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Autore Topic: Walter VELTRONI. -  (Letto 13181 volte)
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« il: Ottobre 16, 2007, 11:52:38 »

Il tesoretto di Walter

Michele Ciliberto


Mi sono divertito a rileggere le varie previsioni di voto apparse sui giornali di domenica - a cominciare dall’autorevolissimo Corriere della Sera - ad opera di sondaggisti, politologi ed altri esperti di varia umanità. Al massimo - nel caso di Andrea Romano su la Stampa - si prevedeva una affluenza di due milioni, anche sulla base di curiose giostre sofistiche sul grande numero di candidati e sul codazzo di parenti che li avrebbero sostenuti aumentando, su base biologica, il numero dei votanti.

Naturalmente c’è poco da ridere di fronte a tanta distanza tra «società» e «politica», tra «paese reale» e «paese legale», per riprendere due espressioni classiche. Eppure, le avvisaglie di quello che poteva accadere erano sotto gli occhi di tutti: dalle primarie per Prodi, non c’è stata occasione nella quale la gente non abbia fatta sentire la sua voce, quando è stata chiamata ad esprimersi per eleggere, ad esempio, i propri amminstratori.

Proprio sulle colonne di questo giornale si è sostenuto che lo stesso successo di Grillo non andava interpretato in termini di qualunquismo o addirittura come un ritorno di pulsioni di tipo fascistico; ma, piuttosto, quale espressione - distorta, certamente - , di una voglia di partecipazione, di essere presenti, di far sentire la propria voce, come dovrebbe essere normale in democrazia. Né va dimenticato - per capire quanto è successo - l’importante lavoro che è stato compiuto nell’ultimo anno aggiustando il tiro strategico del Partito Democratico e anche di queste primarie con la preparazione di liste nelle quali hanno trovato spazio significativo (non voglio dire sufficiente) donne,giovani, esponenti di quello che si chiama (con un termine un po’ rozzo) società civile. È un segnale di novità che gli italiani, votando in maniera così ampia, hanno evidentemente apprezzato.

Ma di questo, come dice il poeta, sat prata bibere. Mi interessa invece sottolineare un altro punto: è ora che comincia la parte più dura e impegnativa dell’impresa, se i «governanti» vogliono rispondere responsabilmente alle richieste che gli elettori hanno fatto loro con questo voto. E dicendo questo non mi riferisco solo al lavoro che andrà fatto per definire in modo più netto e conseguente il profilo ideale e politico del Partito che sta nascendo. Mi interessa sottolineare un altro punto che considero cruciale. In queste ore tutti hanno sottolineato che la partecipazione è stata la cosa più importante; ed è vero. Si è trattato di un gesto politico, nel senso più forte della parola; non, semplicemente, di una nobile testimonianza (senza nulla togliere a manifestazioni di questo genere). Un gesto - occorre aggiungere - assai meditato, basato sulla scelta tra varie liste, tra molti candidati.

Ma è proprio qui che sorge, a mio giudizio, il problema centrale: esso consiste nell’individuare, ora, un nesso organico,e continuativo, tra partecipazione e rappresentanza, tra questa voglia di partecipare e di contare e le «forme» che il nuovo Partito deve darsi. Insisto: un nesso organico e continuativo - non rapsodico e temporaneo - stabilendo un circolo virtuoso tra rappresentanza e partecipazione e mettendo, in questo modo, su basi sicure il nuovo Partito. È, naturalmente, un problema di regole e, quindi, di scelte statutarie che, in un momento come questo, diventano decisive. Ma è, al tempo stesso, una questione di volontà politica; ed è su questo terreno - di natura squisitamente democratica - che si parrà la «nobilitate» della leadership del nuovo Partito. È questo - il nesso tra rappresentanza e partecipazione - il problema dei problemi da risolvere, se non si vuole che una così eccezionale partecipazione si ripieghi progressivamente su di sé, fino ad esaurirsi.

Non sarà facile, ci vorrà del tempo per avviare questa strada; e come si sa, il tempo in politica è decisivo. Per questo trovo oziose - e anche un po’ curiose - le varie esercitazioni sui rapporti tra Prodi e Veltroni, tra il governo e il nuovo Partito democratico - una sorta di nuovo tormentone che ci perseguiterà - temo - per molto. Non è difficile, infatti, prevedere che su punti anche significativi ci saranno diversità di punti di vista ,ed anche tensioni, fra governo e Partito Democratico. È un fatto normale, sarebbe strano il contrario, a meno di non voler condannare al declino il Partito che nasce. Anzi,è prevedibile che il Pd si muoverà con tutte le sue energie per rendersi visibile, per manifestare i propri punti di vista e le proprie posizioni. E ciò anche per rispondere, in modo adeguato all’investimento che gli elettori hanno fatto su di esso: si tratta, in senso proprio, di un problema di responsabilità democratica. Ed è un punto che il Governo, e Prodi per primo, devono avere chiari: non sarà necessariamente sempre un idillio,quello che li attende.

Ma in democrazia questo è un fatto ordinario, ed è addirittura auspicabile. Grave sarebbe se Partito Democratico e Governo si muovessero in direzioni divergenti, sulla base di diverse strategie, di programmi differenti. Ma, allo stato degli atti, è difficile - se non impossibile - che questo accada: nè Veltroni, tanto meno Prodi hanno reali motivi politici per muoversi in questo senso; anzi, non hanno alcun interesse per farlo, almeno in questo momento. Sia l’uno che l’altro hanno bisogno - per motivi diversi - del «benefizio del tempo» (come direbbe il Segretario fiorentino). E con questo il discorso potrebbe anche chiudersi, se non fossero in campo altri attori di cui tener conto.

Per questo stesso motivo, infatti - specularmente rovesciato - il centrodestra - , e in modo particolare Berlusconi e Fini, aumenteranno energicamente la pressione sul Governo, sforzandosi in tutti i modi di farlo cadere,a cominciare dalla battaglia sulla prossima legge finanziaria. Anche questa è una facile previsione: il clima nelle prossime settimane è destinato a peggiorare, perché sia Berlusconi che Fini sono consapevoli che con la costituzione del Partito democratico si è arrivati ad un passaggio decisivo, dopo il quale niente più sarà come prima. O riescono a bloccare questo processo o rischiano di vedere esaurire la loro «figura» politica ed erodersi, oltre a vedere erodersi mese dopo mese,il vantaggio elettorale che hanno accumulato in questo periodo, anche per gli errori politici della coalizione che sostiene il governo.

Come sempre, tutto si tiene: la nascita del nuovo Partito - ed è questo il punto centrale - avvia un mutamento di tutto il quadro politico,destinato ad agire sia sul sistema che sui singoli attori. E questo sia a destra che a sinistra, rimodellando tutto lo schieramento sia politico che parlamentare. Si tratta di un fatto positivo per la democrazia italiana,della quale già si risentono gli effetti su entrambi i lati dello schieramento: a sinistra con le varie discussioni sulla «cosa rossa»; a destra con i discorsi abbozzati,a corrente alternata,ora da Fini ora da Berlusconi (l’Udc, ed anche la Lega, si muovono su un’onda diversa). Ma non bisogna farsi molte illusioni sulla speditezza di questi processi, specialmente per quanto riguarda la destra. Berlusconi - per riprendere la citazione di prima - di tutto ha bisogno, in questo momento, fuorché del «benefizio del tempo»; deve cercare di chiudere la partita, il prima possibile: non ha alcun interesse a un rimodellamento sistemico del quadro politico, tanto meno a una nuova legge elettorale. Vuole solo, il prima possibile, chiudere il conto: e per questo è pronto ad usare tutte le armi, nessuna esclusa, a sua disposizione. Nei prossimi giorni ne vedremo di tutti i colori; anzi abbiamo già cominciato a vederle: l’unica cosa che Il Giornale è stato capace di scrivere è che le primarie di domenica sono stare truccate. Non sono battute da sottovalutare : rispecchiano con immediatezza gli umori - e i pensieri - del padrone del quotidiano.

È su questo che occorre concentrare l’attenzione, senza cadere nella trappola dei falsi obiettivi e delle inutili polemiche: perché è di qui che verranno,nei prossimi mesi, gli attacchi più violenti e più insidiosi al governo Prodi; né c’è da dubitare del fatto che il Partito democratico sarà in prima linea a sostenerlo con le forze di cui dispone. E così farà per un periodo non breve,sia pure esprimendo - simultaneamente, e con energia - la propria funzione e il proprio ruolo, sia sul piano dell’iniziativa politica che su quello dei gesti simbolici. Tale è, per ora la situazione. Quando poi saranno superati questi scogli - e il sistema italiano si sarà assestato in modi nuovi, anche con la costituzione di un nesso organico, e continuativo, tra rappresentanza e partecipazione - allora, e solo allora, chi avrà più filo lo tesserà...

Pubblicato il: 16.10.07
Modificato il: 16.10.07 alle ore 12.56   
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« Risposta #1 il: Novembre 11, 2007, 04:51:32 »

Il coraggio di una donna

Walter Veltroni


Era una donna coraggiosa, Giglia. Coraggiosa, attiva, combattiva e insieme appartata: se ne è andata in silenzio chiedendo a tutti i suoi di circondare la sua malattia e l´improvviso peggioramento nel più totale riserbo. Era una suo tratto e l´abbiamo rispettato. Di Giglia Tedesco, dei suoi ottantun´anni - i suoi ottanta li abbiamo festeggiati proprio in Campidoglio - passati tutti immersi nell´impegno e nella passione politica, mi piace ricordare l´ironia.

L´ironia con cui affrontava anche le cose importanti (soprattutto le cose importanti), e la sua instancabile voglia di cambiare. Apparteneva a quella generazione di dirigenti politici che avevano costruito la nostra democrazia, lei con la sua storia particolare, con la sua provenienza dall´impegno cattolico, condiviso col marito, l´indimenticabile Tonino Tatò, aveva sempre portato nella politica passioni e convinzioni forti. Il terreno su cui più si era impegnata era certamente quello delle donne. Aveva saputo dopo le tante lotte per l´emancipazione e l´eguaglianza femminile, in un´Italia che su questo terreno scontava un terribile ritardo, confrontarsi anche con femminismo. Per molte della sua generazione non fu facile, ma lei ci riuscì in pieno proprio grazie alla sua curiositàe alla consapevolezza che quel partito ­ a cui era profondamente legata, che era la sua casa ­ aveva ancora molta strada da compiere.

Così noi più giovani trovavamo in questa donna che guardavamo con un po´ di reverenza e di timore, un´amica sempre pronta a discutere, a capire, a cercare qualcosa in più.

Lei e Tonino conoscevano le culture nuove, guardavano con curiosità ai cambiamenti e alle spinte dei giovani. Chi non la conosceva bene forse l´aveva sottovalutata schiacciandola in questa dimensione di moglie dell´uomo più vicino a Berlinguer. Era una sciocchezza: Giglia era una dirigente a tutto tondo, con convinzioni personali, con una propria cifra politica.

Così nelle occasioni di svolta, cominciando dall´89, è stata protagonista sempre in prima linea, spingendo per i cambiamenti che lei giudicava necessari, cercando di convincere quanti tentennavano (e, ad esempio nella sua generazione ve n´erano diversi) del passo che andava compiuto. Fu, in quelle svol\molo per tutti, con i suoi interventi, con quell´autorevolezza appartata e con l´equilibrio che tutti le riconoscevano o anche semplicemente con le sue battute cariche di un´ironia che non era disincanto ma passione, in questo così romana.

Con Giglia avevamo parlato spesso del nuovo partito da costruire. Lei che si era sempre battuta perché le donne contassero in politica, perché in Parlamento e nei partiti ce ne fossero molte partecipava a questa nuova sfida con passione e speranza. Quando ci siamo impegnati - e non per forma ma per sostanza - perché nel Partito democratico le donne ad ogni livello fossero almeno la metà l´abbiamo avuta vicino.

Avevo pensato a lei quando abbiamo annunciato che nell´esecutivo del Pd c´era una maggioranza di donne. Mi ero detto, ecco una cosa che farà piacere a Giglia. Una rivincita senza acrimonia per le donne di una generazione che si erano viste sempre piccola minoranza nelle istituzioni e nei partiti.

Siamo solo all´inizio di quel cambiamento che lei aveva condiviso con noi. Continueremo a pensarla ogni volta che riusciremo a segnare un risultato sulla strada del cambiamento, del rinnovamento della politica di un´accresciuta presenza e forza delle donne.

Pubblicato il: 11.11.07
Modificato il: 11.11.07 alle ore 15.00   
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« Risposta #2 il: Novembre 21, 2007, 03:19:15 »

CRONACA

Per il consigliere Nieri nessun patto tra Biscione e tv di Stato, ma solo normali consultazioni

Rizzo Nervo, del cda di viale Mazzini: "Dopo le rivelazioni di Repubblica i dirigenti si devono dimettere"

Intercettazioni, querele e inchieste

Veltroni: "Calpestato il servizio pubblico"

La Commissione parlamentare di vigilanza: "L'indagine farà chiarezza"

Il ministro delle Comunicazioni Gentiloni: "Affiora un clima collusivo"

 
ROMA - Querele, inchieste, reazioni politiche durissime e richieste di dimissioni. Sta provocando un vero e proprio terremoto la pubblicazione su Repubblica di oggi delle intercettazioni del "patto" tra Rai e Mediaset nel trattare informazione politica e altri grandi eventi. Mediaset annuncia querele, la Rai un'inchiesta interna, mentre il centrosinistra, con Walter Veltroni, parla di "fatto gravissimo" e di un "servizio pubblico umiliato".

Chi invece cerca di smentire tutto è Gina Nieri, consigliere di amministrazione Mediaset: "Siamo alle stupidaggini: che Rai e Mediaset si facciano concorrenza è sotto gli occhi di tutti 72 ore al giorno. Detto questo, è evidente che, come accade nei giornali, i direttori si chiamino, si consultino". Ma in viale Mazzini, la questione viene presa molto sul serio ed è già partita un'inchiesta interna. E si muove anche il governo. "C'è un clima collusivo - dice il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni - All'ombra del duopolio affiora un clima collusivo che non mi pare edificante per il servizio pubblico e per la sua autonomia". Mentre il membro del Cda Rai Nino Rizzo Nervo si spinge a chiedere le dimissioni dei dirigenti e dei giornalisti Rai coinvolti nelle intercettazioni telefoniche.

Sul fronte Mediaset, invece, arriva l'annuncio di azioni giudiziarie. "Come al solito - dice Gina Neri - vengono fuori intercettazioni che non c'entrano niente con l'indagine principale", quella della vicenda Hdc, la società dell'ex sondaggista Crespi. "I nostri legali stanno predisponendo le querele. Quando ci sono notizie come la morte del Papa o le elezioni amministrative - continua il consigliere di amministrazione - è normale che ci sia una consultazione. Penso che i De Bortoli, i Mauro si sentano ogni qualvolta ce ne sia bisogno. Tanto rumore per nulla".

Una versione minimalista, quella fornita da Mediaset, che non convince la Direzione generale della Rai, che con un comunicato ha reso noto di aver già aperto un'indagine interna, annunciando l'intenzione di costituirsi come parte lesa. Una scelta che ha trovato l'approvazione del presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai Mario Landolfi che chiede però "di evitare strumentalizzazioni politiche".

(21 novembre 2007)

da repubblica.it
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« Risposta #3 il: Novembre 24, 2007, 05:03:08 »

Una battaglia di civiltà

Walter Veltroni


Ogni giorno le donne muoiono più per la violenza fuori e dentro la famiglia che per malattie o incidenti. Ed è così in tutto il mondo, senza distinzioni sociali, etniche, culturali. A tutti, anche a quanti spesso dimenticano questa realtà, lo ricorda oggi questa giornata mondiale contro la violenza.

È una violenza che vive nella sopraffazione e nella violazione del corpo e dell’anima delle donne, si manifesta per mano del partner o nelle strade dell’insicurezza urbana: è una violenza che si radica nel cuore di chi l’ha subita, difficile da estirpare, fatta di umiliazione e vergogna, di silenzio e di paura.

Lo sanno bene tutti coloro che quotidianamente si occupano del sostegno alle donne vittime di violenza, penso ai centri e alle case antiviolenza, ai servizi degli ospedali e dei comuni, alle forze dell’ordine: migliaia di donne e di uomini che combattono una battaglia di civiltà e di legalità, e che non vanno lasciati soli dalle istituzioni e dalla politica. Non è facile aiutare una donna che ha subito violenza, ma anche noi possiamo fare la nostra parte, innanzitutto parlandone, abbandonando l’indifferenza, ricomprendendo la dignità delle donne nella scansione dei nostri valori. Dare al Paese una nuova identità maggiormente condivisa, avviare una nuova stagione sono obiettivi che non possono prescindere dall’affermazione della libertà femminile come condizione della libertà di tutti. Ne è un esempio la strategia per la sicurezza che, lungi dall’essere esclusivamente repressiva, deve saper cogliere il sentimento di inquietudine e insicurezza che attraversa le nostre città.

L’esperienza delle donne ci parla di una sicurezza umana, di interventi dolci, di città amiche, del desiderio di potersi sentire sicure, e dunque libere, di giorno come di notte, nel centro della città come nelle periferie. Ci dice che il rispetto del corpo è la prima forma di legalità e che il progetto di vita di ciascuno non può essere interrotto, talvolta fino alla morte, in nome di relativismi etici o presunti superiorità naturali, che non possono avere spazio nella civiltà di un mondo dal destino comune. Per questo la battaglia contro la violenza alle donne è figlia del cammino mai interrotto per l’affermazione dei diritti umani delle donne come diritti universali.

Ci vuole coraggio e determinazione per costruire la società della convivenza, per consolidare diritti e doveri nelle coscienze, per abbattere il muro dei fondamentalismi di ogni cultura. Battaglia delle idee, fermezza nel perseguire il crimine, crescita della coscienza civile, nuova legislazione sono gli ingredienti di un nuovo patto fra uomini e donne per la dignità e la libertà.

Non c’è tempo da perdere, è il tempo delle decisioni. Lancio un appello a tutte le forze politiche perché il Parlamento approvi rapidamente le nuove norme contro la violenza alle donne, a partire da quelle contro le molestie persistenti e contro l’omofobia. È urgente una nuova legge che abbia al centro la prevenzione, il contrasto e il sostegno alle vittime, che si doti di strumenti come un osservatorio permanente, che coinvolga in un monitoraggio attivo centri, associazioni, istituzioni, enti locali. E occorrono finanziamenti adeguati.

Ma le leggi non bastano se non cambiano cultura, mentalità, senso comune, se non vive una nuova responsabilità sociale verso le donne, dalla scuola al sistema dei media.

Oggi molte donne parteciperanno alle iniziative nelle piazze e nelle strade d’Italia e del mondo. Saremo con loro dovunque ci saranno azioni e parole per sconfiggere la violenza contro le donne con le nostre proposte, aperti al dialogo, fermi nella convinzione che la dignità delle donne è lo specchio della civiltà di una nazione.

Pubblicato il: 24.11.07
Modificato il: 24.11.07 alle ore 12.59  
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« Ultima modifica: Gennaio 02, 2012, 03:22:49 da Admin » Loggato
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« Risposta #4 il: Novembre 26, 2007, 10:37:44 »

Controcorrente L’ex dg della Rai ulivista e il caso delle intercettazioni

Celli: chiamate dei politici in Rai? Sempre state


ROMA—«Questa storia delle intercettazioni è come un fotogramma di un film. Se lo si taglia e lo si isola, assume un significato. Se invece lo si inserisce in una lunga sequenza allora si capisce che siamo di fronte alla parte di qualcosa che è sempre esistito…». Parola di Pier Luigi Celli, oggi direttore generale della Luiss ma ex direttore generale della Rai dell’Ulivo sotto la presidenza di Roberto Zaccaria, scelto perché «gradito» a D’Alema e uomo di centrosinistra («lo ero e lo sono, non ho cambiato idea»). Dunque queste intercettazioni non hanno stupito il predecessore di Claudio Cappon…. «Le telefonate dei politici alla Rai ci sono sempre state, sarebbe un’ipocrisia negarlo. E quindi sarebbe interessante se si potessero esaminare altre intercettazioni, quelle legate al passato. Perciò faccio il discorso del fotogramma».

Ma qui si immagina una commistione Rai-Mediaset con un unico beneficiario, Silvio Berlusconi, e con una Rai piena di uomini «vicini» al Cavaliere. «La faccenda indubbiamente appare rilevante poiché riguarda la guida dell’informazione. Se fosse provato, sarebbe gravissimo. Ma circa i contatti col concorrente… se giurassi di non aver mai sentito Fedele Confalonieri non sarei sincero. Anzi, mentirei». Vi sentivate per dar vita a «Raiset»? «Macché. Ma due gruppi concorrenti come Rai e Mediaset possono confrontarsi sulle grandi strategie industriali. Succede ovunque». Se lei fosse ancora direttore generale sospenderebbe Deborah Bergamini? «Bisogna essere molto cauti e chiari. La certezza del diritto va rispettata. Non ci si può stracciare le vesti a corrente alternata né indignarsi a seconda di chi sono i bersagli. Certi criteri devono valere sempre. Vedo che si infuriano molti personaggi "benedetti" e graditi a tante parti politiche». Parla del centrosinistra? «Del centrosinistra come del centrodestra, in altri casi. La Bergamini? Non la conosco, non lavorava alla Rai ai miei tempi. Non sono in grado di giudicare la sua competenza. In passato so però che si era più professionali anche nel fare le sciocchezze...» In quanto a Clemente Mimun? «Come direttore Rai è sempre stato di una correttezza estrema. Faceva bene il suo mestiere. Ha sempre battuto il Tg5. Non ha mai nascosto le sue idee politiche, diverse dalle mie. Ma lo faceva con lealtà e chiarezza».

Ma certe telefonate dimostrerebbero un «accordo» con la concorrenza… «Per come lo conosco io, mi sembrerebbe impossibile. Non è quel tipo di persona». Ma torniamo alle telefonate dei politici, alle pressioni. Chi la chiamava? «A me nessuno. La delega ai contatti con le istituzioni apparteneva a Zaccaria in quanto presidente». Quindi arrivavano a lui? «Non potrei dirlo. So però perché me ne sono andato l’8 febbraio 2001, pochi mesi prima delle elezioni politiche. Io non volevo una Rai schierata prima delle urne, convinto com’ero che l’equilibrio avrebbe giovato anche al centrosinistra. Vidi invece un grande attivismo di Zaccaria che convocava direttori e autori di programmi. Mandai uno, due, tre segnali. Poi me ne andai. In seguito accadde ciò che sappiamo: i programmi Travaglio-Luttazzi, i casi Santoro, una Rai schieratissima. Il centrosinistra, a elezioni perdute, dovette poi pagare tutto con gli interessi, com’era ovvio. Seguirono cinque anni di berlusconismo che è meglio dimenticare ». Una pausa: «Ora sto benissimo dove sto. Guardo ciò che accade e penso quanto sia triste questa politica fatta solo di appartenenze e priva di idee e ideali». Vale per tutti? «Purtroppo vale per tutti. Lo dico con molta amarezza».

Paolo Conti
25 novembre 2007


da corriere.it
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« Risposta #5 il: Febbraio 16, 2008, 11:22:12 »

ELENCATI DA VELTRONI ALL'ASSEMBLEA DEL PD


«Ecco i dodici punti per cambiare l'Italia»
Dalle infrastrutture al Sud, dalla riduzione delle tasse alla sicurezza. E poi giustizia e precarietà dei giovani

ROMA - Dalla Fiera di Roma Walter Veltroni lancia «dodici proposte innovative per cambiare l'Italia». Il candidato premier del Pd le ha esposte alla platea dell'assemblea costituente del Pd.

INFRASTRUTTURE - «Primo: modernizzare l'Italia significa scegliere come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale - ha detto - per colmare il ritardo che l'Italia ha accumulato. Diciamo no alla protesta Nimby e sì al coinvolgimento e alla consultazione dei cittadini. Sì agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e al completamento della Tav».

MEZZOGIORNO - Secondo punto programmatico «è il grande obiettivo di innovazione del Mezzogiorno, della sua crescita, che è la crescita dell'Italia». Veltroni dice no ad una «politica che disperda fondi in una miriade di programmi, mentre diciamo sì a una drastica e veloce revisione dei programmi europei».

SPESA PUBBLICA - Terzo obiettivo «il controllo della spesa pubblica». Negli anni di governo della destra - spiega Veltroni - è aumentata la spesa primaria corrente, «mentre il governo Prodi ha risanato e migliorato i conti pubblici. Per questo il nostro slogan è spendere meglio, spendere meno».

RIDUZIONE TASSE - Il quarto obiettivo del Pd «è fare quello che non è mai stato fatto: ridurre le tasse ai contribuenti leali, ai lavoratori dipendenti e autonomi che oggi pagano troppo». Un obiettivo che si traduce nello slogan: «Pagare meno, pagare tutti».

LAVORO DONNE - Quinto punto del programma «è investire più di quanto mai sia stato fatto sul lavoro delle donne». Perché «oggi in Italia ci sono tre patologie: bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile. E noi vogliamo trasformare il capitale umano femminile in un asso per la partita dello sviluppo».

CASE IN AFFITTO - Al sesto punto programmatico c'è il problema della casa. Veltroni vuole aumentare le case in affitto e la «costruzione di circa 700 mila nuove case da mettere sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro».

DOTE FISCALE - Settimo obiettivo «è quello di invertire il trend demografico mediante l'istituzione di una dote fiscale: 2500 euro al primo figlio e aiuti per gli asili nido». Veltroni ha quindi rimarcato la necessità della lotta alla pedofilia, «il più orrendo dei crimini».

UNIVERSITA' - Ottavo posto nel programma del Pd è quello dell'università. «Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010 «perché la società dovrà contare sul talento e sul merito dei ragazzi italiani».

PRECARIETA' - Nono punto: «la lotta alla precarietà, la qualità del lavoro e la sua sicurezza». Per Veltroni «la sicurezza sul lavoro è un diritto fondamentale della persona umana, che non può essere comprato e venduto a nessun prezzo». Quanto ai giovani precari dovranno raggiungere il minimo di 1.000 euro mensili.

SICUREZZA - Decimo obiettivo è quello della sicurezza «perché far sentire sicuri i cittadini è uno dei principali obiettivi del Pd». Il segretario del Pd vuole maggiori fondi per le forze dell'ordine e ribadisce la certezza della pena come uno dei cardini dell'azione di governo del centrosinistra.

GIUSTIZIA - Undicesimo punto è quello della giustizia e della legalità. Ricordando le parole di Napoletano Veltroni dice «che da troppi anni c'è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura. Proporremo norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Nel nostro ordinamento inseriremo il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione o concussione».

 INNOVAZIONE - Ultimo e dodicesimo punto è quello dell'innovazione: «Vogliamo portare la banda larga in tutta l'Italia e garantire a tutti una tv di qualità». Il segretario del Pd dice che è necessario superare il duopolio tv «e correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche, accrescendo così il pluralismo e la libertà del sistema».


16 febbraio 2008

da corriere.it
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« Risposta #6 il: Settembre 08, 2008, 10:09:06 »

POLITICA

Il messaggio del segretario del Pd inviato a Riccardo Pacifici in cui spiega perché ha deciso di lasciare il museo della Shoah

Veltroni, la lettera di dimissioni "Ferito dalle parole di Alemanno"


ROMA - "Ho deciso di presentare le mie dimissioni dopo le dichiarazioni di Alemanno che mi sono apparse gravissime" e il suo tentativo di "esprimere un giudizio 'doppio' sul fascismo". Comincia così la lettera di Walter Veltroni in cui annuncia le dimissioni dal comitato per il museo della Shoah, presieduta dall'attuale sindaco di Roma, e inviata a Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane e Settimio Di Porto del direttivo dell'associazione Figli della Shoah.

Nella lettera Veltroni ricorda lo "sforzo" fatto da sindaco di Roma " per dar corpo alla proposta di un museo romano della Shoah". "Sono state proprio le vostre sollecitazioni a entrare nel consiglio di amministrazione del comitato dei fondatori del museo della Shoah che mi hanno spinto a farne parte" si legge ancora nella lettera. "Ho accettato per senso di responsabilità e per portare a termine un lungo lavoro condiviso con voi e tanti altri. Ho deciso ora però di presentare le mie dimissioni dal consiglio dopo le dichiarazioni del sindaco Alemanno che mi sono apparse gravissime".

"Quel tentativo di esprimere un giudizio 'doppio' sul fascismo, questa ambiguità non chiarita e anzi se possibile aggravata dalle successive dichiarazioni mi feriscono e mi fanno ritenere impossibile rimanere al mio posto nel comitato presieduto dal sindaco di Roma Alemanno".

"Ho letto le vostre reazioni alle dichiarazioni del sindaco - prosegue Veltroni - e mi unisco al limpido giudizio espresso dal presidente Gattegna quando annota che 'le leggi razziali sono state emanate dal regime fascista e convalidate dalla monarchia. Quindi mi sembra difficile separare le due cose'. Così come mi hanno emozionato le dichiarazioni di una persona cui sono legato da un grande affetto come Piero Terracina, quando ricorda che 'se non ci fosse stato il fascismo non ci sarebbero state le leggi razziali. Il fascismo è stato allora e rimane ancora una malattia contagiosa, e c'è sempre il pericolo che, se non lo si ferma, diventi inarrestabile'".

"Prima della promulgazione delle leggi razziali" prosegue il segretario del Pd "il regime fascista aveva già espresso la sua carica totalitaria, aveva soppresso la libertà di tutti, non solo degli antifascisti, aveva perseguitato i suoi nemici, avvelenato l'aria del paese con la sua ideologia pervasiva e violenta. Non è a voi che devo ricordare cosa, dal colpo di stato della 'marcia su Roma' e persino prima, era avvenuto nel nostro Paese. Dalle sedi sindacali e mutualistiche bruciate, dalle tante violenze perpetrate per imporsi con la forza dei manganelli e dei moschetti nasce quel regime che subito impone la fine delle libertà. Il delitto Matteotti, la messa al bando di ogni opposizione, la chiusura dei giornali avversari e la normalizzazione di tutta la stampa sono i primi atti costitutivi del fascismo al potere. Allo stesso modo finiscono le libertà di organizzazione e di espressione, gli oppositori come Gramsci vengono rinchiusi nelle carceri fino alla loro morte, altri gettati al confino o costretti all'esilio, altri ancora uccisi vigliaccamente da sicari come Giovanni Amendola, Piero Gobetti, don Minzoni e i fratelli Carlo e Nello Rosselli".

"E' il fascismo - scrive ancora l'ex primo cittadino della Capitale - che spinge l'Italia nelle guerre coloniali che furono, benché in pochi lo ricordino, segnate da crimini gravissimi contro le popolazioni civili come il bombardamento dei villaggi in Etiopia con l'iprite. E' qui che si inseriscono le leggi razziali non come un semplice 'cedimento' al nazismo ma come la conseguenza di uno spirito razzista e antisemita che aveva serpeggiato a lungo nell'ideologia mussoliniana, è qui che si innesta la scelta scellerata dell'entrata in guerra", in un conflitto, scrive Veltroni che provocò "milioni di morti in Europa" e "lo sterminio sistematico degli ebrei". Ad esso "il fascismo italiano, stavolta sotto le divise della Repubblica sociale, contribuì attivamente e consapevolmente come ci ricordano i rastrellamenti nelle strade dell'Italia occupata, il campo di concentramento di Fossoli, o la Risiera di San Sabba".

"Ritengo che una istituzione come il futuro museo romano della Shoah - aggiunge Veltroni - al cui progetto abbiamo lavorato in tutti questi anni con la passione che sapete, che ha al centro proprio l'affermazione di una memoria condivisa come fondamento della convivenza civile e che fa del ricordo della Shoah un elemento imprescindibile non possa ammettere ambiguità o incertezze. Per questo, anche se con grande rammarico, vi annuncio le mie dimissioni. Al tempo stesso voglio confermarvi che continuerò a compiere ogni sforzo insieme a voi perché il museo romano della Shoah possa realizzarsi e possa essere il luogo della denuncia di ogni dittatura e ogni totalitarismo che insieme abbiamo immaginato".

(8 settembre 2008)

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« Risposta #7 il: Settembre 08, 2008, 10:11:20 »

Il Pd contro An: «Approfitta della maggioranza per riscrivere la storia»


Coro di voci del partito Democratico contro le parole del ministro La Russa in occasione dell’anniversario dell’8 settembre. Il capogruppo alla Camera Antonello Soro sottolinea che «le parole ambigue del sindaco di Roma sul fascismo nella giornata di ieri, e quelle del ministro della Difesa in occasione della commemorazione di Porta San Paolo, non aiutano la memoria, rischiano di generare confusione e disorientamento». Soro ci tiene anche a ricordare che «nello sforzo pur legittimo di riconoscere le ragioni di tutti i combattenti, dobbiamo saper mantenere sempre la capacità di discernere: non tutte le storie hanno lo stesso valore».

Definisce invece «inaccettabile e stridente» il fatto che La Russa abbia pronunciato quelle parole proprio l'8 settembre, al capogruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro. Secondo lei, «gli esponenti di Alleanza Nazionale stanno cercando, con la forza della maggioranza, di riabilitare il fascismo e la Repubblica Sociale attraverso distinzioni che stupiscono e allarmano. Non esistono – aggiunge – un fascismo buono e uno cattivo, è la natura stessa di quella dittatura ad essere incompatibile con i valori della democrazia e della repubblica. La Repubblica italiana – conclude – è nata dalla guerra di Liberazione e dalla Resistenza e per questo la nostra Costituzione assume come valore fondante l'antifascismo».

Pubblicato il: 08.09.08
Modificato il: 08.09.08 alle ore 15.35   
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« Risposta #8 il: Dicembre 10, 2008, 12:34:20 »

Lunedì la telefonata tra i due leader.

Fioroni: "La pace è importante evitiamo però finti compromessi".

Caso Firenze il segretario sonda Chiti

Massimo e Walter, tregua per il partito "Ma un chiarimento resta necessario"


di GOFFREDO DE MARCHIS

 

ROMA - "Comunque la prossima settimana, in direzione, mettiamo le carte sul tavolo". "Certo, il chiarimento è necessario". Stamattina ci sarà un round a quattr'occhi tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema. Prima della lunga giornata del Pd, chiamato a risolvere i nodi di Firenze, di Napoli, della Campania, le primarie, Jervolino, Bassolino, e della scelta del posto nel Parlamento europeo: con i socialisti e da soli? Ma i due eterni sfidanti della sinistra si sono già sentiti al telefono lunedì pomeriggio, nel giorno di festa. Non hanno firmato una vera pace perché nella direzione del 19 si dovrà fare luce su un periodo di veleni.

Ma nella confusione che avvolge il Partito democratico a tutte le latitudini e di fronte agli attacchi del centrodestra, si è voluto impedire a Berlusconi d'infilare nell'antica rivalità. Per il "bene della ditta", Veltroni e D'Alema hanno sancito una tregua necessaria ma circoscritta sulla questione morale: "Reagiamo uniti agli attacchi strumentali".

Può essere comunque un primo passo, l'incontro di stamattina ne può registrare altri e al 19 manca più di una settimana. È sicuramente la rottura di una lunga incomunicabilità, segnata dall'avvertimento di D'Alema ("torno a occuparmi del partito") e dalla replica di Veltroni ("chi vuole sostituirmi si faccia avanti"). Con un voto della direzione sulla piattaforma annunciata dal segretario, il cosiddetto Lingotto 2, che conferma la vocazione maggioritaria del Pd, punta a un bipolarismo netto, privilegia come momenti fondativi le primarie del 14 ottobre e il Circo Massimo a un'organizzazione vecchio stile del partito, sarà difficile trovare una sintonia con le posizioni di D'Alema. In questo caso il voto potrebbe davvero segnare una resa dei conti, una distinzione netta. Ma tutti sono pronti a giurare che non andrà così, che lo show down non avverrà.

"Tutti i momenti di pace sono importanti, ma anche la chiarezza è fondamentale", avverte il coordinatore organizzativo Beppe Fioroni. Significa: evitare soluzioni di compromesso, "documenti condivisi che il giorno dopo si trasformano in sette convegni e interviste di rottura". E però neanche lui crede a un chiarimento che finisca con uno strappo. Tanto più in questa fase, con un partito investito da un mare di problemi e all'indomani del voto in Abruzzo (domenica e lunedì) che probabilmente si rivelerà pesante per il Pd. Insomma, anche il 19, come l'altro ieri nel giorno dell'Immacolata Concezione, potrebbe prevalere il "bene della ditta".

Veltroni, prima dell'appuntamento della direzione, deve giocare bene le carte di Napoli e Firenze e della collocazione europea. Presentarsi con delle soluzioni in tasca. Ieri ha cominciato affrontando il nodo del capoluogo toscano. Riservatamente, ha incontrato Vannino Chiti. È il segno che per lui la candidatura dell'ex ministro sta diventando sempre di più la strada maestra. "È l'unico modo per mettere ordine a Firenze", si stanno convincendo nel Pd. Anche se i candidati alle primarie (ormai congelate) contestano le scelte romane.

Chiti ha molti dubbi sulla corsa per Palazzo Vecchio e comunque ha chiesto garanzie, cioè che il campo sia sgombro dalle polemiche di questi giorni. Per correre alle primarie di coalizione come candidato unico del Partito democratico. Oggi il coordinamento di Largo del Nazareno incontra i segretari regionale, cittadino e provinciale sul caso Firenze. Lo stesso avverrà per Napoli. Senza Bassolino e la Jervolino, ma con Luigi Nicolais e Tino Jannuzzi. Nicolais, segretario provinciale, non ha cambiato idea: la giunta del comune di Napoli va azzerata. "Ma non mi sembra che la Jervolino lasci molti spazi. E se non ci sono possibilità di cambiamento vero lascerò il mio incarico".

Il caminetto con tutti i big (escluso D'Alema impegnato proprio a Napoli) dovrà discutere della collocazione europea del Pd per le prossime elezioni. Sarà braccio di ferro tra gli "autonomisti" puri (Francesco Rutelli e Arturo Parisi) e i sostenitori dell'alleanza con il Pse (Piero Fassino e in forme diverse l'area degli ex ppi). A Bologna la prima riunione del coordinamento del Nord (tutti i segretari regionali del Pd) ha sancito ieri la nascita di questa struttura. "Non siamo un partito", precisano i protagonisti. Ma la sfida è alla Lega e alle sue parole d'ordine. Prossima riunione il 9 gennaio a Milano. Massimo Cacciari commenta: "Non è quello che volevo".

(10 dicembre 2008)
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« Risposta #9 il: Dicembre 14, 2008, 10:42:23 »

ECONOMIA     

Il segretario del Pd a Milano per la ricandidatura del presidente della Provincia Penati

"Se lo faranno gli altri invito a mettere in campo, anche noi, incentivi al settore"

Veltroni apre al piano per l'auto "Berlusconi non sa gestire la crisi"

"Cambierà la vita degli italiani e il premier riceve le gemelle dell'Isola dei famosi" e sulla riforma della giustizia dice: "Strano Paese, Bossi il più moderato"
 


MILANO - Gli aiuti al settore dell'auto, la crisi economica, l'Alitalia, la riforma della giustizia, il potere di Berlusconi e una battuta: "Considero compimento della stranezza di questo paese il fatto che il più moderato sia Bossi, il mondo è capovolto". Sono alcuni degli argomenti toccati dal segretario del Pd, Walter Veltroni, a Milano nel corso di un incontro al teatro Strehler a sostegno della ricandidatura del presidente della Provincia Filippo Penati.

Aiuti all'auto. Veltroni, ha spiegato che, di fronte a quella che ha definito una "riduzione gigantesca delle vendite di auto", se gli altri Paesi interverranno si "altererà la concorrenza e l'Italia pagherà di più". Per questo, ha detto, "se lo faranno gli altri invito a mettere in campo, anche noi, incentivi al settore delle auto".

Governo inadeguato. "Il governo e il presidente del
Consiglio sono inadeguati a governare e ad affrontare questa crisi", ha detto il segretario del Pd. "Stiamo entrando in una crisi che cambierà la vita di centinaia di migliaia di italiani. Nonostante questo, Berlusconi riceve a Palazzo Chigi le gemelle dell'Isola dei famosi come fosse un appuntamento istituzionale inderogabile rispetto alla cassa integrazione che sta colpendo migliaia di lavoratori. Non facciamo propaganda - ha aggiunto Veltroni - accusando il governo di questa situazione perché la crisi è mondiale, tuttavia Berlusconi è inadeguato a governare questa crisi".

"Sbagliata ogni previsione". Il segretario del Pd ha quindi accusato Berlusconi e il suo governo "di avere sbagliato ogni previsione". "In Italia - ha detto - non è ancora stato predisposto un intervento per aiutare le figure sociali più deboli come gli operai delle fabbriche e i precari". Mentre è stata per esempio disposta la detassazione degli straordinari: "Quali straordinari? - ha chiesto Veltroni - I magazzini sono pieni di merce e le aziende vanno in cassa integrazione".

Alitalia. "E' tempo di crisi e bisogna evitare di buttare i soldi dalla finestra. Il governo invece ha regalato miliardi di euro alla cordata per Alitalia e ha buttato denaro con l'abolizione dell'Ici", ha affermato il segretario del Pd.

Giustizia. "Siamo disponibili a creare un tavolo che discutere della riforma della giustizia a favore dei cittadini e delle imprese", ha poi spiegato Veltroni. "Un tavolo - ha sottolineato - che non deve durare sei mesi ma 60 giorni, con la partecipazione di magistrati e avvocati. Siamo invece assolutamente contrario, e lo saremo in futuro, ad un controllo del governo sulla magistratura", ha detto ancora il segretario del Pd.

Magistrati e intercettazioni. Secondo Veltroni dev'essere consentito ai magistrati l'utilizzo delle intercettazioni telefoniche "anche per reati contro la corruzione, ma allo stesso tempo questi strumenti devono servire per le aule giudiziarie e non per i giornali tutti i giorni".

"L'impero di Berlusconi si sta sgretolando". "Berlusconi - ha poi spiegato Veltroni - governa ormai da molti anni e deve smettere di far finta di venire da Marte, se l'Italia è quella che è lui ha le sue responsabilità. La gente si sta ricredendo. Si stanno accorgendo della differenza tra le promesse e i fatti, si stanno accorgendo di queste prese in giro. Ci vorrà del tempo, anche perché il controllo sull'informazione è asfissiante, ma stiamo vedendo che l'impero di Berlusconi si sta sgretolando". Al Cavaliere, Veltroni rimprovera poi di fare "con Di Pietro lo stesso gioco che faceva con Bertinotti, con l'obiettivo di scegliersi l'opposizione. Noi dobbiamo batterci per una grande forza riformista popolare".

Bossi moderato. Infine la battuta sul leader della Lega: "Ho letto Bossi sulla giustizia e mi sembra che qualche cosa non funzioni in questo Paese se è lui ad essere il più moderato". "Bossi - ha proseguito Veltroni - dà atto del ruolo del presidente della Repubblica e parla di dialogo. Berlusconi invece dice solo cose da campagna elettorale perché non è capace di governare e sa fare solo quella".

(14 dicembre 2008)

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« Risposta #10 il: Marzo 31, 2009, 03:48:41 »

31/3/2009 - L'INTERVENTO
 
Pd, non si torna indietro
 

WALTER VELTRONI
 
In un libro Massimo Salvadori ha scritto che con il 1989, con il crollo del Muro di Berlino, è iniziata per la sinistra «un’altra storia». Diversa da quella precedente, che aveva visto il campo riformista diviso e frammentato. Laici e cattolici, nel Psi e nella Dc, e anche nel Pci: i riformismi e i riformisti sono stati dappertutto. Quasi sempre, però, all’interno di partiti che avevano logiche complessive che poco avevano a che fare con il riformismo, e che quand’anche li avevano erano privi della forza necessaria ad affermarlo come strategia maggioritaria nel Paese.

Davvero si può dire, andando più indietro nel tempo, pensando ai riformisti alla Turati, ai socialisti liberali alla Rosselli, alla stessa breve vicenda del Partito d’Azione, che sono esempi di chi «ha avuto ragione ma non ha fatto la storia». Pensiamo al Partito d’Azione. Un partito che nasce nel pieno della guerra, che in un tempo già dominato dalle ideologie contrapposte e dall’affermarsi di partiti «chiesa» si contraddistingue per il fatto di unire al suo interno diverse culture riformiste: il socialismo liberale di Rosselli, il liberalsocialismo di Calogero e Capitini, le posizioni liberal-democratiche di Parri e La Malfa. Un partito che cessa di vivere nel 1947, dopo aver preso alle elezioni per l’Assemblea Costituente una percentuale irrisoria di voti, e che pure aveva tra le sue file uomini che nei decenni a venire avrebbero continuato a incidere nelle vicende e nella cultura di questo Paese, come un «fiume carsico» periodicamente destinato a riemergere in superficie. Viene da domandarsi se non sia stata, questa, una delle occasioni perse nella storia del riformismo italiano. Quando gli azionisti parlavano di «democrazia integrale», quando insistevano sulla necessità di coniugare il buon funzionamento delle istituzioni con il lealismo dei cittadini, quando sottolineavano il bisogno di costruire un sistema politico funzionante, animato da una forte tensione etica, da un limpido conflitto tra idee e posizioni distinte, e in grado di assicurare ai cittadini stessi partecipazione e influenza sulle scelte pubbliche, coglievano nodi profondi, destinati a riproporsi lungo il cammino del nostro Paese.

E comunque, per quanto riguarda la sinistra «tradizionale» è vero, come ha scritto lo stesso Salvadori, che la sua parte maggioritaria non ha mai fatto propria «la filosofia del gradualismo riformistico». Il Pci non era certo un partito di «professionisti della rivoluzione». Era un grande partito di massa che nelle forme concesse contribuiva a «governare» la società italiana. Detto ciò, resta il fatto che si autodefiniva ed era un partito comunista. Il suo legame con l’Urss, per quanto critico e particolare, si rescinderà definitivamente solo con la «svolta» nell’89. Forse la storia dei riformisti italiani sarebbe stata diversa se nel ’56, di fronte ai fatti di Budapest, i comunisti italiani avessero posto fine a quel legame e avessero fatto propri i valori della democrazia occidentale, trasformandosi in un partito socialista. Forse sarebbe stato possibile avviare un percorso tale da portare all’incontro col Psi e a un’alternativa rispetto alla Dc, rendendo il sistema politico italiano simile a quelli degli altri paesi europei.

Ma si sa: la scelta del gruppo dirigente del Pci fu opposta. Ed ebbe esiti opposti. I comunisti accentuarono la loro linea antiriformista, non considerando altra alternativa che non fosse di sistema. I socialisti scelsero la via dell’autonomia e aprirono quella strada della collaborazione con la Dc che avrebbe portato all’esperienza del primo centro-sinistra. Una collaborazione che nel tempo si sarebbe rivelata sostanzialmente subalterna e che non riuscì mai ad aprire, nel Paese, una stagione di concreto e duraturo riformismo. Questo è mancato, nei primi cinquant’anni di storia della Repubblica: un partito riformista che fosse maggioritario e che guidasse, come è avvenuto e avviene in altri paesi europei, la vita politica nazionale. Solo nel 1995, con il sistema politico ormai «sbloccato», nasce l’Ulivo. Qualcosa di meno di un vero e proprio partito dei riformisti, ma anche di più di un mero accostamento di forze, di una sola alleanza di governo. Nell’introduzione a un mio libro pubblicato durante l’esperienza del primo governo dell’Ulivo scrissi che «il centrosinistra è la nuova sinistra del Duemila». Ne sono oggi più convinto di ieri. Oggi che il partito del centrosinistra c’è, ed è il Partito democratico.

Prima cosa: il Pd non è certo nato nel segno dell’improvvisazione o della fretta. È nato in ritardo. Un forte, grave e colpevole ritardo. Già nel ’95-’96 c’erano, l’ha detto bene Michele Salvati, condizioni da cogliere con maggiore decisione: la fine delle gabbie ideologiche e la possibilità d’incontrarsi sulla base di valori e programmi, e una maggiore fluidità del legame tra scelte politiche e dimensione individuale. Era scattata una maggiore sensibilità verso la propria «macro-appartenenza»: lo spirito dell’Ulivo voleva dire che ci si sentiva dentro una coesione di culture, esperienze e linguaggi, quasi un «meticciato» di tradizioni e storie. Seconda cosa: il Pd non è nato per riscrivere la storia politica italiana del Novecento, per dare al Paese il partito socialista che non ebbe allora. Non è vero che progettare e costruire il Pd abbia significato non essere realisti, voler impiantare in Italia qualcosa che è fuori dalla nostra storia, e dalla storia europea. È vero il contrario. Sono astratte le critiche fatte al Pd tenendo lo sguardo rivolto all’indietro, ai partiti identitari del secolo scorso, si chiamassero socialisti o cristiani. Quel tempo è finito per sempre. In nome di identità chiuse si possono certo formare piccole formazioni che raccolgano qualche punto in percentuale alle elezioni, soprattutto dentro una logica di tipo proporzionale. Ma non possono nascere grandi partiti a «vocazione maggioritaria» che abbiano non la presunzione dell’autosufficienza, ma l’ambizione di rivolgersi all’insieme del Paese e di esercitare una funzione generale.

* dal discorso che Walter Veltroni ha pronunciato ieri all’Università Luiss di Roma

 
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« Ultima modifica: Aprile 25, 2009, 02:53:36 da Admin » Loggato
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« Risposta #11 il: Aprile 25, 2009, 02:54:15 »

Messaggio distensivo dell'esponente Pd al sindaco socialista francese

Anche il ministero degli Esteri francese si dissocia. "Le due città resteranno gemellate"

Polemica Roma-Parigi, Veltroni scrive a Delanoe

"Non fu Alemanno a fare il saluto romano"

 

ROMA - Il ministero degli Esteri francese si dissocia. Anche Walter Veltroni prende le distanze. Il sindaco socialista di Parigi Bertrand Delanoe è rimasto solo a sostenere che Gianni Alemanno fece il saluto romano il giorno della sua elezione a primo cittadino di Roma. "Furono i suoi sostenitori ad alzare il braccio destro - scrive Veltroni al compagno francese - non Alemanno".

Nell'ufficio del sindaco in Campidoglio, la telefonata di scusa che da due giorni Alemanno chiede al suo omologo d'oltralpe ancora non è arrivata ma la dichiarazione il ministero degli Esteri francese sembra più che sufficiente per chiudere il caso-Delanoe. ''Le dichiarazioni del sindaco di Parigi non vincolano la Francia", ha detto ai giornalisti il vice portavoce del Quai d'Orsay. "Le relazioni italo-francesi restano eccellenti".

Parole che il sindaco di Roma ha accolto con grande soddisfazione assicurando che garantirà tutto il suo impegno affinché "la città di Roma e quella di Parigi non solo rimangano gemellate ma aumentino le loro relazioni culturali, sociali e civili".

L'espressione di solidariatà ad Alemanno ieri era giunta dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Oggi la lettera di Veltroni a Delanoe ha chiarito l'equivoco: "Caro Bertrand - scrive l'ex sindaco di Roma - quei saluti romani in Piazza del Campidoglio non fu Alemanno a farli ma alcuni suoi sostenitori.

Anzi, continua Veltroni, è "importante ricordare che in questi mesi sono venute da quella parte - e mi riferisco a prese di posizione del presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini - di inequivocabile condanna del fascismo, di autentico rispetto e valorizzazione delle radici della nostra democrazia".

"Mi auguro che le tue preoccupazioni nate per un atto di coerenza e amore verso i comuni valori di libertà e democrazia - conclude Veltroni nella lettera a Delanoe - possano lasciare il posto ad un clima di rinnovata collaborazione tra i cittadini di Parigi e Roma".

(24 aprile 2009)
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« Risposta #12 il: Giugno 15, 2009, 06:33:46 »

Appello su Facebook e convocazione il 2 luglio a Roma

"Basta con i ritorni al passato, servono nuovi dirigenti"

Pd, Veltroni sta con Franceschini "Tornare allo spirito del Lingotto"

Iniziativa il 2 luglio a Roma con Chiamparino, Ichino, Serracchiani

di MATTEO TONELLI

 
ROMA - Walter Veltroni esce allo scoperto e, in vista del congresso autunnale del Pd, lascia capire che si batterà per la riconferma di Dario Franceschini. Lo fa con un appello pubblicato su Facebook che rilancia lo spirito del Lingotto e lo slancio del battesimo dei democratici. E arriva al Pd di oggi: "In Italia c'è finalmente una grande forza che unisce le tradizioni e le nuove idee dei riformisti. Il sogno che alcuni di noi coltivavano da anni si è realizzato". Un progetto che, però, Veltroni vede "messo in discussione". Per questo l'ex sindaco di Roma torna a far sentire la sua voce. E giovedì 2 luglio (alle 16.30 nel centro congressi Capranica a Roma) l'ex segretario scenderà direttamente in campo. Per Franceschini. Al suo fianco ci saranno Francesca Barracciu, Sergio Chiamparino, Paolo Gentiloni, Pietro Ichino, Andrea Martella, David Sassoli, Aldo Schiavone, Debora Serracchiani.

Non sarà la nascita di una "corrente", assicura Veltroni. Che guarda al Lingotto, quando annunciò la sua leadership, e chiede che si recuperi quello spirito. "Abbiamo bisogno di un partito in cui avanzi una nuova generazione di dirigenti, che senta con orgoglio l'identità che era racchiusa nelle centinaia di migliaia di bandiere del Circo Massimo. Un partito senza ex di nulla, senza correnti e personalismi, senza vecchie e paralizzanti logiche figlie di un tempo superato. Semplicemente e per sempre superato" scrive Veltroni. Parole che suonano come un atto d'accusa verso l'attuale stato dei rapporti all'interno dei democratici. Che sembrano aver dimenticato "la tregua interna" chiesta da Franceschini al momento della sua investitura.

Vede un rischio l'ex segretario. Che il progetto del Pd sia abbandonato. Per questo parla "di richiami antichi" di tensioni che "tornano e aumentano", di scenari che "arrivano a dire che forse sarebbe meglio lasciar perdere il Pd oppure ridurne le ambizioni trasformandolo in un frammento minoritario di uno schieramento senza un disegno riformista". E non si non può non leggere, in queste parole, la severa critica verso i passi indietro che si sono affacciati in casa democratica nel post elezioni. Quei boatos che chiedono un dissolvimento del Pd e la creazione di due forze politiche distinte: una di centro e una di sinistra. "Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di ritorni ad un passato che ha poco da dire. Ci vuole più riformismo, più modernità, non il ritorno ad antiche e inesistenti certezze" taglia corto Veltroni.

L'ex segretario vede un berlusconismo nella fascia "discendente" ma spiega che "per sola inerzia" i riformisti non vincono. Serve innovazione e impegno. "E in questo senso il Partito Democratico deve fare ancora molto, davvero molto. Non tornando indietro, ma andando avanti. Evitando di ripetere gli errori compiuti e correggendo radicalmente un modo di essere e di fare che ci ha fatto solo male" continua l'ex segretario. Che segnala come la passione di tanti elettori sia stata "delusa" da un partito "impegnato più in laceranti e troppo spesso sotterranei scontri interni, più in un gioco perverso di posizionamenti individuali e di manovre di corrente, che in un convinto e unitario lavoro comune".

Dinamiche nefaste che Veltroni ammette di non essere riuscito a bloccare ai tempi della sua segreteria. Da qui le dimissioni e il "silenzio" durato mesi. Silenzio che il 2 luglio, a Roma, terminerà. Ma che nessuno parli della nascita di una corrente, assicura Veltroni. "Sarà quanto di più lontano dell'ennesimo incontro di una componente che si vede per "pesare" nella vita interna di un partito. Chi si aspetta questo può anche non venire, quel giorno" dice l'ex segretario. Due anni dopo il Lingotto si riparte: "Sarà il modo per dire che i grandi obiettivi attorno ai quali ci eravamo ritrovati allora, "fare un'Italia nuova", unire gli italiani, aprire una nuova stagione di governo per il Paese, sono gli stessi di quelli che oggi attendono il Partito Democratico. Dovremo tutti esserne all'altezza".

(15 giugno 2009)
da repubblica.it
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« Risposta #13 il: Giugno 16, 2009, 04:19:13 »

15/6/2009 (16:36) - PD - IL NODO DELLA SEGRETERIA

Veltroni si schiera con Franceschini
 

TORINO

I ballottaggi ci saranno solo domenica prossima, Dario Franceschini ufficialmente ripete che parlerà del suo futuro solo dopo il secondo turno delle amministrative, ma gli schieramenti in vista del congresso si vanno definendo, Walter Veltroni torna a far sentire la sua voce con un appello a «non tornare indietro» che suona come un endorsement al segretario e la sfida tra con Pierluigi Bersani è, di fatto, partita.

Se nei giorni scorsi erano scesi in campo diversi "grandi elettori" di Bersani, da Massimo D’Alema a Enrico Letta, oggi è stata la volta dei sostenitori di Franceschini, da David Sassoli a Sergio Cofferati, fino appunto a Veltroni. In realtà, l’ex segretario ha fatto qualcosa di diverso da un semplice annuncio di sostegno a Franceschini. Veltroni ha lanciato un vero e proprio allarme, ha sostenuto che il progetto del Pd è «messo in discussione», ha denunciato «richiami antichi», ha stigmatizzato chi pensa che «sarebbe meglio lasciar perdere il Pd» e chi punta a «ridurne le ambizioni trasformandolo in un frammento minoritario di uno schieramento senza un disegno riformista». Una piattaforma programmatica vera e propria, senz’altro alternativa a quella illustrata nei giorni scorsi da D’Alema.

Veltroni ci tiene a precisare che la sua iniziativa del 2 luglio non è «correntizia», l’incontro sarà presieduto non a caso da Luigi Zanda, un dirigente classificato come rutelliano fino a qualche tempo fa, e in sala ci saranno, tra gli altri, Francesca Barracciu, Sergio Chiamparino, Paolo Gentiloni, Pietro Ichino, Andrea Martella, David Sassoli, Aldo Schiavone, Debora Serracchiani. Un parterre volutamente variegato, dal punto di vista dell’appartenenza alle correnti. Ma il sostegno per Franceschini è nei fatti. Uomini vicini a Veltroni ricordano che «Franceschini ha fatto il Lingotto con Walter», è stato vice-segretario e dunque «se decide di candidarsi, come pare, e se dice di voler proseguire su quella linea... naturale che Walter stia da quella parte».

Con Franceschini si schierano anche Lapo Pistelli e la fassiniana Marina Sereni mentre Rosy Bindi, che potrebbe alla fine stare con Bersani, per ora si lamenta della rottura della tregua congressuale: «È davvero sorprendente. Siamo stati convocati con urgenza dal segretario a urne ancora aperte per prendere tutti l’impegno a non aprire il dibattito congressuale prima dei ballottaggi. E invece vedo che ci sono due pesi e due misure». Nel partito, peraltro, ha destato stupore la sortita di ieri dell’ex ministro degli Esteri a proposito delle possibili «scosse» che potrebbero far cadere il Governo. L’invito a «farsi trovare pronti» è sembrata a molti un’allusione ad eventuali governi di ’unità nazionalè, o comunque a larghe intese tipo quelle che si realizzarono nel ’95 dopo la caduta di Berlusconi. Franceschini ha liquidato la vicenda con una frase: «Sinceramente non sono un esperto di complotti e di scosse e penso, invece, che sia più utile parlare di un Governo che c’è ma non è in grado di governare».

Non solo, il segretario pur rimandando il tema congresso a dopo i ballottaggi, non ha rinunciato a sottolineare che «abbiamo smentito con i fatti tutti gli avvoltoi che prevedevano la fine del partito nel voto europeo, ora si tratta di ripartire». Giorgio Tonini, veltroniano, chiarisce che se ci fosse una crisi di Governo bisognerebbe tornare alle urne, stesso concetto lo ripete Rosy Bindi, mentre Antonello Soro offre una sua lettura delle parole di D’Alema: «Io lo interpreto come un’esortazione ad accelerare nella costruzione di un’alternativa al Governo, visto che sembra iniziata per Berlusconi una traiettoria declinante. Anche se nessuno è in grado di dire se durerà tutta la legislatura o se ci saranno precipitazioni a breve». Sul tema congresso, invece, tace per ora Romano Prodi, che però storicamente ha buoni rapporti con Bersani. Ma è il prodiano Mario Barbi a polemizzare con Veltroni e Franceschini: «Sento parlare del rinnovare lo spirito del Lingotto - dice Barbi - ma il Lingotto è stato il deragliamento del Pd da un progetto responsabile di governo», una scelta che «ci ha portato a consegnare il Paese nelle mani di Berlusconi e della destra e della destra».

Francesco Rutelli, invece, si dice pronto a dare battaglia al vertice sulla collocazione europea che si terrà domattina. L’ex leader Margherita, che ha convocato i suoi ’coraggiosì per il 3-4 luglio, dice no all’accordo raggiunto da Franceschini con il Pse per la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare a Strasburgo, l’Asde, l’Alleanza dei socialisti e dei democratici. Rutelli nicchia, quando gli viene chiesto se sia possibile una sua uscita dal Pd, ma è un dato di fatto che alcuni della sua area, da Gianni Vernetti a Paola Binetti, sono da tempo molto scettici sulla permanenza nel Pd. È anche vero che altri esponenti come Paolo Gentiloni e Linda Lanzillotta sembrano decisi a continuare nel partito la loro battaglia e molti ritengono che Rutelli punti solo a far mettere agli atti il suo dissenso.

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« Risposta #14 il: Luglio 02, 2009, 11:41:12 »

Veltroni: «Pd a vocazione maggioritaria Non torno: servono nuove energie»
 
 
ROMA (2 luglio) - «L'ambizione giusta per il Pd è la vocazione maggioritaria: o c'è la vocazione maggioritaria nel Pd o non c'è il Pd»: lo ha detto Walter Veltroni nel suo discorso in chiusura della manifestazione "La nuova Italia dei democratici. Il Lingotto 2 anni dopo" al teatro Capranica di Roma. «Ho visto lo striscione "Bentornato Walter". Vi ringrazio, ma io sono fuori - ha sottolineato Veltroni - E' assolutamente sbagliato parlare di un mio ritorno, non è il tempo dei ritorni, ma è il tempo di una nuova stagione, ora servono nuove energie. Io sono fuori e resterò fuori dal partito».

Vocazione maggioritaria. Veltroni ha definito «paradossale» che si metta in discussione la vocazione maggioritaria del partito. «Se non c'è un'alleanza riformista, questo Paese non uscirà dai guai - ha detto Veltroni - Senza un progetto centrale per il Paese, non ci potrà essere un ciclo riformista. Quando dicevo il Pd deve essere a vocazione maggioritaria, non era l'idea di coltivare l'isolamento, la solitudine arrogante e presuntuosa di chi vuole raggiungere il 51 per cento».

Senza bipolarismo si corre verso l'inferno. «Abbandonare il bipolarismo - sostiene Veltroni - e tornare ai governi di coalizione che fanno i partiti dopo il voto significa imboccare la strada dell'inferno. Il rifiuto del bipolarismo è la tomba del riformismo, perché l'Italia ha bisogno di stabilità».

Le primarie strumento essenziale del partito. «Le primarie sono uno strumento essenziale, sono parte del Partito democratico - dice Veltroni - Le primarie sono una scelta democratica dei candidati. Non solo quelle di coalizione, ma anche quelle di partito sono un valore».

Candidato premier e programma riformista. «Sganciare il segretario del partito dal candidato premier mi lascia molto perplesso - dice Veltroni - Questo significherebbe tornare ad un premier oggetto di una trattativa in un governo di coalizione. E' meglio presentarsi agli italiani con un candidato premier e un programma riformista».

Un errore considerare sconfitta il 33% del 2008. «Noi abbiamo fatto un grande errore, e cioè accettare che quel risultato del 33% delle elezioni del 2008 fosse considerato una sconfitta - sostiene Veltroni - Certo, abbiamo perso la sfida per il governo del Paese, ma partivamo dal 22%. Quel giorno un italiano su tre aveva votato per noi e noi abbiamo ottenuto un risultato straordinario nel nord e abbiamo avviato il rinnovamento della classe dirigente al sud».

Un Paese alla rovescia. «Il nostro è un Paese alla rovescia - dice Veltroni - Il nostro Paese sta male, è in preda a un senso di smarrimento. E' inutile dire, come fa il presidente del Consiglio, che non si deve dirlo, e se la prende con un complotto ordito dalla sinistra, dai mezzi di informazione, addirittura dalle potenze straniere».

Contro Debora Serracchiani un incredibile tiro al bersaglio. «Contro Debora Serracchiani c'è stato un incredibile tiro dopo la sua intervista di ieri su Repubblica - ha detto Veltroni concludendo il convegno al quale era presenta anche la neo deputata - Voglio dire una cosa sull'intervista di Debora in cui diceva che Franceschini è simpatico. Si capisce che era una battuta, come lo era anche il commento di Nicola Zingaretti. Ma in poche ore si è scatenato su di lei un incredibile tiro perché ha detto cose che non si dovevano dire. Santo Dio, quanti sono quelli che hanno detto cose che non si dovevano dire e non hanno subito la stessa sorte. Il nuovismo, come tutti gli "ismi", può essere un'ideologia. Ma quando il "basta col nuovismo" è difesa di quello che c'è, allora e sbagliato».

Tra i presenti nella sala c'erano alcuni dei volti nuovi portati in politica da Veltroni, come Massimo Calearo, Achille Serra e Marianna Madia, nonché altri parlamentari da sempre vicini all'ex segretario del Pd (Roberto Morassut, Giorgio Tonini, Enrico Morando, Stefano Ceccanti). In sala anche Silvio Sircana, che fu portavoce di Romano Prodi, e diversi parlamentari ex Ds, come Giovanna Melandri, Luigi Nicolais, Roberta Pinotti, Marina Sereni e Cesare Damiano. Tra i rutelliani Roberto Giachetti, Luigi Zanda, che ha introdotto i lavori del seminario, e Paolo Gentiloni, uno dei relatori. In sala anche una delegazione degli ex popolari (la maggior parte dei quali oggi è a Norcia per un seminario) come Gianclaudio Bressa, Lapo Pistelli, Maria Pia Garavaglia e Pina Picerno. Sul palco anche David Sassoli Debora Serracchiani, Filippo Penati e Pietro Ichino. Seduti ai primi posti alcuni esponenti eco-dem, come Ermete Realacci, Roberto Della Seta e Ferrante. Tra gli esponenti della cultura e del giornalismo Ettore Scola, Miriam Mafai, Maurizio Mannoni. 
 
da corriere.it
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