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Autore Topic: VITTORIO ZUCCONI,  (Letto 18859 volte)
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« il: Ottobre 18, 2007, 12:00:41 »

ESTERI

Incubi alla casa bianca

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


 La chimera del "nuovo secolo americano" che gli ideologi della dottrina Bush ci avevano promesso, si decompone e si sfascia attorno a un presidente smarrito e agitato che vede apririsi, proprio sul fronte centrale del progetto, l'Iraq, una spaventosa crisi con l'unica nazione musulmana democratica e alleata dell'Occidene, la Turchia.

Non è più questione di guerre al terrore, di jihad, di estremismo islamista e di formule sull'islamofascismo: la decisione turca di prendersi mano militare libera per intervenire contro gli storici nemici curdi e sconfinare in quel troncone dell'ex Iraq ormai disfatto, è la durissima rivincita della realtà sulle fantasie ideologiche, il risveglio di uno di quei tanti demoni che gli apprendisti stregoni del "cambio di regime" avevano preferito ignorare e che ora ritornano puntuali a chiedere il conto dell'inettitudine e della miopia.

La conferenza stampa che Bush ha convocato ieri, a sorpresa, poco prima di incontrare il Dalai Lama e aggiungere così anche la sempre permalosa Cina alla lista dei problemi, è stata tutta un tentativo ansimante di sbracciarsi a tamponare le falle che si stanno aprendo a est e a ovest, sui fronti asiatici e mediorientali, tra i quali ormai l'agonia dell'Iraq e le fanfaronate di "vittoria su al Qaeda" passano inosservate. Per ormai cinque anni, la Turchia ha portato pazienza, dopo avere tuttavia rifiutato di prestarsi a essere la rampa di lancio per l'invasione dell'Iraq, avendo intuito subito quali conseguenze per sé stessa avrebbe avuto la decomposizione del Paese vicino.

I suoi militari, chiave di volta dello stato e barriera contro l'islamizzazione del Paese, hanno finto di ignorare la crescita ai proprio confini di un nuovo stato, di fatto un Kurdistan autonomo e protetto proprio dagli Stati Uniti, divenuto il faro di quel popolo curdo che da generazioni nutre il sogno della ribellione e di una propria entità statale attraverso almeno tre nazioni limitrofe. Bush ha un bel raccomandare adesso "moderazione" ad Ankara, e sconsigliare "azioni militari massicce" nel Kurdistan ex iracheno. La dinamica della storia etnica, dei genocidi, degli odi secolari di clan e popolazioni, è stata rimessa in moto dal "cambio di regime" organizzato senza pensare alle conseguenze. E dopo avere perduto l'Iraq abbandonato alla spartizione fra clan, ayatollah e sceicchi, ora Washington, e con essa l'Occidente, rischia di perdere anche la Turchia, che promette di negare le proprie basi alla Nato, della quale fa parte.

Bush ci informa di essere in contatto con tutti i bracieri di crisi in un mondo che prevedibilmente rifiuta i semplicismi di "male" e "bene", di "libertà" contro "tirannide", così cari alla sua visione elementare. Ha parlato con il presidente turco, per tamponare questa che è la falla più grossa e minacciosa, e sta spingendo alle stelle anche il prezzo del petrolio, che ha in Kurdistan importanti giacimenti e pozzi. Ha promesso di chiedere spiegazioni a quell'"amico Putin", compagno di barbecue texani, che sta ricostruendo una politica di potenza imperiale neo zarista cacciando il dito nell'occhio proprio dell'"amico George", quando annuncia che l'Iran canaglia, l'Iran di Ahmadinejad, il negatore dell'Olocausto e di Israele, sarà d'ora in poi sotto il protettorato del Cremlino e degli altri stati del Caspio.
È una sorta di dottrina Monroe in salsa russa che taglia le gambe ai progetti di attacco contro gli impianti nucleari iraniani e rilancia la posta di un blitz aereo, sullo stile di quello condotto da Israele in Siria (e che Bush rifiuta di commentare, approvare o condannare) alle stelle. "Se l'Iran diventasse una nazione nucleare, sarebbe la Terza Guerra Mondiale", vede e rilancia Bush, che ha capito come ormai sia la Russia, e non più l'Iran, il vero avversario.

Potrà chiedere e ottenere spiegazioni da Putin, tornare a guardarlo negli occhi come fece in un famoso incontro nel Texas concludendo che "era un uomo del quale poteva fidarsi", ma se la Russia concede a Teheran la propria protezione, piegare Teheran a miti consigli diviene infinitamente più arduo.
Il caso del Dalai Lama, l'inoffensivo profeta della pace premiato con la medaglia dal Congresso e brevemente incontrato da Bush con qualche imbarazzo, diventa quasi soltanto "colore", curiosità irritante di poche ora fra Cina e Usa, in un giorno nel quale il disastro politico dell'Iraq si metastatizza e si estende a una Turchia che sente, nella crescita dell'irredentismo curdo (ricordate Ocalan?) una minaccia fondamentale alla propria esistenza e alla propria autorità nazionale. Perdere definitivamente la Turchia, che già l'Unione Europea ha umiliato e offeso con il balletto grottesco dell'adesione promessa, negata, rimandata, sarebbe l'effetto più catastrofico di una strategia pur disastrosa, ma almeno contenuta finora nel mezzo insuccesso afgano e nella cronicizzazione della patologia irachena.

L'Europa, il Medio Oriente, l'Asia Minore, si troverebbero a dover affrontare una Turchia esasperata e a sostenere contro di essa un proprio alleato, un Kurdistan cresciuto a cavallo dei confini turchi, rinchiuso dentro la regione e senza precisi limiti territoriali. Una sorta di seconda Palestina in Asia Minore, ma con il combustibile che alimenta le nostre economia sotto il proprio suolo e che dunque non si potrebbe ignorare, come questa Presidenza ha sostanzialmente ignorato la miserabile Palestina. Se a un anno dalla sua destituzione costituzionale George Bush deve telefonare a Mosca, a Pechino, ad Ankara, ai suoi generali e ambasciatori in quella capitale di sé stessa che è Bagdad, per tamponare le crepe, ed è costretto a parlare di possibile "Terza Guerra Mondiale", la sua inquietudine di fronte al mondo che lui stesso ha creato è ben giustificata, come lo è la nostra.

(18 ottobre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #1 il: Novembre 12, 2007, 02:36:05 »

IL COMMENTO

Comunque è stato ucciso dal calcio

di VITTORIO ZUCCONI


ORA giratela come vi pare, ma il fatto rimane. Gabriele Sandri è stato ucciso dal calcio, da questa "cosa" deforme e mostruosa che in Italia ha perduto da anni ogni senso, ammazzato anche lui da questo cancro che anno dopo anno, scandalo dopo scandalo, cerotto dopo cerotto, chiacchiera dopo chiacchiera continua a metastatizzare e pretendere, come una divinità pagana, sacrifici umani per sentirsi importante.

Le circostanze nelle quali le vittime del calcio muoiono, e dunque le responsabilità penali, possono essere apparentemente diverse, lo spettatore stroncato da un razzo, un commissario di PS caduto in un sabba di fiamme e di botte, un giovane di 28 anni raggiunto dal proiettile vagante di un agente di polizia, un tifoso abbattuto a coltellate dal tifoso di una squadra avversaria e l'unico esorcismo che il mondo del pallone sa pronunciare è ripetere la giaculatoria del "quelli non sono tifosi".

Sono tifosi, invece, tifosissimi, che comperano i biglietti, gli abbonamenti, i viaggi organizzati, il costoso ciarpame di magliette e souvenir. Oppure, e la formuletta è ancora più disgustosa, ce la caviamo dicendo che "sono minoranze", come se non fossero sempre le "minoranze" a condizionare la storia di tutti, come se non minoranze anche i mussulmani che si imbottiscono di tritolo, i rumeni che violentano, gli italiani mafiosi o non fossero stati una minoranza i tedeschi che indossavano la testa di morto delle SS. Dire che chi fa il male è una minoranza è una ovvietà sociologica e morale cretina che giustifica tutto e non spiega niente.

Le "minoranze" esistono perché le "maggioranze" le producono, o le tollerano o addirittura le proteggono oggettivamente e se il mondo del calcio, dai dirigenti agli appassionati, dai giornali alle televisioni, continua ad accettare di fatto che puntualmente ci scappi il morto, o esplodano bombe nelle sedi ufficiali, o gruppi di fanatici scatenino scene di guerriglia, non sarà sospendendo qualche partita per lutto, o per prudenza, o cambiando classifiche con penalità o promozioni o salvatggio stabiliti secondo criteri inspiegabili, soltanto per placare di volta in volta questa o quella "minoranza, che l'"Apocalypto" di questo dio minore ma crudele finirà.

Le vittime, come in tutti i sacrifici umani, sono sempre innocenti, come innocente era il tifoso del Genoa accoltellato a Marassi, come lo era il commissario Raciti, come lo era Paparella, come lo era Sandri e se un agente di polizia è colpevole di omicidio involontario, la legge lo deve investigare e, se responsabile, punire. Ma non sono innocenti coloro che dall'alto di cattedre pubbliche, studi televisivi e pacchetti azionari aizzano la paranoia dei tifosi rimestando utili (a loro) campanilismi, come se una squadra formata da nomadi latino americani, slavi, africani, scandinavi incarnasse l'onore del mio villaggio.

Lamentando torti e angherie arbitrali, anche di fronte all'evidenza che la squadra ha giocato malissimo e i giocatori sbagliano sempre almeno cinque volte più degli arbitri. Menando moviole avanti e indietro in un continuo frullato di parole e di battute e di sospetti incorporei che qualche idiota prenderà sul serio mentre loro, i sacerdoti del calcio, contano i soldi, i crediti e la fama, senza prendere sul serio quello che dicono. Tanto, dicono, è "un gioco".

L'industria del calcio professionistico italiano è marcia, ed è un miracolo se, al contrario del classico luogo comune, c'è qualche mela sana nel cesto. E non venite a menarcela con il "malessere sociale" che gli omicidi da tifo produrrebbero, perché malesseri sociali e passione sportiva abbondano e convivono in tutte le nazioni del mondo, senza che regolarmente, periodicamente, si arrivi a lutti e strade in fiamme.

Il calcio italiano è una creatura corrotta, che neppure i fino troppo comodi esorcismi del Moggi di turno, possono sanare, perché Moggi fu l'espressione più sfacciata, non la causa, della corruzione di un mondo incapace di diventare un'autentica industria, che si è trovato improvviamente investito da un'alluvione di soldi che non era in grado di gestire per offrire al pubblico un prodotto complessivo credibile ed equilibrato.

Dove la sola cosa che conta non è "il calcio", ma fottere il presidente o il club "nemico". Se queste "minoranze" si sentono in diritto di pestarsi, aggredirsi, attaccarsi fuori dagli stadi o lungo le autostrade, è perché esse si sentono le "ronde" calderoliane, i "vigilantes", i protettori delle proprie squadre, i giustizieri di un mondo nel quale, tra bilanci falsi, cambiali farfalla, compravendite di brocchetti valutati come Ribot, dirigenti senza potere e maneggioni onnipotenti, giustizia non esiste.

Fuorilegge con il passamontagna e il lanciarazzi tra i fuorilegge in sciarpa di pashmina seduti in tribuna d'onore. Cellule malate di un organismo malato che deve essere distrutto, se vuole essere ricostruito.

(11 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #2 il: Settembre 18, 2008, 03:53:27 »

ECONOMIA   

Broker a New York: auto di lusso, un bell'appartamento. Si sentiva Signore dell'Universo

Dopo il crollo di Lehman Brothers aspetta rassegnato che anche il suo mondo finisca

"La mia vita in bilico nel casinò Wall Strett"

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


 
NEW YORK - "Esco di casa quando voi dormite, come i ladri. Perché adesso questo sono diventato per voi, il malfattore, l'untore, io che fino a ieri ero l'incarnazione del nuovo secolo americano, questa sera potrei tornare a casa con la mia vita in una scatola, buttata alla rinfusa con i ritratti dei figli che non vedo mai, la foto della moglie che sta già parlando con l'avvocato divorzista, il cappelluccio dei New York Yankees, la coppetta vinta nel torneo aziendale di softball a Central Park, il blackberry muto e il rolodex di clienti che sei mesi fa mi chiamavano a casa di notte per offrirmi soldi e oggi non si fanno trovare. Oggi sono il predatore diventato preda e quella scatola sarà la mia bara di cartone".

"Esco alle quattro, quattro e mezzo nel New Jersey, dove eravamo venuti in tanti a cercare una casa e un giardino per crescere i figli piccolini lontani dalle trappole di lusso di Manhattan, sparpagliati nelle cittadine costruite lungo la ferrovia locale del New Jersey, la NJ Transit, paesi come Summit, Chatham, Madison, Morristown, fino a Dover, la stazione di testa, la terra dei cavalli e delle colline, e sembra di stare in Via col Vento, non a un'ora da New York. Ogni mattina lo stesso orizzonte e lo stesso incubo della bara di cartone alle cinque".

"Un filo di alba che si alza sopra la skyline d'estate in fondo all'autostrada numero 78, buio da lazzaroni in inverno, con l'orecchio alla radio per sapere quale dei tunnel sotto lo Hudson che portano in città, il Lincoln, lo Holland, sia già intruppato da altri ladri come me dentro le loro Bmw, Audi, Rover, Porsche, Mercedes (mai Cadillac, quella è roba da giardinieri italo americani arricchiti) in leasing, che fanno la gara dei topi grassi per arrivare primi dentro le scatole di cristallo attorno a Times Square e Broadway.

Le strade dove siamo scappati dopo il massacro dell'11 settembre che bruciò vivi tanti di noi nelle Torri. Conoscevo tanti di loro e vivevano qui, lungo il percorso del treno e dell'autostrada, miei vicini, grigliata al sabato e birra alla domenica.

Guidiamo veloci, sapendo che la polizia del New Jersey ci conosce e chiude un occhio sul limite, correndo per scoprire se il nostro mondo sia finito mentre dormivamo agitati e quando tornerò a casa per non vedere i miei figli già addormentati dovrò dire a mia moglie, se è ancora sveglia e non ha già firmato i documenti del divorzio, che sono un disoccupato.

Un milionario con le pezze al sedere, senza soldi per pagare le rate di quella casa che non avrei mai dovuto comperare, senza fondi per le scuole private dei figli, senza scorte per saldare i debiti dello shopping nelle boutique dei "mall" di lusso, e senza nessuna possibilità di trovare un altro posto.

Non c'è bisogno di un master a Yale per sapere che il livello delle spese sale sempre con il livello del reddito e anche oltre: questa è la terra del credito. Sarò un profugo come almeno altri 70 od 80 mila come me, che oggi vagano per le vie di Manhattan con il Range Rover a due settimane dal pignoramento per morosità, agitando come barboni da Zegna e Armani curriculum che non interessano a nessuno. Per dare la caccia a posti che non ci sono più, neppure a un decimo di quello che avrei guadagnato ieri.

Sono un broker di "investment bank", settore "hedge funds" e "derivate" che neppure sto a spiegarvi che cosa siano perché non l'ho mai capito neppure io, se non che erano formule create da "idiot savants" sui computer per far fare soldi a tutti, finché ce n'erano, e adesso per farli perdere a tutti.

I nostri "managing directors", quelli che a fine anno devono distribuire i sei, sette, anche nove, proprio come Lehman, miliardi di bonus fra i dipendenti, ci dicono di non preoccuparci, anche se non capiamo le formule che lampeggiano sui nostri monitor, perché "noi siamo come i casinò e non possiamo mai perdere, perché abbiamo la percentuale assicurata su tutte le operazioni e il 20 per cento sui profitti del cliente".

"The sure thing", il sogno di tutti i giocatori, scommettere sul sicuro, a corsa finita, e con i soldi degli altri, nel giro infinito dei credito che sciabordava come l'acqua nella stiva di una nave e bagna tutti. Fino a quando l'acqua finisce e tutti restiamo a secco, come adesso.

La mia banca è una delle poche ancora vive, e non vi dirò quale, almeno questa mattina, mentre vi parlo, avvio il motore senza sgasare per non svegliare i bambini e accendo l'autoradio. Ma anche la mia sanguina e boccheggia come tonni sul ponte di un peschereccio destinato appunto a finire in scatola, una di quelle banche d'affari, cioè senza conti correnti, mutui, flusso di cassa e di soldi dei cadaveri dello stipendio fisso che depositano i loro stipendi che oggi vorremmo tanto avere anche noi, noi che prima neppure guardavamo in faccia chi ci proponeva operazioni sotto i 10 milioni di dollari, il minimo per accedere ai nostri prodotti.

Eravamo gli dei senza controlli governativi, senza quei rompiscatole moralisti e statalisti che fanno le pulci alle banche commerciali, esaltati come i pionieri di un mondo nuovo e senza frontiere, noi che dalle scatole di cristallo e targhe di bronzo alle porte, Bear Stearns, Lehman Brothers, Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, AIG, giocavamo ai "Masters of the Universe", ai signori dell'universo. E oggi ci guardiamo allo specchio lavandoci i denti alle quattro chiedendoci che mestiere potrebbe fare un prete se un giorno qualcuno dimostrasse che Dio non c'è più.

Al mio piano che guarda su Broadway, quando ci sto, perché per almeno una settimana al mese svolazzo tra Chicago, Dallas, New York, San Francisco, Miami, Los Angeles per vendere i miei prodotti - ho più "miglia" nel conto che l'intera Air Force americana - a clienti che fino a ieri ci inseguivano e oggi ci accolgono come un ispettore del fisco, i cubicoli dei traders, le truppe d'assalto che trattano le azioni e di noi "brokers", i mediatori dei grandi affari, sono sempre più deserti.

Nella mia banca, a questo piano, eravamo in 35 ancora nel mese di maggio, fino a un venerdì alle cinque, quando il capo di tutti i capi ci chiamò per dire che 30 di noi avrebbero potuto dormire fino a tardi, lunedì, e non tornare. Grazie e tanti cari saluti. Io sono stato fortunato, sono fra i cinque sopravvissuti, ma a una condizione: devi scordarti di avere una famiglia, una casa, una vita, non voglio più sentire storie di mogli che piagnucolano e bambini che hanno la partita di pallone, chiaro? Chiarissimo. Ora siamo in cinque a fare il lavoro di 35. Rivedrò mio figlio quando licenzieranno anche me o quando si sposerà. Un giorno di permesso credo che per l'occasione me lo daranno.

Qui dentro, come alla Lehman, dove mi avevano ingaggiato con bonus grassi nel 2005, con palate di stock che non potevamo vendere e ora valgono meno della carta igienica, siamo tutti giovani, o almeno lo sembriamo, trent'anni o poco più. La Lehman era "the place to be", il posto dove stare, perché Fuld, il presidente, il Master dei Master dell'Universo, era il più aggressivo e spregiudicato di tutti, enormi rischi, enormi guadagni, andate e moltiplicate i profitti e i bonus, ci dicevano dalla Washington repubblicana, ma per fortuna sono scappato in fretta.

I direttori portavano a casa milioni di bonus a fine anno, noi un gradino sotto, mezzo milione, oltre lo stipendo di 250 mila dollari, vagonate di quattrini che i più sciocchi buttavano subito in barche, seconde case, condomini di lusso venduti a prezzi di rapina per sfilare appunto quei ghiotti bonus e costruiti nei quartieri di Manhattan già malfamati e rasi dai "luxury condos" con annessi ristoranti.

A New York tutto respira con i polmoni di Wall Street, quando i polmoni si sgonfiano, tutto si gonfia, ristoranti, rette per asili privati da 20 mila dollari l'anno, alberghi da 1.500 a notte per la junior suite, fitness club.

Non ci sono quarantenni, attorno a me. Gli anni in questo mondo che lavora dalle 5 del mattino alle 10 di sera, perché oggi i mercati non chiudono mai e puoi fare o perdere fortune a Singapore o a Londra o a Mosca mentre dormi, sono come gli anni dei cani, contano per sei o sette di voi umani. A quarant'anni, o sei assurto al cielo del top management, con garanzia di paracadute d'oro se ti buttano dalla finestra o ti sei fatto un fondo per conto tuo tirandoti dietro i clienti che avevi servito prima. O sei un relitto che nessuno vuole più. Nemmeno nei tempi grassi, figurarsi ora.

Lunedì scorso, dopo il collasso di Lehman, venticinque dei miei ex amici e colleghi sono venuti qui per offrirsi. Ho fatto una proposta a uno solo di loro, che era un mio capo e nel 2006 aveva intascato due milioni e mezzo di bonus a dicembre. Gli ho offerto 150 mila dollari lordi annui, senza bonus, lo stipendio iniziale che prende un ventenne con un Master in Business venuto da Harvard o da Stanford. Ha detto che ci penserà, perché con 100 mila dollari all'anno, pagate le tasse, ci paga si e no cinque mesi del proprio stile di vita che gli costa 15 mila dollari al mese. Sorry, prendere o lasciare e non è detto che domattina ci siano ancora io, la mia banca e l'offerta.

Non sono amareggiato, non ce l'ho con nessuno. Noi in America diciamo che "it was good while it lasted", è stato bello fino a quando è durato, come un amore, una vacanza, un ciclo vittorioso della tua squadra. Soltanto mi addolora sentirmi trattato come una prostituta che ora i clienti fingono di non conoscere dopo avere fatto la coda per andare a letto con lei a qualsiasi prezzo. Quando garantivamo noi, con le nostre formule scritte da geni della matematica come il mio capo, che è un pazzo capace di lavorare 24/7 e nei pochi momenti liberi esegue le Variazioni di Goldberg su uno Steinway da concerto, i milioni di aria fritta accumulati da ventenni brufolosi in California che avevano costruito una "punto.com" fatta di panna montata e volevano tradurre in soldi veri le loro stock options prima che si squagliassero, eravamo i santi protettori della nuova America post industriale e tutta a credito. Chi se ne importa se prendevi il quinto dei profitti, quando i profitti si misuravano a diecine di milioni?

Domani sarò anche io assorbito da un'altra banca e licenziato per esubero, o buttato dalla finestra, o ripescato da quel governo che credeva nella santità del libero mercato e oggi corre con il secchio dell'acqua per spegnere più incendi di quanti secchi abbia, ma non porto rancore. Nessuno mi ha obbligato a lavorare per un casinò. Nessuno mi aveva promesso 40 anni di posto sicuro con pensione, orologio d'oro e liquidazione a 65 anni.

L'ho sempre saputo che alla fine dell'autostrada 78 non c'era la pentola d'oro, ma una scatola di cartone. Almeno potrò dire al mio capo, al genio che non ha mai visto i suoi figli e compila equazioni come fughe di Bach, che i suoi New York Yankees mi hanno sempre fatto schifo".

(18 settembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Settembre 20, 2008, 04:21:13 »

ECONOMIA   

La rivincita di Keynes

di VITTORIO ZUCCONI



All'inferno le ideologie e il culto irrazionale del sacro mercato, l'America ritrova la virtù che l'ha resa l'America: il pragmatismo. "Misure senza precedenti per affrontare una sfida senza precedenti" annuncia Bush l'ex neocon trasformato in neokeyn, per spiegare che anni di anatemi antistatalisti sono stati buttati nel vento della crisi in favore dell'interventismo pubblico di sapore keynesiano.

Per salvare, se ancora si può, il salvabile. Sarà proprio la esecrata "mano pubblica", con soldi pubblici, a intervenire per stabilizzare i mercati isterici, facendo piovere senza limiti prefissati dollari stampati dalla zecca sui buoni e sui cattivi, su chi lo merita e su chi non lo merita.

George W. Bush è diventato Franklyn Delano Roosevelt, pronto a inondare Wall Street con almeno un trilione di dollari, mille miliardi di dollari, secondo i calcoli degli economisti, per evitare che la grande siccità del credito uccida i giusti e gli ingiusti nel deserto del credito. È una gigantesca "operazione Alitalia" fondata sullo stesso balordo, ma ormai inevitabile principio del "privatizzare i profitti" e "statalizzare i debiti". Con, alle spalle, lo stesso ricatto del fallimento epocale.

Non è finito, in queste ore sconvolgenti, il capitalismo americano. È finito un modo di concepire il capitalismo che aveva dominato il discorso nazionale americano dagli anni '80 di Reagan. Bush, che per mesi aveva ripetuto il mantra sempre più grottesco della "economia fondamentalmente sana", come aveva fatto McCain, ha fatto l'inversione a "U" che sarebbe stata necessaria nel 2007 e che la sua zavorra ideologica, e la fissazione sciagurata con la sempre sfuggente e costosissima "vittoria in Iraq", (700 miliardi finora) gli avevano impedito di fare.

Questa vacanza del potere politico centrale, che nessun tecnico per quanto competente, come sono i vecchi ragazzi della Goldman Sachs che oggi governano a fianco del Presidente, può surrogare in una democrazia, era il cuore infartato di questa crisi. Aggravata dalla confusione di una campagna elettorale che da 14 mesi rimbomba nella testa di una popolazione con messaggi contraddittori, confusi, propagandistici.

Dunque accentua quello stato di incertezza e di irrazionalità che è, sempre, la benzina sul fuoco di ogni incendio finanziario.

Quello che Bush ha annunciato ieri, affiancato dalla trimurti della governance economica americana per dargli autorevolezza, è keynesismo puro. È "deficit spending" classico, senza preoccuparsi di bilanci federali che sprofonderanno nell'inchiostro rosso e sono destinati a raggiungere il 7% del Pil. Ma lo schiaffo della realtà, che arriva sempre a svegliare i presidenti americani dall'ipnosi delle loro ideologie, nel mondo come in casa, ha svegliato anche un Bush che se avesse, quattro anni or sono, annunciato in campagna elettorale l'intenzione di gettare mille miliardi di dollari per salvare i mercati mobiliari e immobiliari sarebbe stato, più che sconfitto, arso vivo.

Ma qui siamo di fronte "a sfide senza precedenti", ha ammesso tardivamente e rischi senza precedenti richiedono "azioni senza precedenti", un eufemismo per dire: si cambia rotta. Lasciare che la nave di Wall Street s'inabissasse trascinando con sé le borse del mondo che rimangono tutte "wallstreet dipendenti", da Shanghai a Mosca, avrebbe devastato l'economia americana dove fa male e garantito la vittoria di Barack Obama, i cui sondaggi avevano ripreso a salire in relazione inversa ai listini di Borsa.

Avrebbe colto non soltanto nei "bonus" delle migliaia di brokers lasciati con lo scatolone dei loro ricordi in braccio, in fondo poche persone in un oceano di 150 milioni di famiglie, ma anche nell'esistenza quotidiana della gente di "Main Street", della via principale dei paesi, dove polizze vita, fondi comuni, gruzzoli di obbligazioni a reddito fisso, crediti al consumo e mutui sono il presente e il futuro dell'esistenza reale.
Sulla latitanza della guida politica del Paese e sulla confusione generata da candidati che dicono alla mattina il contrario di quello che dicono alla sera (McCain era fino a ieri il campione della "deregulation" e oggi invoca un controllore sotto ogni letto a Wall Street, mentre l'inesperienza di Barack Obama non rassicura) la famigerata speculazione aveva puntato.

Era sicura che questa amministrazione non avrebbe mai potuto rinnegare il proprio fondamentalismo liberista e la cultura delle cose che si aggiustano da sole. I ribassisti, coloro che puntano sulla caduta dei titoli e che sparecchiano quei miliardi che impropriamente i media definiscono "bruciati" ma invece arricchiscono tanto quanto i rialzi, avevano avuto il controllo del campo, alimentando una difficoltà di credito reale, ingigantita dalle loro azioni piratesche.
L'ideologo del Texas è stato persuaso a fare ciò che è necessario, non ciò che è ideologicamente corretto. Il Bush che sembrava il tragico Herbert Hoover ottimista del 1929 ("La prosperità è dietro l'angolo") è diventato il Roosevelt del 1932, che inventò quegli strumenti di protezione che da allora, come ha detto giustamente, "non hanno mai fatto perdere un centesimo a chi ha conti correnti", ma non certo per merito della destra.

Estenderà la protezione federale esistente sui CC, sui risparmi e sui certificati di deposito, anche ai fondi di "money market", quelli che fino a ieri non erano assicurati da Washington e flottavano pericolosamente sul mercato seguendo l'andamento degli interessi, costituendo una grossa parte, almeno il 30%, dei fondi pensione.

Prosciugherà, sempre con danaro pubblico, la palude dei mutui immobiliari inesigibili, i "subprime" definiti "tossici" perché avvelenano i bilanci delle banche. Dunque lo stato federale, cioè noi contribuenti, diventerà proprietario involontario di milioni di abitazioni in protesto e di passività che saranno smaltite in anni. Il gioco al ribasso contro le 799 finanziarie ancora in piedi sarà bloccato per dieci giorni e rinnovabile ancora, violando il loro sacro diritto alla speculazione, per salvare il salvabile.

E il Tesoro potrà stampare tutti i miliardi di dollari che desidera senza temere di accendere il falò dell'inflazione, come accadrebbe in tempi normali perché il nemico del giorno è la "deflazione", la paralisi del credito. Naturalmente pagheremo in futuro questo tsunami di dollari, in termini di inflazione, quando la bufera sarà passata, ma questo è un commento per la crisi di domani.

Bush, il cowboy neocon divenuto neokeyn, ha creato un'euforia irrazionale nei mercati eguale e contraria al panico di ieri nella solita altalena di ingordigia e paura. In attesa di un nuovo governo stabile, si può sperare che questa non sia la fine del mondo, ma soltanto la fine di un mondo, dal quale un altro nascerà. La ciclicità di "boom" e "bust", di fortune e di rovesci, di regole e di sregolatezza, è la sola certezza del capitalismo americano che sa, contrariamente a quello che sognava Karl Marx, sopravvivere anche al proprio peggior nemico, cioè se stesso.

(20 settembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #4 il: Settembre 26, 2008, 10:23:59 »

ECONOMIA    IL COMMENTO

La Pearl Harbor della politica

di VITTORIO ZUCCONI



IL CAOS politico americano, quello che si trascina fra il fallimento del bushismo e una stagione elettorale troppo lunga, e che ha permesso la tragedia finanziaria, ci ha proposto l'inedito "numero" del candidato che scappa.

Un candidato che si chiama fuori dalla partita per due giorni e non vuole più dibattere l'avversario. Come se la democrazia fosse un incontro di basket, John McCain ha chiesto un timeout, per salvare la propria squadra da una sconfitta che il tabellone dei sondaggi cominciava a lampeggiare.

Il dibattito probabilmente si farà, e questa sera assisteremo finalmente al confronto, perché Barack Obama ha risposto che lui si presenterà sul palco in quanto "mai come adesso la nazione deve vedere e conoscere chi vuole guidarla in questi tempi difficili". Ma il fatto stesso che un candidato annunci di avere "sospeso la campagna elettorale", come fosse un puzzle da riporre per qualche ora, a 40 giorni dal voto, è uno di quei colpi di testa (e di nervi) che i colleghi senatori conoscono bene e che molti elettori temono.
John McCain, famosa testa calda dal pessimo carattere che gli ha meritato in Parlamento il soprannome di "McNasty", Mac la peste, ha semplicemente cercato di buttare all'aria il tavolo di gioco, come fanno i bambini molto immaturi o i vecchi molto stizzosi quando perdono.

Nel mezzo di quella che il finanziere più autorevole degli Stati Uniti, quel Warren Buffett che viene guardato come l'ultimo oracolo, ha definito una "nuova Pearl Harbor", la flotta di coloro che dovrebbero proteggerci naviga alla deriva, sballottata dal vento dei sondaggi e delle manovre elettorali, senza ordini né piani chiari. Se il padre di John McCain, il magnifico ammiraglio che consumò tutto sé stesso nella risposta all'aggressione giapponese nel Pacifico e pagò la fatica disumana morendo d'infarto il giorno dopo la vittoria, potesse vedere il figlio annaspare in queste ore, lo spedirebbe in cambusa, lontano dal ponte di comando.

La mossa di McCain, quello che dovrebbe essere l'anziano sicuro, il buon nonno prudente e responsabile di fronte al troppo giovane e irresponsabile avversario Obama, serve a sottolineare la radice profonda della crisi, che non è finanziaria né economica, ma politica. Da quasi otto anni, dal gennaio del 2001, l'America è senza un governo competente e attendibile, che ha creduto di poter surrogare con la superbia la propria cadente autorità morale. Ha perduto ogni credibilità e ogni autorità, presa nella tela di menzogne, propaganda, ideologia, messianesimo, politicizzazione elettoralistica e incompetenza che, una volta tessuta, non può più essere dipanata. Oggi la nazione è governata dal presidente della Fed Bernanke e dall'ex Goldman Sachs, il ministro del Tesoro Paulson. Bush è soltanto un passeggero, al quale gli adulti alla guida chiedono di non toccare niente.

Il piano di salvataggio con danaro pubblico che dovrebbe essere varato oggi, e che è stato imposto ai due candidati, al Congresso e a una nazione che lo osteggia apertamente con un ricatto in stile Alitalia, o così o tutti giù dalla finestra, metterà un tampone sull'emorragia. Ma né i colpi di testa di McCain, né il fiacco discorso del presidente alla nazione, mercoledì sera, possono restituire prestigio morale a una politica che lo ha perduto tra le rovine di Bagdad, nel pasticcio afgano, nella devastazione di New Orleans, nello scandalo costituzionale di Guantanamo, nelle torture in appalto e nella totale indifferenza a quella cultura del profitto facile e sregolato che soltanto ora finge di scoprire con orrore e con ripensamenti statalisti e assistenzialisti.

La catastrofe in atto è la sentenza finale di un processo a Bush che dura da sette anni e otto mesi, e che vede come complice un Parlamento che il suo partito, il repubblicano, aveva controllato per sei anni e i democratici non hanno saputo raddrizzare. È stata un'esperienza surreale ascoltare il presidente accusare tutti di avere prodotto questa "Pearl Harbor", gli speculatori, i brokers, i banchieri, gli immobiliaristi, i consumatori, gli acquirenti di case che hanno assunto mutui eccessivi, tutti colpevoli meno che lui e la sua amministrazione, quella che fino a due settimane or sono ci garantiva che "l'economia americana resta robusta e solida".

Il futuro presidente erediterà due guerre in corso e lontane da una conclusione decisiva, in Iraq e in Afghanistan, un conto mostruoso di debito pubblico da saldare, un bilancio federale devastato, un mercato immobiliare alla canna del gas, una Pearl Harbor finanziaria, un Iran avviato sulla strada del nucleare, una Russia burbanzosa e neo imperiale, ora addirittura una Corea de Nord che torna a scricchiolare. Si capisce perché la parola chiave di questa stagione elettorale adottata persino dai repubblicani e da McCain, che temono Bush come un appestato e lo hanno tenuto lontano dal loro congresso, sia "cambiare". Persino una fanciulla del West scesa a valle col disgelo del bushismo, o un settuagenario, sembrano un progresso.


(26 settembre 2008)

da repubblica.it
« Ultima modifica: Ottobre 07, 2008, 12:47:03 da Admin » Loggato
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« Risposta #5 il: Settembre 27, 2008, 10:12:45 »

LE PAGELLE DEL PRIMO CONFRONTO

McCain senza carisma

Obama troppo freddo


di VITTORIO ZUCCONI



Ci si attendeva poco e quindi dà molto. Conferma il sospetto che si senta il capitano di una squadra in svantaggio che deve rimontare lanciando attacchi diretti e personali all'avversario che palesemente disprezza e infatti riesce con qualche successo a irritare, approfittando del fatto che giocava in casa, sul campo della politica estera e della strategia. L'attacco personale è sempre rischioso, perché può indisporre gli spettatori, ma McCain deve rischiare per vincere, anche se si scopre. Ripete per sette volte che Obama "non capisce", che è ingenuo e inesperto, dunque non è pronto ad assumere il timone degli Stati Uniti dal 20 gennaio prossimo, seguendo, come era ovvio avrebbe fatto, il copione già scritto da Hillary Clinton per contendere le primarie al più giovane rivale.

Ha tutto il carisma e la capacità di seduzione di una minestrina al brodo di dadi servita nel refettorio di una casa di riposo, e mostra la comprensibile tendenza dell'anziano a incespicare su nomi difficili come quello di Ahmadinejad, che deve ripetere per tre volte prima di azzeccare, ma riesce a evitare che il disastro finanziario in corso, il suo bizzarro comportamento degli ultimi tre giorni e quel piano di salvataggio della Borsa con soldi pubblici in pieno stile Alitalia voluto da Bush e che i suoi stessi colleghi di partito definiscono "socialistico" (sic) gli restino appesi attorno al collo. Il suo obbiettivo principale era quello di essere bianco accanto al nero e quello gli sarebbe riuscito anche se fosse stato zitto per 90 minuti. La sufficienza se la aggiudica ammettendo per due volte che sotto la gestione Bush, prigionieri sono stati torturati. "Non dovremo mai più torturare". Soltanto per questo, merita i tre punti.

BARACK OBAMA 5+
Ci si aspettava molto e quindi dà poco. Non riesce ad approfittare dell'assist che questa settimana di "Mc Follies" e la scomposta agitazione del vecchio senatore di fronte al caos finanziario e al pasticcio del piano Bush salva-Borsa gli avevano offerto e si chiude in un catenaccio politico e retorico come troppo spesso gli accade nei dibattiti. Soffre della sindrome classica di tutti i candidati democratici, Bill Clinton eccettuato, la tendenza a parlare in politichese e in termini complessi, aggravato dal suo personale tic di inserire pause nel mezzo delle fasi e di ripetere parole come "io, io, io" che lo fanno apparire balbuziente e incerto. Di fronte all'evidente disprezzo del collerico dirimpettaio, che a volte sembra fare la parte che Al Gore interpretò contro Bush, risponde con argomentazioni e distinguo ed elenchi che non arrivano al cuore.

Nel suo terrore di apparire troppo "caldo" (leggi: nero) si mostra un po' troppo "freddo" (leggi: bianco) e dunque proietta un'immagine cerebrale e compunta che vuol essere presidenziale, ma risulta distaccata. I dibattiti non servono a sciorinare piattaforme e programmi politico economici che non vengono poi mai rispettati e non avrebbero comunque alcun senso di fronte a un futuro delle finanze pubbliche sconosciuto e terrificante. Servono a conquistare il pubblico attraverso esibizione di carattere, personalità, spontaneità simulata e passione. Fu detto che Bush vinse perché apparve come il compagno di scuola con il quale si andrebbe a bere una birra. Se questo è il criterio, Obama è apparso come il compagno dal quale si copierebbero volentieri i compiti. Continua a fare molto gioco e a non fare il gol decisivo. Ma i primi sondaggi sembrano darlo vincitore e spiegano la aggressività di McCain. Conta sull'ipotesi che il 2008 sia l'anno in cui il cervello torna a contare più della birra. Il più se lo merita ricordando a McCain una delle sue gaffe più sensazionali, quando dimostrò, in un momento di tenera senilità, di non sapere che Zapatero è il premier di una nazione della Nato e non un subcomandante zapatista.

JIM LEHRER 7
L'arbitro è il migliore della partita. Pur essendo addirittura più anziano del senatore (ha 74 anni) il vecchio "anchor" dell'esemplare telegiornale della tv pubblica Pbs è il più vivo dei tre e tenta ripetutamente di strappare McCain e Obama alla stucchevole recitazione dei loro "talking points", delle lezioncine insegnate e memorizzate dalle loro badanti politiche, senza mai mostrarsi nè untuoso, nè partigiano, nè deferente con nessuno dei due. Neppure lui riesce a far dire le cose con le loro parole, ma esibisce quella virtù del giornalismo americano che purtroppo non ha attraversato l'Atlantico insieme con i tanti vizi: la brevità. Pone domande brevi e dirette, conoscendo bene la legge delle interviste televisive e radiofoniche: più lunga è la domanda, più facile sarà per l'intervistato pensare a come aggirarle e a come mentire. Purtroppo è un dinosauro sopravvissuto alla generazione estinta o in via di estinzione dei Cronkite, Murrow, Reasoner, Brokaw, Schafer e Wallace il vecchio.

(27 settembre 2008)


da repubblica.it
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« Risposta #6 il: Settembre 30, 2008, 05:49:23 »

ECONOMIA   

L'11 settembre dell'economia

di VITTORIO ZUCCONI


C'È un buco nero nel cuore del disastro finanziario globale, una voragine sulla quale tutti ci affacciamo, scavata dal fallimento di una presidenza che non riesce neppure più a compattare il proprio partito per passare una legge disperata, diretta a una situazione disperata.

E assiste impotente all'ammutinamento dei suoi parlamentari. Quando due terzi dei repubblicani alla Camera dei deputati (e un terzo dei democratici) hanno votato contro il "piano Bush" da 700 miliardi, accusandolo di essere "socialistico" (sic), un'accusa che mai avremmo immaginato potesse essere lanciata contro di lui, un caos aggravato dalla inutile sceneggiata del senatore McCain paracadutato su Washington a complicare le cose per pura propaganda elettorale, ha prodotto un panico sbigottito di fronte alla leadership politica americana allo sbando e ha afferrato anche chi lo aveva voluto e provocato. E ora promette di ripensarci e di gettare il salvagente nei prossimi giorni, dopo che le Borse avranno consumato altre fortune e banche europee come americane si saranno arrese.

Ancora più di una Pearl Harbor, come disse il superfinanziere Warren Buffet, questi giorni sembrano un secondo 11 settembre, e non necessariamente incruento, pensando alle migliaia di piccole tragedie umane che provocheranno. Fanno rivivere ore di una catastrofe alla quale nessuno è preparato, che molti avevano previsto senza fare niente per prevenirla e per la quale non si vogliono adottare soluzione e risposte serie e dolorose, che vadano oltre lo scaricabarile partigiano.

Ma se, nel suo orrore, la strage delle Torri Gemelle fece scattare il senso della coesione e dell'unità nazionale, questo Ground Zero della finanza, della liquidità, della Borsa, ha scatenato la reazione opposta e micidiale dell'anarchia totale. Ha mosso il panico della ribellione e del "si salvi chi può" di parlamentari di provincia preoccupati non di salvare i risparmi, le pensioni, il lavoro, il credito di aziende e di invidui, ma di salvarsi il seggio dal castigo elettorale promesso da cittadini furiosi e sbandati al pensiero di dover salvare i "pescecani" di Wall Street con i soldi delle tasse.

Il panico che ha assalito la Borsa alla conta finale della bocciatura della legge e che si estenderà nel gorgo vizioso degli altri mercati nasce, come ormai è impossibile negare, non dal crollo di questa o quella banca d'affari, ma dal senso di vertigine che assale guardando il vuoto che sta al centro di una potenza come l'America. Se due terzi del partito ancora teoricamente di Bush, il repubblicano, respinge con pretesti puerili ("il discorso della presidente della Camera Pelosi ha irritato i nostri deputati" tentava di spiegare uno dei leader dell'ammutinameto, il repubblicano Kantor della Virigina) il grido del proprio presidente che alle sette e trenta del mattino, un'ora senza precedenti in guerra o in pace, era andato in diretta per un ultimo appello, soltanto il vento della follia politicante e dell'opportunismo più sfacciato possono spiegare che cosa sia accaduto. Ed è incredibile che la "speaker" della Camera e i suoi capi regime non abbiano saputo contare le teste, prima di chiedere il voto.

Il piano Paulson, ministro del Tesoro, sponsorizzato da un Presidente impopolare e detestato da un partito che non lo volle neppure al proprio Congresso come nessuno fu dagli ultimi giorni di Nixon nel Watergate, non sarebbe stato un toccasana magico, ma un salvagente gettato ai naufraghi delle banche che annaspano e che stanno trascinando a fondo innocenti in tutto il mondo. Averlo respinto soltanto perché i sondaggi dicono che gli elettori dei repubblicani duri e puri della destra antistatalista non lo volevano, e per il reciproco, classico giochetto parlamentare di far votare agli altri quello che tu non vuoi, per avere gli effetti positivi della legge senza pagarne il prezzo, è stato un segnale di spaventosa irresponsabilità politica.

"Per salvare il proprio seggio hanno preferito punire la nazione" ha detto il presidente della commissione finanze della Camera, Barney Frank rispondendo alla spiegazione infantile dei repubblicani che sostenevano di avere votato contro perché irritati dal discorso fazioso della presidente della Camera, come se salvare il sistema finanziario fosse questione di buone maniere. Purtroppo, manca ancora più di un mese, 35 giorni, alla liberazione di quel voto del 4 novembre che dovrebbe bonificare l'aria dai fumi tossici di una campagna elettorale micidiale e in 35 giorni la voragine nel Ground Zero di questa catastrofe potrebbe ancora allargarsi.

Ma la dimostrazione di mediocrità provinciale, di anarchia, di ammutinamento egoistico offerta ieri dalla Camera degli Stati Uniti, rimarrà. E solleva il dubbio che la democrazia americana, e la responsabilità di guidare il mondo, siano una cosa troppo seria per essere lasciata a questa America moralmente e politicamente distrutta da otto anni di menzogne bushiste su tutto, dalle guerre alle torture all'economia "sana". L'America e il resto del mondo, sono costretti a continuare a pagare il conto di una "failed presidency", di una presidenza in bancarotta.

(30 settembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #7 il: Ottobre 03, 2008, 09:13:18 »

L'ANALISI

Palin-Biden, le pagelle dopo il duello


di VITTORIO ZUCCONI

 
Sarah Palin: 7

Il gioco delle aspettative le aveva posto davanti un'asticella da saltare alta cinque centimetri, ma lei l'ha saltata agilmente. Se il repubblicano John McCain entrerà alla Casa Bianca, la performance della sua badante Sarah Palin ieri sera dovrà essere guardata come il momento in cui la partita, oggi negativa per il vecchio, è cambiata. Può essere troppo tardi per salvare gli eredi di Bush dalla mazzata della recessione che sta arrivando puntuale sull'onda del disastro finanziario e che storicamente punisce il partito che occupa la Casa Bianca, ma Zanna Bianca in tailleur nero ha chiaramente vinto il duello individuale con il senatore Biden e contro il ridicolo che la stava soffocando. Quasi senza tirare il fiato, nell'asia di rigurgitare in fretta le lezioni che i suoi tutori le avevano trapanato in testa, con l'occhio a tratti sbarrato dal rimmel, dal nervosismo e dalla paura di commettere l'errore fatale, ha recitato la sua parte di ragazza pon pon del "Team McCain" approfittando di un formato che escludeva la possibilità del contraddittorio .

Ha fatto la mamma, la rifomatrice, la castiga-corruttori, la "figlia del popolo" che usa espressioni di blando slang da sacrestia, ha strizzato l'occhio al padre tra il pubblico, si è concessa battutine e frecciatine riprese dal copione di Ronald Reagan, ha naturalmente esibito il suo tenerissimo bambino down cullandolo a lungo e accarezzandolo a fine dibattito perché le telecamere la inquadrassero. Ha ripetuto con verve i versetti del corano repubblicano e ha offerto lo show che gli elettori e le elettrici che cercano qualsiasi pretesto per non votare per "l'uomo nero" volevano. Non sappiamo se abbia convertito gli scettici con la sua costanzte ripetizione di frasi fatte contro "l'ingordigia e la corruzione di Wall Street", quella Wall Street che fino a ieri i repubblicani celebravano come l'apoteosi del libero mercato in libero stato, o abbia confortato i nervosi nel proprio partito, e i primi sondaggi sono piuttosto neutri, ma ha detto che se McCain ha una chance, il suo nome è Sarah. Ha tutta la sostanza nutriente e le bollicine di una Coca Cola, ma questo è esattamente il suo compitino. Quello di essere "la pausa che rinfresca".


Joe Biden: 5

Neppure il momento di autentica commozione che gli ha stretto la gola per qualche secondo nel magone del ricordo della tragedia automobilistica che gli portò via la moglie e la figlia, lasciando il figlio tra le vita e la morte per giorni, riesce a togliergli quella patina di politichese professionale e risaputo in stile democristiano anni '50 che più di 30 anni sui banchi del Parlamento appicciherebbero a chiunque. I registi della campagna democratica lo avevano condannato a non essere se stesso, a non cadere nelle infantili provocazioni che la Ginger del vecchio Fred repubblicano gli avrebbe lanciato, a non essere paternalista, maschilista, logorroico, passionale, sarcastico, tutte le cose che lui è.

Il risultato è che la diligente scolaretta che ripeteva frasi fatte e lo sfotticchiava con l'aria studiata della birichinetta, è apparsa più spontanea di lui, che invece sapeva di che parlava. Il volto gli si contraeva in una sorta di smorfia quando ascoltava le garrule vacuità della Palin, ma gli ordini di scuderia erano come briglie di acciaio: non fare nulla che possa offendere le donne e spingerle alla solidarietà di genere attorno alla governatrice dell'Alaska, perché senza il voto delle donne, nessun candidato democratico può mai vincere.

Si poteva avere comprensione per la sua sofferenza di autentico specialista di politica estera nell'ascoltare l'altra storpiare i nomi di Iraq e Iran pronunciandoli alla burina Ai-rak e Ai-Ran, riprendere il vezzo di Bush di pronunciare "nucular" anziché "nuclear" o confondere il nome del nuovo comandante americano in Afghanistan, McKiernan con il generale nordista della Guerra Civile McClellan (1861). Ma non sono gli storici, i professori, gli studenti di dottorato, i consiglieri d'ambasciata o i mezzibusti televisivi a decidere la elezioni, sono coloro che pronunciano Ai-rak e "nucular" come lei e che bevono le sei lattine di birra che lei esalta come simbolo della americanità profonda. Il risultato è che il senatore Joe Biden è tornato a casa con le macchie di rossetto e l'impronta sui calzoni dei dentini della pit bull, che non è mai riuscito a scrollarsi di dosso.


Gwen Ifill: 4

La pur brava e apprezzatissima giornalista incaricata di reggere il dibattito e fare le domande ha offerto assist, non punizioni con l'effetto ai due politicanti che hanno sguazzato nell'evasione e nella aria fritta. Nel timore di apparire Obamaniana, (lei stessa nera) dopo la abile campagna lanciata dai megafoni della destra alla vigilia del dibattito per via di un suo futuro saggio sulla nuova generazione di leader politici afro americani, falsamente presentato come prova della sua faziosità, la conduttrice del telegiornale pubblico sembrava uscita da una desolante puntata di Porta a Porta.

Senza volerlo, ha dunque favorito la contendente meno preparata, con domande generiche e vaghe e ha meritato l'elogio di una sollevatissima Palin che alla fine ha esaltato questo tipo di giornalismo "softball", promettendo di non farsi mai più intervistare da quei giornalisti cattivoni che osano invece farle domande precise che qualche volte esigono risposte precise. E' riuscita a non fare neppure una delle domande più importanti: quella sul diritto di scelta delle donne che la Palin ha sempre sostenuto di voler eliminare, anche in caso di incesto o di stupro.

(3 ottobre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #8 il: Ottobre 07, 2008, 12:29:36 »

ECONOMIA    IL COMMENTO

L'altra strada dell'America

di VITTORIO ZUCCONI


WASHINGTON - L'angoscia che da giorni viviamo al risveglio e che ci manda a letto con l'incubo di alzarci senza futuro, senza casa e senza risparmi, non è la fine del mondo. E' al contrario il travaglio per partorirne uno nuovo e che questa sera, nel penultimo scontro fra il passato e il futuro, vedremo interpretato da McCain e Obama, ormai separati da un sensibile margine dei sondaggi a favore di Obama, stabile oltre il fatidico 50% dei favori.

L'America ha creato il "meltdown" politico e finanziario globale. L'America deve risolverlo, sbarazzandosi di chi l'ha reso possibile e indicandoci una strada nuova. Nessuna flebo di analgesico, neppure quella da 850 miliardi di dollari complessivi, potranno cambiare il fatto che questo travaglio non si concluderà fino a quando la nazione avrà partorito la nuova classe dirigente che ci dovrà guidare attraverso la recessione globale che la incompetenza strategica, economica e finanziaria dell'America morta del fondamentalismo liberista e neoconservatore hanno prodotto.

Ormai è l'economia, non più la sola finanza come si era cercato di spacciare anche in Europa, la partoriente in travaglio. "Ci vorrà tempo" ha detto ieri sera Bush. Ci vorrà soprattutto una leadership diversa.
Se tutte le campagne elettorali sono ormai esercizi per incantare i serpenti, agitando stracci o utilizzando attacchi personali come quelle che la strana coppia McCain-Palin ha deciso di scatenare per bloccare l'ascesa di Barack Obama nei sondaggi (53 contro 45, secondo Cnn ieri), vi sono momenti nei quali neppure il più abile degli illusionisti riesce a nascondere i trucchi. Le ricerche demografiche sono eloquenti: peggio va l'economia, più cresce Obama, perché McCain è visto come la continuazione del fallimento Bush.

Non c'è esercizio di "persuasione occulta" che possa distogliere gli occhi dai fatti: l'indice delle Borse americane, cioè il valore delle aziende quotate, è tornato al livello della fine 1999, dunque a nove anni or sono. I 75 milioni di americani che hanno risparmi, investimenti, pensioni, a Wall Street hanno perduto in media il 30% dei loro soldi soltanto dall'inizio di questo 2008, in dieci mesi. Una perdita alla quale di deve aggiungere quel 15 o 20% di valore perduto dal principale investimento di ogni elettori di classe media: la propria casa. Un "uno-due" micidiale, che colpisce coloro che meno potrebbero reggerlo, quei consumatori che hanno aperto linee di credito sul valore teorico delle proprie abitazione per alimentare i consumi, dalle automobili alle borsette, e che ora sprofondano in debiti che non sono più coperti, né dal gruzzolo in Borsa, né dal valore reale della propria casa, dunque riducono i consumi. Il punto dove finanzia ed economia, in una società a credito come quella americana, dominata per il 75% dai consumi privati, s'incontrano e si alimentano.

Di fronte a questa congiunzione viziosa fra credito e consumi, fra finanza ed economia, il sentimento che si diffonde è che sia finita un'epoca e un'altra debba cominciare, quella di un capitalismo responsabile, governato da adulti responsabili, non da vecchi collerici ed "erratici", come dice un efficace spot dei democratici, che fino a un mese addietro annunciavano la "solidità fondamentale dell'economia" e invocavano, come terapia per la sregolatezza, ancora più sregolatezza, più benzina per spegnere le fiamme.
Talmente sensazionale è il fallimento della cultura della destra repubblicana e del mito della riduzione fiscale come toccasana espandendo a dismisura le spese pubbliche anche con follie militari dissanguanti, e così stravagante la campagna elettorale di McCain e della sua valletta, la vaporosa Palin, che persino l'handicap centrale e potezialmente letale di Barack Obama comincia letteralmente a impallidire. La sua "negritudine", la sua visibile diversità radicale dalle 43 presidenze che hanno regnato nei secoli americani, diventa, da freno, un acceleratore di consensi, presso un elettorato che ormai ha chiaro soltanto un obbiettivo: cambiare e finalmente partorire il bambino di una nuova epoca.

Si deve tornare al 1932, all'anno in cui Herbert Hoover, inchiodato dalla sua famosa frase "la prosperità è dietro l'angolo" fu travolto da Franklyn Delano Roosevelt per ritrovare quel clima di ansietà, quel desiderio di cambiare rotta dopo otto anni di George "Manteniamo la rotta" Bush che persino il candidato repubblicano, McCain, ha dovuto farlo suo, dipingendosi come un "maverick", un cavallo sciolto, e come alfiere del "cambiamento giusto". Ma nel suo saltabeccare, nella sua associazione con personaggi quali il senatore Phil Gramm, suo consigliere economico principale e autore di un commento offensivo ("l'America è diventata una nazione di lagnoni") la sua credibilità si è andata sgretolando.

Il dibattito di questa sera, penultimo dei tre fra candidati alla presidenza, è l'occasione finale, prima che le scelte elettorali si solidifichino, per dimostrare quella "gravitas" presidenziale che il collasso dell'economia richiede. La "middle class" americana, non vuol sapere se in Iraq i 150 mila soldati ancora inchiodati al fronte stiano vincendo, perdendo o pareggiando, se Obama abbia avuto rapporti (già ben noti) con radicali di sinistra degli anni '60, quando lui era un neonato, e se il nuovo presidente si chiuderà in quelle sagrestie "valoriali" e bigotte nella quali i registi di Bush lo nascondevano per attirare la destra più arcigna e intollerante. E' di nuovo "the economy, stupid" a far vincere le elezioni, come Clinton si doveva ripetere.

Obama deve soltanto essere credibile, serio, professionale (sì, la politica è una professione che come tutte le professioni va esercitata bene). Deve far capire che con lui torneranno alla Casa Bianca gli adulti, non i fanatici o i dilettanti o gli amici di famiglia che hanno infestato l'amministrazione Bush e ora circondano, con tanti saluti al "cambiamento" propria la squadra di McCain, ma gli amministratori che seppere costruire, sopra il senso di responsabilità del vecchio Bush che sistemò il bilancio sfasciato da Reagan a costo di perdere le elezioni, il boom clintoniano degli anni '90. I cento milioni di famiglie americane che stanno soffrendo nel travaglio sembrano pronte, nel panico, a sottoscrivere il famoso motto di Deng Xiaoping: "Alla fine non importa che il gatto sia bianco e nero, ma che sappia prendere il topo".


(7 ottobre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #9 il: Ottobre 16, 2008, 06:55:19 »

LE PAGELLE DEL TERZO CONFRONTO

L'ultimo ruggito di McCain

Obama nervi d'acciaio


di VITTORIO ZUCCONI



JOHN MCCAIN 6
Ci prova, il re leone della casa di riposo, ci prova, ruggisce, sogghigna, attacca, si agita sulla sedia, tenta di graffiare, alza gli occhi al cielo, smentisce il Berlusconi alla Casa Bianca (come se sapesse chi è o che cosa ha detto) chiarendo una volta per tutte con tono indignato che "io non sono Bush" come se l'avversario gli avesse dato del molestatore di bambine, perché avrà anche lui 72 anni, ma almeno sa che affiancarsi al presidente più impopolare nella storia dei sondaggi è come tuffarsi in mare con una macina da mulino al collo.
Rimena l'aneddoto di "Joe the Plumber", Peppe lo Stagnino dell'Ohio, che ha tanta paura delle tasse di quel comunistone di Obama, alza il grido di ogni repubblicano quando si sente in gabbia, i democratici fanno "guerra di classe", e vincerebbe il dibattito se non cedesse alla tentazione di ascoltare le stolte sirene dei blog e dei network di destra che lo invitavano a riesumare spazzature da anni '60 da gettare sull'avversario.

Purtroppo per lui, cede nel finale, come accade ai vecchi campioni rimasti troppo a lungo sul ring, ridiventando il vecchietto petulante e brontolone che aveva nascosto bene e se neppure questa sua valorosa prestazione riuscirà a spostare la lancetta dei sondaggi schiacciati dal quotidiano bollettino della catastrofe economica, vuol dire che il calco per il bronzo presidenziale si è ormai consolidato.
Almeno è riuscito a tracciare un confine ideologico identificabile fra lui, conservatore anti tasse e anti aborto, e il suo avversario. Come avrebbe detto un famoso comico milanese, Gino Bramieri: dopo averne mangiato tre piatti ha capito che era risotto. Ma l'oste si sta avvicinando con il conto salato di otto anni del "più grande presidente della storia".

BARACK OBAMA 6
Deve avere azoto liquido nelle vene, perché non perde mai la sua coolness, la sua freddezza, neppure quando McCain cerca disperatamente di scaldarlo e di alzargli finalmente il termostato. Piaccia o non piaccia, questo avvocato di 47 anni a schiuma frenata interpreta la figura del possibile presidente nei momenti di crisi assai meglio del suo oppositore, che dà sempre l'impressione di essere sul punto di farsi saltare una valvola e bruciare le bronzine. Tanto più si avvicina il traguardo, quanto più diventa calmo e professorale nel suo tono paziente, da insegnante che deve spiegare a studenti della terza età i misteri della fisica quantistica.

I suoi sostenitori più appassionati vorrebbero che lui scattasse, che accettasse lo scambio di colpi, che desse soddisfazione alla collera che provano ascoltando qualche idiota repubblicano gridare "uccidetelo!" nei comizi dell'ochetta giuliva dell'Artico, la Palin, ma finora ha avuto ragione lui e il cronometro è il suo migliore alleato.
Gioca in difesa, e dei due è l'unico che ricordi il consiglio dei registi televisivi, di fissare l'obbiettivo della telecamera e creare l'impressione di rivolgersi a tutti gli stagnini, gli insegnanti, le donne, i colletti blu e soprattutto gli elettori ancora indecisi.

L'avversario che due settimane or sono lo ignorava e una settimana fa si riferiva a lui come a "quello là", ieri sera è stato costretto a trattarlo con rispetto e ancora una volta i sondaggi a caldo lo danno vincente, come se ormai fossero distaccati dai fatti. Il vento spaventoso di una recessione che potrebbe diventare depressione candeggia anche la sua carnagione così preoccupante per tanti americani e condanna un governo che, nonostante i tradimenti di McCain prima che il gallo canti, è da otto anni un governo repubblicano. Obama comincia ad avere attorno a sé l'aria della inevitabilità.

BOB SCHIEFFER 8
Finalmente, il moderatore si ricorda di essere un giornalista, non un maitre d'hotel, e che il suo compito non è quello di fare il pompiere, ma il piromane. Riesce ad accendere qualche fuochino, facendo quella domanda sul diritto di scelta delle donne che nessuno aveva osato porre e che disegna, in mezzo a vacue fanfaronate su tagli delle tasse che nessuno dei due potrà fare quano vedrà il Mar Rosso spalancato nel bilancio federale dall'uragano in corso, una chiara differenza fra i due, Obama favorevole all'interruzione di gravidanza volontaria fino all'ultime trimestre, McCain contrario. E' il migliore in campo, ma purtroppo è anche quello che non partecipa alla gara.

(16 ottobre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #10 il: Ottobre 28, 2008, 09:38:45 »

ESTERI - ELEZIONI USA 2008

Fin dall'inizio sulla corsa di Obama è gravata dalla paura di un attacco razzista

L'assassinio politico ha segnato le vicende politiche del paese

L'incubo della "jihad" bianca che può cambiare la Storia

Da Lincoln ai fratelli Kennedy, c'è sempre qualcuno pronto a uccidere il presidente

La Fox (che sostiene McCain) ha fatto uscire la notizia forse sperando in un effetto sul voto


di VITTORIO ZUCCONI

 
WASHINGTON - L'ombra che da sempre oscura il "sogno" di Barack Obama e che lo accompagnerà per sempre, per ogni minuto della sua presidenza se dovesse raggiungerla, riappare in un documento giudiziario in Tennessee, con il volto di due neonazi bianchi e di una possibile strage.

Lo dice una delle tante braccia del sistema di sicurezza nazionale americana, l'ufficio federale per il controllo di "Alcool, Tabacco e Armi da Fuoco", la Atf, chiamata in causa perché i due aspiranti imitatori di Harvey Lee Oswald e di Shiran Shiran, gli assassini di Kennedy, avevano progettato di svaligiare un'armeria e dotarsi di un arsenale per massacrare Obama e fare strage di ragazzi e ragazze neri in una scuola del Tennessee.

Mitomani, idioti ubriachi o strafatti, immaginari crociati di una jihad bianca e cristiana contro l'uomo nero, qualunque cosa fossero questi due good ole boys, questi vecchi bravi ragazzi sudisti, la loro storia emersa da un documento finora sigillato in un tribunale ripropone, ad appena sette giorni dal voto, la stessa domanda che si legge negli sguardi dei dodici apostoli, degli agenti del Servizio Segreto - molti dei quali neri di pelle come il loro protetto - che da dieci mesi circondano Barack Obama: in una nazione dove l'assassinio politico ha segnato la storia dei grandi e rivoluzionari movimenti civili, da quell'Abramo Lincoln freddato perché aveva osato affrancare gli schiavi, a Luther King, ammazzato perché aveva sconvolto le acque torbide dell'apartheid sudista. Qualcuno, là fuori, fra i proprietari di 200 milioni di armi da fuoco, sta ribollendo di collera e di terrore al pensiero che lo "sporco negro" possa diventare il Capo, e quindi il simbolo vivente, dell'intera nazione.

Non c'è neppure bisogno di essere uno di quei bravi soldati di pace, di quegli uomini e quelle donne che circondano Obama come picchetti umani pronti a incassare il proiettile destinato a lui, per sapere che dal primo giorno nel quale lui lanciò la propria sfida a 220 anni di storia del potere americano, il senatore dell'Illinois è stato, da qualcuno, da qualche parte, nelle anse più buie e malate del ventre americano, considerato un dead man walking, un condannato a morte, un uomo che vive una vita in prestito.

È perfettamente possibile che anche questo complotto di nazi, di klanisti, di imbecilli senza qualità, sia soltanto uno delle migliaia che ogni giorno Fbi, Servizio Segreto (il corpo incaricato della protezione per le alte cariche dello stato), sceriffi e polizie indagano, contro tutti, contro Bush come contro i sindaci dei più modesti villaggi, scoprendo che si tratta di folli millanterie o di pure espressione di malattie mentali. E che la notizia del possibile piano, diffusa per prima proprio da quella rete tv, la Fox, che più detesta e assale Obama, volesse sottolineare la "pericolosità" di eleggere un "morto che cammina" e magari piegare qualche indeciso a favore del vecchio usato sicuro, McCain.
 
E' stata proprio la Fox, e la macchina della propaganda repubblicana, ad alimentare per settimana la storia del rapporto fra Obama e un ex membro del terrorismo radicale di sinistra, e forse oggi spera di ricreare un processo di associazione psicologica.

Ma Barack Obama fu il primo, fra tutti i candidati, a ricevere la protezione del servizio segreto, nel gennaio scorso, segno che il governo federale temeva o sospettava quello che tutti, in tutto il mondo, abbiamo pensato quando abbiamo visto un uomo con la sua storia e il suo volto puntare a quella Casa occupata sempre e soltanto da uomini bianchi, in una nazione che ancora una generazione fa uccideva chiunque, neri, bianchi, cattolici, ebrei, protestanti, osasse riconoscere non il potere, ma i diritti civili minimi ai figli degli schiavi. E chiunque abbia frequentato gli ultimi e ormai sempre più idrofobi comizi anti-Obama di McCain e soprattutto della sua "pit bull col rossetto" e le giacche di Valentino, la Palin, ha visto e sentito i ruggiti di odio, non di semplice avversione politica, contro "il fottuto negro comunista terrorista islamico arabo", giusto per sintetizzare le litanie, e gli slogan, che si alzano come effluvi tossici da una parte della folla e che soltanto una volta McCain, (non la sua valletta) si sono sentiti in dovere di zittire.

Minoranze, questi che sono stati sentiti gridare "ammazzatelo" a quei comizi, pochi fanatici, certamente, perché la maggioranza di chi gli voterà contro non lo farà per ragione razziali o culturali, o almeno non lo ammetterà mai in pubblico. Anche due disperati in Tennessee, che addirittura avevano calcolato in 102 le loro vittime, pronti a morire, da bravi martiri del nulla della jihad neonazi, nella loro privata pulizia etnica, non sono nessuno, in una nazione di 305 milioni di persone, se non una pustola sulla pelle di un popolo che si prepara alla vittoria sensazionale e commovente del figlio di un immigrato keniano e di una ragazza del Kansas. Una "bufala" anche questa, come la grottesca storia del complotto di Denver durante la Convention? Può darsi. Ma se avessero arrestato Lee Harvey Oswald il giorno prima dell'assassinio di Kennedy, con un fucile comperato per posta, e il progetto di sparare all'auto presidenziale da un magazzino di libri a Dallas, probabilmente avremmo scritto, esattamente 45 anni or sono, che era un povero demente. Dimenticando, come la Sarajevo 1914 dovrebbe sempre ricordarci, che basta un demente con un'arma per cambiare la storia.


(28 ottobre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #11 il: Novembre 05, 2008, 06:51:57 »

ESTERI - ELEZIONI USA 2008

La rivincita dell'intelligenza

di VITTORIO ZUCCONI


Confesso qualche commozione molto poco professionale, e molto diversa dal cinismo che a volte noi giornalisti affettiamo, nell'ascoltare la network Fox, quella che disperatamente e sfacciatamente ha fatto campagna di calunnie e di montature contro Obama "il terrorista, marxista, mussulmano, radicale" e che mi sono crudelmente goduto per ore nel suo calvario, ha annunciato alle 23 di ieri che l'America avrebbe avuto, per la prima volta nella propria storia, un Presidente di etnia mista africana ed europea.

Nella sua vittoria, e nella insurrezione nazionale e pacifica contro gli otto anni del peggior governo repubblicano che l'America avesse conosciuto dal quadriennio di Herbert Hoover, il padre della Grande Depressione, c'è il riscatto non della sinistra contro la destra, non dei "migliori" contro i "peggiori", perché in democrazia non ci sono "superiori" e "inferiori" e il voto del Rettore Magnifico conta quanto quello del fattorino che gli porta il caffè.

Il successo di Barack Hussein Obama è anche qualcosa di più importante dell'ormai inevitabile riconoscimento che nel club più esclusivo del mondo, quello che ha visto ammessi soltanto 41 uomini bianchi (per 43 presidenze) in duecento vent'anni non potevano non entrare cittadini con volti, e domani con sesso, diversi e più simili al volto dell'America, è la rivincita dell'intelligenza e della preparazione sul mito dell'"uomo qualunque" e della banalizzazione delle istituzioni.

Non sappiamo, e nessuno lo può dire, se Barack Hussein Obama sarà un buon presidente, se riacciufferà l'economia americana dall'abisso nel quale sta precipitando e dove trascinerebbe anche noi (la produzione industriale americana in ottobre è diminuita del 26%, un quarto, questo per coloro che ci ripetevano che la crisi della finanza non era la crisi dell'economia reale), se ritesserà la maglia di amicizia e di stima internazionale che Bush ha lacerato nonostante la piaggeria degli inutili cortigiani alla Berlusconi, se sarà una delusione come Carter o un successo come il vecchio, prudente Bush.

Ma sappiamo che finalmente nello Studio Ovale siederà qualcuno che conosce la differenza fra un libro e una sega a motore, che non considera la cultura e la sintassi come espressioni di "fighettismo", secondo l'atroce neologismo caro ai duri e puri. Non uno "come me", ma uno migliore di me, capace di ascoltare, ma anche di riflettere e di circondarsi di persone delle quali non teme la concorrenza, perché non soffre di complessi di inferiorità.

Molto abbiamo detto, scritto e ascoltato, da mesi ormai, sulla straordinaria novità di un presidente afro americano, insieme bianco (la parte di lui che sempre si dimentica) e nero, ed è ovvia la lezione - anzi, la sberla - che la democrazia americana ha dato ai miserabili sfruttatori delle paure razziali e del provincialismo identitario che oggi purtroppo spadroneggiano in Europa. O che fecero dire in un telegiornale de La7 al Presidente della Camera italiana, onorevole Gianfranco Fini, che l'America non avrebbe mai eletto "un nero". Ma la promessa di Obama è più della etnia, della storia personale, della capacità di superare l'handicap di un nome tremendo come Hussein, è la stessa che fece di Kennedy l'uomo che fermò il mondo a un passo dall'olocausto nucleare leggendo e rileggendo "I cannoni d'Agosto" il libro di una storica americana, Barbara Tuchman, che raccontava come la guerra sia la marcia della follia verso il disastro. E rispondendo di no ai generali che raccomandavano l'invasione dell'isola.

L'elettorato americano ha punito il partito Bush, dando, insieme con la Casa Bianca, una schiacciante maggioranza di seggi si Democratici nella Camera e nel Senato. Ha respinto otto anni di mediocrità spacciata per grande visione morale, ha rifiutato offeso l'assurda candidatura di una governatrice di provincia che le donne americane hanno preso come un insulto, portato da chi - maschilisticamente - crede che le donne votino soltanto nel segno del loro genere e non nella scelta della persona migliore per loro stesse e le loro famiglie. Ma soprattutto ha detto che era stanco di essere trattato come un gregge di idioti contenti di essere governati da un compagno di bicchierate che li fa sentire meno stupidi. La democrazia non deve scegliere geni o premi Nobel ma neppure cadere nella tentazione del gioco al ribasso e all'instupidimento collettivo dei venditori di barzellette e di perline.
God bless America. Sia benedetta l'America che ha ritrovato la forza per credere nella democrazia e la persona per raccogliere in maniera civile e intelligente l'onda dell'antipolitica che anche qui si era alzata.



(5 novembre 2008)

da larepubblica.it
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« Risposta #12 il: Novembre 07, 2008, 10:12:25 »

Davanti alla tomba di Lincoln su un gigantesco cartellone le scritte della speranza

Appelli commossi, proposte d'azione e preghiere di salvezza e redenzione

A Washigton il muro degli ex voto

"Grazie Obama, ora salvaci"

di VITTORIO ZUCCONI

 
WASHINGTON - Il manifesto vivente degli ex voto anticipati scritti dai fedeli per chiedere a Obama la grazia di un miracolo ancora da fare, sta piantato esattamente nel cuore di tutte le tragedie e le speranze della storia americana, nel luogo dal quale parlò Martin Luther King e dove riposa Lincoln, fra i bronzi delle grandi vittorie e i muri delle malinconiche sconfitte.

Grande come un billboard, come un cartellone stradale, ma già insufficiente a contenere le preghiere dei devoti del nuovo Obama Cult, si riempie dei graffiti del mondo che qui vedo sfilare per lasciare il proprio segno in russo, in portoghese, in aramaico, in coreano, in ideogrammi cinesi, in katakana giapponese, in arabo, a volte con foto di vecchie coppie miste, bianche e nere divenute insieme grigie, finalmente riscattate dalla propria diversità, di bambini che non ci sono più, di caduti, di donne arabe velate, di vecchi che proclamano: "Ero viva quando governava Roosevelt e ora posso morire in pace", come scrive Ethan Hayes, dalla Pennsylvania, aggiungendo "anni 94".

L'idea del muro della speranza è venuta a un'organizzazione internazionale di attivisti per la pace, la "Avaaz", che pare significhi in hindi e urdu, "la voce", o il "suono", che ha eretto il cartellone bianco nel cuore del Mall, la spianata d'acqua e di prati che ospita tutti i segni e ricordi della storia americana, da Lincoln nel suo mausoleo neoclassico, alla ferita di marmo nero tagliata nella terra con i nomi dei 58 mila caduti in Indocina. E da mercoledì mattina si è coperto delle voci di chi vuol lasciare il proprio segno, la propria faccia, nei giorni di questa che sembra la "rivoluzione dei pennarelli", tra bambini delle elementari, sorvegliati dalle maestre attente a che i piccoli sciagurati non scrivano porcherie, e coppie di anziani, che arrivano qui davanti a firmare dopo essere andati a salutare il nome del figlio scolpito nel marmo dei caduti, come in un percorso dantesco di entrata e uscita dall'inferno. La religione dell'America, dietro il piagnonismo dei bigotti, resta questa, la religione dell'ottimismo e delle illusioni che si rinnovano.

La retorica della globalità evocata per queste elezioni presidenziali americane 2008 qui prende i nomi e il lessico del mondo. "Per favore, Obama, non punire il popolo iraniano per le colpe dei tiranni che lo governano", firmato Golberg Barzin. "Congratulazioni! Sono felice che tu abbia scelto di diventare presidente degli Stati Uniti e non fare altri morti", si entusiasma Rashid l'iracheno, che non deve avere le idee chiarissime su come si conquista, e non si sceglie, in una democrazia la carica di presidente. "Pasdravlàiem" complimenti, lascia scritto in cirillico un fan da San Pietroburgo che però non si firma, nel dubbio che Vladimir Putin e la sua onnipotente polizia politica non condividano la passione per Barack Obama.

"Assalamaleikum" gli augura Zainudin dalla Malaysia, "da un musulmano la speranze di lavorare insieme fratello per un mondo migliore", esprimendo un empito lodevole, ma che prima del 4 novembre avrebbe rischiato di risollevare lo spettro di quel suo secondo nome, Hussein, che aveva fatto sospettare a un terzo dei texani che Obama fosse "arabo", colpa imperdonabile.

Ai piedi dei tabellone, dozzine di pennarelli neri e rossi stanno sparsi o raccolti in ciotole di plastica, a disposizione di chi vuol aggiungere il proprio "io c'ero" e non soltanto l'atmosfera attorno a questo cartellone all'aperto è gioiosamente religiosa, come da gita in un santuario allegro senza reliquie di morti e mummie di martiri, perché qui non c'è un passato da invocare, ma un domani da sognare. Forse sarà soltanto un dettaglio da cinico viaggiatore, il mio, ma guardo con ammirazione tutti deporre i pennarelli dopo averli usati. A nessuno verrebbe in mente di metterselo in tasca, non più di quanto a un fedele in visita al santuario verrebbe in mente di fregarsi un cuoricino d'argento o la stampella di un risanato.

Non trovo scritte in italiano, ma occorrerebbero giorni per decifrare e leggere tutti i geroglifici che si accavallano su questa stele di Rosetta di carta e italiani ci sono, li osservo intenti a fotografarsi l'un altro davanti al tabellone cercando l'impossibile inquadratura che comprenda il soggetto umano, il billboard e l'altissimo obelisco in memoria di George Washington che chiude la spianata all'altro estremo, tra grida disperate di "non ci stai", "chinati", "spostati".

La gente si contorce e si infila a forza per trovare l'ultimo spazio fra il "Gratuleren" lasciato da Torben il norvegese e un brulichìo di "hangul", di caratteri coreani che si spera siano bene auguranti. Non mancano, naturalmente, gli scettici, gli infedeli, i non convertiti: "SALVATE LA VITA AI BAMBINI NON NATI" implora un anonimo, nello stampatello maiuscolo di chi vuol farsi sentire. E Jacqueline della Virginia lascia una sorta di minieditoriale evidentemente scritto fra i primi, quando ancora c'era spazio nel muro dei sogni: "Che Dio protegga e benedica l'America da questo sconosciuto che sarà il suo presidente" e conclude inquietante: "Attenti, il cambiamento non è sempre una cosa buona".

Siamo, in questa ressa allegra, a neppure cento metri dal "Wall", dal muro dei caduti in Vietnam e se due luoghi potessero riassumere il percorso fatto da questo Paese, fra l'abisso di quella guerra e la speranza di questa elezione, nessuno potrebbe farlo meglio. Il Muro del Vietnam scrive su coloro che lo guardano, lasciando i nomi dei caduti in sovraimpressione sulla carta premuta dalla matita contro il marmo. Il Muro della Speranza lascia che siano i turisti a scrivere sopra se stesso, perché è la storia ancora da scrivere.

La carta vergine del futuro. "Grazie, fratello mio, grazie, grazie, grazie" vuol lasciar detto uno dal Sudafrica, evidentemente troppo commosso per riuscire ad articolare un pensiero. "Ti ho aspettato tutta la mia vita e sei arrivato", annota con toni profetici un kenyano, mentre una classe di bambini tutti neri ride e si sgomita per lasciare fotografie incollate con lo scotch. "Siete di Washington" chiedo a un ragazzo. "No, siamo del Sudest" mi risponde. Ah, Georgia, South Carolina? "No, Sudest qui, dall'altra parte della città" e rabbrividisco. Viene dal ghetto della città, il Sudest, e si considera uno che alla città, a Washington, non appartiene. Ancora non ha capito che dal 4 novembre, anche lui vive qui, con noi, uno di noi.

(7 novembre 2008)
da repubblica.it
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« Risposta #13 il: Novembre 08, 2008, 09:11:19 »

IL PERSONAGGIO

Afrontare subito il pubblico: lo fece soltanto il presidente Kennedy con i topolini della stampa.

La battuta sul cane: sarà un incrocio come me

Un po' Clinton, un po' Reagan il nuovo stile della Casa Bianca


di VITTORIO ZUCCONI


 WASHINGTON - Poiché la presidenza americana è stile, prima ancora che sostanza, se guidare una nazione di nazioni come questa è capacità di parlare direttamente alla gente, prima ancora di pretendere di governarla, è davvero cominciato un giorno nuovo, negli Stati Uniti.
Uno nel quale il futuro presidente sa addirittura prendere in giro sè stesso, non gli altri, e promette di regalare alle bambine un cagnolino senza pedigree, un mutt, un incrocio di razze, "come sono io", sdrammatizzando con una parola sola tutta la retorica debordante del "nero alla Casa Bianca". E ricordarci, sorridendo, che tutti, al mondo, siamo mutt, incroci di razze diverse, come lui.
Per fare quello che soltanto il suo ovvio modello, Kennedy nel 1960, fece, affrontare subito, a urne ancora calde l'esame pubblico della conferenza stampa per dirci, implicitamente e quasi subliminalmente, che lui non ha paura di quello che lo aspetta e dunque neppure noi dobbiamo avere paura, ha scelto un giorno di nuovi, e spaventosi scricchiolii dell'economia americana. 240 mila disoccupati in più, un milione e 200 mila posti di lavoro scomparsi soltanto quest'anno, la General Motors che fa sapere di avere finito i soldi.
Lo fa non perché abbia soluzioni miracolose da offrire per raddrizzare il bilancio catastrofico ereditato dal predecessore Bush, oltre l'attesa promessa di un "stimolo" di una nuova pioggia di assegni e di riduzioni fiscali per la classe media, ma per indicare da subito quale sarà il proprio stile di governo, la "trasparenza" che aveva promesso, quella voglia di "assumersi le responsabilità".

Come Reagan giocava al buon padre che rimbocca le coperte ai bambini la sera, così Barack Obama vuol dare il senso, e non ancora la sostanza, che lassù, all'ultimo piano del potere, sta entrando un giovane adulto. Non più un vecchio ragazzo.
John F. Kennedy, che adorava il rischio delle conferenze stampa e si divertiva a bluffare con i giornalisti, attese appena 48 ore, dalla vittoria strettissima dell'8 novembre al giovedì successivo, il 10, per convocare la stampa e affrontare subito il problema della Guerra Fredda. Lui ha aspettato 72 ore per mostrarci che cosa sarà "l'Obama Style", il doppio volto di un uomo capace di voli retorici quando servono per eccitare la folla, "Yes we Can!", di autoironia, per smontare il "culto" del "nero" e ricordarci che lui è, come il futuro cagnetto, tanto bianco quando nero, ma anche di gelida serietà, quando la festa finisce e arriva il conto.

Lo "stile Obama" non è quello di Kennedy, del gattone che gioca con i topolini della "press" e magari mente, come fece JFK negando di avere problemi di salute. Il "presidente eletto" come vuole il suo titolo prima del 20 gennaio, semmai ricorda quello di Franklyn Roosevelt e del suo "la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa".
Obama è un centrista clintoniano, non quel "marxista in pectore" che la campagna avversaria aveva cercato invano di dipingere, un seguace di quel "parlare a sinistra e governare al centro" che Clinton, un altro che assaporava le conferenze stampa fino a quando fu costretto a parlare non di politica ma a mentire su "relazioni sessuali che non ho mai avuto", aveva adottato.

Governare al centro, per la classe media che è di operai come di impiegati e di "Joe l'Idraulico", è la sua proposta rivoluzionaria, dopo 8 anni di politica fiscale che aveva risucchiato la ricchezza proprio dalla classe media verso l'alto, senza ricadere. Riorientare la grande nave del governo federale verso i "paycheck" le buste paga, e non i dividendi o i bonus, è la prima cosa che ha detto ieri da "eletto", con quella serietà vellutata, ma ferrea, cordiale e distante, come vuole la "gravitas" delle istituzioni che è il suo "stile". Di uno che capito che questa terribile fine 2008 non è tempo di barzellette. Il coro muto dei clintoniani che gli facevano da sfondo, a cominciare dal suo nuovo capo di gabinetto, un altro prodotto di quella dura, cinica, realista "scuola politica di Chicago", Rahm Emanuel, era la testimonianza che il clintonismo senza Clinton è tornato alla Casa Bianca. Un Obama 1 che comincia a somigliare a un Clinton 3.

Chi ricorda le esitanti conferenze stampa di "W" Bush che le centellinava per paura, la rabbia torva di Nixon che gridava "non sono un mascalzone", sapendo di esserlo, il tedio mortifero dell'ingegnere Jimmy Carter che passava dal misticismo alla pignoleria del tecnico che spiega il funzionamento di un reattore, non può non rallegrarsi che alla Casa Bianca sia tornato qualcuno che avvicina l'abilità comunicativa di Reagan, la composta serietà di Bush il Vecchio, la capacità di sorridere, quando è giusto farlo, di Kennedy, discutendo anche del cagnetto per le bambine.
Scelta per la quale, "ho consultato ex presidenti e il presidente in carica", il cui terrier ieri ha morso la mano di un reporter, forse geloso del futuro "first dog" che lo soppianterà, del nuovo "cane supremo" e allegramente "bastardini".
Anche chi gli aveva votato contro, pensando all'arrivo di un ideologo con piani quinquennali in tasca, ha visto che alla Casa Bianca non è arrivato soltanto un uomo giovane, snello ed elegante. Ma qualcuno che invece di provare pietà per i poverelli, come proclamava Bush il "conservatore compassionevole", sa che la macchina del governo, la sola lobby dei senza lobby, deve riportarli al centro del proprio lavoro. O rischiare di distruggere il "sogno" di tutti, non soltanto quello, ora finalmente realizzato, di Martin Luther King.

(8 novembre 2008)

da repubblica.it
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« Risposta #14 il: Dicembre 30, 2008, 05:32:57 »

IL COMMENTO

Due strade per Obama


di VITTORIO ZUCCONI

 

Per l'uomo chiamato Hussein, che fra tre settimane erediterà il trono americano, nessuna prova potrebbe essere più spietata di quella che l'esplosione di violenza a Gaza gli presenta. Neppure la crisi globale va diritta al cuore di ciò che lui è, di quel che vorrebbe essere e soprattutto di quello che il mondo ha sperato che egli fosse, un uomo davvero della Provvidenza, portatore di pace dopo troppi anni di attrazione fatale per la guerra. "Yes, we can" era stata la sua promessa, sì, possiamo.

Anche vincere la pace impossibile, possiamo? Viene quasi il sospetto che le "ingiustificate" (l'espressione è del presidente francese Sarkozy) provocazioni di Hamas con il lancio dei razzi katjusha su Israele e la scontata quanto "sproporzionata" (di nuovo Sarkozy) rappresaglia israeliana, siano state, se non un cinico test, un modo per mettere subito Barack Hussein Obama di fronte a quella catastrofe che tutti i presidenti americani del dopo guerra mondiale, da Harry Truman a George W. Bush, hanno dovuto affrontare. Lasciandola sostanzialmente, crudelmente intatta al proprio successore.

Ogni presidente americano, dalla prima guerra del 1947 combattuta per salvare quella che allora era l'ipotesi di uno stato ebraico fino al massacro in atto in quell'anticamera di inferno che è la striscia di Gaza, ha conosciuto attorno a quei fazzoletti di terra la misura del proprio fallimento. Ci sono stati presidenti che possono vantare o millantare di avere vinto la Guerra Fredda, di avere riportato la Cina sotto la tenda della comunità internazionale, di avere contribuito a spegnere l'incendio irlandese, di avere strappato la Jugoslavia dal precipizio del genocidio. Ma nessuno può dire di avere fatto più di quello che fece Jimmy Carter nel 1978 con il trattato di pace fra Egitto e Israele che ebbe il merito di impedire, da allora, almeno la guerra aperta fra le nazioni arabe e lo stato ebraico.

Ora tocca a Barack Hussein Obama, colui che concentra nel proprio certificato di nascita tutto l'intreccio globale di etnie, credenze, lingue, terrori, aspirazioni. Sulla base di quanto lui disse durante la campagna elettorale, e sulle indicazioni che vengono dalla scelta di ministri e consiglieri, per il Palazzo di Vetro, si capisce che il nuovo presidente intende riprendere quel filo che Bill Clinton tese a Camp David negli ultimi giorni della sua presidenza nel 2000 e che proprio il suo quasi omonimo premier israeliano, Barak, ma soprattutto Arafat, lasciarono cadere quando la soluzione pareva finalmente tessuta.
Dalle parole che Obama pronunciò in campagna elettorale, dichiarando la propria fedeltà a Israele e affermando il diritto a proteggere i propri cittadini (ma se il diritto non è mai in discussione è la "maniera" con la quale lo si esercita che disturba anche Sarkozy) sembra evidente che egli sceglierà le due strade che Bush aveva sostanzialmente abbandonato, la diplomazia forte e muscolare, irrobustita da interventi in prima persona. La presenza di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato garantisce che la responsabile della diplomazie tenterà di trovare, nel conflitto in Medio Oriente, quella gloria personale che farebbe di lei una nuova Kissinger e un sicuro nuovo Nobel per la Pace, ora che la Casa Bianca è per sempre fuori dalle sue ambizioni. Affiancare il proprio nome a una soluzione arabo-israeliana sarebbe il solo legittimo modo per brillare di luce propria, senza oscurare il proprio datore di lavoro, il presidente, e questa è per lei una motivazione formidabile. Susan Rice, inviata all'Onu, è una allieva di quel Zbigniew Brzezinski che fu, alle spalle di Carter, l'architetto della pace israelo-egiziana e fu per decenni irriso dalla neo destra rampante come un imbelle colombo.

Ma la chiave della porta sbarrata è lui, Obama. Lui, prima dei ministri e dei collaboratori, deve mettersi in gioco. L'esperienza insegna che senza una forte, coraggiosa e rischiosa partecipazione del "numero uno", di colui che incarna l'impero americano, le missioni e le mediazioni producono cerotti, mai suture. E questo è quanto il nuovo presidente ci ha promesso senza mezzi termini, parlare con tutti, ovunque, con la necessaria preparazione, ma senza precondizioni, estendendo all'intera regione, ai burattinai che nascostamente alimentano una tragedia politicamente (e finanziariamente) assai reddittizia per quei despoti in cerca di alibi, il pressing politico dell'America forte del suo nuovo prestigio. Una promessa che le imminenti elezioni israeliane, convocate per sostituire il premier caduto nel doppio fallimento della propria integrità personale e nella conversione a un processo di pace finito in due guerre, Libano e ora Gaza, renderà specialmente difficile, se la vittoria del "falco che ritorna" di Benjamin Netanyahu favorito dai sondaggi riporterà la destra intransigente al potere in Israele.

Qui si vedrà se l'arte della "triangolazione" che Obama ha imparato da Clinton, dire una cosa e farne un'altra, parlare a sinistra per lavorare a destra, restando lui alla base del triangolo, resisterà al test di un conflitto che non tollera sfumature e "vede" i bluff a colpi di razzi e cannonate. Un lato già è stato solidificato, quando ha dichiarato il proprio sostegno totale a Israele e al suo diritto di esistere. L'altro lato, il versante arabo-palestinese, rimane ancora da costruire, prima che la nuova tracimazione di sdegno e di odio arabi venuta dalla strage di Gaza rianimi la crociata jihadista globale. Il silenzio che l'uomo chiamato Hussein ha finora opposto a chi avrebbe voluto sapere di più, nascondendosi dietro il diritto alle vacanze e alla regola "dell'un presidente solo per volta" è il segno della sua leggendaria prudenza e di quella riflessitività che lo aiutò a non cadere nelle trappole elettorali. Tra 21 giorni, il silenzio non sarà più accettabile e sarà lui a dover affrontare l'enigma che nessun predecessore ha sciolto, giocandosi la riserva di carisma globale che il mondo gli ha riconosciuto sulla parola. Ma la guerra infinita non onora cambiali e gli ha presentato in anticipo il conto.

(30 dicembre 2008)
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