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1  Forum Pubblico / MONOCULTURA è un RECINTO, CULTURA è ANDARE OLTRE. / Istoria della Compagnia di Gesù inserito:: Giugno 24, 2019, 12:10:13 pm
Escono, nei Millenni Einaudi, i volumi dell'Istoria della Compagnia di Gesù dedicati alla presenza dell'ordine di Sant'Ignazio nel continente asiatico. E' l'occasione per leggere un'altra bella “lezione di storia” scritta da Massimo Firpo, docente di Storia moderna all'Università di Torino e alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Al centro della narrazione c'è la figura del gesuita Daniello Bartoli. Bartoli fu chiamato a Roma con l'incarico di scrivere l'Istoria e con la proibizione di predicare ulteriormente. Attese a tale compito dal 1649 al 1673. Divisa in sezioni secondo un criterio geografico adottato poi dalla storiografia gesuitica, l'opera era così divisa: L'Asia uscì nel 1653, ampliata nel 1656 e 1667 (8 libri, a parte fu pubblicata la Missione al gran Mogor del padre Rodolfo Aquaviva, 1653), Giappone (5 libri, 1660), Cina (4 libri, 1663), Europa (suddivisi in due parti: Inghilterra, 6 libri, 1667, e Italia, 4 libri, 1673). L'edizione de L'Asia che sta per uscire nei Millenni Einaudi è la prima concepita con criteri critici. E' curata da Umberto Grassi con la collaborazione di Elisa Frei, l'introduzione è di Adriano Prosperi.
Letterato più che storico, spiega Massimo Firpo ai lettori della Domenica, in trent'anni di instancabile lavoro Daniello Bartoli scrisse l'Istoria asiatica. E proprio perché il Bartoli fu letterato più che storico, quest'opera risulta di piacevole lettura in virtù di una prosa elegantemente barocca, ma al tempo stesso tenuta a freno dall'educazione classica dell'autore e dal suo genuino sentire religioso, una prosa raffinata, lucida e al tempo stesso creativa, ricca di grandi capacità evocative dei lontani mondi che l'autore non aveva mai visto, ma che nelle lettere inviate a Roma dai suoi confratelli aveva saputo percepire. Non a caso ne fu grande ammiratore Giacomo Leopardi, a giudizio del quale il Bartoli era stato addirittura il Dante Alighieri della prosa italiana. Inesauribile fu la ricchezza del lessico di Daniello Bartoli, «grande predicatore e docente di retorica prestato alla storia», come scrive Prosperi nella sua densa introduzione, che scaturiva anche dalla necessità di descrivere e raccontare cose nuove, nuovi paesaggi, nuovi modi di navigare, di vestire, di abitare, di organizzare la vita sociale, di praticare i culti religiosi.
Quella narrata dal gesuita ferrarese con profondo orgoglio di appartenenza alla Compagnia ignaziana era dunque l'epopea dei gesuiti in Asia, incentrata sulle eroiche imprese e gli strabilianti miracoli di Francesco Saverio, che dopo aver lasciato l'India, chiusa al cristianesimo dal suo rigido sistema castale, si era illuso che il Giappone avrebbe potuto essere terra di agevole conquista alla vera fede. Era però morto miseramente a 46 anni in un'isola al largo di Canton nel 1552, l'anno in cui nasceva in Italia Matteo Ricci, il suo più grande continuatore, per essere poi canonizzato nel 1622, insieme con Ignazio di Loyola. Un'epopea tuttavia i cui successi erano e sarebbero stati esili e precari, non solo per la crescente egemonia asiatica delle potenze protestanti, Olanda e Inghilterra, ma soprattutto perché alla fin fine la fede cristiana sarebbe stata respinta da culture troppo diverse e troppo ricche di storia e identità per poterla accettare.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore
2  Forum Pubblico / POLITICA di CENTRO e di SINISTRA! / Pd plurale e unito? Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni inserito:: Giugno 24, 2019, 12:07:52 pm
Pd plurale e unito?

Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni

18 Giugno 2019

E’ stata una buona discussione, una riunione in cui tante persone hanno potuto prendere la parola in un clima di normale confronto tra idee e posizioni anche diverse. Dopo giorni di tensione, Zingaretti è riuscito a dimostrare che il Pd – se vuole – può essere un partito al tempo stesso unito e plurale. La sua relazione ha contribuito non poco a creare le condizioni per un dibattito vero, non diplomatico, ma privo di quelle asprezze che tanti nostri militanti ieri ci hanno detto di non sopportare più. Una parte delle minoranze congressuali ha apprezzato esplicitamente toni e contenuti del ragionamento che oggi il segretario ci ha sottoposto.

Abbiamo di fronte una nuova destra, radicale e demagogica, che ha saputo raccogliere consensi anche in vaste aree popolari. Le ricette che propongono sono nella maggior parte dei casi illusorie e sbagliate e il messaggio culturale che mandano al Paese è di chiusura e di arretramento su molti fronti. I risultati elettorali – tra luci e ombre – ci dicono che c’è ancora molto da fare ma anche che il Pd è l’unica forza attorno alla quale si può costruire un’alleanza alternativa alla destra di Salvini. Banalmente un Pd che su ogni scelta si dividesse e si lacerasse al suo interno, anziché trovare i luoghi per confrontarsi e trovare punti di sintesi, sarebbe inservibile rispetto a questo obiettivo.

L’unità dunque non è un orpello, o una concessione ai nostri militanti ed elettori arrabbiati e stufi. Ma l’unità non può essere finto unanimismo.

Su un punto oggi in molti hanno ripreso l’analisi del segretario laddove ha riaffermato che non intende rinunciare alla “vocazione maggioritaria” cioè a ricostruire un partito (perché il Pd ha bisogno di essere ricostruito) che non rinunci a parlare a tutta la società, complessa, articolata, frantumata di oggi. Tradotto un Pd che non vuole ritagliarsi un magari comodo ma piccolo spazio a sinistra ma che torna a pensare e a pensarsi come il luogo di incontro di diverse culture riformiste: quella della sinistra, quella del cattolicesimo popolare, quella liberaldemocratica e quella – oggi cruciale – ambientalista. Un partito “pivot” direbbero gli esperti, sufficientemente grande e forte da poter essere il perno di una alleanza. Penso che per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno di ragionare più liberamente sulla forma organizzativa che deve assumere il nostro Pd. Non credo possa essere solo la somma di aree politico-culturali organizzate verticalmente come tante canne d’organo. Anche perché poi sul territorio spesso l’appartenenza a questa o quella area è più figlia di posizionamenti contingenti che non una adesione ad alcune idee e valori distintivi. Allora il pluralismo verso cui tendere – necessario se vogliamo parlare e convincere pezzi diversi della società italiana – deve forse assumere una forma più flessibile, descrivere un arcipelago, un partito davvero aperto a cui si aderisce, per esempio, non solo individualmente ma anche attraverso una associazione o una lista civica locale. Penso che la nuova segreteria possa e debba sviluppare una riflessione e un approfondimento su questi temi, anche ipotizzando eventuali modifiche allo Statuto.

D’altro canto, essendo passati da un sistema maggioritario ad uno proporzionale, è del tutto ovvio che il partito pivot ha bisogno delle ali, degli alleati. Anche questo è un tema che ci riguarda ma non nel senso che noi si debba “inventare” degli alleati, piuttosto è indispensabile essere pronti, aperti a costruire un campo più largo superando qualsiasi tentazione di autosufficienza. Tutto questo si può fare solo se abbiamo in testa l’Italia, i suoi problemi e le sue risorse. Se ci proiettiamo all’esterno, se ci confrontiamo con le persone nei luoghi di lavoro, nelle città, nelle imprese. Oggi Baretta ha usato una espressione molto efficace, che Zingaretti ha ripreso: dobbiamo essere il partito “per l’Italia che soffre e per l’Italia che cresce”. Le differenze tra noi sono utili se ci aiutano a fare questo, sono perniciose se ci rinchiudono nelle nostre beghe interne.

Plurali e uniti, è possibile. Dipende da noi. 

Da - http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=38972
3  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Giuseppe CONTE strategia discorso. Qual è la strategia dietro la mossa di Conte inserito:: Giugno 18, 2019, 10:30:27 am
Qual è la strategia dietro la mossa di Conte

A spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta.
Il discorso del premier ha già avuto delle conseguenze, a partire dal decreto 'sblocca cantieri'

Di ALBERTO FERRIGOLO 04 giugno 2019, 12:38

Giuseppe Conte strategia discorso
Ma cosa s’è messo in testa il premier? Cosa ha in mente? Qual è la sua strategia o dove intende andare a parare? Da “Avvocato del popolo” ad “Avvocato populista”? È questa la sua parabola dopo esser ricorso, per il suo discorso, alle telecamere anziché alle Camere? Vuole fondare un suo partito, varare una sua lista?

A spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta. Secondo Francesco Verderami il richiamo di Conte alla Carta costituzionale, si legge sul Corriere della Sera, “è un modo per trovar riparo sotto l’ombrello del Quirinale” e, visto che i suoi due vice non l’ascoltano, il farsi ascoltare attraverso gli italiani, “più che un’innovazione è una deviazione dalle regole, e la forzatura evidenzia la debolezza politica del premier. Tuttavia la scelta di "parlare agli italiani" lo mette in sintonia (anche) con quei cittadini, che il 26 maggio hanno dato un evidente segnale di disaffezione”.

 Anche per la Repubblica “c’è molto delle preoccupazioni di Sergio Mattarella” nell’intervento di ieri pomeriggio del premier a Palazzo Chigi. “Tutto il suo discorso è rivolto alla Lega” riottosa e recalcitrante a seguire le regole, ma poi “c’è anche un Conte inedito che si smarca dai 5 stelle, in maniera un po’ acrobatica”, che è sembrato andare “in cerca di popolo, di una legittimazione diretta mettendosi in posizione equidistante dai due litiganti e quindi nel ruolo del tecnico responsabile, sempre che gli elettori ne sentano il bisogno” scrive il cronista. Ma sulle stesse colonne l’analista Stefano Folli sostiene che Conte non è un ingenuo “e sa bene che non esiste alcuna «fase due» in vista per un governo tramortito e consumato. Esiste tuttavia un margine per frenare Salvini nella sua spinta verso le elezioni anticipate in settembre”.

 Dunque? “La maggioranza è in rovina, ma Conte è il premier in carica, forte della sua legittimità istituzionale” prosegue Folli, ma “in realtà “il premier si sente abbastanza forte, nonostante le apparenze, per tentare di mettere all’angolo il vincitore del 26 maggio. Obbligandolo, se davvero vuole rovesciare il tavolo del governo e avere le elezioni, a esporsi in prima persona. Senza aspettare che sia Di Maio a offrirgli l’occasione o il pretesto. Conte ha dunque soprattutto in mente il negoziato con la Commissione in vista dell’autunno. Se gli riesce, attraverso tutti gli equilibrismi necessari, userà l’Europa per tagliare le unghie al capo della Lega, l’autentico benché dissimulato bersaglio del suo intervento. La parola ora è al leghista” conclude il notista politico del quotidiano diretto da Carlo Verdelli.

 Ma c’è chi mette l’accento sulla “grammatica costituzionale” del percorso scelto da Conte, il quale avrebbe potuto o dovuto presentarsi in Parlamento e chiedere un voto di fiducia. “Sarebbe l’abc” annota Marcello Sorgi su La Stampa, “e se non l’ha fatto, preferendo rivolgersi al popolo a reti unificate, avrà avuto le sue ragioni”. Quali? La prima, a suo avviso, è che abbia concordato la sua mossa con Di Maio e il vertice pentastellato, dal quale formalmente, ma solo formalmente a confronto con i fendenti sferrati contro Salvini e La Lega, ha provato a prendere le distanze”, anche perché i 5 Stelle “sono quelli che affronterebbero il rischio maggiore in caso di elezioni anticipate”. Dunque, per Sorgi, la crisi che si è aperta, “extraparlamentare, virtuale, mediatica, fatta di domande destinate a non avere risposte, è la peggiore che un Paese ridotto com’è ridotto poteva aspettarsi. Se Conte non si dimette, il Quirinale non può intervenire. (…) La nave è senza nocchiero”. E dal ponte di comando di Palazzo Chigi “il comandante ha appena lanciato l’appello al ‘si salvi chi può’”.

 Conte governo lega m5s reazioni
Negli atteggiamenti e nel discorso del premier Conte, tuttavia, Il Messaggero, per la firma di Mario Ajello, non avverte “nessuna brama di attaccamento alla poltrona”, discorso “che vorrebbe sembrare ultimativo o penultimativo o terzultimativo e invece è crepuscolare ‘salvo intese’”. Semmai si avverte lo sforzo “di non uscire troppo male da questa esperienza in cui il Contratto che legittima la presenza di Conte in politica è sfarinato come metodo di governo”. Dunque il suo obiettivo, prima di tutto, sarebbe quello “di uscire di scena a testa alta, in modo da potersi giocare altre chance”. E di che tipo? “Non politico” sostiene il quotidiano romano. Semmai “accademico o notabilare”.

E così l’Avvocato del popolo, “dicendo a tutti come stanno le cose, e se sono andate così non è colpa mia diventa l’Avvocato di se stesso. È la metamorfosi che si è voluta rappresentare” conclude il quotidiano della Capitale.
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Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.

Da - https://www.agi.it/politica/giuseppe_conte_strategia_discorso-5596332/news/2019-06-04/
4  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Rimpasto e caso Garavaglia. Cosa c'è sul tavolo della Lega inserito:: Giugno 18, 2019, 10:25:19 am
Rimpasto e caso Garavaglia. Cosa c'è sul tavolo della Lega
C'è la casella delle politiche comunitarie da riempire ma calano le quotazioni di Borghi e Bagnai. E presto potrebbe scoppiare il caso del viceministro leghista dell'Economia, che rischia una condanna

   Di GIOVANNI LAMBERTI 11 giugno 2019, 22:38
"Alberto Bagnai e Claudio Borghi vogliono restare a fare i presidenti di commissione, non ambiscono ad altro". In questi giorni i 'big' della Lega vengono accostati a poltrone di governo ma qualificate fonti parlamentari del partito di via Bellerio smontano le ipotesi circolate in questi giorni. È vero che c'è la casella delle Politiche comunitarie da riempire ma l'operazione rimpasto è in stand by.

Dalla Lega ribadiscono che non è un tema all'ordine del giorno. Il presidente della Commissione Finanze del Senato non dovrebbe rientrare nella partita mentre risalgono le quotazioni del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che potrebbe però anche essere 'dirottato' a Bruxelles nel ruolo di commissario Europeo. Nella rosa dei nomi c'è sempre anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: "Faccio quello che serve, la mia storia è questa qua. Io non sono quello che comanda: quello che mi chiedono, faccio", ha detto il diretto interessato.

Bagnai? "Non sono stati avanzati nomi e al momento non commento il Fantacalcio. L'unica certezza - ha osservato Salvini - è che a breve si vada a riempire la casellina del ministero delle Politiche comunitarie, visto che sta nascendo la nuova Europa, non è questione di ore, ma il nome arriverà alla fine di un percorso che condivideremo con presidente del Consiglio e il vicepresidente Di Maio".

Garavaglia potrebbe non finire come Siri e Rixi
Ma nel governo potrebbe scoppiare una nuova grana, qualora dovesse essere condannato il viceministro Massimo Garavaglia nel mirino della Corte dei conti per la vendita di Palazzo Beretta a Milano, quando era assessore lombardo all'Economia. Chi ha sentito l'esponente della Lega riferisce della sua preoccupazione per la sentenza attesa per giovedì in tarda mattinata.

Per il momento la linea del Movimento 5 stelle è stata sempre la stessa: sia su Armando Siri che su Edoardo Rixi i pentastellati - a partire da Luigi Di Maio - sono stati netti nel chiedere le loro dimissioni. Ma Garavaglia occupa una casella delicata al ministero dell'Economia. Chiedere un suo passo indietro potrebbe mettere il governo di nuovo in fibrillazione, ecco perché c'è chi nel partito di via Bellerio ipotizza un atteggiamento più morbido del Movimento.

Commissariamento per le leghe regionali?
Venerdì intanto Salvini ha convocato il Consiglio federale. In origine la riunione avrebbe dovuto tenersi per lunedì scorso. All'ordine del giorno l'approvazione del bilancio del 2018 e l'analisi dell'esito delle europee e delle amministrative. È naturale che i big della Lega discuteranno anche come preparare sia le prossime battaglie - a partire dalle regionali emiliano-romagnole in programma in autunno - sia la manifestazione di Pontida, a settembre. Ma nella riunione il segretario del partito di via Bellerio potrebbe cominciare a discutere anche della nuova struttura della Lega, con le ipotesi di commissariamento delle 'Leghe regionali, già emerse in passato, e dare il via al tesseramento del 2019.

"Ci sarà una sorta di fusione tra la Lega nord e 'Lega Salvini premier", sottolinea una fonte parlamentare. Dovrebbe ripartire a breve la nuova fase del tesseramento e occorrerà - spiegano le stesse fonti - anche dare un segnale di discontinuità rispetto alla vecchia gestione, pure per evitare eventuali nuove fibrillazioni. In ballo anche l'ipotesi di una nomina - anche di questo si era vociferato nei giorni scorsi - del coordinatore dei Giovani della Lega Crippa a vice segretario federale.

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Da -https://www.agi.it/blog-italia/punto-politico/rimpasto_lega_borghi_bagnai-5639331/post/2019-06-11/
5  Forum Pubblico / POLITICA di CENTRO e di SINISTRA! / Pd, Zingaretti vara la segreteria. inserito:: Giugno 18, 2019, 10:18:29 am
Pd, Zingaretti vara la segreteria.
Il capogruppo renziano al Senato Marcucci attacca: "Unica matrice identitaria “
 
Il capogruppo renziano al Senato Marcucci attacca: "Unica matrice identitaria"
ll leader dem annuncia le nomine. Una squadra "derenzizzata". Critiche dagli uomini dell'ex premier. Intanto l'area Giachetti si riunisce ad Assisi. E lancia l'affondo: "Il nuovo corso? Giustizialismo insopportabile"
15 giugno 2019
Via libera alla segreteria di Nicola Zingaretti. In ore difficili per il Partito democratico, scosso dal caso Lotti, il leader dem annuncia gli incarichi. Una squadra di quindici persone, 8 uomini e 7 donne. Il grosso delle nomine è espressione della maggioranza Di sicuro si tratta di una segreteria derenzizzata. Tanto che il numero uno dei senatori dem, Andrea Marcucci, subito insorge: "La segreteria non assomiglia al partito del noi. Vedo un'unica matrice identitaria in un partito che è nato per valorizzare i riformismi. È una scelta che non condivido". Mentre fonti del Nazareno fanno sapere che l'offerta era stata avanzata anche alle minoranze. Insomma, acqua agitate in vista della direzione convocata per martedì.

Ma ecco la squadra. Il coordinatore sarà Andrea Martella, parlamentare dal 2001 al 2013, vicino al vicesegretario Andrea Orlando. Agli Esteri va Enzo Amendola, già sottosegretario agli Esteri. Chiara Braga - urbanista e deputata della commissione Ambiente - va alla Sostenibilità. Alle imprese Pietro Bussolati, che è stato segretario provinciale del Pd a Milano e ora è consigliere regionale in Lombardia. Andrea Giorgis alle riforme istituzionali. Maria Luisa Gnecchi al Welfare. Alle Infrastrutture Roberto Morassut. Alle Politiche della sicurezza Roberta Pinotti, senatrice ed ex ministra della Difesa. Al Lavoro Giuseppe Provenzano, economista e direttore dello Svimez. A Nicola Oddati va il mezzogiorno. Agli Enti locali Marina Sereni. All'organizzazione Stefano Vaccari, che è stato sindaco di Nonantola, in provincia di Modena, e senatore in commissione Ambiente. Alla Pubblica amministrazione Antonella Vincenti. Alla scuola un'insegnante. Camilla Sgambato. Al Terzo settore Rita Visini. Si avvia poi la costituzione di "forum" aperti alla partecipazione di rappresentanti dell'associazionismo, del volontariato, delle forze sindacali, delle professioni e il coordinatore sarà Marco Furfaro. Maurizio Martina, sfidante di Zingaretti alle primarie, ha avuto l'incarico di occuparsi della riforma dello Statuto dem.

Intanto ad Assisi è in corso il raduno della corrente di Roberto Giachetti. Che si apre con l'affondo di Luciano Nobili, presidente dell'associazione Sempre Avanti. "Si parla di nuovo Pd, Zingaretti ci spieghi come funziona: vedo tanta nostalgia del passato, uno sguardo indietro alle 'gioiose macchine da guerra. Non vedo novità, solo un vecchio, insopportabile giustizialismo", dice. Un attacco al "giustizialismo" a poche ore dal passo indietro di Luca Lotti, coinvolto nel caso Csm, nelle intercettazioni sul mercato delle nomine per la procura di Roma e non solo. Nobili, che parla avendo accanto Roberto Giachetti e Anna Ascani - protagonisti alle ultime primarie del ticket contro Zingaretti e Martina - dice anche: "L'unica cosa nuova nel Pd è una minoranza che non fa il fuoco amico su chi ha vinto il congresso, diversamente dal passato. Ma la nostra lealtà ha un limite che si chiama pazienza".

APPROFONDIMENTO
Caso Lotti: Zingaretti vuole evitare la scissione, contro di lui i veleni renziani
DI GOFFREDO DE MARCHIS

Da giorni diversi renziani sono impegnati nella difesa di Lotti. È stato "oggetto di vergognose parole e comportamenti da compagni di partito", dice Nobili. Poi torna su quello che accadde dopo il tonfo elettorale della politiche del 2018. "Alcuni esponenti della maggioranza Pd dicevano in campagna elettorale 'dovremmo fare un accordo con M5S', mentre noi ci siamo concentrati sulla campagna. L'unico allargamento di 'Piazza Grande' e 'campo largo' sono stati D'Alema e Bersani. D'ora in poi saremo leali ma intransigenti".

Parla, ad Assisi, anche l'ex sottosegretario Sandro Gozi: "Occorre costruire qualcosa di più ampio. Finora il campo largo lo abbiamo visto solo verso sinistra, mentre secondo me c'è uno spazio centrale che va occupato".

Walter Verini, scelto da Zingaretti come commissario in Umbria dopo il caso che ha portato alle dimissioni della governatrice Marini, prende le distanze: "Gli incontri dove si discute di politica e di idee sono sempre positivi ma è una riunione di corrente. Io personalmente amo sempre discutere tutti insieme e queste riunioni le farei sempre senza intercapedini, solo dentro al Pd".

La convention è appena iniziata. Domani ci saranno, tra gli altri, anche Maria Elena Boschi, Ettore Rosato, Simona Bonafè. Di certo la riunione contribuirà ad agitare le acque nel partito.

 Rep Saperne di più è una tua scelta

© Riproduzione riservata
15 giugno 2019

Da - https://www.repubblica.it/politica/2019/06/15/news/assisi_renziani_giachetti_ascani_nobili_pd_partito_democratico_lotti-228844594/?ch_id=sfbk&src_id
6  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / GOVERNO DI EMERGENZA NAZIONALE. inserito:: Giugno 13, 2019, 12:01:21 am
Io penso che si possa ipotizzare una soluzione sociale e politica che ci liberi dal Caos-furbo attuale.

ggiannig

Dall'emergenza può nascere la nuova consapevolezza sui veri cambiamenti che necessitano, ad ogni parte dell'Italia Unita anche se segmentata in Regioni, Province e Comuni.


Gianni Gavioli

A tutti noi.

Siamo circondati da una politica folle con evidenti segni di sporcizia da fango della corruzione di varia natura, compresi schizzi mafiosi.

Non possiamo, come Cittadinanza Italiana, stare ad assistere a schermaglie liberatorie tra, elementi folli o peggio presenti in tutta la politica, senza fare nulla che ci difenda da costose depredazioni di beni personali che minacciano le famiglie Italiane.

Sappiamo con certezza che il Caos è da anni provocato dalla volontà, di una parte sostanziosa del governo, di farci uscire di fatto dall'Euro e farci cacciare dall'Europa compiendo e minacciando di compiere azioni folli, portati avanti da “guastatori” legati ad un Contratto che progetta di Sgretolare il Sistema Italia.

Soltanto una soluzione, sociale più che politica, ci può permettere di affrontare l’Europa e i gravissimi problemi nazionali e regionali: mettere una camicia di forza alla follia da Caos con l’immediata formazione di un GOVERNO DI EMERGENZA NAZIONALE.

Circondare l’attuale governo, o meglio una sua versione purificata, dal sostegno d'emergenza di tutta l’Opposizione disponibile (a sua volta depurata) per accompagnare la Nazione Italia fuori dalle acque torbide e fangose in cui siamo stati immersi.

Tutti “insieme” e “vincolati” dai contenuti emergenziali del Progetto di salvataggio ci dovrà, in un periodo predefinito di tempo, accompagnare a nuove elezioni politiche. Superata l’emergenza attuale.

ggiannig
7  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / Il Capitalismo e il Comunismo devono revisionarsi più che riformarsi. inserito:: Giugno 11, 2019, 11:34:06 pm
Il Capitalismo e il Comunismo devono revisionarsi più che riformarsi.
La Cina moderna non è democratica ma evolve nella direzione corretta per i propri interessi e per la nostra pace (speriamo duri), infatti sta conquistando il Mondo, in questo scavalcando i Cow-boys, senza bombardare.
Ha sfruttato e continua a sacrificare il "popolo", ma si può stare certi che i figli e i nipoti degli sfruttati di ieri e di oggi staranno meglio dei nostri, se continuiamo a farci opprimere e infangare dalla cattiva ignoranza.
ggiannig   
8  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / La decrescita felice serve solo a rinnovare la schiavitù umana, come la falsa... inserito:: Giugno 11, 2019, 11:32:31 pm
Il mercato lo fanno gli umani.

L’ambiente lo distruggono gli umani (o i fenomeni naturali).

Il sistema economico perfetto richiede armonia di obiettivi che soddisfino persone, sane di mente e non condizionate da assurde mostruosità.

La decrescita felice serve solo a rinnovare la schiavitù umana, come la falsa crescita o il consumismo cretino.

Il Sistema Italia è uno dei pochi sistemi, al mondo, che può offrire alla Popolazione serenità piena (a parte terremoti e inondazioni) e alla Cittadinanza possibilità di impegnarsi per il bene comune.   
 
Io faccio differenza tra Popolazione e Cittadinanza.

Sto immaginando nel mio “Domanismo” e attraverso la proposta di una Nuova Democrazia Autorevole, non una rivoluzione, che ha la scomoda necessità di avere un “nemico”, ma semplicemente una “Revisione” delle situazioni da come stanno “Oggi”, a come potranno essere “Domani”.

ciaooo

9  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / M5S, le case degli uomini di Casaleggio pagate coi fondi pubblici del Senato inserito:: Giugno 11, 2019, 11:27:40 pm
POLEMICHE

M5S, le case degli uomini di Casaleggio pagate coi fondi pubblici del Senato
I Cinque Stelle hanno speso 160 mila euro per gli appartamenti dello staff comunicazione, 40 mila dei quali per il solo alloggio di Rocco Casalino, l’ex del Grande fratello. Anche se la normativa prevede che i soldi siano usati per “scopi istituzionali”

DI PAOLO FANTAUZZI
10 marzo 2015

M5S, le case degli uomini di Casaleggio pagate coi fondi pubblici del Senato
Contro gli affitti d’oro di Montecitorio il Movimento cinque stelle ha condotto una delle sue più popolari battaglie. Al motto di “Basta milioni spesi per gli uffici parlamentari, anche gli onorevoli devono fare la loro parte” (e stringersi se necessario), la Camera ha alla fine rescisso parte dei contratti di locazione sottoscritti con la società Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. Non a caso il deputato Riccardo Fraccaro, protagonista della “campagna” in Ufficio di presidenza, l’ha definita «una delle più grandi vittorie politiche del Movimento».

Solo che nel loro piccolo anche i grillini, che rivendicano orgogliosamente la loro diversità e morigeratezza, rischiano di impantanarsi proprio su una vicenda immobiliare. Dall’inizio della legislatura, ha ricostruito l’Espresso, al Senato hanno speso infatti 160 mila euro per pagare l’affitto di casa ai dipendenti della comunicazione, la cinghia di trasmissione tra lo staff della Casaleggio associati a Milano e il gruppo parlamentare di Palazzo Madama. Un manipolo di fedelissimi (qualcuno è arrivato a Roma direttamente dalla srl del guru), scelti "su designazione di Beppe Grillo" come recita il codice di comportamento degli eletti e che si è accasato in una delle più belle zone di Roma, compresa fra il Pantheon e via Giulia.

DI CASA IN CASA
L’affittuario più noto è il coordinatore dello staff Rocco Casalino, divenuto celebre come inquilino di un’altra casa: quella del Grande Fratello (all'interno della quale, in tempi pre-Movimento, si dichiarava convinto sostenitore di Rifondazione comunista). Quando a fine 2012 provò a candidarsi per le elezioni regionali in Lombardia, ai militanti che lo criticavano sul blog per il suo passato televisivo rammentò la dura infanzia in Germania, in un piccolo appartamento dove il padre "per risparmiare non accendeva mai i riscaldamenti".

Tempi quanto mai lontani, fortunatamente: dall’estate del 2013 l’ex gieffino ha trovato insieme a un collega il suo buen ritiro al quinto piano di un bellissimo palazzo secentesco in via di Torre Argentina, fatto costruire da una nobile casata viterbese e da due secoli di proprietà di una storica famiglia romana. Una stupenda casa a due passi dal Pantheon: per le sue due camere, il salone e i due bagni il gruppo parlamentare ha speso finora 40 mila euro di affitto.

Altri 50 mila euro, invece, sono andati per la pigione di un grande appartamento abitato fino allo scorso autunno da altri tre dipendenti. Compreso - a quanto risulta a l’Espresso - il fedelissimo Nik il Nero, il camionista-videomaker divenuto celebre per i suoi editoriali politici girati nella cabina del suo tir . Anche in questo caso, un’abitazione assai blasonata: è infatti del conte Emo Capodilista, che - ironia della sorte - essendo fra i proprietari di Palazzo Grazioli, è anche padrone di casa di Silvio Berlusconi .

Prima di lasciare Roma per Bruxelles, invece, il precedente capo della comunicazione Claudio Messora viveva in un grazioso monolocale dietro piazza Navona, anche questo all'interno di uno splendido palazzo nobiliare: 1.600 euro al mese per un quinto piano con angolo cottura. In tutto, circa 26 mila euro di affitto. Andati a un altro proprietario dal sangue blu: una nobildonna appartenente alla famiglia dei marchesi di Sambuci, sposata col discendente di una famiglia di conti partenopei di antico lignaggio.

FONDI PUBBLICI, ALLOGGIO PRIVATO
Solo nel 2014, ha ricostruito l’Espresso, il Movimento cinque stelle ha speso 100 mila euro per le case dei dipendenti della comunicazione. Ai quali vanno aggiunti altri 52 mila nel 2013, 8 mila di agenzia e altri 5 mila di utenze domestiche. Totale: 165 mila circa. Forse troppo per gli stessi grillini, visto che negli ultimi mesi è andata in scena una “spending review” che dovrebbe consentire loro di spendere meno per l’anno in corso: alla fine dell’anno scorso le case affittate erano cinque, i dipendenti che ci vivevano erano sei, e costavano 6.291 euro al mese.

Ma se l’attenzione che i Cinque stelle riservano ai loro dipendenti è lodevole, il problema è che si tratta di fondi pubblici. Il Senato infatti eroga ai gruppi parlamentari una somma in base alla loro consistenza (2,5 milioni l’anno nel caso del M5S) ma i contributi, recita il regolamento all’articolo 16 , “sono destinati esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all'attività parlamentare e alle attività politiche ad essa connesse (…) nonché alle spese per il funzionamento dei loro organi e delle loro strutture, ivi comprese quelle relative ai trattamenti economici del personale”.

Insomma, in teoria il denaro non potrebbe essere utilizzato per stipulare contratti di locazione a uso abitativo ma solo per pagare gli stipendi dei dipendenti. Se poi il Movimento ritenesse la casa un benefit indispensabile, potrebbe sempre aggiungere un extra in busta paga. Come accade alla Camera, dove per alcuni dipendenti è previsto un rimborso a piè di lista per l’affitto (peraltro sottoposto a tassazione). E che l’alloggio non rientri nelle fattispecie previste sembra confermarlo indirettamente il fatto che l’anno scorso questa spesa è stata inserita sotto la voce “godimento di beni terzi”. «Era quella che ci si avvicinava di più» spiega a l’Espresso il senatore Giuseppe Vacciano, ex tesoriere del gruppo: «E comunque quella dell’affitto è una clausola prevista nel contratto come fringe benefit, penso ci sia poco da fare…».

RISCHIO RESTITUZIONE
Nel 2014 il rendiconto del M5S ha superato il controllo di conformità ma la società di revisione (la Bdo) ha rammentato nella sua relazione come “la verifica dell’inerenza delle spese documentate agli scopi istituzionali per i quali i contributi sono erogati ai gruppi parlamentari è demandata al Collegio dei questori ed esula dalla nostra attività”.

Le cose adesso potrebbero cambiare e sul prossimo rendiconto rischia di abbattersi la censura dei tre senatori chiamati a controllare i bilanci dei gruppi (una è la grillina Laura Bottici), che pure lo scorso anno non hanno sollevato obiezioni. «Di recente c’è stata una segnalazione su questo aspetto e, se fosse confermata, siamo intenzionati a chiedere chiarimenti espliciti e approfondimenti» dice a l’Espresso il senatore-questore Lucio Malan. "Il rischio, nel caso le motivazioni addotte dal Movimento cinque stelle non venissero accolte, è che al gruppo siano decurtati i soldi spesi finora per i contratti di locazione".

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Da - http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/03/09/news/m5s-la-casa-agli-uomini-di-casaleggio-la-paga-il-senato-con-i-fondi-pubblici-1.202982?fbclid=IwAR23a_XaABYKLJ7FVEJBt7py8wCNyOqvsM1lqc_FqgqkQH9KUOOizJhEQP8
10  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO - E L'Ulivo Selvatico detto anche L'Ulivastro. / Arlecchino Euristico (la mia ricerca per trovare e scoprire... e da convalidare) inserito:: Giugno 10, 2019, 06:39:07 pm
Eurìstico

Vocabolario on line

Eurìstico agg. [der. del gr. εὑρίσκω «trovare, scoprire»] (pl. m. -ci). – Nel linguaggio scient., detto di ipotesi che viene assunta precipuamente come idea direttrice nella ricerca dei fatti, e del metodo stesso di ricerca così condotta: mezzo e., in senso lato, mezzo di ricerca. In partic., in matematica, procedimento e., qualsiasi procedimento non rigoroso (a carattere approssimativo, intuitivo, analogico, ecc.) che consente di prevedere o rendere plausibile un risultato, il quale in un secondo tempo dovrà essere controllato e convalidato per via rigorosa.

Da - http://www.treccani.it/vocabolario/euristico/
11  Forum Pubblico / POLITICA di CENTRO e di SINISTRA! / MATTEO RENZI. Ritrovare la democrazia inserito:: Giugno 04, 2019, 11:10:45 pm
Ritrovare la democrazia
La democrazia non è solo un insieme di regole e di procedure.

La democrazia non è solo un insieme di regole e di procedure. E’, prima di tutto, l’idea che una comunità possa determinare il proprio destino, che non sia in balia degli eventi o di una qualche forza superiore. E’ questa idea che abbiamo smarrito negli ultimi tempi, tra spread e abusi della casta. Gli italiani non hanno più la sensazione di essere padroni del proprio destino. E, anziché rappresentare un fattore di chiarezza – lo strumento per valutare le opzioni e compiere una scelta – la politica è diventata un’ulteriore fonte di caos. Uno specchio deformante che rimanda agli italiani l’immagine peggiore e più confusa del nostro Paese. Ecco perché bisogna partire da lì. La politica non è credibile se continua a chiedere sacrifici senza mai farne. Non è demagogia: sono risparmi veri ed è il segnale che nessuno è al di sopra del rigore che la crisi ci impone. Soprattutto, è il modo per richiamare la politica alla sua missione: essere lo strumento attraverso il quale i cittadini decidono del proprio futuro.

BASTA CON IL BICAMERALISMO
Cominciamo dalla testa. Il Parlamento, la sede della rappresentanza in cui si riflette la sovranità popolare, è oggi tra le istituzioni più denigrate e screditate, anche perché è inefficiente. Quasi mille componenti e due camere che fanno lo stesso mestiere, entrambe titolate a dare e togliere la fiducia al Governo, con due serie di Commissioni che operano sulle stesse materie, due filiere dirigenziali, doppie letture su tutte le leggi, non hanno nessuna giustificazione. Una delle due camere va semplicemente abolita. Ne basta una sola, veramente autorevole, composta da non più di 500 persone. Al posto dell’attuale doppione serve un organo snello, composto da delegati delle Regioni e da sindaci, che possa proporre emendamenti alla legislazione statale su cui la Camera elettiva decide in ultima istanza, eventualmente a maggioranza qualificata.

UNA LEGGE ELETTORALE PER SCEGLIERE I PARLAMENTARI E IL GOVERNO
Adottiamo per il livello nazionale un modello istituzionale che consenta ai cittadini di scegliere chi governa, come già accade nelle nostre città, dove l’elezione diretta dei sindaci ha prodotto ottimi risultati. I deputati devono essere scelti tutti direttamente, nessuno escluso, dai cittadini. Allo stesso tempo, i cittadini devono poter scegliere un leader messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni, come in Gran Bretagna o in Spagna, dove non a caso i governi durano a lungo, i primi ministri entrano in carica abbastanza giovani e dopo al massimo dieci anni passano la mano ed escono di scena.

LA POLITICA NON SIA LA VIA BREVE PER AVERE PRIVILEGI
Aboliamo tutti i vitalizi. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica. Le risorse spese per i singoli Parlamentari, inclusi i compensi, devono essere allineate alla media europea.

UN COSTO STANDARD PER I CONSIGLI REGIONALI, IN MODO DA IMPEDIRE ABUSI E SQUILIBRI
I consiglieri regionali devono avere un compenso e un budget per le attività di servizio uguale in tutte le regioni. Deve essere definito il “costo standard” per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali.

ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
Le Province vanno abolite tutte. Nei territori con almeno 500 mila abitanti si può lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado, espressione dei Comuni, per la gestione dei servizi a rete.

ABOLIZIONE DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI
Il finanziamento pubblico va abolito. Occorre favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private effettuate in maniera trasparente, tracciabile e pubblica. Siccome oggi, grazie a internet, chiunque può produrre a costo zero il proprio bollettino o il proprio house organ, i contributi alla stampa di partito vanno aboliti.

LA SUSSIDIARIETÀ E LA CHIAREZZA DELLE RESPONSABILITÀ COME PRINCIPI DI BASE
Il potere e la responsabilità di dare ai cittadini risposte concrete devono essere nitidamente distribuiti tra centro e periferia, superando le confusioni dei ruoli e abbandonando la retorica fumosa sul federalismo. Diamo responsabilità effettive dove servono, a chi le può esercitare sotto l’impulso e il controllo dei cittadini: al governo centrale, alle regioni e ai sindaci. Eliminiamo le strutture inutili, completando l’opera appena avviata dal Governo Monti di aggregazione degli enti intermedi. Riformiamo da subito il Patto di Stabilità, in coerenza con il sistema dei conti europeo, premiando i Comuni virtuosi che hanno i conti a posto e vogliono investire sul loro futuro.

Da - https://www.matteorenzi.it/ritrovare-la-democrazia/
12  Forum Pubblico / DOMANISMO, dopo IERI e OGGI, il DOMANI del Governo di RIFORME. / Le circoscrizioni, ... future. inserito:: Giugno 03, 2019, 09:11:57 pm
Le Europee

Le circoscrizioni, quando e come si vota, gli obiettivi dei partiti italiani

Di STEFANO BARRICELLI E SERENELLA RONDA 21 maggio 2019,17:25
EUROPEE 2019 M5S LEGA  FDI  PD  +EUROPA  SINISTRA  EUROPA VERDE

Domenica 26 maggio gli italiani tornano aIle urne. Per rinnovare sindaci e consigli comunali di oltre 3.800 comuni ma soprattutto per scegliere i 76 deputati nazionali del nuovo Parlamento europeo: 73 più i 3 che entreranno in carica a Brexit consumata. Ad avere diritto di voto sono 51.073.042 tra uomini (24.744.762) e donne (26.328.280): di essi 49.413.168 risiedono in Italia e in Paesi extraeuropei, 1.659.874 in Paesi Ue. Complessivamente le sezioni sono 62.047.

Cinque circoscrizioni
I seggi, come di consueto, resteranno aperti dalle 7 alle 23 (in altri Paesi, come la Gran Bretagna, si parte già giovedì ma lo scrutinio parte in tutti alle 23). L''Italia viene divisa in cinque grandi circoscrizioni elettorali: nord-occidentale (I), nord-orientale (II), centrale (III), meridionale (IV) e insulare (V).

Le schede elettorali
Al momento di entrare in cabina gli elettori riceveranno una scheda, di colore diverso a seconda della circoscrizione: grigio per l'Italia nord-occidentale (Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia), marrone per l'Italia nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna), fucsia per l'Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio), arancione per l'Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) e rosa per l'Italia insulare (Sicilia, Sardegna). I candidati di ciascuna lista variano da una circoscrizione all'altra, fatta eccezione per alcuni leader schierati da più parti.

Le preferenze
Si vota, come in tutti i Paesi, con un sistema di tipo proporzionale: la soglia di sbarramento, sotto la quale si resta fuori, è del 4%. Non ci sono coalizioni, ciascuna lista corre per sè. Il voto si esprime tracciando sulla scheda, con la matita copiativa avuta dagli scrutatori, il segno X sul contrassegno corrispondente alla lista prescelta o nel rettangolo che lo contiene. Si possono votare fino a tre candidati compresi nella lista votata ma nel caso di più preferenze esse devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda e della terza.

Una sola preferenza può essere espressa per i candidati compresi nelle liste di minoranze linguistiche. Secondo la più recente giurisprudenza, l'elettore che si rende conto di aver sbagliato nel votare può chiedere al presidente del seggio di sostituire la scheda per esprimere nuovamente il proprio voto. Il presidente gli consegnerà una nuova scheda e inserirà quella sostituita tra le "schede deteriorate".

Gli italiani all'estero
Gli italiani residenti all'estero in Paesi Ue possono votare per candidati compresi nelle liste presentate da partiti e movimenti politici nel Paese di residenza per i membri al Parlamento europeo di quel Paese, presentando una domanda ad hoc, oppure possono votare per candidati compresi nelle liste presentate in Italia dai partiti e movimenti politici per i membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia.

Si tratta di elettori iscritti d'ufficio nelle liste elettorali e che eserciteranno il diritto di voto negli appositi seggi costituiti dalle rappresentanze diplomatiche e consolari del Paese Ue di residenza. Possono votare presso le sezioni elettorali istituite negli altri Paesi membri dell'Unione europea anche gli elettori che si trovino temporaneamente all'estero per motivi di lavoro o di studio, nonché gli elettori familiari con essi conviventi che abbiano presentato domanda entro il 7 marzo scorso.

Gli italiani residenti all'estero in Paesi non appartenenti all'Unione europea devono invece necessariamente venire in Italia a votare, presso il comune di iscrizione nelle liste elettorali. Per le elezioni europee non e' previsto infatti il voto per corrispondenza all'estero. I cittadini di altro Paese dell'Unione europea residenti in Italia, che intendano votare esclusivamente per i membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia, possono esercitare il diritto di voto in Italia (ma per farlo devono aver presentato apposita domanda al comune di residenza entro il 25 febbraio scorso).

Documenti di identità
Per esercitare il diritto di voto bisogna esibire una carta d'identità o altro documento d'identificazione munito di fotografia, rilasciato dalla pubblica amministrazione; una tessera di riconoscimento rilasciata dall'Unione nazionale ufficiali in congedo d'Italia, purché munita di foto e convalidata da un Comando militare; una tessera di riconoscimento rilasciata da un Ordine professionale, purché munita di foto. Vale anche l'eventuale ricevuta della richiesta della Carta di identità elettronica (che contiene fotografia, dati anagrafici del richiedente e numero della Cie cui si riferisce).

La tessera elettorale
La tessera elettorale si rinnova presso l'ufficio elettorale del comune di residenza; gli elettori che hanno necessità di rinnovarla sono invitati a recarsi per tempo presso tale ufficio al fine di evitare una concentrazione delle domande nei giorni immediatamente antecedenti ed in quello della votazione; l'ufficio elettorale resterà comunque aperto dalle 9 alle 18 venerdì 24 e sabato 25 e per tutta la durata delle operazioni di voto, dalle 7 alle 23 di domenica.

(Stefano Barricelli)

 

Gli obiettivi dei partiti italiani
La competizione elettorale assume una valenza anche politica, con possibili ricadute sulla tenuta stessa del governo. La sfida, infatti, è tutta interna alle forze che sostengono l'esecutivo Conte, con la Lega che punta a diventare il primo partito italiano e sorpassare i 5 stelle, così da ribaltare gli attuali equilibri di forza. Mentre il Movimento 5 stelle ha come obiettivo quello di non perdere terreno e accorciare lo 'scarto' di voti che, secondo i sondaggi, li separerebbero dai leghisti.

Allo stesso tempo, i pentastellati puntano a non essere 'scavalcati' a sinistra dal Pd. La sfida elettorale si giocherà a suon di consensi, resa ancor più competitiva dal sistema di voto per le europee, ovvero una legge elettorale puramente proporzionale, con sbarramento al 4%, e un massimo di tre preferenze rispettando la rappresentanza di genere.

Movimento Cinque Stelle
È la seconda competizione europea per il Movimento fondato da Beppe Grillo. Ma se alle elezioni politiche i pentastellati hanno via via consolidato e aumentato il loro consenso, diventando - come era già accaduto nel 2013 quando superarono di una manciata di voti il Pd - il primo partito in Italia alle elezioni politiche del 4 marzo del 2018, con oltre il 32% di voti, alle scorse elezioni europee nel 2014 i 5 stelle non hanno incassato un eguale consenso, ottenendo poco più del 21%, pari a 17 eurodeputati. Per i 5 stelle la prossima sfida elettorale si gioca su due fronti: tentare di non perdere terreno rispetto all'alleato leghista, e non farsi 'sorpassare' dal Pd.

Per i pentastellati la soglia minima sotto cui non andare è il 20%. Quanto al Parlamento Ue, Luigi Di Maio - che ha puntato su 5 capoliste donna - mira a dar vita a un nuovo gruppo (attualmente fa parte di Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, Efdd, assieme a Farage) che sia 'ago della bilancia' per sfilare la maggioranza a Ppe e Pse.

Dopo un avvio dei lavori un po' 'tormentato', a seguito dell'incontro con alcuni esponenti dei Gilet gialli da cui poi il leader M5s ha preso le distanze, al momento sono 5 gli 'alleati' dei 5 stelle: gli estoni del movimento di centro e ambientalista Elurikkuse Erakond, il partito di estrema destra polacco Kukiz'15, gli ambientalisti croati di Zivi Zid, i greci del partito dell'agricoltura e dell'allevamento Akkel, i finlandesi di Liike Nyt.

La Lega
La vera sfida della Lega è diventare il primo partito italiano, puntando a oltrepassare il 30% dei consensi e, soprattutto, 'staccare' gli alleati del Movimento 5 stelle di una decina di punti per ribaltare gli equilibri di forza interni al governo. Alle politiche dello scorso anno la Lega, alleata con Forza Italia e Fratelli d'Italia, ottenne il 17,37%. Matteo Salvini in questa tornata elettorale ci ha messo la faccia: è candidato in tutte le circoscrizioni.

Il leader leghista è già stato eletto europarlamentare nella scorsa legislatura, ma si è dimesso dopo l'elezione al Senato il 4 marzo scorso. Le 'ambizioni' salviniane, però, guardano anche all'Europa: il leader del partito di via Bellerio, infatti, mira a incassare un alto numero di consensi che gli consentano di essere la prima forza politica a Bruxelles, per modificare gli attuali assetti e portare le forze di destra a primeggiare sul Ppe, magari 'scippandogli' alcuni alleati, come l'ungherese Orban.

Le prime elezioni europee della Lega a guida Salvini, nel 2014, fecero registrare un primo risultato al nuovo leader, dopo il tracollo di consensi a seguito delle inchieste giudiziarie che travolsero il partito e lo storico leader Umberto Bossi: con Salvini la Lega salì dal 4% al 6,15% e incassò 5 eurodeputati. Dal 2015 la Lega siede in Ue nel gruppo Enf (Europa delle Nazioni e delle Liberta'), che riunisce le forze sovraniste, assieme a Le Pen.

Il Partito democratico
La nuova segreteria di Nicola Zingaretti cerca la conferma della sua politica nelle elezioni del 26 maggio. Ovviamente nessuno si pone come obiettivo di uguagliare il risultato delle europee del 2014, quando con Renzi appena giunto al governo toccò il 40,81% e portò in Europa 31 eurodeputati. Più realisticamente, si cercherà di avere un voto in più di quanto raggiunto alle elezioni politiche del marzo 2018, quando con Renzi ancora alla segreteria ma non più a palazzo Chigi giunse al 18,72%.

Il sogno segreto è di superare il M5s, con un sorpasso che porterebbe il Pd ad essere il secondo partito italiano. A livello europeo, l'ambizione è di portare al Pse un numero sufficiente di parlamentari a garantire che gli eurosocialisti restino in maggioranza con il Ppe, sventando il tentativo dei sovranisti di spingere i popolari a lasciare lo storico alleato per spostare verso il centrodestra l'asse europeo.

Forza Italia
Dopo il non eclatante risultato ottenuto alle ultime elezioni politiche, con il 14,01% di consensi diventando il secondo partito all'interno della coalizione di centrodestra dopo la Lega, Forza Italia punta ora a non perdere ulteriori voti e a mantenere percentuali che consentano al partito di contribuire alla tenuta del Ppe di fronte all'assalto sovranista. In campo è sceso direttamente il leader, Silvio Berlusconi, candidato come capolista in tutte le circoscrizioni ad eccezione di quella del Centro dove a guidare la lista c'è Antonio Tajani.

L'obiettivo di Berlusconi - oltre che sperare in un risultato che sgretoli l'asse M5s e Lega e si vada verso un governo di centrodestra assieme a Salvini e Meloni - è quello di far abbandonare il Pse al Ppe, indirizzandolo verso alleanze con le forze di destra. Forza Italia resta saldamente ancorata al gruppo del Ppe, dove ora siede con 13 eurodeputati, grazie al 16,8% di voti ottenuti nel 2014. Difficile che il partito azzurro possa bissare quel risultato. Lo stesso Berlusconi ha recentemente ammesso: "Siamo intorno al 12%, è molto poco, ma spero che con me in campo il consenso aumenti e raddoppi".

Fratelli d'Italia
Il partito di Giorgia Meloni punta a fare il suo ingresso al Parlamento europeo. Nelle scorse elezioni, infatti, Fratelli d'Italia si fermò al 3,7% di consensi che non gli consentì di superare la soglia di sbarramento. Forte di sondaggi che assegnano al suo partito un trend crescente in positivo, Meloni punta a incassare un risultato simile se non superiore ai voti ottenuti alle elezioni politiche del 4 marzo scorso, ovvero il 4,35%.

Se le previsioni venissero confermate, FdI potrebbe eleggere tra i 4 e massimo 5 eurodeputati. In campo è scesa in prima persona la stessa leader, candidata capolista in tutte le circoscrizioni. Hanno fatto discutere, poi, alcuni candidati nelle liste FdI, come il pronipote di Benito Mussolini, Caio Giulio Cesare. Fratelli d'Italia è alleato in Ue con Ecr, il gruppo dei Conservatori. L'obiettivo, ha più volte spiegato Meloni, è di dar vita nel prossimo Parlamento europeo a un'alleanza che vada dai popolari ai sovranisti - con la speranza che "i popolari assumano sempre più le sembianze di Viktor Orban" - e rappresentare un ponte di dialogo tra i popolari e il gruppo di Le Pen-Salvini.

La Sinistra
Tra le formazioni che ha l'obiettivo di raggiungere almeno il 4% per poter mandare a Strasburgo i suoi parlamentari. Nel 2014 raggiunse, appunto, il 4% ed elesse tre deputati. Il tentativo nel presentare la lista è stato quello di ricompattare tutta l'area dopo la fine dell'esperienza di Liberi e Uguali, e unisce sotto il suo simbolo Sinistra Italiana, Rifondazione e tutta una serie di movimenti, mentre alla fine non c'è stato l'accordo con Articolo1-MDP (andrà con il PD) e Potere al Popolo (non si presenterà alle europee).
Quella che rimarrà identica sarà la collocazione della lista nello scacchiere del Parlamento Europeo: il gruppo e' quello della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL).

+ Europa
Anche la formazione guidata da Emma Bonino e Benedetto Della Vedova mira a raggiungere il 4%, in alleanza con Italia in Comune di Federico Pizzarotti e dovrebbe poi aderire al gruppo liberale europeo dell'Alde. Non ha attualmente eletti a Strasburgo e non ha accettato un apparentamento con il Pd.

Lista Europa verde
A contendersi la possibilità di superare la soglia di sbarramento c'è anche Europa Verde, formata dalla Federazione dei Verdi e da Possibile, che si ispira al movimento ambientalista che sta vivendo una seconda fase di successi, dopo anni di declino, tanto che potrebbe diventare un possibile ago della bilancia, insieme all'Alde, nel caso l'alleanza Ppe-Pse, data in calo, avesse bisogno di voti per mantenere la maggioranza a Bruxelles.

(Serenella Ronda)
Da - https://www.agi.it/saperetutto/guida_elezioni_europee_comunali_piemonte-5520417/longform/2019-05-21/#5513376

13  Forum Pubblico / LA POLITICA degli "ALTRI". / Marx xxi Euro: una questione di classe inserito:: Giugno 03, 2019, 09:06:39 pm
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 Created: 16 May 2019

 Marx xxi
Euro: una questione di classe

Di Thomas Fazi

Ringraziando Stefano Tancredi, Robin Piazzo e Domenico Cerabona Ferrari per il bell'incontro di ieri a Settimo Torinese, riporto il testo del mio intervento, in cui rispondevo alla seguente domanda: «Un singolo Stato può “reggere” dal punto di vista economico l’uscita dalla realtà economica neoliberista dell’UE? Se “no” perché? È più opportuno un processo di riforme economiche nel contesto europeo? Come rapportarsi ai vincoli economici imposti dall’UE? Se si può “reggere” questa uscita come? Quali strategie adottare? Si deve ritornare alla propria moneta? È possibile un’alleanza economica con altri Stati dalla struttura economica più simile alla nostra?»

Europa accartocciata
La prima cosa da dire è che c’è poco da scegliere. O meglio, la scelta non è se uscire dall’UE o se riformare l’UE, per il semplice fatto che quest’ultima opzione non è praticabile.

L’UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile, perlomeno non nel senso che auspicano gli integrazionisti di sinistra, cioè nella direzione di una riforma dell’UE in senso democratico e progressivo/sociale, men che meno nella direzione di un vero e proprio Stato federale sul modello degli Stati Uniti o dell’Australia.

Come disse il compianto Luciano Gallino poco prima di morire: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”».

Basti pensare che per “riformare i trattati” è necessaria l’unanimità di tutti e 28 gli Stati membri dell’UE. In altre parole, sarebbe necessario che in tutti e 28 i paesi dell’UE salissero al potere dei governi progressisti che condividono le stesse prospettive di riforma “di sinistra” dell’euro. Ora, non bisogna essere particolarmente pessimisti per capire perché questo non accadrà mai.

E non accadrà mai innanzitutto perché le condizioni economiche, politiche, sociali, ecc. che si registrano nei diversi Stati sono estremamente eterogenee: ci sono paesi che registrano tassi di disoccupazione estremamente bassi (come la Germania) e paesi come il nostro che registrano tassi di disoccupazione altissimi; ci sono paesi che crescono e paesi che non crescono, ecc.

E la ragione non è che ci sono paesi virtuosi e paesi che non virtuosi, come vorrebbe la narrazione dominante: la ragione è che l’architettura dell’eurozona va bene per alcuni paesi – nella fattispecie i paesi che hanno storicamente una forte propensione all’export: vedi appunto la Germania – e non va bene per altri, come il nostro, che invece storicamente sono molto più dipendenti dalla domanda interna.

Detta in altre parole: gli interessi di noi italiani – e in particolare gli interessi dei lavoratori italiani – non sono gli stessi interessi dei lavoratori tedeschi. Questa è la realtà dei fatti: hai voglia a parlare di “internazionalismo”, come insiste a fare la sinistra europeista.

Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institute: «L’impatto economico dell’attuale regime dell’euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, mentre è in conflitto con le condizioni strutturali delle economie dei paesi del sud, che si vedono così condannati a lunghi periodi di declino, stagnazione o bassa crescita».

Ma questa non è una peculiarità dell’eurozona. Questo è tipico di tutte le unioni monetarie ed economiche: poiché i paesi, come è normale che siano, hanno diverse strutture economiche – ma non solo: hanno pratiche sociali, istituzionali, ecc. diverse –, l’unione monetaria o economica finisce sempre per privilegiare un certo modello – di solito quello dei paesi dominanti: nel nostro caso la Germania – a scapito di altri.

Questo succede anche all’interno degli Stati nazionali: basti pensare agli squilibri che si registrano in Italia tra regioni del nord e regioni del sud. La differenza fondamentale è che negli Stati nazionali – cioè nelle federazioni compiute – questi squilibri sono compensati da trasferimenti perequativi (fiscali e di altro tipo) da parte delle regioni più ricche e da parte dello Stato centrale.

Che è esattamente quello che non c’è – e non ci sarà, almeno non nel futuro prossimo – in Europa. È assolutamente impensabile, infatti, che nel breve-medio termine la Germania accetti un sistema di trasferimenti fiscali permanenti nei confronti degli Stati più poveri della periferia. Chiunque conosce un minimo la Germania ed il dibattito tedesco sa che è così.

E non perché la Germania sia “cattiva”, ma perché non sussistono – non sono mai sussistite e non sussisteranno nel futuro prossimo – le condizioni per una reale statualità europea: per la trasformazione cioè dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale. E la ragione di fondo, a prescindere delle questioni più aritmetiche di cui parlavo prima, è che la democrazia – come si evince dal termine stesso – si fonda necessariamente su un demos sottostante: cioè su una comunità politica – che solitamente si contraddistingue per un linguaggio, una cultura, una storia, un sistema normativo comuni e relativamente omogenei, ecc. – i cui membri si sentono sufficientemente uniti non solo da sottostare a un processo democratico e dunque da accettare la legittimità del volere della maggioranza, ma anche e soprattutto da accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche quali appunti le politiche redistributive tra classi e/o regione.

In una parola, senza demos non può esistere democrazia, men che meno una democrazia sociale, cioè solidaristica. E oggi, checché ne dicano i federalisti, un demos europeo semplicemente non esiste: non solo parliamo lingue diverse, ma abbiamo prassi sociali, culturali, ecc. molto diversi.

Dunque oggi – come ieri – la democrazia è possibile solo al livello nazionale perché solo il livello nazionale storicamente è stato in grado di creare le condizioni per l’emergere di un demos. Questo non vuol dire che non possa emergere in futuro un demos europeo, ma proprio la storia della formazione degli Stati nazionali ci insegna che questi sono processi molto lunghi e complessi che richiedono secoli – e da noi il processo è a malapena iniziato.

E questo alcuni dei primi teorizzatori dell’UE – come per esempio Hayek, uno dei padri del neoliberismo – lo sapevano benissimo e anzi ne auspicavano la creazione proprio per questo motivo, cioè proprio perché sapevano che la diversità di interessi presenti all’interno dell’unione avrebbe reso impossibile il tipo di intervento pubblico nell’economia e di politiche redistributive (che osteggiavano) che invece sono possibili all’interno dello Stato nazionale, che presenta una maggiore omogeneità interna.

Dunque, per ricollegarmi a quello che dicevo all’inizio, non si tratta di scegliere tra riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere tra rimanere nell’UE a grandi linee così com’è ora – con tutto quello che comporta in termini non solo di costi economici e sociali ma anche in termini di una ormai sempre più evidente sospensione della democrazia – o uscire dal sistema (in particolare dall’euro ma a mio avviso anche dalla stessa UE) e recuperare quel minimo di autonomia economica e politica – e dunque di democrazia – necessaria per poter tornare a immaginare un futuro diverso dal presente. Cioè per rimettere in moto le lancette della storia. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. Tertium non datur.

E anche qua io sono d’accordo sempre con Luciano Gallino, che poco prima di morire era giunto alla conclusione che «il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne». E se guardiamo a quanto ammonta quel conto, è difficile dargli torto.

Ora, per quanto riguarda la possibilità o meno di uno Stato di “sopravvivere” fuori dall’UE, bisogna distinguere tra due livelli: il primo è l’impatto che avrebbe l’uscita nel breve termine; il secondo è la possibilità o meno per uno Stato di sopravvivere nel “mare magnum della globalizzazione” – secondo un’accezione diffusa – fuori dall’UE.

Per quanto riguarda l’impatto di breve termine, è ovvio che ci sarebbe un costo. Ma è anche chiaro a mio avviso che la cosa sarebbe gestibile a livello tecnico. Senza entrare nei dettagli, ricordiamoci che la storia è piena di unioni monetarie che si sono disfatte (basti pensare all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia o all’unione monetaria cecoslovacca) così come di paesi che hanno abbandonato unilateralmente delle unioni monetarie (per esempio diversi paesi africani nel corso degli anni hanno abbandonato il franco CFA, l’unione monetaria imposta dalla Francia alle sue ex colonie). E spesso l’hanno fatto in condizioni molto più deboli e tecnologicamente arretrate di quanto non lo sia l’Italia oggi.

Basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni e del “denaro” circolante oggi sono digitali; dunque, non ci sarebbe bisogno di stampare e di distribuire alle banche vagonate di banconote da un giorno all’altro, ma in un primo tempo si potrebbe introdurre una nuova valuta a livello digitale. Dunque la cosa è tecnicamente fattibile, anche se ovviamente ci sarebbero dei costi, alcuni dei quali non sono quantificabili perché dipendono da fattori esogeni che sono al di fuori del controllo del paese uscente.

E poi c’è un altro punto: in politica raramente ci sono scelte che beneficiano tutti indistintamente. Ogni decisione politica ed economica tende ad avere degli effetti redistributivi che vanno a beneficio di alcune classi e a scapito di altre classi. Dunque la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è se sia nell’interesse “dell’Italia” o meno uscire dall’euro, ma se sia nell’interesse mio in quanto lavoratore precario, in quanto disoccupato, in quanto persona che fatica arrivare a fine mese, in quanto classe lavoratrice, recuperare quelle leve economiche necessarie per rilanciare gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Diverso è il discorso, per esempio, se avete un bel gruzzolo di risparmi in banca o se possedete titoli di Stato italiani. In quel caso sicuramente subireste una perdita netta.

Dunque è importare adottare una prospettiva di classe in queste cose. Così come l’euro non ha fatto male a tutti – e anzi c’è chi ci ha guadagnato molto: in particolare le classi parassitiche, i rentier, ma anche i grandi capitalisti –, allo stesso modo uscire dall’euro non farebbe male a tutti e non beneficerebbe tutti.

Dunque la prima domanda che uno dovrebbe porsi è: «A qualche classe appartengo io?». E sulla base di quello valutare l’auspicabilità o meno di un’uscita.

Questo per quanto riguarda l’impatto di breve. Per quanto riguarda invece l’idea stessa che un paese non possa sopravvivere fuori dall’UE, mi pare che qui si tracimi nel campo della pura ideologia: basta infatti guardarsi intorno per vedere centinaia di paesi – di ogni tipo: grandi, piccoli, medi, sviluppati, emergenti, democratici, autoritari, ecc. – che se la cavano benissimo fuori dall’UE e anzi in molti casi se la cavano molto meglio dei paesi dell’eurozona.

Per limitarci all’Europa, non mi pare che l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, ecc. siano in preda a carestie, more, invasioni di cavallette e altre piaghe di questo tipo; anzi, come sappiamo bene, sono tutti paesi che in media se la passano meglio dei paesi dell’eurozona.

Dunque l’idea che l’Italia – una delle prime dieci economie al mondo – non potrebbe “farcela” fuori dall’UE è un’affermazione semplicemente ridicola. Il problema semmai è psicologico: anni e anni di autoflagellazione – spesso e volentieri fomentata ad arte – ci hanno convinto di non essere in grado di autogovernarci, di avere bisogno del “vincolo esterno” dell’Europa per non sprofondare nella barbarie, ecc.

Ma si tratta, appunto, di un problema psicologico. Basti pensare che prima di Maastricht – dunque di prima di aderire all’UE – l’Italia se la passava molto meglio di oggi. Dunque, a meno di non pensare che in questi trent’anni sia avvenuta una trasformazione antropologica tale da averci reso dei minus habens, è evidente che il problema è perlopiù di natura psicologica. Abbiamo tutte le capacità tecniche, intellettuali, morali per ricostruire il paese. Dobbiamo solo convincercene.

Più in generale, comunque, è del tutto fallace l’idea che oggi staremmo assistendo al declino – se non addirittura alla morte – degli Stati-nazione. Semmai è vero l’esatto contrario.

E a proposito dell’argomentazione per cui l’Italia avrebbe bisogno dell’UE per non essere “schiacciata” dai nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina, vi invito a leggere ciò che scriveva il Financial Times qualche settimana fa: che se oggi tutti i paesi europei – inclusa l’Italia – spalancano le porte agli investimenti cinesi è perché l’Europa non investe: non investono gli Stati, in virtù degli assurdi vincoli di bilancio europei, ma non investono neanche le istituzioni dell’UE.

Dunque, l’Europa, lungi dal proteggerci da questi potenze, ci espone alla loro mercé. Sentite per esempio cosa dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015, quindi non esattamente un radicale: «L’Italia potrà qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road».

Chiaro? Dunque, per concludere, non solo l’Italia può farcela fuori dall’euro, ma, come dice Bradanini, può farcela *solo* fuori dall’euro.

Da - https://www.sinistrainrete.info/europa/14986-thomas-fazi-euro-una-questione-di-classe.html?utm_source=newsletter_856&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete
14  Forum Pubblico / MONOCULTURA è un RECINTO, CULTURA è ANDARE OLTRE. / La biografia del Morone – spiega Massimo Firpo - offre un caso esemplare... inserito:: Giugno 03, 2019, 06:28:31 pm
Massimo Firpo anticipa per Domenica le linee della ricerca scritta con Germano Maifreda sul cardinale Giovanni Morone (1509-80): è una vasta opera edita da Einaudi, in libreria il 28 maggio.

Due volte legato del papa al Concilio di Trento – che chiuse nel 1563 salvandolo dal fallimento, cui pareva destinato – Morone fu accusato di eresia e subì due processi inquisitoriali, voluti da Paolo IV (lo rinchiuse per oltre due anni in Castel Sant'Angelo) e Pio V. Solo la stima e l'appoggio dei sovrani asburgici (il re di Spagna Filippo II e l'imperatore Ferdinando I) gli permisero di sfuggire alla condanna e di tornare a tenere le redini degli avvenimenti.

Dalle prime nunziature agli ultimi viaggi, dal testamento alla sepoltura, il saggio restituisce una figura fascinosa del Cinquecento, in cui si rispecchia un'epoca.

La biografia del Morone – spiega Massimo Firpo - offre un caso esemplare della svolta vissuta da un'intera generazione di uomini di governo, di fede, di cultura che la crisi dell'Italia rinascimentale costrinse a rifugiarsi sotto le ali dell'istituzione ecclesiastica, di lì a poco a sua volta investita da una crisi non meno drammatica a causa della sfida protestante. Il padre di Giovanni, Girolamo Morone, il gran cancelliere di Milano, può essere considerato la vera e propria incarnazione storica del machiavellico conflitto tra virtù e fortuna che lo travolse nelle guerre per il possesso del ducato lombardo, il frutto proibito della Francia.

Anch'egli votato alla politica, il figlio cadetto dovette prendere gli ordini sacri, per diventare vescovo e poi cardinale, poco più che trentenne, mettendo il suo talento al servizio del papato.
Personaggio di non comune statura intellettuale e morale, egli non tardò a capire che la politica non bastava ad affrontare la sfida protestante e che occorreva cercare qualche risposta anche alle sue istanze religiose e teologiche, fino a viverle in prima persona e a pagarne un prezzo altissimo con le accuse di eresia, la carcerazione, i processi trascinatisi per un ventennio, l'esclusione dalla tiara, che forse avrebbe saputo portare in capo con una sagacia politica e una lungimiranza religiosa superiori a quelle di tutti i papi succedutisi sul trono di Pietro nell'arco del secolo. A nulla valse il sostegno di Carlo V alla sua candidatura nei due conclavi del '55, quando pressoché unanime era il giudizio su di lui come persona «di essemplarissima vita, amata, stimata et giudicata attissima a questa grande administratione per litteratura, prudentia et esperientia delle cose pubbliche».

Ma è forse lecito chiedersi se a pagarne il prezzo più alto non sia stata proprio la Chiesa, sulla quale la convulsa storia di quei decenni lasciò segni profondi, a cominciare dalla lunga egemonia inquisitoriale che per decenni e per secoli ne segnò gli indirizzi, le scelte, le strategie politiche e pastorali, l'identità storica.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore

Da – ilsole24ore.com
15  Forum Pubblico / ECONOMIA / Si deve spendere per crescere ma per crescere realmente si deve conoscere. inserito:: Giugno 03, 2019, 06:22:53 pm
Fondi europei al Sud, le occasioni mancate e le ragioni di troppi fallimenti
 Scritto da Econopoly il 24 Maggio 2019


Pubblichiamo un post di Mari Miceli, analista giuridico.
Mari svolge attività di ricerca in materia di dinamiche processuali penali.
Autrice di pubblicazioni scientifiche, è membro del Comitato revisori di Cammino Diritto –

Con il finanziamento dei progetti l’Unione europea favorisce quella che viene generalmente chiamata “la libera circolazione delle idee” tra gli stakeholder che – a vario titolo – sono impegnati nella programmazione e attuazione delle politiche ed erogazione dei servizi volti a soddisfare i bisogni dei cittadini degli Stati membri dell’Ue. Uno dei principali obiettivi, infatti, dei finanziamenti europei è proprio quello di consentire lo scambio di buone pratiche, il trasferimento di metodologie di conoscenza e favorire il raggiungimento di obiettivi di crescita intelligente e inclusiva.

Progetti europei: un’occasione mancata
La programmazione europea dal 2000 si è caratterizzata per l’adozione di strategie decennali che fissano obiettivi chiave per l’integrazione a livello europeo in termini di rafforzamento della competitività economica. All'interno dell’ambito della nuova programmazione finanziaria europea 2014 – 2020 è possibile individuare l’ambito d’intervento della politica regionale dell’Unione europea che riguarda proprio le risorse per la coesione economica, sociale e territoriale. Per il periodo 2014 – 2020 le risorse stanziate sono state pari a 325.145.694.739 euro di cui 322.145.694.739 euro sono stati assegnati al FESR (fondo europeo di sviluppo regionale), al FES (fondo sociale europeo) e al fondo di coesione, mentre 3.000.000.000 euro sono stati destinati all'iniziativa per l’occupazione giovanile.

L’Italia può contare su 46,5 miliardi ma solo il 6% dei fondi è stato speso, ad oggi.
Nella programmazione, l’Italia è sestultima nella spesa e a fare da fanalino di coda troviamo l’area del Mezzogiorno.

Guardando alla Sicilia, ad esempio, sia il Programma operativo del 2007-2013 che quello 2014-2020 mostra come la Regione si avvalga del Fondo Sociale Europeo per sostenere i cittadini e le imprese nella costruzione del proprio futuro. I progetti sembrano però andare a passo di lumaca, una lentezza che nulla ha a che vedere con il fine ultimo degli stessi stanziamenti, ovvero, finanziare attività di istruzione e formazione che favoriscano l’accesso al mondo del lavoro e che, allo stesso tempo, offrono alle aziende l’opportunità di avvalersi di risorse umane conformi agli scenari produttivi moderni. In vent’anni la Sicilia ha perso dodici miliardi e mezzo ed è a rischio di sprecarne altri 4. Ma quali sono le cause che portano a questi fallimenti?

Accanto ad una burocrazia asfissiante, troviamo una gestione dei progetti imprecisa e imperfetta. Spesso si modifica in corso d’opera la programmazione nel tentativo di poter far rifinanziare vecchi progetti ormai rimasti incompiuti, con l’unico effetto negativo di dover far ‘indossare’ un vestito troppo stretto ad un uomo troppo in carne, in pratica, il vestito rischia sempre di stracciarsi.

L’ultima programmazione, quella 2007-2013, ha visto questo metodo diventare un meccanismo automatico in Sicilia: nel 2016, a poco più di un anno dall’ultima scadenza utile per i rendiconti, restavano da certificare 1,2 miliardi su 4,2 e così negli elenchi dei progetti da verificare sono finiti ad esempio: un maneggio da 1,2 milioni a Santo Stefano Quisquina (Agrigento) e un bocciodromo da 700mila euro a Erice, ma anche convegni sulla formazione per i finanziamenti europei — tant’è — e biblioteche interamente dedicate ai fondi strutturali. Risultato? Alla fine la Sicilia ha dovuto restituire — unica fra le Regioni italiane — più di cento milioni.

Sud fondi
Il rapporto SVIMEZ e la programmazione europea al Sud
Il Rapporto dello SVIMEZ 2018, in relazione alla programmazione per l’agenda 2014-2020 ha confermato quello che ci si aspettava da tempo: l’avanzamento dei programmi comunitari è lento, in particolar modo in regioni come la Campania e la Sicilia. In Campania, la linea 6 della metropolitana di Napoli è un altro esempio di fondi perduti: il progetto, ricade nel programma di finanziamento 2007-2013, ma non potrà essere concluso neppure quest’anno, con un investimento pari a 98 milioni di euro. Ci sono i soliti problemi amministrativi e burocratici. Gli enti locali discutono con il Ministero per i Beni culturali per via delle griglie di aerazione. Il Ministero – a sua volta – non ha concesso le autorizzazioni per farle in piazza del Plebiscito. Il Tar della Campania ha sospeso la decisione e nel frattempo il Ministero valuta se proporre il ricorso o meno. Insomma: tutto bloccato.

Le difficoltà nell’ambito dell’attuazione della programmazione europea dell’agenda 2014- 2020 non si fermano qui, infatti, a questi deve aggiungersi una programmazione riguardante i PON – i piani operativi nazionali – preoccupante. Quest’ultimi riguardano le sperimentazioni e i programmi contenti innovazioni: in pratica attraverso i PON si intercettano i fabbisogni e le emergenze a livello territoriale e si cerca di darne attuazione. Ciò che accade nella pratica è che a oggi, come lo stesso SVIMEZ ha rilevato, è che a livello regionale, le quote di spesa certificate rilevano percentuali bassissime, se non quasi inesistenti. In particolar modo mancano politiche di coesione europea. Da una prima analisi sembra, infatti, che manchi quasi del tutto una politica di coesione a far da leva a livello nazionale e territoriale.

A dar man forte a quanto rilevato dallo stesso SVIMEZ troviamo, anche, il Focus 2018 pubblicato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica, il quale, nel documento dedicato alla politica di coesione dell’Unione europea ha rilevato come il Mezzogiorno con i sui venti milioni di abitanti è ancora la più grande area depressa del continente e a nulla – o quasi – è servito lo stanziamento dei fondi. È solo un problema di risorse?

Sembra di no, la qualità istituzionale dovrebbe camminare a braccetto con la possibilità di spesa, da lì discendono i modesti risultati a livello di politiche di coesione e sviluppo. Soprattutto al Sud sono enormi i deficit di programmazione, scarsa la velocità di esecuzione, lentezza burocratica, molta la frammentazione negli obiettivi e negli interventi.

Conclusioni

Cosa serve effettivamente per trasformare le risorse impiegate in effettive occasioni di crescita? Appare chiaro che lo stanziamento delle stesse da solo non basti, gli scarsi risultati a titolo esemplificativo appena riportati ne sono un esempio.
Secondo alcuni studi – Accetturo et al.2014 – la perdita di capitale sociale è connessa proprio all’uso distorto degli stessi fondi ed è tanto più probabile che ci sia, quanto meno competente ed efficiente è l’operatore che li gestisce.
Trent'anni di politiche sono serviti a poco? Si deve spendere per crescere ma per crescere realmente si deve conoscere.

Twitter @micelimari_1
Da - https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/05/24/fondi-europei-sud/?uuid=96_8eZUU2ed
 
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