LA-U dell'ulivo
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Autore Topic: LUCIA ANNUNZIATA -  (Letto 45683 volte)
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« Risposta #240 il: Giugno 25, 2015, 07:26:37 »

Tre onde d'urto contro Renzi
Pubblicato: 09/06/2015 20:55 CEST Aggiornato: 4 ore fa

Da politico consumato qual è, Renzi può dire di averlo capito subito. Intorno al suo Pd, che continua (purtroppo) a rimanere inchiodato sul dibattito interno su se e come restare unito, si sta accumulando una portentosa ondata d'urto, cavalcata dalle varie opposizioni al governo, ridefinite e ringalluzzite dai risultati elettorali.

Il segnale che qualcosa di nuovo fosse in ballo l'ha colto, dicevamo, la vibratile sensibilità politica dello stesso Renzi che, rompendo il suo abituale codice di lasciarsi alle spalle le questioni italiane quando è all'estero, dall'idillio di Schloss Elmau si è scagliato contro la nuova crociata di Maroni per rifiutare i profughi.

Aveva fiutato, il premier, il materializzarsi di una nuova, originale, azione nello scenario politico. Senza perdere un attimo di tempo, senza sprecare parole (se questo si può dire dei leghisti), in maniera chirurgica e sapiente, la Lega ha subito capitalizzato il suo successo alle urne, presentando al governo centrale il peso del Nord.

Maroni spalleggiato da Salvini, e accompagnato da Liguria e Veneto, è partito minacciando di togliere risorse ai sindaci locali che avrebbero accolti profughi; ha poi messo in riga i Prefetti, braccio operativo dello Stato sui territori, e infine, al corretto rifiuto dei Prefetti di farsi dare indicazioni da un governatore, ha inviato i cittadini a chiamare le prefetture e protestare.

Non è la solita strategia caciarona e scissionista della Lega di sempre. Non è né la rivolta civile che fu, ("non paghiamo le tasse"), e nemmeno il folklore dei fucili scissionisti. Maroni e Salvini sono partiti all'attacco delle articolazioni dello Stato sul territorio - usando per altro il ruolo istituzionale dei governatori, prefigurando così un conflitto di titoli e competenze con il Ministero degli Interni, che il governatore di Milano, ex Ministro di quel dicastero, conosce a menadito e sa come giocarci dentro.

Una strategia che, con la crisi dei profughi in corso, sarà molto difficile da fermare - a meno di non entrare appunto nella spirale dello scontro tra poteri, e fare proprio il gioco della Lega.

L'altra onda è cavalcata da M5S (e da una parte della destra che sta con i leghisti) che a Roma ha preso nelle sue mani la richiesta di far pulizia in Campidoglio e nelle istituzioni laziali. Campagna insidiosissima: gli sforzi fatti in questi mesi per pulire il Pd e per difendere Marino impallidiscono di fronte alla crescente lista di uomini del Pd ancora carica, e della pervasività della corruzione nella macchina amministrativa in generale, come testimonia l'amarezza dello stesso Assessore alla Legalità del Campidoglio, Sabella.

Campagna popolarissima a causa dell'esasperazione dei cittadini per le condizioni generali della Capitale, che da anni è diventata il palcoscenico mondiale perfetto per spiegare le ragioni di una sfiducia generalizzata dell'Italia nella politica.

Un messaggio arriva infine al governo anche da qualche amico, il tormentato Ncd, scontento da tempo del ruolo secondario riservatogli da Renzi, e ora ringalluzzito dalle vittorie elettorali riportate in tandem con Forza Italia. In Senato la pattuglia di Alfano e Quagliariello si è assentata mandando il governo sotto su un voto al disegno di legge sulla Scuola. Nulla di rilevante in termini di impatto, ma molto chiaro come segnale: questo è quanto contano i nostri pur pochi voti, dice Ncd, e così finisce il governo se fa a meno di noi.

Tornando a Renzi e alla sua sensibilità politica, va ricordato che in fondo aveva elencato il rafforzamento di queste opposizioni già nel discorso di apertura della Direzione del Partito. Dall'elenco fatto in quella sede, manca ancora Landini. Il Premier fa mostra di avere di lui meno paura che degli altri - Grillo e Salvini. Ma chissà?

Il luogo in cui si trova il governo, a poche giorni dal risultato elettorale, è molto pericoloso - è, per la prima volta, quello dell'accerchiamento. L'Esecutivo ha solide mura e un capitano energico ma, com'è noto, in un assedio basta una sola falla, e nemmeno tanto grande.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/tre-onde-durto-contro-renzi_b_7546132.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #241 il: Luglio 12, 2015, 04:56:32 »

Le ceneri di Angela, gli attributi di Tsipras

Pubblicato: 06/07/2015 00:13 CEST Aggiornato: 3 ore fa

"Le ceneri di Angela", prevedeva in copertina questa settimana il settimanale Der Spiegel, con un incredibile senso degli eventi a venire, spiegando nel resto del titolo: "Come la Merkel ha fallito sulla Grecia e sull'Europa". Come dire - non c'era bisogno di essere di sinistra, o antisistema, o come volete voi, per vedere che l'Europa stava facendo qualcosa di sbagliato nella trattativa con la Grecia.

E se pure il referendum, come hanno detto fin qui tutte le élite europee, è stato una forzatura e un atto irresponsabile, ora che si è concluso si potrà almeno dire che ha portato a un chiarimento necessario e definitivo sul vero umore del popolo greco, sul consenso intorno ad Alexis Tzipras, e , non ultimo, sull'Europa stessa.

La schiacciante vittoria dei no suona come una umiliazione di chi ha voluto lo scontro in Europa, convinto di poter rimettere in riga una riottosa nazione con bastone e carota.

È l'umiliazione della Merkel innanzitutto, che ha qui rivelato una straordinaria miopia, un eccesso di muscolarità tanto in contrasto con le sue solite sottigliezze da far immaginare effettivamente, come dice Der Spiegel, il logorarsi del suo patrimonio politico. Sconfitti, insieme a lei i tanti funzionari europei mascherati da leader, di cui Juncker è oggi il perfetto stereotipo, anche loro tutti convinti che un ringhio di Bruxelles bastasse a rimettere a posto le cose.

Sconfitti sono però anche i leader europei che avrebbero potuto avere, per tradizione e convinzioni, un ruolo di bilanciamento per evitare che si arrivasse a questo punto. Penso alla Francia, che in questa circostanza ha ceduto la sua forza diplomatica per finire poi oggi a essere richiamata in servizio per aiutare la cancelliera.

L'Italia anche avrebbe potuto, voluto e dovuto fare da mediatore. Lo ha tentato all'inizio di questo scontro. Ma si è ritirata, e il perché ce lo spiegherà prima o poi Matteo Renzi. Certo è che il nostro paese che con il nuovo premier è entrato sulla scena europea solo pochi mesi fa con la ambizione di far "cambiar verso all'Europa" appare oggi fra gli spettatori più' che fra I protagonisti.

Va aggiunto che la difficoltà non è da attribuire tutta a Hollande o a Renzi : è l'intero schieramento socialista che esce scombussolato da questo scontro sulla Grecia, che ha spostato più a sinistra l'oscillazione potenziale della sinistra. Uno spostamento di cui sembra acutamente consapevole Martin Shultz che su Atene ha assunto fin da subito, e ancora oggi lo conferma, un ruolo di "guardiano della ortodossia" europea.

Sul vincitore Tsipras si accumulano ora grandi nubi - a dispetto delle parole di conciliazione che ha immediatamente pronunciato, è già stato messo da quasi tutti i media nel ruolo di nemico pubblico numero uno. Nulla di nuovo. La sua demonizzazione è per certi versi una preparazione a una nuova trattativa, se mai ci sarà.

Ma una cosa ha l'uomo di Atene che tutti i politici europei hanno mostrato di non avere: una vera leadership - fatta di certezza, consenso, audacia, e, non ultimi, "attributi". La partita con lui è aperta.

C'è infine un non-protagonista che questo risultato del referendum potrebbe oggi spingere a entrare in campo: gli Stati Uniti. Il presidente Obama non è entrato in campo in questa vicenda se non, a quel che sappiamo, verso la sua conclusione, raccomandando alla Merkel la strada dell'accordo.

Sugli affari interni della Ue, Washington ha sempre preferito applicare la regola di un'amichevole e rispettosa distanza. Ma gli Usa non possono nemmeno stare a guardare l'inizio di una potenziale spirale negativa - per tutte le ovvie ragioni del caso, a cominciare dalle possibilità che la crisi europea apre per la Russia. È possibile dunque che nelle prossime settimane gli Stati Uniti - che dopotutto sono i maggiori azionisti del Fondo Monetario - diventino più attivi in questa vicenda.

Come si vede, nel giro di una settimana, i profili di quasi tutti I protagonisti europei sono cambiati - in termini di posizionamento e percezione pubblica, che si sia con l'uno o con l'altro. Questa riscrittura è la rappresentazione di quel che è già cambiato: si opera oggi in diverse circostanze.

Dove si va da qui non è per nulla chiaro al momento, forse nemmeno a chi dovrà prendere le decisioni. Non sarà facile far ripartire la trattativa, come è stato già detto dalla Germania, ricucire lo strappo da un punto di vista politico, e persino umano. Così come non sarà facile trovare il meccanismo burocratico della riammissione della Grecia nella Comunità. Ma sarà ancora forse più difficile per ciascun paese membro digerire l'intervento sulle regole che la Grecia ha messo in moto. In assenza di una ricucitura piena, e di riforme dell'Europa stessa, la tentazione, da ora in poi, di fare come Atene, sarà sempre più alta.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/le-ceneri-di-angela-gli-attributi-di-tsipras_b_7731990.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #242 il: Settembre 06, 2015, 12:11:07 »

L'Europa che vogliamo

Pubblicato: 05/09/2015 22:34 CEST Aggiornato: 2 ore fa

È un giorno oggi per dire grazie - alla Germania, all'Austria, e, soprattutto, a quei profughi siriani che con la loro lenta ma determinata marcia stanno frantumando tutte le frontiere. Prima di tutto quelle dentro di noi.

Dunque l'Europa non ha guardato dall'altra parte. Non si è rifugiata dietro porte sbarrate, cancelli di ferro, polizia. L'Europa non è solo paura, evidentemente, come pure ci è stato ripetutamente detto.

Sono giorni come questi, in cui si può guardare a volti che si sorridono al di qua e al di là di transenne, a mani che si stringono, ad applausi di benvenuto tra gente di cittadinanza, religione e abitudini diverse. Sono giorni come questi quelli in cui l'antica angoscia di essere europei si scioglie, e l'Inno alla Gioia, improbabile Inno di una collezione di paesi raccolti sotto la fredda sigla Ue, trova la sua ragione per essere ascoltato.

C'è molto da gioire oggi. L'ennesima deriva umanitaria - su cui poi per anni ci saremmo autocriticati - sembra essere diventata il passaggio verso una nuova Europa.

Ma c'è anche molto, molto da imparare e su cui riflettere. Non illudiamoci in queste ore - questo momento è un passaggio, dunque iniziale, precario e, potenzialmente, pieno di rischi. Meditare su lezioni e rischi è probabilmente il metodo migliore per fare sì che la positività di questo momento non venga fra pochi giorni o mesi cancellata da un brutto risveglio.

Le lezioni, dunque. La prima ha a che fare con la leadership. Angela Merkel è la principale autrice del cambiamento in corso. In una trasformazione che pure sembra senza rotture, la Cancelliera, che poche settimane fa appariva sprezzante delle condizioni economiche del popolo greco, ha aperto le porte della sua nazione ai profughi siriani, annunciando per altro una sospensione degli accordi di Dublino. Cambiando così il corso in atto degli eventi.

Se abbia agito o meno nell'animo del leader tedesco una ragione umanitaria non possiamo saperlo. Ma la spiegazione politica della sua svolta è chiara: Merkel ha sottolineato con la sua scelta il limite della gabbia in cui l'Europa che chiuso il suo rapporto con l'immigrazione, e con le sue responsabilità. Ci sono pochi dubbi che la Siria, come altri paesi nella nostra area di intervento, sono stati attraversati e malamente da molte nostre decisioni. L'assunzione di responsabilità è il primo principio che definisce qualunque leadership che voglia anche solo definirsi tale. Tanto più quando questo senso di responsabilità ha un prezzo molto alto: tutti sappiamo che in Europa l'immigrazione è il terreno su cui si vinceranno o perderanno le future elezioni, e che l'intero continente, a partire dalla Germania, è popolato da forze sempre più antiimmigrazione, da Ukip a Le Pen alla Lega ai movimenti neonazisti. Merkel è andata proprio nella casa dove brucia questo incendio e ha detto alla sua nazione in queste ore: "Abbiamo la forza per fare quel che va fatto". Usando esattamente le parole "quel che va fatto", riportando alla nostra attenzione uno dei fondamenti della nostra coscienza moderna, la kantiana idea che l'etica è un obbligo non è una opzione. Rispetto alla quale - potremmo proseguire - anche la sconfitta elettorale è secondaria.

Se ci sono altri leader politici europei che hanno avuto lo stesso coraggio al momento mi sfugge. Tuttavia, la lezione tedesca non è solo quella della accoglienza. Così come l'apertura delle frontiere ai profughi siriani non può essere vista solo come un buon gesto.

Nel momento stesso in cui finalmente ci si mobilita per "accogliere" e non solo per respingere, si rende anche visibile a tutti la dimensione del problema che abbiamo di fronte - solo i profughi della Siria sono 1 milione e 600 mila. I profughi o disperati del resto del mondo che guardano a noi, dalla Libia innanzitutto, e Africa, e Iraq, e Afganistan, sono tanti milioni. Accoglierli tutti non è e non potrà mai essere la soluzione.

È una consapevolezza che ha prima di tutti la stessa Merkel. La Cancelliera non ha promesso infatti la salvezza a tutti. L'attuale ingresso ai siriani costa - ha fatto sapere - la sospensione di ben 75 mila richieste di asilo dai Balcani. È un esercizio di realismo lodevole, perché prova che la accoglienza non è un gesto emotivo e tantomeno salvifico. L'accoglienza tedesca di queste ore è tanto gradita quanto limitata nel numero e nello scopo (i rifugiati di guerra).

Anche questa cautela è prova di leadership. La prudenza è oggi infatti un obbligo - gestire il futuro dell'immigrazione è una sfida così grande da rischiare di schiacciare il nostro continente. La soluzione non può venire solo dalla accoglienza in Europa o nell'intero Occidente.

La soluzione deve intanto nascere soprattutto dove il conflitto c'è. Questo è forse l'aspetto di cui si parla troppo poco. Molte voci dell'ambiente dei diritti umani in queste ore chiedono di nuovo a viva voce l'avvio di un intervento massiccio nella assistenza ai profughi dentro i paesi del conflitto e nelle nazioni limitrofe. Non si parla qui dei pochi fondi che si destinano già ai profughi, ma di un intervento adeguato alle dimensioni del momento. L'Onu e I paesi occidentali, ma anche Arabi e Asiatici, hanno le forze economiche per finanziare un progetto che ristabilisca condizioni davvero vivibili per la popolazione civile che già si trova nei paesi limitrofi, e che compensi economicamente le nazioni, come Giordania, Egitto, Libano, Turchia, Grecia, che già oggi hanno aperto le proprie porte a chi è in fuga. In attesa di una stabilizzazione politica dei paese in Guerra. Un po' come e' stato fatto ai suoi tempi, quasi venti anni fa ormai, per i Balcani.

Un programma di lungo periodo, dall'esito non facile, e dal percorso pericoloso. Per questo oggi più che mai ci vogliono grandi leader. E milioni di cittadini con grande senso del mondo in cui siamo, e un grande cuore per tutto quello che potremo fare.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/rifugiati-europa-che-vogliamo_b_8094064.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #243 il: Settembre 15, 2015, 04:34:27 »

Magari Corbyn non andrà al governo ma ne è valsa la pena

Pubblicato: 12/09/2015 20:24 CEST Aggiornato: 2 ore fa

Si, lo sappiamo, ma vuoi mettere il divertimento.

Sappiamo che Jeremy Corbyn che ha vinto con il 60 per cento la leadership del Labour , con quella piattaforma antiguerra, antibanche e antiausterità non è certo ben posizionato per andare al Governo.

Come del resto Bernie Sanders in America, Podemos in Spagna, e come probabilmente lo stesso Tsipras in Grecia, la prossima settimana. Che tutti loro rappresentino una sinistra irrealistica, fuori dal tempo e dai tempi, ce lo hanno detto in tanti, i migliori giornalisti del pianeta, dai grandi Italiani come Paolo Mieli , ai grandi Americani come David Brooks, per non parlare delle grandissime firme Inglesi come il Direttore del Financial Times Lionel Barber. Ma come si può essere cosi' infantili - dicono queste firme- così persi dietro a piattaforme cosi' antibusiness, antisistema, proprio quando la rivoluzione global-tecnologica ha svuotato vecchi schieramenti e vecchie ideologie?

Il Financial Times in particolare sembra essersi molto agitato per la ascesa di Mr Corbyn: nei mesi scorsi ha mobilitato sulle sue pagine, intervento dopo intervento, editorialisti simpatizzanti Labour che mettevano in guardia contro Corbyn, fino a quello che si può definire il fin qui più nobile e famoso avvertimento politico, firmato Peter Mendelson, principe della campagna di rinnovamento del Labour negli anni ottanta, esperto di comunicazione che ha reso famoso nel linguaggio politico corrente il termine spinning, diventato nel frattempo Lord: "Se vince Corbyn sarà un disastro epocale, la fine del Labour", ha detto, nientemeno.

Come dicevo, è molto probabile che Mendelson abbia ragione e che con Corbyn il Labour non tornerà al governo. Ma già aver creato tutta questa agitazione nei piani alti, non valeva forse la pena?

E chissà che significa, e chissà com'è successo - aspettiamo le dotte disquisizioni della lista di cui sopra - che tutti quegli insegnanti, quegli operai, quei sindacati, quei giovani, martellati negli ultimi anni dalle accuse di essere finiti, morti ( politicamente, ovvio), si siano improvvisamente risvegliati, seppellendo sotto le vecchie richieste di sempre (si parla di "giustizia sociale" pensate), il miglior pezzo di teoria politica nata a sinistra negli anni ottanta, il "Si vince solo al centro".

In effetti, il rifiuto del "centrismo democratico" è un po' il punto e il collante politico di tutti questi nuovi orientamenti a sinistra. È il rifiuto del realismo che ha coperto per i passati venti anni la marcia verso il centro e verso l'establishment da parte della sinistra. Non a caso la rottura si presenta oggi innanzitutto come atto dentro i gruppi dirigenti degli stessi partiti democratici, avvertiti come parte ormai più del sistema che della propria area politica. Oltre il caso Inglese, anche quello Americano fa scuola: Hillary è oggi vissuta da una parte dei suoi elettori soprattutto come establishment; lo stesso svantaggio già messo in luce dalla vittoria di Obama, e che otto anni dopo sembra essere diventato un elemento strutturale.

Un tratto di rottura dentro la classe politica di sinistra che si ritrova sia in Podemos, che in Syriza. E anche in Italia, con la rottamazione renziana, ma con una eccezione: dopo la rottura Renzi ha virato in senso ancora più centrista del passato, mentre la sinistra democratica e' entrata in affanno. Il perché della eccezione italiana mi sfugge.

È populismo quello dei Corbyn, dei Sanders, di Syriza, o semplice "ignoranza dell'economia" come ha scritto il Financial Times? O è possibile oggi che una piattaforma radicale abbia qualcosa da rifondare in politica? Questo credo sia oggi lo sviluppo cui prestare attenzione.

Non è difficile vedere come la attuale rivoluzione global-industriale abbia aumentato il senso della cittadinanza, allargato la platea dei diritti e della partecipazione, ma abbia anche, contemporaneamente, sottolineato la mancanza di eguaglianza.

La crisi dei migranti in corso è lo specchio di questo divario: siamo tutti simili in un mondo globale, ma siamo tutti profondamente diversi nella fruizione dei diritti umani di base. Così come, va ricordato, in tutti i nostri paesi industrializzati, si fa sempre più doloroso il divario fra chi ha e chi non ha, a partire dall'impoverimento della classe operaia e media che una volta era la spina dorsale delle nostre società.
Certo, il nuovo mondo è un fatto, un processo che non si può negare solo perché fa male.

Ma è davvero questo l'unico possibile corso di sviluppo, come si chiedono anche tanti economisti e pensatori, che già da oggi allertano sulle possibili conseguenza di un sistema così unidirezionale? E se cosi anche fosse, non è forse proprio compito della politica correggere, equilibrare un sistema socialmente scompensato?

Va ricordato oggi che quelle che sono sembrate per tanto tempo domande utopiche per il funzionamento del sistema - l'ecologia, il ruolo del consenso, un diverso uso delle risorse, l'accesso universale, e , infine, proprio le tecnologie - sono diventate poi le vere forze propulsive del rinnovamento del sistema in cui viviamo. E se la richiesta di "giustizia sociale" invece che essere un vecchio arnese fosse un nuovissimo strumento di espansione?

Forse il vero fallimento della sinistra del passato ventennio è quello di non aver saputo anticipare le nuove forme della disuguaglianza. Oggi, viceversa, potremmo osare dire che forse in questo riemergere della sinistra a' la Corbyn, in questa domanda di più "giustizia sociale" c'è qualcosa da ascoltare, qualcosa di utile da cogliere. Anche da parte dei suoi più feroci, o più cinici, oppositori.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/corbyn-labour_b_8127694.html?1442082308&utm_hp_ref=italy
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« Risposta #244 il: Gennaio 03, 2016, 06:07:22 »

Nessuna consolazione per il 2016
Pubblicato: 01/01/2016 11:56 CET Aggiornato: 41 minuti fa
ITALIA

Lucia ANNUNZIATA

Nessuna consolazione per il 2016. Europa e Guerra, i due grandi temi che hanno fatto irruzione nella nostra vita e la stanno drasticamente cambiando, sono stati i convitati di pietra delle conferenze stampa di fine anno dei due Presidenti. Presenti sullo sfondo. Ma quasi non citati. Una rimozione che non ci meraviglia.

Il 2015 ci ha consegnato alla paura. Ci ha consegnato a un nuovo mondo - che toglie il sonno, aumenta l'insicurezza, cambia le carte alla ripresa economica, impatta sul nostro portafoglio, e sul futuro dei nostri figli. Cosa ci dobbiamo aspettare? Come dovremmo reagire, regolarci? Ci aspettano sacrifici, aggiustamenti - ci viene detto - ma quali? Ai nostri governanti forse non possiamo chiedere soluzioni a problemi così grandi, ma hanno almeno una strategia per navigare in queste nuove acque? Se per dibattito pubblico si intende qualcosa di più del fiume di parole, e delle generiche affermazioni ottimistiche, mirate ad avere un effetto lifting sugli umori della nazione, a tutte queste domande abbiamo oggi, al varco del 2016, zero risposte. Per essere più precisi, vorrei fare alcuni esempi delle cose che forse i nostri governanti potrebbero chiarire.

Proprio in questo scorcio di fine anno, si è tenuto il Consiglio d'Europa. Un incontro diventato rappresentazione del pericoloso punto di disfacimento su cui si muove la nostra più importante istituzione.
I socialisti si sono riuniti, come spesso fanno, in un prevertice, che questa volta ha mostrato tutta la debolezza del campo socialista europeo: assente Sigmar Gabriel, per scelta sempre più tedesco che socialista; sostanzialmente assenti anche i francesi, avvitati nella loro tragica vicenda nazionale e risentiti per lo scarso appoggio socialista alle loro decisioni sulla guerra contro l'Isis; presente per prima volta l'inglese Jeremy Corbyn, ma assente una buona parte del suo Labour che sulla guerra ha preferito stare con il premier conservatore David Cameron; gli spagnoli erano alle prese con elezioni che li hanno ridimensionati; i greci, invece, ancora muti dopo le batoste dell'anno.

Sul fronte conservatore, Cameron, anche lui pressato dalle scelte sulla Brexit, si è trovato stretto tra umori popolari (a favore) e umori della City (contrari): per minimizzare, evidentemente, ha parlato all'Europa delle condizioni della Brexit nel corso della cena. Nel frattempo, Angela Merkel, a sua volta tormentata dalla possibilità concretissima di perdere la sua base elettorale a casa e in Europa, ha tenuta la più importante riunione, quella sui profughi, convocando solo i paesi europei del proprio blocco di influenza o di interesse.

Come si vede, questa è la rappresentazione di una separazione di fatto di un percorso comune. Del resto, il riemergere di scopi nazionali ha già indebolito, o svuotato, quelli che finora erano considerati come I pilastri stessi dell'Europa: Schengen è diventato un meccanismo a tempo alternato, e la inflessibilità della austerity si è ammorbidita subito di fronte alle emergenze - per i profughi o per la polizia di frontiera, per pagare la Turchia, o per chiudere un occhio su qualche crisi con rischio default di qualche paese "amico" (cioè spesso del nord Europa).

Nel 2015 è riemerso così il vecchio autoritarismo europeo, la divisione fra chi conta e chi meno, procedendo secondo la legge del più forte. Un opportunismo tattico che sul viale del tramonto pratica proprio quella Merkel che della inflessibilità delle regole è stata la vestale: l'accordo con i russi sul gasdotto North Stream è la soluzione a schiaffi in faccia (al resto dell'Europa) di una questione su cui si sono spesi anni di riunioni, decise molte carriere e i destini di molti paesi, incluso quello dell'Ucraina.

Non è forse un default, ma nel 2015, l'Europa si è già riprogrammata in difesa, riorganizzata intorno a sottogruppi di interessi, una serie di scatole cinesi di scopi nazionali. Non intende e non può più fare politiche di lungo tempo. Per questo è diventata più occhiuta, più cattiva, più determinata. Nel momento più alto della crisi l'Europa sta andando insomma in ordine sparso: che conclusioni dobbiamo trarne, per noi?

Così come in ordine sparso stiamo andando a una delle decisioni più complicate in corso: intervenire in Siria, di nuovo in Iraq, e in Libia. Oggi l'Occidente è in una coalizione a geometrie variabili, marcia unito con Sunniti e Sciiti (i due arcinemici di questo conflitto) a seconda delle occasioni, e a volte persino di singoli pezzi di territorio dentro le varie nazioni. Non ci vuole un grande generale (ma anche chi lo è oggi esprime spesso i suoi dubbi) per capire che se la guerra è un piano, qui non ce ne è uno riconoscibile nè militare e ancor meno politico.

Di questi cambiamenti l'Italia ha preso per ora la parte peggiore. Il governo Europeo ha messo sotto scrutinio la nostra accoglienza, la manovra economica, la mancata spending review.

Renzi ha alla fine alzato i toni, ha attaccato la miopia del modello, la doppiezza delle scelte, senza peli sulla lingua con la stessa Merkel "doppiogiochista". Capiamo la rabbia del premier, e non vogliamo certo dire che sia tardiva (anche se lo è). Ma dove vuole portarci Matteo Renzi con queste polemiche? Certo non vuole la rottura. Dice anzi di voler "migliorare" con queste critiche l'Europa. Ma in quali sedi istituzionali, con quali riforme, e con quali alleati? Vogliamo qui ricordare che l'applicazione delle nuove norme bancarie decise in maniera comune in Europa sono quelle che stanno ora scuotendo il sistema bancario italiano, a partire dalle famose 4 banche: perché il governo italiano non ha almeno spiegato in una campagna nazionale quelle norme a tutti i cittadini prima che si traducessero in un frettoloso decreto nazionale?

Sull'intervento in guerra siamo alla stessa indeterminatezza. In questi ultimi mesi l'Italia ha stretto moltissimo i rapporti con gli Usa, in parte anche per compensare il rifiuto di intervenire in Siria, non apprezzato nelle capitali europee. Ma per stringere questi rapporti siamo finiti in qualche modo - o almeno al momento questa è la mia impressione - dalla padella di un intervento in Siria alla brace di impegni militari in zone ed aree molto più complicate: in Libia, e a Mosul in Iraq. Perchè stiamo "pedalando" l'idea, del tutto irrealistica, che in Libia esista davvero una soluzione diplomatica? Chi sono i nostri alleati veri in quelle terre e per quali interessi ci prepariamo a intervenire? Perchè di intervento si parla - e in certe forme è già in corso. Per quali ragioni abbiamo preso la difesa pericolosissima della diga di Mosul? A quali alleanze o rotture questo ci porta? Quali interessi privati si avvantaggiano di queste mosse? Per una analisi in dettaglio della frettolosità del nostro intervento in Iraq rimando al nostro blogger Francesco Martone dell'organizzazione "Un ponte per..." che da anni opera in quelle terre. Infine, e soprattutto, perchè tutte queste decisioni non vengono formulate e spiegate pubblicamente? Ci risiamo.

Ecco, se oggi dovessimo individuare il punto esposto della nave italiana lo indicherei in questo muoversi nelle nuove condizioni, scivolandovi dentro, più che affrontandole. Chiaro segno del fatto che nessuno ha una chiara idea di cosa fare. E non parlo qui solo del capo del Governo Renzi, ma di una intera classe dirigente - Ministri, Presidenti di Commissione preposti, Parlamentari, autorità istituzionali dal Quirinale in giù e infine, ma non ultimi, vertici di tutte le forze armate dello Stato. Non ricordo a mia memoria (ed è lunga) una fase così difficile trattata con uguale sciatteria. Lo capiamo. È difficile avere grandi progetti. Ma per governare, in tempi come questi, i progetti sono necessari. E il paese non è stupido: l'incertezza si avverte.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/nessuna-consolazione-nel-2016_b_8889762.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #245 il: Febbraio 04, 2016, 04:51:06 »

Padoan a Bruxelles: "Abbiamo tutto il diritto di chiedere flessibilità"
Il ministro dell'Economia rivendica gli sforzi italiani: "Non chiediamo nulla di nuovo, solo cose che esistono nelle regole europee. L'Ue sciolga la riserva evitando un'incertezza che non aiuta la crescita". L'Ufficio parlamentare di bilancio lo gela: "Italia non beneficerà della flessibilità". Ma Juncker apre: "Non faremo stupida austerity"

03 febbraio 2016
BLOG Stare con l'Italia di LUCIA ANNUNZIATA

La lotta Merkel-Schaeuble e la rivolta dei falchi di Berlino: "Basta con il ricatto italiano"
Flessibilità, le richieste italiane a Bruxelles

MILANO - La vigilia dell'aggiornamento delle previsioni economiche della Commissione europea vive ancora del botta e risposta tra l'Italia e Bruxelles sul tema della flessibilità dei conti pubblici, legata in particolare alle spese sostenute per fronteggiare l'emergenza migranti. A prendere le difese delle scelte di governo è il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, che rivendica la legittimità delle richieste di maggiore spazio sul bilancio inoltrata alla Ue e ancora in attesa di un via libera definitivo. Parole alle quali risponde indirettamente il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, che apre spiragli positivi per l'Italia e chiude la porta alla cieca austerity.

I dubbi dell'Upb. Ma sulla possibilità di spuntare flessibilità piomba lo scetticismo dell'Ufficio parlamentare di bilancio, l'organismo tecnico che vaglia i documenti economici prima di inoltrarli a Bruxelles. Quest'ultimo, in un focus dedicato ai conti pubblici, sottolinea che "l'Italia non dovrebbe poter usufruire nel 2016 di margini di flessibilità legati all'emergenza migranti", perché prevede un livello di spesa in linea con il 2015 (3,2 miliardi), mentre la Commissione ne dovrebbe tener conto "solo nel limite dell'aumento rispetto all'anno precedente". Insomma, dovremmo spendere di più dell'anno scorso per poter chiedere maggiore flessibilità, mentre il Documento programmatico di bilancio si limita a prevedere lo stesso livello di uscite. Il problema, nell'ottica del governo, è che nel triennio precedente si spendevano 1,2 miliardi all'anno per affrontare l'emergenza migranti, quindi l'aggravio c'è stato ed è stato anche significativo.

La risposta di Padoan al Ppe. Soltanto ieri, il leader dei Popolari europei, Manfred Weber, è andato giù pesante sulla richiesta italiana: "La Commissione ha dato massima flessibilità negli ultimi anni, ora non ci sono più margini e sono d'accordo anche i commissari socialisti come Moscovici", ha tuonato in direzione di Palazzo Chigi. e il premier Matteo Renzi ha risposto piccato che l'Italia "non prende lezioncine da nessuno dei suoi amici europei", oggi Padoan è tornato a sottolineare quanto fatto nella Penisola: "Lo sforzo di riforme dell'Italia è quello che ci porta a chiedere con tutto il diritto la gestione di una politica fiscale più flessibile, come previsto dalle regole europee. Non è una cosa che ci stiamo inventando", ha argomentato durante un dibattito all'Aspen con il cancelliere dello Scacchiere britannico, George Osborne, che curiosamente è impegnato in questi giorni, con il suo governo, in altre trattative con Bruxelles.

Il caso Schaeuble: "Basta ricatto italiano"

Il ministro ha rimarcato che "l'Italia non sta chiedendo nulla di nuovo, né di incompatibile con le regole", anche perché il debito si ridurrà e "quindi c'è assoluta compatibilità con le regole di bilancio. Ci auguriamo semplicemente che la risposta sia sciolta presto da parte della commissione e quindi di evitare una incertezza che sicuramente non aiuta la crescita" , visto che "pesa sulla ripresa". Per Juncker, le regole sulla flessibilità introdotte dalla Commissione "sono largamente sufficiente per permettere ai diversi Paesi, anche quelli alle prese con le peggiori difficoltà, di poter proporre bilanci che corrispondono a tutte le regole ed esigenze". In ogni caso, "la Commissione europea svolgerà il suo ruolo senza fare una politica severa e stupida di austerità". Juncker è tornato anche sulla polemica riguardante i 3 miliardi di fondi destinati alla Turchia, per fronteggiare i flussi di migranti, ringraziando l'Italia per la scelta di dare l'ok al contributo (pesa 281 milioni). Nel documento sul fondo, emerge intanto, Roma ha chiesto che si inserisse la sua domanda di scorporare dal calcolo del deficit nell'ambito del patto di Stabilità e crescita anche "l'intero ammontare dei costi sostenuti dall'Italia dall'inizio della crisi della Libia". Proprio quel che è avvenuto per i fondi destinati ad Ankara.

Il punto sui conti e i fronti aperti. L'Italia chiede di attivare tre clausole di flessibilità, che le permetterebbero di alzare il deficit: una pari allo 0,5% del Pil per le riforme (8 miliardi), una dello 0,4% per gli investimenti (6,5 miliardi) e una - contestata - per lo 0,2% del Pil (3,3 miliardi) a seguito dell'emergenza dei migranti. Il deficit italiano dovrebbe attestarsi al 2,4% del Pil nel 2016, dal 2,6% dell'anno scorso. Dietro le quinte, ricostruisce Repubblica in edicola, la trattativa procede e potrebbe trovare un punto d'incontro nella richiesta all'Italia di correggere un po' il tiro sul deficit di quest'anno, per avere di nuovo un po' di spazio il prossimo. Se la Ue concedesse 13 miliardi di flessibilità, si potrebbe scendere al 2,2-2,3% del Pil di deficit, senza che la Ue debba aprire una procedura su Roma per disavanzo eccessivo. Ma la partita comprende anche il prossimo anno, quando in teoria ci sarebbero 23 miliardi da tagliare per scendere all'1,1% di deficit. Una cifra mostruosa, che assorbirebbe tutta la Finanziaria pre-elettorale del prossimo autunno: un pericolo che il governo vuole assolutamente evitare.
 
Previsioni per l'Italia    2014    2015    2016    2017
Le previsioni della Commissione Ue dello scorso autunno Pil (var. % annua)    -0,4    0,9    1,5    1,4
Inflazione
(var. % annua)    0,2    0,2    1    1,9
Disoccupazione (%)    12,7    12,2    11,8    11,6
Deficit (% del Pil)    -3    -2,6    -2,3    -1,6
Debito (% del Pil)    132,3    133    132,2    130
Saldo delle partite correnti (% del Pil)    2    2,2    1,9    1,9

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03 febbraio 2016

Da - http://www.repubblica.it/economia/2016/02/03/news/padoan_risponde_ai_popolari_abbiamo_tutto_il_diritto_di_chiedere_flessibilita_-132618110/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_03-02-2016
« Ultima modifica: Febbraio 04, 2016, 04:52:55 da Admin » Loggato
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« Risposta #246 il: Febbraio 04, 2016, 05:07:01 »

Stare con l'Italia

Pubblicato: 02/02/2016 21:08 CET Aggiornato: 1 ora fa

Se mi è consentita una metafora cruda, ma molto figlia di questi nostri tempi, l'Italia pare sia arrivata in acque pericolose. Una piccola barca (non diremo per rispetto un barcone) che al momento ha intrapreso un viaggio di cui non è chiaro il quando, il dove e il come dell'approdo.

Due avvenimenti contemporanei, apparentemente molto lontani fra loro, danno forma a questa impressione: nello stesso giorno vediamo un'Europa - quella stessa Europa che da settimane impiomba il governo Italiano - che lavora alacremente per trovare un accordo con la Gran Bretagna per "scongiurare" la minacciata Brexit; dall'altra parte abbiamo a Roma un summit dei 23 paesi della coalizione anti-Is che, pur senza dirlo, ci affida un ruolo di protagonisti nella prossima, rischiosa, tappa della lotta contro il terrorismo, in Libia. Le acque pericolose sono appunto quelle tra queste Scilla e Cariddi, tra le asprezze che ci riserva l'Europa, e la contemporanea richiesta di andarci ad infilare come partner principe in una nuova operazione militare.

Lo scontro fra l'Italia e Bruxelles è esploso di nuovo in queste ore. E, anticipo la mia opinione, questa volta ci sono pochi dubbi che dalla parte della ragione ci sia il premier Italiano.

Il presidente dei parlamentari del Ppe Manfred Weber ha attaccato il governo di Roma: "Basta margini di flessibilità. Sarebbe auspicabile da parte di tutti prendere coscienza dello stato dei fatti. Juncker ieri ha inviato una lettera a Renzi per ricordagli gli obblighi europei: spero che sia arrivata a destinazione". Toni oltranzisti, non a caso di natura partitica più che istituzionali, cui si è però unita la voce iperistituzionale di Moscovici, commissario agli Affari Economici: "C'è una cosa che non capisco: il perché sui dossier di bilancio siamo in una controversia con il governo italiano, quando l'Italia è già il paese che beneficia di più flessibilità, rispetto al resto della Ue. Poi la discussione proseguirà, ma non si può senza sosta aprirne di nuove, di discussioni sulle flessibilità". In mattinata Renzi dal Ghana aveva alzato i toni: "È finito il tempo in cui l'Europa ci dice cosa dobbiamo fare: noi diamo a Bruxelles venti miliardi e ne riceviamo undici. Vogliamo lavorare ma non prendiamo lezioncine". Gli Italiani nel Parlamento Europeo hanno seguito il premier, evocando, per voce della Capogruppo del Pd Patrizia Toia, addirittura la delegittimazione della stessa Commissione: "Il capogruppo conservatore tedesco è il primo nemico della Commissione europea perché mette a rischio ogni giorno la tenuta con le sue dichiarazioni oltranziste, contrarie al patto di legislatura alla base della coalizione che ha dato la fiducia Juncker. Weber gioca allo sfascio e ora ha anche la pretesa di conoscere il parare della Commissione europea, su cui la stessa cancelliera Angela Merkel ha detto di non poter parlare, e perfino del commissario socialista francese Pierre Moscovici".

Si avverte nei toni degli uni e degli altri una carica di vero astio, raramente sentito nelle relazioni europee. Di cosa tratta questa disputa lo abbiamo letto in tutte le lingue europee in questi mesi. Dei dossier aperti si conosce il nome e l'impatto economico e politico - fondi italiani per la Turchia, flessibilità della manovra italiana, bail in e risanamento delle banche. Ma alla fine lo scontro si può ridurre a una sola grande questione: il doppio standard che in Europa è ormai invalso per diversi paesi e con articolazioni diverse.

La denuncia di Roma di questi percorsi diversi e preferenziali ha non solo radicalizzato i nostri rapporti con l'Europa, ma sta scavando un fossato anche nella intellighenzia italiana, finora ampiamente a favore del renzismo. Quella bonomia con cui da Renzi finora si è accettato tutto - spregiudicatezza, familismo, eccesso di potere e poteri - si è bloccata davanti allo scontro con l'Europa. Fior fiore di editorialisti, osservatori, ed economisti sull'Europa non perdonano nessuna polemica, figuriamoci uno scontro. Il favorito premier è così oggi bombardato di una serie di moniti ("ma in Europa non si fa così", " litigando non si ottiene nulla"), eppure, se si guarda alle vicende di questi mesi, anzi se si guarda all'Europa dalla grande cavalcata dei migranti che questa estate ha distrutto i confini del nostro continente, si capisce che fra l'Unione immaginata e scritta nei trattati, e quella reale c'è ormai una distanza (quella fra Scilla e Cariddi, potremmo appunto dire) in cui nuotare è a rischio annegare.
Possiamo forse negare il grande tradimento della Merkel nel suo rapporto con la Russia? Proprio lei che ha spinto verso le sanzioni sull'Ucraina, proprio lei delle famose litigate in tedesco con Putin, proprio lei che ha chiesto a tutti i paesi dell'Europa un sacrificio economico (che l'Italia ha pagato anche non credendoci) contro Mosca a favore dei diritti delle nazioni, con una enorme giravolta si è poi accordata in solitario con lo stesso Putin sul Nord Stream. Possiamo forse negare che è stata di nuovo l'Europa tedesca a legittimare nei fatti i doppi e tripli livelli di diplomazia con i suoi bilaterali, trilaterali, più accordi separati con i paesi dell'Est, o nordici? Possiamo negare che il bisogno della Germania ha portato l'Europa a accettare la "flessibilità" quando sono serviti i 3 miliardi per trattenere in Turchia i migranti? E non è forse ancora la Germania della Merkel a legittimare, tacendo, la ormai introdotta flessibilità anche della sospensione di Schengen?

Matteo Renzi non ha del tutto ragione in questa partita europea. Anzi. Suo errore principale è quello di continuare a "svicolare" sulla situazione economica italiana, facendo per il secondo anno consecutivo una finanziaria fondata su tanti escamotage, lavorando dentro le pieghe del denaro pubblico piuttosto che presentando al paese un progetto coerente che prenda di petto la stentata crescita. L'asfissia dentro cui è confinata la sua gestione della ripresa merita certo tutte le accuse che gli si fanno di "vista corta", "improvvisazione", "gestione elettoralistica" del bilancio nazionale.

Ma nel presente stato del mondo, di ossigeno ce n'è poco in giro - fra guerra, calo del prezzo del petrolio, è tutta la crescita mondiale che batte la fiacca. È una situazione in cui tutti annaspano e in cui ogni stato arrotonda i margini e aggira molte regole.

Succede così che in queste ore, lavorando con alacrità, e per mano di Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, il governo europeo è riuscito a stilare una prima offerta a Cameron per evitare la uscita della Gran Bretagna dalla Comunità. La proposta dovrebbe rassicurare il Regno Unito sui migranti, sulla protezione per la città di Londra, sulla sovranità nazionale e la competitività del paese. E dovrebbe svuotare il referendum di giugno. Gli euroscettici in U.K. si sono già fatti sentire, negativamente. Giornali influenti come Ft hanno già parlato di un accordo "esile". Ma l'intera operazione è marcata da un principio rilevante di questi tempi: il riconoscimento da parte dell'Ue dello "status speciale" della Gran Bretagna. Un'altra eccezione direi, che si somma alle molte eccezioni che abbiamo già citato più sopra. E che prova, in via di principio appunto, quanto radicate siano ormai le doppie velocità all'interno della nostra nazione sovranazionale.

L'Europa da cui oggi l'Italia viene fustigata è già un insieme di eccezioni, di riorganizzazione di interessi nazionali a pacchetto o a fisarmonica. Doppia e tripla velocità che rischiano ora di contaminare altre scelte: per esempio, i confini di Schengen. Vi sembra davvero impossibile in questo clima che la frontiera su cui si assesterà la fortezza Europa non escluda tutta l'Europa del Sud - Spagna, Grecia, e, sì, Italia?

Fra le flessibilità che ci sono state negate pare, inoltre, che ci sia anche quella sui doveri: Roma, come si è visto, è ormai l'epicentro di grandi manovre di un nuovo intervento in Libia che si profila sempre più di natura militare e sempre più gravoso per rischi e costi. Non ci sottrarremo di sicuro. Ma è curioso che nemmeno tale impegno cambi i toni e i termini dello scontro europeo.

Questa Europa è a forte rischio di non avere più né la coerenza né l'autorevolezza per dettare imperativi economici e ancor meno etici a nessuno. Con tutte le nostre colpe, l'Italia dovrebbe davvero non puntare il dito contro questo stato di cose?

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/stare-con-litalia_b_9142308.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #247 il: Febbraio 26, 2016, 12:02:11 »

Spiati e manovrati ancora oggi?

Pubblicato: 23/02/2016 20:11 CET Aggiornato: 29 minuti fa

Sì, sapevamo. L'atmosfera generale era quella. L'impazienza, il ruotar d'occhi, il sorrisino sprezzante fra Sarkozy e Merkel in mondovisione.
Ma una cosa è lo scherno di un sorriso, altro è la certezza delle trascrizioni, nero su bianco.

I dispacci di Wikileaks pubblicati da Repubblica e dall'Espresso, stilati dai funzionari americani per Washington, sulla base dell'"ascolto" illegale delle telefonate dei leaders politici italiani, sono uno schiaffo in faccia al nostro paese. E non soltanto per l'ovvio sopruso dello spionaggio.

Drammatiche sono le parole, l'atmosfera, che raccontano il disprezzo politico e la assoluta mancanza di ogni rispetto della sovranità del nostro paese: "Merkel e Sarkozy, che evidentemente non tolleravano scuse sull'attuale situazione difficile dell'Italia, hanno fatto pressioni sul primo ministro affinché annunciasse forti e concrete misure e affinché le applicassero in modo da dimostrare che il suo governo è serio sul problema del debito". Vi prego di notare quel "non tolleravano scuse".

Con nonchalance Sarkozy , in un incontro dell'ottobre 2011 con Merkel e Berlusconi, usa l'immagine del "tappo di champagne" per spiegare come "possono saltare le istituzioni finanziarie italiane": "Sarkozy avrebbe detto a Berlusconi che, mentre le affermazioni di quest'ultimo sulla solidità del sistema bancario italiano, in teoria, potevano anche essere vere, le istituzioni finanziarie italiane potrebbero presto "saltare in aria" come il tappo di una bottiglia di champagne e che "le parole non bastano più" e che Berlusconi "ora deve prendere delle decisioni". È il 22 ottobre, la data della conferenza stampa del sorrisino. Silvio Berlusconi si dimetterà il 12 novembre fra un'ala di folla che ne festeggia la caduta.

Queste carte di Wikileaks rivelano in effetti molto più della vicenda specifica (e già grave) di un ex leader defenestrato. Ci raccontano intanto che i due maggiori leader europei, uno dei quali, la Merkel, ancora in carica, pensavano fosse del tutto legittimo fare attivamente pressioni contro il Presidente del Consiglio di un altro paese. E che il nostro maggiore alleato, di allora come di oggi, gli Usa, ne erano consapevoli, se non (forse) addirittura compiacenti, visto che grazie allo spionaggio del telefoni, ne era al corrente. Siamo di fronte, insomma, a una vera e propria ingerenza, alimentata dalla convinzione, come si vede nelle trascrizioni, che il nostro è un paese debole, fragile, ed è dunque meritorio di essere messo " sotto controllo".

Molti di noi/voi dopo la lettura delle rivelazioni di Wikileaks avranno detto "Beh, vabbé si trattava di Silvio". Ma davvero, oggi, a più di quattro anni di distanza, e tutte le successive rivelazioni, possiamo leggere anche queste ultime intercettazioni e voltarci dall'altra parte, perché "tanto Berlusconi se lo meritava" o perché "Berlusconi era nostro avversario"? Può anche il peggior dei leader essere estromesso con tale procedura, senza che un danno venga fatto a tutto il sistema politico? È una domanda che dobbiamo porci noi cittadini prima ancora del Governo e del Parlamento Italiano. La rottura che si consuma in quell'inizio di inverno segna infatti tutto il percorso successivo, la storia degli ultimi quattro anni, fino ad oggi.

Intanto a questo punto dovremmo sapere con maggiore certezza chi in Italia sapeva dell'atteggiamento della leadership internazionale, e non solo la condivise ma diede una mano a farla diventare una realtà. Sarebbe molto interessante a questo punto ascoltare l'ex Presidente Napolitano che del passaggio Berlusconi/ Monti fu il deus ex machina, per capire di più quei momenti e le ragioni della classe dirigente di allora. Lo stesso Monti, che non ha mai nascosto le sue profonde radici "europee" potrebbe dare il suo punto di vista su quanto accadde allora.

E le spiegazioni non finiscono qui. Noi sappiamo oggi che dopo le elezioni del 2013 che, correttamente, segnarono la fine del governo tecnico, nemmeno il ricorso al voto riuscì a riportare la dinamica politica nel suo corso istituzionale. Sappiamo che il vincitore deciso dalle schede elettorali, Pierluigi Bersani, non ottenne l'incarico perché troppo ravvicinato il responso delle schede fra Pd e M5S. L'incarico va invece a Enrico Letta, non eletto. E dopo pochi mesi l'incarico va a Matteo Renzi, non eletto. Dal 2013 a oggi, in altre parole, nessuna elezione nazionale scioglie il nodo di governi senza maggioranza certificata. Sappiamo che questo è un lungo periodo di precario equilibrio istituzionale, di difficile situazione economica, di crescente destabilizzazione internazionale sul fronte di guerra.

Non sappiamo però cosa succede in questo stesso periodo, alle forze che vediamo protagoniste della defenestrazione di Berlusconi. Gli Usa smettono davvero di spiarci? I grandi leader europei hanno smesso di "impicciarsi" delle vicende interne Italiane? A esempio, da quel che ci dicono i file, nel periodo di Monti, in un solo mese, dal 10 dicembre 2012 al 9 gennaio 2013, la Nsa raccoglie i metadati di 45.893.570 di telefonate degli italiani, cioè informazioni derivate dai tabulati. Letta al governo in verità chiese una verifica delle attività di spionaggio, e ne uscì rassicurato, ora sappiamo erroneamente. È così strano immaginare che lo spionaggio nei confronti dei nostri leader politici sia continuato fino ad oggi? O pensare che anche Matteo Renzi, per non parlare di altri protagonisti come Casaleggio e uomini di altre istituzioni e partiti, o di aziende di Stato come Finmeccanica ed Eni siano rimasti sotto osservazione? Oppure vogliamo pensare che dopo la caduta di Silvio Berlusconi ognuno è tornato virtuosamente al suo posto? Tutto quello che è successo negli anni scorsi, la opacità di vari passaggi, in parte la loro inspiegabilità, lascia zone d'ombra in cui si possono leggere molte mani, molti interessi.

Nessun complotto. Lo scontro politico oggi non passa più attraverso i partiti e non si ferma ai confini di nessuna nazione. Lo scontro sull'Europa, i migranti, e la guerra, sono i transiti in cui si incanalano oggi i temi del dominio, del controllo e del potere del mondo. Ma la globalizzazione degli accordi e delle soluzioni non può essere un abbandono della propria forza e identità nazionale.

Che si tratti dunque di una Commissione di Inchiesta, di una protesta di diplomatica, di una discussione parlamentare, è necessario che il Governo Italiano ottenga il massimo delle informazioni e si impegni a diradare tutte le ombre di questi ultimi quattro anni.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/spiati-e-manovrati-ancora-oggi_b_9299576.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #248 il: Aprile 02, 2016, 12:42:27 »

Le radici della zona grigia

Pubblicato: 31/03/2016 23:27 CEST Aggiornato: 31/03/2016 23:27 CEST

Nel marzo del 2015, si dimette Lupi, ministro delle Infrastrutture e trasporti. Oggi si dimette Guidi, ministro delle Attività produttive. Sulle scelte di entrambi l'ombra del conflitto di interesse - per Lupi uno scambio di favori fra il suo ruolo e un trattamento di favore per suo figlio; per la Guidi di uno scambio fra la sua influenza, e affari del suo compagno. Per entrambi le accuse vanno ancora provate, e ad entrambi va riconosciuto la sensibilità nei confronti delle loro funzioni istituzionali.

Ma nemmeno queste pronte dimissioni possono stendere un velo sul fatto che il sospetto di conflitto di interessi torna continuamente sulla scena politica, e sembra confermarsi, dopo il caso Guidi, il più grande difetto del governo Renzi, il suo tallone di Achille. È la nuvola che grava da tempo sulla testa del più influente ministro, Maria Elena Boschi, e su più d'uno degli uomini che lavorano insieme al premier, dal sottosegretario Lotti, a Marco Carrai, fra i più importanti.

Il governo si è sempre difeso con vigore da questi sospetti, invocando, giustamente, la mancanza di prove. Va qui intanto precisato che il conflitto di interessi è una condizione oggettiva di frizione fra la propria influenza e la propria imparzialità di ruolo. Se ne può dunque abusare o meno (e la differenza è un reato) ma la condizione di conflitto resta perché è obiettiva. L'esistenza di questa zona grigia è così ampia nel governo da non poter più essere spiegata come frutto di polemiche dell'opposizione, o, viceversa, di ingenuità ed errori. Va forse capita come una conseguenza della concezione stessa del potere di Renzi.

Una concezione precisa che è stata ed è il motore del suo successo e della sua volontà politica: un fortissimo cocktail di voglia di controllo e furore "rivoluzionario". L'attuale premier, come abbiamo imparato nei suoi quasi tre anni a Palazzo Chigi, è arrivato ai vertici della politica nazionale sull'onda di una piattaforma di radicale rinnovamento del paese, di una polemica drastica e sprezzante nei confronti di tutto quello che c'era prima di lui, in un cerchio concentrico di accuse di incapacità che ha prima eliminato I vecchi dirigenti del suo partito, per poi allargarsi alle istituzioni di intermediazione sociale come il sindacato e la Confindustria, e su su, fino agli alti burocrati, alle strutture tecniche dei ministeri, e ancora più su fino alla diplomazia, la magistratura, la Banca d'Italia e persino l'intelligence.

Una piattaforma di tale critica era fondata, coglieva bisogni reali del paese di cambiamento e vitalità ed ha infatti decretato il suo successo. Ma nella sua applicazione, si sta trasformando nella decapitazione di ogni gruppo dirigente, di ogni settore rilevante del paese, da sostituire con uomini di diretta fiducia del premier.
Matteo Renzi in questi anni, nonostante tutti gli sforzi di allargare gli orizzonti del suo premierato, ha dedicato uno spropositato tempo alla costruzione e consolidamento del suo controllo del paese - a parte le riforme istituzionali e il kamasutra parlamentare, le nomine hanno assorbito molto del suo lavoro di trasformazione. Attenzione giustissima - un premier deve consolidare il suo potere - ma le nomine sono state fatte tutte con l'occhio fisso sulla lealtà diretta al premier stesso, cosa che è un po' più "ristretta" del consolidamento di un governo. E con un metodo che Robespierre avrebbe amato: l'azzeramento o l'aggiramento di molte regole istituzionali attraverso cui di solito queste nomine vengono filtrate. Si potrebbero fare molti esempi - I più chiari sono probabilmente la proposta di Carrai all'intelligence, o la nomina di ambasciatori fuori dai circuiti diplomatici. Ma l'esempio più rilevante della voglia di cambiare e controllare è la ri-creazione a Palazzo Chigi di tutte le strutture ministeriali, la formazione di una cabina di regia che assorbe molte delle funzioni dei ministeri, la cui autonomia non è un ghiribizzo ma una parte della dinamica dell'equilibrio dei poteri dello stato. Una sorta di Kitchen Cabinet all'Americana, applicazione di una presidenzialismo pieno, ma appunto senza il sistema di compensazione di tale presidenzialismo puro.

Fa bene, fa male al paese questo cambiamento nella gestione del potere? È troppo personalistico, è al limite del rispetto istituzionale, valica il limite dei poteri esistenti? O non è invece il necessario strappo per ridare al paese operatività e vitalità? La discussione è aperta.
Ma comunque lo si vuole valutare, appare abbastanza chiaro che è proprio questo nuovo sistema ad alimentare il sospetto di conflitto di interesse. Nel dare alla gestione del governo una tale impronta personale, nel distruggere o aggirare la catena istituzionale a favore di un protagonismo del premier e delle sue scelte, nel dare la priorità a uomini e donne fidati invece che scelti nel percorso delle competenze, infine nel manovrare il potere come una partita a scacchi ai fini di consolidare il poter del premier prima di quello dello Stato, Matteo finisce per costruire un intreccio troppo ristretto di interessi, persone e influenza. Finisce con il costruire una catena di comando troppo corta, un passaggio di verifiche troppo labile. Un universo troppo ristretto che alla fine produce il suo opposto: invece di favorire il premier lo rende perennemente esposto. Nel senso che non solo il potere ma anche tutti gli interessi convergono su questo uomo solo al comando.

È vero, le istituzioni italiane sono vecchie, letargiche e spesso impotenti. Ma la loro funzione di filtro, equilibrio, e diffusione della decisionalità non può essere archiviata insieme al cambiamento: è una garanzia che, come forse Renzi imparerà, serve a protezione anche di chi governa, non solo dei cittadini.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/le-radici-della-zona-grig_b_9586392.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #249 il: Aprile 13, 2016, 11:23:18 »

"Prevedere l'imprevedibile"

Pubblicato: 12/04/2016 19:54 CEST Aggiornato: 2 ore fa

Lucia ANNUNZIATA

Se in quei giorni della primavera del 2013 il Movimento 5 Stelle, risultato primo partito italiano alle elezioni politiche, avesse detto sì a Pierluigi Bersani, vincitore nelle urne ma solo per qualche migliaio di voti, avremmo la stessa Italia di oggi? Forse sì, forse no. Con Bersani premier non ci sarebbe stato probabilmente un secondo mandato di Napolitano, e nemmeno forse Mattarella sarebbe oggi al Quirinale. Non ci sarebbe stato un governo Letta, né un governo Renzi - o forse no, entrambi avrebbero avuto ugualmente quel ruolo, ma con percorsi e tempi diversi. E il Pd forse si sarebbe lacerato, o sarebbe rimasto inchiodato, in un'alleanza come quella con i Cinque Stelle, "spuria" rispetto alla sua storia. E il "cambiamento" renziano sarebbe forse arrivato per questa strada invece che quella delle primarie. Di certo Berlusconi e la destra sarebbero andati in minoranza, nessun Nazareno all'orizzonte; ma forse no, forse alla fine, in un eventuale collasso del premier Bersani, il cavaliere avrebbe ritrovato la sua fortuna politica. Se.

E anche se la storia non si fa con i se, il domandarsi oggi cosa poteva essere, è in fondo il modo migliore per capire quanto l'ingresso del Movimento 5 Stelle sulla scena politica sia stato per l'Italia un cambiamento in ogni caso decisivo. Oggi che il loro fondatore è morto, il futuro del M5S avrà, nel bene e nel male, un identico impatto, ancora una volta.

********
Casaleggio parlava appoggiato allo spigolo della finestra. Fuori un cortile, delle colonne, un universo ordinato, nelle stanze intorno un'attività intensa ma silenziosa. La "tana" di questo misterioso leader era in realtà un semplice, funzionale interno di azienda milanese. Eccetto per la raccolta di copertine di Tex Willer alle pareti della stanza del Capo, "ma non sono riproduzioni sono state tutte dipinte sul modello originale", spiegava con cenni di contentezza.

Casaleggio parlava, come si fa in attesa di un'intervista che gli avrei fatto, un po' per cortesia, guardando fuori. Voce quieta, frasi staccate. Parlava del futuro. E dei media. Non prediche, nessun comizio, e lo sguardo sempre laterale. Del futuro gli interessava soprattutto "quello che adesso non riusciamo a prevedere", le invenzioni, l'impatto sulle scelte. Parlava di America. Era curioso della Rai e dei giornali. Ma così, in maniera cortese, distaccata. Giusto per riempire il tempo che precede, quale era il caso, una intervista. Difficilissimo immaginarlo in altri panni che non fossero quelli di un signore colto, e piuttosto riservato. Una immagine del tutto opposta a quella con cui negli ultimi anni era stato presentato - un guru, un manipolatore, un minaccioso tiranno, o soltanto un ridicolo ciarlatano - e che veniva brandita in una delle più virulente battaglie politiche degli ultimi anni.

Nell'ora della sua morte, l'establishment del paese ha immediatamente dismesso queste accuse, e lo saluta con "rispetto" come si deve agli avversari. Ma la quasi isteria che ha circondato la sua figura da vivo non va dimenticata, perché è il metro di misura della forza e della diversità di un fenomeno politico che si è affermato quasi malgrado sé stesso.

Le elezioni del 2013, che oggi ricordiamo come "particolari" per molti motivi, portarono in Parlamento un nuovo primo partito, che nessuno aveva visto arrivare. Una scossa che da sola bastava al tran tran istituzionale. Cui si aggiunsero le caratteristiche dei nuovi eletti, un gruppo di deputati e senatori variegati, indefinibili, e sicuramente molto intensi. Al loro arrivo furono oggetto della enorme curiosità con cui si accolgono i diversi: i loro zainetti, gli abiti non sartoriali, le teste non ripassate dal parrucchiere, le gaffe davanti ai tornelli e i disorientamenti nelle stanze parlamentari. Facevano infinite assemblee a porte chiuse, rispondevano con brevi comizietti a ogni domanda, sfuggivano le telecamere e i media, e, soprattutto, inveivano contro tutto e tutti. Erano in sostanza, un gruppo di persone ingenue, ben intenzionate e ostinate, ma fuori dagli schemi comodi della "politologia": niente partito, solo Rete; niente voto ma consultazioni dei cittadini; nessun privilegio, ma anzi restituzione delle indennità parlamentari; e soprattutto nessun patto in quanto nessuna integrazione con il potere, fosse esso di destra o di sinistra, perché tutto inquinato. Insomma, un branco non assimilabile: li si derideva molto, li si sminuiva molto. La singolarità della coppia di leader, un vocalissimo attore Grillo e un silente uomo del web, fece il resto. Un movimento alieno era atterrato in Parlamento. Ma dietro gli attacchi e le ironie, c'era soprattutto paura di questa diversità. Il cui impatto di misurò da subito.

Dal rifiuto in poi di appoggiare Bersani premier, il Movimento 5 stelle, piaccia o meno, ha cambiato corso alla storia italiana. Ne ha cambiato la vicenda umana, ma anche il discorso pubblico. Sdoganando la Rete come luogo, affossando il Partito come istituzione, legittimando l'attacco alla ricchezza (altrui) come rivolta antipolitica, rompendo i limiti del linguaggio ufficiale, e diventando, al contempo, la prima ragione di una santa alleanza contro l'Antipolitica su cui si è poi ricostruito un percorso di riaffermazione delle attuali istituzioni.

Non che i Pentastellati abbiano davvero saputo o capito la loro stessa importanza. Negli anni da quel 2013 la loro presenza soggettiva nelle istituzioni è apparsa alternativamente iperpolitica e impolitica, macchiavellica a volte, ingenua o brutale altra. A contatto con compiti infinitamente più grandi della loro stessa anticipazione, spesso il movimento si è involuto, o spaccato, o diviso, in fenomeni di autocannibalizzazione come non si vedevano da anni. In una specie di giostra continua, in cui comunque la sua forza ha continuato a crescere, mantenendolo in una zona di rilevanza politica in i suoi stessi dirigenti hanno spesso dato l'impressione di stentare a credere.

Stentare a credere. Loro forse. Non Gianroberto Casaleggio, uno dei due padri fondatori di M5S, che sapeva fin dall'inizio che potevano aspirare a governare il paese, e sapeva anche che, come disse in una intervista quello stesso anno, "in futuro il movimento farà a meno di me e di Grillo".

Quel momento è arrivato. Proprio mentre il M5s può portare a casa le sue prime vittorie sensazionali in alcune città d'Italia, e può immaginare di poter davvero battere alle politiche il Premier Renzi, Casaleggio ha perso la sua battaglia con la malattia. E il movimento si trova oggi di fronte al momento più difficile della sua vita: diventare adulto di colpo, senza più rete di salvezza, o piani di atterraggio. Con di fronte due strade: quella del consolidamento (cedendo a un certo conformismo di sistema) o della esplosione della diversità di tutte le sue anime. Un eventuale collasso potrebbe ridefinire differentemente la dinamica destra/sinistra/ centro, così come il suo diventare più partito potrebbe costruire la strada verso il governo. In ogni caso, così come per il loro arrivo, anche l'attraversamento di questo guado ridefinirà l'intero quadro politico.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/prevedere-limprevedibile_b_9672120.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #250 il: Giugno 09, 2016, 11:34:38 »

Le primarie della Nazione
Pubblicato: 04/06/2016 19:42 CEST Aggiornato: 29 minuti fa

PRIMARIE NAZIONE
Senza più bipolarismo, senza più partiti, e con una classe politica totalmente nuova e ampiamente non sperimentata.

Questo è il contesto del voto attuale, drasticamente diverso da quello precedente in cui siamo andati alle urne nelle stesse città in cui si vota oggi. Era il 2011, esattamente il 15 e 16 maggio (primo turno) e il 29 e 30 maggio (secondo turno). Solo cinque anni di distanza e un salto storico di mezzo: il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica.

Fu l'ultima primavera di Silvio Berlusconi, malamente illuminata dallo scandalo del "Rubygate", scoppiato a gennaio e che farà da contrappunto al malinconico declino del leone del Centro-Destra. A novembre di quello stesso anno, fra risatine alle spalle dell'Italia da parte di leader internazionali, la disastrosa campagna Occidentale contro Gheddafi in Libia, le montagne russe dello spread, il Premier di Forza Italia lascerà, costretto, Palazzo Chigi aprendo la strada al governo tecnico di Mario Monti. Nello stesso mese di novembre c'è l'insediamento di Mario Draghi alla guida della Bce, la Banca Centrale Europea. Cominciava così il cammino che avrebbe portato alla fine del sistema dei partiti come li conoscevamo, fino alla crisi elettorale del 2013 in cui le urne sancirono la fine del bipolarismo con l'affermarsi (con sorpresa di tutti gli osservatori!) di un terzo partito nazionale, il Movimento Cinque Stelle.

Vale la pena di richiamare alla vigilia di questo nuovo voto l'atmosfera cupa, combattuta, in cui si andò alle urne in precedenza. Vale la pena perché un voto è sempre anche figlio di un clima e di un sentimento. Ma soprattutto perché dimentichiamo spesso che da quel 2011 viviamo una lunga transizione, di cui è parte ancora lo stesso governo Renzi.

Cinque anni dopo il sistema bipolare non c'è più. Il nuovo ecosistema in cui si vota è la profonda fluidificazione del sistema politico seguito al voto del 2013, e la entrata in campo di una classe politica totalmente nuova rispetto al passato. Questo passaggio, quanto si rifletterà sulle scelte dei cittadini?

Al di là delle chiacchiere e tattiche che sempre segnano le campagne elettorali, questa domanda è la chiave più solida per intendere il senso del voto attuale.

Alcuni dati, elaborati dal Cise, il Centro Italiano di Studi Elettorali della Università romana Luiss, forniscono una prima possibile lettura di questo impatto.
Ricordiamo intanto che dei 26 comuni capoluogo che andarono al voto nel 2011, il Centrosinistra ne vinse 21 , quattro il Centrodestra, e in uno, Napoli, vinse De Magistris sostenuto da una coalizione di Idv e Federazione della sinistra. Una vittoria che fece allora scalpore perché nasceva come "irregolare". Annunciava infatti, insieme al successo di un pugno di sindaci (gli "arancione") della società civile eletti nelle file del centrosinistra, come Pisapia a Milano, una scelta di cittadini già fuori dalla gabbia bipolare.

Oggi, il primo dato che salta agli occhi è che 8 di quei comuni, ovvero più del 30%, andranno al voto sotto commissariamento prefettizio. Due dove aveva vinto il Centrodestra, e sei il Centrosinistra, tra cui vi è il caso più eclatante, quello di Roma guidata da Ignazio Marino. Una indicazione che illustra bene i fenomeni di malagestione se non di vera e propria corruzione in cui sono state trascinate molte città dal disfarsi del sistema dei partiti.

Per quel che riguarda la offerta elettorale, invece, la fine del bipartitismo vi si riflette in maniera complessa. Secondo i dati Luiss, si presenta "per certi versi molto simile al 2011, sia in termini di candidati sindaco (otto di media nelle 26 città, esattamente come nel 2011), sia di liste in competizione (20,4 di media contro le 21,6 del 2011)". Una continuità spiegabile con "il sistema elettorale comunale, che spinge i partiti a coalizzarsi per raggiungere il premio di maggioranza, e la presenza del voto di preferenza, che incentiva la moltiplicazione delle liste e la corsa dei partiti ad accaparrarsi quante più alleanze possibili con i ras locali del voto".

Ma se si va a guardare nel dettaglio questo dato, dentro la formale continuità bipolare, troviamo una vera e propria esplosione dell'ordine elettorale di prima.

Il numero delle liste a sostegno di candidati fuori dai due 'blocchi' principali (ovvero quelli comprendenti il Pd e FI), è aumentato: una media di 11,6 contro il 9,3 del 2011. Incredibili sono anche le punte raggiunte, in alcune città, dal numero di liste e candidati: dai 17 di Torino ai 3 di Latina, dalle 35 liste di Napoli, Torino e Cagliari alle 4 di Villacidro. In generale, la frammentazione è maggiore (come c'era da aspettarsi) al Sud con una media di 22,4 liste contro le 18,1 del Centro-Nord. Al contrario, la competizione per il sindaco risulta più variegata al Centro-Nord rispetto al Sud (in media si presentano 9 candidati al Centro-Nord contro i 7,1 del Sud). La spiegazione degli analisti Luiss riassume in poche parole queste diversità: "al Centro-Nord la competizione è soprattutto per la carica di sindaco, al Sud invece la vera partita si gioca per la conquista di un posto all'interno del consiglio comunale" . In altre parole, al Sud la proliferazione delle liste civiche è un fenomeno dominante.

Bastano questi numeri, in effetti, a raccontare la estrema fluidità in cui il sistema elettorale è precipitato con la fine del bipolarismo, e quanto si sia ben lontani dal un nuovo equilibrio.

Queste sono infatti le prime elezioni cui si vota in assenza di campi ben definiti delle strutture dei partiti. Al posto dei vecchi serbatoi di voti, in queste elezioni si confrontano nuove aree elettorali formate dalle più strane confluenze - senza più divisioni fra destra e sinistra, fra moderati, radicali, conservatori, e in molti casi (almeno 15 accertati dice la Commissione Antimafia) un troppo labile limite fra onesti e non.

Renzi porta a verifica in questo voto quello schieramento liquido che si chiama Partito della Nazione. I Cinque stelle portano un movimento dal tradizionale profilo post-ideologico, la cui identità bipolare (un po' destra un po' sinistra) a causa delle sue traversie, morte di Casaleggio, disincanto di Grillo, guerre interne per la leadership, si sta ora trasformando in vera e propria confusione. Sulla esplosione del campo moderato e del centrodestra non c'è bisogno di dilungarsi. Il lungo autunno del patriarca Silvio lo racconta bene.

In aggiunta, a capo di ciascuna di queste aree ci sono leadership esse stesse nuove, cioè emerse dopo la fine della seconda Repubblica, e dunque ancora, come le aree che rappresentano, non consolidate. Tutti gli attuali protagonisti del voto, a partire da Renzi e continuando con Di Maio, Salvini, Marchini, fino ai candidati sindaci, si sono affermati dopo il 2013 e nessuno di loro, finora, è mai stato "verificato" da nessuna tornata elettorale nazionale (quella europea in cui Renzi era già al governo non fa testo, in questo senso).

Consolidare è dunque la posta in gioco della partita elettorale in corso. Consolidare le aree politiche in voti, trasformare il consenso in movimento in un'area definita, dare identità unica alle molte voci, e non ultimo, raccogliere tutto questo intorno a un nome, a un volto, a una leadership che ne uscirà così legittimata, appunto.

In questo senso, queste amministrative sono tutte anche e fortemente primarie interne a ciascuna area, nonché primarie della nazione.

Renzi che ancora sconta il peccato originale di non essere stato votato come Premier; i Cinque Stelle che devono dimostrare di aver dei veri leader, senza Grillo e Casaleggio; Salvini e altri del centrodestra che si contendono l'eredità di Silvio; i moderati come Marchini e Alfano, e la sinistra-sinistra di Fassina, Airaudo e Landini - tutti alla ricerca di un chiarimento sul futuro.

Non è un caso che queste amministrative abbiano preso la forma di un doppio appuntamento insieme al referendum sulle riforme di autunno. È una accoppiata che è stata intestata a Renzi, ma che in realtà tutti stanno cavalcando: se chiarimento infatti sul futuro deve esserci, abbiamo allora bisogno di sapere per quale futuro sistema costituzionale e elettorale ognuno si schiera.

Le urne di questa primavera sono in effetti la prima tappa di una lunga stagione elettorale, che finirà nel 2018 (o nel 2017) alla cui fine sapremo con chiarezza chi, e intorno a quale piattaforma, guiderà per i prossimi anni il paese.

Non c'è da meravigliarsi, vista la partita, dei (discutibili) toni personali, della violenza, della durezza dello scontro. Segni di forte ansia, da parte di uomini che (pure) vorrebbero fare la storia.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/le-primarie-della-nazione_b_10295234.html?1465062191&utm_hp_ref=italy
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« Risposta #251 il: Luglio 12, 2016, 11:35:57 »

La guerra ha corroso l'America

Pubblicato: 08/07/2016 22:12 CEST Aggiornato: 08/07/2016 22:13 CEST

Ancora non sappiamo tutto bene, ma l'attacco di un gruppo nero alla polizia in Dallas somiglia molto a una operazione di guerriglia urbana, un attacco militare "ben preparato e altrettanto bene organizzato" come è stato descritto da testimoni.

Quando si parla dello stillicidio di omicidi di uomini (e qualche donna) di colore da parte della polizia, del riemergere dello scontro razziale violento nelle città Usa, si parla molto di crisi sociale, di cultura e di politica - con Trump lì, perfetto candidato oggi su cui scaricare il rinfocolarsi di questo clima. Ma si dimentica sempre di ricordare che gli Stati Uniti sono in Guerra ininterrottamente dal 1990, cioè da 26 anni.

Dalla prima Guerra in Iraq del 1990, appunto, passando poi per il 2001 delle Torri, fino ad oggi. 26 anni di guerre tradizionali con eserciti di terra, come in Afganistan, e, due volte, in Iraq: guerre di posizionamento e controllo come nell'Oceano Indiano; guerre segrete, come quelle nell'ex blocco sovietico; guerre d'appoggio come in Siria e in Africa, e operazioni speciali come in Libia, o nel nome della lotta al Terrorismo.

Quasi tre decenni durante i quali la macchina militare Usa ha macinato incredibili numeri e volumi - di uomini, armi, ricerche tecnologie, e denaro. I numeri di questo sforzo bellico sono sempre discutibili e discussi. Ma possiamo farcene una idea prendendo almeno alcuni bilanci consolidati.

Ad esempio, sappiamo che nell'anno fiscale 2016 l'Esercito Usa è composto da 475.000 soldati, la Guardia Nazionale da 342.000 unità, e i Riservisti di 198.000. Circa un milione di uomini , o, per essere più precisi, 980mila unità è considerato il livello aureo per le operazioni: "Un esercito composto da meno di 980 mila unità, non potrà soddisfare tutti gli obiettivi della DSG (Defense Strategic Guidance) e non sarà in grado di rispondere alle molteplici sfide a protezione degli interessi nazionali", secondo quanto dichiarato nel 2015 dal capo di Stato Maggiore dell'esercito degli Stati Uniti, il generale Raymond Odierno, commentando il taglio di risorse fatto in bilancio per il 2016. Una riduzione del 7 per cento con una perdita di 60mila uomini.

Tradotte in cifre, le risorse militari Usa sono misurabili dalle richieste del Pentagono, che per il 2017 ha chiesto 583 miliardi di dollari. Di cui 71,4 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo, 7,5 miliardi di dollari per combattere lo Stato islamico, 8,1 miliardi di dollari destinati alla flotta sottomarina ed 1,8 miliardi per l'acquisizione di nuove munizioni.

Cito tutti questi numeri per materializzare davanti ai nostri occhi il peso, l'influenza, l'impatto di decenni di questo impegno militare Americano. Che ha portato a migliaia di vittime ( si parla di un milione e 300mila circa nei soli conflitti mediorientali, ma le fonti sono in merito sempre incerte) nei moltissimi paesi in cui gli Usa sono intervenuti. Ma che ha avuto un impatto forse meno nascosto ma visibile nelle conseguenze sulla stessa America.

Non parlo qui delle ramificazioni scientifiche ed economiche interne, di cui spesso si parla. Vorrei ricordare invece l'impatto sul tessuto sociale degli Stati Uniti. Migliaia sono le stesse vittime americane - numeri anche in questo caso non sono chiari, ma se prendiamo quelli della stessa amministrazione militare per l'anno 2010 possiamo averne una idea più chiara: 6.051 uccisi; 99,065 evacuati da zone di Guerra per ferite; 552,215 disabili ufficialmente convalidati, escludendo I disabili non riconosciuti e non dichiarati.
A queste vittime va aggiunta la influenza della Guerra sugli Usa diffusasi per strade meno visibili, attraverso I milioni di uomini che hanno servito e sono tornati a casa con occhi e menti diversi. Molti di loro sono passati nel settore della sicurezza nazionale, come la polizia. Le tecniche, gli armamenti, e, se è possibile dirlo, la psicologia dei conflitti sono diventati standard anche nella nazione. Gli Stati Uniti, insomma, in questi quasi tre decenni, sono stati profondamente cambiati dalla Guerra.

Nessuno lo dice ad alta voce, ma molti lo dicono a mezza voce. E' una verità spiacevole, soprattutto perché con la fine della leva obbligatoria decenni fa, le armi sono state relegate a una specie di sottoclasse, i cui destini non si incrociano facilmente con questi tempi in cui la politica estera appare più sussunta dal discorso sul capitale finanziario che da quello sul capitale umano.

Discorso spiacevole, questo di una civiltà democratica corrosa nel profondo da una pratica di Guerra costante e sostenuta. Discorso irrazionale. Fino a che l'uso delle armi nelle città americane non diventa esperto nelle mosse e facile nel ricorso. Fino a che non si legge nelle tecniche della polizia la copia dei check point in Afganistan, non si nota che gli uomini della sicurezza interna Americana sono vestiti e armati uguali identici come le squadre di sgombero a Falluja. E fino a che un attacco alla polizia non avviene, come a Dallas, con la stessa preparazione delle incursioni sul terreno dell'esercito Usa.

E, attenti, uno dei poliziotti morti a Dallas e uno dei neri che hanno sparato erano entrambi veterani di Guerra. Lo stesso eccesso di armi, la facilità con cui si comprano e si usano - come lamenta Obama in continuazione - è frutto di una familiarità con questi strumenti acquisita nel tempo, e in altri luoghi.

Si, certo. Tutto questo non spiega il razzismo e l'odio che di nuovo ribolle nelle strade americane. Se lo scontro razziale assume i contorni violenti che ha preso, la guerra non ne è l'origine ma ne sta diventando la peggiore maestra.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/dallas_b_10892958.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #252 il: Agosto 28, 2016, 11:18:03 »

Lo Stato visto dal pozzo umano del palasport di Amatrice.
Dove il dolore crea un mondo parallelo

L'Huffington Post | 
Di Lucia Annunziata
Pubblicato: 27/08/2016 20:27 CEST Aggiornato: 27/08/2016 20:28 CEST
PALASPORT AMATRICE

Rumore di elicottero. Passa sul tetto, sempre più vicino. Un sussurro si diffonde come una piccola onda fra volontari, cittadini, gli uomini e le donne dei vari corpi dello Stato che sono lì in tenuta da lavoro da giorni: “arriva Mattarella, arriva il presidente”. Alcuni si preparano ad andare a salutarlo più tardi, “quando passerà di qui”; altri alzano gli occhi al cielo per vedere se si tratti proprio di un elicottero presidenziale. Ma nessuno interrompe quello che sta facendo.

È il giorno, questo, che noi giornalisti racconteremo come l’arrivo dello Stato nelle zone del terremoto. Autorità istituzionali, presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, mani che si stringono, qualche carezza, tante bare, tante lacrime. E staremo attenti a decrittare ogni cifra di questo contatto tra la popolazione e le Istituzioni. Ma da dentro questo pozzo umano che è il Palazzetto dello sport di Amatrice, dove passano la notte qualche centinaio di sfollati, in questa prima mattina, il rumore dell’atterraggio provoca a malapena qualche testa alzata. La vita fuori da questo edificio, fuori dai pochi chilometri quadrati in cui si è accentrata la furia del terremoto, non provoca più di un momento di distratta curiosità.

La notte è lunga dentro questa palestra modernissima riciclata, come succede in tutto il mondo nei momenti di emergenza, in un'unica camera da letto collettiva. La sera, fra perfetti stranieri che cercano di avviarsi a una notte comune mantenendo ciascuno un proprio spazio, è segnata da parole sottovoce per non disturbare gli altri, discreti cambi di abiti sotto le coperte, movimenti verso il bagno fatti in modo da evitare le code. Un vecchio passa a torso nudo dopo essersi lavato, appoggiandosi a un bastone. Nessuno fissa troppo gli occhi sugli altri, per evitare invasioni. Ma è impossibile non vedere, non sentire, non ascoltare. Davanti a noi, sull’altra fila di brande, c’è una signora che ha fatto otto riconoscimenti di salme – si, otto – in una giornata. È arrivata esausta. Siede piegata in due quasi sull’orlo della branda, una coperta sulla spalla. Un'assistente sociale le parla. Le parla in continuazione, a bassa voce, non capisco se lei ascolti. Non so nemmeno se sappia dove sia. Guarda verso un angolo, come se vedesse qualcuno. Dalla sua persona trasuda un’aria di indifferenza al mondo, e forse è davvero altrove. Avrà in mente tutti i corpi che ha dovuto scoprire prima di arrivare a quelli dei suoi cari, avrà lasciato ciascuno sconosciuto con un saluto, avrà parlato, infine, con i suoi cari. E forse è ancora lì in quel mondo di mezzo fra spiriti e umani. Ricomincia a piangere senza nemmeno un singulto, mentre la giovane psicologa le tiene, ora, la mano.

Un’altra donna poco più avanti oggi ha riconosciuto tre dei suoi familiari. Lei è lì, e non vuole nessuno, scuote la testa ogni volta che qualcuna delle psicologhe si fa avanti.

È un concentrato di tutto quello che è successo ad Amatrice, questo ampio spazio umano. I sospiri all’unisono di chi cerca una sua forza, l’andirivieni gentile di volontari della Croce Rossa che gestiscono il campo e cercano di interpretare ognuno di questi sospiri per ciascuno che qui arrivi: “State bene?”. “Avete bisogno di un’altra coperta?”. “Signora, vuole dell’acqua?”. La notte è lunga. Trema continuamente per le scosse. Fredda sulle brande di plastica nuovissime. Rotta da colpi di tosse, un pianto, un russare, una donna anziana che si sveglia chiamando qualcuno. E infine dal passaggio incessante, alla fine dei turni, di tutti quelli che lavorano, pompieri, carabinieri, volontari delle organizzazioni di misericordia, che rubano un’ora di sonno quando gli è possibile.

Tutto questo è in verità un orologio che ha trovato un suo ritmo. Il mondo spaccato dal terremoto si è ricomposto in un suo nuovo ritmo. Popolato da chi salva, da chi osserva, da chi prega, da chi soffre. Tutti insieme, un piccolo universo di reciproca dipendenza. Un precario equilibrio che finirà presto, quando i morti saranno seppelliti, e i soccorsi andranno via, e i giornalisti andranno via, e l'anormalità diverrà la nuova normalità. E, come sempre è successo, ognuno di noi tornerà al suo posto nella vita precedente. Ma per ora siamo qui, e tutti siamo diventati un po’ più uguali. Perché il dolore è come il freddo - entra dentro a tutti, si attacca a tutti. Ha una strana capacità di rompere barriere.

Nella vita sono stata testimone di tante tragedie. Il terremoto del Friuli, quelli del Salvador e del Messico, la frana di Sarno, quella del vulcano di Medellin, alcune delle tante esondazioni del Mississippi, per non parlare delle guerre. Ciascuno di questi drammi, grandi o piccoli, alla fine produce questa stessa esperienza: la creazione di un mondo a parte, una bolla (si direbbe oggi) di umanità che si distacca per un momento, o per sempre, dal resto del mondo. Può avvenire attraverso il pianto, la preghiera, la rabbia, l’istupidimento, la droga, il suicidio. Nulla è mai scontato di quello che ti lascia dentro il dolore.

Qui, e ora, in questo borgo appiattito in macerie, denso di polvere, di un odore cui si preferisce non dare un nome, è avvenuto già questo distacco. La vita è qui e ora, piena di piccole cosa da fare, recuperare un oggetto da case pericolanti, inviare un messaggio a qualcuno, trovare un foglio per far disegnare un bambino, dire messa, piantare meglio un palo di sostegno di una tenda, sfidare la gravità con pentoloni che cuociono le migliaia di zuppe da distribuire, e ogni giorno continuare a cercare fra i corpi sconosciuti e sotto le pietre chi non risponde all’appello.

L’elicottero dello Stato arriva, cominciano i saluti ufficiali, gli omaggi ai morti. Ma come far capire che da dentro questo mondo che si muove in questo piccolo quadrato di terra questo arrivo appare lontanissimo, del tutto irrilevante? Non è politica, non è antipolitica. Non è nulla di tutto questo. È solo, appunto, l’infinito grado di separazione che matura nel dolore. Ed è un'illusione che lo Stato, la politica, il giornalismo, possano conquistare questo divario.

Certo, si possono e devono fare cose. Gli impegni materiali da mantenere, l’onestà da salvaguardare, la vicinanza da coltivare, le promesse inutili da evitare. Ricostruire quel che è stato rotto è però davvero alla fine impossibile. Alla fine l’unico strumento più efficace è il più umile degli impegni – farsi sempre attraversare dal dolore altrui.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2016/08/27/sfollati-palasport-amatrice-_n_11738696.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #253 il: Novembre 11, 2016, 06:01:00 »

Nuovo Ordine Mondiale

Pubblicato: 09/11/2016 11:34 CET Aggiornato: 09/11/2016 11:34 CET

L'America di cui prende la guida il presidente Donald Trump è un paese con una mediocre crescita economica, un accresciuto livello di diseguaglianza sociale e un lento ma costante declino nella creazione di nuovi lavori. Prima di infilarsi nell'emozione dello scontro politico, prima di parlare della fine del mondo a causa dell'elezione di Trump, vorrei portare l'attenzione su alcuni dati fondamentali della economia negli Stati Uniti.

Nonostante la ripresa economica, negli Usa il reddito medio delle famiglie che pure è aumentato del 5.2 per cento tra il 2014 e il 2015, rimane sotto i livelli pre-crisi. Contemporaneamente il livello di diseguaglianza sociale è cresciuto: fra il 1980 e oggi la ricchezza detenuta dall'1 per cento della popolazione è salito dal 10 al 18 per cento.

Dato che fa meritare agli Stati Uniti il primo posto nella scala della diseguaglianza fra i paesi ad alto reddito. Che questi numeri abbiano alimentato sfiducia nella competenza e nell'onestà della classe dirigente, rabbia nei confronti delle banche, disprezzo per l'incestuoso rapporto fra politici, intellettuali, e corporation, non provoca nessuna meraviglia.

Quello che è rilevante è che questo scontento si sia diretto verso il più irregolare dei candidati in campo. Il consenso di Donald Trump è stato ottenuto soprattutto negli stati industriali, e la sua vittoria va riconosciuta come fortemente radicata in questo scontento del mondo del lavoro, del declino della classe media. Ulteriore prova di questo legame? Se si guarda alla mappa elettorale americana, fa notare in queste ore il celebre sito di analisi politica Fivethirtyeight, fondato da Nate Silver, la lista degli stati dove Trump ha vinto è perfettamente sovrapponibile con quella identificata dall'economista del Mit David Autor come la mappa degli stati dove maggiore è stato l'impatto delle importazioni cinesi - impatto stimato nella perdita di 2 milioni di lavoro tra il 1999 e il 2011.

A tutti gli effetti, dunque, la vittoria di questo imprevisto e imprevedibile candidato fuori dalle righe, e fuori dalla tradizione, va considerata la prima piattaforma politica che nasce in risposta alla crisi che dal 2007 ha cambiato il volto degli Stati Uniti e del resto del mondo.

Non è irrilevante dire con chiarezza queste cose in queste prime ore della vittoria di Donald Trump. L'evento è di proporzioni storiche. Il successo del Tycoon costituisce l'esplosione del sistema dei partiti americani - quello democratico che ha perso voti della sua tradizionale base sociale, e quello repubblicano che sulla base del calcolo di interessi della sua tradizionale base ha preso le distanze da Trump.
Ed è significativo che il nuovo presidente arrivi a Washington spinto da un voto che pone al suo centro proprio quel mondo del lavoro che in questi anni dai partiti tradizionali è stato sottovalutato, messo da parte, se non addirittura abbandonato.

Quale forma prenderà questa delega politica al momento non è possibile prevedere. Farà davvero Trump un muro con il Messico? Porterà Trump l'America a un nuovo accordo con la Russia di Putin? Allenterà il suo rapporto con gli europei, con una diminuzione di ruolo degli Usa nella Nato? Davvero ripiegherà sulla sua visione autarchica della economia americana, rompendo trattati di libero scambio e ritornando a un severo protezionismo? Difficile dire ora. Una cosa infatti è un candidato, altra un presidente.

Già nel suo primo discorso di ringraziamento, ha usato i toni più morbidi della conciliazione nazionale. Una sola sicurezza esiste però fin da ora. La fuoriuscita del consenso dai partiti tradizionali è un fenomeno già in corso nei vari paesi europei, compreso l'Italia, ma il voto americano vi inserisce un segno in più: la vittoria di Trump è la prima affermazione di un movimento antisistema che porta un suo leader al vertice. È un voto che istituzionalizza nel punto più alto del sistema il rifiuto del sistema stesso.

In questo senso il voto americano legittima e tracima le stesse istanze in movimento in vari paesi - Europa e Italia incluse. Questa legittimazione sarà la singola più importante influenza che gli Stati Uniti di Trump eserciteranno sul resto del mondo negli anni a venire.

Da - http://www.huffingtonpost.it/lucia-annunziata/nuovo-ordine-mondiale_b_12878384.html?utm_hp_ref=italy
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« Risposta #254 il: Novembre 28, 2016, 08:50:21 »

La rivoluzione rimasta incompiuta

Pubblicato il 28/11/2016
Lucia Annunziata

Hasta la Victoria, Fidel. Peccato che non sia mai davvero stata raggiunta. E’ un po’ amaro da dire per chi ci ha creduto, ma è certamente il più realistico omaggio che si possa fare a Castro. 

La Cuba di oggi ci racconta che la più irresistibile e trasversale narrazione della rivoluzione del secolo appena passato, è stata un bel mito, un fatto culturale di estremo impatto - ma se per rivoluzione intendiamo la creazione di un mondo di uguali, come ci veniva detto, a Cuba non è mai arrivata. 

Fa impressione sentire oggi i toni di celebrazione quasi sentimentali che i governi di tutto il mondo, incluso il Papa latinoamericano Bergoglio, dedicano a Castro. Fa impressione perché in questi decenni il fallimento dell’Isola caraibica era evidente: la povertà annidata nei bassi di L’Avana, il patetico sforzo di rammendo per far durare i pochi beni materiali rimasti, sogni di libertà finiti in galera, prostituzione dilagante, fughe per il mare di migliaia di persone sulle precarie balzas, nella speranza di essere raccolti dalle vedette costiere Usa prima del cattivo tempo. Nel frattempo Fidel faceva innamorare il mondo con il sogno della salvezza mondiale per la prima generazione globale dell’Occidente, il ’68, spendendo risorse per medici in Africa, e spedizioni rivoluzionarie nel Terzo mondo. 

Una grande macchina narrativa del neoromanticismo delle colpe dell’Occidente, servita però soprattutto - vista col poi - a rinnovare anche il ruolo di una Unione Sovietica macchiata durante la Guerra Fredda dalle stragi, dai gulag, dalla fame. 

All’epoca si faceva distinzione netta fra la concezione castrista e quella stalinista del potere. Ma in realtà le due erano necessaria all’altra, e non solo in termini ideali. La bella narrazione di Castro era possibile grazie ai soldi, al petrolio, e agli aiuti militari di Mosca, senza i quali l’isola non sarebbe durata. E infatti la sua epoca eroica finisce, come in tutti i Paesi sovietici, nel 1990, insieme al Muro. In questo senso, ai fini della storia, si può dire che Castro sia morto in quell’anno, perché da allora comincia la costruzione della Cuba di oggi. 

Il pendolo del potere si sposta all’Avana, dal 1990, a favore dei militari e dei servizi, guidati da Raul Castro, fratello di Fidel. Raúl, ministro della Difesa, invia ufficiali di alto rango in giro per il mondo per negoziare nuovi aiuti economici (telefonia, operazioni in aree free- tax, forniture di petrolio, in cui il Venezuela di Chavez avrà un ruolo fondamentale) e per formarsi essi stessi come manager. Raccoglie dentro il dipartimento delle industrie militari un numero maggiore di business, dal consorzio commerciale, a hotel, ristoranti, proprietà immobiliari, e naturalmente zucchero e i sigari. Il genero di Raúl, il generale Luis Alberto Rodriguez, è a capo di queste attività; il figlio di Raúl, Alejandro Castro Espin, viene preparato per un ruolo politico futuro. 

Nasce un nuovo regime, di natura oligarchia, fondato sull’intreccio fra appartenenza politica e denaro, controllato dai militari e da un pugno di famiglie di cui i Castro sono la principale. Nessuna novità: tutto questo è già successo in Russia, in Cina, nei Paesi del blocco socialista, prima del Muro, ma anche dopo il Muro. E’ questa oligarchia che apre al dialogo con Obama e con la Chiesa, frutto migliore della necessità della Rivoluzione di sopravvivere. Eccetto che la Rivoluzione a Cuba non è mai esistita. 

Il mistero, tra i tanti, che Fidel porta con sé nella tomba, è se il Líder Máximo nei suoi ultimi anni abbia capito questo stato di cose. Il suo destino personale infatti è quello di essere in qualche modo sopravvissuto a se stesso, di aver vissuto troppo a lungo per non avere qualche dubbio sulla sua Gloria. 

Direttore Huffington Post, Italia 
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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/28/cultura/opinioni/editoriali/la-rivoluzione-rimasta-incompiuta-Osh3eiDZaQ0ugejGnF4XAO/pagina.html
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