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Autore Topic: Gianni RIOTTA -  (Letto 29661 volte)
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« il: Ottobre 18, 2007, 06:28:01 »

Il mio Amico Aniello
Gianni Riotta


Caro Direttore,

ieri tu e Bruno Gravagnuolo mi avete dato un tuffo al cuore con il ricordo di Aniello Coppola. Sono dunque passati venti anni, e non due giorni come la mia memoria sembra suggerire, dal giorno di ottobre quando, dalla mia scrivania alla Stampa, ho sentito il centralinista dire, «il direttore da Torino». E dalla macchinetta venne la voce commossa di Gaetano Scardocchia: «È morto Aniello. Fai tu un pezzo». In quella stanza di via Barberini il sabato prima Aniello era venuto a prendermi. Entrambi reduci da anni a New York, un po’ esiliati a Roma, dopo una cena al ristorante cinese con Bimba De Maria.

Avevamo deciso di mettere insieme un «Dizionario della politica italiana». Sul modello del Dizionario politico americano di Bill Safire: niente gergo, niente parrucche, la politica spiegata con voce chiara.

Andai a incontrare i familiari e i colleghi costernati sul Lungotevere, poi scrissi il pezzo con apprensione, come se Aniello stesse a guardarmi sardonico per cogliermi in eccessi di retorica. Quando ne beccava uno in un editoriale, lampeggiava gli occhi dietro le lenti e sventolava il foglio con ironica furia «Ma ti rendi conto che ha scritto...?» recitando felice ed indignato la prosa melensa del trombone.

Aniello Coppola demoliva con mezz’ora di chiacchiere un’intera biblioteca di pregiudizi sulla storia della guerra fredda. Era stato comunista, aveva fatto parte del Comitato centrale del Pci, ma la sua irrequietezza l’aveva spinto a parteggiare per gli ingraiani al terribile XI congresso del 1966. E degli ingraiani era amico, ammirava Rossanda, passava ore a parlare con Pintor sulla terrazza del Manifesto sotto la cupola di San Carlo al Corso, e «la persona che mi era più vicina» lo definì Valentino Parlato.

Eppure alla passione per l’astrattezza degli ingraiani, Aniello contrapponeva un pragmatismo disincantato, di nascita partenopea ma forgiato negli anni tra New York e Washington. La sua battuta fulminante «Chi ha detto che è una fortuna? Chi ha detto che è una disgrazia?» che concludeva tante sere passate a discutere nella sua casa sulla Diciannovesima Strada, non era il cinismo del cronista. Era la consapevolezza, ben raccolta nella sua biografia di Aldo Moro allora pubblicata da Feltrinelli (a cura di Carlo Rossella), che la storia non procede per blocchi marmorei, è fluida, imprevedibile. Da ogni avvenimento, per quanto oscuro possa apparirci, possono venire bene, conoscenza, progresso.

Vi ruberei troppo spazio per ricordare l’intera personalità di Aniello. L’eleganza, che quando la pioggia ci colse all’apertura della cassaforte dell’Andrea Doria salvata dagli abissi, lo spinse sereno a indossare la giacca fradicia senza camicia. La generosità, dall’aiuto a noi pivelli, all’elemosina che metteva in mano a ogni mendicante della corte dei miracoli nella New York di allora, «Sai - diceva come a schermirsi del gesto nobile - c’è chi dice che bisogna aspettare i grandi mutamenti sociali, ma intanto mandiamo questo poveretto a cena». Dalla passione per il Napoli, alla curiosità con cui cercava nella rivoluzione di Reagan spunti, riflessioni, ami per pescare nuove idee.

Morto al crepuscolo della guerra fredda che aveva determinato l’intera sua vita, Coppola provava, con la sua conversazione, i suoi articoli e i suoi pensieri che nella storia non ci sono "viva ed abbasso", come ammonisce Vittorini in un suo racconto. Aveva capito che la storia della sinistra europea era a un bivio, consapevole che occorreva un nuovo pensiero, che del male del passato occorre liberarsi senza indugi. Non c’era in lui malinconia per gli idoli perduti, rancore, reducismo, arroganza nel sentirsi - con spocchia - il solo a curarsi del mondo e delle sue ingiustizie.

Era, al contrario, persuaso che la giustizia sia semplice da riconoscere, meno affamati, ogni giorno. E che il progresso non sia perdere allegria, felicità, gioia di vivere. Me l’avete fatto rivedere elegante e sereno nella vostra foto (dietro fa capolino Pippo Maone): mi mancano la sua generosità, il garbo, l’allegria. Anié: non passo mai davanti a un mendicante senza onorare la tua lezione, il Napoli è pure in A, avevi ragione, «chi ha detto che è una disgrazia».

g.riotta@rai.it



Pubblicato il: 18.10.07
Modificato il: 18.10.07 alle ore 13.13   
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« Risposta #1 il: Ottobre 13, 2008, 04:56:51 »

CONTRO I CATASTROFISMI

Occidente, non è ancora mezzanotte


di Gianni Riotta


L'apologo sta facendo il giro del mondo. Il vice primo ministro cinese Wang Qishan apre una riunione con dignitari americani e non resiste al sarcasmo «Mi pare che voi maestri abbiate parecchi problemi eh?». Come non dargli ragione? Le borse a rotoli, due guerre impopolari, il sogno americano nella polvere. L'idea di mercato e democrazia come guida verso sviluppo e tolleranza irrisa da Chávez e Chomsky, da Le Monde Diplomatique e dal regista Michael Moore. La crisi delle Borse porta pensatori apocalittici come Toni Negri a gongolare per la vittoria della «moltitudine» sull' «Imperium», e analisti raziocinanti come Barbara Spinelli e Sergio Romano all'amara constatazione: un'era è finita, la débâcle è morale, economica, geopolitica e culturale. Aveva ragione Paul Kennedy, «fine dell'impero americano», ha ragione Fareed Zakaria, «viviamo nel mondo postamericano ». Non hanno forse stabilito i saggi dell'Accademia del Nobel che non si possono premiare gli scrittori americani perché spacciatori di «chiacchiericcio e mass media»? Meglio laureare il Carneade Le Clézio e in bocca al lupo a chi di voi deciderà di dargli un'occhiata.

Se il declino americano è assodato, quello dell'Occidente seguirà da presso, l'Europa non ha fatto in tempo a scendere dal Titanic Usa, affondato da avidità e consumismo, hedge fund, McDonald's, Bush e Internet. Perché Putin scivola verso l'autoritarismo? Per colpa degli americani che accerchiano Mosca, assicura lo spaesato Gorbaciov. Gli investimenti a pioggia seguiti alla caduta del Muro, il seggio nel G8, gli sforzi di cervelli come Jeffrey Sachs, perfino la stolta omertà sullo sterminio in Cecenia? Tutto dimenticato.

Non c'è dubbio che queste sconsolate conclusioni abbiano elementi di giudizio. Se però, in tempi di buio pesto, accendiamo la fiammella del dubbio (Brecht ne predicava l'elogio) dobbiamo ricordare che spesso la Storia è capace di ribaltare i giudizi del presente, dai più ameni ai più dispeptici. E' vero: il presidente George Walker Bush gode oggi solo del 22% dei favori nei sondaggi, e quando ho detto al mio amico Charles Kupchan, ex consigliere di Clinton, di ritenerlo il peggiore del XX secolo, Charles mi ha obiettato «Perché non di sempre?». Ma, attenti, anche Harry Truman chiuse nel 1952 con 80 americani contro ogni 100 e oggi è ricordato come uno dei grandi presidenti.

Certo la storia dovrà essere assai contorta per vendicare gli errori di Bush junior, ma già la copertina della rivista Foreign Policy, non certo covo di conservatori, annuncia «Il cow boy vi mancherà», ipotizzando che l'ottimo rapporto con Cina e India, la pressione sull'Iran e il nuovo Iraq saranno punti a favore di George W.

Sarà così? Dubito, ma son certo che le previsioni di declino occidentale, il jingle geopolitico del 2008, sono infondate. Oswald Spengler coniò lo slogan nel 1918 con il best seller omonimo Il tramonto dell'Occidente e cinque anni prima Luigi Pirandello aveva deprecato nel suo capolavoro politico I vecchi e i giovani la fine della democrazia. Il mondo a venire, certo, non avrà più gli occidentali nel ruolo di unico leader, ma è un processo cominciato già dopo la Seconda guerra mondiale, quando Cina, India e Africa si sottraggono al dominio coloniale. Simone Weil trovò, trionfo del paradosso, che per gli asiatici la caduta di Parigi sotto Hitler fosse un buon giorno, finalmente potevano liberarsi dal giogo francese. Attenti ai paradossi, anche se vergati da raffinate autrici: la caduta di Parigi fu tragedia assoluta e se Hitler non fosse stato battuto non ci sarebbe stata «libertà» in Asia, ma schiavitù sotto la sferza giapponese. La Conferenza di Bandung già nel 1955 preconizzò, per l'entusiasmo del Che Guevara, una leadership «senza uomini bianchi». Non ne venne il Paradiso, ma dolori e massacri per i Paesi poveri. A liberare le masse indiane e cinesi dalla fame è il deprecato mercato: guardate alle cartine commerciali, nei distretti dove c'è accesso ai commerci la miseria è stata battuta, resiste in quelli che ne sono esclusi. Deng Xiao Ping è un eroe del XX secolo.

È bene dunque che gli americani, come promettono di fare i senatori Obama e McCain, si liberino dall'arroganza che tanti danni ha fatto. È bene che l'Occidente rinunci agli egoismi che seminano sconfitte, vedi i sussidi all'agricoltura che affamano l'Africa. È l'ora di aprire il G8 a Cina, India, Brasile. È ridicolo che tra Fondo Monetario e Banca Mondiale il Lussemburgo conti quanto la Cina. Ma è ridicolo anche che l'Unione Europea non sappia darsi un seggio unico al Consiglio di Sicurezza Onu, né una Costituzione, né un piano comune davanti al crac.

Sono i vizi dell'Occidente, Usa in primis Europa seconda, a trascinarci nel gorgo economico ed etico. Non saranno tuttavia la claustrofobia protezionista, o le dittature soft alla Putin, Pechino e Chávez, a riavviare la prosperità. Tolleranza, iniziativa, libertà individuale, democrazia, libero scambio sono le virtù che ci tireranno fuori dal caos. Chi riluttasse ad abbracciarle perché troppo «americane», «occidentali», troppo «fardello dell'uomo bianco» alla Kipling, rilegga il premio Nobel Amartya Sen: sono virtù antiche, diffuse e praticate anche nel «Terzo Mondo » da secoli. Non sono valori «americani », né «occidentali», sono patrimonio dell'umanità e se le spegniamo ci sono le tenebre.


13 ottobre 2008

da corriere.it
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« Risposta #2 il: Maggio 09, 2010, 06:08:36 »

Europa ritrova il cuore di leone

di Gianni Riotta
   
9 Maggio 2010

Europa ritrova il cuore di leone.

È difficile per le democrazie ricorrere a mezzi estremi e rapidi in una crisi. L'opinione pubblica rilutta davanti a medicine amare, preferisce placebo e acqua zuccherina. Se l'inerzia affliggerà l'Europa in questa lunga domenica di passione, 9 maggio san Beato, gli effetti saranno storici e tutti negativi. La Grecia resterà nella tempesta con la scialuppa in avaria del piano di aiuti Ue e Fmi. Gli altri paesi in apnea, Spagna in testa, vedranno allontanarsi il sollievo. I mercati, turbati per l'incapacità di Bruxelles, volteranno le spalle alla già gloriosa Unione, alla sua valuta così boriosa pochi mesi fa, gli speculatori sguazzeranno nel naufragio azzannando dove possono, come squali. Il presidente Obama teme un nuovo stop globale, forse la recessione.

Che domani sia un giorno nefasto non è però scontato e le febbrili riunioni che si tengono mentre leggete, d'urgenza la Commissione Ue poi l'Ecofin, potrebbero, se non invertire, almeno correggere la deriva. È sulla Banca centrale europea che gli occhi si appunteranno. Il presidente Trichet ha certo sbagliato a negare di aver discusso con i suoi uomini di crisi greca – se ne discute in ogni tinello europeo e non alla Bce? – e certo l'ha fatto sperando di calmare malumori finanziari che ha invece aizzato.

Domani potrebbe guidare un massiccio intervento e stendere "uno scudo assicurativo", magari comprando titoli di stato dei paesi alle corde, opzione non amata in Bce.

La sfiducia nell'euro e nell'Unione europea non è conseguenza della crisi greca o della crisi finanziaria. Ne è, semmai, concausa nel vecchio continente. L'opinione pubblica smette di aderire al valore politico dell'Unione con il fallimento della Costituzione. L'allargamento all'Est frettoloso e mal spiegato, l'avversione alla Turchia regalata alla propaganda fondamentalista hanno fatto il resto. In coda lo snobismo antiamericano, rampante sotto Bush ma perpetuato anche con il democratico Obama, dopo la crisi di Wall Street. Obama crede tanto poco alla bandiera blu con stelle d'oro che si limita a chiamare la Merkel per discutere di Grecia, mica van Rompuy e neppure Barroso. Per la Casa Bianca siamo tutti tedeschi o comunque i tedeschi decidono per tutti noi: è questo il futuro che ci immaginavamo nell'Europa e nell'euro che tanti vantaggi hanno dato anche alla Germania (addio svalutazioni a go go per far concorrenza nell'export)?

Quanti paroloni sui valori del mercato europeo, sul capitalismo dal volto umano, sulla solidarietà, sul codice renano, formiche laboriose gli europei, cicale dissipate gli americani e quanto in fretta s'è dissolta questa fola. Oggi Renania non è più codice di un mercato capace di evitare gli eccessi yankee, ma simbolo di una Germania che ha fatto attendere aiuti alla Grecia e all'euro per una provinciale elezione in qualche borgo tra Renania e Westfalia. La storia può attendere, le clientele democristiane no.

La signora Merkel non è stata all'altezza del suo mentore, il cancelliere Kohl. È vero che la stampa popolare di Berlino ha usato i greci come i turchi al tempo della campagne xenofobe, ma un leader deve guidare, non seguire i sondaggi. Ora l'idea di un tedesco suo emissario alla Bce, al posto di Trichet, spaventa, non serve un don Abbondio, meglio l'indipendenza di Mario Draghi, che sa tenere aperto con il Financial Stability Board il dialogo atlantico delle regole.

Nessun uomo di stato europeo ha brillato. Il premier spagnolo Zapatero – già idolo degli ingenui di casa nostra – vede quanto sia difficile guadagnare consensi davanti alla débâcle di Madrid: non basta più prendersela col catechismo cattolico, ora occorrono fermezza e strategia e non si vedono. Il presidente francese Sarkozy non riesce mai a mettere la sua sbalorditiva energia a frutto. La Grecia saltava? Lui si occupava di Cina. Adesso spalleggia il ministro Tremonti «quando la casa del vicino brucia non si può stare a guardare», defilandosi dal valzer con la Germania, ma quanto, troppo!, tempo perduto. La Gran Bretagna, fuori dall'euro, con il conservatore Cameron che in Europa si butta nel gruppo degli scettici scombiccherati, deve cercarsi ancora un premier, Londra e Bruxelles son più lontane che sotto la nube di cenere.

Il ruolo italiano è stato svolto da Tremonti, che ha detto di no al collega tedesco Schauble, e poi ha chiesto e offerto aiuti. Dopo Trichet, Barroso e De Benedetti anche il fondatore di Repubblica Scalfari - con onestà intellettuale - ha voluto riconoscere al ministro il polso. Ora però il difficile mestiere del dire "no" non basterà più, l'Italia deve crescere, e deve saper crescere in questa crisi di sistema, valori e tradizioni. «Come» non sarà facile dirlo, certo egoismi, corruzione, polemiche non servono, servono progetti razionali, realistici e condivisi. Dal governo Berlusconi deve venire un tono nuovo, fin qui mai ascoltato, responsabile e consapevole del momento aspro: dialogare con l'opposizione, soprattutto se Bersani imporrà alle sue riluttanti fila rigore riformista. La campagna elettorale perpetua a chi serve in questo incendio? Che importano i testi del programma di Serena Dandini mentre l'Europa brucia e il sottosegretario Gianni Letta alza - per una volta - i toni parlando di «drammatica» giornata?

Entriamo in questa domenica 9 maggio in un mondo nuovo e sconosciuto. Un mondo dove Wall Street riduce in polvere quasi mille punti e miliardi di dollari non per un "errore", un "dito grasso" che manda ordini assurdi di vendita: ma perché nessuno controlla davvero i computer in azione finanziaria e quando Securities and Exchange Commission e Commodity Future Trading Commission cercano di capire cosa è successo non ci riescono. Gli economisti, vedi il nostro Roberto Perotti ma anche Paul Krugman dal suo blog in esclusiva per il Sole, calcolano che sfuggire al default sarà, per Atene, difficilissimo. I leader politici e la Bce con quel che faranno – o non faranno – domani e lunedì devono a tutti i costi cambiare l'equazione. Ma quanto tempo, danaro, speranze, energie e credito perduti povera vecchia Europa, quando straparlavi di "orgoglio" nel respingere il Fondo monetario internazionale, quando ti baloccavi con il miraggio di un Fondo europeo, quando aspettavi i destini renani e la storia del futuro, il 9 di maggio, impetuosa ti si avventava addosso. Lo stallo dell'euro libererebbe ovunque lo spettro del populismo. Non è stagione per chi non ha coraggio.

gianni.riotta@ilsole24ore.com

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« Risposta #3 il: Gennaio 01, 2011, 11:39:24 »

Marchionne è l'uomo dell'anno.

di Gianni Riotta

Questo articolo è stato pubblicato il 31 dicembre 2010 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 31 dicembre 2010 alle ore 07:30.

    
Il futuro busserà con forza alla porta dell'Italia in questo 2011. Sarà duro, di crisi, perché chi chiacchiera di riprese veloci o è travolto dalle feste o non sa cosa dice. I buoni numeri americani, l'eccellente performance 2010 dei paesi nuovi, la tenuta tedesca, non nascondono quello che gli economisti più saggi sanno: vivremo un «new normal», una normalità fatta di costumi, produzioni, ritmi e culture diverse. Ha ragione il nostro Alberto Alesina a richiamarci alla realtà, il mercato ha conosciuto scacchi e fallimenti tra la fine del XX e l'esordio del XXI secolo.

Ma sta traendo centinaia di milioni di uomini dalla fame in America Latina, in Asia e presto in Africa, dopo averlo fatto con i nostri nonni e bisnonni in Europa e America. Non è la globalizzazione ad avere ridotto e messo a rischio il lavoro tradizionale nel nostro mondo, è la tecnologia che ha ridotto il numero di addetti per tanti mestieri, dalla fabbrica, ai servizi, alle burocrazie. Il nuovo lavoro si creerà dal sapere nuovo, dall'innovazione, da start-up capaci di disegnare il magico triangolo della ricchezza 2.0: laboratori di ricerca e università, aziende che cambiano ogni giorno, infrastrutture fisiche e immateriali di rete, intessute dall'amministrazione pubblica.

Così il mondo si è messo in movimento, così il mondo si batterà nel 2011 per creare ricchezza e per contendersi quella esistente. Così il mondo va, dalla Cina che compra debito greco, mettendo un piede in Europa come ha fatto in Africa mentre tiene d'occhio il mercato dei minerali rari, agli Stati Uniti che il professore Kennedy conferma in declino ma che il giovane presidente Obama vuol tenere in corsa, al Brasile liberista dell'ex presidente Lula (che si tiene il pessimo Battisti in omaggio ai vecchi gauchisti), all'India incapace di controllare i conflitti etnici, di liberarsi della burocrazia, ma forte nel software e nell'uso intelligente del background orientale e britannico.

Per l'Italia, ferma, ipnotizzata dal passato e dalle sue fruste contese, in scacco tra il dominatore della politica degli ultimi tre lustri, Silvio Berlusconi, incapace di riformare l'economia, e un'opposizione incapace di riformare se stessa, sarà un anno cruciale. Chi si illudesse di passarlo traccheggiando, con un governo in bilico, una politica biliosa, un giornalismo isterico, un sindacato nostalgico di un'industria che non esiste più, imprese incapaci di misurarsi con la globalità, l'opinione pubblica chiusa su se stessa, perderebbe 365 decisivi giorni.

Quanto tempo sprechiamo a baloccarci col passato! La riforma Gelmini è elogiata dai suoi fan come «killer del 1968» e deprecata dai suoi critici come «killer del 1968». Sergio Marchionne riceve gli applausi di chi lo considera il «matador della concertazione burocratica seguita all'autunno caldo del 1969» e i fischi di chi lo detesta per la stessa, inane, ragione. La destra insulta la sinistra come «comunista», la sinistra replica dando alla destra dei «fascisti». Naturalmente le speranze, le utopie, le ideologie, le dittature, i fallimenti, i sogni e le sconfitte del Novecento nulla c'entrano. E troppi, dai fracassoni del Pdl ai duri della Fiom, incapaci di analizzare il presente usano il passato per demonizzare gli avversari.

Nel 2011 dovrà essere l'intera classe dirigente italiana, nell'accademia e nella produzione, nella cultura e nella politica, di fede e laica, giovane e no, nella finanza, nell'amministrazione, al nord e al sud, a maturare e ad assumersi la responsabilità del futuro. Non sarà la batracomiomachia Pro e Contro Berlusconi a dirimere le difficoltà. Non sarà la sopravvivenza del governo, legato infine a un pugno di voti raccattati per caso o per necessità, non saranno le elezioni anticipate, per la seconda volta dal 2008, a salvarci dal dilemma. Illudersi che la «colpa» sia delle Caste e delle Cricche che tanto detestiamo serve a poco, se non a fare le fortune degli indignati cronici. È colpa di tutti noi, e segnatamente di chi occupa posti di responsabilità a qualunque titolo, se non riusciremo a rinnovarci, perduti in un labirinto da noi stessi costruito.

Abbiamo scelto con i colleghi del Sole 24 Oreil Ceo della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne come uomo dell'economia italiana 2010e non perché ne condividiamo ogni singola mossa, né perché non ne vediamo i singoli errori e ritardi, o le accelerazioni solitarie e gli strappi. Lo abbiamo scelto perché, senza indugi, ha posto la nostra classe dirigente davanti al dilemma della post modernità: o si compete con il mondo secondo le regole del mondo, o il mondo inesorabile ci lascia alle spalle.

Spiace vedere il sindacato dividersi, spiace vedere una sigla storica come la Fiom attardarsi a parlare di «diritti» come se anche brasiliani, serbi, cinesi, africani non avessero «diritto» alla dignità. Il vero diritto al lavoro che la Costituzione tutela è creato da un'economia capace di competere oggi, non ai tempi dell'inchiesta di Engels sulla classe operaia di Manchester.

Uomini di senno come Fassino, Chiamparino, il giuslavorista Ichino invitano il Pd ad accettare la sfida di Marchionne, senza sconti e senza censure. Tutto il futuro della segretaria Cgil Camusso è rinchiuso in questo bruciante esordio: o tiene insieme i suoi nella modernità, o finirà con i sindacalisti del Museo delle Cere del Passato, roboanti nei comizi, inutili a difendere il lavoro italiano. Bonanni ci sta provando, lasciarlo solo è assurdo.

Noi del Sole abbiamo scritto prima di tutti che l'impatto profondo della crisi finanziaria sarà sulla società, con la crisi del ceto medio e dei suoi consumi studiata da Raghuram Rajan. E se i consumi si restringono sarà difficile riavviare le imprese. Ma l'idea, già così inutile negli anni Settanta, che ci sia un «caso italiano», una formula «nostrana» per salvare compagnie aeree, di automobili, riformare le università, innovare i mercati, oggi ci atterra.Solo guardando al futurosenza paura ritorneremo quel che eravamo e possiamo ancora essere: italiani padroni, non vittime, del nostro destino.

È questo l'augurio affettuoso che facciamo alle lettrici (siete tante, una ogni tre dei nostri lettori: grazie!) e ai lettori. Di un 2011 in cui tutta l'Italia, come l'Angelo della Storia immaginato dal filosofo Walter Benjamin da un disegno di Paul Klee, pur con lo sguardo fisso al passato sappia volare al futuro. Benjamin diceva che dalle macerie del passato nasce il progresso e per questo c'è chi gli ha dato del pessimista, sbagliando, perché la verità è l'opposto. Non importa di quante macerie siano ingombri il nostro passato e presente. Da ogni frammento è possibile costruire il progresso nel futuro: e se non ne saremo capaci noi italiani, chi mai lo sarà? Buon anno 2011 dunque.

gianni.riotta@ilsole24ore.com
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« Ultima modifica: Gennaio 09, 2011, 05:06:50 da Admin » Loggato
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« Risposta #4 il: Gennaio 09, 2011, 05:07:16 »

La pace che unisce, le guerre incivili che ci dividono

di Gianni Riotta

Questo articolo è stato pubblicato il 09 gennaio 2011 alle ore 14:30.
L'ultima modifica è del 09 gennaio 2011 alle ore 14:55.

   
150 anni fa l'Italia celebrava la sua Unità, ma la giovane Repubblica degli Stati Uniti d'America soffriva la secessione del Sud dall'Unione e la guerra civile che avrebbe fatto strage fino al 1865. Le due grandi anime dell'Occidente democratico, gli Usa e l'Unione Europea, hanno entrambe un catastrofico conflitto nel Dna. L'Ue è nata dalle macerie della grande guerra civile europea, così la chiama lo storico Barraclough, che ha insanguinato il continente dal 1914 al 1989, passando per conflitti, rivoluzioni, colpi di stato e dittature.
Ma anche gli Usa, come noi oggi li conosciamo, nascono dalla guerra civile, non meno che dalla dichiarazione di indipendenza del 1776 contro gli inglesi.

Prima dello scontro tra Nord e Sud, per mantenere l'Unione e battere la schiavitù secondo gli «yankee» del Nord e per difendere il federalismo degli stati contro Washington e l'economia agricola secondo i «Johnny Rebel» del Sud, gli Usa erano una comunità, non una nazione. Il dollaro, il budget, la Federal Reserve, i dazi e le tariffe, le università, il sistema fiscale, il corredo ideologico dei partiti, l'esercito nazionale, la forza del governo federale, l'idea dei diritti universali, il carisma della Casa Bianca, la vocazione industriale, i rapporti tra Congresso, presidenza e vertici militari, tutto quel che associamo all'idea di America nasce dalla guerra civile. La cui dimensione, fisica, geografica, politica, culturale, religiosa, militare raramente (come argomentano per noi Massimo Teodori e Christian Rocca) gli europei hanno compreso. 620mila caduti e mezzo milione tra feriti e amputati significano che durante la guerra civile 1861-1865 caddero tanti americani quanti han perso la vita negli altri conflitti della nazione, dalla guerra di Indipendenza all'Iraq. La dimensione della carneficina è per noi inconcepibile. In otto anni di guerra in Iraq e in dieci in Afghanistan gli americani han perduto circa seimila uomini. Nella sola battaglia di Gettysburg, dal primo al 3 di luglio del 1863 ci furono oltre settemila morti, 27mila feriti e 10mila dispersi.

Per gli europei, lettori de La Capanna dello Zio Tom e amanti al cinema di Via col Vento, è rimasta la guerra sulla schiavitù: che fu certo la miccia principale della battaglia, anche se, calcola lo storico Keegan, su 5 milioni di abitanti del Sud solo 48mila possedevano oltre 20 schiavi e la maggioranza non ne aveva affatto. Eppure difesero quella mostruosa barbarie, persuasi di battersi per l'autonomia dallo Zio Sam federale, come dopo di loro tantissimi americani han combattuto «Washington», a destra e sinistra, dal 1968 al Tea Party.

Il generale Grant, che aveva guidato il Nord alla vittoria e fu poi eletto presidente, chiuse le sue memorie di guerra con speranza «Siamo alla vigilia di una nuova era di armonia tra Unionisti e Confederati» e sembrava avere ragione se già nel luglio del 1913, per ricordare il mezzo secolo da Gettysburg, gli ultimi reduci della suicida carica del colonello sudista Pickett, ripeterono, capelli e barbe canute, il loro gesto eroico sotto gli occhi ammirati dei reduci nordisti, ex nemici ora connazionali.

Ricordare il passato per capire il presente è esercizio che gli americani faranno ora per un anno, a un secolo e mezzo dalla loro guerra civile. Lo stesso impegno toccherà a noi, e bene fa il presidente Napolitano a incoraggiarci a rivisitare le glorie e le tragedie del nostro passato non per rivincite e faide, ma per ripercorrere insieme il cammino più difficile. Le guerre civili, l'americana, l'europea e la nostra, sul campo dal 1943 al 1945 e ideologica dal 1945 a oggi, devono infine chiudersi e ritrovare l'armonia auspicata così in fretta dal generale Grant. Non è facile: il saggio presidente unionista Lincoln che tanto aveva fatto per evitare lo scontro, appresa la notizia della resa del generale sudista Lee ad Appomatox chiese alla banda di suonare il popolare inno Dixieland, caro ai ribelli, reclamandolo di nuovo come «americano». Non sapeva che l'odio l'avrebbe ucciso di lì a poco.

Non è facile ma è obbligatorio se Usa, Europa e Italia vogliono vivere nel XXI secolo senza i veleni del XIX e XX, che ancora ieri sera tardi, mentre scrivevamo, hanno di nuovo fatto vittime, con la sparatoria in Arizona dove è anche rimasta ferita la deputata democratica moderata Giffords: e vedremo se si tratta di un matto isolato o di reclute del nuovo odio politico.

Alla firma della pace dopo la guerra civile Usa, il generale Lee fu imbarazzato dal vedere tra glu ufficiali unionisti il colonnello Ely Parker, scuro di pelle, che scambiò per un nero. Appreso che Parker era un indiano della tribù dei Seneca, amico personale di Grant, sorrise imbarazzato «Bene, allora son contento di incontrare un vero americano». Con semplice dignità il colonnello Parker replicò «Siamo tutti americani adesso». Ecco uno slogan perfetto per questo difficile 2011 che il populismo vorrebbe lacerare di nuovo: replicare con calma davanti alle polemiche, agli insulti, alle ingiustizie, alle calunnie, alle offese gratuite dei gradassi faziosi: «Siamo tutti italiani, europei, americani adesso». Cogliere quel che ci unisce, e mettere fuori dal campo i seminatori nefasti di zizzanie.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DALLA PRIMA
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« Risposta #5 il: Settembre 10, 2011, 10:53:54 »

10/9/2011

E Draghi farà il tedesco

GIANNI RIOTTA

E se ci ritrovassimo - magari solo per un po’ - con ben tre «italiani» al vertice della Bce? Con il presidente Draghi, che si insedia tra meno di due mesi, il banchiere Bini Smaghi, che potrebbe lasciare tra non molto, potrebbe arrivare Jörg Asmussen. Asmussen è viceministro e consigliere fidato della Merkel, Master in Economia alla Bocconi di Milano, nel 1991-1992.

Quale sarà l’«Italian job» della nuova Banca Centrale Europea? A sentire il giudizio controcorrente di uno dei migliori economisti europei, i mercati hanno sbagliato a reagire male alle dimissioni di Jürgen Stark: «E’ invece una buona notizia. Stark è un ideologo, come e più di Axel Weber che si dimise in febbraio. Per Draghi meglio lavorare con Asmussen». Davanti a Mario Draghi la nuova crisi delinea un compito straordinario, che metterà alla prova la sua cultura economica, la capacità politica, la fibra personale e morale. Come leader Bce dovrà persuadere i tedeschi a sostenere i Paesi deboli, spiegando loro che non rischiano un «Cabaret» di inflazione e disoccupazione come ai tempi della Repubblica di Weimar. Ma che, al contrario, stabilità del continente, riduzione del rischio debito e fine delle svalutazioni furbette per vendere una lavatrice in più aiuteranno gli orfani del marco. Draghi deve però convincere i greci (ieri dati sull' orlo di quel default che economisti come Roberto Perotti considerano, da sempre, ineluttabile), con spagnoli, irlandesi, portoghesi e noi italiani a ridurre sul serio il debito e cancellare il deficit, a impegnarsi in riforme di struttura, stimolando burocrazie statali e imprenditori cauti, scommettendo sull'innovazione.

Non sarà facile. Trichet ha strigliato i tedeschi dicendo che la Bce ha fatto un miglior lavoro della Bundesbank contro l’inflazione. Bene, se quel giudizio l’avesse dato Draghi - si prepari il governatore - ci sarebbe stato un diluvio, con i commentatori populisti di Berlino e Monaco a inveire contro «l’italiano». Ma quando, potete scommetterci, Draghi ammonirà le economie periferiche contro il rischio «default», pungolandole a crescita e sacrifici, allora sentirete i commentatori populisti di Roma e Milano inveire contro «il tedesco» che manda a picco il suo Paese per uno scrupolo contabile. Con la variante dei «Sempre bene informati» che in ogni acquisto Bce di titoli italiani vedranno «un chiaro aiuto a Berlusconi», in ogni stretta nel flusso dei titoli «la mano di Draghi al governo tecnico post Berlusconi».

Compito ingrato. Eppure chi conosce il governatore, e non sono in tanti perché si tratta di uomo davvero riservato, assicura che è, per una volta, la personalità giusta. Freddo, non patirà le pressioni internazionali. Passionale, terrà duro su rigore e crescita, la sua ricetta per Europa e Italia. Draghi può essere un leader, mestiere perduto nell'Europa dei premier mediocri dove, non ce ne voglia nessuno, l’esperto di birre trappiste van Rompuy e Lady Ashcroft, presidente e ministro degli Esteri dell'Unione, non hanno saputo dire una parola da ricordare tra tempesta euro e rivolta in Nord Africa. Da leader Draghi ha una sua filosofia: il modello sociale europeo è diverso da quello anglosassone, ma il mercato finanziario globale giudica tutti con lo stesso metro; ogni scelta europea può scontentare questo o quel Paese membro ma alla fine l'Unione deve salvare i cittadini; la Germania è il motore economico del continente e non se ne possono alienare gli elettori, ma senza Europa anche Berlino si impoverisce.

Quando si spengono le telecamere, che lo mettono a disagio, Draghi è un italiano che ride, scherza con i colleghi banchieri e i ministri, parla di calcio (la Roma soprattutto). Il criterio della sua nomina dovrebbe valere sempre nell’Ue, vince il miglior candidato «europeo» senza lottizzazione meschina fra nazioni, come nelle vecchie aziende parastatali. In una Bce dove i tedeschi fanno comparsate all’« italiana», perdono la calma, straparlano con i cronisti per poi dimettersi a catena, tocca a un italiano «fare il tedesco» e rassicurare. Draghi non ha interlocutori politici validi e dovrà mediare ogni giorno con governi petulanti: destino duro da uomo solo. Chi ha a cuore quel che resta del progetto europeo, qualunque lingua parli, non può che tifare per lui. Perché senza rigore l’Europa si incatena al debito, ma senza innovare l’economia più obsoleta, si fa patria di disoccupati. Se solo il bocconiano Asmussen desse una mano a convincere la Merkel...

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« Risposta #6 il: Settembre 14, 2011, 08:59:58 »

14/9/2011

Ritorno alle antiche potenze

GIANNI RIOTTA

Quando la Cina riaprì i confini economici che Mao Tse Tung aveva bloccato per due generazioni Jack Welch, amministratore delegato della poderosa General Electric, mandò i suoi manager a Pechino con un monito: «Ragazzi, tornate e fatevi onore, siete il fiore del capitalismo, non avrete problemi con quei burocrati comunisti».

Quando i manager, laureati alle top business school americane, portarono a Welch il risultato dei negoziati, l'uomo che la rivista Time ha nominato «migliore businessman del XX secolo» cambiò idea: «I cinesi avevano azzeccato tutto, royalties, strategie, controllo degli spin off, marketing internazionale: sbagliavo io, perché il comunismo è durato poco, qualche millennio di cultura diplomatica ed economica, da Confucio in avanti, pesa di più».

Il mondo oggi ci sembra cambiare ogni giorno, ma invece ci rendiamo conto, finita la Guerra fredda, di quanto il peso della storia conti e ci influenzi. Come Welch, sbagliamo perché non sappiamo leggere insieme le carte del passato e del futuro. Per secoli, fino alla Rivoluzione industriale dell'Ottocento, il prodotto interno lordo della Cina e la sua capacità di innovazione tecnologica, dalla bussola alla polvere da sparo, ridicolizzavano l'Europa. Quando i nostri politici vanno a chiedere una mano a Pechino per risolvere in qualche modo la crisi finanziaria italiana, qualcuno parla di «futuro». I cinesi, che ricordano di Marco Polo cronista della ricchezza dell'impero asiatico, sentono di tornare alla normalità. Ieri il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega ha annunciato che il 22 settembre i Paesi «emergenti» dei Brics, Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, proveranno a capire in che modo contribuire alla ripresa economica americana, che il Piano lavoro del presidente Obama non sembra per ora innescare, e come fermare la crisi del debito in Europa, così intrattabile.

Se cercate fra gli scaffali di casa troverete forse ancora quel vecchio saggio del Nuovo Politecnico di Einaudi, «Una zona esplosiva, il Nordeste del Brasile», con la narrazione della povertà estrema dei contadini, la carestia, l'ignoranza. Oggi «Valor economico», il quotidiano economico brasiliano, si preoccupa perché «sarà difficile convincere gli investitori Brics a intervenire nelle economie europee a rischio». Magari un professore a Rio sta scrivendo il saggio «Una zona esplosiva, il Sud Est dell' Europa».

Qualcuno parla di «mondo alla rovescia», forse è un mondo che torna alla normalità, nel 1945 gli Stati Uniti producevano da soli più della metà del Pil del pianeta Terra, non era certo sostenibile, né era sostenibile che l'Europa occidentale continuasse con un tenore di vita opulento, e ritmi di lavoro e innovazione non all'altezza della sfida di India e Cina. Se le navi militari americane tornano, invitate dal governo, nei porti vietnamiti dove combatterono fino al 1975, chi conosce la storia solo da «Apocalypse Now», capolavoro kolossal di Coppola, si stupisce, ma ricordatevi che Hanoi ha combattuto per due millenni contro Pechino, per pochi anni contro Washington. La Cina lancia il programma «Due Oceani», il Pacifico e l'Indiano, vara una flotta militare d'alto mare e lo studioso Kaplan già indica nell'Oceano Indiano all'imbocco del Golfo Persico l'area dove la competizione Usa-Cina da fredda potrebbe diventare calda. Unite nella sigla cara ai giornalisti dei Brics, India e Cina sono invece rivali acerrime per le risorse di Burma. Thant Hyintu, diplomatico delle Nazioni Unite, individua nel nuovo oleodotto da 1600 chilometri che raggiungerà lo Yunnan, in una ferrovia (non ditelo ai nostri No Tav così perduti nel loro sogno medievale) che da Rangoon passerà da Pechino e da lì a Parigi entro il 2016, la grande infrastruttura con cui cinesi e indiani cercheranno di prevalere nell'area. Noi restiamoben lontani.

Cinque anni fa la Francia e la Germania puntarono i piedi contro il processo che avrebbe portato, in tempi medi, la Turchia dentro l'Unione Europea. Oggi molti turchi non ritengono più utile al Paese quell'adesione, e l'Europa rimpiange un tasso di crescita impetuoso e una forza militare che servirebbe alle esangui forze armate europee.

La generazione occidentale dei baby boomers, i nati tra il 1946 e il 1964, è cresciuta con due certezze, che il dollaro avrebbe garantito l'economia mondiale come l'oro fino alla scelta del presidente Nixon nel 1971, e che l'Europa sarebbe stata ogni anno più integrata e ricca. Oggi i due cardini della nostra vita sono saltati, il dollaro insegue la benevolenza del mondo, soprattutto della Cina, e l'Europa stringe la cinta e rallenta l'unione.

Chi se la caverà in questo mondo nuovissimo che vede tornare potenze e costumi antichi? Chi saprà perdere con energia le vecchie identità e certezze, vivendo nel futuro, non nelle pigrizie del passato. Noi italiani, il Paese di Marco Polo, dovremmo essere ben capaci, ricchi di storia ma da sempre poveri di risorse, di fare da protagonisti in questa èra. La nostra manifattura è originale e viva, le famiglie risparmiano, il mondo non ci fa paura. Invece una classe politica inetta, e una classe dirigente egoista, ci lasciano perdere l'occasioned'oro del XXI secolo. E il rango che perdiamo non tornerà presto.

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« Risposta #7 il: Settembre 18, 2011, 04:35:23 »

18/9/2011

Atlantico sempre più largo

GIANNI RIOTTA

Oswald Spengler scrisse il best seller «Il tramonto dell’Occidente» nel 1917, ma l’Occidente che il filosofo tedesco dava per spacciato avrebbe vinto le guerre mondiali del Novecento, trionfato contro l’Urss, imposto il modello economico alla Cina e diffuso nel pianeta rock, jeans, computer, web, stili di vita.

Chi, nella stagione dei 14 milioni di disoccupati americani e dell’euro indebitato, volesse vendicare il pessimismo di Spengler potrebbe partire dallo sconcertante spettacolo di Wroclaw, in Polonia, con il segretario delle Finanze americano Tim Geithner a spiegare ai ministri delle finanze dei Paesi euro come risolvere la crisi, per sentirsi dire a muso duro dalla collega austriaca Maria Fekter «quanto a fondamentali economici voi americani state messi peggio di noi, non capisco perché veniate a farci lezione…».

Geithner ama dire di sé: «Sono un vecchio con la faccia, ahimè, da ragazzo» e davvero faceva tenerezza, piegato, rosso in volto, a illustrare l’equazione logica, agli europei, scolari ribelli davanti al supplente preparato ma imberbe. Non litigate con la Bce davanti al debito euro, ha implorato Geithner, i governi tutti devono collaborare. Dovete bloccare subito una «crisi catastrofica» dando più forza, più euro cioè, ai fondi per i Paesi in crisi.

Il timido Geithner non era neppure uscito dalla sua lezione andata male e la macchina della propaganda s’era già messa in moto. In Europa per prendersela con gli americani, indebitati, impoveriti e illusi di avere ancora un impero e invece ormai aristocratici decaduti, come gli inglesi nel 1956 costretti a rinunciare al canale di Suez dal presidente Eisenhower. Londra aveva bisogno di 1800 milioni di dollari per sostenere la sterlina e Eisenhower disse al cancelliere dello Scacchiere MacMillan: «Ok, ma lasciate perdere Suez e l’Egitto». Due anni prima, Washington aveva negato a Parigi l’uso dei cento aeroplani che avrebbero salvato Dien Bien Phu, fortezza francese assediata in Vietnam dal generale Giap condannando l’impero francese in Indocina. MacMillan osservò allora: «Fra due secoli gli americani proveranno l’umiliazione che proviamo noi oggi».

In America la macchina della propaganda sottolinea da destra lo smacco di Geithner, da sinistra invita il presidente Obama a non concedere neppure un dollaro a sostegno degli ingrati europei (la Casa Bianca lascerà il compito alla Federal Reserve). Insomma, chi sottovalutava la divisione Stati Uniti-Europa alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, prende atto adesso che l’Atlantico s’è allargato per sempre e le risposte che americani ed europei daranno a crisi economica, emergenza nel Mediterraneo e in Medio Oriente, futuro della Nato, ascesa cinese, saranno opposte. Il populismo rampante in Europa, dalla Scandinavia al Nord d’Italia, ha sempre toni antiamericani e detesta l’idea del mercato aperto degli Usa. Il populismo dei Tea Party in America odia l’Europa e ogni idea di Stato sociale in stile «Ue».
Il danno è fatto, anche grazie a leader provinciali. Non aspettatevi polemiche aperte o rotture improvvise. È un matrimonio finito per mancanza di amore e divergenza di interessi.

Dopo la vittoria in Libia il segretario generale Nato Anders Fogh Rasmussen si sgola sulla rivista Foreign Affairs, ultimo bastione atlantico, a spiegare che gli europei devono aumentare il budget per la difesa, tagliato dopo la caduta del Muro di Berlino del 20%. Allora l’Europa copriva un terzo delle spese Nato, oggi solo un quinto. Intanto la Cina ha triplicato la spesa militare e l’India, erede del pacifista Gandhi, rilancia del 59%. Anche Washington, indebitata, taglia il budget ingordo del Pentagono, e quello che una volta amici e nemici chiamavano «Occidente» perde forza di intervento, nelle emergenze economiche e nelle guerre.

America ed Europa continueranno a negoziare e litigare davanti alla richiesta di Stato dei palestinesi all’Onu, a Israele, ai trattati sui commerci e il clima bloccati, e il «multilateralismo» si fermerà senza spinta comune. Cina, India, Russia, Brasile e Turchia saranno leste ad ottenere vantaggi di parte.

L’identità occidentale è orgogliosa del proprio midollo di dissenso e critica, e negli atenei, fra gli intellettuali, nei siti web che hanno preso il posto dei caffè al Quartiere Latino di Parigi o al Greenwich Village di Manhattan, tra pamphlet del linguista Chomsky, documentari del regista Michael Moore e invettive del filosofo Slavoj Zizek, il divorzio Usa-Europa susciterà entusiasmi e fremiti di rivolta. Per i dissidenti ovunque nel mondo, a partire dalla Cina, per i conflitti che hanno bisogno di una mediazione franca, per i trattati internazionali in panne, sarà invece un’irrimediabile sconfitta. Presto Washington e Bruxelles dovranno fare i conti, in difesa di dollaro e euro, con Cina e India. E impareranno, non nei due secoli previsti da MacMillan ma in due lustri, quanto pesa la divisione occidentale.

Spengler aveva torto, «occidente» non è solo un sistema di potere imperiale ed economico ma anche, soprattutto, valori, libertà, democrazia, benessere, giustizia, tolleranza. L’ultima volta che ho parlato con Gianni Agnelli, poco prima che morisse, nei giorni foschi della rottura Bush-Europa, l’Avvocato insistette: «Scrivete sull’unità Europa-Usa, se l’Atlantico si divide è un disastro economico, politico, diplomatico. Non vi stancate, battetevi». Se l’Avvocato fosse vivo oggi dovremmo, con malinconia, riconoscere di non avercela fatta nella battaglia che ci indicava.

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« Risposta #8 il: Settembre 24, 2011, 11:45:44 »

24/9/2011

In tv Strauss-Kahn è italiano, ma va in galera

GIANNI RIOTTA

Povera Italia, possiamo dirlo?
La rete televisiva americana Nbc lancia la nuova stagione del serial Law and Order Special Victims Unit con un episodio che copia lo scandalo dell’estate, le accuse di stupro contro il direttore del Fondo monetario Dominique Strauss-Kahn. La sceneggiatura è ricalcata come una miniatura, la cameriera profuga in lacrime, le leader femministe schierate, il dignitario straniero arrestato dopo la fuga dall’hotel di lusso, a bordo del jet in prima classe. Poi le manette e la passerella davanti ai paparazzi, con tanto di umilianti flash, l’imputato difeso da avvocati di grido. Interpreta Strauss-Kahn, 62 anni, un bravissimo Franco Nero, 69 anni ma molto in forma: e qui, per nostra sfortuna, il copione cambia mano. Perché l’unica differenza che gli americani inseriscono con il caso Strauss Kahn è di nazionalità.

I l dignitario straniero non è francese, ma italiano, il diplomatico Di Stasio, considerato «ormai pronto a sostituire Silvio Berlusconi come presidente del Consiglio a Roma». E quando gli agenti - che in odore di razzismo lo irridono in finto italiano «Kapischi?» - arrivano all’aeroporto, Nero-Di Stasio mormora cupo «È una trappola di Silvio Berlusconi, farà di tutto contro la mia elezione». Il resto della puntata scorre identico alle cronache dell’estate, i tabloid smascherano la vittima come bugiarda, vuole ricattare Strauss-Kahn-Di Stasio dopo l’incontro sessuale all’hotel, insomma quel che sapete del processo contro il capo del Fmi. Il colpo di scena è alla fine: Di Stasio, sicuro di sé, ascolta tronfio la decisione della giuria, ma, al contrario di Strauss-Kahn, è condannato. Il francese in odore di stupro e molestie sessuali la fa franca, l’italiano, sia pur antiberlusconiano, va in galera. Perché gli sceneggiatori abbiano dato addosso a un nostro connazionale le colpe di un francese, perché abbiano sceneggiato Law&Order in atmosfera bunga bunga e perché infine abbiano condannato Franco Nero non saprei: ma tutto, in questa storia, indica che la nostra reputazione comune, berlusconiani e anti-berlusconiani senza troppi distinguo, come gli spread sui Bot tedeschi, è in picchiata nel mondo. Paghiamo perfino le colpe altrui, ormai.

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« Risposta #9 il: Ottobre 08, 2011, 11:36:31 »

Cronache

02/10/2011 - CONFLITTI

Guerre, attentati e omicidi

Ma oggi il mondo è più pacifico

Un tazebao per raccontare la pace: secondo la ricerca, sono la scuola e la comunicazione a renderci più disposti alla tolleranza

Ricerca ad Harvard: mai nella storia dell’uomo è stato così raro subire violenze

GIANNI RIOTTA

Georghe Daniel Cimpoesu, il ragazzo romeno ucciso e mutilato a colpi di machete a Torino, non aveva certo mai sentito parlare di «Towton 25», eppure ne ha condiviso la sorte. Anche «Towton 25» è morto sotto i colpi feroci di un’arma da taglio, a circa 35 anni, nella battaglia di Towton, Inghilterra 1461. La differenza tra i due destini è che Georghe è oggi un’eccezione, «Towton 25» la norma del XV secolo. È lo studioso dell’università di Harvard Steven Pinker, in un seminario organizzato dalla rivista «Edge», a ribaltare la nostra persuasione di vivere in un mondo orrido e violento, dimostrando invece che mai, nella storia del genere umano, è stato così raro cadere in guerra, essere feriti o violentati, subire agguati, torture, deportazioni.

Georghe anima siti Internet e telegiornali, il suo corpo con il sudario bianco sul marciapiede va sui giornali. Cogne, Perugia, Avetrana, ogni vittima è globale, in pace e in guerra. Da anni rivediamo le Torri Gemelle cadere e ricadere, con i loro tremila morti di cui conosciamo volto e nome, ma la sola battaglia di Antietam, Guerra civile Usa 1862, lasciò sul campo tra morti e feriti 26 mila americani, moltissimi gli ignoti. È per noi difficile ammettere di vivere nel tempo più pacifico dell’Homo Sapiens, a dirlo si rischia di passare da ingenui. Eppure lo psicologo Pinker ritiene sia in corso addirittura un’evoluzione della specie, siamo meno violenti e aggressivi, più portati ad ascolto e dialogo.

Lo so, un’ora nel traffico, la coda allo sportello affollato, le cronache metropolitane, gli agguati a Kabul, nel Darfur o in Cecenia, ci rendono scettici. Ma riguardando senza pregiudizi i dati di «Edge», concludiamo che Pinker ha ragione e che non dobbiamo negare, ma consolidare il progresso.

«Towton 25» torna alla luce con i lavori per costruire un grande magazzino. Le ruspe scoprono i cadaveri dei guerrieri caduti in quella cittadina inglese nel 1461. Il cadavere numero 25 conserva le fratture craniche, suturate, di tante precedenti battaglie, fino alle otto subite solo in quel 29 marzo. Grazie al computer gli studiosi analizzano la sequenza delle ferite (il cranio si rompe la prima volta seguendo certe linee di resistenza, poi, indebolito, cede con diversa dinamica), il coraggioso Towton 25 non cadde fino al fendente micidiale che gli squarciò la nuca. Allora i nemici gli furono addosso, massacrandolo.

Un destino comune nel passato. Nell’America precolombiana, fino al 60% delle popolazioni moriva in guerra, uno su cinque dei nostri antenati preistorici era massacrato negli scontri di clan o in altre violenze. Nel 2005 la percentuale mondiale di morti violente non tocca lo 0,03%. Perfino gli orrori del XX secolo, due guerre mondiali, Olocausto, bombe atomiche sul Giappone, infinite guerre civili e coloniali, non raggiungono le tragedie del passato, con meno di 5 vittime su 100 viventi. L’Ottocento e il Settecento, secoli di positivismo e Lumi sono, in proporzione, assai più sanguinari.

Lo «stato di natura» non è dunque l’idillio di bontà sognato dal filosofo Rousseau, semmai il mondo di «lupi» interpretato da Hobbes: un europeo di oggi ha 50 volte meno possibilità di subire violenza rispetto agli antenati medievali. Gli atti del seminario «Edge», disponibili al sito edge.org/conversation/mc2011-history-violence-pinker, confermano che dal genocidio, comune ai tempi dell'Antico Testamento come nelle campagne del generale romano Mario contro Cimbri e Teutoni, allo stupro di massa, alle rapine, la schiavitù, la detenzione senza controlli, ogni abuso contro persona e diritti è in calo. Nel suo prossimo libro, «The Great Big Book of Horrible Things», lo studioso Matthew White, che si definisce con humor nero «atrociologo», elenca i cento maggiori eventi tragici del passato. Solo la Seconda Guerra Mondiale rappresenta, tra i primi dieci, il nostro tempo.

<TAB>La violenza cala con l’affermarsi di democrazia, istituzioni internazionali come l’Onu, e, ebbene sì, mercato: commerciamo dove un tempo si sgozzava e rapinava. Sono la legge, lo Stato, la società civile a farci meno barbari. Si fatica ad accettare questa verità storica, i romanzi di Orwell, «1984» e «La fattoria degli animali», le ballate di Fabrizio De André con i caustici ritratti di poliziotti, giudici e secondini, i film di Hollywood con James Dean e Marlon Brando ribelli e fuorilegge romantici contro l’ordine della metropoli, ci fanno deprecare il presente come violento e provare nostalgia di un passato bucolico e comunitario. La campagna delle lucciole di Pier Paolo Pasolini, le mistiche India e Cina perdute di Tiziano Terzani sono fiabe ammalianti, ma nella realtà erano lande di violenza e sopraffazione senza regole, in famiglia, al lavoro dei campi, nei villaggi, sotto le armi.

<TAB>I movimenti per i diritti civili di minoranze razziali, etniche e religiose, femminismo e battaglie gay hanno ridotto gli abusi contro chi ha meno potere: siamo ben lontani da giustizia, eguaglianza e pace, ma abbiamo fatto progressi epici, e non comprenderlo ci rallenta verso nuove conquiste.

<TAB>Pinker conclude che scuola, cultura e comunicazione ci rendono più disposti a dialogo e tolleranza che possono infine diventare tratti genetici della specie umana. Già Alberto Moravia, in un suo discorso al Parlamento europeo, vaticinava «la guerra diventerà un tabù», come antropofagia e incesto erano stati per i nostri antenati. Il quoziente intelligenza medio va salendo (lo so, si stenta a crederlo, ma fidatevi, è così), preferiamo il negoziato allo scontro brutale e qui Pinker cita Voltaire: «Se vi fanno credere alle assurdità, finirete per commettere atrocità». Georghe è stato abbattuto a colpi di arma da taglio a Torino come il «numero 25» di Towton. Consola che il sangue sparso vada rarefacendosi, ma proviamo pena per ogni morte violenta.

Pinker e gli studiosi di «Edge» non fanno notizia perché contraddicono insieme il nostro cinismo e la nostra bontà, i migliori e i peggiori istinti di ciascuno. Eppure accettare il tanto cammino fatto ci porterà a maggiori, non minori progressi.

da - http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/422923/
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« Risposta #10 il: Ottobre 19, 2011, 05:12:04 »

19/10/2011

La Fortezza del passato che imprigiona l'Italia

GIANNI RIOTTA

Il 24 novembre del 1967, a Torino, Italo Calvino tenne una conferenza dal titolo «Cibernetica e fantasmi» che è ancora oggi testo cruciale sul nesso tra cultura e informatica.

Sei anni prima il poeta Nanni Balestrini aveva elaborato su un terminale Ibm 7070, della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, «Tape Mark», la prima poesia elettronica creata per ascoltare «la voce del computer». L’Italia, ultimo Paese europeo a lasciare l’agricoltura per l’industria, era la prima a riflettere sul futuro della tecnologia, e senza paure: sia Calvino che Balestrini si dicevano persuasi che cultura e computer avrebbero convissuto felicemente, e del resto il personal computer era nato giusto a Ivrea, con lo scienziato italo-cinese della Columbia University Mario Tchou negli Anni 50.

L’idillio si spezza presto, già nel 1978 i terroristi distruggono a mitragliate il centro informatico della Cassa di Risparmio di Calabria in odio al progresso e in meno di due generazioni il nostro Paese si chiude al futuro, ignorando o addirittura disprezzando, le idee nuove del mondo. Finiamo così preda di quel pensiero negativo di cui Mario Calabresi ha dato conto commentando gli scontri di sabato a Roma, né purtroppo la paura del futuro è ristretta alle culture estremiste: anche il miracolo economico del Nord-Est ha sottovalutato la tecnologia, spesso usando per i bilanci le vecchie calcolatrici. Ancora oggi le nostre piccole e medie imprese non sfruttano i social network per conquistare il mercato globale. Un terzo delle Pmi fa leva sul mondo per resistere alla crisi, due terzi ne hanno paura, nostalgici dell’economia protetta, come l’ex imprenditore e ora scrittore Nesi. Il governo Berlusconi, intriso della cultura old media della televisione, lesina gli 800 milioni per la banda larga e siamo ultimi in Europa per accesso a Internet, illudendoci di sostituire computer e tablet con due cellulari in tasca.

Alla fine questa sarà la più feroce critica che la storia farà al ventennio di governo del centro-destra di Silvio Berlusconi, non avere ammodernato il Paese portandolo nel XXI secolo, come promesso alla coalizione elettorale vasta del 1994. C’è chi (e non sono pochi né poco influenti) si accontenta di mettere sul conto del governo il ritardo culturale del Paese e implicare che, una volta uscito di scena Berlusconi, entreremo nell’Olimpo futuro. Non sarà così ovviamente, perché con il premier non scompariranno i suoi elettori (ancora oggi tra Pdl e Lega la coalizione vanta nei sondaggi un terzo degli italiani), così come - e anche allora tanti si illusero - con la scomparsa di Dc, Psi, Pli, Psdi, ai tempi di Mani Pulite non si dileguarono consenso e culture di quell’area politica. Anche il centro-sinistra, e le sue migliori personalità lo sanno, ha urgente bisogno di un ricambio di idee e progetti, ancor prima che di leader. E’ quindi importante per la classe dirigente importare in Italia il dibattito delle democrazie sviluppate, per esorcizzare il male del passato con il bene del futuro. Radice del mutamento, alla base di ogni protesta contro la crisi, è la trasformazione in corso nell’economia. Il ‘900 ha visto la popolazione lasciare i campi e l’agricoltura per le città e l’industria, ora la manifattura non basta a creare piena occupazione. Il lavoro nasce dall’innesto tra produzione, servizi e sapere e sarebbe bene che intorno a questo nodo vertesse il dibattito in Confindustria per la successione a Emma Marcegaglia. Parlando al saggista Tom Friedman, il sindaco democratico di Chicago Rahm Emanuel lamenta che il nostro anno scolastico è ancora basato sui ritmi agricoli, semina e raccolto, e dal calendario deriva la struttura delle idee, nei budget i professori e i burocrati vengono prima degli studenti. Emanuel detta l’agenda politica futura, che prende idee dalla sinistra di Occupy Wall Street come dalla destra Tea Party: «Investire in educazione e infrastrutture per generare crescita, tagliare gli sprechi nella spesa pubblica, non aumentare le tasse». Oggi le aziende che creano lavoro, conclude il sindaco, non trovano nelle scuole diplomati con la giusta formazione. Perché la scuola legata al mondo agricolo-industriale ignora i nostri tempi.

Bill Gates, il fondatore di Microsoft, ha dichiarato a un dibattito del Ted, seminario di ricerca sulle idee del futuro, che il dilemma energetico, petrolio, sviluppo, ambiente, ha come unica soluzione «un miracolo tecnologico». La rivoluzione industriale nacque da vapore e carbone, anche la rivoluzione postindustriale ha bisogno di una sua leva, «miracolo», dice Gates. John Seely Brown e John Hagel nel saggio «The power of pull» contestano i profeti del declino, Paesi sviluppati senza ceto medio, Paesi emergenti con masse di operai senza futuro. La prima stagione di mercato globale ha creato disagi, fomentando le rivolte ma «il flusso della conoscenza e del mercato che dapprima mette in difficoltà saperi, sicurezze e ricchezza del passato... dà ora accesso a software poco costosi, robots, automazione, mano d’opera e creatività ovunque. Certo per un posto di lavoro occorrono talento e più sapere, ma come le aziende anche gli individui possono accedere all’informazione, perfino seguire un corso all’università di Stanford da un villaggio africano».

Commenta con scettica sagacia l’ex presidente Bill Clinton: «Oggi si creano lavoro e sviluppo con la rete, i network, la cooperazione. Ma i talk show e i demagoghi populisti di tv e web non faranno mai soldi parlando di progetti così semplici, devono far bollire il sangue per vincere le elezioni». Proprio così, l’odio che avvelena il basso impero di Berlusconi nasconde a tanti, non solo ai violenti di Roma, le ragioni del futuro, l’economia come network delle idee, la scuola insieme laboratorio e officina, un mondo di mega corporations e insieme di cittadini manager di se stessi.

Calvino chiude la sua storica conferenza con una nota di ottimismo: cultura e computer ci libereranno perché «una possibilità di fuga esiste... dalla fortezza» del passato e degli errori. Fosse vivo oggi, lo scrittore si stupirebbe di quanto in fretta gli italiani sembrino rassegnarsi alla «fortezza del passato», chiusi alle idee nuove di cui eravamo stati pionieri, intenti solo a insultarci a vicenda.

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« Risposta #11 il: Ottobre 29, 2011, 12:38:15 »

29/10/2011

Un Paese che dimentica il futuro

GIANNI RIOTTA

L’Italia comincerà a vendere titoli di Stato anche su internet, con una campagna pubblicitaria ad hoc, a partire dalla primavera 2012. Il successo di analoghe iniziative di banche private (Mediobanca tra le altre) spinge online il ministero del Tesoro, impegnato l’anno venturo in un safari a caccia di 250 miliardi di euro, per sostenere il famelico debito dei 1900 miliardi. Sembrerebbe una notizia positiva, anche le nuove tecnologie mobilitate per salvare il Paese e l’euro, se non cadesse, nelle stesse ore, l’occhio sul Punto D, della «Lettera di intenti» che il governo ha inviato all’Unione europea promettendo riforme strutturali contro la crisi e per la crescita. Il Punto D si ammanta di un titolo cruciale «Sostegno all’imprenditorialità e all’innovazione», è lungo appena 16 righe, e non ha il tono un po’ da vecchio notaio del resto del documento, tra un antiquato «Resesi» e un burocratico «Efficientamento». Il «sostegno all’imprenditorialità» è replica dell’agenda proposta dal 2008, ma la vera sorpresa - negativa - è sull’«innovazione». Perché delle 16 righe non una, anzi neppure una parola, è spesa su progetti, proposte, impegni a favore dell’economia digitale.

Andremo sul web cercando di piazzare qualche Bot, ma non abbiamo nulla da dire sul web per creare ricchezza, lavoro, start up, ricerca. Tv, giornali e internet ancora grondano commozione per il genio perduto di Steve Jobs, ma le lacrime italiane sono di coccodrillo digitale, perché non un euro, non un’idea, neppure una banale promessa elettorale, è spesa sulla Digital economy. E se ieri i mercati hanno confermato lo scetticismo sulle nostre riforme, mandando i Bot decennali al record negativo, anche i silenzi del Punto D hanno di certo contato. Il mercato sa che chi non innova muore. La Rete si è accorta per prima della mancanza di un progetto digitale e sul «Daily Wired» Marina Pennisi ha dato voce alle preoccupazioni di aziende e operatori. In un Paese che da un decennio non cresce, con la disoccupazione giovanile cronica, specie al Sud e tra le donne, con un bastione però formidabile di ricchezza privata alto 9.000 miliardi di euro, fra quadri informatici spesso di ottima qualità, davvero non era possibile far di meglio? Per comprendere il valore della nuova frontiera per lavoro e sapere, il lettore dia un’occhiata, anche frettolosa, al Rapporto McKinsey: «Già oggi, se misurati come settore indipendente, i consumi e le spese relative a internet sono superiori all’agricoltura o all’energia. Internet rappresenta il 3,4% del prodotto interno lordo dei Paesi G8, Brasile, Cina, India, Sud Corea e Svezia». L’economia internet eguaglia la potenza economica del Canada, ma cresce a un ritmo più veloce del Brasile. Il settore che l’Italia non considera nelle sue promesse all’Unione Europea è il solo che sia in crescita ovunque. Se il mercato globale riduce l’occupazione nel mondo occidentale, il web invece crea 2,6 posti di lavoro per ognuno che si è perduto, chiudendo il gap che semina rancore nell’opinione pubblica. Una ricerca mondiale su un campione di 4.800 piccole e medie imprese stima la crescita legata al web al 21% negli ultimi dieci anni, il doppio del decennio precedente e malgrado la crisi paralizzante del 2007.

Le speranze che gli Stati Uniti nutrono di mantenere la leadership economica sono tutte legate all’innovazione, di cui detengono ancora il 30% del mercato e il 40% dei profitti, grazie a un buon equilibrio fra hardware, software e comunicazione e a un formidabile network di laboratori e aziende. Regno Unito e Svezia incalzano, soprattutto sulle telecomunicazioni, India e Cina crescono «nell’ecosistema internet a un tasso del 20% annuo». Inseguono Francia, Germania e Canada, più indietro Giappone, Russia, Brasile.

E l’Italia? I rapporti a disposizione (Digital advisory group, Akamai) concordano sul 2% del Pil legato alle nuove tecnologie, 700.000 posti creati, 1,8% in più di quelli perduti. Per comprendere il potenziale di crescita della nuova economia su cui il governo tace, in Francia internet crea già 2,4 posti per ognuno perduto. Il nostro Paese, la seconda manifattura europea invidiata anche dal Financial Times, reticolo di piccole e medie imprese, non sembra realizzare che le tecnologie sono il solo passaggio al futuro, la sola salvezza per i piccoli nel mercato globale. McKinsey (2011) stima che i due miliardi di esseri umani che lavorano su internet producono effetti immediati e clamorosi sulle Pmi: le piccole aziende che innovano a partire da internet, e-commerce e software hanno un aumento della produttività del +10%. E in un confronto diretto fra Pmi dello stesso settore, quelle che scelgono di ideare e produrre con sistemi web 2.0 hanno una crescita doppia sui concorrenti legati a modelli tradizionali.

Inutile ripetere la tiritera sui mancati investimenti per la banda larga, gli 800 milioni promessi e mai spesi, i 4.300.000 cittadini costretti a collegamenti lumaca, la rincorsa sulla fibra ottica, sul mobile, su Lte4g, su Wimax. Inutile fare l’elenco delle assenze, siamo indietro, non rafforziamo scuola, università, start up, Pmi e nessuno sembra scaldarsi più di tanto.

Si deve augurare ogni fortuna al safari del Tesoro per vendere Bot online in primavera. Ma il silenzio sul punto D della «Lettera di intenti» è la resa insieme del governo e della classe dirigente tutta, paralizzati davanti alla rivoluzione digitale tra l’Arsenico delle polemiche politiche e i Vecchi Merletti di un modo di fare industria decrepito. Ogni riforma economica, ogni dibattito culturale, ogni manifesto di maggioranza o opposizione, dovrebbe partire dalla proposta di un nuovo Punto D: D come futuro, ricchezza, cultura Digitale.

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« Risposta #12 il: Novembre 05, 2011, 11:32:11 »

5/11/2011

Politici pavidi incapaci di riformare

GIANNI RIOTTA

La battuta, attribuita al premier del minuscolo Lussemburgo Jean-Claude Juncker, vale come motto per i leader di una generazione intera: «Sappiamo tutti benissimo cosa fare. Quel che non sappiamo è come farci rieleggere dopo averlo fatto!». E’ il dilemma del nostro tempo, opinione pubblica ed elettori scossi dalla crisi economica, riluttano davanti all’austerità e ai sacrifici proposti da politici senza credibilità. Il vero referendum è fra lo status quo caro a tanti elettori e le riforme economiche che pagheranno - così almeno assicurano gli esperti nel generale scetticismo - domani, ma intanto costano ansia al ceto medio.

Nel passato i leader sapevano tenere insieme strategie economiche ed elettori riluttanti, la Democrazia cristiana fa digerire ai latifondisti la riforma agraria del 1946, il cancelliere Kohl scambia i marchi della Germania Est alla pari con quelli, assai più preziosi, della Germania Ovest, Roosevelt persuade, con le buone o le cattive, il grande business che la politica sociale del New Deal porterà gli Usa fuori dalla crisi del 1929. Costa risse, tumulti, proteste, ricorsi alla magistratura, cortei e intrighi, ma con un po’ di spesa, tanta retorica e negoziato, le riforme passavano senza paralizzare i governi. Ancora così con Reagan, la Thatcher, Aznar, mai rinnegati nei fatti dai successori Clinton, Blair, Zapatero.

Oggi «le cose da fare» sono nitide: ridurre il debito pubblico, ma senza che l’austerità geli i germogli di crescita; prendere atto che lo standard di vita di padri e madri, pensioni, produttività, spesa sanitaria, va riformato secondo i ritmi globali; creare posti di lavoro nella tecnologia e nei servizi, grazie a scuola e ricerca per non lasciare i giovani a casa. Tentare questa strada è però letale per un governo. Il presidente Sarkozy ha vinto l’Eliseo promettendo una Francia dinamica, «all’americana». Un paio di scioperi ben piazzati lo ha persuaso a rapida marcia indietro e l’umore antimercato che spazza Parigi e Berlino promette bene per i socialisti, male per le riforme. La crisi finanziaria, la disoccupazione, gli eccessi vergognosi di finanzieri e speculatori hanno sdegnato l’opinione pubblica tutta, fino a sollevare rancore populista, negli Usa come in Europa, a destra e sinistra. Il grido rauco contro le classi dirigenti recita «questa è la vostra crisi, non tocca a noi pagare».

Naturalmente non è così, negli Usa la maggioranza degli elettori detiene azioni di Wall Street e gli investimenti dei fondi pensione hanno mandato al sole della Florida milioni di anziani. In Grecia - il ministro Venizelos ha avuto la grinta di dirlo - pochi grandi magnati godono di scandalose condizioni fiscali e di monopolio, ma l’intera popolazione, soprattutto nel pubblico impiego, vive da decenni al di sopra della ricchezza nazionale.

Anche i tecnocrati hanno le loro colpe. Quasi nessuno, in Europa o in America, ha avuto l’onestà intellettuale dell’economista Francesco Giavazzi nell’ammettere che scambiare per una «vittoria del mercato» la catastrofe indotta da Lehman Brothers è stata mancanza di visione storica. Ed è, magari, per far penitenza di questa hubris, dell’eccessiva fiducia nel vecchio mondo, che oggi troppi uomini di mercato, Soros, Krugman, Stieglitz, lo denunciano con toni febbrili che subito rimbalzano, eccitati, da noi.

In realtà, la crisi del debito europeo e la disoccupazione al 10% che può bruciare la rielezione del presidente Obama non si risolvono senza una leadership che concili i due elementi irriducibili in apparenza, riforme e paure dell’opinione pubblica. Un piano economico di riforma che costi a breve, ma dia frutti a medio termine, una spesa pubblica che incoraggi la ripresa senza che nuove tasse brucino fiducia, senza sbalestrare i conti ma con l’occhio a chi resta indietro a fine mese. Tasse patrimoniali, Tobin Tax, fiscalità contro i super-ricchi, non risolvono la crisi di un centimetro, anzi la Tobin Tax del geniale economista premio Nobel allontanerà Londra dall’Europa. Ma fra quelle proposte occorre trovarne qualcuna di simbolica, per togliere forza al nichilismo rabbioso, del dire sempre no a qualunque riforma. Se chi governa può dichiarare in buona fede, «tutti stanno facendo il proprio dovere di cittadini nella crisi, anche chi più ha avuto in questi anni, l’1% denunciato dai ribelli a Wall Street», allora sarà forse possibile ragionare con meno caos.

Sciogliere la contraddizione tra riforme necessarie e ostilità dell’opinione pubblica sarà centrale in Italia se davvero si passasse a una fase, breve o lunga che sia, di governi a più larga maggioranza o «tecnici» (anche se qui ha ragione Massimo D’Alema a obiettare «i governi sono sempre politici»). Provare a introdurre riforme dure, tagli nella pubblica amministrazione, tagli agli sprechi nella spesa sociale al Nord o a Sud, un diritto del lavoro razionale, susciterà, già prima di ogni riferimento ai diktat Bce, resistenze, proteste, accuse sul Web e nei talk show. Tommaso Padoa-Schioppa ebbe a dichiarare nell’ultima intervista: «Tremonti segue la politica mia e di Prodi». Era il tentativo, estremo e istituzionale, di dare valore di «interesse nazionale» al rigore fiscale. Padoa-Schioppa, tecnocrate padre dell’euro, aveva imparato la lezione amara dal vivo, con il suo piano di revisione della spesa boicottato dallo status quo, a destra e sinistra. Come nel 2008, però, anche nel 2011, a un rigore senza sviluppo, contabilità che dimentica la gente, seguirebbe la crisi del progetto riformista. Basta, in proposito, vedere certi nervosismi a sinistra contro le proposte del sindaco Renzi.
Non ci sono alternative, o i politici diventano tutti kamikaze alla Zapatero e riformano per poi suicidarsi alle elezioni, o si trova equilibrio tra necessità tecniche e umore sociale, tra economia e democrazia. La classe dirigente tutta deve governare la crescita, i tecnici ascoltare e spiegarsi con umiltà (cominciando dai social network), l’opinione pubblica dovrà riconoscere che «Noi 99% siamo buoni, voi 1% cattivi» sarà slogan accattivante, ma alla lunga lascia i ricchi nei privilegi (magari dopo aver firmato un acceso pamphlet contro il «Merkato»...) e i poveri disperatamente poveri. Non abbiamo più molto tempo per questa scelta di comunità.

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« Risposta #13 il: Novembre 20, 2011, 11:25:55 »

20/11/2011

Ma l'Italia migliore può riprendere la corsa

GIANNI RIOTTA

Le foto di vita quotidiana che La Stampa pubblica oggi in chiusura delle feste per i 150 anni del Paese, raccolte da Banca Intesa San Paolo, testimoniano, con l’obiettivo di artisti, che non siamo quella comunità isterica, arcigna, petulante che sembriamo su giornali, talk show, twitter e blog. Gli italiani, ciascuno con le sue convinzioni personali, politiche, religiose, non vivono in guerra civile e condividono voglia di crescere, cura per la famiglia, amore per l’onestà, disprezzo per la corruzione.

Se il nuovo governo guidato da Mario Monti, con il ministro Passera allo sviluppo, la Fornero al Welfare e il tandem Ornaghi-Profumo a Cultura e Istruzione, saprà parlare al meglio che ogni italiano sente dentro di sé, non al peggio come troppi han fatto fin qui, c’è speranza di ripresa nazionale.

Le immagini che vedete vengono dalle nostre antiche città, come pure dal paese che spera nel futuro europeo e globale. Senza viva, senza abbasso, insieme ragionando e lavorando, come auspica nel suo messaggio il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che per questo clima ha lavorato, con sagacia politica e istituzionale.

ora? Ora la prima cosa da dire al nuovo governo è di guardarsi, con vera diffidenza, dalla malinconica melassa degli elogi. I sicofanti più lesti a trovare paragoni storici esaltati, a elogiare curricula, abbigliamenti, eloqui, saranno i primi, se scontentati, a tornare alla calunnia. Affermare da ministri «Noi non parliamo con i giornalisti» non indica rigore, ma imbarazzo. I sicari dei media vanno ignorati certo, ma ai colleghi professionali e perbene, che sono tanti, vanno assicurati dialogo e confronto in trasparente serietà, accettandone le critiche non volgari con rispetto. Non è solo il dettato costituzionale a sancirlo, è interesse stesso del governo, perché senza dibattito la democrazia langue.

Se l’opinione pubblica italiana, la gente di queste foto per capirci, si illude che basti cambiare l’allenatore Italia, via Berlusconi dentro Monti, per vincere il campionato Euro 2012, finisce male. Bisognerebbe distribuire un grafico dell’Ocse, curato da Thomson Reuters Datastream, con l’andamento della crescita italiana dal 1960 a oggi, dall’anno in cui organizzammo a Roma le prime Olimpiadi in diretta tv al 2011 che ci vede bocciati in tecnologia. La nostra capacità di produrre ricchezza è un ottovolante mozzafiato: abbiamo toccato quota 10% a metà degli anni ‘60 e a metà dei ‘70, quando il Made in Italy era la Cina di oggi. Siamo precipitati a -4 nel 1976, a -2 a metà ‘90 fino al tragico -7 del 2009. Il 1981, quando Bearzot preparava la Nazionale mondiale, è l’ultimo anno in cui abbiamo lambito il 5% di crescita. Siamo fermi da un decennio e per recuperare la caduta 2009 servirà, a questi ritmi, un altro decennio.

Immaginiamo lo scenario migliore: Mario Draghi riesce, secondo l’auspicio di Daniel Gros nell’intervista a Tonia Mastrobuoni, a trasformare l’European Financial Stability Facility in àncora di sicurezza, senza snaturare la Banca centrale e senza che i tedeschi accusino la Merkel di colpo di Stato. Monti completa la potatura della spesa sognata da Padoa Schioppa, razionalizza le pensioni, stana gli evasori fiscali, reintroduce una tassa immobiliare come in Europa e in America, lima i costi della politica (non ceda qui però alla demagogia corrente, presidente Monti, l’esempio va dato e gli eccessi crassi cancellati, ma non è lasciando due auto blu in garage che l’Italia riparte: illudere la gente porta poi a contraccolpi risentiti), e magari riforma il mercato del lavoro, con Bersani a mediare nel Partito democratico tra liberali di Ichino e socialisti di Fassina. Bene, se e quando questo lavoro erculeo andasse in porto, saremmo a zero se nel frattempo dal ministro Passera non venissero segnali confortanti sulla crescita. Non dico un 10% acuto come quando Mina debuttava alla Bussola, ma almeno come il gruppo di testa europeo.

Perché razionalizzare il welfare e innovare l’economia non sarà a costo zero. Tanti cittadini si opporranno, perché non tutti saranno premiati dalla meritocrazia, non tutti promossi dalle riforme, e perché tanti, non solo i mandarini affaristi, vivono, pur a malincuore, di clientele, raccomandazioni, economia protetta, nera o corporativa. A chi lo accusa di favorire i poteri forti, Monti ricorda i duelli di Bruxelles con i titani dell’industria Gates e Welch. A chi lo accusa di non poter vincere lo status quo, Passera ricorda il lavoro fatto alle Poste. Vero, ma stavolta servirà di più.

Servirà convincere gli italiani di buona volontà - e sono la maggioranza - che un patto di rigore e crescita equa è il solo modo perché la nostra generazione, i nati negli anni del boom 1946-1964, non sia la prima, nei 150 anni che festeggiamo, a lasciare in eredità, nella staffetta tra genitori e figli, un Paese peggiore, povero, cupo, isolato dal mondo.

Il governo di Mario Monti ha cento giorni di luna di miele. Il partito dello status quo presto tornerà a farsi sentire (e, paradossalmente, il contributo di Gianni Letta e Giuliano Amato, esclusi in nome del «no» al passato, potrebbe essere rimpianto quando l’innovazione dovrà cercarsi i voti in questo Parlamento) e occorrerà rintuzzarlo. Se il «Partito del futuro», ciascuno nel suo ambito, politico, economico, tra i media, nella classe dirigente e nel Paese, comunicherà che cambiare per crescere è vitale, allora le forze populiste, trincerate nel rancore, saranno sconfitte. E la politica, Casini, Fini, Alfano, Bersani, la Lega di Maroni, Tremonti, Renzi e Vendola, potrà - se ne è capace - immaginare i partiti per la transizione alla III Repubblica italiana: Germania, Inghilterra, e anche Francia, provano che bipolarismo non significa spazio esclusivo per due formazioni politiche. Potremmo forse allora sperare che i nostri migliori 150 anni stiano cominciando adesso.

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« Risposta #14 il: Novembre 30, 2011, 06:10:33 »

30/11/2011

L'occasione per sfuggire al grigiore

GIANNI RIOTTA

Ricorre nel 2012, in aprile, il centenario del Titanic, transatlantico considerato inaffondabile che colò invece a picco urtando un iceberg nell’oceano. Come cento anni fa, tante nostre certezze orgogliose, l’Europa e la sua moneta, l’America e la sua egemonia, la Cina e la sua rinascita, il Mercato e la sua ricchezza, l’Italia e il Made in Italy, rischiano di urtare iceberg vaganti, Populismo, Protezionismo, Xenofobia. L’iceberg più pericoloso resta la realtà, che dalla crisi del 2007 tanti leader, e con loro tanta parte dell’opinione pubblica, si illudono di eludere.

Nel 2012 chi vincerà negli Usa le scialbe primarie dei repubblicani - il mormone Romney? il texano Perry? l’eterno Gingrich? - sfiderà il 6 novembre il presidente democratico Obama. I francesi sceglieranno il 6 maggio tra il conservatore Sarkozy e il socialista Hollande, e a Mosca Putin tornerà alla presidenza, mentre in ottobre il congresso del partito comunista cinese manderà alla presidenza Xi Jinping, al posto di Hu Jintao, con Li Keqiang a rilevare il premier Wen Jiabao.

Un mondo di possibili uomini nuovi, in cui, malinconicamente, i problemi resteranno da risolvere con idee spuntate. E se il virus default arriva in Europa anche i mercati emergenti si ammaleranno.

Gli europei, indotti alla lentezza dalla cancelliera Merkel, inseguiranno passo passo la crisi del debito, privi di strategia radicale. Sembra ora intravedersi il faticoso baratto tra patto di fiscalità e eurobond, ribattezzati dal presidente Barroso «titoli di stabilità» e dai «cervelli» economici tedeschi «redemption bond». I Paesi europei indebitati, tra cui l’Italia, rinunceranno a segmenti di sovranità, bilancio e politica economica verranno monitorati da Berlino (con Parigi a fingersi partner alla pari) e, in cambio, la Germania garantirà un futuro di liquidità. L’economia sposerà quella che la studiosa Nora Galli de’ Paratesi chiamava «Semantica dell’eufemismo», battezzare i titoli «euro», «stabili» o «redemption», permette di aggirare il veto della Corte costituzionale tedesca.

Un eufemismo non scioglie però i ghiacci della crisi economica e i leader europei e americani hanno una scelta precisa nel 2012, o cambiar rotta verso le riforme, senza che i cittadini sdegnati fuggano nel populismo, o il naufragio della ripresa. Ce la faranno? A guardare alle speranze frustrate negli Stati Uniti dal carisma opaco di Obama, solo tre anni fa ritenuto leader storico, e in Europa dal progetto euro già così orgoglioso, c’è poco da sperare. I partiti sono polarizzati ovunque dalla petulanza faziosa, nutrita di talk show e anonime arringhe sui blog Internet. In campagna elettorale ci si scontra con rancore, ma una volta al potere la propaganda cede all’impotenza mesta. Un taglietto alla spesa qui purché nessun ceto sociale si risenta, una tassa modesta là purché Tea Party, Lega Nord, Veri Finlandesi non protestino troppo. E limiti all’emigrazione, totem sempre utile in recessione, il male di Gran Bretagna e Italia nei prossimi mesi.

Più lo scontro tra le parti politiche si fa stentoreo, più il governo dell’economia reale si fa afono. Annota l’Annuario 2012 dell’Economist: «Viviamo una paralisi politica e una strisciante austerità. L’America non può risolvere le due crisi europee, debito sovrano e banche, ma pagherà un prezzo se l’Europa non guarisce da sola. Le esportazioni Usa soffriranno, le banche taglieranno i finanziamenti e si smarrirà, come già in Europa, la fiducia». Languiranno di conseguenza gli Stati Uniti, con quel 9% di disoccupazione a minacciare il ritorno di Obama alla Casa Bianca e i repubblicani «nemici del socialismo» (ebbene sì, in America) a potare ogni possibile investimento pubblico per la ripresa.

Le previsioni atlantiche, insomma, ci lasciano intravedere ancora un anno di propaganda furiosa e meschine riforme, evoluzione lenta quando non involuzione. Paradossalmente, i guai in cui l’Italia s’è cacciata, crescita strangolata allo 0,2%, la recessione che l’Ocse ci addita, debito pubblico 120% del Pil, disoccupazione a due cifre tra i giovani, hanno costretto i partiti a varare il governo di Mario Monti. E, come confessa un veterano della nostra politica dell’ultimo quarto di secolo, «a denti stretti questo Parlamento voterà qualunque provvedimento del presidente Monti: non ha alternativa».

Nel 2012 la crisi economica paralizzerà la politica tra Usa e Ue, e i partiti, per fingersi attivi, alzeranno invano il tono dello scontro. L’Italia dell’ansia di liquidità, l’Italia del debito, l’Italia dimenticata di tanti summit, può forse vivere una sua stagione di riforme, sacrifici, innovazione e sviluppo, chiamando per esempio imprese d’avanguardia e università migliori a creare insieme start up. Né Pdl, né Pd, né centristi possono tirarsi indietro davanti al taglia e cuci che Monti e il ministro Passera tenteranno. Fogli, talk show e siti chiassosi non verranno a più miti consigli, ma senza più potere di veto reale. E’ un’occasione, inaspettata, per sfuggire al grigiore delle società occidentali oggi. Il consenso e la responsabilità dureranno poco. Non basteranno a salvarci da soli, se Germania, Bce e Fondo monetario non agiscono all’unisono: ma almeno avremo fatto il nostro dovere.

riotta.g@gmail.com twitter @riotta

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