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Autore Topic: LUCIA ANNUNZIATA -  (Letto 52775 volte)
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« il: Ottobre 23, 2007, 05:05:01 »

23/10/2007
 
Buonsenso, Ministro
 
LUCIA ANNUNZIATA
 
Persino Clemente Mastella, un uomo che ha fatto della tattica estremista una strategia permanente, dovrebbe rendersi conto che minacciare di continuo l’uso della bomba atomica alla fine svuota persino il timore dell’esplosione nucleare. Per il caso De Magistris ci ha di nuovo messo davanti al rischio della crisi di governo (la bomba nucleare delle trattative politiche), ma, sinceramente, signor ministro, quanto può, lei per primo, affrontare una crisi di scioglimento del governo, e, viceversa, quanto ancora può il sistema politico accettare di dover convivere con tali minacce?

Il dubbio va contro le convinzioni che dominano in questo momento dentro l’establishment politico del Paese, tutto avviluppato nell’idea che il governo è debolissimo e dunque ricattabilissimo. Un’idea che certamente anche il ministro condivide, dal momento che fa ampio ricorso alla minaccia di crisi come arma di distruzione di massa. Ma la verità (che un politico abile come Mastella conosce bene) è che il buonsenso rimane il cardine della vita pubblica, e che proprio questo buonsenso (senza nemmeno scomodare alti principi) consiglierebbe in verità tutt’altra uscita dal cul de sac dove la vicenda De Magistris è finita.

Il buonsenso dei numeri intanto. Cifre alla mano, il tesoretto elettorale mastelliano è dell’1,4 per cento, tradotto in 534.553 voti alla Camera e 476.938 al Senato. Per capirne il peso è forse utile dire che 500 mila sono i consensi raccoltisi intorno alla Bindi (candidata senza partito nelle primarie) e tre milioni e mezzo hanno di recente votato per il Partito democratico.

Il richiamo è utile, non tanto per sminuire l’importanza dei voti, ma per sottolineare il movimento in corso: quando il panorama elettorale comincia a muoversi in Italia, la migrazione di consensi, il cambio di umori e di animi si fa di solito possente. Sarebbe lei sicuro, ministro Mastella, di poter indissolubilmente contare su questi 500 mila consensi, anche oggi, anche dopo le primarie, anche dopo le critiche pubbliche alla politica, e, domani, dopo la fine eventuale del governo Prodi? Specie se è una crisi accesa da lei? È sicuro che, per quanto localizzati, controllati, concentrati e sicuri siano, questi voti possano superare bene la tempesta dentro cui vivono da anni: fra centro destra, centro sinistra, dentro e fuori le coalizioni, e per andare dove ora, sempre in punta di piedi, o, meglio, sempre in punta di seggiola? Non avrà questo suo elettorato da qualche parte un moto d’insicurezza, o di fastidio, o di stanchezza tale da portarlo prima o poi a dire basta?

Un dubbio che pare essere totalmente assente dai dirigenti dell’Udeur, se si guarda alla sicurezza che sempre sfoggiano; eppure un elemento di ansia da qualche parte devono coltivarlo, se è vero che, alla fine, la porta in faccia al governo non l’hanno mai sbattuta. Al punto che, circa dieci minacce dopo, l’ultima, quella di queste ore di non votare la Finanziaria, somiglia tremendamente a un bluff.

Siamo seri, dunque, e accantoniamo per un attimo, signor ministro, questo discorso della crisi di governo, per provare a cercare una soluzione migliore: cioè più praticabile e più dignitosa. E in politica, di decisioni che rispondano a questi due aggettivi ce n’è una sola: dimissioni. Non per andare via, magari, e di sicuro non per ammettere una colpa, ma per sottolineare con un gesto una serie di principi. Intanto, il più importante di tutti: che se un giudice sbaglia, anche il suo ministro ne rimane monco; che la giustizia è un meccanismo di equilibri, in cui se i principi sono uguali per tutti, toccatone uno, nulla può rimanere esattamente come prima.

Molti, in questo complicato periodo della vita politica di Mastella, gli hanno mostrato solidarietà; persino Grillo ha rifiutato di passare il confine fra dibattito doveroso e persecuzione. Nessuno insomma, dentro la élite politica di cui fa parte, ha mostrato di voler approfittare della sua debolezza. Almeno fino a questo punto. Ma l’avocazione di un’inchiesta in cui il ministro è coinvolto ha cambiato il clima dentro lo stesso governo. Ieri, infatti, quella che fino a poche ore prima poteva ancora essere relegata a una querelle interna alla magistratura, è diventata una questione nazionale, dopo l’intervento che vi ha dedicato il Capo dello Stato, nel suo doppio ruolo anche di capo del Csm. Un richiamo alle regole che è suonato come un avvertimento a trovare una rotta di uscita. In questo passaggio di rilevanza, dalla polemica alla delegittimazione di un giudice, è cambiata anche la Sua collocazione, ministro, agli occhi della pubblica opinione.

Lei si trova, così, nella posizione perfetta per poter dimostrare con un solo gesto che la giustizia di questo Paese ha raggiunto un equilibrio superiore; che lei come ministro ha saputo fare quello che il suo predecessore non è riuscito a fare: discutere delle responsabilità dei giudici, ma anche del suo ministero. Tornando semplice cittadino, lei potrebbe in una sola, semplice, mossa recuperare la sfiducia che molti hanno oggi nella giustizia di questo Paese; nonché i dubbi che molti nutrono nei suoi confronti.

Non sarebbe un’ammissione di sconfitta. Lei perderebbe i galloni di ministro, è vero. Ma guadagnerebbe in cambio l’autorevolezza di un leader.

da lastampa.it
« Ultima modifica: Ottobre 28, 2007, 09:44:00 da Admin » Loggato
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« Risposta #1 il: Ottobre 28, 2007, 09:43:45 »

28/10/2007
 
Media, l'ultimo nemico
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

Il nuovo mondo del Partito democratico, delineato dal segretario Veltroni, è un luogo di armonia e di inclusione, «strutturato più a rete che a piramide», dove viene seppellito il bagaglio novecentesco delle tessere, delle correnti, delle gerarchie. Un mondo insomma da cui finalmente scompare l’idea stessa di Nemico - «Basta con l’odio. L’odio non fa altro che moltiplicare l’odio e se rompe gli argini genera la violenza» - in cui Silvio Berlusconi non è nemmeno nominato. Ma in cui rimane immutabile una tensione: quella con i giornalisti.

Per sei volte il segretario nel suo discorso ha citato carta stampata e televisione, ogni volta contrapponendoli alla verità delle cose. Attaccando la superficialità dei media: «È più facile enfatizzare una votazione negativa al Senato o una dichiarazione trionfalistica fatta da chi sembra aver dimenticato che quando era al governo con cento deputati di maggioranza per cento volte è andato in minoranza in un voto alla Camera». Usando il termine media in contrapposizione al reale: «Un grande partito di popolo, che parli delle cose di cui parla il popolo e non di quelle di cui parlano i circuiti mediatici...». Descrivendo la carta stampata come bugiarda: «In questi giorni, leggendo i giornali, ho scoperto di essere in prima pagina il lunedì in un’alleanza di ferro con Fini contro il sistema tedesco. Poi il martedì di avere stretto un patto d’acciaio con Bertinotti a favore del sistema tedesco. Intanto il mercoledì avrei complottato per far cadere il governo di Prodi al quale il giovedì mi legherebbe un patto per l'intera legislatura». Un lungo inciso è stato dedicato alla televisione, di cui, come si sa, il segretario è considerato un appassionato - eccetto stavolta: «Devo fare una premessa, per oggi e per domani. Io non coltivo l’idea che un uomo politico debba ogni giorno stare in televisione, ogni giorno dire la sua su tutto, ogni giorno animare o rispondere a una polemica. Sono fatto così. Penso che la televisione consumi volti, parole, idee. Penso che abbia ragione Napolitano a dire che ci debbano essere meno politici in tv», per concludere con una inequivocabile condanna della tv di oggi: «Ho nostalgia delle belle interviste di Zaccagnini o di Berlinguer in tv. Ognuno esponeva le sue idee e i cittadini giudicavano non le urla che si sovrapponevano ma le parole e la sincerità di ciascuno».

All’interno del discorso conciliante, con cui il Pd è stato battezzato, la crudele precisione di queste osservazioni dev’essere stata una doccia fredda per gli uomini e donne (e che siano tanti non è un mistero) che nel mondo dei media hanno sempre identificato in Veltroni un esempio di rapporto quasi perfetto tra comunicazione e politica. Sorprendente non è il contrasto di toni, quanto la «vecchiaia» di queste posizioni rispetto a tutta l’identità nuova che si propone. Addossare alla stampa l’invenzione di difficoltà politiche che nella realtà non esisterebbero è infatti un trucco contabile della politica vecchio quasi quanto la stampa stessa. Risuona da anni e con una forte capacità di duplicarsi, sotto ogni luna, ogni parallelo e ogni regime politico, dai generali del Baath e dagli americani di Bush, da Blair e da Sarkozy, da Clinton e da Berlusconi. Veltroni è dunque certamente in buona compagnia ma, appunto, se un politico come lui, che intende liberarsi delle tradizioni svuotate, sceglie nel discorso di fondazione del nuovo partito - discorso che, supponiamo, tra mezzo secolo sarà letto dagli studiosi per capire il clima di questi nostri anni - di puntare l’indice sull’inadeguatezza dei media, non rimane che pensare che il segnale è molto serio.

Il primo istinto di un giornalista, di fronte a queste affermazioni, è quello di rispondere a tono. In questo caso ai democratici che inaugurano il loro nuovo partito andrebbe ricordato che i giornalisti, solo fino a pochi mesi fa, cioè fino a che erano fuori dal governo, sono stati da loro considerati eroi, che ne hanno riempito infatti le loro liste elettorali, e si sono ampiamente avvantaggiati delle battaglie di libertà fatte dai media. Tuttavia, tali, e pur ragionevoli, obiezioni sarebbero una risposta banale alle osservazioni del segretario. I rapporti fra politica e media non sono un dettaglio del funzionamento democratico e dunque non possono diventare ragione di litigi da strada. In attesa dunque di capire bene come esattamente vuole affrontare questo nodo, potremo forse ricordare al Pd un paio di elementi della realtà che non pare siano stati accolti nella platea di Milano. Nella recente ondata di antipolitica è stata messa in discussione la credibilità dei politici, non dei media ed è attraverso i media che in questi mesi di tensione e di grandi eventi (inclusi referendum, primarie, ecc.), le élite di questo Paese stanno tenendo aperta una linea di contatto con i cittadini.

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« Risposta #2 il: Novembre 05, 2007, 03:39:49 »

5/11/2007
 
L’autunno caldo di Fini

LUCIA ANNUNZIATA

 
Gianfranco Fini, presidente di Alleanza Nazionale, arrivato ieri a Roma negli studi di via Teulada della Rai - via Teulada, il quartier generale dell’informazione del servizio pubblico, il sancta sanctorum dell’establishment televisivo, il cuore insomma di quella Rai da sempre accusato di battere a sinistra - è stato accolto dagli applausi.

La folla variegata delle domeniche pomeriggio - signore di mezza età che attendono da mesi di venire ad assistere a una trasmissione, belle ragazze che fanno piccole parti nello show in attesa di meglio, figuranti, cioè gente che arrotonda con una piccola paga la domenica facendo pubblico, dipendenti Rai in turno, gente di Roma, insomma, gente di quartiere - gli si è stretta intorno e l’ha accompagnato per il corridoio ripetendogli «Bravo, bravo!».

Mai Fini è stato tanto popolare e mai tanto in bilico come in queste ore. La popolarità riguadagnata contiene infatti un forte paradosso e ha come fine un gioco i cui risultati non sono affatto scontati. Guardiamolo intanto, quest’uomo che, come il tenente Sheridan, stretto nel suo impermeabile bianco, va a Tor di Quinto. Alcuni mesi fa, solo ad agosto, era poco più di un’ombra della politica nazionale. Andava per la maggiore, negli scenari dei meteorologi della politica, l’ipotesi «centro» che prevedeva una forte turbolenza moderata del governo Prodi con tendenza alla riunificazione al centro della solita vecchia Dc. L’alternativa erano elezioni anticipate con un Berlusconi arzillissimo ancora al comando. In nessuno dei due casi, l’apporto di Fini sarebbe stato più di quello dell’attore di spalla.

In quelle secche agostane - scandite dalle solite immersioni marine - il leader di An sembrava aver misurato l’arenarsi di un progetto lungo tanti anni per diventare un accettabile membro dell’establishment nazionale: un percorso fatto di tanti strappi, in tempi così ristretti, da battere persino i molti e dolorosi cambi di pelle della sinistra: dal rifiuto della fiamma e del nome Msi a Fiuggi, alla critica delle leggi razziali, alla libertà di coscienza sulla procreazione assistita, al pentimento in Israele, al riconoscimento del voto per gli immigrati, all’opposizione alla pena di morte. Una lunga serie di cambiamenti che, alla fine, ritorniamo ad agosto, gli avevano lasciato intorno un dissestato panorama. Certo, Fini era ormai un accettato politico, lodato da un professore con naso molto fino come Amato, considerato perfetto esemplare della destra corretta da una buona parte delle istituzioni. Ma il suo partito, stressato da troppi strappi, era a pezzi, con la rinascita di un’estrema destra, impersonata dall’amico-avversario Storace; un alto prezzo pagato, senza per questo aver trovato mai un buco nella doppia rete stesa nella Cdl da Casini e Berlusconi.

Da qualche parte, nelle immersioni agostane, Fini deve aver deciso che diventare istituzionali senza premierato in vista, dopotutto, forse, non valeva la pena. Alcuni parlano dell’impatto Sarkozy. Altri della scossa data al sistema dai sindaci di sinistra che diventano sceriffi, candidatisi a rubare consensi fra i moderati del Paese: certo è che il cammino verso Tor di Quinto è cominciato quest’autunno e ha preso il segno di una marcata inversione a U. L’autunno caldo di Fini è cominciato infatti con un ritorno sui suoi passi o, meglio, su quelli della sua tradizione: ha scelto il terreno della «sicurezza», di schierarsi a fianco delle forze dell’ordine e soprattutto ha scelto di fare da solo, scavalcando e/o fregandosene degli alleati della Casa della libertà, contandosi in piazza, scendendo infine a Tor di Quinto. Persino nell’immagine diverso da prima: il suo impermeabile bianco da tenente, appunto, e i suoi uomini, incluso l’elegantissimo Ronchi, chiusi nei bomber di pelle.

È stato un enorme successo, inutile nasconderselo. Ma con un paradosso dentro, come si diceva: dopo anni passati a far dimenticare di essere fascista, Fini torna alla ribalta e riacquista popolarità e peso politico reimpugnando argomenti e toni da fascista. Il termine è senza connotazione d’insulto: si vuol semplicemente dire che Fini è tornato sui tradizionali terreni dell’ex Movimento sociale. E dov’è l’errore?, si potrebbe domandare. Nessuno. Eccetto che questo riposizionamento riapre per forza di cose anche tutte le altre collocazioni politiche di An, a cominciare dalle alleanze.

Sulla piattaforma della sicurezza Fini non trascina il Cavaliere e nemmeno Casini. Quest’ultimo è troppo dentro le logiche dei cattolici per brandire come un’arma il termine «espulsione» e, per quel che riguarda il Cavaliere, beh, troppe le divisioni fra Fini e lui, se si va ad aprire il dossier sicurezza: segnale di queste divisioni è certo stato l’indulto, votato da Forza Italia ma non da An, ma in realtà è l’intero programma dei due alleati a cozzare. La sicurezza è infatti una di quelle questioni che portano a spalancare le sostanziali distanze dentro tutte le coalizioni. E se fa male a sinistra, non fa meno male a destra. Il Cavaliere non ama i magistrati e tanto meno le divise che portano controlli, leggi, regole e, nel caso, processi e prigioni. È un uomo d’affari, cioè del mondo delle aziende, non dello Stato; è un liberista che vuole poche regole e molta flessibilità. Il mondo del Cavaliere è dunque l’esatto opposto di tutto quello per cui ritorna a battersi Fini in questo momento e il silenzio, o la vaghezza da Bagaglino in cui si è rifugiato il leader della Casa della libertà sono un sufficiente commento a questa distanza.

Rischia allora di restare da solo, Fini? Dove andrà da solo, Fini? E ce la farà da solo, Fini? Ci si chiede. Ma forse non rimarrà solo, dopotutto, Fini. Può essere infatti che in questo percorso si ritroverà di nuovo in compagnia di quella destra estrema (romana e italiana, che in queste ore si galvanizza al grido di «Ora basta!»), da cui con tanta fatica si era in questi anni staccato.
 
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« Risposta #3 il: Novembre 17, 2007, 07:44:39 »

17/11/2007
 
Le illusioni del capo
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

La più lunga transizione di un premier da Palazzo Chigi all’opposizione. Potrebbe essere questa la didascalia sotto il clamoroso capitombolo di Berlusconi: 17 mesi di passione ribalda, di proclami, e di smemorata sicurezza, finiti nel risveglio improvviso davanti alla fatale e burocratica verità dei voti. Talmente abituati tutti, amici e avversari, a pensarlo come Abile, Vitale, Imprevedibile, Invincibile che la sua sconfitta ci obbliga a una quasi totale riscrittura dei codici: cosa e dove ha sbagliato il leader di Forza Italia? Le risposte non mancano, in queste ore. La maggioranza è di natura politica o forse «politicista» e ha a che fare con lo sgretolarsi della coesione interna dell’opposizione, con l’incapacità del leader di unificare le forze intorno a un obiettivo credibile.

E con le ambizioni degli eterni Delfini, Casini e Fini. Spiegazioni giuste, e tuttavia parziali. Fenomeno troppo complesso e troppo fuori dalla politica convenzionale per essere spiegato totalmente con le ragioni della politica, Berlusconi nella caduta oggi, come nell’ascesa ieri, rivela snodi rilevanti del funzionamento del sistema.

Va ricordato che è uomo di azienda e nell’impresa privata se si è padroni non si perde mai l’incarico. Non si è mai davvero finiti fino a che si ha un nutrito pacchetto di azioni. Altro è il mondo della politica, dove nessuno possiede nulla se non il voto di chi lo elegge, e il voto decide chi vince e chi perde. Chi perde, perde tutto, anche se la maggioranza è d’un voto solo. Questa diversità di prospettive fra Capo d’azienda e Capo del Consiglio dei ministri è un elemento che ha giocato fortemente nella politica italiana degli ultimi 15 anni, e c’è un ampio accordo sul fatto che per il Berlusconi in ascesa questa differenza abbia avuto una funzione rinvigorente, innovativa del far politica. C’è da domandarsi tuttavia, ora, se questa stessa differenza non si sia tradotta in una sorta di gabbia intellettuale che invece di alimentare sta lentamente distruggendo le capacità del leader dell’opposizione.

Dal primo giorno dopo il voto, questo politico noto per la flessibilità mentale, lo spontaneo tatticismo, si è inchiodato su una battaglia impossibile da vincere: sostenere che le elezioni non erano legittime e che la vittoria ottenuta per poche migliaia di voti non era una vittoria. Un argomento comprensibile da usare nelle ore immediatamente successive al voto, e a cui hanno fatto ricorso altri leader famosi, incluso il democratico americano Al Gore. Ma, come dimostra il caso Gore, l’operazione delegittimazione può durare giorni, poi i governi s’insediano, fanno nomine, prendono decisioni, e l’opposizione li accetta e li sfida su nuovi terreni. Non è stato il caso di Berlusconi, per mesi fissato prima sulla illegittimità del governo, poi scandalizzato che il governo governasse, infine convinto che il governo di fatto non esistesse, che la maggioranza non stava insieme, e che bastasse una spallata per mandarla a casa. Tutte tappe d’uno stesso stato d’animo: l’incapacità di accettare di non essere più il «dominus» della situazione, di non avere più lo stesso peso nei media, né gli stessi rapporti internazionali nemmeno con i leader con cui era amico personale quali Putin e Bush, di non poter più, allo schiocco delle dita, cambiare l’ordine delle cose.

E quando alla fine è sembrato accorgersi che qualcosa dopotutto andava fatto, non ha trovato di meglio che sfoderare l’idea di un Take Over, l’acquisto di un po’ di senatori, misura di natura tipicamente aziendale, rivelatasi impossibile da utilizzare persino nella cinica politica d’oggi. Quella di Berlusconi è stata insomma una sorta d’incapacità di accettare la realtà, che gli ha sottratto la forza di sviluppare tattiche e l’ha spinto a dare dimostrazioni pubbliche sempre più esagerate, per provare d’essere ancora il premier del Paese, l’uomo che è davvero nel cuore degli italiani, nonché l’unico leader dell’opposizione. Un’inutile illusione, che i suoi alleati Fini e Casini, più deboli di lui ma privi d’ogni posizione di rendita se non quella del voto, hanno immediatamente colto come tale. S’è schiantato così questo primo assalto di Berlusconi al governo Prodi. È un capitombolo, un ruzzolone, difficile che sia una sconfitta definitiva, visto il peso e l’abilità di questo leader. Ma per il momento questo schianto rivela qualcosa d’interessante sul futuro del nostro sistema. Berlusconi è inciampato sulle regole: quelle del voto, quelle del meccanismo parlamentare, quelle della vita pubblica. L’approvazione della Finanziaria è arrivata perché una coalizione, ancorchè fragile, può vincere se rispetta le regole dell’onorabilità parlamentare: non ultima quella di non sfuggire alle difficoltà ricorrendo al voto di fiducia.

da lastampa.it
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« Risposta #4 il: Novembre 19, 2007, 07:13:25 »

19/11/2007
 
Colpo di scena
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
Diciamo che è possibile sognare. L'idea sarebbe quella di immaginare che a questo punto, dopo un duello lungo dieci anni, gli eterni avversari Romano Prodi e Silvio Berlusconi si convertano in due padri della patria che, convinti dall’età, dalle medaglie e dalla ostinazione altrui, alla fine portano insieme il Paese verso il cambiamento - riforme elettorali, snellimento dell'esecutivo, abbattimento dei costi della politica.

Un sogno appunto, ma autorizzato a essere almeno delineato dopo il secondo colpo di scena che in 48 ore ha scombussolato la politica italiana. L'annuncio che Silvio Berlusconi fonderà un nuovo partito segue di poche ore la vittoria di Romano Prodi in Senato ed entrambi i passaggi hanno lo stesso risultato: quello di rimettere i due uomini in posizione decisiva dentro i rispettivi schieramenti, in cui negli ultimi mesi avevano sofferto una progressiva marginalità. Ma decisiva per fare cosa?

La novità di ieri non è tanto l'annuncio della rifondazione di Forza Italia e di tutta la Cdl in una nuova organizzazione. Il Cavaliere gioca da tempo con questa possibilità, l'ha usata nei mesi scorsi, ammettendola e negandola, come bastone e carota del dibattito interno alla sua coalizione.

Gli osservatori politici così ne hanno già sviscerato ragioni e torti, potenzialità e limiti; ne hanno distinto - come è sempre d'obbligo nel caso di Berlusconi - annunci da realtà. Nell'insieme, dunque, l'accalorato discorso di Milano, in mezzo alla folla, non lascia di stucco. È evidente che c'è dentro questo progetto un adeguarsi a destra alle novità portate dal Pd, di cui Berlusconi raccoglie il senso del rinnovamento e il processo dal basso, come lui stesso dice: «Oggi nasce ufficialmente qui il nuovo grande partito del popolo italiano, un partito aperto che è contro i parrucconi della vecchia politica. Invito tutti a entrare senza remore e a venire con noi, questo è quello che la gente vuole: Forza Italia si scioglierà nella nuova formazione» - che si chiamerà, appunto, «partito del popolo italiano delle libertà». Così come è evidente che sciogliere tutto gli renderà più semplice muoversi nei complicati rapporti con i suoi alleati-amici-nemici.

Meno ovvia è invece l'unica dichiarazione politica uscita dal discorso milanese così segnato dall'entusiasmo. Berlusconi ha indicato infatti anche il primo passo che il nuovo partito potrebbe fare, e la sua prima intervista a questo giornale lo conferma: riaprire il dialogo fra Cdl e governo, appunto. «Se l'altra parte avanzerà delle proposte o dirà di sì a nostre proposte saremo i primi a essere lieti di trovare, per il nostro Paese, una direzione di svolta che assicuri la democrazia, lo sviluppo e la libertà». La novità, il colpo di scena è questo. Da ieri sera Silvio Berlusconi ha ufficialmente ripreso in mano la partita che fino a poche ore prima aveva sostenuto di non voler fare, preferendo - così diceva - andare alle elezioni subito, e con la vecchia legge. Molti dei suoi amici dentro Forza Italia, come Gianni Letta, hanno caldeggiato questa mossa, e molti suoi alleati ne erano sicuri: Casini proprio ieri pomeriggio aveva ironicamente anticipato che probabilmente Letta e Veltroni si stavano già parlando. Da ieri sera insomma Berlusconi ha archiviato la prima fase della sua opposizione a Prodi.

Dove lo porteranno ora i suoi passi? Con chi dialogherà all’interno del centro-sinistra, con che modello di riforme in mente, e soprattutto con quanta serietà e convinzione procederà? Da qui arriviamo al sogno di cui si parlava prima.

È ovvio infatti che un Silvio Berlusconi che scende in campo nel dialogo fra coalizioni ha tutta la forza e l'interesse a dinamitarlo. Il dialogo dopotutto è stato lanciato da Walter Veltroni, cioè da un leader più giovane di lui, e potenzialmente più popolare di lui. Perché mai, dunque, Berlusconi dovrebbe impegnarsi in una mossa che rafforza il suo più forte avversario?

D’altra parte, in questi mesi, e in particolare in questi ultimi giorni, dopo la vittoria di Prodi al Senato, potrebbe aver pensato a una rotta più saggia: se c'è un giovane avversario, perché mai non contrastarlo sottraendogli ruolo sul suo stesso terreno? Magari ri-costruendo un rapporto con l'avversario di sempre, quel Prodi lui stesso di nuovo al centro della politica? E chissà che, su questa strada, via via, non ci scappi anche di diventare un Padre Fondatore.
 
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« Risposta #5 il: Dicembre 03, 2007, 10:08:20 »

3/12/2007
 
Troppi dubbi sul dialogo
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
Di solito si scrive perché si è raggiunto un livello - sia pur minimo - di certezze su un argomento. Sull’incontro fra Berlusconi e Veltroni e sul percorso che intendono avviare, la ragione per scrivere è invece l’opposta: a dispetto delle parole positive, del clima sereno e, persino, della simpatia evidente e rassicurante che i due leader insieme proiettano, continuo a non capire. Nel senso di non trovar risposta all’interrogativo che questo incontro solleva: cos’è cambiato perché oggi si possa credere e avere fiducia in un evento che fino a poche settimane (non mesi!) fa non sembrava nemmeno nominabile, non parliamo di praticabile?

Mi rendo conto che in un Paese lacerato da un eccesso di ideologie, da resistenze psicologiche, da reducismi di vario tipo, se si dubita davanti ai primi segnali di Concordia Nazionale si fa la parte dei disfattisti. Ieri un quotidiano politico del centro-sinistra, ben fatto nonché ben informato, Europa, bollava in anticipo i dubbiosi dividendo gli addetti ai lavori (pochi e scettici) dalla maggioranza del popolo italiano (contento). Ma ognuno fa il suo mestiere. E nel mestiere di chi osserva la politica è implicita una memoria che, nei fatti, esalta il dubbio. Vi giro, dunque, le mie domande.

1) È cambiato qualcosa nel profilo «ideologico» di Silvio Berlusconi? Oggi è opinione comune che la «svolta» - su cui l’incontro con Veltroni si fonda - sia stata decisa da Berlusconi a seguito della sconfitta sull’approvazione della Finanziaria e per essersi convinto che il Paese chieda un cambio della politica.

E’ sicuramente lodevole, cosa della quale tutti hanno preso atto, che Berlusconi reagisca agli stimoli e lanci nuove iniziative, tenti di rinnovare se stesso e gli altri: ma se queste sono le ragioni per aprire un dialogo, si tratta fondamentalmente solo di passaggi tattici. Nel corso del cambiamento berlusconiano non abbiamo infatti ascoltato nessuna «revisione» di idee. Non sappiamo, al momento, se l’Italia sia ancora piena di «comunisti», se la sinistra governi ancora la stampa, le case editrici, le tv e i giudici, se nei confronti di Silvio ci sia ancora la solita persecuzione, se i sindacati ricattino il Paese, se la politica estera di sinistra aiuti il terrorismo e, visto che ci siamo, se ancora l’Italia sia in mano a un governo non legittimo in quanto eletto con troppi pochi voti, se non addirittura con brogli. Non per essere pignoli, ma un vero dialogo nasce da qualche profonda novità nelle proprie opinioni sugli avversari; in assenza di tutto ciò, è difficile non concludere che dialogare sia solo un altro movimento, un passo tattico, che produrrà qualche messa in scena nel teatrino della politica.

2) È cambiato qualcosa negli interessi che Silvio Berlusconi ha sempre così gelosamente salvaguardato attraverso il suo ruolo politico? Non pare. In Parlamento ci sono due leggi simbolo della tensione destra-sinistra: quella sul conflitto di interessi e la Gentiloni sull’assetto radiotelevisivo. Fuori dal Parlamento, è invece del tutto aperta l’annosa questione della Rai, dove le colorite cronache di questi giorni, al di là delle responsabilità individuali, hanno fatto riemergere i danni di lungo periodo causati proprio dall’impatto sul servizio pubblico del conflitto di interessi durante il governo berlusconiano.

3) È cambiata la valutazione, se non l’opinione, di Silvio Berlusconi sul funzionamento della giustizia in Italia? In effetti, questo è forse il tema che presenta maggiori novità e dev’essere di qualche conforto a Forza Italia. Il caso Forleo, più ancora che quello di De Magistris, potrebbe provare agli occhi di Berlusconi che si è infranto il suo vecchio teorema che la giustizia sia dominata dalle toghe rosse. Né dev’essergli sfuggito il risultato del voto per il rinnovo degli organismi sindacali della magistratura, vinto da Unicost, la corrente dei moderati.

Giustamente, nessuno di questi temi viene nominato quando si parla di incontro fra Veltroni e Berlusconi. Il dialogo ha infatti come fine un accordo per la legge elettorale, si dice. Ma davvero si potranno tenere tutte queste irrisolte questioni fuori dall’accordo? È possibile, ad esempio, tenerle ferme mentre si discute e fino a un’intesa? Anche a volerlo, significherebbe di fatto bloccare in parte l’attività stessa dell’agire pubblico. La legge Gentiloni, ad esempio, deve andare in discussione. E per quel che riguarda la Rai, il cambiamento «di pelle» dell’azienda, avvenuto durante il governo Berlusconi, obbliga a rilevanti decisioni strutturali, altro che la punizione di qualche dirigente. Può il servizio pubblico aspettare a prenderle per i mesi necessari a trovare un accordo sulla legge elettorale? Infine la giustizia: il clima è migliore, ma alla prima, prossima, tensione fra qualche giudice e la politica, come reagiranno i due leader che dialogano: diranno ancora una volta che si tratta di «giustizia a orologeria» (come si è già detto per le intercettazioni Rai) o diranno forse di non poter dire nulla perché stanno trattando?

Due parole, infine, sulla posizione di Veltroni, in questa vicenda. Se c’è un politico, dentro la sinistra, che può affrontare il complesso negoziato è certamente lui. Per una ragione, su tutte. A differenza di Massimo D’Alema, la cui Bicamerale suscitò reazioni enormi a sinistra, Veltroni è il leader riconosciuto della sinistra più intransigente del nostro Paese. La sinistra che, per intenderci, ha sempre sospettato D’Alema d’«inciucio», la sinistra più graffiante intellettualmente, quella della satira in Rai o delle riviste o dei girotondi, ha sempre amato Walter Veltroni. La fiducia che questa area molto influente ha in lui permette oggi al nuovo leader del Pd di osare operazioni che avrebbero suscitato scandalo in mano a chiunque altro. Ma fino a che punto può tenere questa fiducia, se si arriva allo scontro, nel frattempo, sulle questioni che indicavamo, giustizia, Rai, conflitto d’interessi?

Nasce così il Dubbio dei Dubbi: quante possibilità dareste voi al raggiungimento di tale accordo, dopo aver fatto l’elenco di tutte le difficoltà? Io non molte. Ma, forse, il lettore e altri vedono cose che io non riesco neppure a immaginare.
 
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« Risposta #6 il: Dicembre 14, 2007, 10:47:13 »

14/12/2007
 
Se gli Usa ci vedono proprio come siamo 
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

Meno male che, almeno, ci amano tutti. Una breve rassicurazione iniziale è di solito il miglior sistema per prepararti a un fracco di botte. E di botte il New York Times, con mano di velluto, voce pacata e tono ineluttabile, ce ne infligge tante.

Non che l’Italia sia nuova a tali «ramanzine»; il Financial Times e l’Economist, per dirne un paio, hanno sempre pronto il rampognino all’Italia. Imparziale nei tempi e nel cambio di governo. Solo che il rampognino inglese suona più o meno così: le liberalizzazioni ancora non sono state fatte, e quelle poche decise sono state fatte male. Voci di mercato, insomma, prosa dry (questa volta l’inglesismo è permesso, immagino), che non scalda il cuore.

Ian Fisher, invece, ci ha inviato ieri sul New York Times una lettera sull’Italia molto italiana: chi non ha immediatamente riconosciuto il nostro Paese (con una fitta al cuore) in quel gruppo di vecchiette che nei parchi si contende l’attenzione di un unico pargolo? L’italianità di Fisher è nel posare su di noi quello sguardo straniato, di non avere il tono del curioso-ma-vero con cui gli Usa mescolano - quando si parla di noi - nostalgie per un Paese pieno di asinelli e trionfo del lifestyle.

L’Italianità di Fisher è di aver scritto - osiamo dirlo a un corrispondente dell’immenso New York Times? - come un giornalista italiano.

Non per dire, ma quel paese lì, descritto agli Usa, è quello che descriviamo tutti i giorni sui nostri giornali: ad esempio «una nazione più vecchia e più povera» ( al punto che «le gerarchie della Chiesa preparano oggi un aumento di aiuti in pacchi alimentari»), una nazione in cui i più bravi «stanno emigrando, come i più poveri cento anni fa», e gli altri, i famosi bamboccioni, il 70 per cento tra i venti e i trenta, vivono a casa una prolungatissima adolescenza. Bella, meravigliosa, intelligente nazione il cui vanto, l’economia di famiglia, la piccola industria, fino ad oggi la sua forza, sta velocemente dilapidandosi. Un paese «fermo» o quasi, la cui produttività scende, ma dove ancora di più sono scesi in quindici anni i salari. E i cui simboli nazionali e internazionali non sono più Fellini e Loren, ma Beppe Grillo. Ian Fisher è tra noi da sufficiente tempo da arrivare anche alle conclusioni che ogni italiano condividerebbe: alla domanda di chi è la colpa, risponde infatti senza dubbi: la politica. Essa stessa vecchia, costosa, e immobile, il miglior ritratto che c’è, insomma, dell’Italia stessa.

Detto tutto questo, e dimostrato che di queste cose sono pieni i nostri stessi (benché più umili) giornali, rimane la curiosità di capire se anche al New York Times verrà risposto con la stessa indifferenza e malumore con cui i politici leggono di solito i fogli nazionali. O se anche il giornale più importante del mondo non sarà preso nella rete di sospetti e complotti che la politica nazionale legge in ogni riga, specie di questi tempi. Ma noi ci affidiamo al presidente Napolitano, che quell’articolo ha avuto il privilegio di leggere ben prima di noi: ha risposto difendendo l’Italia, ricordando tutti i nostri meriti e la nostra creatività, ma soprattutto confessando di considerare la principale risorsa del paese gli animal spirits, la «capacità di iniziativa dal basso, di impresa, vitalità». Giusto, ci sono queste energie. Basta che il celebre concetto di John Keynes non divenga invece il più banale racconto di un paese che invece, preso in una palude, alla fine si sbrani.

da lastampa.it
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« Risposta #7 il: Dicembre 31, 2007, 05:08:19 »

31/12/2007 - QUARANT'ANNI DOPO
 
Good bye Sessantotto
 
Le celebrazioni del quarantennio sono destinate ad affossare definitivamente il "grande sogno"
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

«Good vibrations» dei Beach Boy ha fatto quarant’anni, peccato che quel che rimane di quelle fantastiche vibrazioni somigli sempre più al Parkinson. Del resto la leggendaria Marianne Faithfull, cantante e musa del rock, fa la nonna nel film Irina Palm, appena uscito. Nonna palmo-erotica, ma sempre nonna. Bill Clinton, il presidente che ha portato alla Casa Bianca la baby boom generation, ha quattro by-pass; e l'altro presidente che ha portato alla Casa Bianca la stessa generazione da destra, George Bush, sta per andare in pensione, dove è già andato Tony Blair. Benazir Buttho, prima donna degli Anni 60 salita al potere nel mondo musulmano, è stata uccisa, e Bob Dylan si trasforma nell'icona di se stesso, nel film fatto con Martin Scorsese, «No direction home: Bob Dylan», una terribile operazione commerciale con tutti i resti dei suoi ricordi e canzoni.

E se questi Dei del firmamento globale sixties non appaiono più così dorati, anche le star italiane di quei tempi accusano qualche mal di testa. Paolo Mieli, direttore due volte del Corriere, il più importante giornalista uscito dalle fila degli Anni Sessanta, è oggi un astro dell'establishment italiano, Ferrara fa la dieta contro l'aborto, D'Alema vive elegantemente fuori dal Paese, Capanna si occupa di Omg, Sofri è un gentile signore che dispensa saggezza, e tutti noi ci guardiamo allo specchio venti chili e quarant’anni più tardi. Più grassi, più comodi e più che mai convinti di noi stessi - in completo diniego del nostro transito su questo palcoscenico. Abbie Hoffman qualche anno fa pronunciò una epigrafe per questo mondo: «We were young, we were foolish, we were arrogant, but we were right». Boh! Non è certo nemmeno che avevamo ragione. La ragione si vedrà da quanto questa generazione globale, la prima ad esserlo, nata negli stessi anni e cresciuta con gli stessi omogeneizzati e la stessa musica, capirà ora la sua mortalità. Non quella fisica - perché i citati, e non, di quegli anni a noi piacciono ancora tutti - ma quella spirituale. Trasformare il quarantesimo genetliaco che il 2008 propone, dalla galleria di celebrazioni in un onorevole funerale, sarà forse la più dura prova da affrontare per questo gruppo. Good By sixties - la pace sia con voi.

Naturalmente, questo è un consiglio, non un tradimento. Se mai la generazione Anni 60 ha davvero quella superiore capacità creativa e analitica che vanta, dovrebbe oggi essere la prima a capire che un vasto movimento le preme contro. Il cambiamento è infatti il tema sociale più pressante dello sviluppo dei nostri Paesi occidentali, e in questo passaggio, i baby boomer fanno la parte del tappo, dell'élite, della conservazione insomma.

Sono poi, come sempre, le vicende politiche che per prime afferrano gli umori dei tempi. A questa onda devono le loro fortune Zapatero e Sarkozy (ognuno a modo suo); in Inghilterra sono oggi i Tory ad afferrare la bandiera del nuovo contro l'invecchiato Labour, interpretato dal catatonico Brown; in Germania è una donna il cambiamento - e anche se viene da vecchia scuola politica, nuovo è il mix che propone fra governo e gender, interpretando bene la fine della cultura della Guerra fredda. Ma è in due Paesi, lontanissimi tra loro eppure uniti dai profondi segni lasciati dai sixties, che questo clima fra il vecchio e nuovo è più visibile e più insoluto: gli Stati Uniti e l'Italia. Le primarie democratiche in Usa, e il tentativo di fondare il Pd hanno infatti in comune l'esaurimento dell'establishment politico nato da quegli anni. Hillary Rhodam Clinton e Barak Obama sono il caso lampante di quella che, nata come una sfida tra due valori Anni Sessanta, una donna e un nero, si è presto disvelata come guerra intestina per il rinnovamento del Partito democratico.

Barak Obama, ci raccontano ormai quotidianamente le cronache dagli Stati Uniti, ha mobilitato un attivismo giovanile, femminile, bianco e nero, come non se ne vedeva da anni, diverso da quello che muove il Partito democratico a ogni elezione. La passione per Obama è suscitata dalla sua età, dalla sua linea post-ideologica, dal non voler più contare su differenze come bianchi e neri, dal suo essere un outsider senza molti soldi, e dal non essere mai incorso nell'errore politicista di cambiare opinione sulla guerra irachena. A semplificare questo scontro, la frattura passa anche tra i neri: da una parte la potente nera star tv Ophra, totalmente trasversale nel suo appeal, dall'altra per Hillary, i neri degli Anni 60, Angela Davis e Andrew Young, pezzo da novanta dell'establishment del Partito democratico. Del resto cosa ha significato la proposta della signora Clinton, dopo il marito, alla presidenza? Avrebbe dovuto indicare la parità delle donne, in realtà ha solo svelato come i Democratici si siano appiattiti sui Repubblicani.

La politica è per I Clinton una professione e un business, fondato su una macchina di potere e soldi, che oggi con Hillary propone di fatto la trasformazione della presidenza del Paese più democratico del mondo, in un modello ereditario e familista, come del resto già hanno fatto i Bush. Quella dei Clinton è la metamorfosi da innovatori (rieccoci ai 60s) a élite. Ma non è questa metamorfosi la ragione anche dello scontento che muove le ondate di antipolitica in Italia? E che non a caso è indirizzata più a destra che a sinistra: compromessi, inefficaci, privilegiati, è l'accusa a una generazione che invece di portare il cambiamento è diventata un'altra élite. Cosa siano oggi, del resto, i politici, i giornalisti, i professionisti venuti dagli Anni 60 (chi scrive inclusa) è nelle cose: dopo aver anni fa portato il mutamento generazionale dentro il sistema, oggi lo dominano e il suo non volerlo cedere è nella evidente resistenza a ogni cambio generazionale che non sia attentamente scelto, selezionato, e cooptato per somigliarle. Che è poi il dilemma in cui si dibatte oggi anche la vicenda politica del Pd e del suo segretario, Walter Veltroni, uomo degli Anni Sessanta lui stesso, mosso da una forte comprensione di questo rinnovamento: il Pd nasce così attraverso la diretta decapitazione delle vecchie élites Dc e Pci; ma il nuovo proposto appare per ora solo un debole esperimento genetico, invece che una autentica trasfusione di sangue fresco.

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« Risposta #8 il: Gennaio 14, 2008, 05:47:18 »

14/1/2008 - RETROSCENA
 
Il gioco del Cavaliere
 
Partita a doppio binario
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
Tornato da Antigua, Silvio Berlusconi ha rilanciato il tema che più gli sta a cuore: la Concordia Nazionale, la voglia e la necessità di sostenere la sinistra che vuole fare un ampio accordo, ha detto, «per salvare il Paese». Con lo stesso respiro ha però subito aggiunto, in merito alla prospettiva di approvare in poco tempo la legge Gentiloni sulla Tv, un: «Certo, se poi vogliono fare leggi criminali, è ovvio che non ci sarà nessun accordo». Ma a che gioco gioca Forza Italia? La legge Gentiloni non solo è uno dei punti più rilevanti del programma del centro sinistra, è parte della sua identità agli occhi degli elettori. Berlusconi certamente non può immaginare che il dialogo sulla legge elettorale valga per la sua controparte questo sacrificio. Dunque, torniamo alla domanda: a che gioco gioca Forza Italia?

Se usciamo un attimo infatti da questa sorta di ipnosi in cui il Palazzo è precipitato discutendo della riforma elettorale e allarghiamo lo sguardo a tutte le vicende italiane che segnano questi ultimi mesi, l’operato dell’opposizione assume i caratteri di una offensiva molto articolata e, aggiungo, molto di successo. Una sorta di doppio binario, in cui da una parte si gioca sul tavolo del negoziato, e dall’altro si gioca sotto il tavolo, con la acutizzazione dello scontro.

Di questa doppia tattica possiamo persino, credo, indicare l’inizio: la morte di Giovanna Reggiani a Roma. L’opposizione insorse allora contro la sinistra, contro Veltroni, e contro i Rom, in un unico movimento.

Fini si reca sul luogo del delitto, come poi ha fatto pochi giorni fa a Napoli per la spazzatura; la parola «vergogna» rientra nel lessico politico del centro destra (prima usata quasi sempre dalla sinistra estrema); iniziano le prime vere mirate richieste di dimissioni, il tutto mescolato a una forte campagna contro gli immigrati e sulla sicurezza.

Nelle piazze spuntano i primi gagliardetti, annunci di scontri, le prime promesse di rivolta sociale. Legittime naturalmente sono le manifestazioni (quelle nazionali di protesta, quella di Napoli, e tutte quelle che volete) e legittima è l’indignazione e la denuncia. Ma qui parliamo di un aspetto molto più limitato e pericoloso: la tentazione di usare la piazza per mettere in ginocchio la politica.

Chi ricorda Reggio Calabria? Nulla forse c’è di così grave, ma alla campagna sulla insicurezza sociale, seguono le proteste i tassisti di Roma, con cui viene piegata la città oltre al suo sindaco, e poi la rivolta degli autotrasportatori guidati da un uomo di Forza Italia, che fa risorgere nei più vecchi la memoria del Cile. Esageriamo? Possibile. Ma in questi giorni abbiamo visto tutti negli scontri a Cagliari, nell’assalto alla casa di Soru, le bandiere di Alleanza Nazionale, e, in Lazio, di Forza Nuova; e a parte Casini, che ha detto con chiarezza «mi vergogno di aver visto le bandiere dell’Udc sotto la casa di Soru» non abbiamo sentito pentimenti.

Che l’Italia viva un passaggio difficile, è indiscusso. Che ci siano errori e malumori popolari che ricadono sul governo, non c’è dubbio. Ma che da parte della opposizione ci sia la voglia di fomentare la rivolta sociale, mi sembra indubbio. Del resto, l’ha sempre fatto anche la sinistra a suo tempo, contro Berlusconi - ma alla sinistra è stato sempre chiesto di prendere le distanze chiare e nette su queste derive. Forse potremmo aspettarci oggi uno stesso rigore - che però non notiamo - dall’opposizione.

L’asta del livello dello scontro è stata alzata, del resto, anche e parecchio sul terreno culturale. Dal momento in cui Veltroni è stato eletto, il centro destra ha tentato di entrare nel percorso iniziato dal centro sinistra per influenzarlo: ricorderete che il dibattito sul partito liquido o degli iscritti, è stato lanciato e gestito (anche per la sinistra) dal Foglio e sul Foglio. Così come dal Foglio e sul Foglio è partita la moratoria sulla 194, che sta avendo un profondo impatto, aggregando un nuovo fronte cattolico, approdando rapidamente in Parlamento attraverso uomini di FI come Bondi, e mettendo in crisi profonda l’alleanza fra cattolici e laici dentro il Pd. La visita di Ferrara, due giorni fa, al comitato Statuto del Pd, uno dei luoghi, si immagina, più riservati di un partito, è stata la rappresentazione perfetta di questa dinamica di «forzatura» delle porte di una intera area politica.

Infine l’intervento di Berlusconi oggi, sulla legge Gentiloni, dietro cui c’è sempre la legge sul conflitto di interesse. E non è finita: mercoledì è annunciato un importante discorso del leader di Forza Italia in Parlamento, dove non parla dal luglio del 2006. Secondo anticipazioni di «Libero», solleverà il tema della giustizia e delle intercettazioni, farà denunce, aprendo così un nuovo fronte.

Mi pare indubbio, mettendo tutti questi avvenimenti in fila, che Silvio Berlusconi sta giocando in maniera molto articolata. Ed è una tattica, oltre che di successo, intelligente. Come tutti sanno, in ogni guerra, dal Libano, all'Iraq, al Vietnam, nel momento in cui si profila un accordo si apre la fase più crudele. Mettere in ginocchio il proprio avversario è infatti condizione indispensabile per ottenere il massimo possibile al tavolo delle trattative.

Quello che sorprende è la mollezza, la mancanza di focalizzazione e di chiarezza, con cui la sinistra si fa speronare e spaccare da queste offensive. Se negoziato deve esserci (e tutti lo vorremmo) al momento pare che solo Berlusconi ne abbia in mano il capo.
 
da lastampa.it
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« Risposta #9 il: Gennaio 16, 2008, 02:10:21 »

16/1/2008 (6:50) - REPORTAGE

Nella Sapienza sfuggita di mano

Nel vuoto politico 150 ragazzi si fanno sentire.

E i prof di fisica ora temono: siamo preoccupati

LUCIA ANNUNZIATA


ROMA
Università La Sapienza, Roma. La tecnica è quella di sempre. Due passano per il corridoio, incrociano lo sguardo e prendono la stessa direzione. Presto sono seguiti da altri due, poi da quattro. Quando escono dalla facoltà di Scienze Politiche, sono ormai di corsa e altri si uniscono.

Sulle scale del Senato Accademico comincia l'ansia: «Presto, presto, c….». Porte sbattono, una si apre, «forza, forza», dentro gli impiegati aprono i loro uffici, «ma che volete?», «ce volete mette paura?». Il corridoio però è quello sbagliato. Vanno avanti, indietro. Fino a che la mano di un impiegato, pietoso o esasperato, gli apre la porta giusta per le scale, e verso la sala del senato accademico. OCCUPAZIONE! Occupazione è fatta. Il megafono è tirato fuori, la polizia arriva (nelle vesti del direttore del distretto di polizia, Marcello Cardona, conciliantissimo e tranquillo), poi le tv poi altri studenti. Comincia così, con una sorta di improvvisazione, la lunga giornata che porterà il Papa ad annullare la sua visita all'Università La Sapienza.

Sono tanti questi studenti? Tanti no. L’occupazione e le attività sono in mano a un centinaio. Il panorama politico della Sapienza è piuttosto spoglio: operano ormai piccoli gruppi di cui due, la Rete per l'autoformazione e il Coordinamento Collettivi, hanno ramificazioni in tutta l'Università. Gli studenti che si identificano nelle sigle istituzionali (cioè dei vari partiti) sono piccole cellule. Forte è poi la presenza di Cl, ma la loro attività non è strettamente interna. I collettivi sono «autonomi» come si definiscono, ma non nel senso di anni fa quanto nel senso di non avere riferimenti politici: giusto per farci capire, sono gli stessi che hanno contestato due mesi fa Bertinotti in visita alla stessa Università. Saranno 500. I più attivi? Troppo pochi per rappresentare i 140 mila studenti che questa università frequentano; ma non così pochi da poter dire che non hanno alcuna influenza, perché molti di loro sono qui da anni, sono conosciuti, e affatto stupidi o sfaccendati. Il fatto è che l’occupazione cade nella giornata di ieri come un'ulteriore prova che la situazione alla Sapienza era estremamente volatile e, tutto sommato, in mano quasi a nessuno. Questo è stato forse il singolo più importante elemento che alla fine sembra aver contato nelle decisioni finali.

Per capire il resto, se è possibile spezzare qualche lancia, anche ora che infuriano le polemiche, anche ora che è giusto ripetere che Ahmadinejad ha parlato alla Colombia U, e il Papa non alla Università di Roma, si potrebbe aggiungere che il clima ieri, nella Sapienza, non era incendiario. Crederci o meno, proprio mentre nello specchio della nostra polemica nazionale si consumava lo scontro fra Scienziati e Chierici, fra luce e buio, fra libertà di pensiero e censura, fra giacobini e sanfedisti - e date voi il ruolo a chi è chi delle due parti - sappiate che lì dentro c'era soprattutto molto sconcerto.

Nella piccola stanza dove l'anziano professore Carlo Bernardini passa il suo prepensionamento, si raccolgono a giro alcuni dei 67 che hanno firmato la lettera di Marcello Cini che ha avviato la polemica. E la parola più ripetuta, nella stanza, era ieri, «preoccupazione». «Mi pare che qui siamo cascati in una bella trappola», è la frase con cui mi accoglie Michelangelo De Maria, prof ordinario di Fondamenti della Fisica, di Storia e Epistemologia della Fisica, nonché collaboratore Esa, agenzia europea dello spazio. «È indubbio che c'è di che essere preoccupati», concorda il prof. Bernardini che è il primo firmatario della lettera, e subito precisa di non aver mai amato quegli studenti dei decenni scorsi. Ricordano, i professori, che la lettera è stata firmata a novembre, che doveva essere parte di un confronto interno alla Università, e che nessuno avrebbe mai davvero immaginato che la cosa prendesse questa piega. Cattiva immaginazione, cattivo senso politico, il loro? Davvero potevano pensare che anche solo l'uso di un termine come «improvvido» riferito al Papa non si sarebbe trasformato in un affare nazionale?

«La preoccupazione non vuol dire che lo scontro intorno all'arrivo di Papa Benedetto non ci sia», dice Bernardini. «Né che i “Fisici”, cioè i professori che si sentono e sono gli eredi di Enrico Fermi, si siano pentiti delle loro posizioni. È solo che, come spesso le vicende vere, anche questa nasce in un modo, cresce in un altro, e si sta trasformando per strada in un intreccio di tanti umori diversi, e tante casualità». E i professori cattolici di Fisica che non hanno firmato? «Sì, non hanno firmato ma senza polemiche» sottolinea il direttore del Dipartimento di Fisica, Giancarlo Ruocco, «la nostra è una facoltà con grande tradizione di tolleranza». Pochi dimenticano qui che sono vissuti insieme sempre i tanti cattolici e ebrei, brillanti matematici e fisici. Persino Giovanni Bachelet (figlio del professore Bachelet ucciso dalle Br) e cattolico, spiega il Direttore del DPT, non ha firmato per «sensibilità», «ma "ha detto che era d'accordo con la lettera"».

Il fatto è che, qualunque sia l'appellativo che si vuole usare per questi professori, va almeno notato che da dentro le Mura della Sapienza il mondo appare in maniera un po' diversa. «Siamo noi gli sconfitti, siamo noi ad essere sotto attacco» dice De Maria. «Il Papa non è un uomo qualunque, e non solo per la sua carica, ma perché è un forte e raffinato intellettuale che sta attaccando il laicismo, e che viene qui a segnare questo passaggio politico». Quello che nessuno sembra capire, fra studenti e professori, è perché non si comprenda che le posizioni del Papa sui sacri principi della Scienza, portati in territorio universitario - magari scalcagnato, logorato, sporco com'è quello della Sapienza, ma pur sempre territorio di studi - suonano come una delegittimazione di valori e di una missione da loro sentita non meno sacra e devota di quella della Chiesa. «E saremmo noi i censori? E chi difende allora il nostro diritto di parola?» dice il prof. Carabini, citando quella che secondo lui è la più bella frase mai pronunciata sul dissidio scienza-religione, pronunciata durante il suo processo da Guillaume de Conches, della scuola di Chartres, nel XII secolo: «Io so che nella sua immensità Dio può mutare un vitello in un albero, ma il mio problema è capire perché non lo fa mai». Da dentro l'Università, insomma, più che violenza si odora amarezza per il mondo lì fuori, e non solo quello del Vaticano. «Avrà notato» dice il preside della facoltà di Scienze politiche Fulco Lanchester - fra quelli che sarebbero invece andati ad ascoltare il Papa, ma rifiutandosi di fare il bacio dell'anello - che qui i manifesti non sono solo contro il Papa, ma contro Veltroni e il ministro Mussi». C'è molto di più, conclude con la sua solita secca schiettezza: «Ancora una volta tutto è stato gestito fin dall'inizio con incompetenza, ma soprattutto, ancora una volta, la politica vede i problemi che le pongono i media, non quelli veri dell'Università».

da lastampa.it
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« Risposta #10 il: Gennaio 18, 2008, 03:29:35 »

18/1/2008
 
Così fan tutti
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
Per il bene di Sandra e Clemente, ma ancora di più delle istituzioni (sarebbe davvero uno scandalo di proporzioni enormi un processo nei confronti di un ministro della Giustizia), siamo fra coloro che sperano che le accuse di queste ore si sciolgano al sole di una verifica. Ma mentre il governo e il premier attendono questo giudizio (che può venire solo dalla legge), sia chiaro che la difesa di Mastella davanti ai cittadini non può essere basata sull’idea che non ha fatto altro che «far politica».

È questa infatti più o meno la voce dal sen fuggita dal Parlamento già ieri, e ripresa da molti commenti. Il profilo del caso, così come esce da queste prime intercettazioni, si dice, non sembra avere un gran peso «penale» in quanto manca «il passaggio di denaro» o «la presenza di potenziali intermediazioni di affari», volgarmente dette tangenti. In effetti, si ripete, Mastella e l’Udeur non facevano altro che trattare incarichi pubblici, applicare in maniera magari un po’ drastica, e con frasi troppo colorite (confermo: è vero che in Campania quando si dice «quello per noi è morto», significa che ha chiuso con te) gli accordi dentro la sua coalizione. E chi non fa questo? Mastella e l’Udeur insomma, non facevano altro che «far politica».

Con grande efficacia, il concetto è stato illustrato, con uno di quei colpi di genio mediatici che vengono solo a chi non fa parte del circuito mediatico, dai sindaci presentatisi a sostenere Mastella con le fasce tricolore orgogliosamente indossate.

Ma che questa sia o no la politica, è esattamente il dilemma e il problema intorno a cui la classe dirigente si sta giocando la sua stessa esistenza. È proprio vero infatti che nella realtà Mastella non ha fatto nulla che non facciano proprio tutti. Tanto per non andar lontano, le nomine di cui si discute con tale passione nelle telefonate politiche dell’Udeur sono in buona parte quelle della Sanità, le maledette nomine Asl, cui negli ultimi anni hanno legato il proprio nome i peggiori scandali del Paese, a destra e a sinistra. È nel giro delle nomine Asl e degli Ospedali che ha origine in Calabria prima un omicidio, quello di Fortugno, e poi un’immensa faida dentro un pezzo della Margherita.

A Genova il governatore della Regione, Burlando, Ds, è stato di recente quasi travolto dalla denuncia di medici genovesi contro l’eccesso di ingerenza dei politici nelle nomine dei medici. Scandali anche per il centro destra nella Sanità del Lazio; enorme macchina di potere la Sanità della Lombardia. L’influenza sulla spartizione del pubblico e dei suoi servizi è in Italia da tempo la radice e la ragione di un enorme cambiamento del fare politico. I partiti sono imprigionati in coalizioni obbligate, gli eletti sono scelti dai partiti, e il potere sulla macchina pubblica è la misura dell’influenza politica nel suo complesso. Un tutto che si tiene, e che ha permesso il lievitare, fuori da ogni credibilità di funzionamento, sia dei costi che della dimensione della gestione pubblica. La politica come macina-nomine, e suprema agenzia di collocamento.

Perché allora giudicare Mastella così duramente, si dice? In fondo il suo agire è solo parte di un trend, di un modo di essere, i suoi sono insomma non più che una serie di peccati veniali. Questa è la convinzione che ha fatto scattare l’applauso bipartisan del Parlamento; e questo è in gioco nella partita che la politica pensa di avere aperta con la giustizia. Senza mascherarlo neanche troppo, la politica sostiene infatti che una cosa sono le infrazioni vere e proprie (interessi legati ai soldi, corruzioni private etc), altro è l’esercizio dell’influenza politica e delle trattative politiche. Ma se questa distinzione passa, passa un’intera visione della società. Si parla, ad esempio, tanto di camorra in questi giorni. Ma cos’è la camorra se non l’idea che gruppi privati possano piegare le regole del gioco grazie alla forza? Cos’è la camorra, la malavita, la corruzione vera, se non la ricerca di una zona franca che permetta ai legami familiari, di gruppo, di sangue, o di convinzione ideologica, di contare più delle regole comuni della società? Con ciò non vogliamo dire che la politica è diventata camorrista, o malavitosa. Ma se è vero che la criminalità è innanzitutto una cultura, tanto per richiamarci all’eterno Sciascia, la politica non può non vedere l’affermarsi di una cultura pubblica che si nutre di alibi, scuse e scorciatoie come sostituto della legalità.

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« Risposta #11 il: Gennaio 23, 2008, 05:49:55 »

23/1/2008
 
Il professore a Stalingrado
 
LUCIA ANNUNZIATA
 

A chi si meraviglia dell’ostinazione, della forza con cui Prodi si batte per la sua legislatura, suggeriamo di riandare con la mente a una delle decisive battaglie della Seconda Guerra Mondiale. In queste ore, in effetti, il premier prepara la sua personale Stalingrado: accerchiato e inferiore di numero, vincerà se riuscirà ad aggirare e chiudere i nemici in un sacco. Il lato paradossale della situazione è che, se perde, non ci sarà nulla di eroico nella sconfitta.

Sarà solo una mesta, ma stavolta definitiva, riedizione della sua uscita di scena nel 1998, magari con Veltroni sospettato, invece di D’Alema, di complotto.

Mi scuso con i lettori per aver scomodato l’enormità di Stalingrado per una più modesta vicenda italiana, ma l’eccesso serve bene a spiegare lo spirito del Premier, e la peculiarità di questa crisi che solo formalmente si può chiamare di governo. La vera posta in gioco fra Palazzo Chigi e il Parlamento non è infatti oggi soltanto la sopravvivenza dell’esecutivo, ma il bastone della futura leadership del Paese. La crisi non nasce dallo scontro destra-sinistra; è piuttosto il frutto avvelenato della lotta interna a entrambe le coalizioni. Una sorta di collasso pubblico, una forma di resa dei conti, più forte dentro il centro-sinistra, più controllata dentro il centro-destra, che scoppia invece che nelle stanze chiuse delle sedi di partito fra i banchi parlamentari e sulle teste dei cittadini.

Il segno di questo percorso è il punto di origine stesso dell’attuale scossa: la nascita del Pd. L’evento prima di costruire, distrugge.
Nel centro destra, per effetto indiretto, suggerisce a Silvio Berlusconi, come sempre attento politico, che il vecchio ordine è logoro, che il cambiamento è necessario se la sua coalizione non vuole sembrare un museo delle cere. È il momento del «predellino», dell’annuncio impetuoso della fondazione di un nuovo partito, che provoca un tormentato periodo di rotture, distinzioni, e rivalità che spappolano la vecchia Cdl. Dentro il centro sinistra il Pd innesca lo stesso esatto processo: lo scioglimento dei partiti è in questo caso programmatico, ma non per questo meno devastante. Nuova organizzazione, nuovi gruppi dirigenti, e la vecchia classe politica dell’Unione - da Prodi a D’Alema, a Rutelli, ai sindaci, ai Popolari - nel giro di poche ore si ritrova in balia del cambiamento stesso, senza luogo e, soprattutto, al momento, senza ruolo.

In poche settimane l’Italia politica, già scossa dalle critiche alla «Casta», si avviluppa nel disfarsi contemporaneo delle due vecchie coalizioni intorno a cui aveva ruotato la pur faticosa vita dell’imperfettamente bipolare Seconda Repubblica; e l’avvio, a destra come a sinistra, di una serrata competizione per il ricambio della leadership nazionale. Chi è il nuovo, cosa è il nuovo, chi guiderà i processi, e su quale identità: sono questi i temi su cui la nostra vita pubblica si è bloccata. Nel centro-destra la competizione passa per il voto cattolico e\/o moderato; nel centro-sinistra la tensione prende la forma di una paralisi decisionale del governo. È un passaggio che ricorderemo probabilmente come storico, ma senza molta nostalgia: è una fase forse necessaria del cambiamento, ma somiglia molto a un collasso. La deriva formalistica in cui cade la discussione sulle riforme elettorali è la perfetta rappresentazione di un cambio tanto desiderato quanto impossibile.

La crisi odierna nasce così, da un’implosione del governo, e la sua soluzione è infinitamente più complicata e più imprevedibile, proprio perché non può far leva su una mobilitazione comune di natura affettiva o ideologica, antifascismo, antiberlusconismo essendo armi spuntate rispetto alla radice tutta interna della rottura. La caduta o no del governo Prodi, in questa situazione, non equivale dunque solo a elezioni per un nuovo esecutivo, ma al costruirsi di uno scenario completamente diverso per il prossimo futuro. Al di là delle dichiarazioni di oggi, e persino delle stesse volontà dei vari protagonisti. Così, ad esempio, nel centro-sinistra, elezioni oggi significherebbero la discesa in campo di Walter Veltroni, con un partito tutto nuovo e a lui legato, con la voglia di «correre da solo» e nelle mani il diritto-dovere di decidere con l’attuale legge i prossimi parlamentari. Insomma una notevole sminuizione di ruolo di tutti gli attuali potenti e potentati, nonché la ratifica definitiva della leadership del sindaco di Roma. Nel centro-destra, come si vede già ora dalla pace scoppiata nelle sue file, le elezioni anticipate sgombrano il campo alla riconferma della leadership di Berlusconi. Un game over per molti, forse per troppi. Se Prodi invece continua il suo governo, la competizione per la guida della nazione rimane più flessibile, più aperta, in un certo senso dunque più «democratica», ma anche irrisolta.

Il problema per il Paese non è semplice: se vogliamo un rinnovamento della classe politica, realisticamente dobbiamo sapere che il costo del suo collasso, della sua decadenza e della sua (eventuale) reinvenzione, dobbiamo pagarlo anche noi. Non ci sono scorciatoie.
 
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« Risposta #12 il: Febbraio 05, 2008, 09:13:35 »

5/2/2008 (7:46) - ANALISI

E adesso ministri e onorevoli sono in cerca di occupazione
 
L'incubo del pensionamento

LUCIA ANNUNZIATA
ROMA


Un anno di gloria e dieci di solitudine, potrebbe essere la Spoon River per tutti quelli che scelgono di dedicare la vita alla politica. Li critichiamo spesso, i politici, ma quasi mai pensiamo al lato oscuro della loro esistenza: l’altalena fra certezza e incertezza. A fine legislatura, o a metà, l’odore amaro della sconfitta è sempre lo stesso. Fuori il mondo ti colpisce con il rumore delle strade e l’indifferenza dei comuni mortali. Ma mai più crudele è questo passaggio se alla fine di una legislatura si sovrappone una crisi di sistema e di fiducia pubblica che rende più incerto il futuro. Nelle versioni più ufficiali il quadro è uno sfoggio di fortitudine e consenso: «Ma se questo è un partito che non fa altro che consultarsi!», dicono dal Pd.

«Non c’è dubbio che molti saranno i nuovi, che Walter vorrà dare il suo volto e le sue scelte a questa campagna elettorale, ma il resto non può scomparire». Tuttavia, un rapido giro di telefonate più informali rivela una sospensione ribollente di giudizio, e anche molto malanimo. C’è intanto la sfida al voto. L’Ulivo si appresta a combattere fino all’ultimo respiro, ma dal fondo tutti vedono salire un denso sedimento di pessimismo. Chi fa i conti con il proprio futuro pensa dunque a lungo termine. Il primo cambio che questa crisi di governo si porta dietro è intanto quello generazionale. E’ probabile che la prossima legislatura porterà a una riduzione dell’età media del Parlamento. Si intravede lo svanire anche di un ruolo tradizionalissimo e nobilissimo: il ruolo del padre della patria, della riserva della Repubblica, o, se volete, del grande vecchio.

Osservate del resto come escono logorati da queste ultima esperienza i senatori a vita, usati, di volta in volta, come stampelle, attaccapanni, o colonna. Cade un plotone di illustrissime teste pensanti, davanti a cui svanisce la tradizione italiana che non negava un ritorno al potere praticamente a nessuno. Due uomini in particolare meditano oggi su questa prospettiva, due professori: il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa, e il ministro dell’Interno più intellettuale che il Viminale abbia avuto, Giuliano Amato. Il primo aveva già fatto un anno di pensionamento, prima di tornare a Roma nel governo Prodi: la pensione non gli fa paura, e la ripresa di una routine europea, densa di libri e riflessione, non gli è sgradita. Nel futuro Pd gli economisti in salita, i consiglieri del Principe sono altri, Salvati, Morando, Boeri, differenti dall’attuale ministro non solo per età, ma anche perché il primo si è formato nel mondo delle ferree regole, i secondi nel mondo della deregulation.

Vivrà sereno, dunque, ma - dicono coloro che gli sono vicini - soprattutto si atterrà alle regole, appunto: «Prima di un anno, come vuole l’etica e il protocollo, il ministro non penserà a nessun altro lavoro nel settore privato». Tuttavia, per lui come per altri, è difficile che sparirà dal nostro orizzonte, specie se l’uomo con cui ha tanto lavorato, Prodi, avrà un ruolo ancora. Amato resterà sempre Amato, invece, un intellettuale bifronte o caleidoscopico, come preferite. Tornerà ai giri anglo-americani che tanto ama, dicono i suoi amici. Ma avrà sempre influenza, aggiungiamo noi. Complessa è invece la situazione della generazione di mezzo, i cinquantenni-sessantenni che oltre ad uscire da questo governo sono (stati messi) in uscita anche dai loro partiti. Per questa generazione l’arrivo anticipato del voto avviene prima che dentro il Pd si chiarisse l’equilibrio di potere. Per cui, fin da queste liste elettorali - che dipendono dal porcellum e dunque trattabili centralmente - avrà inizio il gioco del riequilibrio di potere.

Corrosive battute scappano, in merito, ai veltroniani: «Le aziendine devono rassegnarsi a restringersi». Per aziendine si intendono i gruppi amicali di potere, i fassiniani ma, ben di più, i dalemiani. Attraverso le liste elettorali si gioca il futuro di molti degli attuali ministri, come Turco, Pollastrini, Bersani, e di altri esponenti ex Ds come Bassolino («Farà il deputato europeo, e gli è andata anche bene», feroce realismo veltroniano), o Cuperlo, o i fassiniani Morri e Sereni. Mentre Anna Serafini ragiona su nuove strade. La scure sembra pendere sulla testa anche di altri, come la Melandri «che per un po’ sarà necessario far riposare». Salvo invece il futuro della Finocchiaro, «che Walter stima e che potrebbe restare come capogruppo di qualche commissione».

Buono è visto lo sviluppo anche di un’altra donna, Linda Lanzillotta, «che ha un giusto profilo tecnico ed è donna, e dunque perfetta per le esperienze alla Attali... anche se deve ridurre un po’ la sua spocchia di signorina so tutto io». Di Fassino si pensa che resterà sugli esteri, invece che sindaco di Torino, «perché lui stesso non lo vuole», e che D’Alema «farà di sicuro sempre qualcosa, ma come un’eminenza del partito». Un dalemiano ironizza: «Sì. Farà qualcosa. Navigherà come Micheli sullo Shenandoah». Massimo non si ritirerà certo, e non starà fuori, ma i suoi amici dicono che davvero al momento sente un forte distacco da tutto. Rimane Prodi, l’uomo meno leggibile di questa e altre legislature: «Tenace, di passo lungo, e vendicativo», sono gli aggettivi per lui. «Farà qualcosa, sempre», dicono i dalemiani che certo ben conoscono questo leader. «Presenta sempre i conti, e nel partito ci sarà sempre posto per lui». Ma prima di ogni altra considerazione c’è, come si diceva, la campagna elettorale. «Alla fine Walter avrà bisogno di tutti, e tutti finiremo dietro di lui».

da lastampa.it
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« Risposta #13 il: Marzo 04, 2008, 03:47:23 »

4/3/2008
 
Hillary destino di donna
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
La prova della verità, per Hillary, ha il nome di quattro Stati: Ohio, Texas, Vermont e Rhode Island. Per capire quanto combattuto sarà il traguardo, basta sfogliare l’almanacco storico che racconta che la prima e l’ultima volta in cui l’Ohio ha avuto un ruolo nella gara presidenziale risale al 1976 e che, significativamente, in quella data venne scelto Carter, la cui vittoria in questo Stato così poco controverso convinse tutti i suoi avversari ad abbandonare la corsa. Carter allora come Obama oggi. Carter chi? Un signor nessuno che prese come un’onda anomala la Presidenza. Vero è che poi si rivelò un presidente debole, e che Obama è lui stesso sospetto di tale difetto, ma per Hillary, qui e oggi, l’ombra di quel risultato è un ulteriore «memento mori» di cui è stata inanellata questa sua sfortunata avventura.

Fino a qualche mese fa molto pochi furono coloro che si spinsero a dire che Obama sarebbe stato il vincitore. Ma anche quelli che lo hanno sostenuto, fra cui io stessa, mai avrebbero immaginato di vedere a un certo punto Hillary annaspare. Ogni giorno meno in controllo di se stessa, ogni giorno con una nota di disperazione in più nella gola, una piega in più nei pantaloni, una giacca dal colore sbagliato, un Bill sempre più nervoso, un attacco a Obama fuori dalle righe. Avevamo indicato il suo punto debole: che la sua forza era quella degli apparati, delle élite, del denaro, della rete di sicurezza che una vita di lavoro e di autodisciplina ti costruisce addosso. Avevamo detto che Hillary non era una bandiera sufficientemente passionale, normale, ordinaria per rappresentare le donne.

Avevamo detto che era sbagliato il suo rapporto con il potere, con la politica, e irritante la sua pretesa di essere insieme moglie avvantaggiata dalle relazioni del marito e donna indipendente. Ma pur avendo affermato tutto questo - e bastava avere gli occhi per vedere quei piedi di argilla - la sua sconfitta sta arrivando ora con una velocità, una crudeltà e una inevitabilità che non ci si aspettava. Arriva come una mannaia e taglia tutti insieme i simboli: l’età, il gender, la cerebralità e le illusioni; ma arriva anche come una liberazione da tutto il perbenismo in cui si erano costretti i veri sentimenti della gente: si sente un’aria di esplosione dei pregiudizi nelle osservazioni minuziose che le si fanno, negli insulti che ci si permettono, nell’ironia su difetti fisici, le corna subite, la natura delle ambizioni, che mai a un uomo sarebbero propinati con tale gusto e ferocia.

Ora che sta perdendo, insomma, Hillary assaggia per la prima volta l’amaro pane della condizione di donna: la violenza che si scatena con gusto sul sesso debole. Nelle previsioni di voto gli uomini la detestano talmente che persino i democratici, in caso venisse preferita a Obama, voterebbero per McCain. Parabola dura, ma parabola vera.

Hillary ha incarnato la generazione degli Anni 60 e la rottura del femminismo, hanno sempre detto i suoi sostenitori. Purtroppo, questa affermazione si è rivelata col passare del tempo così vera da diventare una maledizione. Nel giro di pochi mesi, infatti, quell’immagine delle donne uscite dagli Anni 60, brave, studiose, operose, ambiziose, orgogliose, e in diretto conflitto con gli uomini, si è sfaldata nel riflesso di molte altre esperienze. Sotto la lente d’ingrandimento della campagna, Hillary è divenuta, di volta in volta, la donna tradita dal marito, la donna che combatte inutilmente contro le rughe attraverso massicce dosi di chirurgia, la donna che non riesce, nonostante tutta la sua bravura, a farsi amare. Fino all’emergere delle prime ansie, delle lacrime, delle crepe nel sorriso, delle risposte isteriche e, infine, come la vediamo in questi giorni, della disperazione di chi siede sull’orlo della sconfitta.

È un amaro specchio, quello in cui Hillary ci ha fatto mirare. Una storia che da donne conosciamo bene: non importa quanto lavori, ci sarà sempre alla fine un uomo che, con passo leggero e un sorriso, ti sorpassa sul filo e ti lascia dietro. Nella sconfitta, insomma, Hillary è tornata appieno donna, rappresentando infine bene, fuori da calcoli e forzature, il dolore che la sua generazione femminile si porta dietro. La sconfitta la rende umana, e - anche sostenendo ancora con la mente Obama - a questa umanità, come donna, oggi mi inchino.
 
da lastampa.it
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« Risposta #14 il: Marzo 10, 2008, 03:03:20 »

10/3/2008
 
La fine di un ciclo
 
LUCIA ANNUNZIATA

 
Romano Prodi ha annunciato il suo ritiro: «Io ho chiuso con la politica italiana, forse ho chiuso anche con la politica. Ma il mondo è pieno di occasioni e di doveri, c’è tanta gente che aspetta una parola di pace e di aiuto, e quindi c’è più spazio adesso di prima». Nel cinismo in cui si sguazza oggi, l’addio sarà forse lasciato cadere nel cestino della carta straccia insieme a tutti i virtuosi propositi di cui, in particolare a urne aperte, i politici abbondano.

O sarà letto nella girandola di retroscena preelettorali, adeguandolo al qui ed ora, del genere: «Prodi lascia per sottolineare le sue distanze dal Pd e dunque per danneggiare Veltroni...».

Credere alle intenzioni dei politici è certo difficile. Ma in questo caso, per le parole, per il tono realmente intimo e, soprattutto, per la scelta in sé, è difficile, al contrario, non crederci. Quella di Prodi è infatti una mossa non dovuta: uno spazio per l’ex premier era già segnato, contrattato quasi. La presidenza del partito, un ruolo da padre nobile e, perché no?, magari una possibilità di andare al Quirinale fra qualche anno. Avrebbe potuto dunque nascondersi in uno dei soliti incarichi «prestigiosi», lasciare la scena per un po’, e non annunciare nulla. Come hanno fatto tanti prima di lui, tanti ex premier, ed ex ministri. Ma appunto, avrebbe fatto come tanti altri.

Ci piace invece pensare che le parole di Romano Prodi siano un segno della diversità dei tempi, una vera rottura, e non solo stilistica, con il passato. Se ci fermiamo infatti un attimo sulla querelle delle liste senza lasciarci irretire dal piacere circense del chi entra e chi esce, troviamo nel passaggio di queste settimane un’indicazione chiara: la fine del governo dell’Unione appare davvero come la fine di un ciclo. Nello spazio di un tempo brevissimo (per i tempi della politica) il panorama è cambiato radicalmente. Come mai prima, la classe dirigente, di destra come di sinistra, ha fatto un passo indietro. Si ritirano ancora prima della fine della legislatura pesi massimi come Luciano Violante e Giuliano Amato; Vincenzo Visco, pure sotto tiro, non rincorre l’immunità parlamentare. Gustavo Selva, An, si tira indietro per non esporre il suo partito alla «figuraccia» da lui fatta; sull’altro fronte Diliberto lascia il Parlamento per dare spazio a un operaio.

Altri invece lasciano quella istituzione scalciando o in dignitoso silenzio, come Biondi e Jannuzzi, De Mita e Brutti, e, simbolo di questa rottura, Clemente Mastella. Molti altri non arrivano neppure alla scelta, con la decisione di «fare liste pulite». Per tutti, sia chi è riconfermato, sia chi esce, il luogo che li definisce non è più lo stesso. Nella macrofusione di varie sigle in due maggiori partiti, si confonde e cambia il ruolo di ciascuno: ci sono leader di partito come Fini, che arretrano nella posizione di vice, delfini come la Brambilla, che vengono scalzati dai favori, una fila di numero uno come D’Alema e Fassino, che cedono il passo a giovani e sconosciuti, portavoce che prendono posizioni più elevate di storici deputati di questo partito o quell’altro; e sindaci e governatori destinati a posizioni nazionali da sempre, come Cofferati e Bresso, che contemplano un affollamento difficile da penetrare, o governatori come Cuffaro, che per la prima volta scoprono l’amarezza di non stare in prima fila. Boselli e Santanché corrono per la premiership, mentre solidi deputati di lunga carriera nel Pci e Pds, come Angius e Salvi, si ritrovano invece confinati in piccoli gruppi.

Un terremoto, in realtà, che solo l’eccesso di abitudine e forse pigrizia, o sfiducia, ci impedisce di riconoscere appieno come tale. Senza voto, senza riforme, la politica italiana si è profondamente trasformata sotto i nostri occhi. E le persone che conosciamo da anni sono le stesse e non più le stesse, come in una delle commedie di Shakespeare, come in Sogno di una notte di mezza estate.

Si sarebbe Prodi dimesso se intorno a lui non ci fosse stato questo sconvolgimento? Ci sarebbero stati tanti drammi e scelte personali, se questo sconvolgimento non fosse stato serio al limite della violenza? E cosa c’è all’origine di questo mutamento?

Fra pochi anni forse ne vedremo le ragioni più chiaramente, e forse quel che sto per dire si rivelerà un errore clamoroso: ma, se i risultati possono farci capire il progetto da cui nascono, ci sono pochi dubbi che all’origine di tutto ci sia la forte ondata di critica alla politica che ha attraversato il Paese e che ha rotto molto più che la reputazione della Casta. L’antipolitica in effetti ha scavato a fondo, molto più efficacemente di una riforma parlamentare, nell’identità che la politica si era data fin dal dopoguerra. Ne ha spaccato la sacralità, ha svelato la non consequenzialità fra ruolo e privilegio, la mancanza di senso della separatezza, e per conclusione, la debolezza delle istituzioni. Così facendo ha alterato tutte le regole del gioco dei Palazzi Romani. Le regole che sostenevano percorsi come quelli dei Padri della Patria, delle Riserve della Repubblica, ma anche dei deputati anonimi ma eterni, delle operazioni di marketing televisivo, sono tutte saltate per aria.

Prodi, in compagnia di molti altri, sembra aver compreso che un mondo è finito, e che non ci sono scorciatoie. Ci piace credere che il suo abbandono sia il riconoscimento dei migliori politici alla forza delle critiche della base. Consapevoli che, nella saggezza di questo riconoscimento, c’è, dopotutto, motivo per pensare che un passo indietro è misura leninista per due passi avanti.
 
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