale (e all’ultrà clericale Luca Marini, aggregato all’epurazione solo perché non sarebbe stato giustificabile un suo salvataggio) è degna più di un «tribunale del popolo» che non di un presidente emerito di una Corte Costituzionale: «Mi rendo conto - scrive Casavola - che la vicinanza di due di Voi con lo schieramento cui appartengono i miei tre accusatori (i “coscioniani” Corbellini, Flamigni e Neri, ndR) non poteva non causarVi oggettivo imbarazzo». E quindi le ha tolte dall’imbarazzo, rimuovendole. Un presidente del genere, impegnato all’esegesi settimanale dei diktat vaticani, non ha naturalmente realizzato una sola iniziativa di coinvolgimento dell’opinione pubblica su rischi e opportunità delle nuove frontiere della biomedicina. Non gli è passato nemmeno per la testa il fatto che forse i Minger, i Capecchi (e gli anti-Minger e anti-Capecchi, più difficili da trovare ma pur sempre rinvenibili) in Italia avrebbe dovuto invitarli lui.

Il terzo fatto: il presidente della commissione Sanità del Senato, Ignazio Marino, ha chiesto a Walter Veltroni di pronunciarsi sui casi Welby e Nuvoli. Non lo ha sollecitato a una posizione astratta e perciò inutile, del tipo «no all’eutanasia, sì al testamento biologico», che può voler dire tutto e nulla. No. Gli ha parlato di due volontà, due corpi, due malattie, due morti. Veltroni ha ritenuto necessario schivare, almeno per ora. C’è da augurarsi che non voglia seguire le orme di Prodi, Rutelli, Berlusconi e gli altri «leader» che hanno, in varie occasioni, posto veti e ostracismi a Luca Coscioni e alle sue e nostre battaglie.

Quarto fatto: a Boston c’è un nucleo promotore di una Cellula Coscioni. Lo animano gli scienziati, i professori Ballabeni e Boggio innanzitutto. Hanno partecipato alla conferenza annuale della Coalizione per il progresso della scienza medica, in quegli Stati uniti dove la partenza del presidente Bush determinerà con ogni probabilità la caduta del veto presidenziale ai finanziamenti federali alla ricerca sulle staminali embrionali. Piccola cosa - quella della cellula, non quella di Bush - naturalmente. Consideriamolo per quello che è: un segnale positivo, una direzione di marcia per i Radicali transnazionali, con la speranza di ricadute sulla politica e sulla ricerca italiana.

*Segretario dell’«Associazione Luca Coscioni» e deputato europeo radicale


Pubblicato il: 16.10.07
Modificato il: 16.10.07 alle ore 12.59   
© l'Unità.
Registrato
Pagine: [1]
  Stampa  
 
Vai a:  

Powered by MySQL Powered by PHP Powered by SMF 1.1.21 | SMF © 2015, Simple Machines XHTML 1.0 valido! CSS valido!