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1  Forum Pubblico / LEGA & 5STELLE - Il CONTRATTO dopo il 4 marzo 2018. / Tasse sulle imprese, i giochi di prestigio spacciati per crescita inserito:: Dicembre 16, 2018, 10:46:40 am
CATEGORIA: RES PUBLICA

Tasse sulle imprese, i giochi di prestigio spacciati per crescita

 Scritto da Francesco Bruno
Il 13 Dicembre 2018

Sabato 8 dicembre, Luigi Di Maio ha inviato una lettera a “Il Sole 24 Ore”. Si può considerare come un buon segnale, tendente al dialogo con il tessuto imprenditoriale. Dopo mesi passati a diffondere una cultura ostile, appare opportuno che il Governo voglia ascoltare le imprese. Se le intenzioni non possono essere biasimate, preoccupano maggiormente i contenuti. Uno degli argomenti trattati nella lettera riguarda il capitolo delle tasse sulle imprese: «Iniziamo ad abbassare le tasse» scrive Di Maio. Contemporaneamente, il Ministro elenca le misure in materia che l’Esecutivo si appresta ad adottare.

Si inizia con quello che è rimasto dell’idea flat tax, una sorta di topolino partorito da una montagna. Dal 2019, 15% di aliquota per le partite Iva e le piccole imprese con ricavi fino a 65 mila euro. Dal 2020, imposta sostitutiva opzionale al 20% per chi ha ricavi compresi tra i 65 i 100 mila euro.

Una misura che favorisce principalmente i lavoratori autonomi piuttosto che le piccole imprese. I primi hanno infatti costi meno elevati. Sicuramente avvantaggia i giovani professionisti che iniziano la carriera lavorativa e che hanno, pertanto, fatturati minori. Ma pone problemi di incentivi e di equità.

Gli stessi sono stati analizzati dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), in un’audizione parlamentare. Secondo il Presidente dell’UPB Pisauro. «(…) in corrispondenza del passaggio tra regime forfettario e quello con imposta sostitutiva (in corrispondenza della soglia di 65.000 euro di ricavo), si verifica una cosiddetta trappola di povertà (aliquota marginale superiore al 100 per cento) dovuta al disegno della tassazione per classi e non per scaglioni(…)»..

«Infatti se un aumento dei ricavi fa superare la soglia del regime forfettario, tutto il reddito subisce un incremento di aliquota di cinque punti e non solo la parte eccedente, come accade nel caso di imposta per scaglioni. (…)  dunque, emergono dei forti disincentivi all’incremento dei ricavi, che possono incentivare anche l’evasione (…)». Ma da qui al primo gennaio 2020, chissà.

Vi è un altro tema di compliance, più nascosto. L’abbassamento dell’aliquota per i piccoli lavoratori autonomi di certo non aiuterà la lotta alla piaga delle false partite Iva. Soprattutto se si considera insieme alla stretta sui contratti a termine disposta dal Decreto Dignità.

In termini di equità invece, fa notare ancora Pisauro che «(…) la riforma introdotta con il disegno di legge di bilancio si applica a una ampia porzione del lavoro autonomo: circa l’80 per cento dei lavoratori autonomi e delle imprese individuali si colloca sotto la soglia dei 100.000 euro di fatturato».

«Questo assetto configura un sistema speciale di tassazione per particolari tipologie di contribuenti (imprenditori individuali e lavoratori autonomi), che sussiste in parallelo a quello dell’imposta personale progressiva al quale rimangono sottoposti i lavoratori dipendenti, i pensionati e gli altri contribuenti non coinvolti (…) (ad esempio, un lavoratore dipendente con 40.000 euro di reddito paga circa 5.000 euro di imposte sul reddito in più di un autonomo in regime forfettario; il differenziale passa a circa 11.500 euro in corrispondenza di un imponibile di 80.000 euro)».

Tali effetti distorsivi si verificano quando si vuole adottare una riforma (la flat tax) che dovrebbe essere necessariamente completa per dispiegare i suoi effetti, ma -non potendola implementare per motivi di risorse- si finisce per scompigliare ancor di più un sistema fiscale iniquo e inefficiente pur di sventolare una bandierina.

Passiamo a un altro punto della lettera. «Abbassiamo sensibilmente l’Ires. La riduciamo di 9 punti, dal 24% al 15%, ed estendiamo questa aliquota al 15% anche ai soggetti Irpef che investono utili in beni strumentali. I contratti di lavoro che rientrano nell’agevolazione sono quelli a tempo indeterminato e determinato».

Il Ministro sembra voler far credere al lettore che l’aliquota Ires venga ridotta di ben 9 punti percentuali. Non ci è dato sapere l’intenzionalità del passaggio, ma ovviamente non corrisponde al vero (altrimenti costerebbe miliardi di euro). In realtà, la misura riguarda gli imprenditori che decideranno di non intascare tutti gli utili conseguiti. Sulla parte di tali utili destinati a investimenti in beni strumentali o nuove assunzioni, si applicherà l’aliquota ridotta. Suona un po’ diverso.

Anche qui però, il Ministro omette dei fatti altrettanto importanti. La misura infatti non è stata accolta con favore dal mondo imprenditoriale, poiché contestuale all’abrogazione di altre misure giudicate più importanti. Come detto in audizione parlamentare dal Presidente dell’Istat: «Nel complesso i provvedimenti analizzati generano una riduzione del debito di imposta IRES per il 7% delle imprese, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento».

«L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1%: l’introduzione della mini-IRES (-1,7%) non compensa gli effetti dell’abrogazione dell’ACE (+2,3%) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (+1,5%)».

Tornando alla lettera, Di Maio conclude il capitolo tasse con ottimismo. «La pressione fiscale inizia quindi a scendere e inizia a scendere per quelli che hanno sempre pagato di più fino ad ora, i più piccoli».

La misura sulla tassazione delle imprese
Come segnalato da Luciano Capone, la tassazione sulle imprese aumenterà di oltre sei miliardi nel 2019. Dovrebbe poi scendere negli anni a venire. Si obietterà che gran parte degli aumenti di tasse riguardano il settore finanziario e assicurativo e non i “piccoli”. Tuttavia, servirebbe uno sforzo riflessivo maggiore. Tra chi paga formalmente le tasse e chi ne sostiene realmente il peso (famiglie e consumatori), sussiste una grande differenza.

Non è da escludere che il nuovo dialogo in corso porti a nuove agevolazioni fiscali per le aziende. Si rischia però di portare avanti qualche misura di breve respiro e di scarso impatto, con coperture da trovare.

Bene il dialogo, ma la cultura della crescita non si improvvisa con misure estemporanee.

Twitter @frabruno88

Da - http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/12/13/tasse-imprese-crescita/?uuid=96_f2K36nPx
2  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / C'è il rischio di una nuova guerra tra Serbia e Kosovo? inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:31:48 pm
C'è il rischio di una nuova guerra tra Serbia e Kosovo?

Pristina sta per trasformare le proprie forze di sicurezza in un esercito vero e proprio.

E, oltre a Belgrado, anche la Nato ha chiesto una marcia indietro

09 dicembre 2018, 11:03

A quasi vent'anni dall'intervento Nato contro la Serbia che sancì la secessione della regione a maggioranza albanese, il Kosovo, c'è il rischio di un nuovo conflitto armato tra Belgrado e Pristina. Il 14 dicembre il parlamento della giovane repubblica balcanica voterà la trasformazione della propria forza di difesa, composta da 4.000 effettivi, in un esercito vero e proprio.

La premier serba, Ana Brnabic, si è detta preoccupata che un esercito regolare kosovaro possa essere utilizzato per perseguitare ed espellere la minoranza serba, concentrata nel Nord della nazione, uno scenario che potrebbe costringere a un intervento armato Belgrado, che non ha mai riconosciuto l'indipendenza di Pristina. "Spero che non saremo mai costretti a farlo ma al momento è una delle opzioni sul tavolo, dato che non vogliamo assistere a una pulizia etnica", ha dichiarato Brnabic.

Anche la Nato dice no
La Nato, che è ancora presente in Kosovo per garantire la sicurezza, sembra condividere la preoccupazione di Brnabic. Il segretario generale dell'alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, ha avvertito il Kosovo che l'iniziativa arriva "al momento sbagliato" e potrebbe avere "serie ripercussioni". Il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, ha nondimeno bollato come "pura menzogna" che l'esercito verrà usato contro la minoranza serba. L'intento, ha dichiarato, è invece "aiutare la Nato in Afghanistan e Iraq".

Perché uno scontro è improbabile
Il rischio concreto di una nuova guerra è comunque basso. In primo luogo, i 4.000 effettivi di Pristina non potrebbero contrastare i 28.000 dell'esercito serbo. In secondo luogo, un secondo intervento Nato contro Belgrado sarebbe più complicato che in passato, dato che la Russia scenderebbe presumibilmente in campo a difesa di una Serbia che, proprio dopo il conflitto del 1999, fu portata ad avvicinarsi a Mosca. Infine, ed è la cosa più importante, entrambi i Paesi ambiscono a entrare nell'Unione Europea, un obiettivo che può essere raggiunto solo evitando conflitti troppo accesi con il vicino.

Le tensioni tra le due nazioni si sono esacerbate di recente a causa dei dazi del 100% che Pristina ha imposto sui beni provenienti da Belgrado, accusata di fare di tutto per escludere il Kosovo dalle organizzazioni internazionali, a partire dall'Interpol. La Serbia ha replicato che i dazi le costeranno 42 milioni di euro al mese e rischiano di bloccare del tutto il commercio con il Kosovo.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/estero/guerra_serbia_kosovo-4710397/news/2018-12-09/
3  Forum Pubblico / ECONOMIA / Gabriele Guzzi. Economia, perché ripensarla è ormai una necessità politica inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:30:22 pm
CATEGORIA: VICOLO CORTO

Economia, perché ripensarla è ormai una necessità politica

 Scritto da Econopoly - il 15 Dicembre 2018

L’autore di questo post è Gabriele Guzzi, laurea con lode in Economia alla Luiss e poi alla Bocconi. Ha lavorato per lavoce.info come fact-checker, è stato presidente di Rethinking Economics Bocconi e attualmente è dottorando presso l’Università Roma Tre –

Il 5 dicembre si è tenuto presso il Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre l’evento “Perché ripensare l’Economia? – per una riforma dell’Università”, organizzato da Rethinking Economics Italia. Erano presenti, oltre al sottoscritto, Francesco Saraceno, Francesco Sylos Labini, Pasquale Tridico e il viceministro del Miur, Lorenzo Fioramonti.

Come è facile capire, la domanda che ha dato il titolo all’evento travalica le questione interne alle mura accademiche e ha a che fare con l’intero destino della nostra società. L’urgenza di ripensare l’economia infatti non è solo una rivendicazione di un sempre più largo gruppo di studenti e ricercatori in giro per il mondo, ma una vera e propria necessità politica, che riguarda tutti noi e determinerà le possibilità stesse della nostra civiltà di superare la crisi sociale, ambientale ed economica che stiamo attraversando.

Gravi disuguaglianze, una crescita ingiusta e stagnante, la precarietà che è diventata la cifra di un’intera generazione, emigrazioni di massa, un ambiente sull’orlo del collasso, i popoli in preda a una rivolta sociale. Questi sono solo alcuni dei sintomi che denotano una crisi di portata storica, che nei prossimi anni modificherà radicalmente il profilo delle nostre società, ma di cui l’economia mainstream, ossia quella insegnata e divulgata nelle maggiori università e dai principali mass media, non solo ignora le cause ma sembra anche aver contribuito ad esacerbare gli effetti.

Da questa prospettiva le istanze di cambiamento che sono interne ai dipartimenti di economia e quelle che si esprimono nel segreto dell’urna elettorale non appaiono più così lontane. L’insoddisfazione espressa da migliaia di studenti in giro per il mondo che si sono aggregati nel network Rethinking Economics e l’avanzata dei partiti anti-sistema, seppur nelle loro differenze, sembrano essere legati indissolubilmente alla stessa ondata storica di richiesta di cambiamento. In altre parole, vorrei argomentare, la nostra cultura dovrebbe iniziare a chiedersi con maggiore serietà se non siano i concetti diffusi e studiati nei dipartimenti di economia a costituire parte dei problemi che ci troviamo poi ad affrontare nella nostra quotidianità politica.

Ma procediamo con ordine. Cercherò qui di distinguere due filoni di critica, uno interno all’economia accademica e uno esterno. Entrambi ci serviranno per capire sia la situazione attuale dell’insegnamento universitario sia le radici epistemologiche e politiche che gli sono alla base, da cui quindi si può immaginare di impostare un eventuale ripensamento.

L’economista Hyman Minsky
Hyman Minsky, grande economista statunitense e teorico dell’instabilità finanziaria, già quaranta anni fa esprimeva grande diffidenza rispetto alle modalità ordinarie di insegnamento dell’economia. A suo avviso, e qui entriamo nel primo filone di analisi, i curricula accademici erano strutturalmente anti-intellettuali, costruiti cioè su una fondamentale carenza di pensiero.

La mancanza di corsi di storia del pensiero economico, secondo Minsky, impediva allo studente sia di avere una conoscenza teorica approfondita sia, e a maggior ragione, di maturare su di essa un’interpretazione critica, una sintesi problematica e viva sulle questioni economiche fondamentali. Nulla a che vedere quindi con una mera erudizione accademica. Al contrario Minsky riteneva che ciò invalidasse il nucleo essenziale delle teorie diffuse nelle università, e che questo indebolisse le capacità stesse degli economisti di comprendere e dirigere i sentieri di politica economica rilevanti.

In fondo lo stesso Keynes riteneva che nonostante gli economisti fossero la classe degli intellettuali più importanti dell’epoca, erano anche quelli meno competenti. E questa incompetenza non è certamente un fatto naturale e non deriva in chiave necessaria dal profilo generale dell’economista, ma è un effetto di una ristrettezza didattica che esclude ogni ragionamento storico ed emargina qualunque voce di dissenso.

Un altro punto essenziale da sottolineare è la preoccupante carenza di pluralismo teorico e metodologico all’interno dei curricula accademici. Come diretta conseguenza dell’assenza della storia del pensiero, l’economia mainstream viene oggi presentata nei caratteri di una scienza esatta, basata su leggi naturali, indipendenti dal contesto storico e istituzionale, tecnicamente strutturate e matematicamente deducibili. Più simile alla fisica che alla sociologia. Le nozioni economiche vengono insegnate come un blocco monolitico di conoscenze, fondate su una visione cumulativa della ricerca che procede unanimemente alla frontiera e che non ammette teorie differenti, e che non necessita perciò di alcuna analisi critica sulle assunzioni fondamentali.

I presupposti teorici circa il comportamento dell’uomo, la sua razionalità, le sue interazioni, le proprietà emergenti da tali relazioni, il funzionamento del lavoro, della moneta, e tutte le altre assunzioni critiche, come direbbe Milton Friedman, non vengono discussi e talvolta neanche onestamente esplicitati, sebbene influenzino radicalmente le conclusioni analitiche e le implicazioni politiche della teoria mainstream.

Naturalmente con questo non si vuole dire che all’economia manchino le metodologie per rendere esatta la sua analisi. Il problema emerge quando ad una particolare scuola di pensiero viene assicurata, per motivi extra-scientifici, una presunzione di esattezza maggiore delle altre teorie, sebbene queste ultime abbiano superato in maniera più efficace il processo di falsificazione empirica.

La mancanza di pluralismo si deduce quindi non solo dall’assenza nei curricula di filoni alternativi di pensiero ma anche dalla rigidità con cui la teoria tradizionale viene presentata. Il problema è che questa concezione epistemologica non solo è falsa ma ha anche pesanti ripercussioni sulle capacità esplicative dell’economia, ossia sulla comprensione dei fenomeni reali, che vengono spesso quindi mal compresi se non addirittura del tutto ignorati. Mi torna alla mente allora la frase di un mio professore di economia che diceva che la realtà è solo una delle teorie e neanche la più interessante.

E arriviamo ora al secondo filone di critica, quello che riguarda i rapporti esterni all’economia accademica. Per comprendere meglio il funzionamento della scienza economica dobbiamo infatti ricordarci, grazie alla grande lezione degli economisti classici, che l’economia è quella particolare disciplina che regola il conflitto tra interessi economici differenti. Utilizzando la metafora culinaria di una torta a fine pasto, possiamo dire che gli economisti sono quegli studiosi che devono stabilire le modalità migliori per suddividere la torta tra tutti gli invitati. Non c’è da scandalizzarsi nell’ipotizzare che ognuno cercherà di massimizzare la fetta di torta che spetta a lui e ai suoi cari, a scapito degli altri invitati. E che ognuno cercherà quindi di appoggiare la teoria di quello o quell’altro economista che lo legittimerà davanti a tutti gli altri a prendersi la fetta più grande.

È qui che capiamo il nesso indissolubile tra l’economia come disciplina e l’economia come conflitto tra interessi divergenti. L’economia politica, quindi, come direbbe Marx, è quella disciplina che regola questo conflitto attraverso un’interpretazione politica di questo conflitto. Nulla di tecnico, quindi, come sosterrebbe la teoria neoclassica, o naturalmente necessario.
Se comprendiamo tale aspetto, capiamo anche che la scienza economica e la politica economica si influenzano e si legittimano a vicenda in un circolo pericolosamente vizioso. Una politica economica infatti cercherà di supportare il filone teorico che meglio convaliderà le sue scelte distributive, come il filone teorico difenderà le ideologie politiche che seguiranno più pedissequamente i suoi suggerimenti.

Non appare quindi strano ad esempio che le politiche economiche di liberalizzazione, flessibilizzazione del lavoro e di tagli alla spesa pubblica siano avvenute proprio mentre prendeva piede, come dice il professor Francesco Saraceno nel suo libro “La scienza inutile”, l’emersione del monetarismo e del nuovo consenso macroeconomico e la sconfitta delle idee keynesiane. L’economia è quindi più che una scienza sociale una scienza politica, che dipende strettamente dai rapporti di forza e di potere interni alla società.

Il professor James Heckman
Sarebbe inoltre ingenuo nel 2018 ritenere che il ripensamento dell’economia passi esclusivamente attraverso una lotta tra keynesiani e neoclassici. Come ha detto giustamente il viceministro Lorenzo Fioramonti, nuove urgenze sono entrate nella nostra quotidianità politica. Il dramma ambientale ad esempio mette a dura prova i modelli di crescita tradizionale, nei quali l’esaurimento delle risorse naturali e l’inquinamento dell’atmosfera non vengono trattati se non marginalmente e sempre con metodi insufficienti. L’economista vede infatti con cattivo occhio le tematiche ecologiche, ritenendole secondarie o comunque poco rilevanti. Tuttavia i dati che stanno emergendo in questi ultimi anni, ad esempio sull’aumento medio delle temperature, richiedono un’attenzione massima e un’integrazione sempre maggiore tra le giuste esigenze di occupazione e di mantenimento dei diritti sociali con la rivoluzione tecnica e politica necessaria ad affrontare il dramma ambientale che metterà a rischio la sopravvivenza stessa della razza umana sulla Terra.

Ecco allora che la scienza economica e il destino delle nostre società non sembrano più campi così indipendenti. Al contrario, la disciplina economica richiede a mio avviso un ripensamento globale e molto profondo. Che sappia aprirsi alla ricchezza di altre scuole di pensiero e le sappia integrare con le nuove esigenze della contemporaneità, e che sappia quindi riformulare molto di ciò che oggi viene dato per scontato nelle università, compresi i criteri di valutazione della ricerca. Non bisogna dimenticarsi infatti che i metodi con cui vengono valutati i ricercatori e stabiliti gli avanzamenti di carriera, come dice il premio Nobel James Hackman, hanno la piccola controindicazione di omologare il pensiero alle teorie mainstream e di asfissiare la libertà intellettuale degli economisti.

Twitter @GabrieleGuzzi

Da - http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/12/15/perche-ripensare-economia/?uuid=96_tGjnls0Z
4  Forum Pubblico / La COMPAGNIA dell'ULIVO - Arlecchino e l'Ulivastro - (Ulivo Selvatico). / Paolo Armaroli - In democrazia i manovratori vanno disturbati sempre inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:28:34 pm
L’ANALISI

In democrazia i manovratori vanno disturbati sempre

Sui tram di una volta si poteva leggere questa scritta: “Non disturbate il manovratore”. Ci è tornata alla mente questa dicitura quando Matteo Salvini, scambiando il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia per una fastidiosa mosca tze-tze perché ha avanzato ragionate critiche alla manovra economica del governo, gli ha replicato di lasciarlo lavorare. Un tempo si diceva: “Qui si lavora, non si fa politica”. Una frase senza senso, a pensarci bene. Perché lavorando nelle stanze del Potere si fa politica, eccome. Tutto sta a fare una buona politica, perché altrimenti rientra nella logica delle cose che il mormorio popolare diventi critica, e la critica a sua volta si manifesti in opposizione a tutti i livelli: in Parlamento o nelle piazze.
E qui sta la summa divisio tra dittature e democrazie. Nelle dittature è assolutamente vietato disturbare il manovratore. E chi si azzarda a dissentire è destinato a passare un guaio: rischia nella migliore delle ipotesi il confino, nella peggiore la galera, se non addirittura la vita. Nelle democrazie, invece, il manovratore merita di essere disturbato di continuo. Perché, come recita il primo articolo della nostra Costituzione, la sovranità appartiene al popolo. Si badi, appartiene, e non emana, come dispongono altre Carte. Anche se poi questa sovranità è esercitata nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Legge fondamentale della Repubblica. Una democrazia rappresentativa, la nostra, con buona pace del ministro Riccardo Fraccaro. Anche se corretta da istituti di democrazia diretta, come l’iniziativa popolare delle leggi e i referendum.
Un grande costituzionalista francese come Maurice Hauriou soleva dire che là dove c’è potere, c’è responsabilità. Una responsabilità che, a seconda dei casi e delle circostanze, è o istituzionale o – per così dire – diffusa. E allora avremo o l’opposizione in Parlamento o la critica che nasce dal basso, nel Paese. Nei primi sei mesi di questo governo non si è sentita volare una mosca. Da una parte l’opposizione parlamentare è apparsa afona. Senza voce e senza una visione alternativa a quella del gabinetto gialloblù. Perché il Pd è roso dal tarlo dell’antitesi, diviso in fazioni e a rischio di scissione. Forza Italia sembra avviata sul viale del tramonto, ma Berlusconi non va mai sottovalutato. E i Fratelli d’Italia sono da tempo nei sondaggi sotto il 4%, perciò corrono il pericolo di non essere più rappresentati in Parlamento. Mentre la critica dal basso non si è vista, annichilita da quel 60% di consenso che i sondaggi attribuiscono ai due partiti di governo.
Ma il vento sta cambiando. Adesso un ministero in cui i due azionisti Di Maio e Salvini rimettono in discussione il programma, si trovano tra l’incudine e il martello. L’incudine di Mattarella, che fa sentire alta e forte la sua voce un po’ su tutto: da una manovra economica che non ha le carte in regola con la Costituzione alla libertà di stampa, mai abbastanza garantita. E il martello della pubblica opinione, non più disposta a un flebile mugugno. A Torino le madamine, con un coraggio tipico delle grandi donne, hanno fatto un miracolo. Sull’esempio della marcia dei quarantamila, hanno riunito senza bandiere una moltitudine di cittadini che ha detto sì alla Tav. Poi, sempre a Torino, gli imprenditori hanno detto un rotondo no a una manovra economica in rotta di collisione con l’Europa. E Boccia ha invitato il presidente Conte a cambiare musica, pena le sue dimissioni.
Nel nostro Belpaese per ottenere qualcosa bisogna fare la voce grossa e la faccia feroce. Ringhio Gattuso insegna. Il ministro Danilo Toninelli, che le infrastrutture non le vorrebbe neppure dipinte, si era rifugiato dietro l’espediente del rapporto costi-benefici. Ma l’alibi si è dissolto in un battibaleno. E lui stesso sta innestando la retromarcia. E un’altra retromarcia la stanno facendo i due vicepresidenti del Consiglio sulla manovra economica, considerata al suo varo l’ottava meraviglia del mondo. Tanto che Di Maio, travestito da Winston Churchill, a Piazza Colonna aveva festeggiato con i suoi cari facendo la V con l’indice e il medio della mano. Adesso mandano avanti Giuseppe Conte. Con il sottinteso che se sarà evitata la procedura d’infrazione, che ci costerebbe un occhio della testa, il successo sarà dell’intero governo. A cominciare, si capisce, dai due consoli. Se invece pagheremo dazio, la colpa sarà addossata per intero al presidente del Consiglio. Sic transit gloria mundi…

paoloarmaroli@alice.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Paolo Armaroli

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20181213&startpage=1&displaypages=2
5  Forum Pubblico / L'ITALIA DEMOCRATICA (Laica, Indipendente) è in PERICOLO. / Rapporto Amnesty: "In Italia gestione repressiva dei migranti e attacco ai ... inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:25:55 pm
Rapporto Amnesty: "In Italia gestione repressiva dei migranti e attacco ai diritti umani

L'organizzazione internazionale accusa il governo Conte per la strategia in materia di immigrazione, ma anche l'industria delle armi

10 dicembre 2018

L’Italia gestisce in maniera “repressiva” il fenomeno delle migrazioni, mette a rischio i diritti umani dei richiedenti asilo, adotta spesso nella politica una retorica xenofoba e pratica sgomberi forzati, senza offrire alternative. E’ sconsolante l’immagine del nostro Paese delineata nel rapporto "La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019", pubblicato da Amnesty International in occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Il governo Conte, scrive Amnesty, "si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio", in cui "le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo". Il Decreto sicurezza, dice l’organizzazione, contiene misure che "erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l'effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia".

Amnesty segnala i pericoli del "massiccio ricorso" da parte di alcuni candidati e partiti politici a "stereotipi e linguaggio razzista e xenofobo per veicolare sentimenti populisti, identitari nel corso della campagna elettorale" di quest'anno. Nel 2018 gli sgomberi forzati "sono continuati", colpendo soprattutto famiglie rom e gruppi di rifugiati e migranti, "senza l'offerta di alternative abitative adeguate da parte delle autorità". La "linea dura" dettata dal nuovo esecutivo sugli sgomberi "rischia di fare aumentare nel 2019 il numero di persone e famiglie lasciate senza tetto e senza sistemazioni alternative".

Nel corso del 2018 è proseguita la fornitura di armi a paesi in guerra come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, esportazioni che violano la legge e il Trattato internazionale sul commercio delle armi" ratificato nel 2014. A settembre è partita la sperimentazione sulle pistole a impulsi elettrici (Taser) in dotazione alle forze di polizia, per le quali l'organizzazione ha espresso preoccupazione sui rischi per la salute".

Amnesty International Italia segnala inoltre il "massiccio ricorso" da parte di alcuni candidati e partiti politici a "stereotipi e linguaggio razzista e xenofobo per veicolare sentimenti populisti, identitari nel corso della campagna elettorale" di quest'anno. Nel 2018 gli sgomberi forzati "sono continuati", colpendo soprattutto famiglie rom e gruppi di rifugiati e migranti, "senza l'offerta di alternative abitative adeguate da parte delle autorità". La "linea dura" dettata dal nuovo esecutivo sugli sgomberi "rischia di fare aumentare nel 2019 il numero di persone e famiglie lasciate senza tetto e senza sistemazioni alternative".

Da - https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2018/12/10/news/rapporto_amnesty-213880507/?ch_id=sfbk&src_id=8001&g_id=0&atier_id=00&ktgt=sfbk8001000&ref=fbbr
6  Forum Pubblico / LA POLITICA - ("ALTRA")! / Antonello CAPORALE. I social zeppi di battute sull'età del Medioevo al governo. inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:24:02 pm
Antonello CAPORALE.
Da Fb - 9 dicembre 2018

Anche se ci sembra strano, perchè forse non ci facciamo più caso, nel nostro Paese risiede il Papa, e anche se ci sembra strano, perchè forse non ci facciamo più caso, il Papa si definisce il Vicario di Cristo in terra. Anche se ci sembra strano, la stragrande maggioranza di noi italiani si dichiara di religione cattolica. E anche se ci sembra strano nei testi evangelici è annunciato il Bene e il Male. Il Dio, signore delle Virtù, e il Demonio, o Satana, possente forza dell'oscurità. E anche se ci sembra strano, chi accoglie la fede cattolica dovrebbe lottare incessantemente con la sua pratica quotidiana perchè il bene sconfigga il male, respinga il demonio (o Satana).

Anche se ci sembra strano c'è chi, credendo al Dio del bene, re dell'Universo, pensa che esista Satana, come gli hanno detto fin da piccolo. E lo mette anche per iscritto in un libro, come ha fatto Cristiano Ceresani. Il quale non solo è un fervente cattolico, ma anche il capo di gabinetto del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, leghista e cattolico integralista. Ma, anche se ci sembra strano e forse ci delude, in questo caso né Fontana né la Lega hanno responsabilità alcuna. Ceresani pensa quel che molti degli italiani, se davvero avessero la fede che dicono di professare, dovrebbero credere. E il fatto che – parlando dei mutamenti climatici - abbia richiamato, da un punto di vista teleologico, Satana per illustrare le ragioni che portano l'uomo a distruggere il Creato, non dovrebbe spingerci a ironizzare ma a ricordarci che, al tempo in cui andavamo a catechismo, il pericolo del demone era tra le nostre quotidiane afflizioni. Solo che loro l'hanno dimenticato, e Ceresani no (tra l'altro è uno stimato consigliere parlamentare, ha guidato lo staff di segreteria della presidenza Gentiloni, ed è stato chiamato nei precedenti governi di centrosinistra).

I social zeppi di battute sull'età del Medioevo al governo. Quando l'ignoranza è tanta, e la strumentalità delle prese di posizione così evidente, verrebbe voglia, anche da chi – come chi scrive - non crede a Dio, figurarsi alla Lega, di applaudire Ceresani. Almeno sa di quel che parla.
7  Forum Pubblico / ECONOMIA / VITO LOPS. Oro, come lo scontro Usa-Cina sta cambiando la mappa dei beni rifugio inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:21:33 pm
Oro, come lo scontro Usa-Cina sta cambiando la mappa dei beni rifugio

Di Vito Lops 11 dicembre 2014

È evidente che in questa fase gli investitori sono in tensione. Wall Street viaggia sui minimi da 8 mesi e - conti alla mano nella prima decade - rischia di vivere il peggior dicembre degli ultimi 16 anni. Non se la passano bene neppure le Borse europee, scivolate sui livelli più bassi degli ultimi due anni e neppure i listini asiatici con l’azionario cinese entrato a pieno regime in un clima “Orso”, considerato che da inizio anno Shenzen perde il 29% e Shanghai il 22%.

Dai massimi di gennaio (quando la capitalizzazione mondiale delle Borse aveva superato 87mila miliardi) l’azionario globale ha perso oltre 15 miliardi di dollari, quasi quanto il Pil dell’Eurozona per intenderci. In questi momenti gli investitori tendono a spostare i capitali su strumenti finanziari più difensivi, quelli meglio equipaggiati per affrontare le fasi di turbolenza. Tuttavia la mappa dei beni rifugio si sta modificando: dei cinque strumenti accreditati a svolgere questa funzione (oro, Bund, yen, franco svizzero e dollaro) solo tre stanno attraendo gli investitori. Tra questi, l’oro è tornato assoluto protagonista.

   RISPARMIO 10 agosto 2018
Ecco quali sono i beni rifugio in caso di tempesta sui mercati
Non è un caso che da inizio ottobre - quando è partita l’attuale fase di avversione al rischio che al momento non è dato sapere quando terminerà - l’oro è l’asset che si è apprezzato di più. Il metallo giallo ha messo a segno un rimbalzo del 5%, tornando sui livelli della scorsa estate. Il rialzo dell’oro conferma per due motivi che in questo momento gli investitori hanno paura e stanno visualizzando il futuro come rinchiuso in un bicchiere mezzo vuoto:

1) sia nella precedente correzione di febbraio (quando Wall Street e le Borse europee persero il 10% in tre settimane) che nello storno di agosto l’oro non era stato acquistato ma era addirittura sceso a riprova del fatto che quei ribassi non avevano preoccupato più di tanto gli investitori. L’oro è infatti considerato una sorta di rifugio di ultima istanza. Gli acquisti sul metallo giallo non partono in tutte le correzioni, ma solo in quelle più marcate;

2) a questo giro l’oro è il più comprato tra i beni rifugio nonostante si stia apprezzando anche un altro porto sicuro della finanza, ovvero il dollaro, con la cui quotazione l’oro è solitamente legato da un andamento inverso. Nella norma quando sale il dollaro l’oro tende a deprezzarsi e viceversa. Questo accade proprio perché l’oro è quotato in dollari. Il fatto che nelle ultime settimane l’oro stia salendo nonostante la forza del dollaro rafforza l’idea del pessimismo degli investitori;

Come visto, oltre all’oro sta salendo il dollaro. Il dollar index - un indice che ne sintetizza l’andamento ponderato con le altre principali valute globali - si è rafforzato di quasi due punti percentuali negli ultimi due mesi.

    “L’oro è il più comprato tra i beni rifugio nonostante si stia apprezzando anche un altro porto sicuro della finanza, ovvero il dollaro, con la cui quotazione l’oro è solitamente legato da un andamento inverso”

Il terzo asset che conquista la palma simbolica dei beni rifugio preferiti è il Bund. Il decennale governativo tedesco si è apprezzato del 2,2% da ottobre con il rendimento - che viaggia al contrario rispetto al prezzo - sceso allo 0,24%. Gli investitori comprano Bund nonostante la Germania rischi di entrare in recessione tecnica (dopo aver chiuso in calo il terzo trimestre il Pil potrebbe scendere anche nel quarto visto il -10% di vendite accusato dal settore auto a novembre). Evidentemente al momento questi fattori non interessano: conta di più la forza della Germania e il suo ruolo di roccaforte dell’Eurozona, con un avanzo commerciale clamoroso.

Mentre si conferma in fase calante come porto sicuro il franco svizzero che nelle ultime settimane, tanto nei confronti del dollaro quanto sull’euro, non si è apprezzato. Qualche anno fa sarebbe andata diversamente perché lo standing della divisa elvetica come bene rifugio era ai massimi.

    Scenari finanziari 25 settembre
Cambia il vento sui mercati. Ritorno sui beni rifugio in attesa della Fed
Novità assoluta poi di questa correzione è che anche lo yen non si stia comportando come bene rifugio. La divisa nipponica non solo non si è apprezzata, ma da ottobre ha perso un po’ di terreno tanto sul dollaro quanto sull’euro. Se la variazione negativa nei confronti del dollaro la si può spiegare con la straordinaria forza del biglietto verde - che sta beneficiando delle politiche di Trump tanto sul tema della guerra commerciale quanto sulla riforma fiscale che avvantaggia le imprese Usa che rimpatriano capitali e quindi “acquistano” dollari - la debolezza dello yen sull’euro in fasi di tensioni finanziarie è un’assoluta novità. Se non per il fatto che lo yen in questo momento sta riflettendo la debolezza dell’economia giapponese, il cui Pil nel terzo trimestre si è contratto dello 0,6%. Anche Tokyo sta pagando i rischi di un contagio in tutta l’Asia degli effetti dello scontro commerciale tra Usa e Cina. Quindi anche la divisa nipponica, per anni considerata il bancomat mondiale degli investitori, è scossa dagli effetti della guerra dei dazi innescata da Trump lo scorso aprile.
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    Vito Lops. Vito Lops, giornalista professionista, dal 2004 è redattore e social media editor al Sole 24 Ore. Segue i mercati finanziari, gli sviluppi macroeconomici internazionali e i prodotti di investimento. ...
       
Da - https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-12-10/dazi-ecco-come-scontro-usa-cina-sta-cambiando-mappa-beni-rifugio-174127.shtml?uuid=AEZkbKxG
8  Forum Pubblico / VATICANO, CRISTIANI e altre FEDI / SALVATORE IZZO - "L’America Latina disperata" di Papa Francesco inserito:: Dicembre 15, 2018, 11:20:05 pm
"L’America Latina disperata" di Papa Francesco
In occasione della Festa della Vergine di Guadalupe, Bergoglio ha evocato l’immagine del famoso quadro di Renato Guttuso per esortare il suo continente a “rimanere in piedi in mezzo alle tempeste”

SALVATORE IZZO -  13 dicembre 2018 20:30

C’è un quadro di Renato Guttuso che si chiama “America Latina disperata” e ritrae una giovane donna che piange. E nell’occasione della Festa della Vergine di Guadalupe, da lui celebrata in San Pietro, Papa Francesco è sembrato evocare quell’immagine così coinvolgente e sconvolgente quando ha esortato il suo continente a “rimanere in piedi in mezzo alle tempeste”.

A due anni e qualche giorno dalla morte di Fidel Castro, il lider maximo, cioè l’uomo più rappresentativo di quella che Simon Bolivar chiamava la “Patria Grande” ed è rimasto ancora un sogno da perseguire, il Sudamerica come un unico grande paese in grado di negoziare con le altre potenze da pari a pari per il bene comune del mondo, Francesco ha esortato i popoli del suo continente “a quel protagonismo che non ha bisogno di umiliare, maltrattare, disprezzare o prendersi gioco degli altri per sentirsi forte o importante; che non ricorre alla violenza fisica o psicologica per sentirsi sicuro e protetto”. Parole che richiamano molto da vicino gli ideali bolivariani incarnati da Castro ma anche da Hugo Chavez, che non a caso è stato anche un uomo di grande fede.

Secondo Papa Bergoglio, “l’autentico protagonismo”, come insegna la Madonna di Guadalupe che scelse l’umile Juan Diego, il più piccolo degli indios, per rivelarsi, è “restituire dignità a tutti coloro che sono caduti, e farlo con la forza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua promessa di misericordia”. Di qui la necessità di fuggire la tentazione del dare protagonismo “alla forza dell’intimidazione e del potere, al grido del più forte o di farsi valere in base alla menzogna e alla manipolazione”.

“Alla scuola di Maria – ha spiegato Francesco nell’omelia, tenuta in spagnolo lo scroso 12 dicembre – impariamo a stare in cammino per arrivare dove dobbiamo stare: ai piedi di tante vite che hanno perduto o a cui è stata rubata la speranza. Alla scuola di Maria impariamo a camminare nel quartiere e nella città non con la banchetta di soluzioni magiche, risposte istantanee ed effetti immediati; non a forza di promesse fantasiose di uno pseudo progresso che, poco a poco, logora ed usurpa le identità culturali e familiari, e mina il tessuto vitale che ha sostenuto i nostri popoli, con l’intento pretenzioso di stabilire un pensiero unico e uniforme”.

La chiamata ad un nuovo protagonismo dei popoli latino-americani
“Camminare nella città dove nutriamo il cuore con la ricchezza multiculturale che abita il continente”, l’imperativo del Papa per l’America Latina, chiamata ad “ascoltare il cuore nascosto che palpita nei nostri popoli e che custodisce il sentire di Dio e della sua trascendenza, la sacralità della vita, il rispetto per la creazione, i legami di solidarietà, l’allegria dell’arte del buon vivere e la capacità di essere felici e di fare festa senza condizioni”.

“Alla scuola di Maria impariamo che la sua vita non è stata marcata dal protagonismo, ma dalla capacità di far sì che gli altri siano protagonisti”, ha esortato ancora Papa Francesco e questa sottolineatura appare davvero opportuna alla luce di quel che sta accadendo. Proprio nelle stesse ore nelle quali il Papa pregava per l’America Latina in San Pietro, presenti gli ambasciatori di quasi tutti i paesi del continente, infatti, due bombardieri russi raggiungevano il Venezuela, per scoraggiare le minacce militari degli Stati Uniti al paese assediato ormai da tempo da un blocco economico finalizzato al rovesciamento di un governo eletto democraticamente e che si è sottoposto a almeno quattro elezioni in due anni.

“Il Papa dovrebbe visitare nello stesso viaggio anche il Venezuela”, dice il professor Luciano Vasapollo, vice rettore dell’Università La Sapienza, reduce da una missione scientifica nel paese “stretto d’assedio da Stati Uniti e Unione Europea con misure economiche gravi quanto ingiuste perché penalizzano i più deboli, in primis i bambini malati che non possono essere curati e alimentarsi in modo adeguato, e questo significa innescare un genocidio”.

In un seminario sull’America Latina alla Facoltà di Lettere, Vasapollo racconta di aver potuto illustrare personalmente al Papa quanto sta accadendo e riferisce che rispondendogli Francesco ha assicurato le sue preghiere perchè “nel paese possano prevalere la giustizia e la pace”. “Le due facce – spiega l’economista – della campagna madurista. Solo la Germania, dopo la guerra, ha investito una percentuale cosi alta del suo bilancio nelle politiche sociali: tre milioni e mezzo di abitazioni di edilizia sociale, infatti, sono un record assoluto”.

Un seminario alla Sapienza sull’imperialismo e l’autodeterminazione
Secondo Vasapollo è “molto poco probabile che possa riuscire il tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni democratiche del 20 maggio, quando è stato rieletto Maduro, e confermato domenica scorsa alle amministrative, perché da parte dell’opposizione non c’è unità di visione ma interessi divergenti come possono esserlo quelli delle multinazionali, dei narcos e dell’oligarchia latifondista. Mentre continua però il tentativo di destabilizzare il paese affamando il popolo”.

“Si vuole determinare – denuncia – una crisi sociale alla quale contribuiscono le fake news che vengono diffuse a piene mani dai media ma sempre più anche da forze politiche, come accaduto nei giorni scorsi in Italia con la mozione parlamentare annunciata da Fratelli d’Italia, che definisce ‘crisi umanitaria’ i problemi del Venezuela, creati invece artificiosamente dall’esterno per impadronirsi delle sue risorse naturali. E’ una maledizione – rileva Vasapollo – quella di essere la maggior riserva di petrolio del mondo. E il quinto paese per oro, argento, coltam e litio. Mentre l’Orinoco è la maggior riserva di acqua dolce del Caribe. Il tutto - osserva Vasapollo - a appena tre giorni di navigazione da Huston”.

In effetti, ricorda invece il sociologo argentino Atilio Boron, che teorizza il multipolarismo, “la dottrina imperialista ritiene l’America Latina una dipendenza dell’America del Nord, che dunque se ne occupa come di problemi della ‘sicurezza nazionale’ non in termini di una politica estera rispettosa dell’autodeterminazione dei popoli”. “In Caribe – infatti – ci sono 83 basi militari degli Usa. E l’imperialismo americano in questi anni è stato decisivo, ad esempio, contro Dilma Rousseff in Brasile, nel tentativo di colpo di stato in Bolivia (paese che volevano dividere in due) e ancora contro Correa in Ecuador, Lugo in Paraguay e Cristina Kirkner in Argentina”.

E in questo memento è in atto un tentativo, indotto ugualmente dall’esterno, di rovesciare il sandinista Ortega in Nicaragua. “Li’ – spiega – il problema per gli Stati Uniti è quello di bloccare la costruzione del Canale transoceanico che potrebbe modificare completamente i rapporti commerciali ed economici. La costruzione del canale in Nicaragua non è iniziata, ma questa possibilità di sviluppo, che risulterebbe decisiva, è inaccettabile per gli Usa che attraverso Panama esercita un controllo di fatto su tutto il movimento commerciale di Caribe”.

“Ci sono - rileva in proposito Vasapollo - due grandi opere che possono cambiare la storia dell’America Latina: il canale in Nicaragua e il Porto di Mariel a Cuba che sarebbe diventato il centro di Caribe”. In proposito, sia Boron che Vasapollo sottolineano che la Cina in America Latina ha una funzione importantissima. “E’ il primo socio commerciale del Caribe, ha fatto investimenti molto forti, ma non fa paura perché a differenza degli Usa la Cina non ha basi militari”. “La Santa Sede - ha ricordato in proposito Vasapollo - promuove e difende il multilateralismo, una visione in definitiva antimperialista. E le nuove potenze emergenti possono davvero aspirare ad un multipolarismo che appare oggi un fattore decisivo per favorire la pace”.

“Il ciclo progressista è in una fase recessiva. Ma - ha quindi assicurato Vasapollo – non comincia una nuova fase capitalista perchè non hanno nessuna possibile soluzione al problema della forbice sociale che si allarga ovunque”. “E’ il caso di Cuba la migliore risposta alle menzogne contro il Venezuela. Non c’è un bambino, nonostante 60 anni di blocco, che non venga curato o che non abbia un’istruzione a differenza di tanti altri paesi dell’America Latina”, ha convenuto infine Boron.
Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/blog-italia/il-papa-pop/america_latina_disperata_renato_guttuso-4738139/post/2018-12-13/

 
9  Forum Pubblico / ECONOMIA / Fca e la strategia dell’eutanasia inserito:: Dicembre 13, 2018, 08:42:26 pm
Fca e la strategia dell’eutanasia
10 dicembre 2018

Di Marco de’ Francesco

Le misure “ecologiche” del governo per il mercato dell’auto sono destinate, se convalidate, a penalizzare fortemente la società guidata da Mike Manley. Anzi, potrebbero dare addirittura il colpo di grazia finale all’azienda, le cui poco convincenti scelte per la produzione futura avrebbero un solo sbocco: la vendita. E forse, per gli azionisti, potrebbe anche andare bene così. Come la vede Michele De Palma del sindacato Fiom
Incentivi sull’elettrico ed ecotasse sulle auto con motori termici? Sia gli uni che le altre sono destinati a penalizzare Fca. I primi perché, alla fine, il Lingotto è ancora poco impegnato nel settore, con la previsione di una produzione di pochi modelli elettrici nel breve periodo e di alcuni ibridi, mentre la concorrenza è sempre più agguerrita; le seconde perché graverebbero su ciò che resta delle utilitarie, tipo la Panda, nonché su tutti i modelli in corso di transizione, quelli cioè che saranno ibridati o elettrificati nel 2020, nel 2021 o nel 2022. Insomma, colpirebbero Fca ai fianchi proprio nel corso della metamorfosi. Con effetti nefasti. Eppure la norma c’è.

Un emendamento governativo alla Manovra 2019 che ha già suscitato polemiche da parte dell’associazione che riunisce la filiera dell’industria automobilistica, l’Anfia. Tanto che il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha deciso di convocare un tavolo con costruttori e associazioni di consumatori, prima del voto in Parlamento, previsto per il 15 dicembre. Peraltro la tardiva svolta green del Lingotto non deve trarre in inganno: siccome produrre un’auto elettrica richiede un quinto o un quarto di manodopera in meno, sarà difficile per Fca rispettare l’impegno della piena occupazione. A parità di volumi, più i motori tradizionali saranno abbandonati, più il personale sarà a rischio. Lo pensa Michele De Palma, responsabile del settore automotive della segreteria nazionale di Fiom Cgil, intervistato da Industria Italiana.

Peraltro, secondo De Palma, non è impossibile che Exor, la cassaforte degli Agnelli, venda Fca. «È uno scenario che abbiamo prospettato già due anni fa» – afferma. L’aria che si respira potrebbe sembrare più quella di disimpegno, con l’abbandono del mass market e gli investimenti poco incisivi nell’elettrico. Va detto che le considerazioni di De Palma non coincidono necessariamente col nostro pensieri, pur essendo abbastanza fondate. Noi, da cronisti, cerchiamo di dare spazio al ventaglio di posizioni esistenti, anche se non tutti gli interlocutori hanno la stessa disponibilità a parlare con noi. Comunque abbiamo riportato le posizioni dell’azienda qui, qui le posizioni di Bentivogli (opposte a quelle di Fiom) il capo dei metalmeccanici Fim (Cisl), qui le posizioni dell’Unione industriali di Torino. Inoltre, abbiamo scritto dei pezzi di approfondimento sul settore e sulla vicenda, intervistando Stefano Aversa di Alix qui, e lo storico Giuseppe Berta qui.

IL MINISTRO DEL LAVORO E DELLO SVILUPPO ECONOMICO, LUIGI DI MAIO (FOTO DI MATTIA LUIGI NAPPI)
L’impatto di incentivi ed ecotasse su Fca, lavoratori e produttori italiani
Costruttori e associazioni di consumatori si siederanno al tavolo nell ’incontro indetto dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio «allo scopo di trovare una soluzione condivisa su incentivi ed ecotassa». Grandi assente, proprio la Fiom, che lamenta di non essere stata invitata.  Non sono stati invitati. Del meccanismo bonus-malus che il governo è intenzionato ad introdurre, con incentivi per chi compra auto green e penalizzazioni per chi acquista veicoli inquinanti, si sa poco. Una norma era stata scritta, articoli erano usciti sui maggiori quotidiani, ma poi Di Maio si è affrettato a dire che il malus non c’è più e che c’è soltanto un bonus per chi acquista l’auto elettrica. Secondo i rumor relativi ad un emendamento governativo alla Manovra 2019 riportati anche da riviste specialistiche, come ad esempio Motorbox, la base della trattativa, e cioè la previsione di partenza dovrebbe essere questa: un incentivo di 6mila euro per auto della classe di emissioni di Co2 da 0 a 20 g/km (quindi, full electric) e di 3mila per quelle da 21 a 70 g/Km (ibride plug-in, quelle che si possono ricaricare alla spina) e di 1.500 euro per quelle da 71 a 90 g/km (ibride non plug-in e metano). Il malus dovrebbe essere pari a 150 euro per vetture diesel e benzina della classe di emissioni da 110 a 120 g/km, sino a 3mila per quelle sopra quota 250 g/km.

Il programma, che sarà votato in Parlamento il 15 dicembre, avrà una durata triennale, 2019- 2021. La norma, ha detto Di Maio, «va migliorata subito per non penalizzare nessuno, in particolare chi ha bisogno di acquistare un’utilitaria». Staremo a vedere. Il provvedimento, va detto, non piace per niente ai costruttori. L’Anfia, l’associazione di categoria, si è precipitata ad affermare in un comunicato che «se prendiamo ad esempio il modello più venduto in Italia, la Panda 1.2 prodotta a Pomigliano, tra le vetture non ibride con le più basse emissioni di CO2, con il nuovo sistema si pagherà un’imposta che varia dai 400 ai 1.000 euro. Il vantaggio sarà quindi solo per chi comprerà costose auto elettriche». In realtà il problema della riconversione dai motori diesel-benzina a quelli elettrici non riguarda solo i produttori e Fca in particolare, ma tutta la filiera. Si pensi che secondo l’osservatorio della componentistica auto 2018 dell’università Ca’ Foscari di Venezia, come riportato da Il Sole 24 Ore, solo il 28% degli imprenditori di settore giudica positivamente l’impatto dei motori alternativi sulla competitività italiana nei prossimi cinque anni. Siamo rimasti indietro. Non si fa ricerca. E comunque in Fca la riconversione all’elettrico o all’ibrido avverrà tra il 2020 e il 2022, dopo l’eventuale entrata in vigore della norma su incentivi ed ecotasse.

MICHELE DE PALMA, RESPONSABILE DEL SETTORE AUTOMOTIVE DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DI FIOM CGIL
Secondo De Palma «l’idea governativa di incentivare le macchine elettriche e di penalizzare, tassandole, le utilitarie, non fa bene a Fca, e sta creando polemiche asperrime. Un po’ perché colpisce le produzioni dell’azienda, visto che è prevista solo un’auto elettrica, la 500, anche se si parla di una versione elettrificata della Maserati Alfieri e di una Grand Commander, sempre elettrica, per la Cina; e un po’perché è un provvedimento estemporaneo, non meditato. Se l’obiettivo è implementare la trasformazione del parco macchine eliminando l’euro 1,2,3, l’idea giusta non è certo quella di regalare 6mila euro a chi è disposto a tirarne fuori 50mila per comprarsi l’auto elettrica». Il governo sarebbe disposto a investire 300 milioni per questo. «Risorse che andrebbero dirottare per la trasformazione del sistema industriale in modo da realizzare linee produttive e prodotti più ecologici».

Insomma, investire sui processi e sui prodotti, senza mettere in ginocchio le aziende che, come Fca, sono rimaste indietro. E investire nella rete dei grandi accumulatori, per evitare blackout. «Peraltro in Italia c’è una scarsa infrastrutturazione. È un elemento di cui non si può non tener conto. In generale, nel nostro Paese non si fa più una politica a sostegno dell’industria: l’unica cosa che i governi sanno fare è la concessione degli ammortizzatori sociali, quando le cose prendono una brutta piega». Ma quella della Fiom è un’opinione che non potrà essere espressa. «Non ci hanno chiamati – continua De Palma -. Questo è destinato ad alzare il tono della polemica e a creare problemi, perché in effetti non è normale che trattando argomenti come questi si saltino a piè pari i lavoratori e i loro rappresentanti. Ma se Maometto non va alla montagna, sarà la montagna ad andare da Maometto. Faremo in modo di non essere ignorati. Andremo sotto il Ministero». Non è però la prima volta che i sindacati non vengono invitati. «Anche Monti e Renzi preferivano i selfie con gli amministratori delegati. Mettiamola così: non è il governo del cambiamento, da questo punto di vista; è piuttosto nel solco di una recente tradizione».

Perché, secondo la Fiom, l’elettrico non garantisce la piena occupazione
Secondo De Palma, la piena occupazione negli stabilimenti italiani, uno degli obiettivi del piano industriale 2018-2021 di Fca annunciato qualche mese fa e illustrato a fine novembre dal Chief operating officer dell’area Emea Pietro Gorlier, difficilmente potrà essere raggiunta. «Secondo il piano a Torino (Mirafiori e Grugliasco) si farà la Maserati e la 500 elettrica, al posto della Mito; ma a ben vedere, se anche si facesse lo stesso numero di veicoli, gli stessi volumi, un problema si pone: in realtà produrre un’auto a motore elettrico richiede un 20–25% in meno di manodopera, e quindi di dipendenti, rispetto alla produzione dell’auto a motore termico. Questo è un elemento da tenere in considerazione per le previsioni sui budget produttivi futuri e sui conseguenti livelli occupazionali utili a sviluppare tali volumi. Lo ha dichiarato la stessa azienda nel confronto con i sindacati, e poi ci sono tanti studi a proposito.»

Maserati, fabbrica di Grugliasco
MASERATI, FABBRICA DI GRUGLIASCO
«Sempre nel polo torinese, per la Maserati è previsto solo un restyling, e non modelli nuovi. Per questo e per altri motivi, noi abbiamo chiesto all’azienda se il saldo dei lavoratori sarà lo stesso, con il piano. L’azienda ci ha risposto che bisogna tener conto dei dipendenti che sono destinati a lasciare il posto di lavoro volontariamente, perché si agganciano alla pensione con esodo incentivato. Insomma, dovrebbero rimanere gli altri, ma certo non ci saranno nuove assunzioni». A Grugliasco ci sono già ammortizzatori sociali, e a Mirafiori arriveranno. Si è parlato di cassa integrazione straordinaria. Il provvedimento coinvolgerebbe 2.445 lavoratori di Mirafiori a cui si aggiungeranno altri 800 lavoratori in arrivo da Grugliasco. «In realtà a Grugliasco e a Mirafiori, con tutta probabilità, saranno stipulati contratti di solidarietà. A Grugliasco l’accordo è già attivo, per il vero; quanto a Mirafiori, siccome si riteneva che gli ammortizzatori fossero esauriti, si era deciso di dirottare 1.200 lavoratori verso Grugliasco; ora, dopo approfondite analisi al ministero del Lavoro, si è capito che la solidarietà è possibile, così 800 lavoratori torneranno nello stabilimento d’origine. Tecnicamente, non è l’elettrico a determinare la scelta dell’ammortizzatore: quello giusto, per riorganizzazione e ristrutturazione dei processi, dovrebbe essere una cassa integrazione dedicata. A mio avviso, si sceglierà la solidarietà perché non ci sono i volumi».

Nel polo torinese si continuerà a produrre la Maserati Levante, un Suv che nel Vecchio Continente ha fatto registrare un calo del 24% tra gennaio e ottobre, e del 14% negli Usa. «Dunque, la variabile per determinare la piena occupazione dovrebbe essere l’elettrico, che però è una scommessa sul mercato. E non era neanche voluto. L’unico dato oggettivo è che l’azienda intende colmare un ritardo a mio avviso determinato dalla dirigenza. Lo stesso Sergio Marchionne, che ha guidato per anni Fca prima di Mike Manley, sosteneva che l’auto elettrica costava troppo e che pertanto non avrebbe mai trovato un mercato. Così, ora di fatto l’azienda disporrà di un solo modello full electric, dal 2020, mentre l’innovazione e la ricercano riguardano l’ibrido, con l’attuale G Renagade e con il futuro G Kompass. Altre case automobilistiche, invece, stanno puntando pesantemente sul green, trasformando più linee di produzione. Si pensi a all’investimento di 45 miliardi annunciato da Volkswagen, o a quello di 60 di Nissan-Renault».

JEEP RENEGADE PHOTO BY JWH
Fca in Italia non finisce a Torino, però. «A Pomigliano esce una Panda ogni 56 secondi, meno di un minuto. La produzione italiana di Fca è pari a circa 750mila veicoli contro un potenziale di 1,4 milioni. È una differenza enorme, quella tra ciò che facciamo e quello che potremmo fare. E poi, delle 750mila, 350mila sono Ducato della Sevel (società italo-francese nata da una partnership tra Fca e Psa) e tutto il resto produce 400mila veicoli. Intendiamoci: non dobbiamo giocare in difesa, difendere ciò che c’è, perché fra poco tempo potrebbe essere fuori mercato. Ma per Fca occorrerebbero ben altri investimenti, rispetto ai sei miliardi previsti per l’elettrico».

Occorre, però, dare un occhio agli altri stabilimenti. «In realtà – continua De Palma – dei 13 nuovi modelli di auto solo quattro sono veramente nuovi: il Suv compatto Alfa di Pomigliano, la Jeep a Melfi, la 500 elettrica a Mirafiori e forse un nuovo modello Maserati a Modena. Gli altri sono solo restyling di auto già sul mercato. A Modena, per il vero, c’è un po’ di confusione. Non è certo se si produrrà un modello Alfa 8C, o la Maserati Alfieri. Intanto ci sono ammortizzatori in atto in diversi stabilimenti, e anzi a Pomigliano la cassa integrazione terminerà a settembre dell’anno prossimo, e dovrà essere rinnovata, perché la nuova produzione inizierà tra almeno 18 mesi. Per Cassino, dove sono aumentate le fermate, c’è richiesta di cassa ordinaria, visto che la Stelvio e la Giulietta sono in contrazione. A Pratola Serra e a Cento, dove si fa diesel, già sono in solidarietà, e vista la riduzione dei volumi si continuerà a farla. Visto il quadro, non c’è alcuna garanzia che il piano permetta di uscire definitivamente dall’utilizzo degli ammortizzatori sociali. A mio avviso, parlare di piena occupazione è fuori luogo».

John Elkann alla inaugurazione dell'impianto Maserati a Grugliasco
JOHN ELKANN ALLA INAUGURAZIONE DELL’IMPIANTO MASERATI A GRUGLIASCO
Per la Fiom, non è impossibile che Exor, la cassaforte olandese degli Agnelli, venda Fca
«È uno scenario che abbiamo prospettato già due anni fa, prima nel corso di un convegno e poi nel contesto di un lavoro di ricerca relativo alla collocazione di Fca sul mercato. Abbiamo anche provato a parlarne con i governi che si sono succeduti, ma senza incontrare interesse o attenzione». Ci sarebbero degli indizi. «Un gruppo delle dimensioni di Fca dovrebbe occuparsi di prodotti premium, mass market e elettrici. Può esistere solo presidiando più segmenti di mercato. Da questo punto di vista, non so se sia condivisibile la scelta di non produrre più modelli per il mass-market, in Italia. Si chiude la stagione di Punto, Tipo, Mito; restano solo la 500 e la Panda. Andremo tutti in giro con la Levante e la Stelvio? Non si capisce il perché di questa scelta. Si dice: non si rientra nei costi; ma se gli stabilimenti lavorassero a tre turni, forse ciò non sarebbe vero. La Toyota non produce anche macchine di piccole dimensioni, come la Aygo e la Yaris?».

Per De Palma, anche l’elettrico Made in Fca è sospetto. «Da una parte ci sono partnership globali, come quella tra Ford e Volkswagen per sviluppare piattaforme comuni, e notizie di grandi investimenti, come quello annunciato dalla General Motors, che determinerà una radicale trasformazione dei processi. Dall’altra i bassi investimenti del gruppo Fca e la vendita di Magneti Marelli, multinazionale della componentistica anche nel campo dell’elettrico che è stata acquisita dalla giapponese Calsonic Kansey, che ha la metà dei dipendenti della prima. Ora Fca dovrebbe cercare tecnologie fuori dal proprio perimetro; certo, potrebbe riferirsi sempre a Magneti Marelli, ma i rapporti non saranno quelli di prima. Peraltro, dei 6,2 miliardi di euro ottenuti con la vendita, due miliardi sono stati distribuiti con un dividendo straordinario. Non sembra un’azione coerente con la necessità di investire, visto il ritardo che caratterizza Fca nell’elettrico». Insomma, ci sarebbe aria di disimpegno. E allora, che fine farà Fca? «Lo sa solo John Elkann, il presidente di Exor. Posso dire solo che la Fiom vede il problema, e che i lavoratori sono preoccupati».

Da - https://www.industriaitaliana.it/fca-e-la-strategia-dell-eutanasia/?utm_source=sendinblue&utm_campaign=NEWSLETTER_INDUSTRIA_ITALIANA_12_dicembre_2018&utm_medium=email
10  Forum Pubblico / CITTADINI FEDERATI ITALIA EUROPA per UNA NUOVA DEMOCRAZIA / “NON SONO COME NOI”. - ggiannig - inserito:: Dicembre 12, 2018, 04:41:34 pm
“NON SONO COME NOI”

Anche questo mio ennesimo tentativo di arrivare a convincere e coinvolgere una parte delle molte Persone che stanno soffrendo per la nostra situazione assurda e tristissima, andrà deluso.

Pianificare l’attività di un gruppo di Cittadini con alto senso civico e nitida pulizia morale che si incontrino ad un comune tavolo di lavoro telematico, per formulare un Progetto mirato al futuro di questa Italia, ricco di obiettivi da ricercare e raggiungere per il benessere di tutti gli Italiani, da Trieste a Mazara del Vallo. Senza avere alle spalle manovratori, o emissari di poteri grigi, che del resto non vorremmo tra noi per un antico bisogno di libertà e indipendenza, è una illusione.

Anche questo finirà con un niente di fatto, eppure molti pensano che il lavoro di pacificazione costruttiva portato avanti da un numero sufficiente di persone di varie provenienze, diverse culture e diversi livelli intellettivi, sarebbe indispensabile proprio oggi per come viviamo circondati dal Male delle cose sbagliate e incivili, che dominano la scena nazionale e internazionale.

Essere in pochi e senza “agganci” aiuta a sentirsi puliti moralmente ma non giova alla costruzione di quanto di valido è necessario, di quante buone volontà e intenzioni sarebbero utili, oggi.

Essere molto letti da molte persone, ma non corrisposti da “altri noi”, non serve per comunicare gratuitamente verità scomode e sani progetti di risorgimento di una Nazione.

Rimane solo la considerazione etica, guardando in viso i pochi che hai intorno e ti ascoltano, e la certezza d’avere sempre compiuto onestamente il proprio dovere, al punto che ci è consentito di considerare, tutti quelli che hanno approfittato e profittano oggi di questo paese e di averlo ridotto in molte sue parti come un cencio maleodorante, non come nemici e neppure avversari da combattere, ma in coscienza definirli con disprezzo:

                                 NON SONO COME NOI!  

Una nobile consapevolezza raggiunta … e non è poca cosa!

ggiannig
 

11  Forum Pubblico / Il DOMANISMO (Democratico, Progressista, Riformista).. / La Globalizzazione, come il Capitalismo sono il "nemico" soltanto per chi non... inserito:: Dicembre 11, 2018, 02:11:15 pm
La Globalizzazione, come il Capitalismo sono il "nemico" soltanto per chi non è capace di vendere qualità Italiana all’estero, oppure per chi trova facile manifestare "contro", ma non tenta neppure di cambiare in meglio le azioni che trascurano le categorie più deboli.

Chiacchierare di fare la rivoluzione e poi vederla fare, senza violenza, da chiacchieroni di destra è una delle sconfitte del socialismo ideologico.

Nel nostro “Domani” tutto ciò deve cambiare … “è meglio”.

ggiannig
12  Forum Pubblico / CITTADINI FEDERATI ITALIA EUROPA per UNA NUOVA DEMOCRAZIA / Magnifica Utopia per realizzare comuni interessi di difesa di valori materiali inserito:: Dicembre 11, 2018, 02:08:42 pm
Cittadini Federati Italia Europa.

Magnifica Utopia per realizzare comuni interessi di difesa di valori materiali e morali, tra Cittadini prima ancora che tra Stati o Regioni.

Tra Persone prima ancora che tra Comunità!

ggiannig
13  Forum Pubblico / DONNE OPINIONISTE e AUTRICI. / SIMONETTA FIORI Alberto Asor Rosa: "Che errore nel '77 Lama in ateneo" inserito:: Dicembre 09, 2018, 06:32:56 pm

Alberto Asor Rosa: "Che errore nel '77 Lama in ateneo"
Il critico letterario fu tra gli organizzatori della visita all'università di Roma del segretario generale della Cgil, poi cacciato dai guerriglieri della Sapienza. Era 17 febbraio, una data destinata a diventare storica

Di SIMONETTA FIORI
12 febbraio 2017

Un colossale errore politico, forse il più clamoroso che io abbia commesso in vita mia". Alberto Asor Rosa fu tra gli organizzatori della visita all'università di Roma di Luciano Lama, il segretario generale della Cgil poi cacciato dai guerriglieri della Sapienza. Era 17 febbraio del 1977. Una data destinata a diventare storica, non solo perché rivelatrice d'una lacerazione irreparabile, ma soprattutto perché scintilla d'un incendio di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.

Come nacque la decisione di aprire le porte dell'università a Lama?
"La situazione dentro la Sapienza non era più sostenibile. Dal primo febbraio l'università era occupata e per accedere al posto di lavoro docenti e non docenti dovevano mostrare i documenti al servizio d'ordine organizzato dagli studenti. Può ben capire il malumore".

Quindi la visita fu progettata per liberare l'università?
"Sì, questa era la finalità più pratica: ripristinare le libertà sindacali e politiche senza dover ricorrere alla polizia".

Chi prese la decisione?
"La Cgil e il Pci ai loro massimi livelli. Io fui coinvolto in qualità di responsabile cittadino dell'università per il partito, ebbi qualche abboccamento con Ugo Pecchioli e poi fui chiamato dal capo della federazione romana".

L'obiettivo politico era allontanare la massa degli studenti dalle frange più violente.
"Sì, il clima era molto pesante. Per i corridoi della facoltà di Lettere passavano gli "eroi" della clandestinità, segnati a dito con ammirazione dagli altri studenti. Nelle assemblee cominciava a comparire il gesto del pollice e dell'indice alzati a simbolo della P38: era il sigillo dell'Autonomia Operaia".

I confini tra contestazione, sovversione e lotta armata erano molto labili.
"Sì, ma attenzione a non schiacciare l'intero movimento studentesco sul terrorismo. I violenti erano soltanto una minoranza. Anche se poi furono queste frange provviste di bastoni e pietre a determinare l'esito drammatico di quella giornata".

Quando ebbe sentore che la visita si sarebbe tradotta in un boomerang?
"All'inizio della mattinata il clima era relativamente tranquillo. Per sostenere il leader sindacale la Cgil aveva reclutato un centinaio di operai soprattutto nelle fabbriche della Tiburtina. Cominciarono ad affluire in piccoli gruppi, alcuni si misero a lavorare al palco di Lama, un piccolo camion sistemato tra la fontana della Minerva e la facoltà di Legge. Mentre loro sistemavano il palco, io vedevo crescere una moltitudine di studenti vocianti. Al principio mi sembrava prevalesse un'intenzione canzonatoria, tra gli slogan degli Uccelli e i canti degli indiani metropolitani sulla melodia di Guantanamera.
Ma poi il rumore di fondo si trasformò in boato. Intuii che le cose si stavano mettendo male".

Cosa accadde quando Luciano Lama salì sul palco?
"Si sentì un gigantesco urlo, poi una pioggia di sassi. E tra operai e studenti esplose una rissa tremenda".

A quel punto ve la siete data a gambe levate.
"Sì, io sono scappato per mio conto verso viale Regina Margherita, mentre Lama veniva portato fuori dal servizio d'ordine della Cgil. Poi girammo intorno all'università per ritrovarci davanti ai cancelli in quello che ora si chiama piazzale Aldo Moro. E ricordo ancora lo scambio di slogan: i contestatori al di qua dei cancelli ci gridavano "via via la nuova polizia", e noialtri sostenitori di Lama - operai, portuali, professori, studenti - rispondevamo "via via la nuova borghesia"".

Una catastrofe da ogni punto di vista: politico e anche sul piano della prova di forza. Loro dentro, voi fuori.
"Un disastro. Si creò un baratro. E fu enfatizzata la possibilità, da parte dei gruppi più estremi, di fare una battaglia violenta contro il sistema".

Sul tema della violenza gli intellettuali si divisero.
"Il ceto colto ne uscì frantumato. C'era chi cavalcava impudentemente la tigre della contestazione. Ma c'era anche chi si poneva "sulla linea di confine", come fu titolato sull'Espresso un articolo di Umberto Eco. Per carità, non dico che Umberto civettasse con i violenti, ma era tra i più disponibili a cercare di capire".

E lei scrisse un articolo dal titolo significativo: "Ma mentre noi parliamo quelli lì fanno bum".
"Mi sentivo stretto tra due fuochi. Da una parte il Pci tendeva a criminalizzare l'intero movimento: non si salvava niente e nessuno. E dall'altra diversi gruppi intellettuali commettevano l'errore opposto: il fenomeno doveva essere accolto come novità positiva. E si tendeva a chiudere gli occhi sulla violenza pura".

Quel 17 febbraio fu importante anche perché fece saltare schemi consolidati a sinistra.
"Per me fu un trauma. Assistetti a una scena inimmaginabile: il più grande leader sindacale e una rappresentanza della classe operaia presi a sassate da studenti ed emarginati. Compresi all'istante che le mie categorie interpretative - classicamente marxiste - erano vecchie, inservibili. E la sera stessa scrissi di getto Le due società, che l'Unità avrebbe pubblicato tre giorni dopo con un titolo che ne nascondeva il senso: "Nuove forme di anticomunismo". Poi a novembre sarebbe uscito il libro da Einaudi".

Quello scontro all'università era la rappresentazione plastica delle "due società".
"Da una parte c'erano i "garantiti", operai, consigli di fabbrica, insegnanti, lavoratori del terziario, insomma la prima società. Dall'altra gli studenti, il precariato intellettuale, l'area degli emarginati, la seconda società dei "non garantiti" che il Pci non era stato in grado di intercettare e rappresentare".

In una condizione storica radicalmente mutata la frattura delle due società non s'è mai ricomposta. Ed è anche alla radice delle campagne populiste contro le élite.
"Sì, certo. E permane il tema dell'uso politico che può essere fatto di questa seconda società. La novità rispetto al passato è che la prima società tende a sfaldarsi nella seconda perché né i partiti né il sindacato sono più in grado di rappresentarla. I voti degli operai a Marine Le Pen ne sono dimostrazione".

Secondo alcuni storici, quella protratta stagione di violenze ci ha impedito di vedere che il mondo stava cambiando: di lì a poco sarebbero cominciati la globalizzazione, i fenomeni migratori, la nostra inversione demografica, ma noi eravamo distratti da altre cose.
"Sono d'accordo. La violenza terroristica di quegli anni fu tremendamente sbagliata sotto il profilo etico - per il sangue ingiustamente versato - e sotto il profilo politico per la catastrofe civile che ne derivò. La successiva storia d'Italia ne è stata pesantemente condizionata. E ancora oggi ne paghiamo le conseguenze".

Da - http://www.repubblica.it/cultura/2017/02/12/news/alberto_asor_rosa_che_errore_lama_in_ateneo_-158130484/?ref=search
14  Forum Pubblico / ESTERO: politica, personaggi, news. / AKK vince. BATTUTO FRIEDRICH MERZ inserito:: Dicembre 09, 2018, 06:30:08 pm

BATTUTO FRIEDRICH MERZ

Germania, Kramp-Karrenbauer eletta presidente Cdu. È l’erede della Merkel

    07 dicembre 2018

È Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, la nuova presidente della Cdu. Sarà lei a succedere ad Angela Merkel, alla guida del partito negli ultimi 18 anni.Ha sconfitto nel ballottaggio Friedrich Merz. La «delfina» della Merkel ha ottenuto 517 voti contro i 482 andati a Merz.

«Chiedo a tutte le persone che mi hanno sostenuto di appoggiare con tutte le forze la nuova presidente», ha detto lo sconfitto Friedrich Merz.
«Avrei vinto volentieri, ma nonostante ciò è stato molto divertente», ha aggiunto. Merz ha detto di essere «a disposizione per fornire il sostegno che può servire nel partito». Questa elezione è stata «un modello di democrazia», ha concluso Merz.

L’ascesa di Kramp-Karrenabauer nelle alte sfere della politica in Germania sta nel fatto di essere riuscita a varcare la soglia del 40% nel suo Land, il Saarland, il più piccolo della Germania. Cattolica, a differenza della Merkel che è protestante, e madre di tre figli, è una esponente moderata della Cdu ma su temi come immigrazione, aborto e unioni civili ha sposato una linea più conservatrice rispetto alla cancelliera.

I sostenitori di AKK si augurano che grazie a lei, che ha preso con chiarezza e vigore le distanze dalla decisione di Angela Merkel di aprire a oltranza le frontiere ai rifugiati nel 2015-2016, la Cdu riuscirà anche a fermare la crescita del partito di estrema destra Afd.

© Riproduzione riservata

Da - https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-12-07/germania-kramp-karrenbauer-eletta-presidente-cdu-e-l-erede-merkel-161329.shtml?uuid=AEYJPdvG
15  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Un premio intitolato a Mimmo Càndito e al suo “giornalismo a testa alta” inserito:: Dicembre 09, 2018, 06:26:42 pm
Un premio intitolato a Mimmo Càndito e al suo “giornalismo a testa alta”
Per fare diventare realtà questa impresa è stata lanciata una campagna di crowdfunding

Pubblicato il 27/11/2018 - Ultima modifica il 27/11/2018 alle ore 09:56

Un premio giornalistico intitolato a Mimmo Cándito. L’idea di istituirlo è venuta a colleghi, amici e familiari, a otto mesi dalla sua scomparsa. Storico inviato di guerra de La Stampa, editorialista, scrittore, docente universitario del Linguaggio giornalistico, è stato ed è tuttora, un esempio per chi si vuole avvicinare a questo mestiere. Questo progetto, infatti, vuole incoraggiare e sostenere i professionisti della comunicazione a lavorare secondo il suo operato.

Di inviati ce ne sono tanti, di veramente speciali ce ne sono sempre stati pochi. Mimmo Cándito ha raccontato con coraggio e umanità i conflitti in ogni angolo del mondo negli ultimi quarant’anni: dal Libano alla Somalia, dalle Falkland al Golfo, dall’Irlanda all’Afghanistan, al deserto iracheno, alla Libia del dopo Gheddafi. Un lavoro pericoloso e complesso quello del reporter di guerra, non per lui, che ha fatto del suo lavoro una missione, diventando testimone di avvenimenti per conto del lettore attraverso un giornalismo di inchiesta serio, indipendente, onesto e mai cinico.

Intitolare un premio a Mimmo Cándito significa osservare alcune linee guida: indipendenza nella ricostruzione e nella rappresentazione dei fatti; la competenza necessaria per interpretarli e collocarli in un contesto storico, geografico, e culturale; valorizzazione di un impegno per la comprensione del mondo e i nessi e conseguenti condizionamenti della realtà italiana, rendendolo intellegibile a chi legge.

Lo scopo non può che essere quello di premiare chi ha dimostrato di sapersi più avvicinare a queste caratteristiche attraverso media in lingua italiana di ogni tipo, sia con il lavoro sul campo che attraverso la cronaca, l’analisi e il commento riguardante il mondo che ci circonda e che ci condiziona. 
 
Così i testi che concorreranno al Premio, devono rispondere a questo modello di professionalità e di contenuti, e verranno valutati in una prima fase da esperti del settore e successivamente da una Giuria di promotori e garanti (rinnovata di anno in anno) che decreterà i vincitori.

Per fare diventare realtà questa impresa è stata realizzata una campagna crowdfunding. Un piccolo sforzo da parte di chi crede nell’impegno e nell’importanza del mestiere del giornalista. Chi donerà 100 euro o oltre, riceverà un abbonamento annuale in pdf de L’Indice dei Libri del Mese, di cui Mimmo è stato Direttore dal 2001.

Al momento hanno già aderito a questa campagna: Marinella Venegoni, Domenico Affinito, Fabrizio Assandri, Remo Bassetti, Lorenzo Bianchi, Luciano Borghesan, Giovanna Boursier, Dario Buzzolan, Giuseppe Cándito, Paola Caramella, Maurizio Carandini, Giovanni Cerruti, Tana De Zulueta, Vittorio Dell’Uva, Raffaele Fiengo, Marco Francalanci, Maria Gianniti, Giuseppe Giulietti, Lucia Goracci, Enzo Marzo, Anna Masera, Gian Giacomo Migone, Claudio Monici, Mario Montalcini, Mara Morrione, Luigi Offeddu, Giovanni Porzio, Domenico Quirico, Alberto Simoni, Gabriella Simoni, Marino Sinibaldi, Maria Elena Spagnolo, Stefano Tallia, Lorenzo Tondo.

 Licenza Creative Commons
Da - https://www.lastampa.it/2018/11/27/societa/un-premio-intitolato-a-mimmo-cndito-e-al-suo-giornalismo-a-testa-alta-DhdQG0V7K3Ojcv2fD4Z8WJ/pagina.html
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