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1  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / EZIO MAURO. Antisemitismo. Non possiamo dirci innocenti inserito:: Gennaio 25, 2020, 05:50:56 pm
Editoriale Antisemitismo

Antisemitismo. Non possiamo dirci innocenti
24 GENNAIO 2020

Stiamo scendendo nell'abisso. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani.

DI EZIO MAURO

Stiamo scendendo nell'abisso, senza sapere dove arriveremo, fino a quando cammineremo nel buio. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani, liberando forze sconosciute e inquietanti, in un'inversione morale della democrazia. Chi ignorava gli allarmi di questi ultimi anni, i richiami striscianti al fascismo, la ferocia del linguaggio, la brutalità della politica, e banalizzava ogni regressione azzerandone il significato, oggi si trova davanti un'immagine iconica dell'oscurità in cui stiamo precipitando.

Una stella di David e la scritta "Juden hier" (qui abita un ebreo) tracciate sulla porta di casa a Mondovì di Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbrück perché staffetta partigiana, e nel campo testimone dell'Olocausto.
Guardiamo fino in fondo quel gesto. Qualcuno è uscito di casa nella notte come un ladro, con lo spray nero, con il proposito di imbrattare in anticipo il Giorno della Memoria, individuando come bersaglio una vittima del nazismo e scegliendo un rituale fascista, per replicarlo nel 2020, in un Paese democratico, nel cuore dell'Europa e in mezzo all'Occidente. Qualcuno tra i minimizzatori dirà adesso che si tratta di un gesto isolato: e ci mancherebbe altro. Ma la verità è che il contesto italiano rende plausibile quell'atto, certamente estremo e tuttavia non incoerente con il clima sociale, politico e culturale, di cui segna anzi il tracciato, spingendosi fino al confine. Si tratta dunque di leggere con attenzione i segni evidenti di questa trasformazione in corso.

Il cittadino privato che s'incarica di regolare conti pubblici secondo lui rimasti in sospeso nella storia, agisce infatti nel momento in cui sente che sono saltati alcuni interdetti costruiti nel tempo dalla democrazia, dal costume occidentale, dalla civiltà giudaico-cristiana, dalla cultura giuridica. Avverte che si è rotta la storia, come patrimonio condiviso del Paese, come pedagogia della conoscenza e come istruzione per la libertà. Soprattutto sente che è venuto meno il legame sociale, il vincolo civico che crea uno scambio implicito di responsabilità tra i cittadini, nella vicenda repubblicana comune. Si sente fuori da quel vincolo, e nello stesso tempo sciolto da ogni obbligo. Libero di varcare il limite, cioè autorizzato a farlo.

C'è dunque un'esemplarità rivolta al pubblico, in quel gesto, qualcosa di rituale, quasi un appello pagano. Come se la scritta dicesse: siamo fuori dalla storia e dalla società, siamo liberi non perché possiamo esprimere al meglio le nostre facoltà ma al contrario perché liberati da ogni dovere e da qualsiasi soggezione morale, da qualunque obbligazione democratica; possiamo dunque liberare con noi i nostri demoni, segnare con la vernice il nuovo punto che congiunge passato e futuro, segnalarlo: un giorno si arriverà fin qui.

È un passaggio cruciale, perché in esso la persona si spoglia della responsabilità sociale di cittadino per tornare individuo, e l'individuo rinuncia al codice della convivenza costruito dai suoi padri per ritornare in un territorio neutro, primordiale, dunque sgombro da ogni tabù democratico. Qui - è il posto giusto - si recuperano gli stilemi fascisti. Ma il fascismo è soprattutto nell'azione che mettendosi in scena si propone come forma estrema della semplificazione antipolitica e populista della complessità contemporanea.

A questo punto la teoria non è necessaria, basta l'evocazione simbolica della vernice: il gesto esemplare nella sua radicalità spiega se stesso mentre si compie.

C'è in più la privatizzazione della storia, la sua distorsione consapevole, nel rifiuto ostinato di ogni sua lezione perché da quella lezione tragica è nata la ripulsa del fascismo, della guerra, della dittatura, delle leggi razziali: e tutto questo va azzerato nel gesto che mentre replica le parole d'ordine dell'orrore che abbiamo vissuto, azzera la vicenda repubblicana, nella consapevolezza che la sua fonte di legittimità morale è proprio in quella Resistenza che ha combattuto il fascismo. Una negazione della realtà, la scelta di una realtà parallela che scende in strada di notte nel silenzio di una città piemontese di provincia, stravolgendo nella radicalità dell'offesa una tranquilla tradizione di moderazione democristiana, a conferma della mutazione in corso.

Poi c'è il bersaglio di questa violenza. Poiché il rifiuto della storia produce ignoranza, hanno individuato la casa di una deportata nei campi nazisti, e l'hanno automaticamente definita ebrea, mentre Lidia Beccaria Rolfi era stata internata come partigiana. Ma l'errore è rivelatore dell'ossessione: dal vortice feroce del neo-razzismo italiano, dalla xenofobia coltivata nella paura, dall'etnocentrismo usato come arma politica, rispunta l'ossessione eterna dell'ebreo. Ancora oggi, e nuovamente, e nonostante tutto.

Anche se siamo colpevoli, oltre che consapevoli, non riusciamo a essere vaccinati, non possiamo dirci innocenti. È come se in questa riemersione a dispetto della storia l'ebreo fosse il punto supremo in cui si raccolgono, si potenziano e si esaltano tutte le pulsioni contro lo straniero, contro l'immigrato, contro l'ospite abusivo, contro il clandestino. Non importa che si tratti di italiani. L'identità ebraica è prevalente e il concetto di razza, sconfitto scientificamente, ritorna proprio sul piano identitario, culturale. Come il migrante, l'ebreo è l'emblema che il neo-razzismo trasforma in bersaglio: uno è oggetto di politiche discriminatorie, l'altro di marchiature simboliche.

La persona-simbolo che è stata oltraggiata a Mondovì aveva rivelato per prima, dopo la liberazione da Ravensbrück, la tragedia delle donne nei campi di concentramento, in una testimonianza parallela a quella di Primo Levi. La strada dove abitava oggi porta il suo nome. I fascisti hanno scelto quel nome, e quell'indirizzo. Sono arrivati fin lì, hanno individuato la casa, e hanno creduto con la loro scritta di ribaltare la storia. Hanno invece segnalato l'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese.

L'ex deportato Taussig: "Torno ad Auschwitz 75 anni dopo l’orrore perché non succeda ancora"
Antisemitismo, la commissaria Santerini: "Multe salate per il razzismo sul web"

Da - https://rep.repubblica.it/pwa/editoriale/2020/01/24/news/antisemitismo_ebrei_lager_deportati_neonazisti_non_possiamo_dirci_innocenti-246620414/?ref=RHPPLF-BH-I246632482-C8-P5-S1.8-T2&fbclid=IwAR2oUGtfzlppP1YaKzA5tYZPyfBTuKgvPBPJp1cOQlBcEkPTBarhaqEJWV0
2  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA COMPLETA? Un Obiettivo ancora da Raggiungere. / Si vuole attentare alla Democrazia ... inserito:: Gennaio 25, 2020, 05:45:54 pm
Stanno emergendo, come in tempi lontani e più che nel recente passato, modi di agire in politica con azione e espressioni di odio, diffuso allo scopo di dividere la Popolazione.

Inoltre assistiamo quotidianamente, aizzate dai suddetti comportamenti antidemocratici, a molteplici complicità settarie e arroganze da parte di posizioni intermedie, non ben collocabili.

Tali aberrazioni devono essere monitorate e capite nelle loro entità, come saranno certamente indagate dalle autorità competenti, nella realtà dei loro intenti.

In poche parole dobbiamo prepararci ad eventuali azioni eversive per la presa del potere, già del resto richiesta attraverso i Media. La speranza dei veri democratici è quella di non dover essere costretti a distinguere gli avversari partitici, dai nemici politici.

ggiannig

Da Fb Convivio del 25 gennaio 2020
3  Forum Pubblico / NOTITIARUM: CONOSCERE per CAMBIARE il NOSTRO AGIRE. / Generazione inserito:: Gennaio 25, 2020, 05:43:41 pm
[n°12] Giovani Leader a Davos, Elezioni Emilia-Romagna, Sardine a Bibbiano, rivendicazioni dei giovani lavoratori

Generazione
4  Forum Pubblico / ECONOMIA tra CAPITALISMO e COMUNISMO. / Inquinamento killer? - Ne uccide di più la povertà. inserito:: Gennaio 19, 2020, 12:13:52 am
Inquinamento killer? Ne uccide di più la povertà.

A mazzi   scritto da Econopoly il 15 Gennaio 2020

SISTEMA SOLARE

L’autore di questo post è Jacopo Giliberto, giornalista dal 1982. Portavoce di due ministri dell’ambiente negli anni 2012 e 2013 –
Gentile signor Econopoly, le racconto una storia. Il fatto è che ogni due o tre giorni leggo – sui social network, oppure come messaggini sul telefonino, o ancora in forma di articolo esteso – un allarme preoccupato su quante persone muoiono prematuramente per colpa dello smog e dell’aria sporca. Lo smog uccide. L’inquinamento fa strage.
L’articolo o il post individua un luogo differente (cliccare l’area preferita: Pianura Padana, India, il centro città, Europa, Mondo, Padova, Italia, Piemonte, Lombardia, Pechino, Nord Italia, Milano e così via) e ci informa indignato quanti abitanti ne vengano sterminati ogni anno dallo smog.
A dispetto dell’assertività di questi allarmi, espressi con i verbi in modo indicativo tempo presente tono ammonitore, purtroppo non sono dati certi, caro Econopoly; sono stime ancora presuntive di rischio basate sul principio di correlazione.
Sono stime basate su alcuni criteri adottati dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) per correlare la qualità dell’aria con il rischio di malattie per chi respira quell’aria.
I primi studi raccolti dall’Oms, e poi affinati con il tempo con precisione sempre più accurata, volevano individuare quali malattie colpissero chi vive in abitazioni senza fornelli elettrici o a gas, come nelle bidonville di lamiere, e individuare quali livelli di smog fossero salubri (risposta: nessuno).
 
LA BELLA VITA NATURALE
Oggi in molti parti del mondo ci si scalda e si cucina come si faceva nell’Italia dei braccianti poveri di 100-150 anni fa.
E siccome io sono un boomer (“ok”) ed esistevo anche 100-150 anni fa, ricordo benissimo che nell’Ottocento nei tuguri delle campagne calabresi, venete o abruzzesi (indicare altre aree preferite) i contadini poveri si scaldavano e cucinavano con la legna o il carbone e c’era un buco nel tetto per disperdere il fumo.
Le case in cui vivevano in 15 con gli animali (e come gli animali) avevano un paiolo annerito per la minestra e le pareti nere di fuliggine e nerofumo.
Ecco, gentile Econopoly; purtroppo in una parte vasta del mondo è così ancora oggi.
Nelle case di lamiera e compensato che formano i colossali sobborghi delle megalopoli africane o indiane, nei barrios, nelle case di cicca degli altopiani abissini eccetera – ma anche nei “bassi” di Napoli – si cucina o ci si scalda bruciando legna o carbonella in fornelletti di ghisa a quattro zampe; le camere sono fumose, i bambini si intasano i polmoni, i vecchi muoiono prima.
I DIVORZI NEL MAINE FANNO SALIRE I CONSUMI DI MARGARINA
Il principio di correlazione è uno delle fallacie logiche che più fanno male all’umanità. Dal “post hoc propter hoc” (se è dopo, ne è un effetto) derivano superstizioni, magie, colonne infami ma anche errori metodologici che hanno frenato la conoscenza.
Tyler Vigen ha raccolto alcune spassosissime correlazioni che sembrano fatte apposta per uno studio dell’Oms. C’è un’aderenza causa-effetto perfetta fra il numero degli annegati in piscina e l’andamento dei film in cui appare l’attore Nicholas Cage. Un’evidenza sorprendente fra il tasso di divorzi nel Maine e il consumo di margarina. È chiaro il fatto che l’import di petrolio dalla Norvegia causa scontri fra automobili e treni.
SORPRESA. LO SMOG FA BENE ALLA SALUTE?
Allora anche io voglio giocare con il principio di correlazione come ha fatto Tyler Vigen.
Alla ricerca di una correlazione spuria, metto la cartina dell’inquinamento a fianco con la cartina della speranza di vita, cioè lo stato di salute degli europei. Se mi baso su quanto leggo ogni settimana negli articoli e nei post, le due cartine dovranno coincidere.
Dovrei confermare che dove c’è più smog le persone vivranno meno.
 
 
Sorpresa. La correlazione spuria mi dice l’esatto contrario. Le zone più inquinate dell’Europa occidentale sono quelle con l’aspettativa di vita più lunga. In base al principio di correlazione che io adoro, dovrei dedurre che nella Pianura Padana, in Olanda, nella zona di Londra, l’inquinamento allunga la vita.
Il principio di correlazione spurio ci dice:
“si vive di più dove l’aria è più sporca perché ci sono più polveri fini e smog”.
Lo stesso risultato viene confermato anche se si allarga la scala d’analisi: nell’inquinata New York si vive più a lungo che nel sano Midwest, nell’inquinatissima Calcutta si vive più a lungo che nelle naturali campagne dell’Orissa, nell’impestata Pechino la vita è più salubre nell’incontaminata steppa della Mongolia.
Com’è possibile?
Cerco una conferma o una smentita e leggo gli indici della salute del Sole 24 Ore.
E ottengo una nuova conferma alla correlazione spuria. Le province in cui si vive più a lungo in Italia sono anche quelle in cui ci sono gli allarmi dello smog assassino.
Le 10 province con la vita più lunga e sana sono nell’ordine (coff coff) Pordenone, Trento, Rimini (eccì), Firenze, Monza (cough cough), Treviso, Bolzano, Milano (etciù), Ravenna e Brescia (coff coff). Le province delle ciminiere, dei diesel in coda, delle fabbriche chimiche e delle centraline antismog in superlavoro.
Prima correlazione ipotizzata:
“Dove c’è più inquinamento si vive più a lungo”.
Lo smog fa bene alla salute?
Il buonsenso mi dice che la correlazione spuria in stile Tyler Vigen non è corretta; non mi convince.
C’è anche un dato a smentire questa correlazione spuria smog=salute.
Le due mappe su smog e durata della vita dicono che nei Paesi dell’Europa Occidentale smog=salute ma nei Paesi dell’Europa Orientale dicono il contrario, smog=malattia perché ci sono emissioni alte (Polonia, Slovacchia e così via) ma invece di trovare una qualità migliore della vita noto che la vita è più breve.
Probabilmente, caro Econopoly, se non è corretta la correlazione in stile Tyler Vigen tra inquinamento e malattia, non è corretta nemmeno questa correlazione evidente fra inquinamento e al contrario lunghezza della vita. Allora cerco una mappa che possa aderire meglio con quella della speranza di vita.
ALTRE DUE CARTINE A CONFRONTO
Ora riprendo la cartina della speranza di vita in Europa e la accosto alla mappa del reddito:
 
 
Risultati immagini per aspettativa di vita il Sole 24Ore
La sovrapposizione fra queste due mappe è perfetta. Il principio di correlazione questa volta funziona perfettamente.Allora vado a leggere le statistiche della Qualità della Vita del Sole24Ore, l’edizione 2019 (ma le trenta edizioni precedenti giocano le posizioni di testa fra le stesse città) e vedo che le prime 20 città più sane, sono anche le città più ricche (e più inquinate).
I dati lo dicono chiaramente:
Si vive più a lungo e più sani dove si è più ricchi.
Si vive meno e più malati dove si è più poveri.
Lo stesso vale se si allarga la mappatura sul resto del mondo. Si vive di più, più sani, più a lungo e meglio dove c’è più benessere.
Ma lo dice anche la stessa Oms, smentendo – anzi – integrando i dati sul rapporto fra salute e inquinamento con i dati fra salute e ricchezza.
Signor Econopoly, queste mappe, questi dati e queste conclusioni non sono stime probabilistiche, non sono calcoli e modelli di rischio, non ombreggiano la zona delle ipotesi: sono dati misurati effettivamente sul campo della realtà. Quanto a lungo vivono davvero le persone, quanto guadagnano sono dati di misura.
L’OMS DICE: SI VIVE MENO DOVE SI È PIÙ POVERI
In quella ricerca che relaziona i dati reali di durata della vita, stato di salute e benessere economico l’Oms dice che in Europa i ricchi vivono 7 anni di più dei poveri, 7 anni di più.
L’Oms misura che chi ha studiato vive di più di chi non ha studiato non solamente perché è più consapevole ma anche perché ha più possibilità per trovare un lavoro di maggiore soddisfazione e pagato meglio.
Chi ha studiato (laurea o diploma superiore) vive 85 anni, chi non ha conseguito una formazione vive 78 anni.
L’Oms misura che far parte di ceti sociali disagiati fa male anche alla salute mentale, e che i poveri hanno il doppio delle probabilità di soffrire di depressione e altri disturbi psichici. Dice che la prima causa di diseguaglianza nella disponibilità di salute è l’insicurezza sul reddito e la protezione sociale.
Non riuscire a far quadrare i conti è nel 35% dei casi all’origine delle diseguaglianze in sanità. Un dato aggiuntivo del rapporto dell’Oms: l’accesso e la qualità dell’assistenza sanitaria incidono appena per il 10%.
In sostanza le correlazioni salute=smog e malattia=smog sono spurie, mentre la correlazione giusta è salute=ricchezza e malattia=povertà.
CHE COSA SIGNIFICA QUESTO PARADOSSO
Non fraintenda il paradosso, carissimo signor Econopoly.
Di sicuro l’inquinamento dell’aria fa male.
Di sicuro troppe persone soffrono e vivono meno perché l’aria è contaminata. Un ambiente inquinato rappresenta un grave costo soprattutto umano ma anche economico.
Però il paradosso le dice, gentile Econopoly, una cosa diversa e più importante.
I poveri – quei poveri che nelle baracche respirano l’aria contaminata dalla carbonella nel braciere di lamiera – hanno una salute peggiore anche per il fumo rilevato dal principio di correlazione dell’Oms; ma i poveri vivono peggio, sono più malati e muoiono prima soprattutto perché nelle loro casupole spesso non hanno acqua corrente pulita né fognature per allontanare la contaminazione dei liquami.
Non hanno frigoriferi né imballaggi sterili per conservare gli alimenti in modo sano, igienico e sicuro.
Non hanno lavori soddisfacenti né cultura adeguata.
Si spostano usando veicoli poco sicuri.
La disponibilità di medicine e cure è modesta.
I lavori nei campi, negli opifici o sulle impalcature di legno sono spesso poco sicuri.
Si vive più a lungo, con una qualità della vita migliore, e ci si ammala meno dove si è più ricchi, dove c’è più varietà di cibo, dove il cibo è ben conservato e ben protetto da sporcizia e contaminazioni, dove l’acqua è abbondante e potabile, dove ci sono metropolitane funzionanti e automobili sicure, dove ci sono possibilità di studio e di conoscenza come università e musei e sale di teatro, dove i lavori non sono pericolosi per la vita, dove le case sono confortevoli, dove ci sono medici, ospedali, farmacie e ambulanze.
Si vive meno, con una qualità della vita peggiore, e ci si ammala di più dove si è più poveri, dove c’è meno varietà di cibo, dove non ci sono conoscenze, dove l’acqua è sporca, i lavori sono spaccaschiena e pericolosi, le case sono malsane, i servizi sono scadenti, le cure mediocri.
Certamente l’inquinamento fa male a molte persone, e in diversi casi è fatale.
Ma il nemico da combattere è la povertà.
È lì, l’inquinamento vero che uccide le persone a mazzi, a milioni.
È l’inquinamento della povertà, dove la vita è brutta, sporca, ignorante, faticosa, piena di scabbia e di malattie; e breve.
Twitter @jacopogiliberto
PER SAPERNE DI PIÙ:
L’articolo di Francesco Ramella sull’efficacia modesta delle politiche antismog
I grafici di Infodata del Sole24Ore sulla speranza di vita in Europa
I grafici di Infodata del Sole24Ore sull’aspettativa di vita nel mondo
I grafici di Infodata del Sole24Ore sugli indici della salute in Italia
L’ebook del Sole24Ore sulla Qualità della Vita
Il Rapporto dell’Oms 2019 sulla relazione fra benessere economico e salute in Europa
La fallacia logica del principio di correlazione secondo i paradossi di Tyler Vigen
 
Da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/01/15/inquinamento-poverta/?uuid=96_Vilzgzor
5  Forum Pubblico / ESTERO: Il Mondo, la politica, i personaggi, le news. / Perché la guerra commerciale ha fatto arricchire la Cina inserito:: Gennaio 19, 2020, 12:09:21 am
Perché la guerra commerciale ha fatto arricchire la Cina

  Scritto da Maurizio Sgroi il 16 Gennaio 2020

ECONOPOLY
   
La firma dell’accordo iniziale fra Usa e Cina, che sostanzialmente impegna gli Usa a ridurre i dazi e i cinesi a comprare più merci americane – e in particolare più risorse energetiche e beni primari – oltre che ad adottare pratiche più amichevoli nei confronti delle imprese americane, raffredda la tensione commerciale fra i due paesi che ha avuto conseguenze notevoli sui flussi commerciali globali, con risultati per certi versi sorprendenti.
I dati diffusi dal governo cinese sul commercio estero nel 2019, infatti, mostrano che malgrado la dura tenzone commerciale con gli Usa, in sostanza il mercato principale dei cinesi, che ha condotto a un calo robusto delle esportazioni (-12,5% nel 2018 rispetto al 2018, a 295,8 miliardi), complessivamente l’export totale cinese è cresciuto dello 0,5%. I dati si possono consultare integralmente dalla tabella sotto.
 
Il totale di export e import del 2019 è risultato di circa 4,575 trilioni di dollari, con export pari a 2,498 trilioni e import per 2,076. Il saldo 2019, quindi si colloca a circa 422 miliardi, in crescita di circa il 20% rispetto al saldo 2018, quando le esportazioni totali erano state pari a circa 2,487 trilioni e l’import 2,135, per un saldo di circa 350 miliardi.
 
A questi risultati ha sicuramente concorso il calo delle importazioni, diminuite globalmente del 2,8% nel 2019 a fronte dell’aumento del 15,8% nel 2018. Altrettanto significativo è il fatto che le importazioni dagli Usa siano crollate di oltre il 20%. Parliamo di oltre 30 miliardi di produzione Usa, molta parte della quale è stata pagata dal settore energetico, come mostra questo grafico pubblicato da Bloomberg.
 
Le tensioni commerciali le pagano innanzitutto i produttori ovviamente, e quelli Usa non fanno certo eccezione. Ma certo è notevole la circostanza che ciò malgrado il saldo commerciale cinese sia cresciuto così ampiamente. E una delle ragioni, a parte il calo delle importazioni cinesi, risiede nel fatto che al calo del deficit bilaterale degli Usa nei confronti della Cina ha corrisposto un aumento dei deficit bilaterali di molti degli altri partner commerciali di Pechino. Il conto dei dazi, insomma, li pagano anche quelli che non c’entrano con la guerra commerciale.
L’export cinese nel 2019, infatti, è cresciuto di una ventina di miliardi, rispetto al 2018, nei confronti dell’Europa e del doppio nei paesi Asean, ed è arrivato a superare i 151 miliardi nell’America Latina, con il Brasile a guidare la classifica con oltre 115 miliardi di importazioni cinesi. I paesi interessati dalla Bri, quindi, verso i quali la Cina investe decine di miliardi al mese, ricambiano affettuosamente le attenzioni di Pechino. Il governo cinese, infatti, si è affrettato a far sapere che il commercio con i partner della Belt and Road initiative ha raggiunto un volume di transazioni di 1,34 trilioni di dollari, in crescita del 10,8%. La Cina è diventato il principale partner commerciale di 25 di questi paesi.
Ciò per dire che la firma del primo accordo con gli Usa, che dovrebbe (e mai condizionale fu più d’obbligo) svelenire una clima economico poco adatto alla crescita globale non può celare il fatto che la guerra commerciale ha avuto già un effetto evidente: è servita a diminuire il deficit bilaterale degli Usa verso la Cina, come voleva Trump, ma al costo di un sostanziale peggioramento di quello del resto del mondo nei confronti di Pechino. E, alla fine dei conti, la Cina ci ha pure guadagnato. Diversificare è stato l’asso nella manica dei cinesi. Gli Usa sono ancora il primo cliente dei cinesi. Ma il resto del mondo, con il quale la Cina intrattiene rapporti commerciali sempre più intensi, è il secondo. Per ora.

Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2020/01/16/guerra-commerciale-cina/?uuid=96_kLN0ecF6
Twitter @maitre_a_panZer

6  Forum Pubblico / ESTERO: Il Mondo, la politica, i personaggi, le news. / IN LIBIA RIDE BENE CHI RIDE DOPO L’ULTIMO. E FORSE A NOI CONVIENE inserito:: Gennaio 17, 2020, 12:53:29 pm
IN LIBIA RIDE BENE CHI RIDE DOPO L’ULTIMO. E FORSE A NOI CONVIENE

FLAVIO PASOTTI
15 gennaio 2020
   
L’Italia non può inviare in Libia armi e militari, come a petto gonfio e squarciagola sostiene qualcuno anche dai banchi della opposizione, né a sostegno di colui che fu il Capo del legittimo governo da noi diplomaticamente tenuto in piedi insieme alle Nazioni Unite né cambiando partito. Lo avremmo potuto fare in passato, e avrebbe avuto un senso, ma non se ne ebbe il coraggio (e non si ottenne un via libera internazionale, in modo particolare dai francesi); lo ha già fatto Erdogan prendendosi scena e vanto, io credo facendo di necessità virtù per la debolezza dei suoi alleati di Misurata e Tripoli. Il fallimento del vertice di Mosca era molto prevedibile: troppo clamore ingiustificato avrebbe avuto il risultato ottenuto da Putin e Erdogan, troppo costoso il prezzo di immagine e sostanza per gli europei, nessuna garanzia di sicurezza per l’Egitto e umiliazione troppo clamorosa degli emiratini da parte dei Fratelli Musulmani dell’aspirante califfo di Ankara. Una pace firmata in Svizzera è un conto, firmata a Mosca o Versailles con un garante turco era impensabile e questo è forse il primo errore di voracità commesso da Putin nel Grande Gioco Mediterraneo.
Meno male che anche i due, controparti e alleati (noi nella Nato siamo alleati di Erdogan e in qualche modo lo siamo in Libia ma Putin in Italia è un corteggiato amico da destra e sinistra e un apprezzato leader anche se sta con Haftar) commettono errori o cadono sugli sgambetti di Macron e dei sauditi: è evidente quanto convenga togliere ai due “democratici” leader di cui sopra l’importanza dello strumento militare e fare in modo che  i rifornimenti in armi e soldati dati ai loro proxy libici li inchiodino da potenze in grado di imporre una pace a potenze co-belligeranti e corresponsabili della situazione libica.  A quel punto solo chi si riesce a ritagliare una dimensione di mediazione diplomatica e politica “disarmata” recupererà un ruolo nella partita. Quindi per la prima volta l’irenismo italico derivato diretto dall’italico onanismo in politica estera e da una buona dose di inettitudine, di duplicità e di conoscenza del terreno potrebbe anche rimetterci in corsa per un ruolo da giocare in silenzio, evitando di strombazzare che siamo pronti a mandare soldati purché di pace purché col casco blu e purché comandati da noi: un filotto di tre obbiettivi che si ottiene di carambola giocata di fino, non con i tiracci ad usum twitter (ma Roma è la dimostrazione di un certo degrado della qualità della scuola italiana che non produce più quei cultori di Machiavelli o quei mercanti trasformati in nobili di Venezia il cui ruolo fu tante volte determinante in Europa, non ultimo per chiudere diplomaticamente la Guerra dei Trent’anni). Ricordiamoci pure che a Wafa Eni ha non pochi interessi e che proprio qualche giorno fa voci non confermate lasciavano trapelare che inviati dell’uno e dell’altro contendente abbiano giocato il futuro di Wafa che sta sul confine con il presidente algerino, gli uni chiedendo di passare da Algeri con le truppe e gli altri chiedendo di impedirlo ambedue dando in cambio quei giacimenti.
La pletorica conferenza di Berlino sarà un primo passo, tiriamo fuori il popcorn e mettiamoci tranquilli e all’erta perché questa non è cosa che si risolve in un fiat. E la divisione come possibile esito di quella Libia che noi inventammo ripristinando ora autonomia per Cirenaica e Fezzan oltre Tripoli non passa da geometri che tracciano righe rette nel deserto perché questo è già lo stato di fatto uti possidetis militare bensì  dal vero obbiettivo: la spartizione ufficiale dei diritti internazionali, degli accordi e dei dividendi del petrolio nonché delle attività finanziarie eredità di Gheddafi e ancora in essere depositati negli edifici della capitale in istituzioni che noi conosciamo molto bene anche perché ne abbiamo curato la presenza in Italia per trent’anni e più: Haftar sarà anche un generalissimo che vuole mettere la sua bandiera sul palazzo presidenziale ma tutti i sui collaboratori sanno bene quali sia il vero bottino…. E sulla sua spartizione e non su una scatola di sabbia si costruirà la pace. Chissà se riusciremo a infilare un piede nella porta…

Da - https://www.glistatigenerali.com/geopolitica/in-libia-ride-bene-chi-ride-dopo-lultimo-e-forse-a-noi-conviene/
7  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO scrive per i FUTURI FAN. / Non vincere in Emilia Romagna non è una sconfitta per la LegadiSalvini. inserito:: Gennaio 17, 2020, 12:52:10 pm
A mio parere si tratta di un episodio marginale (forse anche pilotato) che rientra nel polverone mediatico che viene alzato quotidianamente per distrarre e per non farsi attaccare nelle magagne commesse e per le insufficienze che emergeranno sempre più vistose nei territori "conquistati" dalle diverse Lega Nord.

La forza delle Lega oggi è innanzitutto la debolezza di un Centro Sinistra "sgarrupato" che ha tenuto ma è ancora inchiodato da crocifissioni interne e da pilatesche posizioni personali e di corrente.

Zingaretti deve far asciugare il “lavarsi le mani” di molti, che devono essere tenuti in un angolo e meglio ancora fuori dal Nuovo PD. 

ciaooo
8  Forum Pubblico / ESTERO: Il Mondo, la politica, i personaggi, le news. / La Libia è la chance per Mosca di riavvicinarsi alla Ue inserito:: Gennaio 17, 2020, 12:48:25 pm
La Libia è la chance per Mosca di riavvicinarsi alla Ue

06:52, 15 gennaio 2020

Di Marta Allevato

Questa la chiave di lettura offerta da Makism Suchkov, direttore dell'edizione russa della testata Al Monitor

I colloqui intra-libici a Mosca, nonostante la mancata firma della tregua da parte di Khalifa Haftar, sono stati "produttivi" per la Russia: "Si è riusciti a uscire dall'impasse, ogni parte ha capito in modo concreto cosa vuole ottenere nei negoziati - e questo sarà importante per la Conferenza di Berlino - e il dossier libico è diventato il primo vero campo comune di cooperazione politica tra il Cremlino e l'Europa". Lo spiega in un commento all'AGI, Makism Suchkov, direttore dell'edizione russa della testata Al Monitor e analista dell'Ispi.

"Ho parlato con i rappresentanti russi che ieri hanno partecipato ai colloqui", ha riferito, "e ritengono che non sia stato uno sforzo inutile, soprattutto in vista dei negoziati di Berlino, perché ora anche gli europei capiranno meglio quello che succede concretamente". "Per Mosca", spiega l'analista, "sulla Libia c'è sicuramente l'interesse a recuperare i contratti persi dopo la caduta di Gheddafi e quello di sfruttare la possibilità di un riavvicinamento agli europei, soprattutto i tedeschi, con cui la cooperazione e' ferma al settore energetico sul Nord Stream 2".

"La Libia e la preparazione della Conferenza di Berlino", ha spiegato Suchkov, "rappresentano il primo vero tema per una cooperazione politica con la Ue". "La cosa che ora teme Mosca", ha concluso, "è che Haftar prima di Berlino cerchi di prendere Tripoli, facendo in questo modo saltare la Conferenza o trasformandola in un flop".

Da - https://www.agi.it/estero/libia_russia_germania_haftar_serraj-6881286/news/2020-01-15/

9  Forum Pubblico / NOTITIARUM: CONOSCERE per CAMBIARE il NOSTRO AGIRE. / Della Conoscenza Popolare ... inserito:: Gennaio 16, 2020, 10:01:51 am
Se i Cittadini e la Popolazione si renderanno conto del loro potenziale sociale ed economico, dovranno mettersi nella condizione di essere consapevoli.

Non si può essere liberi senza la consapevolezza di avere il possesso di elementi di libertà in ogni aspetto del vivere in una società democratica.

Il potere popolare mai ben espresso e da sempre sottoposto ad inganno dal dominio economico, politico e sociale di poteri più o meno forti a livello locale, nazionale e globale, mai si potrà ottenere concretamente se non arriva a pretendere, da chi si assume la responsabilità di informare, di portare loro la “verità” dei concetti e la realtà dei fatti.

Quindi i Media e gli “addetti” alla Cultura devono "purificare" i loro contributi alla Conoscenza Popolare.
 
ggiannig
10  Forum Pubblico / NOTITIARUM: CONOSCERE per CAMBIARE il NOSTRO AGIRE. / Re: Visto che non si dorme...... Ciao ......L' ho fatto anche io. - TROVATO! inserito:: Gennaio 15, 2020, 09:35:18 pm



Olga Karasso

Visto che non si dorme...... Ciao ......L' ho fatto anche io
11  Forum Pubblico / NOTITIARUM: CONOSCERE per CAMBIARE il NOSTRO AGIRE. / Re: Visto che non si dorme...... Ciao ......L' ho fatto anche io inserito:: Gennaio 15, 2020, 09:29:06 pm
E' sparito il post!!

Come è possibile?

Lo vado a riprendere se mi riesce.

ciaooo
12  Forum Pubblico / POLITICA: ANDARE OLTRE I POLI, SPETTA A NOI CITTADINI E POPOLAZIONE. / La nostra politica attualmente (e provvisoriamente) influenzata da due Movimenti inserito:: Gennaio 15, 2020, 09:26:27 pm

La nostra politica attualmente (e provvisoriamente) influenzata da due Movimenti che giocano con l'Istinto.

L'istinto-strumento, che li porta a progettare la distruzione degli "altri", e quello di chi tifa per loro, ... senza rendersi conto di essere gli "altri". 

ciaooo

Da - https://www.milanoreporter.it/le-apparenze-ingannano-listinto-no/
13  Forum Pubblico / ESTERO: Il Mondo, la politica, i personaggi, le news. / L’ASSASSINIO DI SOLEIMANI, I VENTI DI GUERRA E LE PRESIDENZIALI A NOVEMBRE inserito:: Gennaio 15, 2020, 09:21:49 pm
L’ASSASSINIO DI SOLEIMANI, I VENTI DI GUERRA E LE PRESIDENZIALI A NOVEMBRE
   
GABRIELE CATANIA
4 gennaio 2020
   
L’uccisione del maggior generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad ha conquistato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, inclusi quelli italiani (tendenzialmente assai più focalizzati sulle vicende interne che su quanto accade in una regione, il Medio Oriente e Nord Africa, strategica per gli interessi geopolitici e geoeconomici nazionali).

I fatti, prima di tutto: nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, in quell’Iraq dove da anni si gioca una partita di rilievo tra gli Stati Uniti, l’Iran e le potenze sunnite, Soleimani è stato ucciso da un raid americano che ha eliminato anche altri personaggi di peso, in primis Abu Mahdi al-Muhandis (vice-presidente del gruppo paramilitare Hashd al-Shaabi, tra gli artefici del recente assedio all’ambasciata americana a Baghdad).

Era probabile che Soleimani sarebbe stato ucciso, prima o poi. Capo della famigerata Forza Quds delle potenti Guardie della Rivoluzione (unità speciale attiva nei principali teatri del Medio Oriente e dell’Asia Centrale), Soleimani era considerato uno degli uomini più influenti del regime iraniano. Secondo alcuni, il secondo uomo più potente della Repubblica islamica, dopo l’ayatollah Khamenei. Ciò non stupisce, considerando che negli ultimi due decenni le Guardie della Rivoluzione si sono trasformate nel vero pilastro di un regime fragile, in crisi di consensi, sempre meno teocratico e sempre più stratocratico (fenomeno, per inciso, diffuso in altre aree della regione, ad es. in Egitto, dove l’esercito è la spina dorsale del regime di Al Sisi).

Soleimani era considerato uno degli uomini più influenti del regime iraniano. Secondo alcuni, il secondo uomo più potente della Repubblica islamica, dopo l’ayatollah Khamenei. Ciò non stupisce, considerando che negli ultimi due decenni le Guardie della Rivoluzione si sono trasformate nel vero pilastro di un regime fragile, in crisi di consensi.

Negli anni Soleimani era scampato a innumerevoli attentati. Molti i suoi nemici: dai sauditi agli israeliani, dai fanatici dell’ISIS agli americani stessi. E se la lotta proprio all’ISIS aveva generato una sorta di gentlemen’s agreement tra Soleimani e i suoi avversari occidentali (in ossequio al principio “il nemico del mio nemico è mio amico”), la disfatta dell’ISIS aveva contribuito a riacutizzare le tensioni. Specialmente in Iraq, che dai tempi del crollo del regime di Saddam Hussein si trova in una linea di faglia molto pericolosa.

Alla fine non è stato il Mossad o l’intelligence saudita, ma Washington, a uccidere Soleimani. Un atto, dicono alcuni commentatori, finalizzato non solo a punire il colpevole di centinaia di morti americane, ma a far capire a Teheran che la pazienza statunitense ha un limite; che gli attacchi alle raffinerie saudite, le azioni contro le petroliere nello stretto di Hormuz (la giugulare dell’economia mondiale, perché da qui transita quasi un quarto della produzione globale di greggio), e le manovre contro la presenza americana in Medio Oriente non saranno più tollerati.

Purtroppo a destabilizzare la regione non è soltanto Teheran. Concorrono in modo altrettanto rilevante attori alleati di Washington, come l’Arabia Saudita; che è la principale responsabile della catastrofica situazione in Yemen, e che da anni chiede agli USA di “tagliare la testa del serpente [iraniano]”. Ancora, bisogna ricordare come il presidente Trump e il suo entourage abbiano fatto di tutto per aggravare la situazione. L’uscita degli Stati Uniti dal PACG, nel 2018, è stato un grave colpo ai tentativi europei di risolvere l’annoso problema del “nucleare iraniano”, e di sostenere i riformisti iraniani, che rappresentano la sola realistica speranza di trasformazione democratica dell’Iran.

Uscendo dal PACG, varando le sanzioni, uccidendo Soleimani, Trump ha contribuito in modo significativo a rafforzare le forze iraniane ostili ai diritti umani, alla democrazia, alla libertà: uomini come Khamenei, come Salami (comandante delle Guardie della Rivoluzione), come Ahmad Jannati (a capo sia dell’Assemblea degli Esperti, sia del Consiglio del Guardiani della Costituzione). Le sanzioni hanno indebolito l’economia, a scapito della presidenza di Hassan Rouhani; l’uccisione del capo di Quds ha regalato nuovi argomenti retorici, e ulteriore peso politico, al nazionalismo iraniano, compattando l’opinione pubblica della Repubblica islamica.

Uccidendo Soleimani, Trump ha contribuito in modo significativo a rafforzare le forze iraniane ostili ai diritti umani, alla democrazia, alla libertà: uomini come Khamenei, come Salami (comandante delle Guardie della Rivoluzione).

E a proposito dell’assassinio di Soleimani: la forma qui conta quanto la sostanza. Da decenni il Mossad, per esempio, conduce in tutta la regione (e non solo) operazioni ardite per neutralizzare i più pericolosi nemici dello Stato ebraico; negli ultimi vent’anni è stato sospettato di aver ucciso uomini-chiave di Hamas, del programma nucleare iraniano, delle forze armate siriane, delle Guardie della Rivoluzione ecc.

Com’è noto, queste operazioni vengono realizzate dal Mossad nel modo più segreto e discreto possibile, e solo molto di rado Israele ne riconosce la paternità. Questo per vari, ovvi motivi: ad esempio per non destabilizzare ulteriormente la regione, o per non esporre ancora di più i propri cittadini al rischio di rappresaglie. Last but not least, commettere un omicidio di Stato in un paese straniero viola la sovranità di quel paese (come ha denunciato indignata Baghdad nel caso di Soleimani), e quindi è un grave vulnus al diritto internazionale.

Washington avrebbe potuto imitare Israele. Eliminare il suo nemico in silenzio, lasciando un alone di mistero attorno all’omicidio. Il Pentagono, invece, ha subito reso noto che Soleimani era stato ucciso dalle forze armate americane per ordine del presidente. E Donald Trump ha enfatizzato quello che probabilmente ritiene un suo personale trionfo twittando una grande bandiera americana. In questo modo, con quel tweet, Trump ha chiarito la vera, tragica ratio dell’uccisione di Soleimani: il calcolo politico ed elettorale.

Washington avrebbe potuto imitare Israele. Eliminare il suo nemico in silenzio, lasciando un alone di mistero attorno all’omicidio. Il Pentagono, invece, ha subito reso noto che Soleimani era stato ucciso dalle forze armate americane per ordine del presidente.

Com’è noto, sul presidente grava la spada di Damocle dell’impeachment. Che a prescindere dal suo esito, rischia di arrecare un gravissimo danno alla sua popolarità (già oggi il tasso di approvazione di Trump è inferiore al 43%, nonostante le prestazioni dignitose dell’economia). Un presidente sotto impeachment, vulnerabile alla corrida dell’opposizione, dei media e di una parte dell’industria culturale, è un’anatra zoppa poco presidenziale, con minori chances di rielezione a novembre (cioè tra meno di un anno).

Al contrario il rischio di una guerra potrebbe rafforzarlo, distraendo una parte dell’opinione pubblica, e saldando il fronte repubblicano con quello dei moderati apartitici che alle beghe della politica antepongono la sicurezza dell’America. In Europa, purtroppo, il patriottismo è spesso un rifugio delle canaglie, ma oltreoceano esporre la bandiera, e sostenere il presidente quando l’America è in guerra, è un atteggiamento alquanto comune: non solo in Texas o North Dakota, ma in swinging states decisivi per le presidenziali come l’Ohio e la Florida.

Per non parlare di una guerra. La storia ci insegna che i presidenti in guerra vengono (quasi) sempre rieletti. Fu il caso di Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale, di Lincoln nel corso della Guerra Civile, di Nixon in piena Guerra del Vietnam, di Bush jr durante la tragica occupazione dell’Iraq (se Bush sr, nel 1991, avesse ordinato alle sue divisioni di continuare la guerra, occupare Baghdad, e rovesciare il regime di Saddam Hussein, forse sarebbe stato riconfermato; e invece la Guerra del Golfo si concluse nel febbraio del 1991, e le elezioni si tennero quasi due anni dopo).

La storia ci insegna che i presidenti in guerra vengono (quasi) sempre rieletti. Fu il caso di Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale, di Lincoln nel corso della Guerra Civile, di Nixon in piena Guerra del Vietnam, di Bush jr durante la tragica occupazione dell’Iraq.

“Don’t change horses in mid-stream”. Così si dice. Se scoppiasse un conflitto con l’Iran, una rielezione di Trump sarebbe ancora più probabile. Ovviamente l’Iran non è l’Iraq scalcinato di Saddam Hussein, e un intervento militare contro la Repubblica islamica avrebbe conseguenze umane, geopolitiche, economiche e diplomatiche gigantesche.

Senza ipotizzare lo scenario peggiore, e di gran lunga più improbabile (ossia un’invasione via terra del gigantesco paese), basterebbe un “intervento soft” contro Teheran per far scivolare il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Asia Centrale nel caos, e far schizzare alle stelle il prezzo del greggio. Per esempio, il combinato disposto di bombardamenti aerei USA e dei paesi del Golfo sui centri industriali e militari iraniani, e di un blocco navale massiccio (attraverso la Quinta Flotta, il cui dispositivo militare è stato assai rafforzato a maggio), potrebbe senz’altro scatenare rappresaglie sanguinosissime dal Khyber Pass a Tel Aviv, da Tripoli a Dubai, ma difficilmente provocherebbe un’insurrezione democratica a Teheran (o persino un colpo di stato).

Certo, tensioni nella regione gioverebbero ad alcuni degli alleati-chiave di Trump, ad esempio Netanyahu in Israele o le lobby idrocarburiche negli Stati Uniti, ma scherzare con il fuoco è sempre pericoloso. Il cosiddetto “intervento soft” è ancora improbabile, ringraziando il Cielo, ma ogni dichiarazione incendiaria, ogni minaccia da una parte o dall’altra, ogni nuovo soldato che viene mobilitato lo rendono più concreto.

Ecco perché il mondo, a partire dall’Europa, deve subito bloccare una escalation che potrebbe causare decine di migliaia di morti, e danni economici incalcolabili a importatori di energia come l’Italia, la Germania o il Giappone. La diplomazia deve fermare, prima che sia troppo tardi, i giochi spregiudicati di un presidente pericoloso per il suo paese, per l’Europa, e per il mondo.

Da - https://www.glistatigenerali.com/geopolitica_medio-oriente/lassassinio-di-soleimani-i-venti-di-guerra-e-le-presidenziali/
14  Forum Pubblico / POLITICA: ANDARE OLTRE I POLI, SPETTA A NOI CITTADINI E POPOLAZIONE. / GLI EX PCI PER RIABILITARE CRAXI? NO GRAZIE. MEGLIO LA VERITÀ inserito:: Gennaio 15, 2020, 09:20:24 pm
A venti anni dalla morte in esilio, la Patria segue la sua profezia

GLI EX PCI PER RIABILITARE CRAXI?
NO GRAZIE. MEGLIO LA VERITÀ

Di Beppe Sarno

Da giovane socialista non amavo né Togliatti né il PCI, non mi piaceva la disciplina interna, la mancanza di un vero dibattito interno e poi Togliatti era responsabile della cacciata di mio nonno dal PCI perché Troskista e Bordighiano, cosa grave nei tempi in cui avvenne che costò a lui a mia nonna a mia madre e a mia zia Lalage nove anni di esilio in Francia ove vissero in povertà assoluta a Parigi.

Di lui Lucio Colletti ebbe a dire in un’intervista “, Togliatti fa parte del tribunale ideologico che consegna alla polizia tutto il gruppo dirigente polacco. E' il pubblico accusatore, sempre ideologico, dei comunisti tedeschi, anch' essi eliminati. Viene mandato in Spagna dove partecipa all' annientamento degli anarchici durante la guerra civile spagnola”

Il PCI fu il suo capolavoro un partito che aveva un grade seguito nelle masse popolari dove raccoglieva grosse percentuali di voti. Colpa anche dei socialisti che nell’immediato dopoguerra gli consentirono di appropriarsi del loro patrimonio culturale e politico. Sindacati, movimento cooperativo, amministrazioni locali di sinistra furono sempre appannaggio del PCI, che grazie al supporto economico sovietico riusciva a finanziare stuoli di funzionari e un apparato burocratico imponente. Mai però questa forza spropositata divenne reale alternativa di sistema. Era più comodo gestire l’opposizione. Togliatti non voleva fare la rivoluzione e non si preoccupò ad attuare quelle riforme di cui la Costituzione aveva indicato le linee guida. Vi riuscirono in parte i socialisti con la collaborazione della sinistra DC portando risultati importanti per la democrazia e per il benessere della nazione.

Che dire della colpevole scelta di far morire Aldo Moro per non scendere a patti con le BR e per rappresentare il partito della fermezza e dell’essere stato il partito del sostegno alla magistratura milanese durante il periodo di “mani pulite”.  Contemporaneamente il   Pci continuava a godere dei finanziamenti sovietici e si finanziava con lo scandalo delle Cooperative, opportunamente messo a tacere e nel frattempo Craxi andava in esilio ad Hammamet.

Ora vogliono riabilitare Craxi? No grazie, lasciamo le cose come stanno!
A venti anni dalla morte di Craxi qualcuno parla di riabilitazione della sua figura. Come socialista non sento il bisogno di questa riabilitazione perché la riabilitazione presuppone un peccato, una condanna.
La storia ha fatto giustizia da sola e non ci interessano riabilitazioni posticce e fasulle. Il Pd si tenga la figura di Togliatti e finanzi i cento anni del PCI con quattrocentomila euro che è il valore attuale dei quaranta denari, noi socialisti ci teniamo Craxi e cercheremo di riportare in vita l’Avanti.

Beppe Sarno
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15  Forum Pubblico / ECONOMIA tra CAPITALISMO e COMUNISMO. / SE L’ATTUALITÀ DI MARX INQUIETA I LIBERALI … (ma solo le mummie politiche) inserito:: Gennaio 15, 2020, 09:17:55 pm
SE L’ATTUALITÀ DI MARX INQUIETA I LIBERALI…

MARCO VERUGGIO

10 gennaio 2020

Marx Revival.
Concetti essenziali e nuove letture.

A cura di Marcello Musto
Donzelli, 2019, 472 pp., 30 euro.

Il recente volume miscellaneo Marx Revival testimonia come il pensiero di Marx possa essere ancora utile per affrontare lo studio dell’economia e della società capitalistiche, inclusi temi di grande attualità come migrazioni e nazionalismo. Il che forse spiega l’acredine con cui un autorevole filosofo liberale come Bedeschi su Il Foglio ha recensito la pubblicazione.

Il sottotitolo di questa ampia e varia miscellanea curata da Marcello Musto, docente di sociologia presso l’Università di Toronto, indica al lettore sin dall’inizio come di questo volume si possa fruire sia come introduzione all’opera di Marx per un pubblico neofita interessato ad acquisire familiarità con l’argomento prima di attaccare direttamente la lettura dei testi fondamentali, sia come testo di approfondimento e di aggiornamento per un pubblico già esperto, in chiave non esclusivamente accademica, ma con un’esplicita volontà di affrontare alcuni temi dell’odierna agenda politica riprendendo e attualizzando  le categorie del materialismo storico e senza concessioni e nostalgie all’era del ‘socialismo reale’, perché – annota Musto nella Prefazione al volume – il modello di socialismo di Marx era una ‘associazione di liberi esseri umani’ e ‘non contemperava uno stato di miseria generalizzata, ma il conseguimento di una maggiore ricchezza collettiva e il soddisfacimento dei bisogni dei singoli’.

E così, nei 22 saggi raccolti da Musto, compreso uno suo sul comunismo, alcuni tra i più noti studiosi internazionali di Marx – citiamo tra i tanti Michael Löwy, Gilbert Achcar, Immanuel Wallerstein e gli italiani Sandro Mezzadra e Pietro Basso – prima analizzano in chiave critica alcuni cardini concettuali del pensiero marxiano – capitalismo, comunismo, democrazia, proletariato, lotta di classe, rivoluzione ecc. – poi aprono una finestra sugli strumenti analitici che il monumentale corpus marxiano ci ha lasciato per affrontare in chiave materialistica alcuni dei temi più dibattuti dalla politica contemporanea, anche attingendo ad alcune delle opere più periferiche al suo interno. Il tutto con l’indicazione preziosa, al termine di ogni saggio, di una bibliografia a cui attingere per approfondire ulteriormente ogni singolo argomento.

Concetti essenziali…
I saggi dedicati ai mattoni concettuali della teoria marxiana, oltre che costituire – come dicevamo – un’utile introduzione alla lettura dei testi marxiani, forniscono ai lettori più esperti riferimenti preziosi circa il modo in cui quei concetti vennero forgiati o ripresi da altri autori e rielaborati a partire dagli scritti giovanili e dall’epoca della ‘militanza’ nella sinistra hegeliana, fino all’invenzione del socialismo scientifico e agli anni in cui Marx si gettò a capofitto non solo nell’attività di teorico del comunismo, ma anche in quella di dirigente politico dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, più nota come Prima Internazionale.

La lettura di questi saggi è consigliata anche quale rimedio a una diffusa stereotipizzazione del pensiero marxiano e alla tendenza a condensarlo in formule comode quanto ineluttabilmente parziali se non addirittura fuorvianti. Nel saggio dedicato alla religione, ad esempio, Gilbert Achcar, mette in luce come nel pensiero marxiano convivano un elemento di critica radicale e ateista, radicato nella giovanile appartenenza alla sinistra hegeliana (e sintetizzato nella nota affermazione ‘la religione è l’oppio dei popoli’) e un approccio ‘secolare-liberale’ che, depennata la religione dall’ambito delle questioni di Stato, riconosce a ogni singolo individuo il diritto di credere in ciò che più gli piace. ‘Come lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla religione di Stato e abbandonando la religione a se stessa all’interno della società civile, così l’uomo singolo si emancipa dalla religione comportandosi verso di essa non più come verso un affare pubblico, ma come verso un affare privato’, scrivono Marx ed Engels nel 1845, polemizzando con Bruno Bauer e i ‘giovani hegeliani’, ne La Sacra Famiglia. E Achcar conclude che ‘L’atteggiamento di Marx ed Engels verso la religione è rimasto fondamentalmente duplice: la difesa della libertà religiosa individuale senza ostacoli contro le interferenze dello Stato è stata combinata con la lotta per l’emancipazione del partito dei lavoratori contro le credenze religiose’.

Allo stesso modo per quanto riguarda la critica marxiana alla democrazia – osserva la sociologa canadese Ellen Meiksins Wood – il contributo di Marx non si esaurisce nell’idea che la democrazia borghese è formale, in quanto non tutti i cittadini possiedono i mezzi materiali per rendere esigibili i diritti fissati sulla carta. L’autore del Capitale ebbe soprattutto il merito di intuire che mentre nelle società antiche libertà politica e libertà economica erano strettamente connesse, tanto che quando un soggetto si guadagnava i diritti politici si affrancava contemporaneamente dalla condizione di sfruttamento economico a cui era soggetto – schiavitù, servitù della gleba ecc. – la caratteristica peculiare della società borghese è invece che essa rappresenta il massimo grado di libertà politica nella storia, astraendo però i diritti politici dalle disuguaglianze e dalla sfera economica. ‘Per la prima volta nella storia, – annota l’autrice – il capitalismo aveva permesso di concepire i diritti politici come poco influenti sulla distribuzione del potere sociale ed economico; era inoltre possibile immaginare una sfera politica distinta in cui tutti i cittadini erano formalmente uguali, una sfera politica sottratta alle disuguaglianze della ricchezza e del potere economico’.

…e nuove letture
Nella seconda parte della miscellanea si concentrano i saggi/capitoli dedicati all’elaborazione marxiana su alcuni temi ancora al centro del dibattito politico e sulla rilettura di alcune opere stimolata dal dibattito contemporaneo. Nel saggio dedicato all’ecologia John Bellamy Foster ricapitola l’evoluzione degli studi sul pensiero di Marx in tema di ambiente, osservando come nei primi tre quarti del XX secolo il marxismo occidentale abbia in larga misura rigettato la metodologia introdotta da Engels nella Dialettica della Natura (ampiamente utilizzata dalle accademie scientifiche sovietiche), circoscrivendo l’utilizzo del metodo dialettico alla sfera sociale e rimandando invece alle scienze naturali per quanto riguarda lo studio dell’ambiente circostante. A partire dagli anni ’70 a questo tipo di approccio, che coincise con la nascita dell’ecosocialismo degli anni ’70-’80, critico nei confronti del ‘socialismo scientifico’, accusato di aver minimizzato il peso dei limiti naturali e dunque dei vincoli ecologici allo sviluppo, si affiancò una rilettura del corpus marxiano, da cui invece emerse l’idea che l’economia capitalistica è basata non soltanto sullo sfruttamento dell’uomo, ma anche sulla spoliazione della terra. Marx scrisse che nessun singolo individuo ma neanche interi Stati o società possono essere considerati proprietari di essa, bensì solamente ‘i suoi usufruttuari’, che ‘hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive’. Nel Libro terzo del Capitale Marx ne derivò che in una società socialista ‘i produttori associati regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura’ ed ‘essi eseguono il loro compito con il minor possibile impiego di energia’, un’affermazione che, riletta alla luce dell’attuale dibattito, mette in risalto come in realtà il fondatore del socialismo scientifico abbia anticipato il tema della crisi ecologica invece di negarlo.

Uno dei pregi della miscellanea curata da Musto è che ricostruendo le genesi e l’evoluzione del pensiero di Marx mostra come spesso esso si sia esercitato nell’analisi di fenomeni ricorrenti nella storia del capitalismo e ancor oggi controversi. Potrebbe apparire banale, ma nell’attuale dibattito politico, fondato sulla dittatura dell’oggi e sulla cancellazione della storia, si tratta di una riscoperta preziosa, perché schiude un ingente patrimonio di esperienze storiche e di insegnamenti, rendendolo disponibile a chi oggi voglia affrontare il riemergere di quei fenomeni facendo leva sul metodo scientifico piuttosto che una dialettica slegata dalla realtà materiale. Ci riferiamo, ad esempio, al tema delle migrazioni di massa e delle tensioni tra proletari immigrati e autoctoni oppure al riemergere di movimenti nazionalisti, oggetto rispettivamente dei saggi di Kevin B. Anderson, su ‘Nazionalismo e questione etnica’ e di quelli di Pietro Basso sulle migrazioni e di Sandro Mezzadra e Ranabir Samaddar sul colonialismo. Marx si occupò diffusamente di nazionalismo e migrazioni prendendo spunto da tre grandi filoni del dibattito contemporaneo: la questione nazionale polacca, la guerra civile negli Stati Uniti (strettamente intrecciata alla deportazione di massa degli schiavi dall’Africa), ma soprattutto la questione irlandese, considerata sia dal punto di vista della lotta per l’indipendenza da Londra sia da quello della concorrenza tra proletari inglesi ed emigrati irlandesi nelle fabbriche britanniche.

Scrive Marx in una comunicazione interna della Prima Internazionale: ‘La borghesia inglese non ha soltanto sfruttato la miseria irlandese per comprimere con l’emigrazione forzata degli irlandesi poveri le condizioni della classe operaia in Inghilterra, ma ha inoltre diviso il proletariato in due campi nemici. L’ardore rivoluzionario dell’operaio celtico non si è fuso con il temperamento vigoroso ma lento dell’anglosassone. Vi è al contrario in tutti i grandi centri industriali dell’Inghilterra un profondo antagonismo tra il proletariato irlandese e quello inglese. Il comune operaio inglese odia quello irlandese come un concorrente che comprime i salari e il livello di vita. Egli prova per lui antipatie nazionali e religiose, lo considera su per giù come i bianchi poveri degli Stati Uniti del Sud considerano gli schiavi negri’. Posto di fronte a questa situazione, a smentire chi oggi cerca di utilizzare l’autore del Capitale per legittimare una versione ‘di sinistra’ del cosiddetto sovranismo, Marx non fa appello a bloccare i flussi migratori, bensì a ‘spingere avanti la rivoluzione sociale in Inghilterra’ e a battersi per mettere fine all’assoggettamento dell’Irlanda alla Gran Bretagna. E ancora, sottolinea Basso, egli indica come obiettivo della Prima Internazionale ‘l’emancipazione del lavoro e l’estirpazione delle lotte nazionali’, nella Critica al Programma di Gotha polemizza con chi assume ‘l’angusto punto di vista nazionale’ e nel programma del Partito Operaio francese, scritto a quattro mani con Jules Guesde, inserisce la richiesta della ‘proibizione legale, per i capitalisti, di impiegare lavoratori stranieri a salari inferiori a quelli pagati agli operai francesi’. Questo internazionalismo spinge Marx a occuparsi anche del colonialismo britannico in India (se ne occupano Mezzadra e Samaddar) e a formulare un interrogativo che oggi, alla luce dell’impetuosa crescita economica indiana e cinese e della conseguente marginalizzazione dell’Occidente, appare ancor più congrua di quando venne formulata: ‘può l’umanità adempiere al suo destino senza che avvenga una rivoluzione fondamentale nei rapporti sociali dell’Asia? ’.

Le critiche
Giuseppe Bedeschi, autorevole storico della filosofia e critico liberale di Marx, in un articolo su Il Foglio intitolato ‘Eccesso di devozione per Marx’, ha attaccato frontalmente Marx Revival, accusandone gli autori di ‘un atteggiamento da sacrestani in costante adorazione del Maestro’, saltando a piè pari il fatto che in realtà la miscellanea contiene anche proposte di revisione abbastanza radicali della teoria marxiana, ad esempio nel saggio di Marcel van der Linden sul concetto di proletariato. Secondo Bedeschi, che pure riconosce a Marx il merito di essere entrato nel novero dei ‘classici’ della filosofia, la colpa di Musto e dei coautori sarebbe l’aver ignorato le critiche mosse a Marx da autori come Eduard Bernstein e Norberto Bobbio. Il primo – osserva Bedeschi – ha evidenziato l’errore commesso da Marx nel prevedere una polarizzazione della società capitalistica in due soli campi, borghesia e proletariato, invece della crescente stratificazione sociale e del fiorire delle classi intermedie. Mentre Bobbio avrebbe efficacemente criticato la teoria dello Stato di Marx cogliendo come in essa ‘il problema del buon governo non si risolveva con la sostituzione di una forma “buona” a una forma “cattiva”, ma con l’eliminazione di ogni forma di governo politico, cioè con l’estinzione dello stato e della politica: ma questa era una prospettiva gravemente irrealistica’.

Su quest’ultimo punto si potrebbe obiettare che in realtà Marx, che considerava lo Stato come uno strumento del dominio della borghesia sul proletariato, si era limitato ad affermare che ‘quando il dominio di classe scompare, non ci sarà uno Stato nel significato politico attuale’. E si potrebbe sottolineare quanto sarebbe stato estraneo al metodo di Marx, che proprio in questo volle distinguersi dal socialismo utopistico, disegnare un modello compiuto di organizzazione politica e sociale quale traduzione futura delle proprie idee. Ma sarebbe un dibattito astratto per addetti ai lavori.

Per quanto invece attiene alla questione dei ‘ceti intermedi’ esiste un terreno di verifica concreto delle affermazioni di Bedeschi. Va detto preliminarmente che per Marx i confini delle classi sono delimitati non da semplici categorie di reddito né da criteri di carattere giuridico, bensì dalla funzione che esse svolgono nella produzione capitalistica. Da questo punto di vista gli anni che ci separano dalla morte di Marx hanno visto l’allora dominante tripartizione della società in capitalisti, classe operaia e contadini perdere la terza componente, sia perché l’agricoltura ha visto ridursi rapidamente il proprio peso nell’ambito dell’economia capitalistica, sia perché la progressiva cancellazione della piccola proprietà agricola ha finito per trasformare i contadini da padroncini in operai agricoli. Al contempo però abbiamo assistito a una massiccia offensiva ideologica tesa a sostituire l’idea di una società divisa in classi a quella di una società divisa in categorie di reddito o in base a distinzioni di carattere giuridico. E’ la concezione per cui in Italia, ad esempio, avere una partita IVA o, in Gran Bretagna, ritrovarsi nelle condizioni del padroncino protagonista dell’ultimo film di Ken Loach è sufficiente per essere considerati lavoratori autonomi o addirittura imprenditori, pur lavorando di fatto per un committente unico e senza alcun potere contrattuale nei suoi confronti. E’ sulla base di questa riclassificazione della stratificazione sociale che si è costruita l’idea di una classe media in crescita e che nel settembre del 2018 il Financial Times ha annunciato in  pompa magna che ‘metà della popolazione mondiale è classe media’.

Qui in Italia questa deformazione ideologica della realtà ha avuto un particolare successo per la presenza di uno strato ipersviluppato di piccole imprese che fanno del nostro paese una realtà sui generis. E tuttavia proprio nel decennio seguito all’ultima di quelle che Marx avrebbe definito ‘crisi cicliche’, quella innescata con l’esplosione della bolla speculativa dei subprime nel 2007-2008 negli USA, nei paesi a capitalismo avanzato, Italia inclusa, abbiamo visto confermata la tendenza per un verso a un massiccio processo di distruzione o assorbimento di piccole e medie imprese da parte dei grandi gruppi industriali e finanziari, per un altro a una brutale proletarizzazione della piccola borghesia, di cui l’ondata populista è stata in qualche modo una delle conseguenze sul piano politico. Inoltre, come dimostra un recente studio dell’OCSE intitolato Under Pressure. The Squeezed Middle Class, anche assumendo come unità di misura il reddito e non la collocazione produttiva, dal 1985 al 2015 nei paesi dell’OCSE la ‘classe media’ ha conosciuto un declino costante, mentre sono aumentate la parte più ricca e quella più povera della popolazione.

Il fatto che la realtà materiale sia più forte dei tentativi di deformarla ideologicamente è confermato anche da un significativo slittamento della percezione che la popolazione di molti paesi a capitalismo avanzato ha della propria appartenenza sociale. Uno studio del 2014 nell’ambito del progetto di ricerca Dynegal ha scoperto che due terzi dei francesi pensa che la società sia attraversata dalla lotta di classe e che il senso di appartenenza alla classe media è in netto calo. Per quanto riguarda l’Italia nel 2016 Ilvo Diamanti registrava come in un decennio, dal 2006 al 2015, la percentuale di italiani che si percepiscono come classe media è scesa addirittura dal 60% al 30% (per approfondimenti vedi ‘Il ceto medio non esiste’, Quaderni di ControCorrente 2/2019).

Dunque l’acrimonia con cui Bedeschi sul Foglio apostrofa i sostenitori del ‘classico’ Karl Marx facendo leva sulle critiche di chi invece classico non è diventato o è lungi dal diventarlo, potrebbe avere un’altra spiegazione, l’intuizione cioè che ciò che riemerge dalle pagine di Marx Revival sia l’immagine di una teoria ancora viva, che suscita interesse ed è a tutt’oggi foriera di minacce per un pensiero politico liberale prigioniero delle proprie contraddizioni. E’ il miglior riconoscimento che si possa tributare a questo testo.

La recensione di Marx Revival è tratta dalla newsletter di PuntoCritico.info del 10 gennaio.

Da - https://www.glistatigenerali.com/filosofia/se-lattualita-di-marx-inquieta-i-liberali/
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