LA-U dell'ulivo

Forum Pubblico => I GIUSTI MAESTRI => Discussione aperta da: Admin - Giugno 13, 2007, 12:02:25 pm



Titolo: UMBERTO VERONESI.
Inserito da: Admin - Giugno 13, 2007, 12:02:25 pm
TUTTO SCIENZE
 
 
«LA PRIMA COSA DA FARE E’ AIUTARE LA RICERCA»

"Italia a rischio sottosviluppo"

UMBERTO VERONESI
 
Per comprendere con lucidità la situazione della ricerca italiana, bisogna prima liberare il campo dai luoghi comuni, che sono almeno due e sono molto ingombranti.

Il primo è che l’Italia è la Cenerentola della ricerca. Lo è, se consideriamo gli investimenti, ma non lo è, se consideriamo la produttività scientifica dei nostri ricercatori. L’eccellenza del lavoro dei ricercatori italiani è indiscutibile e qui veniamo al secondo luogo comune: la fuga dei cervelli.

Lo spettro delle intelligenze che abbandonano il nostro Paese ha instillato il dubbio e ha rafforzato il senso di sfiducia nella ricerca italiana.

Anche qui bisogna fare un distinguo. 

da lastampa.it
 


Titolo: Veronesi: «L'umanità sarà bisessuale»
Inserito da: Admin - Agosto 10, 2007, 05:25:12 pm
Qualche giorno fa la festa in onore del figlio Maddox a Santa Barbara

Angelina: «Niente più donne e sadomaso»

La Jolie a Public: «Non ho mai nascosto di essere bisex ma da quando sto con Brad, non c'è spazio per le altre»
 
 
LONDRA - Angelina Jolie ha chiuso in un cassetto il suo guardaroba sadomaso (comprese borchie, manette e coltelli) e soffocato la sua passione per il sesso femminile per amore del compagno Brad Pitt. È stata la stessa attrice a confidarlo al magazine francese Public e la notizia è poi rimbalzata sul londinese tabloid Sun. «Non ho mai nascosto la mia bisessualità – ha raccontato la Jolie – ma da quando sto con Brad, nella mia vita non c'è più spazio per le altre donne o per le pratiche sadomaso». Una rinuncia non da poco per una che ha avuto una relazione durata oltre dieci anni con la modella Jenny Shimizu e che ha sempre detto di prediligere il sesso estremo, come raccontava ai tempi del matrimonio con l’attore Billy Bob Thornton.

«FELICI INSIEME» - «Io e Brad siamo felici insieme – ha proseguito la Jolie – e lui non teme che io possa tradirlo con qualcuno o qualcuna. Mi lascia parlare con chi voglio e ha una fiducia cieca in me». La confessione alla rivista d’oltralpe è arrivata a poco più di una settimana dalle indiscrezioni, riportate anche da Corriere.it, che volevano la coppia d’oro di Hollywood a un passo dalla rottura definitiva a causa dei continui litigi fra Brad e Angelina. Stando alla rivista americana Life & Style, infatti, durante la recente vacanza in Francia, la splendida protagonista di «Tomb Raider» aveva addirittura tirato un bicchiere di vino rosso contro il fidanzato, dopo che questi le aveva dato «dell’immatura».

FESTA DI COMPLEANNO - Rientrati negli Stati Uniti, i due avrebbero ripreso la vita di sempre, con lei in giro a fare film (ora è a Chicago) e lui a Los Angeles, ma lo scorso fine settimana la famiglia si è riunita nella villa di Santa Barbara per festeggiare il sesto compleanno del piccolo Maddox. Insieme a Brad e Angelina c’erano anche i tre fratelli di Maddox, ovvero Zahara, Pax e Shiloh e, stando all’esclusiva di Life & Style, i due attori sono apparsi molto più sereni rispetto a poche settimane fa, tanto che la stessa rivista ha insinuato il dubbio che Angelina sia incinta del secondo figlio di Pitt, come confermerebbero le curve leggermente più arrotondate dell’attrice e, soprattutto, il suo accarezzarsi insistentemente la pancia per tutta la durata della festa.

Simona Marchetti
10 agosto 2007
 
da corriere.it


Titolo: ... gli outing dei bisessuali vip.
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2007, 03:16:08 pm
Personaggi e sessualità

Love story senza confini di genere Da Angelina Jolie a Gianna Nannini: gli outing dei bisessuali vip.

Che negli Usa fanno più «tendenza» rispetto al nostro Paese

 
MILANO — «No guardi, preferisco non parlarne», dice un po' seccato ma cortese il deputato radicale Daniele Capezzone. «Purtroppo mi sto imbarcando, sarà un volo lungo, molto lungo. Facciamo un'altra volta?», quasi si scusa il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti? «Mi spiace, impossibile rintracciarla in tempi brevi», risponde una sua collaboratrice. Niente da fare anche con la cantante Gianna Nannini. Saranno le vacanze, senza dubbio, ma anche l'argomento. In Italia, dichiararsi pubblicamente bisessuale non è semplice. Ancora più difficile, per chi ha avuto il coraggio di farlo una volta, tornare sul tema. Faccende private, com'è giusto che sia, ma approfondire la questione è sempre difficile.

L'outing di Daniele Capezzone è cosa abbastanza recente. Risale all'inverno di un anno fa quando, ad un settimanale, buttò lì la seguente frase: «Ho avuto rapporti di amicizia e oltre con ragazze e ragazzi». In seguito, il tema non è più stato toccato per volere dello stesso protagonista. Che forse stava scherzando. D'altra parte, come dice Alessandro Cecchi Paone, «la bisessualità è una fase di passaggio». Il ministro Pecoraro Scanio è entrato di diritto tra i bisessuali dichiarati dicendo e non dicendo. Fino a 27 anni era un «eterosessuale rigido ». Poi «un po' alla volta è arrivata la nuova acquisizione culturale». Che significa «rivendicare la libertà di amare uomini e donne» anche se, per la precisione, «io non mi sento gay». Più decisa Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti, che in vena di confidenze a mezzo stampa, una volta dichiarò : «Mi piace baciare, toccare e giocare con le donne ma non sono lesbica. Uomini e donne mi eccitano».

Gianna Nannini qualche anno fa regalò uno scoop al sito Internet gay.it: «Sono bisessuale. L'amore per una donna o un uomo è l'incontro tra libertà», disse la rockstar, per poi non parlarne più. Anche perché, dirlo in giro, può essere rischioso. Rocco Casalino, protagonista del primo Grande Fratello, denunciò di essere stato insultato e aggredito all'università Cattolica di Milano «in quanto bisessuale dichiarato». Molto meglio, e di tendenza, dichiararsi bi negli Stati Uniti. Non c'è che l'imbarazzo della scelta, soprattutto tra le donne. Agelina Jolie, nonostante le frequentazioni maschili, non ha mai nascosto una lunga relazione con la modella Jenny Shimizu, anche se ora dice di aver chiuso: «Nella mia vita non c'è più posto per altre donne». E se la popstar Christina Aguilera ha confessato che «mi piace guardare una donna nuda, ho una sessualità aperta », un'altra diva della canzone, la canadese Nelly Furtado ha ammesso di considerare il genere femminile «bello e sexy». Che sia tutto vero, è un altro discorso. Sharon Stone, per esempio, non ha escluso, in futuro, una relazione con una donna perché «la mezza età è un periodo di apertura mentale». Dichiarazione, fatta al momento di lanciare Basic Instinct 2 dove ha interpretato il ruolo del killer, guarda un po', bisessuale.

Roberto Rizzo
19 agosto 2007
 
da corriere.it


Titolo: Veronesi: «L'umanità sarà bisessuale»
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2007, 03:25:01 pm
La sessuologa: «Una rivoluzione, tra due o tre generazioni»

Veronesi: «L'umanità sarà bisessuale»

L'oncologo: «Si farà l'amore per affetto e non per riprodursi. È il prezzo positivo pagato dall'evoluzione naturale della specie»

 
MILANO — Il futuro? È bisessuale. Parola di Umberto Veronesi. Intervistato ieri dal Riformista, l'oncologo ex ministro della Salute immerso nella quiete estiva di Capalbio ha scosso l'atmosfera con una tesi che fa già discutere. La specie umana — dice Veronesi — si va evolvendo verso un «modello unico», le differenze tra uomo e donna si attenuano (l'uomo, non dovendo più lottare come una volta per la sopravvivenza, produce meno ormoni androgeni, la donna, anche lei messa di fronte a nuovi ruoli, meno estrogeni) e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l'unica via per procreare, finirà col privare del tutto l'atto sessuale del suo fine riproduttivo. Il sesso resterà — avverte l'oncologo — ma solo come gesto d'affetto, dunque non sarà più così importante se sceglieremo di praticarlo con un partner del nostro stesso sesso.

Insomma, saremo tutti bisessuali? Raggiunto dal Corriere, il professore conferma la previsione: «È il prezzo che si paga — spiega — all'evoluzione naturale della specie. Ed è un prezzo positivo ». Davvero? «Sì, perché nasce dalla ricerca della parità dei sessi: negli ultimi vent'anni le donne hanno assunto ruoli sempre più attivi nella società e questo porta con sé un'attenuazione delle differenze sessuali». Avremo uomini meno virili (il processo è già in atto: dal dopoguerra in poi la «vitalità» degli spermatozoi è mediamente calata del 50%) e donne più mascoline. Parità uguale appiattimento? «Al contrario — spiega Chiara Simonelli, sessuologa, docente all'Università La Sapienza di Roma — ciò che prospetta Veronesi è una maggiore libertà, dagli stereotipi e dai pregiudizi. Il fenomeno è appena agli inizi: perché prenda consistenza dovremo aspettare almeno due o tre generazioni».

Una rivoluzione, dunque. Ma biologica o culturale? «Entrambe: i cambiamenti della mentalità e le evoluzioni genetiche sono fenomeni correlati, e si influenzano reciprocamente. Ma si tratta di processi molto lenti». Veronesi ha la vista lunga: la società bisex è ancora lontana. Ma per trovare una civiltà capace di mettere a regime l'amore per entrambi i sessi non serve guardare avanti: nella Grecia classica, radice dell'Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi. Corsi e ricorsi della storia? «La bisessualità antica — avverte Eva Cantarella, che all'argomento ha dedicato un libro edito da Rizzoli — era molto diversa da quella che intendiamo oggi. Non era la possibilità di scegliere con chi e come avere rapporti sessuali, ma un fenomeno soggetto a regole precise. Era concessa solo agli uomini: un uomo adulto poteva avere rapporti con uno più giovane ma solo mantenendo un ruolo attivo. Raggiunta la maggiore età, gli adolescenti abbandonavano il ruolo passivo». E le donne? «Mogli e madri. L'amore coniugale, che conviveva con quello per altri uomini, era cosa diversa: in greco aveva anche un altro nome, filia, di contro all'eros passionale».

Un amore finalizzato alla procreazione: «A quella dei corpi: quello per i fanciulli, scrive Platone, era più nobile perché volto alla procreazione delle anime». E qui torniamo a Veronesi e al sesso come gesto d'affetto e non mezzo per far progredire la specie. Un valore positivo che non mette tutti d'accordo: «La scissione della riproduzione dalla sessualità e dal nucleo familiare — dice Fiorenzo Facchini, antropologo dell'ateneo di Bologna — non può essere vista come un vantaggio per la specie umana. La riproduzione per l'uomo non è solo incontro tra gameti, implica rapporti tra due persone. È la naturale condizione umana a richiederlo. In un momento in cui la natura viene giustamente rimessa al centro dell'attenzione appare strana e del tutto stonata una prospettiva biotecnologica che ne usurpa le funzioni». Dunque nessun «prezzo da pagare» all'evoluzione naturale della specie? «Riguardo alla previsione di livellamento degli interessi dei due sessi e di attenuazione della sessualità nel suo significato antropologico — conclude Facchini — ritengo che l'orientamento sessuale sia definito sul piano biologico della specie e non possa essere messo da parte».

Giulia Ziino
19 agosto 2007
 
da corriere.it


Titolo: VERONESI "Così la Chiesa perde credibilità"
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2008, 05:17:50 pm
4/2/2008 (7:34) - INTERVISTA A UMBERTO VERONESI

"Così la Chiesa perde credibilità"
 
«La legge 194 è stata una conquista importante per la salute delle donne»

CHIARA BERIA DI ARGENTINE
MILANO


«Mi sembra si voglia fare un gran polverone. Che cosa c’entrano le nascite premature con l’aborto?».

Nella domenica in cui Papa Benedetto XVI celebra «La giornata per la Vita» invitando a tutelare anche quella più fragile, il professor Umberto Veronesi, convinto difensore della legge 194 sull’interruzione di gravidanza («è stata una delle conquiste più importanti per la salute e la libertà della donna negli ultimi 30 anni», ha sempre sostenuto) si dichiara alquanto sconcertato dal clamore suscitato dal documento dei direttori delle cliniche di ostetricia e ginecologia delle facoltà di Medicina delle università romane. «Per quello che ho letto sui giornali è una sciocchezza», è la prima reazione di Veronesi, l’ex ministro della Sanità che come medico tra le tante battaglie vinte può vantare anche quella di aver fatto nascere centinaia di figli e reso felici le sue pazienti malate di tumore.

In che senso, professor Veronesi, sarebbe una sciocchezza?
«Non c’è il tema. Con mia moglie Susy che è pediatra ne abbiamo appena parlato: non c’è niente di nuovo, non capisco di cosa si voglia discutere. Si sostiene che quando un bambino nasce prematuro bisogna rianimarlo: ma lo sappiamo benissimo! E’ ovvio che un medico debba soccorrere un neonato prematuro. Se sta morendo lo aiuterà a morire, se ce la fa a sopravvivere lo deve aiutare a vivere. Mi sembra implicito. Piuttosto quello che mi sconcerta è l’accostamento che si fa con l’aborto. L’aborto è altra cosa. Aborto significa un’interruzione di gravidanza in cui la madre decide che non vuole far crescere il feto. Nell’aborto il bambino nasce morto. Vogliono rianimare un aborto?»

La sua posizione sulla 194 è comunque diversa da chi pensa che la vita inizi dal concepimento. Per fare ancora più chiarezza, tra tante strumentalizzazioni, le leggo una frase del documento: «Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio e assistito adeguatamente». Condivide?
«Ma, certo: un neonato va trattato per farlo vivere; perché dovrebbe essere candidato a essere ucciso? E’ come scoprire l’acqua calda, nella legge è già così; quindi, come ha dichiarato la senatrice Paola Binetti basta applicare la legge. Io sono a favore del neonato e, del resto, chi si sognerebbe di non esserlo? Ripeto: se da una nascita normale, pur se prematura, il neonato nasce vivo vuol dire che merita di essere rianimato. Se poi il neonato è a rischio è chiaro che bisogna stare attenti. E’ il medico che deve decidere cosa fare se il neonato è malformato, se gli manca mezzo cervello...E’ una decisione da prendere secondo coscienza».

Questa decisione spetta ai medici a prescindere dai genitori?
«Sì. I genitori non contano o almeno non devono contare. Li si deve ascoltare ma non hanno rilevanza. Quando un bambino è nato, non è più tuo. E’ il discorso che vediamo con i Testimoni di Geova: hanno le loro convinzioni rispettabilissime. Ma un neonato è un altro essere vivente, un altro cittadino che ha diritto di essere tutelato e difeso».

Cosa pensa di questa nuova stagione di polemiche degli anti abortisti?
«E’ un’offensiva senza speranza».

E della campagna per una moratoria dell’aborto?
«Non so proprio cosa voglia dire», risponde Veronesi. Pausa. Poi: «Sono tutti tentativi in extremis di una Chiesa che sta valutando e verificando la sua perdita di credibilità. E si attacca, purtroppo, sempre di più a posizioni indifendibili».

da lastampa.it


Titolo: Umberto VERONESI.
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2008, 06:27:53 pm
Ecco le pillole anticancro

di Umberto Veronesi


Farmaci capaci di impedire che la malattia si formi o si sviluppi. È il nuovo fronte caldo della guerra ai tumori. Il celebre oncologo spiega come prevenire il grande male con una medicina  Arrivare prima della malattia. Trattando il corpo come un microambiente che si può condizionare a non accogliere il tumore. Ci si può riuscire con gli stili di vita, con il cibo sano. Ma anche con la farmacoprevenzione, usando cioè dei principi attivi che sono capaci d'interferire con la cancerogenesi. Fu il chirurgo inglese Stephen Paget, alla fine dell'Ottocento, a formulare la teoria del 'seme e suolo', in cui il cancro viene visto come una pianta infestante che germoglia se trova il terreno favorevole. Ma se invece il terreno viene trattato, il cancro non attecchisce. Una teoria affascinante, che però ha dovuto aspettare l'evoluzione della ricerca scientifica per cominciare a diventare plausibile.
Ci siamo ormai abituati all'idea che si possono prevenire infarto, ictus e aterosclerosi con i farmaci che abbassano il colesterolo e controllano l'ipertensione: milioni di persone in tutto il mondo riescono a vivere più a lungo e in buona salute proprio grazie a questi farmaci squisitamente preventivi: chi è a rischio di essere colpito da accidenti cardiovascolari può essere trattato con successo per lunghi anni.

Si punta adesso a ottenere gli stessi risultati per quanto riguarda i tumori. Come? Grazie agli sviluppi della medicina predittiva, siamo ormai in grado di identificare le persone a rischio di sviluppare un tumore, e tra le ricadute della mappatura del genoma ci sono alcuni test genetici utilissimi nella definizione del rischio. È il caso dei tumori della mammella per la mutazione dei geni Brca 1 e 2, è il caso dei tumori del colon per poliposi familiare. Ma gli indicatori di rischio oncologico allo studio sono molti. E la ricerca potrà presto indicare altri test capaci di dirci quanto un paziente è a rischio. Ai test coniughiamo la storia famigliare, la storia clinica (le cattive abitudini come il fumo e l'alimentazione) e tracciamo profili di rischio, che diventano sempre più accurati.

Così, per le donne a rischio, ad esempio, si apre la vera prevenzione: la risonanza magnetica una volta all'anno, e tra poco la prospettiva di un farmaco anti-cancro derivato dalla vitamina A, da prendere tutti i giorni come un semplice integratore. Ci sono poi gli importanti esempi di principi attivi preventivi come il tamoxifene e altri anti-estrogeni per la prevenzione del tumore del seno. All'Istituto Europeo di Oncologia di Milano, con Andrea Decensi abbiamo sperimentato con successo l'uso di un derivato dell'acido retinoico (la fenretinide) per la prevenzione del tumore mammario delle donne giovani.

Umberto VeronesiUn grande vantaggio è il fatto che i farmaci preventivi sono caratterizzati da una tossicità molto bassa, e da scarsi effetti collaterali. Ne è un esempio la notizia, convalidata l'anno scorso da uno studio apparso sull' autorevole rivista scientifica 'Lancet', che una semplice aspirina al giorno per periodi prolungati può diminuire l'incidenza di tumori al colon. Inoltre sono farmaci che costano poco (l'acido retinoico costa un euro) e potrebbero salvare la vita di milioni di persone.

Un caso curioso è quello del Finasteride, un principio attivo che inibisce l'enzima testosterone, e che è stato proposto per la prima volta una quindicina di anni fa per curare l'ipertrofia prostatica, cioè l'ingrossamento benigno della prostata, disturbo che colpisce un uomo su quattro dopo i cinquant'anni d'età, e che rende difficoltoso orinare. Il caso di questo farmaco è singolare, perché trattando gli uomini con ipertrofia prostatica, si è visto che il farmaco fermava anche la perdita dei capelli. In seguito si è scoperto che il Finasteride ha un importante effetto preventivo contro il tumore della prostata. Cinque anni fa, un ponderoso studio statunitense, finanziato in gran parte dal National Cancer Institute, ha provato il farmaco su 18 mila uomini dai 55 anni in su, in buona salute. Per sette anni metà di essi è stato trattato con il farmaco, l'altra metà con un placebo, cioè con una sostanza inerte sotto il profilo farmacologico. Tra coloro i quali avevano preso il farmaco, hanno constatato i ricercatori, la frequenza del tumore della prostata si è ridotta del 24 per cento. Un ottimo risultato, su cui però grava un'ombra che impone nuovi studi: chi, comunque, è stato colpito dal tumore, l'ha sviluppato in forma più aggressiva. Ora per il tumore prostatico si profila un nuovo agente protettore: la bicatulamide.

Altre ricerche di farmacoprevenzione appaiono promettenti. Una delle più interessanti è quella sull'attività antitumorale delle statine, già in uso per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Se sarà provata la loro efficacia contro i tumori, avremo una classe di farmaci utili su due fronti.

Da ricordare anche il progetto sull'uso inalatorio della budesonide, nei forti fumatori, quelli che presentano noduletti periferici che potrebbero essere precursori dell'adenocarcinoma, il più frequente istotipo di tumore del polmone. Se con l'inalazione i noduletti si ridurranno, l'azione preventiva della sostanza sarà provata.

Bisogna credere nella farmacoprevenzione, e impegnarvi cervelli e mezzi finanziari. Nella battaglia contro il cancro mi sembra talmente strategica da richiedere una grande attenzione da parte della comunità scientifica internazionale, accompagnata dalla decisione dei governi di investire in questa grande scommessa. Il cancro è un problema di salute pubblica, e le enormi potenzialità della farmacoprevenzione devono trovare risposta nelle decisioni politiche. Bisogna anche che gli enti pubblici e privati di ricerca creino dipartimenti dedicati alla farmacoprevenzione, come è stato fatto negli Stati Uniti negli ultimi anni.

Un'idea importante sarebbe creare un network europeo per la prevenzione dei tumori. Il movimento Europa contro il Cancro, di cui mi onoro di essere stato il promotore, ha creato negli anni '80-90 le basi perché oggi si possa cogliere questa nuova speranza di vita e di salute.

(21 agosto 2008)


da espresso.repubblica.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. I padroni della vita
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2008, 06:58:50 pm
CRONACA Il commento

I padroni della vita


di UMBERTO VERONESI


L'ULTIMO NO a Eluana Englaro dalla Regione Lombardia contraddice la sentenza della magistratura, e l'editoriale dell'Osservatore Romano che avanza dubbi sulla morte cerebrale, riaprono il drammatico confronto su chi decide del nostro ultimo respiro.

La gente ha paura della propria morte, ma allo stesso tempo la vuole, o meglio vuole sapere che quando il momento verrà, se ne andrà in pace. Io sono d'accordo con il filosofo Hans Jonas, che, riflettendo sul problema della morte cerebrale, scrive: "Non è necessaria una ridefinizione della morte, ma forse soltanto una revisione del presunto dovere del medico di prolungare la vita ad ogni costo". Di fronte a un paziente che ha lesioni così gravi da non avere alcuna prospettiva di recupero, la domanda non è "il paziente è morto?" ma: "Che fare di lui?".

A questa domanda non si può certo rispondere con una definizione di morte ma con una definizione dell'uomo e di cos'è una vita "umana". In altre parole, il problema della nostra morte si è spostato dalla scienza (che ha il ruolo di definire i criteri per determinare la morte in base alle sue conoscenze) alla bioetica (che ha il compito di stabilire un equilibrio fra applicazione delle conoscenze della scienza e vita dell'uomo). La scienza continua a spostare i limiti della morte, ma al di là di questi confini non c'è la nostra esistenza naturale, in cui noi amiamo, ci emozioniamo, pensiamo, soffriamo; quella che noi medici difendiamo con tutte le nostre energie, la nostra intelligenza e il nostro amore.

C'è un limbo opaco e inquietante a metà fra la non-morte e la non-vita. Va ricordato che la bioetica è nata nel 1970 con Von Potter che, nel suo "Bioethics: a bridge to the future", sostiene che l'etica deve ispirarsi alla biologia dell'uomo e si dichiara preoccupato dello sviluppo di tecnologie che alterano gli equilibri dell'esistenza umana. Una tempesta si è abbattuta su questi equilibri con l'introduzione della vita artificiale, cioè quando a metà del secolo scorso sono state introdotte nei reparti di rianimazione delle macchine in grado di mantenere l'ossigenazione del sangue e il battito del cuore, anche se le funzioni cerebrali sono cessate.

Nasce così l'incubo della vita artificiale, come esito non voluto dei progressi della tecnologia. Per millenni l'uomo ha avuto paura di morire per le guerre, le malattie, le carestie, invece negli ultimi decenni ha iniziato a sviluppare una nuova paura che è ancora agli esordi del suo manifestarsi: la paura di vivere oltre il limite naturale della biologia. Molti si stanno rendendo conto della progressiva invasione della tecnologia nella vita umana fino a spostarne i confini all'infinito. Ha ragione l'Osservatore Romano: i principi del rapporto di Harvard che ha introdotto i criteri neurologici nella definizione di morte (da allora basata non solo sull'arresto cardiocircolatorio, ma anche sull'encefalogramma piatto), se non superati, sono in evoluzione. Troveremo altri criteri più sofisticati forse, e tecnologie ancora più potenti, ma dovremo allora rinunciare alla morte? È una prospettiva agghiacciante, che si associa all'immagine di un esercito crescente di corpi vegetanti chiusi nelle loro prigioni.

Come fare allora a ritrovare la nostra morte? Ritorniamo a Hans Jonas e riflettiamo sul concetto di vita. La svolta alla definizione di vita è venuta a fine '900, quando è stata identificata la vita biologica con il pensiero: se l'elettroencefalogramma è piatto, non c'è attività cerebrale e dunque non c'è vita. In Italia l'introduzione dei criteri neurologici per accertare la morte (sulla base dei parametri di Harvard) avvenne nel 1969 e nel 1970, con due decreti che poi vennero incorporati in una legge relativa al prelievo e al trapianto d'organo nel 1975.

Se i parametri di Harvard fossero superati e se effettivamente, dal punto di vista fisiopatologico, la morte cerebrale non provocasse la disintegrazione del corpo, ciò che non viene né superato né messo in discussione è l'irreversibilità dello stato che la morte cerebrale provoca. Per fare un esempio concreto pensiamo a Terry Schiavo, il caso americano che ha infiammato le cronache internazionali perché, dopo grandi polemiche, la sua vita artificiale fu interrotta. Ebbene, all'autopsia il cervello di Terry è risultato completamente devastato per cui è dimostrato che la ragazza non vedeva, non sentiva, non provava né fame né sete, né null'altro. La ricerca scientifica ci offre dei parametri certi, come appunto la morte cerebrale, oltre i quali la vita irreversibilmente non sarà mai più quella che noi conosciamo e chiamiamo vita. Dovrebbe spettare ad ognuno di noi decidere che fare.

(4 settembre 2008)

da repubblica.it


Titolo: Veronesi: testamento biologico per dare dignità alla morte
Inserito da: Admin - Settembre 05, 2008, 03:42:09 pm
Veronesi: testamento biologico per dare dignità alla morte

Luca Landò


Il Pd che si divide sul testamento biologico, il Vaticano che prende le distanze dall’Osservatore Romano sulla morte cerebrale, la Regione Lombardia che contesta la decisione dei giudici sul caso Englaro: benvenuti nel caos. O forse benvenuti in Italia. Perché negli stessi giorni in cui la Spagna, in Andalusia, si prepara a varare una legge per "il diritto a una morte dignitosa" (come fanno da tempo Francia, Inghilterra, Danimarca, Germania, Stati Uniti, Canada) da noi si litiga senza decidere nulla. Davvero in Italia è così difficile affrontare i temi che riguardano la vita e la morte? Davvero è così complesso discutere di leggi che, più di altre, toccano la coscienza di ogni singolo cittadino?

Umberto Veronesi, ex ministro della Sanità, oncologo e oggi senatore del Pd, non ha dubbi: "E’ quello che accade quando si mischiano i ruoli, quando si confonde il campo della bioetica con quello della scienza. Quando chi parla non sa e chi sa non può parlare. E questo avviene perché non esiste una legge che dica, chiaramente, quali sono le regole".

Il caso dell’Osservatore Romano è esemplare: con un articolo pubblicato martedì scorso la storica Lucetta Scaraffia, vicepresidente dell’associazione Scienza e Vita e componente del Comitato Nazionale di Bioetica, sostiene che la dichiarazione di morte cerebrale non è più sufficiente per affermare che la vita è finita. Un’affermazione impegnativa, in aperto contrasto con i criteri alla base della medicina dei trapianti.

«Il punto è che la bioetica dovrebbe disinteressarsi delle minuziose definizioni degli eventi che la scienza porta con sé. Definire quale sia il vero momento della morte è molto difficile. Un tempo si diceva che un cuore che batte era segno di vita. Da quarant’anni sappiamo che non è così. Se prendo un cuore umano e lo metto in coltura, cioè in condizioni adeguate, continua a battere anche al di fuori del paziente. Lo stesso per un rene: se lo collego a una macchina continua a filtrare sostanze tossiche e a produrre urina. Agli organi non interessa da dove arriva il sangue, se dalle vene del paziente o da una pompa artificiale: basta che continuino a ricevere ossigeno, acqua, sali minerali. Da un punto di vista biologico questi organi sono vivi, ma questo significa che la persona che li ha donati è ancora viva? Direi proprio di no. La morte della persona coincide con la morte di un organo preciso, il cervello. Quando non c’è più attività cerebrale, non c’è più nulla di quello che caratterizza la nostra vita umana: non c’è più pensiero, né memoria, né emozioni. Questo non l’ho stabilito io, ma il famoso Protocollo di Harvard».

Una delle obiezioni a questa impostazione è che esistono casi di risveglio da situazioni di coma.

«Anche qui regna la confusione. Il punto chiave è il concetto di irreversibilità. E questo spetta alla neurologia non alla bioetica. Sono i neurologi che devono dire se una persona in coma si trova in una situazione transitoria, dalla quale potrà riprendersi, oppure se ha imboccato una strada senza uscita. Esistono definizioni standard condivise da tutti i medici: un paziente può riprenderdsi bene da un coma se si risveglia nel giro di 15 giorni, il risveglio diventa invece raro quando passano da un mese ad un anno e quasi impossibile oltre un anno. Nel secondo caso si parla di stato vegetativo persistente, nel terzo di vegetativo permanente. Sono i neurologi, che in base alle loro conoscenze devono riconoscere le differenze tra il secondo e il terzo caso, capire cioè se siamo in una situazione permanente e irreversibile».

Come il caso Englaro?

«Certamente. Perché se è quasi impossibile il risveglio dopo uno o due anni, figuriamoci dopo 16 come la povera Eluana. Una vicenda drammatica che ha mostrato l’importanza di una legge che non c’è: un vuoto che tutti vedono e tutti denunciano ma che va colmato nel modo giusto. A fine luglio, prima che chiudessero le Camere, ho presentato un progetto di legge sul testamento biologico molto semplice ma molto chiaro in cui si permette a una persona, come diceva Luca Goldoni, di "decidere, quando c’è ancora la luce, di andare via quando la luce non ci sarà più". La mia proposta, che si aggiunge a quella già presentata da Ignazio Marino, va proprio in quel senso. E funziona così: una persona consegna un testamento a una persona di fiducia, un familiare o un amico intimo. Il quale è il tutore della volontà di quella persona: se a questa accade qualcosa, è il fiduciario che va dal medico a difendere, con la forza del documento firmato, le volontà del paziente che si trova in uno stato vegetativo permanente. Questa volontà riguarda anche l’interruzione dell’alimentazione e l’idratazione artificiale e prevede anche l’obiezione di coscienza da parte dei medici. I quali, tuttavia, sono tenuti a trasferire il caso a un collega».

Con questo testamento il caso Englaro non sarebbe nato.

«Sì, perché la mia proposta precisa che, se il paziente non vuole essere tenuto in stato di vegetazione permanente bisogna interrompere ogni intervento esterno, non solo le terapie, ma anche l’alimentazione e l’idratazione».

Proprio quello che la Regione Lombardia ha detto di non voler fare.

«E quello che avviene quando non c’è una legge: ciascuno fa come vuole. Con il paradosso che se i genitori di Eluana andassero in Germania o in Svizzera il problema non si porrebbe».

Emigrare per morire...

«È assurdo. Eppure dico che piuttosto che avere una cattiva legge, che impedisce di affrontare e risolvere i problemi, è meglio continuare come adesso. Piuttosto che avere una legge che ingabbia e imbriglia, come la legge 40 per la fecondazione assistita, è meglio lasciare le cose come stanno».

Una delle critiche mosse dal mondo cattolico è che il testamento biologico potrebbe aprire le porte all’eutanasia.

«Sono due argomenti totalmente differenti. Il testamento biologico riguarda una persona che non è in più grado di esprimere le sue volontà. L’eutanasia è l’opposto: riguarda il malato terminale che, in condizioni irreversibili di guarigione e destinato a morire in breve tempo, chiede di essere sollevato dalla sofferenza. È quello che avviene in Olanda dove è stata definita una legge che autorizza, in casi precisi di malattia terminale, di ricorrere all’eutanasia. Ogni anno in Olanda ci sono 10.000 malati terminali che chiedono di poter interrompere la propria vita. Di queste richieste ne vengono accolte 2-3000 l’anno: le altre vengono rifiutate perché non esistono le condizioni (il paziente non era terminale o la sua volontà era influenzata da uno stato depressivo) o perché nel frattempo il paziente è deceduto. Questo è quello che avviene in Olanda, dove il tema dell’eutanasia è stato accettato dall’opinione pubblica».

Una volta lei disse che negli ospedali italiani l’eutanasia si fa ma non si dice.

«Non lo dico io, lo dicono gli esperti di terapie palliative, sostenendo che c’è un tacito accordo per affrontare i casi più disperati di sofferenza. E di solito la soluzione è quella del "Paziente inglese", come in quel film dove un malato gravissimo, non potendo nemmeno più parlare, fa un cenno all’infermiera di aumentare la dose di morfina. E’ quello che si chiama il "doppio effetto", cioè l’uso di farmaci analgesici a dosi sempre maggiori: il primo effetto è togliere il dolore, il secondo quello di accelerare la fine».

In questo modo però il peso della scelta è tutto sulle spalle del medico. Non sarebbe meglio una legge come in Olanda?

«Non lo so e a dirla tutta non mi interessa. Un po’ perché l’Italia non è preparata a un passo del genere. E un po’ perché mi trovo d’accordo con Montanelli che si diceva a favore dell’eutanasia ma non ne voleva parlare perché "questa burocrazia della morte mi dà un po’ fastidio". Diciamo che non sono favorevole all’eutanasia, ma sono favorevole a discuterne. La morte è un evento altrettanto importante e necessario della nascita. Anzi, è un dovere. L’organismo nasce e deve morire per far spazio alle nuove generazioni. Dobbiamo affrontarla con serenità, la morte. Io dico sempre che vorrei godermi la mia morte perché è un atto di cui sono consapevole e che accetto: ho tanti figli, ho tanti nipoti e capisco che devo mettermi da parte e lasciare spazio agli altri. Questa è la consapevolezza che permette di discuterne liberamente. Se invece la morte viene vista come la massima punizione, come "il peggiore di tutti i mali", allora si finisce per rimuovere il problema senza mai affrontarlo. Ma si commette un errore: perché in questo modo si perde un aspetto importante della propria esistenza. E si rischia, come diceva Evtuschenco, di "morire prima di morire"».

Pubblicato il: 05.09.08
Modificato il: 05.09.08 alle ore 8.28   
© l'Unità.


Titolo: UMBERTO VERONESI.
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2008, 10:53:00 am
20/9/2008
 
“La mia legge sul testamento biologico”
 
UMBERTO VERONESI

 
La nostra visione della salute e della malattia è stata trasformata da cinque profonde rivoluzioni che hanno cambiato il peso che la biologia e la medicina hanno sui comportamenti individuali e collettivi, e che né il pensiero filosofico, né giuridico, né politico hanno ancora saputo affrontare con l’incisività necessaria. La prima rivoluzione è la decodifica del Dna, che ha condotto la nostra conoscenza fino alla struttura più intima della vita, offrendoci la possibilità di intervenire nei suoi meccanismi; la seconda è la diagnostica per immagini, che ci permette di esplorare virtualmente il nostro corpo, identificando cambiamenti microscopici in ogni sua più remota area; la terza è la trapiantologia, che ha spinto sempre più in là i limiti della nostra capacità di riparare tessuti e aree danneggiate o malate; la quarta è la scoperta delle cellule staminali che, grazie alla loro proprietà di trasformarsi in tessuti e organi diversi, rappresentano la più grande promessa per combattere le malattie cronico-degenerative.

Da queste quattro è nata una quinta rivoluzione, quella etica, che ha visto l’affermarsi progressivo di nuovi diritti del paziente. E ha visto il passaggio da un modello paternalistico a un modello condiviso nel rapporto con il suo medico. In realtà più che di etica si dovrebbe parlare di bioetica, ricordando che il termine è nato nel 1970 con Von Potter che, nel suo Bioethics: a bridge to the future, sostiene che l’etica deve ispirarsi alla biologia dell’uomo e si dichiara preoccupato dello sviluppo di tecnologie che alterano gli equilibri dell'esistenza umana. I nuovi problemi etici nascono proprio dalle possibilità d’intervento di una medicina moderna che ha esteso «tecnicamente» il suo spettro d’azione non solo durante la vita (quella che noi definiamo «naturale», in cui siamo coscienti, pensiamo e proviamo emozioni) ma sia prima, vale a dire nel processo d’impianto e sviluppo dell’uovo fecondato, che dopo, nella nuova condizione di «vita artificiale». I dilemmi - tanti, complessi e di natura diversa - si possono ricondurre a una grande domanda: di fronte alle nuove possibilità di espandere i confini della medicina chi decide dove porre il limite e a quali condizioni? La tecnologia stessa? Le istituzioni? I medici? Io penso che nessuno debba decidere per noi e che ognuno abbia il diritto di autodeterminarsi e di esprimere, in base alle proprie convinzioni (e la propria fede, se c’è) cosa vuole fare della propria esistenza, quando essa è minacciata dalla perdita del bene più prezioso: la salute. Non è un posizione facile, perché per decidere bisogna conoscere i termini della scelta, essere informati, consapevoli e maturi. Ma è un passo inevitabile di fronte alle rivoluzioni scientifiche e intellettuali di cui abbiamo parlato, che il nostro Paese ha fatto (come il resto del mondo civilizzato) con l’introduzione del Consenso Informato alle cure, che ha consacrato anche a livello normativo il diritto del paziente ad accettare o rifiutare i trattamenti che gli vengono proposti. Ora io penso che dobbiamo andare più in là e spostare i confini del consenso informato, così come la medicina ha spostato quelli del suo intervento, fino a tenerci in vita oltre la nostra coscienza, cioè in caso di morte cerebrale. Per questo ho appena presentato in Senato un mio disegno di legge sul Testamento Biologico, per dare la possibilità di esprimere, in condizioni di lucidità mentale, le direttive anticipate che i medici devono rispettare nel caso un danno cerebrale grave impedisca la consapevole espressione dell’assenso o il dissenso alle cure. La mia legge riguarda il diritto di ogni cittadino di rifiutare di terminare in modo innaturale la propria vita ed è chiaramente indicata l’espressione di volontà di essere o non essere sottoposto a trattamenti di sostegno, compresa l’alimentazione e idratazione artificiale.

Quest’ultimo è un elemento essenziale perché è proprio su questo punto che la volontà del cittadino potrebbe essere equivocata. Basta ricordare il caso di Terry Schiavo negli Stati Uniti, per cui la gente è scesa in piazza per «non farla morire di fame», ignorando il fatto certo che Terry, il cui cervello era devastato come ha dimostrato l’autopsia, non provava né fame né sete, né alcuna emozione o sentimento. La mia legge rispetta anche la volontà del medico. Un punto specifico riguarda infatti la possibilità riservata al medico che ha in carico il paziente di non seguire le indicazioni di volontà anticipate, se questo contrasta con le sue convinzioni etiche, affidando il suo paziente ad altri colleghi. Inoltre il «superamento» delle volontà è contemplato anche qualora in uno specifico caso si rendessero disponibili, grazie a nuovi progressi scientifici, inaspettate possibilità di terapie e recupero. Io penso sia un dovere morale del nostro Paese promulgare una legge sul Testamento Biologico come logica estensione del Consenso informato per evitare futuri casi laceranti come quello di Eluana Englaro ancora irrisolto dopo quasi vent’anni, e per dimostrare che può esistere un pensiero politico al passo con i tempi. Se l’autodeterminazione è un diritto riconosciuto, la legge deve tutelarlo in tutti i suoi aspetti. *pubblichiamo in anteprima l’intervento che il senatore e illustre scienziato pronuncerà oggi a Santena, dove gli sarà consegnato il Premio Camillo Cavour

da lastampa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. “Dopo il latte cinese, globalizziamo la sicurezza alimentare”
Inserito da: Admin - Settembre 24, 2008, 10:58:38 pm
24/9/2008 - A VENEZIA LA QUARTA CONFERENZA MONDIALE SUL FUTURO DELLA SCIENZA
 
Se sbagli il cibo, finirai divorato
 
Veronesi: “Dopo il latte cinese, globalizziamo la sicurezza alimentare”
 
 
UMBERTO VERONESI
 
IEO - MILANO


Food and water for life» potrebbe sembrare una tautologia. A che servono cibo e acqua, se non ad alimentare la vita? È provocatorio il titolo della Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza: la distribuzione ingiusta e l'utilizzo irrazionale delle risorse alimentari e idriche fa sì che da una parte del mondo le fonti della vita scarseggino, provocando fame e malnutrizione, mentre dall'altra siano troppo abbondanti, dando origine ad epidemie legate al troppo cibo.

La crisi alimentare mondiale si avverte così ovunque: dai Paesi più poveri, che soffrono la fame e la sete e si lacerano nelle «guerre del cibo», ai nuovi ricchi, come la Cina, periodicamente scossi da scandali alimentari (quello del latte è solo l’ultimo), fino all’Occidente affluente, dove le persone non sanno difendersi dall'obesità, si preoccupano dell’aumento dei prezzi degli alimenti e sono terrorizzati: il problema della sicurezza li angoscia, soprattutto in rapporto ai pesticidi e ai metodi di allevamento.

Il cibo è è un’ossessione, come l'energia, a cui vengono correlate paure reali e immaginarie. In Occidente il cibo non è mai stato sicuro come ora, eppure la gente si abbandona ad un panico irrazionale se sente parlare, senza però una vera conoscenza in merito, di additivi o di modificazioni genetiche: tutti sistemi studiati per migliorare la qualità del cibo.

Allora, come la crisi energetica, anche la crisi alimentare necessita di una gestione che metta insieme le forze intellettuali e le conoscenze di cui disponiamo e di una forte azione informativa. Sono falliti gli ultimi vertici mondiali sulla crisi alimentare. Tanto rumore per nulla è il risultato degli ultimi summit: della Fao a Roma, dei G8 a Tokyo, del WTO a Ginevra. La Conferenza di Venezia, invece, vuole parlare alla gente e vuole proporre soluzioni concrete per ripristinare l'equilibrio originario del Pianeta, in cui acqua e cibo sono in realtà disponibili in quantità sufficienti per garantire la vita ai suoi abitanti. Il nostro messaggio è chiaro: riportare cibo ed acqua ad essere fonti di vita e benessere è possibile con un'azione di riequilibrio che coinvolge tutta la società.

Tre le proposte in questa direzione. La prima è aumentare la produttività dei terreni senza sacrificare i boschi. Ogni anno si perdono 13 milioni di ettari di foreste per agricoltura e pascoli e solo il 13% del polmone verde è protetto. Bisogna fermare il disboscamento, perché le foreste sono la nostra riserva di ossigeno. La soluzione è far produrre di più i terreni agricoli esistenti, sfruttando le nuove conoscenze sulla possibilità di ricambi multipli di coltivazioni annuali, nonché le scoperte genetiche che permettono di ottenere piante che resistono alla siccità o capaci di crescere in terreni salini.

La seconda proposta è utilizzare in modo più razionale l'acqua per ottenere quantità sufficienti di acqua potabile e veder crescere coltivazioni anche nelle zone che ne sono povere. La scienza, con l'aiuto della tecnologia, ha messo a punto sistemi per la desalinizzazione dell'acqua degli oceani con l'utilizzo dell'energia solare, per la depurazione delle acque reflue impiegate dalle industrie e dalla popolazione, per l'irrigazione senza spreco.

La terza proposta è bloccare l'aumento del consumo di carne, perché buona parte dei prodotti agricoli è utilizzata per alimentare i 3 miliardi di animali da allevamento. Mangiare meno carne nel mondo occidentale è un obiettivo etico sostenuto da molti studiosi, intellettuali, economisti. Rajendra Pachauri, Nobel per la pace 2007 con Al Gore, ha lanciato un appello per una dieta vegetariana. In effetti la progressiva riduzione della carne nella dieta non è più una scelta, ma una necessità per il pianeta. Che succede se Cina e India assumono le abitudini occidentali di tipo carnivoro? Ci aspetta un domani in cui ci saranno più animali da macellare che uomini per mangiarli?

I dati sono altrettanto inquietanti per l'acqua. Un miliardo di persone non ha accesso a fonti pulite e quella per l'agricoltura è un bene scarso. Occorrono mille litri per produrre un chilo di pane e 15 mila litri per la stessa quantità di manzo. La dieta prevalentemente carnivora di una minoranza della popolazione crea danni enormi alla maggioranza degli abitanti della Terra. Oltre che a lei stessa. Le malattie causate dal sovrappeso e dall'obesità interessano un miliardo di persone, un numero superiore agli 850 milioni che soffrono di denutrizione. Per il cancro, ad esempio, sappiamo che il 30% dei tumori è dovuto all'alimentazione troppo ricca di grassi insaturi; inoltre alcune forme, come il cancro intestinale, sono correlate al consumo di carne, mentre altre, come il tumore dell'endometrio, sono legate all'obesità. Occorre allora fissare una soglia di consumo di carne in modo che i Paesi convergano verso lo stesso livello.

Ciò che auspichiamo non è una rivoluzione improvvisa nelle abitudini alimentari, ma l’evoluzione verso una dieta più verde. Penso che mangiare carne al massimo tre volte alla settimana sia una proposta ragionevole, perché vuole dire dimezzare il consumo di carne nei Paesi industrializzati. Potrebbe anche essere un'evoluzione gradevole. Nel nostro Paese si tratterebbe di riscoprire la dieta mediterranea, decretata dall'Unesco patrimonio dell'umanità.

Chi è Veronesi Oncologo

RUOLO: E’ DIRETTORE SCIENTIFICO DELL’ISTITUTO EUROPEO DI ONCOLOGIA DI MILANO E IDEATORE DELLA FONDAZIONE CHE PORTA IL SUO NOME, DEDICATA AL PROGRESSO DELLE SCIENZE.

 
da lastampa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. La ricerca deve occuparsi della denutrizione e la...
Inserito da: Admin - Settembre 27, 2008, 11:56:12 am
Si sono aperti a venezia i lavori della conferenza "Food and Water for Life"

Acqua e cibo per la vita, la scienza contro le ingiustizie

Veronesi: «La ricerca deve occuparsi di obiettivi essenziali, come la denutrizione e la malnutrizione»

 

VENEZIA - Nel contesto silenziosamente evocativo e suggestivo dell'isola di San Giorgio, a Venezia, si sono aperti i lavori della Quarta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza. Il titolo è esplicito, semplice, persino provocatorio: "Food and Water for Life", ovvero il cibo e l'acqua per la vita, perché senza risorse alimentari e idriche non c'è vita. I temi che si affronteranno in questi tre giorni, che vedono riuniti scienziati, economisti, politici ed esperti da tutto il mondo, ruotano intorno al concetto dell'ingiustizia alimentare e dell'ingiustizia idrica e, soprattutto, richiamano la scienza al suo ruolo etico.

INGIUSTIZIA ALIMENTARE - E proprio a questo concetto si richiama l'intervento del professor Umberto Veronesi, presidente dell'omonima Fondazione che ha organizzato l'evento veneziano insieme alla Fondazione Silvio Tronchetti Provera e alla Fondazione Cini, che si conclude con l'annuncio di un'imminente conferenza mondiale sulla pace e il disarmo. La ricerca deve occuparsi degli obiettivi essenziali per l'umanità, come la fame nel mondo, la mortalità infantile, la denutrizione e la malnutrizione, l'ecosistema e l'approvvigionamento dell'acqua: questi traguardi sono già stati fissati – ricorda Veronesi nel suo intervento di apertura dei lavori – dalla Carta di Venezia, una dichiarazione di quattro anni fa sottoscritta da centinaia di scienziati sul ruolo morale e sociale della scienza in un mondo in continua evoluzione. Compito della ricerca dunque è ridurre il divide tra Primo Mondo e Terzo Mondo, tra persone che muoiono di sete e di fame e persone che muoiono per eccesso di cibo. Questo è il paradosso del terzo millennio, questa è la tragica verità di cui parleranno una cinquantina di esperti di tutto il mondo, cercando e proponendo risposte scientifiche a specifici problemi, «perché - ricorda Umberto Veronesi - la lingua universale della scienza può colmare la differenze e dar vita a un dialogo costruttivo», dando per scontato che l'accesso al cibo e all'acqua siano un diritto universale.

L'IMPORTANZA DELL'ACQUA – "Salus per aquam" dicevano gli antichi romani, primi ad aver intuito il collegamento cruciale tra acqua (acquedotti, acqua potabile) e salute, rammenta Giulio Tremonti, intervenuto alla cerimonia inaugurale dell'evento. Per il ministro dell'Economia l'acqua non sarà mai sostituibile (come è per esempio il petrolio) e non può essere abbandonata alla logica del profitto.

UN MONDO INTERCONNESSO - Marco Tronchetti Provera, intervenuto alla cerimonia d'apertura in qualità di Presidente di una delle tre Fondazioni, parla della crisi finanziaria di proporzioni incredibili, delle risorse del pianeta, delle charity e del microcredito, ricordando «che il nostro mondo interconnesso fa sì che un disastro della Borsa di New York si ripercuota in tutto il mondo». «Il mondo è nostro – dichiara Tronchetti Provera – e insieme dobbiamo trovare delle soluzioni per un uso più giusto e razionale delle risorse, considerando cibo e acqua le priorità assolute».

IL COMPITO DI CHI È FORTUNATO - Tra gli interventi quello di Kathleen Kennedy Townsend, vice presidente del vertice promosso dalle tre Fondazioni, è stato uno dei più emozionanti, evocando un ricordo strettamente personale: «Quando mio padre (Bob Kennedy) rientrò un giorno da un viaggio sul delta del Mississippi ci raccontò di una famiglia che viveva in condizioni di assoluta povertà e denutrizione. Ci spiegò quanto eravamo fortunati e ci insegnò che chi è fortunato ha il dovere di fare qualcosa per quei bambini». «I temi caldi di questo incontro veneziano sono tanti e tutti, scienziati, filosofi, politici, economisti, hanno un compito da svolgere» ricorda in collegamento video la presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf (prima presidente donna di uno stato africano), sottolineando la necessità di un approccio interdisciplinare ai problemi e snocciolando i numeri inquietanti dell'ingiustizia del cibo e dell'acqua: una persona su tre nel mondo non ha accesso ad acqua sicura, il 65 per cento della popolazione mondiale si trova sotto il livello minimo indispensabile di acqua potabile e 15 milioni di bambini muoiono ogni anno per malnutrizione.

UN DIALOGO APERTO A TUTTI - Alla fine si è trattato di una presentazione ufficiale che è entrata già molto nel merito dei temi che si affronteranno in questi giorni, con approfondimenti che hanno riguardato anche la biodiversità e l'importanza di tornare alle coltivazioni tradizionali, come ha ricordato Barbara Burlingame, per la Fao. Le idee della scienza sono tante, a cominciare da come risolvere il problema delle piante che hanno un alto fabbisogno idrico in zone dove c'è siccità, per finire con una qualità di riso, geneticamente modificata, che promette di risolvere il problema della fame nel mondo. Il dibattito non è, e non deve essere, riservato solo agli scienziati. Il cibo e l'acqua riguardano tutti.

Emanuela Di Pasqua
25 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: Umberto VERONESI. TUMORE AL SENO, OBIETTIVO MORTALITA' ZERO NEL 2020
Inserito da: Admin - Ottobre 15, 2008, 04:10:34 pm
2008-10-14 19:32

TUMORE AL SENO: VERONESI, OBIETTIVO MORTALITA' ZERO NEL 2020


 ROMA - Obiettivo mortalità zero: una speranza che l'oncologo Umberto Veronesi ritiene possibile contro il cancro al seno entro il 2020. Una stima "ambiziosa" e "ottimistica" ma, spiega, "raggiungibile". Alla presentazione del progetto 'Tumore al seno: progetto mortalita' zerò, organizzato al Senato da Europa donna-Forum italiano Onlus, Veronesi ha riferito che oggi questi tipo di cancro colpisce una donna su 9. Si contano in tutto 36.000 nuovi casi all'anno e sono 300.000 le italiane in vita che hanno incontrato la malattia Lo sforzo che l'oncologo chiede è quello di spingere il piede sul pedale dell'acceleratore della prevenzione. Oggi oltre il 35% delle pazienti che vengono operate hanno tumori "impalpabili", così piccoli da essere visibili solo con strumenti diagnostici.

E' proprio in questi casi, ha spiegato Veronesi, che la medicina vince con più facilità la sua battaglia contro la morte: "Ogni millimetro in più di massa equivale ad un 1% di possibilità di guarigione in meno. Basti pensare che se il tumore è di un centimetro si ha il 95% di sopravvivenza". Ed un altro studio condotto dall'Ieo (l'Istituto Europeo di Oncologia guidato proprio da Veronesi) su 5.408 donne - seguite per 15 anni e sottoposte a mammografia, ecografia e visita annuale - ha dimostrato che la mortalità generale per tumore è stata dell'1%. E sui 136 tumori al seno scoperti, si sono registrati solo 4 decessi rispetto ai 47 per tumori diversi: una mortalità, quindi per tumore al seno, inferiore all'uno per mille. Ma come convincere le donne a non avere paura a sottoporsi a controlli regolari? Sapere che le conseguenze di un intervento sono sempre meno pesanti, ha detto Veronesi, aiuta le donne a scegliere la strada della prevenzione.

Per Veronesi sarebbe importante avviare una campagna di informazione, ed investire "qualche milione" per far crescere realmente la conoscenza e persuadere le donne a fare più prevenzione; ma anche formare da mille a 1.500 medici ecografisti specializzati sulle nuove macchine più sofisticate.

Francesco Schittulli, presidente della Lega Italiana per la Lotta i Tumori, sulla linea di Veronesi, propone con forza una misura: mammografia gratis e annuale a tutte le donne con più di 40 anni. Oggi gli screening sono offerti gratuitamente alle donne dai 50 ai 69 anni. Ma nel nel Sud l'adesione è troppo bassa, ha spiegato la senatrice Laura Bianconi (Pdl), e una nuova attenzione deve essere dedicata alla donne sotto i 40 anni, fascia di età in cui si registrano il 40% dei casi di nuovi tumori. 

da ansa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Ora una legge giusta
Inserito da: Admin - Ottobre 29, 2008, 12:19:18 pm
Ora una legge giusta

di Umberto Veronesi


Di quello straordinario documento pubblicato la settimana scorsa da 'L'espresso' in cui il cardinale Martini e il professor Marino, entrambi con onestà intellettuale e coraggio etico, mettono a confronto le proprie idee su alcuni temi che toccano la coscienza dell'uomo moderno, fino a volte a lacerarla, mi ha colpito prima di tutto il titolo: 'Dialogo sulla Vita'. Perché sia che si parli di fecondazione artificiale, o di Aids, o di aborto, o di eutanasia, è sempre della vita dell'uomo che si parla, e della dignità dell'uomo che va rispettata anche quando questa vita va spegnendosi.

Certamente quello dell'eutanasia, come convengono sia l'uomo di fede sia l'uomo di scienza, è un problema lacerante per la sensibilità di molti, perché c'è una grande difficoltà ad accettare che si spenga la vita. Ma la fine della vita ci riguarda tutti, ed è un tema che non si può nascondere, ignorare o mistificare. Credo che dibattiti come quello tra il cardinale Martini e il professor Marino, alla ricerca di punti di incontro condivisibili e non di steccati ideologici, portino a una presa di coscienza, e la riflessione sul dolore e sulla morte, e sulle circostanze che accompagnano il morire e lo rendono troppo spesso intollerabile, diventa un argomentare il più possibile partecipato.

Come ho sostenuto in altre occasioni, io credo che il diritto di morire con dignità è, come tutti i diritti della persona, un diritto che fa capo unicamente al soggetto, nell'ambito di quel concetto onnicomprensivo che è il diritto di ogni uomo all'autodeterminazione, cioè di libertà. E il primo passo verso il riconoscimento di questo diritto è quello di dare valore giuridico alla volontà del soggetto espressa liberamente e coscientemente, cioè al 'testamento biologico', o volontà anticipate, chiamate anche biocard, carta di autodeterminazione, living will. Per ora diversamente da altri paesi europei in Italia, il testamento biologico ha la possibilità di essere preso in considerazione soltanto attraverso un passaggio che non è giuridico, ma deontologico, vale a dire se i medici curanti ravvisano nelle terapie che dovrebbero essere praticate il carattere di 'cure inappropriate', in quanto il malato è giunto alla fine della vita e non può guarire. Si tratta evidentemente di un criterio discrezionale (la decisione di sospendere le cure può cambiare da medico a medico) e quindi si avverte l'esigenza di una legge che tuteli l'inalienabile diritto del malato a decidere come morire.

Le direttive anticipate dovrebbero essere l'estensione di quella cultura del consenso che lentamente sta entrando nella società italiana, e che è stata anche registrata dal Codice deontologico dei medici, il quale con l'articolo 34 afferma che "il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso". In Italia, secondo il Comitato nazionale di bioetica, che ha cercato di semplificare al massimo il problema, le direttive anticipate potranno essere scritte su un foglio firmato dall'interessato, e non solo i medici ne dovranno tenere conto, ma dovranno giustificare per iscritto le azioni che violeranno questa volontà. A mio giudizio, i tempi sono maturi perché si passi dal piano etico al piano giuridico, tanto più che il problema è universalmente sentito e che l'appoggio dato al disegno di legge presentato al Parlamento tre anni fa è stato trasversale agli schieramenti, perché si tratta semplicemente di rispettare il desiderio di non dover subire cure inutili e penose.

Il testamento biologico tuttavia non esaurisce il problema.È dal diritto a disporre della propria vita ed è partendo da questo principio generale di libertà che vanno considerate le richieste che un malato può rivolgere ai medici se si trova in uno stato di grave sofferenza e di malattia inguaribile: il rifiuto di cure in eccesso, la richiesta di essere aiutato e assistito ad accelerare una morte senza sofferenza che viene data per pietà. Ma alla luce della ragione e della mia lunga esperienza di medico mi chiedo: ci sono differenze tra 'lasciar morire', 'aiutare a morire', 'provocare il morire'? Sul piano della legge e della deontologia queste differenze possono valere ai fini del codice penale e del codice di deontologia professionale, ma non lo sono sul piano filosofico ed etico: rispondono tutte allo scopo che si persegue, cioè quello di abbreviare con un atto di pietà le sofferenze del malato.

La tanto citata ma poco conosciuta legge olandese al comma 1 dell'art. 293 recita: "Chi intenzionalmente toglie la vita a un'altra persona per rispondere alla sua richiesta espressa e sincera, è punito con la reclusione non superiore ai 12 anni". E al comma 2: "Il fatto previsto sopra non è punibile se è stato commesso da un medico che rispetti i rigorosi criteri indicati dalla legge relativa al controllo dell'interruzione della vita su richiesta del paziente". Come si vede l'etica di fine vita suggerisce il soccorrevole atteggiamento che ascolta la volontà del malato. Se aumentare la quantità di vita non è più praticabile perché i giorni, le ore e i minuti portano al malato soltanto dolore e sofferenza, il medico consapevole e umano deve rispettare la dignità del malato.


da espresso.repubblica.it


Titolo: VERONESI. ... avere il diritto di decidere sul termine della propria esistenza.
Inserito da: Admin - Novembre 13, 2008, 03:09:18 pm
«Testamento biologico, il medico può dire no»

La proposta di legge firmata Veronesi: possibile l’obiezione di coscienza sulla decisione del paziente

Nei secoli scorsi c’era la paura di morire anzitempo.

Oggi c’è quella di sopravvivere oltre il limite naturale della vita, in una condizione artificiale.

Ognuno deve avere il diritto di decidere sul termine della propria esistenza



MILANO — Se la morte è il termine naturale della vita umana, di fronte alla possibilità di allontanare questo confine chi deve porre limiti e a quali condizioni? La tecnologia? Le istituzioni? I medici? «Io penso che ognuno di noi ha il diritto di autodeterminarsi e di esprimere cosa vuol fare nel caso si trovasse in condizioni che lo privano della sua identità e dignità. Ognuno deve essere libero di scegliere». E’ il senatore Umberto Veronesi a parlare. Il Veronesi medico si ferma di fronte al confine tra vita artificiale e morte naturale. E affida a uno stringato disegno di legge il suo modello di testamento biologico. Il caso Eluana Englaro ha fatto cambiare idea all’ex ministro della Sanità («Non serve una legge, basta il notaio», diceva fino a poco tempo fa). Ora la legge occorre. «Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di volontà», è il titolo del ddl 972 che porta la sua firma. Nove articoli in tutto. Si aggiunge alla decina di altri testi in attesa di giudizio... parlamentare.

«La mia legge — spiega — non riguarda il tema dello stato vegetativo permanente nella sua globalità, ma solo il diritto di ogni cittadino di rifiutare questo modo innaturale di terminare la propria vita. Oggi la decisione di come e quando prolungare l’assistenza è completamente nelle mani dei medici, mentre invece è diritto inalienabile di ogni cittadino decidere se iniziare o quando lasciare il trattamento di sostegno». A Veronesi non piace il termine accanimento terapeutico («E’ un controsenso linguistico»). «Compresa l’alimentazione e l’idratazione artificiale».

«In passato—aggiunge il senatore Pd — c’era la paura di morire anzitempo. Oggi c’è quella di sopravvivere oltre il limite naturale della vita, in una condizione artificiale, priva di coscienza e di vita di relazione ». Conseguenza dell’ipertecnologica medicina moderna. Un limbo che «pone la società di fronte a dilemmi sconosciuti alla storia e al pensiero». E che ha portato a un movimento, negli Stati Uniti e in Europa, favorevole alla possibilità di esprimere, in condizioni di normalità e di lucidità mentale, le «direttive anticipate» che i medici devono rispettare «nel caso che un danno cerebrale grave impedisca la consapevole espressione di assenso o di dissenso alle cure proposte». Un movimento che ha scatenato il dibattito tra medici e pazienti, tra laici e credenti, tra politici appartenenti agli stessi partiti.

Per i medici contrari al testamento biologico c’è l’obiezione di coscienza: «E’ data la possibilità al medico che ha in carico il paziente di non seguire le indicazioni di volontà anticipate, se questo contrasta con le sue convinzioni etiche, affidando il paziente ad altri medici». E ai veti del Vaticano risponde: «Chi ha fede sceglierà di affidarsi a Dio. O, ancora per fede, rifiuterà trattamenti che potrebbero salvarlo (le trasfusioni di sangue per i Testimoni di Geova). Chi non ha fede, potrà affidarsi ai poteri della scienza medica o scegliere di stabilire dei limiti».Mario Pappagallo

Mario Pappagallo
13 novembre 2008

da corriere.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Ecco il cibo anti-cancro
Inserito da: Admin - Gennaio 30, 2009, 02:59:46 pm
MEDICINA

Ecco il cibo anti-cancro

Tornano le arance dell'Airc

La ricerca, e la genetica in particolare, ci aiuta a riscoprire l'enorme potenziale della natura per proteggere e perpetuare la vita

di UMBERTO VERONESI


 Cibi come farmaci, alimentazione come scudo contro le malattie. La genetica, che ha condotto la nostra mente fino alle strutture più complesse della biologia, allo stesso tempo ci ha aiutato a riscoprire l'immenso potenziale della natura.

Nelle sue forme più banali e conosciute, come una pianta o un frutto, e la sua tendenza originaria, fortissima, a proteggere e perpetuare la vita. La lettura del DNA è una scoperta ed insieme un ritorno alle origini. E così oggi la scienza ci conferma che alcuni degli strumenti più efficaci per proteggerci da malattie gravi, come il cancro, si celano nei gesti quotidiani e antichi, come sedersi a tavola. Lo ricorda quest'anno l'appuntamento AIRC domani in 2700 piazze italiane con le Arance della salute.

La ricerca scientifica negli ultimi anni, grazie alla scoperta dei geni che sono comuni a tutti gli esseri viventi, si è alleata sempre più strettamente alla natura, imparando a valorizzarne le intrinseche capacità di difendere la salute dell'uomo. Per questo la contrapposizione culturale fra "biologico", collegato alla natura, e "artificiale" collegato alla scienza, è superata ed è destinata a sparire. L'obiettivo della ricerca scientifica è armonizzare natura e uomo, per evitare le dissonanze e gli errori, quali sono appunto le malattie.

Ho sempre sostenuto che il cancro è un incidente, un danno che si produce a carico dei nostri geni, un errore di programmazione che destabilizza il sistema perfetto del nostro corpo. Molti di questi danni derivano da ciò che mangiamo ed da lì che dobbiamo partire. Studiando l'alimentazione innanzitutto abbiamo capito come agisce il cibo sul nostro corpo scoprendo che ciò che mangiamo regola il metabolismo, cioè attiva o disattiva in noi la produzione di un insieme di sostanze, come gli ormoni ad esempio, che nel tempo influenzano il nostro stato di salute fisico e mentale.

Poi abbiamo scoperto come il metabolismo si lega ai nostri geni: per esempio abbiamo trovato come alcune molecole dei cibi siano capaci di agire sul DNA per bloccare lo sviluppo dei tumori. Ora siamo a un passo più in là. Stiamo studiando come certi cibi, da soli o in associazione a farmaci possono impedire lo sviluppo di alcune malattie o come possiamo, se già la malattia esiste, personalizzare le dosi dei farmaci in rapporto agli alimenti presenti nella dieta del malato. Stiamo scoprendo la potenza di sostanze derivate dalla natura, a bassa tossicità e poco costose: la catechina presente nelle foglie del tè, il resveratolo contenuto nel vino rosso, il licopene del pomodoro. Sappiamo che in alcuni cibi si trovano principi attivi curativi, veri farmaci, che fanno pensare a un utilizzo terapeutico dell'alimentazione. Anzi già lo facciamo consigliando ad esempio un certo tipo di dieta per migliorare gli effetti delle terapie farmacologiche o radianti e ridurne i danni all'organismo nel suo insieme. O ancora certi alimenti diventano dei modelli a cui ispirarsi per trovare nuovi farmaci. E' il caso della "molecola della buccia d'arancia".

E' in fase avanzata di studio una nuova categoria di farmaci anti-cancro a base di molecole costruite sul modello molecolare degli olii essenziali delle bucce d'arancia. Questi nuovi farmaci potrebbero curare il tumore della prostata e prevenirlo nella popolazione maschile a maggior rischio di sviluppare la malattia per familiarità. Ma non dobbiamo aspettare il futuro per proteggerci di più con la semplicità di una buona alimentazione. Non ci vuole una rivoluzione delle nostre abitudini né una frustrante rinuncia al piacere del cibo rispettando la varietà.

(30 gennaio 2009)
da repubblica.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Quella scienza per la pace e i diritti scomodi
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 10:09:28 am
IL CASO

Quella scienza per la pace e i diritti scomodi

di UMBERTO VERONESI


L'ANNUNCIO, ieri a Milano, della nascita in Italia del movimento internazionale "Science for peace ", che ho creato insieme a oltre 20 premi Nobel e molte figure rilevanti della cultura mondiale, ha suscitato allo stesso tempo interesse e stupore.

Pensiamo che il tema della pace debba urgentemente essere riportato al centro del dibattito civile; volgiamo creare una cultura di tolleranza e nonviolenza; chiediamo la progressiva riduzione degli armamenti per destinare parte degli investimenti alle urgenze : nuovi ospedali, scuola, ricerca scientifica. Ma perché gli scienziati si devono occupare della pace, e perché devono farlo proprio adesso, per iniziativa di un medico oncologo? Innanzitutto perché il medico è vicino ai bisogni della gente e sa che la gente, come prima cosa, non vuole il dolore. E la guerra è il più grande dei dolori. Il medico è pacifista per natura perché ha fatto sua la dura missione di curare le malattie che ci affliggono e dunque non riesce ad accettare le ferite, gli scempi, le epidemie e le enormi sofferenze che potremmo evitare se cancellassimo la guerra.

Ora questo bisogno di sfuggire alla sofferenza evitabile è reso più forte dalla situazione di crisi mondiale che agita, anche nelle popolazioni occidentali cresciute nel benessere, lo spettro della povertà. La crisi richiede delle risorse aggiuntive per le urgenze sociali, e dove possiamo ricavarle se non dalle spese militari che assorbono fondi molto elevati? E' assurdo che non riusciamo più a mantenere le nostre famiglie, che gli ospedali non vengano ristrutturati, che l'accesso alle cure adeguate non sia garantito a tutti, che la ricerca scientifica, che potrebbe dare una nuova spinta al benessere, languisca nei laboratori deserti, per avere più carrarmati lucidi e splendenti e costosissimi aerei supersonici, che, siamo convinti, non utilizzeremo mai.

Al di là di questo momento drammatico, la scienza, che dissemina ovunque il pensiero razionale, ha da sempre una funzione civilizzatrice e pacificatrice e può fare molto per la pace. Oggi i tipi di conflitti mondiali che si prospettano sono quello atomico, che al momento sembra un'ipotesi lontana, e quello terroristico. Ebbene, la funzione del pensiero razionale nel combattere il terrorismo è molto significativa, così come lo sono tutte le forme di pensiero e di arte. Per esempio sono convinto che la musica di Barenboim ha avuto un ruolo nella composizione del conflitto fra israeliani e palestinesi. La scienza, così come la musica, rifiuta il principio esasperato dell'identità nazionale o della razza. Anzi, come ha dimostrato il genetista di fama mondiale Luca Cavalli Sforza, la razza dal punto di vista genetico non esiste proprio.

Per questo con la diffusione del pensiero scientifico abbiamo assistito ovunque alla promozione della tolleranza e alla riduzione della violenza. Come disse Benedetto Croce "La violenza non è forza, ma debolezza , né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla". Gli ultimi 60 anni di assenza di grandi conflitti mondiali sono stati teatro di avanzamenti scientifici e tecnologici senza precedenti , ma soprattutto di avanzamenti in civiltà , di cui l'abbandono della pena di morte in 62 Paesi è solo un esempio. Viceversa i conflitti di ogni tipo hanno creato disordine, regressione civile e arresto della crescita e del benessere. Viviamo in una società pluralistica multietnica, multiconfessinale e l'Italia di questi giorni percorsa da conflitti etici e da episodi di intolleranza, che minacciano la libertà dei cittadini, è un esempio della nuova realtà che dobbiamo imparare a capire per non esserne travolti. La pace non è solo assenza di guerra ma è composizione pacifica delle conflittualità.

La sostituzione di una cultura di pace ad una cultura di guerra non è impensabile ed è questa la finalità di "Science for peace".

(25 febbraio 2009)
da repubblica.it


Titolo: Veronesi al Pd: "Questa legge è una resa"
Inserito da: Admin - Febbraio 25, 2009, 11:31:20 pm
Slitta l'esame del testo in commissione Sanità

Finocchiaro: "Non stiamo facendo ostruzionismo"

Veronesi al Pd: "Questa legge è una resa"

Pdl, i dubbi di 53 parlamentari

 
ROMA - Sempre più alta la tensione intorno al testamento biologico. Sia in commissione che all'interno di maggioranza e opposizione. Nonostante i tentativi di circoscrivere la diversità di opinione nel perimetro della libertà di coscienza, nel Pd che si avvertono le fibrillazioni maggiori. Ma anche nel Pdl si fanno sentire, sempre più forti, le perplessità di chi comincia a nutrire dubbi sul testo del ddl Calabrò.

Micromega. Oggi Umberto Veronesi, Stefano Rodotà, Andrea Camilleri e Stefano Rodotà, Paolo Flores d'Arcais, in una lettera pubblicata su Micromega si rivolgono al segretario del Pd Dario Franceschini. E lo fanno con toni duri. "La proposta del Pd sulla legge "fine-vita" non sono una mediazione, ma una resa" scrivo i quattro. Che definiscono "anticostituzionale e disumana" la proposta del governo. Ma i quattro puntando il dito anche contro le divisioni tra i democratici. "Gli emendamenti proposti dal suo partito lasciano intatta la violenza di alcuni articoli" continuano. Definendo "indistinguibile" dal disegno di legge della maggioranza la proposta di mediazione di Francesco Rutelli. Per la pattuglia di Micromega il Pd dovrebnn epuntare sulla legge firmata da Ignazio Marino: "Ogni passo indietro rispetto a tale proposta sarebbe una rinuncia pura e semplice ai diritti elementari sanciti dalla Costituzione, dalla convenzione di Oviedo, dalle sentenze della Cassazione". Nel mirono anche la scelta dei democratici di lasciare "libertà di coscienza" ai parlamentari al momento del voto. "Se venisse presentato un disegno di legge che stabilisce la religione cattolica come religione di Stato, proibisce il culto ai protestanti valdesi e obbliga gli ebrei a battezzare i propri figli, sarebbe pensabile lasciare i propri parlamentari liberi di "votare secondo coscienza", a favore, contro, astenendosi? O non sarebbe un elementare dovere, vincolante, opporsi a una legge tanto liberticida?".

E così, dopo la scelta di Rutelli e dei teodem di smarcarsi dal testo del Pd e di presentare emendamenti propri, dopo il tentativo di gettare acqua sul fuoco di Franceschini, dopo i malumori sul web di molti elettori o simpatizzanti del Pd, la lettera di Micromega alza il tono della polemica. E riceve, a stretto giro di posta, secche repliche. "Nessuna resa" sostiene il senatore Stefano Ceccanti.

Divisioni nel Pdl. E' un fatto che le firme dei 53 parlamenti del Pdl che chiedono "di avvicinare l'articolato alle intenzioni di chi ha affermato di volere una legge pro vita", aprano un fronte di dissidenza esplicita anche nella maggioranza. Sulla scia del dissenso già espresso da Beppe Pisanu. Non a caso oggi è andato in scena un vertice tra Gianni letta, la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello e Calabrò. "Non ci sono verifiche ma soltanto un normale e fisiologico riunirsi a discutere'' minimizza Maurizio Gasparri. Sarà, ma intanto il senatore del Pdl Antonio Paravia annuncia: "Non voto il ddl calabrò". Mentre Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori liberali avverte: "In quel testo troppe contraddizioni".

Scontro in commissione Sanità. Nel frattempo, in commissione Sanità, il confronto tra maggioranza e opposizione si fa sempre più aspro. Si registra, infatti, un nuovo stop all'iter del ddl Calabrò. La commissione Affari Costituzionali del Senato avrebbe dovuto dare il loro parere sul testo e gli emendamenti questo pomeriggio. Ma sono stati sollevati dubbi di costituzionalità non solo dall'opposizione ma anche da una parte della maggioranza. Motivo per cui la decisione sul parere slitta al pomeriggio di martedì prossimo. "Il Pd ha cominciato a fare ostruzionismo" tuona il Pdl. Ma i demcoratici non ci stanno. "Non è così - ribatte Anna Finocchiaro - sentiamo solo la necessità, il bisogno, il dovere e il diritto di discutere un testo che riguarda una materia così impegnativa".

Stando così le cose non si potranno votare gli emendamenti prima di martedì pomeriggio". Per questo il calendario dei lavori della commissione ha subito una forte accelerazione, prevedendo sedute-fiume anche in notturna, da stasera fino a lunedì. E sull'ipotesi di approdare in Aula il 5 marzo senza un testo votato ma solo con il testo base di Calabrò il presidente della commissione sanità del Senato Antonio Tomassini, replica: "Più che un rischio è una grande opportunità".

(25 febbraio 2009)
da repubblica.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. «Vi spiego il confine tra vita e morte»
Inserito da: Admin - Marzo 18, 2009, 06:23:26 pm
INTERVISTA A UMBERTO VERONESI

«Vi spiego il confine tra vita e morte»

Una dieta rigorosa e il movimento donano longevità

La scienza può portare a 120 anni, ma morire è un diritto


Alessandro Cecchi Paone per il Magazine

 
Al Senato si discute in questi giorni la controversa legge sul testamento biologico che, dopo le polemiche sul caso Englaro, dovrebbe regolare la zona grigia di sofferenza in cui si trovano centinaia di italiani in stato vegetativo. In questa intervista destinata alla tv, il professor Umberto Veronesi difende la piena libertà di scelta e di coscienza dell’individuo.

Il professor Umberto Veronesi è appena tornato da un viaggio lampo negli Stati Uniti per un congresso internazionale di oncologia.
Lei è vicino agli 85 anni, ma non sta fermo un minuto. Quando non è in viaggio in Italia e all’estero, al mattino opera i suoi pazienti dell’Istituto Europeo di Oncologia che dirige a Milano, all’ora di pranzo riceve i collaboratori della Fondazione che porta il suo nome, il pomeriggio visita, la sera va al cinema che è una sua grande passione. C’è un segreto?
«A parte una buona eredità genetica, che non è merito mio, sono certo che molto dipenda dalla vita regolare che faccio da sempre e dalla dieta che ho adottato. E poi dalla passione per quel che faccio che mi dà una spinta continua, alimentando motivazioni sempre nuove per restare attivo».

In che consiste questa dieta miracolosa?
«Non è miracolosa, ma molto rigorosa. Tanta frutta fresca, verdura e legumi, un po’ di pesce ogni tanto, mai carne».

Perché ce l’ha tanto con la carne?
«Per motivi morali da un lato e igienico-sanitari dall’altro. Sono cresciuto in una cascina contadina nelle campagne intorno a Milano, in mezzo ai vitellini, agli agnelli, ai maialini, imparando che ti riconoscono, si affezionano, e così decisi molto presto che non avrei mai potuto mangiarli. Ma c’è anche una ragione umanitaria, maturata più tardi: per allevare gli animali necessari ad alimentare la dieta carnivora che prevale nei paesi ricchi sono necessarie gigantesche quantità di cereali, acqua e terreni, che vengono sottratte a quel miliardo di persone nel mondo che muoiono di fame e di sete. E poi c’è il ruolo della carne, soprattutto se carbonizzata in superficie, nella genesi del tumore del colon e in generale nelle patologie del metabolismo legate all’iperalimentazione».

Nel suo studio all’Istituto c’è una bicicletta da corsa. Vuol dire che anche in età avanzata bisogna fare molto sport?
«No, non molto, poco ma ben fatto, senza forzare e rischiare traumi. Fa bene stare sempre in movimento, camminare, non impigrirsi. Anche per questo dormo poco, quel che basta per ricaricarmi».

Non sarà che continua a fare così tante cose anche perché pure lei ha paura di morire, come tutti?
«Come a tutti anche a me non piace l’idea di dover morire. Ma fin da bambino con la morte ho fatto i conti prima degli altri. Mio padre è morto che ero molto piccolo, da giovane partigiano antifascista sono rimasto ferito in azione, la scelta di diventare oncologo mi ha costretto, all’inizio della mia vita di medico, a occuparmi soprattutto di malati terminali senza speranza».

Come l’hanno cambiata quelle esperienze così dolorose?
«Da una lato mi hanno indotto a fare di tutto, a impegnarmi al massimo. Perché il cancro non fosse più necessariamente sinonimo di morte sicura. Dall’altro mi hanno fatto capire che la morte si può allontanare ma non evitare. Anzi, che morire è anche un dovere».

Come sarebbe a dire un dovere?
«Sì, anche un dovere. Prima o poi, dobbiamo lasciare a chi viene dopo di noi lo spazio, le risorse per svilupparsi liberamente. In natura la morte è una necessità per preservare il ciclo vitale da cui dipendono tutti gli esseri viventi. Diciamo che la morte è un fatto naturale che dobbiamo accettare».

Lei ha curato migliaia di pazienti, moltissimi sono guariti, altri, in attesa delle terapie definitive capaci di sconfiggere tutti i tipi di tumori, sono morti, purtroppo. Tra questi ultimi chi ha affrontato meglio quella che lei chiama un fatto naturale?
«Sembra paradossale, ma ho visto morire meglio, più serenamente i non credenti, probabilmente perché si preparano all’eventualità per tempo, ci pensano quando impostano il loro progetto di vita sapendo che non avrà sviluppi ulteriori dopo la fine. Applicano una sorta di laicismo stoico. Paradossalmente, invece, molti credenti ci arrivano più spaventati, non so perché».

Secondo lei, però, morire non è solo un dovere ma anche un diritto, visto che per primo ha avviato in Italia il dibattito sul testamento biologico.
«Certo! Morire è un dovere biologico, nel senso che abbiamo detto prima, ma anche un diritto etico. La libertà dell’individuo, del cittadino, deve riguardare non solo il suo progetto di vita, ma anche il suo progetto di morte. Deve essere riconosciuta a tutti la libertà di scelta e di coscienza anche in questo. La scienza e le tecnologie della medicina non possono evitare la morte ma possono allungare la vita anche per decenni. È giusto riconoscere a chi lo vuole il diritto ad andare avanti senza limiti prevedibili, ma anche a chi la vede diversamente di chiedere di evitare o sospendere inutili accanimenti».

Ma secondo lei quando è che ci si trova di fronte a un accanimento, all’inutilità degli sforzi per il mantenimento in vita?
«Quando ci si trova di fronte allo stato vegetativo permanente diagnosticato a livello neurologico. Insomma, quando muore il cervello, come verificabile dopo almeno un anno di osservazione clinica e di esami elettroencefalici. È una fase in cui gli organi continuano a funzionare, ma la persona non è più viva, non ha coscienza, percezioni, nemmeno sofferenza. Proprio come in una pianta».

Dunque, contrariamente a quello che molti ancora pensano, secondo lei la vita di un uomo ha sede nel cervello e non nel cuore.
«Certamente! La stessa disciplina dei trapianti si basa sulla differenza fra morte cardiaca e morte cerebrale. Quando un organo viene espiantato il corpo può essere ancora caldo, fisicamente vitale, ma la persona è morta, il cervello non funziona più, non riceve né trasmette più sensazioni o pensieri. Quel che conta a quel punto è che una morte si trasforma nella salvezza di un’altra vita».

Ma è sempre tutto così chiaro, sicuro?
«Nel caso dei trapianti sì. Il testamento biologico deve invece tenere conto di alcuni casi intermedi, in cui il cervello mantiene il barlume di alcune funzioni, oppure negli stati cosiddetti locked, in cui un essere umano si ritrova incarcerato nel suo stesso corpo. Sono aspetti in cui le disposizioni date liberamente in vita e in piena coscienza diventano ancora più importanti».

Lei ha detto che la scienza medica non può evitare la morte ma allungare la vita sì. Che ne pensa di chi si fa congelare in attesa di nuove scoperte o di chi si fa lavare il sangue per non invecchiare?
«Che non mi posso occupare di fantascienza e di leggende metropolitane. Quanto alla depurazione del sangue la possono garantire solo fegato e reni funzionanti e in buona salute».

E invece dell’insistenza del Presidente del Consiglio Berlusconi sugli studi in corso per portare la vita umana a 120 anni?
«Che effettivamente ci si sta lavorando in varie parti del mondo e che è una prospettiva possibile. Basti pensare che in un secolo, in Italia, l’aspettativa di vita alla nascita è raddoppiata grazie ai miglioramenti nell’igiene, nell’alimentazione, nella medicina preventiva e nelle terapie, in generale alle condizioni di vita meno logoranti. È più che verosimile che con le nuove conoscenze genetiche e con le applicazioni della medicina predittiva si possa fare di meglio, ma gradualmente, generazione dopo generazione».

Dunque nessuna promessa di immortalità. Ma perché lavorare proprio sul traguardo dei 120 anni, né di più né di meno?
«Perché sappiamo che geneticamente ogni specie vivente, compresa quella umana, è programmata per una durata massima di vita che non è modificabile. Possiamo però puntare a portare progressivamente tutti più vicini a quel traguardo, correggendo le imperfezioni, riparando i danni, prevenendo e rallentando i processi di invecchiamento».

Mentre è nel pieno della battaglia sulla legge per il fine vita, lei intanto lavora anche al nuovo progetto della sua Fondazione, l'incontro mondiale Science for Peace in programma a Milano il prossimo novembre. Ma che c’entra un medico oncologo divulgatore scientifico con l’argomento principe della politica internazionale?
«La medicina contemporanea non può dimenticare la sua origine filantropica per eccellenza. Noi lavoriamo al servizio dell’uomo, per aiutarlo contro il dolore e le malattie. Ma, ancora oggi, nella maggior parte del mondo non si muore di infarto o di cancro o di incidenti stradali come nelle nazioni più ricche, ma a causa della fame, della sete e della guerra, con quest’ultima che è spesso conseguenza e sempre causa delle prime due. Ho invitato a Milano i premi Nobel e i massimi studiosi del problema per ricordare al mondo che il linguaggio della scienza è universale e pacifico; che può esprimere le soluzioni razionali dei problemi che sono alla base di molti conflitti; e deve ricordare che solo con la riduzione delle spese per gli armamenti si possono ricavare le risorse necessarie per evitare tutte quelle morti per fame, sete, malattia e violenza, che non sono affatto parte del ciclo della natura».


Alessandro Cecchi Paone

17 marzo 2009(ultima modifica: 18 marzo 2009)
da corriere.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. «Il referendum? Mi sembra inevitabile»
Inserito da: Admin - Marzo 26, 2009, 06:42:50 pm
Veronesi «Il referendum? Mi sembra inevitabile»


di Luca Lando'


«La volontà del malato può attendere. Lo ha deciso ieri il Senato votando l’articolo 3 del disegno di legge della maggioranza sul testamento biologico. Un voto strategico che impedisce ai medici di sospendere idratazione e alimentazione artificiali e che regala all’Italia una brutta legge. «Peggio: una legge anticostituzionale e inutile», dice Umberto Veronesi, oncologo di fama e senatore del Pd, che oggi sarà di nuovo in Aula a votare il testo finale.

«È incostituzionale perché la Carta sancisce il diritto della persona di rifiutare le cure. Ora, se i cittadini possono rifiutare di essere nutriti con un sondino, non si capisce perché non abbiano più questo diritto nel caso perdano la capacità di esprimersi. Ed è una legge inutile perché il testamento biologico è nato con un solo obiettivo: poter rifiutare la vita artificiale. Poichè alimentazione e idratazione forzata sono le condizioni indispensabili per mantenere la vita artificiale, di fatto la legge nega questa possibilità. Avremo una legge che nega l’obiettivo per cui è nata: è un’assurdità».
Quali saranno i risvolti pratici?
«Che nessuno farà il testamento biologico. Perché esprimere in anticipo le proprie volontà sapendo che saranno poi disattese? Oppure tutti faranno il testamento biologico come se la legge non esistesse, sapendo di essere protetti dalla Costituzione e dal Codice di Deontologia medica che obbliga il medico a rispettare le volontà del paziente. E succederà che molti medici faranno obiezione di coscienza per rispetto dei loro malati. Se questa legge non rispetta i diritti dei cittadini, non rispetta neppure quelli dei medici. Credo che difficilmente si potrà evitare un referendum abrogativo».

Era meglio non fare nulla?
«Senza dubbio: piuttosto che una cattiva legge è meglio nessuna legge. In realtà il testamento biologico è da considerarsi già valido nel nostro ordinamento in base, come abbiano detto, alla Costituzione, al Consenso Informato, al Codice deontologico medico e alla Convenzione di Oviedo che il nostro Paese ha ratificato. Ovviamente era auspicabile una legge perché quando esiste un diritto, ci vorrebbe anche una norma che lo tuteli. Ma questa legge invece di tutelare il diritto al rifiuto delle cure, lo cancella. Dal punto di vista dei diritti civili è un grosso passo indietro».

Torniamo all’ipotesi del referendum, non è un’arma a doppio taglio visto il precedente della legge 40?
«Più che altro mi sembra inevitabile, come ho detto prima. Ma penso che il risultato sarà molto diverso da quello sulla legge 40 perché diverso è il problema su cui i cittadini sono chiamati a esprimersi. La morte e la sua naturalità, l’invasione della medicina tecnologica nella nostra vita, riguardano veramente tutti mentre la fecondazione assistita riguarda una fascia precisa di donne o meglio di coppie. La gente non andò votare perché i quesiti erano complicatissimi e perché non sentiva il problema».

Dopo la legge 40 un’altra legge che va contro i diritti dei cittadini: che sta succedendo in Italia?
«Che c’è la tendenza a imporre delle verità di fede anche a chi la fede non ce l’ha».

È solo un problema di ingerenza vaticana o c’è anche dell’altro, ad esempio una difficoltà ad affrontare temi difficili ma importanti?
«Sicuramente esiste una difficoltà culturale di base, ma proprio per questo ci vuole ancora più apertura mentale e non chiusura ideologica. Questi temi, per complessi che siano, saranno posti sempre più di frequente alla riflessione di cittadini e politici: pensiamo alle staminali embrionali, appena “liberalizzate” da Obama. Dobbiamo prepararci perché la scienza non si ferma. Per fortuna».

Ieri si è deciso con voto segreto: è vero che si trattava di un tema personale ma i cittadini non hanno diritto di conoscere le posizioni di chi li rappresenta?
«È vero, ma il voto segreto dà qualche garanzia in più di un voto secondo coscienza, più libero dalle influenze e i ricatti degli schieramenti».

Il Pd ha lasciato libertà di coscienza: lei è d’accordo o si è trattato di un modo per non affrontare il problema?
«Evitare il problema direi di no. Ci sono aspetti positivi e negativi: da un lato trovo giusto che un partito lasci libertà di coscienza e rappresenti una pluralità di idee, dall’altro le lacerazioni che sono emerse non sono certo rassicuranti».

Lei è sempre stato un convinto sostenitore della forza della ragione: lo è ancora dopo quanto accaduto?
«Legge o non legge, la gente non rinuncerà al diritto di vedere le proprie volontà rispettate. Il movimento intellettuale a favore del testamento biologico non è un fenomeno italiano, è mondiale e non si fermerà. Anche per questo invito tutti i cittadini a sottoscrivere il proprio testamento biologico, come ho fatto io, affidandolo a un fiduciario e se possibile depositandolo da un notaio, prima che si concluda l’iter di approvazione di questa legge. È un documento semplice, il modello si può trovare su internet, per esempio su You Tube, o sul sito della mia Fondazione».

26 marzo 2009
da unita.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. ... il Parlamento calpesta i diritti scritti nella Carta.
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2009, 11:41:51 am
L'INTERVISTA.

Veronesi: "Non ho voluto assistere a quel voto ma conto di poter ancora dare un qualche apporto"

"Che delusione il Parlamento calpesta i diritti scritti nella Carta"

di CARMELO LOPAPA


 ROMA - Professore Umberto Veronesi, la sua assenza al Senato nel giorno cruciale sul testamento non è passata inosservata.
"Un'assenza voluta, non casuale. Non ho voluto assistere impotente alla celebrazione di una legge che è antidemocratica, perché limita la libertà dei cittadini, antistorica, perché tutto il resto del mondo civile va in direzione opposta, infine incostituzionale, perché calpesta il diritto di decidere della propria vita. Hanno approvato una legge contro il testamento biologico".

Eppure fino a qualche giorno fa lei era in aula, è intervenuto, si è infervorato.
"Sì, ma mi sono reso conto di essere vox clamans nel deserto. Sono un po' deluso, ero entrato in Parlamento con la speranza di dare il mio contributo anche in forza dell'esperienza di una vita, trascorsa al fianco di chi soffre e muore. Quando mi dicono "che ci rimani a fare al Senato", qualche dubbio in effetti mi viene. Ma resto fiducioso e conto di dare ancora qualche apporto. Anche se l'impressione che ho avuto, nei tre giorni di sofferenza che mi sono imposto in aula, è stata che la legge fosse completamente blindata".

In effetti, non siete riusciti a far passare alcun emendamento.
"Ci misuriamo con quella che Cavour, 150 anni fa, chiamava una dittatura parlamentare. Se la maggioranza si blinda e non accetta alcuno degli emendamenti della minoranza, allora il Parlamento perde gran parte della sua funzione".

La soddisfa la linea tenuta dal suo gruppo, il Pd, in tutta questa partita? In ultimo due senatori hanno votato a favore.
"Non sono iscritto ad alcun partito, la mia libertà di pensiero mi impedisce di esserlo. E non mi iscriverò al Pd. Ho accettato di aderire al gruppo perché sono nato e cresciuto e morirò di sinistra, dalla parte dei poveri, degli ultimi. Resto al gruppo, almeno per adesso".

Detto questo, i cattolici che si sono distinti dal resto del Pd?
"Hanno seguito le proprie inclinazioni. È giusto che in Parlamento si possa discutere, non mi scandalizza il dibattito interno al Pd. Piuttosto la chiusura della maggioranza".

Da laico lamenta invece l'ingerenza della Chiesa.
"Da uomo di scienza, piuttosto. Il termine bioetica era nato perché, come sosteneva il suo inventore, Von Potter, l'etica medica deve ispirarsi alla natura e deve trattenersi dall'invadere e abbattere i limiti naturali della vita. Era un presupposto accettato anche dalla Chiesa, che oggi invece smentisce se stessa plaudendo a una legge che va contro la morte naturale".

E adesso? Referendum?
"Intanto, penso che il presidente della Repubblica avrà qualche dubbio sulla costituzionalità della norma. L'autodeterminazione è alla base della Costituzione. Ma penso che anche la Corte costituzionale avrà dei rilievi. Certo, il referendum resta l'ultima spiaggia. A me sembra più utile e pratico seguire un'altra via, nell'immediato".

Quale?
"Lancio un vero appello agli italiani. Scrivete il vostro testamento biologico prima che questa legge che lo vanifica entri in vigore. Depositatelo dal medico o da un avvocato o da un notaio, nominando un fiduciario. All'occorrenza, un buon magistrato potrà farlo valere. E i medici, com'è loro dovere deontologico, potrebbero decidere di dar seguito alla volontà del paziente. Io l'ho fatto. Avrà un senso se lo faremo in tanti".

(27 marzo 2009)
DA repubblica.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. «Questo è il mio testamento biologico»
Inserito da: Admin - Aprile 24, 2009, 10:34:51 am
SU OKSALUTE

Cari lettori: «Questo è il mio testamento biologico»

Il professor Umberto Veronesi rende pubbliche le volontà che depositerà presso un notaio


Ho scritto di mio pugno il mio testamento biologico un anno fa per tre motivi: le mie note convinzioni sulla libertà di disporre della propria vita, l’amore profondo per i miei familiari, che non voglio siano mai straziati dal dubbio sul che fare della mia esistenza, e la fiducia e il rispetto per i medici che si prenderanno cura di me.

So infatti, per esperienza personale, che per un medico oggi è fondamentale conoscere le decisioni del paziente, per poter curare in base alla concezione moderna della medicina, non più paternalistica ma condivisa, e per poter applicare il codice deontologico, che indica molto chiaramente come la volontà del malato vada sempre rispettata.

Il medico oggi è un custode non solo della salute, ma anche dei diritti del malato; un depositario, quindi, prima di tutto, di alti doveri morali. Per questo sono convinto che, anche se verrà approvata questa legge che calpesta e nega la volontà della persona, i medici italiani non la applicheranno e resteranno invece fedeli al rapporto con il loro malato, la cosiddetta alleanza terapeutica.

Faccio un appello a tutti i cittadini che, come me, rifiutano la vita artificiale, perché scrivano il loro testamento biologico, essendo fiduciosi nella protezione dei loro diritti da parte dei medici e della Costituzione italiana, che stabilisce per legge la libertà e il diritto di rifiutare le cure.

Ecco il mio.

«Io sottoscritto Umberto Veronesi, nato a Milano il 28 novembre 1925, nel pieno delle mie facoltà mentali e in totale libertà di scelta, dispongo quanto segue: in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico o di sostegno (nutrizione e idratazione). Nomino mio rappresentante fiduciario mio figlio Paolo Veronesi. Queste mie volontà dovranno essere assolutamente rispettate dai medici che si prenderanno cura di me. Una copia di queste mie volontà saranno depositate presso lo studio del notaio …, Milano».

Umberto Veronesi
22 aprile 2009(ultima modifica: 24 aprile 2009)



Titolo: UMBERTO VERONESI. Scrivetevi il testamento biologico
Inserito da: Admin - Maggio 08, 2009, 05:01:01 pm
7/5/2009
Scrivetevi il testamento biologico
   
UMBERTO VERONESI


Lo slittamento della discussione della legge sul Testamento biologico è stato un bene per il Paese e ringrazio questo giornale per averlo sottolineato ieri, in un momento in cui il dibattito sul tema più che rimandato appare abbandonato.

Non pensino i tanti italiani che credono nella lotta a favore dei diritti fondamentali della persona e del malato - fra cui in tutto il mondo evoluto rientra quello di rifiutare le cure - che chi, come me, ha tentato di portare questo obiettivo in Parlamento, vi abbia rinunciato a causa delle fiaccolate e delle polemiche. Né temano quelli che si sono apertamente dichiarati a favore di una legge che permetta di rifiutare la vita artificiale - la maggioranza secondo tutti i sondaggi - che le loro aspettative siano state disattese e dimenticate.

In realtà più ci si allontana dall’ondata emotiva scatenata dal caso di Eluana Englaro, maggiori sono le chances che abbiamo di pervenire a una legge equilibrata e lontana dalla logica dei provvedimenti «ad personam».

Uscire dall’ossessione delle foto di Eluana nello splendore della giovinezza, dalle accuse di assassinio lanciate a un padre che ha perso la sua unica figlia, dal furore, insomma, delle immagini e delle parole, è una condizione imprescindibile per una discussione lucida e pacata su un argomento, come la vita artificiale, che ha già in sé valenze emotive molto forti. Deve invece essere chiaro che il dibattito sul testamento biologico non verte sulla visione e i misteri della vita e della morte, ma sulla libertà di autodeterminazione della persona. E lì deve ritornare.

Un pubblico complimento va dunque fatto al Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini: ha percepito che troppa commozione e troppa ideologia è stata riversata in un testo di legge e ha chiesto di rimandarne l’approvazione. Del resto, la fretta è sempre una cattiva consigliera e nessuna decisione politica andrebbe mai presa sotto la pressione dell’urgenza o degli allarmi. Tanto più che nel caso del Biotestamento non c’è nessuna fretta. Se il Paese in questo momento non è pronto culturalmente ad affrontare il tema senza cadere nelle trappole ideologiche e scadere nelle contese partitiche, meglio aspettare per evitare un danno ai cittadini.

C’è chi ha iniziato a pensare «che cosa fare», in caso di un prolungamento artificiale della vita da parte della medicina tecnologica, molto prima che accadesse l’incidente a Eluana Englaro. Abbiamo atteso fino a oggi, abbiamo fatto ricerche a livello internazionale, abbiamo studiato molti casi di persone in stato vegetativo permanente, abbiamo analizzato quasi tutti i diversi disegni di legge e dunque non c’è motivo per buttare tutto all’aria, stringendo i tempi su un processo che ha richiesto molti anni e molto impegno di tante intelligenze. Sono stato in Italia uno dei promotori del movimento civile a favore del Testamento biologico; ho partecipato, insieme con alcuni dei maggiori esperti in merito, alla stesura di quattro libri; ho lanciato, attraverso la mia Fondazione, una campagna informativa e presentato in Senato un disegno di legge. In virtù di queste esperienze ripeto che piuttosto che una cattiva legge è meglio non averne. Non esistono vincitori o vinti quando ci sono di mezzo i diritti di cittadini e malati. Questo non vuol dire sottrarsi al confronto in un dibattito che si è fortemente voluto, anzi direttamente provocato, ma ritornare all’essenza del problema: il diritto di decidere per sé, il diritto di rifiutare o accettare una vita artificiale, il diritto a vedere rispettate le proprie volontà, anche nel caso in cui non ci si potesse esprimere di persona. Il mio invito è quindi, per chi lo ritiene giusto, a scrivere il proprio testamento biologico anche in assenza di una legge specifica, nella certezza che le proprie volontà saranno tutelate dalla Costituzione che ha stabilito tali diritti per tutti gli italiani.

da lastampa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Ma io boccio la scuola che boccia
Inserito da: Admin - Luglio 25, 2009, 10:54:05 am
22/7/2009 - LA POLEMICA
 
Ma io boccio la scuola che boccia
 
UMBERTO VERONESI
 
Molti di noi si sono sentiti rassicurati dalla notizia che quest’anno 15.000 studenti, 3000 in più rispetto allo scorso anno, sono stati bocciati alla maturità.

È finita, hanno pensato, l’epoca di una rete di scuola superiore dalle maglie troppo larghe, che manda all’Università studenti impreparati. Ragazzi destinati comunque ad arenarsi nel percorso di studio. Una scuola che immette nel mondo del lavoro giovani che saranno comunque rifiutati. Altri hanno visto nella bocciatura un «giro di vite», come ha scritto Marco Rossi-Doria in un intervento su La Stampa che per molti altri aspetti condivido. Oppure, ancora, c’è chi ha parlato di segnale educativo forte, «chi non si impegna fino all’ultimo, fallisce, e non ci sono eccezioni né deroghe per nessuno».

Io non la penso così. Io sono convinto che il fallimento, o la «sconfitta finale», se vogliamo, non sia dei ragazzi bocciati, ma della scuola, intesa come sistema formativo ed educativo nel suo insieme. Credo che non dovrebbe succedere che solo alla fine della fase fondamentale del cammino scolastico ci si renda conto che uno studente non è idoneo a proseguire, o ad accedere a una professione. Penso che sia un segnale preoccupante, che può indicare che la nostra scuola non è in grado di capire e interessare i nostri ragazzi, e deve ricorrere a strumenti di autoritarismo obsoleto per stimolare un percorso di crescita.

L’istruzione è un diritto-dovere sancito dalla nostra Costituzione, ma il suo obiettivo è formare dei cittadini, non trasferire una cultura nozionistica e poi misurarla rigidamente. La scuola dovrebbe essere l’ambiente privilegiato per motivare i giovani alla vita e fornire loro gli antidoti contro le fughe dalla realtà e il rifiuto del mondo adulto. Dovrebbe essere luogo di studio, certo, ma anche di sport, musica, teatro, laboratori scientifici e sperimentazioni culturali. In scienza, per parlare di un settore che conosco profondamente, la scuola dovrebbe essere in grado di stimolare la curiosità e la creatività. Nel mondo di domani, ciò che conterà non sono gli strumenti di cui disporremo, ma le idee che avremo, vale a dire la capacità innovativa e creativa. Due doti che la scuola attualmente non incentiva e non valuta. Sono convinto che la punizione (quale di fatto è la bocciatura alla maturità) non serva alla maturazione di un diciottenne. Servirebbe invece che la scuola fosse un luogo di formazione di una coscienza individuale, ruolo oggi giocato prevalentemente dalla tv e da Internet. Senza coscienza personale non c’è libertà di pensiero e senza libertà non c’è creatività e non c’è innovazione. Non stupiamoci più di tanto allora, se i giovanissimi bevono alcol, fumano sigarette e spinelli, insomma cercano evasioni e trasgressioni. Cosa proponiamo noi adulti di più interessante? Solo punizioni e divieti che li allontanano sempre più da noi, senza riempire in alcun modo il vuoto che ci separa. Sono convinto che ciò che farebbe bene ai nostri ragazzi, bocciati o promossi, sono segnali forti di fiducia.

Dare fiducia ai giovani non vuol dire abolire ogni regola e non stabilire un perimetro alla loro libertà. Vuol dire invece aiutarli perché sempre più autonomamente si costruiscano un set di valori su cui basare solidamente quelle regole e quei confini. Personalmente non faccio alcuno sforzo a comportarmi così e neppure fingerei «per il loro bene». Amo profondamente i nostri ragazzi e ritengo che la nuova generazione sia straordinaria per intelligenza, apertura mentale, ricchezza di ideali e generosità. Non scoraggiamoli.
 
da lastampa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Arriva l'influenza A Dobbiamo avere paura?
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2009, 10:26:28 pm
L'ANALISI

Arriva l'influenza A Dobbiamo avere paura?


di UMBERTO VERONESI


La pioggia di dati sull'influenza da virus H1N1, la Nuova A, che ogni giorno ci invade ormai da molti mesi è sacrosanta, ma rischia di non rispondere alla domanda della gente, che invece è una sola: dobbiamo avere paura oppure o no? Siamo di fronte ad una pandemia mortale, una peste del ventunesimo secolo, o si tratta di un'altra influenza dal nome e l'origine più fantasiosi? Io penso che il panico è da escludere, la prudenza no. Tutti i virus influenzali, quelli che definiamo "stagionali", causano una lieve mortalità, in media intorno all'1 per mille dei contagiati. Al momento questo nuovo virus non sembra discostarsi sostanzialmente da questa percentuale, anche se dobbiamo tenere conto che, in caso di dati mondiali, i numeri relativi ai contagi sono di difficile interpretazione, perché in molti Paesi, con strutture sanitarie meno avanzate, numerosi casi non vengono identificati e neppure segnalati.

In Italia, dove il sistema si è mosso con indubbia efficienza come nel resto d'Europa, si riportano fino ad oggi fra i 1.600 e i 1.800 contagi e nessun decesso. Siamo quindi in linea con una normale influenza, che però ha, per il resto, caratteristiche nuove. Ciò che possiamo infatti dedurre con ragionevole certezza dai dati internazionali sono il tipo di virus e le sue tendenze di diffusione.

Prima di tutto va precisato che le notizie dall'emisfero australe, che sta aprendo la stagione influenzale con il "doppio virus" (quello stagionale e la nuova A) sono rassicuranti perché il virus ad oggi non è mutato, cioè nel moltiplicarsi non è diventato più pericoloso per la salute rispetto all'esordio. La malattia ha mostrato due caratteristiche: una grande velocità di contagio e una "predilezione" per i più giovani, tratto che la rende peculiare rispetto alle altre forme e che ha messo in speciale allarme i pediatri. Va detto anche che non appare fra le sue caratteristiche la gravità: la regola è la guarigione, non le complicanze e tantomeno la morte. Alvaro Ulribe, presidente della Colombia, ha appena annunciato, senza problemi di "immagine", di essere stato contagiato e lo staff si è dichiarato per nulla preoccupato perché la malattia è stata da subito sotto controllo. Si è ammalato anche Raffael Correa, presidente dell'Ecuador, ed già è guarito Oscar Arisa Sanchez, presidente del Costarica. Del resto la terapia è disponibile, per tutti: si tratta di antivirali già presenti sul mercato. Che fare però per evitare di ammalarsi? Il periodo di diffusione durerà molti mesi e dunque mi sembra inutile spostare l'inizio della scuola, come è stato proposto in Italia, perché significherebbe perdere l'anno scolastico. Così come non appare pensabile rimandare i viaggi all'estero perché i flussi di spostamento della popolazione, soprattutto i giovani, da un Paese all'altro ormai sono continui e inarrestabili. Non serve quindi stravolgere le proprie abitudini di vita e farsi ossessionare dall'incubo del contagio.

È più utile prestare attenzione particolare ai sintomi tipici influenzali e segnalarli subito al proprio medico, oltre che seguire le norme igieniche preventive che si applicano a tutti i contagi. Penso che in realtà dobbiamo tutti abituarci gradualmente all'idea che paradossalmente sulla diffusione dei nuovi virus il mondo moderno appare più fragile del mondo antico.

Nell'era della globalizzazione, come accennavo, non ci sono più, a farci da barriera, gli oceani e le grandi distanze via terra. E anche il concetto di "cordone sanitario" si è di conseguenza, indebolito: l'allarme si diffonde più tardi rispetto alla velocità dei viaggi e il gran numero di viaggiatori nel mondo. Esiste, dall'altra parte, un "sistema di salvataggio" (controlli, terapie, vaccini) più efficiente, che rischia di incepparsi, però, se la popolazione non segue razionalmente le raccomandazione di comportamento, perdendosi nelle proprie ansie. Nel caso di un nuovo allarme di malattia, l'emotività può creare fragilità nelle strutture sanitarie e indurle ad adottare misure sproporzionate, con l'obiettivo di debellare più la paura che il virus. Questo è il rischio che possiamo e dobbiamo evitare.

(1 settembre 2009)
da repubblica.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Niente panico: il virus è raramente letale
Inserito da: Admin - Novembre 03, 2009, 09:54:22 am
3/11/2009

Niente panico: il virus è raramente letale
   
UMBERTO VERONESI


Esiste una via di mezzo fra psicosi e superficialità nell’affrontare il caso della nuova influenza A. E’ quella della razionalità. I dati scientifici in tutto il mondo ci dicono che il virus A è raramente letale.

E non è molto più aggressivo dell’influenza stagionale. Ha però delle caratteristiche peculiari: è molto contagioso e colpisce una fascia d’età nuova per una sindrome influenzale, che è quella dai 5 ai 14 anni, spesso in una forma grave che richiede il ricovero. Se stiamo agli ultimi dati ufficiali, rispetto a una media in Italia di 3,8 casi ogni 1000 abitanti, questa fascia di età ha un’incidenza di 13,02 ogni 1000 soggetti, che è effettivamente alta. Non ci sono però dati che giustifichino un allarme circa la mortalità: anche i casi di decesso in Italia come quelli nel resto del mondo, riguardano età diverse e sono per lo più legate a gravi malattie già esistenti (che vanno dalla tubercolosi polmonare, alle cardiopatie, alla broncopatia ostruttiva fino al diabete e l’obesità) o più raramente, come nel caso della signora di 46 anni di Messina, a complicanze causate dal virus. Altra informazione che la scienza ci dà è che non ci sono segni nel mondo di mutazione del virus, cioè della sua trasformazione in una forma più grave, che è il vero pericolo delle nuove pandemie. L’ultimo dato, e non certo in ordine di importanza, è che esiste un vaccino (in realtà ce ne sono diversi tipi) che ha dimostrato efficacia. Ovviamente non esiste ancora un controllo molto prolungato, cioè non sappiamo la durata della protezione nel tempo, ma sappiamo dai dati dell’altro emisfero, da cui il contagio è partito, che la vaccinazione funziona.

Dobbiamo ricordare che un vaccino è un farmaco e tutti i farmaci hanno effetti collaterali e dunque minime percentuali di rischio per la salute; ma questo vale per tutte le medicine, anche per gli antibiotici, che hanno cambiato la storia dell’uomo. E come tutti i farmaci ha dietro di sé un processo produttivo, ma questo non ci autorizza a pensare che la vaccinazione sia solo un business dell’industria farmaceutica, come qualcuno ama insinuare. E’ inevitabile che ci siano interessi economici in gioco, ma la questione centrale che fa decidere la sanità mondiale per il vaccino è la salute della gente e pensare ad una macchinazione finanziaria di dimensioni planetarie è sbagliato. Che fare allora? Di fronte a questo quadro obiettivo, il buon senso, oltre che la medicina, ci consiglia di aderire alla campagna di vaccinazione, così come è stata predisposta dal nostro governo. Il programma è di vaccinare subito i gruppi a rischio (personale sanitario, forze di pubblica sicurezza e protezione civile, donne al secondo o terzo mese di gravidanza, i malati cronici di ogni fascia di età) e poi il 40% della popolazione entro i primi mesi del 2010. Va detto che di fronte ad un nuovo virus, la medicina deve essere pronta a «navigare a vista»: se il contagio si evolve in modo inaspettato, la strategia vaccinale può cambiare e dare priorità a fasce diverse. La flessibilità e la prontezza di reazione diventano le caratteristiche più importanti della sanità di un Paese e fino ad ora mi sembra che Europa e Italia si siano comportate con efficacia.

Vaccinarsi è un atto di responsabilità individuale e civile perché, come dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una pandemia influenzale è causata da un virus che può esser del tutto nuovo nella popolazione umana e questo crea una generale vulnerabilità all’infezione. Questo significa che anche se non tutta la popolazione viene contagiata nel momento dell’infezione, quasi tutti si possono potenzialmente infettare. Il vaccino è dunque un modo, oltre che per proteggersi da un malanno comunque molto fastidioso, per contenere il più possibile la diffusione nel momento di picco: il fatto che molte persone si ammalino nello stesso periodo crea un sovraccarico per le strutture sanitarie che fanno poi fatica ad occuparsi dei casi più preoccupanti, e il suo affanno crea una situazione di panico nella popolazione. Una volta di più il mio invito è alla misura: non serve la corsa ansiosa alla vaccinazione perché non siamo in imminente pericolo di vita, ma non bisogna sottovalutare il problema. Serve seguire le norme più semplici di prevenzione senza fobie, e aderire alle campagne di vaccinazione.

da lastampa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. A Internet il Nobel per la pace
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2009, 10:15:38 am
18/11/2009 - LA PROPOSTA
 
A Internet il Nobel per la pace
 
UMBERTO VERONESI
 
Lo so: è inusuale e sorprendente proporre il Nobel per la Pace a favore di un mezzo di comunicazione di massa invece che di una o più persone.

Eppure sono convinto che chi dal futuro si volgesse a controllare i nomi dei vincitori del premio di questi anni, e trovasse Internet accanto ad Al Gore e Barack Obama, avrebbe la fotografia fedele della parte migliore della nostra epoca.

Se il Web vincesse il Nobel dimostreremmo agli osservatori futuri due cose: che avevamo capito la portata della rivoluzione globale rappresentata dalla Rete; che eravamo determinati a volgerla al miglior utilizzo nell'interesse dell'umanità intera.

Da molti anni sono convinto, e vado dicendolo e scrivendolo, che esiste una Lingua Universale capace di riuscire dove hanno fallito altri linguaggi e altre logiche nell'assicurare benessere e prosperità ai popoli e ai singoli. Ed è la Lingua Universale della Scienza. Quella che uso da oltre sessant'anni per capirmi con i miei colleghi medici e ricercatori di ogni Paese del mondo; per costruire la necessaria empatia con i miei pazienti; per spiegare i contenuti e le ragioni dei miei atti e delle mie posizioni prima di ministro poi di senatore. Ripensandoci sempre più mi accorgo che non ci sono parole migliori di quelle della scienza umana per raccontare della vita e della morte, per contenere la paura e riaccendere la speranza, per far tesoro del meglio del passato per preparare un futuro migliore per tutti.

In molti Paesi però, Italia compresa purtroppo, la Lingua della Scienza è poco conosciuta, e dunque poco utilizzata. Eppure, come tento di dimostrare da anni, è insostituibile per descrivere il mondo, la natura, il nostro modo di essere. E per poter intervenire se qualche equilibrio si rompe: si tratti del cambiamento del clima, della fame o della malattia. Forse mancava un veicolo comune e a disposizione di tutti per veicolare questa Lingua Universale per definizione.

Ora c'è e si chiama Internet.

Ora abbiamo finalmente messaggio e messaggero per realizzare una promessa mai mantenuta. Perché insieme Scienza e Internet propongono e portano la Pace.

Questo è il testo scritto dal professor Umberto Veronesi per «Wired» in occasione del numero in edicola dal 21 novembre che lancia la candidatura di Internet per il Nobel per la Pace. Un appello firmato anche da Giorgio Armani e dal Nobel Shirin Ebadi. Di pace e scienza Veronesi e alcuni premi Nobel discuteranno a Milano venerdì e sabato in occasione della conferenza mondiale «Science for Peace».

da lastampa.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. «La religione impedisce di ragionare»
Inserito da: Admin - Febbraio 05, 2010, 04:04:27 pm
Lo scienziato Umberto Veronesi a Sky Tg24 Pomeriggio

«La religione impedisce di ragionare»

«La religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità»


MILANO - La religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della verità. Sono mondi molto lontani. Umberto Veronesi, nel corso di Sky Tg24 Pomeriggio, ha spiegato i motivi che, da scienziato, lo hanno portato ad allontanarsi dalla fede. «Scienza e fede non possono andare insieme - ha affermato l' oncologo - perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di legenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».

«INTEGRALISTA» - Secondo Veronesi, infatti, la religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare. In sostanza, è la sua tesi, si tratta di due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l'uno dall'altro, che non possono essere abbracciati tutti e due. Nel corso della trasmissione l'oncologo ha poi ricordato di venire da una famiglia religiosissima, «ho recitato il rosario tutte le sere fino ai 14 anni», ma di aver deciso di allontanarsi, nei primi tempi con grande difficoltà, dopo aver esaminato a fondo tutte le religioni. «Perché - ha concluso - mi sono convinto che ogni religione esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico». (Fonte: Ansa)


04 febbraio 2010
da corriere.it


Titolo: UMBERTO VERONESI. Le mie lezioni anticancro in Madagascar
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2010, 04:36:04 pm
27/5/2010 - LA STORIA

Le mie lezioni anticancro in Madagascar
   
UMBERTO VERONESI

Il cancro è una maledizione o una punizione divina che possiamo solo accettare con rassegnazione. Noi pensavamo così non più tardi di cinquant'anni fa e oggi ne è ancora convinta la popolazione africana. Ho sperimentato come questo atteggiamento culturale sia un enorme ostacolo allo sviluppo di cure adeguate, in Madagascar, dove sono stato chiamato dal governo per mettere a punto un programma di lotta al cancro.

Come in tutti i Paesi africani, i tumori fino a poco fa erano di scarso rilievo perché la popolazione era falcidiata dalle malattie infettive, prima fra tutte la malaria, e dalla fame. Oggi in alcuni Paesi il cancro diventa più frequente e si presenta nella gravità umana e sociale che noi dei Paesi occidentali ben conosciamo. Per questo il governo di Antananarivo si è rivolto a me, sapendo l'impegno della mia Fondazione, perché facessi il regista di un piano antitumore che sia insieme scientifico e culturale.

La Fondazione, sin dalla creazione sette anni fa, si è posta come obiettivo la disseminazione della cultura scientifica nei Paesi emergenti come atto umanitario e anche come presupposto imprescindibile del processo di pace, a cui noi profondamente crediamo. Per questo non ho esitato ad accettare questo impegno ambizioso e difficile e ho chiesto ai miei collaboratori dell'Istituto europeo di Oncologia di affiancarmi, per mettere in piedi un programma di prevenzione, terapia, organizzazione e soprattutto formazione dei medici e operatori. Le scelte che abbiamo fatto con il governo sono state da subito molto coraggiose. Si è deciso di dare priorità alle donne. Sono loro infatti l'anima e la colonna portante della famiglia, che è a sua volta il perno su cui ruota la società. Quando una donna è colpita dalla malattia, il sistema si sgretola più facilmente. Dunque si è deciso di avviare la lotta al cancro del collo dell'utero, che causa in Madagascar circa 5000 morti all'anno, e poi del seno, che ne provoca circa 6000. Per il seno abbiamo pensato a una grande campagna di sensibilizzazione per cancellare l'atteggiamento di fatalismo e di rimozione e avvicinare le donne alla diagnosi precoce, che, sappiamo, può salvare la loro vita. Per il tumore del collo dell'utero abbiamo deciso di applicare le tecniche più avanzate di prevenzione: la vaccinazione contro il virus dell'Hpv (che è la prima causa di questo tumore) per le ragazze e lo screening con l'Hpv test a partire dai 30 anni.

Per le donne che risultano positive al virus, prevediamo un controllo con pap test annuale. Con queste azioni pensiamo di ridurre drasticamente la mortalità per i due killer femminili nei prossimi dieci anni. Contiamo che non sarà troppo difficile convincere le donne ad aderire al nostro programma, mentre culturalmente il tema più complesso appare quello di creare velocemente una preparazione adeguata fra i medici. A questo livello abbiamo creato un’intesa fra lo Ieo e l’istituto francese Gustave Roussy perché venga strutturato un programma di formazione in grado di creare tecnici per la diagnosi precoce, chirurghi e radioterapisti.

Una della maggiori novità del progetto è l'applicazione estensiva della telemedicina: i tecnici africani prepareranno i vetrini, che saranno poi letti e diagnosticati dai patologi di Milano e Parigi attraverso le telecomunicazioni visive a fibre ottiche. Il piano prevede anche nel futuro la costruzione di un centro oncologico nella capitale, che si ispirerà allo Ieo. Il costo dell'operazione è di circa 22 milioni di euro a cui contribuiranno, insieme con donatori privati africani, anche l'Oms, la Banca Mondiale degli investimenti e la mia Fondazione. Io penso che i Paesi ricchi abbiano il dovere morale di intervenire sugli squilibri e le ingiustizie sociali del resto del mondo e credo ci faccia onore il fatto che dal Madagascar abbiano pensato di chiedere scienza e cultura a noi italiani.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7407&ID_sezione=&sezione=


Titolo: UMBERTO VERONESI. Sì, i malati si curano con la speranza
Inserito da: Admin - Maggio 31, 2010, 10:02:23 am
31/5/2010

Sì, i malati si curano con la speranza
   
UMBERTO VERONESI

Ha ragione Ferdinando Camon («Bisogna dire la verità ai malati?» su La Stampa di ieri) e hanno torto i primari: non è giusto mai che il medico dia un orizzonte temporale - giorni, mesi, o anni che siano - alla vita del malato, e non è vero che sia obbligato a farlo per legge.

Secondo le norme di deontologia medica dire la verità è un dovere del medico e conoscerla è un diritto del paziente. Ma va fatto un distinguo, perché la verità sulla malattia è composta da due momenti: la diagnosi e la prognosi. La diagnosi va comunicata sempre perché è una conoscenza verificabile, documentata e documentabile. È dunque certa, con i limiti intrinseci di ogni certezza in medicina, che non è una scienza esatta. Nell’informare della diagnosi il compito del medico è dunque spiegare qualche cosa che è scritto nero su bianco e che, se venisse taciuto, sarebbe comunque prima o poi scoperto attraverso altre vie: la cartella clinica, l’amico male informato, l’infermiere o il vicino di letto in ospedale.

Sapere la propria diagnosi per errore è il modo peggiore, perché la persona si sente ingannata, perde la fiducia nel medico e nella cura proposta, e precipita in un mare di ipotesi fantasiose e spettri allarmanti.

Anche la prognosi va comunicata dal medico e non da altri, ma il discorso è molto diverso perché la prognosi è un’ipotesi basata sulla proiezione delle statistiche e i dati riferiti alla malattia del paziente. Ma ogni paziente è diverso, ogni persona è un unicum. Non esistono percentuali certe di remissione o di condanna perché troppe sono le variabili in campo e per questo nessun medico potrà mai essere sicuro di cosa succederà veramente a quel paziente. Più di una volta nella mia professione mi è successo che casi considerati gravissimi hanno inspiegabilmente avuto un’evoluzione positiva, e persone considerate spacciate sono state recuperate alla vita per lunghi periodi. Del resto il codice deontologico medico parla molto chiaro: «Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenze particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti, senza escludere mai elementi di speranza». Dunque la legge ci dice che il medico quando fa una prognosi deve esplorare chi gli sta di fronte, valutare quanto sia in grado di capire e quanto voglia conoscere. Esiste anche, per il malato, il diritto di non sapere, perché non tutti vogliono sapere tutto e anche questa volontà va rispettata. In ogni caso va sempre lasciata una speranza, perché c’è sempre uno spiraglio da aprire, qualcosa in più da fare. Quando il medico comunica la prognosi deve pensare che non sta parlando di ciò che è, ma di ciò che potrebbe essere: del futuro e delle aspettative della persona malata.

La prospettiva cambia e il suo obiettivo deve essere di mantenere un benessere e una serenità compatibile con la situazione clinica. Direi in sintesi che il medico ha il dovere di mantenere un visione ragionevolmente ottimistica. Deprimere il paziente e creargli angoscia con una visione buia non serve a nulla: non aiuta il paziente, non aiuta il medico. Un malato angosciato è più difficile da curare e invece la speranza e la fiducia che può infondere un medico si trasforma in forza d’animo per il paziente e in voglia di combattere la malattia ad ogni stadio. Come ho scritto per la nona Giornata del Sollievo, che ho istituito come ministro della Sanità il giorno 30 maggio, tutti i medici dovrebbero ricordare che anche quando non si può più guarire, il nostro dovere più alto rimane quello di curare dando, appunto, il Sollievo, che non viene solo da una terapia, ma anche da un gesto, una carezza, uno sguardo, che faccia sentire fortemente al malato la dimensione umana che dovrebbe essere alla base del rapporto medico-paziente, sempre, fino all’ultimo.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7422&ID_sezione=&sezione=


Titolo: UMBERTO VERONESI. Parla l'oncologo Umberto Veronesi, senatore del Pd
Inserito da: Admin - Luglio 26, 2010, 11:12:07 pm
La lettera

Ecco le cinque ragioni per cui potrei dire sì all'Agenzia sul nucleare

Parla l'oncologo Umberto Veronesi, senatore del Pd


Caro direttore,
Il dibattito che si è sviluppato intorno all'ipotesi di una mia nomina a Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del nucleare appare confuso su 5 punti fondamentali, che tengo molto a chiarire.

Primo, la scelta non è ancora fatta: non ho accettato la proposta di nomina a Presidente, ma la sto attentamente valutando. La decisione che ho preso è che, nel caso in cui accettassi, sicuramente mi dimetterei dal Senato. Lo farei non per motivi partitici, ma perché non potrei conciliare attività scientifica, agenzia e lavori in Senato. Dunque al momento continuo la mia attività senatoriale, all'interno della Commissione Istruzione, Ricerca e Cultura, dove si lavora bene intellettualmente e umanamente.

Secondo, ho posto precise condizioni al mio sì: il piano deve essere tecnologicamente avanzato, economicamente sostenibile e professionalmente gestito da figure di alto profilo scientifico e non selezionate in base a logiche di partito. Inoltre il mio ruolo deve garantire ampi margini di libertà di decisione e di azione, e deve essere compatibile con la mia attività clinica, medica e scientifica, che non ho alcuna intenzione di abbandonare.

Terzo, le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione.
Chi teme la mia mancanza di sapere ed esperienza tecnica sul nucleare va rassicurato: mi occuperò di rischio per la salute e prevenzione, come faccio da sempre, con impegno. Va detto comunque che ho sempre coltivato l'interesse per la fisica (anzi direi che sono un appassionato); non a caso ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Fisica dall'Università di Milano.

Quarto, la motivazione del mio profondo interesse per la proposta è che ritengo che la scelta del nucleare sia un Bene per il Paese, che amo e che vorrei vedere sviluppare in linea con gli standard mondiali più avanzati. La mia posizione ha origini scientifiche «storiche» e non è cambiata nel tempo. Gli Stati Uniti e, proprio ai nostri confini, la Francia e la Svizzera (modello di qualità di vita per noi italiani) hanno da anni investito nel nucleare e continuano a sviluppare strategicamente la loro scelta. Come fonte di energia, il nucleare è al momento la meno tossica per l'uomo: il rischio collegato al suo utilizzo è quello di incidente alle centrali di produzione, ed oggi nel mondo è calcolato vicino allo zero.
E' dunque l'alternativa più valida al petrolio, che è altamente inquinante ed è causa di conflitti sanguinosi, oltre che di episodi disastrosi per l'ambiente e la salute, come abbiamo vissuto di recente con la vicenda americana della Bp.

Quinto ed ultimo punto, la mia eventuale decisione a favore della nomina non cambia il mio pensiero, la mia filosofia e il mio impegno sociale. Sono legato (in alcuni casi anche iniziatore) ai movimenti che sostengono i diritti dei più deboli e dei più poveri, che lottano contro l'ingiustizia sociale, che si impegnano contro gli squilibri economici, l'indigenza e la fame nel mondo, che promuovono la pace e il rispetto dei diritti umani, che agiscono a favore della questione femminile. Questi sono i temi che applicano i valori della Sinistra, a cui ho aderito per tutta la vita, dalla lontana Resistenza, all'incarico come Ministro in un Governo di sinistra, fino al mio recente impegno in Parlamento.

Valori che non rinnego e continuerò a trasformare in atti concreti. Per questo, su caloroso invito di Walter Veltroni, nel 2008 ho accettato di candidarmi al Senato e per questo, sono convinto, sono stato eletto a Milano: portare in Parlamento i miei 50 anni di battaglie per la salute, la scienza e la libertà di pensiero e di ricerca. Come ho dichiarato apertamente, non sono mai stato iscritto ad un partito e non mi sono iscritto al Pd. Il mio contributo alla vita dei cittadini e al Paese sono convinto sia, in questo momento, accettare un ruolo di tutela della salute nell'ambito di una scelta nucleare (che strategicamente condivido) comunque già presa dall'attuale Governo. Per questo, se tutte le condizioni che ho indicato saranno rispettate, accetterò la nomina di Presidente dell'agenzia per la sicurezza del nucleare.

Umberto Veronesi

26 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/politica/10_luglio_26/veronesi-lettera_f7e70862-9882-11df-a51e-00144f02aabe.shtml


Titolo: UMBERTO VERONESI. Perché sto dalla parte del nucleare
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2010, 11:40:35 am
29/7/2010 - LA POLEMICA

Perché sto dalla parte del nucleare

UMBERTO VERONESI

Le polemiche sorte intorno alla proposta di una mia nomina a presidente dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare non mi stupiscono, anzi sono comprensibili e in gran parte giustificate.

In particolare capisco il pensiero del Pd di fronte all’offerta che mi ha rivolto il governo: riflette un dilemma che io stesso ho vissuto e sto ancora vivendo. Mi sono chiesto infatti se fosse giusto compiere una scelta che va contro la posizione del partito con il quale ho accettato di candidarmi al Senato.

Oppure se non fosse più corretto operare una sorta di autocensura e dire no al coordinamento di un piano che pure considero importante per lo sviluppo del Paese. Alla fine ha prevalso in me il desiderio di partecipare con decisione al ritorno del nucleare in Italia, se pure a condizione di un programma ineccepibile dal punto di vista della qualità scientifica, della sicurezza per l’uomo e per l’ambiente e della sostenibilità economica.

Con questa scelta è difficile continuare l’attività senatoriale. Già avevo elaborato dentro di me questa consapevolezza, che poi mi è stata espressa da molti membri del partito. Ha ragione il senatore del Pd Roberto Della Seta: non potrei perché gli impegni sarebbero troppi, ma anche perché la mia coscienza non me lo permetterebbe. La legittima discussione sulla mia scelta ha tuttavia oscurato agli occhi della gente le sue motivazioni: perché sono così convinto del nucleare da assumermi un incarico così spinoso e largamente impopolare? Che cosa glielo fa fare, professore, mi chiedono i pazienti e gli amici più stretti? Mi spinge la mia convinzione che l’energia nucleare è un progresso scientifico straordinario per l’uomo e, proprio poiché ci credo, ritengo in coscienza di dover offrire tutto il mio impegno di scienziato e di cittadino perché il mio Paese, che amo, sia all’avanguardia in questo settore e non rimanga arenato per motivi ideologici.

Vorrei ricordare che il nucleare è nato in Italia grazie a Enrico Fermi e quando nel dicembre 1942 lui e la sua squadra festeggiarono con un fiasco di vino Chianti (fiasco che fu firmato da tutti i fisici presenti e che diventò da allora un oggetto di «culto») si aprì una nuova era per la scienza e per l’umanità. Il brindisi era per la scoperta della «pila atomica» che era in grado di produrre enormi quantità di energia con la rottura di un atomo di uranio colpito da un neutrone. Fermi scoprì che per produrre energia non è necessaria la combustione (che consuma ossigeno) né il riscaldamento a carbone, o petrolio, e trovò quindi una soluzione potenziale al crescente fabbisogno energetico nel mondo. La politica poi fece un uso tragicamente improprio della sua scoperta, facendo costruire la bomba che gettò un’ombra indelebile su questo progresso.

Sul nucleare come fonte di energia io mi sento di poter rassicurare la popolazione circa la sostanziale assenza di rischio. L’attività delle centrali nucleari produce energia pulita, senza emissioni (presenti invece nei processi di combustione) di sostanze che rappresentano un rischio di malattie respiratorie, allergiche o tumorali nell’uomo.

Ma ciò di cui la gente ha paura sono gli incidenti alle centrali. Va detto che in 40 anni di utilizzo del nucleare nel mondo si sono verificati solo 2 casi: quello di Three Mile Island in Pennsylvania nel 1979, che non provocò nessuna contaminazione e nessuna vittima, e quello di Cernobil nel 1986, che fu un vero disastro. Spesso però si ignora che a Cernobil la causa fu la leggerezza e l’incompetenza del personale. Il direttore aveva esperienza solo di impianti a carbone e il capo ingegnere ne aveva soltanto con i reattori nucleari preparati per i sottomarini sovietici. Si è inoltre unito il fatto che il reattore era già allora inadeguato e tecnologicamente incapace di autoproteggersi dal rischio di malfunzionamento e infine che la tragedia avvenne nel corso di un esperimento, in cui furono paradossalmente violate tutte le regole di sicurezza e di buon senso. Si tratta quindi di un evento unico che ha dei tratti di pura assurdità, e che oggi non si potrebbe ripetere. La presenza di un rischio molto limitato non toglie nulla al compito dell’agenzia per la Sicurezza, che mantiene un ruolo importante e va gestita con fermezza e senza compromessi. Il mio obiettivo potrebbe essere non solo dare una certezza solida alla popolazione, ma anche mettere a punto un modello nuovo di approccio al concetto di sicurezza, più attento ai bisogni reali di salute e di tranquillità dei cittadini.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7651&ID_sezione=&sezione=


Titolo: UMBERTO VERONESI. Un passo avanti verso la pillola anticancro
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2010, 12:00:39 pm
28/9/2010

Un passo avanti verso la pillola anticancro
   
UMBERTO VERONESI

L’attribuzione del Premio Lasker a Napoleone Ferrara è un’ottima notizia per almeno tre motivi. Il primo è la motivazione scientifica: la scoperta della proteina Vegf - che ha un ruolo nella crescita tumorale - e l’identificazione di una molecola in grado di contrastare la sua azione, bloccando lo sviluppo della malattia.

È l’applicazione del principio rivoluzionario dei farmaci intelligenti, che sono la grande promessa della ricerca contro il cancro e la speranza per milioni di malati. Si chiamano «intelligenti» perché, come i missili più sofisticati che riconoscono il bersaglio, si dirigono selettivamente contro le cellule malate, per distruggerle o disinnescarne la pericolosità, riducendo al minimo la tossicità per il resto dell’organismo. Alcuni farmaci - come quello individuato da Ferrara - interferiscono con un meccanismo vitale per il tumore quale il rifornimento di sangue, altri vengono attivati solo quando sono agganciati alle loro cellule-bersaglio.

I farmaci intelligenti già utilizzati in clinica, da soli o in associazione alla terapia tradizionale (oltre all’Avastin trovato grazie agli studi di Ferrara e utilizzato per alcuni tumori del rene e del colon), sono circa una decina. Le molecole in studio tuttavia sono migliaia e le prospettive promettenti; ma va detto che agli occhi dei malati i risultati sembrano tardare ad arrivare.

È vero che, sull’onda dell’entusiasmo per la decodifica del Dna e per l’enorme massa di nuove informazioni sulla malattia derivate dalla conoscenza dei geni che ci siamo ritrovati fra le mani, noi ricercatori abbiamo sperato che la realizzazione del grande sogno, la pillola anticancro, sarebbe stata ancora più rapida e abbiamo forse trasmesso un eccessivo ottimismo. Invece il percorso sta seguendo sistematicamente le sue tappe e i suoi ritmi; rimane tuttavia la certezza che la direzione è quella giusta e il prestigioso Premio Lasker a Ferrara ce lo conferma.

Il secondo motivo di soddisfazione è legato al fatto che il Lasker vada a un italiano, a conferma dell’eccellenza dei nostri ricercatori. Certo è un «cervello in fuga», ma questo nulla toglie ai suoi brillanti risultati e significa che la nostra formazione scientifica e la nostra creatività sono ai massimi standard internazionali. Sostengo da anni che per aiutare lo sviluppo della scienza non si tratta solo di far rientrare i cervelli italiani in Italia, seguendo una sorta di neo-nazionalismo scientifico ormai obsoleto, ma di attirare qui studiosi di diversi Paesi e diverse scuole di pensiero per creare una comunità scientifica internazionale nel nostro Paese, che grazie allo scambio di cultura, la cross-fertilization, dia un nuovo respiro alla ricerca. Abbiamo la tradizione e la capacità innovativa per creare in Italia un «melting pot» della scienza.

Il terzo motivo che mi rende felice è legato alla storia del Premio Lasker. Ho avuto il piacere di conoscere di persona Mary Lasker che nel 1971 assieme a un gruppo di cittadini americani riuscì a far approvare dal parlamento il National Cancer Act, la «legge del cancro», con cui il governo si impegnava a destinare più fondi alla ricerca oncologica, che stava languendo a favore di quella spaziale e tecnologica. Il Cancer Act ebbe un effetto di stimolo per tutta la ricerca contro il cancro nel mondo. In Italia il Progetto finalizzato sul controllo della crescita neoplastica fu varato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche sull’onda del rinnovato impegno americano. Una conferma di come la partecipazione della popolazione civile sia un motore fondamentale della scienza.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7888&ID_sezione=&sezione=


Titolo: UMBERTO VERONESI. Quel simbolo del futuro al femminile
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2010, 09:09:45 am
14/11/2010

Quel simbolo del futuro al femminile
   
UMBERTO VERONESI

L’immagine dell’esile Aung San Suu Kyi che esce dalla sua casa-prigione mettendosi un fiore fra i capelli e stringendo un fazzoletto bianco nella mano diventerà il simbolo del nuovo percorso mondiale verso la pace.

Che, inevitabilmente, sarà guidato dalle donne. Fra i tanti commenti dei leader mondiali mi ha colpito quello del presidente Obama: «È stata liberata un’eroina». È proprio la capacità tutta femminile di essere «eroi del bene» che fa delle donne le principali vittime dei conflitti e allo stesso tempo le più grandi protagoniste dei processi di pacificazione. Io ne sono convinto da sempre, come medico delle donne, come estimatore del pensiero femminile e come uomo che ha vissuto la guerra. Infatti nel Movimento Science for Peace, che ho creato due anni fa, le donne hanno un ruolo centrale, e nella seconda edizione della Conferenza Mondiale che inaugureremo giovedì prossimo a Milano un’intera sessione sarà dedicata a esperienze di donne che vivono in aree di conflitti e mettono a rischio la propria vita per sanarli.

L’amica Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, dall’Iran, Mary Akrami dall’Afghanistan, Tara Gandhi dall’India, Aicha Ech-Cahnna e Rita El Khayat dal Marocco. Sono storie che dimostrano nei fatti ciò che la scienza e l’evoluzione ci confermano: le donne sono biologicamente portate alla pace. Gli ormoni androgeni, predisposti alla differenziazione in senso maschile, concorrono all’aggressività, che è un istinto «distruttivo»; mentre gli ormoni femminili, che hanno la funzione di mantenere un equilibrio che tende alla conservazione e alla riproduzione della vita, sono all’origine dell’istinto «costruttivo».

Non è un caso se sono maschi i teppisti allo stadio, i terroristi, i boia, i serial killer. La donna non uccide e non si uccide: la maggioranza degli omicidi sono perpetrati da uomini, mentre la maggioranza delle loro vittime sono donne. I suicidi femminili sono rari. La donna odia la violenza, odia la guerra e il suo caos, che porta via i compagni e le impedisce di far crescere serenamente i suoi figli. Quindi, per natura, si oppone alla violenza, e la sua forza è che lo fa rifiutando la provocazione, ignorando i soprusi, gli insulti e le privazioni; ma continuando invece, imperturbabile, la ricerca del dialogo. Questo ha fatto Aung San Suu Kyi in Birmania e, come lei, le eroine dei nostri giorni; che sono ben diverse dagli eroi della patria degli scorsi secoli, che troviamo immortalati nelle statue, su cavalli scalpitanti, con le spade sguainate.

«Quando immagino una Birmania democratica - ha scritto Suu Kyi - la vedo in termini di meno sofferenze per la gente. Voglio un Paese in cui siano rispettate le leggi, dove le persone siano sicure, dove siano incoraggiate e aiutate ad acquisire un’istruzione e ampliare i loro orizzonti, dove vengano favorite le condizioni per alleggerire mente e corpo. Al centro del mio movimento c’è “Metta”, che significa il desiderio di arrecare sollievo agli esseri umani».

In queste parole c’è l’espressione dell’amore universale, e penso che nessun uomo le avrebbe pronunciate e difese anche di fronte alle minacce di morte. Non è un caso se, ovunque nel mondo si calpestano i diritti umani, oggi troviamo a combattere in prima fila una donna, e questo mi rassicura su un futuro migliore e pacifico. Che la gestione femminile sia un vantaggio è stato ben capito, sorprendentemente, in Ruanda, dove, primo caso nel mondo, a seguito delle recenti elezioni il Parlamento è composto per quasi il 55% da donne.

La capacità di dialogo, comunicazione e mediazione oggi sono vincenti, mente l’aggressività è un handicap, per cui un maggior ruolo femminile nelle aree critiche non può che essere una speranza. Una doppia speranza, anzi. La positiva conclusione della vicenda di Suu Kyi in Birmania, così come quella di Sakineh in Iran, dimostrano come la sensibilizzazione e la partecipazione della popolazione (che oggi grazie ai media e a Internet è la popolazione di tutto il mondo), che le donne con la loro amorevolezza sanno spesso ottenere, sono uno strumento efficace per vincere le cause che rappresentano un valore e un progresso per tutta l’umanità. Io credo moltissimo nel coinvolgimento attivo della gente e per questo ho voluto per la pace una Conferenza aperta al pubblico e un Movimento a cui tutti possono aderire attraverso il sito

www.fondazioneveronesi.it/scienceforpeace
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8082&ID_sezione=&sezione=


Titolo: UMBERTO VERONESI. Ho fatto il testamento biologico
Inserito da: Admin - Marzo 08, 2011, 06:36:27 pm
8/3/2011

Ho fatto il testamento biologico

UMBERTO VERONESI

Io ho fatto il testamento biologico qualche anno fa, e per tre motivi. Per riaffermare le mie convinzioni sulla libertà di disporre della propria vita. Per l’amore profondo verso i miei familiari, che non voglio siano mai straziati dal dubbio sul che fare della mia esistenza. Per il rispetto verso i medici che si prenderanno cura di me. Ho voluto anche renderlo pubblico: «Io sottoscritto Umberto Veronesi, ..., nel pieno delle mie facoltà mentali e in totale libertà di scelta, dispongo quanto segue: in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico o di sostegno (nutrizione e idratazione)... Queste mie volontà dovranno essere assolutamente rispettate dai medici che si prenderanno cura di me...».

Considero il testamento biologico l’atteggiamento più corretto soprattutto verso i medici curanti, cioè verso chi si troverà, concretamente, ad avere la responsabilità terapeutica di un individuo non più consapevole. Nel febbraio 2009 il giurista Stefano Rodotà, argomentando intorno al caso di Eluana Englaro, ha scritto: «Proprio nell’art. 32 il tema della costituzionalità della persona si manifesta con particolare intensità. Dopo aver considerato la salute come diritto fondamentale dell’individuo, si prevede che i trattamenti obbligatori possono essere previsti solo dalla legge, e tuttavia “in nessun caso” possono violare il limite imposto dal “rispetto della persona umana”.
E’, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, della necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indicibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure coralmente espressa da tutti i cittadini o da un parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Siamo di fronte a una sorta di nuova dichiarazione di Habeas corpus, a un’autolimitazione del potere».

Il testamento biologico, che certifica la volontà dell’interessato, è quindi lo strumento più adatto a far sì che nessuna volontà esterna possa prevalere. A questo principio si ispirò nel 1997 la Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina, il cui articolo 9 prevede che vengano tenuti in considerazione «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà». Per quanto riguarda il nostro Paese, il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la bioetica approvò un documento in cui si auspicava un intervento del legislatore volto a obbligare il medico a prendere in esame le dichiarazioni anticipate di volontà e a motivare ogni diversa decisione in cartella clinica. Purtroppo tutto si è fermato per il timore, da parte di chi è contrario all’eutanasia, che proprio il testamento biologico le aprisse un varco.

Così nella primavera del 2010, mentre una perfetta operazione mediatica presentava con grande risalto l’entrata in vigore della legge che organizza e finanzia le cure palliative, alla Camera, dov’è in gestazione la legge sul testamento biologico, passava tra le proteste di pochi un emendamento che inficia gravemente il diritto all’autodeterminazione del paziente: alimentazione e idratazione artificiali non possono costituire oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Se dovessero risultare inutili o dannose, saranno i medici a decidere.

Ma i cittadini italiani vogliono veramente affidare ai medici la decisione su come desiderano morire? Tramite la Fondazione Veronesi, all’inizio del 2007 volli affidare la risposta a un sondaggio, che è stato effettuato su un campione significativo di 4300 maggiorenni, e realizzato dall’Ispo, l’Istituto per gli studi sulla pubblica opinione. Prima di parlare degli altri aspetti emersi dalla ricerca, mi sembra fondamentale rispondere alla domanda più importante, che il legislatore non può far finta di ignorare: a chi spetta la decisione? Agli intervistati è stato sottoposto un quesito molto dettagliato: «Se una persona è affetta da una malattia o lesione cerebrale irreversibile che le impedisce di esprimere la sua volontà e la costringe alla dipendenza da macchine, a chi dovrebbe aspettare la decisione di non somministrare o eventualmente sospendere i trattamenti che la tengono artificialmente in vita?».

Ebbene, ecco le risposte: solo il 5% degli intervistati ha detto che la decisione spetta al medico che ha in cura il paziente (in ospedale, in reparto di rianimazione, a casa), mentre il 50% ha risposto che la decisione spetta al paziente che ha espresso la proprio volontà in merito quando ancora era in piena lucidità mentale. Questa risposta è stata data dalla metà di coloro che si erano posti il problema e dal 40% di coloro che non se l’erano mai posto. Questa risposta mi sembra assolutamente illuminante e nettamente prevalente rispetto alle altre, che comunque riporto: il 20% ha risposto che la decisione spetta a un familiare (coniuge/genitore/figli o altri parenti), il 20% che la decisione non spetta a nessuno perché «la vita è un dono e bisogna fare di tutto per tutelarla», un altro 5% affida la decisione «a una commissione etica di esperti», e un residuo 1% «a un giudice/magistrato».

Il brano che pubblichiamo è tratto dal nuovo libro di Veronesi «Il diritto di non soffrire» (Mondadori)

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali


Titolo: UMBERTO VERONESI. I rischi dell'eccesso terapeutico
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2011, 09:54:24 am
28/9/2011

I rischi dell'eccesso terapeutico

UMBERTO VERONESI

Anche se a prima vista la denuncia di Richard Sullivan e dei suoi colleghi può sembrare eccessivamente cinica, plaudo a questa iniziativa perché ha il merito di affrontare un tema che tutto il mondo dell'oncologia conosce, ma raramente ha avuto il coraggio di porre al centro del dibattito della pubblica opinione.

Conosco il pensiero di Sullivan, a cui l'Istituto Europeo di Oncologia è legato da collaborazioni scientifiche, e condivido il suo attacco alla «cultura dell'eccesso». Prima di tutto eccesso terapeutico. Ho sempre pensato che sia fondamentale in tutto il percorso di cura, e tanto più nella fase terminale, ridurre al minimo la tossicità per evitare situazioni estreme in cui si aggiunge malattia alla malattia. Ma non si tratta affatto di abbandonare il malato, al contrario si tratta di offrirgli terapie di supporto avanzate e mirate per il trattamento sia del dolore fisico, che della sofferenza, che è altra cosa. Terapie, dunque, che non aggiungono tossicità. Oggi disponiamo di approcci terapeutici che tengono conto anche dell'aspetto psicologico del paziente in fase terminale.

C'è poi il problema legato all'«eccesso di costi», che il lavoro di Lancet Oncology denuncia con forza. In un momento di crisi globale in effetti è ancora più incomprensibile un utilizzo di farmaci ad altissimo costo che non portino sensibili vantaggi ai malati. Posso capire le reazioni indignate di chi istintivamente rifiuta qualsiasi ragionamento economico applicato alla malattia. Ma tengo a sottolineare che la questione dei costi in questo caso non vuol dire risparmiare, ma cambiare l’atteggiamento della medicina moderna, che non deve dar prova di tutte le sue possibilità fino a sfiorare l’«accanimento terapeutico», quanto tornare a considerare la dimensione individuale di ogni malato, la sua storia e la sua percezione personale della vita con la malattia.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9252


Titolo: UMBERTO VERONESI. La forza della scienza
Inserito da: Admin - Dicembre 06, 2011, 05:16:06 pm

6/12/2011
 
La forza della scienza
 
UMBERTO VERONESI
 
Il pensiero non è in crisi. La situazione economica mondiale assorbe, giustamente, la nostra attenzione quotidiana e ci assilla di preoccupazioni per il domani, ma dobbiamo ricordare che le difficoltà riguardano i capitali e i flussi finanziari, mentre la creatività scientifica, che è la chiave per il futuro, sta vivendo uno dei periodi più floridi della sua storia. Per lanciare questo messaggio ho accettato che i miei collaboratori più stretti organizzassero oggi a Roma la celebrazione dei 30 anni dalla pubblicazione sul New England Journal of Medicine- dello studio che cambiò da subito le sorti delle donne colpite da tumore del seno, e poi di tutti i malati di cancro. Perché sarà una celebrazione della forza innovativa del pensiero razionale scientifico e della eccellenza della ricerca medica italiana, che pure non ha mai goduto né di grandi risorse, né di grande considerazione nelle strategie di crescita del nostro Paese. Volli personalmente quello studio (che durò dal 1973 al 1981 su 700 pazienti), contro il parere dell’oncologia mondiale.

Il lavoro ha dimostrato che i tumori del seno in fase iniziale potevano essere curati con gli stessi risultati, conservando la mammella e asportando solo la parte sede del nodulo. Fu una rivoluzione profonda che pose fine all’accanimento sul corpo femminile e a ogni forma di eccesso di cura, e insegnò agli oncologi nel mondo a tener conto della qualità di vita dei malati e della loro percezione della malattia. Le donne furono motivate a controllare periodicamente il proprio seno e, poiché i tumori iniziali guariscono di più, l’impatto fu enorme: in 40 anni la guaribilità è passata dal 40% all’85% dei casi. Ora miriamo ad un obiettivo più ambizioso: sviluppare questa tendenza, fino a trasformare il tumore del seno in una malattia con mortalità vicino allo zero. Come? Sappiamo che la probabilità di guarigione del tumore del seno è proporzionale alla tempestività della diagnosi e oggi abbiamo a disposizione conoscenze più avanzate (abbiamo decodificato il genoma umano) e strumenti di indagine molto più efficaci e accurati di 40 anni fa. La sfida è quindi di applicarli su ampia scala e uniformemente a livello nazionale. All’Istituto Europeo di Oncologia abbiamo dimostrato con uno studio pilota su 1258 pazienti che, se il tumore del seno è scoperto quando è impalpabile e rilevabile solo con gli esami strumentali (mammografia, ecografia, risonanza magnetica), la percentuale di guaribilità è del 98%. Chirurgia e radioterapia si sono velocemente attrezzate per trattare tumori sempre più piccoli, diventando ancora meno invasive e più mirate: così sono nate e si svilupperanno le tecniche di chirurgia radioguidata e la radioterapia intraoperatoria.

Quando arriveremo ad intercettare la maggioranza delle lesioni impalpabili, la chirurgia lascerà il passo a tecniche di cura senza bisturi, come i fasci di protoni, ioni carbonio e gli ultrasuoni (la tecnica Hifu). Molto ci attendiamo ancora dalla rivoluzione molecolare. Nella diagnosi la novità è la ricerca di MicroRNA (Mirna) nel sangue: frammenti di Rna (la «copia» del Dna) che ci permetteranno di agire sul tumore prima che sia un nodulo rilevabile da qualsiasi apparecchio diagnostico. L’analisi di questi frammenti è in grado di identificare quei tumori che non infiltreranno mai altri organi, e di distinguerli da quelli che invece tendono per loro natura a dare metastasi. Con un semplice esame del sangue, quindi, otterremo indicazioni fondamentali per l’approfondimento della diagnosi e l’orientamento della cura. Avremo più farmaci biologici diretti a bersagli molecolari e riusciremo a colpire le cellule staminali del cancro al seno, che già abbiamo individuato, e che sono le responsabili delle temute metastasi.

La medicina è quindi in pieno fermento, ma i suoi risultati oggi non dipendono soltanto dal pensiero e dallo sviluppo, perché stiamo vivendo il passaggio, come dice il motto inglese, da un Welfare State a una Welfare Community. Non è più pensabile che lo Stato offra ai suoi cittadini un’assistenza totale, come era nel sogno garantista, ma è la comunità civile che deve assumere in prima persona la responsabilità della propria salute. Nella lotta ai tumori il primo passo è aderire ai programmi di diagnosi precoce. Per i tumori del seno, solo se le donne prenderanno coscienza, si faranno controllare in massa, educheranno le loro figlie, faranno lobby, ove necessario, l’obiettivo mortalità zero potrà davvero essere raggiunto.
 
da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9523


Titolo: UMBERTO VERONESI. La scienza apra i santuari ai giovani
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2012, 12:07:34 pm
18/1/2012

La scienza apra i santuari ai giovani

UMBERTO VERONESI

Sono dalla parte dei giovani che si ribellano al potere oligarchico delle storiche pubblicazioni scientifiche - per dirla semplicemente, nessuna scoperta è vera se non appare su Nature , Science , o The New England Journal of Medicine - e reclamano una «Open Science», una scienza aperta a chi, per età e cultura, non può far parte di quella oligarchia.

Negli anni passati ho avuto il privilegio di avere quasi una decina di lavori pubblicati sul New England Journal of Medicine e non vorrei sembrare irriconoscente. Ma i tempi sono cambiati. Per sua natura, la scienza è «aperta», ma ciò che dobbiamo migliorare è l’accesso al suo mondo. Per questo, già cinque anni fa ho avviato in Europa una campagna a favore dell’Open Access to Science.

Il problema del difficile ingresso dei giovani nelle carriere della ricerca è mondiale ed è certamente legato alla scarsità di investimenti globali, ma ha cause profonde anche nell’organizzazione stessa del mondo scientifico. Fra queste figura senza dubbio la comunicazione delle nuove scoperte e i risultati degli studi, prima all’interno della comunità scientifica mondiale e poi alla società civile, che giustamente attende di conoscere questi nuovi traguardi.

Proprio lavorando molto in mezzo ai giovani ricercatori mi sono reso conto di almeno tre ragioni di insoddisfazione nei confronti dell’attuale sistema di informazione in scienza. La prima è il tempo troppo lungo che intercorre fra risultati di un lavoro e la loro pubblicazione. Prima che una nuova ricerca appaia su una rivista scientifica bisogna aspettare mesi per sapere se verrà pubblicato oppure no; poi l’articolo che la descrive va corretto, e altri mesi o un anno intero possono ancora passare prima della effettiva pubblicazione. Questo ritardo operativo si traduce in un ritardo nella disseminazione delle conoscenze, che può a sua volta comportare un ritardo nel progresso scientifico. La seconda ragione è la scarsa disponibilità di informazioni in tutti gli angoli del Pianeta, che va contro il principio galileiano dell’universalità della scienza. Gli alti costi delle riviste scientifiche limitano la loro distribuzione nei Paesi emergenti. La terza ragione è che i commenti o le critiche a un lavoro pubblicato su una rivista appaiono mesi dopo, e così le risposte degli autori: il processo che dovrebbe essere di «botta e risposta» può durare un anno, e in un mondo che è ormai abituato ai tempi di reazione di Twitter, questo non è più accettabile. Oggi dunque non c’è alternativa al web per la diffusione delle informazioni scientifiche, come succede per il resto delle comunicazioni. Ci sono progetti, come quello di Negroponte, che disegnano un futuro in cui ogni cittadino della Terra avrà accesso a un computer. Il mondo già si orienta verso questo scenario. Se tutti questi computer avranno accesso a un network, la disseminazione dell’informazione scientifica sarà garantita e i giornali cartacei rischierebbero di diventare un ricordo.

Noi ci siamo mossi in questa direzione creando la prima pubblicazione scientifica oncologica on-line che abbiamo chiamato «ecancermedicalscience».

Sulla nostra rivista i lavori sono esaminati immediatamente e l’accettazione o il rifiuto viene reso noto nel giro di una settimana; i commenti appaiono in diretta; l’accesso alla rivista è gratuito e la partecipazione alla discussione è gratuita. E’ un giornale aperto agli autori e aperto ai lettori. «Ecancer» sta avendo molto successo. Certo, è un modello scomodo da seguire, perché comporta lo scardinamento dei pilastri dell’autorevolezza scientifica. Ma vorrei rassicurare i giovani «ribelli»: l’open access alla scienza è un obiettivo che può solo essere ostacolato o ritardato, ma non può essere evitato. La rivoluzione del web ha fatto del nostro Pianeta un mondo globale, in grado di ascoltare anche la voce del singolo individuo da ogni angolo remoto: non c’è via di ritorno e la scienza non può che cogliere il lato positivo di questa nuova straordinaria realtà.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9659


Titolo: UMBERTO VERONESI - La prevenzione a tavola funziona
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2012, 11:45:08 am
L'INTERVENTO

La prevenzione a tavola funziona

di UMBERTO VERONESI

Per due sabati consecutivi, l'Airc scende nelle piazze d'Italia con le "Arance della Salute" (le immagini). Una mobilitazione per ricordarci che non ci sono dubbi: la prevenzione a tavola funziona e le conoscenze del Dna lo hanno confermato. Lo studio dei geni ha spiegato e rafforzato i dati che l'epidemiologia ha raccolto da anni. Nel secolo scorso abbiamo raggiunto la certezza che il cibo è responsabile di una larga quota di tumori, e che alcuni alimenti hanno un valore protettivo. In seguito, grazie alla lettura del genoma, abbiamo iniziato a scoprire i meccanismi biochimici alla base dei diversi cibi e ad identificare in alcuni alimenti, tipicamente frutti e ortaggi, la presenza di veri e propri principi farmacologici. Se infatti è nota da tempo la proprietà preventiva di un'alimentazione ricca di frutta e verdura, in grado di potenziare i sistemi biochimici che il nostro organismo ha sviluppato per eliminare le sostanze tossiche, oggi è stato fatto un ulteriore passo avanti: si è osservato che una dieta selezionata è anche una fonte di composti che hanno attività terapeutiche.

Dall'incontro dell'approccio nutrizionale con quello farmaceutico è nata quindi una nuova disciplina medica, la "nutraceutica", che consiste appunto nell'impiego dell'alimentazione come cura. Alcuni molecole naturali hanno dimostrato in laboratorio di poter di rallentare la crescita delle cellule tumorali, altri di facilitare l'apoptosi, cioè il 'suicidio programmatò delle cellule (un meccanismo naturale di protezione dell'organismo al quale sfuggono le cellule tumorali), altri ancora hanno proprietà antiangiogenesi, cioè bloccano lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni in prossimità dei tumori impedendone la crescita, moltissimi altri ostacolano la crescita delle cellule tumorali facilitando il lavoro del sistema immunitario. Sostanze potenti, ma presenti in natura, quindi a bassa tossicità e poco costose: ad esempio la catechina presente nelle foglie del tè, il licopene presente nel pomodoro e gli antociani presenti appunto nelle arance rosse di Sicilia.

Ora ci aspettiamo ulteriori progressi dalla nutrigenomica, che studia come le molecole alimentari siano in grado di agire sul Dna per bloccare i tumori. Negli ultimi anni abbiamo scoperto ad esempio che alcuni geni coinvolti nella regolazione di processi vitali della cellula si attivano o si disattivano, proprio come lampadine che si accendono o si spengono, al variare delle calorie che assumiamo o alla presenza o meno di determinate sostanze nella nostra dieta. L'alimentazione sarebbe dunque uno dei fattori in grado di regolare "l'espressione del genoma", cioè di influire su come alcuni geni vengono attivati per fare in modo che la cellula esegua le funzioni vitali. Il grande sogno ha dunque due volti: arrivare da un lato una dieta anticancro personalizzata e dall'altro a una cura che utilizza i cibi come farmaci.

Grazie alle nuove conoscenze sui legami tra cibo e malattia, dalla classica dietologia "proibizionista" (evitate i cibi che fanno male) si è passati alla nutrizione consigliata (assumete i cibi che fanno bene) e infine appunto alla nutrigenomica (assumete quei cibi che fanno bene proprio a voi). La ricerca, svelandoci le interazioni tra l'ambiente esterno e i nostri geni, ci dà continue conferme scientifiche che il nostro stile di vita, anche nelle azioni più ordinarie ed elementari, come mangiare, è il fattore che maggiormente può incidere sulla nostra salute. Ma noi Italiani siamo fortunati, non dobbiamo stravolgere le nostre abitudini perché abbiamo già una tradizione alimentare molto sana: la dieta mediterranea, che dal punto di vista scientifico è un autentico patrimonio (come l'ha definita l'Unesco), perché è ricca di vegetali, di cereali e legumi e povera di proteine animali.

Per trovare le Arance della Salute: numero speciale 840 001 001 - www.airc.it - www.arancedellasalute.it

(03 febbraio 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2012/02/03/news/arance_veronesi-29288958/?ref=HREC2-26


Titolo: UMBERTO VERONESI. Caso Eternit le colpe dei governi
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2012, 04:56:04 pm
15/2/2012

Caso Eternit le colpe dei governi

UMBERTO VERONESI

La condanna dei proprietari dell’azienda produttrice di amianto è sacrosanta, ma a rigor di logica dovremmo incolpare anche quei governi che hanno aspettato più di trent’anni prima di mettere fuori legge una sostanza che la scienza aveva pubblicamente denunciato come cancerogena.

Che l’amianto fosse causa di mesotelioma, una forma di tumore della pleura molto aggressiva, si sapeva già dagli Anni 50. Addirittura negli Anni 60 l’International Agency for Cancer Research (Iarc) organizzò una conferenza internazionale sul rischio amianto e nel 1964 il «New York Times» pubblicò una pagina sul caso Eternit, informando direttamente anche la popolazione. Eppure una legge che vieta l’uso
dell’amianto arriva soltanto nel 1992, - dopo che l’azienda, inaugurata nel 1906, aveva chiuso per autofallimento nel 1987 - quando il materiale cancerogeno per 80 anni aveva già invaso il mondo. Ora è difficile andare a reperire tutti i siti contaminati. L’amianto, come materiale ignifugo, è stato ampiamente utilizzato nell’edilizia sia civile che industriale, per costruire navi, scuole, case, uffici, tettoie, magazzini etc. Con l’amianto erano fabbricate le pastiglie dei freni delle automobili e quindi ogni frenata provocava un’emissione nociva nell’aria.

Che fare ora? Il problema della bonifica ha ormai proporzioni gigantesche. E’ necessaria un’analisi per capire con esattezza dove ci conviene rimuovere (con il rischio di diffusione delle polveri) e smaltire e dove isolare e sigillare il materiale perché non possa venire in contatto con le persone. La tragedia dell’amianto ci deve inoltre far riflettere sul fatto che è ora di riprendere gli studi sulla cancerogenesi ambientale. Il principio dell’origine ambientale del cancro nasce nel ‘700 quando un chirurgo inglese, Percival Pott, descrisse carcinomi cutanei negli spazzacamini. Nel 1896, a Francoforte un chirurgo, Ludwig Rehn, scoprì che il cancro della vescica era molto più frequente nei lavoratori dell’industria delle amine aromatiche (anilina) e nello stesso periodo il cancro del polmone veniva riscontrato con frequenza nei lavoratori in miniere con forti emissioni radioattive; nel mentre apparivano le prime osservazioni del rischio di tumore polmonare per inalazione di cromati, composti ferrosi e, appunto, amianto. Abbiamo così scoperto via via una serie di sostanze che sono causa di tumore e che sono recensite dal già citato Iarc: sostanze utilizzate sui luoghi di lavoro come appunto le amine aromatiche (per i coloranti), o che compongono alcuni materiali, come il nichel, o presenti nell’aria, come il benzene, o come i prodotti della combustione, oppure ancora i raggi ionizzanti di origine terrestre o prodotti dall’uomo, e infine alcuni virus. Nel nuovo millennio tuttavia l’epidemiologia (vale dire lo studio delle cause della malattia in relazione a come si presenta e si distribuisce nelle popolazioni) è stata leggermente trascurata, a favore degli studi «costituzionali», incoraggiati dalla decodifica del genoma umano: la conoscenza dei geni dell’uomo ci ha informati che il cancro è legato a un danno al Dna cellulare che «sprogramma» la cellula, che inizia a comportarsi in modo anomalo rispetto alla sincronia armonica dell’organismo. Tuttavia non dobbiamo cadere in equivoco: il fatto che la conoscenza del Dna sia diventata un elemento primario nella lotta al tumore, significa che il Dna è il primo ad essere danneggiato.

Ma la causa del danno rimane esterna. Dunque la ricerca sui fattori ambientali rimane una delle vie principali per la sconfitta della malattia. A patto che la sua voce venga ascoltata. Credo che questa sia la grande lezione della vicenda Eternit. Personalmente ho vissuto negli Anni 60 il caso amianto, partecipando agli studi che ne hanno definito la pericolosità, e negli stessi anni ho partecipato ai movimenti per risolvere il caso delle amine aromatiche: abbiamo lottato per decenni per la chiusura delle fabbriche che utilizzavano le sostanze e le ultime, in Val Bormida, sono state chiuse pochi anni fa. Bisogna fare in modo che un altro caso non avvenga più.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9773


Titolo: UMBERTO VERONESI. Sanità, strutture da ripensare e ricoveri brevi
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2012, 09:30:02 am
30/7/2012

Sanità, strutture da ripensare e ricoveri brevi

UMBERTO VERONESI

Penso che le liste d’attesa in sanità siano un problema strutturale che non può essere risolto con interventi regolatori estemporanei: decreti e ingiunzioni che stabiliscono tempi massimi non servono. Bisogna intervenire sulle cause e le condizioni che creano nelle strutture ospedaliere l’impossibilità di rispondere al bisogno reale di salute dei cittadini.

Da tempo affermo che è necessaria una ristrutturazione profonda del sistema ospedaliero, che rifletta più fedelmente la medicina moderna. Il ruolo dell’ospedale va ripensato nel suo insieme . Innanzitutto la diagnostica deve essere separata dalla terapia e deve essere accessibile «sotto casa», per fare in modo che ogni cittadino abbia la possibilità di ottenere una diagnosi tempestiva, senza dover affrontare grandi spostamenti. L’ospedale deve svolgere due funzioni : l’ approfondimento diagnostico e la terapia. Deve essere altamente tecnologizzato e contemplare ricoveri brevi per avere un ricambio frequente di pazienti, che devono restare in ospedale lo stretto tempo necessario per ricevere le cure adatte alla fase «acuta» della loro malattia.

E qui sta la chiave per risolvere il problema delle liste d’attesa : la degenza media in ospedale, dai sei/sette giorni attuali deve ridursi a tre/quattro giorni. Per ottenere questo e dimettere i pazienti precocemente, dovrebbe sorgere nelle vicinanze dell’ospedale una struttura di «accoglienza protetta», dove i pazienti possono restare il periodo che occorre per una buona ripresa, senza occupare un letto necessario per chi si deve sottoporre ad un intervento terapeutico. Questa è la soluzione adottata dai sistemi sanitari più avanzati a livello internazionale ed ha dimostrato di essere ottima per una efficienza globale del sistema ospedaliero. Con una rete diagnostica territoriale e la riduzione drastica della degenza media, il problema delle liste d’attesa per esami e ricoveri si annullerebbe automaticamente.

La liste d’attesa sono un problema quasi ovunque e non credo siano influenzate dalla Spending Review. Stiamo parlando di riorganizzare e razionalizzazione un sistema complesso, in fase di profonda trasformazione in tutto il mondo. Bisogna anche sottolineare che questa trasformazione è difficoltosa, ma estremamente positiva per i malati e i loro familiari. Il principio fondante della concezione di ospedale moderno è infatti, accanto all’eccellenza della cura, l’ attenzione alla qualità di vita della persona, un parametro fino a ieri inesistente nella progettazione ospedaliera. Certo, la soluzione strutturale profonda ai problemi sanitari richiede un investimento pubblico che in questo momento sembra un’utopia. Al contrario, proprio ora, io credo che sia un dovere investire nel rilancio dei lavori pubblici - in particolare in un’area strategica come la sanità che possono fare da volano a molti settori e contribuire a ridarci il bene più prezioso che la temporanea situazione di crisi ci ha sottratto : la fiducia nel futuro.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10388


Titolo: UMBERTO VERONESI. La rivincita del progresso sull'ideologia
Inserito da: Admin - Agosto 29, 2012, 04:50:33 pm
29/8/2012

La rivincita del progresso sull'ideologia

UMBERTO VERONESI

La sentenza della Corte di Strasburgo è per il nostro Paese una rivincita culturale ed etica molto significativa. Il referendum che nel 2004 avrebbe dovuto sondare l’opinione degli italiani circa 4 punti della legge 40, fra cui quello relativo al divieto di diagnosi reimpianto, è stato uno sforzo purtroppo inutile, perché la forte spinta ideologica all’astensionismo ha impedito di capire il reale pensiero dei cittadini.

A noi promotori sembrava naturale mettere a disposizione della società una grande conquista della scienza, che permette a chi è portatore di una malattia ereditaria di non trasmetterla ai propri figli. Va sottolineato che, sia dal punto di vista medico che logico, la diagnosi preimpianto non è altro che l’anticipazione di quella diagnosi prenatale che viene effettuata frequentemente in gravidanza. Ora, in base alla legge italiana è possibile verificare la salute del feto nell’utero della madre, ma non quella dell’embrione nella provetta. Inoltre, la legge 194 dice che, in presenza di malattie genetiche, è possibile interrompere la gravidanza ricorrendo all’aborto. Ma poiché esistono le tecniche di diagnosi embrionale, perché dover aspettare la formazione del feto? Perché ricorrere a un aborto, più traumatico per la donna, quando basta decidere di non impiantare l’embrione che presenta un danno genetico? Questi danni, all’origine di malattie molto gravi - come la fibrosi cistica, di cui i due italiani che hanno fatto ricorso a Strasburgo sono portatori sani -, sono purtroppo molto frequenti, e il fatto che lo studio del Dna permetta di sapere, prima dell’impianto nell’utero della madre, se l’embrione presenta geni alterati oppure no, è un progresso che nessuna ideologia e nessuna religione possono negare. L’azione stessa della medicina oggi è sempre più un’azione predittiva. La decodifica del Dna ci ha permesso di risalire sempre più indietro nei processi di origine e sviluppo delle malattie e di poter intervenire prima che la patologia si manifesti. Addirittura prima della nascita, appunto.

Per fortuna in Italia accade sempre più spesso che la magistratura corregga con le sue sentenze le incongruenze del Parlamento e interpreti più fedelmente i bisogni e il pensiero dei cittadini. E’ curioso come i quattro divieti, oggetto del referendum del 2004, siano stati di fatto sorpassati dai ricorsi dei cittadini e dai giudizi delle Corti. Segno che, indipendentemente dalla politica, progresso e Diritto proseguono insieme sulla stessa via.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10468


Titolo: UMBERTO VERONESI. Quel no alla medicina che fa soffrire
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2012, 11:00:37 am
IL COMMENTO

Quel no alla medicina che fa soffrire

di UMBERTO VERONESI

Di fronte al mistero e la dignità della morte di un uomo straordinario come il Cardinal Martini potremmo tacere e meditare. Oppure, pensando alla sua figura pubblica, che rimarrà un punto di riferimento per il pensiero moderno, forse invece dovremmo riflettere sulla lezione illuminata che ha voluto lasciarci anche nella sua ora suprema. Martini incarnava la Chiesa ecumenica, aperta al dialogo sia con le altre religioni che con il mondo laico. Martini si è costantemente impegnato a trovare i punti di incontro fra pensiero laico e pensiero cattolico ed ha identificato, fra questi, la situazione che lui stesso ha vissuto nei suoi ultimi giorni: quando una medicina tecnologica che cura di più, ma di più non sa guarire, si ostina (qualcuno dice "si accanisce") a intervenire con trattamenti che non hanno altro effetto se non prolungare una sofferenza e un'esistenza che non è più definibile come vita. In questo momento, ha dichiarato e scritto Martini, è lecito per ogni uomo, credente o non credente, rifiutare le cure eccessive. Così ha fatto quando è toccato a lui decidere, con coerenza, e con quel coraggio che viene dalla forza e dalla libertà del pensiero. Io, laico e non credente, avendo avuto la fortuna di confrontarmi con lui molte volte su questo ed altri temi di scienza e fede, so bene che non è mai stato facile difendere questa sua convinzione.

Certo, aveva dalla sua Giovanni Paolo II secondo il quale "quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, la rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all'eutanasia... ma esprime l'accettazione della condizione umana di fronte alla morte". Ed anche filosofi cattolici di grande levatura, come Giovanni Reale. Ma una parte della sua Chiesa ha visto questa accettazione piuttosto come una crepa nel principio incrollabile della sacralità della vita, in base al quale la vita umana è dono e proprietà esclusiva di Dio e solo Dio può decidere come darla e come toglierla.

Martini ha risolto questo dilemma facendo appello a due pilastri del pensiero cristiano: la dignità e l'amore per l'uomo. "Non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate". La dignità. "Questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni. Anzi, è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina". L'amore. Non un sentimento retorico e universale, ma, al contrario, un amore molto concreto e personalizzato, come quello che la medicina esprime con le cure palliative, di cui Martini è stato un forte sostenitore.

Il termine "palliativo" deriva da Pallium, che significa mantello e la palliazione ha il senso di avvolgere amorevolmente il malato, per proteggerlo dal dolore fisico che può annullare, appunto, la sua dignità. "Forse sarebbe più corretto parlare non di "sospensione dei trattamenti" ma di "limitazione dei trattamenti". Risulterebbe così più chiaro che l'assistenza deve continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche", ha scritto Martini recentemente. Nella dignità di ogni uomo e nell'amore per i più deboli, i sofferenti e i morenti, pensiero laico e cattolico possono trovare un terreno comune di intesa e insieme ricondurci a quell'accettazione della morte di cui parla papa Giovanni Paolo II: un evento naturale, parte di un ciclo biologico, che è oggi un valore perduto. Credo che, dopo averci insegnato molto sul significato della vita, il Cardinal Martini abbia voluto insegnarci molto anche sul significato della morte.

(01 settembre 2012) © Riproduzione riservata

da - http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/09/01/news/veronesi_martini_accanimento-41798599/?ref=HRER3-1


Titolo: UMBERTO VERONESI. Tumori, la strada per prevenire
Inserito da: Admin - Ottobre 23, 2012, 06:10:13 pm
Editoriali
23/10/2012

Tumori, la strada per prevenire

Umberto Veronesi


I dati sulla mortalità nella provincia di Taranto diffusi dal ministero della Salute ci impongono una riflessione approfondita, al di là della situazione di drammatica emergenza.

La gravità del problema tumore emerge in maniera così evidente da non richiedere quasi sottolineature. Ci sono tuttavia due aspetti che meritano di essere evidenziati. 

Innanzitutto dovremmo ragionare sui numeri assoluti perché le percentuali - pur chiare e significative - fotografano soltanto una parte della questione. Dall’analisi dei numeri assoluti si può invece definire con maggiore precisione il livello di rischio per il cittadino. In secondo luogo bisognerebbe sforzarsi di non concentrare l’attenzione sui dati della mortalità, anche se sono quelli che ci choccano di piu’ . E’ invece il numero di nuovi casi in un anno, che chiamiamo incidenza, ovvero la frequenza con cui ci si ammala in una determinata zona, il fattore su cui concentrare l’attenzione, perché è dall’esame di questo aspetto che possono nascere le strategie per una migliore prevenzione e una più efficace cura dei tumori.

Dal punto di vista della mortalità, l’Italia è un territorio ben controllato. A partire dai risultati delle rilevazioni dell’Istat, possiamo dire di sapere molto sui diversi tipi di cancro. Ad esempio sappiamo che ci sono meno tumori nel Sud che nel Nord Italia, in misura variabile anche del 30 o 40%, mentre i valori del Centro si collocano circa a metà dei due estremi. Le cause di questa differenza sono l’alimentazione, gli stili di vita - il fumo in primis - la presenza di siti industriali. E’ stata l’analisi della mortalità, inoltre, che ha dimostrato con evidenza lampante l’emergenza mesotelioma da amianto a Casale Monferrato.

Ma ciò di cui abbiamo più bisogno è una mappa altrettanto accurata dell’incidenza dei tumori nel nostro Paese. Realizzarla oggi equivarrebbe ad avere lo strumento più utile per evitare di ritrovarci fra cinque, dieci o quindici anni con altri casi Taranto.

In realtà esistono già gli strumenti per conoscere quanto ci si ammala dei diversi tipi di cancro nelle zone d’Italia. Mi riferisco ai Registri Tumori che sono presenti nel nostro Paese, ma non in modo capillare. Circa trent’anni fa io stesso ho dato il via a questa esperienza in Lombardia e successivamente sono nati altri centri in cui gli epidemiologi raccolgono dati e li esaminano per capire la frequenza di un certo tipo di tumore nel territorio di competenza. Ci sono tumori - penso a quello al seno - che oggi hanno una mortalità molto bassa, ma una frequenza alta. Ecco allora che avere un’analisi dettagliata su quanto ci si ammala diventa fondamentale per mettere in atto la migliore soluzione possibile di diagnosi e cura: per organizzare il sistema ospedaliero, il numero di posti letto, le specializzazioni dei medici sui quali si deve poter contare. Studiando l’incidenza è possibile fornire la risposta più efficace in termini di cure, ma al tempo stesso lavorare a fondo per scoprire le cause dei tumori, che è il grande quesito irrisolto, o solo parzialmente risolto, della ricerca oncologica. Potremo infatti affermare di avere vinto la guerra contro il cancro non tanto quando lo guariremo nella maggioranza dei casi, un traguardo non troppo lontano, ma quando ne avremo capito ed eliminato le cause, per fare in modo che non ci si ammali più.

da - http://www.lastampa.it/2012/10/23/cultura/opinioni/editoriali/la-strada-per-prevenire-PW2eOzrlYStFfoLD0DeUuJ/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. Perché sostengo che l’ergastolo vada abolito
Inserito da: Admin - Novembre 17, 2012, 03:20:06 pm
Editoriali
16/11/2012 - giustizia

Perché sostengo che l’ergastolo vada abolito

Umberto Veronesi


Il dibattito sulla giustizia ci aiuta a delineare la società in cui vorremmo vivere. Per questo abbiamo voluto mettere al centro della quarta conferenza mondiale Science for Peace che si svolge oggi e domani a Milano il tema della violenza dei sistemi giudiziari nel mondo e in quest’ambito sosteniamo la campagna a favore dell’abolizione dell’ergastolo, che riteniamo una forma di pena antiscientifica e anticostituzionale. 

 

Antiscientifica perché è dimostrato che il nostro cervello ha cellule staminali che possono colmare il vuoto lasciato dalle cellule cerebrali che scompaiono; quindi, come gli altri organi del corpo, può rinnovarsi. Questo dato scientifico ha implicazioni importanti per la giustizia perché il carcerato dopo 20 anni può essere una persona diversa da quando ha commesso il reato. Inoltre l’ergastolo è anticostituzionale perché contro il principio riabilitativo della nostra Costituzione, che all’articolo 27 recita che le pene devono essere tese alla rieducazione del condannato. Ma per chi è condannato a morire in carcere, il futuro si consuma nei pochi metri della sua cella, e senza futuro non ci può essere ravvedimento.

 

Dunque l’ ergastolo non risponde al bisogno di giustizia, ma a quello di vendetta, per soddisfare la reazione istintiva ed emotiva dei cittadini. Ma non risolve il problema reale, che è quello di vivere in un Paese civile e avanzato, in cui la sicurezza individuale è tutelata da una giustizia equa. Una giustizia vendicativa e non rieducativa infatti non riduce la criminalità, è un pessimo insegnamento per i cittadini, e difficilmente porta a un miglioramento nei rapporti umani. L’abbiamo sperimentato con la pena di morte, da molti considerata una punizione esemplare per dissuadere i cittadini dall’omicidio. Ma in Italia dopo la soppressione della pena capitale si è progressivamente ridotto il numero annuale di omicidi fino al livello di 1 caso ogni 100.000 abitanti : il più basso del mondo assieme alla Finlandia. Del resto non è una novità che la violenza generi nuova violenza: è la conclusione di grandi pensatori, da Platone a Leonardo da Vinci fino a Gandhi. Oggi la ricerca scientifica avvalora le loro tesi perché gli studi antropologici e genetici confermano che l’essere umano è biologicamente portato alla non-violenza e dunque l’aggressività, nelle sue varie forme, è nella maggioranza dei casi dovuta a cause ambientali, come il disagio sociale o la povertà, o a violenze e abusi subite durante l’infanzia. Ecco allora che capire, prima di punire, diventa necessario per rimuovere le cause che sono alla radice dei conflitti e dei comportamenti criminali. L’Italia è l’unico Paese ad avere introdotto, nel ’92 l’ergastolo ostativo (il fine pena mai) per i condannati particolarmente pericolosi, come i mafiosi responsabili di omicidi. Possiamo obiettivamente affermare di avere così ridotto il potere delle mafie? Io credo di no. Allora aboliamo l’ergastolo e avviciniamoci a una giustizia che possa fare del nostro Paese un modello avanzato di civiltà.

da - http://lastampa.it/2012/11/16/cultura/opinioni/editoriali/perche-sostengo-che-l-ergastolo-vada-abolito-EKtPoFIQuU7DjQM5Chby8K/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. Sanità, chi può dovrebbe pagare di più (per sprecare di più?)
Inserito da: Admin - Novembre 28, 2012, 11:42:37 pm
Editoriali
28/11/2012

Sanità, chi può dovrebbe pagare di più

Umberto Veronesi

Trovo giusto che il premier Monti si ponga il problema della sostenibilità economica del nostro Sistema sanitario nazionale, che è un fiore all’occhiello dell’Italia e una misura importante del grado di democrazia e civiltà, che fa di noi un Paese ad alto indice di sviluppo. 

 

Per questo la sanità pubblica è, a mio parere, intoccabile e di fronte alla scarsità di risorse di finanziamento, credo che dobbiamo seguire le indicazioni della nostra Costituzione. All’articolo 32 leggiamo che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’ individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Il testo è molto chiaro: la salute è un diritto di tutti, ma la gratuità è un diritto dei più poveri. Come fare ad applicare questo principio? 

 

Occorrerebbe stabilire un certo reddito-soglia: il cittadino che supera questa soglia si rivolgerà alle assicurazioni private, mentre chi è al di sotto, avrà diritto alle cure gratuite. Certo, qui si apre il dibattito su quale può essere il valore di questa soglia, e non sarà un dibattito facile, ma è importante che si introduca il principio di far uscire dal Sistema sanitario nazionale le fasce di cittadini a maggior reddito. Ciò che, io credo, va assolutamente evitato è l’innalzamento del costo dei ticket perché sarebbe una specie di tassa sulla malattia: più sono malato, più ho bisogno di prestazioni e dunque più pago. Io credo invece che in una società equa debba pagare di più chi è più ricco e può permettersi di farlo.

 

Sono comunque d’accordo con Monti che occorre allo stesso tempo trovare nuovi modelli di organizzazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie. Per esempio il sistema ospedaliero va razionalizzato, con un numero ridotto di ospedali altamente tecnologizzati ed efficienti e una rete diagnostica capillare. Da Ministro della Sanità avevo preparato un progetto di rinnovamento dell’ospedale italiano insieme a Renzo Piano, che però nessun governo ha mai tirato fuori dal cassetto.

da - http://www.lastampa.it/2012/11/28/cultura/opinioni/editoriali/sanita-chi-puo-dovrebbe-pagare-di-piu-tM3AYaEcm5cgoZINtpvnqL/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. Staminali, lo Stato non è un nemico
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2013, 11:45:47 am
Editoriali
13/03/2013 - il caso

Staminali, lo Stato non è un nemico

Umberto Veronesi


Le cellule staminali sono un tipico caso di “overpromising” della scienza: l’entusiasmo a seguito di una scoperta può essere tale da far nascere troppe aspettative, o far sottostimare i tempi di applicazione. Quando le staminali furono isolate per la prima volta negli anni ‘90, ci rendemmo conto di trovarci di fronte a cellule con una potenzialità unica e straordinaria: il loro immenso spettro di capacità evolutiva fa sì che si possono trasformare in tessuti di organi diversi.

 

Pensammo allora di essere ad una svolta per tutte le malattie degenerative – per cui avevamo trovato una sorta di serbatoio di cellule di ricambio – e addirittura ipotizzammo di poter sostituire i trapianti d’organo. Dopo 15 anni siamo ancora lontani da tutto questo, anche se nella comunità scientifica la fiducia nelle possibilità di queste cellule rimane intatta. La ragione sta nella difficoltà e nella complessità delle procedure per ottenerle e utilizzarle. In realtà le staminali vanno divise in due famiglie: quelle di un organismo in formazione, l’embrione, sono totipotenti cioè in grado di trasformarsi in ogni cellula o tessuto, mentre quelle ottenute da cellule adulte per essere utilizzate devono essere sottoposte a processi complessi che permettano poi la trans-differenziazione, vale a dire creare tessuti diversi da quelli da cui provengono. 

 

Per ragioni etiche le cellule embrionali non possono essere utilizzate in Italia e in molti altri Paesi, per cui la ricerca si è dovuta concentrare sulle staminali adulte, con le loro difficoltà. Attualmente alcune applicazioni delle terapie con staminali sono: la creazione di cute, ad esempio per riparare ustioni gravi; la creazione di tessuto adiposo utilizzato nella chirurgia ricostruttiva; le cure di strutture dell’occhio, come la cornea, o dell’orecchio. Va anche specificato che esistono staminali allogeniche (che provengono da un altro individuo), singeniche (che provengono da un gemello) e autologhe (che provengono dalla stessa persona). 

 

Le staminali autologhe sono usate nella terapia anticancro per ripopolare il midollo osseo dopo dosi elevate di chemioterapia. Le sperimentazioni, anche in Italia, sono numerose e promettenti, nel campo delle malattie cardiache, neurologiche ed alcune malattie genetiche. Ma per l’applicazione clinica su ampia scala dobbiamo saper aspettare che la ricerca, seguendo i suoi parametri universali e rigorosi per la tutela dei malati, faccia il suo corso. Nel caso delle cellule staminali questo è tanto più vero perché se non sono prodotte in base a metodologie certificate, vi sono rischi per la sicurezza dei malati. In questi giorni i casi di Sofia, la bimba affetta da leucodistrofia metacromatica e degli altri bimbi trattati agli Spedali Civili di Brescia, e poi dei fratelli affetti dalla malattia di Niemann-Pick hanno angosciato e commosso la pubblica opinione. E soprattutto hanno drammaticamente confuso chi sta seguendo sperimentazioni cliniche sulle staminali, chi è in attesa di una cura che pare non arrivare in tempo, e in generale tutte le famiglie che hanno casi di malattie molto gravi. Si chiedono se è giusto o no seguire le indicazioni dei medici e delle istituzioni. 

 

Personalmente capisco molto bene che nelle situazioni più tragiche, anche un tentativo giudicato inutile dalla scienza, appare comunque preferibile alla perdita della speranza. Inoltre come padre e come uomo capisco come la malattia di un figlio possa legittimare a compiere qualsiasi tentativo e a battere qualsiasi strada per guadagnare un’aspettativa per il futuro, anche se di pochi giorni soltanto. Tuttavia come medico e ricercatore rimango convinto che i pazienti debbano seguire le terapie sperimentali certificate dagli enti di sorveglianza, come l’Aifa e l’Istituto Superiore di Sanità, e che gli ospedali debbano seguire le indicazioni di questi organismi che hanno omologhi in ogni Paese civile. Le regole della scienza non sono asettiche e spietate. Sono semplicemente regole, studiate per garantire la massima efficacia e trasparenza, e per evitare abusi da parte di qualche scellerato che tenti di sfruttare commercialmente la disperazione delle famiglie. La Sanità pubblica non lavora per il male della popolazione. Lo Stato non è un nemico. 

da - http://lastampa.it/2013/03/13/cultura/opinioni/editoriali/staminali-lo-stato-non-e-un-nemico-LoS8AzEfJYQThp1weKJ4gK/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. Veronesi “Il caso Lizzani? La vita è un diritto non un dovere
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2013, 05:19:19 pm
SOCIETÀ
07/10/2013 - INTERVISTA

Veronesi “Il caso Lizzani? La vita è un diritto non un dovere”

Umberto Veronesi conduce da anni una battaglia a favore dell’eutanasia

L’oncologo: poter morire con dignità è una conquista ancora da fare.

Ci vuole una legge”

FLAVIA AMABILE

Umberto Veronesi non ci sta. Ex ministro della Sanità, oncologo, autore di testi sul diritto all’eutanasia, chiede che si torni a parlare della fine della vita perché morti come quella del regista Carlo Lizzani sono anche «una forte forma di denuncia e di protesta». 
Lo ha sostenuto anche il figlio: se in Italia fosse stato possibile, il padre avrebbe chiesto l’eutanasia. 
«Purtroppo, invece, in Italia, e anche in molte parti d’Europa, il diritto di morire con dignità è una conquista ancora da fare,. Non è possibile immaginare Mario Monicelli che si alza dal letto di un ospedale, che apre la finestra e si butta giù o i tanti che lo fanno senza avere titoli di giornale. Ci sono mille modi di interrompere la propria vita più serenamente. E’ necessario avviare un dibattito serio». 
Un terzo dei suicidi è a carico di chi ha più di 65 anni e metà degli anziani soffre di depressione. 
«E’ un problema vero ma non parlerei di depressione, piuttosto di demotivazione alla vita. Sono persone che pensano: sono anziano, non sto bene, sono di peso alla società e alla famiglia, perché devo vivere? È stata presentata una richiesta di legge di iniziativa popolare. Sono state raccolte le firme e presentate. Se si dovesse avviare l’iter di legge si parlerà finalmente di questo complesso tema, e poi tutto è possibile, anche che la legge possa essere approvata. Non dimentichiamo quello che accadde negli anni Settanta con l’interruzione di gravidanza».
Sia in quel caso che ora si tratta di un problema molto sentito dagli italiani. In tanti hanno un parente anziano che non ce la fa più e minaccia di farla finita. 
«Abbiamo 3mila suicidi in Italia, tutti purtroppo tragici. La maggior parte si impiccano o si buttano giù dalla finestra. Sono un po’ di meno quelli che si asfissiano con il gas perché è un’operazione lunga, complessa. Ancora di meno quelli che usano i barbiturici perché spesso non funzionano. Rari quelli che si ammazzano con un colpo di pistola perché le armi non si trovano facilmente. È un insieme di vicende tragiche su cui dovremmo ricominciare a riflettere. Se si è stanchi di vivere si ha anche il diritto di andarsene, la vita è un diritto ma non un dovere. Nessuno può toglierti la vita, ma decidere di troncarla da soli è un diritto». 
 I cattolici sostengono che la vita sia un dono e di conseguenza non si è liberi - né prima della nascita né dopo - di interromperla. 
«È verissimo ma esiste anche l’autodeterminazione. Ed in Italia esistono dieci milioni di atei e agnostici e milioni di persone che professano religioni diverse. Quindi chi è fedele agli insegnamenti della Chiesa li segua ma non può pretendere di invadere la legge civile. Chi non è credente ha il diritto di non ascoltare i dettami della religione». 
Bisognerebbe provare a vivere sempre e comunque. 
«La decisione spetta solo a noi, non è giusto mettere la nostra vita nelle mani di medici che ci torturano con macchine capaci di far vivere un corpo senza coscienza, senza ricordi, senza pensieri. È una forzatura, bisognerebbe assecondare la natura. Eutanasia è un pessimo termine, preferisco parlare di desistenza dalle cure, di aiutare a morire».
Qualsiasi sia il termine che cosa direbbe agli italiani che non hanno più voglia di vivere? 
«Di procurarsi una corda o di aprire una finestra: non c’è altra soluzione legittima o accettabile. È assurdo perché uccidersi non è reato, anche il tentato suicidio non è punibile. Allora perché è reato aiutare qualcuno se questa persona ha scritto chiaramente qual è la sua volontà?»

http://www.lastampa.it/2013/10/07/societa/veronesi-il-caso-lizzani-la-vita-un-diritto-non-un-dovere-BRb2GhGuwP9Xqatnil8UwI/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. L’intervista
Inserito da: Admin - Novembre 17, 2013, 06:26:18 pm
L’intervista

Umberto Veronesi, da psichiatra a oncologo «In un bar di via Pacini ho capito il mio destino»
«Femminista ante litteram», dalla madre Erminia ha imparato «l’intelligenza e la dolcezza delle donne»


Cosa porta un «ragazzo di cascina», nato e cresciuto alle porte di Milano in una modesta famiglia contadina, a diventare uno dei chirurghi oncologi più importanti del XX secolo? Determinazione, studio, passione, intuito, cocciutaggine e una speciale empatia con i pazienti, preziosa eredità di mamma Erminia. Incontriamo Umberto Veronesi, classe 1925, nel suo studio all’Istituto Europeo di Oncologia, di cui è direttore scientifico.
Dalle stalle, quelle vere con gli animali, all’Olimpo della Medicina. La strada è lunga, com’è iniziata?
«Merito di mia madre Erminia, una donna semplice ma di grande intelligenza. Quando mio padre morì lasciandola sola con sei figli, io avevo appena 6 anni. Avrebbe potuto mandare me e i miei quattro fratelli a lavorare nei campi invece si trasferì in città e decise di farci studiare».

Non che lei dimostrasse una gran voglia di stare sui libri, ho letto che fu bocciato due volte. Uno strano inizio per chi poi avrebbe inanellato ben 16 lauree honoris causa e una montagna di riconoscimenti internazionali...
«È successo tanto tempo fa, alle medie. Era una scuola autoritaria, fascista ed io già allora avevo uno spirito ribelle, anticonformista. Poi però divenni uno studente modello: alla maturità classica al Parini passai con la media dell’8».

Perché ha scelto Medicina?
«Ho avuto una vita difficile, turbolenta. Ho fatto la guerra, sono quasi morto a causa di una mina, sono stato partigiano. Ho visto la miseria, la crudeltà ingiustificata, le torture, le sofferenze. Diventando medico e in particolare psichiatra, ho pensato che avrei potuto studiare come il germe del male si insinua nella mente dell’uomo e magari anche come estirparlo».

Allora all’inizio era psichiatria... cosa l’ha spinta verso oncologia?
«La pigrizia. L’Istituto dei Tumori era vicino a casa. Sorseggiando un aperitivo in un bar di via Pacini un amico mi propose di fare tirocinio col professor Pietro Bucalossi: quel giorno ha segnato il mio futuro. Allora l’Istituto era una sorta di lazzaretto, il cancro era una condanna a morte. Rassegnazione e fatalismo regnavano non solo tra i pazienti ma anche tra i medici. Per me fu una folgorazione, ricordo di aver pensato: devo dedicare la vita a questo tema. Volevo sradicare il circolo vizioso secondo cui “nessuno ne parla perché tanto si muore e si muore perché nessuno ne parla”».

Non ha mai avuto tentennamenti?
«I miei professori mi dissero che era pura follia. Ero il primo del corso, avevano grandi progetti su di me: mi volevano specializzando in cardiochirurgia a Houston o in neurochirurgia a Stoccolma. Non ho mai scordato una frase: “ricordati Umberto che la ricerca sul cancro è una ricerca perdente”».

Ha dedicato la maggior parte del suo lavoro alla cura del tumore al seno. C’entra col grande amore che ha per le donne?
«Sono un femminista ante litteram. Mia madre Erminia mi ha insegnato ad ascoltare il mondo femminile, a capire quanto sia dolce, tollerante, intelligente. Vedere i massacri che si operavano sui corpi delle donne mi sconvolgeva. A quei tempi anche per un tumore di pochi millimetri si praticava la mastectomia totale: si toglieva il seno, la pelle, i muscoli, tutti i linfonodi, poi si sottoponeva l’intero torace a radioterapia. Era la regola, non si scappava: un vero scempio».

Lei passerà alla storia per essere il padre della chirurgia conservativa del seno. Una svolta epocale.
«Ricordo la prima paziente che si sottopose a quadrantectomia. Era una giovane donna di 28 anni con un piccolo nodulo. Gli altri medici erano stati irremovibili: o mastectomia totale o niente. Doveva sposarsi di lì a una settimana e piangendo diceva che non poteva presentarsi dal marito senza un seno, che tutta la sua vita - sessuale, affettiva - ne sarebbe stata sconvolta. Preferiva morire piuttosto. Le dissi che avevo una soluzione, firmò per acconsentire all’intervento. Guarì completamente».

E i colleghi?
«Non approvavano, aggrottavano le sopracciglia. Poi nel dicembre del ‘69 al grande convegno di Ginevra dell’Oms proposi di avviare uno studio formalizzato sulla quadrantectomia. Ero giovane, sconosciuto e la mia proposta era rivoluzionaria. Ci fu una sollevazione ma alla fine ottenni il lasciapassare dell’Oms. Nei 10 anni successivi mi sono svegliato ogni notte di soprassalto pensando “se mi sbaglio queste persone sono condannate”».

Poi nel luglio ‘81 il New York Times le dedica la copertina e un articolo a sei colonne.
«Da quel momento le donne americane pretesero, quando possibile, la quadrantectomia. In quel momento sono stato criticato, mi diedero del ciarlatano. Haagensen, il più grande chirurgo americano, mi ha tolto la parola e non me l’ha più ridata».
E la svolta del vegetarianesimo?
«Non ricordo neanche più l’ultima volta che ho mangiato carne. Da bambino avevo un vitello adorabile: lo nutrivo, mi seguiva come un cagnolino... come avrei mai fatto a mangiarlo?

Lei ha un animale domestico?
«Sì un gatto che adoro, si chiama Cipollina. Beh vede? Potrebbe mai mangiarsi Cipollina?».

16 novembre 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Silvia Icardi

Da - http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_novembre_16/umberto-veronesi-psichiatra-oncologo-in-bar-via-pacini-ho-capito-mio-destino-42167784-4eaa-11e3-80a5-bffb044a7c4e.shtml


Titolo: UMBERTO VERONESI. Ecco perché il futuro è donna
Inserito da: Admin - Marzo 10, 2014, 06:24:08 pm
Editoriali
09/03/2014

Ecco perché il futuro è donna

Umberto Veronesi

Come medico delle donne e come sostenitore della scienza al femminile in Europa, credo sarebbe più corretto in futuro discutere di «quote azzurre». 

Per prendere posizione oggi nel dibattito sulla parità di genere nella legge elettorale, basterebbe infatti ispirarsi all’equilibrio biologico del Pianeta: l’umanità è composta per metà da donne e per metà da uomini, e dunque la «superiorità» del maschio è una costruzione squisitamente culturale, nata dalle condizioni di vita di secoli fa. O piuttosto una «distorsione», resa necessaria in società in cui la violenza e l’aggressività, tendenze legate al profilo ormonale maschile, avevano una funzione importante perché garantivano l’approvvigionamento del cibo – tramite la caccia e la conquista di territori – e la protezione della prole in comunità dedite principalmente alla guerra. Nelle società moderne tuttavia il quadro è capovolto: la violenza è un handicap, mentre valgono molto di più le capacità di ricomporre i conflitti tramite il dialogo, la comprensione e l’intuizione, che sono prerogative tipicamente femminili. Per questo penso che alle donne andrebbe riconosciuto un ruolo non solo paritario, ma addirittura superiore a quello dell’uomo, perché sono più adatte al mondo di oggi. Da qui la mia provocazione delle «quote azzurre». Ho molto riflettuto sui punti di forza femminili e ne ho raccolti dieci, che ho pubblicato nell’ultimo capitolo del libro «Dell’Amore e del Dolore delle Donne» (Einaudi, 2010). Il primo è di ordine biologico: con la procreazione, la donna ha nelle sue mani la sopravvivenza della specie umana. Senza contare che nei primi mesi di vita, i bambini sono esposti prima di tutto all’influenza materna, dunque il mondo dell’infanzia, che ci determina come adulti, è un mondo femminile. Il secondo è la capacità di unire il ruolo procreativo e materno con quello sociale e lavorativo: una delle conquiste sociali più recenti che non ha ancora espresso tutto il suo potenziale rivoluzionario. Il terzo è la resistenza al dolore e alla fatica. Potrei testimoniare con migliaia di storie, come le donne abbiano una capacità straordinaria di affrontare la malattia e il dolore psicologico e fisico. 

Il quarto punto precedente è la motivazione. Così come per un motivo superiore (l’amore per i figli o per la vita stessa) una donna sopporta e supera tragedie profondissime, così per l’attaccamento ad una causa o un’idea è una lavoratrice instancabile, intelligente, tenace. Al quarto è legato il quinto punto che è il senso della giustizia. Già oggi metà dei nostri magistrati è donna e la maggior parte di loro si distingue per integrità e fermezza di giudizio. Il sesto punto è la tendenza all’armonia, che è in linea con il senso femminile per l’organizzazione e l’ordine, molto importante nelle attività gestionali. Il settimo è la maggior sensibilità soprattutto in senso artistico e culturale. Dico spesso che al cinema, a teatro, ai concerti, alle mostre troviamo soprattutto donne, mentre gli uomini riempiono gli stadi. 

L’ottavo è la capacità di ragionamento e concentrazione. Al contrario di ciò che si è detto per secoli, la donna è più adatta alle attività scientifiche e di ricerca. Al Campus di ricerca biomolecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia, metà del personale è donna e la produttività è straordinaria. Il nono punto è che le donne decidono meglio e più rapidamente nelle situazioni critiche. Cito ancora il mio campo: quando qualcuno si ammala in famiglia, anziani o bambini, è la donna che prende in mano la situazione. Il decimo, a cui ho già accennato è che la donna è portata alle soluzioni diplomatiche e la fine delle guerre è la condizione imprescindibile per il progresso civile. È ovvio che i punti di forza sono molto più di dieci e basta guardarsi intorno: alle nostre compagne, figlie, madri, colleghe per rendersi conto che, quote a parte, il futuro è donna. 

Da - http://www.lastampa.it/2014/03/09/cultura/opinioni/editoriali/ecco-perch-il-futuro-donna-jpdzHWiXuKt7sg2SIhEqGL/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. I valori perduti
Inserito da: Admin - Aprile 10, 2014, 12:17:55 pm
Editoriali
10/04/2014

I valori perduti

Umberto Veronesi

La sentenza di condanna di Pier Paolo Brega Massone disegna una vicenda ad un tempo tragica e atroce, ma deve essere innanzitutto un monito per tutto il Paese al recupero dei valori etici originari della medicina. Anche se sempre più si lavora in équipe multidisciplinari, la decisione finale sull’atto terapeutico spetta in gran parte al singolo medico. 

E richiede sicuramente esperienza e competenza, ma anche limpidezza ed equilibrio morale. L’asse di questo equilibrio, e dunque il valore fondamentale da rimettere al centro della professione medica, è il rapporto umano con il paziente. Bisogna recuperare la relazione di fiducia fra medico e paziente, che era la parte migliore della medicina paternalistica dello scorso secolo e che si fonda sul dialogo. E’ importante che il medico oggi come ieri sappia ascoltare, ma anche che sappia spiegare in modo chiaro ed esaustivo le cure che propone al malato, e in questo momento soprattutto si gioca la sua onestà. In Italia lo strumento di questo dialogo è il Consenso informato alle cure, che è di per sé una grande conquista dei nostri tempi perché permette al cittadino di riappropriarsi della decisione se e a quali cure sottoporsi. Il problema è che la burocrazia che si è creata intorno al Consenso informato in realtà oggi riduce la comunicazione perché il processo di acquisizione del consenso - che presuppone appunto il capire e il condividere - si è risolta in buona parte in moduli e modulistiche che portano ben lontano da quella che era l’intenzione del legislatore. Oggi fra medico e paziente si è creata una distanza eccessiva, uno spazio asettico che va urgentemente ricolmato. I medici del futuro dovranno recuperare la dimensione umana delle medicine antiche. 

Da - http://lastampa.it/2014/04/10/cultura/opinioni/editoriali/i-valori-perduti-4K2NGc6zTblD1a0sAYzCDL/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. Vent’anni di conquiste contro il cancro ma c’è ancora tanto...
Inserito da: Admin - Maggio 28, 2014, 10:52:28 pm
Tuttoscienze
28/05/2014

Vent’anni di conquiste contro il cancro ma c’è ancora tanto da fare
La risonanza “total body” permetterà di controllare tutto il corpo in 30 minuti
Compie 20 anni l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano ideato da Umberto Veronesi: si tratta di un’occasione unica per fare il punto sulla lotta ai tumori.
La prossima settimana un’indagine sul futuro della ricerca e della clinica

Umberto Veronesi

L’Istituto Europeo di Oncologia è stato ideato negli Anni 80 e realizzato negli Anni 90 - è stato inaugurato il 30 maggio 1994 - intorno ad una sfida scientifica: riunire sotto uno stesso tetto l’esperienza e la competenza disseminate per l’Europa, integrando tutte le attività di lotta al cancro (ricerca, cura, formazione dei medici e informazione della popolazione), serve ad ottenere risultati migliori per i malati oncologici? Dopo 20 anni la risposta generale è sì, ma bisogna fare dei distinguo fra obiettivi raggiunti e non raggiunti.

Un risultato molto significativo che abbiamo ottenuto è il controllo della malattia a livello locale: quando il tumore è iniziale, confinato all’organo colpito e non diffuso ad altre parti dell’organismo, abbiamo imparato a guarirlo con metodiche poco invasive, che permettono una buona qualità di vita durante e dopo la terapia. Per il tumore del seno tre innovazioni hanno sostanzialmente cambiato la cura, portando la guaribilità vicino al 90%: il linfonodo sentinella, la chirurgia radioguidata («Roll») e la radioterapia intraoperatoria. Oggi, se una donna scopre un tumore mammario di piccole dimensioni, può effettuare tutti i trattamenti necessari in sala operatoria e, se lo desidera, anche in day hospital, tornando a casa alla sera. Anche il tumore del polmone, che oggi ha ancora una mortalità altissima perché non viene diagnosticato per tempo, se è scoperto in fase precoce può essere trattato in toracoscopia (vale a dire attraverso piccoli fori nella cute) oppure con il robot (sempre senza tagli chirurgici), ottenendo una guarigione nel 85% dei casi, senza bisogno di altre terapie. Per il carcinoma prostatico ci sono due ottime alternative, a seconda dei casi: la radioterapia, che è giunta a livelli di precisione tali da poter effettuare un trattamento completo in sole 5 sedute, e la chirurgia robotica che, a parità di efficacia con quella tradizionale e con un ricovero di 48 ore, riduce quasi a zero i temuti effetti collaterali di incontinenza e impotenza. La guaribilità è del 80%. Per il tumore del colon, che risulta il più diffuso in Italia, abbiamo a disposizione addirittura una tecnica diagnostica che è anche terapia, perché la colonscopia è in grado di individuare e rimuovere le lesioni iniziali destinate a svilupparsi in tumore.

 

Questo ci introduce al secondo grande obiettivo conseguito che è l’efficacia dell’«imaging» diagnostico. La tecnologia in questo campo ha avuto uno sviluppo senza precedenti, tanto che stiamo studiando in Istituto la Risonanza Magnetica Total Body che, senza raggi e senza liquidi di contrasto, in 30 minuti effettua un viaggio virtuale in tutto il corpo per rivelarci situazioni anomale: infiammazioni, lesioni vascolari, tumori iniziali. Va detto che tutti questi progressi hanno un presupposto imprescindibile: la partecipazione in massa della popolazione. Che ce ne facciamo di macchine superpotenti che trovano il cancro ancora prima che si manifesti e cure di alta precisione per microlesioni impalpabili, se la gente non si fa controllare? Ecco quindi il primo obiettivo mancato. Abbiamo fatto molto per diffondere la diagnosi precoce, ma non abbastanza. Ci sono casi, come quello del tumore del polmone, che devono diventare prioritari non solo per i centri oncologici, ma per le politiche sanitarie. Ogni giorno muoiono in Italia 100 persone per tumore del polmone e sappiamo che il 90% di questi tumori è dovuto al fumo di sigaretta. Eppure non facciamo campagne antifumo che incidano sul comportamento. Sappiamo anche che la maggior parte dei tumori polmonari potrebbe essere guarita grazie alla diagnosi precoce - con Tac a basse dosi - ma non riusciamo a convincere i fumatori a sottoporsi all’esame. La ricerca scientifica senza l’alleanza con la società è quasi impotente. 

Il secondo obiettivo mancato riguarda proprio la ricerca molecolare - non solo allo Ieo, ma in tutto il mondo - che ancora non ha trovato rimedi adeguati per il cancro quando inizia la diffusione - la metastasi - e va curato non solo localmente, ma in modo sistemico, con i farmaci. I farmaci molecolari, che sono stati la grande promessa del 2000 a seguito della decodifica del DNA, e che dovevano finalmente assicurare massima efficacia e minima tossicità, in alternativa a una chemioterapia che ancora spaventa a volte come il tumore stesso, tardano ad entrare nella pratica clinica. Oggi sono poco più di 20 i farmaci intelligenti in uso, anche se sono un centinaio quelli in studio. Per la società questa è una sconfitta, ma per la scienza è una battuta d’arresto. Rimaniamo convinti che il principio dei nuovi farmaci - trovare molecole che intervengano solo sulle mutazioni di un tumore - è la strada maestra da seguire per i prossimi 20 anni.

Da - http://lastampa.it/2014/05/28/scienza/tuttoscienze/ventanni-di-conquiste-contro-il-cancro-ma-c-ancora-tanto-da-fare-BmG0tOBIdRukg3EnykI4sK/pagina.html


Titolo: UMBERTO VERONESI. NO PROF. MANGIARE MENO MA MEGLIO. NON CIBI SCADUTI!
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2014, 05:43:35 pm
LA NOSTRA SALUTE
Di Umberto Veronesi

11 giugno 2014

Cibi scaduti: più tolleranza per ridurre gli sprechi

Per eliminare gli sprechi. Certo, all’insegna del buonsenso: nessuno raccomanderebbe di consumare un pacco di spaghetti scaduto dieci anni fa. Ma purtroppo il cibo che finisce nella spazzatura (una quantità strabiliante: il mondo ne butta via 1 miliardo e 300 mila tonnellate all’anno) è sempre scaduto da pochissimo tempo, ed è ancora perfettamente mangiabile.

La lotta allo spreco alimentare è uno dei temi portanti dell’Expo che si aprirà a Milano il 1° maggio 2015, e fa parte di una strategia complessiva per arrivare a una “carta” dei nostri doveri verso lo sviluppo del pianeta: non solo lotta allo spreco di cibo (si vuole abbatterlo del 50% entro il 2020), ma riforme agrarie e lotta alla speculazione finanziaria promuovendo un’agricoltura più sostenibile.

L’Expo 2015, che ha il titolo «Nutrire il pianeta, energia per la vita» punterà soprattutto all’apertura di una discussione internazionale su come il pianeta si nutre. E stimolerà tutti a riflettere su un paradosso: il mondo è abitato da circa 1 miliardo di persone che soffrono la fame, e da circa 2 miliardi di persone che si ammalano e muoiono per eccesso di cibo, falcidiate dall’obesità, dall’ipertensione, dal diabete. L’Italia, che è diventata un punto di riferimento mondiale grazie alla sostanziale sanità della dieta mediterranea, è un interlocutore autorevole nel dibattito che abbiamo il dovere di aprire. Non solo per l’oggi, ma per l’immediato domani. L’ingiustizia alimentare non è solo uno dei peggiori mali della nostra epoca, ma non è più sostenibile per il futuro. La fame trascina con sé emigrazioni di massa e instabilità politica, e fomenta la guerra. Dobbiamo assolutamente risolvere il problema della fame nel mondo, e questo sarà il tema della Conferenza Mondiale sul futuro della scienza, che la Fondazione Veronesi terrà in settembre a Venezia.

Con proposte concrete, già elaborate dal Comitato scientifico per l’Expo, di cui sono stato promotore. Ad esempio, la creazione di un fondo internazionale destinato a nuove forme di agricoltura sostenibili, da insegnare alle popolazioni povere. Intanto i Paesi del benessere devono rivedere il proprio modello di sviluppo: lo sapete che un chilo di carne che arriva sulla nostra tavola è costato 20 mila litri di acqua?

DA - http://blog.oggi.it/umberto-veronesi/2014/06/11/cibi-scaduti-piu-tolleranza-per-ridurre-gli-sprechi/


Titolo: UMBERTO VERONESI: io difendo la sigaretta elettronica
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2014, 09:09:12 am
Veronesi: io difendo la sigaretta elettronica
Il grande oncologo e altri 50 scienziati europei e americani contro la bocciatura dell'Oms

Di UMBERTO VERONESI

Nature, la rivista portavoce del rigore scientifico mondiale, definisce "fandonie" gli attacchi che vengono sistematicamente sferrati alla sigaretta elettronica in nome del principio di precauzione. Lo fa attraverso la pubblicazione di un editoriale di Daniel Sarewitz, Direttore del Consortium for Science, Policy and Outcomes dell'Arizona State University. È la posizione per cui da anni mi batto in Italia insieme a Carlo Cipolla dell'Istituto europeo di Oncologia, Riccardo Polosa dell'Università di Catania e Umberto Tirelli dell'Istituto Nazionale Tumori di Aviano.

Considerati i milioni di cittadini che moriranno per fumo nel prossimo futuro, che senso ha sprecare anni per scoprire i possibili rischi collaterali del vapore della sigaretta elettronica, che sono sicuramente meno gravi del rischio certo del fumo della sigaretta tradizionale, invece di sperimentare subito quella che si prospetta come soluzione ad uno dei più gravi problemi della salute pubblica mondiale? Si chiede Sarewitz.

Il fumo di sigaretta è la prima causa conosciuta di cancro: il solo tumore del polmone provocato dal tabacco uccide due milioni di persone all'anno nel mondo, di cui 40.000 in Italia, senza contare le morti per altri tumori legati al fumo, o per danni cardiocerebrovascolari. La sigaretta è quindi da considerare, per il peso di morte precoce, malattia, disabilità e dolore che porta ovunque si diffonde, una calamità sociale peggiore di una guerra o di qualsiasi epidemia che abbia colpito l'umanità.

Per quarant'anni la comunità medica e oncologica in particolare, si è impegnata per far smettere di fumare, ma ha fallito sostanzialmente perché è rimasta isolata e i governi non hanno mai considerato la lotta al tabagismo una priorità assoluta delle politiche sanitarie e sociali. Recentemente si è tentata allora un'altra via per salvare delle vite che possono facilmente essere salvate: rendere la sigaretta meno pericolosa. Si è arrivati così alla sigaretta senza tabacco. Il tabacco, quando raggiunge la temperatura di combustione, libera ben 13 idrocarburi policiclici cancerogeni, che il fumatore assorbe attraverso i polmoni, insieme ad altre decine di sostanze cancerogene che derivano anche dalla combustione della carta.

Nella sigaretta elettronica il tabacco è sostituito da una soluzione acquosa che contiene glicole o glicerina vegetale, entrambe innocue, integrata da aromi vari. Per facilitare la disassuefazione si può aggiungere una bassa dose di nicotina, anziché assumerla per via orale o transdermica. La sigaretta elettronica è uno strumento efficace per contrastare la gravissima tragedia del cancro del polmone. Se per ipotesi tutti i fumatori di sigarette tradizionali passassero alla sigaretta senza tabacco si otterrebbe a breve una riduzione drastica del cancro polmonare, che nel tempo diventerebbe una malattia rara. Il legame causa-effetto fra sigaretta tradizionale e cancro (oltre che malattie cardiovascolari) è infatti una certezza solida dell'oncologia.

Chiarito questo punto fondamentale, si può discutere sul fatto che la sigaretta elettronica sia anche uno strumento di disassuefazione, come appare dai primi studi internazionali. È inevitabile che la sigaretta elettronica sia invisa alle multinazionali del tabacco e ai produttori e che la loro forza di lobby a livello mondiale si stia indirizzando accanitamente in questa direzione.

Questo non dovrebbe tuttavia spingere istituzioni mondiali e nazionali preposte alla salute dei cittadini a prendere posizioni contro la sigaretta elettronica sulla base di possibili rischi (del vapore, degli aromi e così via) non scientificamente documentati. Come sottolinea anche Sarewitz su Nature, c'è una sproporzione enorme tra un'ipotesi di rischio collaterale e la certezza di provocare un cancro del polmone. L'Istituto Europeo di Oncologia sta elaborando i dati del protocollo sulla sigaretta elettronica (un protocollo internazionale ufficiale, censito dall'ente americano per l'idoneità alle sperimentazioni scientifiche sull'uomo) che ha appena concluso e sarà oggetto di pubblicazione entro fine anno. Nello studio non si è verificato un solo singolo caso di tossicità o effetto collaterale, in presenza invece di una significativa efficacia della sigaretta elettronica senza nicotina nella disassuefazione dal fumo.

Uno studio pilota pubblicato sul Bmc Public Health dall'Università di Catania ha dimostrato l'efficacia e la sicurezza della sigaretta elettronica. Insieme ai miei colleghi, sosteniamo quindi la posizione di Nature e rinnoviamo l'invito, già presentato all'Oms con una lettera firmata da altri 50 scienziati europei e americani, a non criminalizzare la sigaretta elettronica, e non lanciare allarmi e divieti basati su supposizioni, ma al contrario, promuoverne lo studio scientifico e l'utilizzo nella lotta al cancro e alle malattie cardiovascolari.

(30 agosto 2014) © Riproduzione riservata

Da - http://www.repubblica.it/salute/2014/08/30/news/veronesi_difende_sigaretta_elettronica-94687060/?ref=HREC1-10


Titolo: Il testamento di UMBERTO VERONESI.
Inserito da: Arlecchino - Novembre 09, 2016, 09:37:36 am
09 novembre 2016

Il testamento di Veronesi per i medici: "Siate dubbiosi e trasgressivi"
Il professore ha voluto dare a Repubblica l'ultimo messaggio per i giovani colleghi: "Mi ha guidato solo il pensiero"

Di UMBERTO VERONESI


Il testamento di Veronesi per i medici: "Siate dubbiosi e trasgressivi"

Ci sono parole che ho portato con me lungo tutti i giorni della mia vita. Alcune di queste mi hanno guidato e sono state l'insegnamento al quale ho attinto. "Nella letteratura universale troviamo molti predicatori, molti dispensatori di lezioni, molti censori che dispensano morale agli altri con sufficienza, con ironia, con cinismo, con durezza, ma è estremamente raro vedere un uomo mentre si sta esercitando a vivere e pensare". Questa frase del filosofo francese Pierre Hadot mi ha illuminato sul mio testamento intellettuale.

Non ho lezioni di vita o di morale né verità da tramandare, ma solo l'esperienza di un uomo che ha molto vissuto e molto pensato. Ho scritto in uno dei miei ultimi libri che sono giunto alla conclusione che il mestiere dell'uomo è pensare. Pensare autonomamente, coscientemente per costruire un sistema libero di interpretazione del mondo. Certo la nostra libertà di pensiero è limitata da scelte che non abbiamo potuto fare in prima persona: i genitori e il paese in cui nasciamo prima di tutto. Tuttavia dobbiamo ampliare la nostra autonomia adottando il dubbio come metodo.

Ai miei giovani medici ho sempre fatto una raccomandazione. Siate dubbiosi e siate trasgressivi, se trasgredire significa andare oltre limite del dogma o la rigidità della regola. Guardate all'esperienza della mia lunga vita: senza dubbio e senza trasgressione non avrei visto (e contribuito a provocare) i progressi nella lotta al cancro, l'evoluzione del ruolo delle donne, l'affermazione della libertà di amare, avere figli e vivere la propria sessualità, il tramonto del razzismo, la nascita del senso di sostenibilità ambientale e il rispetto per l'armonia del pianeta e per tutti gli esseri viventi. È vero anche che non ho visto, come da giovane ho sperato, la sconfitta del cancro e neppure la fine della violenza delle guerre e della fame nel mondo. E questo mi rammarica profondamente.

In tanti vorranno sapere se in questo mio riflettere, e studiare, e impegnarmi incessantemente per tante cause ho trovato il senso della vita. Sì, ho una risposta: la vita forse non ha alcun senso. Ma proprio per questo passiamo la vita a cercarne uno. L'importante non è sapere, ma cercare. Sconfiggere l'ignoranza sia il vostro impegno primario, perché l'ignoranza non ci dà alcun diritto. Continuate a cercare fino alla fine, con la consapevolezza che non potete fare a meno del bene e della vita.

© Riproduzione riservata 09 novembre 2016


Titolo: Umberto Veronesi: l’alimentazione e la dieta anticancro in 6 punti
Inserito da: Arlecchino - Marzo 30, 2017, 12:33:57 pm
Umberto Veronesi: l’alimentazione e la dieta anticancro in 6 punti

Marzo 6, 2017

L’8 novembre si è spento all’età di 90 anni l’oncologo Umberto Veronesi, promotore di alimentazioni e diete anticancro. Una vita spesa nella prevenzione e nella cura dei tumori hanno fatto di lui un pioniere nel campo. Sostenitore dello slogan “Siamo quel che mangiamo“, ha più volte affermato che l’alimentazione influisce sulla formazione dei carcinomi secondo una percentuale del 25-30%. Una correlazione piuttosto stretta, quindi, tra l’alimentazione e il cancro, definito il male del secolo, e per questo ancora più importante da contrastare attraverso una delle attività più rappresentative dell’uomo: l’alimentazione.

La dieta anticancro di Umberto Veronesi
Umberto Veronesi, direttore dell’Istituto Europeo di Oncologia, studiò per anni quale relazione legava cibo e cancro. Il suo metodo fu dichiarato innovativo. La dieta anticancro da lui elaborata si prefigge come obiettivo la prevenzione dei tumori attraverso un consumo più coscienzioso dei diversi alimenti che la natura ci offre. In sostanza, la sua dieta non si allontana nettamente da quella mediterranea, ma è supportata da ulteriori regole.

1. Il consumo di frutta e verdura
Frutta e verdura dovrebbero venire consumati molte volte al giorno per il loro concentrato di benefici. Per quanto riguarda la frutta i momenti migliori sono la mattina e lo spuntino pomeridiano, lontano dal pranzo per non provocare una fermentazione intestinale, ma anche prima dei pasti per eliminare il senso impellente di fame. La verdura, invece, non dovrebbe mai mancare a pranzo e cena.

2. I cereali integrali
Un altro alimento che non dovrebbe mai mancare sono i cereali integrali, tra cui riso, quinoa, amaranto, grano, orzo, farro, molto importanti da inserire nella dieta grazie alla loro azione preventiva nei confronti di malattie come ictus e infarto. Regola fondamentale, però, è quella di variare sempre il tipo di cereale senza esagerare nelle dosi.

3. La frutta secca
Ogni giorno si dovrebbe consumare un’adeguata porzione di frutta secca ricca di omega 3. La dose consigliata è di 30 grammi giornalieri di noci, mandorle, nocciole, arachidi, pinoli o anacardi, in grado di apportare elementi nutritivi quali i grassi insaturi, proteine di alta qualità, fibre, vitamine e minerali utili per contrastare malattie come il diabete, cancro del colon, l’ipertensione e la sindrome metabolica.

4. Bere molta acqua
Elevate quantità d’acqua nell’organismo ogni giorno aiutare a depurare l’organismo dalle scorie e dalle sostanze tossiche. Inoltre, bere la giusta dose d’acqua giornaliera, circa 2 litri, aiuta a mantenere la giusta idratazione del corpo, a stimolare il metabolismo e a rafforzare il sistema immunitario.

5. L’olio d’oliva come unico condimento
L’olio d’oliva è l’unico condimento possibile sulla tavola. Inoltre, il suo utilizzo dovrebbe essere a crudo per evitarne la tossicità. È dimostrato che l’olio d’oliva, se consumato regolarmente e nella dose consigliata di 3 cucchiai al giorno, riduce il rischio cardiovascolare, oltre ad avere numerose proprietà cosmetiche, curative e nutrizionali.

6. Il tipo di cottura
Secondo Veronesi, la cottura ha un ruolo fondamentale nell’ alimentazione ma molto spesso questo viene sottovalutato. I tipi di cottura da preferire sono quello in umido o al cartoccio, per evitare l’uso di alte temperature che bruciano il cibo rilasciando sostanze tossiche. Anche la cottura tramite marinatura è una cottura di tipo atossica perché non rilascia sostanze cancerogene.

Quali cibi evitare
Secondo Veronesi, una dieta anticancro predilige un regime alimentare quanto più vario ed equilibrato possibile, limitato nell’assunzione di determinate sostanze, più nocive che salutari, ma propenso verso un’alimentazione più naturale, come ad esempio quella vegetariana. Di seguito gli alimenti da evitare o moderare:
– Gli insaccati;
– Le carni rosse;
– Il sale;
– I cibi soggetti a raffinazione, come lo zucchero e tutto ciò che lo contiene;
– Le bevande alcoliche

Gli alimenti consigliati
Una dieta anticancro per prevenire i tumori deve essere naturale, semplice ed equilibrata, quindi con alimenti sani, quali per lo più verdura, frutta e cibi non raffinati. Umberto Veronesi era un convinto vegetariano da molto tempo per motivi etici, ambientalisti e di salute. Secondo le sue ricerche, i vegetariani vivono di più grazie al tipo di alimentazione che seguono. Nell’elenco dei cibi che proponeva infatti, nulla riguarda alimenti di origine animale.
Gli alimenti consigliati sono: i pomodori, i broccoli, le arance, la zucca, i cavoli, i fagiolini verdi, la carota, le verdure a foglia verde, i legumi, l’aglio, la cipolla, i piselli, i peperoni, le patate, i cetrioli, il prezzemolo, i finocchi, gli asparagi, i carciofi, i funghi, i ravanelli, le erbe aromatiche. E poi le fragole, le mele, le pere, le albicocche, i lamponi, l’uva, il melone, l’anguria, i mirtilli, i frutti di bosco, le castagne. Ma anche: il tè verde, lo yogurt, i crostacei, i molluschi, il pesce in generale, l’olio d’oliva.

 Fonte: Retenews24