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1  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / MOVIMENTO 5 STELLE. Di Maio. "Resteremo nella Ue". Conte: "Avanti fino al 2023" il: Ottobre 22, 2018, 01:49:43
Italia a 5 Stelle, Grillo: "Il Capo dello Stato ha troppi poteri". Di Maio. "Resteremo nella Ue". Conte: "Avanti fino al 2023"

Il vicepremier dal salotto di "In mezz'ora" cerca di rassicurare i mercati. E annuncia un manifesto e il lavoro per la creazione di un nuovo gruppo al Parlamento Europe. Ma non risponde alla domanda su a chi appartenga la famosa "manina". Al Circo Massimo l'intervento del premier Conte e di Beppe Grillo: "Cambieremo il mondo"

di CARMINE SAVIANO

21 ottobre 2018


ROMA - Sono tre i messaggi che chiudono la due giorni di Italia a 5 Stelle. Uno rassicurante, affidato a Luigi Di Maio: "Non usciremo mai dall'Europa". Il secondo, baldanzoso, scandito dal premier Giuseppe Conte: "Le opposizioni si mettano l'animo in pace, arriveremo al 2023". Infine il terzo, minaccioso, rivolto al Quirinale e lanciato da Beppe Grillo: "Dobbiamo togliere poteri al Capo dello Stato: serve una riforma". Così il capo politico, il premier e il fondatore del Movimento 5 Stelle chiudono la quinta festa nazionale dei grillini dal Circo Massimo di Roma. E sulle parole di Grillo, l'intervento del segretario del Pd, Maurizio Martina: "Giù le mani da Mattarella".
Italia 5 Stelle, l'attacco di Beppe Grillo: "Il capo dello stato ha troppi poteri"


Di Maio: "Orgoglioso di Conte"
Dal palco agli studi televisivi. Luigi Di Maio lancia messaggi rassicuranti all'Europa e ai mercati: "Vogliamo restare nell'Unione Europea e nell'euro. E io ne sarò sempre il garante". E poi lancia attestati di stima al premier Conte: "Sono orgoglioso di lui: l'esempio di un cittadino che si fa Stato".Poi ripete: "non c'è nessuna intenzione di uscire dall'Europa e non c'è un piano B. C'è solo un piano A. E finchè sarò in questo governo sarà sempre garantito che l'Italia resti in Europa e nell'euro".

Di ANNALISA CUZZOCREA
L'intervento del premier

E dal palco della kermesse grillina al Circo Massimo interviene anche il presidente del Consiglio di Ministri: "Andremo avanti fino al 2023: ci aspetta un cammino ancora lungo, gli oppositori se ne facciano una ragione", dice il premier allontanado così i venti di crisi arrivati sul goveno dopo il caso della "manina" che aveva modificato il testo del decreto fiscale. Il premier cerca di spostare l'attenzione dai problemi con la Lega affermando che: "Stiamo riformando il fisco più iniquo d'Europa". E sul reddito di cittadinanza: "Ci sarà, noi manteniamo le promesse". Poi racconta ai militanti le modalità del suo ingresso nel Movimento: "Conoscevo i 5 Stelle, già 5 anni prima mi era stata chiesta la disponibilità per l'organo di autogoverno della magistratura, e io all'epoca dissi 'non vi conosco', ma mi fu risposto di fare solo il mio dovere e non ho mai ricevuto una sola indicazione in 5 anni".
Italia a 5 Stelle, Di Battista in collegamento: "Giusta la battaglia di Di Maio. Manovra ottima legge"

Verso le europee
E se il premier affronta anche un cavallo di battaglia della retorica grillina - il salvabanche: "Ai truffati dalle banche ho fatto una promessa: non vi lasceremo soli. Queste persone avranno un miliardo e mezzo. Noi le promesse le manteniamo - non mancano elementi di carattere organizzativo. Affidati al capo politico, Luigi Di Maio. Che annuncia per le prossime europee che anche che il Movimento Cinque Stelle "sta lavorando a un gruppo che metta insieme sensibilità che sono state tradite sia a destra sia a sinistra". Dunque, spiega il vice premier, i grillini pensano ad un futuro gruppo parlamentare al Parlamento europeo che "sostituisca Forza Italia e Pd che a livello europeo hanno tradito gli elettori. Non voglio uscire da Ue e Euro ma lavoriamo a un nuovo progetto europeista".

Beppe Grillo: "Togliere i poteri al capo dello Stato"
E la chiusura della kermesse è affidato al padre fondatore del Movimento. Grillo, con tanto di manina al seguito, si affida all'ironia: "Noi abbiamo cambiato il mondo...guardate a Conte cosa è successo in 4 mesi, era un cazzo di professorino, che faceva l'esegesi del diritto e ora è qui: noi cambieremo il mondo". Sul "figlioccio" Luigi Di Maio: "Nessuno lo mette in difficoltà, solo io posso farlo, perché so tutte le cose vere ma non le dirò mai". E poi un messaggio minaccioso al Quirinale: "Dovremmo togliere i poteri al capo dello stato, dovremmo riformarlo. Il vilipendio... Un capo dello stato che presiede il csm, capo delle forze armate. Non è più in sintonia col nostro modo di pensare".

Poi una battuta rivolta a Salvini. "Io non lo conoscevo Salvini, l'ho incontrato una volta in aeroporto, e io ero già l'Elevato e Salvini percepiva questa potenza che emanava il mio fisico come razza superiore alla sua. Allora lui si è avvicinato, timido, e mi ha detto: 'signor grillo c'è mia mamma al telefono, la potrebbe salutare?' io a lei ho detto 'signora perchè non ha preso la pillola quel giorno?'".

La manina
Resta ancora uno degli argomenti principali della kermesse: Di Maio glissa sulla domanda relativa alla famosa "manina" che avrebbe inserito nel decreto fiscale la versione del condono che è stata cassata ieri.  "E' stato un errore o c'è stato dolo Questa è la grande domanda", dice il ministro per lo Sviluppo economico e al lavoro, "Io personalmente- aggiunge- non solo ho fiducia nella Lega ma negli esponenti della Lega. "Se c'è stato errore o dolo - conclude - questo poi lo chiariremo".
Le reazioni
Martina, Pd: "Giù le mani dal Capo dello Stato". "Il comico miliardario prenda in giro chi vuole, non c'è alcun problema a farsi due risate al circo di domenica, ma lasci stare la Costituzione e il ruolo di garanzia del Quirinale. Il Capo dello Stato non si tocca caro Grillo". Così il segretario del Partito democratico Maurizio Martina.

Bonelli, Verdi: "Grillo vuole dare i poteri alla Casaleggio?". "Grillo afferma  che bisogna togliere poteri al presidente della Repubblica perché non coincidono con il loro modo di pensare. Grillo immagina e sogna una riforma costituzionale che trasferisca i poteri alla Casaleggio?". Lo dichiara Angelo Bonelli dei Verdi.

De Petris, Leu: "Attacco inquietante". "L'attacco di Grillo alla presidenza della Repubblica è estremamente inquietante e pericoloso. Il fondatore dell'M5S indica chiaramente, rivolto al suo popolo in occasione particolarmente rilevante, l'arrembaggio a uno dei cardini della Costituzione come obiettivo". Così la senatrice di Lee Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto.

© Riproduzione riservata
21 ottobre 2018

Da - https://www.repubblica.it/politica/2018/10/21/news/di_maio_unione_europea_manovra-209565574/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr
2  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Di Maio: chi parla di crisi resterà deluso il: Ottobre 22, 2018, 01:46:10
Governo, Di Maio: chi parla di crisi resterà deluso
22 ottobre 2018, 09:00


Resterà deluso chi in questi giorni parla di crisi del governo M5s-Lega. Lo ha detto il vicepremier Luigi Di Maio a Rtl 102.5. Parlando del rapporto con il premier Giuseppe Conte e l'altro vicepremier Matteo Salvini, Di Maio ha spiegato "Noi ci parliamo, ci capiamo al volo e troviamo una soluzione insieme. C'è sempre stata lealtà tra di noi e andremo avanti 5 anni lavorando al meglio per realizzare il contratto di governo. Non voglio alimentare le speranze di coloro che dicono che questo governo è in crisi: resterebbero delusi...". E sulla manovra ribadisce: "vogliamo sederci a un tavolo con la Ue per spiegarla".

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/governo_di_maio-4516613/news/2018-10-22/
3  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / «Paese autonomo sul debito grazie al risparmio privato» INTERVISTA Armando Siri il: Ottobre 22, 2018, 01:44:45
INTERVISTA Armando Siri.

I Cir sono un’occasione per mostrare che l’Italia è solida e può assorbire le necessità di finanziamento con l’emissione di titoli di Stato
«Paese autonomo sul debito grazie al risparmio privato»
«L’obiettivo dei Cir è quello di dimostrare che il nostro Paese ha una solida dotazione di risparmio privato, e se vuole ha la possibilità di puntare ad assorbire in modo autonomo le proprie necessità di finanziamento con l’emissione di titoli di Stato». Armando Siri nel governo Conte è sottosegretario alle Infrastrutture, ma in questi mesi è stato anche in prima fila nella definizione del programma economico della Lega. Con il lavoro di costruzione dei conti individuali di risparmio, che ha portato avanti insieme a fiscalisti di primo piano e con un confronto con alcuni dei principali istituti di credito, unisce i due terreni. Perché i Cir puntano a offrire un nuovo prodotto per i piccoli risparmiatori, ma anche a creare una forma di finanziamento aggiuntiva per i progetti infrastrutturali che saranno collegati a ogni emissione dei Btp potenziali sottostanti dei Cir.
Quando debutteranno i Cir?
A inizio 2019, regolati dalle norme che inseriremo nel decreto fiscale collegato alla manovra.
Le prime bozze di decreto, circolate nel fine settimana, però non ne parlano.
Sono in corso gli ultimi confronti tecnici su alcuni dettagli della disciplina, ma l’indirizzo del governo è chiaro e l’impianto, il senso e gli obiettivi della misura sono integralmente confermati.
Il primo obiettivo è quello di spingere il risparmio delle famiglie su titoli italiani. Ma è una buona idea, proprio mentre la tensione sui nostri bond aumenta sì i rendimenti, ma suona anche un allarme sulla sostenibilità della finanza pubblica?
Ma l’investimento delle famiglie porta proprio nella direzione opposta a questi allarmi, che tra l’altro sono infondati. Riportare nei portafogli italiani i Btp li sottrae alle oscillazioni della speculazione.
Quindi l’idea sarebbe di riportare tutto il debito in mani domestiche?
L’obiettivo iniziale è quello di dare un segnale di fiducia degli italiani sulla solidità del proprio Paese. E in prospettiva puntiamo sicuramente ad assorbire una quota importante dell’ammontare di debito ancora in mano a investitori stranieri.
Ma l’uscita di fondi esteri che si è registrata negli ultimi mesi non denuncia il problema opposto? E non ci pensa da sola a riportare in Italia il debito?
È un meccanismo diverso. L’uscita di investitori stranieri, che pure non ha riguardato grosse somme, è assorbita in genere dagli investitori istituzionali italiani, che sono però sottoposti a forti pressioni regolatorie dagli organismi di vigilanza. Le famiglie ovviamente non hanno questo problema. E rappresentano anche un argine anti-spread.
In che modo?
Lo spread si muove con le vendite, ma i piccoli risparmiatori sono tradizionalmente cassettisti e tengono il titolo fino alla scadenza, condizione peraltro indispensabile per avere deduzione ed esenzioni fiscali. E giustamente si fideranno, come noi, della solidità di uno Stato di cui sono parte integrante, che nella sua storia non è mai venuto meno al pagamento di un debito. Le fregature ai risparmiatori sono arrivate da Lehman e da altri “campioni” del mercato. Non certo dai titoli di Stato, che anzi fino a una ventina di anni fa erano l’investimento tradizionale delle famiglie.
Certo, anche perché c’erano interessi stellari che non hanno fatto bene ai nostri conti, e che non sono paragonabili a quelli di oggi nemmeno dopo gli ultimi mesi complicati.
Ma ovviamente i tempi sono cambiati. Adesso l’investitore preferisce essere allineato a rendimenti ordinari di mercato in cambio della sicurezza che i suoi soldi sono tutelati. E i Cir offriranno questa tutela con in più un trattamento fiscale di favore, e la possibilità di partecipare a una scommessa collettiva su un Paese in cui si lavora insieme per il futuro.
Ma gli sconti sull’acquisto di titoli italiani non vanno contro le regole fiscali Ue?
Prima di tutto l’investitore acquista un conto individuale, di cui il Btp è il sottostante. E poi questi soldi avranno una destinazione specifica, perché saranno dedicati alle opere pubbliche indicate dal governo a ogni emissione. E non è certo possibile finanziare la costruzione di una strada o la ristrutturazione di una scuola in Italia acquistando Bund tedeschi.
Il tetto individuale a 3mila euro all’anno nasce da preoccupazioni degli operatori?
Abbiamo riscontrato grande interesse e collaborazione, e abbiamo accolto i loro suggerimenti per evitare di alterare l’equilibrio con gli altri strumenti di risparmio. Al debutto, i Cir saranno ovviamente una sperimentazione. Ma penso che nel giro di un paio d’anni si possa andare a regime rivedendo questi tetti all’investimento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Gianni Trovati

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20181007&startpage=1&displaypages=2
4  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / FABIO MARTINI. Zingaretti, l’ex “sor Tentenna” lancia la corsa per guidare i il: Ottobre 21, 2018, 11:29:53
Zingaretti, l’ex “sor Tentenna” lancia la corsa per guidare il Pd

Felpatissimo, c’è chi dice anche troppo, molto legato a Roma e all’intreccio particolare tra radici ebraiche, cattoliche, laiche. Non ha mai criticato Renzi, ma non aveva visto arrivare Minniti

Pubblicato il 13/10/2018

FABIO MARTINI

Oramai è diventato l’araba fenice del Pd. Che ci sia, ciascun lo dice, dove sia (e chi esattamente sia), nessun lo sa. In politica da 30 anni, Nicola Zingaretti è sempre rimasto rintanato nella cuccia romana e lontano dai riflettori televisivi, un profilo che da oggi sarà costretto a dismettere. Alla ex Dogana di Roma il Governatore del Lazio lancerà la sua candidatura alla guida del Pd con la Convention di due giorni “Piazza Grande”. A chi, nelle settimane scorse, gli suggeriva di uscire dal Raccordo Anulare, lui ha tagliato corto: «No, la facciamo a Roma». Si sente più sicuro nella sua città, una scelta che i suoi fan escludono sia da attribuire alla proverbiale attitudine del loro Nicola: il deficit di coraggio e di grinta. Una nomea fondata su precedenti che gli hanno guadagnato l’attribuzione di nomignoli spiritosi: “sor Tentenna”. O anche “er saponetta”. Piero Fassino, uno dei pochi padri nobili del Pd, si scioglie in un rassicurante sorriso: «Ho parlato con Nicola, gli ho chiesto se stavolta sia determinato ad andare sino in fondo. L’ho visto molto deciso».

Ci credono - e ci sperano - quasi tutti coloro che hanno già depositato la loro silenziosa fiche sul suo nome, Paolo Gentiloni, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Andrea Orlando. Da 48 ore a turbare l’ascesa di Zingaretti, c’è Marco Minniti, candidato alla guida del Pd da 13 sindaci vicino a Matteo Renzi. Una candidatura insidiosissima per il Governatore del Lazio, anche perché le radici politiche sono le stesse. Spiega Peppino Caldarola, già direttore dell’Unità: «Strano destino: dopo prediche rottamatrici, due comunisti doc concorrono per un partito che vorrebbe essere il più lontano possibile dal Pci». 

Zingaretti è un ex giovane felpatissimo. Quando ha annunciato di essere pronto a correre, ha detto: «Io ci sono», «ma sono il primo a dire che il problema fondamentale non è il segretario». L’ imperativo categorico? Sostituire la «rabbia con la passione». Cinquantatré anni, romano, fratello di Luca - il celebre commissario Montalbano - Nicola Zingaretti dietro alle spalle ha una di quelle famiglie romane, «fecondo intreccio di radici ebraiche, cattoliche e di cultura laica» e che lui racconta con garbo: «Siamo tre fratelli uniti, grazie anche ai nostri genitori che ci hanno sempre ricordato che siamo qui per caso: il 16 ottobre 1943, quando ci furono le deportazioni degli ebrei a Roma, i nazisti entrarono in casa di mio nonno, ebreo, da qualche giorno nascosto in un convento. Trovarono mia madre, attaccata alla gonna di nostra nonna, che disse il suo nome da ragazza. Si salvarono».

Da quando era segretario dei “pulcini” comunisti, Zingaretti ha sempre mantenuto i tratti del dirigente medio del Pci: buon senso, mai un gesto anticipatore, lessico impersonale. Una volta Antonio Bassolino chiese ad un compagno napoletano ben introdotto a Roma: «Ma come è questo Zingaretti? In direzione sorride sempre…». Nel 2012 pubblicamente annuncia la sua candidatura a sindaco di Roma, un’impresa che si presenta accidentata e così quando un compagno gli annuncia per telefono, «sarai candidato alla Regione», la leggenda vuole che il buon Nicola esulti per lo scampato “pericolo”. Ma Zingaretti – anche grazie a Goffredo Bettini e al suo staff – elettoralmente si rivela un fuoriclasse: è eletto presidente della provincia di Roma, e per due volte Governatore del Lazio. 

Quando Renzi era il “capo”, Zingaretti non lo ha mai criticato: «Con lui ho sempre avuto un rapporto sereno, perché franco». Ma ora Zingaretti è chiamato a cambiare marcia. I due giorni di “Piazza Grande” sembrano una fotocopia della Leopolda renziana: dieci gruppi tematici di lavoro, dal palco amministratori locali, video emozionanti (ricordo di Martin Luther King, alla presenza della figlia Bernice), lezioni (Nando Dalla Chiesa), un solo big (Paolo Gentiloni) accanto al padrone di casa. 

 Licenza Creative Commons

Da - http://www.lastampa.it/2018/10/13/italia/zingaretti-lex-sor-tentenna-lancia-la-corsa-per-guidare-il-pd-G5Sep4lmlSx39M3JBwybdI/pagina.html
5  Forum Pubblico / AUTORI. Altre firme. / Antonio POLITO. La sinistra che ignora i deboli il: Ottobre 21, 2018, 11:25:55
La sinistra che ignora i deboli

Il Pd deve capire, smettendo ogni sciovinismo e liberandosi da qualsiasi ipoteca, che oggi è parte del problema italiano, e non della soluzione.

È una questione di idee: ne devono venire di nuove, e di migliori

Di Antonio Polito

C’è forse un nesso tra il crack della Lehman Brothers, la banca d’affari che diede il via alla grande recessione, e il fallimento elettorale del Pd. Nel 2008, quattro mesi prima che a New York iniziasse la fine del turbo capitalismo finanziario, il Partito democratico di Veltroni otteneva in Italia alle elezioni politiche dodici milioni e passa di voti; cinque anni dopo con Bersani, nel pieno della crisi del debito in Europa, otto milioni e mezzo; altri cinque anni e, nel 2018, a recessione finita, i voti di Renzi sono scesi a sei milioni e rotti. Un elettorato dimezzato in una decade. E secondo i sondaggi in continuo restringimento.

Forse il destino del Pd era già scritto in quella data di nascita. La sinistra italiana, di origine marxista, approdò con troppo ritardo al tentativo di trasformarsi in una sinistra liberale, più protesa alla creazione di ricchezza che alla sua distribuzione, sulla scia del successo di Clinton negli Usa e di Blair in Europa. Costruì così un telaio, il Pd, che era fatto per la Formula Uno, per far correre l’economia il più velocemente possibile senza fermarsi ad aspettare i perdenti, nella convinzione che sarebbero stati prima o poi recuperati da una crescita ormai senza più cicli e limiti. Il programma del Lingotto ne fu la summa: anche simbolicamente, in casa Fiat. Poi la storia è andata diversamente. L’economia italiana ha dovuto arrancare su un terreno sconnesso e minato, e di caduti lungo la strada ce sono stati tanti.

Ma il Pd non era più attrezzato per ascoltare i deboli. La retorica delle opportunità in cambio di sacrifici è così proseguita anche oltre il ragionevole, tentando di mettere insieme la Coop con Amazon, come dice Aldo Bonomi, il sindacato con Marchionne, i risparmiatori coi banchieri, l’artigiano con la Fornero. E dura ancora: il segretario Martina propone per il 30 settembre una manifestazione dell’«Italia che non ha paura», mentre è così evidente che il suo problema sta proprio nell’Italia che ha paura, perché non vive nella Ztl delle grandi città e non può mandare il figlio a Londra per un master. Cosi l’intera scommessa su cui si basava il nuovo partito è naufragata, prima nella lunga recessione italiana e poi, ancor di più, nella troppo debole ripresa.

Una tale catastrofe politica può indurre sentimenti di sconforto, o accendere desideri di vendetta. L’uno e l’altro stato d’animo sono abbondantemente presenti nel dibattito interno a quel partito; specialmente in chi, non essendo riuscito a guidarlo, ora vorrebbe scioglierlo, naturalmente restandone al comando; oppure propone di rifondarlo in una cena privata o sul lettino di uno psichiatra. Tutto ciò è offensivo per migliaia di militanti e milioni di elettori. Il Pd non va buttato. È ancora uno dei più grandi partiti della sinistra europea, e ha reso più di un servizio alla Repubblica negli anni peggiori di questa decade. Chi ha a cuore la democrazia e il pluralismo politico non può davvero augurarsi la scomparsa di un partito di massa, per quanto acciaccato e pesto sia.

Ma per essere salvato da un gruppo di dirigenti che sembra aver perso la testa, il Pd deve fare una scelta. Una possibilità è auto-annettersi al populismo, come ha fatto Corbyn in Gran Bretagna, nazione in cui però non ci sono già, come da noi, due grandi partiti che occupano quell’area. Ma attenzione: anche solo scimmiottarne lo stile, come è accaduto quando il Pd ha addirittura occupato l’aula di Montecitorio per impedire un voto di fiducia su un decreto qualsiasi, può portare acqua al mulino del populismo: non si può ricostruire la credibilità di un’opposizione sul sabotaggio e sulla ripicca. Sopratutto quando, al governo, il voto di fiducia lo si è messo perfino sulla legge elettorale.

Oppure il Pd può decidere che non vale la pena di buttare questi dieci anni e che intende restare nella sinistra liberale. Ma allora deve fare i conti con la sconfitta che questo pensiero politico ha conosciuto in tutto l’Occidente. E non deve aver paura di trarne conseguenze radicali.

È ciò che invita a fare il manifesto dell’Economist per «un nuovo liberalismo», che non può più apparire, come è stato in questi anni, dalla parte della rendita, dei magnati, dei monopolisti privati che si sostituiscono a quelli pubblici, e dei furbi. Il settimanale inglese ricorda di essere nato, 175 anni fa, per battersi contro le Corn Laws, in difesa cioè dei poveri che dovevamo comprarsi il pane e contro i grandi proprietari terrieri che avrebbero guadagnato dal protezionismo sul grano.

Questa carica delle origini si è persa. Un po’ ovunque, da Hillary Clinton a Matteo Renzi, i leader della sinistra liberale sono invece diventati agli occhi della gente una élite compiaciuta di se stessa e compiacente con i più forti. E non per carattere o per antipatia, come si dice oggi; ma proprio perché, convinti che la modernità fosse un pranzo di gala, non hanno avuto il coraggio del radicalismo politico cui la chiama il manifesto dell’Economist.

Perciò oggi non hanno le carte in regola per proporre un futuro migliore a opinioni pubbliche che sembrano invece sprofondare nella nostalgia del passato, pericolosa quando si rivolta anche contro la democrazia e la tolleranza. Errori ne abbiamo commessi anche noi, osservatori, commentatori, intellettuali schierati dalla parte delle libertà economiche e politiche, incapaci di lanciare per tempo o con la necessaria forza l’allarme per la deriva lungo la quale le nostre società stavano scivolando. L’Italia, come tutto il mondo, ha tratto progresso e prosperità dalla libertà, e non deve invertire la rotta.

Ma se il Pd vuol fare parte di questa battaglia deve rapidamente rimettersi in piedi. Deve capire, smettendo ogni sciovinismo e liberandosi da qualsiasi ipoteca, che oggi è parte del problema italiano, e non della soluzione. È una questione di idee: ne devono venire di nuove, e di migliori. Ed è una questione di leader, che tanto più credibili saranno quanto meno hanno condiviso gli errori di questi anni.

Soprattutto, è una scelta che spetta alla gente del Pd, a chi ancora ci crede e che ancora lo vota. Solo loro sono i proprietari del marchio, e devono riprendersi il destino nelle proprie mani.

18 settembre 2018 (modifica il 18 settembre 2018 | 20:36)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
19 ottobre 2018
Dal Corriere della Sera
6  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / MANUELA D'ALESSANDRO "L’accusa che mi fa più male è quella di crudeltà, mi ... il: Ottobre 21, 2018, 11:22:49
"L’accusa che mi fa più male è quella di crudeltà, mi dispiace per gli errori"

Fabio Presicci, vice di Pierpaolo Brega Massone nell’équipe di chirurgia toracica della Santa Rita, per i media la ‘clinica degli orrori', ha visto cadere l’accusa più grave nei suoi confronti, quella di omicidio volontario ai danni di due pazienti in relazione a operazioni inutili eseguite per ottenere rimborsi indebiti dalla Regione Lombardia.
All'Agi racconta la sua storia recente, dentro e fuori il carcere

Di MANUELA D'ALESSANDRO
20 ottobre 2018, 12:00

“Mi dispiace avere fatto soffrire involontariamente delle persone commettendo errori. Non ho mai detto di avere sempre fatto tutto bene, ma non ho mai voluto fare del male ai miei pazienti per carpire la loro fiducia e fargli spendere soldi”. Fabio Presicci, vice di Pierpaolo Brega Massone nell’équipe di chirurgia toracica della Santa Rita, per i media la ‘clinica degli orrori', ha visto cadere l’accusa più grave nei suoi confronti, quella di omicidio volontario ai danni di due pazienti in relazione a operazioni inutili eseguite per ottenere rimborsi indebiti dalla Regione Lombardia.

I giudici hanno ridotto la pena da 24 anni e 4 mesi a 7 anni e 8 mesi riqualificando l'accusa in omicidio preterintenzionale, escludendo l'aggravante in base alla quale avrebbe operato per arricchirsi attraverso i rimborsi previsti dal sistema sanitario lombardo e riconoscendogli le attenuanti generiche per il percorso virtuoso compiuto in carcere, di cui aveva preso atto anche l'accusa. Restano però dietro di lui delle montagne: la sentenza definitiva a 8 anni e sei mesi di carcere per un’ottantina di lesioni dolose che ha finito di scontare a settembre e la condanna e un lungo percorso di detenzione.

In carcere ha scritto un romanzo intitolato ‘Passi indietro’, autobiografico fino al giorno dell’arresto, il 9 giugno del 2008, poi la trama prende una piega fantasiosa. A dieci anni di distanza dal punto di svolta della sua vita, racconta all’Agi il pezzo di biografia ‘tagliato’ dalle pagine del libro. “Quando le forze dell’ordine mi hanno comunicato le accuse di lesioni, truffa e omicidio ero nella più totale incredulità, pensavo che da un momento all’altro spuntasse qualcuno per dirmi che era uno scherzo ma in quel momento ho cominciato a sentire qualcuno che mi spingeva nel vuoto e l’impatto con la terra non arrivava mai. Le operazioni che mi contestavano nel capo d’imputazione le ricordavo bene, io e Paolo (Brega Massone, ndr) eravamo talmente pedissequi da seguire i nostri pazienti che trascorrevamo insieme intere giornate. Non mi vergogno a dire che tante volte ho pianto assieme ai parenti di fronte ai loro congiunti morti, moti li ho ancora bene impressi. Mi fidavo così tanto di Paolo da fargli operare di tumore parenti e amici che, a distanza di oltre dieci anni, stanno bene. Dopo l’arresto non ho più avuto contatti con lui. So che da quando è in carcere è uscito una sola volta per due ore per i funerali della madre”.

La prima parte della custodia cautelare la sconta a San Vittore: “Per dieci mesi sono stato con altre 8 persone in una cella di 32 metri quadri, in seguito mi è stata scontata parte della pena perché ho vinto un ricorso in base alla sentenza Torreggiani sul sovraffollamento nelle carceri. Mentalmente ho deposto subito il camice appena entrato in prigione. L’umanità degli altri detenuti mi sorprese. Uno di loro mi disse subito: ‘Quando parleranno di te in televisione, cambieremo canale’. E così si fece. Gli agenti penitenziari mi chiedevano consulenze sulle cartelle cliniche dei familiari, mi chiamavano 'dottore' ma io insistevo per essere chiamato Fabio. A salvarmi, in quel periodo, è stata la mia passione per la cucina, ero il cuoco della cella”.

Al suicidio garantisce di non avere mai pensato “perché sono innocente e avevo dei figli dei genitori, una ex moglie, una famiglia, a cui dimostrarlo”. Anche se, ricorda, il 13 maggio del 2009 “quando mi arrivò in carcere una seconda ordinanza di custodia cautelare venni messo in isolamento con sorveglianza a vista nonostante la psicologa assicurò che potevo stare con gli altri detenuti. La cella era inagibile, c’erano tracce di vomito ed escrementi che aveva lasciato il precedente ospite. L’ispettore mi promise che avrebbe mandato qualcuno a pulirla ma lo sollecitai a portarmi dei guanti che ci avrei pensato io perché quella doveva diventare la mia casa”.

La verità giudiziaria accertata dalla sentenza definitiva, promossa dalle indagini degli allora pm milanesi Tiziana Siciliano e Grazia Pradella, è che Brega e Presicci hanno inciso decine di volte il bisturi quando non ce n’era bisogno, asportando inutilmente noduli o addirittura seni e polmoni. Spesso hanno operato senza indicazione terapeutica, a volte pazienti molto anziani o incurabili. Tutto per incrementare i rimborsi, fare carriera e quindi arricchirsi, finché un esposto anonimo fece scattare le indagini della Guardia di Finanza.   

Sul merito delle accuse, la difesa di Presicci verte soprattutto sul fatto che “non è mai stata fatta una perizia super partes che avrebbe dovuto rispondere ai quesiti posti dal giudice tenendo presente del materiale della Procura e soprattutto del materiale bibliografico. I giudici hanno sempre detto che bastavano le consulenze della Procura e quelle delle difese. Ho sempre contestato la mancanza di un reale dibattimento scientifico, non ho mai detto che quegli interventi fossero certamente giusti ma non erano nemmeno certamente sbagliati. L’accusa che mi fa più male è quella di avere agito con crudeltà. Non sono pentito di nulla, se non di avere fatto del male alla mia ex moglie e ai miei due figli che hanno visto crescere il padre in prigione”.

Le operazioni agli anziani? “Anche allo Ieo si facevano, mi ricordo di avere operato un 90enne che aveva un tumore maligno. Non sono diventato ricco - si difende - il professor Lorenzo Spaggiari, direttore dell’èquipe toracica allo Ieo, venuto in aula come testimone a demolirmi dal punto di vista professionale ma disse di non credere che avevo lavorato per soldi perché anche allo Ieo io mi opponevo alla politica di far aspettare i pazienti col servizio sanitario nazionale e spalancare autostrade a quelli privati”.

E la sentenza di oggi, differentemente da quella passata in giudicato, sembra dargli ragione su questo punto. Presicci è stato radiato dall’Ordine dei Medici dopo la condanna che ha scontato, l’ultima parte in affidamento in prova alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone (“Ci vado ancora come volontario, ne traggo un guadagno morale indecifrabile”).

Non potrà operare mai più: “Anche se volessi farlo all’estero non potrei perché devi avere un casellario pulito. Capita che i miei amici mi chiedano dei pareri sui loro problemi di salute, non so se mi fa più bene o male rendermi conto che la medicina ancora mi appartiene”.

L’ultima parte della detenzione è stata ad Opera. “Grazie a Silvana Ceruti (Ambrogino d’oro per avere introdotto la poesia nel carcere) e al suo laboratorio di scrittura creativa ho scoperto di avere una vena poetica. Grazie alla poesia, sono riuscito ad avere i primi permessi, con la scorta, il primo in assoluto per leggere le nostre opere, assieme ad altri detenuti, in una vecchia chiesa. La poesia, la scrittura e la cucina mi hanno tenuto lontano dagli spettri della notte. Ho potuto confrontarmi con me stesso quando ero solo in carcere con un tavolo e uno sgabello. Quando sono andato via da Opera e da San Vittore, ho pianto perché lasciavo degli amici”. Dopo avere riottenuto la libertà completa, Presicci, 53 anni, ha cominciato a lavorare a pochi passi dal Tribunale, come segretario in uno studio che offre consulenze legali. “Il mio datore di lavoro è il medico legale che mi ha seguito nel processo e difeso dalle accuse di omicidio. Mi vogliono tutti bene, sono apprezzato e benvoluto”.

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Da - https://www.agi.it/cronaca/santa_rita_brega_massone_presicci_intervista-4509854/news/2018-10-20/
7  Forum Pubblico / CULTURA / Psello esalta la bevanda di origini divine e afferma: il dio inventore non fu... il: Ottobre 21, 2018, 11:20:15
Fine ottobre, tempo di vino novello. E' l'occasione giusta per andare alla scoperta, tra l'altro, delle origini della civiltà del vino. L'opportunità ce la offre la prima traduzione italiana del “Laus vini”, del bizantino Michele Psello, storico, politico, letterato, esperto di diritto e astronomia, persino alchimista.

Psello esalta la bevanda di origini divine e afferma: il dio inventore non fu Bacco.

Ad accompagnarci nel viaggio alle sorgenti della civiltà del vino, sulla “Domenica” del Sole 24 Ore, è il filosofo e storico della filosofia Tullio Gregory: “La seconda età del mondo, nella tradizione esegetica medioevale, - spiega Gregory - inizia con la fine del diluvio, quando Noè, uscito dall'arca, pianta la vite, produce il vino e si inebria. Non dunque, come volevano i pagani, Bacco è l'auctor vini, ma Noè, l'uomo giusto che ha salvato con l'arca – costruita secondo le prescrizioni di Javhé – tutte le specie viventi e, con la sua famiglia, l'umanità”.

Il mito della piantagione della vigna, della produzione del vino e della ebbrezza di Noè agli inizi della storia dell'umanità dopo il diluvio, assicura al vino una posizione centrale in tutta la storia della civiltà cristiana. Non a caso proprio dal diluvio muove l'Encomio del vino del dotto bizantino Michele Psello, scritto attorno al 1042: l'età nuova, la nuova creazione inizia con la coltivazione della vite e la produzione del vino perché si tratta di un “bene eccellente”, di un dono del quale erano privi gli uomini della precedente generazione in quanto malvagi e destinati a essere distrutti dal diluvio.

Per questo, sostiene Psello, Noè è come Adamo, con il quale entra in competizione per conquistare il primato del bene fatto all'umanità: Noè, scrive, “si disputa il primato con il progenitore Adamo o piuttosto si potrebbe affermare che non gli cede il posto; entrambi infatti trovarono una pianta, nel primo caso era rovinosa e mortifera, nel secondo utile e generatrice di vita».

Nel menu della Domenica, tanti altri argomenti.

 Ecco una scelta per i lettori del Sole 24 Ore
8  Forum Pubblico / POLITICA VECCHIO STAMPO sino al 22 ottobre 2018 MA ANCHE OLTRE. / Renzi chiude la Leopolda: “Campagna d’odio contro di noi. Il governo finirà sul il: Ottobre 21, 2018, 11:15:26
Renzi chiude la Leopolda: “Campagna d’odio contro di noi. Il governo finirà sul patibolo”

L’appello dell’ex segretario del Pd a Salvini e Di Maio: «Sulla manovra siete ancora in tempo, fermatevi»

Pubblicato il 21/10/2018 - Ultima modifica il 21/10/2018 alle ore 17:03

«Alla Leopolda siamo il doppio dell’anno scorso, quando eravamo al governo. L’opposizione fa bene alla Leopolda, ma male al Paese purtroppo», ha detto Matteo Renzi nel suo intervento di chiusura a Firenze. «La campagna di odio ricevuta in questi mesi è senza precedenti, sempre di più, pensavo si fermassero dopo le elezioni - ha aggiunto -. L’odio fa male, quintali di fango non ci hanno sporcato l’anima, ma non si risponde con l’odio, che si ritorcerà su di loro: i giacobini finiranno sul patibolo come sempre. Alla mistificazione costante contro di noi rispondiamo con i numeri, con la realtà».

“Falso che sento Salvini, lui e Di Maio si fermino” 
«Dicono che sentirei Salvini tutti i giorni, è una falsità. Sono mesi che non lo vedo in Senato. Ascolta i miei consigli? Non mi pare, dalla direzione che prende... Se Salvini mi ascoltasse, a Di Maio se mi capisse, darei un consiglio: caro Matteo, caro Luigi, fermatevi finché siete in tempo, ritirate la manovra, state sfasciando i conti e non mantenendo le promesse elettorali, seguite i consigli della contromanovra che abbiamo fatto con Padoan» dice.

“No al governo con i Cinque Stelle perché la politica non sono le poltrone” 
«Noi abbiamo detto di no» al governo Pd-M5s «non per i popcorn, ma perché pensiamo che la politica sia passione, idealità, valori, non poltrone» ha proseguito. 

«C’era un disegno - ha spiegato - sostenuto da personaggi di grande rilevanza, trasformarci in una sorta di piccoli alleati saggi del M5s e pensare che l’ala più razionale della destra dovesse fare altrettanto con Salvini, per arrivare a un bipolarismo populista».

“Contro di noi pezzi di establishment” 
«I barbari li avevano già romanizzati, pezzi importanti dell’establishment avevano già detto no al referendum, come pezzi del sistema economico e finanziario e l’Economist» ha aggiunto «Il guru di Di Maio si chiama Enzo Scotti, un ex ministro democristiano, lo chiamavano Tarzan per la facilità con cui passava da una corrente all’altra - ha aggiunto -, ha fondato la Link University, è il punto di riferimento di un pezzo della classe dirigente». 

 “Il mio carattere? Finché erano ministri nulla da dire” 
«Ci sono compagni di strada che non hanno avuto niente da dire sul mio carattere fintanto che grazie a quel carattere stavano a fare i ministri: quando è finito tutto, si sono accorti del problema del mio carattere» ha concluso Renzi. «L’ondata populista - ha aggiunto - non nasce dal carattere di uno di Rignano, ma da un fenomeno culturale che va affrontato, o non vinceremo mai più».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/10/21/italia/renzi-leopolda-odio-governo-qkmrcKK3RakklnoUL9wayM/pagina.html
9  Forum Pubblico / L'ITALIA DEMOCRATICA, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / Com'è andato il confronto a distanza tra Renzi e Di Maio sul condono a Ischia il: Ottobre 21, 2018, 11:12:42
Com'è andato il confronto a distanza tra Renzi e Di Maio sul condono a Ischia

"Nel decreto Genova non c'è alcun condono per Ischia perché a Ischia si applicavano in passato condoni fatti dai precedenti governi", ha spiegato il vicepremier

21 ottobre 2018, 16:07

"Il condono è dire che non c'è legalità, c'è il condono fiscale. Ma cosa ha Di Maio ad Ischia per dire tutte le volte che serve il condono tombale. Come mai nessun giornalista si chiede il perché di questa insistenza di Di Maio su Ischia?". la domanda l'ha posta in mattinata Renzi nell'intervento conclusivo della nona edizione della Leopolda. A stretto giro la replica del vicepremier: "Nel decreto Genova non c'è alcun condono per Ischia. Non c'è nessun condono - ha spiegato intervenendo su Raitre alla trasmissione di Lucia Annunziata - perché a Ischia si applicavano in passato condoni fatti dai precedenti governi. C'è stato un terremoto un anno e mezzo e in un anno e mezzo non si è fatto nulla. Noi abbiamo nominato il commissario alla ricostruzione e abbiamo deciso di velocizzare le pratiche della sanatoria per le case crollate. Perché se non velocizziamo le pratiche non possiamo ricostruire le case, abbiamo 600 famiglie sfollate".

"Non si applica - ha insistito Di Maio - a tutta Ischia o a tutti i comuni terremotati ma solo alle case crollate. Le case illegali restano illegali perché non sono sanabili. A quelle case si applicavano dei condoni esistenti, del passato".

Com'è andato il confronto a distanza tra Renzi e Di Maio sul condono a Ischia
"Per quanto riguarda il decreto Ischia non c'è nessun condono, noi vogliamo soltanto aiutare la ricostruzione delle case crollate dal terremoto. Tra l'altro, lo vogliamo fare accelerando le pratiche già esistenti di un condono del 2003 che hanno votato loro, perché c'erano loro al governo insieme a Forza Italia a suo tempo". Già ieri, Luigi Di Maio, parlando con i cronisti delle questioni aperte con la Lega, aveva spiegato il suo pensiero. E stamattina, in una intervista al Mattino, il viceministro leghista alle Infrastrutture, Edoardo Rixi ha escluso qualsiasi condono edilizio ad hoc per Ischia, spiegando che un simile provvedimento, più leggero, andrebbe esteso alle regioni del Centro Italia colpite dal sisma.

"Noi siamo contrari a un condono generalizzato - ha spiegato Rixi - nel decreto Emergenze c’è sia la questione di chi ha presentato le pratiche per la sanatoria del 2003, che non sono state evase, sia un tema d'impatto ambientale sul quale non si può derogare. Ma la questione è un'altra: nelle zone terremotate del Centro Italia ci sono ben altre regole. Perché devono valere lì e non nell'isola di Ischia?".

"Una sanatoria non è prevista in nessun accordo di governo - ha sottolineato Rixi - detto questo, si può discutere su qualcosa di buon senso. Innanzitutto concentrarlo nelle aree davvero colpite dal terremoto. Poi si può venire incontro a chi ha presentato la pratica di condono in tempo e non se l'è mai vista esaminare. In questi casi si mandano i tecnici a fare i controlli per valutare l'abuso e, se parliamo di cose minime come aver aperto una finestra, è un conto, un altro se sono gli scempi paesaggistici".

"Togliere il ruolo ai presidenti di Regione, con un emendamento della maggioranza, è un colpo di mano", aveva detto due giorni fa il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, dopo che la conversione del decreto relativo alla ricostruzione ha tolto ai presidenti delle Regioni Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio, subcommissari al terremoto del 2016, il potere di condivisione delle ordinanze commissariali. "Una manona - l'ha definita il governatore a Rainews 24 - condivisa con il governo per dare un segnale di neocentralismo: ci aspettavamo un ruolo crescente dei territori, si è verificato l'opposto". Ceriscioli ha spiegato che "anche i sindaci vengono di fatto messi fuori, non ha più senso neanche partecipare alla commissione paritetica". Per il presidente della Regione Marche, l'emendamento "è qualcosa che va contro le aspettative di tutti e che renderà più difficile il percorso di qualunque scelta, un'azione contraria ai principi costituzionali, con il rischio di invalidare l'importante strumento dell'emergenza proprio per una mancata intesa con le Regioni".

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10  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Italia a 5 Stelle. Grillo: Il Capo dello Stato ha troppi poteri il: Ottobre 21, 2018, 11:11:20
Italia a 5 Stelle, oggi la chiusura. Grillo: "Il Capo dello Stato ha troppi poteri".
Di Maio. "Resteremo nella Ue". Conte: "Avanti fino al 2023"

Il vicepremier dal salotto di "In mezz'ora" cerca di rassicurare i mercati. E annuncia un manifesto e il lavoro per la creazione di un nuovo gruppo al Parlamento Europe.
Ma non risponde alla domanda su a chi appartenga la famosa "manina".

Al Circo Massimo l'intervento del premier Conte e di Beppe Grillo: "Cambieremo il mondo"

Di CARMINE SAVIANO
21 ottobre 2018

Italia a 5 Stelle, la seconda giornata al Circo Massimo
 
Italia a 5 Stelle, oggi la chiusura. Grillo: "Il Capo dello Stato ha troppi poteri".
Di Maio. "Resteremo nella Ue".
Conte: "Avanti fino al 2023"
ROMA - Sono tre i messaggi che chiudono la due giorni di Italia a 5 Stelle. Uno rassicurante, affidato a Luigi Di Maio: "Non usciremo mai dall'Europa". Il secondo, baldanzoso, scandito dal premier Giuseppe Conte: "Le opposizioni si mettano l'animo in pace, arriveremo al 2023". Infine il terzo, rivolto al Quirinale e lanciato da Beppe Grillo: "Dobbiamo togliere poteri al Capo dello Stato: serve una riforma". Così il capo politico, il premier e il fondatore del Movimento 5 Stelle chiudono la quinta festa nazionale dei grillini dal Circo Massimo di Roma.

Di Maio: "Orgoglioso di Conte". Dal palco agli studi televisivi. Luigi Di Maio lancia messaggi rassicuranti all'Europa e ai mercati: "Vogliamo restare nell'Unione Europea e nell'euro. E io ne sarò sempre il garante". E poi lancia attestati di stima al premier Conte: "Sono orgoglioso di lui: l'esempio di un cittadino che si fa Stato”. Poi ripete: "non c'è nessuna intenzione di uscire dall'Europa e non c'è un piano B. C'è solo un piano A. E finché sarò in questo governo sarà sempre garantito che l'Italia resti in Europa e nell'euro".

APPROFONDIMENTO
Fico e Di Maio: le due voci del M5S al Circo Massimo che aspetta Grillo

Di ANNALISA CUZZOCREA
L'intervento del premier. E dal palco della kermesse grillina al Circo Massimo interviene anche il presidente del Consiglio di Ministri: "Andremo avanti fino al 2023: ci aspetta un cammino ancora lungo, gli oppositori se ne facciano una ragione", dice il premier allontanando così i venti di crisi arrivati sul governo dopo il caso della "manina" che aveva modificato il testo del decreto fiscale. Il premier cerca di spostare l'attenzione dai problemi con la Lega affermando che: "Stiamo riformando il fisco più iniquo d'Europa". E sul reddito di cittadinanza: "Ci sarà, noi manteniamo le promesse". Poi racconta ai militanti le modalità del suo ingresso nel Movimento: "Conoscevo i 5 Stelle, già 5 anni prima mi era stata chiesta la disponibilità per l'organo di autogoverno della magistratura, e io all'epoca dissi 'non vi conosco', ma mi fu risposto di fare solo il mio dovere e non ho mai ricevuto una sola indicazione in 5 anni".

Italia a 5 Stelle, Di Battista in collegamento: "Giusta la battaglia di Di Maio. Manovra ottima legge"

Verso le europee. E se il premier affronta anche un cavallo di battaglia della retorica grillina - il salvabanche: "Ai truffati dalle banche ho fatto una promessa: non vi lasceremo soli. Queste persone avranno un miliardo e mezzo. Noi le promesse le manteniamo - non mancano elementi di carattere organizzativo. Affidati al capo politico, Luigi Di Maio. Che annuncia per le prossime europee che anche che il Movimento Cinque Stelle "sta lavorando a un gruppo che metta insieme sensibilità che sono state tradite sia a destra sia a sinistra". Dunque, spiega il vice premier, i grillini pensano ad un futuro gruppo parlamentare al Parlamento europeo che "sostituisca Forza Italia e Pd che a livello europeo hanno tradito gli elettori. Non voglio uscire da Ue e Euro ma lavoriamo a un nuovo progetto europeista".

Beppe Grillo: "Togliere i poteri al capo dello Stato". E la chiusura della kermesse è affidato al padre fondatore del Movimento. Grillo si affida all’ironia: "Noi abbiamo cambiato il mondo...guardate a Conte cosa è successo in 4 mesi, era un cazzo di professorino, che faceva l'esegesi del diritto e ora è qui, cazzo ... noi cambieremo il mondo". Lo afferma Beppe Grillo dal palco di Italia 5 Stelle soffermandosi poi sul leader del Movimento Luigi Di Maio. "Nessuno mette in difficoltà Di Maio, solo io posso farlo, perché so tutte le cose vere ma non le dirò mai". E poi un messaggio al Quirinale: "Dovremmo togliere i poteri al capo dello stato, dovremmo riformarlo. Il vilipendio... Un capo dello stato che presiede il csm, capo delle forze armate. Non è più in sintonia col nostro modo di pensare".

La manina. Di Maio glissa poi sulla domanda relativa alla famosa "manina" che avrebbe inserito nel decreto fiscale la versione del condono che è stata cassata ieri.  "E' stato un errore o c'è stato dolo Questa è la grande domanda", dice il ministro per lo Sviluppo economico e al lavoro, "Io personalmente- aggiunge- non solo ho fiducia nella Lega ma negli esponenti della Lega. "Se c'è stato errore o dolo - conclude - questo poi lo chiariremo".
Noi non siamo un partito, non cerchiamo consenso, non viviamo di stipendi pubblici, ma stiamo in piedi grazie ai lettori che ogni mattina ci comprano in edicola, guardano il nostro sito o si abbonano a Rep:. Se vi interessa continuare ad ascoltare un'altra campana, magari imperfetta e certi giorni irritante, continuate a farlo con convinzione.

MARIO CALABRESI

Da - https://www.repubblica.it/politica/2018/10/21/news/di_maio_unione_europea_manovra-209565574/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr
11  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / GIORGIA ARIOSTO Condono: cosa cambia dopo l'accordo tra Di Maio e Salvini sul... il: Ottobre 21, 2018, 11:08:16
Condono: cosa cambia dopo l'accordo tra Di Maio e Salvini sul decreto fiscale

Dal testo 'definitivo' sono state stralciate ampie parti dell'articolo 9 del decreto, ovvero la norma sulla dichiarazione integrativa che ha scatenato lo scontro tra i due soci di maggioranza

Di GIORGIA ARIOSTO
21 ottobre 2018, 11:00

Via la non punibilità per i reati e fuori dal condono i beni e le attività finanziarie detenute all'estero. Mentre potrebbe entrare nel corso dell'iter parlamentare il saldo e lo stralcio delle cartelle di Equitalia per i contribuenti in particolari difficoltà economiche. Il condono targato M5s-Lega resta ma si ridimensiona rispetto ai contorni che aveva assunto nei giorni scorsi. La sintesi è stata trovata nel corso di una riunione ristretta tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Dal testo 'definitivo' sono state stralciate ampie parti dell'articolo 9 del decreto, ovvero la norma sulla dichiarazione integrativa che ha scatenato lo scontro tra i due soci di maggioranza. La pace fiscale nella versione precedente prevedeva una dichiarazione integrativa 'speciale' che si estendeva anche all'imposta sul valore degli immobili situati all'estero (Ivie) e all'imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all'estero (Ivafe), tipiche della voluntary disclosure.

Scudo penale
Nel nuovo testo non sarà possibile presentare la dichiarazione integrativa per i beni e le attività finanziarie detenute all'estero. Il vero nodo all'origine dello scontro era però rappresentato dalla non punibilità dei reati e in particolare dalla norma che introduceva lo scudo penale per riciclaggio e autoriciclaggio. Al comma 9 dell'articolo 9, nel vecchio testo si prevedeva la non punibilità per i reati tributari di dichiarazione infedele, omesso versamento di ritenute e omesso versamento Iva anche in connessione alle condotte connesse a riciclaggio o impiego di denaro o di proventi illeciti e quelle relative all'autoriciclaggio (fino alla data del 30 settembre 2019).

Altra modifica sostanziale, sempre in base a quanto dichiarato da Conte e dai due vicepremier, riguarderà il tetto del condono. La vecchia norma prevedeva una soglia di 100.000 euro sull'integrazione degli imponibili, comunque non oltre il 30 per cento di quanto già dichiarato, per singola imposta da sanare e per periodo d'imposta (dal 2013 al 2016). Ora invece il tetto sarà di 100.000 euro di imponibile e varrà per ogni anno di imposta e non più per singola imposta, quindi non sarà cumulabile.

L'aliquota media
Il resto dell'impianto della pace fiscale dovrebbe comunque essere confermato. Quindi sugli importi da far emergere si applicherà un'aliquota del 20% ai fini delle imposte sui redditi, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, delle ritenute e dei contributi previdenziali, dell'Irap. Discorso diverso per l'Iva per la quale si calcolerà l'aliquota media, risultante dal rapporto tra l'imposta relativa alle operazioni imponibili, diminuita di quella relativa alle cessioni di beni ammortizzabili, e il volume d'affari dichiarato, tenendo conto dell'esistenza di operazioni non soggette a imposta ovvero soggette a regimi speciali.

Nei casi in cui non è possibile determinare l'aliquota media, si applica l'aliquota ordinaria del 22%. Resta quindi confermato anche lo stralcio totale delle cartelle sotto i 1.000 euro per gli anni d'imposta dal 2000 al 2010, la rottamazione ter e il contenzioso tributario con la possibilità di pagare senza sanzioni o interessi il 20% del non dichiarato in 5 anni in caso di vittoria del contribuente in secondo grado o il 50% in caso di vittoria in primo grado.

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Da - https://www.agi.it/economia/pace_fiscale_condono_cosa_cambia-4514326/news/2018-10-21/
12  Forum Pubblico / Il NUOVO PENSARE, al CENTRO e a SINISTRA "OLTRE" il PD. / Franco “Bifo” Berardi, filosofo e agitatore culturale classe 1949, protagonista il: Ottobre 21, 2018, 11:06:03
Il tempo della vendetta

Bifo racconta il saggio “Futuribilità”: dalla distruzione dell’empatia alle possibilità aperte nel futuro.

Partendo dal senso di impotenza dilagato nel presente


Di Gabriele Ferraresi

Franco “Bifo” Berardi, filosofo e agitatore culturale classe 1949, protagonista del ’77 bolognese, non passa esattamente come un ottimista. Eppure a leggere qualche suo libro, senza fermarsi ai meme che incrociamo nella home di Facebook, Bifo pare semplicemente constatare il reale.

Più che un pessimista infatti Berardi è un filosofo da battaglia, radicale, che prende atto del presente e propone un’idea di futuro. Di conseguenza è molto amato e molto odiato: odiato perché? Perché la realtà spesso non piace, tantomeno piace chi la squaderna davanti e chi non la vuol vedere.

Tra le ultime opere, Heroes – Suicidio e omicidio di massa, del 2013, dedicato alla relazione tra capitalismo e salute mentale, e Futurabilità, in libreria da settembre 2018 per Nero Editions.

“Un lungo periodo di violenza, guerra e demenza ci aspetta” scrive in Futurabilità Bifo. Prima di quel lungo periodo, impossibile sapere quanto prossimo, Berardi è la persona giusta per sezionare il presente: tra l’Italia giallo-verde di Salvini e Di Maio e “l’inconscio orrendo” degli Stati Uniti di Donald Trump alla Casa Bianca. Tra disperazione e possibilità di una speranza.

Partiamo dall’Italia. A sinistra c’è una grande isteria collettiva contro Lega Nord e 5 Stelle: per te ha senso fare opposizione così?
La Repubblica, l’opinione democratico liberale, le persone perbene diciamo, vivono all’interno di una favoletta che è definitivamente uscita dalla scena, ma loro non lo sanno. Qual è questa favoletta? La favoletta secondo cui la ragione è destinata a espandere il suo governo sulla realtà dell’esistenza umana. E che purtroppo, per qualche errore, che forse hanno compiuto negli ultimi anni in cui non hanno ascoltato bene la volontà dell’elettorato, be’, quella espansione si è arrestata. Ecco, questo cosa produce nel discorso pubblico dei democratico-liberali? Produce un affannoso tentativo di ricostruire le condizioni di un consenso.

Dici che a sinistra non è il caso di farsi illusioni?
Non siamo di fronte a una crisi della democrazia liberale, siamo di fronte al collasso, allo sgretolamento del rapporto fra ragione umana e complessità dell’universo tecnico.

Nell’ultimo libro di Yuval Noah Harari ho letto una frase che mi pare illuminante. Lui dice, cito a memoria “Nella storia dell’umanità l’intelligenza e la coscienza hanno proceduto di pari passo: una persona molto intelligente tendenzialmente era dotata anche di un alto grado di coscienza”. Ecco, questo non è più vero.

L’intelligenza artificiale che supera l’uomo: vedi quello come punto di non ritorno?
I congegni intelligenti sono per definizione non dotati di una consapevolezza etica o estetica. Harari osserva poi che tutto questo naturalmente diventa molto pericoloso, per il fatto che l’intelligenza appartiene sempre più a grandi agenzie economiche e tecnologiche, ed è questa la constatazione da cui dobbiamo partire. Si è determinata una contraddizione sistemica. Non congiunturale. Che modifica completamente tutti i termini della prospettiva umana.

Nella contraddizione di cui parli qualcuno spera ancora di rimettere insieme i pezzi: secondo te ha senso?
Tornare al governo razionale della complessità non accadrà mai più nella storia dell’umanità. È dunque proprio l’approccio strategico fondamentale che non funziona più, che è del tutto impotente. Cacciari mi fa piangere ogni volta che lo vedo, perché è una persona intelligente, perbene, non ha letto tutti i libri giusti, ne ha letti molti di sbagliati, ma non è colpa sua: il problema è che non vede l’impotenza, pensa che la politica possa ancora qualcosa. Non è così.

Da Heroes a Futurabilità sono passati tre anni: la situazione è peggiorata?
Non la metterei in termini di meglio o peggio. Direi che il punto è piuttosto quali vie d’uscita restino per una progettualità umana. Il punto è quanto estesa è la sofferenza che consegue ad alcune condizioni sociali, economiche, tecniche: da questo punto di vista le cose sono peggiorate e non possono che peggiorare, la sofferenza si espande.

Il senso di impotenza, l’incapacità di vedere vie d’uscita è diventata ogni anno più profonda.

Il centro di Futurabilità è il nostro senso di impotenza di fronte al mondo
In Heroes mi sono occupato di un fenomeno, il suicidio aggressivo, che si può considerare marginale: mentre in Futurabilità mi occupo non di una questione marginale, ma di un’impotenza che è diventata generalizzata nell’intero panorama culturale e sociale. Però dall’altro punto di vista, quello di quanto margine di possibilità ci rimanga, da questo punto di vista ritengo che Futurabilità sia, trattieni le risa, un libro ottimistico.

Non rido. Continua pure
Il tentativo che ho fatto è quello di sottolineare come la possibilità resti intatta: la terza parte del libro è un tentativo di riformulare un programma positivo per i movimenti, per la politica in generale.

Scrivi da anni di sofferenza psichica dilagante: perché questo tema rimane il grande escluso dal dibattito? La cappa è talmente fitta che non la vediamo neanche più?
Perché questo tema, questo territorio che è costituito dalla intima terra straniera, dall’inconscio – e dalla sofferenza mentale – sfugge in maniera costitutiva alla ragione politica. La ragione politica non è riuscita a intercettare la dimensione inconscia nel momento e nel periodo in cui inconscio produceva felicità. A maggior ragione non può e non intende – ma soprattutto non può! – intercettarlo nel momento in cui l’inconscio produce autodistruzione, terrore e così via. Chi non coglie questo non coglie nulla. Scusa un attimo… Hai letto questo [si alza dalla scrivania, prende un libro, ndr] Hillbilly elegy, di J.D. Vance?

Non l’ho letto
Questo libro di J.D. Vance non è un grande libro, non è buona letteratura, però è il resoconto autobiografico giorno per giorno di un poveraccio che vive nell’America profonda, in mezzo a una realtà di ubriachezza, depressione, tossicomania, miseria, sussidi di disoccupazione, razzismo basico; e la sua famiglia di bianchi miserabili, ignoranti e potenziali assassini, potenziali suicidi… benissimo: lui riesce ad andare all’università a emanciparsi da questa situazione, però la descrive. Anche nei suoi risvolti politici.

In questo, il sogno dei miserabili tra i quali è vissuto è di trovare qualcuno che sia più miserabile e debole di loro per poterlo torturare. Bene: questa è la descrizione del nostro mondo. Cacciari ha un bel da tentare l’unione delle sinistre ragionevoli; le sinistre ragionevoli non potranno mai parlare con J.D. Vance.

Anche Franzen affronta i fantasmi dell’America
Negli ultimi tempi mi capita spesso di parlare dei suoi romanzi, di Libertà, di Purity, soprattutto de Le correzioni, perché Franzen è riuscito a esprimere l’esplosione del cervello americano. Questo specie di dilagare di un inconscio orrendo, inconscio che deriva dalla storia di una popolazione che ha realizzato il più grande genocidio della storia dell’umanità. Un popolo di assassini che tutto a un tratto si guarda allo specchio e non vede una bella faccia.

Da un paio d’anni vede la faccia di Donald Trump
Provare a spiegare Trump con la politica è impossibile, sei in un labirinto, ti perdi! Franzen o J.D. Vance invece ci permettono di capirlo.

Hai detto che dovremmo “ricominciare a dire noi”: come si fa?
Per riuscire a ricostruire un ragionamento su come agire, per prima cosa cosa dobbiamo capire chi debba agire. Stiamo parlando di me individualmente? Di te individualmente? Oppure stiamo ragionando su una soggettività? Io questa soggettività la intravedo, ed è il lavoro cognitivo nella sua forma precarizzata. Ma non riesco a trovare le modalità di ricomposizione politica e prima che politica affettiva di questa soggettività, perché quello che è accaduto a livello soggettivo nei decenni del genocidio liberista è una decomposizione dell’empatia collettiva.

Spiega meglio
È svanita la capacità di riconoscere la presenza dell’altro come continuità della presenza propria. L’empatia è la capacità di sentire la sofferenza dell’altro come continuità della sofferenza propria e di sentire il piacere dell’altro come continuità del piacere proprio. Questo noi lo capiamo sul piano sessuale. Cosa è il piacere se è depauperato del piacere dell’altro? Diventa praticamente niente, non c’è. Ecco.

Questa competenza empatica è stata cancellata sia dalla competizione generalizzata sul piano economico che dalla virtualizzazione della comunicazione sociale. Dobbiamo chiederci: come si ricostituisce un minimo di empatia per una entità sociale collettiva?

Risposte?
Non ho una risposta.

Hai scritto che “Se vogliamo trovare una via d’uscita, dobbiamo guardare la bestia negli occhi”. Cosa c’è nel fondo degli occhi della bestia?
Definiamo la bestia intanto: nel XX secolo a più riprese si è identificato con l’espressione “la bestia” il nazismo, diciamo il nazismo storico. Noi oggi non siamo di fronte a mio parere a una riedizione pura e semplice del fascismo, e neppure a rigore del nazismo storico, per tante ragioni. Ragioni che riguardano soprattutto la qualità soggettiva psichica, e vorrei dire demografica. Il fascismo è un fenomeno giovanile, il trumpismo è un fenomeno senile, il fascismo è un fenomeno di esaltazione della potenza virile, il trumpismo è un effetto della volontà di potenza frustrata, dell’impotenza. Però se guardiamo negli occhi la bestia che cosa vediamo? Vediamo mi pare prima di tutto l’umiliazione. In secondo luogo la paura. In terzo luogo la volontà di vendetta.

Partiamo dall’umiliazione
Umiliazione, paura e volontà di vendetta sono tre categorie che il marxismo non ha frequentato, invece sono decisive per capire quello affrontiamo oggi. Umiliazione: noi abbiamo a che fare con una popolazione che dagli anni ’80 in poi è stata indottrinata con l’idea secondo cui tutti ce la possono fare, a patto che siano disposti ad accettare la regola della competizione e la regola del sacrificio del tempo, della vita. Per farla breve, lavorare alle condizioni che il capitale decide ti permetterà di realizzare il sogno, americano, o italiano.

La famiglia perfetta, la station wagon, il labrador…
Sì, diciamo che accettare quelle regole ti permetterà di vincere. Ecco: 30 anni dopo i poveracci che hanno creduto in questa favola – cioè la grande maggioranza della popolazione occidentale – si sono resi conto che gli avevano fregato la vita. “Io ti ho dato trent’anni e alla fine tu mi prolunghi la pensione, mi dimezzi il salario, mi chiudi l’ospedale, mi privatizzi la scuola e poi mi fai anche una pernacchia?”. A quel punto non ho altra parola per definire la condizione di massa che non sia umiliazione.

Come si passa dall’umiliazione alla paura?
L’umiliazione si accompagna alla percezione terrorizzata che contemporaneamente c’è una massa di poveri – più poveri degli umiliati – che stanno premendo alle frontiere. E quelli fanno figli, mentre io non sono più in grado di farne, per tante ragioni. Benissimo, questa è la seconda condizione: che cosa posso fare?

Vendicarsi alla cieca
La sola cosa che posso fare è vendicarmi.

Ma contro chi mi vendico? Contro il potere finanziario? È imprendibile, è un’astrazione. L’unica figura contro cui me la posso prendere sono quelli che mi hanno venduto al sistema finanziario.

Cioè una lista di nomi che vanno da Tony Blair a Gerhard Schröder, a Massimo d’Alema, a Matteo Renzi, a Hollande. La sinistra. L’élite. Quelli lì.

Quelli che avrebbero dovuto difenderti
In teoria. Invece ci hanno condotto mano nella mano nell’abisso in cui ci troviamo oggi. Questo spiega tutto. A quel punto è inutile che tu gli dici “Guarda Trump, che mascalzone, che puttaniere, che ladro, che assassino” perché ti rispondono “Perfetto! È esattamente quello che mi occorre”. Non voglio un mondo migliore, se so già che non lo avrò mai. Voglio vendicarmi di Hillary Clinton. Se Trump fa piangere Hillary Clinton – e non c’è nessuno migliore di Trump per umiliare la gente – è perfetto. È la vendetta. E la vendetta non vuole sentir ragioni. Non ti importa. Quando tu ti vendichi non vuoi che te ne venga qualcosa, vuoi che il tuo nemico pianga. Basta, tutto qui.

Hai parlato di paura, vendetta, umiliazione. È una paura che si riversa sullo straniero
Si riversa su tutto quello che ci pare inarrestabile. E la grande migrazione è l’inarrestabile. Hai presente quel film, World War Z? C’è quella marea di zombie che cerca di scavalcare il muro… quello è un film banalissimo, abbastanza cretino, però rende perfettamente la sensazione. Ora: la sinistra perbene ha deciso di tranquillizzare la gente, dicendo “Ma no guardate, non sono cattivi, vengono qui, lavorano 10 ore al giorno, pagano la pensione per i vecchi” e così tenta di tranquillizzarli. Ma non funziona. La grande migrazione non è un fenomeno ben educato e non può esserlo.

 Oggi soprattutto online si dice che la verità non conti più. Ma è mai contata?
Stavo per dirtelo io. È mai esistita? Il discorso pubblico è sempre stato intessuto di flussi di menzogna intenzionale o non intenzionale. E basta ricostruire la storia d’Italia degli anni ’70 ’80 per capire che insomma… le fake news non sono una novità.

A me fa impazzire questa cosa: sembra che ci siamo svegliati adesso ed “Ehi, qualcuno mente!”. Come se negli anni di piombo l’informazione fosse limpida, cristallina
Qualcosa è cambiato. Qualcosa è cambiato eccome, è cambiata la densità, la velocità del discorso pubblico.

Siamo entrati in una condizione nella quale la possibilità di distinguere non il vero dal falso, ma l’utile dal dannoso, ciò che è utile per te da ciò che ti farà del male, ciò che è piacevole da ciò che è spiacevole, non è un problema metafisico di verità, è un problema pragmatico di utilità.

Bene: la capacità di distinguere è svanita. E non è svanita perché il messaggio è cambiato, ma perché la dimensione quantitativa, l’intensità del messaggio – cioè la velocità del flusso informativo – ha superato le capacità di elaborazione cosciente di cui dispone la mente umana. Il ragionamento va spostato dall’infosfera alla psicosfera.

Dici che il vero disastro è lì?
La forma dell’infosfera è determinante, ma il luogo in cui il disastro è accaduto è la mente umana. Occorrerebbe avere il coraggio di ricostruire la capacità critica. Perché la critica non è un dato naturale nella mente umana. La capacità di distinzione tra verità e falsità, tra bontà e cattiveria, tra questo e quello, è qualcosa che si forma particolarmente nell’epoca moderna e si fonda a partire dalla vasta diffusione del testo scritto. Dalla stampa. Noi siamo usciti da quella condizione. Il pensiero critico oggi è appannaggio di una piccolissima minoranza. Quanta gente compra i giornali nel nostro tempo?

Diciamo quasi solo i pensionati
Una minuscola percentuale, una minuscola percentuale di anziani. La critica non significa niente in quella che Byung-Chul Han definisce shitstorm. Nella tempesta di merda non hai tempo di valutare e neanche ti interessa molto decidere quale merda è buona e quale merda è cattiva. È merda, ci sei dentro e non ne puoi venire fuori. E quindi bisogna inventare una facoltà di autodefinizione del discorso che per il momento non è alla nostra portata.

C’è tutto un filone ottimista sull’automazione, poi ci sono quelli che sostengono che il welfare ce lo pagherà Google o Facebook tra 20, 30, 40 anni. Che idea ti sei fatto di questo dibattito?
È un dibattito intanto interessante. Perché tocca la questione vera, essenziale cioè la creazione di una nuova sfera produttiva, che sfugge alle caratteristiche della produzione industriale, ma che sfugge anche alle modalità politiche di governo della modernità. Si tenta di capire come quel mondo produttivo potrà ridefinire i rapporti con la società. Le soluzioni che vedo emergere fino a questo punto però mi paiono molto deboli.

Perché ti sembrano deboli?
Sono soluzioni che passano attraverso la sovranità dello stato nazionale. Vedi il tentativo che l’Unione Europea sta facendo di sottoporre le grandi corporation a una qualche forma di tassazione: ecco, tutto questo non dubito che sia ben intenzionato, ma mi pare inefficace. Per tante ragioni.

 

La prima ragione è che il potere delle corporation virtuali è totalmente deterritorializzato. Google appartiene agli Stati Uniti? No. Sono gli Stati Uniti ad appartenere a Google. È questa la cosa che bisogna riuscire a comprendere.

È il rapporto tra l’agente regolatore e l’agente che si dovrebbe regolare che è completamente mutato rispetto al passato della modernità.

All’inizio dicevi della possibilità…
La regolazione – anche se è una parola che non mi piace, è una parola debole, passata – sulle agenzie deterritorializzate può avvenire solo dall’interno. E quando dico interno non intendo la cortesia, la bontà d’animo, di Larry Page o di Mark Zuckerberg, penso agli 80mila lavoratori di Google, penso ai milioni di persone che nel mondo partecipano al ciclo di produzione della rete.

Si ripartirà da lì?
Quelli lì sono la soggettività che può qualcosa. Il futuro. A me interessano coloro che in quanto programmatori, in quanto designer, determinano i mutamenti dell’infrastruttura. Ecco: se noi riuscissimo a individuare e attivare politicamente questi milioni di persone inizieremmo un processo di liberazione dal semiocapitalismo, e di auto organizzazione dell’intero lavoro. Ci tengo moltissimo a dire che la capacità non è cancellata, esiste, ma per giungere a quella possibilità dobbiamo attivare una potenza: solidarietà, empatia. Non ci manca la possibilità, ma la potenza: come si attiva quella potenza? Questo è il campo sul quale indagare.

Sapiens
Da - http://www.spns.it/2018/10/franco-berardi-bifo
13  Forum Pubblico / EVOLUZIONE SOCIOPOLITICA Democratica, Progressista, Riformista. / Diego FUSARO. Se il capitalismo diventa di sinistra il: Ottobre 21, 2018, 11:01:57
Se il capitalismo diventa di sinistra

Aprile 12th, 2013 | Di Maurizio Neri | Categoria: Cultura e società   

Di Diego Fusaro
Fonte: Lo Spiffero

Capitalismo Sul fatto che alle elezioni la sinistra, a ogni latitudine e a ogni gradazione, sia andata incontro all’ennesima sonante sconfitta, non v’è dubbio e, di più, sarebbe una perdita di tempo ricordarlo, magari con documentatissimi grafici di riferimento. Più interessante, per uno sguardo filosoficamente educato, è invece ragionare sui motivi di questa catastrofe annunciata. E i motivi non sono congiunturali né occasionali, ma rispondono a una precisa e profonda logica di sviluppo del capitalismo quale si è venuto strutturalmente ridefinendo negli ultimi quarant’anni. Ne individuerei la scena originaria nel Sessantotto e nell’arcipelago di eventi ad esso legati. In sintesi, il Sessantotto è stato un grandioso evento di contestazione rivolto contro la borghesia e non contro il capitalismo e, per ciò stesso, ha spianato la strada all’odierno capitalismo, che di borghese non ha più nulla: non ha più la grande cultura borghese, né quella sfera valoriale che in forza di tale cultura non era completamente mercificabile.

Non vi è qui lo spazio per approfondire, come sarebbe necessario, questo tema, per il quale mi permetto, tuttavia, di rimandare al mio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012). Comunque, per capire a fondo questa dinamica di imposizione antiborghese del capitalismo, e dunque per risolvere l’enigma dell’odierna sinistra, basta prestare attenzione alla sostituzione, avviatasi con il Sessantotto, del rivoluzionario con il dissidente: il primo lotta per superare il capitalismo, il secondo per essere più libero individualmente all’interno del capitalismo. Tale sostituzione dà luogo al piano inclinato che porta all’odierna condizione paradossale in cui il diritto allo spinello, al sesso libero e al matrimonio omosessuale viene concepito come maggiormente emancipativo rispetto a ogni presa di posizione contro i crimini che il mercato non smette di perpetrare impunemente, contro gli stermini coloniali e contro le guerre che continuano a essere presentate ipocritamente come missioni di pace (Kosovo 1999, Iraq 2003 e Libia 2011, giusto per ricordare quelle più vicine a noi, avvenute sempre con il pieno sostegno della sinistra).

Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese. Ad esempio, la difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese. Si pensi, ancora, alla distruzione pianificata del liceo e dell’università, tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, distruggendo le acquisizioni della benemerita riforma della scuola di Giovanni Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, ecc.).

Sel Steve Jobs Il principio dell’odierno capitalismo postborghese è pienamente sessantottesco e, dunque, di sinistra: vietato vietare, godimento illimitato, non esiste l’autorità, ecc. Il capitalismo, infatti, si regge oggi sulla nuda estensione illimitata della merce a ogni sfera simbolica e reale (è questo ciò che pudicamente chiamiamo “globalizzazione”!). “Capitale umano”, debiti e crediti nelle scuole, “azienda Italia”, “investimenti affettivi”, e mille altre espressioni simili rivelano la colonizzazione totale dell’immaginario da parte delle logiche del capitalismo odierno. Lo definirei capitalismo edipico: ucciso nel Sessantotto il padre (l’autorità, la legge, la misura, ossia la cultura borghese), domina su tutto il giro d’orizzonte il godimento illimitato. Se Mozart e Goethe erano soggetti borghesi, e Fichte, Hegel e Marx erano addirittura borghesi anticapitalisti, oggi abbiamo personaggi capitalisti e non borghesi (Berlusconi) o antiborghesi ultracapitalisti (Vendola, Luxuria, Bersani, ecc.): questi ultimi sono i vettori principali della dinamica di espansione capitalistica. La loro lotta contro la cultura borghese è la lotta stessa del capitalismo che deve liberarsi dagli ultimi retaggi etici, religiosi e culturali in grado di frenarlo.

Dalla sinistra che lotta contro il capitalismo per l’emancipazione di tutti si passa così, fin troppo disinvoltamente, alla sinistra che lotta per la legalità, per la questione morale, per il rispetto delle regole (capitalistiche!), per il diritto di ciascuno di scolpire un sé unico e inimitabile: da Carlo Marx a Roberto Saviano. È certo vero che Berlusconi è il Sessantotto realizzato, come ha ben mostrato Mario Perniola in un suo aureo libretto: la legge non esiste, vi è solo il godimento illimitato che si erge a unica legge possibile. Ma sarebbe un errore imperdonabile credere che il capitalismo sia di destra. Lo era al tempo dell’imperialismo e del colonialismo. Oggi il capitalismo è il totalitarismo realizzato (a tal punto che quasi non ci accorgiamo nemmeno più della sua esistenza) e, in quanto fenomeno “totalizzante”, occupa l’intero scacchiere politico. Più precisamente, si riproduce a destra in economia (liberalizzazione selvaggia, privatizzazione oscena, sempre in nome del teologumeno “ce lo chiede l’Europa”), al centro in politica (sparendo le ali estreme, restano solo interscambiabili partiti di centro-destra e di centro-sinistra), a sinistra nella cultura. Sì, avete capito bene: a sinistra nella cultura. Dal Sessantotto in poi, la cultura antiborghese in cui la sinistra si identifica è la sovrastruttura stessa del capitalismo postborghese: il quale deve rimuovere la borghesia e lasciare che a sopravvivere sia solo la già ricordata dinamica di estensione illimitata della forma merce (essa stessa incompatibile con la grande cultura borghese). Di qui le forme culturali più tipiche della sinistra: relativismo, nichilismo, scetticismo, proceduralismo, pensiero debole, odio conclamato per Marx e Hegel, elogio incondizionato del pensiero della differenza di Deleuze, ecc.

68In questo timbro “totalizzante” risiede il tratto principale dell’ormai avvenuta estinzione dell’antitesi tra destra e sinistra, due opposti che oggi esprimono in forme diverse la stessa visione del mondo, duplicando tautologicamente l’esistente. Negli ultimi “trent’anni ingloriosi”, il capitale e le sue selvagge politiche neoliberali, all’insegna della perdita dei diritti del lavoro e della privatizzazione sfrenata, si sono imposti con uguale forza in presenza di governi ora di centro-destra, ora di centro-sinistra (Mitterand in Francia, Blair in Inghilterra, D’Alema in Italia, ecc.). Di conseguenza, l’antitesi tra destra e sinistra esiste oggi solo virtualmente come protesi ideologica per manipolare il consenso e addomesticarlo in senso capitalistico.

Destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente. Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile.

Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva dell’ormai defunto partito comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale al capitalismo globalizzato. Il quotidiano “La Repubblica” è la sede privilegiata di questo processo in cui si consuma questa oscena complicità di sinistra e capitalismo. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione. Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario “spirito di scissione” (la formula è del grande Antonio Gramsci), aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più grossolane. È di Bersani la frase, pronunciata in campagna elettorale, “i mercati non hanno nulla da temere dal PD”: frase pleonastica, perché esprime ciò che già tutti sapevamo, ma che è rilevante, perché ben adombra come la sinistra continui indefessamente a lavorare per il re di Prussia, il capitalismo gauchiste.

D'Alema-Veltroni-Mussi Lungo il piano inclinato che porta dalla nobile figura di Antonio Gramsci a personaggi come Massimo D’Alema o Vladimir Luxuria si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice al disincanto cinico – tipico della generazione dei pentiti del Sessantotto, la più sciagurata dal tempo dei Sumeri ad oggi – fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti” (lilies that fester smell far worse than weeds). E questi gigli sono effettivamente sfioriti: sono l’incarnazione di quello che Nietzsche chiamava l’“ultimo uomo”. L’ultimo uomo sa che Dio è morto e che per ciò stesso tutto è possibile: perfino aderire al capitalismo e bombardare il Kosovo o la Libia.

È, del resto, solo in questo scenario che si comprende il senso profondo della dinamica, oggi trionfante, della personalizzazione esasperata della polemica con l’avversario. L’antiberlusconismo, con cui la sinistra ha identificato il proprio pensiero e la propria azione negli ultimi vent’anni, ne rappresenta l’esempio insuperato. La personalizzazione dei problemi, infatti, si rivela sempre funzionale all’abbandono dell’analisi strutturale delle contraddizioni, ed è solo in questa prospettiva che si spiega in che senso l’antiberlusconismo sia stato, per sua essenza, un fenomeno di oscuramento integrale della comprensione dei rapporti sociali. L’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di riciclarsi, ossia di passare dall’opposizione operativa al capitalismo all’adesione alle logiche neoliberali, difendendo l’ordine, la legalità (capitalistica) e le regole (anch’essere capitalistiche). L’antiberlusconismo ha indotto l’opinione pubblica a pensare che il vero problema fossero sempre e solo il “conflitto di interessi” e le volgarità esistenziali di un singolo individuo e non l’inflessibile erosione dei diritti sociali (tramite anche le forme contrattuali più spregevoli, che rendono a tempo determinato la vita stessa) e la subordinazione geopolitica, militare e culturale dell’Italia agli Stati Uniti.

Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodotti del cosmo a morfologia capitalistica, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. Per questa via, la politica della sinistra – con Voltaire, “mi ripeterò finché non sarò capito” – non ha più avuto quale referente polemico il sistema della produzione e dello scambio – ritenuto anzi incondizionatamente buono o, comunque, intrascendibile –, bensì l’irresponsabilità di una persona che, senza morale e senza onestà, ha inficiato il funzionamento di una realtà sociale e politica di per sé non contraddittoria.

Antonio Gramsci La politica ridotta al tragicomico teatro identitario dell’opposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani ha permesso di far passare inosservato lo scolpirsi del nuovo profilo di una sinistra che – nel nome della questione morale e nell’oblio di quella sociale – ha abdicato rispetto alla propria opposizione agli orrori che il capitalismo non ha cessato di generare. È in questo senso che l’antiberlusconismo rivela la sua natura anche più indecente, se mai è possibile, dello stesso berlusconismo.  In questo risiede la natura tragica, ma non seria dell’odierna sinistra, fronte avanzato della modernizzazione capitalistica che sta distruggendo la vita umana e il pianeta. La sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione. Il primo passo da compiere per riprendere il perseguimento del programma marxiano dell’emancipazione di tutti dal capitalistico regno animale dello spirito consiste, pertanto, nell’abbandono incondizionato della sinistra e, anzi, della stessa dicotomia destra-sinistra. Tutto il resto è chiacchiera d’intrattenimento o, avrebbe detto Marx, “ideologia”.

Da - http://www.comunismoecomunita.org/?p=3589
14  Forum Pubblico / Il NUOVO PENSARE, al CENTRO e a SINISTRA "OLTRE" il PD. / I segni del declino e tre parole per capirne le ragioni il: Ottobre 21, 2018, 10:58:58
I segni del declino e tre parole per capirne le ragioni

 Scritto da Econopoly il 06 Ottobre 2018

VICOLO CORTO
L’autore di questo post è Corrado Griffa, manager bancario ed industriale (CFO, CEO), consulente aziendale in Italia e all’estero, giornalista pubblicista.

L’Occidente per lunghi secoli ha dominato il mondo grazie a Ragione, Illuminismo, Rivoluzione Industriale, Libertà e Tecnologia, che si sono tradotti in una Economia superiore e nella creazione di Ricchezza; ora, tutto questo sembra arrancare, arretrare, mostrare segni evidenti di declino. Le cause sono generalmente indicate in fenomeni come rallentamento economico, esaurirsi della spinta a creare, innovare, mettersi in gioco, appagamento, autocompiacimento. A questi ed altri fenomeni ci permettiamo di aggiungere tre fenomeni “sociali” che, presenti in tutto l’Occidente, sono più evidenti nella vecchia Europa ed in particolare in Italia: perdita del concetto di Responsabilità; scomparsa del Sinallagma, che è la reciprocità del comportamento fra le parti, in un rapporto individuale e collettivo; il crescere a dismisura delle Aspettative, ben oltre le competenze dei cittadini e le opportunità esistenti. Vediamo di declinarli in dettaglio.

Abbiamo perso il senso della Responsabilità a livello personale e collettivo; e questo è un fenomeno osservabile nella vita quotidiana: genitori, insegnanti, presidi, professionisti, manager, amministratori pubblici hanno progressivamente abdicato ai loro doveri, allontanando il peso delle decisioni, siano esse importanti o secondarie, dalle proprie spalle, passando la “patata bollente” a qualcun altro, salvo che questo qualcun altro non si trova mai. Non c’è più nessuno che si senta responsabile per un atto, un’azione, un’omissione, un errore; e se non si trova un responsabile, la convivenza diventa qualcosa di indecifrabile, avendo perso i punti di riferimento cui guardare. Si “scarica” tutto sulla società, divenuta ad un tempo causa e soggetto di ogni nefandezza che assorbe ed ingloba, invece, le manchevolezze individuali. L’Io soggetto responsabile è divenuto un Io oggetto incolpevole, ignaro, inconsapevole. Assumersi delle responsabilità è divenuto quel “qualcosa in più” che non rientra nell’armamentario dell’individuo; la de-responsabilizzazione individuale è divenuta la normalità, ormai quasi giustificata dal nuovo “senso comune” che ha conquistato la sfera privata come quella pubblica.

Come se questa perdita del senso del Dovere e della Responsabilità, individuale e collettiva, non fosse sufficientemente grave, è caduto un altro fondamento della convivenza civile, quello che noi abbiamo chiamato “Sinallagma”, un termine tecnico giuridico che significa “Nesso di Reciprocità” per cui una parte assume l’obbligazione di eseguire una prestazione (di dare o di fare) in favore delle altre parti esclusivamente in quanto tali parti a loro volta assumono l’obbligazione di eseguire una prestazione a favore dell’altra parte; questo nesso è caduto: ci sentiamo esentati, ogni giorno di più, dall’eseguire quello che ci siamo impegnati a fare, così minando la reciproca e ragionevole aspettativa dell’altro o degli altri (in famiglia, sul lavoro, nella vita quotidiana, nei confronti dell’autorità e delle sue norme).

L’insieme della perdita dei concetti di Responsabilità e Reciprocità ha avuto un effetto negativo e deleterio sulla nostra convivenza, portandoci a considerare opera di altri, sempre e comunque, le ”cose brutte” che accadono nella nostra società; ci esimono dal fare esami di coscienza, quindi liberandoci dal prendere atto che anche noi siamo “responsabili”, “abbiamo mancato ai nostri doveri”, “non abbiamo fatto quello che avevamo promesso e per cui ci eravamo impegnati”.

Se questo quadro non fosse abbastanza cupo e denso di presagi negativi, ecco che un terzo fenomeno entra in campo, apportando il caos dove già il disordine era ormai ben alloggiato: il nostro oggi ci impone di aumentare a dismisura le Aspettative: chiedere, esigere, perseguire, pretendere sempre di più (di che cosa è poi semplice e difficile, ad un tempo, dire: si tratti di un nuovo lavoro, carriera, salute, ricchezza, un partner più attraente, un bisogno ancora non catalogato nella “piramide di Maslow”…); e queste pretese sono basate sempre più spesso su competenze assenti o comunque inferiori a quelle che pensiamo di possedere, in un gioco delle parti dove ci sentiamo tutti bravi come Cristiano Ronaldo o Federer, facendo riferimento a sport come il calcio od il tennis, senza renderci conto che non possediamo i rudimenti per aspirare a tali vette (riservate, peraltro, a pochi). Non abbiamo sviluppato a sufficienza competenze nei campi più diversi ed importanti, non abbiamo studiato abbastanza con impegno sudore e costanza, ma questo non ci esime dal ritenerci “predestinati”, meritevoli del successo. Le nostre aspettative, individuali e collettive, sono troppe elevate.

Quando infine leghiamo i fili logori di de-responsabilizzazione, perdita del nesso di reciprocità, aspettative insostenibili, guardandoci allo specchio, l’immagine che vi appare non viene riconosciuta. Il dramma dell’esistenza, individuale e collettiva, del tempo presente non può che portarci a riflettere su che cosa sia importante per ritornare ad una convivenza sociale soddisfacente, ricca di stimoli, comprensiva delle debolezze e degli errori, onesta nel riconoscere i nostri limiti; dobbiamo ritornare ad essere responsabili, a tener fede agli impegni presi, a calibrare le nostre aspettative: questo è un passo fondamentale per un “ritorno alla civiltà”, perché così come siamo montati, barbari siamo tornati.

Twitter @CorradoGriffa

Da - http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/10/06/segni-del-declino-ragioni/?uuid=96_vcHLdnxn
15  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Carraro: «Bisato sindaco despota» La consigliera si dimette: «Non c’è confronto il: Ottobre 21, 2018, 10:56:12
Carraro: «Bisato sindaco despota»

La consigliera si dimette: «Non c’è confronto, ignorati i bisogni del territorio»

Giusy Andreoli
01 febbraio 2018

NOVENTA PADOVANA. Giovanna Carraro, gruppo “Noventa in buone mani” si è dimessa al termine del consiglio comunale di martedì in forte polemica con il sindaco Luigi Alessandro Bisato che ha fatto un’arringa difensiva per Federica Pellegrino. Pur essendo consigliera comunale, Pellegrino è da tempo iscritta nelle liste degli scrutatori. «La circostanza mi ha fatto superare il limite della sopportazione» dichiara Carraro, «sono stata sin dall’inizio un elemento fastidioso e scomodo tanto che a pochi mesi dall’elezione, a fronte di alcune richieste di natura economica a favore di utenti disagiati, ho ricevuto da un funzionario comunale una lettera nella quale mi comunicava l’asserita e infondata incompatibilità tra il ruolo di amministratore di sostegno che ricopro per alcuni cittadini e la carica di consigliere comunale. Per il funzionario l’interesse del consigliere è quello di “preservare il patrimonio dell’ente”. Ho risposto richiamando le norme puntualizzando che il consigliere comunale deve avere il primario interesse a che il patrimonio dell’ente venga speso nel miglior modo possibile, secondo la logica della priorità che ovviamente va data a persone che si trovano in situazioni di svantaggio sociale». Pesanti le accuse di Carraro: «Si fa politica di bandiera completamente disancorata dalle esigenze del territorio, non esiste alcuna progettualità. L’unica priorità è accantonare un milione e mezzo di euro per la “casa della salute”, futuro monumento a Bisato. Le opere invece prioritarie e fondamentali sono dimenticate. In bilancio la maggioranza ha anteposto la spesa per la casetta del parco di via Salata all’abbattimento delle barriere architettoniche e stanziato fondi solo per l’adeguamento strutturale della palestra ignorando la necessità di un ampliamento che costringe i giovani a andare fuori comune». E ancora: «Non esiste un Consiglio comunale, esiste solo il sindaco. I consiglieri di maggioranza non intervengono mai nemmeno quando si tratta di questioni attinenti alle materie oggetto della loro delega e tante volte mi è sorto il dubbio sulla mancanza di consapevolezza del voto che esprimono. Sintomatico che nel luglio 2016 il sindaco si è riservato la possibilità di revocare le nomine “qualora venga meno il necessario rapporto fiduciario e si determini e una disomogeneità fra la composizione politico amministrativa”, previsione evidentemente diretta al rinnovo dell’attuale cda della casa di riposo».

Giusy Andreoli
01 febbraio 2018
Da - http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2018/02/01/news/carraro-bisato-sindaco-despota-1.16423714
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