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1  Forum Pubblico / L'ITALIA D'OGGI VALORI E DISVALORI / CORRADO ZUNINO. Acqua, la fabbrica dei veleni che allarma il Veneto il: Oggi alle 12:13:52
Acqua, la fabbrica dei veleni che allarma il Veneto
Nella giornata mondiale che si celebra oggi, due storie di segno opposto: la prima, di inquinamento delle risorse idriche. L’altra, virtuosa, in un rapporto dell’Unesco

Dal nostro inviato CORRADO ZUNINO
22 marzo 2017

TRISSINO (VICENZA). Il pesce preso all'amo a Creazzo, una scardola da fiume, aveva nei tessuti 57,4 nanogrammi (per grammo) di Pfas, composto chimico nato dalla fusione di solfuro di carbonio e acido fluoridrico. Settecento volte sopra la soglia del pericolo. Nel sangue di un operaio che ha lavorato per undici anni nella fabbrica a sedici chilometri da Creazzo - la fabbrica è la Miteni di Trissino, Nord Ovest di Vicenza - analisi private hanno contato 91.000 nanogrammi dello stesso Pfas. In un uomo della modernità, sono studi nordamericani, ci dovrebbero essere dai due ai tre nanogrammi di questo impermeabilizzante per giacconi e smartphone, prodotto dal 1938 e usato nel mondo anche per le pellicole antiaderenti delle padelle, la carta da pizza, la sciolina dei fondisti. I controlli ambientali, ecco, offrono numeri fuori controllo. Serve capire - e al lavoro ci sono tre procure, una delle quali, quella di Vicenza, ha già indagato nove persone per inquinamento di acque e ambiente - se quantità straordinarie di perfluoroalchilici presenti nel corpo producono danni alla salute.

Stefano De Tomasi, ex operaio della Miteni, azienda chimica in perdita e oggi nel portafoglio di due imprenditori tedeschi, ha 49 anni. Vive con una pensione da 840 euro al mese in un appartamento sotto tetto di Valdagno. Due cani e tredici pasticche al giorno gli fanno compagnia. "Ho lavorato undici stagioni, e con grande impegno, nel reparto produzione Pfas e Pfoa", racconta: "Sono stato un uomo allegro fino ai quaranta, ma nel 2007 la depressione mi ha catturato. Una depressione clinica, difficile da spiegare. Avevo accumulato giorni di malattia e l'azienda mi ha licenziato. La salute è peggiorata e nel 2010 mi è scoppiato il cuore. Poi il diabete, l'ipertensione arteriosa. Non ho studiato abbastanza per dire se è colpa del C8, i composti a catena lunga, so che ne producevamo tonnellate e di corsa. Nel 2011 sarebbero stati vietati e i capireparto ci costringevano a lavorare con le macchine in movimento, gli sbuffi dei fumi in faccia. In azienda facevamo controlli del sangue, ma il medico interno mi ha sempre detto che i valori superiori a 40 nanogrammi non si potevano conoscere. Con trecento euro ho scoperto, da solo, che sono a quota 91.000".
Vicenza, 90mila persone in osservazione: viaggio nella fabbrica dei veleni

La seconda battaglia del Pfas - la prima, nella seconda metà dei Settanta, portò alla chiusura della fabbrica allora del Conte Marzotto - si è combattuta a partire dal marzo 2013, quando l'Unione europea definì il Po il fiume più inquinato del continente. Un epidemiologo di Valdagno, Vincenzo Cordiano, ha iniziato allora a incrociare i dati Istat su morti e malattie e oggi può tracciare una virgola di centottanta chilometri quadrati comprendente 79 comuni a sud di Trissino: è l'area rossa, contaminata dal Pfas. Nel reparto della Miteni, già, sono morte ventuno persone su sessantanove, dal 1965. Nessuna di morte naturale. Con un'azione di controllo delle fonti - il caso DuPont nell'Ohio, una transazione monstre a favore delle vittime della multinazionale chimica - il dottor Cordiano ha scoperto che esiste "una probabile correlazione" tra il cancro al rene nelle donne, il cancro ai testicoli negli uomini e gli iperdosaggi del composto. Dopo il coinvolgimento dell'associazione Terra dei Pfas, l'intervento di avvocati che ora chiedono una class action, petizioni di Greenpeace, la Regione Veneto di Luca Zaia ha allestito un controllo medico di massa: novantamila persone, a fronte di una contaminazione che ha i connotati dell'epidemia: da 200mila a 450mila interessati lungo il bacino del Fiume Fratta Garzone. Dice ancora Cordiano: "Lo screening durerà dieci anni, ma i dati ci sono già. Bisogna chiudere la Miteni e cercare una nuova falda d'acqua".

Nelle ultime settimane, in una porzione di terreno sotto le colline, sono usciti nuovi veleni. Questi sotterrati. L'amministratore delegato Antonio Nardone, subentrato da un anno, dice che dal 2011 in fabbrica non si producono più i composti a catena lunga, quelli che restano a lungo nell'intestino. Il Tribunale delle acque di Venezia gli è venuto incontro distribuendo le responsabilità: l'inquinamento di acque e terre è figlio di una concentrazione di concerie e farmacie, non solo colpa dell'azienda chimica. La cosa, se possibile, complica il quadro: l'area industriale compresa tra Vicenza e Trissino potrebbe scoprirsi un'enorme zona rossa.

Il mondo agricolo del Vicentino, viticoltori berici, produttori di latte e formaggi, tace. Operai vecchi e nuovi delle concerie di Sarego dicono invece: "Settant'anni di sviluppo alla cinese ci stanno uccidendo". Il procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri: "È un fatto accertato che ci sia un vastissimo inquinamento delle acque". Per accertare se nuoce alla salute la procura si è affidata all'Istituto superiore di sanità e al professor Tony Fletcher, quello della vertenza DuPont.

© Riproduzione riservata 22 marzo 2017

Da - http://www.repubblica.it/ambiente/2017/03/22/news/acqua_la_fabbrica_dei_veleni_che_allarma_il_veneto-161100423/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P1-S1.6-L
2  Forum Pubblico / OPINIONISTI (e giornalismo d'inchiesta). / FEDERICO RAMPINI. Usa, McCain resiste su Obamacare: "Non voto il nuovo testo" il: Oggi alle 12:12:33
Usa, McCain resiste su Obamacare: "Non voto il nuovo testo"
Il senatore dell'Arizona conferma il proprio no al provvedimento proposto dai repubblicani e potrebbe essere nuovamente decisivo nell'allontanare l'abolizione della riforma della sanità dell'ex presidente Obama, che era uno dei punti salienti del programma di Donald Trump

Dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
22 settembre 2017

NEW YORK - Per Donald Trump sta diventando un incubo la libertà di giudizio di John McCain, il senatore repubblicano dell'Arizona. Ha appena dato un annuncio gravido di conseguenze: non voterà il disegno di legge del suo stesso partito, che dovrebbe cancellare la riforma sanitaria di Barack Obama ("Obamacare"). Con ogni probabilità questo annuncio affonda i piani per voltare pagina sulla sanità, e portare a casa un obiettivo che la destra va promettendo da ben sette anni, cioè l'abrogazione di una riforma bollata come "statalista".

Breve stacco: se vi sembra di avere già letto quest'articolo, è perché siamo al bis. Lo stesso film andò in scena prima dell'estate. Per ben due volte i repubblicani - pungolati da Donald Trump - hanno tentato di cancellare Obamacare e per due volte hanno fallito. La loro maggioranza, comoda sulla carta, si è disintegrata al momento di entrare nei dettagli su come sostituire Obamacare. E in uno di quei fallimenti, fu già lo stesso McCain ad avere un ruolo decisivo. Non lo convince una controriforma che lascerebbe milioni di americani senza un'assistenza medica. Non si sente di votare un provvedimento che fa tabula rasa del sistema precedente e al suo posto lascia un'enorme libertà al mercato, oltre che una frammentazione fra Stati in nome del federalismo.

Il senatore dell'Arizona - che fra l'altro sta sperimentando sulla sua pelle il sistema sanitario, essendo in cura per un tumore al cervello - ha pure una lunga serie di conti da regolare con Trump e col suo stesso partito. Fu bocciato dai suoi compagni repubblicani nel 2000 quando la corsa alla nomination lo oppose a George W. Bush, in una campagna piena di calunnie (già allora). Poi riuscì a strappare la candidatura nel 2008 contro Obama e lì fu sconfitto, ma battendosi da galantuomo e rifiutando sempre la tentazione del razzismo quando affiorava tra alcune frange dei suoi elettori.

Nel 2016 Trump lo sbeffeggiò, dileggiando il suo passato di eroe militare (McCain, pilota nella guerra del Vietnam, fu abbattuto e preso prigioniero). Ora McCain si sta centellinando il piacere della rivincita. Senza il suo voto, e visto che altri repubblicani hanno la tentazione di defilarsi, il terzo tentativo di abrogare Obamacare sembra già destinato a schiantarsi. Un disastro d'immagine perché la destra ne aveva fatto un trofeo ambitissimo, e ora che controlla tutti i rami del potere (Casa Bianca, Congresso, Corte suprema) è vittima delle proprie divisioni interne.

Intanto Obamacare continua a funzionare, ma con tutte le sue pecche. Anche quest'anno le compagnie assicurative hanno annunciato poderosi rialzi. Per far passare la sua riforma nel 2010 Obama fece un patto diabolico con i grandi gruppi privati - dalle assicurazioni a Big Pharma - e i difetti di quella legge sono enormi. In particolare non esiste un potere di controllo sull'iperinflazione delle tariffe sanitarie, che si tratti dei medicinali o delle polizze assicurative. E il sistema, con l'eccezione di Medicare (ultra65enni) e Medicaid (assistenza ai poveri) continua ad essere privatistico. Non a caso Bernie Sanders ha rilanciato in questi giorni la sua proposta di un sistema sanitario pubblico sul modello europeo.

© Riproduzione riservata 22 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/22/news/mccain_boccia_la_controriforma_sanitaria-176238398/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P9-S1.4-T1
3  Forum Pubblico / DONNE, AUTRICI nel Mondo. / KATIA RICCARDI. La prima volta di Trump all'Onu: Se Rocket Man attacca l'unica il: Oggi alle 12:11:29
La prima volta di Trump all'Onu: "Se Rocket Man attacca l'unica scelta sarà distruggere la Corea"
Il presidente Usa interviene alla 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite: "Metterò sempre gli Stati Uniti al primo posto".
Sul tavolo di Manhattan anche Libia, cambiamenti climatici, terrorismo e pulizia etnica dei Rohingya.
A Macron: "Accordo Parigi ingiusto per noi". Guterres: "Mondo a pezzi"

Di KATIA RICCARDI
19 settembre 2017

ROMA - Il presidente è arrivato all'Onu accompagnato dalla First Lady. Melania si è seduta ad assistere al primo discorso alla 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite del marito, con loro, l'ambasciatrice Usa all'Onu Nikki Haley e il capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly. Alla seconda giornata del grande summit della politica internazionale che si è aperta ieri al Palazzo di vetro, il suo era l'intervento più atteso.

A Manhattan di fronte a presidenti, principi, ministri e primi ministri di 193 Paesi, Trump ha parlato per 41 minuti. Si è concluso con la frase: "Dio vi benedica, Dio benedica le nazioni del mondo e Dio benedica gli Stati Uniti d'America", ed è cominciato con i suoi risultati: "Gli Stati Uniti hanno fatto molto bene dalla mia elezione". Poi, un rapido riassunto, "la Borsa è a livelli record e l'occupazione in aumento". Quindi bene, "sono tempi di opportunità straordinari", ha puntualizzato.

Una frase in netto contrasto con quella pronunciata poco prima dal Segretario generale Onu Antonio Guterres, che ha aperto i lavori anche lui con il suo primo discorso da quando è diventato numero uno del Palazzo di Vetro, a gennaio scorso: "Siamo un mondo in pezzi, abbiamo bisogno di un mondo in pace".
 
Onu, Trump: ''Se la Corea del Nord attacca, l'unica scelta è distruggerla''
Parole schiacciate dal presidente Usa in una morsa di vetro: "Se la Corea del Nord continuerà a provocarci, non avremo altra scelta che distruggerla", ha detto premettendo ciò che sempre ricorda ai leader internazionali: "Metterò sempre gli Stati Uniti al primo posto". Gli Stati Uniti che "vogliono essere un esempio per tutti. Io difenderò sempre gli interessi americani" ha continuato. "Noi non vogliamo imporre il nostro stile di vita" ha precisato per ricordare poi come gli americani abbiano sempre pagato "il prezzo più alto" per difendere la libertà, anche di altri Paesi.

"E non abbiamo combattuto perché volevamo un'espansione territoriale" in quanto, "noi vogliamo amicizia e armonia, non conflitto e guerra". A meno che non provocati: "Non possiamo più permettere che ci si approfitti di noi".

• STATI CANAGLIA E COREA DEL NORD
Gli "Stati canaglia" sono una minaccia per il mondo" ha continuato Trump, "se i giusti non affronteranno i 'pochi cattivi' che minacciano la pace nel mondo, sarà il male a trionfare". "Dobbiamo rispettare le leggi e le culture, affrontando insieme coloro che ci minacciano con il terrore" ha detto, e "si tratta solo di un piccolo gruppo di regimi canaglie, che non rispettano i cittadini né i diritti sovrani". A partire dalla Corea del Nord, il "flagello dei regimi canaglia". "Lo abbiamo visto con i nostri occhi, con la morte del nostro concittadino pochi dopo il suo rientro in patria", ha detto riferendosi a Otto Warmbier, lo studente di 26 anni arrestato dalla polizia nordcoreana, poi riconsegnato alle autorità Usa e morto subito dopo in circostanze oscure. "La denuclearizzazione è l'unico futuro accettabile. Se ci attaccheranno non avremo altra scelta che distruggerli". Distruggere il regime di Kim Jong-un. Il "Rocket Man" in missione suicida, come l'ha definito. Che minaccia il mondo intero: "È un oltraggio che ci siano Paesi che sostengono Pyongyang", ha aggiunto ringraziando "Mosca e Pechino per aver votato a favore delle nuove sanzioni in seno al consiglio di sicurezza dell'Onu", anche se entrambi contrari a qualsiasi soluzione armata.
 
• IRAN
Trump ha continuato con il suo elenco: "È imbarazzante per gli Usa far parte dell'accordo con l'Iran" ha detto cambiando discorso e regime e riferendosi all'accordo promosso da Obama che ha favorito dopo 50 anni il disgelo nei rapporti con l'Occidente. Ma l'Iran, ha detto Trump, ha paura: "Oltre al potere militare enorme degli Usa, ci teme, ha paura di noi, per questo il governo ha eliminato internet, per questo non consente le proteste studentesche. Ma noi non possiamo accettare i regimi. Mi appello affinché gli ostaggi, chi è lì contro il suo volere, sia immediatamente rilasciato". L'Iran, ha spiegato, "sotto la democrazia nasconde un governatore violento. Uno stato canaglia che esporta violenza, sangue e caos", e che inoltre "invoca la distruzione degli americani e dello stato di Israele". Le milizie di hezbollah "minacciano anche i Paesi arabi pacifici". Pertanto "non possiamo rispettare un accordo" con un Paese, non "se acconsente all'implementazione di un programma nucleare". L'Occidente "deve porre fine al regime di Teheran".

• TERRORISMO
"Servono piani precisi, contro ogni gruppo terroristico. È necessario esporre i Paesi che supportano gruppi come al-Qaeda, gli hezbollah, lo Stato islamico, i talebani". Ecco perché, ha spiegato Trump, "è stato necessario il rinnovo della missione militare in Afghanistan", approvata a fine agosto, nonché il mantenimento della presenza armata contro daesh in Siria e Iraq. "Il regime criminale di Bashar al-Assad ha persino impiegato le armi chimiche contro i civili", ha detto. Quindi, in riferimento all'Isis: "Abbiamo ormai ottenuto significativi successi" nel cacciarlo dal Medio Oriente.
 
"Siamo un mondo in pezzi, abbiamo bisogno di un mondo in pace" ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nell'intervento con cui ha dato il via ai lavori della 72ma Assemblea generale dell'Onu. "L'economia globale sta diventando sempre più integrata, ma il nostro senso di comunità globale potrebbe disintegrarsi - ha avvertito -. La società sono frammentate, il dibattito politico è polarizzato. La fiducia nei e tra i Paesi viene ridotta da chi demonizza e divide". La paura per la minaccia nucleare "della Corea del Nord non è astratta ma noi non dobbiamo andare verso la guerra come sonnambuli"

• SIRIA E IMMIGRAZIONE
"Ringraziamo la Turchia e la Giordania, che aiutano ad assistere i rifugiati più vicini alla loro terra di origine. Noi proviamo compassione, ma una migrazione scorretta non è più possibile". Gli Stati Uniti, ha ricordato, sostengono l'accordo raggiunto dai leader del G20 ad Amburgo, che prevede che gli sfollati dovrebbero chiedere asilo nel primo Paese sicuro che raggiungono. I "costi dell'immigrazione incontrollata sono sopportati da cittadini a basso reddito i cui interessi sono spesso ignorati" ha detto ancora Trump.

• CLIMA
Nel suo intervento, Trump non ha fatto alcun riferimento alla questione del clima, né a Birmania o al processo di pace in Medioriente. Ma sul clima aveva incontrato in mattinata il presidente francese Emmanuel Macron, anche lui alla sua prima volta all'Assemblea generale Onu. L'accordo sul clima di Parigi, gli ha detto, è "ingiusto per gli Usa", aggiungendo però di non vedere l'ora di discutere ulteriormente su una questione sulla quale però Macron si è detto "irremovibile". Trump "finirà per capire quanto gli accordi sul clima siano nei suoi interessi" ha detto Macron, "deploro la decisione americana ma proseguirò nel dialogo con il presidente Trump perché sono convinto che alla fine capirà". I devastanti uragani che hanno colpito i Caraibi e gli Stati Uniti nelle ultime settimane sono una diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, ha aggiunto, "la loro violenza, la loro frequenza, è chiaramente correlata al riscaldamento climatico".
 
La prima volta di Trump all'Onu: "Se Rocket Man attacca l'unica scelta sarà distruggere la Corea"
"L'accordo di Parigi è una cornice importante, non è l'alfa e l'omega, ma una base indispensabile". Il presidente francese ha ricordato che il 12 dicembre si terrà a Parigi "un summit per i due anni della Cop21", la conferenza dell'Onu che promosse l'accordo e che permetterà di "promuovere iniziative concrete per affrontare il riscaldamento climatico"
 
• ONU E BUROCRAZIA
Il lavoro delle Nazioni Unite "dovrebbe far sì di risolvere i problemi alla radice. Anche in Yemen, o in Nigeria, con missioni di peace keeping, con programmi contro la malaria" ha detto Trump critico. "L'Onu deve portare avanti un programma di riforme e non essere frenata dalla burocrazia. Non tutte le nazioni possono farne parte. Noi paghiamo troppo. Più di tutti, e questo non giusto".

• CUBA E VENEZUELA
"Non toglieremo le sanzioni a Cuba finché non faranno le riforme per il popolo, tutte quelle che devono fare", e ancora. "Il regime di Maduro ha portato il Venezuela a una situazione del tutto inaccettabile. La sua dittatura socialista ha generato dolore e sofferenza al popolo di questo Paese" che è "sull'orlo del collasso totale. Bisogna fare qualcosa, noi stiamo facendo passi seri, siamo pronti ad altre azioni se il governo non farà nulla, chiedo a tutte le Nazioni di essere pronte a fare di più, chiediamo la democrazia e la libertà politica in Venezuela". Perché, ha detto il presidente, tutti gli Stati "dove è stato adottato il Comunismo", dall'Unione Sovietica a Cuba o il Venezuela, "hanno perso tutto".

• IL TWEET
Oggi, aveva scritto su Twitter prima di parlare all'Assemblea il presidente americano, è un "Grande giorno alle Nazioni Unite - stanno accadendo molte cose buone e alcune complicate. Noi abbiamo un ottimo team. Grande discorso alle 10 A.M.". Promessa mantenuta, lungo.
 
 © Riproduzione riservata 19 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/19/news/onu_trump_new_york-175912891/?ref=RHPPLF-BL-I0-C8-P1-S1.8-T1
4  Forum Pubblico / OPINIONISTI (e giornalismo d'inchiesta). / Francesco VERDERAMI Troppe incognite per Berlusconi, l’intesa non piace a ... il: Oggi alle 12:09:01
Troppe incognite per Berlusconi, l’intesa non piace a Gianni Letta
Ma i promotori della legge hanno studiato una procedura per evitare agguati in Aula.
L’ex sottosegretario è compiaciuto del fatto che il leader di Forza Italia e il segretario del Pd abbiano ripreso a dialogare direttamente

  Di Francesco Verderami

Non è colpa sua se lo dipingono così: sempre suadente e conciliante. Invece ci sono momenti in cui Gianni Letta si altera e si mostra intransigente. In questi giorni, per esempio, il consigliere di Berlusconi ha un dubbio per ogni capello sulla riforma elettorale, che a suo giudizio non va bene, non conviene. Il vocabolario non inganni: sentirgli dire che l’accordo «è un errore dettato da una visione miope della politica», è come sentirgli pronunciare una parolaccia. La parolaccia a Gianni Letta è scappata davanti al Cavaliere e a quanti hanno spinto per stringere l’intesa con Renzi sul Rosatellum. Certo, l’ex sottosegretario è compiaciuto del fatto che il leader di Forza Italia e il segretario del Pd abbiano ripreso a dialogare direttamente. Ed è convinto che nella prossima legislatura l’unica prospettiva possibile (e auspicabile) sia un governo di larghe intese. Ma ritiene che, al di là delle buone intenzioni, il modello elettorale scelto possa ostacolare il progetto. Infatti contesta il merito e la tempistica del patto.

Rischio di pagar dazio
Ancora all’ultima riunione Letta aveva invitato a lanciare lo sguardo oltre il contingente. È vero che il meccanismo di coalizione permetterebbe a Berlusconi di evitare la lista unica con Salvini, e magari consentirebbe di lucrare un po’ di seggi a danno dei grillini: «Ma la riforma ci getterebbe nelle braccia della Lega», per due ragioni. Per la difficile trattativa con il Carroccio che attenderebbe Forza Italia sulle candidature nei collegi maggioritari al Nord, e per il legame politico che comunque gli eletti forzisti di quei collegi contrarrebbero con l’alleato leghista. Era stato un modo elegante per spiegare che, dopo le elezioni, verrebbe complicato tagliare quel cordone e puntare sulla grande coalizione senza correre il rischio di pagar dazio. Come un altro rischio sarebbe consentire a Salvini — proprio grazie ai collegi maggioritari — di rafforzarsi nei numeri in Parlamento, al punto da poter immaginare un accordo con i Cinquestelle. In entrambi i casi verrebbe certificata la fine della leadership berlusconiana. Per tutelarla, Letta riteneva (e ritiene ancora) che gli azzurri debbano andare alle urne separati da Salvini. Anche con il Consultellum, se del caso. Che poi, non è detto non ci fosse tempo per trovare l’intesa su un modello migliore.

Un «Mattarellum» al contrario
Se il patto non conviene
Ed ecco l’obiezione sul timing avanzata dal braccio destro del Cavaliere, secondo il quale sarebbe stato meglio spostare la trattativa dopo le elezioni tedesche e dopo il voto in Sicilia: da un lato l’affermazione della Merkel (e la contestuale crisi dell’Spd), dall’altro la vittoria del centro-destra nell’Isola, avrebbero garantito una maggiore forza contrattuale a Berlusconi. E soprattutto avrebbero allungato i tempi della legislatura, magari fino a maggio, consentendo al Cavaliere di conoscere la sentenza della Corte di giustizia europea a cui è legato il suo destino politico. Insomma il patto non conviene, non va bene. E sebbene sia stato stipulato c’è da scommettere che Letta tornerà alla carica con Berlusconi, per correggere «un errore» causato da una carenza altrui di diottrie nell’analisi politica. Anche perché non è scontato che il patto regga, per via delle numerose variabili e delle tante incognite numeriche da tenere in conto. Il primo stress-test sul Rosatellum si avrà alla Camera. Gli agguati nelle votazioni a scrutinio segreto che affondarono a giugno il sistema «tedesco» sono più facili ora, perché la nuova maggioranza è aritmeticamente più fragile: ci sono i centristi al posto dei grillini.

«L’emendamento canguro»
Ma la volontà politica potrebbe sopperire alla debolezza numerica. Di questa volontà c’è traccia nel lavoro preparatorio dei gruppi che hanno stipulato il patto, e che — in vista della prova d’Aula — hanno studiato un escamotage con cui potrebbero depotenziare le armi degli avversari. La tecnica legislativa può essere a volte fantasiosa, consentendo di trovare delle soluzioni. E come al Senato «l’emendamento canguro» fece saltare l’ostruzionismo sulle riforme costituzionali, così alla Camera una «norma di principio» potrebbe rendere meno pericolose le imboscate sulla riforma elettorale. Forse.

22 settembre 2017 (modifica il 22 settembre 2017 | 23:55)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Da - http://www.corriere.it/politica/17_settembre_23/troppe-incognite-berlusconi-letta-06d2403a-9fd8-11e7-b69e-b086f39fca24.shtml
5  Forum Pubblico / OPINIONISTI (e giornalismo d'inchiesta). / FEDERICO GEREMICCA - Adesso Renzi insegue la terza via il: Oggi alle 12:05:45
Adesso Renzi insegue la terza via

Pubblicato il 21/09/2017

FEDERICO GEREMICCA

Se tre indizi fanno una prova, quattro o cinque iniziative politiche eccentriche rispetto al solito possono esser definite una svolta? È questo, più o meno, l’interrogativo che aleggia su Matteo Renzi e sulla sua perdurante «fase zen». Un interrogativo che al leader Pd non dispiace, anzi: il fatto stesso che venga posto, in fondo, testimonia che la lenta e dolorosa correzione di rotta in corso è stata colta. E fa discutere.
 
Elenchiamo alcuni dei fatti maturati nelle ultime 72 ore: fatti in parte ufficiosi e in parte pubblici e ufficiali. Partiamo da questi ultimi. Il primo: il via libera al «rosatellum bis», un sistema elettorale che incentiva la formazione di coalizioni prima del voto, punto di principio caro a molti nel Pd (e nel centrosinistra) rispetto ad un modello interamente proporzionale. Il secondo: l’invito al Nazareno spedito a Susanna Camusso - ospite in un seminario sull’economia europea - carissima nemica e avversaria irriducibile nei tre anni di governo del «rottamatore».
 
Ci sono poi i fatti ufficiosi e ancora in divenire. Il primo è il veto che Renzi avrebbe fatto cadere a proposito della riconferma di Ignazio Visco alla guida della Banca d’Italia: una novità non da poco, soprattutto alla luce delle pesanti critiche al Governatore messe nero su bianco dal segretario Pd nel suo recente libro. Il secondo è l’ok a Pier Ferdinando Casini come presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche: e anche qui la sorpresa è grande, visto che quella poltrona sembrava destinata, fino a ieri, ad un fedelissimo del segretario.
 
Se a questi fatti si aggiungono i toni insolitamente pacati scelti da Matteo Renzi per commentare gli ultimi sviluppi del caso Consip, il quadro può considerarsi completo: e tratteggia, appunto, una possibile svolta - nei toni, nei modi e negli obiettivi - nell’azione dell’ex presidente del Consiglio. Si tratta di una svolta che è per metà frutto delle esperienze passate, certo: ma per l’altra metà guarda al futuro, e serve ad affrontare al meglio una fase politica che si preannuncia gonfia di insidie ed incertezze.
 
Gli uomini più vicini al segretario parlano a denti stretti di «effetto referendum» e della fine del sogno dell’autosufficienza. Si tratterebbe del famoso passaggio dall’«io al noi», più inclusività, più collegialità, maggior dialogo fuori e dentro il partito: e sistemate le cose nel Pd col Congresso e con la nascita di una nuova squadra, Renzi sta ora aprendo canali di confronto in diverse direzioni. Alla luce di una novità di non poco conto: considerati i rapporti di forza ed i sistemi elettorali di cui si discute, il leader Pd avrebbe cominciato a convincersi davvero dell’improbabilità di un suo ritorno a Palazzo Chigi.
 
È da qui che nascono «il Pd squadra» e l’«attacco a tre punte» (Gentiloni, Del Rio, Minniti: in rigoroso ordine di preferenza). Ma è da qui che nasce anche il tentativo di avviare dialoghi e tessere nuove alleanze che rendano il dopo voto meno ostico, sgombrando il campo - per quanto possibile - da rancori, veti preventivi e pregiudiziali che oggi rendono difficilmente immaginabile una sua nuova esperienza alla guida del governo.
 
Dunque, la si potrebbe mettere così: Renzi è pronto a ricedere il passo a Gentiloni ma non rinuncia a provarci, con un nuovo stile (da segnalare perfino il sì all’invito in tv di Bianca Berlinguer, non certo un’amica...) e ripartendo comunque dal Pd. Anche nel partito, infatti, il suo attivismo è inedito. È tutto pronto - per esempio - per un faccia a faccia con Dario Franceschini, potente ministro, costruttore (e distruttore) di maggioranze. Senza il suo sostegno non si va granché lontano. Ora Renzi vuol capire cos’ha in testa, e regolarsi. Vedremo. Così come sarà interessante osservare la profondità e l’ampiezza della svolta: perché da «rottamatore» a costruttore il passo non è né facile né indolore.
 
Licenza Creative Commons
Alcuni diritti riservati.

Da - http://www.lastampa.it/2017/09/21/cultura/opinioni/editoriali/adesso-renzi-insegue-la-terza-via-DcV3eUA7aFcE549IEhsUIJ/pagina.html
6  Forum Pubblico / OPINIONISTI (e giornalismo d'inchiesta). / EUGENIO SCALFARI. Perché è urgente che nascano gli Stati Uniti d'Europa il: Oggi alle 12:04:40
Perché è urgente che nascano gli Stati Uniti d'Europa

"L'Europa deve essere decisamente rafforzata e quasi tutti i protagonisti, capi di Stato e il governo dell'Ue ne sono convinti"

Di EUGENIO SCALFARI
24 settembre 2017

MENTRE leggete questo giornale i tedeschi stanno votando per eleggere il loro Parlamento che a sua volta dovrà eleggere il suo Cancelliere (quasi certamente da pronunciare al femminile) perché sarà certamente Angela Merkel a ottenere corposo vantaggio rispetto agli altri partiti. Ma la sua maggioranza sarà comunque relativa e avrà bisogno di alleanze per avere una coalizione che raggiunga la maggioranza assoluta.

Il compito è facilissimo perché gli altri partiti compatibili a far blocco con la Cdu sono soltanto due: i socialisti guidati da Schulz, l’ex presidente del Parlamento europeo, e i liberali che probabilmente rientreranno in Parlamento dal quale erano stati esclusi non avendo ottenuto il numero minimo previsto dallo statuto parlamentare.

E se, per ottenere la maggioranza assoluta, fosse necessaria un’alleanza di tutti e tre? Sembra impossibile un’ipotesi del genere. Qualora si verificasse, la Cdu dovrebbe accogliere uno dei due e guidare un governo senza maggioranza assoluta, situazione quanto mai sgradevole per la Germania e per l’Europa. Ma è un’ipotesi che si può escludere come avremo conferma tra poche ore. Il risultato riguarderà non soltanto la Germania ma l’intera Europa della quale la Germania, malgrado ciò che pensa Macron, è l’asse portante. Quindi è questo il tema che dobbiamo ora esaminare.

L'Europa deve essere decisamente rafforzata e quasi tutti i protagonisti, capi di Stato e il governo dell'Ue ne sono convinti. Il sovranismo dei 27 Paesi e soprattutto quello dei 19 che usano la moneta comune: l'Eurozona deve avere un ministro delle Finanze unico, responsabile della politica economica; un sistema bancario anch'esso unico; una sorta di Fbi unica nella lotta contro il terrorismo dell'Isis; un'unica politica estera e per quanto riguarda l'immigrazione; infine una struttura militare e naturalmente un'unica cittadinanza per quel popolo sovrano che eleggerà un proprio Parlamento e un presidente che abbia poteri di governo in tutto simili a quelli che ha il presidente degli Stati Uniti d'America.

Questi temi sono stati indicati e resi pubblici nei giorni scorsi dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e anche da Mario Draghi nella sua veste di capo della Banca centrale europea: anche lui sente la necessità d'una politica economica e bancaria che abbia come diretto interlocutore il ministro delle Finanze dell'Eurozona: è un binomio che esiste da un secolo in tutti i Paesi europei ma non ancora a livello di un'Eurozona perfettamente unita nella quale le singole nazioni regrediscano allo stesso modo in cui si trovano i governi d'una California o d'un Texas di fronte al governo presidenziale di Washington.

Negli Usa tuttavia i singoli Stati federati hanno rispetto al governo centrale lo stesso peso, ma quel Paese è da oltre 70 anni il più grande impero mondiale e ha una struttura da tempo collaudata. In Europa invece la federazione non esiste ancora. Se — come in molti ci auguriamo — sarà instaurata almeno entro due anni, i governi dei 19 Paesi dell'Eurozona avranno di fatto un peso diverso e non c'è dubbio che quello della Germania sarà il numero uno, seguito dalla Francia di Macron.

Ricorderete che la guerra americana tra nordisti e sudisti, voluta da Lincoln per abolire la schiavitù in tutti gli Stati dell'allora Confederazione e rendere tutti i cittadini di quei medesimi Stati eguali di fronte alle leggi locali e nazionali, fu una guerra tra il Nord e il Sud e vinse il Nord che guidò a lungo il Paese. La Federazione cioè c'era sulla carta ma era ancora il Nord a fornire la classe dirigente. Negli anni questa prevalenza si attenuò e infine scomparve. Oggi come oggi i singoli Stati della Federazione hanno peso diverso dal punto di vista economico ma non da quello politico: cittadinanza, legalità, occupazione, educazione, struttura militare, politica estera, sono tutti federali. C'è voluto tempo naturalmente ma abbastanza breve.

In Europa il percorso sarà certamente analogo, il che significa che il rapporto in senso federalistico dei 19 Paesi dell'Eurozona sarà guidato dalla Germania e, sia pur in modo minore, dalla Francia. Merkel sarà il vero protagonista di quel rafforzamento indicato da Juncker ma proprio per questa ragione non potrà essere il primo presidente dell'Eurozona. Dovrà essere scelto tra i candidati dei 19 Paesi, Germania compresa, ma non potrà essere la Cancelliera. Lei è fondamentale per costruire il nuovo sistema federale, ma non presiederlo. Romolo costruì Roma, e nel breve tempo in cui la costruì fu re: poche settimane. Ma il primo vero re fu Tarquinio Prisco e poi Anco Marzio e poi Tarquinio il Superbo; nessuno di questi era nato a Roma.

***

E tuttavia la Germania è un Paese del Nord, si affaccia sul Mare del Nord, sul Baltico, ma non sul Mediterraneo. Da questo punto di vista storico, geografico e anche sociale l'Europa è divisa in due. Qui sta la forza di Macron e la storia della Francia. Ma qui sta anche la storia della Grecia, della Spagna e soprattutto dell'Italia.

La nostra Nazione che ovviamente fa parte dell'Eurozona è stata la guida di tutta l'Europa (e non soltanto) dai tempi di Giulio Cesare fino alla fine dell'Impero romano. Nei secoli successivi è stato uno dei principali Paesi dal punto di vista culturale ma non più politico. Comunque sede del Papato, potere religioso ma, specie lungo tutto il Medioevo e il Rinascimento, anche potere politico d'importanza assai notevole.

Durante il Novecento, nel bene e nel male, abbiamo avuto di nuovo un certo peso politico e anche ora l'abbiamo.

Per quanto riguarda l'Europa da costruire questo peso c'è ed è anche avvertito dagli altri Paesi. Debbo purtroppo constatare che il Pd è il solo ad avvertire questa nostra importanza. Non lo sentono e anzi sono antieuropee le altre forze politiche: i Cinquestelle, la Lega di Salvini, i Fratelli d'Italia della Meloni e neppure Forza Italia di Berlusconi. Purtroppo non l'avverte neppure la sinistra-sinistra salvo a modo suo Massimo D'Alema.

Per fortuna il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella è pienamente consapevole della nostra importanza per l'Europa; lo è molto anche il Capo del governo Paolo Gentiloni e il Presidente emerito Giorgio Napolitano. Infine lo è anche il segretario del Pd Matteo Renzi, che si è battuto per l'Europa di Ventotene con notevole energia durante il suo governo. Esiste un documento ufficiale del Renzi capo di governo, nel quale si parla addirittura di un ministro delle Finanze unico per l'Eurozona e una cosiddetta Fbi, cioè una polizia europea contro il terrorismo del Califfato.

Ci auguriamo che questo atteggiamento sia sempre più attivo in questi mesi sia sul tema di rafforzare istituzionalmente l'Europa e sia sul tema di estrema importanza dell'immigrazione africana sul quale il nostro governo e in particolare il ministro Minniti stanno attuando una politica molto apprezzabile.

Questa partecipazione italiana alla costruzione di un'Europa federale sarebbe tanto più importante se il Pd riuscisse ad aumentare la propria forza parlamentare e quindi il proprio contatto con gli elettori che saranno chiamati alle urne nella primavera dell'anno prossimo. Purtroppo questa presenza politica nell'opinione pubblica non sembra ben praticata. Un Pd debole e bisognoso di strane alleanze non avrebbe molta importanza nella costruzione della nuova Europa. Questa insufficienza dovrebbe essere corretta rapidamente. I mezzi non mancano e li abbiamo spesso indicati. Purtroppo, da questo punto di vista, i nostri interlocutori sembrano sordi e in un mondo di sordi soffrono sia loro che non sentono sia noi che non siamo sentiti.

© Riproduzione riservata 24 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/24/news/perche_e_urgente_che_nascano_gli_stati_uniti_d_europa-176337173/?ref=RHPPRB-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1
7  Forum Pubblico / DONNE, AUTRICI nel Mondo. / Bianca DI GIOVANNI Prodi e Vincenzo Visco contro il "sistema Amazon", una ... il: Oggi alle 11:24:05
Romano Prodi e Vincenzo Visco contro il "sistema Amazon", una "macchina infernale" che aumenta la produzione con meno lavoro

Proposte contro le diseguaglianze di Nens-Eticaeconomica: nuove aliquote, la novità della tassa sui robot e della green tax, la conferma della patrimoniale

 21/09/2017 15:01 CEST | Aggiornato 2 ore fa

Bianca Di Giovanni

"Amazon fa saltare decine e decine di migliaia di distributori e paga i ragazzotti che corrono due soldi, è una macchina che si sta riproducendo in tutto il mondo". Con queste parole Romano Prodi individua anche nelle nuove tecnologie una delle cause delle profonde diseguaglianze che si sono sviluppate negli ultimi anni. Lo spiega nel corso della presentazione alla Camera del Manifesto contro la diseguaglianza elaborato da Nens e Eticaeconomia. "Amazon aumenta la produzione con meno necessità di manodopera – continua l'ex premier - abbassa i salari e i sindacati si sono indeboliti. È una macchina infernale che si è creata".

Oltre al "sistema Amazon", è tutto lo sviluppo tecnologico che finisce nel mirino degli autori del Manifesto: molto valore aggiunto, poco lavoro e malpagato. Redditi polarizzati al vertice, salari troppo bassi. Sta qui il problema. Tanto che tra le misure proposte compare anche la cosiddetta tassa sui robot. "La chiamiamo così per semplificare – spiega Vincenzo Visco – Non vogliamo fermare la tecnologia, ma dobbiamo seguire le basi imponibili e la loro evoluzione. Negli ultimi 30 anni la quota di valore aggiunto che va al lavoro si è ridotta di 10 punti. Per mantenere il gettito e per non gravare sui reddito da lavoro, occorre spostare il prelievo su altre fonti".

Ecco, il lavoro è la voce centrale del documento. Tanto che lo stesso Prodi, nel suo intervento, afferma che "ogni diminuzione, per quello che si può, delle imposte del lavoro va nella direzione giusta, ed è molto importante nel quadro delle diseguaglianze". Quasi un assist alla scelta del governo di concentrare le risorse disponibili per incentivare l'occupazione dei giovani. Sulle diseguaglianze poi "gran parte dei rimedi – continua l'ex premier - non dipendono da noi, ma da un sistema internazionale che poderosamente prosegue nella direzione sbagliata di tutti questi anni, e così mi viene da dire 'Reagan è vivo e combatte con noi'".

Bocciata, invece, dal professore l'idea di promettere sempre meno tasse, di parlare sempre di fisco cattivo. "Difficile contrastare questo pensiero unico, siamo su un piano inclinato – ammette - Vi rendete conto che alcuni dei rimedi assolutamente saggi e ovvi sono combattuti da coloro stessi che ne sarebbero avvantaggiati? È impressionante. C'è troppa differenziazione, poniamo un po' di patrimoniale nell'1% più ricco e facciamo una modifica delle aliquote e tu hai il voto contrario a questa proposta proprio di chi ci guadagnerebbe, ciò avviene in modo sistemico".

Il fatto è, spiegano i curatori del documento - Vincenzo Visco per il Nens e Maurizio Franzini per il Eticaeconomica - che la diseguaglianza non è vissuta come problema da affrontare e risolvere, per garantire benessere diffuso. Difficile spiegare, quindi, che se qualcuno paga le tasse, altri ne beneficiano. Nel Manifesto si propone l'imposta personale progressiva sul patrimonio, che non superi l'1% e con una franchigia che esenti i patrimoni di minore consistenza. Si chiede poi di riformare le imposte di successione, con l'esenzione dei patrimoni fino a un milione, ma includendo nell'imponibile anche le partecipazioni in imprese non quotate. Contemporaneamente si ridisegna la struttura delle aliquote delle imposte personali sul reddito, rendendola sempre più progressiva con molti piccoli scaglioni e aliquote, o seguendo una funzione matematica continua come avviene in Germania. Tra le nuove tasse, anche prelievi su emissioni inquinanti (green tax). Nel capitolo relativo alle politiche fiscali si prevede anche un'autorità unica mondiale, con il compito di uniformare le normative e quindi evitare comportamenti elusivi, e si sottolinea l'importanza della lotta ai paradisi fiscali (esistono ancora tra le 60 e le 90 giurisdizioni "opache" e con tassazione quasi inesistente).

Ma il fisco è solo un tassello della lotta alle diseguaglianze, che punta ad aggredire il problema ex ante – spiega Visco – oltre che ex post. Si tratta di creare economie inclusive, in cui il mercato va regolato con politiche antitrust, il lavoro va tutelato dando un ruolo importante e un riconoscimento legale ai sindacati (servirebbe una legge sulla rappresentanza), e una batteria di interventi su alcune istituzioni. Per esempio, favorire la collaborazione tra Banche centrali e governi, a partire dall'obiettivo della piena occupazione, salvaguardando l'autonomia della banca centrale. Riformare il sistema finanziario, superando la banca universale. Riformare il finanziamento della politica ("Da noi c'è stata la privatizzazione, una soluzione demenziale", dice Visco), combattere la corruzione.

Un vasto programma, non c'è che dire. Ma l'obiettivo che si vuole perseguire è senza dubbio gigantesco, visti i dati presentati dal Manifesto. Negli ultimi 30 anni il lavoro si è impoverito sempre di più in favore delle rendite (15 punti di Pil), e all'interno dei lavoratori dipendenti la classe media e gli operai hanno perso in favore dei dirigenti. Il fenomeno è mondiale, e l'Italia sta un po' meglio di altri Paesi. Ma il malessere sociale di oggi è in gran parte attribuibile a queste dinamiche. "Bisogna fare attenzione alle categorie con cui affrontiamo il problema – avverte Franzini – C'è la distanza Nord-Sud, o quella tra uomini e donne. Ma questa distanza incide molto meno di altri fattori. Ci sono diseguaglianze all'interno di questi macrogruppi. A sud le diseguaglianze sono fortissime, così come lo sono tra uomini che fanno lavori diversi". Allora il problema sta nei meccanismi che si sono innestati dall'inizio degli anni '90. Ed è lì che bisognerà andare a colpire.

Da - http://www.huffingtonpost.it/2017/09/21/romano-prodi-e-vincenzo-visco-contro-il-sistema-amazon-una-macchina-infernale-che-aumenta-la-produzione-con-meno-lavoro_a_23217812/?utm_hp_ref=it-homepage
8  Forum Pubblico / OPINIONISTI (e giornalismo d'inchiesta). / CLAUDIO TITO. M5s, la tecno-democrazia impigliata nella Rete il: Oggi alle 11:20:22
M5s, la tecno-democrazia impigliata nella Rete

Di CLAUDIO TITO
22 settembre 2017

SI COGLIE una fatale legge del contrappasso in queste primarie del Movimento 5Stelle. In un giorno i grillini sono riusciti a smontare i miti su cui hanno costruito il loro successo. L'idea che il "sol dell'avvenire" potesse sorgere solo sul web si è sciolta nelle inefficienze della famosa piattaforma Rousseau.
 
Quel sistema vagheggiato come se potesse essere la nuova frontiera della politica si è inceppato alla prima prova concreta. Come un burocratico ministro dell'Interno incapace di organizzare anche i tradizionali seggi elettorali, il blog di Beppe Grillo ha dovuto annunciare che per motivi tecnici le operazioni di voto per scegliere il candidato premier - ossia Luigi Di Maio - si sarebbero protratte di altre diciassette ore: fino alle 12 di oggi.
 
È evidente che i disguidi pratici non rappresentano il deficit più autentico del M5S. Il cuore delle incongruenze grilline trova origine nei proclami fideistici verso la democrazia di internet. E in un'interpretazione sbrigativa dei pilastri della rappresentanza politica.
 
Meno di cinque mesi fa, proprio il leader del Movimento 5Stelle aveva solennemente annunciato: "Grazie alla tecnologia oggi è possibile votare online, un sistema molto più comodo rispetto a quello dei seggi fisici". E scagliandosi contro la "antistorica" scheda cartacea aveva puntato l'indice contro gli avversari: "Per questo non è stato fatto nessun passo in avanti per semplificare la burocrazia". Ma la rete non è un demiurgo che tutto risolve. La tecnologia, se applicata alle istituzioni, può funzionare solo se guidata da principi e ideali.
 
Dinanzi a queste mancanze, l'incapacità di mettere a punto un normale sistema di consultazione degli iscritti è solo una parte del problema. Queste primarie farsesche ripropongono infatti il nucleo più profondo della questione grillina: la loro idea di democrazia.
 
Un tema che i vertici del Movimento 5Stelle ignorano deliberatamente. Lo considerano un orpello, una scusa per frenare la loro ascesa. Per i pentastellati, tutto è semplice. O meglio tutto può essere banalizzato e non deve essere complicato da inutili sovrastrutture o procedure. La loro epica del web, del resto, si pone un obiettivo primario: semplificare anche ciò che è naturalmente complesso. E in questa semplificazione si perdono troppo spesso i caratteri genetici di ogni democrazia. La trasformano in una mistificazione.
 
Le primarie di ieri hanno mostrato con evidenza i segni di questa degenerazione. Una manifestazione che si è sviluppata su due piani diversi. Quello tecnico, appunto, e quello politico. Due profili separati ma che inevitabilmente si intersecano. Il ritardo "tecnico" con cui si è votato, infatti, ha posto il problema di ogni elezione: con quali garanzie si vota. Se un sistema tecnologico si blocca, funziona male. Chi ha espresso la sua preferenza, dunque, non ha alcuna certezza che quell'indicazione sia stata rispettata. Il diritto alla trasparenza che ogni elettore dovrebbe avere è stato palesemente violato.
 
Per un movimento che invocava ogni scelta in streaming è davvero il colmo far votare i suoi iscritti e poi tenere nascosti i risultati per 48 ore. In quale democrazia accade una cosa del genere? Perché la "comodità" del voto online non si traduce in una immediata comunicazione dei risultati? Quali assicurazioni - ad esempio di segretezza ed integrità del voto - può fornire un sistema che si inceppa perché in troppi vanno a votare e gli scrutatori si conservano le schede "virtuali" per due giorni? Tenendo presente che gli aventi diritto non erano una folla sterminata ma solo 140 mila tesserati.
 
Il secondo profilo è ancora più preoccupante. Costituisce il nucleo delle contraddizioni pentastellate. Una competizione in cui figura un solo vero concorrente, non è mai regolare. In quel caso le elezioni assumono altre denominazioni: indicazione, imposizione, plebiscito. Di Maio, quando finalmente sarà proclamato il vincitore di questa "corsa", non potrà definirsi un "eletto". È stato scelto e imposto da Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Queste non sono primarie ma una specie di congresso a candidatura unica. Senza contradditorio, senza concorrenza, senza politica. Più simili alle acclamazioni con cui venivano "selezionati" i capi dei partiti comunisti dell'est Europa prima della caduta del Muro di Berlino che alla votazione di un moderno e occidentale soggetto politico. Il risultato è appunto il simulacro di un modello democratico.
 
Del resto solo pochi mesi fa, dinanzi allo scontro che si è consumato in Liguria all'interno del Movimento 5Stelle, Grillo ha compiuto la sua scelta e imposto il suo candidato con una giustificazione che non ha nulla che vedere con la democrazia: "Fidatevi di me". Anche stavolta l'ex comico ha detto ai suoi sostenitori: "Fidatevi di me" e votate Di Maio. L'unica fonte battesimale è la sua.
 
Probabilmente l'M5S non può che funzionare così. Il capo ordina e gli attendenti seguono. La natura autoreferenziale e integralista del Movimento non permette aperture, non concede deviazioni. Tutto deve essere giocato dentro i confini segnati dall'ex comico e da Casaleggio. E in questo quadro la prima condizione da evitare è la contendibilità del vertice. Una leadership estranea al grillismo non è autorizzata. Il confronto, anche aspro, non è ammesso. Agli iscritti è consentita solo una democrazia formale, privata dei suoi nervi vitali. Per il gruppo pentastellato, evidentemente questa non è solo la prova del nove per vincere le prossime elezioni politiche. È qualcosa di più. Tutto viene vissuto come se fosse la sfida finale. La prima e ultima occasione per scalzare i partiti tradizionali e salire le scale di Palazzo Chigi. Convincere ora di poter essere il governo degli italiani perché in caso di sconfitta, il Movimento non sarebbe più in grado di reggere un'altra stagione all'opposizione. Una partita del genere si gioca chiudendo tutta la squadra nelle ferree regole del grillismo e certo non aprendola.
 
"I partiti politici, essenziali per i sistemi democratici forti - scriveva tre giorni fa Moises Naim sul New York Times - , sono

una specie in pericolo. Le democrazie hanno bisogno dei partiti politici. Abbiamo bisogno di organizzazioni in grado di rappresentare interessi e punti di vista diversi". E forse non è un caso che i grillini considerino un'offesa la definizione di "partito".
 
 Riproduzione riservata 22 settembre 2017

Da -http://www.repubblica.it/politica/2017/09/22/news/m5s_tecnodemocrazia-176206514/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2
9  Forum Pubblico / OPINIONISTI (e giornalismo d'inchiesta). / EZIO MAURO. Di Maio e i dadi truccati dei grillini il: Oggi alle 11:18:48
Di Maio e i dadi truccati dei grillini

Di EZIO MAURO
20 settembre 2017

UNA paura inconfessata del mondo si specchia nell'unica sicurezza in cui si arrocca il Movimento 5 Stelle nel momento in cui lancia l'assalto al cielo: la chiusura oligarchica in sé, con una superstizione settaria e una fiducia religiosa. Come Ratzinger, anche Grillo è convinto che " extra ecclesiam nulla salus", perché non c'è salvezza fuori dal sacro recinto. È singolare come questi due sentimenti siano intrecciati nel procedere del partito, dal "V-day" fino alla farsa autolesionista delle primarie prefabbricate che investiranno Di Maio con una corona giocattolo, da grandi magazzini. Un movimento nato in piazza, convinto di essere generato direttamente dal popolo, alternativo al sistema, ai suoi riti stanchi e alle procedure più logore, si mostra incapace di darsi un metodo di democrazia interna coerente con quanto predica all'esterno e con l'idea di rinnovamento che propone, talmente radicale che dovrebbe semmai rovesciare l'antico motto cristiano, cercando il cambiamento ovunque si manifesti e in qualsiasi forma: " Ubi salus, ibi ecclesia".

L'anomalia è congenita e connaturata, come il conflitto d'interessi per Berlusconi o il bullismo politico per Renzi. Nasce cioè dalla concezione di sé, non come parte ma come un diverso tutto, che non vuole conquistare il sistema ma pretende di soppiantarlo. Ciò comporta, necessariamente, l'abolizione di ogni distinzione, e cioè del libero criterio con cui si forma ogni giudizio politico, per incasellare la realtà dentro uno schema di comodo basato sul pregiudizio, che accomuna tutta la politica precedente alla transustanziazione del comico in leader, come un'era barbara da rigettare in blocco. Non importa che in questa lunga stagione costellata di errori e anche di colpe ci siano tradizioni, esperienze, filoni culturali, testimonianze e personalità che hanno costruito la miglior storia d'Italia, avvicinandola all'Europa. E non importa neppure che nella capacità di distinguere, ogni volta e in ogni circostanza, risieda l'esercizio della libertà intellettuale del cittadino: l'unica cosa che conta è ridurre la politica "altra" a fascio indistinto, insieme con le istituzioni marce e i riti repubblicani vuoti.

Deriva dunque dalla differenza, più che dalla proposta, l'autocandidatura grillina non all'alternativa ma alla sostituzione di sistema. Una differenza che si vive come antropologica, irridendo gli avversari e sbeffeggiandoli, che si presenta come metodologica (nel culto elettronico del sacro Graal che dovrebbe garantire trasparenza e invece la confisca), ma in realtà è profondamente ideologica. Non si tratta infatti di tornare agli ideali democratici su cui è nata la repubblica, ma di trasportare il sistema nell'altrove grillino dove una casta di puri sostituirà un meccanismo corrotto e inaugurerà finalmente l'era della grande semplificazione, banalizzando - come avviene quotidianamente in Campidoglio - i problemi e purtroppo le loro soluzioni. Solo un piccolo mondo nuovo, compatto, rigidamente controllato, impermeabile e autosufficiente può sostituire il grande vecchio mondo che non si può emendare, selezionare, discernere, ma soltanto mandare al macero in blocco.

Soltanto che la rigidità del meccanismo cozza contro l'elasticità della teoria. C'è un capo supremo che tutti riconoscono ma che nessuno ha eletto, con titoli aziendali, manageriali e religiosi ben più che politici: il "fondatore", il "capo politico", l'"elevato". Nessuno ovviamente disconosce il carisma di Grillo sui suoi adepti, e nemmeno l'istinto politico. Solo che lo statuto speciale che si è attribuito lo colloca in un luogo esterno al controllo, alla verifica, alla trasparenza, al metodo democratico che l'articolo 49 della Costituzione prescrive ai partiti, un luogo di permanente arbitrio e di totale insindacabilità, che lo rende nello stesso tempo responsabile finale di ogni cosa, e a piacere irresponsabile di tutto. Quando poi Davide Casaleggio scende nel campo politico e amministrativo incontrando sindaci e parlamentari, dirimendo conflitti, decidendo priorità e strategie, l'affare si complica perché la mancanza di ogni investitura democratica è in più distorta dall'elemento dinastico, come se si potesse ereditare il ruolo di co-fondatore, l'approccio imprenditoriale per regolare dall'alto la politica, le chiavi misteriose del caveau battezzato con sprezzo del pericolo Rousseau, che custodisce solo per gli iniziati i percorsi e i destini di tutti.

È evidente che tutto questo cozza con la predicazione della trasparenza, con il principio della democrazia diretta (anche con quella indiretta, a dire il vero), con lo streaming inflitto a Bersani, con il disvelamento di ogni meccanismo decisionale, con il rovesciamento dei vecchi metodi castali, che ancora resistono nei partiti e determinano in buona parte il successo del movimento. L'unico principio che regge alla prova dei fatti è il famoso "uno vale uno", ma rovesciato rispetto alla rivoluzione che prometteva: davvero conta sempre e soltanto quell'uno nascosto in alto, che ha potestà di nomina e di veto come i signori feudali, ben più di qualsiasi leader di ogni vecchio partito. Quelli, infatti, dichiarandosi di destra o di sinistra si impongono un vincolo politico-culturale, a cui devono in qualche modo rispondere, e in base al quale vengono giudicati, mentre qui ogni piroetta è lecita, nel nulla identitario. Quelli, in più, devono fare i conti con il libero gioco delle correnti, qui invece totalmente assenti come dimostrano le primarie addomesticate coi figuranti attorno a Di Maio, e il silenzio amaro dei dissidenti, che hanno paura del fulmine dall'alto, capace di incenerire ogni dissenso.

Le finte primarie sono dunque il risultato di un metodo, che è un'aperta trasgressione ai principi fondativi del movimento, una deformazione delle sue teorie, una falsificazione politica. La miseria politica degli altri partiti non giustifica affatto la clamorosa anomalia grillina. Chi non ha altra base culturale che la purezza e la trasparenza, nascendo ogni giorno dal seno del popolo per riporre proprio lì la virtù salvifica di ogni scelta, ha infatti il dovere politico della coerenza: se non nei programmi, che sono più complicati perché dipendono anche da variabili esterne, almeno nel metodo con cui costruisce il suo gruppo dirigente, la sua leadership, la sua struttura interna.

Abbiamo ripetuto molte volte e inutilmente, davanti ai periodici grovigli del Pd, che un moderno partito è forte se disarmato, è nuovo in quanto aperto, è democratico perché scalabile e contendibile. Vale per tutti, naturalmente. E invece proprio nei 5 Stelle c'è il timore non solo di ogni convergenza democratica nei parlamenti (dove pure non esiste per definizione una verità assoluta, ma tante verità parziali che si possono combinare in quel gioco che si chiama politica), ma anche di ogni contatto esterno per definizione "impuro", e adesso addirittura di ogni possibile contaminazione interna che scombini la scelta dell'oligarchia di vertice, blindata proprio mentre si convocano le primarie, con una contraddizione clamorosa. La prova del 9 è l'intolleranza per l'informazione proclamata direttamente da Grillo ieri davanti ai giornalisti, mentre l'uomo del cambiamento, Di Maio, si inchinava a baciare la teca di San Gennaro: "Vi mangerei, anche per il gusto di vomitarvi". Non fa ridere, qualcuno dovrebbe dirglielo. Per paura, tacciono gli oppositori interni. Per connivenza, stanno zitti gli intellettuali esterni, pronti a crocifiggere ad ogni passo la seconda repubblica, come se non si facesse male da sola. Quanto alla terza, non resta che aspettare la ribellione cibernetica di Rousseau, come un moderno Hal, per dichiarare il gigantesco "tilt" democratico di questa odissea spaziale coi dadi truccati.

© Riproduzione riservata 20 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/20/news/di_maio_e_i_dadi_truccati_dei_grillini-175977944/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-L
10  Forum Pubblico / CULTURA / Guido Barbujani SCIENZA E FILOSOFIA La radici micenee dei greci il: Settembre 21, 2017, 04:58:41
SCIENZA E FILOSOFIA

La radici micenee dei greci

Di Guido Barbujani
01 settembre 2017

Misteri scientifici da indagare ce ne sono tanti, ma non si può certo dire che la Grecia è misteriosa. Dai tempi di Heinrich Schliemann e Arthur Evans riconosciamo nella civiltà minoica dell’isola di Creta (fra il 2000 e il 1450 a.C.) e in quella micenea della Grecia continentale (fra il 1600 e il 1000 a.C.) i fondamenti della nostra civiltà. È da lì, da Creta, che provengono i primi testi scritti europei, e sulla Grecia storici e archeologi hanno lavorato tanto, e spesso benissimo. Omero; Atene, Sparta e Tebe; Platone e Aristotele; Maratona, le Termopili, Salamina e Mantinea; Eschilo, Sofocle, Euripide, Tucidide, Erodoto e Senofonte: cos’altro ci sarebbe, da sapere? Be’, parecchio, in realtà. Per esempio: chi erano i greci antichi? Da dove venivano? E siamo sicuri che siano loro gli antenati dei greci di adesso? Hanno cercato risposte nel DNA, con seguito di polemiche su cui torneremo, Johannes Krause del Marx Planck di Jena e un genetista di Seattle, George Stamatoyannopoulos, il cui cognome basta a spiegare perché si sia tanto appassionato alla faccenda (http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature23310.html).

Nel 2015 un gruppo di Harvard aveva dimostrato che Luca Cavalli-Sforza, tanto per cambiare, aveva visto giusto: il DNA dei greci neolitici assomiglia a quello dei primi agricoltori anatolici, gli iniziatori della rivoluzione neolitica. Dunque, l’agricoltura è arrivata in Europa da sudest (questo ce lo dicono i reperti archeologici), e in Grecia ci è arrivata per migrazione (e questo ce lo dice il DNA). Poi, con le civiltà minoica e micenea, si passa dall’età della pietra a quella del bronzo, e dunque ci sono due possibilità: o le novità tecnologiche le ha portate un’altra migrazione (e allora minoici e micenei non assomiglieranno ai greci neolitici), oppure si sono sviluppate localmente (e allora troveremo molto DNA in comune fra minoici, micenei e neolitici). Naturalmente questi sono due estremi, fra cui si possono immaginare tante sfumature. Ma formulare le ipotesi in questa forma aiuta a capirsi.

Krause e i suoi hanno confrontato i DNA di greci neolitici, cretesi minoici e postminoici, e micenei. Hanno trovato che non sono identici, ma si assomigliano molto: hanno in comune tre quarti delle varianti del loro DNA (cioè tre quarti di quell’uno per mille del DNA in cui ci sono differenze fra noi umani). Questo fa pensare che il passaggio dall’età della pietra a quella del bronzo non sia stato accompagnato, in Grecia, da profondi cambiamenti demografici, e quindi da grandi movimenti migratori. È interessante il confronto fra minoici e micenei, questi ultimi subentrati a Creta con il declino della civiltà minoica. Quel quarto di varianti del DNA che i due gruppi non condividono assomiglia, a Creta, a quello di popolazioni asiatiche, del Caucaso e dell’Iran; viceversa, a Micene si trova una componente tipica del nordest europeo. Dunque, sembra che minoici e micenei abbiano avuto gli stessi antenati nel neolitico, ma poi abbiano ricevuto migranti di origini diverse, diventando così a loro volta un po’ diversi.

Altro dato interessante: i greci attuali sono più vicini ai micenei, di cui quindi sembrano discendenti più o meno diretti. Non è un risultato banale: nell’Ottocento uno storico austriaco (e un po’ nostro compatriota, di Bressanone), Jakob Phillip Fallmerayer, sosteneva che i discendenti degli antichi greci non ci sono più, si sono estinti nel medioevo: Krause, quindi, ha provato che si sbagliava. Insomma, lo studio del DNA dimostra come da millenni in Grecia si conservi la traccia di una continuità genealogica, ma anche come poi sia arrivata tanta gente diversa, e non la stessa in tutti i posti.
C’è motivo di credere che lo stesso valga per tante altre popolazioni. Anche chi ha vissuto per generazioni in condizioni di relativo isolamento, per esempio perché stava su un’isola, non è rimasto immune da fenomeni di immigrazione, magari minuscoli, ma frequenti. In questo modo, di regola le popolazioni umane sono diventate un mosaico genetico: con un po’ di fortuna, possiamo ancora riconoscere le tessere portate da tanti antenati differenti.

Dicevamo che il lavoro di Krause e collaboratori ha suscitato polemiche. Solo in Italia, a dire il vero; ma parliamone. «I risultati confermano quel che si sapeva già», dichiara ai giornali un filologo classico, Lorenzo Perilli. E come faceva? Cosa ne sapeva delle somiglianze e delle differenze fra minoici e micenei, prima di leggere lo studio di Krause? Mistero. Ma i suoi pregiudizi sono condivisi da altri colleghi. «Nel Mediterraneo, in epoca paleolitica, ci sono stati spostamenti enormi di popolazioni. È successo di tutto, e penso che le informazioni che ci arrivano dalla genetica siano irrilevanti» sentenzia bellicosamente un etruscologo famoso, Mario Torelli. Boh. Proprio perché può essere successo di tutto, proprio perché la gente migra, ma le fonti storiche non ci dicono (e non possono dirci) in quanti si sono spostati e se hanno lasciato qualche discendente, sembrerebbe utile servirsi anche (anche!) dei metodi e dei dati della genetica. No?

Senza dubbio, anche dopo questa bella analisi genetica, restano tante domande inevase sull’origine della civiltà minoica. Non c’è da preoccuparsi: nessuno in possesso delle proprie facoltà mentali proporrebbe mai di rimpiazzare lo studio della storia con quello del DNA. Tantissime questioni fondamentali, dalle origini della lingua e della scrittura di questi popoli, alle cause del loro successo e del loro declino, possono essere affrontate solo con i metodi dell’archeologia e della ricerca storica. C’è, insomma, lavoro per tutti. Detto questo, se gli anestesisti avessero avuto la stessa apertura mentale di questi accademici nostrani, saremmo ancora al sorso di whisky e al laccio di cuoio da stringere fra i denti, come nei film di cowboy. Gli studiosi del mondo antico avranno maggiori soddisfazioni quando, anche in Italia, capiranno che il progresso tecnologico non è un babau da esorcizzare.

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-09-01/la-radici-micenee-greci-180417.shtml?uuid=AEroMeIC&cmpid=nl_domenica
11  Forum Pubblico / SCRIPTORIUM ICR2017 - (SUI IURIS). / MARK ANDREWS. “La soddisfazione implica di non rimanere passivi: ... il: Settembre 21, 2017, 04:48:18
Giovedì 21 settembre 2017

 Frasi di Mark Andrews
   
“La soddisfazione implica di non rimanere passivi: è l'emozione che si raggiunge quando si fa qualcosa per adattarsi ad una nuova situazione o per risolvere un problema.”

MARK ANDREWS

Da frasicelebri.it
12  Forum Pubblico / DONNE, AUTRICI nel Mondo. / MONICA RUBINO. "Approvare senza modifiche il codice antimafia" il: Settembre 21, 2017, 04:45:49
"Approvare senza modifiche il codice antimafia"

Arci, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente e Libera si rivolgono alle forze politiche: "È un atto di responsabilità in un momento storico nel quale le mafie e la corruzione hanno dimostrato la loro pervasività"
 
Di MONICA RUBINO
21 settembre 2017

ROMA - Un primo appello lo avevano rivolto all'inizio del 2017 a governo e Parlamento perché si desse alla luce la riforma del Codice antimafia entro la fine della legislatura. E oggi, Arci, Avviso Pubblico, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente e Libera, si rivolgono di nuovo alle forze politiche, affinché il testo, passato a luglio al Senato, venga approvato in via definitiva a Montecitorio senza modifiche. In base alle ultime indiscrezioni, infatti, ci sarebbe un accordo nella maggioranza per dare l'ok al provvedimento la prossima settimana alla Camera. Ma assieme a un ordine del giorno che impegnerà il governo a "depotenziarlo", cancellando in tempi rapidi la parità piena tra corruzione e mafia. Come? Eliminando dal testo il punto più controverso della legge, ossia il sequestro preventivo dei beni ai corruttori che in questo modo verrebbero equiparati ai mafiosi.

 "Approvare il Codice Antimafia è un atto di responsabilità", affermano nell'appello sindacati e associazioni. "Chiediamo a tutte le forze politiche di approvare senza modifiche alla Camera il testo ricevuto dal Senato, dimostrando in tal modo di avere coscienza di compiere un atto politico di responsabilità, a distanza di 35 anni dall'approvazione della legge Rognoni-La Torre e in un momento storico nel quale le mafie e la corruzione hanno dimostrato la loro pervasività e la loro capacità di inquinare parti della pubblica amministrazione, dell'economia e della società".

 Secondo i sottoscrittori dell'appello, infatti, il nuovo Codice antimafia "non solo rafforza strumenti già esistenti", come appunto l'Agenzia per i beni sequestrati e confiscati, "ma migliora la normativa in vigore, in particolare per quanto riguarda le misure di prevenzione, tenendo conto dell'esperienza applicativa precedente alla riforma e di alcune criticità che si sono manifestate nella gestione degli immobili e delle aziende sottratte alle mafie e al crimine organizzato". A conforto di ciò, viene citato anche il riferimento a una specifica delibera del Csm dello scorso 13 settembre, in cui è stata chiesta al legislatore un'accelerazione sulla riforma.
 
© Riproduzione riservata 21 settembre 2017

Da - http://www.repubblica.it/politica/2017/09/21/news/_approvare_senza_modifiche_il_codice_antimafia_-176088929/?ref=RHPPLF-BH-I0-C4-P5-S1.4-T1
13  Forum Pubblico / ICR La-VIA - Immaginare, Conoscere, Realizzare, il cambiamento. / Gianfranco Sabattini. Manuale di manutenzione per il capitalismo verso ... il: Settembre 21, 2017, 04:44:40
Manuale di manutenzione per il capitalismo verso l’autodistruzione

Pubblicato il 15-09-2017

Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia, specializzato in geopolitica e macroeconomia, ha pubblicato su l’”Espresso” n. 28 l’articolo “Capitalismo. Manuale di manutenzione”, cui fa da spalla un’intervista, rilasciata dal sociologo-economista tedesco Wolfgang Streeck, anch'essa pubblicata sullo stesso periodico, col titolo “Morirà per overdose”. Nell'intervista, il sociologo-economista, rincarando le critiche dell’analista americano nei riguardi del modo capitalistico di gestire l’economia globale, formula un giudizio poco rassicurante sull'evoluzione futura del capitalismo, in quanto, a suo parere, l’ultima crisi ha messo in evidenza che il prevalente modo di produrre dei Paesi democratici economicamente avanzati è vittima di “una dinamica endogena di autodistruzione”, esposto al rischio di una “possibile morte per overdose da sé stesso”. Quali le cause?

A parere di Spannaus, la causa prima della crisi attuale del capitalismo deve essere rinvenuta nell’egemonia acquisita dai mercati finanziari e dalle procedure con cui questi hanno conformato alla loro logica di funzionamento l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione. L’egemonia dei mercati finanziari è stata la conseguenza dell’affermarsi dell’ideologia del “libero mercato”, condivisa dalle forze politiche democratiche di ogni orientamento; secondo questa ideologia, il mercato senza regole e vincoli è espressione del sistema delle democrazie, ovvero del “sistema che garantisce la libertà contro le dittature più o meno evidenti”. La condivisione di questo assunto ha radicato il convincimento che mettere in discussione il capitalismo significhi “mettere in discussione tutto”, per cui deve essere intrapreso e giustificato ogni sforzo volto alla difesa delle “democrazie liberali occidentali dalle forze del male, non solo esterne, ma sempre di più interne alle nostre società”.

Se la democrazia, e con essa la libertà, posta a fondamento del liberalismo, che premia i liberi mercati, ma depotenzia gli Stati, devono giustificare, attraverso la guerra, l’esportazione del modello organizzativo politico prevalente all’interno di Paesi ad economia di mercato, allora – afferma Spannaus – c’è un “primo inganno” da disvelare, in quanto i valori della democrazia e della libertà non possono essere “manipolati da un establishment intento a garantire la continuazione della propria supremazia” non in linea con i valori dell’ideologia che lo stesso establishment ha fatto propria.

Ora, l’ideologia neoliberista viene criticata, non solo per via degli esiti indesiderati prodotti dalla globalizzazione e dell’egemonia dei mercati finanziari che l’hanno promossa, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei governi di contrastare di tali esiti. Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della Grande Recessione, ma la stentata ripresa risulta caratterizzata da livelli salariali bassi, da un’alta precarietà delle posizioni lavorative e, quel più conta, da una difficoltà a creare nuove opportunità occupazionali.

A parere di Maurizio Ricci, autore dell’articolo “Il mistero dei salari perduti. Robot, part time e qualifiche basse rivoluzionano lavoro e compensi” (in “la Repubblica” del 12.7 corrente anno), il problema della riduzione del monte salari “costituisce il thriller dell’estate”, perché mai “nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari”. Senza la spinta dei salari, manca lo stimolo dell’inflazione, mentre la deflazione mostra di persistere, aggravando maggiormente il fenomeno di una stagnazione pervasiva. Tale stato di cose induce a pensare che la debole ripresa, che caratterizza le economie colpite dagli effetti peggiori della crisi, in prospettiva non possa rafforzarsi; ciò perché – afferma Ricci –“il 70% dell’economia moderna è fatto di consumi”, per cui, se manca il potere d’acquisto per poterli effettuare, i sistemi economici stentano a riguadagnare la normalità.

Secondo il dibattito in corso a livello mondiale, il fenomeno della riduzione del potere d’acquisto è imputabile al fatto che coloro che sono responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista non sono stati all’altezza di prevedere e, conseguentemente, di prevenire gli effetti del diffondersi della globalizzazione attraverso il contino approfondimento capitalistico delle attività produttive. Queste modalità di allargamento della globalizzazione sono responsabili – ricorda Ricci – dei tre quarti del declino del contributo del lavoro sul PIL prodotto in Paesi come l’Italia e la Germania. Gli effetti dell’approfondimento tecnologico sono forse più gravi dell’allargamento della globalizzazione, come sta a dimostrare la previsione che quest’anno le imprese della robotica tedesca aumentino il proprio fatturato del 7%, a fronte del quale, però, si prevede che per ogni robot che “entrerà in fabbrica saranno cancellati sei posti di lavoro”: tre dentro la fabbrica e tre tra le attività dell’indotto.

La previsione è confermata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raccoglie tutti i Paesi economicamente sviluppati; l’organizzazione ha analizzato l’impatto negativo dello sviluppo tecnologico sul mercato del lavoro, appurando che i salari, ormai non più collegati all’andamento della produttività, per un terzo sono diminuiti perché i posti di lavoro perduti nell’industria manifatturiera sono stati sostituiti da posti di lavoro nel settore dei servizi a basso valore aggiunto; mentre, per altri due terzi sono diminuiti a causa della sostenuta riduzione dei posti di lavoro un tempo ricoperti da quella che solitamente era indicata come “classe media”, quasi totalmente scomparsa, con effetti negativi, non solo sul piano economico, ma anche si quello politico.

Il dibattito internazionale individua la causa della contrazione del potere d’acquisto, che un tempo sosteneva la domanda finale dei sistemi economici avanzati, non solo nel fatto che “le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso”; ma anche nel comportamento delle grandi imprese, operanti a livello internazionale, che aumentano la loro dimensione attraverso l’”assorbimento” di quelle più piccole a più alta intensità di lavoro, estendendo pure a queste ultime la loro stessa logica organizzativa interna, risparmiatrice di posti di lavoro.

La riduzione del monte salari viene connessa dunque alla continua diminuzione di posti di lavoro, ma viene accentuata dalle disuguaglianze distributive, un fenomeno quest’ultimo, valutato tanto grave da indurre il sociologo economista Wolfgang Streeck a prevedere che il capitalismo sia destinato a morire “per over dose da sé stesso”. Ciò perché, secondo Streeck, la crisi che affligge il capitalismo attuale “non è un fenomeno accidentale, ma il culmine di una lunga serie di disordini politici ed economici che indicano la dissoluzione di quella formazione sociale che definiamo capitalismo democratico”; il suo manifestarsi corrisponde al processo col quale il capitalismo si è liberato dai “lacci e laccioli” con cui si era tentato di “addomesticare” gli “animal spirit” di keynesiana memoria dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Questo processo ha liberato l’economia capitalistica dal keynesismo del dopoguerra, per trasformarla in un’economia opposta, “di stampo hayekiano, che punta – afferma Streeck – alla crescita attraverso la redistribuzione dal basso all’alto, non più dall’alto al basso”. Si tratta di una transizione che produce una democrazia azzoppata dal libero mercato, che ha ribaltato il patto sociale post-bellico che aveva consentito alla democrazia di regolare il funzionamento del mercato.

Il capitalismo democratico del dopoguerra aveva trovato un proprio equilibrio, conciliando gli interessi del capitale con quelli del lavoro; ma negli anni Settanta, interrottasi la crescita, complici le crisi, inizialmente dei mercati delle materie prime e di quelli delle valute, ma proseguite negli anni successivi, il conflitto tra capitale e lavoro è stato affrontato attraverso espedienti politici, quali inflazione, debito privato e debito pubblico; tali espedienti, però, sono serviti al capitalismo, non già per riformarsi, ma solo per “guadagnare tempo, peraltro divenuti nel tempo “problemi di per sé”.

La prima crisi è degli anni Settanta, quella dell’inflazione globale, alla quale ha fatto seguito la crisi dovuta all’esplosione del debito pubblico, negli anni Ottanta, e quella dovuta all’indebitamento privato degli anni Novanta, culminata poi con la crisi dei mercati immobiliari americani dei subprime, che ha dato luogo alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2006. Da quattro decenni – osserva Streeck – lo stato di crisi dell’economia dei Paesi democratici economicamente avanzati è diventato la norma; ma lo è diventato anche per il capitalismo inteso come “ordine sociale”, i cui principali sintomi dei mali che lo affliggono sono il declino della crescita, l’aumento dell’indebitamento e la crescente disuguaglianza; a questi si aggiungono – afferma Streeck – “cinque disordini sistemici: la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio del dominio pubblico, la corruzione e l’anarchia”.

Esiste un rimedio ai mali del capitalismo? Secondo Sreeck, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere alle previsioni della sua fine, non significa che possa continuare a farlo indefinitamente; il suo salvataggio è sempre stato realizzato attraverso un costante lavoro di “manutenzione”. Oggi, però, le tradizionali forze che l’hanno sempre supportato sono depotenziate, per cui il capitalismo si trova in uno stato di “coma cosciente”, che lascia presagire una sua morte, in quanto esso (il capitalismo) è “divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove”; in altre parole, Streeck ritiene che il capitalismo debba la sua agonia attuale al fatto di avere avuto troppo successo, che lo ha condotto ad essere vittima di una “dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso”, appunto.

La fine del capitalismo non avverrà improvvisamente, ma sarà l’esito di un lungo processo di trasformazione, durante il quale, sempre a parere di Streeck, i Paesi che ne saranno colpiti vivranno un periodo “di entropia sociale e di disordine”. Per contrastare il disordine e contenere i costi sociali del processo di trasformazione del capitalismo, sarà forse necessario ridimensionare la globalizzazione e semplificare – come afferma Spannaus – la “catena di valore” che attualmente la giustifica: cioè, ridimensionando i flussi di beni intermedi che a livello globale costituiscono una parte importante degli scambi commerciali. “Molti beni sono prodotti non in un singolo Paese, ma passano più luoghi nel percorso di realizzazione”. L’accorciamento della “global supply chain”, a vantaggio delle singole economie nazionali, potrà garantire maggiori opportunità socio-politiche, ma anche comportare maggiorazioni dei prezzi dei beni consumati, compensate queste ultime dal fatto che prezzi bassi non sono necessariamente indicatori di benessere, essendo, al contrario, il “motore” che promuove a livello internazionale l’approfondimento capitalistico delle imprese, quindi causando disoccupazione tecnologica e difficoltà nella creazione di nuovi posti di lavoro.

Per i Paesi europei, perché il processo di trasformazione del capitalismo risulti meno costoso in termini sociali, occorrerebbe rendere meno globale il processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; a tal fine, a parere di Streeck, non sarà possibile fare affidamento sull’Europa, poiché non vi è alcuna disponibilità da parte degli establishment di ritornare alla “socialdemocrazia europea”, come sta a dimostrare la conclusione dell’ultimo G20 di Amburgo. Il tema all’ordine del giorno consisteva nello stabilire come assicurare una migliore “forma a un mondo interconnesso”; rispetto a questo tema, però, i rappresentanti dei Paesi europei si sono solo impegnati a dare sicura attuazione alle riforme neoliberali all’interno dei propri Paesi. Ciò significa che non sarà possibile attendersi un governo europeo, socialmente condiviso, dell’eventuale processo di trasformazione del capitalismo.

Il ritorno alla “socialdemocrazia europea”, perciò, non varrebbe a garantire una governance democratica del disordine connesso al processo di trasformazione del capitalismo; dalla riunione di Amburgo è emerso che la futura governance europea dell’evoluzione del capitalismo sarà solo complementare al governo dell’Eurozona, strumentale al mantenimento delle attuali forme assunte dalla globalizzazione, causa della crisi del capitalismo e non già di una crescita globale qualitativamente più condivisa, accompagnata dalla creazione di più alti livelli occupazionali.

Gianfranco Sabattini

 Da - http://www.avantionline.it/2017/09/il-capitalismo-verso-lautodistruzione/#.Wb0EPMhJaUk
14  Forum Pubblico / AUTORI - Firme scelte. / Paolo MIELI Il rebus del nuovo premier il: Settembre 20, 2017, 10:40:23
SCENARIO
Il rebus del nuovo premier
Il sistema elettorale e il panorama partitico rendono azzardata ogni ipotesi reale di governo

  Di Paolo Mieli

Beppe Grillo ha annunciato che il «candidato premier» dei 5 Stelle sarà anche il capo politico del movimento. Lodevole intenzione per quel che concerne la loro leadership. Superflua per quel che riguarda la designazione del futuro presidente del Consiglio. E non solo perché, a norma di Costituzione, questa scelta spetta al capo dello Stato. Né per il fatto che Luigi Di Maio, secondo quel che prescrive l’articolo 7 del regolamento pentastellato — è vietata la presentazione nelle liste di una persona nei cui confronti penda un procedimento penale, «qualunque sia la natura del reato contestato» — sarebbe addirittura non candidabile. Di Maio, è vero, dovrà presentarsi in un’aula di tribunale in occasione di due processi per diffamazione (senza contare che — a detta del loro ex ideologo, Paolo Becchi — ne è in arrivo un terzo). Ma non è per questo che l’annuncio di Grillo è, parzialmente, superfluo. I veri motivi per cui la candidatura di Di Maio a premier è di natura esclusivamente formale, sono altri. Uno in particolare: con il nuovo sistema elettorale, quale che esso sia, sarà impossibile che i votanti contribuiscano in modo determinante alla scelta di chi verrà poi nominato primo ministro, come invece accadeva nel ventennio di Silvio Berlusconi e di Romano Prodi. Ripetiamo: sarà pressoché impossibile.
Non esiste in natura, infatti, un sistema elettorale che possa garantire in entrambe le Camere (sottolineiamo: tutte e due le Camere) l’elezione del 51 per cento di quei parlamentari a cui dovrebbe essere poi affidata la missione di portare a Palazzo Chigi il «candidato premier». Eccezion fatta per un impensabile ballottaggio nel quale, con un unico voto, si decida la maggioranza nei due rami del Parlamento. E anche in questo caso il responso delle urne potrebbe riservarci qualche sorpresa in quanto tale risultato verrebbe prodotto da corpi elettorali differenti (per le due Camere si vota a partire da età diverse: 18 anni per Montecitorio e 25 per Palazzo Madama). Discorso chiuso dunque. Durante la campagna elettorale sentiremo ancora parlare di «candidati premier», ma sarà solo per coazione a ripetere gli slogan della ventennale stagione del maggioritario. Nessuno dei primi ministri designati dai partiti avrà qualche ragionevole possibilità di entrare a Palazzo Chigi. Anzi, proprio perché saranno candidati di vessillo, a loro specificamente sarà con ogni probabilità precluso di essere scelti come capi di un eventuale governo di coalizione. Diciamo «loro», dal momento che il discorso vale non solo per Di Maio, ma anche per Matteo Renzi e Matteo Salvini, gli altri due leader di partito che, ad oggi, si sono presentati sulla scena come «candidati premier». Né Di Maio, né Renzi, né Salvini saranno dunque presidenti del Consiglio nella prossima legislatura.
Si obietterà: potrebbero lo stesso essere chiamati alla guida di un governo, ad esempio un governo di coalizione (non mancano precedenti in Europa dove, a cominciare dalla Germania, è accaduto qualcosa del genere). Improbabile, perché negli altri Paesi europei le condizioni sono diversissime e in ogni caso i capi partito che guidano coalizioni si alleano con formazioni di consistenza assai minore. Qui da noi, invece, le ipotesi di «alleanza per un governo» sono tre. La prima (dichiarata) tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia alla quale nessun sondaggio assegna più del 35 o 36% . Né è pensabile che partiti dell’ultim’ora come quello «animalista» di Michela Vittoria Brambilla o quello «rinascimentale» di Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti riescano a colmare il gap che divide il 36 (percentuale di voto assegnata dalle rilevazioni demoscopiche) dal 51 (percentuale dei parlamentari necessari a dar vita a una maggioranza). Tra l’altro i primi due partiti di questa coalizione sono tra loro in stato di esplicita ostilità e in condizioni di sostanziale parità, anche se è dato per probabile che nel rush finale Berlusconi conquisti un bottino più consistente.
La seconda ipotesi di «alleanza per un governo» (non dichiarata, anzi esclusa) è quella tra Cinque Stelle e Lega alla quale è assegnato un risultato non dissimile dal precedente e dunque ben lontano dalla soglia che può consentire l’ingresso a Palazzo Chigi. C’è qui una carta segreta a favore di questa ipotesi: parte dei movimenti a sinistra del Pd si sono pronunciati (esplicitamente sul quotidiano Il Fatto) per un sostegno a un governo dei Cinque Stelle, ma non hanno fin qui specificato se compirebbero quel gesto anche in compagnia di Matteo Salvini. Comunque la carta è sul tavolo. La terza ipotesi di «alleanza per un governo» (quasi dichiarata, pur se destinata in campagna elettorale a essere esorcizzata e deprecata) è quella tra Pd e Forza Italia, che con opportune correzioni del sistema elettorale in senso maggioritario e con qualche «conquista/acquisto» di neoeletti nel prossimo Parlamento, potrebbe condurre i due partiti in prossimità della meta. Può darsi che questo accada. Ma a noi appaiono tutte e tre coalizioni assai improbabili e di dubbia stabilità. C’è da notare, in ogni caso, che solo due partiti, Forza Italia e Lega, sono fungibili per due delle tre alleanze prefigurate. E da ciò si nota una qualche superiorità, sulla scacchiera, del giocatore di centrodestra.
E un’alleanza di centrosinistra è davvero impossibile? A sinistra ci sono due incognite che rendono assai complicato ogni scenario. La prima: il Pd arriverà alle urne così come è oggi o subirà una nuova scissione? Qui entra in scena l’unico vero, abile oppositore che Renzi ha da anni all’interno del suo partito: Dario Franceschini. Alleato, quantomeno pro forma, del segretario, il ministro della Cultura è assai più scaltro dei suoi incontinenti predecessori. Si è guardato bene dal dissanguarsi in una estenuante serie di dichiarazioni antipatizzanti nei confronti di Renzi. E anzi, con una classe che è mancata agli antirenziani di provenienza comunista, nel momento in cui la pm di Modena, Lucia Musti, ha denunciato al cospetto del Consiglio superiore della magistratura alcune macchinazioni a danno del capo del Pd, ha alzato la voce contro tali episodi definendoli «di enorme gravità istituzionale». Ciò che ne ha rafforzato ruolo e prestigio anche all’interno del partito, ma che non può essere considerata un pietra definitiva sull’ipotesi di una sua rottura con Renzi.
C’è poi la seconda incognita fino a oggi presa sottogamba dai sondaggisti: quella costituita dalla sinistra alternativa al partito renziano. Le rilevazioni ufficiali assegnano a questa/e formazione/i (ammesso che riescano a prendere forma solida) meno del 5%. Ma loro sostengono che riusciranno a ottenere grandi consensi facendosi interpreti degli astenuti e dei fuorusciti dal Pd. Sicché, stando alle loro dichiarazioni (e a sondaggi di cui dicono di disporre), alla fine il risultato sarà di molto superiore al 10%. Forse attratti da questa prospettiva si muovono in direzione di tale raggruppamento molti parlamentari Pd in scadenza. A loro si stanno avvicinando anche parte, solo una parte beninteso, di quelli che furono i radicali di Marco Pannella. Ed è forse anche in questa chiave che va letta la polemica particolarmente vivace di Emma Bonino contro il ministro dell’Interno Marco Minniti e la sua politica sui migranti. Polemica certo non strumentale ma che si avvale di molti argomenti fatti propri da Mdp. Va anche registrato un parziale ammorbidimento dei toni ostili a Pisapia dei «referendari» Anna Falcone e Tomaso Montanari. E un’attenuazione, pur quasi impercettibile, dell’ostilità contro l’ex sindaco di Milano da parte dell’erede di Vendola, Nicola Fratoianni. Se davvero riuscissero a mettersi insieme — e al momento del voto potessero contare sulle percentuali che garantiscono i loro sondaggisti — nascerebbe anche a sinistra un raggruppamento di consistenza pari a quella della Lega. Una formazione che, al momento delle alleanze, potrebbe giocare su due tavoli: quello del Pd e quello di Cinque Stelle. Ma su quel che riguarda il loro futuro a oggi sono solo loro stessi a scommettere. E sarebbe alquanto imprudente affidare un vaticinio di stabilizzazione del sistema politico italiano all’avverarsi delle profezie che vengono fatte alla sinistra del Pd.

17 settembre 2017 (modifica il 17 settembre 2017 | 20:58)
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DA - http://www.corriere.it/opinioni/17_settembre_18/rebus-nuovo-premier-42a62820-9bd6-11e7-99a4-e70f8a929b5c.shtml
15  Forum Pubblico / VATICANO, CRISTIANI e altre FEDI / PAOLO RODARI. Caso Orlandi, la Santa Sede: "Documento falso e ridicolo". il: Settembre 20, 2017, 10:39:09
Caso Orlandi, la Santa Sede: "Documento falso e ridicolo".
Cardinale Re: "Mai visto quel conteggio spese"
Il porporato che all'epoca era assessore agli Affari Generali della Segreteria di Stato vaticana nega di aver mai ricevuto "alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate" per la vicenda della ragazza scomparsa nel 1983. Ma il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, su Facebook è ottimista: "Il muro sta cadendo", scrive

Di PAOLO RODARI
18 settembre 2017

CITTÀ DEL VATICANO - La Santa Sede definisce "falsa e ridicola" la documentazione su eventuali spese per oltre 483 milioni di lire affrontate per "l'allontanamento" di Emanuela Orlandi, risalente al 1998 e riferita all'arco di tempo compreso fra il 1983 e il 1997. La presa di posizione è stata espressa dal direttore della Sala stampa, Greg Burke. "Il muro sta cadendo", scrive invece su Facebook Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, in un post che rilancia la notizia.

"Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi, non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione", aveva già affermato in mattinata a Stanze Vaticane, il blog di Tgcom24, il cardinale Giovanni Battista Re, porporato che risulta tra i destinatari del documento, pubblicato da Repubblica.it e dal Corriere della Sera. Il cardinale, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, all'epoca era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato.

Il documento integrale sul caso Orlandi - foto

Ai tempi della scomparsa di Emanuela Orlandi, Re era assessore agli affari generali e quindi "numero tre" della Terza loggia. Non era insomma uno qualunque. Sulla vicenda della Orlandi è lui il porporato sulla carta fra i più informati. Già lo scorso 20 giugno Re parlò della vicenda per dire che "la Segreteria di Stato non aveva proprio niente da nascondere". "Anzi - continuò il cardinale -, avrebbe desiderato rendere pubblico qualsiasi elemento, solo che non avevamo nulla di concreto".
 
E ancora: "Non sono mai riuscito ad avere in mano nessun riscontro, è solo una mia intuizione. Però, ripensando a quei giorni, mi sono convinto che dietro la scomparsa ci fosse un servizio segreto interessato a mandare messaggi ad Ali Agca, perché non dicesse la verità. Aveva cominciato a parlare e poi ha ritirato tutto".

© Riproduzione riservata 18 settembre 2017

DA - http://www.repubblica.it/vaticano/2017/09/18/news/caso_orlandi_cardinale_re_mai_visto_quel_documento_su_spese_per_emanuela_-175812348/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P2-S1.8-T1
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