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1  Forum Pubblico / LA POLITICA / Gualmini: Il Pd deve cambiare pelle. Servono un nuovo nome e una moderna idea... il: Agosto 18, 2018, 03:37:13
Gualmini: Il Pd deve cambiare pelle. Servono un nuovo nome e una moderna idea di socialismo
Intervista alla vicepresidente dem dell’Emilia Romagna che chiede «un’altra Bolognina»: «Alle feste incontro gente che mi chiede perché abbiamo spinto il M5s nelle braccia della Lega. Già dalle regionali del 2019 un nuovo simbolo, e recuperiamo il socialismo», di Luca Telese, La Verità

Pubblicato il 13 agosto 2018 in News, Partito

Professoressa Elisabetta Gualmini, è vero che lei ha sostenuto che il Partito democratico debba cambiare nome?
«Come fa a saperlo? Ne ho parlato solo in Svizzera…».

Lei dovrebbe sapere che La Verità ha orecchie ovunque…
«Bene. Allora è importante dire che in quell’occasione, quando ho reso pubblica la mia riflessione, non ho fatto riferimento solo al nome. Ho fatto un ragionamento più complesso che riguarda l’identità del partito».

Non parlava in astratto, dunque.
«Si figuri. Io sono convinta che il Pd debba cambiare pelle e volto al più presto, fin dalle prossime elezioni regionali. Oppure rassegnarsi al rischio di scomparire».

Addirittura?
«C’è un malcontento profondo nella nostra base. C’è rabbia, incomprensione, delusione e scontento. Tutti questi sentimenti legati insieme. Questa volta, per salvarsi dal declino, non può bastare un semplice lifting».

Perché lo dice in termini così drastici?
«Perché dalla mattina alla sera parlo con i nostri militanti in quella che era la regione più rossa d’Italia. C’è ancora gente che mi chiede perché non abbiamo fatto il governo con il M5s!».

E lei cosa risponde loro?
«Non posso rispondere su quale sia stato il motivo della scelta, perché nel partito un serio dibattito politico su questo punto non c’è stato. Adesso si è sterilizzata ogni attività del Pd, nella speranza che passi la tempesta, e nell’interesse esclusivo delle correnti».

E questo non le piace.
«Scherza? Io credo che se il Pd resta in stato di catalessi politica non abbia la possibilità di sopravvivere alla crisi. C’è il rischio concreto di una dissoluzione del partito e se vuole le spiego perché».

Elisabetta Gualmini è vicepresidente della Regione Emilia Romagna. Ma è anche una studiosa, un’intellettuale che viene dal gruppo del Mulino, una persona che in passato ha studiato la politica con strumenti scientifici.
Ma oggi è anche un’amministratrice con antenne sul territorio, angosciata per il futuro del Pd. Sta partendo per pochi giorni di vacanza, ma spiega perché è convinta che al ritorno «non ci sia un minuto da perdere».

Lo sa che lei parla come una oppositrice interna?
«E di chi? Vorrei che la si finisse con queste etichette aprioristiche».

Sta con Andrea Orlando? Con Gianni Cuperlo? Oppure guarda a Pier Luigi Bersani?
«Veramente io ero una renziana. Ho creduto in Matteo Renzi finché è stato possibile. Ma siccome sono una persona seria, e realista, mi rendo conto che il discorso che sto facendo deve riguardare tutto il gruppo dirigente, nessuno escluso».

Pensa che la sconfitta sia stata colpa sua? O che ci sia stato un «errore di comunicazione» nei confronti dell’esterno, come dicono in tanti, a partire dal segretario Maurizio Martina?
«Non penso ci sia stato solo un problema di comunicazione sulle cose fatte. E non penso nemmeno che ci sia stata una colpa ascrivibile esclusivamente alla leadership di Renzi. Anche altri dirigenti di questo partito, probabilmente, al suo posto avrebbero ottenuto lo stesso risultato».

Come mai?
«Perché ci troviamo in uno scenario europeo. Da un lato, sono in crisi tutte le socialdemocrazie, davanti alle conseguenze negative della globalizzazione soprattutto per le fasce deboli, molto difficili e complesse da governare; dall’altro, non sono ancora arrivati gli effetti benefici delle riforme introdotte e della crescita economica che, seppure debole, è ripartita».

È stato proprio Renzi, però, a fare le barricate contro l’accordo con il M5s.
«Quella chiusura per me è stato un errore gravissimo. Abbiamo consegnato il paese al connubio M5s-Lega, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti».

Lei pensava davvero che fosse possibile aprire un dialogo con Luigi Di Maio?
«Conosco bene il M5s per averlo studiato a lungo, da accademica. È un movimento molto trasversale e chiaramente composto da persone e militanti provenienti dalla sinistra e da persone provenienti dalla destra. È un “partito” molto duttile e plastico, che tende ad adattarsi anche alle situazioni in cui si trova. Non c’è dubbio che interagire con la parte del Mss più orientata a sinistra sarebbe stata una strategia interessante, soprattutto all’interno di uno scenario proporzionale; il Pd ha invece spinto Di Maio tra le braccia di Salvini: un patto che porterà il Paese allo sfascio».

In Renzi, come in tanti altri, c’era l’idea della cosiddetta «strategia dei pop corn»: quella cioè che la nascita del governo gialloblù avrebbe fatto emergere rapidamente le contraddizioni tra i partiti che lo sostenevano.
«Non ho condiviso in nessun modo il ritiro sull’Aventino che è stato deciso dai dirigenti nazionali. Il secondo partito in parlamento aveva un obbligo politico».

Quale?
«Avrebbe dovuto almeno confrontarsi e scoprire le carte con il Movimento 5 stelle: evitare di fare il tifo per l’alleanza iper-populista tra Lega e grillini».

Non pensa che quell’accordo possa essere logorante per Salvini e Di Maio, come credono i dirigenti del Pd che si sono opposti?
«A me pare che ci stiamo logorando noi. Il voto del 4 marzo è stato un urlo, una richiesta di protezione sociale, di sostegno e aiuto alle famiglie. Proporre a gente che chiede altro, dibattiti astratti e fumosi, istituzionali o politologici che siano, mi pare suicida».

Non le è piaciuto il dibattito interno del Pd dopo il voto di marzo?
«Quale dibattito?».

Non sia sarcastica…
«No, è una domanda seria. lo vedo solo una cosa, che è stata avvertita anche dai cittadini. Perché nessuno dei dirigenti della prima linea si facesse male, in sostanza, si è deciso di non decidere: questo proprio nel momento in cui non bisognava attendere un solo minuto. Questa è stata la scelta che ha fatto e fa più male al partito».

Perché lei invece pensa a un gesto drastico come il cambio del nome?
«Perché vado esattamente nella direzione opposta a quella dei temporeggiatori. Bisogna cambiare subito, e bisogna dare l’immagine di un cambiamento forte, e radicale».

A cosa pensa?
«A un passaggio di rottura che sia paragonabile a quello di una nuova Bolognina. Ad un passaggio di discontinuità simile a quello della svolta di Achille Occhetto. Sono stata renziana, e lo ripeto, perché non amo i trasformismi, ma credo che ora si debba prendere atto che il Pd non è stato quello che noi immaginavamo. Oggi il Pd non viene percepito come un grande partito riformista che sta dalla parte dei più deboli».

Le piace più il nuovo gruppo dirigente di Martina o quello «vecchio» renziano?
«Non credo che noi possiamo presentarci con i volti dei soliti noti. E non ho avvertito grandi cambiamenti. Ma in questo caso sto parlando di identità politiche».

Quindi, in che direzione guarda?
«Credo che si debba tornare ad ancorare questa nuova identità a sinistra. E che, forse, in questo nuovo nome ci debba essere un moderno riferimento all’idea del socialismo».

Lei è convinta che si potrebbe collaudare questo progetto fin dalle regionali dell’Emilia Romagna?
«Assolutamente sì. E credo anche che pure un uomo come Stefano Bonaccini (il presidente della stessa Regione, ndr) condivida, se non tutta l’analisi che sto facendo, almeno queste mie preoccupazioni».

Le elezioni regionali sono fra circa un anno. Perché tanta fretta?
«Perché non abbiamo più molto tempo davanti a noi. Mentre il fattore tempo in politica è decisivo, necessario perché qualsiasi cambiamento non sembri un processo trasformistico. Bisogna che il cambiamento sia vero».

Ha già in mente il nome e il simbolo che le piacerebbe adottare?
(Sorriso). «No, le ho già detto troppo. Non sono decisioni che si possono prendere da soli, deve essere un percorso condiviso. E fin lì non sono ancora arrivata».

Da - https://www.partitodemocratico.it/news/intervista-gualmini-pd-cambio-nome/
2  Forum Pubblico / ECONOMIA / «Situazione preoccupante ma non è il Venezuela» Nel Paese circa 700 aziende... il: Agosto 16, 2018, 05:58:14
PRIMO PIANO
11 Agosto 2018
Il Sole 24 Ore

Le imprese

«Situazione preoccupante ma non è il Venezuela»
Nel Paese circa 700 aziende italiane hanno una presenza diretta

«Ci aspettavamo un ulteriore indebolimento della lira turca, ma non con questa rapidità». Beppe Fumagalli, amministratore delegato di Candy Group, non nasconde qualche preoccupazione per la situazione generatasi in Turchia. Il gruppo di elettrodomestici, che ha inaugurato a fine maggio il suo terzo sito produttivo a Eski?ehir, è presente nel Paese da oltre dieci anni, conta 1.200 dipendenti e produce 2 milioni di pezzi l’anno. «Siamo netti esportatori dalla Turchia, quindi questa svalutazione ci avvantaggia. Ma certo preoccupa la tenuta del sistema nel suo insieme».
Il settore degli elettrodomestici è solo uno dei tanti in cui le aziende italiane sono protagoniste in Turchia: 1.410 sono le società del nostro Paese con una presenza produttiva o commerciale, secondo i dati del ministero turco dell’Economia, anche se l’agenzia del governo italiano Ice stima in 700 circa le imprese con una effettiva struttura industriale o con uffici, spesso in joint venture con partner locali. Dalle grandi aziende (come Ferrero, Barilla, Trevi o Astaldi), alle realtà medie e piccole attive soprattutto nella meccanica, nell’automotive, nella farmaceutica, nel tessile, nelle costruzioni e nei servizi finanziari. «In particolare, negli ultimi dieci anni ci sono stati importanti investimenti in infrastrutture», precisa Aniello Musella, responsabile dell’ufficio Ice a Istanbul.
Gli investimenti italiani in Turchia (l’1,2% degli investimenti esteri complessivi) hanno raggiunto l’anno scorso i 124 milioni di dollari, con un aumento del 42,5% rispetto al 2016 (dati Ice). Investimenti che potrebbero essere messi in discussione nei prossimi mesi, ma Musella rassicura: «Siamo tutti in attesa di capire che cosa accadrà, ma la Turchia non è l’Argentina, o il Venezuela: nonostante la forte svalutazione e l’inflazione, il sistema economico è solido ed è un Paese ideale per fare business, con una grande capacità produttiva e organizzativa e una manodopera preparata e competente».
Anche per chi esporta è un mercato rilevante, con un Pil cresciuto del 7,4% lo scorso anno e una popolazione con età media di 31 anni. La svalutazione potrebbe però colpire i consumi interni e dunque le esportazioni italiane che, nel 2017, hanno raggiunto gli 11,3 miliardi di dollari: tra i settori più interessati, quelli di macchinari e componenti, autoveicoli, materie plastiche e macchinari di precisione. «La situazione è preoccupante ma non allarmante – osserva tuttavia Andrea Maschio, socio della Maschio Gaspardo, che produce attrezzature agricole ed è in Turchia dal 2003 con una filiale commerciale e un giro d’affari di 10 milioni (su 324 milioni di fatturato nel del 2017) –. Chi come noi ha fatto un investimento nel Paese, ora forse avrà delle difficoltà, ma bisogna restare, perché sono certo che, quando la Turchia ripartirà, chi è presente fisicamente sarà avvantaggiato».
E c’è anche chi si vede favorito dalla situazione attuale: «Siamo qui da diversi anni e ora, con l’acquisizione dell’azienda Okida, abbiamo quasi 200 dipendenti spiega Pietro Iotti, ad di Sabaf, azienda di componenti per cucine e apparecchi per la cottura a gas –. Per noi la svalutazione è positiva, perché circa il 60% dei nostri costi è in lire turche, mentre tutti listini sono legati al dollaro o all’euro, perché esportiamo quello che produciamo qui oppure vendiamo alle imprese di elettrodomestici e con loro i contratti sono tutti in valuta forte».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Giovanna Mancini

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180811&startpage=1&displaypages=2
3  Forum Pubblico / L'ITALIA Democratica, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / Gronda di Genova, storia di un’opera contestata (soprattutto dai Cinque Stelle) il: Agosto 16, 2018, 12:47:22
ATTUALITÀ

Gronda di Genova, storia di un’opera contestata (soprattutto dai Cinque Stelle)

Di Redazione online Twitter Facebook Email Img Description

«Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell'imminente crollo del Ponte Morandi». È quanto scriveva, in un comunicato stampa dell'8 aprile 2013, il Coordinamento dei Comitati No Gronda di Genova, che si opponeva alla realizzazione della Gronda di Ponente. «Rispetto al vuoto informativo che la cittadinanza sta subendo sulla realizzazione della Gronda di Ponente - si legge nella nota - vorremmo invitare i genovesi a diffidare da quanti negli ultimi tempi stanno in ogni modo cercando di vendere loro un elisir chiamato “Gronda”, come la panacea di tutti i guai della nostra città».

«Lo ha fatto per ultimo anche l'ex Presidente della Provincia, il quale dimostra chiaramente di non avere letto la Relazione Conclusiva del Dibattito Pubblico, presentata da Autostrade nel 2009. In tale relazione si legge infatti che il Ponte “...potrebbe star su altri cento anni a fronte di...una manutenzione ordinaria con costi standard”». Questo documento, datato appunto 8 aprile 2013, veniva rilanciato in bella evidenza anche sulle pagine internet del Movimento 5 Stelle, pagina poi prontamente rimossa nelle ore calde post crollo.

Cos'è esattamente la Gronda di Ponente, lo spiega con dovizia di particolari il sito di Autostrade per l'Italia :
La nuova infrastruttura, denominata la Gronda di Genova, comprende 72 km di nuovi tracciati autostradali e si allaccia agli svincoli che delimitano l'area cittadina (Genova Est, Genova Ovest, Bolzaneto), si connette con la direttrice dell'A26 a Voltri e si ricongiunge con l'A10 in località Vesima. Data la complessità dal punto di vista orografico del territorio attraversato, il nuovo sistema viario si sviluppa quasi interamente in sotterraneo e prevede 23 gallerie, per un totale di circa 54 chilometri, circa il 90% dell'intero tracciato, con sezioni variabili fino ai 500 metri quadri dei cameroni di interconnessione tra gli assi autostradali.

Le opere all'aperto comprendono la realizzazione di 13 nuovi viadotti e l'ampliamento di 11 viadotti esistenti. Le autostrade dell'area genovese svolgono oggi anche la funzione di tangenziale per il traffico urbano e di scambi con volumi di traffico molto elevati; in molti punti della rete si registrano flussi superiori ai 60.000 transiti giornalieri, con un'alta percentuale di veicoli commerciali. Diventa pertanto fondamentale dividere il traffico cittadino da quello di attraversamento e dai flussi connessi con il porto.

Il Progetto della Gronda di Genova si pone l'obiettivo di alleggerire il tratto di A10 più interconnesso con la città di Genova – cioè quello dal casello di Genova Ovest (Porto di Genova) sino all'abitato di Voltri – trasferendo il traffico passante sulla nuova infrastruttura, che si aggiungerà all'esistente, costituendone di fatto un potenziamento “fuori sede” .

Favorevoli e contrari
Il 4 dicembre 2012 fa scalpore una dichiarazione dell’allora Presidente degli industriali di Genova, Giovanni Calvini, a proposito della Gronda. Testuale: «Voglio essere chiaro. Questa giunta non può pensare che la realizzazione dell'opera non sia un problema suo. Perché guardi, quando tra dieci anni il Ponte Morandi crollerà, e tutti dovremo stare in coda nel traffico per delle ore, ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto “no”».

A stretto giro gli risponde Paolo Putti, consigliere comunale del Movimento Cinque Stelle. Anche lui testuale, dal verbale del Consiglio comunale del 4 dicembre 2012, pagina 28:
«Io allora colgo l'occasione per manifestare il mio sentimento di rabbia rispetto a questa affermazione e devo dire anche un po' di stupore e poi, per facilitare la cosa, indicando il mio nome e cognome: Paolo Putti, consigliere del Movimento 5 Stelle, uomo libero che non ha voglia di fare carriera politica, non è questa la mia ambizione, che non ha interessi personali o di bottega, ma il solo interesse di fare il bene della comunità in cui vive e tra le persone che vivono nella mia comunità ci sono anche quegl'imprenditori che io, credo, fra 10 anni, andranno a chiedere come mai si sono sperperati 5 miliardi di euro che si potevano utilizzare per fare delle cose importanti per l'industria. Aggiungo. Magari questa persona dovrebbe, prima di utilizzare questo tono, un po' minaccioso (diciamo così) perché testualmente dice “Ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto no!”, informarsi perché dice che il Ponte Morandi crollerà fra 10 anni. A noi Autostrade, in quest'aula, ha detto che per altri 100 anni può stare in piedi...»

Quattro anni dopo, un articolo del Secolo XIX del 27 maggio 2016 dal titolo “Doria sulla Gronda: ora non serve più” descrive bene il dibattito pubblico a Genova sul tema infrastrutturale a cominciare, appunto, dalla posizione contraria dell’allora sindaco Marco Doria.

Giovanni Toti (presidente della Regione Liguria, Forza Italia): «Opera importante e necessaria. Avere rinviato ogni decisione sulla realizzazione della cosiddetta Gronda autostradale di quasi vent'anni è frutto di una serie grave di errori e omissioni da parte delle amministrazioni che si sono succedute in questi anni. Anzi, mi verrebbe da affermare che certi ritardi sfiorano ormai il dolo. L'opera non solo è importante, ma è necessaria».

Raffaella Paita (Capogruppo Pd in Regione Liguria): «Sulla Gronda di Genova la penso in maniera radicalmente opposta rispetto al sindaco Doria: quest'infrastruttura serviva cinque anni fa, serve oggi e servirà per il futuro della città. Non possiamo rinunciare a un'opera così importante per la crescita di Genova e della Liguria».
Alice Salvatore (Portavoce M5S in Liguria): «Come un pugile suonato, il sindaco Doria prende atto a distanza di 5 anni di come la Gronda sia un progetto inutile, dannoso e non necessario, come il Movimento 5 Stelle ripete da sempre. È l'ennesimo voltafaccia di un sindaco che ormai la faccia l'ha persa davanti ai cittadini».

Il legame tra il Ponte Morandi e la Gronda:
Il viadotto sul Polcevera era praticamente “a termine”: costruito negli anni Sessanta, si programmava quantomeno di declassarlo (il ministero delle Infrastrutture ha smentito che dovesse essere demolito) proprio dopo la costruzione della Gronda, la tangenziale da scavare tra le montagne dietro Genova per bypassare l'attuale nodo composto da pezzi di tre autostrade (A7, A10 e A12) le prime due delle quali sono particolarmente strette e tortuose nell'area urbana.
Dopo decenni di polemiche mai finite, come si legge sopra, l'operazione Gronda ha avuto l'ok della Ue, necessario per la sua architettura finanziaria. Vista la mancanza di soldi pubblici, l'opera verrebbe costruita da Autostrade per l'Italia, in cambio di quattro anni di proroga della sua concessione in vigore: la scadenza si sposterebbe dal 2038 al 2042. Un modo per mitigare i rincari tariffari dei pedaggi necessari per la Gronda e le altre opere “minori” (in prevalenza terze e quarte corsie) previste dall'accordo Governo-Aspi.
L'ok Ue è necessario perché l'operazione prevede che la concessione, invece di essere riassegnata con gara alla sua naturale scadenza come previsto dalle norme europee sulla concorrenza, venga prorogata a favore dell'attuale concessionario. Un meccanismo già applicato dall'Italia, che per questo era stata già più volte censurata dalla Ue. Non solo. Per evitare ulteriori problemi, nel 2014 è stato avviato un percorso per concordare con la Ue una deroga alle norme comunitarie. La Commissione Ue ha dato l'ok, ponendo alcune condizioni, come scrive in questo articolo Maurizio Caprino.

Ovviamente sono condizioni che valgono per tutte le opere autostradali prospettate dal Governo, tra cui le più importanti sono la Gronda di Genova e il completamento della Asti-Cuneo (della Satap, gruppo Gavino), con investimenti totali per 10 miliardi. Ora in base a queste condizioni l'Italia deve decidere se proseguire rispettandole, bloccare tutto o violarle rischiando altre procedure d'infrazione. Sulla scelta stava pesando la contrarietà espressa in passato dal M5S alla Gronda. Ora si vedrà come la tragedia del crollo sul Polcevera influirà sulle delicata vicenda, che coinvolge interessi ai massimi livelli…

Da - http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2018-08-14/gronda-genova-storia-un-opera-contestata-anche-cinque-stelle-174955.shtml?uuid=AE6nE7aF
4  Forum Pubblico / CULTURA / Alfonso Berardinelli - La poesia ridotta a feticcio il: Agosto 16, 2018, 12:44:38
L’oggi in versi.

Febbraro e Galaverni non si sono lasciati scoraggiare dall’enorme quantità di autori e dalla loro debolezza e hanno pubblicato due interessanti antologie

La poesia ridotta a feticcio

Chi volesse focalizzare, rendere più chiara, varia e sfumata la propria immagine del Novecento poetico italiano per confrontarla, infine, con quanto si scrive oggi, dovrebbe leggere L’altro Novecento. Poeti italiani di Paolo Febbraro e Poesie italiane 2017 di Roberto Galaverni (uscite entrambe da Elliot). I due autori sono ben noti al nostro pubblico perché per anni hanno tenuto due ottime rubriche settimanali di poesia, su questo giornale e sul «Corriere della Sera».
Almeno da vent’anni, se non di più, in Italia la critica di poesia langue, è poco attendibile o poco motivata. Febbraro e Galaverni fanno eccezione. Non si sono lasciati scoraggiare né dall’enorme quantità degli autori, che non ha precedenti, né dalla sconfortante debolezza critica della cultura letteraria di chi produce versi e di chi li legge e li giudica. Domina un cerimonioso e accomodante fair play, che in mancanza di valutazioni argomentabili o di semplice capacità di lettura premia gli autori più abili nel sistemarsi nelle maggiori (un tempo autorevoli) case editrici.
Oggi non esistono più, per la poesia, case editrici più autorevoli di altre. Quanto a scelte e valutazioni, prevale poi il più sorprendente disaccordo perfino quando si tratta di fare l’elenco dei dieci o venti poeti più notevoli che hanno esordito dagli anni settanta in poi. Le certezze comunemente accettate senza discussione si fermano a Zanzotto, Giudici e Amelia Rosselli; già con Sanguineti e Raboni cominciano i dubbi e i disaccordi.
Questo per dire che se i lettori di poesia scarseggiano, se i libri di poesia non si leggono né si comprano, è perché la poesia è diventata un genere letterario di terz’ordine (almeno nel senso che viene dopo la narrativa e la saggistica). La poesia in sé e come nome è un feticcio ideale, neppure più teorizzato, quasi privo di contenuti sufficienti a giustificarlo.
Ecco perché sto richiamando l’attenzione sulle antologie di Febbraro e Galaverni. Il primo è un critico poeta o poeta capace di critica, uno dei rarissimi (ce ne sono altri due, mi pare). Il secondo è uno dei pochi critici che abbia scelto rischiosamente di impegnarsi su quello che è oggi il più problematico e svalutato dei generi. Quelle che ci vengono dalle loro antologie sono notizie da un presente consapevole del passato: un presente colto di sorpresa e selezionato antologicamente nel corso di un solo anno; e d’altro lato un presente che sente il bisogno di rileggere il secolo di poesia appena trascorso, per saggiarne di nuovo la “stoffa” attraverso singoli testi di autori trascurati o sottovalutati, laterali, messi da parte e oggi, per così dire, “fuori canone”.
La prima cosa che viene in mente leggendo le due antologie è che, se la nostra idea di Novecento può essere di nuovo corretta e integrata rileggendo il secolo a rovescio e in contropelo, lo statuto del presente è ovviamente ancora più fluido e il suo assetto del tutto provvisorio. L’altra cosa è che sarebbe interessante fare un esperimento. Le poesie novecentesche antologizzate da Febbraro sono accuratamente e acutamente commentate (succede che il commento sia non meno o più poetico del testo). Quelle antologizzate da Galaverni sono invece proposte al lettore senza istruzioni per l’uso.
Ma che cosa verrebbe fuori se Galaverni commentasse le poesie del 2017 verso per verso e Febbraro lasciasse a se stesse quelle del secolo scorso? Credo che un tale esperimento ci chiarirebbe le idee o forse le confonderebbe definitivamente. Ci sono poesie del 2017 che sono convincenti anche senza commento, ma che meriterebbero di essere commentate come altre del secolo scorso. Poesie brutte e malriuscite ne sono state scritte, sia nel Novecento che nel Duemila. Non sono poi molte le poesie novecentesche scelte da Febbraro che salverei, non più di venti su circa settanta. Spesso si tratta di versi liberi che fanno rimpiangere gli endecasillabi e i settenari della tradizione, mentre le strofe piuttosto informi fanno venire nostalgia di rime regolarmente distribuite. Quanto ai messaggi trasmessi, li ho trovati, salvo eccezioni, desolanti. La lingua è povera e insipida, le esperienze minime e goffamente indorate, la tecnica compositiva quasi assente o troppo esibita, la visione incerta e sfuocata. L’epigrafe di Renato Serra scelta da Febbraro per la sua antologia è paradossalmente distruttiva (non so se Febbraro se ne sia accorto), enuncia una verità sempre rimossa o arginata che però continuamente riemerge: «Niente e poi niente. Lasciamo stare i vecchi che meritano tanto rispetto e i giovani che dovrebbero suscitare tanta speranza: mettiamo da canto le convenienze, e la stima, e l’amicizia, e tante belle cose. Versi che si facciano leggere in Italia non ce ne sono».
Siamo nel 1913 e sorprende che nei due anni precedenti erano usciti libri di Corrado Govoni, Guido Gozzano, Marino Moretti, Arturo Onofri, Umberto Saba, Camillo Sbarbaro... Dunque, o Serra non si guardava intorno o parlava di autori del tutto spariti che però, al momento, facevano l’impressione di esistere e facevano atmosfera. Cosa che naturalmente accade anche oggi. Evidentemente il rapporto della critica migliore con la maggioranza, o massa, degli autori di poesia, è stato sempre difficile. È successo con Serra ma anche, più tardi, con Giacomo Debenedetti, Pasolini e Garboli, che negli anni cinquanta e sessanta, parlando della produzione poetica italiana, si pronunciarono in termini radicalmente negativi. Si trattò sempre, da Serra in poi, di leggibilità dei poeti rispetto ai narratori e ai saggisti. Come vengono letti i libri di poesia nel momento in cui sono pubblicati? Che tipo di lettore li legge? Qual è la sua cultura? Quali le sue aspettative?
Credo che Galaverni nella sua Premessa abbia chiaramente formulato il problema: «la moltiplicazione di coloro che scrivono versi si è accompagnata non solo o non tanto a una diminuzione qualitativa, quanto soprattutto a un abbassamento della competenza poetica e, più in particolare, della passione e della capacità di leggere poesia. In questi anni i buoni libri e le buone poesie in fin dei conti non sono mancati (...) Si è invece alquanto indebolita la cultura poetica: la competenza, il gusto, la capacità critica, l’orecchio, la consapevolezza, l’etica, cioè appunto la qualità dell’esperienza di lettura(...) il boom dei poeti ha coinciso infallibilmente con il restringimento del campo dei lettori e con l’atrofizzazione delle loro facoltà. Più si è scritto, meno si è letto e più si è scritto e letto male».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


Alfonso Berardinelli

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180805&startpage=1&displaypages=2

5  Forum Pubblico / OPINIONISTI e giornalismo d'inchiesta. / Giovanni Sartori GLI INTERVENTI MILITARI DI OBAMA il: Agosto 14, 2018, 11:13:04
GLI INTERVENTI MILITARI DI OBAMA

Il Presidente guerriero

Nel suo primo messaggio sullo stato dell'Unione i l presidente Obama ha lasciato la politica estera in sordina ma ha ribadito, a proposito dell'Afghanistan, il progetto che sappiamo: nuove truppe oggi ma inizio del loro ritiro a metà del 2011. Capisco che questa logica distorta (se annunzi che te ne vai perdi più che mai) sia imposta dall’impopolarità della guerra, di qualsiasi guerra. La guerra è di per sé orribile. L'Occidente (salvo eccezioni balcaniche) lo ha capito e ne è profondamente convinto. Ma non è sempre evitabile. E dobbiamo tutti cominciare a capire che la guerra che resta inevitabile sarà diversissima da tutte le guerre che sono state combattute dall'inizio dei tempi.

Le vecchie guerre venivano combattute da eserciti identificabili per conquiste territoriali e anche per bottino, per saccheggio. È solo da pochi secoli che il bottino è venuto meno, ed è solo dopo le due ultime guerre mondiali che la conquista territoriale ha perduto senso.
Ciò premesso, qual è il senso, oggi, della classica distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta? Mi dispiace per i «ciecopacisti» — i pacifisti accecati dalla loro ossessione — ma un Paese che si difende dall'attacco di un altro Paese combatte una guerra giusta. Però la nozione di guerra giusta non include soltanto la guerra difensiva. Per esempio una guerra che si propone di abbattere un tiranno e di instaurare la democrazia è una guerra giusta? Questa è sempre stata l'ideologia missionaria degli Stati Uniti invocata da ultimo dal presidente Bush jr per giustificare, in mancanza di meglio, l'assalto all'Iraq. Ma è una dottrina che non ci possiamo più permettere; senza contare che in moltissimi casi è destinata a fallire. Nel caso dell'Iraq il successo è stato di abbattere un tiranno sanguinario e pericoloso per tutti; ma il «successo democratico» di quella guerra è molto dubbio.

E in Afghanistan? Anche lì guerra giusta per imporre democrazia? Per carità, scordiamocene. Lì si tratta di pura e semplice guerra necessaria resa obbligatoria ai fini della salvezza di tutto l'Occidente. Per decenni abbiamo temuto l'annientamento nucleare. Ma il pericolo delle armi atomiche è fronteggiabile. E comunque il pericolo maggiore è diventato quello delle armi chimiche e batteriologiche «tascabili». Qui la cattiva notizia è che mezzo chilo di tossina botulinica potrebbe uccidere un miliardo di persone. E l'Afghanistan conquistato (riconquistato) dai talebani, e al servizio di Al Qaeda, pone questo problema. Pertanto scappare non è una soluzione. Ma è anche vero che la guerra come viene combattuta oggi in Afghanistan, la guerra di occupazione e controllo del territorio contro un nemico invisibile, non può essere vinta.

Il problema è nuovo e impone soluzioni nuove. L'alternativa, propongo, è di abbandonare il territorio e di creare una zona militare fortificata (senza popolazione civile al suo interno) in grado di controllare e di distruggere dall'alto, con i droni militari americani, qualsiasi installazione sospetta di produzione di armi chimiche e batteriologiche. Questa «fortezza» dovrebbe essere collocata al confine con il Pakistan. E il punto è, in generale, che la tecnologia per difenderci dalla nuova tecnologia del terrorismo esiste. I generali, si dice, sono preparati a combattere la guerra del passato. Occorrono generali che si preparino alle guerre necessarie del futuro.

Giovanni Sartori
29 gennaio 2010
© RIPRODUZIONE RISERVATA
6  Forum Pubblico / ECONOMIA / Ex popolari, sale l’attesa dei soci In Veneto quasi 5 miliardi in fumo il: Agosto 14, 2018, 10:44:35
FINANZA E MERCATI

11 Agosto 2018
Il Sole 24 Ore

FONDO SALVA-RISPARMIO

Ex popolari, sale l’attesa dei soci In Veneto quasi 5 miliardi in fumo
Il progetto di estendere i ristori agli azionisti apre un fronte miliardario
In bilico chi ha già accettato la transazione al 15% del valore effettuata nel 2017

VENEZIA.
«Sappiamo che aspirare a risarcimenti del 100% sarebbe illogico, basterebbe arrivare a una cifra dignitosa, come non si è fatto finora». Don Enrico Torta è il parroco di Dese, Venezia, che da quattro anni affianca i comitati dei risparmiatori travolti dal fallimento delle banche venete. «Quattro anni fa ho iniziato a interessarmi di questa vicenda, ho partecipato ad alcuni incontri: qualcuno ha pensato di mettere la mia figura, quella di un sacerdote, a garanzia di una lotta di onestà e trasparenza». Oggi le diverse associazioni e comitati di ex risparmiatori rappresentano oltre 80mila persone, per un danno che Unioncamere Veneto ha provato a quantificare due anni fa, dopo la grande batosta, incrociando le liste dei soci dei due istituti con dati Istat e Infocamere, per capire chi ha pagato e continua a pagare il conto.
Per questo sono state necessarie delle stime e delle semplificazioni: ipotizzando, ad esempio, che tutti gli azionisti abbiano acquistato nello stesso periodo e allo stesso prezzo. Il quadro mostra alcune duplicazioni, con soci di entrambe le banche popolari: si tratta di 2.483 famiglie (il 2,8% delle famiglie coinvolte dagli effetti delle crisi bancarie) e 764 imprese (il 4,6% delle imprese complessivamente coinvolte) per una cifra di almeno 4 miliardi persi dalle famiglie venete che possedevano quote di Veneto Banca e di Popolare Vicenza, meno di un miliardo quelli persi dalle imprese: a conti fatti almeno 5 miliardi per la crisi finanziaria che ha colpito l’economia veneta.
Nei giorni scorsi, a Roma, i rappresentanti dei comitati hanno incontrato i vicesegretari all’Economia, compreso il veneto Bitonci. La posizione non è omogenea: «C’è chi ha continuato a difendere il fondo Baretta, che stanziava 100 milioni in quattro anni, quando solo noi rappresentiamo danneggiati per 120-150 milioni - denuncia Luigi Ugone per “Noi che credevamo nella banca popolare di Vicenza e Veneto banca”, la prima associazione per rappresentanza. E poi ci sono i conflitti di interesse, «quelli di chi ha lanciato una sottoscrizione a 300 euro di quota ciascuno per aderire a quel rimborso, e adesso come farebbe a restituirli? Noi siamo invece per il superamento di quella proposta e per una nuova norma».
Difficile stimare quale sia questa dotazione, e a Roma non è stata portata una cifra richiesta. Molte sono le incertezze, a cominciare dal capitolo di chi - per la Vicentina oltre il 60% dei soci - ha accettato la transazione proposta dalla banca, recuperando una minima percentuale di quanto perso (9 euro per azione) e accettando così un «indennizzo corrisposto a fronte della rinuncia dell’azionista ad agire contro la Banca, o altre società del Gruppo BPVi, o loro amministratori, sindaci, revisori o dipendenti, attuali o pregressi, per qualunque ragione o causa, in qualunque sede». La questione, sottolinea Ugone, «sta nella validità di quel patto, ma è una questione molto tecnica. Quello che sta facendo crescere la speranza è avere incontrato persone molto preparate sull'argomento: non dimentichiamo che per avere accesso al fondo Baretta i soci avrebbero dovuto dimostrare di avere ricevuto informazioni scorrette al momenti dell’acquisto, cosa davvero ardua. Servirebbe insomma avere in mano una sentenza, o rimettersi all’Anac, con i tempi della giustizia italiana. Ricordiamo che nel caso delle venete, non ci sono ancora sentenze, né vittime né reati accertati».

@Ganz24Ore
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Barbara Ganz

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180811&startpage=1&displaypages=2
7  Forum Pubblico / Il GOVERNO del CAMBIAMENTO Lega + 5Stelle. / Giorgetti teme un attacco dei fondi speculativi all'Italia a fine agosto il: Agosto 14, 2018, 10:42:49
Giorgetti teme un attacco dei fondi speculativi all'Italia a fine agosto
Dice a Libero il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio: "Abbiamo visto cos'è accaduto a fine agosto nel '92 e sette anni fa con Berlusconi".

12 agosto 2018, 10:51
 
GIANCARLO GIORGETTI FONDI SPECULATIVI

"A fine agosto i fondi speculativi ci aggrediranno, può accadere quello che è successo a Berlusconi sette anni fa. E l'opposizione, in crisi, farà di tutto per saltarci addosso". È L'allarme che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti affida alle colonne di Libero nella convinzione che "L'Europa e le èlite temono questo governo" legastellato. Giorgetti si dice "preoccupato il giusto. L'attacco - spiega - io me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi che scelgono le loro prede e agiscono. Abbiamo visto cos'è accaduto a fine agosto nel '92 e sette anni fa con Berlusconi. In estate ci sono pochi movimenti nelle Borse, è un periodo propedeutico a iniziative aggressive nei confronti degli Stati, guardi la Turchia". Ma "se arriva il temporale, apriremo l'ombrello. L'Italia - ricorda Giorgetti - è un grande Paese e ha le risorse per reggere, anche grazie al suo grande risparmio privato. Quello che mi preoccupa è che, nel silenzio generale, gran parte del risparmio italiano è stato portato all'estero e quindi la gestione dei nostri titoli non è domestica".

Quindi l'Italia è alla mercè del fuoco straniero? "Gliel'ho detto, il governo populista non è tollerato. La Ue teme che, se funziona in Italia, altri Paesi possano imitarci”.

Il governo gialloverde "Durerà finché converrà agli italiani", certo è che "A Lega e M5s converrebbe tornare al voto subito, incassare il consenso e annientare Pd e Forza Italia, ma noi lavoriamo nell'interesse del Paese, non delle nostre botteghe, per questo credo che l'orizzonte non sarà di breve termine. L'accordo è saldo e ne abbiamo dato prova: M5s ci è venuto dietro sull'immigrazione e noi abbiamo tenuto duro sul decreto dignità", sottolinea Giorgetti.

A minacciare il destino dell'esecutivo c'è solo "l'imponderabile, qualche atto o situazione improvvisa alla quale non sappiamo reagire. Poteva accadere sull'immigrazione, se Salvini non avesse tirato fuori l'asso nella manica. È una situazione incredibilmente nuova. Basti pensare che all'inizio tutti erano convinti che la debolezza del governo sarebbe stata la politica estera, che invece si è rivelata il nostro punto di forza". Di qui l'allarme sugli attacchi speculativi esteri e la già sperimentata impennata dello spread.

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it

Da - https://www.agi.it/politica/giorgetti_fondi_specultativi_giorgetti-4261669/news/2018-08-12/
8  Forum Pubblico / LA POLITICA "ALTRA" non solo Post Comunisti. / L'Europa e l'errore strategico di Rifondazione Comunista. il: Agosto 14, 2018, 10:41:09
L'Europa e l'errore strategico di Rifondazione Comunista.

Di seguito l’intervento di Lucio Magri (19.02.1932 – 28.11.2011) contro la ratifica del Trattato di Maastricht sull'Unione Europea tenuto a nome di Rifondazione Comunista nella seduta della Camera del 29 ottobre 1992.

Nel prosieguo i risultati del voto, con i posizionamenti politici, e un commento critico.

IL DISCORSO DI LUCIO MAGRI

“Signor Presidente, i deputati del gruppo di Rifondazione Comunista voteranno contro il disegno di legge di ratifica del trattato di Maastricht. In questa scelta siamo, qui ed ora, molto isolati, una esigua minoranza a fronte di uno schieramento quasi unanime. Ancora qualche mese fa la nostra sarebbe apparsa una scelta di pura testimonianza, rilevante solo per chi la compie. […] Quali sono dunque, in sintesi, le ragioni del nostro «no»? Innanzi tutto, il rifiuto di una Europa che nasca con un segno marcatamente autoritario. L’unità nazionale è nata in connessione con i primi passi della democrazia moderna; non vogliamo che l’unità continentale corrisponda al suo declino. Ma è questo che sta accadendo, già nel modo in cui il trattato è stato discusso e definito — un accordo cioè tra Governi rispetto al quale i parlamenti nazionali possono solo dire «sì» o «no» —, ma ancora di più nella struttura di potere reale che l’accordo produce. I veri centri promotori e regolatori del processo di unificazione sono e saranno il consiglio delle banche centrali e l’integrazione delle strutture militari. E, se mai, del tutto parzialmente, resta in campo una sede politica che può avere influenza su di loro, tale sede è quella del concerto dei Governi.

A questo punto, dunque, si ratifica e si conclude un processo che durava da anni, che è un processo di trasferimento di potere non solo dallo Stato nazionale al livello sovranazionale, ma, attraverso questo, dalle istituzioni direttamente legittimate dalla sovranità popolare ad istituzioni politiche autonome o a puri poteri di fatto. Il ruolo di comparsa in cui è sempre più relegato il Parlamento europeo, proprio in quello che dovrebbe essere il passaggio dalla Comunità economica all’unione politica, simboleggia questa realtà rovesciata. E mi pare incomprensibile, anzi patetico, il discorso di chi vota il trattato augurandosi che si possa presto completarlo con istituzioni politiche democratiche: Maastricht va esattamente nella direzione contraria.

La seconda ragione del nostro voto non è meno importante, ma anzi lo è ancora più ed è soprattutto più trascurata. Il trattato non fissa solo delle regole e dei soggetti abilitati ad applicarle; fissa anche, direttamente e indirettamente, un indirizzo. L’indirizzo è definito in estrema sintesi così: il funzionamento pieno di una economia di mercato, ma non nel senso — badate — ovvio e banale del riconoscimento del mercato, bensì nel senso di una radicale e sistematica riduzione di ciò che sussiste di non mercantile, cioè di tutti quegli strumenti attraverso i quali le democrazie europee nell’epoca keynesiana, cioè dopo gli anni Trenta e soprattutto dopo il 1945, avevano appreso a governare gli eccessi del gioco cieco del mercato.

Così è esplicitamente e rigorosamente stabilito che le banche centrali non possono finanziare il debito pubblico; che è vietato stabilire prezzi e tariffe privilegiate per imprese o amministrazioni pubbliche; infine, che si istituisce una moneta unica emessa da una banca centrale indipendente dalle istanze democratiche, così come lo erano prima della grande depressione o come lo è oggi la banca tedesca, di cui pure si critica l’ottusità deflazionistica. Ciò che si crea non è dunque solo un potere concentrato, ma un potere usabile in molte direzioni: è, nel contempo, una certa struttura ed una sua direzione di marcia.

Un discorso analogo, anche se meno pregnante, si potrebbe fare sull’unificazione militare. Anche qui, non c’è alcuna unificazione di progetti politico-economici, di politica estera, ma solo la creazione di un apparato che, per sua natura e composizione materiale, è rivolto a garantire possibilità di intervento per arginare crisi che nascono alla periferia dell’Europa e che non si sa come prevenire. Non meno conta, però, l’indirizzo che si definisce in modo indiretto. Ad esempio, con la perdita dell’autonomia monetaria restano allo Stato nazionale gli strumenti della politica di bilancio, ma solo in parte ed apparentemente, perché le politiche fiscali non unificate sono vincolate, anzi, dalla circolazione libera dei capitali a farsi concorrenza nel senso di essere più permissive per attirare risorse. Vincoli monetari e vincoli fiscali si sommano così nell’imporre la via obbligata del contenimento strutturale e non congiunturale della spesa pubblica, degli investimenti sociali o comunque a lungo termine.

Tutto ciò ovviamente non è del tutto nuovo. Ieri il Presidente Amato ha riconosciuto con insolita franchezza che l’Italia vive ormai in un regime di sovranità limitata, e non solo l’Italia, se è vero, com’è evidente, che anche paesi come l’Inghilterra, che non hanno un grande disavanzo pubblico, o come la Svezia ormai sentono il peso di un potere esterno cui non riescono ad opporsi. Ma di questa sovranità limitata Maastricht è una sorta di ratifica, di legittimazione definitiva, e il prossimo prestito che l’Italia otterrà dalla Comunità comincerà a definire già il primo protocollo delle sue clausole. Non è allora esagerato dire che disoccupazione e taglio dello Stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato; il prezzo scontato della linea di politica economica in esso implicita ma molto rigorosa.

Vengo così alla terza ed ultima ragione del nostro «no». Nella logica di questo tipo di unificazione europea (ecco il punto che si dimentica) è non solo prevedibile, ma fatale, la prospettiva dell’aggregazione selettiva delle aree forti e dell’emarginazione ed esclusione delle periferie e semiperiferie. Non è vero, e soprattutto non è vero in questa fase, che il gioco di mercato, la supremazia dei parametri finanziari, la priorità del cambio tendano a promuovere un allargamento della base produttiva. Anzi, è evidente proprio il contrario: in assenza di politiche attive di sviluppo, le aree più deboli, financo all’interno dello stesso paese, regrediscono. E così, mentre si solidifica un centro forte che tende ad attrarre ed integrare regioni limitrofe anche fuori dalla Comunità, si emarginano interi paesi più deboli.

La linea di confine — lo sottolineo — tra i due processi attraversa nel profondo la realtà italiana, il nord e il sud. Cosicché, se da un lato è probabile che l’Italia nel suo insieme non sia in grado di rispettare gli esorbitanti vincoli posti da Maastricht per il 1997, e sarà dunque costretta ad una rincorsa insieme affannosa e perdente, dall’altro lato in questa prospettiva dell’Europa a due velocità troviamo una chiave di lettura ed un moltiplicatore travolgente delle spinte secessioniste nell’Italia, nel prossimo futuro.

Maastricht non promette allora l’unità dell’Europa, ma in compenso promuove la divisione dell’Italia e, più in generale, una moltiplicazione, che già si registra ovunque, di spinte, passioni, interessi localistici e di subculture nazionali. Non è un passo imperfetto e parziale verso l’unità europea, ma il rischio della sua crisi.

C’era e c’è un’altra strada? C’era, a mio parere, e c’è. È quella coraggiosa di una costituente politica europea che produca insieme istituzione e soggetti politici unitari e democratici. È quella, dall’altra parte, dell’unificazione delle politiche economiche effettive come strumento di sviluppo orientate sulla priorità dell’occupazione, del risanamento ambientale, dell’allargamento della base produttiva regionale.

Ma per percorrerla occorrerebbe costruire una sinistra politica e sindacale, riconquistare un’autonomia culturale rispetto alla genericità retorica dell’europeismo degli ultimi anni. Su questo terreno il ritardo è però grandissimo. C’è, e opera, un soggetto politico culturale forte, organizzato nel capitale internazionale. Esso ha i suoi strumenti nella circolazione dei capitali, addirittura una lingua propria: l’inglese impoverito dei manager.

La sinistra invece, e in generale le forze politiche democratiche, come soggetto europeo quasi non esiste. L’Internazionale socialista è ormai un involucro in gran parte vuoto. L’Internazionale comunista non c’è più, quella verde non è decollata, un’Internazionale cattolica non è mai esistita. Ecco, a maggior ragione, occorre per questo trovare un punto di partenza da cui invertire una tendenza, da cui risalire una china che porta ad una unità dimidiata e ad un’unità dai contenuti che ho descritto. Il problema, per noi, è allora proprio questo. Il «no» a Maastricht e la lotta contro le sue conseguenze nei prossimi anni saranno una battaglia che permetterà di cominciare a costruire un’Europa diversa, un Europa democratica nelle sue istituzioni, socialmente definita nei suoi traguardi e nei suoi obiettivi. Le ragioni del nostro «no» sono dunque contestuali ad un «sì» per un’Europa diversa. E constatiamo con grande stupore come tanta parte della sinistra italiana, su questo terreno, non abbia saputo trovare quanto meno gli accenti di una diversità, di un’alternativa. Come si fa a volere un'alternativa in Italia, con questa ammucchiata senza forma sui grandi temi delle prospettive dell’Europa?”

I RISULTATI DEL VOTO E I POSIZIONAMENTI POLITICI
Il risultato finale del voto alla Camera stato di 403 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti. Commento del giornalista Leopoldo Fabiani per “La Repubblica” da cui emergono anche le altre prese di posizioni politiche sulla questione: “se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all'aula deserta. E sì che, dopo la decisione di partecipare alla guerra nel Golfo, questa è la più importante scelta di politica estera presa dall'Italia negli ultimi anni […]. Il governo ha respinto anche tutti gli ordini del giorno che comportavano emendamenti o "riserve" sul trattato che va "approvato o respinto così com'è" come ha spiegato anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano.

Sono stati invece accolti come "raccomandazioni" ordini del giorno presentati dall' opposizione, come quello del Pds firmato da Massimo D'Alema o quello dei Verdi di Francesco Rutelli. I Verdi si sono poi astenuti nel voto finale (altrettanto ha fatto la Rete) perché chiedono un maggiore impegno sulla democratizzazione della Comunità. Contrario il Msi: "Il trattato è un mostriciattolo giuridico e costituzionale che non salvaguarda gli interessi nazionali", ha detto Mirko Tremaglia. E anche Rifondazione comunista: "Nasce un’Europa autoritaria decisa dalle banche centrali e dalle strutture militari". Il gruppo di Marco Pannella, in nome di Altiero Spinelli, non se l'è sentita di votare contro né di astenersi. Ma ha lasciato in aula un solo deputato a votare a favore. Infine i deputati 'pacifisti' del Pds che hanno parecchie riserve sul trattato, si sono riconosciuti nella "sofferta decisione" di approvare annunciata dal capogruppo D' Alema. Ora che il trattato è approvato, l'Italia si è assunta un impegno tutt'altro che leggero. C'è il sentiero del risanamento finanziario, obbligatorio per rispettare i criteri previsti dall' Unione monetaria, stretto, ripido e molto faticoso, soprattutto per quello che riguarda il deficit pubblico.”

LA LOTTA REVISIONISTA PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELL'EUROPA
L'analisi di Magri è tuttora di grande attualità, mostrando come l'Europa che nascesse fosse un'Europa dei Capitali, della Borghesia. Un modello nato secondo linee anti-democratiche e che trovava il modo di far diventare paesi a sovranità limitata i suoi aderenti. Il tutto facendo presagire l'attacco allo Stato sociale e l'impoverimento relativo della grande maggioranza della popolazione italiana. Un'analisi di fase eccellente, seppur contingente e incapace di coglierne la natura profonda, ossia la controffensiva in atto da parte dell'imperialismo in ambito globale a seguito della caduta dell'URSS (1991). Questa carenza mina profondamente la parte finale del discorso di Magri, da cui scaturisce una proposta politica di lottare per la democratizzazione dell'Europa.

I comunisti votavano contro la costituzione dell'Europa imperialista e promettevano di avviare una lotta per la sua democratizzazione; non per la sua distruzione quindi, come insegnavano invece chiaramente Marx, Engels, Lenin e Gramsci. Per avanzare verso il socialismo le strutture e le sovrastrutture della Borghesia si possono solo distruggere, non certo riformare. Il revisionismo era però parte integrante da anni ormai del complesso del movimento comunista italiano, che aveva ripudiato in massa il marxismo-leninismo, pur nella protesta diffusa della base militante. Una delle massime espressioni politiche della candida “via italiana al socialismo”, la mente marxista di Lucio Magri, mostrava qui tutti i suoi limiti con una proposta politica utopistica che dimenticava gli insegnamenti della storia del movimento comunista internazionale.

La convinzione di dover e poter riformare l'Europa diventa negli anni successivi la tomba del movimento comunista italiano e della sua avanguardia politica. Il Partito della Rifondazione Comunista si rivela, sia nella sua fase parlamentarista (periodo Bertinotti, 1994-2008), sia in quella extra-parlamentare (periodo Ferrero, 2008-2017), sempre incapace di riscoprire la dottrina leninista dell'imperialismo, incappando così in disastrose analisi e nelle conseguenti proposte politiche sempre meno incisive. L'accumularsi degli errori politici ha avuto l'effetto di distogliere milioni di proletari, che avevano retto ideologicamente alla caduta dell'URSS, dal marxismo e dalla consapevolezza sulla necessità di avere un'organizzazione politica rivoluzionaria e marxista alla testa delle lotte di classe quotidiane.

Il PRC non ha perso quindi solo la fiducia delle avanguardie della classe lavoratrice, ma ne ha favorito con i propri errori un allontanamento popolare dalla teoria più avanzata a disposizione degli oppressi per la conquista della propria emancipazione politica e spirituale: gli insegnamenti del marxismo-leninismo e del socialismo “reale”. Alle nuove generazioni-avanguardia spetta ora il compito di ricostruire con calma e determinazione la connessione sentimentale tra la classe lavoratrice e la lotta di classe organizzata. Quando si avrà la forza di portare l'attacco al cuore per distruggere l'Europa imperialista, si avrà anche la forza per prendere il potere politico lanciando la rivoluzione socialista.

A cura di Alessandro Pascale
Milano, 11 agosto 2018

[Fonti: Partito della Rifondazione Comunista Bergamo, “Lucio Magri e il No di Rifondazione Comunista al Trattato di Maastricht”, 28 novembre 2017, disponibile su http://www.prcbergamo.it/…/28-11-2017-lucio-magri-e-il-no-…/, L. Fabiani, “L'Italia approva Maastricht”, “La Repubblica”, 30 ottobre 1992, disponibile su http://ricerca.repubblica.it/…/italia-approva-maastricht.ht…]

Notizia del: 11/08/2018

Da - https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_ciclone_wagenknecht_si_abbatte_sulle_sinistre_europee_alla_deriva/82_25054/
9  Forum Pubblico / LA POLITICA "ALTRA" non solo Post Comunisti. / Il ciclone Wagenknecht si abbatte sulle sinistre europee alla deriva il: Agosto 14, 2018, 10:39:35
Il ciclone Wagenknecht si abbatte sulle sinistre europee alla deriva

In Germania dall'implosione della Linke sta per nascere un soggetto socialista, sovranista, euro-scettico e contrario all'immigrazione di massa

Di Omar Minniti

 In Germania si stanno scaldando i motori per dar vita ad una forza socialista, radicata nella classe operaia, non allergica alle masse popolari, sovranista, euroscettica e contraria all’immigrazione di massa. Una forza che mira a recuperare una parte consistente dell’elettorato tradizionale di sinistra, fagocitata dalle destre radicali, ad Est come ad Ovest. E’ il laboratorio a cui stanno lavorando Sahra Wagenknecht, portavoce del gruppo parlamentare della Linke, ed Oskar Lafontaine, storico rappresentante dell’ala antiliberista della socialdemocrazia, transitato nel medesimo partito.

Si chiamerà “Aufstehen”, che in tedesco significa alzarsi, svegliarsi, sollevarsi. Ufficialmente si tratta di un movimento trasversale, a cui hanno aderito anche esponenti delusi dei Verdi e del Spd, nato da un appello online già sottoscritto da decine di migliaia di cittadini. Un movimento che vuole condizionare l’agenda politica ed il dibattito di tutta la sinistra in Germania. Ma, in realtà, quello che nascerà all’inizio di settembre potrebbe essere un vero e proprio soggetto elettorale, alternativo alla stessa Linke. La tregua armata siglata dopo il congresso della formazione sembra, infatti, non reggere ed è sempre più evidente lo scontro tra due linee opposte. Da una parte quella governista ed europeista di Katja Kipping, Bernd Riexinger e Gregor Gysi, sensibile alle solite campane della sinistra continentale radical e liberal, favorevole ad un’unità d’azione con le dirigenze di Spd e Verdi sui temi come i diritti civili e le politiche dell’accoglienza; dall’altra quella guidata, appunto, dal duo Wagenknecht - Lafontaine, che ha lo zoccolo duro nei territori dell’ex Ddr ed avanza forti critiche verso Ue, euro, Nato, russofobia cronica e la strategia sull'immigrazione seguita dai governi Merkel, sostenuta anche da pezzi della stessa Linke.

Per i fondatori di “Aufstehen” è fondamentale compiere una forte autocritica e ridiscutere la rotta su rifugiati, frontiere aperte, sicurezza e sovranità nazionale. Sono questi i punti dolenti che, in presenza di una forte erosione dei diritti sociali e sindacali, hanno portato al progressivo allontanamento di operai, disoccupati, pensionati ed abitanti delle periferie dalle forze tradizionali di sinistra.  Per Wagenknecht e Lafontaine non basta agitare lo spauracchio del populismo ed organizzare presidi contro forze xenofobe come Alternative für Deutschland (Afd). Bisogna, invece, comprendere le ragioni che hanno spinto centinaia di migliaia di proletari ed esponenti del ceto medio impoverito a votare a destra, vedendo nell'immigrazione uno strumento per fomentare la competizione al ribasso nei luoghi di lavoro, un grimaldello utilizzato dalla grande finanza per scardinare il welfare e scatenare la guerra tra poveri.

Un ragionamento che ha lo stesso suono di un martello pneumatico per le orecchie della componente migrantista della Linke e di certi movimenti “Refugees welcome”. Puntuali e scontate sono le accuse di quest’ultimi soprattutto verso la Wagenknecht (tra l’altro, nata da un migrante iraniano ai tempi della Germania Democratica), oggetto in passato anche di feroci contestazioni: nel 2016, durante un convegno di partito a Magdeburgo, venne colpita in faccia da una torta al cioccolato.

Nell’ambito della rottura consumata all’interno della Sinistra Europea, che vede contrapposti l’ex ministro greco Varoufakis (sostenuto in Italia dal sindaco di Napoli De Magistris) e il leader socialista sovranista francese Jean-Luc Mélenchon, “Aufstehen” si schiera apertamente dalla parte di quest’ultimo, per una critica più netta verso l’Ue e le politiche liberiste e di austerità in nome della moneta unica. Una decisione tutt’altro che indolore, oggetto anch’essa di aspro confronto nella Linke, e che porterà Wagenknecht e Lafontaine a compiere un pezzo di strada con inattesi compagni di viaggio, come gli italiani di Potere al Popolo. Vicini anch’essi a Mélenchon, ma che su immigrazione, sicurezza e sovranità suonano la stessa musica dei radical tedeschi alla Kipping, Riexinger e Gysi.


Quello di “Aufstehen” è un ciclone estremamente positivo, che scuote le sinistre alla deriva e senza nocchieri. E’ inevitabile che i temi posti all’ordine del giorno andranno a condizionare il dibattito di altre formazioni comuniste, socialiste ed anticapitaliste del continente. Può darsi che qualche timido venticello arrivi anche in Italia, dove – sebbene qualcosina qui e lì si muova nella giusta direzione – allo stato attuale dell’arte certi discorsi della combattiva Sahra Wagenknecht verrebbero senza mezzi termini tacciati di “rossobrunismo” e “filo-salvinismo” da molti sinistri. Nella Penisola siamo ancora agli apericena equosolidali, ai digiuni ed alle polo rosse per “i fratelli che fuggono dalle guerre” ed alla sovranità nazionale considerata un “feticcio” (Viola Carofalo), nonché alle invettive contro “gli operai analfabeti funzionali che votano Lega e M5S per sfogare i peggiori istinti xenofobi”. Quanto ci vorrebbe, pure dalle nostre parti, qualche voce autorevole e non autoreferenziale che invitasse a svegliarsi dal torpore di trent'anni di politicamente corretto…

Notizia del: 13/08/2018

Da - https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_ciclone_wagenknecht_si_abbatte_sulle_sinistre_europee_alla_deriva/82_25066/
10  Forum Pubblico / L'ITALIA Democratica, Laica, Indipendente è in PERICOLO. / Dalla raccolta alle aste al «doppio ribasso» della Grande distribuzione:... il: Agosto 10, 2018, 06:05:01
Dopo la tragedia di Foggia

Dalla raccolta alle aste al «doppio ribasso» della Grande distribuzione: chi decide il prezzo del pomodoro

Di Nino Amadore 07 agosto 2018

C’è il pomodoro ciliegino e c’è quello a cuore di bue. C’è il San Marzano insalataro, quello da sugo e il pomodoro costoluto. Il pomodoro tondo a campo aperto e quello da serra. Sono nove le varietà considerate dalla tabella non destinata ai consumatori ma agli addetti ai lavori e pubblicata sul sito dell’Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare. È possibile trovare tutti i prezzi alla produzione, mese per mese, dell’ortofrutta (insieme tanti altri prodotti del settore) e tra questi i prezzi del pomodoro fresco, in questo caso, destinato alle nostre tavole: senza scendere nei particolari delle singole varietà il prezzo medio a luglio era di 68 centesimi al chilo. 

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Salvini a Foggia: guerra al caporalato, svuoteremo i ghetti

Prezzi teorici ovviamente perché, come vedremo, il prezzo di vendita del prodotto non varia solo sulla base del rapporto tra quantità disponibile e domanda di mercato ma tanti altri fattori che coinvolgo la filiera: dal produttore, al trasformatore (sia che si tratti di pomodoro destinato all’industria che di prodotto fresco), al venditore finale. Perché quello che ci accingiamo a fare è un viaggio nell’incertezza che sembra avere un punto fermo: il venditore finale, la Grande distribuzione organizzata per essere più espliciti, ha sempre il coltello dalla parte del manico. Ci sono punti fermi, certo, ma sono abbastanza teorici (al netto sempre di condizionamenti ambientali che possono d’un tratto cambiare lo scenario). Un punto fermo, all’apparenza, è l’Accordo quadro che ogni anno viene firmato tra le Op (Organizzazioni di produttori) e l’Anicav (Associazione nazionale industriali conserve vegetali) aderente a Confindustria. Gli Accordi in verità sono due: uno per il Bacino del Centro-Sud e l’altro per il Nord.

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Il caldo rovina i raccolti, grano al record da tre anni in Europa

Quest’anno l’accordo per il bacino del Centro-Sud prevede un prezzo di riferimento medio di 87 euro per tonnellata (0,87 centesimi di euro al chilo) per il pomodoro tondo e 97 euro a tonnellata (0,97 centesimi al chilo) per il pomodoro lungo. L’Accordo per il Nord prevede invece un prezzo di riferimento medio di 79,75 euro a tonnellata (solo per il pomodoro tondo perché quello lungo al Nord non viene prodotto). Fin qui la teoria, visto che poi la prassi è completamente diversa perché «in verità il prezzo del pomodoro è destinato a cambiare dopo le aste dei grandi acquirenti di prodotto (la Gdo appunto) che vengono fatte tra aprile e maggio quando le industrie si stanno mettendo in moto e il pomodoro è ancora nei campi lontano dall’essere raccolto», spiega Fabio Ciconte, giornalista e curatore insieme a Stefano Liberti, nell’ambito della campagna #Filierasporca, del rapporto “Spolpati - la crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità”, la cui quarta edizione sarà disponibile a ottobre. E dopo le prime battute d’asta, spiega, gli industriali possono seguire due strade: rinunciare a vendere alla Gdo oppure rivalersi sugli agricoltori costretti a rivedere al ribasso i prezzi del prodotto. Resta fuori da questo giro chi è alla ricerca di prodotto di qualità ed è disposto a pagare il giusto. In questa dinamica ci sono altri fattori che non vanno sottovalutati: nonostante il prezzo sia stato di fatto stabilito dalle aste può capitare, per esempio, che il prodotto a disposizione diminuisca improvvisamente (magari a causa delle piogge) e al quel punto si va a trattativa privata e il prezzo è destinato ad aumentare.

    Filiere 4 marzo 2017
Tetto al raccolto di pomodoro al Nord

Quello delle aste, quasi un gioco alla roulette per citare un articolo scritto da Ciconte per internazionale, è un sistema che, spiegano da Coldiretti, sta strangolando gli agricoltori: «Vanno bloccate con norme nazionali. Occorre intervenire al più presto - dice Ettore Prandini, vicepresidente nazionale di Coldiretti». Come funzionano queste aste? Sono al doppio ribasso e prevedono che i fornitori di un prodotto facciano una prima offerta di prezzo di vendita e che poi quel valore diventi la base di riferimento per una seconda asta online dove i partecipanti devono scendere ancora per aggiudicarsi la commessa. E così, racconta ancora Ciconte, «un imprenditore si è ritrovato con un prezzo di 31,5 centesimi per un barattolo di passata di pomodoro da 700 grammi e ha rinunciato. Quei 31,5 centesimi servivano a pagare anche la confezione, l’etichetta e tutto il resto». Un prezzo che anche agli occhi di un profano appare insostenibile.

    agroalimentare 25 novembre 2017
Anicav: per il pomodoro etichetta d’origine obbligatoria anche in Europa

Per rimanere alla teoria, visto che la pratica è cosa molto diversa, possiamo ancora dire che il prezzo del prodotto può dipendere dalla produzione c0mplessiva. Secondo Coldiretti quest’anno la raccolta del pomodoro da destinare a pelati, polpe, passate, concentrato e sughi pronti registrerà una riduzione del 9% rispetto all’anno scorso. Le aspettative per l’intera stagione in Italia sono di un raccolto attorno ai 4.750.000 tonnellate: benzina per un comparto che coinvolge circa 7.000 imprese agricole, oltre 100 imprese di trasformazione e 10mila addetti e che esporta in tutto il mondo derivati del pomodoro per due miliardi di euro. Ma il prodotto, insiste Ciconte, sta perdendo le sue peculiarità tutte italiane ed è diventato per il sistema commerciale una commodity, «una merce standardizzata che perde peculiarità e qualità tipiche del luogo di produzione».

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Da - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-08-07/dalla-raccolta-aste-doppio-ribasso-grande-distribuzione-chi-decide-prezzo-pomodoro-153709.shtml?uuid=AEdM1MYF
11  Forum Pubblico / ECONOMIA / FIDUCIA E IMPRESE Ascoltiamo gli allarmi del nord-est il: Agosto 10, 2018, 06:03:16
FIDUCIA E IMPRESE

Ascoltiamo gli allarmi del nord-est

Sarebbe un errore sottovalutare le tante proteste che in queste settimane sono arrivate dagli imprenditori del Nord-Est sul decreto dignità e sull’introduzione di dazi commerciali. Dietro le critiche di questi giorni ci sono le ragioni di un sistema industriale guidato da una coorte di medie imprese profondamente radicate nel territorio che la politica (governo e opposizione) dovrebbero prendere in considerazione.

Sono la testimonianza di un pezzo di Italia che ha preso sul serio la crisi e che, nell’ultimo decennio, ha avviato con successo una modernizzazione che guarda alla parte più dinamica dell’Europa.
Le osservazioni sollevate dagli imprenditori hanno a che fare con due temi principali: il lavoro e l’internazionalizzazione. A proposito del lavoro, il decreto dignità ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica una lettura del rapporto fra impresa e lavoratore in chiave di netta contrapposizione di interessi.
Per chi guarda da vicino il mondo della media impresa manifatturiera che ha segnato la ripresa della competitività a Nord-Est, questa contrapposizione ha poco di veritiero. Mai come in questi ultimi anni gli imprenditori hanno maturato la convinzione che sono le persone a fare la competitività delle imprese. L’investimento sul capitale umano è essenziale per trattenere a Nord-Est giovani che altrimenti trovano più facile intraprendere una carriera all’estero sfruttando diplomi il cui valore è ampiamente riconosciuto fuori dai confini nazionali. Il “quarto capitalismo” italiano investe sulle persone con strumenti sofisticati, dalle Corporate university al coaching personalizzato. La migliore manifattura non crede ai “lavoretti” ma scommette sulla possibilità di costruire percorsi di professionalizzazione fondati su fiducia e merito. Irrigidire questi percorsi costituisce un vincolo per chi entra nel mondo del lavoro e un limite alla dinamica di crescita delle imprese.
Considerazioni analoghe riguardano il tema dell’internazionalizzazione. In questi dieci anni di crisi, le imprese che hanno contribuito al rilancio dell’economia del Nord-Est si sono aperte a una dimensione internazionale. Non si solo limitate a vendere all’estero. Hanno iniziato a produrre in aree geografiche diverse, non tanto per delocalizzare e ottenere particolari vantaggi di costo quanto piuttosto per seguire le richieste dei leader dei rispettivi settori di appartenenza, dall’automobile alla farmaceutica. Hanno iniziato a collaborare con designer di tutto il mondo. Hanno stretto partnership con istituzioni di ricerca internazionali. Questo sforzo di apertura al confronto internazionale è stato promosso grazie a una leva di tecnici, ingegneri, manager italiani che ha creduto e investito in questi progetti. Paradossalmente, gli imprenditori che più si sono impegnati a costruire un futuro per l’economia italiana sono quelli che oggi rischiano di pagare il prezzo maggiore per una riduzione dei margini di libertà nel commercio internazionale.
L’appoggio che questa base produttiva ha sempre accordato alla Lega, ampiamente confermato nel corso delle ultime elezioni, non ha mai preso in considerazione un irrigidimento del mercato del lavoro, ipotesi sovraniste sul versante della produzione né tanto meno presunte uscite dall’euro. Ha riguardato piuttosto il tema dell’autonomia e dell’allargamento dei margini di manovra del governo locale. Questa richiesta di autonomia non è figlia di un atteggiamento di chiusura rispetto al mondo ma è espressione, piuttosto, della consapevolezza che solo politiche specifiche rispetto a un determinato territorio possono favorire la capacità di presidiare mercati sempre più estesi e il rinnovamento di un’idea di comunità, la competitività e l’inclusione. I risultati del referendum dell’ottobre dell’anno scorso sono la testimonianza che questa domanda di autonomia attraversa trasversalmente l’elettorato del Veneto. Chi non ha colto il senso e la forza di questa richiesta ha pagato un prezzo politicamente rilevante (vedi il rigetto per la riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi nel dicembre 2016).
Nel Nord-Est del 2018 non si respirano rigurgiti anti-impresa. Si guarda piuttosto con apprensione a una tornata di provvedimenti legislativi che sembra non tener in conto dell’enorme sforzo fatto in un decennio da imprenditori, lavoratori, professionisti, studenti, professori, pubblici dipendenti per stare al passo con i tempi e agganciare quel livello di modernizzazione che caratterizza aree come la Catalogna e la Baviera, da sempre prese a riferimento dai decisori locali.
I risultati di questo percorso sono ben lungi dall’essere un risultato acquisito per sempre.
Le imprese sono consapevoli della necessità di proseguire in questa direzione. Se si vuole dare dignità al lavoro è necessario sviluppare la formazione tecnica e promuovere la ricerca per i settori del Made in Italy. Su questo terreno il Nord-Est ha dimostrato determinazione sul piano della promozione degli Its, creando una vera e propria academy territoriale, così come sul fronte del Competence center per Industria 4.0 che, per la prima volta, aggrega tutte le università delle tre regioni. Se vogliamo ridurre gli sprechi nelle infrastrutture, meglio guardare altrove sulla carta geografica: Pedemontana veneta e alta velocità Brescia-Padova sono priorità consolidate, percepite come essenziali da una larga fascia della popolazione che studia e lavora sperimentando una mobilità che fa della Venezia-Milano un’unica grande città metropolitana. Su questi obiettivi il Nord-Est continua a investire e su questo terreno reclama la sua autonomia.

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Stefano Micelli

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12  Forum Pubblico / ITALIA VALORI e DISVALORI / Antonino SCOPELLITI. L’omicidio del magistrato e le parole di Giovanni FALCONE il: Agosto 10, 2018, 05:50:03
Antonino Scopelliti. L’omicidio del magistrato calabrese e le parole di Giovanni Falcone

Da Francesco Trotta - 4 agosto 2018

Il 17 agosto il 1991 sulle pagine del quotidiano La Stampa, Giovanni Falcone illustrò il significato dell’omicidio di Antonino Scopelliti, il primo magistrato ucciso dalla ‘Ndrangheta a cinquantuno anni, qualche settimana prima, il 9 agosto 1991.

Scrive Falcone: “L’ultimo delitto eccellente l’uccisione di Antonino Scopelliti è stato realizzato, come da copione, nella torrida estate meridionale cosicché, distratti dalle incombenti ferie di Ferragosto e dalla concomitanza di altri gravi eventi, quasi non vi abbiamo fatto caso. Unico dato certo è la eliminazione di un magistrato universalmente apprezzato per le sue qualità umane, la sua capacità professionale e il suo impegno civile. Ma ciò ormai non sembra far più notizia, quasi che nel nostro Paese sia normale per un magistrato e probabilmente lo è essere ucciso esclusivamente per aver fatto il proprio dovere”.

Chi era Scopelliti? entrato in magistratura a ventiquattro anni, aveva lavorato dapprima presso la Procura di Roma e poi in quella di Milano. Aveva sostenuto anche, tra le altre cose, la pubblica accusa nel “caso Moro”, poi per i fatti della Strage di Piazza Fontana e della Strage del Rapido 904. Soprattutto, all’inizio degli anni Novanta, avrebbe avuto l’onere e l’onore di svolgere la funzione di pubblico ministero nel maxiprocesso di Palermo, giunto al terzo grado di giudizio e da discutere pertanto in Cassazione.

Scopelliti, soprannominato il “giudice solo”, è stato descritto come un magistrato inavvicinabile e incorruttibile (tanto da aver rifiutato, così riportano le cronache, una tangente da 5 miliardi di Lire). Soprattutto fu persona dalla grande levatura morale. “Il pubblico ministero deve fare anzitutto il proprio dovere. La popolarità è un privilegio di cui il giudice non deve tenere conto”, diceva Scopelliti in una delle rarissime interviste televisive concesse.

Il suo omicidio si inserisce nella lunga stagione della guerra della mafia allo Stato, almeno a una parte di esso: a quelle istituzioni che avevano portato avanti arresti e processi, infliggendo pesanti condanne ai mafiosi.

Nel 1988 era stato assassinato il giudice Antonino Saetta, insieme al figlio, per aver accolto la tesi del pool antimafia durante il maxiprocesso. Dopo l’omicidio di Scopelliti, una tragica morte sarebbe toccata proprio a Giovanni Falcone e poi a Paolo Borsellino.

Sono le parole di Falcone a descrivere il significato dell’assassinio del giudice calabrese: “Ma se, mettendo da parte per un momento l’emozione e lo sdegno per la feroce eliminazione di un galantuomo, si riflette sul significato di questo ennesimo delitto di mafia, ci si accorge di una novità non da poco: per la prima volta è stato direttamente colpito il vertice della magistratura ordinaria, la suprema corte di Cassazione.

Non è questa la sede per azzardare ipotesi, né si pretende di suggerire nulla agli investigatori; ma il dato di cui sopra è sicuramente di grande importanza e merita particolare attenzione.

Non importa stabilire quale sia stata la causa scatenante dell’omicidio, ma è certo che è stato eliminato un magistrato chiave nella lotta alla mafia, uno dei più apprezzati collaboratori del procuratore generale della corte di Cassazione, addetto alla trattazione di gran parte dei più difficili ricorsi riguardanti la criminalità organizzata. Queste qualità della vittima, ignote al grande pubblico, erano ben conosciute invece dagli addetti ai lavori e, occorre sottolinearlo, anche dalla criminalità mafiosa.

L’eliminazione di Scopelliti è avvenuta quando ormai la suprema corte di Cassazione era stata investita della trattazione del maxiprocesso alla mafia siciliana e ciò non può essere senza significato. Anche se, infatti, l’uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema corte, non ne avrebbe comunque potuto prescindere nel senso che non poteva non essere evidente che l’uccisione avrebbe influenzato pesantemente il clima dello svolgimento del maxiprocesso in quella sede.

E se tale ovvia previsione non ha fatto desistere dal delitto, ciò significa che il gesto, anche se non direttamente ordinato da “Cosa Nostra”, alla stessa non era sgradito. Non si dimentichi, si ribadisce, che Antonino Scopelliti era un magistrato la cui uccisione avrebbe sicuramente determinato l’addensarsi di pesanti sospetti su “Cosa Nostra”, come in effetti è avvenuto.

Si aggiunga che l’omicidio di Scopelliti è avvenuto in terra di Calabria, in una zona cioè dove finora non erano stati uccisi magistrati o funzionari impegnati nella lotta alle cosche. Ciò è stato correttamente interpretato come un preoccupante “salto di qualità” che non potrà non influenzare il futuro della lotta alle organizzazioni mafiose calabresi e che, già da adesso, suona come un grave segnale di pericolo per tutti coloro che in quelle terre sono impegnati in questa, finora impari, battaglia. Se così è e purtroppo ben pochi dubbi possono sussistere al riguardo le conseguenze sono veramente gravi.

È difficilmente contestabile, infatti, che le organizzazioni mafiose (Cosa Nostra siciliana e ‘ndrangheta calabrese) probabilmente sono molto più collegate tra di loro di quanto si affermi ufficialmente e che le stesse non soltanto ben conoscono il funzionamento della macchina statale, ma non hanno esitazioni a colpire chicchessia, ove ne ritengano l’opportunità; e alla luce dell’esperienza fatta non si può certo dire che finora queste organizzazioni abbiano fatto passi falsi.

Non sembri un caso che il maxiprocesso qualunque ne sia la valutazione che ognuno ritenga di darne in termini di efficacia nella lotta alla mafia sia stato scandito in tutte le sue fasi, a cominciare dalle investigazioni preliminari, da assassinii di magistrati e di investigatori con conseguente pesante e inevitabile condizionamento psichico per tutti coloro che per ragioni di ufficio se ne sono dovuti occupare.

Adesso il maxiprocesso che gronda del sangue dei migliori magistrati e investigatori italiani è approdato all’ultima istanza del giudizio, la Cassazione, ed era stato affidato a chi, Antonino Scopelliti, già più volte, con serenità e coraggio, aveva espresso il punto di vista della pubblica accusa, in ultimo opponendosi alla scarcerazione per decorrenza dei termini degli imputati; scarcerazione poi concessa dalla suprema corte con conseguente intervento governativo per bloccare le erronee scarcerazioni.

Non ci vuol molto a capire, allora, che, a parte le eventuali particolari causali dell’omicidio di Scopelliti, lo stesso sarebbe stato inevitabilmente recepito dagli addetti ai lavori come una intimidazione nei confronti della suprema corte e che se è stato tuttavia consumato, le organizzazioni mafiose non temono le eventuali reazioni dello Stato. Ognuno è in grado di comprendere, dunque, qual è il grado di pericolosità raggiunto dalle organizzazioni mafiose. L’opinione pubblica, nel periodo del terrorismo, ha cominciato a rendersi conto della sua pericolosità con l’inizio degli attentati contro persone che, sconosciute ai più, rivestivano in realtà grande importanza nei meccanismi produttivi del Paese […]. Probabilmente stiamo attraversando adesso, nel campo della criminalità organizzata, una fase analoga”.

Le intuizioni di Giovanni Falcone sarebbero state confermate anche da alcuni pentiti. Gaspare Mutolo nel settembre del 1992 riferì che: “l’omicidio del dottor Antonio Scopelliti sarebbe stato commesso su mandato di Cosa Nostra e collegato con la partecipazione del magistrato, in qualità di pubblico ministero, al giudizio di Cassazione concernente il maxiprocesso” per condizionare un esito favorevole alla mafia.

Mutolo non parlava a caso e aggiungeva: “Ebbi poi specifica conferma, verso il novembre 1991, periodo in cui mi trovavo nel carcere di Spoleto, insieme a Gambino Giacomo Giuseppe “u tignusu”, capo del mio mandamento. […] Nel contesto del discorso con Gambino – racconta ai magistrati – io chiesi da chi fosse stato eseguito materialmente il delitto, posto che era avvenuto in Calabria e mi sembrava impossibile, dati i rapporti tra Cosa nostra e la ‘ndrangheta, che avessero operato i killer di Cosa nostra […] Gambino mi spiegò che l’omicidio era stato eseguito da killer calabresi, ma su richiesta di Cosa nostra e per fare un favore a quest’ultima”.

Affermazioni confermate anche da altri pentiti eccellenti in seno alla mafia siciliana – come Leonardo Messina, Antonino Calderone e Tommaso Buscetta – e anche da due ‘ndranghetisti: Giacomo Ubaldo Luaro e Filippo Barreca, che hanno collegato l’omicidio del giudice alla “pacificazione” avvenuta all’interno della ‘Ndrangheta, permeata dalla seconda guerra di mafia che aveva interessato la cosca De Stafano e che aveva poi coinvolto altre famiglie ‘ndranghetiste. La guerra di mafia calabrese, iniziata nel 1985, sarebbe terminata nel 1991 proprio a seguito dell’omicidio Scopelliti, dopo aver lasciato dietro di sé circa settecento morti. E a far da pacere fra le famiglie calabresi sarebbe intervenuto proprio Salvatore Riina.

Barreca affermò: “L’intervento dei siciliani, oltre gli interessi iniziali di cui ho parlato, fu ulteriormente motivato, strada facendo, dalla sopravvenuta loro esigenza di eliminare il giudice Scopelliti per motivi connessi al maxiprocesso di Palermo. Tutte le attività criminose di qual si voglia natura, devono passare al vaglio della cupola che ne autorizza l’esecuzione o la vieta”. E l’omicidio del giudice fu avallato, secondo Barreca, di concerto con Cosa Nostra. Laura, uomo della cosca Imerti, precisò: “Il delitto Scopelliti ci ha indotto a venire a patti con la cosca De Stefano-Tegano-Libri, perché ha determinato un intervento di tutti”. Non intendendo, ovviamente, solo la ‘Ndrangheta.

Si svela una trama complessa ed articolata, in cui la morte di Antonino Scopelliti rimane tutt’ora da chiarire.

Ricorda il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Vittorio Sgroi, che “nell’approssimarsi della data della celebrazione in Cassazione del cosiddetto maxiprocesso, l’avvocato generale Dr. Lombardi, che all’epoca – come sovrintendente del servizio penale – predisponeva il calendario delle udienze dei singoli sostituti, mi riferì che il collega Scopelliti si era proposto per la sostituzione quale sostituto d’udienza».

Era il giugno del 1991.

Una circostanza che il pubblico ministero Bruno Giordano, titolare della prima inchiesta sull’omicidio di Scopelliti, ha sottolineato: “Con siffatto comportamento, il Dr. Scopelliti rivelava un interesse di natura quasi extraprocessuale e una particolare motivazione verso la trattazione di quel processo, a dispetto della vistosa traccia di sangue che esso aveva seminato lungo il suo iter. Pertanto, delle due l’una: o il Dr Scopelliti era stato perché interferisse in senso favorevole agli imputati, o viceversa, le ragioni che lo spingevano erano di natura esattamente opposta”. Concludendo, è bene evidenziarlo, che vi erano segnali inequivocabili della dura presa di posizione di Scopelliti contro il fenomeno mafioso.

Indagare ancora. C’è un altro pentito di mafia, Gaetano Costa, proveniente da Messina, che recentemente ha dichiarato: “I legami fra Cosa Nostra e ’Ndrangheta erano strettissimi. Si arrivò anche a progettare e a dare forma (parliamo del periodo successivo alle stragi di Falcone e Borsellino) a una super-struttura che comprendeva le due organizzazioni: la Cosa Nuova, questa serviva anche a inserire in modo più organico nel tessuto del crimine organizzato siciliano e calabrese persone insospettabili, collegamenti con entità politiche, istituzionali e massoniche”.

E l’omicidio di Scopelliti sarebbe ascrivibile a questa sinergia tra mafie italiane. “La manifestazione più cruenta di questa alleanza è l’omicidio di Scopelliti”, conclude il pentito. Parole che confermerebbero ancora una volta l’intuizione di Giovanni Falcone. Dopo le bombe e le stragi degli anni 1992 e 1993, però, l’organicità tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta solo apparentemente sembra interrompersi.

O quanto meno si interrompono i rapporti con la fazione dei corleonesi. Le mafie, invece, iniziano un lungo periodo di inabissamento per giungere al cuore economico e politico della Repubblica italiana.

Cosa rimane. Per l’omicidio di Antonino Scopelliti sono stati celebrati due processi. Il primo contro Salvatore Riina e sette capi mafia della “Commissione” di Cosa Nostra e il secondo contro Bernardo Provenzano e altri sei mafiosi, tra cui Filippo Graviano e Benedetto Santapaola.

Nonostante le condanne in primo grado, in appello seguì l’assoluzione.

Nel 2012, nell’ambito del processo “Meta”, Antonino Fiume, uomo dei De Stefano, ha dichiarato che ad uccidere Scopelliti, sarebbero stati due sicari, scelti tra i più bravi in circolazione, appartenenti alle due famiglie ‘ndranghetiste all’epoca della guerra di mafia contrapposte.

Ad oggi esecutori e mandanti, pertanto, rimangono ignoti.

Giovanni Falcone, al termine dell’articolo del 1991, scriveva “Si spera che l’ultimo infame assassinio faccia comprendere quanto grande sia la pericolosità criminale delle organizzazioni mafiose e che se ne traggano le conseguenze. Al riguardo, nel rilevare che attualmente è tutto un fiorire di ricette per battere la criminalità organizzata, ci si permette di suggerire che, ferma l’opportunità di scegliere moduli organizzativi adeguati, è giunto ormai il tempo di verificare sul campo la bontà degli stessi e, nel concreto, l’effettivo impegno antimafia del governo”.

Da - http://www.cosavostra.it/storie/antonino-scopelliti-l-omicidio-del-magistrato-calabrese-e-le-parole-di-giovanni-falcone/
13  Forum Pubblico / ECONOMIA / FCA - FIAT - La squadra di top manager il vero nodo per il nuovo corso. il: Agosto 10, 2018, 05:46:40
La squadra di top manager il vero nodo per il nuovo corso

Al vertice del mercato europeo Manley potrebbe designare un italiano

Con un piano industriale ambizioso, che punta alla svolta dell’elettrificazione, alla guida autonoma e al potenziamento entro il 2020 dei marchi chiave (Jeep in testa seguito da Alfa Romeo e Maserati), la squadra dei manager in Fca diventa un elemento chiave per dare esecuzione a un programma che porterebbe il Gruppo italoamericano a diventare un reale competitor dei più grandi gruppi automobilistici.
Fra i primi impegni che attendono il nuovo amministratore delegato di Fca Mike Manley (e il Cfo Richard Palmer) c’è quello di sostituire il dimissionario Alfredo Altavilla nel ruolo di responsabile del mercato Emea. Lo stesso Altavilla, che di fatto ha sbattuto la porta viste le sue ambizioni di salire sul trono di Fiat Chrysler, pur motivando l’intenzione di lasciare il Gruppo «per perseguire altri interessi professionali» ha assicurato il suo supporto fino alla fine di agosto a Manley che ha assunto ad interim la carica di Chief operating officer dell’area Emea (Europa, Africa e Medio Oriente). E si tratta di una delle aree più strategiche per il gruppo italoamericano. Certo il vecchio Continente non ha le prospettive di crescita della Cina (dove i numeri di Fca restano contenuti), ma i numeri sono imponenti: nell’area Ue allargata all’Efta nel 2017 sono state vendute 15,6 milioni di auto (8,7 nei primi sei mesi del 2018 ed Fca ha commercializzato oltre un milione di vetture (856mila nei primi mesi) con volumi simili; il mercato europeo è quindi per Fca strategico.
Fra le ipotesi emerse nelle ultime ore c’è l’ipotesi che Manley potrebbe designare al vertice del mercato europeo un manager italiano, visto che a lui toccherà il compito di confrontarsi con i sindacati e le istituzioni oltre a occuparsi dell’allocazione e armonizzazione degli stabilimenti. Non dimentichiamoci che in Italia, in Polonia e anche in Turchia ci sono fabbriche fondamentali e i poli produttivi di brand strategici come Alfa Romeo in primis, di grande blasone come Maserati e regionali ma sempre importanti come Fiat. E proprio sul marchio italiano, il piano industriale ha previsto una riorganizzazione della gamma con modelli nuovi il cui sviluppo è affidato al ramo nostrano di Fca. Tra l’altro in Italia dovrebbe essere prodotta la baby Renegade Jeep, altro punto da gestire per il nuovo Ceo che proprio sul marchio Usa si giocherà la partita.
Fra i candidati alla successione (ipoteticamente ci sarebbe secondo indiscrezioni Pietro Gorlier, attuale responsabile di Mopar (la divisione componenti e parti speciali) e di Magneti Marelli, società quest’ultima in uscita dal Gruppo con il conseguente possibile via libera di Gorlier al governo delle attività del vecchio continente. Un super manager, sorta di ufficiale di collegamento, tra i vari brand potrebbe non essere indispensabile visto che Fca è organizzata con responsabili globali e regionali dei singoli brand.
Tra i papabili ci potrebbe essere Daniele Mele, attuale deputy Ceo di Emea, già inserito nell’organigramma o ancora Antonino Filosa, al momento numero uno per Fca del cruciale mercato latino-americano. Fra gli impegni del successore di Alfredo Altavilla (o dello stesso Manley) ci potrebbe essere il possibile cambio dei vertici di alcune funzioni all’interno della regione Emea, per essere pronto subito dopo la pausa estiva a rispondere alle richieste sui nuovi modelli e sugli impianti dove verranno prodotti sulla base di quanto annunciato a giugno nel piano industriale.
Da definire anche la nuova piattaforma su cui si baseranno i due brand premium Alfa Romeo e Maserati visto che l’ipotesi di scorporo dal resto del gruppo resta prematura fino a quando Alfa Romeo non farà margini adeguati. Infine Manley deve fare affidamento sul marketing e qui l’uomo chiave è il francese Olivier François.

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Mario Cianflone

Da - http://www.quotidiano.ilsole24ore.com/edicola24web/edicola24web.html?testata=S24&edizione=SOLE&issue=20180726&startpage=1&displaypages=2
14  Forum Pubblico / Il NOSTRO MODO di RAGIONARE - ICR Ulivastro (Ulivo Selvatico). / Vittorio Pelligra. Migranti, il divario tra percezione e realtà il: Agosto 10, 2018, 05:41:11
Migranti, il divario tra percezione e realtà

Di Vittorio Pelligra
16 LUGLIO 2018

BY RICOSTRUIRESTATOEPARTITI

Provate a chiedervi se il numero degli omicidi in Italia, rispetto al 2000, è aumentato, diminuito o rimasto invariato. Ora, nel momento stesso in cui vi accingete a darvi una risposta, il vostro cervello ha già compiuto una serie di operazioni complesse, alcune consce e volontarie, ma la maggior parte, invece, inconsce e automatiche. Tra queste la più importante è quella di ripescare dalla memoria eventi connessi alla stima che ci viene chiesta di elaborare, ricordi, in questo caso di omicidi. Questi ricordi, elaborati poi in modo cosciente, costituiranno la base della nostra risposta.

Quanto siamo bravi a rispondere a simili domande? Quanto è calibrato il nostro giudizio? Pochissimo, a giudicare dai dati. L’84% degli italiani, per esempio, stando all’ultima rilevazione Ipsos Mori, pensa che il numero di omicidi sia cresciuto o certamente non diminuito. Il dato oggettivo rappresenta una diversa realtà; mostra infatti che gli omicidi nello stesso periodo si sono ridotti del 39 per cento. Vabbè, errare è umano del resto. In questo caso però parlare di “errore” sarebbe improprio. Se si trattasse di un errore, infatti, avremmo alcune persone portate a sovrastimare l’incidenza del fenomeno e altre a sottostimarlo e nei grandi numeri queste differenze tenderebbero a eliminarsi. Ciò di cui parliamo qui, invece, sono propriamente delle “distorsioni” (bias), e sono grandemente diffusi tra la popolazione di tutti Paesi studiati, proprio perché hanno a che fare con i nostri processi cognitivi. Riguardano principalmente temi “caldi” mediaticamente, come il suicidio, i rischi per la salute, le credenze religiose, la corruzione, l’immigrazione e altri, perché in questi casi l’esposizione mediatica rende più vivido il ricordo e quindi più veloce la sua disponibilità alla memoria che a sua volta ci porta, inconsciamente, a sovrastimarne il peso nella nostra personale ricostruzione del fenomeno. È importante sottolineare questa differenza tra “errori” e “distorsioni”, perché, a differenza dei primi, queste ultime tendono a essere sistematiche, vanno tutte nella stessa direzione; “sbagliamo”, cioè, tutti nello stesso modo. E se queste distorsioni sono sistematiche, vuol dire che sono prevedibili e quindi utilizzabili, sfruttabili, cavalcabili.

Un esempio istruttivo del disallineamento che si può produrre tra dati reali e percezioni distorte e dell’utilizzo politico che di quest’ultime può essere fatto, ci è stato dato nei giorni scorsi dalla polemica tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri e il ministro degli Interni, Matteo Salvini. Boeri afferma nella sua relazione annuale che alla luce dei dati sulla struttura del nostro mercato del lavoro e delle dinamiche demografiche, il sistema pensionistico italiano rischia di andare in crisi senza l’apporto di nuovi lavoratori immigrati. Salvini gli risponde accusandolo di vivere su Marte. I dati di Boeri sono oggettivi e corretti, ma secondo la percezione dei cittadini e non solo di quelli che votano Salvini, di immigrati ce ne sono già anche troppi: gli ultimi dati Eurispes ci dicono che la maggioranza degli italiani pensa che siano tra il 16 e il 25% della popolazione totale, mentre in realtà sono l’8 per cento.

Questo è il punto cruciale allora: dobbiamo rassegnarci al fatto che il mondo dell’oggettività si debba trasferire su Marte? E chi vorrebbe vivere su questa “Terra”, dove la politica economica, migratoria, fiscale, si basa su percezioni distorte della realtà? Il National bureau of economic research ha appena pubblicato uno studio condotto da tre economisti di Harvard (Alesina, Miano, Stantcheva, 2018, Immigration and Redistribution, Nber) che può aiutarci a dare una risposta a questa domanda. Lo studio non solo mostra, come già affermato, che esiste una diffusa tendenza a sovrastimare l’incidenza degli immigrati nella popolazione, ma anche errori di valutazione sistematicamente distorti rispetto alla distanza culturale e religiosa, alla fragilità economica, al livello di studio, al livello di disoccupazione, all’accesso ai servizi pubblici.

Un’immagine, insomma, gravemente alterata della realtà che riflette però le convinzioni di larga parte della popolazione e in particolare di coloro che si definiscono di centro-destra, non sono laureati e lavorano in settori a bassa qualificazione e ad alta intensità di immigrazione (servizi alla persona, edilizia, etc.). Ma la conclusione più interessante della ricerca, e per certi versi più sconfortante, è ancora un’altra e riguarda il fatto che anche quando ai cittadini vengono fornite informazioni precise e affidabili circa il numero di immigrati, le loro caratteristiche religiose ed etniche e i loro sforzi lavorativi, che dovrebbero ridimensionare i preconcetti e mitigare le distorsioni, queste non cambiano ma, al contrario, si dimostrano impermeabili alla realtà. Un dato non proprio coerente con la retorica della post-ideologia. Questa immagine, per quanto falsata, conta, e molto, perché da essa scaturisce il consenso per alcune politiche invece che altre, in questo caso, per esempio, le politiche redistributive che vengono avversate proprio da quei cittadini poveri che più ne trarrebbero beneficio.

La politica della percezione rischia quindi di sfavorire proprio la sua base elettorale, il cui consenso viene abilmente veicolato e utilizzato. Ecco perché, quindi, è quanto mai necessario attivare anticorpi di serietà e responsabilità che ci aiutino a non far aumentare ulteriormente il divario tra percezione e realtà, a non farlo cavalcare per fini di consenso, affinché non si utilizzi per politiche partigiane la fragilità naturale dell’opinione pubblica, ma si possano basare le scelte politiche sulla migliore evidenza disponibile. O saremo tutti, prima o poi, costretti a emigrare su Marte.

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Da - http://ricostruirestatoepartiti.altervista.org/migranti-il-divario-tra-percezione-e-realta-di-vittorio-pelligra/
15  Forum Pubblico / LA POLITICA "ALTRA" non solo Post Comunisti. / COMUNISTI rivoluzionari, nonostante la storia ... il: Agosto 10, 2018, 05:33:08
Cgil Modena – Una ‘presa di distanza’ dalle lotte?

Il senso del comunicato della segreteria confederale della Cgil di Modena e del segretario generale provinciale della Fiom-Cgil, Pizzolla, sull’avviso di garanzia ricevuto dal nostro compagno Paolo Brini per l’occupazione dell’ex cinema Cavour è ben sintetizzato dal titolista de Il Resto del Carlino: “Cgil e Fiom ‘scaricano’ Paolo Brini” (Il Resto del Carlino, 7 agosto 2018). Non sapremmo dire meglio.

“Il resto del Carlino”, edizione Modena, 7 agosto

Quel comunicato, appesantito da allusioni e sottintesi, sembra rivolgersi, dalla prima all’ultima riga, alla Questura, alla Prefettura, alla magistratura ed all’opinione pubblica benpensante per rassicurare tutti sulla moderazione e sul cosiddetto senso di responsabilità dei vertici sindacali, solerti e volenterosi nel denunciare politicamente i propri ‘estremisti’ ed i propri dirigenti ‘fuori controllo’.

Chissà se questo basterà ad ottenere un incontro in Questura assieme a Cisl e Uil. Senz'altro, però, prese di posizione di questa natura non fanno che aggravare il problema della repressione e del restringimento degli spazi democratici nella provincia modenese. Rafforzate da questa presa di distanza, la Questura di Modena e la Procura si sentiranno più sicure nel mantenere l’attuale orientamento fatto di denunce per chi occupa edifici vuoti al fine di costruire spazi sociali, libertà d’azione per le forze neofasciste, condanne a grappolo per gli antifascisti – come i 26 condannati per il contro-presidio di Carpi dell’agosto 2017 -, ma anche atti sempre più frequenti di intimidazione e repressione contro i picchetti operai.

Senza dimenticare l’impostura giudiziaria montata contro Aldo Milani del Si-Cobas e la mancata autorizzazione al corteo convocato il 4 febbraio 2018 dal medesimo sindacato. Poi, per carità, sappiamo che a sinistra e nei vertici sindacali ci sono persone molto sensibili che considerano maleducazione utilizzare espressioni come “ferocia repressiva” e “ossequiosità [della magistratura] nei confronti del grande capitale”. Ci dispiace ferire animi così sensibili ma noi preferiamo chiamare le cose col loro nome, senza impaludarci in discorsi sulle ‘criticità’.

Peraltro, il comunicato congiunto Cgil-segretario Fiom non ha espresso una sola parola in solidarietà con Paolo e nessuna valutazione sul merito della sua vicenda giudiziaria.

Ancor peggio, riteniamo una calunnia l’attacco portato a Paolo quando lo si accusa falsamente di pretendere un trattamento giudiziario privilegiato in qualità di dirigente della Fiom-Cgil. Paolo non ha chiesto privilegi per sé, e questo lo sa anche l’estensore della nota congiunta Cgil-segretario Fiom, ma ha semplicemente osservato che il livello della repressione a Modena sta aumentando e dunque sbaglia chi pensa che questa sia una questione riguardante soltanto i “soliti noti” (centri sociali e sindacati di base) e che la Cgil debba e/o possa voltarsi dall'altra parte.


“Il Resto del Carlino”, edizione Modena, 8 agosto

L’estensore del comunicato, bontà sua, scrive che nella Cgil c’è posto “persino” per chi, come Paolo e come noi, milita nell’organizzazione comunista SinistraClasseRivoluzione – a proposito, ringraziamo del complimento ma non abbiamo ancora le dimensioni di un “Partito Trotskista” con ben due maiuscole. Subito dopo averci gentilmente concesso un ‘permesso di soggiorno’ nel sindacato, però, ci si accusa velenosamente di “giocare con le nostre regole” e “aderire solo formalmente alla Cgil per avere la copertura di un incarico o per utilizzare a piacimento le nostre sigle”. Sono accuse di parassitismo tanto generiche quanto false. Sono accuse, peraltro, che offendono in primo luogo i tanti nostri militanti che, soprattutto nel settore metalmeccanico, da più di 20 anni costruiscono sul loro posto di lavoro lotte per la difesa dei lavoratori e sezioni sindacali di classe e democratiche. E che, talvolta, hanno pagato e pagano la loro militanza sindacale cristallina con licenziamenti politici o mancati rinnovi del contratto di lavoro per pura rappresaglia padronale.

In ogni caso, mai tanta asprezza polemica è stata riservata dal gruppo dirigente della Cgil a segretari e dirigenti di peso del sindacato passati armi e bagagli col PD (Epifani e Damiano, per dirne due) o con LeU e che portano la responsabilità di voti parlamentari scellerati come quelli a favore della legge Fornero sulle pensioni, del Jobs Act e della distruzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Come mai? Lasciamo a chi legge l’ardua sentenza. Quanto a noi, saremo sempre al nostro posto.

Da - https://www.rivoluzione.red/cgil-modena-una-presa-di-distanza-dalle-lotte/
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Traduzione Italiana a cura di SMItalia
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