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1  Forum Pubblico / MONOCULTURA è un RECINTO, CULTURA è ANDARE OLTRE. / Come è stato percepito, negli anni, anzi, nei secoli, il silenzio? ... inserito:: Agosto 03, 2019, 11:21:56 pm
Come è stato percepito, negli anni, anzi, nei secoli, il silenzio? Una “storia” del silenzio può essere ricostruita e approfondita basandosi su libri, film, opere d'arte, per capire come scrittori e artisti hanno raccontato, negli anni, qualcosa che non è semplicemente riconducibile all'assenza di suoni, ma va piuttosto ricondotta nell'alveo di una sospensione davanti all'assoluto, di un luogo intimo dal quale, alla fine, germoglia la parola. Ci accompagna, in questo excursus, la mano esperta di Luigi Sampietro, che non si è basato solo sull'ultimo, importante lavoro dedicato all'argomento: Histoire du silence, de la Renaissance à nos jours, di Alain Corbin, ma ha cercato in lungo e in largo, tra letteratura, cinema e arte, il modo in cui la percezione del silenzio è cambiata attraverso le epoche. Ecco alcune delle sue riflessioni, tratte dalla copertina della Domenica.

Anni fa, un filosofo-poeta o poeta-filosofo svizzero, Max Picard, si prese la briga di indagare l'arcano in un libro, Il mondo del silenzio (Comunità, 1951), di recente ritradotto (2007) da Jean-Luc Egger: «La parola è nata dal silenzio: dalla pienezza del silenzio. E questa pienezza sarebbe esplosa se non avesse potuto confluire nella parola perché la parola che nasce dal silenzio è come investita di una missione: è legittimata dal silenzio che l'ha preceduta». Se il timbro non è vibrante, il tono è quasi sacrale, e quella di Picard è una voce che ha l'ambizione di imporsi sul piano dell'eternità. Dove il tempo – passato, presente e futuro – implode nella rivelazione profetica, e solitudine e silenzio sono un tutt'uno. Il mondo del silenzio si colloca infatti accanto ai libri di altri solitari del passato. Da Aurelio Agostino a Petrarca e da Leopardi a Machado, passando per il Timone d'Atene di Shakespeare e il Robinson Crusoe di Defoe, fino a quella singolare figura di eremita laico che è stato il rumeno Constantin Noica, appartatosi in un paesino sui Carpazi durante la dittatura di Ceausescu «non per fuggire il mondo ma per conquistarlo da lontano».

Come la solitudine, il silenzio può essere doloroso; e tuttavia sono proprio i sovrumani silenzi e la profondissima quiete di cui parla Leopardi nell'Infinito a darci il senso dell'ineffabile; ovvero di quel momento di sospensione in cui «le cose | s'abbandonano e sembrano vicine | a tradire il loro ultimo segreto» (e qui è Montale che parla di rincalzo) e «ci si aspetta | di scoprire uno sbaglio di Natura, | il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, | il filo da disbrogliare che finalmente ci metta | nel mezzo di una verità».

Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore
Da – ilsole24ore.com
2  Forum Pubblico / MONOCULTURA è un RECINTO, CULTURA è ANDARE OLTRE. / https://www.facebook.com/notes/ugo-la-malfa/ugo-la-malfa-1974/1061907197298271/ inserito:: Luglio 16, 2019, 12:18:32 pm
https://www.facebook.com/notes/ugo-la-malfa/ugo-la-malfa-1974/1061907197298271/

Fallaci intervista Ugo La Malfa ...
3  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / Fare questo significherebbe valorizzare il ruolo dei Medici di Famiglia... inserito:: Luglio 15, 2019, 06:28:01 pm
NEWS
Stato di agitazione

Data pubblicazione: 11/07/2019

Silvestro Scotti: Conferenza delle Regioni lontana rispetto a una posizione di ascolto, interlocuzione affidata alla sola struttura tecnica

“Urge una convocazione in sede politica da parte del Presidente della Conferenza delle Regioni per chiarire quale sia il mandato da parte politica alla struttura tecnica rispetto al tema del cambiamento dell'assistenza territoriale e in particolare della Medicina Generale».

Dopo la proclamazione dello stato di agitazione si è aperto a livello politico un doppio binario che mette ancor più in evidenza meritevoli iniziative volte ad affrontare e risolvere i problemi, ma anche e soprattutto uno stallo, in attesa di iniziative da parte della Conferenza delle Regioni, con un intervento del Presidente Bonaccini. A testimoniare questa intollerabile impasse è Silvestro Scotti che di ritorno da Roma parla di una riunione in SISAC «per molti versi inconcludente» e sottolinea anche che «al di là delle buone intenzioni, al momento non si vedono fatti concreti». Per Scotti è insoddisfacente e inaccettabile che si sia ancora alla mercé dei condizionali. «Le Regioni avrebbero determinato il nuovo Atto di Indirizzo, che tuttavia non ci è dato conoscere. Non si sa quali siano gli indirizzi su limitazioni del massimali e altre questioni riferite all’attribuzione degli incarichi a tempo indeterminato per i nostri giovani in formazione. Né tantomeno ci sono risposte sul bando di concorso di quest’anno che sta diventando l’anno del mai. Non sarà che l’aumento delle borse di specialità di quest’anno sono state determinate con la copertura del non speso per la Medicina Generale?

Su questi e molti altri temi continuiamo a vedere quasi un farci spallucce, è lecito pensare a questo punto che non abbiano ben compreso la gravità di questo atteggiamento e le conseguenze alle quali inevitabilmente si arriverà Il nostro stato di agitazione è stato chiesto all’unanimità dal Consiglio Nazionale e non ci risparmieremo per convincere tutta la Medicina Generale, e non solo, ad affiancare la nostra protesta». Nello specifico per i giovani, il Segretario Generale FIMMG teme a ragion veduta che in queste condizioni il bando rischi di essere attivato in grave ritardo e che il corso non possa partire prima di giugno 2020.Tutto questo, mentre nell’intero Paese si moltiplicano gli allarmi anche di qualche politico, che però sembrano lacrime di coccodrillo, per la carenza di medici. Di qui la richiesta di una convocazione ad horas in sede politica da parte del Presidente della Conferenza delle Regioni al fine di chiarire quale sia il mandato alla struttura tecnica. «Non siamo disponibili ad una trattativa che non generi i dovuti cambiamenti, necessari ad una risposta concreta per la Medicina di Famiglia, stufa di essere la Cenerentola del Servizio Sanitario Nazionale. A questo punto – prosegue Scotti – esigiamo di vedere investimenti non solo economici, ma anche fiduciari sulla Medicina Generale che certamente è diversa da quella descritta dal pregiudizio di uno scarso impegno e di un alto guadagno.

È invece chiaro che essendo sempre di più i pazienti anziani e quelli cronici, che come ci ricordano continuamente i funzionari regionali consumano l’80% delle risorse economiche in un sistema a volume come il nostro, stanno anche consumando le risorse umane. Ovvero impegno orario ormai insostenibile e assenza di economie che ci permettano una riorganizzazione dei carichi di lavoro con altri soggetti da noi coinvolti e non da qualche emendamento parlamentare». Un comparto che, come è stato sottolineato durante il Consiglio Nazionale, vede aumentare il peso assistenziale e nel quale i carichi di lavoro sono ormai massacranti. Il tutto in un sistema organizzativo che non potrà più garantire per tutti la presa in carico attraverso modelli di medicina di iniziativa, né la possibilità di accesso libero e tantomeno la accessibilità domiciliare.

«Inaccettabile – evidenzia Scotti – che nella discussione del Patto per la Salute ci sia, invece, chi si nasconde dietro la struttura contrattuale della Medicina di Famiglia quale causa della mancata integrazione con le altre figure professionali del territorio. Il problema non è il modello contrattuale, ma i modelli organizzativi vetusti che alcuni uffici regionali continuano a proporre».
In questo contesto, non certo entusiasmante, si innesta almeno una nota positiva: la disponibilità mostrata dal ministro della Salute Giulia Grillo, che ha accolto con favore le ragioni alla base dello stato di agitazione della FIMMG. «Diamo atto al ministro di aver favorito una netta apertura rispetto a proposte a noi particolarmente care, tra le quali creare decontribuzione per l’assunzione del personale che assumeremo noi anche utilizzando il meccanismo del reddito di cittadinanza, che è un reddito anche differito. È possibile formare persone che diventino collaboratori di studio. Il medico che le assume per i primi due anni verrebbe poi sgravato per la quota del reddito di cittadinanza che la persona avrebbe ricevuto». I temi portati sul tavolo del ministro che ha coinvolto essendo presenti nella seconda parte dell’incontro i funzionari dell’INPS, riguardano anche la possibilità di inserire nella prossima finanziaria un intervento economico specifico su progettualità che coinvolgano lo studio del Medico di Famiglia, così da creare un punto di accesso semplificato alle cure per i cittadini.

«Fare questo significherebbe valorizzare il ruolo dei Medici di Famiglia, valorizzare i collaboratori di studio e, nei fatti, realizzare una migliore assistenza grazie ai micro team che la FIMMG da tempo propone. Insomma – conclude Scotti – le soluzioni ci sono e molte di queste le abbiamo già individuate. Ora bisogna capire chi vuole concretamente stare dalla parte dei cittadini e del rispetto di quell’Articolo 32 della Costituzione che per tutti i medici è un punto di riferimento inalienabile».

Da - http://www.fimmg.org/index.php?action=pages&m=view&p=18&art=3427
4  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / LA LEGA Giornalismo da Pulitzer o scoop traballanti? La controversia su BuzzFeed inserito:: Luglio 15, 2019, 06:24:31 pm
Giornalismo da Pulitzer o scoop traballanti? La controversia su BuzzFeed

La testata che ha pubblicato gli audio sui presunti fondi russi alla Lega è una delle maggiori storie di successo del giornalismo americano contemporaneo.
Ma ha nel curriculum scivoloni molto pesanti

Di MASSIMO BASILE
12 luglio 2019, 09:32

Per alcuni è una redazione investigativa da premio Pulitzer, per altri una testata che pubblica scoop anche senza verificarli, per ammissione del suo stesso direttore. Dopo le rivelazioni sulla presunta trattativa per finanziare la Lega con soldi russi, BuzzFeed News è tornata al centro dell'attenzione. Nata 7 anni fa dalla costola di BuzzFeed, un sito di informazione e intrattenimento per il web con 1700 dipendenti e ricavi annui che superano i 150 milioni di dollari, BuzzFeed News è diretta da Ben Smith, 43 anni, giornalista di New York, figlio di un giudice di corte d'appello. Dal 2016 la redazione ha una squadra di venti giornalisti investigativi, guidata da Mark Schoofs, premio Pulitzer, l'oscar americano per il giornalismo.

La testata, che su Twitter ha 1,3 milioni di follower, e dal 18 luglio 2018 ha un sito web proprio staccato dalla "casa madre", rivelò la storia delle molestie sessuali di Kevin Spacey nei confronti di un giovane attore (denunce poi ritirare), ed è stata due volte finalista al Pulitzer. Ma ha fatto parlare di sè anche per "scoop" controversi.

La polemica sul Rapporto Steele
Il primo, nel gennaio 2017, ha riguardato la pubblicazione del Rapporto Steele, dal nome dell'ex capo dell'ufficio di Mosca dell'M16, i Servizi segreti britannici, Christopher Steele, in cui si rivelava di come la Russia da cinque anni stesse lavorando per favorire l'ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e dell'offerta di Mosca di offrire il contenuto delle email di Hillary Clinton hackerate. Nelle 35 pagine del dossier pubblicate da BuzzFeed si faceva cenno anche a un tentativo di Trump di mettere a tacere una storia riguardo "prestazioni sessuali" con prostitute russe.

Mentre New York Times e Nbc News si rifiutarono di pubblicare il documento per "mancanza di prove evidenti", Smith lo fece, informando i lettori, che il dossier "non era stato verificato" e includeva "errori evidenti". La redazione, aveva aggiunto il direttore, stava comunque lavorando per trovare conferme. "Intanto - aveva chiosato - lo condividiamo con i lettori, è il nostro modo di essere trasparenti". Trump lo definì "cumulo di spazzatura", mentre Jake Tapper, un giornalista della Cnn, network non vicino al presidente, lo aveva bollato come "atto irresponsabile".

Citata in giudizio per diffamazione da un uomo d'affari, Aleksej Gubarev, il cui nome era apparso nel dossier, nel dicembre 2018 BuzzFeed si è vista però riconosciuta la qualità del proprio lavoro. Secondo il giudice, l'articolo era risultato "corretto e veritiero", poiché si era limitato a pubblicare un documento originale, senza aggiungere commenti.

Quel presunto scoop smentito da Mueller
Nel gennaio di quest'anno, la testata è finita di nuovo nella bufera per un'altra rivelazione, sempre legata ai rapporti tra Mosca e Trump: il presidente, sosteneva BuzzFeed, aveva ordinato al suo avvocato, Michael Cohen, di mentire al Congresso riguardo la tempistica delle relazioni con la Russia per la costruzione della Trump Tower a Mosca. Si sosteneva che i colloqui fossero avvenuti durante la campagna presidenziale, cosa vietata negli Stati Uniti.

La rivelazione di BuzzFeed fece il giro del mondo, mentre i democratici valutarono l'ipotesi di impeachment, ma due giorni dopo la notizia ricevette la smentita ufficiale del procuratore speciale, Robert Mueller. Rompendo per la prima e unica volta il silenzio in due anni, il procuratore bollò come "inaccurata" la ricostruzione giornalistica. Con la chiusura dell'inchiesta sul Russiagate, BuzzFeed pubblicò un articolo dal titolo "Il rapporto Mueller dice che Trump non chiese a Michael Cohen di mentire".

Le domande a Salvini
Nonostante qualche scivolone, l'agenzia americana indipendente NewsGuard, che stila pagelle sulla qualità di informazione dei siti giornalisti, in passato ha promosso BuzzFeed con il massimo dei voti. "La redazione è formata da giornalisti esperti - ha commentato all'Agi una fonte interna di NewsGuard - nel caso italiano sono comparse anche registrazioni, e ci risulta che abbiano inviato domande a Matteo Salvini per verificare l'informazione".

Da parte sua, Alberto Nardelli, il giornalista di BuzzFeed che firmato l'articolo sui presunti finanziamenti russi, dal suo profilo Twitter ha rivolto tre domande a Salvini. La prima: "Quale è la sua relazione con Savoini? Per quale motivo un uomo che non ricopre alcun ruolo ufficiale nel governo partecipa a viaggi ufficiali a Mosca con il ministro, sedendo nelle riunioni con ministri russi e partecipando a cene con il presidente Putin? In che ruolo fa tutto questo?".

E ancora: "Cosa sa Salvini sull'incontro al Metropol del 18 ottobre. Era consapevole della trattativa e della proposta di accordo per finanziare il suo partito e la campagna elettorale? Sa quali altri italiani hanno partecipato alla riunione?". E infine: "Cosa ha fatto Salvini la sera del 17 ottobre a Mosca dopo aver parlato alla conferenza al Lotte Hotel? E come mai i funzionari russi che avrebbe incontrato quella sera vengono poi nominati il giorno successivo durante l'incontro al Metropol Hotel?".
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Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.
Da - https://www.agi.it/estero/buzzfeed_lega_russia-5822106/news/2019-07-12/?fbclid=IwAR2yObNea1k7Rct0aPhux5q5QeZ9xL6bQQn3awc8o-s6KcCOOCtpIiBKOjg
5  Forum Pubblico / L'ITALIA e le SUE REALTA'. - 11 MARZO 2019 / Estremismo, non nuova destra inserito:: Luglio 15, 2019, 06:21:46 pm
Estremismo, non nuova destra

Il governo sfascista, caro Veltroni, è figlio anche della peggiore sinistra, e non si può continuare a negarlo

Di Claudio Cerasa
30 Agosto 2018 alle 06:02

Dunque, da dove cominciare? La domanda chiave che una buona parte dell’elettorato non in sintonia con il pensiero estremista si è posta nel corso dell’estate osservando la traiettoria del governo è una domanda semplice, di fronte alla quale in molti tendono però a fuggire, a non rispondere, a nascondersi dietro a un ombrellone.

Domanda: questo governo ci fa schifo, ok, ma per non dire che ci fa solo schifo cosa possiamo fare, come possiamo reagire, da dove possiamo cominciare?

Ieri su Repubblica, l’ex segretario del Pd Walter Veltroni ha provato a ragionare attorno a questo tema e ha sviluppato un lungo ragionamento il cui succo è questo: “Non chiamiamoli populisti: contro questa destra estrema è l’ora di una nuova sinistra”. Veltroni crede che lo schema per affrontare gli sfascisti sia ricompattare prima di tutto il vecchio centrosinistra e l’ex segretario fa bene a ricordare che non può esistere un progetto alternativo se quel progetto non riparte prima dall’Europa. Ma nel suo ragionamento Veltroni commette un errore grave, che coincide con il fatto che partendo da queste basi sarà impossibile costruire un’alternativa vera al governo estremista. L’errore è questo: “Il populismo è una definizione sbagliata. E’ destra, la peggiore destra”.

Veltroni ha ragione quando dice che di fronte a questo governo è troppo semplice cavarsela con l’espressione “populismo” ma sbaglia quando prova ad autoconvincersi che la cifra politica giusta per definire l’esecutivo sia, semplicemente, “la nuova destra”. Sostenere che l’unione tra Salvini e Di Maio sia la spia della nascita di una “nuova destra” significa sottovalutare un dato importante che riguarda tanto la Lega quanto il M5s. Chi da sinistra prova ad attaccare anche con posizioni nobili il governo del cambiamento tende spesso a scaricare le responsabilità dell’estremismo populista sulla Lega, quasi a voler dare ai 5 stelle il tempo di redimersi. Ma il problema, caro Veltroni, è che fino a quando il governo del cambiamento verrà trattato come se fosse la naturale conseguenza di ciò che ha seminato il centrodestra di Berlusconi negli ultimi anni, si continuerà a non capire che il mostro che governa oggi il paese è in realtà un algoritmo del rancore nato più sulla base dell’antiberlusconismo che sulla base del berlusconismo e maturato grazie ad alcune idee diventate popolari anche su spinta di una precisa tradizione progressista. Prima ancora che lo facessero il M5s e la Lega, chi ha trasformato gli avvisi di garanzia in un’arma da utilizzare contro il proprio avversario per condannarlo fino a prova contraria? Prima ancora che lo facessero il M5s e la Lega, chi ha coltivato l’illusione che difendere il diritto allo sputtanamento a colpi di intercettazioni irrilevanti fosse un modo come un altro per difendere il diritto di cronaca? E prima ancora che lo facessero il M5s e la Lega, chi ha contribuito a trasformare la battaglia contro la flessibilità in una battaglia cruciale per sostenere l’occupazione?

Provare ad accostare il governo del cambiamento alle esperienze delle destre xenofobe può avere un senso solo isolando da tutto il resto del contesto la linea scelta da Salvini e Di Maio sul tema dei migranti. Eppure, anche su questo fronte, la sinistra che prova a trasformare il governo estremista nel governo delle nuove destre è una sinistra che non fa altro che nascondersi dietro a un ombrellone e che non accetta di costruire il proprio futuro facendo tesoro di alcuni errori del passato. E far tesoro degli errori del passato significa ammettere una cosa semplice: se la grande divisione del mondo oggi è tra chi sceglie l’apertura e chi sceglie la chiusura, scegliere l’apertura solo quando si parla di migranti e non quando si parla di economia significa continuare a fare il gioco del partito della chiusura. La chiusura sul lavoro, e sulla globalizzazione, anche se la Cgil non potrà mai ammetterlo, porta alla chiusura delle frontiere. E senza capire che il governo delle nuove destre è in realtà anche il governo delle vecchie sinistre – vale anche per Rep. – si continuerà a costruire un’alternativa combattendo un avversario immaginario.

Non chiamiamolo il governo dei populisti, ok, ma non chiamiamolo neanche il governo delle destre. E’ il governo degli estremismi, sia quelli di destra sia quelli di sinistra. Prima sarà chiaro a tutti, prima sarà possibile ricostruire un’alternativa fondata non sui sogni ma semplicemente sulla realtà.

Da - https://www.ilfoglio.it/politica/2018/08/30/news/estremismo-non-nuova-destra-211619/
6  Forum Pubblico / ARLECCHINO EURISTICO - E L'Ulivo Selvatico detto anche L'Ulivastro. / Alberto Ravaioli - 27 Set 2017 - Conferenza programmatica PD, Politica inserito:: Luglio 08, 2019, 05:11:46 pm
Immigrazione e integrazione, il dibattito su cosa è di sinistra ha proprio stufato

27 Set 2017
Alberto Ravaioli

Conferenza programmatica PD, Politica

In periodo di Conferenza programmatica del PD, ho già trattato recentemente alcuni temi sensibili della politica italiana: quello del fisco e ancor prima quello del debito pubblico.
Un terzo tema è certamente l’immigrazione.
Siamo sicuramente di fronte a fenomeni epocali.
Questo periodo storico, che anche Papa Francesco ha definito come “una terza guerra mondiale” anche se combattuta a pezzetti o a macchia di leopardo, appare sicuramente molto particolare e molto complesso.

Come sono complesse le ragioni dell’immigrazione nei paesi Occidentali: povertà e differenze economiche sicuramente, e poi guerre, molte delle dovute alla rinascita di integralismi religiosi; in particolare nel mondo islamico, ma non solo. Ricordo, per non essere accusato di partigianeria, che l’integralismo religioso non è tipico solo dell’Islam, ma lo è stato a lungo del Cristianesimo, sia quello cattolico che quello riformato, dove peraltro persistono congregazioni a dir poco estremiste. E vi sono integralismi ebraici, indù e altri ancora. Ma ovunque, per fortuna gli integralismi con il tempo inesorabilmente arretrano e probabilmente questa è una ragione che li rende più aggressivi. Questo arretramento avverrà, credo e penso, per la religione mussulmana nei prossimi anni.

L’immigrazione è un tema molto caro al mondo cattolico, per l’universalismo che attraversa tutta la cultura del cristianesimo. Ed è altrettanto caro a molta parte della sinistra, per le idee di internazionalismo e di egualitarismo che la caratterizzano. Un tema fondamentale quindi per il PD, che di queste culture e di questi mondi è una delle espressioni principali.
Ma prima di riflette su quale dovrebbe essere oggi la politica del partito Democratico sull’immigrazione, fermiamoci un momenti su numeri e dati.

I NUMERI DELL’IMMIGRAZIONE
Gli immigrati in Italia sono passati da numeri oscillanti fra 40 e 60.000 all’anno, prima del 2013, con un trend costante nel tempo, ai 170.000 nel 2014, 150.000 nel 2015 e 180.000 nel 2016, con aumenti di 3-4-5 volte nei numeri assoluti.

Certo è che molta parte di costoro non si fermerebbe nel nostro Paese, ma la difficoltà del riconoscimento e della individuazione personale e l’ostruzionismo che molti Paesi europei fanno alla loro accoglienza (vedi Francia e Austria, per non parlare di Ungheria e Polonia) hanno creato in Italia una situazione a mio parere insostenibile.
Ma andiamo avanti con i numeri.

E’ vero nel nostro Paese abbiamo un numero inferiore di popolazione italianizzata straniera, l’8.3% del totale, contro il 10.4 della Germania, l’8.4% del Regno Unito e il 7.9% della Francia, ma sono sempre all’incirca un cittadino su 10, con un totale di popolazione straniera nel 2015 di circa 5.7 milioni, di cui circa 1 milione di mussulmani, di cui il 35% marocchini.
Restano fuori dal conto però egli oltre 300.000 mila immigrati clandestini (e credo sia un numero molto basso per difetto), liberi di circolare nel Paese ma che vivono quindi in modo irregolare e non controllabile .

Dei 5.7 milioni immigrati regolari, il 23% sono rumeni, il 9.3% albanesi, 8.7% marocchini, il 5.4% cinesi, il 20% proviene dagli Stati africani.
Questa popolazione si trova per il 30% al Nord Italia, il 25% al Centro e il 16% al Sud.
Questa distribuzione fa capire che si tratta di forza lavoro che va dove ce n’è di più, appunto al Nord. E va nella grandi città: Roma conta 530.000 abitanti regolari stranieri, Milano 446.000, Torino 222.000 e Brescia 166.00, con una popolazione nei Comuni capoluogo di cittadini stranieri regolari che va dal 20 al 15% degli abitanti.

Da questo punto di vista comincerei chiedermi come mai nei principali Comuni capoluogo negli ultimi anni il PD abbia iniziato a prendere delle sonore sconfitte elettorali.
Uno dei problemi è sicuramente quello della popolazione immigrata regolare e irregolare, che non abbiamo integrato nel tessuto sociale, con frizioni con la popolazione residente autoctona e di conseguenza molto malcontento.

MA COME SONO INSERITI QUESTI CITTADINI STRANIERI?
Male, molto male direi.
Il reddito medio delle famiglie straniere è di 14.500 euro anno contro i 24.600 delle famiglie di origine italiana; il 50% è a rischio povertà, contro il 17% delle famiglie italiane;con il Centro e il Sud dove queste percentuali peggiorano.

Per stare sul tema delle grandi città, A Roma esistono oltre cento immobili irregolarmente occupati da immigranti regolari e irregolari, oltre 6.000 nomadi di etnia rom hanno residenza nella Capitale, vaste aree delle periferie hanno ancora aspetti vergognosi e restano sicuramente incontrollate. Non faccio la disamina di altre città, ma solo recentemente il PD ha iniziato ad affrontare il problema,fino al lanncio da parte del governo del bando periferie, con una quantità consistente di risorse ed oltre 120 progetti, fra i quali anche uno riguardante Rimini.
E si dica grazie a Matteo Renzi che per primo nel PD ha intuito e esaminato il problema in tempi non sospetti. Dove erano gli altri referenti della sinistra che hanno governato a lungo il Paese e le città, nei lunghi anni precedenti al governo Renzi?
Non mi si dica che questo fenomeno periferie esiste solo da pochi anni, sono decenni che lo vediamo e abbiamo visto che i politici di lungo corso non lo hanno saputo valutare.
E’ quello che succederà anche alla classe politica e dirigente vicino a Matteo Renzi se non si metterà in ascolto dei cittadini, per raccogliere nuove idee e nuove soluzioni a quanto descritto.

IL GRIDO DI ALLARME LANCIATO DA MATTEO RENZI
E’ stato Matteo Renzi a lanciare i tre segnali fondamentali per affrontare il problema immigrazione:

Il primo: salviamo le vite umane dei profughi. Nei momenti dell’emergenza, inutile fare grandi ragionamenti: salvare vite umane era il problema prioritario e determinante.

Il secondo: ammonire l’Europa sulla sua insufficiente, inefficace, disarticolata azione nei confronti del problema immigrazione.
Una Europa statica, lontana dalla gente.
Solo l’azione del Presidente del consiglio italiano, che ha trovato un alleato in Angela Merkel, ha scosso un’Europa statica e ha permesso che si rimettesse in moto. Il Presidente Gentiloni ne sta raccogliendo i frutti.

Il terzo segnale: Renzi nel momento giusto ha espresso il parere, da Segretario del PD, che non si sarebbe potuto continuare con una accoglienza che ci avrebbe portato al disastro e alla riemersione di una cultura del rifiuto dell’accoglienza di massa, esprimendo il concetto che i flussi migratori devono diminuire e che i profughi devono essere assistiti nei loro Paesi do origine.
Di fronte, almeno così ho visto, a una sinistra paralizzata nelle azioni e nelle idee, fino all’intervista sulla Stampa di D’Alema che critica Minniti perché non ha fatto intervenire in Libia l’ONU, invece di affidare alle milizie libiche il contrasto all’immigrazione. E’ poi esattamente quello che ha detto Gentiloni nel palazzo di vetro, ma l’ONU è esattamente ai comandi dell’Italia, mentre l’urgenza della situazione imponeva un’azione immediata di qualche effetto.

I NUOVI DATI
E i numeri dell’azione del Ministro Minniti, che si è mosso sotto la copertura politica di Renzi e Gentiloni, parlano chiaro.
In Luglio del 2017 una diminuzione del 53% degli sbarchi sulle nostre coste, in Agosto dell’85% , senza piuù nessuna vittima in mare , contro i 2.410 morti del 2017 nei mesi precedenti a Luglio, di cui 2.244 erano partiti dalla Libia.

Risultati ottenuti grazie all’azione del Governo in Libia, trattando con chi in Libia c’è. Ma anche grazie all’azione internazionale, in Europa e nei confronti dell’ONU e anche e nei confronti delle ONG operanti in mare. Va ricordato che le azioni principali di questa politica sono condotte in accordo con OIM (Organizzazione internazionale Migranti, dell’ONU) e vanno in direzione della chiusura dei campi profughi in Libia con la creazione di campi aperti, programmi di ritorno dei profughi nei loro Paesi di origine, attraverso sostegno al reinserimento. La stabilizzazione della Libia, naturalmente, deve andare di pari passo e non è cosa semplice, tanti e tali sono i soggetti e gli interessi coinvolti.
Ma intanto c’è stato il vertice a Parigi con Francia, Germania, Italia e Spagna dove sono stati decisi aiuti ai principali Paesi di partenza dei migranti (Niger e Libia), la protezione dei migranti in Libia e il superamento del trattato di Dublino, non più rispondente alle esigenze dei tempi.
Non sarà un cammino facile, lo sappiamo, ma la strada giusta è questa, non ci sono dubbi.
Vedremo nelle prossime settimane come evolverà la situazione e quali risultati daranno le azioni intraprese.

IL PROBLEMA DELL’INTEGRAZIONE
Rimane a noi poi tutto da risolvere il problema dell’integrazione della popolazione presente nel nostro territorio.

Il primo problema da affrontare è quello della presenza degli irregolari e del rispetto delle regole e delle norme del nostro Paese.
Gli irregolari presenti o vanno resi regolari, o rispediti con garbo al loro Paese di origine.
Non come vediamo fare ora, per cui persone con decreto di espulsione stazionano nel nostro paese impunemente anche per oltre 10 anni (vedi il recente episodio successo anche recentemente a Rimini).

Il secondo problema da affrontare è quello della vera integrazione, che si può riassumere in tre parole: casa, lavoro e welfare (assistenza sanitaria e lotta alla povertà).
Qui le soluzioni vanno trovate nel contesto più generale della azione del Governo in questi settori specifici: con azioni a favore della casa per italiani e immigrati regolari e cosiì per lavoro e welfare.

Il terzo problema è quello del cosiddetto Ius Soli. Chi è nato in Italia, è cittadino italiano: questa legge va approvata senza ritardi.
Chi ha avuto occasione di vedere i recenti campionati europei nei diversi sport, non si è forse accorto che tanti atleti italiani, circa il 20%, sono figli di immigrati e portano prestigio al nostro Paese con le loro vittorie. E così sicuramente sarà in tanti altri settori della vita quotidiana.

O ci fanno comodo solo i gol di El Sharawi, le schiacciate di Ivan Zaytsev, i record di Fiona May?

Da questo punto di vista, basta discriminazioni, si chiuda il problema una volta per tutte.
Tenere molta parte della popolazione ‘sospesa’ senza arte nè parte favorisce la ghettizzazione.
Meglio l’inclusione, con la richiesta di regole da rispettare: le leggi dello Stato Italiano, la conoscenza della lingua italiana, possibilmente un lavoro, i bambini a scuola regolarmente.

COSA E’ DI SINISTRA
Questo dibattito sulla sinistra ha veramente stancato.
Siamo stanchi delle polemiche e delle classifiche di cosa è di sinistra e di cosa non e’ di sinistra.
Per quanto mi riguarda, è di centro-sinistra una società che cresce con i criteri dell’accoglienza, ma ordinata e ragionata, con casa, istruzione, welfare distribuiti in modo razionale e ragionevole per tutti e misurate sulla base delle risorse che il Paese Italia può esprimere.

Soluzioni diverse, arruffate e irragionevoli, con stratificazioni sociali anomale e situazioni che osserviamo ancora oggi nelle periferie di molte nostre città, le lasciamo ai ‘soloni della solita sinistra’, che sinistra poi proprio non è.
Se li lasciamo (quei soloni) lontani dal potere e dalle prebende, torneranno a essere come tutti i cittadini normali.
Ma questo le persone comuni lo sanno e nelle occasioni elettorali sapranno giudicare.

PS: A proposito del Ministro Minniti, ricordo che ai tempi del Governo Prodi ho tentato (come Sindaco) vanamente di convincerlo a risolvere il problema Nuova Questura.
Allora vi erano delle ragioni ostative importanti, oggi non ci sono più.
Ministro, prima della fine della legislatura, risolva questo annoso problema di Rimini!!!

Alberto Ravaioli

Da - https://www.chiamamicitta.it/immigrazione-integrazione-cosa-sinistra-cosa-no/
7  Forum Pubblico / OPINIONISTI e GIORNALISMO D'INCHIESTA. / EMILIANO FITTIPALDI. CSM ecco le intercettazioni che inguaiano il procuratore... inserito:: Luglio 02, 2019, 11:42:30 am
ESCLUSIVO

Csm, ecco le intercettazioni che inguaiano il procuratore generale Riccardo Fuzio

Fuzio, procuratore generale della Cassazione, parla con Palamara: sul nuovo capo della procura di Roma «bisogna lavorare sui numeri».

Il giudice svela all'amico indagato le notizie sull'inchiesta di Perugia: «Ci stanno le cose con Adele…e il viaggio a Dubai…se favorivi Longo, ti arrestavano»


DI EMILIANO FITTIPALDI

01 luglio 2019

Csm, ecco le intercettazioni che inguaiano il procuratore generale Riccardo Fuzio

Riccardo Fuzio e Luca Palamara

Riccardo Fuzio è uno dei più importanti magistrati italiani. Procuratore generale della Cassazione, e dunque membro di diritto del Consiglio superiore della magistratura, è intervenuto duramente nello scandalo che ha travolto l'organismo di autogoverno delle nostre toghe.
È Fuzio, capo della sezione disciplinare, che qualche giorno fa ha infatti chiesto la sospensione facoltativa dalle funzioni (e dallo stipendio) di Luca Palamara, il pm di Roma indagato dalla procura di Perugia per corruzione e protagonista dei dopocena carbonari con alcuni giudici del Csm e politici del Pd (Luca Lotti e Cosimo Ferri). Incontri organizzati per discutere (e orientare) sia le nomine dei capi delle procure italiane (in primis quella di Roma) sia dei dossieraggi contro i magistrati che avevano causato guai giudiziari a Palamara.

È ancora Fuzio, nell'atto di incolpazione a carico di cinque togati del Csm, che ha attaccato il renziano Lotti, imputato nella Capitale per il caso Consip, affermando che «si è determinato l'oggettivo risultato che la volontà di un imputato abbia contribuito alla scelta del futuro dirigente dell'ufficio di procura deputato a sostenere l'accusa nei suoi confronti».

Lo tsunami che si è abbattuto sulla giustizia italiana, però, è pieno di paradossi. E così adesso lo stesso accusatore rischia di finire trascinato nello scandalo.

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I giornali due settimane fa avevano già dato conto di un incontro tra lo stesso Fuzio e Palamara, avvenuto il 27 maggio, e di un'intercettazione tra Palamara e Luigi Spina, ex membro del Csm in cui il secondo spiegava al primo che Riccardo Fuzio, in un sms mandato dall'estero, gli aveva detto di riferire a Luca «di non fare niente...quando torno lo chiamo».

Fuzio non s'è scomposto, ed è rimasto al suo posto. Ora però l'Espresso ha letto le trascrizioni integrali di un altro rendez vous tra Fuzio e Palamara. In cui il procuratore generale della Cassazione sembra svelare all'amico pm notizie riservate sull'inchiesta di Perugia che lo riguarda, e discutere dell'esposto di Stefano Fava (pm amico di Palamara e adesso indagato per favoreggiamento) contro i colleghi Paolo Ielo e Giuseppe Pignatone. Non solo.

Fuzio e Palamara ragionano anche del risiko delle nomine dei procuratori capo della Capitale e di Perugia. Come membro del Csm, il procuratore generale della Cassazione nei giochi di Palamara conta molto: il suo voto (o la sua astensione, come ipotizza di fare all'amico il magistrato indagato) nel plenum del Csm può essere decisivo.

Così i due discutono nei dettagli delle preferenze che i candidati più forti (Viola, Creazzo e Lo Voi) potrebbero prendere nel plenum. E di quali strategie migliori usare per accordare le varie correnti. «Il problema sintetizza Fuzio a Palamara – è lavorare sui numeri. Questo è il problema».

OSSESSIONE PIGNATONE
Andiamo con ordine, partendo dal principio. Sono le 22 del 21 maggio scorso. Il Gico della Guardia di Finanza ascolta, tramite il trojan inoculato nel cellulare di Palamare la conversazione  tra Palamara e “Riccardo”, che gli investigatori identificano con Fuzio. Quest'ultimo accenna con l'indagato dell'esposto di Fava appena arrivato al Csm contro Ielo e Pignatone, parla senza remore dei guai giudiziari del magistrato, e di presunti conflitti d'interesse del fratello di Pignatone con Piero Amara.

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«Non ho capito» comincia Riccardo «Mi avete detto prima di farlo presto, ora che facciamo presto...perché si sono spaventati di questo fatto che può venire fuori uno sputtanamento su di te...nessuno me l'ha detta questa storia di Fava, perché Fava è fermo...»

PALAMARA: «E cioè mi devi fare capire, ora fammi capire tutto...Perché io...se c'ho da preoccuparmi...ma tu l'hai letto? Le carte che dicono?»
RICCARDO: «Per questa cosa che ho detto...è una cosa che invece era nota a tutti perché non solo...ma era...a patto che la nota è indirizzata a quattro persone della procura e quindi tra questi sta Cascini (Giuseppe, membro del Csm ndr) e lui sa bene di questa cosa qua...però se ne tiravano fuori...“no, ma io non sapevo”...
PALAMARA: «Ma chi cazzo ohhh»
RICCARDO: «Però io a lui (presumibilmente Cascini, o altro membro del Csm ndr) l'ho rassicurato, gli ho detto guarda...e lui mi ha rassicurato...quando dicono, ma l'informativa...è chiaro che l'informativa è partita, poi bloccata... “non si può”...»
PALAMARA: «Su Pignatone gli ho detto pure: “Ma che sta a dì oh...ma che cazzo sta a dì?”...ma lui...ma che il fratello di Pignatone prende i soldi da lui (Amara, ndr) questo non lo sconvolge fammi capì? Si preoccupa solo di me lui...ma che cacchio di ragionamento è?»
RICCARDO: «Ma il fratello di Pignatone pigliava i soldi da Amara?»
PALAMARA: «Eh»
RICCARDO: «Cioè, ma lui gli atti...»
PALAMARA: «Eh ho capito ma bisogna spiegargli la situazione se no così che facciamo? Oggi è venuto Bianconi a dirmi che sono arrivate le carte da Perugia...chi glielo ha detto oh? E lui non può fa così...cioè, quando gli servono i voti...»

Fuzio ascolta attentamente l'amico indagato per corruzione. Dice di aver spiegato a qualche collega del Csm che la storia di Palamara è diversa da come la raccontano i pm perugini, «...“perché non conoscete la realtà...» ecita Fuzio «”Guarda i passaggi sono questi e quindi tu mi devi dire come un anno non esce nulla...la mossa della tempistica come pensate di gestire? Voi ritenete che questa tempistica sia contro Luca?” Evidentemente non sappiamo come vogliono gestire questa cosa...se vuole essere un condizionamento...poi non potevo dire chiaramente Viola non Viola...».

«NOTIZIE DA PERUGIA?»

Palamara è assai preoccupato dell'informativa dei pm di Perugia. Come è noto, al centro delle accuse di corruzione ci sono i suoi rapporti con Fabrizio Centofanti. Quest'ultimo avrebbe fatto favori di vario tipo a Palamara, che in cambio di viaggi e altre utilità avrebbe venduto all'imprenditore la sua funzione di magistrato.

PALAMARA: «Perché almeno l'unico modo per controbattere l'informativa è poter darle l''archiviazione, se no che cazzo faccio giusto? Però rimane l'informativa che mi smerda...nessuno gli dice questa cosa qui, questo è gravissimo...qualcuno glielo deve dire, cioè o gli dici chiaro, sennò veramente io perdo la faccia...mi paga il viaggio, l'informativa non l'ho mai letta, non si sa di che importo si parla...qual è l'importo di cui si parla? Si può sapere?
RICCARDO: «mahhh»
PALAMARA: «Cioè io non so nemmeno quanto è l'importo di cui parliamo»
RICCARDO: «Si...ci stanno le cose con Adele (cara amica di Palamara a cui, secondo le accuse, Centofanti compra un anello, e regala soggiorni ndr)
PALAMARA: «Cioè...almeno tu...ma le cose con Adele...»
RICCARDO: «E il viaggio a Dubai...»
PALAMARA: «Viaggio a Dubai...Quant'è? Ma quanto cazzo è se io...allora...»
PALAMARA: «E di Adele...cioè in teoria...va bè me lo carico pure io...quanto..quant'è, a quanto ammonta?»
RICCARDO: «Eh...sarà duemila euro».

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Csm, tutte le trame di Palamara, Lotti & Co.: «Se mi intercettano, diranno che sono la P5»
Le nuove rivelazioni choc dell'inchiesta. Il pm indagato per corruzione: «Ho parlato di Roma, di Lo Voi, di Creazzo: possono dire che sono quello che fa le nomine». Le mire dei congiurati: «Ridimensionare» la procura di Napoli e ricattare Pignatone. «È un matto vero, uno stronzo. Tu devi solo fargli capì che finisce male». Il pm Sirignano a Palamara: «Uccidere questa gente significa andare a mettere le pedine nei posti giusti»
Duemila euro. Esattamente la cifra contestata dai pm umbri per l'acquisto di un presunto anello da parte di Centofanti per Adele Attisani. I due poi parlano delle relazioni pericolose tra lo stesso Palamara, gli imprenditori Pietro Amara e Giuseppe Calafiore e il pm corrotto Giancarlo Longo (che ha detto a verbale come Palamara avrebbe avuto 40 mila euro da Amara e Calafiore per favorire la sua nomina a procuratore di Gela).

PALAMARA: «Io che cazzo ne so Riccà...ma io non ho assolutamente...che c'entro io...»
RICCARDO: «..era Longo o...»
PALAMARA: «A sì certo...e ma io...l'abbiamo condannato...cioè, ma io non ho...»
RICCARDO: «E Longo l'avete condannato?»
PALAMARA: «Certo...non ha mai fatto...certo gli ho detto, che faccio? Le faccio. Non le ho mai fatte perché la mia linea è stata quella di fare il processo a Scavoli, di fare il processo alla Righini, li ho fatti tutti...quindi non mi sono mai accanito...cioè non è che sono andato...cioè tu dici che non dovevo proprio vedè le carte lì...
RICCARDO: «No no no»
PALAMARA: «Eh..ero consigliere...»
RICCARDO: «Da quelle carte...che Longo le spulciava...»
PALAMARA: «Il collegamento Centofanti-Longo, sì, ma io...cioè...era un rapporto...io dovevo giudicare Longo non...(incomprensibile, ndr) se avessi favorito Longo!»
RICCARDO: «Sì, ti arrestavano»
PALAMARA: «Allora mi arrestavano».

AL SUK DELLE NOMINE
Il procuratore generale della Cassazione e Palamara parlano poi delle nomine. Leggendo le trascrizioni, sembra di essere a un suk, un mercato delle vacche. Con Fuzio che dà più di un consiglio, e con la coppia che si mette a fare i conti sulle possibili decisioni del plenum del Csm in merito alle votazioni finali. Ipotizzando scenari diversi e alleanze tra Unicost, la corrente di centro di cui Palamara è re indiscusso, Magistratura indipendente, quella più spostata a destra, e Area, la corrente di sinistra.

RICCARDO: «...Cascini a un certo punto...non vuole...non vuole Lo Voi»
PALAMARA: «Ma è chiaro...sa che ci sto io sopra...»
RICCARDO: «Perché neanche loro...allora dice...a questo punto sono iniziati di teatri, ma alla catanese...io gli ho spiegato...dico guarda...il problema è questo, che loro mettono subito...calano le braghe su Creazzo...però, se tiene, è chiaro che...si può anche non sfidare...»
PALAMARA: «Unicost...Area o Uni...cioè tu dici...»
RICCARDO: «no: Unicost – MI»
PALAMARA: «E come fai? Se non...»
RICCARDO: «Portano...portano Creazzo, dopo vogliono Viola»
PALAMARA: «E Area?»
RICCARDO: «A quel punto Area si toglie...può anche votare...ti dirò di più...»
PALAMARA: «Lo Voi?»
RICCARDO: «No...può votare Creazzo, ma a questo punto se loro sono d'accordo con i movimenti (intende verosimilmente la corrente Movimento per la Giustizia, ndr)...questa cosa, cioè il ritardo può anche...questo, che anche se votano Creazzo pure quattro noi, cinque e quattro nove...MI, Area e...e i tre grillini votano Viola, si va in plenum e a quel punto non esce...
PALAMARA: «Appunto»
RICCARDO: «Oppure devono entrare...devono rimanere in tre per fare il ballottaggio»
PALAMARA: «Ma noi dobbiamo...c'abbiamo il consenso, è l'unica cosa, come al solito a quel punto, per salvare il gruppo, cade su di te...ma pure, puoi tenere su Creazzo? In plenum? Come fai? Ce la potresti fare, diglielo a Crini, ma succede un macello se perde con l'astensione tua e vince Viola, è peggio ancora...perché se io dico, non hai capito..se io dico...noi facciamo Viola a Roma tramite l'astensione di Riccardo...va bene, è il gioco delle parti, loro lo sanno e stiamo a posto e tu, io...potresti fare»
RICCARDO: «Cinque e quattro nove»
PALAMARA: «Vanno 5 di Unicost...quattro i Ara...e sono nove, Cerabona dieci...bisogna vedè che cosa fa Ermini...Si astiene giusto?
RICCARDO: «Ermini si dovrebbe astenere»
PALAMARA: «Ermini si dovrebbe astenere, almeno quello...visto che mo' è scandalizzato da me, dalla cosa e tutto quanto che fa? Allora se tu ti astieni non può mai vincere Creazzo...»

Palamara e Fuzio continuano a fare calcoli. Il procuratore generale della Cassazione dice che «Giglioti è quello che mi ha fatto tradire la Grillo», e che «il problema è lavorare sui numeri, questo è il problema». Palamara è ottimista, e chiude dicendo che «da stasera, cambia tutto».

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CSM LUCA PALAMARA

© Riproduzione riservata 01 luglio 2019

Da - http://espresso.repubblica.it/inchieste/2019/07/01/news/csm-intercettazioni-procuratore-generale-riccardo-fuzio-1.336472?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr
8  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / Ospitare in campi, ben-organizzati, rispettosi della dignità umana... perchè no? inserito:: Giugno 29, 2019, 05:54:00 pm
Questa frase sui campi di concentramento ha messo nei guai la Ocasio-Cortez
Il paragone con quello che sta succedendo al confine del Messico ha generato molto dibattito in rete. Molte le critiche ricevute dalla giovane democratica che ha incassato, però, anche diversi messaggi di sostegno

Di MASSIMO BASILE 20 giugno 2019, 09:09

Ocasio Cortez frase campi concentramento
OCASIO CORTEZ CAMPI DI CONCENTRAMENTO PROFUGHI MESSICO

Il paragone tra i campi di concentramenti nazisti e quelli di detenzione degli immigrati clandestini ha riportato la giovane democratica Alexandria Ocasio-Cortez al centro del dibattito politico. Le è bastato dire, durante una diretta Instagram con i suoi followers, che il governo americano stava riproponendo i "campi di concentramento" al confine con il Messico, per scatenare le polemiche e aprire un fronte con i repubblicani e gli ebrei.

"È ciò che sono: campi di concentramento", ha ribadito la giovane democratica. La Fox News, vicina al presidente Trump, ha rilanciato subito la notizia, associando la definizione della democratica all'Olocausto, denunciando la "banalizzazione della tragedia dei sei milioni di ebrei che in quei campi erano morti". Il Consiglio delle relazioni delle comunità ebraiche ha scritto una lettera indirizzata a Ocasio-Cortez in cui ha definito "disgustante" il paragone con i campi nazisti.

Ma non tutti la pensano così: dal punto di vista storico, la sua definizione è apparsa a molti corretta, separata da quella di Olocausto. Molti democratici hanno appoggiato Ocasio-Cortez, dicendo che "non era una iperbole", mentre esponenti della comunità ebrea hanno voluto ricordare su Twitter che i "campi di concentramento" erano campi dove le persone venivano detenute senza aver subito un processo, proprio quello che sta succedendo al confine degli Stati Uniti.

Alexandria Ocasio-Cortez
19:10 - 19 giu 2019
Da - https://www.agi.it/estero/ocasio_cortez_frase_campi_concentramento-5690100/news/2019-06-20/
9  Forum Pubblico / ECONOMIA / Soros e altri 17 miliardari: «Adesso fate pagare più tasse ai ricchi» inserito:: Giugno 29, 2019, 05:49:01 pm
USA

Soros e altri 17 miliardari: «Adesso fate pagare più tasse ai ricchi»

Di Angelo Mincuzzi
24 Giugno 2019

Questa volta non sono i reduci di “Occupy Wall Street” a sguainare la sciabola e a chiedere più tasse per i ricchi e più uguaglianza per tutti. No, questa volta la richiesta arriva da un insolito club di miliardari che vede schierati il finanziere George Soros e suo figlio Alexander, uno dei creatori di Facebook, il 35enne Chris Hughes, i fondatori del fondo d'investimento Blue Haven Initiative, Liesel Pritzker Simmons e Ian Simmons, e Abigail Disney, regista ed ereditiera della famiglia di Walt Disney.

GUARDA IL VIDEO / “Tassateci” appello miliardari americani a candidati dem
Con una lettera pubblicata sul web e rivolta a tutti i candidati alle elezioni presidenziali Usa del 2020, diciotto ultraricchi appartenenti a 11 famiglie dal pedigree ormai americano (più un anonimo) chiedono ai politici che si contenderanno la Casa Bianca di aumentare, per favore, le loro tasse.
In nome dell'etica, del patriottismo e del sogno americano i 18 firmatari della lettera chiedono l'istituzione di una tassa sulla ricchezza che colpisca lo 0,1% più benestante del paese, cioè quella parte degli Stati Uniti che custodisce - scrivono i miliardari - la stessa ricchezza posseduta dal 90% degli americani.

GUARDA IL VIDEO / Più tasse ai ricchi, la prima battaglia di Ocasio-Cortez
I “diciotto” si schierano al fianco di un progetto della senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren, che ha proposto una tassa sulla ricchezza delle 75mila famiglie più facoltose del paese. Si tratterebbe - scrivono i “diciotto” nella lettera - di tassare con un 2% aggiuntivo gli asset posseduti oltre il valore di 50 milioni di dollari e con una ulteriore imposta addizionale dell'1% sopra il valore di un miliardo di dollari.

«Se possedete 49,9 milioni di dollari - spiegano i firmatari - non pagherete questa tassa. Si stima che l'imposta potrà generare circa 3mila miliardi di introiti fiscali in dieci anni». I fondi, nelle intenzioni dei firmatari, dovrebbero andare a finanziare l'innovazione, le energie rinnovabili per limitare il climate change, potrebbero essere destinati a finanziare borse di studio per gli studenti, infrastrutture per modernizzare il paese, rendere migliore la sanità e ridurre le imposte per i meno abbienti.

GUARDA IL VIDEO / Bill Gates contro Trump, «più tasse per ricchi come me»
Non è la prima volta che dall’élite degli Stati uniti si levano proteste per l'aumento delle diseguaglianze fiscali. Gli stessi firmatari della lettera ricordano che in passato il miliardario Warren Buffet, fondatore Berkshire Hathaway, rimarcò il fatto di essere tassato meno della sua segretaria.

Nel 2019 - sostengono oggi i 18 miliardari - lo 0,1% più ricco degli Stati Uniti pagherà il 3,2% della sua ricchezza in tasse mentre il rimanente 99% degli americani verserà il 7,2% delle proprie. Ecco perché «il prossimo dollaro delle nuove entrate fiscali dovrebbe provenire dalla parte più economicamente fortunata, non dagli americani a reddito medio e a reddito inferiore», dichiarano nella lettera.

Ma non basta. I diciotto ultraricchi affermano anche che una misura del genere sarebbe utile per almeno sei ragioni. Le elencano punto per punto e sottolineano che un'imposta che finanzi gli investimenti pubblici innovativi e tecnologici avrebbe l'effetto di aumentare la produttività del paese sul lungo termine. Darebbe quindi un vantaggio competitivo all'America.

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Ma avrebbe anche un effetto più “politico” riducendo le diseguaglianze che minano la democrazia e favoriscono la concentrazione del potere nelle mani di pochi plutocrati. I “diciotto” invocano il patriottismo e si appellano al sogno americano che, dicono, verrebbe rafforzato da una misura del genere.

«Divisione e insoddisfazione - scrivono - sono esacerbate dalla disuguaglianza, che porta a livelli alti la sfiducia nelle istituzioni democratiche. Questa è una delle ragioni per cui non consideriamo una tassa sulla ricchezza come un sacrificio da parte nostra: crediamo che istituire un’imposta porterebbe alla stabilità politica, sociale ed economica. Una tassa sulla ricchezza è patriottica».
La proposta dei diciotto ultraricchi è suffragata da un recente rapporto della Federal Reserve secondo la quale negli ultimi 30 anni l'1% più ricco degli Stati Uniti ha visto le proprie fortune crescere complessivamente di 21mila miliardi di dollari mentre il 50% inferiore ha perso 900 miliardi di dollari. Cifre che dimostrano un pericoloso allargamento della forbice sociale.
Secondo la Fed nel 1989 l'1% più facoltoso possedeva il 20,7% della ricchezza del paese, il 50 inferiore ne possedeva il 7,4%. Trent'anni dopo, nel primo trimestre del 2019, l'1% possiede il 27,7 delle ricchezze totali, il 50% inferiore il 5,8%. Nel 1989, inoltre, i più ricchi del paese investivano in azioni e fondi comuni solo il 16,7 della loro ricchezza: oggi questa percentuale è salita al 38,2%. «Quelli di noi che firmano questa lettera possiedono insolite fortune - scrivono i diciotto -, ma ognuno di noi vuole vivere in un'America che risolva le più grandi sfide del nostro futuro».

Chi l'avrebbe mai detto che gli indignati di Zuccotti Park avrebbero trovato degli adepti così importanti otto anni dopo le manifestazioni di “Occupy Wall Street”. Ma meglio tardi che mai.

Da ilsole240re.com
10  Forum Pubblico / DEMOCRAZIA AUTOREVOLE. / Sigonella ... allora eravamo autorevoli? inserito:: Giugno 29, 2019, 05:47:46 pm
https://thevision.com/politica/sigonella/
11  Forum Pubblico / LA POLITICA degli "ALTRI". / Berlinguer e i suoi nemici ... ancora oggi. inserito:: Giugno 29, 2019, 05:46:13 pm
Berlinguer, se questo è un comunista

Di Vincenzo Morvillo

 Ce ne fossero di uomini come lui! Un comunista vero! Un uomo mai dimenticato! Ha lasciato un vuoto incolmabile! Un dolore tremendo, la sua morte! Un comunista equilibrato, che si opponeva al neofascismo e al centrosinistra! Un gigante, rispetto ai politici di oggi!”

Orbene, sono solo alcune delle tante dichiarazioni melense, celebrative, ai limiti dell’agiografia, che, nei giorni scorsi, si sono potute leggere sui social, per ricordare il segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Morto l’11 giugno del 1984. Trentacinque anni or sono, dunque.

E tranne l’ultima affermazione, con cui, più o meno, si può concordare (come per tutti i politici dell’epoca rispetto agli attuali), per il resto ci permettiamo di dissentire su tutta la linea.

Berlinguer, infatti, al netto di infantili accenti romantici e malinconici, o di memorie preda di canagliesche nostalgie adolescenziali, fu colui che portò a termine quel lento processo disnaturamento socialdemocratico del Partito Comunista Italiano, cominciato, a dire il vero, già immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con Palmiro Togliatti.

E lo fece, Berlinguer, sulla pelle della classe operaia e nella maniera più brutale e meschina possibile, per un comunista. Venendo, cioè, a patti con Chiesa e padroni. Patti che presero, com’è noto, l’altisonante nome di Compromesso Storico. Ma anche piegandosi alle ragioni dell’Imperialismo Usa. Ci ricordiamo tutti la dichiarazione sconcertante sull’Ombrello della Nato, alla cui ombra l’Enrico si sarebbe sentito “più sicuro”!

Comunque, non vogliamo nasconderci e ben sappiamo che simili giudizi severi, su un uomo tanto amato, seppur contraddittorio, non sono condivisi da tutti e possono suscitare qualche polemica. Crediamo, tuttavia, che, specie in questi anni così complicati per la sinistra e il movimento comunista tutto, ci sia bisogno di fare chiarezza. Di essere divisivi, almeno nella memoria. Non unitari. Schiettamente e anche duramente divisivi. Perché, se la sinistra ha imboccato la china di una sconfitta storica che ha, ormai, toccato forse il fondo, lo si deve anche a uomini come Berlinguer. E a quel Pci statolatra e statalista, fattosi, poi, esso stesso Stato. Senza cambiarne una sola virgola.

Una china intrapresa, altresì, imboccando, progressivamente, l’inesorabile strettoia del compatibilismo con le leggi e le regole che sovrintendono a quel sistema capitalistico – con il suo modello produttivo e le sue diramazioni ideologiche e culturali – che, un tempo, si sarebbe voluto e dovuto sovvertire. Come, d’altra parte, sarebbe compito di un qualsiasi soggetto comunista che si rispetti.

E, invece, l’attuale vuoto rappresentativo, la scarsa incidenza e la stitichezza delle lotte nel nostro campo politico, il distacco dal blocco storico di riferimento, la disintegrazione della cultura del movimento operaio, la frammentazione sociale e la ridefinizione dei rapporti di forza e delle relazioni di classe – tutti a vantaggio del nemico, all’interno delle nuove economie finanziarizzate – il Pd e la sinistra allo sbando, sono il frutto di scelte politiche scellerate, da imputare proprio, in buona misura, al Pci e, in ultimo, alla segreteria Berlinguer.

Una segreteria condotta con il passo timoroso del pavido riformista, in una fase storica che avrebbe richiesto, invece, coraggio politico e audacia di azione, per contrastare la violenta ristrutturazione capitalistica in atto.

Erano gli anni ’70/’80 e, purtroppo, né i comunisti italiani né, per larga parte, quelli europei, seppero dare risposte adeguate. Per giunta, il Pci contribuì a reprimere e soffocare ogni critica, ogni movimento antagonista, ogni espressione creativa, ogni tentativo insurrezionale, ogni moto rivoluzionario, armato e non, nascesse alla sua sinistra.

Dunque, eccoci qui a confutare quelle affermazioni e quelle dichiarazioni di affetto politico, citate all’inizio. Dichiarazioni, spesso frutto di ingenuità e di buona fede. A volte, invece, maliziosamente strumentali, furbescamente machiavelliche, ingannevoli e in mala fede. Tese alla manipolazione occulta delle coscienze, specie quando provengono da organi di stampa e da settori della politica, a maggior ragione se della sinistra istituzionale. Perché il fine, è inutile negarlo, è orwelliano: controllare il presente per ipotecare il futuro.

E allora, partiamo da due affermazioni piuttosto ingenue e perciò facili da confutare. Quelle secondo cui Berlinguer avrebbe combattuto il neofascismo e ostacolato il centrosinistra. Se la prima è senz’altro veritiera, va però ricordato che l’allora segretario del Pci, con Almirante – all’epoca capo indiscusso del fascistissimo Msi, fucilatore di partigiani e operai – teneva incontri segreti.

Mentre, con lo stratega del centrosinistra, il cugino del futuro Presidente Cossiga ci costruì addirittura il compromesso storico. Il che, fuor di metafora e volendo uscire da sterili locuzioni sloganistiche, si traduceva in uno storico compromesso coi padroni e i loro comitati d’affari, legali e illegali, configurabili come la base politica dello scudo crociato. Nonché, con le alte e corrotte gerarchie vaticane: lo scandalo Ior, degli anni successivi, lo dimostra ampiamente.

D’altronde, di quei comitati d’affare e di quelle gerarchie ecclesiastiche, ben ne descriveva gli assetti di potere il bellissimo Todo Modo. Non facile film di Elio Petri, con un Gian Maria Volonté straordinario nel restituire la subdola, finanche viscida intelligenza del presidente Dc. Ben evidenziando, così, la doppia morale che plasmava e plasma, non solo l’intero mondo clericale, ma lo stesso cattolicissimo Moro: nella duplice faccia di politico e di uomo. Film tanto osannato a sinistra, ma poi, a conti fatti, misconosciuto nella sua profonda essenza politica ed ideologica. E soprattutto, ipocritamente dimenticato dopo il rapimento e l’omicidio dello statista democristiano, da parte delle Brigate Rosse.

Torniamo però al nostro. Considerato che Berlinguer, in seguito, avrebbe posto la tanto sbandierata, ancor oggi, questione morale, non ci sembra roba di poco conto quel vile compromesso coi padroni, la Chiesa e la borghesia corrotta, consumato sulla pelle di operai, studenti e proletariato.

Ma siamo solo all’inizio! Se si va a rileggere, infatti, la pubblicazione dei due interventi, tenuti nel ’77 – erano gli anni della crisi petrolifera ed energetica – sull’Austerità, Editori Riuniti (noi li abbiamo riletti l’altro ieri sera) – si scopre che Berlinguer, durante quei discorsi, parlava esattamente come Monti, “il vampiro” del 2011-2013, non disdegnando concetti come rigore, risanamento dello Stato, conti in ordine. Secondo la più classica teorizzazione ordoliberista dell’economia. Quella, per intenderci, che vediamo applicare, oggi giorno, dai tecnocrati europeisti; quella che ha prodotto il massacro sociale cui assistiamo quotidianamente; quella, insomma, che sta portando alla fame migliaia di persone in Europa.

Ma – cosa che ci è parsa ancor più grave, per un “compagno” addirittura segretario del più grande partito comunista d’occidente – Berlinguer cercava di declinare l’austerità con una ipocrita retorica di classe pur di far ingoiare la logica dei sacrifici, imposta dalle elites padronali e finanziarie, ai ceti popolari.

Per farla breve, il buon Enrico cercava di ammannire quella logica ai ceti subalterni, teorizzando e sostenendo che l’Austerità fosse un dispositivo rivoluzionario, da adottare contro gli sprechi e il consumismo sfrenato.

Il che, in astratto, potrebbe anche non essere sbagliato. Ma non certo in un contesto di ristrutturazione capitalistica come quello che era, appunto, in atto in quegli anni. E che imponeva, per di più, di sottostare a quelle rigide e criminali politiche monetaristiche che traevano forza e origine dalla tanto odiata Scuola di Chicago di Milton Friedman. Un odio ampiamente giustificato, se si pensa alle dittature militari fasciste che gli Stati Uniti imposero in molti paesi dell’America Latina – Cile e Argentina su tutti – per applicare gli interessi multinazionali coperti dalle ricette monetariste e neoliberiste elaborate dai Chicago Boys.

In quel contesto, dunque, propugnare la valenza rivoluzionaria dell’austerità rappresentava, a nostro modesto avviso, una straordinaria mistificazione della realtà, tesa ad indebolire, ancor di più, quelle classi subalterne che il Pci avrebbe, al contrario, dovuto difendere.

In poche parole, un’argomentazione capziosa, intellettualmente disonesta. Il che, senza troppi giri di parole, mette Berlinguer alla stregua degli attuali politicanti più scaltri e genuflessi ai diktat del Capitale monopolistico. Sebbene dotato di un maggiore spessore oratorio e retorico e di una certamente più vasta cultura marxista. Il che, però, gli consentiva anche di manipolare molto meglio i concetti e le tesi politiche da esporre.

Non tutta la classe operaia, però, non tutto il proletariato e non tutti i comunisti abboccavano a quella retorica del lavorismo e dei sacrifici (malgrado le scomuniche da sempre praticate da l Pci – tra accuse di trotzkismo, disfattismo, fascismo, rinnegamento – di comunisti, e tanti, ce n’erano anche fuori dal partito). Tanto è vero che, il suo sodale confederale, Luciano Lama, nello stesso anno, dalla Sapienza, a Roma, fu cacciato a sassate, quando andò a parlare di “etica del lavoro” e dei “sacrifici” che gli operai avrebbero dovuto affrontare, per il bene dello Stato e della Nazione.

Un episodio storico, rimasto nella memoria del paese come una delle più grandi sconfitte del Pci presso quelli che credeva, con arroganza, “scapestrati da ricondurre all’ovile anche con le cattive”, e come una delle più significative vittorie del movimento extraparlamentare.

Proseguendo nelle confutazioni, poi, al netto del compromesso storico e dell’austerità (che, ci pare, da sole già basterebbero a fare dell’Enrico un avanguardista del riformismo socialmente più catastrofico) possiamo aggiungere, nel novero di quelle scelte sconsiderate e certamente poco affini ad un soggetto politico comunista, le carceri speciali, la legislazione d’emergenza e il Teorema Calogero. Il tutto, in deroga a quei sacri princìpi costituzionali e a quella Carta, posta a fondamento della Repubblica, sempre invocata perché nata dalla Resistenza, ma calpestata a piacimento, ogni qual volta è stato utile a fini politici immediati, per quanto meschini potessero essere.

Andrebbe aggiunto, per completare il quadro non certo luminoso entro cui si staglia la sua vicenda politica, che strinse patti anche con Magistratura e Forze dell’Ordine, Carabinieri in testa. E, in particolar modo, con l’ “eroico” generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con l’obiettivo di mandare in galera compagni e, in molti casi, farli trucidare. Cosa che avvenne, ad esempio, in Via Fracchia, a Genova.

Favoriva la delazione a danno di operai che non erano irregimentati secondo i diktat della Cgil e del Pci. Criticò la Rivoluzione d’Ottobre e ne dichiarò chiusa la “spinta propulsiva”; affermando, vieppiù, di sentirsi protetto dall’”ombrello” della Nato.

Non basta, per riabilitarne la figura, la battaglia sulla Scala Mobile del 1984; come non sono sufficienti le dichiarazioni contro la deriva socialdemocratica e migliorista del partito, pronunciate durante una Direzione Nazionale, all’indirizzo, in particolar modo, di Giorgio Napolitano e della sua corrente.

D’altro canto, Giorgio Amendola, già nel 1969, aveva sentenziato – durante un’intervista rilasciata, per la Rai, a Bruno Vespa – che la collettivizzazione dei mezzi di produzione era un “errore” insito alla dottrina marxista; mentre i padroni come gli Agnelli non erano più da considerarsi avversari o, peggio, nemici, ma interlocutori politici ed economici, benché dall’altra parte della barricata.

Dov’era Berlinguer allora? Dov’era la sua linea contraria alla socialdemocratizzazione del Pci?

La verità è che il Pci, dopo il grande balzo in avanti fatto registrare durante le elezioni del 1976, in cui raggiunse il 34,3% – appena 3,7 punti percentuali in meno rispetto alla Dc – aveva progressivamente perso voti proprio grazie la sua “politica dei sacrifici” e, con essi, andava smarrendo inesorabilmente, il legame sentimentale con la sua gente.

Sotto i colpi durissimi dell’incalzante avanzata neoliberista, certo. Ma anche a causa di un’ambiguità politica e di un progressivo riformismo normalizzante, nel panorama istituzionale italiano, adottati in nome del più volgare e borghese governismo.

Di lì a poco, infatti, Margaret Thatcher sarebbe entrata al numero 10 di Downing Street e Ronald Reagan sarebbe stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, dando il via ad unaderegulation del mercato che avrà conseguenze devastanti per la classe operaia e le classi lavoratrici in generale.

Contro quell’avanzata delle forze reazionarie – che prometteva apertamente di essere mortale, come fu, per il movimento operaio – che non si facevano certo scrupoli morali pur di affermare il dominio del libero mercato e dell’Imperialismo in Europa, negli Usa e in Latinoamerica, le sole machiavelliche risposte che il Pci di Berlinguer riuscì ad elaborare furono il “compromesso storico”, l’appoggio all’”austerità”, la dichiarazione d’amore per l’impero a stelle-e-strisce e l’”ombrello” della Nato. Cui si accompagnò, altresì, la repressione dei movimenti della sinistra extraparlamentare, armati e non. Ossia gli unici che realmente avessero elaborato, teoricamente e sul versante delle lotte, un minimo di strategia di contrasto alle forze reazionarie e al neoliberismo incipiente, e che realmente si ponessero sul terreno dello scontro – anche duro e violento – per fronteggiarne l’avanzata.

L’Eurocomunismo, intanto, si sarebbe ben presto rivelato un aborto teorico, senza capo né coda, il cui unico, reale obiettivo era – tanto per il Pci, quanto per il Pcf e per il Pce – rompere definitivamente con i cardini del pensiero marxista e con la prassi leninista (prima ancora che con l’Urss), pur di farsi ammettere alla corte statale della governance liberale, che si andava affermando. Un obiettivo fallito miseramente.

Agli inizi del 1980, come principale conseguenza di queste dissennata e suicida strategia politica, a Mirafiori, lo scontro con la Fiat di Agnelli e Romiti si risolse in una Caporetto per Pci e Cgil, sancita dalla famigerata “marcia dei quarantamila”.

In un tale clima, il Pci, dunque, mai sarebbe entrato al governo. E d’altronde, lo stesso Moro, come si comprese poi, non avrebbe mai concesso ai comunisti, malgrado il compromesso storico, di entrare nelle stanze dei bottoni che ancora contavano.

Al netto delle boiate complottiste, pertanto, che vorrebbero le Br strumento etero diretto nelle mani dei nostri servizi (Sismi, Sisde) o in quelle di servizi stranieri (Cia, Kgb, Mossad) per bloccare il progetto di alternativa democratica e l’ “avanzata inarrestabile” del Pci, non fu certo responsabilità diretta delle Brigate Rosse se il Pci non entrò mai al governo.

Lo stesso rapimento Moro rappresentò solo la spallata finale ad un progetto che i vertici della Dc guardavano con sospetto – gestendone I passaggi con grande scaltrezza e intelligenza tattica, consci di avere tutti gli assi in mano – e che incarnava, al dunque, la fine stessa del Pci, come soggetto di classe e come partito operaio.

Berlinguer fu, dunque, un segretario in perfetta continuità con i suoi predecessori e con la linea politica di un partito che aveva smesso da tempo ogni velleità rivoluzionaria. Un segretario che si trovò a gestire, senza dubbio, la fase più delicata, fino a quel momento, vissuta dalla Repubblica italiana. E forse da questo dipende parte dell’immeritata fama – sempre secondo noi – di cui ancora gode presso molti compagni.

Per molti resta il segretario che ha sconfitto il “terrorismo”. Che non ha ceduto al “ricatto brigatista”. Senza comprendere che proprio la “linea della fermezza” ha creato l’occasione del suo disastro politico. Favorendo l’astro in ascesa di Bettino Craxi.

Certo, nel 1984 intraprende la battaglia contro il taglio della Scala Mobile, e già prima sembra ritornare sui suoi passi, accusando Napolitano e la sua corrente migliorista… Ma non sembra così scontato attribuire questa “inversione di marcia” ad un’autentica riflessione autocritica, piuttosto che a un freddo calcolo elettorale (pa perdita di consensi, dal 1978, era stata molto pesante). Non lo sapremo mai. La morte lo colse, dopo quattro giorni di agonia, seguiti ad un ictus, che lo aveva colpito nel bel mezzo di un comizio, a Padova, l’11 giugno 1984.

Qualche anno dopo, in seguito al crollo del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Urss, la crisi del Pci – come di altri partiti comunisti europei – si accelerò, giungendo a compimento nel 1990, quando Achille Occhetto mise fine, con la Bolognina, a quello che era stato il più grande partito comunista d’occidente.

E allora, non ci sembra azzardato, in conclusione, affermare che il disastro a cui assistiamo oggi, il marasma in cui ci troviamo oggi, a sinistra, lo dobbiamo molto anche a Berlinguer, ai segretari del Pci, e ai tanti partiti comunisti europei, che si piegarono, per lo più, dopo la fine dell’Urss, alle ragioni della borghesia, dell’economia di mercato, dello Stato liberale, del sistema capitalistico e di quelle istituzioni che, un tempo, dicevano di voler sovvertire.

E, tanto per essere chiari e per riferirci all’attualità, non crediamo che quel marasma si possa risolvere ripartendo dalla Sinistra. Di coazioni a ripetere intrise di godimento sadomaso, non se ne può più. Fanno male e il piacere è sinceramente poco.

In conclusione, ricordando un commosso editoriale dedicatp su Liberazione all’ex segretario del Pci, dal titolo Berlinguer: un comunista, noi vorremmo chiudere, ribaltando l’affermazione contenuta in quel titolo. Parafrasando Primo Levi, scriviamo Berlinguer: Se questo è un comunista!

Da - https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/15256-vincenzo-morvillo-berlinguer-se-questo-e-un-comunista.html
12  Forum Pubblico / MONOCULTURA è un RECINTO, CULTURA è ANDARE OLTRE. / Istoria della Compagnia di Gesù inserito:: Giugno 24, 2019, 12:10:13 pm
Escono, nei Millenni Einaudi, i volumi dell'Istoria della Compagnia di Gesù dedicati alla presenza dell'ordine di Sant'Ignazio nel continente asiatico. E' l'occasione per leggere un'altra bella “lezione di storia” scritta da Massimo Firpo, docente di Storia moderna all'Università di Torino e alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Al centro della narrazione c'è la figura del gesuita Daniello Bartoli. Bartoli fu chiamato a Roma con l'incarico di scrivere l'Istoria e con la proibizione di predicare ulteriormente. Attese a tale compito dal 1649 al 1673. Divisa in sezioni secondo un criterio geografico adottato poi dalla storiografia gesuitica, l'opera era così divisa: L'Asia uscì nel 1653, ampliata nel 1656 e 1667 (8 libri, a parte fu pubblicata la Missione al gran Mogor del padre Rodolfo Aquaviva, 1653), Giappone (5 libri, 1660), Cina (4 libri, 1663), Europa (suddivisi in due parti: Inghilterra, 6 libri, 1667, e Italia, 4 libri, 1673). L'edizione de L'Asia che sta per uscire nei Millenni Einaudi è la prima concepita con criteri critici. E' curata da Umberto Grassi con la collaborazione di Elisa Frei, l'introduzione è di Adriano Prosperi.
Letterato più che storico, spiega Massimo Firpo ai lettori della Domenica, in trent'anni di instancabile lavoro Daniello Bartoli scrisse l'Istoria asiatica. E proprio perché il Bartoli fu letterato più che storico, quest'opera risulta di piacevole lettura in virtù di una prosa elegantemente barocca, ma al tempo stesso tenuta a freno dall'educazione classica dell'autore e dal suo genuino sentire religioso, una prosa raffinata, lucida e al tempo stesso creativa, ricca di grandi capacità evocative dei lontani mondi che l'autore non aveva mai visto, ma che nelle lettere inviate a Roma dai suoi confratelli aveva saputo percepire. Non a caso ne fu grande ammiratore Giacomo Leopardi, a giudizio del quale il Bartoli era stato addirittura il Dante Alighieri della prosa italiana. Inesauribile fu la ricchezza del lessico di Daniello Bartoli, «grande predicatore e docente di retorica prestato alla storia», come scrive Prosperi nella sua densa introduzione, che scaturiva anche dalla necessità di descrivere e raccontare cose nuove, nuovi paesaggi, nuovi modi di navigare, di vestire, di abitare, di organizzare la vita sociale, di praticare i culti religiosi.
Quella narrata dal gesuita ferrarese con profondo orgoglio di appartenenza alla Compagnia ignaziana era dunque l'epopea dei gesuiti in Asia, incentrata sulle eroiche imprese e gli strabilianti miracoli di Francesco Saverio, che dopo aver lasciato l'India, chiusa al cristianesimo dal suo rigido sistema castale, si era illuso che il Giappone avrebbe potuto essere terra di agevole conquista alla vera fede. Era però morto miseramente a 46 anni in un'isola al largo di Canton nel 1552, l'anno in cui nasceva in Italia Matteo Ricci, il suo più grande continuatore, per essere poi canonizzato nel 1622, insieme con Ignazio di Loyola. Un'epopea tuttavia i cui successi erano e sarebbero stati esili e precari, non solo per la crescente egemonia asiatica delle potenze protestanti, Olanda e Inghilterra, ma soprattutto perché alla fin fine la fede cristiana sarebbe stata respinta da culture troppo diverse e troppo ricche di storia e identità per poterla accettare.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore
13  Forum Pubblico / POLITICA di CENTRO e di SINISTRA! / Pd plurale e unito? Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni inserito:: Giugno 24, 2019, 12:07:52 pm
Pd plurale e unito?

Possibile dipende da noi - dal blog di Marina Sereni

18 Giugno 2019

E’ stata una buona discussione, una riunione in cui tante persone hanno potuto prendere la parola in un clima di normale confronto tra idee e posizioni anche diverse. Dopo giorni di tensione, Zingaretti è riuscito a dimostrare che il Pd – se vuole – può essere un partito al tempo stesso unito e plurale. La sua relazione ha contribuito non poco a creare le condizioni per un dibattito vero, non diplomatico, ma privo di quelle asprezze che tanti nostri militanti ieri ci hanno detto di non sopportare più. Una parte delle minoranze congressuali ha apprezzato esplicitamente toni e contenuti del ragionamento che oggi il segretario ci ha sottoposto.

Abbiamo di fronte una nuova destra, radicale e demagogica, che ha saputo raccogliere consensi anche in vaste aree popolari. Le ricette che propongono sono nella maggior parte dei casi illusorie e sbagliate e il messaggio culturale che mandano al Paese è di chiusura e di arretramento su molti fronti. I risultati elettorali – tra luci e ombre – ci dicono che c’è ancora molto da fare ma anche che il Pd è l’unica forza attorno alla quale si può costruire un’alleanza alternativa alla destra di Salvini. Banalmente un Pd che su ogni scelta si dividesse e si lacerasse al suo interno, anziché trovare i luoghi per confrontarsi e trovare punti di sintesi, sarebbe inservibile rispetto a questo obiettivo.

L’unità dunque non è un orpello, o una concessione ai nostri militanti ed elettori arrabbiati e stufi. Ma l’unità non può essere finto unanimismo.

Su un punto oggi in molti hanno ripreso l’analisi del segretario laddove ha riaffermato che non intende rinunciare alla “vocazione maggioritaria” cioè a ricostruire un partito (perché il Pd ha bisogno di essere ricostruito) che non rinunci a parlare a tutta la società, complessa, articolata, frantumata di oggi. Tradotto un Pd che non vuole ritagliarsi un magari comodo ma piccolo spazio a sinistra ma che torna a pensare e a pensarsi come il luogo di incontro di diverse culture riformiste: quella della sinistra, quella del cattolicesimo popolare, quella liberaldemocratica e quella – oggi cruciale – ambientalista. Un partito “pivot” direbbero gli esperti, sufficientemente grande e forte da poter essere il perno di una alleanza. Penso che per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno di ragionare più liberamente sulla forma organizzativa che deve assumere il nostro Pd. Non credo possa essere solo la somma di aree politico-culturali organizzate verticalmente come tante canne d’organo. Anche perché poi sul territorio spesso l’appartenenza a questa o quella area è più figlia di posizionamenti contingenti che non una adesione ad alcune idee e valori distintivi. Allora il pluralismo verso cui tendere – necessario se vogliamo parlare e convincere pezzi diversi della società italiana – deve forse assumere una forma più flessibile, descrivere un arcipelago, un partito davvero aperto a cui si aderisce, per esempio, non solo individualmente ma anche attraverso una associazione o una lista civica locale. Penso che la nuova segreteria possa e debba sviluppare una riflessione e un approfondimento su questi temi, anche ipotizzando eventuali modifiche allo Statuto.

D’altro canto, essendo passati da un sistema maggioritario ad uno proporzionale, è del tutto ovvio che il partito pivot ha bisogno delle ali, degli alleati. Anche questo è un tema che ci riguarda ma non nel senso che noi si debba “inventare” degli alleati, piuttosto è indispensabile essere pronti, aperti a costruire un campo più largo superando qualsiasi tentazione di autosufficienza. Tutto questo si può fare solo se abbiamo in testa l’Italia, i suoi problemi e le sue risorse. Se ci proiettiamo all’esterno, se ci confrontiamo con le persone nei luoghi di lavoro, nelle città, nelle imprese. Oggi Baretta ha usato una espressione molto efficace, che Zingaretti ha ripreso: dobbiamo essere il partito “per l’Italia che soffre e per l’Italia che cresce”. Le differenze tra noi sono utili se ci aiutano a fare questo, sono perniciose se ci rinchiudono nelle nostre beghe interne.

Plurali e uniti, è possibile. Dipende da noi. 

Da - http://www.areadem.info/adon.pl?act=doc&doc=38972
14  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Giuseppe CONTE strategia discorso. Qual è la strategia dietro la mossa di Conte inserito:: Giugno 18, 2019, 10:30:27 am
Qual è la strategia dietro la mossa di Conte

A spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta.
Il discorso del premier ha già avuto delle conseguenze, a partire dal decreto 'sblocca cantieri'

Di ALBERTO FERRIGOLO 04 giugno 2019, 12:38

Giuseppe Conte strategia discorso
Ma cosa s’è messo in testa il premier? Cosa ha in mente? Qual è la sua strategia o dove intende andare a parare? Da “Avvocato del popolo” ad “Avvocato populista”? È questa la sua parabola dopo esser ricorso, per il suo discorso, alle telecamere anziché alle Camere? Vuole fondare un suo partito, varare una sua lista?

A spigolare tra le pagine dei giornali qualche indizio lo si trova, insieme a qualche risposta. Secondo Francesco Verderami il richiamo di Conte alla Carta costituzionale, si legge sul Corriere della Sera, “è un modo per trovar riparo sotto l’ombrello del Quirinale” e, visto che i suoi due vice non l’ascoltano, il farsi ascoltare attraverso gli italiani, “più che un’innovazione è una deviazione dalle regole, e la forzatura evidenzia la debolezza politica del premier. Tuttavia la scelta di "parlare agli italiani" lo mette in sintonia (anche) con quei cittadini, che il 26 maggio hanno dato un evidente segnale di disaffezione”.

 Anche per la Repubblica “c’è molto delle preoccupazioni di Sergio Mattarella” nell’intervento di ieri pomeriggio del premier a Palazzo Chigi. “Tutto il suo discorso è rivolto alla Lega” riottosa e recalcitrante a seguire le regole, ma poi “c’è anche un Conte inedito che si smarca dai 5 stelle, in maniera un po’ acrobatica”, che è sembrato andare “in cerca di popolo, di una legittimazione diretta mettendosi in posizione equidistante dai due litiganti e quindi nel ruolo del tecnico responsabile, sempre che gli elettori ne sentano il bisogno” scrive il cronista. Ma sulle stesse colonne l’analista Stefano Folli sostiene che Conte non è un ingenuo “e sa bene che non esiste alcuna «fase due» in vista per un governo tramortito e consumato. Esiste tuttavia un margine per frenare Salvini nella sua spinta verso le elezioni anticipate in settembre”.

 Dunque? “La maggioranza è in rovina, ma Conte è il premier in carica, forte della sua legittimità istituzionale” prosegue Folli, ma “in realtà “il premier si sente abbastanza forte, nonostante le apparenze, per tentare di mettere all’angolo il vincitore del 26 maggio. Obbligandolo, se davvero vuole rovesciare il tavolo del governo e avere le elezioni, a esporsi in prima persona. Senza aspettare che sia Di Maio a offrirgli l’occasione o il pretesto. Conte ha dunque soprattutto in mente il negoziato con la Commissione in vista dell’autunno. Se gli riesce, attraverso tutti gli equilibrismi necessari, userà l’Europa per tagliare le unghie al capo della Lega, l’autentico benché dissimulato bersaglio del suo intervento. La parola ora è al leghista” conclude il notista politico del quotidiano diretto da Carlo Verdelli.

 Ma c’è chi mette l’accento sulla “grammatica costituzionale” del percorso scelto da Conte, il quale avrebbe potuto o dovuto presentarsi in Parlamento e chiedere un voto di fiducia. “Sarebbe l’abc” annota Marcello Sorgi su La Stampa, “e se non l’ha fatto, preferendo rivolgersi al popolo a reti unificate, avrà avuto le sue ragioni”. Quali? La prima, a suo avviso, è che abbia concordato la sua mossa con Di Maio e il vertice pentastellato, dal quale formalmente, ma solo formalmente a confronto con i fendenti sferrati contro Salvini e La Lega, ha provato a prendere le distanze”, anche perché i 5 Stelle “sono quelli che affronterebbero il rischio maggiore in caso di elezioni anticipate”. Dunque, per Sorgi, la crisi che si è aperta, “extraparlamentare, virtuale, mediatica, fatta di domande destinate a non avere risposte, è la peggiore che un Paese ridotto com’è ridotto poteva aspettarsi. Se Conte non si dimette, il Quirinale non può intervenire. (…) La nave è senza nocchiero”. E dal ponte di comando di Palazzo Chigi “il comandante ha appena lanciato l’appello al ‘si salvi chi può’”.

 Conte governo lega m5s reazioni
Negli atteggiamenti e nel discorso del premier Conte, tuttavia, Il Messaggero, per la firma di Mario Ajello, non avverte “nessuna brama di attaccamento alla poltrona”, discorso “che vorrebbe sembrare ultimativo o penultimativo o terzultimativo e invece è crepuscolare ‘salvo intese’”. Semmai si avverte lo sforzo “di non uscire troppo male da questa esperienza in cui il Contratto che legittima la presenza di Conte in politica è sfarinato come metodo di governo”. Dunque il suo obiettivo, prima di tutto, sarebbe quello “di uscire di scena a testa alta, in modo da potersi giocare altre chance”. E di che tipo? “Non politico” sostiene il quotidiano romano. Semmai “accademico o notabilare”.

E così l’Avvocato del popolo, “dicendo a tutti come stanno le cose, e se sono andate così non è colpa mia diventa l’Avvocato di se stesso. È la metamorfosi che si è voluta rappresentare” conclude il quotidiano della Capitale.
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Da - https://www.agi.it/politica/giuseppe_conte_strategia_discorso-5596332/news/2019-06-04/
15  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Rimpasto e caso Garavaglia. Cosa c'è sul tavolo della Lega inserito:: Giugno 18, 2019, 10:25:19 am
Rimpasto e caso Garavaglia. Cosa c'è sul tavolo della Lega
C'è la casella delle politiche comunitarie da riempire ma calano le quotazioni di Borghi e Bagnai. E presto potrebbe scoppiare il caso del viceministro leghista dell'Economia, che rischia una condanna

   Di GIOVANNI LAMBERTI 11 giugno 2019, 22:38
"Alberto Bagnai e Claudio Borghi vogliono restare a fare i presidenti di commissione, non ambiscono ad altro". In questi giorni i 'big' della Lega vengono accostati a poltrone di governo ma qualificate fonti parlamentari del partito di via Bellerio smontano le ipotesi circolate in questi giorni. È vero che c'è la casella delle Politiche comunitarie da riempire ma l'operazione rimpasto è in stand by.

Dalla Lega ribadiscono che non è un tema all'ordine del giorno. Il presidente della Commissione Finanze del Senato non dovrebbe rientrare nella partita mentre risalgono le quotazioni del ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che potrebbe però anche essere 'dirottato' a Bruxelles nel ruolo di commissario Europeo. Nella rosa dei nomi c'è sempre anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: "Faccio quello che serve, la mia storia è questa qua. Io non sono quello che comanda: quello che mi chiedono, faccio", ha detto il diretto interessato.

Bagnai? "Non sono stati avanzati nomi e al momento non commento il Fantacalcio. L'unica certezza - ha osservato Salvini - è che a breve si vada a riempire la casellina del ministero delle Politiche comunitarie, visto che sta nascendo la nuova Europa, non è questione di ore, ma il nome arriverà alla fine di un percorso che condivideremo con presidente del Consiglio e il vicepresidente Di Maio".

Garavaglia potrebbe non finire come Siri e Rixi
Ma nel governo potrebbe scoppiare una nuova grana, qualora dovesse essere condannato il viceministro Massimo Garavaglia nel mirino della Corte dei conti per la vendita di Palazzo Beretta a Milano, quando era assessore lombardo all'Economia. Chi ha sentito l'esponente della Lega riferisce della sua preoccupazione per la sentenza attesa per giovedì in tarda mattinata.

Per il momento la linea del Movimento 5 stelle è stata sempre la stessa: sia su Armando Siri che su Edoardo Rixi i pentastellati - a partire da Luigi Di Maio - sono stati netti nel chiedere le loro dimissioni. Ma Garavaglia occupa una casella delicata al ministero dell'Economia. Chiedere un suo passo indietro potrebbe mettere il governo di nuovo in fibrillazione, ecco perché c'è chi nel partito di via Bellerio ipotizza un atteggiamento più morbido del Movimento.

Commissariamento per le leghe regionali?
Venerdì intanto Salvini ha convocato il Consiglio federale. In origine la riunione avrebbe dovuto tenersi per lunedì scorso. All'ordine del giorno l'approvazione del bilancio del 2018 e l'analisi dell'esito delle europee e delle amministrative. È naturale che i big della Lega discuteranno anche come preparare sia le prossime battaglie - a partire dalle regionali emiliano-romagnole in programma in autunno - sia la manifestazione di Pontida, a settembre. Ma nella riunione il segretario del partito di via Bellerio potrebbe cominciare a discutere anche della nuova struttura della Lega, con le ipotesi di commissariamento delle 'Leghe regionali, già emerse in passato, e dare il via al tesseramento del 2019.

"Ci sarà una sorta di fusione tra la Lega nord e 'Lega Salvini premier", sottolinea una fonte parlamentare. Dovrebbe ripartire a breve la nuova fase del tesseramento e occorrerà - spiegano le stesse fonti - anche dare un segnale di discontinuità rispetto alla vecchia gestione, pure per evitare eventuali nuove fibrillazioni. In ballo anche l'ipotesi di una nomina - anche di questo si era vociferato nei giorni scorsi - del coordinatore dei Giovani della Lega Crippa a vice segretario federale.

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Da -https://www.agi.it/blog-italia/punto-politico/rimpasto_lega_borghi_bagnai-5639331/post/2019-06-11/
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