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1  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Zaia: "I miei 9 anni alla guida del Veneto" inserito:: Aprile 16, 2019, 07:06:22 pm
Zaia: "I miei 9 anni alla guida del Veneto"

Pubblicato il: 13/04/2019 15:07

Di Dario Converso

"Il bilancio è positivo. Va considerato che abbiamo preso in mano la Regione nel 2010 in un momento non facile, era appena iniziata la crisi per cui, come diremmo biblicamente, abbiamo dovuto occuparci degli anni delle vacche magre e non delle vacche grasse. Comunque sono stati anche anni entusiasmanti perché ci hanno consentito e permesso di guardare dentro ai processi e alla gestione, di riformare la spesa, di rendere virtuoso questo ente". Cosi in un'intervista all'Adnkronos Luca Zaia traccia un bilancio di nove anni da presidente del Veneto, sottolineando come il momento più bello sia stato il risultato del referendum sull'autonomia.

"Abbiamo pagato tutti i fornitori che era da anni che avanzavano i soldi, due miliari di euro, abbiamo sistemato i conti della sanità, insomma abbiamo fatto un sacco di cose. E soprattutto abbiamo dato il via alla grande stagione delle riforme: la riforma sanitaria, che oggi porta il Veneto ad essere la prima regione in Italia per sanità e molto altro ancora. È stato un grande impegno, l’impegno di una squadra che ha lavorato e si è trovata non poche emergenze -spiega-. Ricordo che ho esordito, ad esempio, con l’alluvione del 2010 quando 235 Comuni sono stati alluvionati con 10.040 famiglie e imprese con l’acqua in casa o in azienda. Abbiamo iniziato con quello per trovarci con il terremoto nel 2012 e, infine, con la tempesta Vaia nel 2018".

"Il mio greco è la lingua veneta", Zaia si racconta su Fb
"Si va avanti sempre con obiettivi sfidanti - sottolinea Zaia - sono stati gli anni dell’autonomia e delle grandi riforme . La riforma della sanità ha permesso di ridurre le aziende sociosanitarie da 21 a 9, ma soprattutto non abbiamo mai applicato l’addizionale Irpef sulla sanità dimostrandoci regione tax free, garantendo che circa un miliardo e 200 milioni di euro ogni anno rimanessero nelle tasche dei Veneti. Abbiamo chiuso accordi per avviare il progetto del nuovo policlinico universitario di Padova e già avviati i lavori per la nuova Cittadella della Salute di Treviso".

"Per quanto riguarda i Pfas - prosegue - abbiamo fatto raggiungere il parametro zero nei livelli dell’acqua, dato il via alla realizzazione del nuovo acquedotto e avviato il più grande screening sanitario della storia d’Italia, nel silenzio colpevole del Governo di centro-sinistra. Abbiamo messo in campo il grande progetto Anas per rifare tutta la viabilità regionale, per quanto riguarda la rete ferroviaria stiamo elettrificando tutto il Cadore ed entro il 2021 abbiamo raggiunto un accordo con Trenitalia per avere tutti treni nuovi".

Il governatore ribadisce quindi che "nonostante la crisi, abbiamo confermato la nostra posizione di Regione italiana con la percentuale più bassa di disoccupati e migliore regione per processi di reinserimento nel mondo del lavoro. Abbiamo investito 400 milioni di euro per portare la Banda Ultra Larga e la connessione veloce a tutte le imprese e le famiglie. Siamo la Regione record nel turismo con 70 milioni di presenze con 17 miliardi di fatturato e lavorato per superare il nostro record. Vorrei solo ricordare che, oltre all’impegno messo in campo per la candidatura alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, abbiamo ottenuto l’assegnazione dei Mondiali di sci a Cortina 2021".

E sui traguardi di fine mandato il governatore del Veneto spiega che "Gli obiettivi sono sempre quelli della virtuosità, la madre di tutte le battaglie resta l’autonomia. Abbiamo risolto tanti problemi: penso ai temi delle alluvioni, dei grandi cataclismi, ma anche aver sbloccato la pedemontana Veneta, la più grande opera oggi in cantiere in Italia: 2 miliardi 258 milioni di euro per 94,5 km in 36 Comuni ed un totale di 14 caselli. L’abbiamo sbloccata con un’operazione di alta trasparenza, coinvolgendo le istituzioni pubbliche: la Corte dei Conti, l’Avvocatura dello Stato, l’Autorità Nazionale Anticorruzione e nominando, ad esempio, per la Pedemontana, come Commissario il Vice-avvocato Generale dello Stato. E poi la grande sfida dell’autonomia che resta ancora irrisolta, ma per quale continuiamo a lavorare. Ricordo che per l’autonomia 2 milioni 328 mila Veneti sono andati a votare".

Quindi sul cambiamento del Veneto in questi nove anni Zaia sottolinea che "il Veneto resta il Veneto identitario che guarda però sempre più alla modernità, al progresso, alle nuove tecnologie. Siamo passati da un Veneto analogico ad un Veneto digitale in questi nove anni. È un Veneto che nel 2010 non conosceva internet così a fondo, non conosceva i social media, né i social network. Insomma un Veneto che è cambiato molto, che vede anche una nuova generazione affacciarsi, ma mantenendo un proprio profilo identitario. È un Veneto che guarda sempre più alla globalizzazione, mantenendo radici profonde e solide nella sua storia. È un Veneto che ha saputo, durante questi anni di crisi, riammodernarsi, ristrutturarsi, che esce anche dopo questi nove anni con 205.000 azionisti che hanno perso tutto nelle partite della Popolare di Vicenza e della Veneto Banca".

Nove anni di presidenza con momenti belli e brutti che il presidente ricorda così: "Il momento più bello, direi in assoluto, è stato il risultato del referendum perché corona l’impegno di una vita e ho pensato a tutti quei veneti, che hanno sempre sognato questo momento e non ci sono più. I momenti più critici sono stati l’alluvione del 2010 e la tempesta Vaia, che sono stati due catastrofi per la nostra comunità. Per Vaia siamo già in campo con oltre 350 cantieri in avvio, mentre per quanto riguarda l’alluvione del 2010 abbiamo messo in atto un piano idrogeologico con circa mille cantieri in tutta la Regione e 2 miliardi e mezzo di euro per realizzare il Piano D’Alpaos. Interventi grazie ai quali, nonostante l’eccezionalità della tempesta Vaia, i fiumi hanno tenuto".

Quindi sulle sfide da raggiungere prima di fine mandato il presidente del Veneto annuncia che "prima della fine del mandato abbiamo quattro dossier importanti aperti: il primo è la Pedemontana Veneta, con i cantieri da chiudere entro il 31 dicembre 2020, già adesso facciamo la consegna di un primo tratto. Il secondo è il dossier Milano-Cortina: spero proprio che il 24 giugno ci veda premiati ed arrivi la candidatura. Il terzo è un dossier che stiamo seguendo da dieci anni ed è è quello delle Colline del Prosecco Patrimonio dell’Umanità. A luglio a Baku, nell’Azerbaigian, anche qui avremo il verdetto e, quindi, la risposta. E, infine, l’autonomia. Non si può chiudere il mandato senza aver chiuso la partita dell’autonomia, averla impostata e avere già le carte in mano. È una partita laboriosa, complicata, ma servono provvedimenti ufficiali. E spero proprio che prima di chiudere il mandato arrivino".

Un Luca Zaia che proprio pochi giorni fa è risultato per la terza volta di seguito il presidente di regione più amato dai suoi cittadini secondo la classifica de Il Sole 24 Ore e che ovviamente si dice più che "soddisfatto. I sondaggi lasciano il tempo che trovano, ma un elemento credo lo si possa evincere. Penso che questo è un successo che condivido con la mia squadra. Dopo di che spero che i Veneti, sapendo anche che noi governiamo da qualche anno, abbiano apprezzato anche il fatto che si lavora con il cuore. Si cerca di fare il meglio per il Veneto. Si può sbagliare, perché quando si lavora si può anche sbagliare, ma una cosa deve essere chiara: quando diciamo una cosa la facciamo".

È anche per questo il presidente del Veneto assicura di non aver mai avuto la tentazione di tornare a fare il ministro: "Direi decisamente di no. Sono talmente concentrato sulla partita della Regione che non ho neanche tempo di distrazioni, non soltanto eventuali tentazioni a tornare a fare il ministro. L’impegno che abbiamo a livello regionale è un impegno importante ed è soprattutto una responsabilità nei confronti di 5 milioni di Veneti. Ovvio che resta sempre l’amore per l’agricoltura".

Infine, sul suo futuro Zaia spiega: "Sono un fatalista e lo sono sempre stato. Non mi sono mai posto il problema di cosa farò. Sono abituato a guardare la quotidianità e, quindi, a governare come fosse sempre l’ultimo giorno in maniera tale da dare sempre di più".

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  TAG: Luca Zaia, Veneto, governatore, autonomia, indipendenza

Da - https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/04/13/zaia-miei-anni-alla-guida-del-veneto_cSlzrlD3hTCCYrOCxIMs4M.html
2  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Zaia si racconta su Fb. (sic) inserito:: Aprile 16, 2019, 06:31:50 pm
"Il mio greco è la lingua veneta", Zaia si racconta su Fb

Pubblicato il: 13/04/2019 18:24

"Il mio greco è la lingua veneta". E' quanto scrive sul suo profilo Fb Luca Zaia, governatore del Veneto da 9 anni. Appassionato di mountain bike, laureato in Veterinaria, iscritto giovanissimo alla Lega Nord, Zaia è nato il 27 marzo 1968 a Conegliano (Treviso) ed è sposato con Raffaella dal 1998. Figlio di Carmela, ultima di undici figli, e Giuseppe, meccanico. "La mia - scrive su Fb - è una famiglia agricola e legata alla terra, a partire da mio nonno Enrico, nato in Brasile nel 1896, emigrato negli Stati Uniti a 19 anni e infine rientrato nel Trevigiano. Dopo il diploma alla Scuola enologica 'Cerletti' (la più antica d’Europa) mi sono iscritto all'università di Udine laureandomi alla Facoltà di medicina veterinaria in Scienze della produzione animale".

IL LAVORO - "L’etica della mia famiglia - scrive Zaia - è sempre stata incardinata nel valore del lavoro. Sono tante le estati che ho trascorso nell’officina di mio padre, ore di attività che mi sono servite per guadagnarmi quelle del divertimento e per imparare la manualità. La prima partita Iva l’ho aperta a diciotto anni per pagarmi gli studi. Anni in cui ho fatto di tutto, perché tutti i lavori sono dignitosi: cameriere, uomo delle pulizie, muratore, docente privato di chimica, istruttore di equitazione, operaio in un’impresa di pellami, pr in discoteca e organizzatore di feste. Dal punto di vista formativo, una tappa essenziale è stato il mio servizio civile ad Altivole (Treviso), portando i pasti ai bisognosi casa per casa, facendo con loro periodi di vacanza, lavorando con gli anziani del paese e con alcuni bambini sofferenti".

LA POLITICA - "Mi sono iscritto - si racconta - giovanissimo alla Lega Nord. Nel 1993 la mia prima campagna elettorale, alle amministrative per il Consiglio comunale di Godega di Sant’Urbano dove sono eletto con 61 preferenze e capogruppo. Nel 1995 sono stato eletto in Consiglio provinciale a Treviso con 3.961 preferenze, e sono diventato assessore all’agricoltura. Nel 1998, con una campagna elettorale in cui la Lega Nord Liga Veneta si è presentata 'solista' sono stato eletto Presidente della Provincia di Treviso, il più giovane d’Italia (rieletto poi nel 2002 con 240.211 preferenze)".

"Nel 2005 sono stato nominato vicepresidente della Regione del Veneto con delega all’agricoltura e al turismo, incarico che ho lasciato nel maggio del 2008 per diventare Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Ho assunto come mio obiettivo di rimettere 'l’azienda agricola italiana' al centro dell’agenda nazionale; di difendere il made in Italy e la biodiversità da un malinteso principio liberista e globalista; di avere tolleranza zero verso le frodi alimentari; di incentivare la tracciabilità dei prodotti; di ridurre il peso della burocrazia sulle aziende agricole".

"Come ministro - continua Zaia - ho firmato il decreto di stop che, per la prima volta, proibiva la coltivazione di un mais OGM in Italia. Mondadori ha pubblicato il mio saggio 'Adottare la terra per non morire di fame' nella collana Strade blu. Nel marzo del 2010 sono stato eletto presidente della Regione del Veneto, votato da oltre il 60% degli elettori, risultando il candidato che in quella tornata elettorale ha ricevuto più voti di tutti in Italia. Alle elezioni del 31 maggio 2015, sono stato riconfermato col record di oltre il 50% dell’elettorato votante (risultando nuovamente il governatore eletto con il numero di voti più alto). Al referendum del 22 ottobre 2017 mi è stato assegnato da oltre 2.300.000 veneti il compito di portare avanti la trattativa col Governo per l’autonomia della nostra regione; un risultato storico, com’è storica la partita che si è aperta per il Veneto".

LE MIE PASSIONI - "Amo lo sport in generale, pratico (per quanto possibile) la corsa, corro in mountain bike, amo il mare. Una mia passione da sempre - sottolinea su Fb - sono i cavalli, la storia e tutto quanto ricorda il passato della mia terra. Ho a cuore la sua lingua, il veneto. A riguardo cito spesso il mio libro preferito, le 'Memorie di Adriano' di Marguerite Yourcenar: 'Ho governato in latino, ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto'. Ecco, il mio greco è la lingua veneta".
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Da - https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/04/13/mio-greco-lingua-veneta-zaia-racconta_mlcNym7RfdRMWOavqEVcSN.html
3  Forum Pubblico / L'ITALIA e LE SUE REALTA'. - 11 MARZO 2019 / SE UN PARTITO DIVENTA STATO: IL CASO DEL LIBRO ANTI-LEGA inserito:: Aprile 16, 2019, 06:29:58 pm
SE UN PARTITO DIVENTA STATO: IL CASO DEL LIBRO ANTI-LEGA

LUIGI DANIELE
14 aprile 2019

Negli ultimi giorni, ha scatenato un certo dibattito un libro di testo adottato nella facoltà di Scienze Politiche di Bologna, nel quale gli autori definiscono la Lega una “formazione di estrema destra, con tratti razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti”. Il libro, titolato “La Lega di Salvini, estrema destra di governo” e scritto da G. Passarelli, docente alla Sapienza, e Dario Tuorto, associato di Sociologia Generale a Bologna, è finito subito nel mirino di diversi esponenti del Carroccio.

Marco Petazzoni, consigliere regionale della Lega, ha ad esempio presentato un’interrogazione in merito, accusando di mancanza di imparzialità “un testo che attacca un partito politico votato e voluto in maniera democratica dalla stragrande maggioranza degli italiani “e spingendosi a “ricordare che i Professori sono dipendenti pubblici e come tali sono tenuti a un dovere di lealtà verso lo Stato, indipendentemente dalla forza politica che si trovi al Governo”.

L’attacco di Petizioni ai due autori, seppur chiaramente legittimo, è in realtà utile per mettere in chiaro alcune idee e concezioni della democrazia che ne emergono. Prima di tutto, occorre notare che il fatto che la Lega sia stata votata democraticamente da molti elettori non può essere un argomento che la metta al riparo da critiche o visioni opposte: anzi, il grado di maturità di una democrazia si misura anche in base a quanto una minoranza può contestare una maggioranza. In quest’ottica è fin troppo facile per i due docenti difendere la loro libertà e la loro autonomia facendo riferimento alla Costituzione e alla libertà di ricerca. Soprattutto, non esiste la “stragrande maggioranza” di cui parla Petazzoni, dato che alle politiche del 4 marzo la Lega non ha superato il 50% dei consensi e non è nemmeno risultata primo partito: è, insomma, essa stessa tecnicamente una minoranza. Che la Lega sia oggi parte della maggioranza di governo è innegabile, ma questo non la rende automaticamente maggioranza del Paese. Anzi, questo modo di ragionare, che scambia la parte per il tutto, è proprio di quell’estrema destra che il testo dei due docenti associa alla Lega.

Ovviamente, è possibile sollevare qualche obiezione sull’opportunità politica di adottare un determinato testo in una facoltà, ma si entrerebbe così in tutt’altro ordine di ragionamento. Quale che sia la posizione in merito, però, risulta campata per aria la pretesa che il sapere debba essere imparziale. Non si capisce, infatti, come qualunque insegnamento, o docente, o scienza, tanto più se non si è nel campo delle scienze esatte, possa non essere in qualche modo portatore di una qualche visione del mondo.

La questione si fa ancora più spinosa quando Petazzoni si spinge a vedere nella critica alla Lega una mancanza di lealtà verso lo Stato di due docenti, e quindi di due dipendenti pubblici. Qui, infatti, la critica alla Lega viene letta come critica allo Stato. Il problema, però, è che (sempre in una democrazia matura, di cui prima) un partito non si identifica mai con lo Stato. Se infatti un partito è un’organizzazione che rappresenta determinati cittadini, nelle democrazie liberali lo Stato non si identifica mai con i singoli partiti, che anzi attraverso il Parlamento e le istituzioni tutte concorrono alla vita democratica. Non è un caso del resto che le uniche realtà in cui il Partito e lo Stato hanno coinciso sono stati i regimi totalitari del Novecento. Criticare un partito, anche se al Governo, non equivale in nessun modo a criticare lo Stato, e la confusione che emerge dalle dichiarazioni di alcuni leghisti in merito alla faccenda è abbastanza emblematica di un modo malsano di intendere la democrazia.

In effetti, le argomentazioni con cui si accusano gli autori del libro poggiano tutte su schemi di pensiero tipici della destra illiberale, in ciò confermando la tesi iniziale dei due docenti. Oltretutto, gli stessi schemi si attivano quando un leader di partito indossa divise di forze dell’ordine (che, sempre nelle democrazia liberale, tutelano tutti i cittadini e non sono strumentalizzatili da singoli) o quando si stabiliscono alleanze con partiti esteri che dichiarano espressamente di riconoscersi nell’estrema destra illiberale. Chiaramente, alla piena libertà dei docenti di criticare la Lega corrisponde la piena legittimità politica, da parte della Lega stessa, di prendere le sue posizioni, pur nei limiti e nelle forme della Costituzione. Ma in base a quale principio, criticare la Lega dovrebbe voler dire criticare lo Stato?

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/se-un-partito-diventa-stato-il-caso-del-libro-anti-lega/
4  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Le ricette che non hanno funzionato - Il Def e l’Italia inserito:: Aprile 16, 2019, 06:26:56 pm
Le ricette che non hanno funzionato

Il Def e l’Italia

Le due ore di pranzo di ieri tra il premier e i suoi due vice devono essere state incoraggianti. La soluzione per evitare l’aumento dell’Iva, per fare la flat tax, per scongiurare una manovra correttiva è stata individuata: «I soldi li troviamo dalla crescita», ha assicurato infatti Matteo Salvini. Solo che la crescita non c’è: a certificarlo è il governo stesso. Infatti il Def approvato in appena 35 minuti di Consiglio dei ministri inchioda l’aumento del Pil per l’anno in corso ad un misero 0,2 per cento.

Palazzo Chigi punta su misure in itinere per stimolare la spinta ai consumi e allo sviluppo.
Si vedrà. Tuttavia quegli stessi numeri – e mai più numeretti squadernano una realtà che dovrebbe preoccupare non poco, perfino togliendo loro il sonno, i due Lord protettori dell’esecutivo.

Perché il tasso di crescita stabilito originariamente dal ministro Tria era dello 0,1 per cento. E’ diventato lo 0,2 calcolando gli effetti del reddito di cittadinanza e di quota 100. In sostanza il peso di una piuma. Tradotto significa che i pilastri della narrazione gialloverde, i due totem issati sia nella campagna elettorale che nello scontro con la Ue fino al punto da rischiare la procedura d’infrazione, le due irrinunciabili misure scelte per testimoniare la bontà del “cambiamento”, di fatto non impattano nel corpo vivo del Paese. Non producono entusiasmi, non capitalizzano la fiducia dei cittadini né rassicurano i mercati visto che lo spread resta inchiodato a 250 punti.

Soprattutto quelle che nelle intenzioni dovevano testimoniare la concretizzazione delle promesse elettorali, alla prova dei fatti si dimostrano interventi che i cittadini e gli indicatori economici non considerano essenziali. Vuol dire che è stata sbagliata la lettura dei bisogni veri degli italiani.

Adesso in tanti aspettano il voto europeo per capire i possibili scenari. Ma qualunque sia il responso delle urne per governare sarà necessario ripartire dalla comprensione di ciò che è davvero urgente per l’Italia.

Da - https://ildubbio.news/ildubbio/2019/04/11/le-ricette-che-non-hanno-funzionato/
5  Forum Pubblico / CULTURA dall'èlite democratica, al mondo del lavoro. / ... quanto sappiamo sul metodo educativo di Maria Montessori (1870-1952). inserito:: Aprile 16, 2019, 06:24:58 pm
Un documento inedito innova, e per certi versi rivoluziona, quanto sappiamo sul metodo educativo di Maria Montessori (1870-1952).

Se grazie alle sue caratteristiche rivoluzionarie ha cambiato il modo di fare scuola, tuttavia il metodo Montessori non è del tutto improntato a una concezione laica come si potrebbe pensare. Come spiega Armando Torno sulla copertina della Domenica, a una prima e superficiale lettura il metodo sembra nato da concezioni illuministiche, convinte della bontà naturale dell'uomo, il quale commetterebbe il male a causa delle ingiustizie sociali. Un metodo che ha trovato applicazione in scuole di molti Paesi, anche extraeuropei (Usa, Canada, India e Giappone), e che già nella prima metà del ‘900 fu considerato il principale esperimento di una pedagogia nuova. Detto in breve, esso intende la scuola non come la casa “per” bambini, ma “dei” bambini; la trasforma in un ambiente adatto alla libera esplicazione della loro attività. La maestra non insegna ma assiste individualmente i suoi scolari, mentre si esercitano spontaneamente con il materiale didattico.

Ora la pubblicazione del testo inedito di una conferenza del 10 giugno 1921, dal titolo “La Storia - La Libertà – Il Peccato Originale” mostra come per la Montessori la dottrina cristiana del peccato originale non fosse in contraddizione con il suo metodo educativo. Nota con incisività la Montessori: “Non avremmo noi forse commesso l'errore di giudicare il bambino rispetto a noi stessi anziché rispetto al disegno divino? (…) Nella Creazione la Bibbia dice che l'uomo fu fatto a immagine ed a somiglianza di Dio; e il peccato originale ha scomposto questo divino disegno? Noi però dobbiamo coll'educazione assecondare la grazia redentrice dovuta al Cristo, per cercare di ricondurre l'uomo nei limiti del primitivo disegno, cioè all'immagine di Dio”. Più avanti: “Per lo stesso peccato la carne del bambino è soggetta al dolore della malattia, ma ciò non toglie che il suo corpo sia la più ammirabile fattura di Dio”.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti.
Da – ilsole24ore.com
6  Forum Pubblico / ECONOMIA / FRANCESCO SPINI. “Una follia i rimborsi a pioggia ai cittadini traditi dalle ban inserito:: Aprile 13, 2019, 02:06:06 pm
“Una follia i rimborsi a pioggia ai cittadini traditi dalle banche”

Versione integrale dell’intervista a Davide Serra (Algebris): «Temo che il Paese si schianti sul debito. Investiamo in Italia ma nel mondo ci chiedono perché. Il Creval? Due o tre anni per le nozze. Sì a Unicredit-Commerzbank. Sull’asse tra Cdp e Elliott in Tim non cambio idea: è un’onta per il Paese»

Pubblicato il 07/04/2019 - Ultima modifica il 07/04/2019 alle ore 07:00

FRANCESCO SPINI
INVIATO A CERNOBBIO (COMO)
«Rimborsare a pioggia indiscriminatamente chi ha perso i soldi nelle banche è una follia», scandisce Davide Serra mentre si prende una pausa dal Workshop Ambrosetti, a Cernobbio. Come la gran parte degli imprenditori e dei finanzieri presenti, anche il numero uno di Algebris manda siluri al governo: «Sono molto preoccupato, temo che l’aereo Italia vada a schiantarsi», dice.

Dottor Serra, perché è una follia ripagare tutti?
Il meglio delle opinioni e dei commenti, ogni mattina nella tua casella di posta
«Se un risparmiatore subisce un torto è giusto che possa far valere i propri diritti di fronte a un arbitro, a una commissione. Ma rimborsare tutti, senza che sia provata un’anomalia nella vendita dei titoli, è aberrante. È populismo puro, significa comprare voti».

Ma i casi di risparmiatori caduti nelle vicende bancarie sono moltissimi.

«Ridare i soldi a tutti senza distinzioni significa incentivare il gioco d’azzardo. Come si fa a dire a chi paga le tasse che, con i suoi soldi, si rifonde magari un imprenditore che aveva messo diverse migliaia di euro in una banca perché rendeva molto? Se rendeva molto, è perché era più rischiosa. In molti casi si tratta di rimborsare scommesse perse. Sono coinvolti migliaia di risparmiatori? Anziché inutili “navigator”, il governo assuma gente per vagliare caso per caso».

Come finirà l’Italia dei gialloverdi?
«Con i governi Renzi e Gentiloni avevamo ogni giorno 725 nuovi posti di lavoro, con questi ne perdiamo 415. Il deficit prima saliva mediamente di 3 miliardi al mese, ora avanza di 6. La mia paura è che l’aereo si schianti».

Cosa può succedere?
«Nel momento in cui il debito non sarà più sostenibile il governo sarà obbligato a fare manovre correttive. Facendo i bulletti a Bruxelles non si va da nessuna parte, anche perché il voto non cambierà significativamente il quadro in Europa».

Da investitore si tiene alla larga dall’Italia?
«Al contrario. Su 10 miliardi di dollari liquidi, ne abbiamo investiti 2 proprio in Italia, il 20%. Tantissimo, se conta che il Paese pesa per l’1,5% del Pil globale. Investiamo in titoli subordinati di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Generali, oltre che in sofferenze bancarie da crediti immobiliari. Tutto questo però ci costa un supplemento di spiegazioni in giro per il mondo».

In che senso?
«Un esempio tra tanti: sei mesi fa a Tokyo ho dovuto passare il 40% del tempo a spiegare perché abbiamo una parte così rilevante delle nostre attività finanziarie investite in Italia».

C’è speranza che con Brexit Milano diventi un’alternativa a Londra?
«Chi può scappa da Londra e Milano è una città internazionale, proiettata oltre l’Italia. Ma le società che devono spostare i soldi cercano uno Stato che abbia un merito di credito a doppia o tripla A. L’Italia, invece, paga la sua tripla B e una minore capacità, rispetto ad altri, di sapersi proporre come alternativa».

Anche lei da settembre lei è tornato in Italia. Cosa l’ha indotta a tornare?
«Ricordo che il giorno di Brexit ero al “Wall Street Journal Ceo council”, che riuniva i primi 150 amministratori delegati inglesi a Londra. Il ministro dell’Industria fece questo commento: “In Inghilterra abbiamo molti premi Nobel, non tutti si chiamano Scott o Smith. Nonostante ciò, sono benvenuti”».

Nessuno è perfetto, anche tra i premi Nobel.

«Ma la cosa che più mi ha scioccato ha riguardato i miei bambini, inglesi al cento per cento, passaporto britannico, vincitori di borse di studio. Il giorno dopo il referendum la preside della loro scuola mi ha chiamato e mi ha detto: “Non vi preoccupate, per voi ci sarà sempre posto”. Evidentemente nella sua testa qualcosa era cambiato: noi siamo europei e di cognome non facciamo Smith. Londra è una città cosmopolita, ma è stata sdoganata una forma di discriminazione. Che colpisce anche i dual citizen, quelli che come me hanno una doppia cittadinanza».

Torniamo in Italia. Ritiene che i tempi siano maturi per un nuovo consolidamento bancario?
«In Italia ci sono quasi 20 mila sportelli, con il digitale però tutto è cambiato. Bisognerà ridurre i costi fissi, le filiali e, spiace dirlo, si dovrà trovare qualcosa da fare alle persone che vi lavorano. Prima del consolidamento, però, i bilanci dovranno essere in ordine».

Ora non lo sono?
«Il sistema ha superato l’emergenza, anche se per 5-10 anni dovremo continuare a pulire i bilanci, ancora gravati da 250 miliardi di esposizione tra sofferenze e inadempimenti probabili. Sono ancora pari a due volte e mezzo il capitale della banche, che è di 100 miliardi. Ma, ripeto, l’emergenza è passata».

Non crede che la possibile mossa di Unicredit su Commerzbank sia un modo di Mustier per spostare il baricentro della banca in Germania?
«Lo conosco da vent’anni: Mustier crede nell’Italia più degli italiani. In realtà un’eventuale aggregazione tra Commerzbank e Hvb (la banca tedesca del gruppo italiano, ndr) avrebbe senso industriale più che una combinazione tra Commerzbank e Deutsche Bank. Quest’ultima è un’operazione della politica tedesca per, in un certo senso, salvare Deutsche Bank e trovare un aiuto statale per 30-40 mila esuberi. Sotto il cappello di Unicredit, invece, in Germania nascerebbe un nuovo campione nazionale gestito dai manager di Commerz, con belle sinergie industriali».

Siete azionisti del Credito Valtellinese: il 2019 sarà l’anno buono per le nozze?
«Penso che il nuovo ad Luigi Lovaglio farà un buon lavoro, ma credo che ci vorranno due o tre anni perché la banca torni commercialmente valida. Ha però un vantaggio: sta in una bellissima zona geografica».

Dove peraltro c’è un’altra banca, la Popolare di Sondrio, che resterà cooperativa ancora per un po’, se non per sempre. Che cosa ne pensa del dietrofront di questo governo sulla conversione in Spa delle popolari?
«Se guardo alle recenti crisi bancarie, erano tutte popolari: Vicenza, Veneto Banca, le 4 banche, la stessa Credito Valtellinese. È un modello di governance che non funziona. Poi la Sondrio è una di quelle banche virtuose che ha fatto bene. Ma è un’eccezione. E comunque anche lei avrebbe vantaggi nel dotarsi di una diversa corporate governance. Perché se sei bravo, non temi nulla».

Ultima domanda su Tim. Un anno fa disse peste e corna sull’appoggio di Cdp al fondo Elliott per strappare il controllo ai francesi di Vivendi. Si è ricreduto?
«Ancora oggi penso che la decisione di Cdp di votare con Elliott resterà come una delle grandi onte del Paese. La politica industriale va fatta apertamente, non legandosi a un campione del mordi e fuggi, cui non importa nulla dell’Italia. Vivendi vive di Media e telecomunicazioni. Elliott non ha bisogno né dell’Italia né di alcun asset italiano».

 Licenza Creative Commons

Da - https://www.lastampa.it/2019/04/07/economia/una-follia-i-rimborsi-a-pioggia-ai-cittadini-traditi-dalle-banche-lWrBF83od2h6F9h6fPh2tN/pagina.html


7  Forum Pubblico / ECONOMIA / Enrico Grazzini. Debito pubblico, l’Italia non cresce ormai da troppi anni. Ma.. inserito:: Aprile 13, 2019, 02:04:15 pm
Debito pubblico, l’Italia non cresce ormai da troppi anni. Ma una soluzione c’è (e non è convenzionale)

Economia & Lobby | 10 Aprile 2019

Enrico Grazzini
Giornalista economico e saggista
Durante l’ultimo Forum Ambrosetti, che all’inizio di aprile ha visto riuniti a Cernobbio molte delle personalità più illustri della politica e dell’economia italiana, è stato presentato uno studio sul debito pubblico italiano. Ma questo studio fornisce conclusioni fuorvianti se non totalmente sbagliate.

Senza dubbio la pesante zavorra che rischia di affondare l’economia italiana è il debito pubblico, pari nel 2018 al 132% del prodotto interno lordo, ovvero a 2.317 miliardi. Ambrosetti rileva giustamente che “nel lungo periodo, la condizione fondamentale affinché un debito pubblico sia sostenibile è che il tasso di crescita dell’economia sia superiore al tasso d’interesse”. Il problema di fondo è che l’Italia non cresce da molti, troppi anni. Ambrosetti lamenta il fatto che l’Italia non cresce perché la produttività non aumenta, gli imprenditori fanno pochi investimenti e ci sono troppo pochi laureati. E indica che, se la crescita rimarrà pari a zero o quasi, allora il debito (che continua ad aumentare sia in valore assoluto che in percentuale sul Pil) prima o poi diventerà insostenibile. Siamo quindi sull’orlo di una nuova gravissima crisi.

Però Ambrosetti non spiega come dare una scossa per fare ripartire l’economia. Non comprende che il vero grande problema è la caduta verticale della domanda aggregata (composta da consumi, investimenti, spesa pubblica ed export) e non la carenza di capacità produttiva, come dimostra l’avanzo commerciale con l’estero. Alla fine il rapporto Ambrosetti consiglia di abbassare il debito grazie all’aumento dell’avanzo primario, come del resto suggeriscono anche Carlo Cottarelli, tutti gli economisti convenzionali e le istituzioni che hanno provocato la grave crisi in cui viviamo, come in primis Bankitalia, l’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. L’avanzo primario, nella contabilità nazionale, è la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per gli interessi sul debito pubblico. Le entrate dello Stato derivano prevalentemente dalle tasse e dai contributi sociali; le spese sono invece quasi totalmente per i servizi sociali (sanità, istruzione, sicurezza, pensioni, ecc). Per lo studio Ambrosetti la soluzione per diminuire il peso del debito pubblico è quella di tagliare “quelle parti della spesa corrente (al netto quindi della spesa sanitaria e previdenziale) che possono essere ridotte”.

Tutti sono evidentemente d’accordo a eliminare gli sprechi della spesa pubblica! Il problema è che in sostanza si suggerisce di tagliare la spesa pubblica corrente – cioè in pratica gli stipendi degli insegnanti, dei magistrati, dei poliziotti, dei militari, ecc. – mentre si dovrebbero invece aumentare gli investimenti pubblici. Implicitamente lo studio suggerisce la stessa vecchia e suicida ricetta dell’“austerità espansiva” recentemente rilanciata – dopo i grandiosi fallimenti del governo Monti – dal trio Alesina, Giavazzi, Favero nel loro ultimo libro intitolato Austerità. Una ricetta che ha già portato al disastro greco: tra il 2009 e il 2017 il rapporto debito/Pil in Grecia è salito dal 127% al 179% a causa del drammatico calo del Pil (-25%), nonostante “aiuti” della Troika per 310 miliardi di euro.


Austerità
Nel loro studio, i tre noti economisti bocconiani finalmente riconoscono che molto raramente le politiche di austerità mirate a ridurre i deficit pubblici hanno funzionato – negando implicitamente l’efficacia delle politiche di austerità espansiva che finora hanno suggerito – ma affermano anche che, se queste sono state in qualche caso efficaci, allora lo sono state non perché lo Stato abbia aumentato le tasse, ma perché ha tagliato la spesa pubblica corrente.

Queste tesi sono così tanto declamate da tutte le principali istituzioni nazionali e internazionali da essere diventate perfino banali. Ma sono sbagliate. E’ chiaro che gli sprechi dello Stato fanno male all’economia; ed è indiscutibile che il moltiplicatore degli investimenti pubblici sia più elevato di quello delle spese correnti. Ma il report Ambrosetti e il trio dei bocconiani tacciono su una questione fondamentale. L’Italia da 25 anni ha un saldo primario positivo: vale a dire che da 25 anni i contribuenti pagano più tasse di quanto lo Stato spenda per i servizi sociali a favore dei suoi cittadini. In sintesi, negli ultimi 20 anni, dal 1999 al 2018, lo Stato italiano ha realizzato saldi primari attivi per 650 miliardi (valori attualizzati al 2018) che però non sono bastati a pagare 1.650 miliardi di interessi agli operatori finanziari e alla speculazione.

Lo Stato, senza più sovranità monetaria, è continuamente costretto a chiedere soldi ai mercati finanziari per saldare il conto. Così il debito pubblico è passato da circa 1.770 a 2.310 miliardi di euro. I sacrifici e l’austerità non portano a nulla, anzi sono controproducenti (non per la speculazione, ovviamente!).

Il problema è un altro. Quello che lo studio Ambrosetti e il trio dell’austerità non dicono è che in Italia, per superare il loop mortale in cui siamo caduti – fare più debito per ripagare il debito -, occorre rilanciare urgentemente la domanda rimettendo in circolazione la moneta. Per creare ricchezza e fare ripartire le attività produttive occorre che ci sia un forte aumento dei redditi spendibili: senza domanda e senza consumi la produzione e gli investimenti non ripartono, e la produttività e la competitività decadono. Il problema è che in Italia tutti i canali convenzionali per aumentare la liquidità monetaria sono bloccati (a parte l’export, ma non si vive di solo export!). Lo Stato non può aumentare la sua spesa e fare più deficit perché altrimenti viene penalizzato dal mercato finanziario con l’aumento dello spread, e viene punito da questa Ue serva della disciplina teutonica.

La Bce per statuto non può finanziare gli Stati e le opere pubbliche. Le banche italiane, colpite dalla crisi che ha provocato montagne di crediti deteriorati, fanno credito con il contagocce, e anzi, non hanno ancora recuperato il livello pre-crisi dei prestiti. A questo punto al governo non resta che attuare una soluzione non convenzionale: quella di emettere dei titoli/moneta convertibili in euro da assegnare direttamente a famiglie, enti pubblici e aziende per aumentare il loro potere di acquisto, e per fare ripartire la domanda e quindi la produzione. Se la Bce non può fare helicopter money, è lo Stato che deve creare titoli/moneta (e può farlo senza uscire dall’euro).

Grazie,
Peter Gomez

Economia & Lobby | 10 Aprile 2019

Da - https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/04/10/debito-pubblico-litalia-non-cresce-ormai-da-troppi-anni-ma-una-soluzione-ce-e-non-e-convenzionale/5097331/?fbclid=IwAR1ybsqTDvBRIuvhHbEb-SCGtLTPto1x0Un1qRNE4k5E9OkjWmJJNiiPzQA
8  Forum Pubblico / AUTRICI e OPINIONISTE. / FRANCESCA SFORZA. La diplomazia giuridica, una risposta alle sfide globali inserito:: Aprile 13, 2019, 02:02:14 pm
La diplomazia giuridica, una risposta alle sfide globali
L’esportazione di modelli organizzativi e sistemi di valori come pratica per rimettere l’Italia al centro della scena internazionale

Pubblicato il 09/04/2019 - Ultima modifica il 09/04/2019 alle ore 21:49

FRANCESCA SFORZA
La “good governance” delle nuove questioni globali richiede istituzioni rinnovate, non tanto nella sostanza, quanto nella capacità di interagire fra loro in un modo più funzionale. Per questo oggi a Roma si è parlato di “Diplomazia giuridica”, titolo di un libro firmato da Alfredo Durante Mangoni, diplomatico e Giovanni Tartaglia Polcini, magistrato, e oggetto di una discussione che ha attraversato alcuni snodi fondamentali delle nostre istituzioni, dimostrando - come ha osservato il direttore della Stampa Maurizio Molinari, che ha moderato il dibattito - come da un libro si possa partire per dar vita a un laboratorio di idee”.

Ne hanno discusso, a Palazzo Giustiniani, il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni, la rappresentante speciale della Presidenza Osce per la lotta alla corruzione Paola Severino, il giudice costituzionale Francesco Viganò, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, e il procuratore nazionale Antimafia ed Anti-terrorismo Federico Cafiero De Raho.

Inizia la giornata con la Cucina de La Stampa, la newsletter di Maurizio Molinari
«Il diplomatico non è un giurista - ha osservato Elisabetta Belloni, aprendo la discussione - e ricordo ancora quando agli inizi della mia carriera l’allora segretario generale mi disse che ’il diplomatico è colui che sa niente di tutto’... Era un modo per dire che ci vuole una competenza che tenga insieme le varie possibili declinazioni dei settori istituzionali e che le faccia interagire nel modo più virtuoso possibile».

Una delle applicazioni più evidenti della diplomazia giuridica - ha spiegato Paola Severino, che ha curato la prefazione del libro - è proprio il settore dell’anticorruzione: “L’importanza di rimettere l’Italia al centro nella scena internazionale nella lotta ai fenomeni corruttivi passa anche attraverso la sistematizzazione di una materia così importante e delicata”. La promozione della lotta alla corruzione, infatti, coincide con la promozione e la difesa del sistema paese, dalla Business Integrity delle aziende alla trasparenza di norme e leggi.

«Sono molte le doglianze e le accuse che si sentono nei confronti della giustizia italiana - ha detto nel suo intervento Francesco Viganò - ma è bene anche concentrarsi sui suoi punti di forza: abbiamo discipline normative che sono veri prodotti da esportazione, soprattutto in America Latina, e che si pongono come promozione di una rule of law globale per i diritti”. Secondo Viganò infatti, “inglobare la tutela dei diritti fondamentali della persona nelle giurisprudenze è la vera sfida se si vuole essere efficaci nella lotta alla corruzione».

«La diplomazia giuridica - scrivono gli autori nell’introduzione - permette di traslare, condividere ed esportare norme, istituti, modelli organizzativi e sistemi di valori. Nella misura in cui individua e studia le best practices che si sono diffuse in una realtà specifica consente di anticipare scenari. Spesso avviene che modelli nazionali – indicati o riconosciuti come termini di riferimento – assurgano a standard nelle sedi multilaterali e, attraverso meccanismi convenzionali, finiscano per condizionare, permeandola, la legislazione nazionale di domani». «Perché se è vero che siamo il paese della mafia - ha osservato al proposito Raffaele Cantone - è vero anche che siamo il paese dell’antimafia, così come siamo allo stesso tempo il paese della corruzione e dell’anticorruzione, i cui sistemi e meccanismi vengono studiati in tantissimi paesi del mondo». Nel ricordare le tappe fondamentali che hanno scandito la storia dell’antimafia, il procuratore nazionale Antimafia ed Anti-terrorismo Federico Cafiero De Raho, ha voluto rievocare l’esperienza di Giovanni Falcone, mettendo l’accento «sull’importanza del soft power» che grazie a quell’esempio si impose nelle istituzioni del Paese.
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Da - https://www.lastampa.it/2019/04/09/italia/la-diplomazia-giuridica-una-risposta-alle-sfide-globali-YTD3cWAVIxWJkQhGWAUYvL/pagina.html

9  Forum Pubblico / LA POLITICA degli "ALTRI". / DOVE ABITA IL RADICALISMO? inserito:: Aprile 13, 2019, 02:00:41 pm
DOVE ABITA IL RADICALISMO?
   
GABRIELE AROSIO
6 aprile 2019

C’è un passaggio del Contratto di governo Lega-Cinque stelle che perentoriamente ordina “la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultano irregolari”.

Non è chi non veda che il termine “radicali” è assai generico applicato ad una religione.
Ci sono infiniti modi di declinarlo. Radicale è sicuramente chi predica il ritorno all’Islam delle “radici” o interpreta il Corano come “radice” della propria fede, ma questi sono modi che non costituiscono nessun reato.

Chi invece, dicendo di ispirarsi all’Islam, mette in essere atti violenti o terroristici non compie un reato perché “radicale”, ma perché attenta all’ordine pubblico.

Sarebbe stato più preciso l’uso del termine “associazioni islamiche fondamentaliste”?
Anche qui il termine non identifica immediatamente una religione che si fa minaccia concreta alla vita e alla libertà degli altri cittadini.

Però radicalismo e fondamentalismo sono sinonimi che si prestano a qualche considerazione.
Quando una religione diviene fondamentalista? Possiamo rispondere così: quando espunge la possibilità di un’interpretazione alla lettura dei propri testi sacri, ne compie una lettura letteralista priva di analisi e di argomentazione. E di conseguenza impone una sua verità cui ci si può solo adeguare. L’espressione più importante di una religione fondamentalista è il dogma.

Il fondamentalismo è nemico della cultura. Oliver Roy, grande conoscitore e interprete dei fenomeni religiosi del nostro tempo, parla di “santa ignoranza” [1] per classificare quelle religioni che avanzano “senza cultura”, senza intelligenza, prive di lettura simbolica del reale. Rifiutando ogni dialogo o contaminazione con l’arte, la letteratura, la poesia…viste come prodotti decadenti di un ateismo pericoloso.

Chiuso il convegno sulla famiglia di Verona e spenti i riflettori della polemica, qualche considerazione più pacata si può fare.

L’idea centrale è stata sicuramente questa: la famiglia è evento naturale.

Ecco questa è proprio un’idea fondamentalista. Priva di qualsiasi percorso culturale per leggere ad esempio i cambiamenti che nel corso della storia umana ha conosciuto la famiglia, la diversità del concetto di famiglia presso le infinite culture umane e religiose del mondo.

Massimo Recalcati, psicanalista e intellettuale, ha descritto così la riduzione di questa idea naturale della famiglia: “il mistero della generazione della vita e della sua accoglienza non può mai essere ridotto materialisticamente alle leggi della natura perché porta con sé quel miracolo della parola senza il quale l’umanizzazione della vita sarebbe semplicemente impossibile. Quale parola? Quella che davvero feconda la vita rendendola degna di vita, istituendola come vita di un figlio. Quella parola che nomina e riconosce in una vita particolare non la manifestazione anonima della natura, ma una vita umana, vita portata da un nome proprio. L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura”.

Che cos’è la parola se non cultura? Che cos’è la parola se non interpretazione, immaginazione, creatività?

Vien da dire ai leghisti nostrani: proprio sicuri che il fondamentalismo/radicalismo abiti solo nell’orto del vicino (musulmano)?

[1] Olivier Roy, La santa ignoranza. Religioni senza cultura, Feltrinelli

TAG: fondamentalismo, lega nord salvini, radicalismo, Religione e politica
CAT: Governo, Religione

Da - https://www.glistatigenerali.com/governo_religione/dove-abita-il-radicalismo
10  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / In Algeria nuovo venerdì di mobilitazione di massa contro il “Sistema” inserito:: Aprile 13, 2019, 01:57:54 pm
In Algeria nuovo venerdì di mobilitazione di massa contro il “Sistema”
L’Algeria in piazza per urlare l’ennesimo no ai passi compiuti dal regime (Foto Francesca Paci)

Pubblicato il 12/04/2019 - Ultima modifica il 12/04/2019 alle ore 12:18

FRANCESCA PACI
INVIATA AD ALGERI

L’Algeria torna in piazza stamattina per urlare l’ennesimo no ai passi compiuti dal regime verso le richieste di oltre venti milioni di abitanti (su 43 milioni) che da 22 febbraio scorso, ogni venerdì, riempiono le principali città del Paese decisi a non mollare la presa sul loro futuro. Sin dalle 8 di stamattina, mentre l’elicottero delle forze di sicurezza iniziava a sorvolare la simbolica piazza della Gran Poste, donne e uomini di tutte le età e di tutte le classi sociali erano già qui, a comprare cappellini e braccialetti con la bandiera nazionale, a intonare slogan contro il «pouvoir» («pouvoir assassin»), a ripetere che no, quanto ottenuto non basta, che la nomina del presidente ad interim e ex presidente del Senato Bensalah è un prolungamento del vecchio sistema, che le elezioni annunciate dal capo delle forze armate Gadi Salah per il 4 luglio non s’han da fare, che l’esercito deve rompere gli indugi e schierarsi con il popolo algerino.

I blindati e gli agenti in tenuta anti sommossa sono ovunque, intorno alla piazza e nei vicoli che s’inerpicano verso la leggendaria Casbah. Compatti, armatissimi, molto giovani. Ma i loro volti non raccontano la tensione che in queste stesse circostanze, negli anni passati, si vedeva invece su quelle dei loro colleghi egiziani, il riferimento al quale gli algerini non vogliono essere assolutamente associati perché ripetono di aver imparato la lezione di piazza Tahrir e di averla elaborata insieme ai fantasmi della guerra civile. I poliziotti per ora, sembrano sorridere, si tolgono le mascherine, si guardano intorno. Fino adesso le proteste sono andate avanti pacificamente e la risposta delle forze dell’ordine è stata tranquilla, con l’unica eccezione di martedì scorso quando ai giovani inferociti per l’annuncio delle elezioni che non riconoscono la polizia ha replicato con idranti, gas lacrimogeni, tensione non compressa.

Basta aggirarsi per i giardini, sulle scalinate intorno alla piazza, nei caffé (aperti) delle strade laterali, per vedere famiglie, nonni e nipoti, eleganti signori con bastoni d’altri tempi e ragazze con i jeans strappati, hijab e capelli lunghissimi sciolti. C’è confidenza nell’aria. Per quanto da ieri sera si respirasse una cappa grave sul Algeri, al pensiero del venerdì annunciato come il più massiccio dall’inizio della rivolta, nata contro il quinto mandato del malatissimo ormai ex presidente Bouteflika, il sole bacia una distesa umana festante. La giornata è lunga, ammettono i manifestanti. E però si spera. Le cantilene si moltiplicano contro il «pouvoir» ma non ci sono sigle politiche, neppure dell’opposizione. Alcuni leader dei partiti, come Zouibra Assoul, hanno affiancato la protesta ma a titolo personale. La piazza rifiuta l’idea stessa di leader, anche perché ha paura di bruciarsi. L’unico «padre» riconosciuto per ora, è l’avvocato Mostefa Bouchachi, un dissidente interdetto dalla tv pubblica per 25 anni e ricomparso di colpo nelle ultime tre settimane sull’onda di «purificazione» dal passato che ha travolto anche i media di Stato.

Passano le ore e la Gran Porte si carica, riflettendo nel Mediterraneo volti e voci di questo popolo giovane, con gli under 30 che superano il 70%, con un posto fisso nella top 15 dei Paesi adagiati su gas e petrolio ma con un salario medio di 150 euro al mese compensato dai lauti sussidi per l’istruzione, l’elettricità e la salute con cui, si dice oggi tra la gente, si è comprato finora la pace sociale. «Qui non si muore di fame ma si muore di mancanza di dignità», dice Sabrina fotografando i connazionali con il telefonino. Nessuno vuole tornare indietro e confida in cuor suo che come si e’ rotto il muro della paura si stia sgretolando la compattezza del regime, che pian piano ha concesso l’impensabibile, poco ma impensabile nel passato. E’ un giorno storico, per Sabrina e per tutti questi algerini che sognano di iscrivere i venerdì dell’orgoglio nella Storia nazionale come una vittoria pacifica, merce rara nella regione.
 Licenza Creative Commons

Da - https://www.lastampa.it/2019/04/12/esteri/in-algeria-nuovo-venerd-di-mobilitazione-di-massa-contro-il-sistema-WiNu3QalwLzGXBGG1mIFVJ/pagina.html
11  Forum Pubblico / L'ITALIA DEMOCRATICA (Laica, Indipendente) è in PERICOLO. / COSA È LA DEMOCRAZIA DIGITALE E PERCHÉ È AL CENTRO DELLA STRATEGIA DI CASALEGGIO inserito:: Aprile 13, 2019, 01:56:45 pm
COSA È LA DEMOCRAZIA DIGITALE E PERCHÉ È AL CENTRO DELLA STRATEGIA DI CASALEGGIO

STEFANO CONSONNI
11 aprile 2019

Martedì 9 aprile a Bruxelles all’interno di una conferenza organizzata dal Movimento 5 Stelle, Davide Casaleggio porta come punto centrale del programma europeo pentastellato il tema della democrazia digitale. Afferma che “internet è ormai una tecnologia matura” ed è necessario pensare a nuovi modi di gestire i diritti del cittadino che diventa in larga parte cittadino digitale. Fa l’esempio del diritto all’oblio oggi “nelle mani di Google o Facebook” che fungono da tribunali, “sono loro” dice Casaleggio, “che decidono se un’informazione va eliminata dalla rete oppure no. Nel 2016 solo Google ha ricevuto 500 milioni di richieste di rimozione di contenuti, un miliardo sono state le richieste nel 2017″. Forse se il giudizio su un tema squisitamente giuridico è in mano a soggetti privati qualcosa non va.

Secondo il deus ex machina del Movimento 5 Stelle la soluzione è costruire la cittadinanza digitale attraverso cui ogni individuo può esercitare i propri diritti in una realtà in cui non c’è più differenza tra mondo digitale e fisico. Per cominciare Casaleggio suggerisce di concentrarsi su tre pilastri: la conoscenza, ossia permettere alle persone di interagire con il web in modo consapevole; l’accesso gratuito a internet negli spazi pubblici; la costruzione di identità digitali che permettano ad ognuno di dimostrare la propria identità in qualsiasi momento durante la navigazione.

Alla base di tutto, c’è l’idea di destino su cui si fonda il Movimento 5 stelle: l’inveramento della democrazia digitale, diretta e partecipata attraverso cui sono i cittadini ad essere artefici del proprio futuro.

Infatti, viene spiegato durante l’evento, il termine democrazia digitale farà parte del nome della nuova formazione politica europea a cui il M5S sta lavorando insieme ad altri per contrastare il fronte sovranista (alleato di Governo in Italia).

Ma che cos’è la democrazia digitale? Diciamo, per essere chiari, che non è stata inventata da Casaleggio e che le idee di cui si fa portatore e che spesso causano scalpore e indignazione nel giovane ma vecchio elettorato di sinistra e nel conservatorismo di destra sono studiate nelle Università di tutto il mondo (solitamente quelle che guardano al futuro). Meno nelle facoltà umanistiche del vecchio continente ferme all’800 e più nei centri d’eccellenza americani e inglesi, oltre che chiaramente dai futurologi della Silicon Valley.

A tal proposito, è recentemente uscito un bel libro sul futuro della politica scritto da Jamie Susskind, un giovane avvocato con un passato da ricercatore al Berkman Klein Center for Internet and Society dell’Università di Harvard dal titolo “Future Politics: Living Together in a World Transformed by Tech”. Susskind non ha nessun dubbio nel sostenere che il futuro della politica sta nella regolazione del suo rapporto con la tecnologia. Si potrebbe dire che il cuore della democrazia digitale potrebbe essere identificato proprio in questo, ossia nella modalità di connessione e regolazione di questi due poli.

Tuttavia, definire il concetto di democrazia digitale non è facile per via del fatto che la democrazia è un insieme di pratiche, strutture, istituzioni e movimenti. Per semplificare possiamo dire che per democrazia digitale si intende la pratica della democrazia attraverso l’utilizzo di strumenti digitali e tecnologie con l’obiettivo di allargare e intensificare la partecipazione democratica.

Possiamo distinguere sostanzialmente due modelli di democrazia digitale: diretta e partecipata. Nel libro Susskind approfondisce anche i concetti di data democracy e AI democracy ma dal mio punto di vista si tratta di sovrappiù tecnologici che andrebbero ad innestarsi su processi che fanno riferimento ai modelli di democrazia diretta e partecipata a meno di sostenere un processo decisionale automato, dove la tecnica decide per noi.

Iniziamo dal primo modello. La democrazia diretta pura prevede che i cittadini partecipino al processo di decision-making legislativo al posto dei rappresentati politici eletti per farlo.

Un tempo, quando i maggiori teorici della democrazia moderna come Jean Jacques Rousseau, Thomas Hobbes, John Locke e Montesquieu riflettevano sui concetti di volontà generale, di libertà, di patto sociale e di bilanciamento dei poteri dello Stato democratico, non era immaginabile che a decidere la miglior legge possibile sarebbe stata tutta la popolazione riunita in assemblea. L’ipotesi era stata considerata ma subito accantonata come folle, in quanto avrebbe scatenato caos e inefficienza.

Tuttavia, nella digital-lifeworld come la chiama Jaime Susskind (dove esisterebbe un sistema-piattaforma digitale integrato), non servirebbe riunirsi fisicamente in assemblea per votare in tempo reale. Non è difficile immaginarsi che giornalmente ci arrivi una notifica sullo smartphone avvisandoci sulle questioni su cui è necessario votare ed entro quando. Le notifiche sarebbero accompagnate da un’introduzione generata attraverso l’intelligenza artificiale in grado di sintetizzare il senso del provvedimento e le argomentazioni pro e contro. Per esempio, il sistema ci potrebbe chiedere di votare sulla necessità o meno della Tav oppure se un nuovo programma scolastico debba essere introdotto o meno.

Applicazioni che permettono di votare su singole issue esistono già e un esempio è Agoravoting ad oggi maggiormente utilizzata in strutture private. Tuttavia, perché la pratica dell’e-voting venga generalizzata e magari estesa alla prassi politica è necessaria maggior fiducia degli utenti verso strumenti che necessitano di continui miglioramenti, soprattutto dal punto di vista della sicurezza.

Comunque sia, in futuro i problemi non saranno certo di natura tecnica. Il vero tema è se riteniamo la democrazia diretta una pratica desiderabile. L’argomento più famoso a sfavore della democrazia diretta pura pone la seguente domanda: Non è rischioso che ognuno di noi sia abilitato a decidere in merito a politiche pubbliche complesse e su cui non ha le adeguate competenze?

In realtà, il problema sussiste laddove si richiede un’applicazione della teoria pura della democrazia diretta. Alternativamente, esistono modelli di democrazia diretta parziale in cui per esempio i cittadini possono votare sulle questioni su cui veramente desiderano partecipare. Magari in base alla geografia (voglio votare su una questione che riguarda Milano, la città in cui vivo), alla competenza (voglio votare su un tema che riguarda l’industria energetica su cui studio da trent’anni) o all’interesse (voglio votare su una questione che impatta l’agricoltura, settore in cui ho un’azienda).

Questo è solo un esempio di possibile governance di un sistema di decision-making diretto, possiamo immaginarne altri, per esempio di delegare il nostro voto non solo ai politici ma a chiunque riteniamo in grado di prendere una decisione su un dato argomento. Invece di astenerci su questioni su cui non abbiamo competenze, potremmo decidere di delegare il nostro voto a persone di cui ci fidiamo. Su un provvedimento legato alla sicurezza nazionale posso pensare di delegare un ufficiale che ha servito l’esercito per anni o uno studioso di scienza militare. Lo stesso può accadere per una misura che riguarda la pianificazione urbana dove posso delegare il voto per esempio ad un archistar.

Anche in questo caso, una piattaforma digitale che ricalca questo modello esiste già e si chiama DemocracyOS.

Tra l’altro quando si parla di democrazia diretta si pensa sempre a qualche cosa di distante nel tempo mentre invece non è così. Tanto è vero che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini non è stato processato per il caso Diciotti per via dell’esistenza di Rousseau, la piattaforma di democrazia diretta e partecipata del Movimento 5 Stelle recentemente multata dal Garante della privacy per problemi tecnici che consentirebbero potenzialmente la manipolazione dei voti.

Infatti, il problema della democrazia diretta ammesso sia auspicabile, riguarda lo stabilire una serie di regole condivise sull’utilizzo delle piattaforme pubbliche o partitiche, sulla loro governance, sulla sicurezza del voto e sul trattamento dei dati degli utenti che non può ricalcare il modello estrattivo di Google, Amazon e Facebook perché pericoloso e contrario ai principi democratici.

Il secondo modello di democrazia digitale non si focalizza sull’eliminazione o riduzione del ruolo della rappresentanza ma piuttosto sul contributo della popolazione allo sviluppo delle politiche pubbliche e prende il nome di democrazia partecipata o Wikidemocracy.

Anche qui, potremmo immaginate che il popolo italiano invece di aver delegato i padri costituenti per la stesura della Costituzione italiana avesse provato a riunirsi in assemblea e scrivere la Costituzione attraverso il contributo delle idee di tutti. Anche qui, evidentemente il caos e tempi biblici.

Tuttavia, l’invenzione del software wiki ha permesso a persone lontane fra loro di lavorare insieme creando contenuti e dandosi una serie di regole per governare la propria collettività. Pensate al progetto di Wikipedia, chiunque può decidere liberamente di dare il proprio contributo al sapere enciclopedico. Un altro esempio sono i software open source come Linux, il cui codice è curato da circa 12,000 contributor, i quali lavorano con il presupposto che ogni problema può essere risolto solo se abbastanza persone ci lavorano.

I modelli di produzione e raccolta di contenuti dal basso si dividono sostanzialmente in due: laddove c’è una collaborazione senza un controllo dall’alto si può parlare di common based-peer production o di open source production. Laddove invece si riscontra un maggior controllo top-down si parla di crowdsourcing.

Attraverso questi modelli la politica può richiedere alla cittadinanza di contribuire ai disegni di legge, decidere le priorità dell’agenda politica e sviluppare nuove proposte di policy.

Ci sono diversi esempi di wikydemocracy nazionale e locale in giro per il mondo: nella Repubblica Cinese, la piattaforma sperimentale di consultazione vTaiwan consente ad un ampio pubblico di partecipare a un processo continuo di identificazione dei problemi. Finora, alcune questioni nazionali, tra cui la regolamentazione della telemedicina, l’istruzione online, il telelavoro e l’utilizzo di Uber sono state discusse con oltre 200.000 persone partecipanti.

In Islanda, Better Reykjavik è una piattaforma web di crowdlaw per la generazione di idee e per il crowdsourcing delle politiche pubbliche che consente ai cittadini di presentare e discutere idee relative ai servizi e alle proposte per la città di Reykjavik. Il sito web è stato utilizzato dal 20% della popolazione islandese e oltre la metà dei registrati lo utilizza regolarmente.

Esistono piattaforme di Wikidemocracy in Brasile, Madrid, Torino, Francia, Parigi, Estonia, Finlandia, UK. Per una conoscenza più approfondita dei fattori critici e di successo delle piattaforme in utilizzo nei diversi Paesi del mondo rimando alla ricerca Digital Democracy: The tools transforming political engagement della Fondazione Nesta UK.

Tuttavia, la teoria della Wikidemocracy, così come quella della Democrazia diretta, presenta diverse difficoltà di applicazione di cui riporto un elenco non esaustivo di seguito:

• Richiede ai partecipanti una grande quantità di tempo per poter lavorare in piattaforma;

• Non tutti i cittadini si sentono a proprio agio nell’editare un disegno di legge;

• Guardando ad un futuro che in realtà è già presente, nel caso in cui la legge sia progressivamente implementata attraverso il software, di cui sono un esempio pratico gli smart contract (legge dello Stato contenuta nel Decreto Semplificazione del Governo Conte), le persone che hanno dimestichezza con la scrittura del codice informatico sono solo una minima parte della cittadinanza.

• In ultimo, ed è questa l’argomentazione più convincente dal punto di vista politico, nel caso in cui una persona non condivida il principio alla base di una proposta di policy non si comprende in che modo possa esprimere il proprio contributo. Per esempio: come posso contribuire ad una proposta sulla legalizzazione della droga se non ne condivido il principio alla base?

Le difficoltà nell’applicazione della Wikydemocracy sono certamente rilevanti. Tuttavia, secondo Susskind, trattandosi di uno sviluppo inevitabile, dovremmo iniziare ad immaginare un modello di wikydemocracy che abbia alla base una Costituzione chiara, basata su regole chiare relativamente a quali leggi possono essere editabili, come e quando, in quale misura e sotto quali etichette possono essere inserite le modifiche.

Per concludere, vista la crisi che sta attraversando il sistema democratico in termini di fiducia nelle istituzioni e di partecipazione alla vita democratica e vista la prospettiva di un futuro a sempre più alta intensità tecnologica, penso si possa dire che ci troviamo in uno spazio bianco della storia che può essere paragonato a quello vissuto dai padri della democrazia moderna e rappresentativa. In questo spazio bianco, termine usato dal filosofo Carlo Sini per identificare un momento storico in cui l’egemonia di un sistema concettuale frana perché uno nuovo sta prendendo il suo posto, occorre scrivere nuove regole in grado di normare la democrazia digitale e più in generale il rapporto tra politica e tecnologia.

TAG: AI, casaleggio, democrazia digitale, elezioni europee 2019, europee, Future Politics, Jamie Susskind, m5s, piattaforme, politica, tecnologia

Da - https://www.glistatigenerali.com/partiti-politici_scienze-sociali/cosa-e-la-democrazia-digitale-e-perche-e-al-centro-della-strategia-di-casaleggio/
12  Forum Pubblico / ARLECCHINO e i CITTADINI dell'Ulivo Selvatico - L'Ulivastro. / Il pensiero della libertà e i suoi (nuovi) nemici inserito:: Aprile 13, 2019, 01:54:03 pm
Rileggiamoli insieme

Il pensiero della libertà e i suoi (nuovi) nemici

   In tempi di postdemocrazia, in cui un Potere sempre più pervasivo sta transumando dai luoghi ai flussi virtuali e materiali, due saggi – “Storia del liberalismo europeo” di Guido De Ruggiero e “Passioni e vincoli. I fondamenti della democrazia liberale” di Stephen Holmes – ci aiutano a riscoprire il valore del dissenso critico in versione liberale, come ermeneutica del sospetto per fronteggiare il Leviatano.

Di Pierfranco Pellizzetti

«I liberali diffidano dell’eccessivo potere dell’autorità fondato sulla tradizione, su valori irrazionali o sulla forza, e vi si oppongono»1
Isaiah Berlin

«Gli stessi contestatori, quando fanno sentire la loro voce, sono prigionieri del mondo delle immagini creato dalla prodigiosa espansione dei media e della comunicazione elettronica»2
Marc Augé
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Guido De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Feltrinelli, Milano 1962
Stephen Holmes, Passioni e vincoli – i fondamenti della democrazia liberale, Edizioni di Comunità, Torino 1998

La libertà, religione o dissenso?

Nel 1925, in piena fase di consolidamento del regime fascista, veniva pubblicato il saggio di De Ruggiero. Testo in controtendenza, non solo – ovviamente – rispetto alla deriva liberticida imboccata dal nostro Paese, ma anche nei confronti di una prevalente lettura del Liberalismo, officiata in prima persona da Benedetto Croce, che ne forniva una versione intrinsecamente conservatrice; largamente tributaria dello storicismo hegeliano e della sua attitudine giustificazionista dell’esistente (“tutto il reale è razionale” in quanto pensato). Appurato che – per dirla con Karl Löwith - «in Hegel il processo storico viene inteso secondo il modello di una progressiva realizzazione del regno di Dio e la filosofia della storia come una teodicea»3.

Impostazione dominante tra i sedicenti “liberali” italiani della cattedra e del Palazzo, mai diventata fenomeno di massa, che troverà il proprio manifesto nel 1932; quando Don Benedetto darà alle stampe la sua celebre “Storia d’Europa nel secolo Decimonono”, in cui si teorizza l’ossimoro bizzarro – in relazione a un pensiero ad altissimo tasso di laicità – della “libertà come religione”: «laddove quella liberale dimostrò la sua essenza religiosa con le sue proprie forme e istituzioni, e, nata e non fatta, non fu un’escogitazione a freddo e di proposito, tantoché, dapprima credé persino di poter convivere con le vecchie religioni o venir loro compagna, complemento ed aiuto. In verità, si contrapponeva ad esse, ma, nell’atto stesso, le compendiava in sé e proseguiva: raccoglieva, al pari dei motivi filosofici, quelli religiosi del passato prossimo e remoto, accanto e sopra di Socrate poneva l’umano-divino redentore Gesù»4.

Appunto, rispetto a siffatta impostazione germanofila (e credente), il liberalismo di De Ruggiero è di tutt’altro conio; attento a una lezione anglosassone che all’epoca trovava i suoi riferimenti italiani in due pensatori autorevoli quanto fuori mainstream – Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi – e in un precocissimo editore torinese, poco più che ventenne, il quale fungeva da loro collegamento intellettuale: Piero Gobetti.

In particolare la filiera liberale/liberal-socialista, che da John Stuart Mill arriva a Leonard Trelawny Hobhouse, primario ispiratore di Carlo Rosselli, sviluppando con grande determinazione la tematica antiautoritaria; di chiara impronta progressista: «secondo Mill – scrive Hobhouse -in una democrazia il pericolo più grande era quello della tirannia della maggioranza»5. Il “dispotismo del costume”6, con le parole dello stesso Stuart Mill.

Dunque la libertà, in quanto diversità legittimata, scopre automaticamente il valore della critica e accredita il conflitto quale irrinunciabile motore di cambiamento. Il Liberalismo come punto di incontro di teorizzazioni diverse che perseguono l’apertura della società attraverso la mobilità sociale e la circolazione delle idee, promossa da un’epistemologia fallibilistica (il metodo dibattimentale alla ricerca del verisimile). Esattamente il contrario rispetto al conservatorismo statico dell’hegelo-crocianesimo. Del resto confermato anche dai passaggi biografici: se nel dopoguerra Guido De Ruggiero sarà uno dei fondatori del Partito d’Azione, Benedetto Croce ricoprirà la carica di presidente in quel Partito Liberale, ricettacolo di agrari e rentier, che il nuovo segretario Giovanni Malagodi – come si disse – “affittò alla Confindustria” (inducendo la scissione della componente legata a il Mondo di Mario Pannunzio che darà vita al Partito Radicale pre-Pannella).

Una riflessione polifonica che articola in pensiero e azione il significato delle grandi rotture del Moderno: la natura plastica della società riorganizzabile mediante politiche. «L’idea prometeica di futuro progettabile attraverso l’uso pubblico della ragione (Immanuel Kant), la dialettica tentativi/errori (“congetture e confutazioni” per Karl Popper), l’innovazione come effetto prezioso delle sperimentazioni da parte di minoranze anticonformiste (Stuart Mill). Alla fin fine, l’incessante domandare di Socrate riportato a nuovo»7. La scoperta del ruolo razionalizzante degli interessi, rispetto alle passioni dell’Ancien Régime, ispiratrice di un piccolo, straordinario, saggio di Albert Otto Hirschman8; ripreso da Holmes nel titolo del suo testo in esame.

Quello strappo rispetto all’ordine tradizionale che De Ruggiero farà risalire alla riforma protestante: «abbiamo indicato nel principio del libero esame la fonte non solo della libertà religiosa ma di tutto il Liberalismo moderno»9.

Addomesticare il Leviatano

Prosegue De Ruggiero, «il non conformismo (il Dissent) è la spina dorsale del Liberalismo inglese […] Le sette dissidenti sono comunità libere, animate da spirito calvinistico, la cui fortuna è affidata alla iniziativa individuale, alla concorrenza»10.

Tema sviluppato un quarto di secolo fa da Stephen Holmes, Professor of Law della New York University, riandando alle sorgenti del Liberalismo come riflessione critica sull’essenza del Potere. Al tempo dell’ordine statuale instaurato dalle Paci di Westfalia (1648). Partendo dal suo massimo teorico agli albori dell’età rivoluzionaria – Thomas Hobbes – interpretato quasi come una sorta di pre/proto-liberale.

Se il Leviatano, mostro biblico dalla mille teste, è stato evocato quale metafora dell’Assolutismo che tiene a bada l’umana ferinità, per la generazione successiva il problema è incanalare gli interessi dei governanti fino a farli coincidere artificialmente con quelli dei governati. Tanto da far scrivere a Holmes che «il concetto di interesse individuale universale costituisce il fondamento antropologico della democrazia»11. Ergo, «non diversamente dal Grande Inquisitore, brillantemente modellato su di loro, le élite politiche hanno sempre sostenuto che le masse dell’umanità sono fondamentalmente incapaci e stupide, sicché hanno bisogno di essere governate. I liberali hanno fatto propria questa tesi, ma nel contempo l’hanno universalizzata: al pari degli uomini comuni anche i governanti hanno bisogno di essere governati […] La democrazia liberale tende a collocare i responsabili in posizioni facilmente ispezionabili»12. L’ispezionabilità del Potere.

Il dissenso critico in versione liberale come ermeneutica del sospetto per tenere a bada lo stesso Leviatano mediante regole e bilanciamenti (Montesquieu), dinamiche sociali (Tocqueville). Secondo la tesi fondamentale di Baruch Spinoza che «un potere limitato è più forte di un potere illimitato»13. In sostanza, la critica (attiva) dei rapporti di dominio, che sino all’instaurazione delle plutocrazie borghesi si concentrava sul Leviatano politico. In seguito economico.

Ciò per dire che il passaggio alla Seconda Modernità (o Postmoderno) coincide con la transizione del Capitalismo amministrato (dalla politica democratica) in quello sregolato; dove le gerarchie del comando si ribaltano stabilendo l’incontrastata primazia della possessività. Un tema che scorre lungo l’intera traiettoria del pensiero liberale. Dal tempo delle rivoluzioni che a tale principio si richiamano. Come dice Thomas Piketty: «alla fine del XVIII secolo, le rivoluzioni americana e francese hanno entrambe affermato il principio assoluto dell’uguaglianza dei diritti. Ma, nella pratica, i regimi politici nati dalle due rivoluzioni hanno più che altro concentrato la loro attenzione, nel corso del XIX secolo, sulla protezione del diritto di proprietà»14.

Libertà o possessività?

Facciamo ancora un passo indietro rispetto a Piketty. Secondo gli storici del pensiero è negli anni della Grande Insurrezione inglese (la guerra civile, endemica o combattuta, grosso modo proseguita dagli anni Quaranta del XVII secolo fino alla Gloriosa Rivoluzione del 1689) che avviene la saldatura concettuale tra proprietà e libertà. Quanto il politologo dell’Università di Toronto Crawford Macpherson definirà “individualismo possessivo”; una sorta di ideologia della Gentry, alla guida del processo rivoluzionario, per promuovere la propria condizione sociale: «la mobilità della classe in ascesa, basata su profitti commerciali o industriali»15. Sintesi che rispondeva all’esigenza – ben presente in John Locke – di assicurare attraverso la tutela della proprietà la necessaria autonomia dell’individuo rispetto ai condizionamenti del potere regio. Ma che inoculava nella moderna teoria liberal-democratica un germe il cui sviluppo avrebbe generato contraddizioni: «questo aspetto possessivo si trova in una concezione dell’individuo inteso essenzialmente come proprietario della propria persona o delle proprie capacità per le quali nulla deve alla società»16.

L’accantonamento della concezione di individuo come un tutto morale, come parte di un tutto sociale più ampio, che produrrà – soprattutto nel pensiero anglosassone – la contrapposizione culminata nell’affermazione di Margaret Thatcher “la società non esiste”. Nella biforcazione radicale (e antagonistica) tra due apparenti assonanze: Liberalismo e Liberismo; la libertà declinata nell’eguaglianza contro il privilegio posizionale, praticato nel mercato quale decisore di ultima istanza. Con una battuta: la torma dei fanatici “liberisti da Guerra Fredda” (i mercatisti austriaci tipo Friedrick Hayek e la Chicago School di Milton Friedman) scagliati contro il newdealismo riformista di John Maynard Keynes. Ma già il nostro De Ruggiero aveva consapevolezza dell’aporia, ricordando come Kant «riconosca che in natura vi può essere un mio e un tuo soltanto provvisori, cioè un possesso, non una proprietà»17. Chiude il cerchio Holmes: «affermare che il conflitto tra libertà e uguaglianza enfatizzato dai liberisti va posto sullo stesso piano dei molteplici conflitti tra libertà e libertà significa sdrammatizzarlo e porlo nella giusta luce. Ma soprattutto significa mostrare che si può essere, nello stesso tempo, ugualitaristi e liberali – come avviene, per esempio, quando si adotta la prospettiva rawlsiana [John Rawls, autore con “Una teoria della giustizia ” del grande libro liberale di fine Novecento, ndr ]»18. Secondo quanto ha recentemente scritto Axel Honneth, la fratellanza iscritta nella triade sugli stendardi del 1789 che diventa “accomunazione” nel passaggio «dall’uno-con-l’altro all’uno-per-l’altro»19.

Nella consapevolezza – liberale – che il Leviatano non è più statalista, bensì si è fatto plutocratico; mentre il Politico diventava subalterno all’Economico nell’attacco allo Stato democratico (nelle sue funzioni regolativa e distributiva), che nel Novecento assumeva sempre di più il ruolo dell’antemurale dei diritti sociali.

Psicosi complottiste, furori accaparrativi

I nemici storici del Liberalismo si chiamavano Anarchia e Tirannide. Nella consunzione dell’ordine westfaliano, che vede l’usura della forma-Stato e l’ascesa parossistica dell’accumulazione di ricchezza sulla punta estrema nel vertice della piramide sociale (l’1% della plutocrazia finanziaria), gli avversari di sempre assumono profili nuovi. Sfuggenti e ancora largamente non identificati. Anche perché il Dominio sta transumando dai luoghi ai flussi; tanto virtuali come materiali.

Solo un accenno alle nuove sfide in atto in due ambiti primari: la ripartizione tra i poteri in campo, il passaggio capitalistico dall’investimento industrialista all’accumulazione logistica.

Prima sfida, da Montesquieu ai tycoons dell’etere e ai “signori del silicio”: la veneranda separazione delle funzioni - in reciproco bilanciamento - tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario è stata soppiantata da quelle – tra loro colluse – di Mediatico, Finanziario e Governamentale (la premiership personificata, che sussume l’intero governo). Un assetto postdemocratico (le elezioni ridotte a gare tra marchi) che sta scivolando nella Democratura (lo svuotamento delle regole ridotte a guscio vuoto, sottomesse all’arbitrio di oligarchie autoritarie; da Trump a Putin, Orban o Erdogan). Con un di più, in quanto a produzione di inquietudine: nella dinamica collusiva di cui si diceva, la crescente privatizzazione della sicurezza attraverso le tecnologie della tracciabilità e dei Big Data, che monetizzano l’informazione a scopo di sorveglianza. La nascita di immensi apparati di controllo che, col pretesto della lotta al crimine e al terrorismo producono quanto il massmediologo di Stanford Evgeny Morozov definisce “asimmetria epistemica”, il nuovo Panopticon hi-tech: «l’iper-visibilità del singolo – registrata da ogni dispositivo intelligente – va di pari passo con la crescente iper-invisibilità di tutti gli altri attori. I governi continuano a secretare sempre più documenti e appaltare la proprie funzioni a società private non tenute a ubbidire alle leggi sulla libertà di informazione. Le aziende fanno di tutto per insabbiare le reali conseguenze delle loro attività e diffondono deliberatamente ignoranza finanziando ricerche pseudo-scientifiche di dubbia affidabilità. E Wall Street produce in serie strumenti così poco trasparenti da sfuggire a qualsiasi tentativo di comprensione»20.

Altro giro, altra sfida: il nuovo modo di produrre basato sul decentramento transnazionale e sul just-in- time promuove la logistica - da Cenerentola di fabbrica che era – ad anello centrale della supply chain, con effetti che trasformano radicalmente l’economia e cancellano il lavoro come soggetto antagonistico per il riequilibro/contenimento delle logiche capitalistiche. Infatti «la rivoluzione logistica ha trainato una riorganizzazione il cui obiettivo strategico è sincronizzare le dissonanze del mondo globale al ritmo costante delle catene del valore e della produzione»21. Difatti in nessun modo i “corridoi” lungo i quali scorrono i flussi delle merci, ridisegnando la geografia fisica e politica, dipendono da decisioni frutto di processi democratici. Tutto discende dal nuovo potere rappresentato dai Grandi Player, grazie ai quali emerge una sorta di autoreferenziale “sovranità multimodale e interoperabile”, pervasa dalle priorità di un’egemonica ragione logistica.

Dunque, sfide epocali alle pre-condizioni stesse della libertà, nella misura in cui la natura camaleontica di un Potere pervasivo rende problematico l’esercizio della critica e l’individuazione del chi o che cosa con cui confliggere. Ma qui siamo. Il campo su cui la libertà gioca la sua partita in stretta alleanza con la democrazia; intesa come il governo attraverso processi discorsivi che legittimano il dissenso (non certo una semplice conta delle teste!). E ancora una volta valgono le parole di quello che potrebbe essere considerato il massimo intellettuale del Novecento, il liberale John Maynard Keynes: «la transizione dall’anarchia economica a un regime che mira deliberatamente al controllo e alla direzione delle forze economiche nell’interesse della giustizia e della stabilità sociale presenterà difficoltà enormi. Ritengo tuttavia che il vero destino del nuovo liberalismo consista nel tentare di risolverle»22.

NOTE
1I. Berlin, Tra filosofia e storia delle idee, Ponte alle Grazie, Firenze 1988 pag. 88
2M. Augé, Futuro, Bollati Boringhieri, Torino 2012 pag. 65
3 K. Löwith, Significato e fine della storia, il Saggiatore, Milano 2015 pag. 71
4B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1965 pag. 21
5L. T. Hobhouse, Liberalism, Sansoni, Firenze 1973 pag. 89
6J. S. Mill, On Liberty, Sansoni, Firenze 1974 pag. 110
7P. Pellizzetti, Libertà come critica e conflitto, Mucchi, Modena 2012 pag. 71
8A. O. Hirschman, Le passioni e gli interessi, Feltrinelli, Milano 1979
9G. De Ruggiero, Storia, cit. pag. 21
10Ivi pag. 113
11S. Holmes, Passioni, cit. pag. 37
12Ivi pag. 8
13S. Holmes, Anatomia dell’antiliberalismo, Comunità, Milano 1995 pag. 77
14T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014 pag. 747
15C. B. Macpherson, Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese, Mondadori, Milano 1982 pag. 207
16Ivi pag. 27
17G. De Ruggiero, Storia, cit. pag. 29
18S. Holmes, Passioni, ivi pag. 346
19A. Honneth, L’idea di socialismo, Feltrinelli, Milano 2016 pag. 33
20E. Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio, Codice, Torino 2017 pag. 89
21G. Grappi, Logistica, Ediesse, Roma 2016 pag. 219
22J. M. Keynes, Sono un liberale? Adelphi, Milano 2010 pag. 170

(12 luglio 2017)

Da - http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-pensiero-della-liberta-e-i-suoi-nuovi-nemici/?fbclid=IwAR2LtkrHVRLD0IHrN_3kJ-f55qIaAcqrHJoxtJ_1tJoL1x_6bC2y2Hw9eNg#.XJPriEujAKA.facebook
13  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / “L’Italia rompa gli indugi e riconosca Guaidò presidente del Venezuela” inserito:: Aprile 13, 2019, 01:51:27 pm
“L’Italia rompa gli indugi e riconosca Guaidò presidente del Venezuela”

A chiederlo il presidente della Camera di commercio italo-venezuelana, Alfredo D'Ambrosio

Di MARCO GRITTI
11 aprile 2019, 10:53
“In Venezuela è in corso una guerra dell’elettricità e dell’acqua”. Alfredo D’Ambrosio, presidente della Cavenit, la Camera di commercio italo-venezuelana, definisce così la situazione del Paese sudamericano sprofondato nella crisi politica all’inizio del 2019.

Parla di economia, D’Ambrosio, e delle condizioni in cui operano i soci affiliati alla storica istituzione (è stata fondata nel 1954) che gestisce.

“Sono circa 750”, spiega lui, e agiscono in settori che spaziano “dall’agroalimentare, pasta, riso, lavorazione di prodotti lattiero-caseari e salsicce” alle infrastrutture come “ferrovie, dighe, ospedali”.

E poi ancora “trasporti, in particolare la costruzione di rimorchi e semirimorchi e il montaggio di camion e autobus”, energia elettrica e petrolifera, fino alla “produzione di scarpe e stivali di sicurezza”.

Imprese che fanno i conti con gli effetti dello scontro istituzionale esploso tre mesi fa, il 10 gennaio quando, terminato il primo mandato presidenziale, Nicolas Maduro si è insediato a Caracas per il bis.

Un’operazione osteggiata dall’opposizione e dal presidente del Parlamento venezuelano, Juan Guaidò, che si è così proclamato presidente ad interim, fino cioè a nuove elezioni.

Una situazione che, dopo i primi giorni di colpi di scena, sembra essersi paralizzata, cristallizzata.

“I blackout hanno decimato la produzione e i colectivos ci assaltano”
La crisi politica venezuelana sta danneggiando gravemente la popolazione da diversi punti di vista, da quello che riguarda sicurezza sociale, violenza e sostentamento, alle emergenze sanitarie e migratorie.

Gli effetti però si stanno facendo sentire fortemente anche sull’economia, compresi gli affari degli imprenditori italiani o oriundi, cioè figli o nipoti di connazionali emigrati.

“Le imprese del settore privato non vanno oltre il 20% della propria capacità, di quanto cioè producevano anche solo tre o quattro anni fa”, spiega D’Ambrosio.

Il motivo è proprio il “taglio all’elettricità che impedisce di lavorare”.
Il primo blackout imposto dal governo risale a inizio marzo; nelle ultime ore il Paese è di nuovo ripiombato nel buio.

“Nelle zone con meno elettricità c’è il far west – commenta il presidente della Cavenit – A Valencia (nel nord del Paese, a 170 chilometri dalla capitale Caracas, ndr) di notte circolano le bande armate, i cosiddetti colectivos, che assaltano la zona industriale e portano via i macchinari. Molti soci ci hanno detto che oramai dormono armati nelle aziende per proteggere i propri beni”.

Il messaggio al governo: “Farsi trovare pronti o ci rimetteremo”
Una situazione quasi insostenibile, eppure gli imprenditori non cedono: “Appartengono alla classe media, per questo motivo hanno deciso di non andarsene da un giorno all’altro”.

Resistono, insomma, aspettando tempi migliori: “Paradossalmente, con quanto accaduto dalla proclamazione di Guaidò, negli ultimi mesi è rinata una speranza – spiega D’Ambrosio - Ci vorrà del tempo, forse più di quanto auspicavamo, ma prima o poi la situazione cambierà”, costringendo cioè Maduro e la sua politica a farsi da parte.

Nel frattempo, però, secondo D’Ambrosio occorre gettare le basi per il futuro e il compito è del governo italiano: “Ci preoccupa il suo atteggiamento, il non voler riconoscere Guaidò – afferma – Se continuerà a mantenere una posizione ambigua le nostre aziende ci rimetteranno”.

In che senso? “La nuova classe politica venezuelana preferirà andare con i governi stranieri che hanno fatto qualcosa per lei in questi mesi”.

L’immobilismo del nostro Paese, secondo il presidente della Camera di commercio italiana di Caracas, non starebbe insomma aiutando. “Lo faremo presente alla militanza dei Cinque Stelle a cui stiamo preparando una lettera – afferma D’Ambrosio – Occorre anche saper cogliere il momento: quando è caduto Jimenez (il dittatore venezuelano di metà secolo scorso che venne sollevato nel ‘58, ndr) ci fu una sorta di ritorsione contro gli italiani perché il suo governo era il loro principale datore di lavoro. Per cinque o sei anni la nostra comunità fu mal vista”, conclude. Per evitarlo, dunque, sarebbe meglio “farsi trovare pronti”.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
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Da - https://www.agi.it/estero/venezuela_guaido-5305930/news/2019-04-11/
14  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / Con Rahul l’India torna sotto il segno dei Gandhi? inserito:: Aprile 13, 2019, 01:50:33 pm
Con Rahul l’India torna sotto il segno dei Gandhi?

Figlio di Sonia e di Rajiv, guida l’opposizione al nazionalista Modi. Può avere un solo obiettivo: il governo

Di NUCCIA BIANCHINI
11 aprile 2019, 07:08

Rahul Gandhi, l'ultimo rampollo della dinastia politica Nehru-Gandhi, spera di scrivere una nuova pagina di storia riportando al potere in India il partito del Congresso.

Nel lungo processo elettorale che comincia domani e andrà avanti fino al prossimo 19 maggio, Rahul, figlio, nipote e pronipote di primi ministri indiani, è alla sua prima grande sfida come leader dell'opposizione.

Figlio dell'italiana Sonia, vedova di Rajiv, Rahul, single 48enne, è da poco più di un anno alla guida del più importante partito indiano, culla della sua famiglia allargata, il cui destino glorioso e tragico si mescola con quello dell'India.

Un incarico che quando era entrato in politica, nel 2004, aveva rifiutato sostenendo di non sentirsi pronto. Adesso l'erede della grande dinastia politica si troverà di fronte alla formidabile macchina politica del partito nazionalista indù del premier uscente, Narendra Modi.

Il potere non è più un veleno
In tunica bianca, spesso con una barba di tre giorni, Rahul per diverso tempo è stato percepito come un dilettante: e invece ha studiato pazientemente all'ombra di sua madre Sonia e finalmente, quando ha assunto la guida del Congresso alla fine del 2017, si è buttato anima e corpo nell'arena politica indiana.

Sono lontani i tempi in cui paragonava il potere a un "veleno" e nei cablogrammi diplomatici americani veniva definito "un abito vuoto".

Nato e cresciuto per governare, Rahul Gandhi ha dato diversi grattacapi negli ultimi mesi ai nazionalisti indù del Bharatiya Janata Party (BJP), che hanno inflitto al Congresso una serie di umilianti sconfitte: ha impedito loro di prendere il controllo del Karnataka; inflitto una battuta d'arresto nelle regioni del Rajasthan, del Madhya Pradesh e del Chhattisgarh, tre Stati che saranno cruciali anche per le elezioni generali, e dove il BJP aveva fatto il pieno di voti nelle legislative del 2014.

Infine, nel settembre 2016, ha ingaggiato una violenta polemica con Modi sull'acquisto di 36 velivoli Rafale francesi: lo ha accusato di aver privilegiato, come partner del produttore francese Dassault, il conglomerato privato di un magnate indiano a spese di un'azienda pubblica.

Una polemica che non ha avuto strascichi legali ma che ha contribuito a offuscare l'immagine del premier, presentato come alleato dei ricchi e dei potenti.

Agli avversari viene facile attaccare il 'principe', rampollo di una delle più potenti famiglie del Paese ed educato in una bolla d'oro, in netto contrasto con le origini popolari di Modi.

I suoi detrattori gli hanno appiccicato un soprannome, "pappu", che sta per idiota. E lui ha replicato in un discorso memorabile in Parlamento: "Puoi insultarmi, chiamarmi 'pappu', non ho una briciola d'odio verso di te", ha scandito, prima di attraversare l'emiciclo per abbracciare un infastidito Narendra Modi.

Fedele seguace del Mahatma Gandhi, di cui non è parente,  Rahul sostiene che è proprio il suo insanguinato passato che gli ha fatto capire che "la violenza non è mai la soluzione".

Nato il 19 giugno 1970, il nome Gandhi gli deriva dalle nozze della nonna, Indira Nehru, figlia dell'eroe dell'indipendenza e primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, con Feroze Gandhi nel 1942. Era il nipote preferito di Indira e aveva 14 anni quando, nel 1984, la nonna fu assassinata dalle sue guardie del corpo Sikh, nella residenza dove il primo ministro viveva con la sua famiglia; 20 anni quando suo padre Rajiv fu ucciso in un attentato suicida nel 1991.

Pur traumatizzata da queste morti violente, la madre Sonia si fece convincere a prendere le redini di un partito moribondo e ne è rimasta alla guida fino al 2004, sostanzialmente governando nell'ombra il Paese per oltre un decennio.

Ora ci prova Rahul, che ha fatto della lotta alla povertà uno dei principali obiettivi della sua campagna elettorale. Il Congresso promette un reddito minimo garantito per 50 milioni di famiglie se vince le elezioni.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.

Da - https://www.agi.it/estero/india_rahul_gandhi-5306221/news/2019-04-11/
15  Forum Pubblico / ECONOMIA / Francesco Riccardi. Economia inclusiva. Più uguaglianza col giusto lavoro inserito:: Aprile 10, 2019, 11:42:38 pm
Economia inclusiva. Più uguaglianza col giusto lavoro

Francesco Riccardi domenica 24 marzo 2019

Le proposte del Forum Disuguaglianze e Diversità: contratti collettivi per tutti, salario minimo e cittadinanza attiva nell'impresa
   
L’estensione erga omnes dei contratti collettivi; l’introduzione di un salario minimo (ma non troppo); il contrasto al mancato rispetto di questi stessi minimi. E ancora, il sostegno all’acquisto delle aziende in difficoltà da parte dei dipendenti e – novità più importante – l’istituzione di Consigli del lavoro e di cittadinanza nelle imprese. Sono questi i cinque “pilastri” o meglio le cinque linee di azione relative all’ambito lavoro su cui si articola la proposta del Forum Diseguaglianze e Diversità, che saranno presentate domani a Roma e che Avvenire può anticipare. L’obiettivo generale, spiegano gli animatori del ForumDD – la Fondazione Basso, ActionAid, Caritas Italiana, Cittadinanzattiva, Dedalus Cooperativa sociale, Fondazione di Comunità di Messina, Legambiente, Uisp e un nutrito gruppo di ricercatori e accademici impegnati nello studio della disuguaglianza e delle sue conseguenze negative sullo sviluppo – è quello di «ridare potere negoziale e di partecipazione al lavoro. Intervenendo sia per assicurare dignità al lavoro, sia per promuovere partecipazione strategica, autonomia e democratizzazione nel governo dell’impresa», si legge nell’articolato programma per questa parte curato da Daniele Checchi e Lorenzo Sacconi. La mèta da raggiungere in questo caso è assicurare una remunerazione dignitosa a chiunque lavori, con qualsiasi contratto, e concorrere a ridurre le diseguaglianze retributive. La prima azione individuata, utile anche a evitare un indebolimento della rappresentanza sindacale e della contrattazione, è perciò quella di estendere “erga omnes” cioè a tutti i lavoratori di un dato settore la validità del contratti collettivi firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative, in modo da evitare la proliferazione dei cosiddetti “contratti pirata”.

Si tratta anche di dare finalmente attuazione a quanto previsto dall’articolo 39 della Costituzione, con un intervento legislativo che recepisca un accordo tra le parti per la misurazione della effettiva rappresentatività delle singole organizzazioni. Obiettivo non difficile da raggiungere, dopo il “Patto per la fabbrica” firmato poco più di un anno fa da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil che prevede un’analoga regolazione legislativa, prevedendo un criterio di misurazione della rappresentanza che combina numero degli iscritti con i risultati delle elezioni delle Rsu e ne affida la custodia e l’applicazione al Cnel. Compiuto questo «primo e indispensabile passo», la seconda fondamentale azione sarebbe l’introduzione di un salario minimo legale che agirebbe in particolare nei segmenti di occupazione non regolati da contratto collettivo e come valore di riferimento per i lavoratori autonomi ma con scarso potere contrattuale. Il tema non è del tutto inesplorato, se ne dibatte in Italia almeno dal 2014 e in Parlamento ci sono cinque proposte di legge, di cui due al Senato già in discussione, con M5s e Pd che propongono una soglia di 9 euro rispettivamente lordi e netti. La proposta del Forum DD mira più in alto, ipotizzando un «livello di partenza non inferiore a 10 euro, corrispondenti per un lavoratore a tempo pieno a circa 20-22mila euro lordi l’anno». Dopo l’introduzione per legge, però, l’aggiornamento del salario minimo legale sarebbe affidato a una commissione composta da esperti, rappresentanti di governo e parti sociali. Il livello proposto a 10 euro l’ora è molto alto, pari a circa il 90% del salario mediano, contro il 40-60% adottato nei 22 Paesi su 28 dell’Unione Europea che già lo prevedono. Inoltre, non vengono previsti livelli inferiori per giovani o apprendisti (come avviene in molti Paesi, ultima a farlo la Germania) per «non creare una segmentazione artificiale del mercato del lavoro, con tutte le potenziali trappole di povertà che ne conseguono». Così pure – altra scelta netta – il valore di 10 euro sarebbe uguale in tutto il territorio nazionale senza differenziazioni tra Nord e Sud come previsto invece, ad esempio, nelle proposte di legge di Fratelli d’Italia e di Liberi e uguali, che inseriscono nel calcolo i differenziali dei livelli occupazionale, di produttività e costo della vita. «Un falso problema, perché il minor peso dei prezzi al Sud è in realtà compensato dalla maggiore spesa che i cittadini devono sostenere nel Mezzogiorno a causa della minore e peggiore offerta di servizi pubblici», spiega Fabrizio Barca, già ministro per la Coesione territoriale e tra i coordinatori del Forum DD. «Come diceva Paolo Sylos Labini, 'le imprese lavorano per il bene comune se non gli è più concesso di fare profitti pagando bassi salari'». Infine, perché queste due proposte, una volta realizzate non rimangano solo sulla carta, viene sottolineata l’esigenza di potenziare e meglio coordinare i servizi ispettivi di Inps, Inail e Ministero del Lavoro.

Per favorire la partecipazione, poi, si punta a sostenere e valorizzare i “Workers buy out”, cioè l’acquisto da parte degli stessi dipendenti delle imprese in crisi o in difficile transizione. Un’alternativa in positivo ai fallimenti che andrebbe favorita «rafforzando le linee di intervento della legge Marcora, la formazione delle competenze manageriali dei dipendenti e premiando fiscalmente gli stessi lavoratori impegnati nelle operazioni di acquisto e rilancio», si legge nel rapporto. La proposta più interessante, impegnativa e potenzialmente rivoluzionaria è però l’istituzione dei Consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa. Per realizzare l’obiettivo di una partecipazione strategica dei lavoratori e degli altri stakeholder (portatori di interesse) alle decisioni dell’impresa, si propone l’istituzione per legge di Consigli appunto nei quali siano rappresentati tutte le tipologie di lavoratori afferenti a una determinata azienda assieme a rappresentanti delle comunità locali di insediamento, utenti e consumatori. Il funzionamento e i poteri di questi Consigli potrebbero poi essere oggetto di accordi e contrattazione, ma entro regole generali stabilite dalla norma appunto, come la nomina di uno o più componenti del Consiglio d’amministrazione della società collegata, l’obbligo di informazione e consultazione su tutte le materie strategiche e di cogestione su questioni come i livelli occupazionali, le mansioni dei lavoratori, le delocalizzazioni, i piani di remunerazione, il welfare aziendale. Nella proposta, molto articolata, del Forum DD si stabilisce in quali casi ci sia il diritto/ potere di esprimere una proposta o controproposta e forme di codecisione, la possibilità di porre veti che di fatto bloccherebbero le scelte dei Consigli d’amministrazione fino al raggiungimento di un’intesa. Al di là dei particolari, si tratterebbe certamente di un netto riequilibrio di poteri fra imprese e azionisti da una parte, lavoratori, clienti e comunità locali dall’altro. Un’ampia cessione di sovranità da parte dei primi, in cambio però di una vera e solida partecipazione dei secondi. A tutto vantaggio di uno sviluppo più innovativo, democratico e sostenibile.
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