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6061  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Re: BRUTTE STORIE... Vogliamo discuterne? inserito:: Luglio 22, 2007, 11:29:00 am
OK

Non volete iscrivervi per discuterne?

Pazienza... che le leggiate, per ora, mi basta.

ciaoooooooooooooo

 
6062  Forum Pubblico / ICR Studio. / L'angolo di Arlecchino... (ulivista). inserito:: Luglio 22, 2007, 11:25:32 am
Nell'attesa di aprire un mio blog mi creo un angolo dove, con il mio sistema di proporvi articoli dalla stampa, cerco di "informarvi" su notizie che aiutano a riflettere in tempi adeguati e non dispersivi.

Il tempo resta il nostro patrimonio più importante (unitamente alla salute) non sciupiamolo.

Certo è una mia selezione di news, mi auguro che il mio buon senso di uomo qualunque (anche se ulivista convinto) vi inviti a riflessioni utili alla promozione del cittadino che è in noi.

ciaooooooooooooooooooooooo   
6063  Forum Pubblico / AUTORI. Altre firme. / Alfredo Recanatesi. - Il tango delle pensioni inserito:: Luglio 04, 2007, 07:44:58 pm
Il tango delle pensioni

Alfredo Recanatesi


Sulle pensioni - si è detto - questa è la settimana cruciale. D’accordo: ma quanto cruciale? Occorre chiederselo perché di settimane cruciali ne sono già trascorse parecchie tra un’alternanza di aperture e chiusure, di prospettive di intese e successive rotture, tutte puntualmente seguite dalle cronache alle quali i mezzi di informazione sono tenuti, ma che appaiono sempre più monotone e ripetitive, consolidando l’impressione di una esasperante impasse sulle contrastanti posizioni di principio.

Intendiamoci: che si tratti di un tema complesso è fuori discussione dovendosi conciliare esigenze di equità sociale, per altro esplicitamente riconosciute anche nel programma dell’Unione, e una spesa previdenziale che, soprattutto per motivi demografici, è diventata una sorta di potenziale bomba ad orologeria che potrebbe deflagrare negli anni di un futuro anche lontano. Ma gli elementi della equazione che occorre far quadrare ci sono tutti; sono tanti e complessi, ma ci sono tutti.

Di conseguenza, è difficile non rimanere quanto meno sconcertati di fronte alla mutevolezza delle posizioni assunte dalle diverse parti in causa attorno al tavolo della trattativa in tutte le settimane cruciali che già sono trascorse, e di fronte alla distonia che su un argomento in agenda già da mesi si deve registrare tra i membri stessi del governo. Che il ministro del Lavoro formuli una proposta di intesa da sottoporre ai sindacati ed il ministro dell’Economia la bocci ritenendola rischiosa per le casse dello Stato fa parte del gioco delle parti che si stabilisce all’interno di ogni governo tra chi ha il compito di gestire le spese (e le relazioni con le organizzazioni rappresentative) e chi ha quello di reperire le entrate e far tornare i conti. Ma che questo gioco debba avvenire attraverso i mezzi di informazione non sta scritto in alcuna regola ne di democrazia sostanziale, ne di trasparenza; ed a ragione, perché così non si fa altro che trasformare, senza alcun costrutto, la fisiologica differenza tra i punti di vista interni al governo in un patologico scontro tra i componenti dello stesso governo.

Per stare all’ultimo episodio: prima di proporre ai sindacati, e pubblicizzare sui giornali, i 58 anni più incentivi per chi ritarda il pensionamento ed una verifica tra tre anni dei risultati ottenuti Damiano non poteva sentirsi con Padoa Schioppa ed eventualmente ricorrere a Prodi per individuare un punto di incontro da portare al tavolo della trattativa come proposta del governo?

Insomma, tra le tante esigenze contrastanti il governo formuli una sua proposta che abbia un consenso collegiale e dopo, solo dopo, la esponga al tavolo della trattativa e la renda di pubblico dominio.

Non come un diktat, beninteso, ma neppure come una iniziativa a titolo quasi personale soggetta a prese di distanze, distinguo o veri e propri sbarramenti; dissensi sui quali ogni parte in causa, politica o sindacale, ha l’opportunità di insinuarsi per coltivare il proprio specifico interesse, sia sostanziale che mediatico. In questo modo ci sarebbe, sì, una settimana cruciale per arrivare ad una conclusione, ma una.

Pubblicato il: 04.07.07
Modificato il: 04.07.07 alle ore 13.38  
© l'Unità.
6064  Forum Pubblico / La Nostra CULTURA è un RECINTO dove Incontrare le ALTRE. / ROBERTO SAVIANO inserito:: Luglio 04, 2007, 07:43:24 pm
4/7/2007 (13:56) - CITTÀ VIETATA
Torino a rischio per Saviano
 
Lo scrittore dà forfait. Si sarebbe esibito ai Giardini Reali in coppia con Meg

GIOVANNA FAVRO
TORINO


Che cosa c’è di più triste di un intellettuale cui viene tappata la bocca con la forza? Di un paese in cui uno scrittore viene messo in condizione di non parlare, di non incontrare il pubblico, di non far volare il suo pensiero tra la gente a suon di minacce e di violenza?» E’ più o meno questo, il pensiero di Cosimo Ammendolìa, il direttore di «Traffic». Non sta parlando dell’Iran, di qualche paese africano, dell’Arabia Saudita, di Oran Pamuk o di Salman Rushdie. No. Parla di Torino, e di un appuntamento cancellato «per ragioni di sicurezza» con lo scrittore Roberto Saviano. L’autore che ha sfidato la camorra, e che vive scortato da mesi e mesi. Il papà di «Gomorra», che i camorristi minacciano d’uccidere.
Lo scrittore avrebbe dovuto incontrare il pubblico torinese la sera del 14, ai Giardini Reali. Era abbinato alla voce di Meg, l'ex cantante della 99Posse, che è sua amica e che è stata il tramite con Ammendolìa: «Abbiamo pensato di invitarlo mesi fa - spiega lui - perché avevamo deciso di porre Napoli al centro della sessione letteraria di quest’anno». Dal palco lo scrittore avrebbe dovuto parlare della sua Napoli, e forse anche leggere qualche brano del suo libro. Lei avrebbe cantato e suonato il pianoforte. «Avrebbero proposto a Torino un progetto elaborato per le scuole di Napoli. Avevano detto di sì in più occasioni: prima a voce, nei giorni precedenti la Fiera del Libro, e poi per e-mail. Invece, all’ultimo, ora che si trattava di prenotare l’hotel e l’aereo, è sfumato tutto».
L’e-mail che annuncia il forfait parla di «ragioni di sicurezza che impediscono a Saviano di partecipare all’appuntamento torinese».
Ammendolìa è indignato: «E’ una cosa tristissima. Che sia una sua scelta, ovvero che sia talmente stanco e sotto pressione, a forza di minacce, da gettare la spugna, o che sia impossibile garantirgli incolumità in un luogo aperto e grande come i Giardini Reali, resta il fatto che si tratta di una vicenda penosissima, che dovrebbe farci riflettere».
Quale delle due ipotesi è quella vera? Ernesto Ferrero, il direttore della Fiera del Libro, rivela che anche lui aveva invitato Saviano al Lingotto, nei giorni di Librolandia. «Ma anche nel nostro caso aveva rinunciato, declinando l’invito. La sua agenda è molto fitta, ma soprattutto gli consigliano di non muoversi troppo, per prudenza: purtroppo, quelli che lo minacciano non sono persone che parlano a vanvera. So che è stato ad esempio costretto a cancellare a malincuore anche la sua presenza a Latina, dove doveva ritirare un premio».
Dalla Mondadori, la sua editrice, dicono di non sapere nulla della cancellazione dell’appuntamento torinese. Spiegano però che «Saviano è molto legato a Torino, città che ama molto». Ormai, anche chi, dell’editrice, l’accompagna nelle tappe italiane non cancellate dall’agenda, s’è abituato alla prudenza. Viaggiare con Saviano significa avere a che fare con scorte di carabinieri e polizia, spostamenti segreti, tragitti e luoghi da non rivelare a nessuno.
Dalla questura di Torino, spiegano, a livello informale, che naturalmente i poliziotti impegnati in città si sentono in grado di proteggere chiunque. E’ accaduto con il presidente Napolitano, così come con Laura Bush, e accadrà oggi con il segretario generale dell’Onu. Pare che lo staff dello scrittore, comunque, non abbia neppure chiesto di preparare delle misure di protezione, né abbia informato della sua imminente presenza in città.La spugna è stata gettata prima, probabilmente, a sentire Ammendolìa, perché la città è comunque ritenuta a rischio, e per sfinimento, «perché se uno subisce violenza a un certo punto è tentato di mollare. Nelle sue e-mail si leggevano la fatica e la stanchezza per una vita complicata».
Dopo il forfait, il ciclo di scambi letterario musicali resta comunque dedicato a Napoli. Ferma restando la presenza di Meg, «stiamo ragionando sulla possibilità di avere Paolo Sorrentino o Matteo Garrone, che sta girando il film tratto dal best seller di Saviano». Gli altri due incontri sono in calendario il 12, con il regista Mario Martone con Daniele Sepe, e il 13 con l’autrice Valeria Parrella. Incontrerà Raiz, ex voce degli Almamegretta.

da lastampa.it
6065  Forum Pubblico / NOI, CITTADINI e POPOLAZIONE avversari della PARTITOCRAZIA. / Costi o sprechi: Tagliamo le Province, altro che i cellulari inserito:: Luglio 04, 2007, 07:41:22 pm
Tagliamo le Province, altro che i cellulari
Mario Lancisi


 FIRENZE. «Se è questo il disegno di legge del governo sui costi della politica per la Toscana è una pacchia», sorride sornione un dirigente regionale. «Telefonini, auto blu... certo sono misure importanti, per carità, ma il vero problema del costo della politica è la riorganizzazione pubblica dell’amministrazione. La verità è che nel nostro Paese ci sono troppe istituzioni. Abbiamo un numero eccessivo di Province, di Comuni piccoli e di Comunità montane», sbotta Paolo Fontanelli, sindaco di Pisa e presidente dell’Anci.

 Se il disegno di legge che venerdì prossimo verrà varato dal governo è quello anticipato ieri (anche se il ministro Giulio Santagata si è affrettato a precisare che alcune anticipazioni non sono corrette) per la Toscana - Regione, Province e Comuni - sarà non un taglio, ma un taglietto, o addirittura «una pacchia», come l’ha definita un dirigente regionale. Vediamo perché.

 Così taglio i consiglieri. Nel ddl del governo, stando almeno alle anticipazioni, si prevede una riduzione del 10% dei consiglieri regionali, provinciali e comunali. Una bazzecola. Prendiamo il parlamentino toscano. La settimana scorsa è stato approvato un ordine del giorno che impegna il consiglio a ridurre il numero dei consiglieri entro un anno. Tra i partiti ci sono diverse ipotesi sul taglio dei consiglieri. C’è chi sostiene la necessità di un ritorno al numero di 50 consiglieri e chi punta su 55, ma il 10% previsto dal governo significa che la riduzione sarà solo di 6-7 consiglieri e quindi dagli attuali 65 si passerebbe a 58-59. Diverso sarebbe stato se non fossero stati aumentati i consiglieri: in quel caso da 50 sarebbero scesi a 45.

 E anche per quanto riguarda i consigli provinciali e comunali, il taglio del 10% si rivela poca cosa, soprattutto per enti locali di piccola e media grandezza come quelli toscani. «A Pisa i consiglieri comunali sono 40: portandoli a 36 si risparmia davvero poco», osserva Fontanelli.

 Cellulari gratis addio. E’ forse uno dei provvedimenti più popolari. Secondo il disegno di legge deve possederli solo chi deve garantire la reperibilità, ma non sarà difficile dimostrarla. «A Pisa ce li hanno solo gli assessori e alcuni dirigenti, ma la spesa è sotto controllo. Più esteso l’uso del telefonino per quanto riguarda la Regione. Lo possiedono gli assessori, i 65 consiglieri e 68 dipendenti. Nel 2006 la somma stanziata per le spese telefoniche fu di 539.194 euro, grosso modo un miliardo di vecchie lire. E’ già stato deciso che chi spende più di 500 euro dovrà pagare il 40% della bolletta. In sintesi: fino a 500 euro un consigliere paga solo il 20%, cioé 100 euro. Se spende 600 euro, per quei 100 euro in più dovrà pagare il 40%.
 Il sindaco sponsorizza l’auto. Anche qui si prevede una riduzione drastica quanto imprecisata. Molti Comuni però si sono già messi a dieta. Quello di Pisa ad esempio ha 3 auto blu: una per il sindaco, un’altra per gli assessori e una terza per i dirigenti. «Si tratta di costi esigui perché la mia è stata concessa da una concessionaria pisana in prestito come forma di sponsorizzazione. Poi c’è un’Alfa a noleggio. Insomma le concessionarie tendono oggi a prestare le loro auto come forma di promozione», spiega Fontanelli.

 Più fumo che arrosto. Zero conseguenze per la Toscana se dovesse passare un altro punto del ddl: quello cioé che prevede che l’indennità di risultato di un dirigente e di un manager non debba superare il 30%. Telefonini, auto blu e consiglieri - secondo Fontanelli - sono più fumo che arrosto. Fanno colpo sull’opinione pubblica, ma non producono risparmi consistenti. La vera scommessa è quella che riguarda i livelli istituzionali, sostiene il presidente dell’Anci toscana. Ma su Comunità montane e consigli di circoscrizione il governo sembra voler rinviare alla Finanziaria.
 Se dimezzo le Province. Lui, Fontanelli, invece una sua proposta corposa ce l’ha. A cominciare dalle province. «Si potrebbe fissare un tetto di abitanti tra 200-300 mila», spiega. Proviamo (noi, non il presidente dell’Anci, che non vuole inimicarsi i suoi colleghi presidenti di Provincia) ad assumere come metro i 300mila abitanti: in Toscana sparirebbero 5 province su 10: Praticamente la metà, e cioé Grosseto, Massa Carrara, Pistoia, Prato («una città-provincia», la definisce Fontanelli) e Siena. Così come 287 Comuni sono troppi, sostiene il presidente dell’Anci. «Bisogna assegnare alle Comunità montane le funzioni dei piccoli Comuni e favorire le forme associate dei servizi. Piccolo non è più bello e soprattutto non è risparmioso...», conclude Fontanelli.

(03 luglio 2007)

da espresso.repubblica.it
6066  Forum Pubblico / SCIENZE & TECNOLOGIA / Eureka! Archimede ha ragione... inserito:: Luglio 04, 2007, 05:23:00 pm
Altri esperimenti mettono in evidenza il genio del grande inventore siracusano.

David Wallace del Mit di Boston ha provato che gli specchi ustori possono ardere le navi

Eureka! Archimede ha ragione
Amelia Crisantino


 Gli specchi ustori, quelli adoperati da Archimede per fermare la flotta romana che assediava Siracusa, sono da sempre un mito che rimanda al potere degli eroi semidivini più che alla scienza. Fra quegli argomenti capaci di fare amare la storia anche al più refrattario dei ragazzini: l´intelligenza contro la forza bruta; il fascino dalla mimetica abilità nel comprendere la natura, insinuarsi nel suo potere e adoperarne la tecnologia come fosse un gioco da ragazzi.

Crescendo nessuno stava più a pensare agli specchi ustori, relegati nel popoloso continente dove il mito e la storia si confondono. Archimede era un genio, su questo nessuno aveva dubbi, ma in fondo di lui che sappiamo? Faceva "cose strane", correva fuori dall´acqua gridando "Eureka!" e disegnava figure geometriche mentre stavano per ammazzarlo. E forse per i ragazzini di oggi è solo un personaggio di Walt Disney, lo scienziato amico di Paperino.

Ma poiché è sempre vero che «siamo nani sulle spalle dei giganti», a nome della comunità scientifica che oggi studia gli specchi per produrre energia elettrica dal sole Carlo Rubbia dice: «l´idea è semplice e antica. Ci ha già pensato Archimede 2000 anni fa», considerando il sole come una sorgente di energia che può essere concentrata e moltiplicata. E gli specchi ustori? Plutarco scrive dell´assedio per terra e per mare che dal 214 avanti Cristo Siracusa subisce per 18 mesi, dopo avere abbandonato l´alleanza con Roma per schierarsi con Cartagine. Scrive dei romani che stringono la città in una morsa e dei cittadini impauriti, mentre Archimede comincia a caricare le sue macchine bombardando il nemico con grandi massi di pietra. Descrive i grandi pali che all´improvviso escono dalle mura e dall´alto colpiscono le navi affondandole, le mani di ferro, i becchi simili a quelli delle gru che sollevando i natanti per la prua le scaraventano in acqua, un artiglio meccanico che ribalta gli scafi spezzandoli al centro.

Le mura della città erano irte di macchine che impaurivano i rozzi romani, ma ai famigerati specchi ustori che per un paio di millenni l´immaginario collettivo ha saldamente collegato all´assedio di Siracusa non accennano né Plutarco né Polibio, che è il grande storico del mondo mediterraneo. Così è sempre rimasto il dubbio se fossero davvero esistiti, e nel corso dei secoli ogni tanto si è provato a ricrearli.
Il penultimo tentativo di far funzionare gli specchi di Archimede è stato fatto nel 2004, dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston e dall´Università di Arizona, nel corso di un esperimento sponsorizzato dal canale satellitare Discovery Channel. Hanno provato a dar fuoco a una vecchia barca da pescatori. L´esperimento non è riuscito, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che gli specchi ustori erano solo un mito e la televisione ha pubblicizzato la condanna. Quindi la questione, con autentico pragmatismo americano, sembrava chiusa. Un po´ troppo sbrigativamente per i gusti di David Wallace, anch´egli professore al Mit e parecchio polemico verso i colleghi. E Wallace ha provato a ripetere l´esperimento assieme alla sua classe.

Il 4 ottobre del 2005, sul tetto del Wast Garage del Mit, alunni e professore hanno composto un collage di 127 specchi di 30 centimetri quadrati, posizionati a 30 metri da un modello di nave. Sotto i loro occhi increduli, sono bastati 10 minuti di sole perché la nave prendesse fuoco. Le conclusioni tratte da Wallace sono all´apparenza minimaliste, e nell´impossibilità di stabilire se Archimede abbia o meno adoperato gli specchi il professore sostiene «abbiamo dimostrato che gli sarebbe stato possibile farlo». Conclusioni che sono state adottate dalla seconda edizione di Speklon, manifestazione che sino al 15 luglio ha organizzato a Siracusa molteplici iniziative - programmando anche la proiezione del video realizzato da Wallace - sull´energia solare e i suoi mille usi dall´antichità ad oggi.

L´esperimento di David Wallace richiama l´attenzione su un periodo storico lontanissimo da noi, genericamente catalogato come antico e poco conosciuto. Il secolo di Archimede è il III avanti Cristo, Siracusa fa parte dei regni ellenistici e partecipa ad una rivoluzione scientifica poi del tutto dimenticata. Archimede molto probabilmente studia ad Alessandria, il più importante centro scientifico dell´epoca, rimanendo per tutta la vita in contatto con gli scienziati alessandrini. La distruzione dei regni ellenistici, cominciata con la conquista di Siracusa nel 212 a. C. fa perdere persino la memoria di una scienza fondata sull´osservazione della natura, arrivata ad un livello tanto avanzato che solo oggi diventano comprensibili alcuni residui casualmente arrivati sino a noi. Per restare agli specchi, nel bel libro di Lucio Russo "Una rivoluzione dimenticata" leggiamo di come Archimede abbia scritto uno studio sugli specchi parabolici intitolato "Catottrica", dove si sofferma sulle proprietà degli specchi concavi capaci di concentrare i raggi solari in un punto.

Ma con Archimede le sorprese non finiscono mai, i campi in cui applica il suo eclettico genio sono tanto numerosi da far dire a Voltaire «c´è più immaginazione nella testa di Archimede che in quella di Omero» e, contro ogni stereotipo sul disinteresse degli antichi per le applicazioni pratiche, fonda una "scienza delle macchine" scrivendo il primo trattato teorico di ingegneria navale e ideando macchine per il sollevamento dell´acqua, oltre ad scrivere un trattato sul metodo scientifico e avere in pratica superato la filosofia della natura attraverso l´uso della tecnologia.
Dal suo mondo così lontano arrivano segni, indizi da collegare fra loro. Dopo la caduta di Siracusa, Cicerone narra che il console Marcello portò con sé a Roma un planetario che riproduceva la sfera celeste e i pianeti. Si è sempre pensato che, come gli specchi ustori, anche il planetario facesse parte delle leggende su Archimede. Finchè nel 1900 un gruppo di pescatori ha casualmente ritrovato il relitto di un´enorme nave risalente al I secolo a. C. che - si è capito solo 50 anni dopo - a bordo aveva il più antico calcolatore meccanico conosciuto, un complesso planetario mosso da ruote dentate che ricostruiva il moto della luna in rapporto al sole, gli equinozi, le fasi lunari e il moto dei pianeti. Chiamato "la macchina di Anticitera", dal nome dell´isola greca presso cui è stato rinvenuto, è la dimostrazione della tradizione di alta tecnologia di cui Archimede era un prodotto e un artefice. Nel 212 a. C. la tecnologia militare dei siracusani poté essere vinta solo dalla peste e dal tradimento: allora la più bella e potente città di Sicilia venne saccheggiata, Archimede ucciso e dimenticato dai suoi concittadini. Cicerone, questore a Siracusa nel 75 a. C, ne scoprì il sepolcro «tutto circondato e rivestito di rovi e pruni, di cui i siracusani ignoravano l´esistenza». E racconta come, su una piccola colonna che sporgeva di poco fra le spine, vide scolpita una sfera dentro un cilindro, come iscrizione la proporzione fra i due solidi. Cicerone commenta - nelle disputazioni tuscolane - che così «una fra le più celebri città della Grecia, e una volta anche fra le più dotte, ignorava l´esistenza della tomba del suo più geniale cittadino». A riprova di quanto sia ingenuo credere in un progresso continuo ed automatico dell´umanità. Ed anche pericoloso.

(03 luglio 2007)

da espresso.repubblica.it
6067  Forum Pubblico / PERSONE che ci hanno lasciato VALORI POSITIVI / Il mio bel canto libero... (Andrea Bocelli si racconta) inserito:: Luglio 04, 2007, 05:21:49 pm
Il mio bel canto libero
di Stefania Rossini

Il successo. La privacy perduta. Il matrimonio fallito. Gli incontri con i grandi della Terra.

Andrea Bocelli si racconta: 'Mi amano ovunque perché sono un prodotto genuino'

 
1958 Andrea Bocelli nasce il 22 dicembre a Lajatico, nella campagna pisana. Il padre Alessandro e la madre Eddi hanno un'officina di macchinari agricoli. Il fratello Alberto è oggi architetto.

1959-60 Affetto da un glaucoma bilaterale, viene operato a Torino ben 27 volte. Vede parzialmente con l'occhio destro e distingue luci e colori. ...

Andrea Bocelli è un uomo che non fa sconti. Né alla cecità che gli vieta la presa sul mondo da quando era bambino, né a chi tenta di superare il confine che traccia di continuo tra sé e gli interlocutori. Da quasi 15 anni è l'ambasciatore del bel canto italiano. Da altrettanti edifica il proprio monumento composto di una voce potente, di un buon mix di melodramma e canzonette, di contatti ravvicinati con i grandi della Terra, di uscite pubbliche calibrate su eventi indimenticabili: il Giubileo, la notte di fine secolo, le Olimpiadi, l'anniversario delle Torri gemelle.

Lo incontriamo nella sua casa di Lajatico, vicino Volterra, tra vigneti che producono un Chianti che porta il suo nome e le stalle che ospitano i cavalli che ha preteso di domare. Poco distante c'è il Teatro del silenzio, che lui stesso ha voluto in un declivio naturale e dove il silenzio è rotto una sola volta all'anno da un suo concerto. Il prossimo si terrà il 5 luglio e lo vedrà cantare le sue canzoni più popolari, a cominciare dall'archetipo 'Con te partirò'.

Con queste premesse, un successo garantito. È difficile mantenere una popolarità mondiale come la sua?
"Non lo so perché è l'ultimo dei miei problemi. La popolarità mi ha dato troppi fastidi".

Anche qualche vantaggio, immagino.
"Meno di quanti me ne aspettassi. La prima volta che vidi Zucchero, una star che nella mia immaginazione di ragazzo di campagna doveva essere al culmine della contentezza, fui stupito di trovare un uomo problematico e infelice. A tanti anni di distanza ho capito perché".

Lo dica anche a noi.
"La popolarità si nutre di privacy, la pretende e la fagocita. Distoglie dalla vita famigliare e fa fallire i matrimoni. E poi deve sopportare troppi veleni".

Allude alla critica? In effetti non sempre è stata benevola con lei.

"All'inizio me ne disperavo. Sentivo che mi criticavano non per correggermi, ma per distruggermi. Non mi si perdonava il fatto di essere uscito da Sanremo e di cimentarmi con l'opera. Da che mondo è mondo si è abituati al percorso contrario. Prima i palchi della lirica, poi le canzoni, come Caruso, come Gigli, come Del Monaco".

All'estero, e specialmente in America, l'adorano senza troppi distinguo. Come lo spiega?
"Con il fatto che sono un prodotto italiano a tutti gli effetti. I prodotti italiani genuini sono estremamente amati nel mondo. Se mi dicono che rappresento un confezionato made in Italy, non mi offendo. Però vorrei che mi si riconoscesse almeno la genuinità. Non mi sono costruito a tavolino: sono così".

Così come? Si descriva.
"Sono il bel canto, il paesaggio toscano, le colline del Chianti, le grandi romanze, l'opera. Ma io sento il dovere di girare il mondo non solo per rappresentare l'italianità, ma anche per portare alla gente un messaggio di ottimismo e di coraggio".

Si riferisce alla sua cecità?
"Non c'entra niente. Mi riferisco alla mia religiosità, che è filosofica e immagina un progetto intelligente per tutti noi. Io, che non credo al caso, mi lascio portare da questo progetto".

Non pensa che il fatto di essere cieco abbia almeno contribuito a costruire il suo personaggio?
"Assolutamente no. Lei sa che cosa vuol dire handicap? Vuol dire svantaggio. Senza questo handicap avrei fatto molto meglio sia nella vita che come cantante. La gente non compra dischi per pietà, non va ai concerti per pietà. Al massimo, se si commuove, tira un fiore sul palco. Detto questo non mi posso lamentare: sarebbe chiedere troppo alla vita".

Anche i suoi fan non sono semplici ammiratori: il papa, Clinton, Bush, Putin...
"Me ne sono meravigliato a lungo anch'io, perché non sono un grande fan di me stesso. All'inizio rimanevo di stucco se a chiedermi un autografo era Harry Belafonte o a starmi affettuosamente vicino era Elizabeth Taylor. Poi se un giorno ti suona alla porta Barbra Streisand che vuole conoscerti, un altro giorno è Tony Blair ad aprirti la porta della principessa Strozzi che vuole meravigliarlo, cominci ad accettare la cosa con normalità".

Tony Renis, suo grande sponsor, ha detto una volta che lei sta a Berlusconi, come Marilyn Monroe stava a Kennedy.
"È una frase che non conoscevo, ma sospetto che Kennedy avesse con la Monroe rapporti diversi da quelli che ho io con Berlusconi. Del resto mi hanno classificato come berlusconiano, come radicale, come tutto".

E invece?
"Invece mi piace parlare di quello che si può fare, senza guardare alla parte politica. Di recente ho avuto scambi di idee anche con Veltroni, persona estremamente intelligente. Sa che da ragazzo ero un po' rivoluzionario? Leggevo Marx, Mao Tse Tung, Ho Chi Min".

Adesso ha cambiato genere?
"Adesso cerco di tenere la bussola senza schierarmi. Un anno fa ho rifiutato di candidarmi con la Rosa nel pugno perché non mi piace che i dilettanti si occupino di politica. Come non mi piace che parlino di tutto: dei Dico, del testamento biologico".

Perché no? Sono temi su cui ognuno ha il dovere di avere un'opinione.
"Basta che la tenga per sé. Ci sono questioni che vanno delegate ai tecnici e agli scienziati. Invece si intervista un calciatore o un tennista e, dopo una domanda sulla partita, gli si chiede: 'Lei cosa pensa delle cellule staminali?'. Oggi parla soprattutto chi dovrebbe stare zitto".

Allora passiamo ad un argomento materiale. Lei è molto ricco?
"Ricco è una parola che non ha senso. Rispetto ai ricchi della terra sono molto povero, rispetto ai poveri sono molto ricco".

Beh, ha venduto 50 milioni di dischi...
"A parte che una cifra così è più simbolica che reale, e probabilmente comprende anche i singoli e Internet, io cerco di mettere i soldi al servizio di tutti".

Facendo beneficenza?
"Considero le elemosine offensive per chi le riceve. Io do lavoro e offro possibilità a un sacco di gente. I soldi tenuti sottoterra sono un peccato mortale, vanno messi in circolo per produrre ricchezza. Le mie reminiscenze di economia politica servono a qualcosa".

Già, lei ha studiato legge e ha fatto l'avvocato.
"Ho fatto solo tirocinio in uno studio legale per un anno. Mi sono ritrovato avvocato d'ufficio, ma non riuscivo a fare miei i problemi degli altri. La sera me ne scappavo a suonare nei pianobar. Ho avuto una giovinezza piuttosto dissoluta".

Davvero? Che dissolutezze praticava?
"Ero un ragazzo robusto e passionale, non sentivo mai la fatica. Così la notte tiravo tardi, anche fino alle cinque del mattino: grandi piatti di pasta, bottiglie di vino...".

Tutto qui? Scommetto che c'è dell'altro.
"Mi davo da fare anche con le ragazze, ma i risultati erano scarsi. Dopo è andata molto meglio, perché è giusto ammettere che l'uomo di successo è subito più bello e ha più chance. Non bisogna scandalizzarsene perché è un fatto biologico, capita anche al capobranco nel mondo animale".

A proposito di animali, si fa fotografare spesso in sella al suo cavallo. Gli si affida con tranquillità?
"Veramente è il cavallo che si fida di me. Pratico diversi sport, ma la mia vera passione è quella di domare queste bestie meravigliose, prendendole allo stato brado e riducendole all'obbedienza. È un rapporto fisico, atletico, che diventa un rapporto gerarchico. Alla fine il cavallo capisce che l'uomo è il capo".

Le piace tanto essere il capo?

"Con il cavallo sì. Con le persone non ho particolare disposizione. Ma se è necessario, non mi tiro indietro".

Qualche anno fa lei ha scritto un romanzo autobiografico tradotto in molte lingue. Scrive ancora?
"Solo aforismi, da un po' di tempo. Mi piace la loro brevità, il gioco di parole e l'assolutezza. Ne ho fatti sul canto, sull'arte, sull'amore, su questioni frivole".

Chiudiamo allora con un suo aforisma.
"Le dico l'unico che so a memoria: ' Canta chi piace, non chi si piace".

(03 luglio 2007)
da espresso.repubblica.it
6068  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / Eugenio Scalfari Andiamo a lezione da Thomas Mann inserito:: Luglio 04, 2007, 10:48:07 am
IL VETRO SOFFIATO

Andiamo a lezione da Thomas Mann
di Eugenio Scalfari


Leggano la sua Lectio specie coloro che oggi si vantano di incarnare la nuova borghesia, ma della quale non sanno nulla  Thomas Mann con la famigliaNon c'è come frugare svagatamente tra i libri di casa che può sorprenderti, come se la ricerca fosse guidata, come se in quel momento tu avessi bisogno di rileggere quell'autore, quelle pagine che non sfogliavi da anni e quel testo, sì, proprio quello, che non ricordi d'aver mai letto ma che ora, solo ora, ti appare come il cibo prezioso che 'solum è mio ed io son per lui' come scriveva il Machiavelli nella famosa lettera al Vettori.

Così mi sono imbattuto nell'undicesimo volume dell'opera di Thomas Mann e, alla pagina 612, nella conferenza da lui tenuta nel maggio del 1950 all'Università di Chicago, dal titolo 'Meine Zeit' (Il mio tempo). L'incipit è un esempio di eloquenza, un modo infallibile per prendere in mano la mente e il cuore del pubblico, la sua concentrata attenzione, e non lasciarlo fino all'ultima parola: "Del mio tempo voglio parlarvi, non della mia vita. Ho poco o punto desiderio di tenervi una conferenza autobiografica. Ma se parlo del mio tempo è necessario che io abbia in mente due cose: l'epoca storica in cui fu inquadrata la mia vita individuale e della quale sono stato testimone; è infatti il tempo che mi fu dato, la clessidra che mi fu assegnata... Dalla considerazione del mio tempo non si può scindere del tutto l'io autobiografico sicché, volere o no, il panorama del tempo diventa il panorama della mia vita".

Mann aveva allora 75 anni. Aveva già concluso la sua opera letteraria e saggistica con il libro della vecchiaia, il 'Doktor Faustus', ma ancora scriveva con una continuità tenace e a volte quasi furiosa perché (lo dice ancora una volta in questa conferenza) chi ha consegnato il senso della sua vita all'opera che ha scelto di intraprendere sente il bisogno di continuare "perché non c'è sosta, ed ogni nuova impresa non è che il tentativo di assumere la responsabilità per tutte le precedenti, di salvarle, di ripararne l'insufficienza".


Di qui ha inizio il racconto dei fatti - eccezionali - che accaddero nei 75 anni nei quali la sabbia della sua clessidra scivolò tra le sue dita. Era nato a Lubecca nel 1875 e in effetti gli eventi ai quali assistette da spettatore e da artista e i personaggi che fecero la loro comparsa sulla scena furono eccezionali. Dalla nascita dell'Impero tedesco costruito dalla brutale intelligenza di Bismarck, alla fine della Belle époque, alla prima guerra mondiale, al drammatico intervallo tra le due guerre, la nascita del fascismo, del nazismo e del comunismo sovietico, la seconda guerra, lo sterminio degli ebrei, l'emigrazione. Infine la vittoria della democrazia e la prima aspra fase della guerra fredda tra gli ex alleati che avevano insieme sconfitto Hitler.

Fatti eccezionali? si domanda Mann. Certo, ma non più eccezionali di quelli che costellarono la lunga vita di Goethe e che lui stesso enumera a Eckermann: la caduta dell'ancien régime, la rivoluzione francese, Napoleone, vent'anni di guerre che sconvolsero l'Europa, l'insorgenza romantica, il Congresso di Vienna e la Restaurazione, la nascita degli Stati nazionali e del nazionalismo. La conclusione di Mann su questo punto è che ogni epoca è eccezionale e quindi ogni vita, per chi la vive, per la semplice ragione che è la sua vita, che si concluderà con l'altro eccezionalissimo evento della sua morte.

Un mito comunque ha sorretto la vita (e l'epoca) di Mann e fu la borghesia e la libertà responsabile. A descrivere la 'sua' borghesia Mann ha dedicato l'intera sua opera, dai 'Buddenbrook' e da 'Tonio Kröger' alle 'Considerazioni d'un impolitico', alla 'Montagna incantata' e 'Morte a Venezia'. Infine il 'Doktor Faustus' e i grandi saggi de 'La nobiltà dello spirito'. Quella borghesia l'ha descritta nel suo fulgore e nella sua irresistibile decadenza e infine alla sua scomparsa.

La lettura di questa Lectio magistralis davanti al corpo insegnante e agli studenti dell'Università di Chicago io la raccomando ai giovani d'oggi ed anche - anzi soprattutto - agli adulti che in qualche modo fanno parte della nostra classe dirigente in quest'epoca che per noi vecchi s'intreccia per buona parte del percorso con l'epoca di Mann. È capitato anche a me d'esser spettatore e testimone del mio tempo. Quando Mann morì, a me accadde di lavorare alla fondazione de 'L'Espresso'. Alle pagine del 'Mondo' collaboravano la figlia Elisabeth e suo marito Antonio Borgese. L'aria di quel settimanale rendeva assai da vicino il mondo dell'autore della 'Montagna incantata'; la sua idea della borghesia liberale era anche la nostra pur sapendo che era una visione più del passato che del futuro malgrado gli sforzi che facevamo - ciascuno nel suo possibile - per risuscitarla. Dovrebbero leggerla, questa Lectio, soprattutto coloro che oggi si vantano di rappresentare la nuova borghesia, della quale non conoscono nulla; almeno così sembra poiché non basta anteporre il 'neo' per spiegarne una lontananza così profonda ed anzi una vera e propria antinomia tra il modello e la sua replica a mezzo secolo di distanza.

Per questo la lettura sarebbe utile e forse indurrebbe quei lettori a una riflessione critica. Anche i nostri vescovi dovrebbero leggerla e ne trarrebbero qualche insegnamento. Ci sono pagine dedicate alla religione e alla laicità che sembrano scritte oggi. Ne cito la conclusione: "La conquista del mondo è un sogno antichissimo; ogni fede vuol conquistare il mondo a rischio di diventare soltanto il mezzo per la conquista del mondo".

(03 luglio 2007)
da espresso.repubblica.it
6069  Forum Pubblico / NOI, CITTADINI e POPOLAZIONE avversari della PARTITOCRAZIA. / Re: Fassino: «La gente è delusa. Serve uno scatto» inserito:: Luglio 02, 2007, 08:02:41 pm
Il ministro Bersani: prima la discussione poi le candidature Pd.

Letta: «Nessuno ci può fermare» Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a Milano: «Tutti possono concorrere»

 
MILANO - Resta in primo piano all'interno della maggioranza il dibattito sul futuro Partito democratico. «Tutti possono concorrere, nessuno ci può fermare» ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Enrico Letta, intervenuto al Forum regionale Alla prova del nord insieme con il ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, e il ministro delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini. Letta ha sottolineato che non è ancora il momento delle candidature per il Partito Democratico. «Oggi - ha spiegato - si è parlato di cose e di proposte, questo è il Partito Democratico. Ci stiamo muovendo, la sfida è rinnovare la politica». A chi gli chiedeva di possibili candidature, ha spiegato che il processo «è aperto, tutti possono concorrere».

«PRIMA DISCUSSIONE POI CANDIDATURE» Dello stesso parere il ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani. «Sono molto convinto - ha detto - che ci voglia un po' di discussione, di pensiero sul percorso che dobbiamo fare. Vedo che tutto viene ridotto ai meccanismi di candidatura, alle liste, ma io non ho in testa questo tipo di problema». Immancabile la domanda da parte dei giornalisti su una sua possibile candidatura o su una candidatura del Nord. «Ci mancherebbe - ha risposto Bersani - che ci mettessimo a fare candidature del Nord, del Sud, dell'Est o dell'Ovest. Io non ho in testa questo problema. Quando ci saranno regole definite, vedremo come fare». Bersani ha spiegato di essere «alla ricerca di quali possano essere le forme perchè ci sia questa discussione».

02 luglio 2007
 
da corriere.it
6070  Forum Pubblico / SALUTE, BENESSERE (ricerca di una buona qualità di vita). / UN ITALIANO SCOPRE LA MOLECOLA PER PREVENIRE LE ALLERGIE AI CIBI inserito:: Luglio 02, 2007, 08:01:35 pm
2007-07-02 16:05

UN ITALIANO SCOPRE LA MOLECOLA PER PREVENIRE LE ALLERGIE AI CIBI

 ROMA - Uno scienziato italiano ha individuato una potenziale arma contro le allergie alimentari. E' l' interleuchina-12, spiega sul Journal of Allergy and Clinical Immunology Claudio Nicoletti, capo del gruppo di immunologia delle mucose dell'Istituto di Ricerca Alimentare a Norwich.  In collaborazione con Eugenio Bertelli dell'Università di Siena l'esperto ha infatti scoperto su topolini che l' interleuchina-12 protegge da reazioni allergiche ai cibi e che eliminando la molecola in topolini resistenti a queste allergie, gli animali manifestano il disturbo allergico.

"Supponiamo che in futuro un trattamento con inteleuchina-12 o molecole simili potrebbe essere un modo per bloccare le allergie alimentari - spiega Bertelli all'ANSA - modulando l' attività delle cellule dendritiche, cellule immunitarie con un ruolo chiave in queste reazioni allergiche".

"Pur riconoscendo il valore della scoperta rimarrei cauto sulle applicazioni di essa - commenta Giovanni Cavagni, responsabile Unità operativa di Allergologia dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma - perché spesso studi molto promettenti a livello preclinico poi purtroppo risultano  deludenti quando si portano in fase clinica".   Le allergie alimentari di cui, spiega Cavagni, in Italia soffre il 7% della popolazione considerando anche le intolleranze e lo 0,5% solo per quelle cosiddette 'IgE-mediate', sono caratterizzate da eruzioni cutanee ma anche episodi di respiro affannoso o gonfiore intorno alle labbra, al contatto o all'ingestione del cibo 'incriminato'.

Gli alimenti più spesso coinvolti sono latte, uova, arachidi e pesce. L'incontro col cibo 'proibito' può anche essere fatale se sopraggiunge uno shock anafilattico.

La strada terapeutica innovativa che oggi sta dando importanti risultati, rileva Cavagni, è indurre la tolleranza al cibo, somministrandolo poco alla volta in piccolissime quantità al soggetto allergico. "Noi - racconta Cavagni - siamo riusciti a portare soggetti con reazioni fortissime anche a piccole quantità di cibo, a mangiare senza problemi porzioni normali di quell'alimento".

Nondimeno lo studio di Nicoletti è importante perché fa luce sulle basi dell'allergia e perché ci sono soggetti 'poliallergici' in cui è difficile sia prevenire eliminando i cibi colpevoli sia indurre tolleranza, sottolinea Cavagni.

In precedenza, spiega Nicoletti, si è visto che le cellule dendritiche sono un tassello chiave alla base di queste allergie, in quanto restano attive quando dovrebbero disattivarsi e ciò scatena la reazione allergica.   

Il nuovo studio sembra evidenziare che l'interleuchina-12 è fondamentale per modulare l'attività di queste cellule 'iperattive', impedendo loro di scatenare la reazione.

Infatti, confrontando la loro attività in topolini resistenti ad allergie alimentari e topolini allergici, Nicoletti ha trovato che in questi ultimi le cellule dendritiche dell'intestino hanno smesso di produrre interleuchina-12.   

E, rileva Bertelli, cosa ancora più significativa, bloccando la molecola, topolini resistenti alle allergie diventano suscettibili a svilupparle.

"Abbiamo identificato una molecola molto importante per la regolazione della risposta immune, che per la prima volta rappresenta chiaramente un'arma potenziale per la terapia delle allergie, cosa attualmente in corso di studio", conclude Nicoletti. 

(Ansa)
6071  Forum Pubblico / ICR Studio. / Re: Benvenuti abbiamo riaperto il forum... inserito:: Luglio 02, 2007, 08:00:27 pm
Cari amici,

siamo più letti rispetto al passato. Grazie.

Mancano sempre utenti iscritti e una partecipazione minima che giustifichi il chiamarci forum.

L'associazione è fallita ok siamo tutti impegnati del PD adesso.

Se non parte un dialogo da forum, modificherò il tutto in un Blog con rassegna stampa.

Nulla di male oggi è già questo in realtà.

ciaoooooooooooooo
6072  Forum Pubblico / ARCHIVIO. / Veltroni, il discorso Il nuovo puzzle delle citazioni inserito:: Giugno 28, 2007, 11:15:17 pm
Veltroni, il discorso Il nuovo puzzle delle citazioni

Il sindaco-leader ricorda De Gasperi e Olof Palme.

L'inchino a Biagi e D'Antona 


Se sarà un po’ più rosso o un po’ più bianco, un po’ più aperto o un po’ più chiuso, un po’ più rock o un po’ più lento, si vedrà. Quel che è sicuro è che il nuovo Partito democratico, in questo Paese timoroso nei confronti di jettatori, menagrami e «schiattamuorti», nasce (evviva) senza fisime superstiziose. Manco il tempo che Walter Veltroni finisse il suo appassionato e fluviale discorso ed è infatti partita, sia pure nella versione inglese, una musica struggente: «Si è spenta già la luceee...».

Valla a trovare, una colonna sonora per una nuova forza politica che ha l’ambizione di essere insieme erede di De Gasperi e Togliatti, Rosselli e Parri e un mucchio di altri padri e madri, zii e prozie. «Mira il tuo popolo»? Figurarsi. «L’Internazionale?». Neanche. «Bandiera rossa»? Per carità! «Biancofiore / simbolo d’amore»? Manco a parlarne. Solo un uomo potrebbe scriverlo, il nuovo inno ecumenico: l’«ancora giovane Walter». Il quale, sfidando il torrido caldo sahariano della Sala Gialla del Lingotto, i rigagnoli di sudore nel colletto e le battute sulla definizione di Fassino («di tutti noi Veltroni è il più fresco»), ha riassunto in cento minuti di discorso la sintesi di quel che sarà, questo Pd.

Direte che una sintesi di un’ora e quaranta è assai poco sintetica. Difficile darvi torto. Giovanni XXIII riuscì ad aprire il Concilio Vaticano II con una prolusione di 37 minuti. La dichiarazione d’indipendenza americana richiese 1.374 parole. E il «Manifesto del partito comunista» 10.668: un migliaio in meno di quelle spese ieri dal sindaco di Roma per accettare la candidatura a guidare il nuovo partito. Ma lì, appunto, c’era da teorizzare uno schema solo. Qui, il nuovo leader doveva metterne insieme due, tre, quattro. Sorridere alla Chiesa e rivendicare la laicità dello Stato, riconoscere i valori del Family Day e ricordare i diritti dei gay, scuotere il grande popolo di sinistra intorno alla «lotta contro la precarietà» e rendere omaggio a Massimo D’Antona e Marco Biagi, a lungo bollati dalla sinistra, anche quella lontanissima dai fanatismi brigatisti, come uomini «oggettivamente» al servizio del libero mercato e quindi del «nemico».

A farla corta, il contesto si prestava a un aggiornamento dell’adagio del vecchio Ruggero Bauli il quale, a chi gli chiedeva quale fosse la ricetta del «Pandoro », rispondeva: «Un po’ più, un po’ meno, un po’ prima, un po’ dopo». I giudizi sprezzanti arrivati da destra (Margherita Boniver: «La platea si è scaldata solo sui concetti copiati da Berlusconi ») o da sinistra (Cesare Salvi: «Un discorso ideologicamente vecchio» e «blairista mentre Blair sta uscendo di scena») sono però frettolosi. E non vedono, nel lungo lungo discorso veltroniano, un tentativo che dovrebbe interessare sia la destra sia la sinistra radicale: quello di ridisegnare una sinistra moderna. Europea. «Moderata», come dice (un po’ schifato, lui) Franco Giordano. Interessata a trovare nuove parole d’ordine. A liberarsi di certi schemini vecchi e imbolsiti.

E qui Veltroni, al di là delle facili ironie sulle scelte «veltroniane» di schierare in prima fila suor Giuliana del Cottolengo o far tradurre in simultanea il suo discorso per i sordomuti (polically correct: audiolesi) e dedicare la prima citazione a De Gasperi riconoscendo «quanta strada è stata fatta» nel dopoguerra, ha detto davvero alcune cose che non piaceranno per niente a un pezzo di sinistra. Quella rissosa, attaccabrighe e convinta come era anni fa Fausto Bertinotti che «i governi migliori sono quelli terremotati» e sottoposti «a torsione ». La prima è stata, appunto, l’inchino non solo a D’Antona ma anche a Marco Biagi, con una bocciatura dell’idea di cancellare tout-court la legge che porta il suo nome come altre fatte dal Polo: «Non è possibile che tutto ciò che è stato fatto da chi c’era prima di te, se era dello schieramento avverso, sia sempre sbagliato».

La seconda, con un’implicita censura al manifesto rifondarolo che strillava «anche i ricchi piangano», è stata una citazione di Olof Palme: «La battaglia non è contro la ricchezza, ma contro la povertà». La terza la proposta, poco gradita ai duri e puri, di spalancare il mercato immobiliare tassando i canoni solo al 20%, almeno per chi affitta alle giovani coppie e agli studenti, «poi si vedrà ». La botta più dura, però, come dimostrerà la gelida assenza per ore e ore di repliche da parte dei leader confederali, è ai sindacati. Aggiunta a mano, fuori dal testo ufficiale scritto. Testuale: «Il sindacato non deve tutelare solo i pensionati o coloro che hanno già un posto di lavoro, ma deve saper tutelare anche i giovani che faticano ad entrare nel mondo del lavoro».

E via così. Contro i «signornò»: «Non si può dire no all’alta velocità se poi l’alternativa è il traffico che inquina. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l’unica alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva». Contro i demagoghi: «Non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione. Occorre bandire ogni atteggiamento classista, considerando ugualmente esecrabili un imprenditore che evade le tasse e un dipendente pubblico che percepisce lo stipendio e non lavora». Contro i costi eccessivi della politica: «Chi critica sprechi e irrazionalità e chiede alla politica sobrietà e rigore, non coltiva l’antipolitica, dice qualcosa di giusto. La politica deve essere sobria ». Contro chi vuole la politica dello scontro: «Basta. Dobbiamo farla finita con lo scontro feroce e con i veleni, con le polemiche che diventano insulto». E via così.

A proposito: Berlusconi? Sette anni fa, proprio qui, al Lingotto, dopo aver tentato inutilmente di scaldare i cuori con Lumumba, i boat-people, la fame nel mondo, i fratelli Cervi e la sedia elettrica, era riuscito a strappare un diluvio di applausi attaccando il Cavaliere. Stavolta no: mai nominato. E l’Africa? Non aveva detto che «dopo 50 anni la vita va reimpostata » e che dopo aver lasciato il Campidoglio voleva dedicarsi «alla questione dell’Africa »? C’è tempo, c’è tempo...

Gian Antonio Stella
28 giugno 2007
 
da corriere.it
6073  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / Roberto COTRONEO. inserito:: Giugno 18, 2007, 12:33:33 pm
Una Piazza per la Libertà

Roberto Cotroneo


Il convitato di pietra sta lì, nella piazza. Chiuso da cancellate che sembrano invalicabili. È la basilica di san Giovanni: la basilica più importante al mondo dopo San Pietro, ovviamente. Ormai assiste alle nuove guerre, alle nuove contrapposizioni di un paese che sembra cambiato. Dove gli schieramenti si sono fatti netti, e dove poco più di un mese fa sono scesi in piazza i cattolici del Family Day, per protestare contro i Dico e affermare il ruolo della famiglia tradizionale. Ieri il convitato di pietra ha assistito a un altro spettacolo, di tenore opposto.

E non solo perché era il Gay Pride, ma anche perché si trattava di un corteo gioioso e civilissimo, rispettoso e persino liberatorio. Fatto di giovani e meno giovani, gay ed eterosessuali. Fatto di musica e molta ironia, di carri allegorici certo, di qualche risvolto vagamente kitsch e provocatorio, ma soprattutto fatto da gente che si sente minacciata. E non sto parlando solo dei gay e dei loro diritti, ma sto parlando di tutti quelli che hanno la sensazione, da un po’ di tempo a questa parte, di essersi svegliati in un paese che sino a qualche tempo fa non era neanche immaginabile. Un paese che in certe cose sembra tornato indietro di quarant’anni, che si oppone ai diritti delle minoranze con manifestazioni quasi oceaniche come quella di San Giovanni del mese scorso.

Ieri erano in meno, era ovvio. Eppure dal microfono gli organizzatori scherzavano sulle cifre: «Siamo più di un milione», dicevano. Ed erano fischi, risate, e divertimento. Non erano un milione, ma erano tanti lo stesso. E si sentiva che la gente voleva esserci perché i diritti rivendicati ieri, con tutti i distinguo che ognuno può avere per sé, sono i diritti dei gay oggi, e quelli di chiunque altro domani. Mentre il corteo sfilava, tra musica e gente che ballava si notavano sostanzialmente due cose. La prima era che c’era allegria, che era tutto un sorridersi tra quelli che sfilavano. La seconda era che nella sua allegria era un corteo serissimo, che andava oltre la manifestazione, e arrivava al cuore di un problema che ormai sono in troppi a sentire. Il cuore del problema è l’intolleranza, la cupezza, il clima torbido che in molti vogliono far respirare al paese. Preoccuparsi, polemizzare con questo gay pride, da parte dell’opposizione, ma anche di alcune frange della maggioranza è terribilmente fuori luogo, e può spiegarsi solo in un modo: con un irrigidimento civile e sociale di questo paese.

Eppure, mentre il festoso corteo sfilava per Roma, non ci si doveva distrarre dai visi delle persone che non partecipavano, e che erano ferme ai due lati della strada per vederli passare. Erano vecchi, donne, gente in giacca e cravatta che si capiva non avrebbero mai partecipato, ma che avevano scelto, in un certo senso, di curiosare. Forse per capire quanto di eccessivo o di trasgressivo e persino di “immorale” poteva compiersi tra i manifestati. Questi osservatori esterni andavano osservati per rendersi conto di una cosa. Avevano tutti una sorta di sorriso. E non era un sorriso ironico, ma un sorriso di sorpresa. Come a dire: ma guarda come sono allegri, e non sarà che abbiano anche un po’ ragione.

E l’altra piazza? Quella di un mese fa? Nessuno deve scandalizzarsi se non si può che dire una cosa: era più cupa, meno autentica, più politica persino. L’altra piazza era la maggioranza silenziosa quando decide di entrare in campo, e ribadendo le proprie idee e i propri diritti non dimentica di negare quelli degli altri. L’altra piazza, quella di un mese fa, era una sfilata di potere, era un operazione mediatica decisa dall’alto. Questa piazza era una piazza. Senza troppe transenne, molto normale e molto autentica, ma soprattutto molto corretta. Chiedere diritti, mostrare con orgoglio e soprattutto con naturalezza una verità, una realtà, un pezzo di paese che è cresciuto in questi decenni, che esiste, e che non si può dimenticare o cancellare perché vescovi e movimenti cattolici si sono riscoperti di una intolleranza sorprendente. Ieri c’era un paese civile in piazza, un paese moderno, un paese europeo come tanti. Un mese fa, al Family Day, c’era uno psico-dramma incomprensibile.

Alla fine hanno cominciato a parlare i politici e gli organizzatori. Il pomeriggio romano andava a sfumare verso la sera. I telegiornali hanno inquadrato tutto quanto faceva folclore. Il resto del paese avrà pensato a una sorta di baraccone semovente. Quelli che c’erano, e quelli che osservavano senza esserci del tutto, hanno capito che era giusto. Mentre la notte scuriva sempre più la struttura della basilica di San Giovanni e la rendeva meno incombente, come un’ombra lontana e innocua.


Pubblicato il: 17.06.07
Modificato il: 17.06.07 alle ore 12.52   
© l'Unità.
6074  Forum Pubblico / FAMIGLIA, SOCIETA', COSTUME e MALCOSTUME. / Ariano Irpino: protesta contro discarica inserito:: Giugno 18, 2007, 12:32:17 pm
Polizia schierata pronta a proteggere l'arrivo dei compattatori

Ariano Irpino: protesta contro discarica

Centinaia di manifestanti pronti a marciare contro la riapertura di Difesa Grande.

l sindaco: «Dobbiamo muoverci nella legalità» 
 

ARIANO IRPINO (AVELLINO) - Pronti alla protesta, ma pacifica. Circa trecento persone sono già radunate alle porte di Ariano Irpino (Avellino) per dar vita alla manifestazione di protesta contro la riapertura della discarica di Difesa Grande, fissata per oggi dal decreto del commissariato straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania.

I compattatori con i rifiuti destinati a Difesa Grande si sarebbero messi in marcia nella notte: sarebbero poco meno di cento e, secondo quanto si apprende, dovrebbero arrivare ad Ariano Irpino nel primo pomeriggio ma la guardia, tra i manifestanti, è già alta. Intanto, da domenica i comitati antidiscarica presidiano alcune principali strade di accesso a Difesa Grande, il sito di stoccaggio che si trova a circa dieci chilometri dalla città, con veri e propri «check point» sulla statale 90, al bivio di Villanova del Battista (Avellino) e in territorio di Monteleone di Puglia (Foggia). Da quanto si apprende, il percorso degli automezzi, scortati dalle forze dell'ordine, complessivamente non meno di 500 uomini tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, verrà differenziato tra la statale 90, la statale 90 bis (che non attraversa Ariano Irpino), e l'A16 Napoli-Canosa, con uscite a Vallata e Candela per poi proseguire da qui verso Difesa Grande su viabilità interna.

POLIZIA SCHIERATA - Intanto trecento poliziotti in assetto antisommossa si stanno schierando sulla statale 90 bis delle Puglie, nei pressi del bivio in territorio di Villanova del Battista (Avellino) che conduce alla discarica di Difesa Grande. Sul posto, a cinque chilometri da Ariano Irpino, sono presenti anche circa cinquanta cittadini dei comitati antidiscarica che dalla scorsa notte presidiano la zona. Le forze di polizia hanno montato le protezioni blindate agli automezzi che sono stati disposti a pettine su un lato della strada e potrebbe essere interdetto il transito, in direzione Foggia, ai mezzi pesanti, al fine di non creare ostruzioni ai compattatori in viaggio verso Difesa Grande. Al momento, non si registrano tensioni con i manifestanti che si limitano ad osservare i movimenti delle forze dell'ordine.

IL SINDACO - «Dobbiamo essere calmi, sereni e soprattutto muoverci unicamente nella legalità, vigilando e impedendo che si registri il benchè minimo incidente. Dalla nostra parte abbiamo le ragioni di una comunità umiliata da un provvedimento iniquo e incostituzionale nei confronti del quale faremo resistenza passiva. I bollettini di guerra non appartengono alla nostra storia civile». Un forte, deciso appello a restare sui binari della legalità è stato lanciato dal sindaco di Ariano Irpino (Avellino), Domenico Gambacorta, che davanti a circa 2.500 persone è intervenuto dal palco di Rione Cardito, alle porte della città, alla manifestazione organizzata dai comitati antidiscarica.

PROTESTA - Gambacorta ha ricostruito le tappe del percorso culminato l'11 maggio scorso con il decreto legge del governo che riapriva la discarica di Difesa Grande, benchè sottoposta a sequestro preventivo da parte della magistratura. «Quella data - ha detto il sindaco, che indossava la fascia tricolore - resterà come una giornata di lutto cittadino ed anche come simbolo dello stravolgimento delle regole dello Stato democratico». Il sindaco è tornato sull'aggressione di giovedì scorso ad Ariano Irpino al commissario straordinario per l'emergenza rifiuti, Guido Bertolaso: «È stato un errore politico che dobbiamo recuperare di fronte alla opinione pubblica nazionale», dice Gambacorta che poi ha spiegato il percorso istituzionale che la sua amministrazione, con la condivisione dell'intero consiglio comunale, intende perseguire.

18 giugno 2007
 
da corriere,it
6075  Forum Pubblico / FAMIGLIA, SOCIETA', COSTUME e MALCOSTUME. / Bonanni: Super Inps un mostro, ma accordo vicino inserito:: Giugno 18, 2007, 12:30:59 pm
Bonanni: Super Inps un mostro, ma accordo vicino

Laura Matteucci


La buona notizia è che «finalmente è stato svelato l’arcano della destinazione dell’extragettito». Quella cattiva è che «il governo non sa come risolvere la questione dello scalone» e che all’incontro dell’altro giorno «non avendo altri argomenti da usare ha ritirato fuori la storia del superInps, un mostro che creerebbe più problemi di quanti ne vorrebbe risolvere». La sintesi è che l’intesa sulle pensioni è «più vicina di prima», sempre che «il governo faccia le sue proposte». «Penso che l’accordo si possa trovare». Ma attenzione: «Sulla quantità non si tratta. Sotto il 70% dell’ultima busta paga, come minimo, non si va». Parla il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che al governo dice: «Ripartite dalle esigenze degli italiani, e presentatevi uniti».

Da martedì confronto no-stop sulla riforma della previdenza, per chiudere entro giugno. Com’è il quadro della situazione, Bonanni? Il rischio dello scontro è più lontano?
«Quantomeno, è finito il tormentone sull’extragettito. I soldi dovranno servire a rivalutare le pensioni basse, a favorire gli ammortizzatori e gli incentivi per il secondo livello di contrattazione, oltre che per gli straordinari. Adesso ci vogliono le risorse per la questione dello scalone».

Non è un gioco da ragazzi.
«Di soldi in più ce ne sono già adesso. Quest’anno siamo al 7,5% di extragettito, si può dire con molta tranquillità che si possono avere a disposizione 1-1,5 miliardi in più, al netto di quanto deve andare a ripianare il debito pubblico. E che nessuno mi venga a fare discorsi di finto moralismo, come se chi chiede di destinare più risorse al sociale fosse da stigmatizzare...».

Comunque, i soldi ancora non bastano. Sulla proposta di accorpare gli enti previdenziali lei è tranchant: non se ne parla. Perchè?
«Quella è una fissazione maniacale di qualcuno. Una proposta risibile. Intanto perchè nell’accorpamento bisognerebbe investire parecchio, altro che risparmi. Poi, perchè avremmo un surplus di personale che, tra pensioni e casse integrazioni, andrebbe comunque pagato. E poi, dico io: il nostro è l’unico paese in Europa ad avere enti previdenziali in mano ai politici, e non alle forze sociali. Allora, mettere in mano loro un insieme di enti che avrebbero un bilancio anche più pesante di quello dello Stato, significherebbe creare un mostro. Si possono fare altre cose, piuttosto».

Quali altre cose?
«Unificare gli uffici legali, ad esempio, quelli ispettivi per combattere meglio l’evasione fiscale e contributiva, alcuni sportelli, i centri di acquisto. Un lavoro sperimentale che darebbe risultati immediati. I tecnici degli enti parlano di risparmi per 1 miliardo e mezzo. Ma non vogliamo pasticci, tanto più che si tratta di soldi dei lavoratori. Anzi, semmai vorremmo una gestione degli enti più democratica, che ne uscissero i politici tanto per iniziare. Poi, ricordiamoci dei 100 miliardi l’anno di evasione contributiva. Perchè il governo ha abbandonato la tassazione delle rendite finanziare? Perchè non si può fare l’anagrafe tributaria? È il governo che ha detto di voler superare lo scalone. Trovassero loro i soldi. Ma questa storia del superInps non può essere un puntiglio programmatico, non corroborato da niente, perchè non c’è unità d’intenti all’interno del governo stesso, nè condivisione con le parti sociali».

Aumento dell’età pensionabile e coefficienti: Epifani, il leader della Cgil, propone di renderli più “intelligenti”, diciamo più a misura dell’attività svolta.
«Apprezzabile. Io sono per trattare sulla permanenza al lavoro, risparmiando chi è malato o svolge un lavoro pesante. Parentesi: i francesi mediamente escono prima di noi, di un paio d’anni, eppure non è che l’Europa li continua a tirare per la giacca, come fa con il governo italiano. Detto questo, ci vogliono gli incentivi a restare, e una maggiore libertà e flessibilità su questo tema. E incentivi anche per accordi per elevare la produttività di sistema. Prendiamo le donne: è chiaro che chi ha carichi familiari, appena può resta a casa, ma chi non ne ha, o se i servizi sociali fossero migliori, potrebbe benissimo restare al lavoro. Anche perchè alla fine godrebbe di una pensione più consistente. Sulla quantità no, non possiamo arrivare al 50% della busta paga, a quel punto non saremmo più l’Italia. Ma sul resto si può trattare. Io sospetto che un sistema più flessibile servirebbe anche ad allungare il tempo di permanenza al lavoro. Ma mi dicono che questa opinione non è “riformista”...».

In che senso non è “riformista”?
«Sembra che essere riformisti oggi significhi parlare come i banchieri, vergognarsi di avere esigenze di salario, o di voler andare in pensione. Ecco perchè poi la gente si allontana dalla politica. Perchè la politica non guarda più le esigenze della maggior parte degli italiani. Guardi che non è demagogia, è la realtà».

Pubblicato il: 16.06.07
Modificato il: 17.06.07 alle ore 12.54   
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