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Autore Topic: Gianni RIOTTA -  (Letto 29380 volte)
Arlecchino
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« Risposta #150 il: Dicembre 31, 2016, 02:35:59 »

Obama usa la politica estera per mettere in difficoltà Trump   
Mentre i leader rivali disegnano il nuovo Medio Oriente il presidente uscente spera di dividere i repubblicani dalla Casa Bianca

Pubblicato il 29/12/2016
Gianni Riotta

Il Vecchio Medio Oriente e il Nuovo Medio Oriente si sono incontrati ieri, come nelle vignette dei calendari antichi, con l’Anno Vecchio, debole e ferito, a consegnare il mondo all’Anno Nuovo, fresco virgulto. Il segretario di Stato americano John Kerry, che il 20 gennaio va in pensione, ha pronunciato un solenne requiem per la formula «Due popoli due Stati» che in infiniti dibattiti Onu, negoziati tra due generazioni di leader israeliani e palestinesi, tesi di laurea impolverate, ha cercato, invano, di riportare pace e coesistenza. 

Il presidente Obama, che aveva irriso Kerry con una battutaccia - «Che mi porti? Altre soluzioni?» - ha lasciato al generoso ministro l’onore delle armi. Kerry riconosce che il pugno duro del premier israeliano Netanyahu sulle colonie di Israele affossa il negoziato con i palestinesi, stretti tra Hamas e l’ormai fragile Abu Mazen dell’Olp. E lancia un monito da editorialista deluso, non da diplomatico di ferro: senza uno Stato palestinese Israele perde l’identità ebraica o la democrazia. In una West Bank ridotta secondo Kerry a «groviera» dalle colonie, dovrà fare il poliziotto, tra terroristi e un «movimento per i diritti civili e umani palestinesi», dopo il voto Onu facilitato da Obama come ritorsione contro i troppi tackle del premier israeliano. 

Mentre Kerry alzava bandiera bianca, Russia, Turchia e Iran, irrompendo nel vuoto strategico lasciato dal presidente Obama in Medio Oriente, hanno proposto un nuovo patto che, giusto 100 anni dopo la divisione anglo-francese di Sykes-Picot dell’ex impero ottomano, ridisegna la Siria in tre aree. Il dittatore Assad, protetto da Putin e dall’Iran, resterebbe al potere almeno fino alle prossime «elezioni», una farsa in cui al suo posto andrebbe un altro raiss alawita, fedele al Cremlino e vicino, per ancestrale odio contro i sunniti, agli sciiti di Teheran. L’Iran avrebbe un corridoio che, via Siria, lo colleghi ai clienti di Hezbollah in Libano, traffici, armi, propaganda, influenza. La Turchia dell’uomo forte Recep Tayyip Erdogan mobiliterebbe quel che resta dei ribelli anti Assad, ridotti in numero e prestigio dopo la caduta di Aleppo e l’abbandono di Obama, in una sua enclave, da cui combattere - un po’ - l’Isis, ma soprattutto impedire che i miliziani curdi avanzino in Siria, provando a lanciare finalmente la loro «Sfida nel Kurdistan», sognata da un secolo come ricorda la novella di Jean-Jacques Langendorf (Adelphi).

 

Seguite le sorti della città di al-Bab, 40 chilometri da Aleppo, presto contesa tra i combattenti dell’Isis e i ribelli pagati da Erdogan. I turchi hanno mediato tra Putin e i ribelli, favorendo la ritirata da Aleppo e allestendo l’assedio ad al-Bab, che non vogliono in mano ai curdi. Ma gli iraniani, che temono una Casa Bianca di Trump ostile all’accordo sul nucleare sponsorizzato da Obama, non hanno fretta. Ali Akbar Velayati, consigliere del leader supremo ayatollah Khamenei, dice: dopo Aleppo in Siria vanno rifatti tutti i conti.

A proposito, Erdogan vorrebbe far pagare il conto dei nuovi campi profughi siriani agli europei, in cambio di una riduzione dell’ondata di rifugiati, alla vigilia di elezioni in Francia e Germania, forse Italia. Arbitro severo è Putin, forte di basi militari nel Mediterraneo. L’America langue nel vuoto pneumatico di Obama che i focosi tweet di Donald Trump non riempiono. La Clinton minacciava una «no fly zone» in Siria, Putin aveva già schierato rampe di missili, ma Trump ha altro per la testa, i ribelli sono sconfitti, Mosca, Ankara e Teheran fanno da soli, con l’Occidente che si lecca le ferite, impotente: addio esportazione della democrazia, Primavere arabe.

I fondamentalisti islamici dicono la loro con il terrore, da Berlino all’ambasciatore russo ucciso in Turchia, ma Putin ha fatto terra bruciata in Cecenia come Assad padre e figlio in Siria, Iran e Turchia non si curano certo delle critiche umanitarie per due foto come gli Usa ad Abu Ghraib. La tripartizione della Siria non sarà facile, Assad terrà duro, i fondamentalisti colpiranno, la guerra civile sunniti-sciiti continua, sauditi e Paesi del Golfo non sono d’accordo. E Obama? Si limita ad annunciare nuove sanzioni contro la Russia, per l’ingerenza di pirateria informatica sulle elezioni Usa, minacciando ritorsioni, senza rivelare quali e quante. Crowdstrike, un gruppo di informatici Usa, conferma i legami tra i leaks anti Clinton e il Gru, lo spionaggio militare russo, Assange di Wikileaks in un’intervista a Repubblica si dichiara interessato alla «novità» Trump. Obama sa che in Senato i repubblicani non sono allineati con il neo presidente, amico del Cremlino, e spera di dividere partito e Casa Bianca. Che mentre russi, iraniani e turchi si giocano ai dadi il Medio Oriente, il premio Nobel Obama sia ridotto a questi giochini dice quanto tumultuoso sarà Capodanno 2017. 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/12/29/esteri/la-politica-estera-diventa-la-mossa-per-mettere-
in-difficolt-il-successore-9Hj3hXFDduXbO8J1s0elSN/pagina.html?wtrk=nl.direttore.20161229.
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« Risposta #151 il: Aprile 11, 2017, 06:31:25 »

La rivincita di McMaster il generale del raid contro Assad che dice la verità ai politici
La tesi di laurea sugli errori in Vietnam è diventata uno stile di vita.
È stato uno degli ispiratori della «dottrina Petraeus» in Iraq

Pubblicato il 09/04/2017 - Ultima modifica il 09/04/2017 alle ore 07:45

GIANNI RIOTTA
Il professor Alain Enthoven, esperto di sistemi complessi a rete a Stanford University, è celebrato per le teorie sulla sanità nel mondo post industriale. 

Nessuno ricorda però che fu proprio Enthoven, trentenne sottosegretario alla Difesa col ministro McNamara, 1965, a convincere il presidente Johnson che la guerra in Vietnam fosse un’equazione, introdotte variabili e incognite, la soluzione poteva essere tratta dai colossali computer Ibm del tempo. Fu il brillantissimo Enthoven, fresco di studi a Oxford e al Mit, a ideare il concetto di «body count», contare i morti: se gli Usa avessero inflitto abbastanza sofferenze al Vietnam, il nemico sarebbe corso al tavolo delle trattative.
 
Non funzionò, e a indicare per primo il ruolo nefasto di intellettuali e militari nella disastrosa strategia Usa contro Hanoi è stato un colonnello dell’esercito, presto mobilitato in Iraq contro Al Qaeda, H.R. McMaster, oggi consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Trump. Scrivendo la sua tesi di dottorato all’Università della North Carolina, il colonnello McMaster cambia l’orientamento della storiografia Usa. Da Hollywood, ai giornali, agli accademici la «colpa» della sconfitta nelle risaie era attribuita sempre alla politica, prima il presidente Kennedy, poi Johnson, non avevano ascoltato società civile e stato maggiore, portando con superbia il Paese alla disfatta. Ancora in divisa, McMaster rompe il tabù e attacca i superiori: pubblicata nel 1997, la tesi diventa un libro dal titolo micidiale come una fucilata, «Dereliction of duty», abbandono, tradimento del proprio dovere. 
 
A commettere il tradimento, scrive McMaster, fu il vertice dell’esercito, i generali. Per cupidigia di promozioni, carriera, per incapacità di comunicazione, non seppero superare la diffidenza di Kennedy e Johnson, dissero docili di sì, anche quando sapevano benissimo quanto i numeri di Einthoven e McNamara fossero spazzatura. «La passione di Einthoven, risolvere i problemi con l’analisi quantitativa, era superata solo da una cosa: la sua arroganza», annota il dottorando McMaster, che chiude con un appassionato appello, i militari devono dire la verità ai politici, a qualunque costo.
 
In campo in Iraq nel 2005, il colonnello McMaster comanda il III Reggimento Corazzato di Cavalleria nel deserto a Nord Ovest di Baghdad, per strappare ad Al Qaeda la città di Tal Afar. Prima impone ai soldati di imparare un po’ di arabo, fa lezioni di storia locale, infine chiede rinforzi. Il suo superiore glieli nega senza appello. Non ha letto «Dereliction of duty», perché in uno dei passaggi chiave McMaster ricorda il luglio 1965, quando Pentagono e generali chiedono a Johnson di mobilitare 100.000 uomini della Riserva, per contenere i vietnamiti e dare coscienza al Paese di una guerra aspra. Johnson, impegnato nelle riforme contro la povertà, boccia l’idea e in un meeting decisivo il capo di stato maggiore, generale Wheeler, si dichiara d’accordo: intorno al tavolo tutti sanno che mente per ipocrisia, nessuno ha il coraggio di contraddirlo. Sono i due capi delle forze armate di allora, Wheeler e il predecessore Maxwell Taylor, gli imputati di McMaster, sicofanti e servili. In vista della roccaforte islamista di Tal Afar, McMaster fa quel che la storia gli ha insegnato, disobbedisce al diretto superiore, propone l’invio dei rinforzi al comando a Baghdad, e mette le basi del «surge», la controguerriglia, condotta poi con successo dal generale Petraeus.
 
L’indipendenza di giudizio va di moda a Silicon Valley, non nell’esercito, e per due volte i generali, che hanno sfogliato la sua tesi, negano a McMaster la promozione a generale. Toccherà a un altro anticonformista, Petraeus, concedergli in ritardo le stellette. Ora il calvo, solido, H.R. McMaster fa da coscienza pragmatica al focoso Trump, ed era col presidente sull’Air Force One in volo da Washington a Mar-a-Lago in Florida, quando è stato deciso il blitz limitato contro la base siriana di Shayrat, rappresaglia contro la strage di civili con i gas. Il raid raffredda il clima tra Usa, Putin e Assad, e merita al Presidente imprevedibili elogi di parte liberal, dall’ex sottosegretario di Stato della Clinton, Anne Marie Slaughter, al columnist NYTimes Kristof, mentre la destra isolazionista dà in escandescenze sul web. Molti, vedi lo studioso Robert Kagan, si chiedono cosa accadrà adesso, se Trump andrà avanti con la campagna, come reagirà Putin - che non strappa con Washington, vedrà il segretario Tillerson e magari, sotto sotto, apprezza la strigliata al riottoso alleato Assad, che non vuole saperne di negoziati -, se l’Iran lancerà all’offensiva le milizie sciite in Iraq. Ogni opzione è aperta, ma per capire cosa abbia in mente McMaster non avete che da leggerne la tesi, certi che solo quella ruvida verità proporrà al presidente Trump, costi quel che costi.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/09/esteri/la-rivincita-di-mcmaster-il-generale-che-non-ha-paura-di-dire-la-verit-ai-politici-rF8Xc7zSPWPPU2uICWImpN/pagina.html
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« Risposta #152 il: Aprile 14, 2017, 06:23:10 »

Il messaggio di Donald a Pyongyang

Pubblicato il 14/04/2017

GIANNI RIOTTA

Nel 1998 la Commissione bipartisan di studio sul rischio di guerra atomica contro gli Stati Uniti pubblicò il suo, allarmato, rapporto, proponendo tra le altre idee lo sviluppo di ordigni «preventivi», bombe non nucleari ma di devastante potenza, capaci di distruggere bunker e cunicoli sotterranei, con silos nucleari nemici. Il rapporto, la cui lettura ancora molto spiega del nostro mondo, ebbe come prima firma quella del futuro ministro della Difesa Donald Rumsfeld, la cui controversa «dottrina», guerra tecnologica del XXI secolo contro guerra atomica del XX, ha trovato ieri una nuova applicazione, quando gli Stati Uniti hanno, per la prima volta, usato una bomba Moab in Afghanistan.

Moab sta per Massive Ordnance Air Blast, ma, nell’eterno gusto militare per le sigle, è conosciuta come Mother Of All Bombs, madre di tutte le bombe, costruita dalla Dynetics, pesa 9525 chili, lunga 9,15 metri, con 8.165 chili di esplosivo tritonal, Tnt e polvere di alluminio. Non è la più potente nell’arsenale non nucleare Usa, il record va al Mot, pesante ben 14.000 chili, ma, sganciata con un paracadute e poi guidata da sensori, penetra bunker fino a 60 metri di profondità, lasciandosi intorno il deserto in un raggio di 150 metri.
 
Moab è stata lasciata esplodere sul distretto di Achin, provincia di Nangarhar, in Afghanistan, non lontano dal Pakistan, dove un ridotto di circa 800 terroristi Isis organizza i propri raid. Il presidente Trump ha ordinato di intensificare i bombardamenti in Afghanistan, dove i taleban hanno il controllo di ampi territori e Isis è alle corde. Da gennaio 2017, 450 bombe ad alto potenziale hanno colpito il Paese, contro un totale di 1300 usate da Obama nel 2016, il doppio di missioni dell’aeronautica.
 
Gli esperti di strategia sanno che Moab, (Putin ha una sua superbomba, si chiama Padre di Tutte le Bombe, vanterebbe quattro volte la potenza degli ordigni Usa) non vincerà la guerra contro i taleban, radicati su un territorio vasto, ma è capace di indurre terrore «shell shock», la nevrosi da bombardamento della Prima guerra mondiale, in chi sopravvive alla sua esplosione. «Moab crea deterrenza, spaventa chi sa di averla puntata contro» osserva Robert Hammack, uno dei progettisti.
 
Intanto la squadra navale Usa, con la portaerei Vinson, incrocia verso la Corea del Nord e il regime di Kim Jong-un lascia intendere che, nelle prossime ore, un nuovo test nucleare potrebbe essere ordinato sul sito di Punggye-ri, dove i satelliti rilevano una febbrile attività in vista del 15 aprile, anniversario di nascita di Kim Il-sung, fondatore del regime e nonno di Kim. Trump ha chiesto al presidente cinese Xi Jinping una mano per frenare la deriva atomica di Pyongyang, illegale secondo l’Onu, minacciando via twitter di agire da solo se Pechino non collaborerà contro il riottoso vassallo. Xi ha ridotto le importazioni di carbone dalla Corea, ma non intende lasciare Washington libera di colpire al proprio confine.
 
Un raid preventivo, atomico o convenzionale, contro la Corea è da sempre escluso dagli strateghi sud coreani, cinesi e americani, consapevoli che, come provano Germania 1943-1945 e Vietnam 1966-1973, bunker sotterranei ben organizzati sopravvivano anche a rovinosi bombardamenti. E c’è il pericolo che, attaccato, Kim possa girare un ordigno, o materiale radioattivo, a terroristi per fabbricare una bomba «sporca» e destabilizzare Usa o Europa. Trump però, d’istinto, potrebbe non ascoltare queste letture accademiche e agire comunque: la sua imprevedibilità preoccupa la Cina, e potrebbe indurla a rompere il tradizionale attendismo e stoppare finalmente il demagogo Kim. Resta però, su tutti, il rischio dell’incidente, delle comunicazioni mal comprese, e per questo, al confine nucleare delle Coree, si annuncia una Pasqua difficile.
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/04/14/cultura/opinioni/editoriali/il-messaggio-di-donald-a-pyongyang-sqb005OqmKxYfhA8VpXbXO/pagina.html
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« Risposta #153 il: Maggio 30, 2017, 10:56:40 »

JFK, l’ultimo sogno americano

Nasceva cento anni fa il futuro presidente. Dopo un inizio disastroso ridiede fiducia al Paese e speranza ai neri, alimentando un mito duraturo

Pubblicato il 29/05/2017

Gianni Riotta

Debuttò fra i disastri il presidente democratico John Fitzgerald Kennedy, unico cattolico alla Casa Bianca, che compirebbe oggi 100 anni senza le pallottole del sicario Lee Oswald nel 1963.
Il più giovane presidente mai eletto allora, 43 anni, era circondato dai militari che il suo predecessore, il saggio ex generale repubblicano Dwight «Ike» Eisenhower, aveva denunciato come «lobby industrial-militare».
Fu quella cricca a intimidire il figlio dell’opulenta famiglia di Boston - il padre Joseph era stato ambasciatore a Londra, in odore di filo-hitlerismo, il nonno materno John «Honey Fitz» Fitzgerald sindaco di Boston e creatore della macchina elettorale che servirà Jfk e il fratello minore, senatore Ted.

Così Kennedy, dopo il nobile discorso di insediamento il 20 gennaio 1961, «non chiedetevi cosa il vostro Paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro Paese!», senza giacca malgrado «si gelasse», come annotava lo storico Arthur Schlesinger, diede il via libera al dissennato piano che i duri della Cia avevano preparato per un golpe a Cuba, lasciando sbarcare in aprile alla Baia dei Porci un manipolo di mercenari male in arnese. Finì in rotta vergognosa, Castro consolidò il potere, l’Urss gongolò, Kennedy fece la figura della mammoletta e ne seguì all’Avana una repressione feroce dimenticata dalla storia, centinaia di esecuzioni, inclusi innocenti, guidata di persona dal leggendario «Che» Guevara.

Bollato come playboy 
E non bastò: in giugno, al primo vertice con il leader russo Nikita Krusciov, Kennedy venne sovrastato nella trattativa dall’irruente veterano della battaglia di Stalingrado, sopravvissuto alle purghe Pcus, che lo bollò da playboy viziato. In Congresso i repubblicani, che avevano perso le elezioni con Nixon per un pugno di voti a Chicago (denunciando invano i presunti brogli del vecchio sindaco democratico Daley), forti della maggioranza alla Camera, insabbiavano ogni iniziativa kennediana. Allora, in una serie di colloqui con l’unica persona di cui si fidasse davvero, il fratello Robert Kennedy, nominato in una stagione che non bocciava il nepotismo ministro della Giustizia, Kennedy decise di esser sé stesso, e governare non per compiacere i cortigiani di Washington, ma seguendo l’istinto.

Oggi il presidente è mitologico, due terzi degli americani lo considerano «un grande» e gli storici lo classificano fra l’ottavo e il tredicesimo posto nel ranking della Casa Bianca. Ma primeggiare non fu facile per lui: l’erede designato, «il presidente dei Kennedy» scelto dall’ambizioso patriarca Joseph, era suo fratello maggiore Joe, scomparso in un incidente di guerra come pilota. Il destino era dunque caduto su Jfk, riluttante al ruolo, preferendo i viaggi in Europa, le belle ragazze, i party del jet-set. In guerra, nel Pacifico, aveva visto il suo motoscafo d’assalto PT 109 spaccato in due dai giapponesi e, malgrado la ferita alla schiena che lo affliggerà per tutta la vita, salvò a nuoto i compagni. Eroe per forza, proiettava un’immagine di salute e carisma, ma era in realtà malaticcio, affetto dal morbo di Addison: costretto a iniettarsi farmaci anche nelle ore d’ufficio con una siringa, si irritò quando un mellifluo burocrate gli chiese «Le fa male, Mister President?», e gli piantò l’ago nella coscia sui pantaloni, «Non so, lei che ne dice?». Il mal di schiena lo tormentava ogni giorno, provava ad alleviarlo con la poltrona a dondolo che divenne sua icona senza però nessun effetto analgesico.

 Il blocco di Cuba 
Ora sicuro di sé, il giovane presidente sfidò Castro e Krusciov nell’ottobre del 1962, bloccando con la Marina l’isola di Cuba dove i russi stavano installando rampe di missili nucleari puntati contro l’America. Per 13 giorni il mondo fu sull’orlo della crisi atomica, ma quando il Cremlino cedette - in cambio del ritiro, salva faccia, di obsoleti missili Usa in Turchia - Kennedy divenne Kennedy. Le sue missioni all’estero, incluso un viaggio trionfale a Roma e in Vaticano, furono popolari, anche l’America Latina, a lungo trattata come da colonia, ritrovò in parte dignità diplomatica. Il 5 agosto 1963 Stati Uniti e America firmarono il Nuclear Test Ban Treaty che limitava i test atomici sotterranei e apriva la strada a futuri negoziati: il peggio della Guerra fredda era alle spalle.

Con la Russia prima nel cosmo grazie al volo dell’astronauta Yuri Gagarin, Kennedy decise di ridare fiducia al Paese con il programma spaziale, promettendo «un uomo sulla Luna entro la nostra decade». Nel 1969 la Nasa mantenne l’impegno, ma il presidente non era più lì a godere il successo. La moglie Jacqueline, i figli che giocavano nello Studio Ovale, Caroline e John John, i concerti alla Casa Bianca, le belle donne - Marilyn Monroe, ammaliante, cantò per lui Happy Birthday - i pettegolezzi, l’ultimo compleanno celebrato sullo yacht presidenziale a corteggiare la moglie del futuro direttore del Washington Post, il suo amico Ben Bradlee, diedero la stura al gossip, che ancora insidia il suo ricordo.

Altrettanto tenace la teoria del complotto, malgrado la Commissione guidata dal giudice costituzionale Warren avesse provato a dimostrare che Oswald, ex marine filocastrista in contatto con le spie russe del Kgb a Mosca, fosse il solo killer. Nessuna prova decisiva è mai stata trovata, il filmino del passante Zapruder riesaminato in ogni fotogramma, ma la morte repentina a Dallas, nel Texas che lo odiava e lo accolse con manifesti eversivi, ha lasciato il segno dell’utopia sulla «Nuova Frontiera» di Jfk. 

Un’America sorridente 
Kennedy apre, malgrado le perplessità del fratello Bob sul reverendo King, la speranza per diritti civili per i neri, Kennedy negli ultimi, convulsi giorni medita sull’inutile guerra in Vietnam. Il tenente di Marina che diffidava dei generali avrebbe chiuso il conflitto sanguinoso? Così affermano i kennediani, dal fantastico redattore dei discorsi Sorensen allo stesso Schlesinger. La Storia non ha risposte univoche, né potrebbe. Ma è proprio la rottura sanguinosa del sogno che mantiene, cento anni dopo, intatto il fascino di «Jack» (il suo diminutivo) Kennedy, con la nostalgia bruciante per un’America sorridente, con gli occhiali da sole, che sapeva farsi amare dal mondo.

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« Risposta #154 il: Dicembre 03, 2017, 06:36:27 »

La rivoluzione delle culle piene

Pubblicato il 01/12/2017
GIANNI RIOTTA

Qualche tempo fa la Fondazione Nardini organizzò a Bassano del Grappa, tra le pittoresche «Bolle» dell’architetto Fuksas un incontro sul «Capodanno 2050»: statistici come Enrico Giovannini, demografi come Jack Goldstone, gli economisti Moises Naim e Bill Emmott ruppero il silenzio su uno dei tabù più intrattabili da noi, la crisi delle nascite. 
 
Al brindisi dell’1 gennaio 2050 gli africani, oggi 1,2 miliardi, saranno 2,6 miliardi, gli europei, oggi inclusa la Russia 745 milioni, saranno invece appena 736 milioni. La Cina si fermerà, da 1,3 miliardi a 1,39, superata dall’India, da 1,35 miliardi a 1,7. La Cina deve diventar ricca prima di diventare vecchia, gli Stati Uniti, 325 milioni di cittadini adesso 397 nel 2050, avranno presto una base attiva più vasta ed educata di Pechino.
 
In Italia, (60 milioni 2017, 56 nel 2050), parliamo poco di culle vuote, forse perché Mussolini premiava le famiglie numerose e penalizzava i single, sotto l’occhiuto controllo dell’Ufficio Centrale Demografico, varato nel 1937. In Francia i sussidi alla maternità hanno funzionato, ma i costi pesano troppo sui bilanci di anni magri. Non stupisce dunque che, tre giorni fa, il presidente russo Vladimir Putin, il più astuto statista tra i leader del nostro tempo, abbia lanciato la sua nuova campagna demografica, investendo due miliardi di euro in un piano di sussidi che concederà ad ogni nuova mamma russa 150 euro al mese per un anno e mezzo, alla nascita del primogenito.
 
Putin sa che la Russia, già colpita dai 20 milioni di morti della Seconda guerra mondiale, declina rapidamente dalla fine dell’Urss, 146,9 milioni all’ultimo censimento, 5 in meno dalla notte dell’ammaina bandiera rossa al Cremlino, 1991. E come può Putin corroborare l’ambiziosa agenda imperiale, davanti alla Cina egemone di Xi Jinping e all’America che vede in declino, se il Paese si svuota per emigrazione, scarsa natalità, aspettativa di vita in calo, alcolismo, in comunità use all’aborto di stato come anticoncezionale? Con sagacia Putin addossa le colpe dei pochi nati al passato, il conflitto finito tre generazioni or sono, «la crisi economica e la paralisi sociale dei primi Anni 90», insomma tutto tranne che la realtà presente, in una nazione che governa ormai da 17 anni.
 
Anche sulla demografia però, Vladimir Vladimirovic Putin si conferma tattico di classe, più incerto stratega. Non saranno infatti i 150 euro al mese a convincere le giovani moscovite o le coetanee contadine dei distretti di «Terra Nera», fertile regione agricola in boom grazie alle sanzioni Usa-Ue, a diventar mamme, perché, scrive su «Foreign Affairs» il professor Goldstone, «Non è in realtà chiaro quali riforme promuovano davvero la natalità». 52 anni fa il futuro senatore Daniel Moynihan divise l’America con il suo rapporto sulla crisi fatale che affliggeva le famiglie afroamericane nei ghetti. Il presidente Johnson reagì aiutando le ragazze madri con sussidi, ma la misura, anziché stimolare nascite, moltiplicò rassegnazione, povertà, droghe, piccola criminalità. 
 
Il mondo smetterà di affollarsi giusto nel 2050, a un picco di 9,17 miliardi di esseri umani, Occidente anziano e poco abitato, Asia e Africa con una popolazione giovane, povera, stipata in megalopoli violente, un trend epocale che non saranno i 150 euro di Putin a invertire. Ma il presidente russo ha ben altro in mente che non il Capodanno 2050. Per capire cosa leggete il secondo volume della monumentale biografia di Stalin, appena pubblicato dallo storico Stephen Kotkin: in un discorso alla Conferenza Industriale Sovietica del 1931, stretto da carestia e ritardi nel creare una base industriale moderna, il dittatore sovietico si appella all’insicurezza antica dell’anima russa: «I khan mongoli vi hanno umiliato, come i bey turchi, i baroni svedesi, i signori giapponesi e i capitalisti anglo-francesi, siete deboli e vi calpestano, solo quando sarete potenti vi daran ragione…».
 
Con il fantasma delle culle vuote Putin evoca le umiliazioni storiche, perché la gente si stringa intorno a lui. Funzionerà per il consenso forse, ma non per le cicogne, quelle sono attratte, nei Paesi sviluppati, solo dall’emigrazione, vedi Stati Uniti che crescono, senza sostegni alla natalità, grazie a chi cerca una nuova vita. Un fenomeno che la Russia, per ora, non sembra poter conoscere.
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« Risposta #155 il: Dicembre 28, 2017, 06:43:32 »

Se Obama rinnega Internet
Pubblicato il 28/12/2017

GIANNI RIOTTA
Non credo che l’ex presidente Obama, e il suo arguto intervistatore per la Bbc Principe Harry, ragionando di informazione e politica online abbiano letto il cruciale saggio della filosofa italiana Franca D’Agostini a proposito di «Universalità dei diritti e concetto di verità». A unire chiacchierata tra Barack e Harry e fascicolo de «Biblioteca della Libertà», da popolarizzare oltre l’accademia, è la riflessione su politica e media nell’era che lo studioso Luciano Floridi chiama «dell’informazione», dominata dall’ «infosfera» e dai social media.

Secondo Obama, che non nomina Donald Trump ma lo critica tra le righe, «Noi leader dobbiamo trovare strade giuste per ricreare spazi condivisi su internet. Uno dei pericoli online è che la gente crei per se stessa realtà parallele, uniche, finendo incapsulata su informazioni omologate, rinchiusa nei pregiudizi di partenza. Non è facile essere crudeli e fastidiosi di persona come online, nascosti dall’anonimato «. D’Agostini ha dedicato al tema tre saggi, «Disavventure della verità», «Verità avvelenata» e «Introduzione alla verità», che dovrebbero essere distribuiti ai giornalisti, in Parlamento e nelle scuole, perché «diritto alla verità», e sue violazioni, fake news, caso Regeni, trolls del Cremlino, sono decisivi nelle democrazie dei dati.

Obama incalza: «Come imbrigliare le nuove tecnologie per garantire voci diverse e molteplici punti di vista, senza balcanizzare le nostre società, ritrovando e migliorando spazi comuni?». Con l’ex presidente e il principe se lo chiede l’Unione Europea, la Commissaria Gabriel ha appena nominato un gruppo di esperti sul tema, ma la D’Agostini ammonisce tutti: regolamentare Vero e Falso è arduo. Al recente seminario World Economic Forum, a Dubai, una docente di giornalismo di Singapore, non aveva dubbi «Il governo decida per editto quali sono le notizie vere, da diffondere, e le false, da censurare», ma in democrazia, grazie al cielo, il Ministero della Verità non esiste. È invece giusto contrastare la cyberwar, guerra nell’informazione, come l’Fbi che ha appena riconosciuto in una falsa giovane blogger, «Alice Donovan», un troll anonimo, prezzolato dal Cremlino per seminare zizzania filo Trump. Fonti politiche o di lobby che spacciano notizie false vanno identificate, i siti, come i giornali, devono avere proprietà e bilanci trasparenti, ma il malessere denunciato ora da Obama non si batte solo con regole e leggi, come quella tedesca anti fake news. Serve una nuova consapevolezza che D’Agostini definisce «diritto aletico», cioè il riconoscimento universale, nell’epoca social media, del «diritto alla verità», non norma stabilita per legge ma coscienza da condividere e acquisire. 

Non si tratta di un problema tecnologico, ennesima scusa per affibbiare una marca da bollo anti Google o Facebook, si deve ripartire dal nesso tra «verità e realtà» discusso già da Platone nel «Cratilo» e da Aristotele nella «Metafisica», ma smarrito su vaccini, scie chimiche, Brexit, banche, Var e scettici postmoderni: «La ricerca della verità sotto un certo aspetto è difficile, sotto un altro è facile. Una prova di ciò sta nel fatto che è impossibile a un uomo conoscere in modo adeguato la verità, e che è altrettanto impossibile non conoscerla del tutto». 

Una società aperta si avvizzisce senza verità, mentre dittatori e populisti prosperano con le menzogne su scala industriale. Oggi Trump è maestro, via tweet, nel confermare le opinioni della base, senza dubbi o confronti. Obama scopre invece, troppo tardi, il problema e se il principe Harry non fosse il simpatico che è, la domanda da fare all’ex presidente era: «Quando hai saputo, estate 2016, che la Russia aveva lanciato una campagna formidabile di disinformazione online per danneggiare Clinton, perché hai taciuto, ledendo il “diritto alla verità” dei tuoi cittadini?».
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« Risposta #156 il: Gennaio 07, 2018, 11:55:47 »

Fra i ghiacci il grande gioco delle potenze

Pubblicato il 03/01/2018
GIANNI RIOTTA

«Trifoglio del Nord» suona simbolo poetico, soprattutto se immaginiamo le verdissime foglioline alla luce gelata dell’Artico, verso il Polo Nord. Ma la bucolica immagine è stata scelta dalle forze armate russe per battezzare la nuova, poderosa, base militare sull’isola Kotelny, 4300 chilometri da Mosca, 250 soldati a puntare contro l’America difese antimissili nucleari e radar per bombardieri strategici. Vladimir Putin sa che il cambio del clima libera rotte navali, risorse minerarie e vuol battere gli Stati Uniti nella corsa ai tesori del Nord. Dalla penisola di Kola, territorio più a Nord-Ovest della Russia, il Cremlino intende controllare le risorse di gas naturale, petrolio, fosfati, bauxite, ferro, rame, nickel che il disgelo renderà accessibili, e per farlo trasforma la città di Murmansk in fortezza e blinda la base di Alakurtti. Sotto i ghiacci che si vanno liquefacendo c’è più petrolio che in Arabia Saudita, che l’Istituto Geologico Usa stima in 412 miliardi di barili, con il 13% delle riserve di greggio e il 30% del gas naturale non ancora scoperti.

Cina, Norvegia (dove da qualche tempo sono di stanza 500 marines americani), Canada e Danimarca, attraverso la Groenlandia, sono le altre potenze interessate al continente sommerso. Il Cremlino vuole annettersi gran parte delle aree sottomarine disponibili, fin quasi al Polo, la nuova Legge del Mare Onu, Unclos, che gli Stati Uniti hanno negoziato con impegno, non è stata ancora, con paradossale autogol, ratificata a pieno da Washington, e viviamo quindi nel Far North senza regole del XXI secolo.

Pechino sta ultimando tre rompighiaccio, Putin domina il campo con 40 navi rompighiaccio, di cui sei nucleari e ha altri tre vascelli atomici in cantiere. L’America, spiega un rapporto del Council on Foreign Relations, s’era illusa, vinta la Guerra Fredda nel 1989, di dominare anche il Pianeta Freddo, ma ha a disposizione solo due navi rompighiaccio e le alterna tra Polo Nord e Sud (l’Antartica, al contrario dell’Artico, ha massa terrestre) per rifornire la base scientifica McMurdo. Thad Allen, capo della Commissione sull’Artico Cfr, ritiene che «agli americani servano almeno 6 rompighiaccio perché la Guardia Costiera possa tenere aperte le rotte, senza trovarsi a mani nude contro Mosca». Nel presentarsi al Senato, il ministro della Difesa di Donald Trump, generale Mattis, ha chiesto con urgenza fondi e investimenti per l’Alaska, quarta frontiera navale Usa che ha fatiscenti infrastrutture di porti e aeroporti militari, inadatti a contrastare lo sforzo militare russo e cinese. Perché il lettore intenda la posta in gioco, basti ricordare che i missili Usa destinati a intercettare un attacco da Russia, Cina o Nord Corea sono dislocati in Alaska, in Alaska si riforniscono di carburante i bombardieri strategici, da lì passa la Great Circle Route, rotta ortodromica per raggiungere distanze lontane nel minor tempo possibile. Considerate, per esempio, la Miniera Red Dog, a Nord del Circolo Polare sulle montagne De Long, con giacimenti tra i maggiori di zinco e piombo. Isolata a lungo, si è dovuto costruire una strada e poi un porto per sfruttarla, e così sarà per ogni risorsa esposta dalla ritirata dei ghiacci.

Russia e Cina, a loro modo anche Canada e Paesi europei del Nord, stanno con buona lena allestendo una strategia per il Polo. Il segretario di Stato Usa Tillerson, in odore di licenziamento, il ministro Mattis e il consigliere per la sicurezza McMaster, chiedono con urgenza al presidente Trump di lavorare al suo piano Artico, ma per ora si ritarda. Pensiamo al Polo Nord come distesa di ghiacci che vede gli orsi bianchi affamati dal cambio del clima, ma presto ci saranno anche rifugiati dalle minoranze etniche scacciate dai loro territori ancestrali, una militarizzazione rapida e la corsa all’oro. Come Trump reagirà a queste sfide è scommessa geopolitica centrale del 2018.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/03/cultura/opinioni/editoriali/fra-i-ghiacci-il-grande-gioco-delle-potenze-WP9XKb6Slf6TSYYemTDNhK/pagina.html
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