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Autore Topic: EdizioniSaecula. Maria Cinconze - Gli ultimi giorni di Bellini e Napoleone...  (Letto 1142 volte)
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« il: Settembre 17, 2013, 11:18:49 »


L’infelice destino che accomunò due grandi personaggi    
   
Scritto da Maria Cinconze   

Gli ultimi giorni di Vincenzo Bellini e Napoleone Bonaparte messi a confronto in volume pubblicato da Edizioni Saecula 

EdizioniSaecula

«Vincenzo abbassò le braccia e si chiuse nella sua malinconia sempre più disperata». L’amarezza di quell’abbraccio mancato (alla madre, alla patria, alla donna amata) pervade gli ultimi giorni, e forse l’intera esistenza, di due uomini unici nel loro genere: Vincenzo Bellini e Napoleone Bonaparte. Protagonisti del romanzo Il musicista e l’imperatore di Piero Isgrò (Edizioni Saecula, pp. 312, € 14,00), i due sono accomunati da un simile, drammatico destino: morire in solitudine in terra straniera, in dubbie circostanze, circondati da personaggi inetti, se non addirittura ostili.

Il musicista catanese trascorre i suoi ultimi giorni a Puteaux, nei sobborghi di Parigi, ospite nella villa di una coppia di cinici individui: Maria Olivier, un tempo donna di mondo, ormai schiava delle sue stesse passioni, e Samuele Levys, il marito affarista sull’orlo del tracollo, che ha fatto della moglie uno specchietto per le allodole e si serve di lei solo per raggiungere i suoi interessi.

Allo stremo delle forze, recluso nella sua stanza, Vincenzo rivive i giorni dell’infanzia catanese, in quella terra che «era la metafora di se stessa, talmente eccessiva da parere inventata», dove «i sentimenti venivano coltivati e sopiti, per antica abitudine, davanti alla conca» e poi la partenza per Napoli, momento determinante per la sua formazione. Si susseguono immagini dei primi successi milanesi, dei salotti parigini pieni di «inutile allegria» e di donne vane che «si sventolavano senza criterio»; riecheggiano le voci aspre dell’invidia dei concorrenti, nell’arte della musica come in quella amatoria. «Bellini soffriva della sindrome di Casanova», amato da decine di donne, non riusciva, non poteva legarsi a una sola: la noia l’avrebbe presto sopraffatto e il timore costante di non poter essere compreso appieno gli avrebbe oltretutto impedito di perseguire l’unica reale passione della sua intera esistenza, la musica ovviamente.

Ma come fuggire ora sul letto di morte ai fantasmi delle amanti precipitate nell’oblio, che riaffiorano per insinuare il rimorso? D’altra parte Vincenzo non è tipo da commiserarsi e sa bene che la sua arte varrà al suo perdono, così Maddalena, Giuditta, e chissà quante altre, sono voci e volti che si mescolano in un continuo andirivieni che si alterna a sprazzi di lucidità nella mente del povero maestro.

Non è tanto sul musicista Bellini che l’autore focalizza l’attenzione, quanto sull’uomo Vincenzo, spirito inafferrabile talmente ripiegato sulla propria interiorità che riusciva ad apparire vuoto e privo di carattere, ma che inaspettatamente sapeva diventare «una specie di virrina, un punteruolo». Ad assisterlo, fino all’ultimo respiro, il giardiniere Joseph Hubert, che per l’occorrenza si è improvvisato cameriere, infermiere e infine custode dei ricordi e dei racconti di aneddoti del maestro, unici mezzi per sentirsi ancora vivo, mentre si spegneva inesorabilmente.

Nella mente del giardiniere, figlio di un vecchio militare dell’esercito napoleonico, l’immagine dell’uomo morente non può che rievocare le storie narrate dal padre che avevano come protagonista un soggetto, l’imperatore per l’appunto, negli ultimi suoi giorni a Sant’Elena, in condizioni del tutto sovrapponibili. Stessa diagnosi approssimativa, un’infezione intestinale; simili vaghi medicamenti, calomelano e orzata di mandorle amare; entrambi morti sotto gli occhi di estranei.

Anche gli ultimi giorni di Napoleone sono inevitabilmente segnati da ricordi e racconti di battaglie, vittorie, l’orgoglio di glorie e onori che sarebbero passati alla storia, ma che, ad un passo dalla fine, fanno meno rumore se si muore da soli.

La profonda solitudine in cui si ritrovano entrambi i protagonisti è forse l’elemento più disarmante per il lettore, oltre al sospetto che le loro morti non siano state dovute a cause del tutto naturali. Quando si considerano le vite di grandi uomini, o comunque di persone speciali, spesso alla fine ci si imbatte in grandi case deserte che un tempo straripavano di gente, silenzi dove prima era chiasso e risate, la desolazione che avvolge ogni cosa e spegne fino il più piccolo barlume di vita. Ci si chiede allora se sia questo il prezzo da pagare quando si ha qualcosa da donare agli altri o se siano in fondo le doti singolari a richiedere di essere coltivate nell’isolamento.

In tale prospettiva, che ruolo possono avere gli stuoli di amici che si accostano con la stessa velocità con cui sono pronti a defilarsi quando le cose si mettono male? Non sono di certo serviti a Vincenzo i mormorii e le rimuginazioni di chi, restando comodamente seduto nei salotti, aspettava la sua fine per dare sfoggio al proprio sterile sdegno, additando presunti colpevoli di avvelenamento!

L’esilio cui fu costretto Bellini poco ha quindi di diverso in confronto a quello celebre di Bonaparte e voler cercarne i motivi significherebbe addentrarsi in trame tanto contorte quanto in fondo probabilmente scontate. Il volume, attraverso una scrittura chiarificatrice, offre l’occasione per volgere lo sguardo oltre le apparenze della grandiosità e scoprire l’intensa umanità, piena di miserie talvolta, che contraddistingue certe vite.

Maria Cinconze

(www.excursus.org, anno V, n. 50, settembre 2013)

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