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Autore Discussione: Andrea RICCARDI.  (Letto 2245 volte)
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« inserito:: Marzo 17, 2015, 12:08:25 am »

I due anni del Papa che ama far discutere
Dopo appena 24 mesi di pontificato, speranza e voglia di vivere sono rinate nella Chiesa a partire dalla predicazione evangelica di Francesco.
Le critiche non mancano, ma è il prezzo che si paga quando si propone una nuova pastoralità

Di Andrea Riccardi

Due anni non sono tanto per i tempi della Chiesa. Eppure i due anni di pontificato di papa Bergoglio sono, in questi giorni, occasione di bilanci. Ne sono stati fatti vari, ma forse è stato dimenticato il punto di partenza: il senso di declino che avvolgeva la Chiesa nel 2013, quando avvenne la sorpresa dell’elezione di Francesco.

C’erano motivi seri che facevano temere un inarrestabile declino: scandali, poca capacità di governo della Curia, problemi finanziari, sviluppo delle «sette», assenza di proiezione internazionale, caduta di fiducia...

In due anni, speranza e voglia di vivere sono rinate nella Chiesa a partire dalla predicazione evangelica del Papa. È la realtà della Chiesa: vive di energie spirituali. Che poi la «crisi» ci sia, fa parte della vita quotidiana del cristianesimo che è immerso nelle crisi della società. Lo ricordava il pensatore francese Etienne Gilson, per cui era un’illusione sognare un cristianesimo vincente. Francesco vive e invita a vivere, con speranza e fede, la crisi del mondo e la complessità della Chiesa: anche con la fiducia che si possa fare qualcosa per cambiare.

Così ravviva il popolo cristiano a Roma e nei viaggi, come in Asia. Forse piace poco a certi settori ecclesiastici. Piace poco anche a quei gruppi, esterni alla Chiesa, che avrebbero voluto parlarne come realtà d’intrighi e scandali. È il prezzo che si paga, quando si propone — come il Papa fa — una nuova pastoralità: non si danno ordini, ma si cerca la recezione di questo stile.

Le critiche sono anche il frutto di una Chiesa che ha ripreso a discutere, senza cui non c’è rinascita di pensiero e di visioni. Così alcune scelte del Papa, che possono apparire destabilizzanti, vogliono in realtà far discutere, pensare, scuotere, inaugurare transizioni: la riforma della Curia e dell’economia, i due sinodi sulla famiglia, la realtà della Cei. Le transizioni stimolano il pensiero e fanno emergere personalità, senza cui la riforma sarebbe limitata a cambiare pedine nelle caselle.

Qualcuno ha paragonato (polemicamente) Francesco a Gorbaciov e alla perestrojka, che piacevano tanto all’estero ma poco all’interno dell’Urss. Così avverrebbe per il Papa. Ma Bergoglio piace molto al popolo cattolico. E — a differenza del leader sovietico — è pienamente cosciente della fragilità della Chiesa, si dedica ad essa attraverso la predicazione, suscitando energie pastorali e spirituali e inaugurando processi di riflessione e cambiamento. Così la Chiesa ritrova spessore. Il centro vaticano è meno solo sotto i colpi delle crisi.

Dalle periferie — sostiene il Papa — si capisce meglio il centro e quel che deve fare. Una piramide un po’ rattrappita viene smontata: vita, idee e difficoltà cominciano a scorrere, mentre il papato si ricolloca nel tessuto ecclesiale non come un vertice solitudinario. Non è negare il ministero del Papa, cui questo figlio di Sant’Ignazio crede e si dedica, ma inserirlo in una dinamica comunionale e popolare.

Nella lettera alla «sua» facoltà teologica di Buenos Aires, Francesco allude al Concilio come «irreversibile movimento di rinnovamento che viene dal Vangelo». «E adesso bisogna andare avanti» — soggiunge.

Alcuni s’interrogano se gli orientamenti di Francesco siano irreversibili, temendolo o invece auspicandolo. Un vecchio cardinale (ormai scomparso) diceva scetticamente: «Il Papa ci ha riempito le chiese e le piazze. Ora ha finito il suo lavoro».

Francesco invece ha messo in moto vari processi e guarda avanti. Crede che il Papa sia importante, ma nessuno — secondo lui — è decisivo se non Dio. In ogni modo, su 125 cardinali elettori, Bergoglio ne ha nominati 31, quasi un quarto del collegio, sconcertando un po’. I loro profili non sono caratterizzati da posizioni ecclesiastiche (sedi storiche, tradizionalisti, conservatori o progressisti), ma in buona parte dalla collocazione periferica e da un’età media di 67/68 anni, dieci meno del Papa. Sono i testimoni della transizione. E Giovanni XXIII, che di cambiamenti nella Chiesa s’intendeva, amava dire: «di transizione in transizione si fa la tradizione».

13 marzo 2015 | 11:48
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_marzo_13/i-due-anni-papa-che-ama-far-discutere-8d29524a-c957-11e4-84dd-480351105d62.shtml
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« Risposta #1 inserito:: Aprile 05, 2015, 11:02:29 pm »

Cristiani trucidati
Radici e identità, chiediamoci cosa possiamo fare
I martiri cristiani non possono essere utilizzati per fondare battaglie o magari il nostro vittimismo. Non sono una bandiera di civiltà. Sono radicalmente diversi da quelli islamici: non si tolgono la vita per uccidere altri, soprattutto non odiano.

Di Andrea Riccardi

Questa è una Settimana Santa di passione per i cristiani. Gli studenti kenioti, uccisi perché cristiani, si affiancano ai fedeli pachistani assassinati in chiesa due settimane fa, mentre pregavano di domenica. A migliaia di chilometri, si rivela un’impressionante continuità nell’odio di chi ha l’unica colpa di portare il «nome cristiano». Sono cittadini di Paesi differenti, hanno storie diverse o partecipano a varie confessioni (cattolici, ortodossi, protestanti e neoprotestanti). Ma tutti uccisi, solo perché cristiani, da una violenza vigliacca contro gente disarmata. Cristiani spesso uccisi barbaramente per manifestare il proprio terrificante potere, come i copti decapitati sulle rive del Mare Mediterraneo. Uccisi o rapiti, come in Nigeria da Boko Haram. È una Via Crucis impressionante di un intero popolo di donne, bambini, uomini, giovani e anziani. Richiama quella del Venerdì Santo nelle chiese cattoliche. Papa Francesco l’ha guidata ieri al Colosseo, luogo degli antichi martiri, ed ha ricordato il martirio dei cristiani di oggi. Il martirio non è archeologia, ma attualità. La Via Crucis dei martiri ha una statio drammatica in Medio Oriente. Qui fu la culla del cristianesimo nascente. Restano antiche chiese, come a Malula in Siria (dove si parla ancora aramaico, la lingua di Gesù); si prega con millenarie liturgie cantate per secoli; ma soprattutto ci sono comunità pazienti e forti durante secoli di persecuzioni e umiliazioni.

Sono comunità che oggi stanno scomparendo, esiliate e colpite. Almeno in Siria e in Iraq. Questa violenza crudele e senza senso interroga i cristiani in questa Pasqua 2015, in cui risalta la somiglianza tra l’ingiusta condanna a morte del Maestro e la persecuzione dei suoi discepoli di oggi: tra il crocifisso e un’umanità crocifissa. Cominciò a notarlo Giovanni Paolo II, generando stupore nel mondo occidentale che pensava il cristianesimo in modo trionfante. C’è stato, specie dopo l’11 settembre 2001, il tentativo di recuperare i martiri cristiani come bandiera contro l’islam, per ridare identità a una civiltà che, per esistere, ha bisogno di identificare i nemici. I martiri cristiani non possono essere utilizzati per fondare battaglie o magari il nostro vittimismo. Non sono una bandiera di civiltà. Sono radicalmente diversi da quelli islamici: non si tolgono la vita per uccidere altri, soprattutto non odiano. La loro morte, per questo, pone domande forti: non solo a chi appartiene alla Chiesa, ma agli europei familiari con il cristianesimo, a chi è cristiano a modo proprio, e un po’ a tutti. Qual è la fede di questa gente che muore per continuare a essere credente? E poi che fare per loro? Quest’ultima è una questione da non eludere in tutte le sedi internazionali. Recentemente ne ha discusso per la prima volta il consiglio di sicurezza dell’Onu.

Ma come intervenire nella complessa situazione della Nigeria o del Kenya, se non chiedendo ai governi di garantire la sicurezza a tutti i cittadini? Questa Pasqua di persecuzione non lascia indifferenti tanti europei, nonostante la distrazione del mondo del benessere. C’è qualcosa che colpisce in profondità, facendo riscoprire un volto diverso del cristianesimo e dei cristiani rispetto a come li si raffigurava. Non è solo la reazione, per cui, quando i cristiani sono perseguitati, ci sentiamo un po’ tutti «cristiani»: un’identificazione profonda verso chi subisce una grave ingiustizia. C’è soprattutto una riscoperta del volto umile del cristianesimo in questi perseguitati, che abitano paesi del Sud del mondo. Colpisce la loro forza spirituale, espressa nella perseveranza nel frequentare di Domenica le chiese, nonostante le minacce, come avviene in Nigeria o in Pakistan. Forse le immagini dei perseguitati, nel nostro orizzonte, si accompagnano anche alle parole di papa Francesco, che mostra un cristianesimo spoglio e attraente, senza mettere in prima linea divieti e contrapposizioni. Così, più che attraverso espressioni altisonanti, si sta determinando - è una mia impressione - una rinnovata considerazione, con più attenzione e rispetto, della realtà del cristianesimo. Insomma un’altra immagine della realtà cristiana che oggi parla una lingua antica e rinnovata.

4 aprile 2015 | 17:48
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/cronache/15_aprile_04/radici-identita-domande-cristiani-f63300de-dae0-11e4-8d86-255e683820d9.shtml
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« Risposta #2 inserito:: Ottobre 05, 2015, 06:20:34 pm »

Vaticano
Gli equivoci su Francesco e la teologia che non divide
Il Papa non procede per ondeggiamenti casuali, ha un dialogo diretto con la comunità internazionale e una visione con cui tutti i vescovi del Sinodo sono chiamati a misurarsi La confessione di monsignor Charamsa è un particolare di vita di palazzo che non può innescare una crisi di governo

Di Andrea Riccardi

Quali scenari oggi nel governo vaticano? Vari osservatori notano confusione. Il coming out di mons. Charamsa dell’ex Sant’Uffizio e la severa risposta del portavoce vaticano, l’incontro con l’ex discepolo gay del Papa nella nunziatura di Washington e infine quello - sempre lì - con l’icona antigay, Kim Folley, mostrerebbero un andamento contrastante. Caso o incerta impostazione? Voci autorevoli della Chiesa insistono sul «fraintendimento» e la strumentalizzazione, cui andrebbero soggetti gli interventi e i gesti di Francesco. Il che costituisce anche una garbata rilevazione dei limiti originari del suo pensiero, forse per asistematicità o - come dicono taluni più severi - per «teologia debole». Si riproporrebbe un quadro confuso di governo, come negli ultimi tempi di Benedetto XVI, proprio alla vigilia di un Sinodo, in cui si tratta del delicato tema della famiglia.

I fatti accaduti sono in realtà particolari di vita di palazzo, più che una crisi di governo. Il caso Charamsa (il prete era stato proposto - sembra - come sottosegretario dell’ex Sant’Uffizio proprio dalla congregazione, ma non voluto dal Papa) impallidisce in confronto alle crisi nei ranghi della Chiesa nei decenni scorsi. Al tempo di Paolo VI, si ripetevano gli abbandoni di sacerdoti e religiosi, finanche vescovi, sino alla rottura di Lefebvre. Persino con Wojtyla non furono tempi facili e lo scisma si consolidò. Del resto, Francesco, a differenza di Montini (che volle presto i «montiniani» ai vertici curiali) non ha fatto grandi cambi di quadri vaticani, tenendo quelli ereditati dai predecessori, non sempre sintonici con lui.
Il Papa non procede con ondeggiamenti casuali. Ha una visione. Ha molta autorità tra il «popolo» e nella comunità internazionale. Lo si è notato a Cuba e negli Stati Uniti, dove è stato accolto come un leader mondiale, anche grazie alla mediazione tra i due Paesi, molto elogiato da Castro e Obama (presidente fino a ieri osteggiato dai vescovi americani). Alla tribuna del congresso americano e dell’Onu, ha parlato da riconosciuto leader spirituale, oggetto di forte attenzione pure quando le sue idee non facevano l’unanimità. Il messaggio papale non perde forza per qualche saluto in nunziatura: la vicenda ricorda i piccoli inciampi di vari viaggi papali. Il discorso del Papa non è solo rivolto all’esterno, ma radicato in una chiara visione della Chiesa.

Lo si vede nel confronto con la Chiesa americana. Questa, in una società così pluralista, ha avuto un ruolo di minoranza attiva in difesa dei «valori non negoziabili», pure con battaglie culturali aspre. Il suo è stato un modello sviluppatosi negli ultimi anni di Wojtyla e in quelli di Benedetto XVI. Ma il Papa non ha fatto ai vescovi Usa un controcanto liberal, come taluni attendevano. Ha disegnato una nuova stagione: «Il linguaggio aspro e bellicoso della divisione - ha detto - non si addice alle labbra del Pastore... e, benché sembri per un momento assicurare un’apparente egemonia, solo il fascino durevole della bontà e dell’amore resta veramente convincente». Egemonia o fascino convincente dell’amore? L’alternativa alle battaglie culturali non è l’adattamento liberale, ma l’attrazione «missionaria». Così pensa Francesco che ha visto la crisi del modello di minoranza combattiva dai confini chiari. Una logica che, pastoralmente, tagliava ponti, isolava la Chiesa scarica di capacità attrattiva, sospinta in un ridotto che la rendeva «antipatica» («simpatia» è parola chiave del discorso di Paolo VI alla chiusura del Vaticano II, citato nella bolla d’indizione del Giubileo).

Ieri il Papa all’Angelus, dopo l’apertura del Sinodo, ha insistito: non «società-fortezza, ma società-famiglia, capaci di accogliere, con regole adeguate, ma accogliere, accogliere sempre, con amore». Si riferisce ai rifugiati o alla famiglia? Rivolge a tutti l’invito a entrare in un processo di apertura. Non sembra turbato dei casi di palazzo o del Vaticano. Non vive isolato. Né rinuncia a un rapporto con il popolo: ne sente la simpatia e il sostegno. I vescovi sono chiamati a misurarsi con la sua visione. Chiudendo la scorsa sessione del Sinodo, tra l’altro, ha ricordato che lui è il successore di Pietro, garanzia di tranquillità per tutti.

5 ottobre 2015 (modifica il 5 ottobre 2015 | 06:59)
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Da - http://www.corriere.it/cronache/15_ottobre_05/gli-equivoci-francesco-teologia-che-non-divide-1260ec18-6b1d-11e5-9423-d78dd1862fd7.shtml
« Ultima modifica: Dicembre 04, 2015, 06:59:27 pm da Arlecchino » Registrato
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« Risposta #3 inserito:: Dicembre 04, 2015, 06:59:08 pm »

Il coraggio politico del viaggio africano di Papa Francesco
Il Pontefice è andato in un continente instabile per parlare di pace, sfidando i pericoli di attentati Una reazione forte dopo i fatti di Parigi

Di Andrea Riccardi

Moltissimi erano contrari al viaggio del Papa in Centrafricae alla sua rischiosa esposizione a Bangui. Avevano ragione: c’è stato un vero rischio per la sua persona. I militari francesi avevano avvertito sull’impossibilità di controllare le fazioni e le tante armi in mano alla gente. Papa Francesco però è voluto andare a Bangui, rispettando il programma, anche la visita al quartiere musulmano (che suscitava le maggiori perplessità). Ha avuto un coraggio personale straordinario, rivelatore del senso profondo del suo ministero. Ha mostrato l’audacia di chi vive quello che crede. Non ha avuto paura di andare nella moschea centrale di Koudougou a proclamare: «Tra cristiani e musulmani siamo fratelli». È anche una lezione a noi europei spaventati del futuro, specie dopo gli attentati di Parigi.

Francesco, con la visita in Centrafrica, ha dato un tono particolare al viaggio che ha avuto due precedenti tappe molto pastorali in Kenya e in Uganda. Ma in Centrafrica c’è stata la discesa agli inferi: una situazione fuori controllo, i rischi di conflitto religioso tra musulmani e cristiani, la fragilità delle istituzioni, l’insicurezza generale, i tanti profughi (alcuni incontrati dal Papa), la violenza e le armi, tanta miseria. Il Paese riassume in sé i mali del continente. Ha una storia terribile: basterebbe ricordare il tragico «impero» di Bokassa. Per la collocazione geopolitica, si riverberano sul Centrafrica l’instabilità dei vicini due Sudan, del Ciad e del Congo. Il Papa è sceso quasi nell’epicentro dell’instabilità, per parlare di pace.

Francesco ha proclamato Bangui «capitale spirituale del mondo» all’apertura della Porta Santa della cattedrale (fatta di povero legno) e all’inaugurazione del Giubileo: «L’Anno santo della misericordia viene in anticipo in questa Terra» — ha detto. Quasi ce ne fosse bisogno subito. Il tanto parlare di periferie da parte di Bergoglio (su cui qualche ecclesiastico ironizza) è concreto: il Giubileo comincia dalla periferia africana. Da qui il Papa ha parlato al mondo: «In questa terra sofferente ci sono anche tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia…».

La sua cattedra non è stata nella solennità dei marmi e dei canti della basilica di San Pietro. Le polemiche attorno alla vita vaticana sono lontane e ridimensionate. Per la prima volta la Porta Santa si è aperta in un «inferno» di violenze, rapimenti, odio, intrighi politici, corruzione, miserie. Liturgia e dramma della storia si sovrappongono.

Francesco vede riassunte e simboleggiate in Centrafrica tutte le guerre, quasi fosse la concretizzazione di un «giubileo» della morte e della violenza, che dura da tanto e rischia di non finire. Il Papa ha risposto con il suo Giubileo, quello dell’utopia della misericordia. Non l’ha proclamato dal soglio vaticano, ma si è sprofondato in una crisi: così non solo è più credibile, ma ha iniettato una speranza che aiuterà il processo di pacificazione. Il Papa è stato nella moschea centrale nel quartiere sotto controllo dei Seleka, le milizie musulmane che hanno rovesciato il presidente Bozizé (sostenuto dagli anti-Balaka cristiani) e il suo successore. Ha voluto incontrare tutte le parti di questa società in lotta e frammenti.

La povera Bangui, sfregiata da anni di guerra, così insicura, è diventata «capitale spirituale». I centrafricani hanno sentito con orgoglio la fiducia che il Papa dava a un Paese screditato nella comunità internazionale. Nonostante il caos della situazione in buona parte fuori controllo, hanno tratto le conseguenze dell’apertura di credito di Francesco. La visita papale è stata un catalizzatore di istanze di pace. Le milizie si sono autoregolamentate. Tutti i candidati alle elezioni presidenziali del prossimo 13 dicembre — con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio — hanno firmato un accordo che impegna l’eventuale vincitore a rispettare le regole democratiche.

Sulla soglia dell’Anno Santo, l’anziano Papa, per la prima volta in Africa, stanco di un lungo e turbinoso viaggio, quasi come un mendicante, ha chiesto l’«elemosina della pace». Ha lanciato un appello che va al di là dei confini centrafricani: «Deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace».

Da Bangui è venuta anche la risposta alla grave crisi aperta dagli attentati di Parigi: le diversità non giustificano i conflitti. Ha parlato anche delle divisioni tra cristiani come «scandalo davanti a tanto odio e tanta violenza che lacerano l’umanità». La proposta centrale del Giubileo è battere «la paura dell’altro, di ciò che non ci è familiare, di ciò che non appartiene al nostro gruppo etnico… alla nostra confessione religiosa».

Il Giubileo vuole creare — in mezzo ai popoli — una sintesi tra le diversità per vivere insieme. È l’ideale semplice e decisivo del Papa: «L’unità nella diversità» — ha detto. Parole semplici e forti, corroborate da gesti coraggiosi.

1 dicembre 2015 (modifica il 1 dicembre 2015 | 08:54)
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Da - http://www.corriere.it/cronache/15_dicembre_01/coraggio-politico-viaggio-africano-papa-francesco-a16c97d0-97f1-11e5-b53f-3b91fd579b33.shtml
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« Risposta #4 inserito:: Marzo 16, 2017, 04:58:24 pm »

BILANCI
La «simpatia» evangelica di un papa missionario
In questi 4 anni Bergoglio ha rilanciato il ruolo anche diplomatico della Chiesa usando un linguaggio più vissuto e meno ecclesiastico, aperto alle diversità

Di Andrea Riccardi

Sono quattro anni dall’elezione di papa Francesco: la metà del pontificato di papa Ratzinger. Giovanni XXIII fu papa per nemmeno cinque anni. Quello di Bergoglio è un pontificato segnato dalla «sorpresa» a partire dal nome di Francesco. Una enorme popolarità ha accompagnato questo «cristiano sul trono di Pietro», per usare l’espressione di Hannah Arendt su Giovanni XXIII. Fin dall’inizio, il papa ha messo in primo piano il carattere attraente del cristianesimo con un linguaggio evangelico. Le battaglie per i «valori non negoziabili» sono state da lui accantonate. E’ convinto che affermarsi sul piano socio-politico non sia una vittoria per Chiesa, che deve attrarre e non «combattere contro». In questo senso, il conclave del 2013, eleggendo Bergoglio, ha ribaltato il modello di cristianesimo minoritario, coeso, valoriale, espresso dalla Chiesa italiana e da altre Chiese. I cardinali si sono rivolti all’America Latina, il maggior continente cattolico, dov’era maturata la visione della conferenza dei vescovi ad Aparecida. Questa, sotto l’influenza del cardinale e dei teologi di Buenos Aires (ma non solo loro), ha proposto una visione di cristianesimo di popolo, senza confini, sulla dimensione della città globale, non difensivo. Per Francesco, la Chiesa deve inaugurare una stagione di simpatia, nel senso profondo e evangelico del termine.
Dal 2013, Bergoglio, da papa, è «missionario», come intendeva esserlo da giovane e come lo interpreta in modo complesso il suo pensatore di riferimento, Michel de Certeau: comunica il Vangelo con un linguaggio vissuto, rifugge quello ecclesiastico, incontra persone e mondi altri, non si trincera verso la diversità e l’alterità, anzi ne è attratto. E’ sereno, più allegro di com’era a Buenos Aires, a suo agio nel «mestiere impossibile» di papa, come lo definisce. Ha imposto all’attenzione, come mai nella Chiesa, i poveri e i fragili. I critici dicono che miete più consensi fuori dalla Chiesa che dentro. E’ un mito. Lo segue invece un popolo vasto di fedeli. Il suo pontificato scuote la Chiesa, ridandole vitalità, ma le critiche interne non mancano tra preti, vescovi, curiali. Anche perché esige cambiamenti. Ha creato un clima di maggiore libertà: così volano le critiche e il blog impazza, specie se tradizionalista.
«L’obbedienza non è più una virtù» — scriveva don Milani in altri tempi. E’ vero oggi soprattutto negli ambienti conservatori e tradizionali. Una delle contraddizioni evidenti di un cattolicesimo tradizionale, che dovrebbe essere papale, è che non ama o attacca il papa. Così, tra i cattolicesimi dell’Est, quelli di Visegrad, esplodono perplessità, specie quando il papa parla di famiglia o di migranti. In varie Chiese africane, il suo messaggio è filtrato da vescovi preoccupati che si perdano l’identità cattolica e il prestigio dell’autorità in un mondo assediato dai movimenti settari e dalla teologia della prosperità. Mai si sono viste tante opposizioni al papa, nemmeno ai tempi di Paolo VI. Tuttavia la leadership papale è forte. Non si tratta di tracciare un bilancio. Certo, Francesco è un riferimento nel mondo internazionale. La cancelliera Merkel lo considera un grande leader. Tanti capi di governo lo visitano a Roma, dopo che la diplomazia ha trascurato il Vaticano prima di lui. L’Irlanda, dopo aver chiuso l’ambasciata in Vaticano nel 2011, l’ha riaperta con Francesco. In questo momento, il papa è preoccupato per il clima di tensione internazionale. Non è un segreto come tema una guerra più vasta e come noti che il mondo vada accettando come normale l’idea di combattere, anche se per ora solo «a pezzi».
Francesco non crede a un progetto riformatore da attuare nella Chiesa. Quello, limitato, dei cambiamenti della Curia fatica ad attuarsi. Il papa governa con decisione ma, allo stesso tempo, è aperto ai suggerimenti. Il ruolo della Segreteria di Stato, vicina al papa, ha ripreso vigore. Alcune procedure, come la nomina dei vescovi, vengono spesso aggirate dal papa, perché non lo convincono per il carattere «di cordata» (come dice). Per la nomina del Vicario di Roma, ha promosso una vasta consultazione tra preti e laici. Pulsa in lui il senso di responsabilità personale del superiore gesuita, ma anche l’impegno (sempre gesuita) della consultazione. Non si tratta ancora di nuove istituzioni stabili. Francesco guida la Chiesa in una transizione delicata dentro la globalizzazione inoltrata, in cui vede prepotente il primato dell’economia e preoccupante l’involuzione del religioso nel culto della prosperità o dell’identità bellicosa. Non vuole il rifugio dietro i muri del sovranismo cattolico, che si presenta protettore di qualche nazione cristiana. Crede nella navigazione in mare aperto, convinto che le coscienze dei cristiani e la fede degli umili abbiano la bussola del futuro. Illuso o addirittura presuntuoso rispetto ai predecessori? Papa Bergoglio ricorda che venne a Roma quattro anni fa con il biglietto per tornare a Buenos Aires e la prospettiva della pensione. Non era il candidato della grande stampa. Lui fa capire che, se è stato scelto, un motivo «superiore» ci sarà stato. Così affronta il futuro pacificamente a ottant’anni, con un denso programma, tra cui viaggi in Egitto e in Colombia. Le sorprese non sono finite. Temute dagli uni e auspicate dagli altri.

12 marzo 2017 (modifica il 12 marzo 2017 | 20:53)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/17_marzo_13/simpatia-evangelica-3c98617e-0751-11e7-96f4-866d1cd6e503.shtml
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