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Forum Pubblico => VATICANO, CRISTIANI e altre FEDI => Discussione aperta da: Admin - Aprile 14, 2011, 05:07:18 pm



Titolo: ANDREA TORNIELLI.
Inserito da: Admin - Aprile 14, 2011, 05:07:18 pm
14/4/2011

Troppi vescovi opportunisti nella nuova Cina

ANDREA TORNIELLI

Nei rapporti tra Santa Sede e governo cinese il barometro non segna bel tempo. Si sono conclusi ieri i lavori della commissione vaticana istituita da Benedetto XVI per studiare i problemi della Chiesa in Cina, divisa in due distinte comunità, quella ufficiale riconosciuta dal governo e quella clandestina. All’ordine del giorno dell’incontro, al quale hanno partecipato alcuni capi dicastero della curia e vari esperti, la situazione delle diocesi e le sfide per gli oltre sedici milioni di cattolici “nelle attuali condizioni sociali e culturali”.

È significativo che proprio nei giorni dell’incontro il governo di Pechino abbia arrestato tre preti della comunità clandestina nella provincia di Hebei. Ma a impensierire gli inquilini dei sacri palazzi è soprattutto l’annuncio della scelta di 11 nuovi vescovi da insediare alla guida di altrettante comunità ufficiali. Secondo le prime notizie, alcuni di loro non hanno l’approvazione di Roma. Ci si può dunque attendere nelle prossime settimane un nuovo scontro, dopo quello avvenuto lo scorso novembre, quando è stato ordinato contro l’esplicito divieto vaticano il nuovo vescovo di Chengde. Era dal 2006 che non accadeva qualcosa di simile, le precedenti dieci ordinazioni, infatti, erano frutto di un accordo ufficioso.

Le crisi dello scorso anno (l’ordinazione illecita di novembre, e l’assemblea dei rappresentanti cattolici a Pechino per eleggere i responsabili delle organizzazioni governative che controllano la Chiesa, a dicembre), hanno provocato il gelo e duri comunicati della Segreteria di Stato contro la pretesa cinese di interferire nella vita della Chiesa. Ora sta venendo alla luce anche uno scontro interno ai sacri palazzi sulla strategia da seguire con Pechino.

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha infatti affermato che la Chiesa in Cina è in uno “stato disastroso” a causa della durezza del regime, ma anche perché un “triumvirato” – e cioè il cardinale prefetto di Propaganda Fide, Ivan Dias, un suo minutante, e il padre Jeroom Heyndrickx, missionario di Scheut, loro consigliere – avrebbe spinto il Vaticano al compromesso con il regime cinese. Zen ha paragonato il loro atteggiamento a quello dell’Ostpolitik del cardinale Casaroli e ha lamentato che molti vescovi della Chiesa ufficiale cinese ubbidiscano “entusiasti” al governo e non al Papa. Il cardinale ha dunque attaccato direttamente un collega porporato. E ha detto che se il governo di Pechino vuole davvero un accordo deve dimostrarlo concretamente concedendo più libertà alla Chiesa e ai vescovi.

Altrettanto dura è stata la posizione dell’arcivescovo cinese Savio Hon Taifai, nuovo segretario del dicastero vaticano di Propaganda Fide, il quale, in un’intervista al quotidiano Avvenire, ha affermato che tra i vescovi della Cina “è cresciuto il numero degli opportunisti” e ha espresso riserve per le “nomine di compromesso” faticosamente ottenute negli ultimi anni dalla diplomazia pontificia. Hon ha anche detto – d’accordo con Zen – che la Chiesa clandestina ha ancora ragione di esistere. Va ricordato che Benedetto XVI aveva espresso, nella Lettera ai cattolici della Cina, l’auspicio che queste comunità, seguite da milioni di seguaci, potessero gradualmente abbandonare la condizione di clandestinità, che non va considerata normale per la vita della Chiesa.

La uscite di Zen e di Hon Taifai, seppure non rivestite del crisma dell’ufficialità, lasciano intendere che in Vaticano questa linea si vada rafforzando.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il papa in tv, l'anima e lo stato vegetativo
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2011, 04:48:06 pm
20/4/2011

Il papa in tv, l'anima e lo stato vegetativo

ANDREA TORNIELLI

Le persone che vivono in stato vegetativo percepiscono l’amore di chi li circonda. E l’anima di coloro che si trovano in questa condizione non si stacca dal loro corpo. Lo dirà Benedetto XVI nell’intervista trasmessa da «A Sua immagine» su Raiuno il pomeriggio del 22 aprile, Venerdì santo, rispondendo alla domanda della madre di Francesco Grillo, un giovane di Busto Arsizio affetto da sclerosi multipla e da due anni in coma. La donna ha chiesto al Papa: «Dove si trova l’anima di mio figlio?».

Per la prima volta un Pontefice partecipa a un programma televisivo e affronta quesiti raccolti tra i fedeli. Nel giorno in cui la Chiesa rivive la passione di Gesù, Ratzinger parlerà della sofferenza, del dramma del dolore innocente, delle difficoltà dei cristiani perseguitati. L’intervista, programmata da tempo, è stata realizzata da Rosario Carello, il conduttore di «A Sua immagine» ed è stata registrata lo scorso venerdì in Vaticano, nella biblioteca del palazzo apostolico.

Inizialmente era stato annunciato che il Papa avrebbe risposto a tre soli quesiti sul suo nuovo libro dedicato a Gesù. Visto l’interesse suscitato dall’iniziativa e il numero considerevole richieste raccolte dalla redazione – ne sono arrivate oltre duemila – gli è stato proposto allungare i tempi e di allargare l’orizzonte. Lui ha accettato, mostrando ancora una volta di non volersi sottrarre alle domande più spinose e all’occhio della telecamere. L’intervista tv arriva pochi mesi dopo quella realizzata dal giornalista tedesco Peter Seewald e trasformata nel best seller Luce del mondo.

La domanda sull’anima di chi vive in stato vegetativo, registrata dalla madre di Francesco Grillo accanto al letto del figlio assistito all’ospedale della Fondazione Raimondi di Gorla Minore, è stata la più toccante. Maria ha chiesto a Benedetto XVI se l’anima di Francesco abbia già abbandonato il suo corpo o sia ancora accanto a lui, malgrado la sua condizione di incoscienza.

Il Papa teologo ha spiegato che l’anima non abbandona il corpo, anche se la persona è in stato di incoscienza. Ma ha insistito sul fatto che le persone in coma, anche quelle che vivono in questo stato da molti anni, possono percepire l’amore, l’affetto, l’attenzione di chi sta loro intorno. Un affetto con il quale Francesco è continuamente a contatto. A visitarlo, ogni giorno, arriva la sorella del giovane, spesso accompagnata dalle tre figlie di 4, 6 e 8 anni. «Sono davvero attaccatissime allo zio, gli parlano, lo accarezzano, gli chiedono di svegliarsi» .

Non meno commovente, sarà la prima domanda a cui Ratzinger risponderà, quella di una bambina giapponese di 7 anni, Elena, che ha il padre italiano. La piccola durante il recente terremoto era in Giappone, ha visto morire molti bambini, è ancora spaventata. E ha scritto al Papa chiedendo perché queste cose accadano. Anche questo un tema dibattuto, al centro di recenti polemiche per le dichiarazioni del vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei. Alle catastrofi naturali Benedetto XVI ha fatto cenno domenica durante la messa delle Palme, quando ha ricordato: i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità».

Tra le domande ci sarà quella di una mamma musulmana che vive in Costa d’Avorio, e quella di sette studenti cristiani di Baghdad. Il Papa affronterà anche il tema della «discesa agli inferi» di Gesù dopo la sua morte.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il male interno che Ratzinger vuole combattere
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2011, 05:28:16 pm
22/4/2011

Il male interno che Ratzinger vuole combattere


ANDREA TORNIELLI

Le parole del Papa nelle due omelie delle celebrazioni del Giovedì santo mostrano come quanto accaduto l’anno scorso, il deflagrare dello scandalo della pedofilia, a cui si accennerà anche nelle meditazioni della Via Crucis di questa sera, sia ancora drammaticamente presente nel suo animo.

Il clima, in questi giorni è molto diverso dalla concitazione mediatica della scorsa primavera. La Santa Sede ha inasprito ancor di più le sue norme per prevenire gli abusi sui minori e intervenire tempestivamente contro chi si è macchiato di questi atti gravissimi e indegni. Uno studio appena pubblicato dalla diocesi di New York mostra che nell’ultimo anno, negli Stati Uniti, il numero dei casi si è ridotto in maniera drastica.

Eppure Benedetto XVI, in questo incompreso anche all’interno della Chiesa, persino da qualche collaboratore, ha sempre evitato di mettere avanti le statistiche e i distinguo - anche quelli più che giustificati di quanti ricordano che questo triste fenomeno abbia purtroppo interessato non soltanto le diverse comunità religiose ma anche e soprattutto le famiglie e le categorie professionali a contatto con i bambini.

Il Papa, da cardinale e stretto collaboratore di Giovanni Paolo II, dieci anni fa è stato protagonista nel riformare le normative ecclesiastiche dopo la prima ondata di scandali americani. Ma ha accuratamente evitato di presentare se stesso come l’inflessibile alfiere della «tolleranza zero» e soprattutto di presentare il suo pontificato in contrapposizione a quello precedente, come invece hanno fatto altri interpreti ratzingeriani, i quali, cercando capri espiatori nella curia wojtyliana, non hanno compreso che l’esaltazione della «nuova linea» in contrapposizione a quella vecchia avrebbe comunque finito per rappresentare un boomerang per l’istituzione.

Ratzinger sa bene di essere stato per quasi cinque lustri il collaboratore più stretto e stimato di Papa Wojtyla, che si accinge a beatificare e proprio ieri ha citato come esempio di santità, dimostrando ancora una volta quanta sia la sua venerazione per il predecessore. Sa che per decenni l’atteggiamento diffuso era quello di evitare scandali pubblici e che troppe volte le vittime degli abusi sono state allontanate, considerate nemiche. Per questo, nonostante gli scandali siano per lo più accaduti nel passato, e talvolta in un passato remoto, Benedetto XVI non si è tirato indietro. Non ha tuonato contro le campagne mediatiche, ha assunto su di sé la responsabilità. Ha voluto sempre incontrare, durante i suoi viaggi, alcune vittime dei preti pedofili. Ha richiamato la Chiesa tutta alla necessità della penitenza, della purificazione e della giustizia. È arrivato a dire, nel maggio 2010, che la persecuzione più forte contro la Chiesa non arriva da nemici esterni, ma dal peccato al suo interno.

Non ha taciuto di fronte alla gravità dei fatti, l’ha trasformata in occasione per ricordare come i cristiani debbano aver coscienza della presenza del male e del loro peccato, confessarlo ed essere continuamente sorretti da chi quel peccato è venuto a prenderlo su di sé, sul Calvario.

Undici anni fa, presentato ai giornalisti la richiesta di perdono voluta da Giovanni Paolo II per il Giubileo, l’allora cardinale Ratzinger disse: «Riconoscere il peccato è un atto di sincerità attraverso il quale possiamo far capire alla gente che il Signore è più forte dei nostri peccati. Mi viene in mente un aneddoto che si racconta a proposito del cardinale Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII. Gli è stato detto: “Napoleone intende distruggere la Chiesa”.

Risponde il cardinale: “Non riuscirà, neppure noi siamo riusciti a distruggerla”».
 
È questa consapevolezza che nonostante tutto, fa essere sereno Benedetto XVI.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Non si interrompe così un Pontefice
Inserito da: Admin - Aprile 23, 2011, 11:56:59 am
23/4/2011

Non si interrompe così un Pontefice

ANDREA TORNIELLI

La semplicità e la chiarezza con cui Benedetto XVI, nel corso dell’intervista registrata e trasmessa ieri pomeriggio, ha risposto alle domande raccolte tra gli spettatori di «A Sua immagine» dovrebbe far cadere uno dei ritornelli più utilizzati in questi anni: la contrapposizione tra Wojtyla papa «mediatico» e «comunicatore», e Ratzinger papa teologo che va letto più che ascoltato.

Si tratta infatti di un cliché che finisce per sminuire il valore del primo come del secondo, riducendo Giovanni Paolo II a un’icona televisiva e il suo successore a un topo di biblioteca.

Anche se la partecipazione di un Papa a un programma tv per farsi intervistare dagli spettatori non ha precedenti, gli incontri di Benedetto XVI che dialoga con i fedeli sono, invece, una costante. I dialoghi con i sacerdoti – a Roma, in Valle d’Aosta, nel bellunese e in Trentino – come pure l’incontro con i bambini della prima comunione in piazza San Pietro nell’ottobre 2005 sono da iscrivere tra le pagine più significative del pontificato.

Joseph Ratzinger è stato professore, era abituato a dialogare con gli allievi (che continua a incontrare ogni anno a Castelgandolfo affrontando con loro temi di attualità per la vita della Chiesa), e anche da Papa non si è mai sottratto a domande e interviste. Ne ha rilasciata una all’inizio di ogni viaggio, incontrando i giornalisti sull’aereo papale. Ne ha registrate diverse per la tv, sempre in occasione dei viaggi.

E dopo aver pubblicato tre libri-intervista da cardinale, il primo con Vittorio Messori, gli altri due con il giornalista tedesco Peter Seewald, ha accettato la proposta di quest’ultimo e lo scorso novembre ha dato alle stampe «Luce del mondo». Per una settimana, un’ora al giorno, Benedetto XVI s’è fatto intervistare senza conoscere prima le domande, parlando con franchezza dello scandalo pedofilia, delle crisi mediatiche del suo pontificato, delle sue fragilità.

La partecipazione televisiva di ieri mostra dunque ancora una volta come i Papi utilizzino le possibilità offerte dai media, e non disdegnino affatto il genere dell’intervista: rimangono nella storia quelle di Giovanni XXIII con Indro Montanelli e di Paolo VI con Alberto Cavallari.

Ratzinger è un bravo comunicatore, capace di presentare immagini evocative, come quando, ai giovani riuniti a Colonia, nell’agosto 2005, spiegò il sacramento dell’eucaristia paragonandolo alla fissione nucleare. O come ha fatto ieri, quando ha richiamato la fragilità del corpo degli ammalati in stato vegetativo con l’immagine di una chitarra che non può suonare perché ha le corde spezzate.

Resta però un dubbio sulla scelta degli autori della trasmissione in onda su RaiUno, che hanno deciso di spezzettare l’intervista papale, diluendola e intervallando ogni risposta con inserzioni, molti commenti in studio, collegamenti esterni.

La prima volta di un Papa in tv intervistato dai telespettatori, nel giorno e nell’ora in cui i cristiani fanno memoria della morte di Cristo, avrebbe forse meritato uno spazio a sé stante, senza soluzione di continuità.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Wojtyla ha ridato speranza ai cristiani
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2011, 11:03:33 am
3/5/2011

Wojtyla ha ridato speranza ai cristiani

ANDREA TORNIELLI


«Giovanni Paolo II è beato per la sua fede, forte e generosa, apostolica», ha spiegato Benedetto XVI domenica mattina, quando, visibilmente lieto di poter elevare il predecessore sugli altari appena sei anni dopo la morte, ne ha rievocato la figura.

Ratzinger, nel tracciare in sintesi un bilancio del pontificato wojtyliano, lo ha presentato come fortemente radicato nel Concilio. Ha citato il testamento di Wojtyla, dove il Vaticano II viene definito un «grande dono» dal quale le nuove generazioni «ancora a lungo» potranno attingere «ricchezze». Un «grande patrimonio», una «grandissima causa» (son sempre parole tratte dal testamento) che Giovanni Paolo II era riconoscente a Dio di aver potuto servire.

La «grandissima causa», ha spiegato Benedetto XVI, è quella di aprire «a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile». Wojtyla, ha detto ancora il suo successore, «ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia di libertà».

Quando nell’ottobre 1978, a sorpresa, i cardinali elessero sul soglio di Pietro il giovane arcivescovo di Cracovia, la secolarizzazione appariva come un fenomeno inarrestabile, e le speranze erano ancora da molti riposte nel marxismo e nelle sorti progressive dell’umanità. La religione era considerata un fenomeno in via di estinzione. Giovanni Paolo II, ha spiegato Ratzinger nell’omelia della messa di beatificazione, ha «dato al cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia». E ha rivendicato alla fede cristiana «quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso».

Parole che prendono atto che marxismo e progressismo sono stati per intere generazioni termini reali di speranza, e affermano che la forza attrattiva esercitata dallo stesso marxismo nell’umanità sofferente era in un certo senso ricavata, in modo quasi parassitario, dal cristianesimo. Nella lettura di Ratzinger, una Chiesa che allora poteva sembrare quasi rassegnata a vivere una subalternità nei confronti delle correnti di pensiero moderne, ha trovato nel Papa venuto dall’Est un «gigante» che ha rivendicato al cristianesimo una spinta propulsiva in grado anche di abbracciare l’impeto di rivolta verso le ingiustizie e le violenze subite nella storia dai più deboli. In questa chiave, nobilitante rispetto a letture politiche di corto respiro, va interpretato, secondo il suo successore, il ruolo giocato da Wojtyla nei confronti del comunismo e poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, nella denuncia degli effetti di un capitalismo senza più antagonisti.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Ratzinger e il destino del Patriarca
Inserito da: Admin - Maggio 07, 2011, 06:26:58 pm
7/5/2011
 
Ratzinger e il destino del Patriarca
 
 
ANDREA TORNIELLI
 
Questo pomeriggio Benedetto XVI arriva ad Aquileia, culla dell’evangelizzazione del Nord-Est, e a Venezia, dove rimarrà fino alla sera di domenica. Il viaggio papale coinciderà con la chiusura della visita pastorale alla diocesi del patriarca di Venezia, Angelo Scola.

È la terza volta in quarant’anni che un Papa visita la Serenissima. L’ultima fu nel 1985, con Wojtyla. Mentre in quella precedente, avvenuta il 16 settembre 1972, Paolo VI, in piazza San Marco, davanti alla folla, si tolse la stola papale per metterla sulle spalle del patriarca di Venezia Albino Luciani. Solo dopo la morte di Montini si seppe che proprio quella mattina, prima di partire per il Veneto, il Pontefice bresciano aveva pensato alla sua fine vergando una nota aggiuntiva al testamento. Nell’agosto 1978, il giorno dopo l’elezione, quell’inatteso dono della stola sarebbe stato ricordato da Papa Luciani nel primo discorso ai fedeli, ai quali avrebbe confidato che quel pubblico gesto del predecessore lo aveva fatto arrossire.

Saranno in molti, in questi due giorni, a scrutare i gesti di Benedetto XVI per cogliere segnali di attenzione e benevolenza, dato che Scola appare come uno dei nomi accreditati per assumere l’eredità del cardinale Dionigi Tettamanzi alla guida della diocesi di Milano. Papa Ratzinger ha voluto che la discussione sulla «provvista» per la diocesi ambrosiana – così si chiama tecnicamente la designazione di un nuovo vescovo – avvenga dopo la visita nel Nordest: la Congregazione dei vescovi si pronuncerà nelle prossime settimane, nulla è deciso, tutto è ancora possibile, anche se è ormai evidente che la candidatura del patriarca di Venezia per la sede episcopale più importante d’Europa, e tra le prime del mondo, non è soltanto una boutade mediatica.

Ratzinger del resto conosce Scola da quasi quarant’anni, da quando, cioè, il futuro Papa era arcivescovo di Monaco, e il patriarca un giovane teologo: entrambi inseriti nel gruppo internazionale dei collaboratori della rivista «Communio», nata su posizioni «centriste» in alternativa alla progressista «Concilium».

Non è un mistero che, nonostante la conoscenza e la stima di lunga data con il nuovo Papa, dopo l’elezione di Benedetto XVI Scola abbia visto sfumare possibili incarichi di ulteriore responsabilità: in particolare, all’inizio del 2007, la successione a Ruini come presidente della Cei. Allora fu il neo-Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, a convincere il Papa che sarebbe stato meglio nominare alla guida dell’episcopato italiano un prelato non cardinale e meno protagonista sulla scena pubblica di quanto lo fosse stato il presidente uscente. Il progetto era quello di portare in Segreteria di Stato la cabina di regia dei rapporti con la politica italiana, tradizionalmente affidati alla Conferenza episcopale. Bertone bloccò Scola, e dalla mediazione con Ruini si arrivò infine alla designazione dell’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, in quel momento non ancora cardinale.

Il patriarca di Venezia non divenne dunque presidente della Cei, né Vicario del Papa o Prefetto di qualche congregazione romana, come da qualcuno ventilato. L’essere rimasto nel capoluogo lagunare – peraltro l’unica diocesi ad aver dato tre Papi alla cristianità nell’ultimo secolo, il primo dei quali, Pio X, è già santo, il secondo, Giovanni XXIII, è beato mentre del terzo, Giovanni Paolo I, è in corso il processo di beatificazione – ha rafforzato Scola, che in questi anni da Venezia, oltre a realizzare un polo accademico di livello internazionale, il «Marcianum», ha continuato a collaborare con Ratzinger: è suo, ad esempio, il suggerimento di istituire un Pontificio consiglio dedicato alla nuova evangelizzazione, un’idea che Benedetto ha realizzato l’anno scorso. 
 
 
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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Un altro colpo di Ratzinger alla "sporcizia" nella Chiesa
Inserito da: Admin - Maggio 21, 2011, 04:22:03 pm
21/5/2011

Un altro colpo di Ratzinger alla "sporcizia" nella Chiesa

ANDREA TORNIELLI

La decisione, clamorosa, di cancellare la presenza dei monaci nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dov’erano presenti da cinque secoli, è un altro dei segni di come il «governo gentile» di Benedetto XVI sappia essere decisionista e drastico quando si tratta di eliminare quella «sporcizia» nella Chiesa la cui presenza proprio il cardinale Ratzinger denunciò durante la Via Crucis di sei anni fa. Il decreto della Congregazione per i religiosi che ha stabilito la soppressione dell’abbazia segue di due anni l'allontanamento dell’abate, chiacchierato per le una gestione non limpida della sua comunità e per sue amicizie.

Di fronte all’emergere di vecchi e nuovi scandali di ogni genere, il Papa non ha mostrato tentennamenti. Ha stabilito, ad esempio, norme ancora più severe di quelle che lui stesso, dieci anni fa, aveva suggerito a Giovanni Paolo II. Ha mostrato prima con il suo personale atteggiamento, e ora anche con le nuove linee guida sugli abusi destinate alle conferenze episcopali pubblicate lunedì scorso, come sia prioritaria l’attenzione per le vittime. Ha responsabilizzato i vescovi, che devono essere «padri e fratelli» dei loro sacerdoti. Ma soprattutto, in questi primi sei anni di pontificato ha agito, lontano dai riflettori, con determinazione.

A un mese di distanza dall’elezione, nel maggio 2005, Ratzinger ha revocato ogni facoltà sacerdotale a padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del Cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali su alcuni giovani seguaci. Il sacerdote aveva goduto per anni di importanti coperture e i reati che aveva commesso erano prescritti. Poco dopo è arrivata anche la famosa decisione su padre Macial Maciel, l’anziano fondatore dei Legionari di Cristo, riconosciuto colpevole di gravi abusi.

Nel settembre 2008 Benedetto XVI ha ridotto allo stato laicale don Lelio Cantini, il carismatico prete fiorentino guida di una vivace comunità dalla quale sono usciti vari sacerdoti, anch’egli colpevole di ripetuti abusi su minori. Nel luglio dell’anno dopo è toccato a un religioso tedesco, appartenente ai Missionari della Sacra Famiglia di Magonza, mentre nel febbraio 2010 Ratzinger con decreto inappellabile, ha tolto l’abito a don Marco Dessì, missionario in Nicaragua, prima della conclusione dei processi civili a suo carico per abuso sessuale di minori. Il mese successivo è stato dimesso dallo stato clericale don Andrea Agostini, prete della diocesi di Bologna che gestiva un asilo cattolico nel ferrarese, sempre per pedofilia. Nell’ottobre 2010 la stessa sentenza è toccata a don Nello Giraudo, della diocesi di Savona, mentre all’inizio di quest’anno è stato imposto di ritirarsi al potente e influente sacerdote cileno Fernando Karadima, nonostante i reati fossero prescritti. Ed è prevedibile che una decisione venga in tempi rapidi anche nei confronti di don Riccardo Seppia, il parroco genovese cocainomane e predatore di ragazzini.

Un anno fa, al culmine degli scandali provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, dall’Irlanda e dalla Germania, Benedetto XVI aveva pronunciato parole drammatiche, affermando che «la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori», ma «nasce dal peccato» interno, e ha collegato questi eventi al messaggio delle apparizioni mariane avvenute in Portogallo nel secolo scorso, affermando: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa».

Nel libro intervista «Luce del mondo» il Papa ha spezzato anche una lancia in favore dei mezzi di informazione e del loro ruolo nella vicenda: «I media non avrebbero potuto dare quei resoconti se nella Chiesa stessa il male non ci fosse stato… Sin tanto che si tratta di portare alla luce la verità, dobbiamo essere riconoscenti». Una lezione di grande umiltà, che vista dall’esterno potrebbe essere compresa ancor meglio dentro la stessa Chiesa.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. La Chiesa in cerca di un partito
Inserito da: Admin - Giugno 02, 2011, 05:02:45 pm
2/6/2011

La Chiesa in cerca di un partito

ANDREA TORNIELLI


Nuova generazione di politici cattolici cercasi. È l’appello ripetuto ormai con insistenza dal Papa e dalla Conferenza episcopale italiana. L’episcopato e più in generale il mondo cattolico avvertono un crescente disagio nei confronti della politica nostrana, spesso ridotta a «drammatico vaniloquio», come l’ha definita la scorsa settimana il cardinale Bagnasco.

Nelle recenti elezioni amministrative, i «valori non negoziabili» (vita, famiglia, libertà di educazione), ricordati anche in questa occasione dal quotidiano cattolico Avvenire, non sono stati in realtà così centrali. È vero, come è stato sottolineato, che i grandi Comuni possono diventare un laboratorio modello per iniziative quali la sperimentazione della pillola abortiva, i registri per il testamento biologico o per le unioni di persone dello stesso sesso. Ma questo elemento non è stato determinante nelle scelte dei cattolici.
Lo dimostra il dato di Milano, dove lo stesso cardinale Tettamanzi ha ironizzato sui toni apocalittici di Lega e Pdl definendo una boutade la paura di «zingaropoli» a soli cinque giorni dal voto, e dove una parte significativa di quell’elettorato ha sostenuto Giuliano Pisapia.
Il quale, peraltro, aveva nella sua lista undici candidati direttamente riconducibili al mondo cattolico, contro i sei del sindaco uscente Letizia Moratti.

Sulla scelta di penalizzare il centrodestra, e in particolare il suo leader sceso in campo personalmente a Milano, ha certamente pesato il caso Ruby, che nei mesi scorsi è stato motivo di imbarazzo e di una crescente freddezza dei vertici della Cei nei confronti di Palazzo Chigi. La sconfitta della Lega insieme a quella di Berlusconi dimostrano però che ancor di più del «bunga bunga» sul voto ha influito un’azione di governo concentrata sulla soluzione dei problemi personali del premier, percepita come distante dalle esigenze concrete delle famiglie anche dall’elettorato cattolico. Proprio una settimana fa, nel discorso tenuto in occasione della preghiera per l’Italia, lo stesso papa Ratzinger in presenza di tutti i vescovi della Penisola ha sottolineato con forza il problema della disoccupazione e della precarietà del lavoro, «che nei giovani compromette la serenità di un progetto di vita familiare».

L’epoca del partito unico è tramontata, lo ha ribadito nei giorni scorsi anche il segretario della Cei Crociata, che ha però invitato i politici cristiani a tener viva quell’unità che scaturisce dalla fede comune e dalla condivisione dei principi e valori della dottrina sociale della Chiesa. I politici che più tengono a sottolineare il loro legame organico con il mondo cattolico oltre a non avere più un partito di riferimento, nell’attuale quadro bipolare hanno anche qualche difficoltà ad accasarsi con la loro precisa fisionomia. Nel centrosinistra, caratterizzato dal prevalere di una cultura radicale sui valori «non negoziabili», risultano spesso afoni e si vedono talvolta costretti a migrare altrove per preservare la loro identità. Il laboratorio politico del Terzo Polo appare ancora confuso e poco rilevante. Mentre nel centrodestra, approdo giudicato dai vertici della Santa Sede e della Cei più consono per la difesa di alcune istanze etiche, finiscono per fare da stampella agli stili di vita del premier con motivazioni teologiche contro il «moralismo», e convivono con l’estremismo di chi fa leva sulla «paura dello straniero» e del «diverso».

La Chiesa italiana negli ultimi anni è sembrata stringere col Cavaliere di Arcore una sorta di Patto Gentiloni, simile a quello che un secolo fa vide l’elettorato cattolico sostenere, e far vincere, i candidati liberali che si erano impegnati a difendere l’unità della famiglia e la scuola non statale. Il prevalere nel centrosinistra delle forze alternative e più radicali non lascia immaginare cambi di rotta dietro l’angolo in questa impostazione. E così, di fronte al berlusconismo ormai logorato, le gerarchie che negli ultimi anni hanno giocato un ruolo da protagoniste intervenendo direttamente nell’agone politico, ora sperano che una nuova generazione di cattolici si affacci nella vita pubblica trovandovi cittadinanza e possibilità di incidere nelle scelte, come accadde per gli statisti che si formarono nella Fuci di Giovanni Battista Montini durante gli Anni Trenta. Una classe dirigente che nell’immediato dopoguerra ha contribuito a far grande l’Italia. Ma da allora tante cose sono cambiate nella nostra società e anche nella Chiesa.

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. La morale naturale di un Papa fuori dagli schemi
Inserito da: Admin - Giugno 10, 2011, 10:32:25 am
10/6/2011

La morale naturale di un Papa fuori dagli schemi

ANDREA TORNIELLI

Le parole pronunciate ieri mattina da Benedetto XVI sulla necessità per l’uomo di adottare uno stile di vita che salvaguardi l’ambiente, sostenendo la ricerca di energie pulite, rispettose «della creazione e innocue per gli esseri umani», sono state accolte con grande favore da molti ambienti, anche a motivo dell’imminente scadenza referendaria sul nucleare.

Ratzinger si rivolgeva ai nuovi ambasciatori di Moldova, Guinea Equatoriale, Belize, Siria, Ghana e Nuova Zelanda, ma le sue parole non rappresentano certo una novità, dato che più volte il Papa ha affrontato l’argomento della salvaguardia del creato e dell’urgenza per l’uomo di non farsi dominare dalla tecnologia. Tema peraltro attualissimo dopo quanto è accaduto in Giappone.

Domenica scorsa, da Zagabria, di fronte ai fedeli croati, il Pontefice aveva parlato della famiglia, indicando l’importanza della «qualità delle relazioni con le persone, e i valori umani più profondi», e l’insegnamento cristiano su matrimonio e sessualità. Non aveva pronunciato condanne o anatemi, ma soltanto proposto, anzi, riproposto, il messaggio evangelico. Provocando reazioni e sollevando critiche piuttosto forti, anche a motivo dell’abitudine italiana di leggere le parole del Pontefice sempre e comunque legate alle nostre beghe politiche.

Ma al di là delle critiche di ieri al Papa che invitava i fedeli cattolici a non scegliere le convivenze come modello per la realizzazione della propria vita affettiva, e al di là degli osanna di oggi al Papa ecologista che parla di energia pulita, ciò che emerge ancora una volta è la complessità della figura di Benedetto XVI. Un Papa non richiudibile all’interno degli schemi o delle etichette di tradizionalista-progressista. Un Papa che tiene insieme con un unico filo rosso il discorso di domenica sulla famiglia e quello «ecologico» di ieri, nel segno del rispetto dell’ordine della creazione. Ratzinger considera il degrado dell’ambiente come una delle conseguenze implicite della scristianizzazione e della perdita di coscienza dell’aspetto cosmologico della fede, mostrando in questo una sensibilità molto vicina a quella delle Chiese ortodosse.

Quando parla di famiglia, come quando parla di ambiente, lo fa sulla base della morale naturale, in dialogo con tutti, cosciente che per la sopravvivenza dell’umanità è necessario coniugare «la tecnologia con una forte dimensione etica», e uno stile di vita sobrio «che rispetti l’alleanza tra uomo e natura».

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Zapatero, per ultimo vedrà il Papa
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2011, 12:03:49 pm
30/7/2011

Zapatero, per ultimo vedrà il Papa


ANDREA TORNIELLI

La decisione del premier Zapatero di uscire di scena anzitempo cade in un momento emblematico.
L’annuncio di anticipare il voto, prima previsto per il marzo del prossimo anno, giunge infatti a pochi giorni dall’arrivo a Madrid di Benedetto XVI, il Papa difensore della vita, che nella capitale spagnola incontrerà i ragazzi della Giornata mondiale della gioventù.
Zapatero in questi anni - in Italia più ancora che in Spagna - è diventato il simbolo di una sinistra in grado di proporre e in qualche caso di far approvare leggi come quella sui matrimoni gay o come quella sull’eutanasia in un Paese considerato «cattolicissimo».

Il braccio di ferro con l’episcopato spagnolo, che in più di un’occasione non ha mancato di convocare i fedeli in piazza per difendere la vita e la famiglia, ha contribuito a consolidare l’immagine di un primo ministro nemico della Chiesa cattolica. I rapporti con il Vaticano non sono stati certo facili, almeno all’inizio. E molti si aspettavano che nel luglio 2006, mettendo piede in Spagna per la prima volta da Papa, per di più in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie, Benedetto XVI spingesse l’acceleratore della denuncia contro le politiche del governo socialista. Zapatero, in quella occasione, disertò la messa papale di Valencia e l’allora portavoce vaticano Joaquín Navarro Valls dichiarò che nemmeno Fidel Castro era arrivato a tanto quando Wojtyla andò a Cuba.

Ratzinger scelse, invece, la linea morbida: parlò della famiglia in positivo, senza invettive contro il governo socialista. Lo stesso si è ripetuto lo scorso novembre, quando Benedetto XVI è tornato per la seconda volta in Spagna, per una visita lampo a Santiago de Compostela e a Barcellona, dove ha consacrato la basilica dedicata alla Sagrada Familia. Sul volo da Roma, rispondendo ai giornalisti, il Papa aveva notato come in Spagna si stesse manifestando «una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo», auspicando invece l’incontro e non lo scontro tra fede e laicità. Anche durante questa seconda visita, però, i suoi discorsi sono stati prudenti, senza accenni polemici diretti contro il governo, al contrario di quanto avrebbero sperato i settori più oltranzisti.

Il Papa sa bene, infatti, che la secolarizzazione galoppante che caratterizza oggi la Spagna non è stata provocata da Zapatero e dalle sue leggi, che pure la Chiesa ha criticato e alle quali ha cercato di opporsi come poteva. Così come Ratzinger sa che l’uscita di scena di un primo ministro che ha riaperto le vecchie ferite della guerra civile e acutizzato lo scontro con le gerarchie non basterà a far riavvicinare alla fede gli spagnoli secolarizzati.

La terza visita papale ormai imminente avverrà dunque al crepuscolo politico di Zapatero, ormai alla vigilia delle dimissioni. E non è difficile prevedere che ancora una volta il Pontefice, incontrando centinaia di migliaia di giovani, sceglierà la via della proposta e non della polemica. Tanto più che ormai da qualche mese, da quando la preparazione per la Gmg è entrata nella sua fase operativa, i vescovi hanno riconosciuto che tutte le autorità, sia locali che nazionali, stanno lavorando bene perché l’evento riesca al meglio.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9038


Titolo: ANDREA TORNIELLI. - Per Libia e Siria il Papa chiede una pace senz'armi
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2011, 11:26:50 am
8/8/2011

Per Libia e Siria il Papa chiede una pace senz'armi

ANDREA TORNIELLI

La forza delle armi non ha risolto la situazione» in Libia. Così Benedetto XVI alla fine dell’Angelus di ieri ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sulla guerra quasi dimenticata che si combatte per spodestare Gheddafi e che ci vede coinvolti.

Il Papa ha lanciato innanzitutto un appello per la Siria, esprimendo tutta la sua preoccupazione per «i drammatici e crescenti episodi di violenza che hanno provocato numerose vittime e gravi sofferenze». Ha auspicato che lo «sforzo per la riconciliazione prevalga sulla divisione e sul rancore», e si è rivolto ai governanti e alla popolazione siriana «perché si ristabilisca quanto prima la pacifica convivenza e si risponda adeguatamente alle legittime aspirazioni dei cittadini, nel rispetto della loro dignità e a beneficio della stabilità regionale».

Poi Ratzinger ha parlato della Libia, e dopo aver notato, con il realismo che caratterizza la diplomazia d’Oltretevere, come la forza delle armi non abbia «risolto la situazione», ha esortato «gli organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche e militari» a rilanciare «con convinzione e risolutezza la ricerca di un piano di pace per il Paese, attraverso il negoziato e il dialogo costruttivo».

Le parole papali lasciano trasparire come la Santa Sede, a suo tempo sorpresa dalla repentina decisione dell’intervento armato contro il raiss di Tripoli, continui a ritenere urgente il cessate il fuoco. E soprattutto indichi la via del negoziato e delle riforme per risolvere la ben più complessa situazione in Siria, dove le antiche comunità cristiane che vi abitano auspicano una soluzione politica del conflitto, senza interventi armati dall’esterno. La guerra in Iraq, contro la quale si batté con tutte le sue forze l’ormai malato Giovanni Paolo II, ha lasciato strascichi che ricordano il Vietnam. Per questo è quanto mai necessario che la difesa delle popolazioni inermi sottoposte alle feroci repressioni dei regimi mediorientali non avvenga attraverso azioni che rischiano di avere conseguenze peggiori di quelle che si volevano evitare.

Con la Siria, in ogni caso, la reazione occidentale sembra al momento essere di segno totalmente opposto rispetto a quanto accaduto per la Libia, dato che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è riuscito a partorire una risoluzione di condanna del regime di Assad, ma si è fermato a una semplice «dichiarazione», nonostante il numero delle vittime abbia raggiunto, secondo alcune stime, quota duemila.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9072


Titolo: ANDREA TORNIELLI. La scommessa teologica di Ratzinger
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2011, 04:35:10 pm
17/8/2011

La scommessa teologica di Ratzinger

ANDREA TORNIELLI

Quella che è iniziata ieri a Madrid è la terza Giornata mondiale della Gioventù che si celebra sotto il pontificato di Benedetto XVI ma è la prima che avviene dopo la beatificazione di Papa Wojtyla. I giovani che da ogni parte del mondo, con i mezzi più disparati, hanno raggiunto la Spagna in questi giorni, sanno di poter contare su uno speciale protettore, il carismatico Papa polacco che inventò queste adunate, alle quali volle essere sempre presente, nonostante la vecchiaia e l’avanzare della malattia. Non arrivò a vedere l’ultima che aveva programmato e annunciato, quella di Colonia nel 2005, alla quale prese parte il suo successore, Joseph Ratzinger, che per questo motivo potè compiere la sua prima trasferta internazionale da Papa proprio nella sua terra natale.

A dispetto dei pronostici che lo dipingevano come piuttosto freddo nei confronti di questo tipo di manifestazioni – lette da qualcuno alla stregua di «prove di forza» per mostrare la vitalità della presenza cattolica nonostante la secolarizzazione – Benedetto XVI si è messo umilmente sulla scia del predecessore, mostrando di condividere fino in fondo quella scommessa che Wojtyla aveva fatto sui giovani fin dall’inizio del suo lungo pontificato. E da Papa teologo ha cercato di trasmettere con immagini vive ai ragazzi della GMG i misteri della fede cattolica, come quando a Colonia, sei anni fa, paragonò il cambiamento che avviene nella consacrazione eucaristica alla fissione nucleare. In un momento in cui, forse come mai prima, il mondo si accorge di aver bisogno di ideali, Ratzinger richiamerà ancora una volta i giovani a non soffocare le loro domande e le loro inquietudini, a non ricoprire sotto una spessa coltre di cinismo e di effimero la loro esigenza di un significato del vivere.

In un mondo in cui a contare sembrano essere soltanto il potere, la lussuria e il denaro, il Papa inviterà a impegnare la propria vita per qualcosa o qualcuno che la renda davvero felice e piena di senso. Indicherà non un’idea, un insieme di regole, un pacchetto di dogmi o l’estetismo di qualche bel rito, ma una persona, Gesù di Nazaret. E spiegherà ai giovani della GMG che vivere il cristianesimo non significa dover rinunciare a qualcosa ma, invece, sperimentare quel «centuplo quaggiù» che lo stesso Nazareno promise ai suoi insieme all’eternità. Rimarranno con ogni probabilità delusi, invece, quanti guardano alla Giornata della gioventù, che ha un orizzonte mondiale, nell’ottica della politica spagnola, e immaginano che Benedetto XVI possa lanciare qualche invettiva contro le leggi varate dal governo Zapatero, che pure ha collaborato alacremente per la realizzazione dell’evento. Il Papa non l’ha fatto nel 2006 a Valencia né l’anno scorso a Santiago de Compostela e a Barcellona. Avrebbe ancor meno ragioni per farlo ora che l’esecutivo socialista è dimissionario e mancano poco più di due mesi alle elezioni.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9098


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Ratzinger ha vinto la sfida
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2011, 11:53:32 am
21/8/2011

Ratzinger ha vinto la sfida

ANDREA TORNIELLI

La marea sterminata di luci e di magliette colorate dei ragazzi che partecipano alla veglia all’aeroporto «Quatro Vientos» si riflette negli occhi spalancati di Julises Alina, un diciannovenne messicano che vive vicino al confine con gli Usa e che per pagarsi il viaggio a Madrid, per un anno mezzo, si è messo a fare l’imbianchino nelle case del vicinato sfruttando ogni istante libero.

È soltanto una delle storie dei protagonisti della Giornata mondiale della Gioventù, oltre un milione e mezzo di giovani (due milioni secondo la Tv pubblica di Madrid) che ieri sera hanno pregato con il Papa, hanno trascorso la notte all’addiaccio per essere presenti alla messa conclusiva di questa mattina, la manifestazione più partecipata della storia spagnola e del pontificato di Joseph Ratzinger.

Il mondo va a rotoli, l’Europa barcolla, lo spettro del collasso dell’economia aleggia nel Vecchio Continente, il futuro è incerto soprattutto per le giovani generazioni, ma nell’ultima settimana Madrid è stata pacificamente invasa da un pezzo di umanità che non sembra segnata dalla paura e dal pessimismo. Le cronache hanno dato ampio spazio alla protesta, a tratti violenta, dei gruppi che contestano la visita papale ma che hanno finito per scaricare la loro rabbia sui ragazzi capitatigli a tiro. E in qualche caso si è avuta l’impressione che la notizia fossero i duemila indignados e non il milione di partecipanti alla GMG, quelli che hanno seguito la Via Crucis per le vie della capitale, quelli che hanno pregato con Benedetto XVI, quelli che hanno alternato canti e balli a momenti di raccoglimento e perfetto silenzio, quelli che non hanno mai dato alcun problema di ordine pubblico. Francisco Xavier Velasquez Lopez, responsabile della Guardia Nacional, giovedì scorso era nell’auto che precedeva la «papamobile» durante il primo grande appuntamento pubblico del Papa, la festa dell’accoglienza in piazza Cibeles. E ha confidato al direttore organizzativo della GMG seduto al suo fianco: «Non ho mai visto accogliere una persona con questo affetto. È molto più facile radunare la gente arrabbiata per una protesta. È più difficile convocare per una festa dove si ringrazia qualcuno…».

La riuscita di un evento come quello che si sta tenendo a Madrid non si misura dai numeri, ma è indubbio che anche questa volta Benedetto XVI ha vinto la sfida. Una sfida difficile. Sei anni fa, al momento in cui veniva eletto quale successore di Papa Wojtyla, cioè dell’inventore delle Giornate della Gioventù, in pochi credevano che l’anziano teologo tedesco avrebbe continuato nella scia del predecessore. Invece l’ha fatto, dando una sua impronta a questi raduni, capaci di coniugare, come si è visto venerdì sera con la Via Crucis, modernità e tradizione, il Web, le nuove tecnologie e i «pasos», le antiche sculture lignee in stile barocco che raffigurano la Passione.

I critici, non soltanto quelli laici, hanno sempre guardato a questi eventi come a manifestazioni esteriori, di massa. Prove di forza di un cattolicesimo capace ancora di riempire le piazze ma non più le chiese. Se invece ci si ferma a guardare senza pregiudizi questi ragazzi, si scopre che, nella massa, ciascuno di loro è venuto a Madrid a cercare qualcosa per sé. Si scopre il contributo positivo delle loro esperienze, del loro cammino di fede, del loro impegno. Un contributo che rappresenta una risorsa di vita buona, e che dovrebbe interessare tutti, non essere relegato nel «recinto» cattolico. I giovani della GMG non sono truppe cammellate contro la secolarizzazione, non partecipano a una crociata contro il mondo: nell’Europa della paura e dell’incertezza offrono una testimonianza di dedizione e di umanità.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9110


Titolo: ANDREA TORNIELLI. "Basta leader demiurghi" I cattolici oltre Berlusconi
Inserito da: Admin - Agosto 30, 2011, 10:03:37 am
Politica

30/08/2011 - INCHIESTA

"Basta leader demiurghi" I cattolici oltre Berlusconi

Il discorso del presidente Napolitano all'apertura del 32esimo meeting di Rimini

L'ala moderata si prepara alla nuova fase con un manifesto.

Al primo punto legge elettorale: proporzionale con sbarramento

ANDREA TORNIELLI
MILANO

Il lento crepuscolo della leadership di Berlusconi rappresenta anche il tramonto del clerico-moderatismo, che in questi ultimi anni ha visto certi cattolici perdere molta della loro originalità in politica. Hanno finito per giustificare il bunga bunga...». Il filosofo Massimo Borghesi, autore del libro «Augusto Del Noce, la legittimazione critica del moderno» (Marietti 1820), al termine del Meeting sintetizza così il disagio di molti cattolici di area Pdl.

Anche se a tener banco nelle cronache riminesi sono stati Roberto Formigoni e la sua contrapposizione con un altro politico ciellino e berlusconiano doc, Maurizio Lupi, il Meeting che si è appena concluso ha segnato una svolta: «Il vero discorso politico – spiega Borghesi – è stato quello del Presidente Napolitano. E nella mostra sui 150 anni dell’unità d’Italia per la prima volta si sono superate vecchie posizioni intransigenti, riconoscendo l’apporto fondamentale di cattolici e socialisti. C’è la necessità di guardare oltre gli steccati, di riprendere il meglio della tradizione cattolico-popolare e soprattutto di mettere all’ordine del giorno l’incombente questione sociale...».

Un segnale di novità delle ultime settimane è rappresentato dal manifesto per una «buona politica» lanciato dai presidenti di sette diverse associazioni del mondo del lavoro di ispirazione cristiana con il quale si chiede di mettere il bene comune al di sopra di tutto, di valorizzare le energie migliori del Paese e favorire un ricambio della classe dirigente, attinta anche dal mondo delle associazioni. La Compagnia delle Opere, con il suo presidente Benhard Scholz, è tra i firmatari, insieme ai presidenti di Cisl, Confartigianato, Confcooperative, Coldiretti, Acli, e Movimento Cristiano Lavoratori. «Negli ultimi anni – spiega Carlo Costalli, presidente dell’Mcl – si è finito per considerare i “principi non negoziabili”, cioè la difesa della vita, della famiglia e della libertà di educazione, non come un punto di partenza per l’impegno politico dei cattolici, ma come un punto d’arrivo. Così – continua – si finisce per ridurre l’originalità dei cattolici in politica e si rischia di dare deleghe in bianco, facendosi rappresentare in cambio della difesa di certi valori. È come se, nel Pdl, si fosse riproposto ciò che accadde nel 1913 con il Patto Gentiloni, quando i cattolici, alla loro prima partecipazione alle urne, votarono i candidati moderati che avevano sottoscritto alcuni punti programmatici...».

Per Costalli, quest’epoca «è al tramonto». Serve «un impegno rinnovato, che non definisca la presenza dei cattolici in politica soltanto con i “principi non negoziabili”. Anche perché oggi, accanto a quelli, che per noi restano imprescindibili, ci sono le emergenze del lavoro, della povertà che cresce, di un Paese che ha bisogno di tornare a guardare al futuro». «Più che dire agli altri che cosa devono fare – spiega a La Stampa Raffaele Bonanni, presidente della Cisl – i cattolici devono fare, per testimoniare che è possibile fare. La sussidiarietà, il valorizzare le iniziative dal basso è l’unica occasione di governo per le nostre comunità sconquassate, perché le persone tornino protagoniste. Bisogna dare più senso alla nostra democrazia, la quale o è partecipata o non è».

I firmatari del manifesto, che rappresentano milioni di iscritti, hanno avanzato la proposta di una riforma elettorale per permettere ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Una nuova legge su base proporzionale, con uno sbarramento «idoneo a limitare l’ingresso in Parlamento solo ai partiti politici che abbiano ricevuto un consenso adeguato» e dei correttivi che garantiscano la governabilità. Bipolarismo sì, bipartitismo no, sembra essere la ricetta. I vertici della Chiesa italiana hanno seguito con attenzione, ma dall’esterno, il lavoro che ha portato al manifesto delle associazioni. La Cei non sponsorizza la rinascita di un partito cattolico e gli stessi firmatari precisano: «Non stiamo costruendo un partito ma siamo un’alleanza sociale decisa a fare la sua parte e a ristrutturare la politica, profondamentescollata dalla società civile».

Non c’è (ancora) un partito. Ma, soprattutto nel caso il Cavaliere non si ricandidasse e nonostante l’apprezzamento verso il cattolico Angelino Alfano, aleggia l’ipotesi di un nuovo «contenitore», in grado di attrarre personalità del Pdl (come Sacconi, Formigoni e Tremonti), dell’Udc e del Pd (come Fioroni). Il sociologo Giuseppe De Rita ha scritto che i tre mondi separati, quello delle associazioni, quello dei fedeli delle parrocchie e quello dei cattolici che già fanno politica, per convergere avrebbero bisogno di un grande «federatore». Peccato, aggiungeva, che non si vedono all’orizzonte leader come De Gasperi e Moro, o ecclesiastici come Montini. Il ciellino Giorgio Vittadini, il presidente della Fondazione Sussidiarietà, a conclusione del Meeting di Rimini ha affermato, con un riferimento neanche tanto velato al Cavaliere, che «oggi non è più il tempo per leader demiurghi». Ma il problema di un «federatore» per quest’area in ebollizione, rimane. Cercasi De Gasperi disperatamente...

da - http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/417398/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. - San Raffaele, l’incognita dei costi del salvataggio
Inserito da: Admin - Settembre 05, 2011, 10:46:41 am
Economia
05/09/2011 - ANALISI

San Raffaele, l’incognita dei costi del salvataggio

Oggi il cda. Dubbi nel mondo cattolico sull’operazione

ANDREA TORNIELLI
MILANO

L’ emergere della voragine di un miliardo e mezzo di debiti del San Raffaele, l’ospedale fondato da don Luigi Verzè che la Santa Sede cerca di salvare dal fallimento, sta facendo crescere una diffusa inquietudine nella Chiesa italiana e anche nei palazzi d’Oltretevere. Don Verzè all’inizio dell’estate aveva preferito coinvolgere la Santa Sede invece di affidarsi alla cordata dell’imprenditore della sanità lombarda Giuseppe Rotelli. La gestione (fallimentare, economicamente parlando) del San Raffaele è ora in carico da diverse settimane alla squadra messa insieme dal cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Il cda, che si riunisce nuovamente oggi, è composto da personalità di primo piano dalle comprovate capacità, come il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi; il manager della sanità Giuseppe Profiti; l’ex Guardasigilli prodiano Giovanni Maria Flick; l’imprenditore genovese Vittorio Malacalza. I quali hanno affidato a Enrico Bondi l’incarico di fare chiarezza sui conti entro il 15 settembre.

Non è stato ancora comunicato a quanto ammonterà l’impegno della banca vaticana: si parla di una cifra che va dai 250 ai 400 milioni di euro, con l’obiettivo anche di coprire i debiti più urgenti con le case farmaceutiche. Somma davvero considerevole, se confermata, tanto più in questo momento di crisi economica mondiale che vede in difficoltà anche le finanze della Santa Sede. Dietro l’iniziativa del cardinale Bertone ci sarebbe il progetto di creare un grande polo sanitario d’eccellenza, che riunisca il San Raffaele all’ospedale Bambin Gesù di Roma e alla Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (gli ultimi due già gestiti dal Vaticano). Ma il polo comprenderebbe anche il Policlinico Gemelli, che appartiene dell’Università Cattolica, ateneo sul quale il Segretario di Stato ha lanciato un’Opa per controllarne quanto prima la «cassaforte», l’Istituto Toniolo, anche a costo di cambiarne gli statuti. E c’è chi ha detto che il grande network potrebbe includere gli ospedali genovesi Galliera e Gaslini, presieduti dall’arcivescovo di Genova.

In molti si chiedono se sia davvero un compito specifico della Santa Sede quello di creare, gestire e controllare poli sanitari d’eccellenza. Non ci troviamo di fronte a un investimento per far fruttare fondi da destinare ad altre finalità: la sanità è un settore solitamente in perdita. Non è evidente, al momento, una motivazione etica, quale sarebbe stata salvare un ospedale malandato in Africa, o costruire nuovi presidi sanitari nelle zone dimenticate del Terzo mondo dove si muore per la mancanza delle cure più elementari. Iniziative che peraltro lo Ior, Istituto per le opere di religione, già sostiene. Perché la Santa Sede si impegna in un’iniziativa così rischiosa e sembra pronta a impiegare centinaia di milioni di euro del patrimonio della Chiesa che ha finalità «di culto, evangelizzazione e carità»?

C’è un secondo problema che inquieta molti, e riguarda i contenuti dell’insegnamento e della sperimentazione al San Raffaele, che non è mai stato un ospedale «cattolico», cioè in linea con l’insegnamento della Chiesa in materia bioetica. Nel momento in cui sarà formalizzato il passaggio definitivo della gestione nelle mani vaticane, i nuovi amministratori saranno costretti a tenerne conto, mentre i docenti ospedale e dell’ateneo fondato da don Verzè hanno già fatto sapere di considerare «non negoziabile» la loro libertà di insegnamento e di ricerca. Anche su questo terreno, la strada appare tutta in salita. Bisognerà attendere le prossime settimane per conoscere le risposte che verranno date a queste domande come pure, se ci sarà, la reazione di alcuni importanti episcopati del mondo, che garantiscono le entrate più consistenti alla Santa Sede.

da - http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/418640/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Cattolici, non è escluso un nuovo partito
Inserito da: Admin - Ottobre 20, 2011, 09:22:52 am
20/10/2011

Cattolici, non è escluso un nuovo partito

ANDREA TORNIELLI

La presenza e le parole del cardinale Bagnasco al «conclave» dei cattolici di Todi sono state sottoposte, negli ultimi giorni, alle interpretazioni più disparate. C’è chi è riuscito a leggervi la decisione di rifondare il partito cattolico («Bagnasco evoca il ritorno alla Dc») e chi invece ha esultato per l’esatto opposto, ritenendo che la ferma riproposizione dei «principi non negoziabili» contenuta nell’intervento del presidente della Cei abbia rappresentato, come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio , un «fermo tombale alle grandi e piccole manovre per rifare una specie di Democrazia cristiana».

In molti commenti, provenienti soprattutto da politici cattolici del centrodestra, si sono esaltate le parole pronunciate da Bagnasco a Todi quasi per esorcizzare e minimizzare quanto stava avvenendo nel «conclave» umbro, da dove è innegabilmente venuta la richiesta di una politica nuova e di un decisivo cambio di passo, e dove si è manifestata una sostanziale unità tra diverse associazioni impegnate nel sociale, gruppi, movimenti, decisi a voler incidere di più nella politica italiana. Non è stato fondato alcun partito, anche se, al di là delle smentite, lo sbocco in un nuovo «contenitore» non confessionale non è affatto escluso, nel caso l’attuale panorama politico cambi, si scomponga e si ricomponga in modo diverso.

L’idea che siano le gerarchie a benedire o a impedire la nascita di eventuali partiti, soggetti politici o blocchi sociali, è figlia di una logica che vorrebbe i laici cattolici come semplici esecutori degli indirizzi stabiliti nei palazzi ecclesiastici, siano essi la Conferenza episcopale o la Segreteria di Stato vaticana. Dopo la fine della Dc, con la Cei guidata dal cardinale Ruini, la Chiesa in effetti ha assunto un ruolo guida nella società anche sul piano socio-politico per difendere meglio ciò che le stava a cuore, cioè i «principi non negoziabili», come la difesa della vita, della famiglia, della libertà di educazione, in anni che hanno visto diventare sempre più centrali le grandi questioni bioetiche. Ma questo ruolo e le forme con cui si esercita non sono immutabili e non precludono la nascita di nuovi soggetti politici.

Bagnasco, nel suo discorso a Todi, ha riproposto proprio quei principi come irrinunciabili per l’impegno dei cattolici in politica. E nessuno dei presenti li ha messi in discussione. Oltre a questo, però, i cattolici di Todi, richiamandosi all’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, hanno discusso sulla possibilità di trovarsi uniti e organizzati anche su altri temi, dalle riforme del fisco e del mercato del lavoro che diano un po’ di ossigeno alle famiglie e alle imprese, fino a una nuova legge elettorale. Lo hanno fatto senza fondare (per ora) partiti, e soprattutto senza esclusivismi, senza chiedere benedizioni né tantomeno ricevere improbabili veti dall’alto. Lo hanno fatto perché ritengono che le istanze dei loro mondi non siano rappresentate adeguatamente oggi da chi fa politica, che sia cattolico o no.

È stato lo stesso magistero della Chiesa, peraltro, a sancire questa libertà e questa peculiare responsabilità: «Dai sacerdoti – si legge nella costituzione conciliare Gaudium et spes – i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero».

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9340


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Mario e i suoi fratelli (cattolici)
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2011, 12:04:25 pm
16/11/2011

Mario e i suoi fratelli (cattolici)

Monti al governo

Ecco la pattuglia dei ministri dell'esecutivo Monti che godono di un alto gradimento da parte dei vescovi italiani e del Vaticano


Andrea Tornielli
CITTà DEL VATICANO


In Vaticano e ai vertici della Conferenza episcopale italiana si guarda con «attenzione e benevolenza» al lavoro del presidente del Consiglio Mario Monti e si esprime apprezzamento per il fatto che si sia tenuto conto della componente cattolica.

Tre dei nuovi ministri (Lorenzo Ornaghi, neo-ministro dei Beni culturali; Corrado Passera, Sviluppo economico, infrastrutture e trasporti; e Andrea Riccardi, Cooperazione internazionale e integrazione) sono stati protagonisti del Forum dei cattolici a Todi. Ornaghi e Riccardi sono diretta espressione del mondo cattolico. Del primo è nota la vicinanza alla Conferenza episcopale italiana fin dai tempi in cui era guidata da Ruini, mentre il secondo si muove certamente a suo agio nei palazzi vaticani. Nei giorni scorsi il direttore del quotidiano «Avvenire», Marco Tarquinio, aveva chiesto che nella compagine governativa si tenesse conto anche dell’«altra economia» e dell’«altra diplomazia», e Riccardi è per l’appunto fondatore e leader della Comunità di Sant’Egidio, impegnata su molti fronti internazionali per la pace.

Ma non bisogna fermarsi soltanto a questi tre nomi. Perché, fanno notare le fonti d’Oltretevere, sono cattolici anche Francesco Profumo (Istruzione) e Paola Severino (Giustizia). E gravitano in quest’area anche il nuovo ministro della Sanità Renato Balduzzi, impegnato nel Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale), già collaboratore di Rosy Bindi ed esponente del cattolicesimo democratico e Piero Gnudi, ministro del Turismo e dello sport vicino all'Udc e molto apprezzato nel mondo cattolico ed ecclesiastico.

Insomma, nel nuovo esecutivo italiano i cattolici sono rappresentati anche nelle loro diverse «anime». Ed è stato apprezzata dalla Chiesa la scelta di non inserire nella lista esponenti «tecnici» pubblicamente attestati sulle posizioni più distante da quelle del mondo cattolico in materia di bioetica, come ad esempio Umberto Veronesi o la stessa Emma Bonino.

Sia il Vaticano che la Cei avrebbero preferito che nei mesi scorsi il premier Silvio Berlusconi facesse un passo indientro (o meglio, a lato) per allargare la maggioranza all’Udc di Pierferdinando Casini. Ma dopo la bufera finanziaria e il precipitare degli eventi, quando ormai questa soluzione non appariva più possibile, hanno guardato con attenzione al tentativo di Monti, confidando anche sull’autorevolezza del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, con il quale il rapporto di stima e fiducia è consolidato.

Apprezzamento e soddisfazione viene anche da esponenti del Forum delle associazioni del mondo del lavoro di ispirazione cristiana. «Formuliamo i nostri migliori auguri al neo-nominato Governo, di elevato livello tecnico, del quale fanno parte anche autorevoli esponenti come Ornaghi, Passera e Riccardi, tutti e tre intervenuti al Seminario di Todi», ha detto il presidente dell’Mcl Carlo Costalli. «Ora ci auguriamo che il nuovo governo possa lavorare bene avviando un percorso di indispensabili riforme, nell’interesse dell’Italia e degli italiani, fino alla scadenza naturale della legislatura, per tornare a una normale democrazia dell’alternanza».

E nel 2013 il mondo delle associazioni di Todi e più in generale il mondo cattolico non vuole arrivare impreparato.


da - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/news/dettaglio-articolo/articolo/cattolici-politica-italia-10001/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Se la Curia piglia tutto
Inserito da: Admin - Gennaio 07, 2012, 11:20:01 am
7/1/2012

Se la Curia piglia tutto

ANDREA TORNIELLI

Il quarto Concistoro del pontificato di Benedetto XVI si terrà il prossimo febbraio con la creazione di 22 nuovi cardinali.
Diciotto dei 22 nuovi cardinali hanno meno di 80 anni e dunque sono votanti in caso di conclave. La decisione del Papa conferma una tendenza che si è manifestata negli ultimi anni: aumenta il peso della Curia romana e in particolare dell’Italia. Nella lista che il Papa ha letto ieri, infatti, ben dieci porporati con diritto di voto appartengono alla Curia, cinque di questi sono ex nunzi apostolici. Gli italiani contenuti nell’elenco sono sette, uno soltanto dei quali, Giuseppe Betori, è arcivescovo di una città del nostro Paese. Tutti gli altri ricoprono incarichi nei dicasteri e negli uffici vaticani.

In caso di conclave, gli italiani elettori del nuovo Papa sarebbero trenta su 125. A fronte di questa massiccia presenza curiale – nessuno di coloro che Oltretevere attendevano la berretta rossa è stato deluso – balzano agli occhi delle assenze quanto mai significative: quello del prossimo febbraio sarà un Concistoro senza neanche un cardinale africano, nonostante il successo del viaggio del Papa in Benin e la vitalità dimostrata dalle Chiese del Continente nero. Neanche una berretta rossa va ai vescovi residenziali dell’America Latina, in quello che in altri tempi fu definito «Continente della speranza», dove risiede più della metà dei cattolici del mondo, dove il Papa si recherà tra qualche mese e dove è già in programma la Giornata mondiale della Gioventù del 2013. Nessun vescovo del Medio Oriente diventa cardinale. A parlare sono le cifre. Dopo il Concistoro i cardinali votanti europei saranno 67, che aggiunti ai nordamericani e a quelli dell’Oceania portano a ben 83 gli elettori del Papa appartenenti al Nord del mondo. America Latina, Africa e Asia messe insieme arrivano ad appena 41 elettori. Notevolissimo, in questi equilibri, il peso della Curia: dopo il 18 febbraio, ben 44 dei 125 cardinali elettori, cioè più di un terzo, lavora o ha appena terminato di lavorare nei dicasteri e negli uffici romani. Il quarto Concistoro di Benedetto XVI segna anche il culmine dell’influenza del suo Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, che ha ottenuto la nomina e la designazione cardinalizia di prelati a lui molto vicini. Per giustificare una tale preponderanza di curiali, è stata applicata la regola non scritta – adottata di volta in volta in modo ferreo o con eccezioni a seconda delle circostanze – che prevede di non dare la porpora agli arcivescovi di diocesi cardinalizie che abbiano il predecessore pensionato con meno di ottant’anni e dunque ancora votante in conclave. Così facendo si sono lasciati senza berretta i pastori di grandi diocesi come Rio de Janeiro, Santiago del Cile, Bogotá, Filadelfia, Los Angeles, Manila, Bruxelles. In base alla stessa regola è stato escluso anche l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia. Non esistono regole non scritte, invece, per chi sta in Curia: anche capi dicastero nominati da qualche mese o da poche ore in ruoli curiali cardinalizi hanno ottenuto immediatamente la porpora.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9623


Titolo: ANDREA TORNIELLI. - Le accuse di Viganò e le verifiche del Vaticano
Inserito da: Admin - Gennaio 28, 2012, 06:27:01 pm
28/01/2012

Le accuse di Viganò e le verifiche del Vaticano

La polemica aperta con la puntata de «Gli intoccabili» su La7: ecco come la Santa Sede indagò sugli episodi citati dall’attuale nunzio negli Stati Uniti

Andrea Tornielli
Citta' del Vaticano

C’è un episodio non detto nella polemica che da giorni riguarda le accuse rivolte dall’allora segretario del Governatorato, il vescovo Carlo Maria Viganò, nominato nunzio negli Stati Uniti dopo aver scritto drammatiche lettere al Papa e al Segretario di Stato Tarcisio Bertone, nelle quali si parla di episodi di «corruzione» in Vaticano. Le lettere riservate del prelato – la cui vicenda venne rivelata da Vatican Insider lo scorso 26 giugno – indirizzate a Benedetto XVI e al suo principale collaboratore, sono state esibite dal giornalista Gianluigi Nuzzi durante la puntata della trasmissione d’inchiesta di La7 «Gli intoccabili».
 
In quelle lettere, Viganò al quale era stato ormai comunicata la decisione del Papa di nominarlo nunzio negli Stati Uniti che lo allontanava (promuovendolo) dal Governatorato dopo neanche due anni e dopo innegabili risultati di moralizzazione e di tagli alle spese, si diceva vittima di un complotto, che era passato anche attraverso alcuni articoli anonimi pubblicati su «Il Giornale», e indicava nomi e cognomi degli ispiratori, citando come ispiratore ultimo monsignor Paolo Nicolini, delegato per i settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani.
 
In una lettera inviata l’8 maggio 2011 al cardinale Bertone, Viganò attribuisce alla responsabilità di Nicolini «contraffazioni di fatture» e un ammanchi,  una «partecipazione di interessi» in società inadempienti verso il Governatorato  «per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato “L’Osservatore Romano”, per oltre novantasettemila Euro e l’Apsa, per altri ottantacinquemila». Inoltre Vigano accusava Nicolini di «arroganza e prepotenza nei confronti dei collaboratori che non mostrano servilismo assoluto nei suoi confronti, preferenze, promozioni e assunzioni arbitrarie fatte a fini personali».
 
Nella replica alla trasmissione di La7 che il giorno successivo padre Federico Lombardi ha reso nota su mandato della Segreteria di Stato, sono state fornite indicazioni dalle quali risulta che l’innegabile opera moralizzatrice e risanatrice della gestione Viganò sui bilanci – il presepe in piazza San Pietro, ad esempio, è passato da un costo di 550.000 euro a 300.000 –  è stata un merito non attribuibile soltanto al suo impegno, ma anche a quello del suo superiore diretto, il cardinale Giovanni Lajolo, come pure alla gestione più oculata dei Musei Vaticani: tutto ciò ha permesso ai conti di tornare in attivo di qualche milione di euro, mentre in precedenza di registrava un pesante deficit.
 
Quello che non è stato rivelato dal comunicato della Santa Sede, è che sulle accuse di Viganò a Nicolini è stata svolta un’inchiesta interna, affidata a una commissione disciplinare, presieduta da un ex uditore della Rota Romana, monsignor Egidio Turnaturi. La commissione ha ascoltato i testimoni citati nelle drammatiche lettere del prelato. Per quanto riguarda gli articoli anonimi su «Il Giornale», si è concluso con l’«indimostrabilità» delle attribuzioni messe nero su bianco da Viganò, mentre dopo le indagini si sono rivelate non fondate altre accuse relative a monsignor Nicolini, anche se la commissione ha ritenuto riscontrati i rilievi riguardanti il suo carattere e ha suggerito di prendere provvedimenti.
 
Questo tassello è importante per ricostruire la vicenda, perché altrimenti si potrebbe essere indotti a pensare che le segnalazioni di irregolarità o di reati rimangano senza seguito Oltretevere. «Ovviamente – spiega a Vatican Insider un’autorevole fonte vaticana – monsignor Viganò ha fatto il suo dovere denunciando riservatamente ai superiori ciò che riteneva necessario denunciare. Ma non si deve immaginare che le sue denunce siano state considerate carta straccia o prontamente archiviate».
 
La decisione del Papa, messo a conoscenza degli esiti dell’inchiesta e  consultati Bertone e Lajolo, è stata di nominare l’arcivescovo nunzio apostolico negli Stati Uniti: innegabilmente un «promoveatur ut amoveatur», se è vero che al prelato era stata in qualche modo «promessa» la successione ai vertici del Governatorato con annessa porpora cardinalizia. La decisione è stata presa a motivo del clima di tensione che si è venuto a creare nello Stato della Città del Vaticano. E le parole di Lombardi sulla piena fiducia nutrita dal Pontefice verso Viganò, sta a indicare il riconoscimento dei suoi meriti nel processo di risanamento. Certo, ci si potrebbe anche domandare per quale motivo, se si sono considerate tutte infondate le accuse rivolte dal prelato nelle lettere, lo si è considerato poi degno di ricoprire un incarico delicato e di prestigio qual è quello di capo dell’ufficio diplomatico di Washington, responsabile dei rapporti con la Casa Bianca e stretto collaboratore del Papa nella scelta della classe dirigente della Chiesa statunitense. Un incarico che richiede equilibrio, riservatezza e ottime capacità diplomatiche.

Un’altra domanda riguarda la continuazione o l’eventuale rallentamento, del processo di risanamento operato da Viganò. E su questo dovrebbe rimanere alta l’attenzione, fuori e dentro le mura, per evitare che si ripetano o continuino episodi oggettivamente scandalosi, tanto più un periodo di grave crisi economica come quello che stiamo vivendo. È stato scioccante apprendere che un presepe composto di una stalla o di una grotta ricostruita in Piazza San Pietro costava tanto quanto una bifamiliare nella campagna romana. Quest’anno, il primo dopo la «cura Viganò», il presepe è costato come l’anno precedente, 300.000 euro, e secondo alcune indiscrezioni si starebbe lavorando per dimezzarne il costo nel 2012.
 
Di certo, anche se nel comunicato padre Lombardi tendeva a stemperare le tensioni affermando come non corrisponda alla realtà presentare il Vaticano attraversato «da liti, divisioni e lotte di interessi», l’immagine che esce dalle lettere e dal fatto che le lettere siano state divulgate, è invece proprio quella. È innegabile che la vicenda Viganò si inserisca in un panorama più ampio: quello dei persistenti problemi di governo interni alla Segreteria di Stato guidata dal cardinale Bertone. La diffusione delle lettere scritte appena qualche mese fa, sta a indicare che queste lotte ci sono state, ci sono, e prevedibilmente continueranno.

DA - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/vaticano-bertone-vigano-12088//pag/1/


Titolo: TORNIELLI. Benedetto XVI, superato il test del viaggio sfuma l'ipotesi ...
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2012, 05:07:40 pm
29/3/2012

Benedetto XVI, superato il test del viaggio sfuma l'ipotesi delle dimissioni

ANDREA TORNIELLI

Sono anziano, ma posso ancora fare il mio dovere…». Nel faccia a faccia con Fidel, in presenza delle telecamere, Benedetto XVI ha sussurrato una frase destinata a mettere a tacere le voci che ormai da mesi si rincorrono sulle sue possibili dimissioni al compimento degli 85 anni – scadenza ormai imminente – o al termine dell’Anno della Fede nel 2013. Intende invece andare avanti, nonostante l’avanzare dell’età.

Della possibilità della rinuncia, prevista dal codice canonico, aveva parlato lo stesso Pontefice due anni fa nel libro-intervista «Luce del mondo»: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli allora ha il diritto e in talune circostanze anche il dovere di dimettersi». Parole con le quali Ratzinger volle far sapere di ritenere opportuna la rinuncia in determinati casi.

Lo scorso settembre ha però cominciato a circolare con insistenza, fuori e dentro il Vaticano, una voce relativa a possibili dimissioni programmate, non legate a malattie invalidanti. Nelle ultime settimane l’ipotesi è stata rilanciata dal direttore del Foglio, Giuliano Ferrara. «Un Papa che si dimette – aveva scritto Ferrara – perché ritiene spiritualmente un dovere assecondare un rinnovamento e rilancio che non cancelli il suo stesso magistero, ma anzi lo rilanci, ha indirettamente la possibilità di influenzare con maggiore tempra e fondamento la successione». Insomma, le dimissioni come espressione del protagonismo papale, come risposta forte per rilanciare un pontificato oggi giudicato «debole» e troppo «penitenziale» anche da alcuni suoi autorevoli estimatori.

È vero che Benedetto XVI ha detto di considerare la possibilità delle dimissioni. Ipotizzare però che rinunci per rilanciare il suo stesso magistero e magari influenzare la successione, rappresenta una prospettiva lontanissima sia dalla sensibilità di Ratzinger sia dalla tradizione della Chiesa.

Il Papa che alla vigilia degli 85 anni ha avuto la forza di trascorrere una settimana tra Messico e Cuba può ancora «fare il suo dovere». E sono in molti a ritenere che proprio nella debolezza e nel richiamo all’umiltà, il papato «penitenziale» di Benedetto XVI manifesti la sua forza profetica nel tempo presente.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9939


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Un giovane gay nel Consiglio del cardinale
Inserito da: Admin - Aprile 03, 2012, 09:51:40 am
3/4/2012 - IN AUSTRIA

Un giovane gay nel Consiglio del cardinale

ANDREA TORNIELLI

Un giovane austriaco che convive con il proprio compagno e ha registrato la sua convivenza come previsto dalle leggi del suo Paese, è stato eletto a gran maggioranza nel consiglio pastorale della parrocchia di Stützenhofen, a nord di Vienna. E il cardinale Cristoph Schönborn ha ratificato la sua elezione contro il parere del parroco.

È destinato a far discutere nella Chiesa cattolica il caso di Florian Stangl, un ventiseienne che si è candidato al consiglio pastorale.

Il consiglio pastorale è un istituto previsto dal Codice canonico, e che ha lo scopo di far partecipare i fedeli alla programmazione della vita della parrocchia. Stangl ha ottenuto 96 preferenze su 142. Il parroco di Stützenhofen, Gerhard Swierzek gli ha chiesto di rinunciare al posto e lo ha anche invitato a non fare la comunione, a motivo della sua convivenza con un altro uomo. «Io mi sento legato agli insegnamenti della Chiesa – ha risposto Stangl – ma la richiesta di vivere in castità mi sembra irrealistica».

In un primo momento la diocesi di Vienna ha dichiarato che la convivenza registrata in un’unione civile non permetteva la partecipazione al consiglio pastorale. Il giovane ha chiesto udienza al cardinale Schönborn, che ha invitato a pranzo lui e il suo convivente. Dopo l’incontro, l’arcivescovo di Vienna ha pubblicato una nuova dichiarazione. Ha ammesso che «ci sono molti membri dei consigli pastorali parrocchiali il cui stile di vita non è del tutto conforme agli ideali della Chiesa», affermando però di apprezzare «il loro impegno nel cercare di vivere una vita di fede».

Schönborn ha quindi lodato la partecipazione dei giovani alla vita della parrocchia della piccola comunità austriaca, stabilendo che «gli errori formali emersi durante l’elezione non mettono in discussione i risultati dell’elezione stessa nella quale il candidato più giovane, Florian Stangl, ha ricevuto la maggioranza dei voti».

Il cardinale racconta poi di essere rimasto «profondamente impressionato» dalla fede di Stangl, «dalla sua umiltà, e dal modo in cui egli concepisce il suo servizio», affermando di aver capito perché i parrocchiani «hanno votato in modo così deciso per la sua partecipazione al consiglio pastorale». La decisione finale è dunque quella di non invalidare i risultati, anche se «si metterà mano a una revisione delle regole per chiarire i requisiti necessari per i candidati al consiglio pastorale».

Gli «errori formali» citati da Schönborn riguardano il fatto che i candidati per i consigli pastorali nella diocesi viennese dovrebbero firmare una dichiarazione, affermando la loro adesione alla fede e alla disciplina della Chiesa cattolica, la quale, com’è noto, condanna non la persona ma la pratica omosessuale, e si oppone al riconoscimento delle unioni gay. A Stützenhofen però i candidati non avevano firmato la prevista dichiarazione.

Nei giorni scorsi era stato il cardinale Carlo Maria Martini, emerito di Milano, ad aprire al riconoscimento delle unioni civili. Nel libro intervista Credere e conoscere (Einaudi), scritto con Ignazio Marino, dopo aver affermato la necessità di difendere la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna ha detto: «Però non è male che, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli».

Di diverso avviso l’attuale arcivescovo ambrosiano, Angelo Scola, che intervistato in vista dell’incontro mondiale delle famiglie nella città in cui la giunta Pisapia sta portando avanti la proposta del registro per le coppie di fatto ha detto che «il nome famiglia non si addice ad altre forme di convivenza. Ostinarsi a utilizzarlo confonde e finisce con lo svuotare i preziosi fattori costitutivi della vera famiglia».

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9956


Titolo: ANDREA TORNIELLI. - Quegli antipapi fai-da-te
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2012, 05:09:06 pm
4/04/2012

Quegli antipapi fai-da-te

Dal Canada alla Spagna, dall'Australia agli Usa, ecco i folkloristici personaggi che pretendono il trono di Pietro

Andrea Tornielli
Città del Vaticano


Nel sito web truecatholic.org è già pronta da tempo la pagina criptata per votare il successore di Pio XIII, al secolo padre Lucian Pulvermacher il «papa del Montana» eletto con tanto di fumata bianca in un ranch nel 1998 e morto tre anni fa: «All electors and papabile, please enter your username and password to enter…». Nel frattempo in Canada, il 12 gennaio scorso, di papa ne hanno eletto un altro, è padre Mathurin. In Italia, a Gavinana, nel pistoiese, don Gino Frediani, un parroco che assicurava di essere stato indicato direttamente dal cielo come papa Emmanuele I, ha fondato la Chiesa Novella Universale del Sacro Cuore e dopo la sua morte un altro prete, suo successore, gestisce ora la comunità.

Sono solo alcuni degli esempi del variegato e folkloristico mondo degli antipapi del terzo millennio, personaggi con scarso seguito di fedeli, in molti casi provenienti dal tradizionalismo più esasperato: ritengono la sede di Pietro vacante a motivo dell’«eresia» dei Papi conciliari che si sarebbero allontanati dalla vera fede cattolica, e per questo, con il supporto di gruppuscoli di ammiratori si sono fatti eleggere.

Va detto, a scanso di equivoci, che tutti questi pretendenti al trono papale non hanno nulla a che vedere – anche per quanto riguarda il numero dei seguaci – con il tradizionalismo serio rappresentato dalla Fraternità San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, né con il sedevacantismo rappresentato in Italia dall’istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia, che pur predicando l’eresia dei Papi da Giovanni XXIII in poi non ritiene in alcun modo possibile procedere con un nuovo conclave.

Nella storia della Chiesa, com’è noto, ci sono stati momenti in cui i sedicenti successori di Pietro erano più d’uno, e i fedeli, in mancanza di mezzi di comunicazione efficaci, non erano sempre in grado di sapere quale fosse il vescovo di Roma legittimo e quali, invece, gli antipapi. La situazione oggi non è neanche lontanamente paragonabile, e di certo Benedetto XVI non sente minacciata in alcun modo la sua autorità da questi antipapi fai-da-te, come il giovane David Bawden, ex seminarista lefebvriano mai ordinato sacerdote, che si proclama «pope Michael» e vive con la madre e due diaconi a Belvue in Kansans (è l’unico a cui è stato dedicato anche un film, popemichaelfilm.com/watch/youtube). In qualche caso, però, alcuni di questi pretendenti al Soglio sono riusciti a farsi consacrare vescovi da un presule cattolico vero, il vietnamita Pierre Martin Ngô Đình Thục, morto nel 1984 dopo essersi riconciliato con la Santa Sede, ma protagonista di decine di ordinazioni episcopali illecite.

Il capostipite degli antipapi contemporanei è Michel Collin, autonominatosi papa Clemente XV, morto nel 1974. Sacerdote e missionario cattolico francese aveva fondato la Chiesa rinnovata di Cristo e diceva di essere stato incoronato da Dio stesso. Collin, aveva fondato un suo collegio cardinalizio con 19 porporati. Uno di questi, il canadese Jean Gaston Tremblay, si è reso protagonista di una scissione fondando la Chiesa del Magnificat e proclamandosi papa Gregorio XVII. Tremblay, che aveva concesso il sacerdozio alle donne, è morto l’anno scorso, e tre mesi fa è stato eletto il suo successore, Michel La Vallee (padre Mathurin). La Chiesa del Magnificat ha una propaggine italiana a Brescia, con qualche decina di seguaci.

Un fenomeno tutto particolare e importante per le sue dimensioni è quello della Iglesia Palmariana, in Spagna, fondata da Clemente Dominguez, un sedicente veggente divenuto cieco a causa di un incidente stradale: dopo essersi fatto ordinare vescovo da monsignor Thuc si è proclamato papa Gregorio XVII nel 1978. La Chiesa palmariana ha una vera e propria cattedrale e ha raggiunto diverse miglia di seguaci, ma anche qui non sono mancati gli scismi dopo che Dominguez ha confessato in pubblico di aver abusato di alcune suore. Dopo la morte di Gregorio XVII, nel 2005 i palmariani hanno eletto il suo avvocato, Manuel Alonso Corral (Pietro II), scomparso l’anno scorso: ora l’antipapa è Sergio Maria (Gregorio XVIII).

Storie torbide hanno accompagnato anche la parabola del sudafricano Victor Von Pentz, classe 1953, ex seminarista lefebvriano mai diventato prete, indicato da un «conclave» ad Assisi come papa Lino II e incoronato con tanto di tiara. I suoi sostenitori avevano tentato invano il 29 giugno del 1994 di insediarlo nella basilica lateranense.

Quattro anni dopo a Londra si è fatto consacrare vescovo, ma di lui si sono perse le tracce. Molto più vasto, invece, il seguito di William Kamm, detto «Little Pebble», che in Australia si proclama il vero erede di Papa Wojtyla, il quale non sarebbe veramente morto e si attende che torni per indicarlo come Pietro Romano II, l’ultimo Pontefice secondo le profezie di Malachia. Kamm è attualmente detenuto perché due delle sue 84 mogli «mistiche», appena quindicenne, lo ha accusato di averla violentata.


3/04/2012
“Macché atei, siamo massoni”

Sono problemi del passato?

«In un periodo di intolleranza politica e di dispotismo, quando ogni forma di assembramento, se non sotto il controllo della polizia, era assolutamente interdetto, il nostro modo di lavorare, interclassista per l'epoca, tollerante, scevro da preclusione dogmatica fu considerato come un evento pericoloso per la sicurezza dello stato; ovviamente ciò secondo il punto di vista di uno "stato di polizia". Queste ragioni ora non corrispondono più alla realtà e noi stiamo operando affinché si sfati questa falsa immagine della nostra istituzione nella profonda speranza che gli sforzi presenti possano meglio essere compresi al di fuori».

Cos’è davvero il Grande Architetto dell'Universo?

«Non è un comodo contenitore vuoto, opportunisticamente rimasto come un vecchio marchio di garanzia della derivazione regolare. Esso ha un senso, di carattere se non altro filosofico-cosmologico, al quale riferirsi ed al quale ricondurre una serie di principi cardinali»



http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/papa-pope-el-papa-vatican-vaticano-14026//pag/1/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. I lavori in corso del Papa
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2012, 11:50:14 am
16/4/2012

I lavori in corso del Papa

ANDREA TORNIELLI

Rivolgendosi ai fedeli radunati ieri mattina in piazza San Pietro, Benedetto XVI non ha fatto cenno al suo compleanno – oggi festeggia l’ottantacinquesimo, ed è diventato il Papa più longevo dell’ultimo secolo – ma nei saluti in lingua francese ha parlato del settimo anniversario dell’elezione, che ricorderà giovedì prossimo: «Vi chiedo di pregare per me, perché il Signore mi doni la forza di compiere la missione che mi ha affidato!». Parole che possono considerarsi l’ennesima conferma del fatto che Benedetto, pur contemplando la possibilità della rinuncia in caso di grave impedimento fisico o mentale, non ha affatto programmato le sue dimissioni.

Martedì 19 aprile 2005, dopo aver pronunciato la parola «accetto», diventando così il 264° successore di Pietro, Ratzinger spiegò ai cardinali che l’avevano eletto le ragioni della scelta del nome: disse che sceglieva Benedetto per ciò che la figura del grande patrono d’Europa aveva significato, ma anche perché l’ultimo Papa a prendere questo nome, Benedetto XV – al secolo Giacomo Della Chiesa – si era adoperato per la pace e non aveva avuto un pontificato lungo. Un importante porporato curiale, alla fine del conclave, pronosticò che il nuovo Pontefice non sarebbe durato più di due anni. Questa settimana entra invece nell’ottavo anno un pontificato che già da tempo non può più dirsi di transizione, con ancora molti lavori in corso.

Ratzinger soffre di artrosi, ha qualche problema all’anca destra, ha deciso di riesumare la pedana mobile usata negli ultimo anni dal suo predecessore per spostarsi. Ma tutto sommato sembra avere problemi minori di quelli che affliggono la maggior parte dei suoi coetanei. E nonostante qualche collaboratore gli consigli di rallentare con i viaggi, è appena tornato da una faticosa trasferta in Messico e Cuba, in giugno sarà a Milano per tre giorni e dopo l’estate si recherà in Libano. L’anno prossimo è prevista la sua presenza in Brasile per la Giornata mondiale della Gioventù, e non è stato ancora del tutto escluso un viaggio in Asia. Anche la produzione libraria non si ferma: a completare la trilogia dedicata a Gesù si attende, forse già per il prossimo dicembre, un terzo volume dedicato all’infanzia del Nazareno.

Certo, il pontificato di Benedetto XVI è stato costellato da problemi e da crisi. La più grave tra quelle che sembrano in via di superamento è legata allo scandalo della pedofilia, fenomeno che il Papa ha combattuto con fermezza. Mentre tra quelle ancora aperte vi è il dissenso dilagante tra i sacerdoti che aderiscono agli appelli «alla disobbedienza» in Austria, Germania, Belgio e Irlanda. I prossimi giorni saranno decisivi per la possibile soluzione di un’altra crisi, quella con i lefebvriani: l’accordo che chiude la ferita aperta dal 1988 sarebbe il certamente il regalo di compleanno più gradito per un Papa che predica la riconciliazione ma finisce per essere criticato sia da sinistra che da destra. Da chi non gli perdona di aver teso la mano ai tradizionalisti e di aver detto che il Concilio Vaticano II non ha cambiato la fede cattolica, come da certi «ratzingeriani» che vorrebbero vederlo usare il «pugno di ferro» contro il dissenso.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10001


Titolo: BAGNASCO. I cattolici in politica, l’incoraggiamento di Bagnasco
Inserito da: Admin - Maggio 22, 2012, 04:00:27 pm
21/05/2012

I cattolici in politica, l’incoraggiamento di Bagnasco

Nella prolusione il cardinale ha incoraggiato le «iniziative provvidenziali» del laicato. In attesa di Todi 2

Andrea Tornielli
Roma


Le parole con cui il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha aperto i lavori dell’assemblea generale dei vescovi italiani contengono un forte richiamo ai partiti perché si rinnovino. «I recenti risultati elettorali – ha detto – non possono incentivare involuzioni del quadro della responsabilità politica, né demagogie e furbizie, grossolane o sottili che siano».

 
Bagnasco ha puntato il dito sulla piaga della corruzione e ha aggiunto: «Vorremmo davvero che i partiti, strumenti indispensabili alla gestione della polis, profittassero di questa stagione per produrre mutamenti strutturali, visibili e rapidi, nel loro costume politico e nella stessa offerta politica. È la gente che aspetta di vedere dei segni concreti, immediati ed efficaci… Ma perché lo scoramento e la disaffezione non prevalgano, occorre che la politica si rigeneri nel segno della sobrietà e della capacità di visione… Non è più l’ora di ricambi di facciata o di mediocri tatticismi spacciati per visioni politiche». Parole applicabili a più di un soggetto politico, ma che paiono particolarmente indirizzate all’area centrista.


Il presidente della Cei ha concluso la sua prolusione con un incoraggiamento per le «provvidenziali iniziative» che il laicato cattolico sta mettendo in atto. La beatificazione dell’economista Giuseppe Toniolo, ha spiegato Bagnasco, arriva «nel momento più indicato, quando i cattolici – sia sul versante interno che su quello esterno – stanno mettendo in campo iniziative provvidenziali per il bene del Paese e che noi incoraggiamo».

 
Un passaggio riferibile al rinnovato protagonismo delle associazioni e dei movimenti, che ha portato lo scorso ottobre al «conclave di Todi». La prossima settimana sarà presentato dal Forum delle associazioni del lavoro d’ispirazione cristiana un documento che riassume il dibattito di Todi e annuncia per il prossimo ottobre Todi 2. Nel documento si parla della necessità di rinnovare la politica a partire dai fondamenti della dottrina sociale della Chiesa anche se l’idea di un nuovo soggetto politico rimane ancora sottointesa, seppure intuibile.

 
L’impasse che sta vivendo la politica italiana – molti leader dell’associazionismo cattolico ne sono convinti – si può cercare di superare solo con segnali profondi e concreti di cambiamento, a partire dalle facce dei protagonisti. Ed è significativo il commento con cui il presidente dell’Movimento cristiano lavoratori Carlo Costalli ha accolto le parole del presidente della Cei: «È è indispensabile, ora più che mai costruire in Italia nuove alleanze sociali e nuove rappresentanze politiche per superare la demagogia, il pessimismo dilagante, e per rilanciare, attraverso una partecipazione responsabile, una presenza coordinata dei cattolici che abbiano conservato i valori della migliore tradizione popolare».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/news/dettaglio-articolo/articolo/chiesa-cattolici-politica-cei-bagnasco-15281/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. I cattolici in politica, l’incoraggiamento di Bagnasco
Inserito da: Admin - Maggio 22, 2012, 04:04:49 pm
21/05/2012

I cattolici in politica, l’incoraggiamento di Bagnasco

Nella prolusione il cardinale ha incoraggiato le «iniziative provvidenziali» del laicato. In attesa di Todi 2

Andrea Tornielli
Roma


Le parole con cui il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha aperto i lavori dell’assemblea generale dei vescovi italiani contengono un forte richiamo ai partiti perché si rinnovino. «I recenti risultati elettorali – ha detto – non possono incentivare involuzioni del quadro della responsabilità politica, né demagogie e furbizie, grossolane o sottili che siano».

 
Bagnasco ha puntato il dito sulla piaga della corruzione e ha aggiunto: «Vorremmo davvero che i partiti, strumenti indispensabili alla gestione della polis, profittassero di questa stagione per produrre mutamenti strutturali, visibili e rapidi, nel loro costume politico e nella stessa offerta politica. È la gente che aspetta di vedere dei segni concreti, immediati ed efficaci… Ma perché lo scoramento e la disaffezione non prevalgano, occorre che la politica si rigeneri nel segno della sobrietà e della capacità di visione… Non è più l’ora di ricambi di facciata o di mediocri tatticismi spacciati per visioni politiche». Parole applicabili a più di un soggetto politico, ma che paiono particolarmente indirizzate all’area centrista.


Il presidente della Cei ha concluso la sua prolusione con un incoraggiamento per le «provvidenziali iniziative» che il laicato cattolico sta mettendo in atto. La beatificazione dell’economista Giuseppe Toniolo, ha spiegato Bagnasco, arriva «nel momento più indicato, quando i cattolici – sia sul versante interno che su quello esterno – stanno mettendo in campo iniziative provvidenziali per il bene del Paese e che noi incoraggiamo».

 
Un passaggio riferibile al rinnovato protagonismo delle associazioni e dei movimenti, che ha portato lo scorso ottobre al «conclave di Todi». La prossima settimana sarà presentato dal Forum delle associazioni del lavoro d’ispirazione cristiana un documento che riassume il dibattito di Todi e annuncia per il prossimo ottobre Todi 2. Nel documento si parla della necessità di rinnovare la politica a partire dai fondamenti della dottrina sociale della Chiesa anche se l’idea di un nuovo soggetto politico rimane ancora sottointesa, seppure intuibile.

 
L’impasse che sta vivendo la politica italiana – molti leader dell’associazionismo cattolico ne sono convinti – si può cercare di superare solo con segnali profondi e concreti di cambiamento, a partire dalle facce dei protagonisti. Ed è significativo il commento con cui il presidente dell’Movimento cristiano lavoratori Carlo Costalli ha accolto le parole del presidente della Cei: «È è indispensabile, ora più che mai costruire in Italia nuove alleanze sociali e nuove rappresentanze politiche per superare la demagogia, il pessimismo dilagante, e per rilanciare, attraverso una partecipazione responsabile, una presenza coordinata dei cattolici che abbiano conservato i valori della migliore tradizione popolare».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/news/dettaglio-articolo/articolo/chiesa-cattolici-politica-cei-bagnasco-15281/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il Papa e la nuova fiducia a Bertone
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2012, 10:59:39 am
5/7/2012 - VATICANO

Il Papa e la nuova fiducia a Bertone

ANDREA TORNIELLI

I tempi del Papa non sono quelli della cronaca».È questa la ragione per cui, a due settimane dalle voci che parlavano di imminenti cambi ai vertici della Segreteria di Stato, Benedetto XVI con una lettera breve ma inequivocabile ha rinnovato la fiducia a Tarcisio Bertone, definendo «ingiuste» le critiche rivolte al cardinale.

Ratzinger ripete così ciò che aveva già affermato pochi giorni dopo l’arresto del suo maggiordomo, quando aveva rinnovato, in un momento delicatissimo di tensioni e veleni, la piena fiducia ai suoi più stretti collaboratori. Bertone dunque rimane. Dopo la stringata ma efficace missiva papale, decade l’ipotesi di un cambio dopo l’estate, ma appare anche allontanarsi una possibile successione a fine 2012, subito dopo che Bertone avrà compiuto 78 anni.

La chiave per leggere la lettera di ieri rimane dunque quella fatta filtrare dal Vaticano per smentire gli articoli che dieci giorni fa preannunciavano l’avvicendamento in Segreteria di Stato: i tempi del Papa non sono quelli della cronaca. E per di più la Chiesa non è solita reagire sotto pressione mediatica. Nominare un nuovo Segretario di Stato ora, o subito dopo l’estate, sarebbe equivalso a dar ragione ai «corvi» e ai loro ispiratori nei sacri palazzi, che hanno fatto filtrare documenti riservati avendo come bersaglio principale – anche se non unico – proprio Bertone. Le due circostanze non sono assimilabili, nemmeno lontanamente, ma anche in un caso ben più grave, nel pieno della bufera giudiziaria sullo IOR allora guidato dal vescovo Paul Marcinkus, la Santa Sede aveva reagito facendo quadrato attorno ai suoi uomini.

Riconfermare la fiducia a un collaboratore del quale conosce e riconosce pregi e difetti, ma del quale non è mai stata in discussione la fedeltà, vuol dire per Benedetto XVI garantire la pienezza delle funzioni del suo «primo ministro» attualmente in carica. Sia internamente, nei confronti della Curia romana, come pure a livello internazionale. Ciò non significa che l’anno prossimo, passata la bufera, Ratzinger non possa decidere di accettare la rinuncia presentata a suo tempo da Bertone al compimento dei 75 anni, accogliendo la disponibilità a ritirarsi che il Segretario di Stato ha ripetuto al Papa nei momenti più critici, sentendosi sempre rispondere di rimanere al suo posto.


da http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10300                                     


Titolo: Andrea Tornielli - Monsignor Scicluna lascia il Vaticano
Inserito da: Admin - Ottobre 06, 2012, 11:44:03 am

5/10/2012

Monsignor Scicluna lascia il Vaticano

L’uomo simbolo della lotta agli abusi contro i minori sarà vescovo ausiliare a Malta

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

 

 

Monsignor Charles J. Scicluna, il prelato che negli ultimi dieci anni è stato a fianco prima del cardinale Ratzinger e poi di Benedetto XVI nella lotta senza quartiere al triste fenomeno degli abusi sessuali commessi da esponenti del clero contro i minori, lascia il Vaticano.

 

Sarà annunciata domani la sua nomina a vescovo ausiliare della diocesi di la Valletta, a Malta, suo paese d’origine. Un trasferimento per Scicluna, che in questi anni ha ricoperto l’incarico di promotore di giustizia presso la congregazione per la Dottrina della Fede, era nell’aria. Meno prevedibile, il fatto che venga promosso fuori dalla curia romana.

 

Scicluna ha incarnato la linea della tolleranza zero verso gli abusi sessuali ed ha sostenuto l’attività di Ratzinger che in questi anni ha cercato di cambiare non soltanto le norme canoniche e le leggi esistenti, ma anche e soprattutto la mentalità: ha riportato in primo piano la sofferenza delle vittime degli abusi ed ha di fatto promulgato delle leggi considerate “d’emergenza”. Non è un mistero che proprio la normativa particolare abbia provocato discussioni interne alla Santa sede.

 

Nato a Toronto nel 1959 da genitori maltesi che erano emigrati lì, a diciannove anni, Sciclunam dopo aver iniziato a studiare giurisprudenza all’università, decide di entrare in seminario. Ordinato prete nel 1986, prosegue gli studi a Roma, dove ottiene la laurea in diritto canonico alla Gregoriana con il professor Navarrete (futuro cardinale), avendo come revisore della tesi il monsignore americano Leo Burke (anche lui futuro cardinale). I superiori lo notano subito. «Volevano che rimanessi a Roma, alla Segnatura apostolica, ma l’arcivescovo mi richiamò a Malta, dove per cinque anni ho insegnato all’università, ho fatto il “difensore del vincolo” nelle cause per la nullità matrimoniale, ho lavorato in parrocchia» - aveva affermato a Vatican Insider lo stesso Scicluna nel corso di una lunga intervista.

 

Nel 1995 le richieste insistenti che giungono da Roma vincono ogni resistenza e Scicluna viene nominato «promotore di giustizia sostituto» della Segnatura apostolica, il supremo tribunale del Papa. «Nel 2001, dopo la pubblicazione del Motu proprio con il quale Giovanni Paolo II avocava alla Santa Sede tutti i processi per gli abusi dei chierici sui minori, il cardinale Ratzinger doveva mettere in piedi il nuovo tribunale. Il monsignore maltese diventa uno dei più stretti collaboratori del futuro Papa e nel 2002 viene nominato «promotore di giustizia» dell’ex Sant’Uffizio. Grazie alle nuove norme, vengono riesumati tutti i fascicoli giacenti. Si riaprono indagini e finalmente due anni dopo, la Congregazione comincia a indagare anche sul fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel. Ora la nomina e il ritorno a Malta.

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/scicluna-pedofilia-paedophilia-pedofilia-18675/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il concistoro senza italiani (Anche il Papa delocalizza)
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2012, 09:32:40 am
Editoriali
25/10/2012 - la scelta del Papa

Il concistoro senza italiani

Andrea Tornielli


Otto mesi dopo, il Papa in qualche modo corregge il tiro e con l’annuncio a sorpresa di una nuova creazione cardinalizia con soli sei porporati riporta al centro dell’attenzione le Chiese del mondo. Una scelta vitale e per certi versi dirompente: per la prima volta il Pontefice indice un Concistoro nel quale non nominerà neppure un italiano. E lascerà senza berretta rossa uno dei capi delle più importanti congregazioni vaticane, facendo saltare un turno al Prefetto della Dottrina della fede, il tedesco Gerhart Müller, peraltro appena arrivato in Vaticano. 

 

Era dai tempi di Pio XI che a Roma non avvenivano due concistori nello stesso anno. Una prima evidenza, scorrendo la lista, è che quello del prossimo novembre appare come il necessario prolungamento della creazione che si è tenuta nel febbraio scorso, e che aveva provocato diverse reazioni critiche per la massiccia presenza di porporati curiali e italiani, alcuni dei quali vicini al Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Nella lista di febbraio non comparivano africani e le Chiese particolari, i vescovi nei territori di frontiera, sembravano essere stati considerati meno di altri prelati dalle rapide carriere curiali. 

 

Con l’annuncio di ieri Benedetto XVI vuole dunque bilanciare le ultime creazioni cardinalizie, ed è significativo che abbia deciso di non includere italiani (due residenziali sono in attesa, l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia e il nuovo patriarca di Venezia Francesco Moraglia) né europei.

 

Dei nuovi porporati, uno è indiano e l’altro filippino, segno dell’attenzione del Papa per l’Asia, continente dove si giocheranno molte importanti sfide per il futuro del cattolicesimo. Un terzo è africano ed è vescovo in Nigeria, Paese dove i cristiani sono vittime della violenza terroristica di matrice fondamentalista; un quarto è libanese e la designazione sta a significare la vicinanza di Ratzinger ai cristiani del Medio Oriente. Mentre un quinto è vescovo in America Latina, in Colombia.

 

La vera sorpresa della lista è l’inclusione dell’unico nome curiale, quello dello statunitense James Michael Harvey, 63 anni, Prefetto della Casa Pontificia, che da quattordici anni regola le udienze del Papa. La sua nomina è l’unica che si può considerare in qualche modo legata ai vatileaks che hanno sconvolto l’entourage papale. Era stato proprio l’attuale Prefetto della Casa Pontificia a scegliere Paolo Gabriele come aiutante di camera. Harvey però lascia il Palazzo apostolico ma non Roma, e soprattutto viene congedato dalla Prefettura con tutti gli onori e la berretta rossa. Il che sta a significare che, pur volendo riorganizzare il suo stretto entourage, il Papa continua ad avere fiducia nel prelato Usa che peraltro non risulta coinvolto nell’inchiesta che ha portato alla condanna del maggiordomo per il furto delle carte papali poi divulgate.

da - http://www.lastampa.it/2012/10/25/cultura/opinioni/editoriali/il-concistoro-senza-italiani-k7FpZqS1sCWcEVYq3BbkzL/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Bertone: l’abito fa il prete
Inserito da: Admin - Novembre 17, 2012, 03:22:45 pm
Editoriali
16/11/2012 - vaticano

Bertone: l’abito fa il prete

Andrea Tornielli

Città del Vaticano


L’abito deve fare il monaco, almeno in Vaticano. Lo scorso 15 ottobre il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha firmato una circolare inviata a tutti gli uffici della curia romana per ribadire che sacerdoti e religiosi devono presentarsi al lavoro con l’abito proprio, e cioè il clergyman o la talare nera. E nelle occasioni ufficiali, specie se in presenza del Papa, i monsignori non potranno più lasciare ad ammuffire nell’armadio la veste con i bottoni rossi e la fascia paonazza. 

 

Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto.

 

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.

 

La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».

 

La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.

 

L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio. Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato.

da - http://lastampa.it/2012/11/16/cultura/opinioni/editoriali/bertone-l-abito-fa-il-prete-EGxKkVA63Q6xWU4o9K918L/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Bonanni incoraggiato da Bertone ad andare avanti
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2012, 09:04:22 pm

18/11/2012

Il mondo cattolico in prima linea con la benedizione del Vaticano

Bonanni incoraggiato da Bertone ad andare avanti

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

 

Negli studios sulla Tiburtina nasce un nuovo contenitore politico di laici e cattolici per mantenere in sella Mario Monti e continuare la sua agenda anche dopo le elezioni del 2013.Ad essere protagoniste ieri, insieme a Italia Futura, sono state le Acli del presidente Andrea Olivero, che ha portato nel «cantiere» appena aperto i contenuti del cattolicesimo sociale, e la Comunità di Sant’Egidio fondata da Andrea Riccardi, storico della Chiesa e oggi ministro del governo Monti. Riccardi è stato l’unico membro dell’esecutivo a prendere la parola, con un intervento finale alto, con toni da statista, apertosi con un elogio all’«intelligenza politica» del presidente Napolitano.

 

 

Era presente anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Fino a pochi giorni fa era previsto un suo intervento, ma alla fine ha preferito non farlo. Il suo giudizio è comunque positivo: «Ho ascoltato cose buone che possono stare insieme – spiega a La Stampa – un popolarismo e una posizione liberale non ottusa ma aperta al sociale».Quale ruolo avrà l’anima cattolica nel nuovo contenitore? Il leader della Cisl non mostra di essere preoccupato per la difesa dei valori «non negoziabili» che stanno a cuore al suo mondo: «Non vedo contenitori politici che sappiano custodirli al punto da preoccuparsi che altri nuovi possano non farlo», dice.

 

Di valori ha parlato Olivero nel suo intervento: «Voglio portare qui la tutela e la promozione della vita a partire da quella più fragile e indifesa, la famiglia fondata sul matrimonio, la libertà di educazione. Li presento sotto forma di proposte, laicamente fondate…».

 

Il resto dell’intervento del presidente delle Acli è dedicato al sociale e al welfare, come nella tradizione della sua associazione. Ma c’è un passaggio in cui Olivero ha fatto riferimento al Forum di Todi, chiamando a raccolta quanti non se la sono sentita di firmare in tutta fretta il manifesto di Italia Futura senza essere coinvolti a discuterlo: «Abbiamo costruito le premesse – con Bonanni e altri amici, con cui spero che presto ci incontreremo – della nostra stessa presenza qui questo pomeriggio»

 

 

.E le altre associazioni? Il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, che pure ha firmato l’appello di Montezemolo, non era presente ma ha mandato una delegazione. Da Firenze, Costalli sottolinea «con forza» la necessità di «portare i valori che ci sono più cari» in «ogni contesto pubblico». Dice di guardare «con attenzione» all’iniziativa, ma sottolinea l’importanza di «mantenere l’unità» delle associazioni cattoliche: «Il Forum deciderà unitariamente ai primi di dicembre i modi e i tempi per rendere operative le decisioni approvate a Todi2».

 

È presto per sapere che cosa faranno le altre realtà associative, alcune delle quali in grado di mobilitare un notevole numero di iscritti, come la Coldiretti. Bonanni ribadisce che l’associazionismo deve spingere «le persone all’impegno, non fondare partiti».

 

Tutti sono però d’accordo nel sostegno al Monti bis, con correttivi e più attenzione sociale, obiettivo al quale lavora dietro le quinte uno degli uomini del professore, Federico Toniato, che incontra parlamentari cercando di aggregare il nuovo centro. Quanto alle gerarchie, Bonanni ha avuto diversi contatti Oltretevere ed è stato incoraggiato dal Segretario di Stato ad andare avanti.

 

I vertici della Conferenza episcopale appaiono invece più cauti: il cardinale Angelo Bagnasco, che aveva partecipato alla prima riunione di Todi nel 2011, non si è presentato la seconda volta e aspetta di vedere i contenuti. Ma sia il Vaticano che la Cei si augurano in questo momento che Monti succeda a se stesso.


DA - http://vaticaninsider.lastampa.it/news/dettaglio-articolo/articolo/19847/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Conclave, serve un uomo che dia speranza al mondo
Inserito da: Admin - Marzo 11, 2013, 06:13:09 pm
Editoriali
11/03/2013

Conclave, serve un uomo che dia speranza al mondo

Andrea Tornielli


Al termine del conclave che si inaugura domani in Vaticano, chiunque si affaccerà vestito di bianco dal balcone di San Pietro, dovrà essere in grado di ridare speranza a un’umanità che ne ha estremo bisogno. 

 

N on soltanto un manager incaricato di ristrutturare una Curia la cui immagine esce distrutta dalla discussione dei cardinali, o un poliziotto chiamato a rimettere in riga gli indisciplinati. Le società occidentali sono attraversate da una grave crisi economica e da una più profonda crisi di valori. Ci sono zone del mondo devastate da guerre e violenze che rimangono nell’ombra, nonostante la globalizzazione. Il Papa non è il grande mattatore della storia chiamato a farsi carico di tutto questo in virtù delle sue doti. A lui tocca solo - per ciò che gli compete - annunciare il Vangelo. Mostrare, anche attraverso il suo tratto umano, il volto della misericordia di un Dio che si rende vicino all’umanità piagata, per abbracciare prima che per giudicare. Si tratta di una necessità sentita nel collegio dei porporati, che anche e soprattutto di questo hanno discusso, coscienti della responsabilità della scelta che stanno per compiere. 

È vero, gli scandali e i problemi della Curia negli ultimi anni hanno lasciato il segno. Il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, durante la scorsa settimana, ha dovuto ascoltare molti interventi critici sulla sua gestione. Anche se ci si può chiedere se i cardinali, tutti i cardinali, abbiano davvero fatto ciò che era in loro potere nel recente passato per cercare di raddrizzare la situazione. Ma la Curia, quand’anche si riuscisse a riformarla rendendola agile, funzionale, trasparente e più collegiale, sarebbe destinata a rimanere soltanto una struttura di potere nell’ottica di una Chiesa autoreferenziale e ripiegata su se stessa. Tutto nella Chiesa, Curia compresa, va ripensato e vissuto per un unico scopo, quello dell’annuncio evangelico. La Chiesa - è questo uno dei grandi insegnamenti di Benedetto XVI - non potrà mai essere paragonata a un’azienda. Per questo il Papa, oggi più che mai, deve essere anzitutto un vero uomo di Dio, non un amministratore o un esperto di marketing, seppure religioso. 

 

Il non facile conclave che si apre domani pomeriggio inizia nel segno di una maggiore incertezza rispetto a quello di otto anni fa. Ci sono alcuni candidati favoriti ma nessuno sembra al momento poter contare su una dinamica simile a quella che ha portato Ratzinger all’elezione nel 2005. Certo, l’adagio «chi entra Papa in conclave ne esce cardinale» va relativizzato, ed è stato già più volte smentito. Una di queste fu nel 1963, quando il «papabile» più autorevole e forte era l’arcivescovo ambrosiano Giovanni Battista Montini. Raggiunse il Soglio al quale era predestinato, ma le votazioni furono complicate e la tensione salì a tal punto che Montini stesso pensò di alzarsi annunciando di volersi ritirare. Venne trattenuto in extremis dal collega che gli sedeva accanto.

 

Far tornare alla memoria questo episodio e analizzare il clima d’incertezza riscontrabile a poche ore dall’inizio del conclave tra diversi porporati nei vari continenti serve a ricordare che la partita avrà davvero inizio soltanto alle 18 di domani, con la prima votazione. Quando avverrà una prima selezione tra i candidati. Nulla può essere escluso, neanche l’emergere di outsider.

 

Un grande arcivescovo d Genova, il cardinale Giuseppe Siri, celebrando una delle messe di suffragio per Paolo VI, nel 1978 ebbe a ricordare ai colleghi porporati: «Mi pare doveroso che io mi rivolga ai venerati confratelli del sacro collegio e ricordi loro come il compito al quale ci accingiamo non sarebbe decorosamente accolto dicendo: “Ci pensa lo Spirito Santo!”. Ed abbandonandoci senza lavoro e senza sofferenza al primo impulso, alla irragionevole suggestione». I 115 che da domani sera si chiuderanno nella Sistina, dovranno pregare, lavorare e soffrire per individuare in mezzo a loro l’uomo di Dio che in tanti attendono.

da - http://lastampa.it/2013/03/11/cultura/opinioni/editoriali/conclave-serve-un-uomo-che-dia-speranza-al-mondo-b47XdgLW82TQe8RAybRUuM/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. “Carrierismo e vanità, peccati nella Chiesa”
Inserito da: Admin - Marzo 14, 2013, 10:36:30 am

13/03/2013

“Carrierismo e vanità, peccati nella Chiesa”

Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, commenta per Vatican Insider i lavori del Concistoro e le parole del Pontefice

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano


Nel recente concistoro, che si è tenuto nel mezzo delle polemiche per le fughe di documenti dalla Segreteria di Stato vaticana, Benedetto XVI ha voluto che i cardinali parlassero della nuova evangelizzazione. E il Papa ha richiamato i porporati allo spirito di servizio, richiamando tutti all’umiltà. L’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, che ha origini familiari torinesi, è una delle figure di spicco dell’episcopato latinoamericano. Nella sua diocesi, Buenos Aires, già da tempo la Chiesa va nelle strade, nelle piazze, nelle stazioni per evangelizzare e amministrare i sacramenti. Vatican Insider lo ha intervistato chiedendogli di commentare i lavori del concistoro e le parole del Pontefice.

Come vede la decisione del Papa di indire un anno della fede e di insistere sulla nuova evangelizzazione?

«Benedetto XVI insiste nell’indicare come prioritario il rinnovamento della fede, e presenta la fede come un regalo da trasmettere, un dono da offrire, da condividere un atto di gratuità. Non un possesso, ma una missione. Questa priorità indicata dal Papa ha una dimensione di memoria: con l’Anno della fede facciamo memoria del dono ricevuto. E questo poggia su tre pilastri: la memoria dell’essere stati scelti, la memoria della promessa che ci è stata fatta e dell’alleanza che Dio ha stretto con noi. Siamo chiamati a rinnovare l’alleanza, la nostra appartenenza al popolo fedele a Dio»

Che cosa vuol dire evangelizzare, in un contesto come quello dell'America Latina?

«Il contesto è quello emerso dalla quinta conferenza dei vescovi dell’America Latina, che si è tenuta ad Aparecida nel 2007. Ci ha convocato a una missione continentale, tutto il continente è in stato di missione. Si sono fatti e si fanno dei programmi, ma c’è soprattutto l’aspetto paradigmatico: tutta l’attività ordinaria della Chiesa si è impostata in vista della missione. Questo implica una tensione molto forte tra centro e periferia, tra la parrocchia e il quartiere. Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia. Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala. È vero che uscendo per strada, come accade a ogni uomo e a ogni donna, possono capitare degli incidenti. Però se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».

Qual è la sua esperienza a questo proposito in Argentina e in particolare a Buenos Aires?

«Cerchiamo il contatto con le famiglie che non frequentano la parrocchia. Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve, cerchiamo di essere una Chiesa che esce da se stessa e va verso gli uomini e le donne che non la frequentano, che non la conoscono, che se ne sono andate, che sono indifferenti. Organizziamo delle missioni nelle pubbliche piazze, quelle in cui si raduna molta gente: preghiamo, celebriamo la messa, proponiamo il battesimo che amministriamo dopo una breve preparazione. È lo stile delle parrocchie e della stessa diocesi. Oltre a questo cerchiamo anche di raggiungere le persone lontane attraverso i mezzi digitali, la rete web e dei brevi messaggi».

Nel discorso al concistoro e poi nell'omelia della messa di domenica 19 febbraio, il Papa ha insistito sul fatto che il cardinalato è un servizio come pure sul fatto che la Chiesa non si fa da sola. Come commenta le parole di Benedetto XVI?

«Mi ha colpito l’immagine evocata dal Papa, che ha parlato di Giacomo e Giovanni e delle tensioni interne ai primi seguaci di Gesù su chi dovesse essere il primo. Questo ci indica che certi atteggiamenti, certe discussioni, sono sempre avvenute nella Chiesa, fin dagli inizi. E questo non ci dovrebbe far scandalizzare. Il cardinalato è un servizio, non è un’onorificenza di cui vantarsi. La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa. È un’affermazione questa che si trova nelle pagine finali del libro “Méditation sur l’Église” di Henri De Lubac. La mondanità spirituale è un antropocentrismo religioso che ha degli aspetti gnostici. Il carrierismo, la ricerca di avanzamenti, rientra pienamente in questa mondanità spirituale. Lo dico spesso, per esemplificare la realtà della vanità: guardate il pavone, com’è bello se lo vedi da davanti. Ma se fai qualche passo, e lo vedi da dietro, cogli la realtà… Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande».

In che cosa consiste, allora, l’autentico servizio del cardinale?

«I cardinali non sono gli agenti di una ONG, ma sono servitori del Signore, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che è Colui che fa la vera differenza tra i carismi, e che allo stesso tempo nella Chiesa li conduce all’unità. Il cardinale deve entrare nella dinamica della differenza dei carismi e allo stesso tempo guardare all’unità. Avendo coscienza che l’autore, sia della differenza come dell’unità, è lo stesso Spirito Santo. Un cardinale che non entri in questa dinamica, non mi sembra sia cardinale secondo ciò che chiede Benedetto XVI».

Questo concistoro si è tenuto in un momento difficile, di tensione, a motivo della fuga di documenti dal Vaticano. Le parole del Papa come aiutano a guardare a questa realtà?

«Le parole di Benedetto XVI aiutano a vivere questa realtà dal punto di vista della conversione. Mi è piaciuto che l’ultimo concistoro si sia tenuto alle soglie della Quaresima. È un invito a guardare alla Chiesa santa e peccatrice, a guardare a certe mancanze e a certi peccati senza perdere di vista la santità di tanti uomini e di tante donne che operano oggi nella Chiesa. Non devo scandalizzarmi perché la Chiesa è mia madre: devo guardare ai peccati e alle mancanze come guarderei ai peccati e alle mancanze di mia mamma. E quando io mi ricordo di lei, mi ricordo innanzitutto di tante cose belle e buone che ha compiuto, non tanto delle mancanze o dei suoi difetti. Una madre si difende con il cuore pieno d’amore, prima che con la parole. Mi chiedo se nel cuore di molti che entrano in questa dinamica degli scandali ci sia l’amore per la Chiesa».

Può dire com’è vista, com’è percepita la curia romana dall’esterno?

«Da me è vista e vissuta come un organismo di servizio, un organismo che mi aiuta e mi serve. A volte giungono notizie non buone, spesso amplificate e talvolta anche manipolate con scandalismo. I giornalisti a volte corrono il rischio di ammalarsi di coprofilia e così fomentare la coprofagia: che è poi il peccato che segna tutti gli uomini e tutte le donne, cioè quello di guardare sempre alle cose cattive e non a quelle buone. La curia romana ha dei difetti, ma mi sembra che si sottolinei troppo il male e troppo poco la santità di tantissime persone consacrate e laiche che vi lavorano».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/america-latina-latin-america-america-latina-12945//pag/1/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Romero e la causa «sbloccata» da due Papi
Inserito da: Admin - Giugno 19, 2013, 12:02:10 pm

10/06/2013

Romero e la causa «sbloccata» da due Papi

Il vescovo ausiliare di San Salvador, Gregorio Rosa Chávez, rivela: «Già Benedetto XVI decise in questo senso»

ANDREA TORNIELLI

Città del Vaticano

 

Lo scorso 22 aprile, dopo essere stato ricevuto in udienza dal nuovo Papa nel duplice incarico di presidente del Pontificio consiglio per la famiglia e di postulatore della causa di beatificazione di Oscar Romero, monsignor Vincenzo Paglia aveva immediatamente annunciato che processo era stato «sbloccato» da Francesco. Il Papa latinoamericano accelerava dunque la causa di un pastore difensore degli ultimi, ucciso da un sicario mentre celebrava la messa.

 

 

In questi giorni sull'argomento è tornato il vescovo ausiliare di San Salvador Gregorio Rosa Chávez, che da sacerdote fu collaboratore di Romero, il quale in un'intervista alla rivista portoghese Fatima Missionaria rilanciata da questo blog  ha raccontato che già Benedetto XVI aveva «sbloccato» l'iter della beatificazione. «Dal postulatore della causa (cioè Paglia ndr) abbiamo avuto due informazioni. La prima, che non è stata resa pubblica, riguarda una conversazione avuta con Benedetto XVI durante la quale Ratzinger ha detto che si doveva sbloccare il processo di beatificazione di Romero. L'altra, che tutti conosciamo, è stata quando il postulatore ha annunciato... che il Papa (Francesco ndr) gli aveva chiesto di  sbloccare il processo».

 

 

Rosa Chavez nell'intervista ha svelato un particolare rivelatore della posizione di Francesco circa il vescovo assassinato nel marzo 1980 mentre celebrava la messa. «Un sacerdote salvadoregno, nel 2007, durante la riunione dei vescovi dell'America Latina (avvenuta ad Aparecida, ndr) chiese a Bergoglio che cosa pensasse di Romero ed egli rispose: "Per me è un santo e un martire, se io fossi Papa, lo avrei già canonizzato"».

 

 

Non bisogna dimenticare che proprio nel 2007, in occasione del viaggio a San Paolo e ad Aparecida, Benedetto XVI parlò di Romero rispondendo ai giornalisti sul volo che lo portava in Brasile. Di quella risposta di Ratzinger esistono due versioni: quella realmente pronunciata e rimasta incisa nei registratori di settanta reporter che viaggiavano sull'aereo papale, e quella riveduta e corretta, pubblicata sul bollettino della Santa Sede.

 

 

Il Papa disse di considerarlo «un grande testimone della fede, un uomo di grandi virtù cristiane che si è impegnato per la pace e contro la dittatura», ucciso «durante consacrazione», una morte «di testimonianza della fede». Aveva spiegato anche che il problema è stato l’accaparramento che «una parte politica» ha voluto fare della sua figura, prendendola «come una bandiera», un’operazione ingiusta. E aveva concluso: «Non dubito che la sua persona meriti la beatificazione». Ma queste parole da lui pronunciate erano state poi espunte dalla versione «ufficiale».

 

 

Benedetto XVI aveva anche fatto riferimento alle ultime informazioni da parte della Congregazione per le cause dei santi circa la causa. Ratzinger, già prima dell'elezione, conosceva bene la storia di Romero. Era stata infatti la Congregazione per la dottrina della fede, dopo il 2000, ad esaminare le omelie, il diario e gli scritti pubblici del vescovo salvadoregno per vagliarne la piena conformità alla dottrina cattolica. Non erano emersi errori dall'attento e scrupoloso esame. Ma in quegli anni un ruolo significativo lo aveva avuto il cardinale colombiano Alfonso Lòpez Trujillo, consultore dell’ex Sant’Uffizio, che non era dell'idea di far continuare la causa. Dal dicastero guidato da Ratzinger, e con il suo avallo, era stato dunque comunicato alla Congregazione per la cause dei santi che il processo dovesse essere per il momento congelato. I timori riguardavano la possibile strumentalizzazione politica che delle parole di Romero era stata fatta, e si inserivano nel quadro della nota diffidenza del pontificato wojtyliano verso qualsiasi cosa fosse associabile alla teologia della liberazione.

 

 

Anche dopo l'elezione di Benedetto XVI, avvenuta nel 2005, nessuna indicazione in senso diverso, cioè per sbloccare la causa, era arrivata alla «fabbrica dei santi», né dall'ex Sant'Uffizio, da dove era venuta l'indicazione di rallentare, né dal Pontefice regnante, che avrebbe ora potuto far ripartire il processo. Per questo avevano sorpreso non poco le parole pronunciate nell'intervista «aerea» di Ratzinger nell'estate 2007, in particolare quel suo ritenere che Romero meritasse la beatificazione. Parole immediatamente espunte dai testi ufficiali pubblicati nei media vaticani.

 

 

Ancora un anno fa, nel trentaduesimo anniversario dell'assassinio di Romero, alla vigilia del viaggio di Benedetto XVI in Messico e Cuba, il processo appariva in un binario morto. Dalle parole del vescovo Gregorio Rosa Chávez apprendiamo ora che già Papa Ratzinger, in un recente colloquio con il postulatore, aveva dato indicazioni perché la causa fosse finalmente sbloccata, anche se monsignor Paglia non aveva fino ad ora reso pubblica questa notizia, riferendo invece quella del via libera e dell'incoraggiamento ricevuto dal nuovo Pontefice, Francesco.

 da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/romero-romero-romero-25531/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. La rivoluzione dei piccoli strappi
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2013, 11:05:14 am
Editoriali
23/06/2013

La rivoluzione dei piccoli strappi

Andrea Tornielli


Il trono papale color bianco e desolatamente vuoto al centro del corridoio dell’Aula Paolo VI descrive meglio di qualsiasi parola quanto accaduto in Vaticano. Fino a qualche settimana fa quell’immagine poteva essere presa a simbolo della rinuncia di Benedetto XVI e della sede vacante. 

Da ieri rappresenta il gesto di un Papa che disdice all’ultimo minuto la presenza a un concerto in suo onore perché ha «un’incombenza urgente» da trattare. Un Papa che ritiene il suo lavoro sui dossier e nei colloqui che sta svolgendo in vista del futuro assetto della Curia più importante di concedersi un’ora e mezza di relax ascoltando buona musica. 

Musica della quale è appassionato fin da piccolo, da quando l’ascoltava per radio con la madre e i fratelli, e per di più suonata in suo onore. È noto che Bergoglio non ha mai amato la mondanità e ha cercato di schivare, per quanto possibile, certe occasioni. Ma in questo caso aveva assicurato la sua presenza e la decisione di non percorrere i cinquanta metri che separano la Casa Santa Marta dall’Aula del concerto l’ha presa perché davvero impegnato alla scrivania. Di certo Francesco, fedele al suo nome e al suo stile, è alla vigilia di decisioni importanti, destinate nei prossimi mesi a cambiare il volto della Curia romana. Non si sente un sovrano ma un pastore: appena due giorni fa si è raccomandato che i vescovi non abbiano «la psicologia» del prìncipe.

Dopo l’annuncio della sua assenza, a un minuto dall’inizio del concerto, i musi lunghi fra dignitari, politici, sponsor e cardinali non si contavano. La presenza nell’Aula del segretario particolare del Pontefice e soprattutto del suo medico personale fugavano ogni dubbio su possibili quanto improvvisi problemi di salute, dopo una mattinata densa di udienze e di incontri pubblici.

La conferma degli impegni presi per oggi è un’ulteriore riprova che ci troviamo di fronte a un nuovo piccolo grande strappo al protocollo di un Papa chiamato «dalla fine del mondo». E che è rimasto se stesso, anche in Vaticano.

da - http://www.lastampa.it/2013/06/23/cultura/opinioni/editoriali/la-rivoluzione-dei-piccoli-strappi-ig7oLZUplL8j5l0k2h8b3H/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Giovanni XXIII, il «Papa buono» santo entro l’anno
Inserito da: Admin - Luglio 02, 2013, 04:48:30 pm
Cronache
02/07/2013 - il caso

Il Papa buono santo entro l’anno “Guarì una religiosa in fin di vita”

La canonizzazione sarà contemporanea a quella di Karol Wojtyla

Andrea Tornielli

Città del Vaticano


Wojtyla «santo subito» ma insieme a Giovanni XXIII, il «Papa buono». Questa mattina in Vaticano si riuniscono i cardinali e vescovi membri dell’«ordinaria» della Congregazione dei santi, per esaminare vari dossier prima dell’inizio dell’estate. Tra questi il miracolo attribuito all’intercessione del beato Giovanni Paolo II, l’istantanea guarigione di una donna. L’ultimo decisivo passo prima del sigillo finale di Francesco, che porterà alla canonizzazione, in tempi record, del Pontefice polacco beatificato due anni fa. 

 

Ma a sorpresa, i cardinali e vescovi dovranno discutere anche di un altro dossier, aggiunto negli ultimi giorni: quello della canonizzazione di Giovanni XXIII, il Papa che ha convocato il Concilio Vaticano II, morto nel giugno di cinquant’anni fa e beatificato nel 2000. Una svolta non prevista, che attesta la volontà di celebrare insieme le due santificazioni, portando all’aureola e al culto universale sia il Pontefice bergamasco, sia Giovanni Paolo II.

 

La data più probabile per la cerimonia durante la quale Roncalli e Wojtyla potrebbero venire canonizzati è il prossimo dicembre, subito dopo la conclusione dell’Anno della Fede, dato che l’iniziale ipotesi di ottobre sembra sempre meno realizzabile per mancanza di tempo e problemi organizzativi. Il cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle cause dei santi, dopo la decisione presa questa mattina, incontrerà Francesco e nel giro di qualche giorno la notizia dei due Papi santi potrebbe essere definitivamente ufficializzata.

 

Era stato Wojtyla, nel settembre 2000, durante il Giubileo, a proclamare beato Giovanni XXIII, unendo nella stessa celebrazione anche la beatificazione di Pio IX, l’ultimo Papa re. In quella occasione, a portare Roncalli verso il primo gradino degli altari, era stato il miracolo della guarigione, avvenuta nel 1966, di suor Caterina Capitani. 

 

Com’è noto, secondo le norme canoniche, per la canonizzazione è necessario il riconoscimento di un secondo miracolo, avvenuto dopo la beatificazione. Negli ultimi tredici anni sono state varie le segnalazioni di grazie e di presunti miracoli attribuiti all’intercessione di Roncalli, ma fino a qualche tempo fa non si era saputo che uno di questi avesse passato il vaglio delle consulte mediche e dei teologi della «fabbrica dei santi» vaticana. È dunque possibile che si sia deciso di accorciare i tempi. Il Papa ha infatti la possibilità, se vuole, di derogare anche al riconoscimento del miracolo e procedere comunque a una canonizzazione dopo aver sentito il parere dei cardinali della Congregazione.

 

Erano le 19.49 del 3 giugno 1963 quando la folla presente in piazza San Pietro vedendo accendersi le luci della stanza da letto dell’appartamento papale apprendeva della morte di Giovanni XXIII. In meno di cinque anni l’anziano prelato bergamasco, eletto come Papa «di transizione», era entrano nel cuore del mondo, per la semplicità dei suoi gesti e delle sue parole. Le visite al carcere di Regina Coeli e ai piccoli ammalati del Bambin Gesù, le uscite in visita alle parrocchie, lo avevano reso popolarissimo. La storica decisione di convocare un Concilio ecumenico ha cambiato il volto della Chiesa, anche se Roncalli non ne avrebbe visto la conclusione, riuscendo a concludere soltanto la prima delle quattro sessioni conciliari.

 

Fu a Concilio ancora aperto che diversi vescovi proposero si proclamare Giovanni santo per acclamazione. Il suo successore, Paolo VI, preferì seguire le vie canoniche, facendo aprire un formare processo canonico e volendo affiancare a Roncalli anche il predecessore Pio XII.

da - http://lastampa.it/2013/07/02/italia/cronache/il-papa-buono-santo-entro-lanno-guar-una-religiosa-in-fin-di-vita-W01jdttRj01HPEKTeaQ7EN/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. L'umiltà di Francesco
Inserito da: Admin - Luglio 06, 2013, 07:50:21 pm

5/07/2013

L'umiltà di Francesco


L'aver fatto proprio il testo dell'enciclica del predecessore mostra la profonda sintonia tra Papa Bergoglio e Benedetto XVI

Andrea Tornielli
Città del vaticano


«Queste considerazioni sulla fede — in continuità con tutto quello che il Magistero della Chiesa ha pronunciato circa questa virtù teologale —, intendono aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza. Egli aveva già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede. Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi. Il Successore di Pietro, ieri, oggi e domani, è infatti sempre chiamato a “confermare i fratelli” in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo».

 

In questa manciata di righe, a cavallo tra le pagine 9 e 10 di «Lumen Fidei», la prima enciclica del nuovo Papa, sta la migliore risposta a quanti in questi primi mesi di pontificato si sono dedicati a fare la conta dei gesti di «rottura» o di «discontinuità». Dal colore delle scarpe al metallo della croce, dalla ferula alle mitrie meno preziose, dagli accenti più «sociali» e meno interventisti sui temi etici nelle omelie, e via discorrendo. L'enciclica che viene oggi pubblicata attesta innanzitutto l'affetto e la venerazione che Bergoglio ha verso il predecessore. È vero che anche Benedetto XVI, per la seconda parte della sua prima enciclica, aveva assunto e significativamente rielaborato materiali che erano stati preparati per il suo predecessore (il quale peraltro non aveva intenzione di pubblicarli così com'erano), ma questo paragone non è sovrapponibile al caso odierno. Francesco ha infatti assunto e fatto proprio, integrandolo soltanto con qualche aggiunta, un testo completo e preparato per il predecessore. Un'enciclica «a quattro mani», l'ha definita Bergoglio, spazzando via - come al solito - formalismi smentite di palazzo. Un'enciclica molto ratzingeriana - per linguaggio, struttura, citazioni - che porta la firma del primo Papa latinoamericano. Assumendo con umiltà tutto il lavoro preparato dal predecessore e dai suoi collaboratori, il Papa non rende solo evidente che il compito del successore di Pietro, «ieri, oggi e domani», è di «“confermare i fratelli” in quell’incommensurabile tesoro della fede che Dio dona come luce sulla strada di ogni uomo».

 

Ma dice anche la sua sintonia con lo sguardo profondo di Ratzinger sulla fede e dunque sulla Chiesa. Uno sguardo che troppo spesso è stato dimenticato o ridotto da certi sedicenti «ratzingeriani», intenti a trasformare stupore e bellezza per l'iniziativa gratuita di Dio in «law and order» ecclesiastico. È proprio nell'umiltà, nel non considerare la Chiesa come dipendente dal protagonismo del vescovo di Roma, nella coscienza del fatto che la fede è dare spazio alla presenza e all'iniziativa di un Altro, il tratto che unisce intimamente Benedetto XVI, il Papa emerito, e Francesco, il Papa.

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/papa-el-papa-pope-bergoglio-ratzinger-enciclica-26229/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. - Francesco e la «rivoluzione della tenerezza»
Inserito da: Arlecchino - Luglio 31, 2013, 05:04:19 pm
31/07/2013

Francesco e la «rivoluzione della tenerezza»
     
LA TENEREZZA DI PAPA FRANCESCO

«Se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO


Le parole pronunciate da Papa Francesco nella lunga intervista concessa ai giornalisti sul volo papale dopo il decollo da Rio de Janeiro, in particolare quelle sui gay, hanno avuto un'eco straordinaria. «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo e dice, "non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in  società"».
 
 
Com'era peraltro comprensibile, le parole del Papa sono state interpretate da qualcuno come lo sdoganamento dell'orgoglio gay, mentre altri hanno subito cominciato a gettare acqua sul fuoco per ribadire che proprio nulla è cambiato e che nella sua risposta Francesco non ha fatto altro che ribadire la dottrina tradizionale citando il Catechismo. Ma se questa è la dottrina tradizionale della Chiesa, che sempre ha distinto tra peccato e peccatore - condannando il primo e aprendo le braccia al secondo - perché mai la sottolineatura del Papa risuona come una novità? Forse perché, in tante prese di posizione e dichiarazioni pubbliche ecclesiastiche, questo aspetto fondamentale della misericordia ha finito per passare in secondo piano?
 
 
Nel discorso al comitato di coordinamento del Celam, domenica scorsa, Francesco ha detto: «Esistono in America Latina e nei Caraibi pastorali "lontane", pastorali disciplinari che privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi... ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la "rivoluzione della tenerezza" che provocò l’incarnazione del Verbo. Vi sono pastorali impostate con una tale dose di distanza che sono incapaci di raggiungere l’incontro: incontro con Gesù Cristo, incontro con i fratelli». Siamo sicuri che il problema riguardi soltanto l'Amerca Latina e il Caribe?
 
 
Nell'altro grande discorso programmatico, quello tenuto sabato ai vescovi brasiliani a partire dall'evento di Aparecida, Francesco ha parlato di una «Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla.
Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro».
 
 
È questa la dinamica in atto da duemila anni, la dinamica dell'incontro personale con Cristo. In fondo, che cosa accadeva nella Palestina dove tutto è cominciato? Che cosa leggiamo nei Vangeli? Quale era attrattiva di quell'uomo che unico nella storia dell'umanità ha detto di se stesso «Io sono la via, la verità e la vita»? Chi lo incontrava, come accadde all'adultera da lui salvata dalla lapidazione, incrociava uno sguardo di misericordia. Misericordia, prima che condanna, misericordia, prima che giudizio. Il che non significa e non ha mai significato chiamare bene il male, ma annunciare il primato dell'amore di un Dio che «mai si stanca di perdonare» se solo ci riconosciamo poveri peccatori e bisognosi della sua misericordia che continua ad abbracciarci.
 
 
Rispondendo a una domanda sui divorziati risposati: «La Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti. È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti». Ai vescovi del Brasile Francesco ha proposto l'icona dei discepoli di Emmaus per descrivere la situazione di tante persone che si sono allontanate dalla Chiesa. «Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa - la loro Gerusalemme - non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande...».
 
 
Di fronte a questa situazione che cosa fare? «Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione... Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente». Nel rapporto con il mondo contemporaneo, con le nostre società secolarizzate e in crisi, con coloro che sembrano così distanti, il «fondamento del dialogo» - ha ricordato ancora il Papa - lo si trova nelle parole del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono a loro volta gioie e speranze, tristezze e angosce dei discepoli di Cristo».

Sta qui l'originalità del pontificato del vescovo di Roma venuto «dalla fine del mondo». Un prete «callejero», di strada, che avverte l'urgenza di raggiungere, nelle periferie geografiche ed esistenziali, le tante pecore che sono uscite dal recinto o non ci sono mai entrate, invece di pettinare e coccolare quelle che sono rimaste dentro. Il pastore di una Chiesa che sa «scaldare i cuori», facendo spazio alla «rivoluzione della tenerezza», al mistero di un Dio incarnato che «mai si stanca di perdonare».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-26886//pag/1/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Legge del Papa contro il riciclaggio
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2013, 04:51:55 pm
CRONACHE
08/08/2013

Legge del Papa contro il riciclaggio

Pubblicato un Motu proprio che estende l’applicazione delle leggi vaticane in materia ai dicasteri della Curia romana e rafforza la funzione di vigilanza dell’AIF

ANDREA TORNIELLI
CITTA’ DEL VATICANO

Nuova mossa del Papa per adeguare le strutture d’Oltretevere agli standard internazionali. Francesco ha pubblicato oggi un Motu proprio 
«per la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa». L’iniziativa, che si pone sulla scia delle azioni già intraprese da Benedetto XVI, «rinnova l’impegno della Santa Sede» su queste materie.
 
In particolare, la nuova legge «estende l’applicazione delle leggi vaticane in materia ai dicasteri della Curia Romana e agli altri organismi ed enti dipendenti dalla Santa Sede, nonché alle organizzazioni senza scopo di lucro aventi personalità giuridica canonica e sede nello Stato della Città del Vaticano». Inoltre viene rafforzata «la funzione di vigilanza e di regolamentazione dell’Autorità di Informazione
Finanziaria», presieduta dal cardinale Attilio Nicora. Ancora, la nuova disposizione papale «istituisce la funzione di vigilanza prudenziale degli enti che svolgono professionalmente un’attività di natura finanziaria, rispondendo così ad una raccomandazione del Comitato Moneyval del Consiglio di Europa», attribuendola all’AIF. Infine, il Motu proprio di Francesco istituisce il «Comitato di Sicurezza Finanziaria», il cui statuto viene allegato al documento papale. Lo scopo è quello di «coordinare le autorità competenti della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano in materia di prevenzione e di contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa».
 
Il «Comitato di Sicurezza Finanziaria» è presieduto dall’assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato, monsignor Brian Wells. Vi partecipano il sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati; il segretario della Prefettura per gli Affari Economici; il vice-segretario Generale del Governatorato; il promotore di Giustizia presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano; il direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria (con funzioni di segretario del comitato); il direttore dei Servizi di Sicurezza e di Protezione Civile del Governatorato. Questo comitato, si legge nello statuto, «individua le misure occorrenti per la gestione ed il contenimento dei rischi» e «coordina l’adozione e il regolare aggiornamento di politiche e procedure per la prevenzione e il contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa».

da - http://www.lastampa.it/2013/08/08/italia/cronache/nuovo-motu-proprio-di-papa-francesco-pi-controlli-sulle-finanze-del-vaticano-Vzt0tC388jRRhBrWRI0gjO/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Francesco e la «rivoluzione della tenerezza»
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2013, 11:32:04 am
31/07/2013

Francesco e la «rivoluzione della tenerezza»
     
LA TENEREZZA DI PAPA FRANCESCO

«Se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO


Le parole pronunciate da Papa Francesco nella lunga intervista concessa ai giornalisti sul volo papale dopo il decollo da Rio de Janeiro, in particolare quelle sui gay, hanno avuto un'eco straordinaria. «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?
Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo e dice, "non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in  società"».
 
 
Com'era peraltro comprensibile, le parole del Papa sono state interpretate da qualcuno come lo sdoganamento dell'orgoglio gay, mentre altri hanno subito cominciato a gettare acqua sul fuoco per ribadire che proprio nulla è cambiato e che nella sua risposta Francesco non ha fatto altro che ribadire la dottrina tradizionale citando il Catechismo. Ma se questa è la dottrina tradizionale della Chiesa, che sempre ha distinto tra peccato e peccatore - condannando il primo e aprendo le braccia al secondo - perché mai la sottolineatura del Papa risuona come una novità? Forse perché, in tante prese di posizione e dichiarazioni pubbliche ecclesiastiche, questo aspetto fondamentale della misericordia ha finito per passare in secondo piano?
 
 
Nel discorso al comitato di coordinamento del Celam, domenica scorsa, Francesco ha detto: «Esistono in America Latina e nei Caraibi pastorali "lontane", pastorali disciplinari che privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi... ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la "rivoluzione della tenerezza" che provocò l’incarnazione del Verbo. Vi sono pastorali impostate con una tale dose di distanza che sono incapaci di raggiungere l’incontro: incontro con Gesù Cristo, incontro con i fratelli». Siamo sicuri che il problema riguardi soltanto l'Amerca Latina e il Caribe?
 
 
Nell'altro grande discorso programmatico, quello tenuto sabato ai vescovi brasiliani a partire dall'evento di Aparecida, Francesco ha parlato di una «Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla.
Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro».
 
 
È questa la dinamica in atto da duemila anni, la dinamica dell'incontro personale con Cristo. In fondo, che cosa accadeva nella Palestina dove tutto è cominciato? Che cosa leggiamo nei Vangeli? Quale era attrattiva di quell'uomo che unico nella storia dell'umanità ha detto di se stesso «Io sono la via, la verità e la vita»? Chi lo incontrava, come accadde all'adultera da lui salvata dalla lapidazione, incrociava uno sguardo di misericordia. Misericordia, prima che condanna, misericordia, prima che giudizio. Il che non significa e non ha mai significato chiamare bene il male, ma annunciare il primato dell'amore di un Dio che «mai si stanca di perdonare» se solo ci riconosciamo poveri peccatori e bisognosi della sua misericordia che continua ad abbracciarci.
 
 
Rispondendo a una domanda sui divorziati risposati: «La Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti. È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti». Ai vescovi del Brasile Francesco ha proposto l'icona dei discepoli di Emmaus per descrivere la situazione di tante persone che si sono allontanate dalla Chiesa. «Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa - la loro Gerusalemme - non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande...».
 
 
Di fronte a questa situazione che cosa fare? «Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione... Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente». Nel rapporto con il mondo contemporaneo, con le nostre società secolarizzate e in crisi, con coloro che sembrano così distanti, il «fondamento del dialogo» - ha ricordato ancora il Papa - lo si trova nelle parole del Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono a loro volta gioie e speranze, tristezze e angosce dei discepoli di Cristo».

Sta qui l'originalità del pontificato del vescovo di Roma venuto «dalla fine del mondo». Un prete «callejero», di strada, che avverte l'urgenza di raggiungere, nelle periferie geografiche ed esistenziali, le tante pecore che sono uscite dal recinto o non ci sono mai entrate, invece di pettinare e coccolare quelle che sono rimaste dentro. Il pastore di una Chiesa che sa «scaldare i cuori», facendo spazio alla «rivoluzione della tenerezza», al mistero di un Dio incarnato che «mai si stanca di perdonare».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francis-francisco-26886//pag/1/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il Segretario di Stato Parolin: «Una nuova sorpresa di Dio...
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2013, 11:38:23 am

31/08/2013
Il Segretario di Stato Parolin: «Una nuova sorpresa di Dio nella mia vita»

Papa Francesco ha ufficializzato la nomina del successore di Bertone: entrerà in carica il 15 ottobre. "In me fiducia immeritata". Confermati tutti i vertici della Segreteria di Stato



ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

 

La conferma è arrivata a mezzogiorno di oggi: Papa Francesco ha accettato le dimissioni del cardinale Tarcisio Bertone e ha designato il successore del cardinale Tarcisio Bertone: è l'arcivescovo Pietro Parolin, 58 anni, attuale nunzio apostolico in Venezuela. Parolin entrerà in carica il 15 ottobre, fino a quel momento Bertone prosegue «con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio». Quel giorno, informa la Santa Sede, Francesco «riceverà in udienza superiori ed officiali della Segreteria di Stato», per «ringraziare pubblicamente» Bertone per «il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro» il suo successore.

 

 

Papa Francesco ha anche ha confermato nei rispettivi incarichi il sostituto Giovanni Angelo Becciu, il segretario per i rapporti con gli Stati Dominique Mamberti, il Prefetto della Casa pontificia Georg Gänswein, l'assessore Peter Wells, e il sotto-segretario ai rapporti con gli Stati Antoine Camilleri.

 

 

Da Caracas, Parolin ha inviato attraverso la Sala Stampa vaticana un primo messaggio di gratitudine al Papa. «Nel momento in cui viene resa pubblica la nomina a Segretario di Stato, desidero esprimere profonda e affettuosa gratitudine al Santo Padre Francesco, per l’immeritata fiducia che sta dimostrando nei miei confronti, e manifestargli rinnovata volontà e totale disponibilità a collaborare con lui e sotto la sua guida per la maggior gloria di Dio, il bene della Santa Chiesa e il progresso e la pace dell’umanità, affinché essa trovi ragioni per vivere e sperare».

 

 

«Sento viva la grazia di questa chiamata, che, ancora una volta - aggiunge il nuovo Segretario di Stato - costituisce una sorpresa di Dio nella mia vita e, soprattutto, ne sento l’intera responsabilità, perché essa mi affida una missione impegnativa ed esigente, di fronte alla quale le mie forze sono deboli e povere le mie capacità. Per questo mi affido all’amore misericordioso del Signore, dal quale nulla e nessuno potrà mai separarci, e alle preghiere di tutti. Tutti ringrazio, fin d’ora, per la comprensione e per l’aiuto che, in qualsiasi forma, mi vorranno prestare nello svolgimento del nuovo incarico».

 

 

«Il mio pensiero - dichiara Parolin - va alle persone che sono state parte della mia vita in famiglia, nelle parrocchie in cui sono nato e in cui ho prestato servizio, nella cara Diocesi di Vicenza, a Roma, nei Paesi dove ho lavorato, Nigeria, Messico e, ultimo, Venezuela, che lascio con rimpianto. Penso pure al Papa emerito Benedetto XVI, che mi ha ordinato vescovo, alla Segreteria di Stato, che è già stata la mia casa per molti anni, all’Em.mo card. Tarcisio Bertone, agli altri superiori, ai colleghi e ai collaboratori e all’intera Curia romana, ai rappresentanti pontifici. A tutti sono largamente debitore. Mi pongo, con trepidazione, ma anche con fiducia e serenità, in questo nuovo servizio al Vangelo, alla Chiesa e al Papa Francesco, disposto – come lui ci ha chiesto fin dall’inizio – a camminare, edificare-costruire e confessare.

 

Che la Madonna, che a me piace invocare con i titoli di Monte Berico, Guadalupe e Coromoto, ci dia “il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria, il Cristo crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti”. E, come si dice in Venezuela: “¡Que Dios les bendiga!”». 

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/curia-curia-curia-27492/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. - Il Papa dialoga con Scalfari sulla fede
Inserito da: Admin - Settembre 11, 2013, 05:42:20 pm

11/09/2013
Il Papa dialoga con Scalfari sulla fede

Il fondatore del quotidiano «Repubblica» aveva pubblicato due lettere sull'enciclica «Lumen fidei». Bergoglio gli ha risposto

Andrea Tornielli
Città del Vaticano



«Pregiatissimo Dottor Scalfari...». Inizia così l'inedita ed eccezionale lettera che il Pontefice ha spedito al fondatore del quotidiano «Repubblica».

 

Quest'ultimo in due diverse occasioni, nelle scorse settimane si era rivolto direttamente a Francesco ponendogli domande sulla fede, su Gesù, sul perdono dei peccati di chi non crede, sulle differenze tra il cristianesimo e le altre religioni, a partire dall'enciclica «Lumen Fidei». Bergoglio ha deciso di rispondergli, con una lunga lettera personale, che il quotidiano pubblica oggi in prima pagina.
 


Il Papa ricorda come il dialogo «sincero e rigoroso» con chi non crede¨uno degli scopi dell'enciclica scritta da Ratzinger e poi fatta propria e integrata dal suo successore. Un dialogo «doveroso e prezioso», che, spiega il Papa, «non ¨un accessorio secondario dell'esistenza del credente: ne invece un'espressione intima e indispensabile».

 

Proprio nell'enciclica infatti si legge che «poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell'amore risulta chiaro che la fede non intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non arrogante; al contrario, la verità  lo fa umile, sapendo che, più  che possederla noi, essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall'irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti».


 
Francesco spiega a Scalfari che «senza la Chiesa  "mi creda” non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell'immenso dono che ¨la fede ha custodito nei fragili vasi d'argilla della nostra umanità». Ed è proprio a partire «da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell'ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme».


 
Il Papa ribadisce l'importanza della storicità dei Vangeli e della divinità di Gesù che si manifesta sul Calvario. Proprio sulla croce, spiega il Papa  «Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è ¨amore e che vuole, con tutto se stesso, che l'uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch'egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù  E' risorto: non per riportare il trionfo su chi l'ha rifiutato, ma per attestare che l'amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono».


 
«La fede cristiana crede questo: che Gesù è "il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti» e l'incarnazione «è il cardine della salvezza. Perchè l'incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell'amore e nella fedeltà all' "Abbà , testimonia l'incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce. Ognuno di noi, per questo,  è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire».
 

Un passaggio della lettera è dedicato agli ebrei: «Quel che le posso dire, con l'apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà  di Dio all'alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità».
 


A proposito della domanda di Scalfari se il Dio dei cristiani perdoni chi non crede
e non cerca la fede, il Papa dice: «Premesso che è ed  la cosa fondamentale èla misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell'obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c'è  quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità  del nostro agire».


 
E a proposito del pensiero secondo il quale «non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità  assoluta, ma solo una serie di verità  relative e soggettive», Francesco risponde: «Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità "assoluta", nel senso che assoluto è cioò che è slegato, ciò che è è previo di ogni relazione. Ora, la verità  secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù. Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sè: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità  sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà  a noi sempre e solo come un cammino e una vita».


«In altri termini - continua il Papa - la verità  essendo in definitiva tutto uno con l'amore, richiede l'umiltà  e l'apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione... assoluta, reimpostare in profondità la questione».


 
Infine Francesco, dopo aver definito le sue parole una «risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa», nella quale ha scorto l'invito a «fare un tratto di strada insieme», conclude assicurando Scalfari: «La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedelà , gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù».

da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/papa-el-papa-pope-scalfari-27761//pag/1/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Intervista con papa Francesco Mai avere paura della tenerezza
Inserito da: Admin - Dicembre 16, 2013, 06:41:27 pm
Vatican Insider
15/12/2013

"Mai avere paura della tenerezza"
Intervista con papa Francesco su Natale, fame nel mondo, sofferenza dei bambini, riforma della Curia, donne cardinale, Ior e prossimo viaggio in Terra Santa



Andrea Tornielli  (vatican insider)

Il Natale per me è speranza e tenerezza...». Francesco racconta a «La Stampa» il suo primo Natale da vescovo di Roma. Casa Santa Marta, martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa ci accoglie in una sala accanto al refettorio.
L'incontro durerà un'ora e mezza. Per due volte, durante il colloquio, dal volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna alla sofferenza innocente dei bambini e parla della tragedia della fame nel mondo. Nell'intervista il Papa parla anche dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell'«ecumenismo del sangue» che le unisce nella persecuzione, accenna alle questioni del matrimonio e della famiglia che saranno trattate dal prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla del rapporto tra Chiesa e politica.

Che cosa significa per lei il Natale?

«È l'incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l'incontro di Dio con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa dell'aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma, credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo».

Che cosa dice il Natale all'uomo di oggi?

«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi».


Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così piccolo?

«I Padri greci la chiamavano "synkatabasis", condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi. È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale».


Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c'è anche tanta sofferenza e miseria.

«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia. Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così. Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella precarietà. Il Natale non è stata la denuncia dell'ingiustizia sociale, della povertà, ma è stato un annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste, altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace. Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere questa gioia, si vive la festa con l'allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l'allegria mondana c'è differenza».

È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre...

«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perché tutti abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità: poverino, ce l'ha magari un po' arrugginita, ma ce l'ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono. Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade anche nella vita di ciascuno di noi. C'è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi».


In gennaio saranno cinquant'anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci andrà?

«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno difficoltà, ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla Terra Santa. Cinquant'anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là, e così è cominciata l'epoca dei viaggi papali. Anch'io desidero andarci, per incontrare il mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l'abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo preparando».

Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?

«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c'è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si "sveglia", non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l'età dei "perché". Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi "perché?". Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l'unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».

Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.

«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L'altro giorno all'udienza del mercoledì, dietro una transenna, c'era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l'ora... Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all'umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo  abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d'accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all'umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall'indifferenza».

Alcuni brani dell'«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?

«L'ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso». Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull'economia che «uccide»... «Nell'esortazione non c'è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L'unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C'era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s'ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l'unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista».


Lei ha annunciato una «conversione del papato». Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?

«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest'ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l'eucaristia insieme, ma l'amicizia c'è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l'unità. Ci siamo benedetti l'un l'altro, un fratello benedice l'altro, un fratello si chiama Pietro e l'altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso...».

L'unità dei cristiani è una priorità per lei?

«Sì, per me l'ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l'ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l'unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L'unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c'era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: "Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico". Questo è l'ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d'identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà».

Nell'esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?

«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l'audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L'anno scorso in Argentina avevo denunciato l'atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata».

E quanto ai divorziati risposati?

«L'esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell'esortazione».

Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?

«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell'ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell'anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno».

Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?

«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell'ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell'udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: "La riforma della Curia lei l'ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta". Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali».

Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?

«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell'aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi... Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune».

Posso chiederle se avremo donne cardinale?
«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non "clericalizzate". Chi pensa alle donne cardinale soffre un po' di clericalismo».

Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?

«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà. Per esempio, la "banca centrale" del Vaticano sarebbe l'Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è diventato come è adesso».

Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013  lo avrebbe celebrato in San Pietro?
«Assolutamente no».

Si aspettava di essere eletto?

«Non me l'aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c'è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l'ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l'abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina».


© Riproduzione riservata

Da - http://www.lastampa.it/2013/12/15/esteri/vatican-insider/it/mai-avere-paura-della-tenerezza-1vmuRIcbjQlD5BzTsnVuvK/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Ior, cambia la commissione cardinalizia
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2014, 04:27:55 pm
15/01/2014
Ior, cambia la commissione cardinalizia
Rinnovata la commissione che vigila sulla «banca vaticana»: entrano Schönborn, Collins, Abril y Castelló e Parolin. Escono Bertone, Calcagno, Toppo e Scherer

Andrea Tornielli
CITTà DEL VATICANO

In attesa che la commissione referente sullo Ior presieduta dal cardinale Raffaele Farina concluda il suo lavoro, Papa Francesco ha nel frattempo rinnovato per il prossimo quinquennio la commissione cardinalizia che vigila sulla «banca vaticana». Questi i nomi dei membri: Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna; Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto; Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso; Santos Abril y Castelló, arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore; Pietro Parolin, Segretario di Stato.

La commissione uscente era stata rinnovata con mandato quinquennale meno di un anno fa e, a quanto si legge sul sito dello Ior, sarebbe dovuta rimanere in carica fino al 2018. L'unico porporato di quella uscente a essere presente nella nuova è Tauran. Lasciano dunque i loro incarichi l'ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone, il brasiliano Odilo Pedro Scherer, l'indiano Telesphore P. Toppo ma anche il Presidente dell'Apsa Domenico Calcagno, new entry del 16 febbraio 2013, all'ultimo rinnovo voluto da Benedetto XVI. Un rinnovo, quello dell'ormai dimissionario Papa Ratzinger, che fu contestuale alla nomina di Ernst von Fryeberg alla guida dello Ior, dopo diversi mesi in assenza di presidente in seguito alla clamorosa cacciata di Ettore Gotti Tedeschi, avvenuta con modalità inedite nella storia della Santa Sede.

È da segnalare, oltre al rinnovamento quasi totale dei membri, l'ingresso di Parolin. Si vedrà ora quale di questi porporati sarà designato dai colleghi alla prima riunione della nuova commissione. Nello statuto dello Ior, all'articolo 5, si prevede infatti che il presidente venga eletto dagli altri membri. In passato a presiedere la commissione erano stati i Segretari di Stato - prima Angelo Sodano e poi Bertone - ma un candidato alla presidenza è anche il cardinale Santos Abril y Castelló.

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/ior-francesco-francis-francisco-31273/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2014, 07:19:58 pm
Vatican Insider
26/02/2014

Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni
Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli: il nostro vaticanista gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni

Andrea Tornielli (vatican insider)

«Non c'è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l'ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C'è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l'abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l'11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l'elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d'ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall'intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l'abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

Nel corso dell'ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero - aveva detto - non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro». Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare.

Dopo l'elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni - com'è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato - lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l'avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c'è chi è andato oltre, ipotizzando persino l'invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio - scrive Ratzinger nella missiva - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l'obbligo, di dimettersi».

È stato inevitabile, un anno fa, dopo l'annuncio - mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità - collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d'anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l'inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell'abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto - ci ha scritto - è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento».

Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l'ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all'inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l'autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.

Da - http://lastampa.it/2014/02/26/esteri/vatican-insider/it/ratzinger-la-mia-rinuncia-valida-assurdo-fare-speculazioni-mk8Mnt6rKqlfBtnWHdnNiM/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Kasper: «Donne a capo dei pontifici consigli»
Inserito da: Admin - Marzo 03, 2014, 05:34:31 pm
2/03/2014
Kasper: «Donne a capo dei pontifici consigli»

Nell'intervista ad «Avvenire» la proposta di portare ai vertici le presenze femminili. «In Curia ci sono troppi vescovi».
E contro il carrierismo curiale, la proposta di mandati a tempo


ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

«Il ruolo delle donne nella Chiesa va riconsiderato e integrato nella prospettiva del dinamismo sinodale e della conversione missionaria indicati dal Papa»: le donne possono essere coinvolte in ruoli guida nei pontifici consigli e nella futura Congregazione per i laici, in una Curia dove ci sono troppi vescovi e dove per contrastare il fenomeno del carrierismo si potrebbero introdurre mandati a tempo determinato, chiamando sacerdoti che hanno già un'esperienza pastorale alle spalle. È quando ha detto il cardinale Walter Kasper in una lunga intervista con Stefania Falasca pubblicata oggi su «Avvenire».

«Finora ai sinodi le donne - ha detto Kasper - sono state presenti generalmente in veste di uditrici e in posizione di scarso rilievo. Ci sono sempre due o tre uditrici che intervengono alla fine dei lavori, quando ormai hanno parlato tutti. Mi domando: come si possono preparare due sinodi sulla famiglia senza coinvolgere in primis anche le donne? Senza le donne la famiglia semplicemente non esiste. È insensato parlare della famiglia senza ascoltarle. Credo che debbano essere chiamate e ascoltate fin da ora, nella fase della preparazione».

«Penso che le donne - ha continuato il porporato tedesco al quale il Papa ha affidato la relazione di apertura dell'ultimo concistoro sulla famiglia - debbano essere presenti a ogni livello, anche in posizioni di piena responsabilità. È indispensabile l’apporto della ricchezza e delle capacità intuitive insite nel genio femminile. La Chiesa senza le donne è un corpo mutilato. Tante sono oggi impiegate attivamente negli organismi ecclesiali. Possiamo immaginare oggi strutture comunitarie, caritative, culturali senza la presenza delle donne? Senza di loro le parrocchie chiuderebbero domani stesso. Nella realtà e nella Chiesa “in uscita” prefigurata dal Papa, le donne sono già avanti, sono alle frontiere».

Kasper nell'intervista con «Avvenire» ha ricordato con le parole di Francesco che «nella Chiesa l’autorità dei ministri consacrati e dei vescovi non è dominio, ma è sempre servizio al popolo di Dio e deriva dalla potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia. Intendere quindi l’esercizio dell’autorità legata al ministero ordinato in termini di potere è clericalismo. Questo si vede anche nella scarsa disponibilità di tanti presbiteri – sacerdoti e vescovi – a lasciare ai laici il controllo di ruoli di responsabilità che non richiedono il ministero ordinato. Nell’Evangelii gaudium il Papa si chiede se è proprio necessario che il prete stia in cima a tutto. Ciò infatti dà luogo a un immobilismo clericale, che a volte sembra aver paura di lasciar spazio alle donne, quindi anche di riconoscere lo spazio ad esse dovuto là dove si prendono decisioni importanti».

 Il cardinale affronta quindi il nodo importante della questione di una presenza più incisiva delle donne negli ambiti decisionali, legato al fatto che «alcuni ruoli nella Chiesa prevedono l’esercizio della potestà di giurisdizione che è connessa con il ministero ordinato». Ma non tutti i ruoli di governo o di amministrazione presenti nella Chiesa, ha ricordato, «implicano la potestà di giurisdizione. Questi dunque possono essere affidati a laici e quindi anche alle donne. Se ciò non avviene, non si può in nessun modo giustificare questa esclusione delle donne dai processi decisionali nella Chiesa».

La donne, ha spiegato Kasper, «possono rivestire incarichi di responsabilità in quegli organismi che, anche ai livelli più alti, non implicano necessariamente la potestà di giurisdizione connessa con il ministero ordinato: nei Pontifici consigli, ad esempio. Nei consigli per la famiglia, per i laici (ricordiamo che la metà dei laici sono donne) per la cultura, per le comunicazioni sociali, per la promozione della nuova evangelizzazione, solo per citarne alcuni. In essi non troviamo ad oggi alcuna presenza femminile in posizione di rilievo. Questo è assurdo. Nei consigli, ed in altri organismi vaticani, l’autorità potrebbe essere esercitata dalle donne anche ai livelli più alti, con responsabilità piena». La presenza femminile può essere preziosa anche «negli uffici dedicati all’amministrazione, agli affari economici, nei tribunali. Ambiti di competenze nei quali le rinomate capacità professionali delle donne spiccano, ma non sono state qui ancora adeguatamente considerate».

Per quanto riguarda le Congregazioni, il cardinale precisa: «Pur rimanendo ferma e distinta la firma dell’autorità, anche una donna può essere sempre presente nelle decisioni e può quindi benissimo assolvere il compito di sottosegretario. Sono perciò convinto che anche con le vigenti regole canoniche si possa già fare qualcosa nelle Congregazioni, valutando le singole possibilità». Tra le congregazioni, il cardinale cita «l’Educazione cattolica, ad esempio: basti pensare al talento educativo delle donne e ai ruoli che esse occupano in questo campo. Anche alle Cause dei santi sarebbe prezioso il discernimento spirituale femminile. Escludo ruoli di responsabilità delle donne per ovvi motivi nelle Congregazioni per i vescovi e il clero. Ma già alla Dottrina della fede, ad esempio, c’è un’assemblea di teologi che prepara tutte le sessioni e nella quale a tutt’oggi la presenza femminile è ancora assente. Eppure abbiamo tante teologhe che sono anche docenti nelle università pontificie. Un loro contributo sarebbe auspicabile. Questo è vero a maggior ragione nella Congregazione per la Vita consacrata: l’ottanta per cento delle persone consacrate appartengono all’universo femminile».

Il criterio con cui vagliare le candidature, «dovrebbe basarsi sulla competenza e sullo spirito di servizio. Ovviamente, anche le donne - dice Kasper - possono essere mosse dalla smania di far carriera sul modello maschile. Ci sono alcune che manifestano questo problema, ma molte altre no. Occorre dunque saper scegliere con discernimento le persone giuste, non scegliere persone che rispondono a dinamiche viziate». Il cardinale ha citato l'esempio positivo di Mary Ann Glendon, professoressa di Harvard, alla quale la Santa Sede «ha affidato un compito importante inviandola come rappresentante alle conferenze dell’Onu dove ha svolto un servizio eccellente, riconosciuto da tutti». «Penso che un certo numero di donne - aggiunge - così potrebbero contribuire a sanare il clericalismo e il carrierismo nella Curia, che è un vizio terribile».

 Contro il carrierismo curiale, Kasper afferma: «L’impiego con incarichi a tempo determinato potrebbe essere un rimedio. Si potrebbero impiegare persone con esperienza pastorale alle spalle, che hanno esperienza in diocesi, nelle parrocchie e affidare loro incarichi a tempo determinato. Ad esempio per un quinquennio. Un periodo al termine del quale alcuni potrebbero rimanere ma tutti gli altri tornerebbero in diocesi portando la propria esperienza nella Chiesa locale. Con questa prospettiva si potrebbe forse eliminare il problema delle persone che agiscono avendo come unico criterio il proprio avanzamento sulla scala».

Infine Kasper si domanda se sia indispensabile che «tutti i segretari dei dicasteri vaticani debbano essere vescovi». Nella Curia «c’è oggi un’alta concentrazione di vescovi - osserva - Tanti svolgono funzioni di burocrati, e questo non va bene. Il vescovo è un pastore. La consacrazione episcopale non è un’onorificenza, è un sacramento, riguarda la struttura sacramentale della Chiesa. Perché dunque è necessario un vescovo per svolgere funzioni burocratiche? Qui, a mio avviso, si rischia un abuso dei sacramenti».

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/curia-curia-curia-donne-women-mujeres-32413//pag/1/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Francesco e le vittime della pedofilia: il significato di un..
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2014, 11:53:04 pm
7/07/2014
Francesco e le vittime della pedofilia: il significato di un gesto
Francesco incontra questa mattina sei persone che hanno subito abusi da parte di sacerdoti, in continuità con la linea di Benedetto XVI

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano

Più ancora che per quello che il Papa e i suoi sei interlocutori si diranno o per le parole nell'omelia della messa, l'incontro che si svolge oggi a Santa Marta, lontano dai riflettori e dalle telecamere, è importante per il solo fatto di essere avvenuto. Francesco pregherà, parlerà e abbraccerà delle vittime che da ragazzi o da bambini hanno subito abusi da parte di sacerdoti o religiosi. Provengono da Germania, Gran Bretagna e Irlanda. È la prima volta che accade - almeno ufficialmente - da quando Bergoglio è stato eletto. Ed pure significativo che queste persone, le quali hanno avuto la vita indelebilmente segnata, vengano accolte nella casa del Papa e non incontrate a margine di un viaggio, lontano dal Vaticano.

Francesco ha detto e dimostrato più volte di voler continuare sulla linea tracciata dal suo predecessore. Il contributo di Joseph Ratzinger, prima come cardinale alla guida della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Pontefice, è stato determinante. Sono cambiate le norme giuridiche, si è instaurata una legislazione di emergenza, si sono semplificati i processi. Ma il cambiamento determinante Benedetto XVI l'ha compiuto con i gesti, a partire da quello compiuto nel 2008 a Washington, dove per la prima volta Papa Ratzinger incontrò alcune vittime della pedofilia clericale. Da allora gli incontri si sono moltiplicati, a quello negli Usa sono seguiti quelli in Australia, Malta, Regno Unito e Germania.

Questi gesti papali non vanno sottovalutati. La loro portata è infatti molto maggiore di quanto non sembri. Le leggi, le norme, sono importanti per combattere il fenomeno. Ma questo non si potrà mai combattere fino in fondo senza il cambiamento più importante, quello della mentalità. Fintanto che le vittime e i loro genitori, invece di essere oggetto di attenzione, vicinanza e sostegno, verranno viste come dei potenziali nemici del buon nome della Chiesa - com'è purtroppo accaduto per decenni, aggiungendo traumi e dolore ai traumi e al dolore irrimediabilmente subito dai bambini abusati - nulla potrà veramente cambiare.

Ricevendo oggi le vittime, dopo aver celebrato la messa con loro e per loro, Papa Francesco attesta ancora una volta l'attenzione verso chi ha subito gli abusi e la necessità di continuare nel cammino intrapreso per garantire la sicurezza dei minori che frequentano le parrocchie. L'attuale vescovo ausiliare di La Valletta a Malta, Charles Scicluna, che per un decennio ha collaborato con Ratzinger costituendo presso l'ex Sant'Uffizio una task force specializzata nel contrastare questi delitti, aveva detto nel 2011: «Se l’abuso l’ha commesso un sacerdote, la traccia nella vittima rimane ancora più grande, c’è una fiducia spirituale che viene distrutta, una fede che viene uccisa».

 
Per questo era ed è importante ascoltare i racconti delle vittime, mostrare loro vicinanza e comprensione, come accade oggi a Santa Marta da parte di un Papa che ha usato parole durissime sul fenomeno degli abusi: «Un sacerdote che fa questo tradisce il corpo del Signore perché il sacerdote deve portare questo bambino o questa bambina alla santità, e invece abusa di loro... È come fare una messa nera».

Ma insieme a questo gesto, Francesco ha voluto istituire anche una commissione per la tutela dei minori, affidata al cardinale O'Malley, che si deve occupare dei programmi e degli interventi per combattere il fenomeno all'interno della Chiesa. Vi fanno parte anche quattro donne, e una di queste, l'irlandese Marie Collins, è stata da ragazzina, vittima di un abuso perpetrato da un prete. La sua presenza a Santa Marta, insieme alle sei vittime dell'incontro di oggi, rappresenta il segno che la Chiesa continuerà a camminare sulla via imboccata da Benedetto XVI.

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/francesco-francisco-francis-35122/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Papa e Cina, l’«incontro fra civiltà»
Inserito da: Admin - Agosto 18, 2014, 11:22:43 am
Papa e Cina, l’«incontro fra civiltà»
La visita del Papa in Oriente

18/08/2014
Andrea Tornielli

Francesco nel penultimo giorno del suo viaggio in Corea ha teso la mano alla Cina e a tutti i Paesi asiatici che ancora non hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede. Lo ha fatto spiegando che il cristiani non sono conquistatori.

Non sono intenzionati a togliere l’identità delle persone e dei popoli, non sono (o non dovrebbero essere) interessati alle strategie di marketing religioso né tantomeno preoccupati di imporre modelli culturali o di interferire nella legittima autonomia dei singoli Paesi. 

È singolare che la più significativa apertura verso le autorità di Pechino, ma anche verso quelle più vicine di Pyongyang o quelle di Laos, Myanmar e Vietnam, non sia avvenuta durante uno dei discorsi «diplomatici», in occasione di qualche saluto istituzionale. Il messaggio con la massima valenza geopolitica era contenuto in un testo dedicato all’evangelizzazione. Quelle parole del Papa erano infatti inserite in un discorso ai vescovi dell’Asia, tenuto a porte chiuse in un santuario che sorge nel castello di Haemi, il luogo divenuto la prigionia e patibolo per tremila martiri cristiani uccisi due secoli fa.

Memoria di martirio e di persecuzione, esperienze che si ripetono anche nel Terzo millennio, come non si è mai stancato di ricordare Francesco con i suoi frequenti accenni nelle omelie mattutine a Santa Marta. Eppure la prospettiva evangelica, nuovamente proposta in questi giorni dal Papa, risulta lontanissima dalle posizioni ideologiche che strumentalizzano parole cristiane. E ripropone la parola chiave dell’enciclica «Ecclesiam Suam» pubblicata cinquant’anni fa da Paolo VI: dialogo. Un termine considerato alla stregua di una parolaccia in tempi di «scontro di civiltà». Bergoglio ha invece spiegato che «il dialogo» - non soltanto quello «politico», ma anche quello semplicemente umano - come pure «l’apertura verso tutti», sono essenziali nella missione della Chiesa. Anzi, sono connaturali alla fede cristiana. Il punto di partenza «è la nostra identità propria», ha spiegato il Papa, perché «non possiamo impegnarci in un vero dialogo se non ne siamo consapevoli». Ma non può esserci un dialogo autentico «se non siamo capaci di aprire la mente e il cuore, con empatia e sincera accoglienza verso coloro i quali parliamo». «Empatia» è la parola che corrisponde all’espressione tipica di Bergoglio, «Iglesia de la cercanía», cioè «Chiesa della prossimità». «Se la nostra comunicazione non vuole essere un monologo, dev’esserci apertura di mente e di cuore per accettare individui e culture».

 Non è facile prevedere quale potranno essere gli sviluppi di questo approccio, già inaugurato nel maggio 2007 con la «Lettera ai cattolici cinesi», nella quale Benedetto XVI ricordava che «la Chiesa cattolica che è in Cina ha la missione non di cambiare la struttura o l’amministrazione dello Stato, bensì di annunziare» il Vangelo. E dunque «non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile».

A quel testo papale aveva direttamente contribuito l’allora sotto-segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, Pietro Parolin, che un anno fa Francesco ha voluto quale suo principale collaboratore come cardinale Segretario di Stato. In questi anni il rapporto tra la Santa Sede e Pechino è stato altalenante, ci sono state molte difficoltà, sono stati consacrati vescovi senza l’autorizzazione di Roma, ed è prematuro ipotizzare ciò che accadrà. Ma le prime reazioni che arrivano da Pechino appaiono di segno diverso rispetto a quelle del passato, di fronte alla mano tesa del Papa che ancora una volta non identifica il cristianesimo con l’Occidente e ripete che i cristiani non sono mossi da alcuno spirito di conquista.

Da - http://lastampa.it/2014/08/18/cultura/opinioni/editoriali/papa-e-cina-lincontro-fra-civilt-RmvNe1kYktgugkaf1AYNyH/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il Papa annuncia il «Giubileo della misericordia»
Inserito da: Admin - Marzo 17, 2015, 12:00:10 am
13/03/2015
Il Papa annuncia il «Giubileo della misericordia»
La sorpresa: un Anno Santo straordinario che inizierà l'8 dicembre 2015 e durerà fino al 20 novembre 2016, festa di Cristo Re. Verrà aperta la Porta Santa

Andrea Tornielli
Città del vaticano

«Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore», aveva detto nell'omelia a braccio nella chiesa parrocchiale di sant'Anna in Vaticano, quattro giorni dopo essere diventato Papa. «Io credo che questo sia il tempo della misericordia», ha detto nella conferenza stampa sul volo di ritorno dal suo primo viaggio internazionale in Brasile, il 29 luglio 2013. «La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale, ma è la stessa sostanza del Vangelo», ha scritto in una lettera inviata lunedì scorso all'Università cattolica argentina. Il tema della misericordia è stato centrale in questi primi due anni di pontificato e oggi, nel secondo anniversario della sua elezione, Francesco ha annunciato l'indizione di un Anno Santo della Misericordia. È stato il Papa stesso a comunicarlo, durante la liturgia penitenziale che ha presieduto nella basilica di San Pietro confessando alcuni fedeli. Questo Giubileo straordinario inizierà il prossimo 8 dicembre, nel cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II e durerà fino alla festa di Cristo Re, il 20 novembre 2016.

Ecco le parole con cui Francesco ha annunciato l'Anno Santo: «Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della Misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: “Siate misericordiosi come il Padre”. Questo Anno Santo inizierà nella prossima solennità dell’Immacolata concezione e si concluderà il 20 novembre del 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo e volto vivo della misericordia del Padre».

«Affido l’organizzazione di questo Giubileo - ha aggiunto il Papa - al Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, perché possa animarlo come una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare a ogni persona il Vangelo della misericordia. Sono convinto che tutta la Chiesa potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione a ogni uomo e ogni donna del nostro tempo».

Sul volo di ritorno da Rio de Janeiro, nel luglio 2013, Francesco rispondendo alla domanda di un giornalista aveva detto: «Io credo che questo sia il tempo della misericordia. Questo cambio di epoca, anche tanti problemi della Chiesa – come una testimonianza di alcuni preti non buona, anche problemi di corruzione nella Chiesa – anche il problema del clericalismo, per fare un esempio, ha lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti...  È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti. Io penso, quando il Figliol prodigo è tornato a casa, il papà non gli ha detto: “Ma, tu, senti: accomodati. Cosa hai fatto con i soldi?”. No: ha fatto festa! Poi, forse, quando il figlio ha voluto parlare, ha parlato. Ma la Chiesa deve fare così. Quando c’è qualcuno… ma, non solo aspettarli: andare a cercarli! Questa è la misericordia. E io credo che questo sia un kairós: questo tempo è un kairós di misericordia. Ma questa prima intuizione l’ha avuta Giovanni Paolo II, quando ha incominciato con Faustina Kowalska, la Divina Misericordia… lui aveva intuito che era una necessità di questo tempo».

Il kairós, secondo la tradizione biblica, è la circostanza conveniente, il tempo opportuno per un'iniziativa di Dio da cogliere nel presente. Con l'annuncio di oggi Francesco vuole favorire la riscoperta del sacramento della penitenza e della riconciliazione, e ricordare che «Dio mai si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono». La bolla di indizione sarà resa nota il mese prossimo, nella Domenica della Divina Misericordia (12 aprile) istituita da Giovanni Paolo II. Questo nuovo Anno Santo non rientra dunque in quelli «ordinari» celebrati ogni 25 anni (l'ultimo fu il grande Giubileo del 2000) ma s'innesta sulla scia di quelli «straordinari», che la Chiesa indice in momenti particolari. Tra questi va inserito quello indetto nel 1983 da Papa Wojtyla per celebrare i 1950 anni dalla redenzione operata da Gesù sulla croce nell'anno 33.

«La strada della Chiesa - aveva detto il Papa nell'importante omelia dello scorso 15 febbraio davanti ai nuovi (e vecchi) cardinali - è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano”».

Particolarmente significativa, per comprendere lo sguardo del Papa su questo tema, è l'omelia che ha pronunciato questo pomeriggio in San Pietro e che si è conclusa con l'annuncio del Giubileo. Francesco, commentando il brano evangelico della peccatrice che si prostra davanti a Gesù per cospargergli i piedi di unguento profumato, ha spiegato la differenza tra il suo atteggiamento e quello di Simone il fariseo. Nel primo caso, c'è «l'amore che va oltre la giustizia», mentre «Simone il fariseo, al contrario, non riesce a trovare la strada dell’amore. Rimane fermo alla soglia della formalità... Nei suoi pensieri invoca solo la giustizia e facendo così sbaglia. Il suo giudizio sulla donna lo allontana dalla verità».

«Il richiamo di Gesù spinge ognuno di noi a non fermarsi mai alla superficie delle cose - ha spiegato il Papa - soprattutto quando siamo dinanzi a una persona. Siamo chiamati a guardare oltre, a puntare sul cuore per vedere di quanta generosità ognuno è capace. Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio; tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono. Più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono».

Dopo l'annuncio dell'Anno santo della Misericordia, papa Francesco si è recato a un confessionale della basilica di San Pietro e si è inginocchiato davanti a un penitenziere per confessarsi. Lo stesso gesto avava compiuto anche l'anno scorso nella medesima occasione, prima di confessare alcuni fedeli.

Da - http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/39711/


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Tra migranti e guerre un Papa in prima linea
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 03, 2016, 06:19:03 pm
Tra migranti e guerre un Papa in prima linea
Nei viaggi in America Latina, Usa e Africa ha illustrato il suo credo: sempre con gli ultimi

31/12/2015
Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Il 2015 di Francesco si può riassumere in quattro immagini emblematiche: la prima è quella del Papa che a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, partecipa all’incontro dei movimenti popolari, lo scorso luglio. La seconda è quella, storica, che ritrae il primo Pontefice invitato a parlare di fronte al Congresso degli Stati Uniti, in settembre. La terza e la quarta sono state scattate entrambe a fine novembre: domenica 29 Francesco inaugura il Giubileo della misericordia non a Roma, ma a Bangui, martoriata capitale della Repubblica Centrafricana che in tanti avevano cercato di non fargli visitare enfatizzando allarmi sicurezza. E il giorno dopo, in un piccolo stadio del quartiere «Km 5» di Bangui, il Papa saluta una folla composta da musulmani dopo aver fatto salire l’imam sulla papamobile: un segno importante, due settimane dopo gli attentati di Parigi. Sono quattro scatti che descrivono come il vescovo di Roma abbia saputo portare le periferie del mondo al centro dell’attenzione e sia riuscito a parlare al cuore della nazione più potente del mondo.

Dal punto di vista della vita della Chiesa il 2015 è segnato dall’annuncio a sorpresa e dall’apertura dell’Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia, con la novità delle Porte sante aperte in ogni diocesi e della decisione di dichiarare tali anche le porte delle celle nelle carceri. Poi in ottobre il secondo Sinodo dedicato alla famiglia, conclusione di un lungo lavoro che ha coinvolto le chiese locali.

Il magistero di Francesco ha visto anche aggiungersi una nuova enciclica sociale, la «Laudato si’», interamente dedicata alla custodia del creato. Nel testo, che ha avuto una grande eco, il Papa mostra le connessioni tra lo sfruttamento dell’ambiente, l’attuale modello di sviluppo e la povertà: bisogna eliminare le cause strutturali di un’economia che idolatra il denaro, solo così si potranno fare passi in avanti reali e duraturi per la salvaguardia del pianeta.

L’anno di Francesco si è aperto con un lungo e intenso viaggio nello Sri Lanka e nelle Filippine, conclusosi con la messa più partecipata della storia (quasi sette milioni di persone). A luglio il Papa ha visitato tre Paesi dell’America Latina, per incoraggiare significativi processi di sviluppo sociale che sono in atto: l’Ecuador, la Bolivia e il Paraguay. Bergoglio ha sfidato l’altitudine proibitiva dell’aeroporto di El Alto e della capitale boliviana La Paz e ha incontrato i movimenti popolari: cartoneros, «sem terra», sindacalisti, gruppi che lottano per la casa. Quella del Pontefice è una capacità di includere e di dar voce a chi non ne ha. In settembre, l’invito-richiesta a tutte le parrocchie di accogliere una famiglia di rifugiati che scappano dalla guerra.

Il viaggio a Cuba e negli Stati Uniti è avvenuto a meno di un anno dallo storico accordo tra l’Avana e Washington, che ha posto fine ad un altro residuo della Guerra fredda. Le tappe a Washington, New York e Filadelfia erano considerate un appuntamento tra i più difficili per il Papa latinoamericano: si temeva fustigasse i «padroni del mondo», invece ne ha conquistato il cuore perché ha saputo parlare dei loro valori più profondi. 

Ai membri del Congresso che lo applaudivano, dopo essersi presentato come il figlio di emigranti, ha chiesto l’abolizione della pena di morte e ha detto: «Trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione con cui vorremmo essere trattati... Se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità».

Da - http://www.lastampa.it/2015/12/31/societa/speciali/era-il-2015/tra-migranti-e-guerre-un-papa-in-prima-linea-TRo9zRnNivZ1sZqA5DcfGI/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il silenzio di Francesco per le vittime della Shoah
Inserito da: Arlecchino - Luglio 30, 2016, 11:13:22 am
Il silenzio di Francesco per le vittime della Shoah
Ad Auschwitz il momento più commovente della visita del Papa in Polonia. L’incontro con i superstiti e i “Giusti tra le Nazioni” che salvarono gli ebrei.
E nel libro d’onore scrive: “Signore abbi pietà del tuo popolo. Signore perdona così tanta crudeltà”

29/07/2016
ANDREA TORNIELLI - INVIATO AD AUSCHWITZ-BIRKENAU
 
E’ la giornata del silenzio e della preghiera. Papa Francesco procede lentamente, da solo, attraversando il famoso arco con la scritta: “Il lavoro rende liberi”. Percorre un po’ di strada a bordo di una vettura elettrica, poi - seduto su una panchina tra gli alberi - prega muto nella piazza dell’Appello, luogo dell’impiccagione dei prigionieri, dove san Massimiliano Kolbe ha offerto la sua vita per un altro prigioniero, un gesto di amore nel luogo della barbarie e della disumanità. Mani giunte, a tratti anche con il capo chino e gli occhi chiusi, Francesco ha pregato da solo in silenzio per diversi minuti.
 
Bergoglio, terzo Pontefice a varcare le porte di Auschwitz e Birkenau, i campi di concentramento dove vennero sterminati più di un milione di ebrei, ha scelto di non pronunciare discorsi. Perché il silenzio è la più alta forma di rispetto per le vittime. Quello che aveva da dire sull’immane tragedia della Shoah, Francesco lo aveva detto allo Yad Vashem, a Gerusalemme, e nel dialogo con l’amico rabbino Abraham Skorka: “La Shoah è un genocidio come gli altri genocidi del XX secolo, ma ha una particolarità. Non intendo dire che è di primaria importanza mentre gli altri sono di secondaria importanza, ma c’è una particolarità, una costruzione idolatrica contro il popolo ebreo. La razza pura e l’essere superiore sono gli idoli sulla cui base si costituì il nazismo. Non è solo un problema geopolitico, ma esiste anche una questione religiosa e culturale. E ogni ebreo che veniva ucciso era uno schiaffo al Dio vivo in nome degli idoli”.
 
Papa Francesco in visita ad Auschwitz
Nel luogo del massacro, ogni parola sarebbe risultata riduttiva. Il Papa è stato accolto dalla premier Beata Maria Szydlo. Nel Blocco 11 incontra personalmente undici superstiti, l’ultimo dei quali gli consegna una candela con la quale Francesco accende una lampada come dono al campo. La lampada, con stemma in argento dorato, è costituita da una base in legno di noce tornito, che si ispira al reticolato del campo di concentramento, ormai eroso dal tempo, quale rappresentazione del potere che arriva a teorizzare la supremazia sull’uomo e sulla natura.
 
Tre dei superstiti hanno più di cento anni. Allo Yad Vashem, Francesco aveva baciato la mano dei sopravvissuti, ora qui ad Auschwitz, all’interno del Blocco 11, li abbraccia uno ad uno, dopo aver stretto la mano a ciascuno. C’è chi gli mostra delle foto e chiede una sua firma per ricordo. E c’è anche chi per salutarlo gli bacia la mano. 
 
La seconda tappa, sempre ad Auschwitz, è la visita e la preghiera nella cella dove morì Kolbe, conventuale francescano polacco. 
 
Nella cella della fame, illuminata da una piccola finestra sbarrata, Francesco si siede da solo, nella penombra. E prega in silenzio. Sui muri ci sono i graffiti, tra i quali una croce. Padre Kolbe, al medico che gli iniettava l’acido fenico per accelerare la morte, aveva detto: “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a nulla, solo l’amore crea”. 
 
Il Pontefice argentino ha firmato il Libro d’Onore sistemato in un piccolo tavolo di un corridoio. “Signore - ha scritto il Papa - abbi pietà del tuo popolo. Signore perdona così tanta crudeltà”. 
 
Quindi Francesco si è spostato a Birkenau, il vero luogo simbolo della Shoah, entrando dall’ingresso principale e procedendo - a bordo di una vettura elettrica - parallelamente alla ferrovia, lungo quel binario che portava alla morte. Davanti al monumento alle vittime delle Nazioni lo attendono un migliaio di ospiti. . Il Papa passa in rassegna le lapidi commemorative delle vittime nelle varie lingue. E prega silenziosamente.
 
Francesco depone poi una candela accesa. E sotto di essa lascia alcuni fogli. L’unica voce che si alza è quella del rabbino capo della Polonia che canta in ebraico il salmo 130, il “de profundis”. Il testo viene riletto in polacco da un sacerdote.
 
All’altezza dell’ultima lapide lo attendono venticinque “Giusti tra le Nazioni”, non ebrei che nell’ora più buia, a rischio della vita propria e di quella dei loro cari, salvarono le vite dei perseguitati. Come accadde alla famiglia Ulma, che accolse nascondendo in una fabbrica otto ebrei, e venne sterminata dai nazisti. Tra i giusti c’è una suora, Janina Kierstan, madre generale delle Sorelle Francescane della famiglia, l’ordine che salvò circa cinquecento bambini ebrei.
 
Il sacrificio di padre Kolbe, quello degli Ulma, e il coraggio dei “Giusti tra le Nazioni” rappresentano un segno di speranza, una luce flebile ma allo stesso tempo potente, nel buio dell’umanità.

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Da - http://www.lastampa.it/2016/07/29/vaticaninsider/ita/vaticano/il-silenzio-di-francesco-per-le-vittime-della-shoah-tlg5lUK4NoO25QYEDjEfEL/pagina.html


Titolo: Card. Angelo SCOLA: “Dobbiamo essere duri con questa Europa che ci lascia soli"
Inserito da: Arlecchino - Novembre 08, 2016, 11:09:07 am
“Dobbiamo essere duri con questa Europa che ci lascia soli”
Vatican Insider intervista il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, alla vigilia dei suoi 75 anni e dunque della presentazione della rinuncia al Papa.
Sull’emergenza immigrati dice: serve un piano Marshall; l’atteggiamento della Ue è «un sintomo molto brutto per il futuro del continente»


Il cardinale Angelo Scola

06/11/2016
ANDREA TORNIELLI
MILANO

Domani, lunedì 7 novembre, il cardinale Angelo Scola, dal 2011 arcivescovo di Milano, compie 75 anni e come tutti i vescovi è tenuto a presentare la rinuncia al Papa. Lo incontriamo a casa sua, in piazza Fontana, in una grigia mattinata autunnale.
 
Perché ha invitato il Papa a Milano e che cosa si aspetta dalla sua visita? 
«Il compito del Papa è confermare i fratelli nella fede. Ne abbiamo un gran bisogno anche come diocesi di Milano. Confermare nella fede significa aiutarci ad affrontare la realtà così com’è, verificare la nostra capacità di essere Chiesa in uscita verso le periferie, nella vita quotidiana di ogni uomo. Sto facendo la visita pastorale: è commovente nel popolo il continuo riferimento al Papa. Sono sicuro che da Francesco riceverà impulso anche l’azione nella società civile: i Dialoghi di vita buona; il Fondo per individuare nuovi posti di lavoro per chi l’ha perduto; l’immigrazione; la lotta contro l’emarginazione che a Milano è molto più diffusa di quanto non sembri. Chiederemo al Papa indicazioni pastorali basate anche sulla sua esperienza di Cardinale latino-americano».
 
Qualche anticipazione sul programma? 
«Ci sarà una grande messa con i fedeli di tutta la Lombardia, un incontro con i sacerdoti e i religiosi e le religiose, la visita a una periferia e ad un carcere».
 
La Chiesa italiana si è sintonizzata con Francesco dopo tre anni di pontificato? 
«Nel popolo, certamente. Basterebbe il dato dell’incremento delle confessioni per il Giubileo. In Duomo non ci sono state pause, neanche in estate. Certo, poi ci sono alcuni che si assumono la responsabilità di avanzare delle riserve sul Papa, anche se in Italia mi sembra che siano molto minoritari. Il Papa è un dono grande, soprattutto per noi europei che di cambiamento avevamo un gran bisogno. Dobbiamo evitare di ridurre la sua azione a slogan e non dobbiamo scimmiottarlo, anche noi vescovi: ognuno sia se stesso come il Papa ci chiede. Non è una cosa facile, richiede atteggiamento di conversione».
Lunedì 7 novembre lei compie 75 anni, l’età in cui in vescovi presentano la rinuncia. Quando lascerà? E come vive questo momento? 
«Lo vivo con serenità. Invecchiando, una cosa si fa sempre più evidente: si vive al cenno di un Altro. Del futuro non so ancora nulla, qualsiasi cosa il Papa decida, sono pronto. Sono tranquillo e ... non mi mancherà il lavoro».
 
Ci sarà lei ad accogliere Francesco il 25 marzo? 
«Penso proprio di sì, questo credo di poterlo dire».
 
Una difficoltà che ha vissuto di questi anni a Milano? 
«In una mega-diocesi come questa si fa fatica a vivere i rapporti faccia a faccia. Da questo punto di vista ammiro molto il modo di muoversi del Papa. Ho trovato grande consolazione nelle 46 assemblee decanali già svolte per la visita pastorale, perché lì il faccia a faccia si realizza». 
 
Che cosa dovrebbero fare le Chiese europee di fronte alla secolarizzazione? 
«Bisogna farla finita con la mistica depressiva sui “lontani” e sulle strategie dei cristiani per raggiungerli. Gesù è venuto a condividere il quotidiano, nessuno è “lontano” dall’esperienza umana del lavoro o degli affetti. Bisogna vivere la propria vita secondo i sentimenti e il pensiero di Gesù, e comunicarlo con semplicità, senza affidarsi a progetti astratti fatti a tavolino e senza pararsi dietro al “si è sempre fatto così”».
 
Come vede oggi la città di Milano il suo arcivescovo? 
«Vedo una decisa volontà di cambiamento. Ci sono fattori interessanti che provengono dalla società civile. Penso a Expo, al manifestarsi di nuove forme di lavoro o alla ripresa di un certo gusto a trovarsi insieme: guardiamo per esempio, al fenomeno della Darsena. Qualcosa di simile avveniva negli anni Sessanta: mi ricordo che alle sette di sera piazza Duomo si riempiva di gente che discuteva di qualsiasi cosa. C’è voglia di una nuova Milano. Resta però sempre il rischio di lasciar da parte la questione del “senso del vivere” che, per noi cristiani, è la questione della fede».
 
E la politica, a Milano e in Italia? 
«C’è da chiedersi che cosa sia la politica oggi. A partire da “casa nostra”. Sono personalmente convinto che il cattolicesimo politico sia finito. Questo si lega alla crisi dei partiti. I cattolici devono inventare altre modalità di partecipazione». 
 
Quali forme? 
«Il tema della dignità della persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri, le leggi connesse a questi diritti, delle libertà realizzate, della solidarietà, della sussidiarietà... Sono tanti lampioni accesi. Però è come se non fossero accesi ai bordi di una strada tracciata. Gli strumenti per renderli praticabili sono in mano al pulviscolo delle associazioni di volontariato che rappresentano la vera ricchezza della società civile milanese. Ma non si vedono ancora all’orizzonte forme di politica adeguate a questo cambiamento».
 
Che cosa pensa delle reazioni di rifiuto dei migranti che si sono verificate nelle ultime settimane? 
«Noi educhiamo e spieghiamo troppo poco, così diventiamo preda di strumentalizzazioni. Siamo di fronte a un processo storico, i dati Onu ci parlando di decine di milioni di esseri umani in movimento in tutto il pianeta. La storia non ci domanda il permesso di innescare i processi. Ci chiede però di intervenire per orientarli. È questione di responsabilità». 
 
Come risponde la Chiesa? 
«Con l’atteggiamento del Buon Samaritano, nell’immediato: arrivi e ti aiuto. Diverso è il compito della politica. Serve una sorta di piano Marshall almeno a livello europeo per affrontare il problema, sia nei paesi di partenza come nei nostri. A Milano sperimentiamo l’accoglienza diffusa: 4 o 5 persone per parrocchia o associazione. Questo rende tutto più praticabile. Parrocchie, associazioni e Caritas ne accolgono circa 3.000. Il nostro popolo di fronte al bisogno si mobilita. Ho fiducia in questi percorsi di integrazione, anche se chiederanno tempo. Le reazioni scomposte sono inevitabili, ma non vedo una deriva razzista nella nostra gente». 
 
Che cosa pensa dell’atteggiamento della Ue? 
«Noi italiani dobbiamo essere molto duri con questa Europa perché ci sta lasciando soli. È un sintomo molto brutto per il futuro del continente, non vorrei che fosse il sintomo di una malattia mortale. La crisi dell’Europa è clamorosa». 
 
Che cosa può dire dell’emarginazione nascosta che esiste a Milano? Si parla di 13 mila poveri... 
«Credo siano purtroppo molti di più. Nella prima grande periferia non c’è parrocchia senza un nucleo emarginato. Non ci sono le favelas, ma c’è comunque gente che non riesce a mettere insieme due pasti al giorno. Oppure ci sono situazioni come quella che ho visto alle Case Bianche, con anziani immobilizzati al nono piano perché l’ascensore non funziona. Questo ha fatto fiorire un volontariato generoso. Penso a situazioni di degrado in quartieri come San Siro o Turro. Tanta gente che si impegna. Il Banco alimentare, ad esempio: milioni di persone che usufruiscono del cibo recuperato. Il popolo di fronte al bisogno si mobilita, ma occorre anche essere educati, ad esempio, a non sprecare il cibo. Il sindaco Cacciari mi disse che il Comune senza l’aiuto della Chiesa non potrebbe garantire un welfare sufficientemente articolato. Ma il nesso carità-cultura ancora non si vede. È spesso generosità che fa fatica a diventare mentalità».
 
I recenti terremoti hanno fatto dire a qualcuno che si tratta di una punizione divina. Che cosa risponde? 
«Gesù ha già dato una risposta, parlando del crollo della torre di Siloe, che uccise 18 persone: “Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No...”. Non sostituiamoci a Dio nel ruolo del giudice. Queste terribili occasioni sono chiamate a generare comunione cristiana e amicizia civica. Sono una provocazione a porci le domande vere, alla conversione personale, comunitaria e sociale. Un motivo di maggiore abbandono al mistero divino. Tocca a noi chiederci se viviamo bene il nostro rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi, con il creato. Mi ha colpito la generosità dei milanesi: le parrocchie hanno raccolto un milione mezzo di euro, più mezzo milione la Caritas».
 
Ha visto le prime puntate di «The Young Pope»? Che cosa ne pensa? 
«Ho guardato qualche spezzone. È un film di fantasia. Ci sono luoghi comuni ben celati da una fantasia sbrigliata e da una straordinaria tecnica filmica».
 
Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/11/06/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/il-terremoto-non-sostituiamoci-a-dio-nel-ruolo-del-giudice-sth1IOoZ2vvA09rQsXwwnN/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Papa Francesco: “Il dramma di Lampedusa mi ha fatto sentire...
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 08, 2017, 09:33:32 pm
Papa Francesco: “Il dramma di Lampedusa mi ha fatto sentire il dovere di mettermi in viaggio”
Il Pontefice: vale la pena

Pubblicato il 08/01/2017
Ultima modifica il 08/01/2017 alle ore 08:52

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

non era in programma, però era importante andare. Poi non ho più smesso: è faticoso ma per quei sorrisi ne
Esce nelle librerie martedì 10 gennaio il libro «In viaggio» (Piemme edizioni, pagg. 348, 18 euro), il racconto dei viaggi internazionali di Papa Francesco scritto da Andrea Tornielli, giornalista della Stampa e coordinatore del sito web Vatican Insider. La prima sorprendente trasferta a Lampedusa, poi il Brasile, la Terra Santa, l’Asia, l’America Latina, Cuba e gli Stati Uniti, la Porta Santa aperta anticipatamente in Africa, Asia, ma anche la sorpresa dell’isola di Lesbo con la visita al campo profughi e i viaggi-lampo a Tirana, Sarajevo, Lund… Territori affascinanti e città emblematiche, luoghi complessi e popolazioni eterogenee, che hanno visto il Pontefice denunciare con decisione il narcotraffico, la vendita di armi, la corruzione, addirittura lo schiavismo in certi settori dell’economia, e definire tragedia umanitaria la questione delle migrazioni dal Sud al Nord del mondo. Un Papa pellegrino di pace, ma anche un profeta scomodo, che invita le Chiese locali a essere vicine ai settori più emarginati della società. 

Il libro è un diario di viaggio, con retroscena, episodi inediti e il racconto in presa diretta degli incontri di Bergoglio avvenuti attorno al mondo dal 2013 ad oggi. E si apre con un capitolo che contiene un lungo colloquio con Francesco sui suoi viaggi. Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervista. 

Santità, lei ama viaggiare? 
«Sinceramente no. Non mi è mai piaciuto molto viaggiare. Quando ero vescovo nell’altra diocesi, a Buenos Aires, venivo a Roma soltanto se necessario e se potevo non venire, non venivo. Mi è sempre pesato stare lontano dalla mia diocesi, che per noi vescovi è la nostra “sposa”. E poi io sono piuttosto abitudinario, per me fare vacanza è avere qualche tempo in più per pregare e per leggere, ma per riposarmi non ho mai avuto bisogno di cambiare aria o di cambiare ambiente».

Si aspettava, all’inizio del pontificato, che avrebbe viaggiato così tanto? 
«No, no, davvero! Come ho detto, non mi piace molto viaggiare. E mai avrei immaginato di fare così tanti viaggi...».

Come ha cominciato? Che cosa le ha fatto cambiare idea? 
«Il primissimo viaggio è stato quello a Lampedusa. Un viaggio italiano. Non era programmato, non c’erano inviti ufficiali. Ho sentito che dovevo andare, mi avevano toccato e commosso le notizie sui migranti morti in mare, inabissati. Bambini, donne, giovani uomini... Una tragedia straziante. Ho visto le immagini del salvataggio dei superstiti, ho ricevuto testimonianze sulla generosità e l’accoglienza degli abitanti di Lampedusa. Per questo, grazie ai miei collaboratori, è stata organizzata una visita lampo. Era importante andare là. Poi c’è stato il viaggio a Rio de Janeiro, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si trattava di un appuntamento già in agenda, già stabilito. Sempre il Papa è andato alle GMG (...). Il viaggio non è mai stato in discussione, bisognava andare, e per me è stato il primo ritorno nel continente latinoamericano».

La GMG era un appuntamento a cui il Papa non poteva mancare. Ma gli altri? 
«Dopo Rio è arrivato un altro invito e poi un altro ancora. Ho risposto semplicemente di sì, lasciandomi in qualche modo “portare”. E ora sento che devo fare i viaggi, andare a visitare le Chiese, incoraggiare i semi di speranza che ci sono».

Quanto le pesano le trasferte internazionali, dal punto di vista fisico? 

«Sono pesanti, ma diciamo che per il momento me la cavo. Forse mi pesano dal punto di vista psicologico più ancora che dal punto di vista fisico. Avrei bisogno di più tempo per leggere per prepararmi. Un viaggio non impegna soltanto per i giorni durante i quali si sta fuori, nel Paese o nei Paesi visitati. C’è anche la preparazione, che solitamente avviene in periodi nei quali c’è anche tutto il lavoro ordinario da svolgere. Quando ritorno a casa, in Vaticano, di solito il primo giorno dopo il viaggio è abbastanza faticoso e ho bisogno di recuperare. Ma porto sempre con me volti, testimonianze, immagini, esperienze... Una ricchezza inimmaginabile, che mi fa sempre dire: ne è valsa la pena».

Ha cambiato qualcosa nell’agenda già consolidata dei viaggi papali? 
«Non molto. Ho cercato, ad esempio, di eliminare del tutto i pranzi di rappresentanza. È naturale che sia le autorità istituzionali del Paese visitato, sia i confratelli vescovi, desiderino festeggiare l’ospite che arriva. Non ho nulla contro lo stare a tavola in compagnia. Ricordiamoci che il Vangelo è pieno di racconti e di testimonianze che descrivono proprio circostanze come questa: il primo miracolo di Gesù avviene durante un banchetto di nozze (...). Ma se l’agenda del viaggio, come accade quasi sempre, è già pienissima di appuntamenti, preferisco mangiare in modo semplice e in poco tempo».

Quali sentimenti prova di fronte all’entusiasmo della gente che l’aspetta per ore per vederla passare sulle strade? 
«Il primo sentimento è quello di chi sa che ci sono gli “Osanna!” ma come leggiamo nel Vangelo, possono arrivare anche i “Crucifige!”. Un secondo sentimento lo traggo da un episodio che ho letto da qualche parte. Si tratta di una frase detta dall’allora cardinale Albino Luciani a proposito degli applausi che un gruppo di chierichetti accogliendolo gli aveva tributato. Disse più o meno così: “Ma voi potete immaginare che l’asinello su cui sedeva Gesù nel momento dell’ingresso trionfale a Gerusalemme potesse pensare che quegli applausi fossero per lui?”. Ecco il Papa deve aver coscienza del fatto che lui “porta” Gesù, testimonia Gesù e la sua vicinanza, prossimità e tenerezza a tutte le creature, in modo speciale quelle che soffrono. Per questo qualche volta a chi grida “viva il Papa” ho chiesto invece di gridare “Viva Gesù!”. Ci sono poi espressioni bellissime a proposito della paternità in uno dei dialoghi del beato Paolo VI con Jean Guitton. Papa Montini confidava al filosofo francese: “Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli. È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io mi stancherò mai di benedire o di perdonare”. Paolo VI diceva questo subito dopo essere tornato dall’India. Credo che siano parole che spiegano il perché i Papi nell’epoca contemporanea, abbiano deciso di viaggiare». 

Ricordi dei viaggi che le sono rimasti indelebili nella memoria? 
«L’entusiasmo dei giovani a Rio de Janeiro, che mi tiravano di tutto nella papamobile. E poi, sempre a Rio, quel bambino che riuscendo a intrufolarsi ha salito le scale di corsa e mi ha abbracciato. Ricordo la gente accorsa al santuario di Madhu, nel nord dello Sri Lanka dove ad accogliermi ho trovato, oltre ai cristiani, anche i musulmani e gli indù, un luogo dove i pellegrini arrivano come membri di un’unica famiglia. O l’accoglienza nelle Filippine. Ho ancora davanti agli occhi il gesto di quei papà che alzavano i loro bambini, perché li benedicessi, e mi sembrava che volessero dire: questo è il mio tesoro, il mio futuro, il mio amore, per lui vale la pena di lavorare e di fare sacrifici. E c’erano anche tanti bambini disabili, e i loro genitori non nascondevano il loro figlio, me lo porgevano perché lo benedicessi affermando con i loro gesti: questo è il mio bambino, è così, ma è mio figlio. Gesti nati dal cuore. Ancora ricordo le tante persone che mi hanno accolto a Tacloban, sempre nelle Filippine. Pioveva tanto quel giorno. Dovevo celebrare la messa per ricordare le migliaia di morti provocati dal Tifone Hayan, e il maltempo per poco non faceva saltare il viaggio. Ma non potevo non andare: mi avevano tanto colpito le notizie su quel tifone che aveva devastato quella zona nel novembre 2013. Pioveva e io indossavo un impermeabile giallo sopra le vesti per la messa che abbiamo celebrato lì, come si poteva, in un piccolo palco frustrato dal vento. Dopo la messa un cerimoniere mi ha confidato che era rimasto colpito e anche edificato perché i ministranti, nonostante la pioggia, mai avevano mai perso il sorriso. C’era il sorriso anche sul volto dei giovani, dei papà e delle mamme. Una gioia vera, nonostante i dolori e la sofferenza di chi ha perso la casa e qualcuno dei suoi cari».

Dopo un viaggio, che cosa accade: come ricorda le persone incontrate? 
«Le porto nel mio cuore, prego per loro, prego per le situazioni dolorose e difficili con le quali sono venuto in contatto. Prego perché si riducano le disuguaglianze che ho visto». 
   
Tanti viaggi nel mondo, quasi nessuno nei Paesi dell’Unione Europea. Perché? 
«L’unico Paese dell’Unione Europea che ho visitato è stata la Grecia, con il viaggio di appena cinque ore a Lesbos per incontrare e confortare i profughi, insieme con il miei fratelli Bartolomeo di Costantinopoli e Hyeronimos di Atene (...). Sono poi andato al Parlamento Europeo e al Consiglio d’Europa a Strasburgo, ma quella è stata piuttosto una visita a un’istituzione, non a un Paese. Ma ho comunque visitato altri Paesi che sono europei pur non facendo parte della Unione: l’Albania e la Bosnia Erzegovina. Ho preferito privilegiare quei Paesi nei quali posso dare un piccolo aiuto, incoraggiare chi nonostante le difficoltà e i conflitti lavora per la pace e per l’unità. Paesi che sono, o che sono stati, in gravi difficoltà. Questo non significa non avere attenzione per l’Europa che incoraggio come posso a riscoprire e a mettere in pratica le sue radici più autentiche, i suoi valori. Sono convinto che non saranno le burocrazie o gli strumenti dell’alta finanza a salvarci dalla crisi attuale e a risolvere il problema dell’immigrazione, che per i Paesi dell’Europa è la maggiore emergenza dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale».

Tra le novità dei viaggi papali c’è, immagino, un protocollo diverso riguardante la sicurezza. È così? 
«Io sono grato ai gendarmi e alle guardie svizzere per essersi adattati al mio stile. Non riesco a muovermi nelle macchine blindate o nella papamobile con i vetri antiproiettile chiusi. Comprendo benissimo le esigenze di sicurezza e sono grato a quanti, con dedizione e molta, davvero molta fatica durante i viaggi mi sono vicini e vigilano. Però un vescovo è un pastore, un padre, non ci possono essere troppe barriere tra lui e la gente. Per questo motivo ho detto fin dall’inizio che avrei viaggiato soltanto se mi fosse stato sempre possibile il contatto con le persone. C’era apprensione durante il primo viaggio a Rio de Janeiro, ma ho percorso tante volte il lungomare di Copacabana con la papamobile aperta, salutando i giovani, fermandomi con loro, abbracciarli. Non c’è stato un incidente in tutta Rio de Janeiro, in quei giorni. Bisogna fidarsi e affidarsi. Sono consapevole dei rischi che si possono correre. Devo dire che, forse sarò incosciente, non ho timori per la mia persona. Ma sono invece sempre preoccupato per l’incolumità di chi viaggia con me e soprattutto della gente che incontro nei vari Paesi. Quello che mi impensierisce sono i rischi concreti, le minacce per chi viene e partecipa a una celebrazione o a un incontro. C’è sempre il pericolo di un gesto inconsulto da parte di qualche pazzo. Ma c’è sempre il Signore». 

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Titolo: ANDREA TORNIELLI. Giochi di potere e preservativi, papa Francesco sfida i ...
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 29, 2017, 08:41:47 pm
Giochi di potere e preservativi, papa Francesco sfida i Cavalieri di Malta
Deve lasciare il Gran Maestro che aveva silurato il Cancelliere per il “condom-gate” in Myanmar
L’Ordine nato nell’XI secolo oggi può contare su un patrimonio di 1,7 miliardi di euro, centomila volontari e circa 2000 opere di assistenza a rifugiati e poveri distribuite in tutto il mondo

Pubblicato il 26/01/2017
Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Un Gran Maestro in carica a vita, molto british e appassionato di caccia alla volpe, che si dimette improvvisamente dopo un’udienza con il Papa. Un cardinale «patrono» americano che porta scompiglio all’interno di una delle istituzioni cavalleresche più antiche, contribuendo a defenestrare il numero due dell’Ordine, il Gran Cancelliere Albrecht Freiherr von Boeselager, membro di un’antica e nobile famiglia tedesca antinazista. Una vecchia storia di preservativi distribuiti da una ONG in Myanmar. Lettere, contro-lettere e pubblici comunicati senza un barlume di diplomazia. Quelle vissute dall’antico e potente Sovrano Militare Ordine di Malta sono state festività natalizie di fuoco. Ieri il clamoroso epilogo: le dimissioni di Sua Altezza il Gran Maestro Matthew Festing, rassegnate su richiesta di Francesco e accompagnate dalla decisione papale di nominare a breve un «delegato pontificio» che accompagni i Cavalieri in questa fase delicata della loro storia. Così da non creare contraccolpi a una realtà che conta 2000 opere di assistenza ai rifugiati e ai poveri, con 100 mila volontari e un patrimonio di un miliardo e 700 milioni di euro da impiegare a servizio di chi ha più bisogno.

I preservativi in Myanmanr 
Von Boeselager, figlio dell’omonimo barone che nel 1944 partecipò al complotto contro Adolf Hitler, viene eletto Gran Cancelliere e dunque numero tre nella gerarchia dell’Ordine dei Cavalieri di Malta nel 2014, contro il volere del Gran Maestro Festing che gli aveva opposto una lista alternativa. I rapporti tra i due diventano tesi. Boeselager è molto stimato, come attestano le decine di testimonianze interne all’Ordine raccolte dalla commissione vaticana d’inchiesta. Con l’arrivo quale cardinale patrono del porporato americano conservatore Raymond Leo Burke, Festing trova un alleato. L’occasione per la resa dei conti è una storia accaduta nel 2013, quando Boeselager, non ancora Cancelliere, si occupava delle iniziative assistenziali nel mondo. Una ONG che collabora con i Cavalieri di Malta aveva distribuito dei preservativi in Myanmar. E lui, secondo l’accusa, ne sarebbe stato a conoscenza.

Il coinvolgimento del Papa 
Entra in gioco direttamente il cardinale Burke, sempre più influente nell’Ordine, che il 10 novembre 2016 va in udienza dal Papa. E gli assicura essere Boeselager il responsabile del «condom-gate». Burke chiede anche una lettera pontificia per avallare la defenestrazione del Gran Cancelliere considerato ormai troppo «liberale». Francesco scrive una missiva invitando i Cavalieri a vigilare sul rispetto della morale cattolica, ma chiede esplicitamente di risolvere la contesa con un confronto interno, senza tagliare delle teste. La volontà del Papa, che non avalla affatto la rimozione di Boeselager, non viene però presa in considerazione. Il 15 dicembre il Gran Cancelliere viene allontanato. Francesco, che era stato chiamato in causa dal cardinale Burke, fa intervenire il Segretario di Stato Pietro Parolin, il quale per ben due volte scrive al Gran Maestro spiegando quali fossero le reali indicazioni papali.

La commissione e il comunicato 
L’Ordine però resiste. Bergoglio decide allora di nominare una commissione d’inchiesta sulla rimozione appena avvenuta e ne affida la guida all’arcivescovo Silvano Tomasi. Il Gran Maestro Festing controbatte in modo durissimo, con un comunicato nel quale rivendica l’autonomia dei Cavalieri, non riconosce alcuna legittimità alla commissione e impone ai vertici dell’Ordine di non collaborare. Gli investigatori vaticani, grazie a molte testimonianze e documenti, scoprono che a Francesco non è stata raccontata la verità e che il rapporto sul caso dei condom non sarebbe stato riportato correttamente e integralmente. Boeselager, conclude la commissione, non ha responsabilità: appena venuto a sapere della distribuzione aveva interrotto la collaborazione con l’ONG. La sfida aperta del Gran Maestro alla Santa Sede, e le informazioni non complete sul caso dei preservativi sono la goccia che fa traboccare il vaso. Il 24 gennaio Festing incontra Francesco e viene invitato a dimettersi. Accetta, anche se il cardinale Burke nelle ore successive tenta di dissuaderlo, mettendosi dunque apertamente contro il Papa.

La sorpresa del «delegato» 
L’Ordine di Malta gode dell’autonomia di uno Stato sovrano e ha propria diplomazia. Secondo gli statuti il governo viene assunto ad interim dal Gran Commendatore, ma un comunicato vaticano ha annunciato ieri l’imminente nomina di un «delegato pontificio». Un rappresentante di fiducia del Papa, che accompagni questa fase delicata fino all’elezione del nuovo Gran Maestro, senza che siano messe a rischio le benemerite opere di carità.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/01/26/italia/cronache/giochi-di-potere-e-preservativi-papa-francesco-sfida-i-cavalieri-di-malta-3EChH85lqAfYkxgITOhQaN/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Bagnasco: La legge sul fine vita è radicalmente individualista
Inserito da: Arlecchino - Marzo 22, 2017, 12:25:21 pm

Bagnasco: “La legge sul fine vita è radicalmente individualista”
Aprendo il consiglio permanente Cei il cardinale critica l'impostazione delle norme discusse dal Parlamento. Appello contro l'utero in affitto («colonialismo capitalistico») e la cultura del gender
Pubblicato il 20/03/2017 - Ultima modifica il 21/03/2017 alle ore 07:48

Andrea Tornielli
Roma

La legge sul fine vita in discussione al Parlamento italiano «è radicalmente individualista», adatta «a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato». Lo ha affermato il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, aprendo il pomeriggio di lunedì 20 marzo 2017 i lavori del consiglio permanente dei vescovi italiani. Nel suo intervento il porporato ha parlato dell'utero in affitto e della «cultura del gender», ma anche di disoccupazione giovanile e denatalità.

Fine vita da cambiare
«La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare - ha spiegato - è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone». Il cardinale ha detto che l'impostazione personalista «oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali». Bagnasco ha voluto chiarire: «È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

L'utero “in affitto” è colonialismo capitalistico
Poi Bagnasco è entrato nel dibattito in corso sulla «stepchild adoption», ricordando il «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino. Diversamente, si nega ai minori un diritto umano basilare, garantito dalle Carte internazionali e riconosciuto da sempre nella storia umana. Tale diritto non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri. Essere genitore è una cosa buona e naturale, ma non a qualunque condizione e a qualunque costo». Il cardinale ha definito una «violenza discriminatoria» quella esercitata verso le donne con la pratica della maternità surrogata, conosciuta come “utero in affitto”. «In questo caso - ha aggiunto il presidente della Cei - avviene una duplice ingiustizia: innanzitutto è violata la Dichiarazione dei diritti del fanciullo (1959), che recita: “Salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre”. Inoltre, sono negati i diritti delle madri surrogate, che diventano madri nascoste, anzi inesistenti, dopo essersi sottoposte – spinte per lo più dalla povertà – ad una nuova forma di colonialismo capitalistico: si commissiona un bambino, potendosi servire anche di elenchi – si fa fatica perfino a dirlo – di “cataloghi” che indicano paesi, categorie di donne, opzioni e garanzie di riuscita del “prodotto” che – se non corrisponde – viene scartato». Il cardinale ha poi criticato i «percorsi estremamente lunghi e difficoltosi» per le adozioni in Italia, pur in presenza di «una moltitudine» di famiglie che le chiedono.

Gender, sessualità banalizzata
Il presidente dei vescovi italiani ha quindi osservato: «Non di rado accade, in alcuni Paesi europei, che, con motivazioni condivisibili, si trasmettano visioni e categorie che riguardano la cultura del gender, e si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento». Bisogna dunque, ha continuato, che «gli adulti siano molto vigili». «Nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare – in modo diretto o indiretto – lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori che, in quanto tali, non possono difendersi».

Disoccupazione e giovani
Il cardinale osserva che in Italia «la prima e assoluta urgenza resta ancora il lavoro: sono ormai lunghi anni che il problema taglia la carne viva di persone – adulti e giovani – e di famiglie. La vita della gente urla questa sofferenza insopportabile: deve avere la sicurezza nei fatti che questo grido è ascoltato e preso in seria e diuturna considerazione. Sarebbe nefasto che nei luoghi della responsabilità la voce dei disoccupati e dei poveri arrivasse flebile e lontana. Semplificare le realtà difficili e complesse non è giusto: questo approccio genera populismo facile e superficiale, spesso urlato, a volte paludato, comunque ingannatore e inconcludente, e seriamente pericoloso!». Dopo aver ripetuto come la famiglia rimanga il principale ammortizzatore sociale, Bagnasco ha ricordato che «nel nostro splendido Meridione la disoccupazione giovanile è arrivata al 57%, mentre la media italiana è del 40%» e che «ogni anno emigrano dal nostro Paese circa trentamila giovani in cerca di fortuna!». Ha quindi citato il fenomeno poco conosciuto di coloro che non avendo né impegni di studio né un lavoro «si rinchiudono in casa creandosi un mondo virtuale» senza mai più uscire: in Italia «si stima che siano almeno 6.000». Eppure, il 92% dei giovani, afferma il cardinale, «dichiara il desiderio di farsi una propria famiglia e di avere due o più figli: è uno straordinario dato di fiducia, reso purtroppo vano dalla mancanza di lavoro stabile».

Sempre meno nascite
Il presidente dei vescovi ha quindi attirato l'attenzione sulla «continua decrescita demografica: nel 2015 le nascite erano 486.000, nel 2016 c’è stato il nuovo record negativo di 474.000 (- 2,4%), tenendo conto anche dei bambini nati da famiglie di immigrati, mentre l’età media risulta crescere in maniera sensibile». Esiste - si è chiesto - una incisiva politica che incoraggi e sostenga la natalità? «Sempre più siamo convinti che – oltre al lavoro – sia urgente incidere su una fiscalità più umana, e chiediamo di giungere al cosiddetto “fattore famiglia” che le Associazioni – a partire dal Forum delle Famiglie – propongono da anni». «La bellezza e la necessità della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita - ha sottolineato Bagnasco - non verranno mai meno, anche se un certo pensiero unico continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione».

L'Europa e noi
Bagnasco ha affermato a proposito di immigrazione, che l’Unione Europea «deve uscire dai propri ambienti chiusi, e arrivare idealmente fino alle nostre coste; deve farsi più responsabile e meno giudicante. A fronte della Brexit e di altri movimenti populisti, «noi crediamo che l’Unione sia un percorso necessario per il bene del Continente. Pertanto c’è ancora più bisogno d’Europa, ma ad una condizione: che l’Europa non diventi altro rispetto a se stessa, alle sue origini giudaico-cristiane, alla sua storia, alla sua identità continentale, alla sua pluralità di tradizioni e culture, ai suoi valori, alla sua missione. L’Unione non è fatta dai capi di Stato, ma dai popoli degli Stati membri, ed è ai popoli che bisogna pensare con stima e rispetto senza imporsi. Accelerare i processi non può significare l’omologazione di culture e tradizioni, e neppure la ricerca di compromessi al ribasso, né aggirare le dichiarazioni e le leggi comuni. E neppure limitare le sovranità nazionali». Il cardinale ha riferito pure che negli ultimi quattro anni, sono stati 2.727 i progetti di formazione e sviluppo sociale sostenuti con i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica, con uno stanziamento pari a 370 milioni e 400 mila euro.   

L'identikit del nuovo presidente della Cei
Nella parte iniziale della sua prolusione il cardinale ha fatto cenno alle ormai prossime elezioni del nuovo presidente dei vescovi italiani, dopo i suoi due mandati quinquennali. E ha elencato tre caratteristiche necessarie al suo successore. «Presiedere la nostra Conferenza è certamente un compito, ma è innanzitutto una grazia. Richiede l’umiltà che non si compiace, ma serve e rende capaci di ascoltare veramente i confratelli, nel segno della stima sincera e della reciproca fiducia, per tentare delle sintesi limpide e alte. Per questo chi presiede non ha bisogno di avere un proprio programma, ma – in spirito di cordiale obbedienza – accoglie prontamente le indicazioni del Papa, Primate d’Italia, e, insieme ai confratelli e al vissuto delle comunità, le declina al meglio per le nostre Chiese. All’umiltà e all’obbedienza si accompagna la discrezione. Essa non cerca la ribalta, anche se l’accetta quando s’impone per dovere, e non esibisce quanto il ruolo richiede in termini di conoscenze e di relazioni».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/03/20/vaticaninsider/ita/news/bagnasco-la-legge-sul-fine-vita-radicalmente-individualista-Pz9q7z13TyT1ISTFgpWK2N/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Il cartello sulla porta del Papa: “Vietato lamentarsi”
Inserito da: Arlecchino - Luglio 17, 2017, 05:10:09 pm

Il cartello sulla porta del Papa: “Vietato lamentarsi”
È il regalo di uno psicologo incontrato all'udienza in piazza San Pietro. Francesco l'ha appeso all'ingresso del suo appartamento a Santa Marta
Pubblicato il 14/07/2017 - Ultima modifica il 14/07/2017 alle ore 10:35

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

Papa Francesco trascorre le sue ferie rimanendo a casa senza perdere il buonumore, a dispetto di alcuni presunti retroscena giornalistici che lo dipingono come incupito e assediato dagli avversari interni: da qualche giorno sulla porta del suo appartamentino a Santa Marta è apparso un eloquente quanto ironico cartello, che recita: «Vietato lamentarsi». Vi si legge che «i trasgressori sono soggetti da una sindrome da vittimismo con conseguente abbassamento del tono dell'umore e della capacità di risolvere i problemi». Che «la sanzione è raddoppiata qualora la violazione sia commessa in presenza di bambini». E conclude così: «Per diventare il meglio di sé bisogna concentrarsi sulle proprie potenzialità e non sui propri limiti quindi: smettila di lamentarti e agisci per cambiare in meglio la tua vita».

A notarlo sono stati gli interlocutori più recenti del Pontefice invitati a Santa Marta, tra i quali un anziano sacerdote italiano, amico di lunga data, il quale - dopo aver chiesto l'autorizzazione - l'ha fotografato per divulgarlo. Era stato lo stesso Francesco a farglielo notare al termine dell'udienza avvenuta all'inizio della settimana ed entrambi avevano sorriso. 

Quel cartello è un'invenzione dello psicologo e psicoterapeuta dal nome biblico Salvo Noè, autore di libri e di corsi motivazionali. Nell'ultimo dei suoi volumi ha dedicato alcune pagine proprio a Bergoglio. Lo scorso 14 giugno, al termine dell'udienza in piazza San Pietro, Noè aveva potuto salutare per alcuni istanti Francesco: gli aveva donato il libro, un braccialetto e il cartello immediatamente apprezzato dal Papa che aveva replicato: «Lo metterò alla porta del mio ufficio dove ricevo le persone». Ora, l’«ufficio» del Papa dove avvengono solitamente le udienze è nel palazzo apostolico, la cui austerità e bellezza non si sarebbero certo sposate bene con quel divieto un po' goliardico. Così Francesco ha deciso di appenderlo fuori dalla porta del suo appartamento.

In molte occasioni l'autore dell'esortazione “Evangelii gaudium” (la gioia del Vangelo) ha invitato i cristiani ad abbandonare l'atteggiamento di continua lamentela: «A volte - aveva detto il Papa alcuni mesi dopo l'elezione - alcuni cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncino all'aceto che di gioiosi che hanno una vita bella!». 

Il sacerdote che ha scattato la foto dice di aver trovato Francesco disteso e sereno. Al lavoro nonostante le ferie su alcune nomine curiali - è attesa quella del nuovo segretario della Congregazione per la dottrina della fede - ma anche sui discorsi del prossimo viaggio in Colombia. Gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio, con le improvvise dimissioni del Revisore generale Libero Milone, il congedo del cardinale George Pell rinviato a giudizio in Australia per presunti abusi su minori e infine la mancata riconferma del cardinale Prefetto dell'ex Sant'Uffizio Gerhard Müller hanno dato adito a molte ipotesi. E hanno anche scatenato una ridda di ricostruzioni a dir poco fantasiose, come quella spacciata per essere «di buona fonte» e invece totalmente falsa, secondo la quale comunicando la mancata riconferma a Müller il Papa lo avrebbe sottoposto a un surreale interrogatorio sul celibato sacerdotale e donne prete. 

O come quella secondo cui Francesco da qualche settimana avrebbe scelto di consumare ancora i pasti nella sala da pranzo comune di Santa Marta ma di spalle, in un angolo più defilato. Peccato che quest'ultima scelta risalga a più di tre anni fa e dunque non ha alcun collegamento con le più recenti e controverse vicende. 

Questo articolo è pubblicato nell'edizione odierna del quotidiano La Stampa 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/07/14/vaticaninsider/ita/vaticano/il-cartello-sulla-porta-del-papa-vietato-lamentarsi-5LYcBMJuxiGmmKiv2hAwPN/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. La confessione di Papa Francesco: “La psicanalisi mi ha ...
Inserito da: Arlecchino - Settembre 01, 2017, 12:00:27 pm
La confessione di Papa Francesco: “La psicanalisi mi ha aiutato”
In un libro gli incontri di anni fa del futuro Pontefice con un’analista ebrea

Pubblicato il 01/09/2017

LEONARDO MARTINELLI, ANDREA TORNIELLI

Padre Jorge Mario Bergoglio, all’età di 42 anni, per sei mesi ogni settimana ha incontrato una psicanalista. È lui stesso a rivelarlo in un libro di prossima pubblicazione in Francia, che contiene la trascrizione di dodici dialoghi con il sociologo Dominique Wolton (titolo: «Politique et société», edizioni L’Observatoire). 
 
Durante una delle interviste, il Papa ha parlato del ruolo avuto da alcune donne nella sua esistenza. «Quelle che ho conosciuto mi hanno aiutato molto quando ho avuto bisogno di consultarmi». Poi si passa alla psicanalista.
 
«Ho consultato una psicanalista ebrea - racconta Bergoglio al suo interlocutore -. Per sei mesi sono andato a casa sua una volta alla settimana per chiarire alcune cose. Lei è sempre rimasta al suo posto. Poi un giorno, quando stava per morire, mi chiamò. Non per ricevere i sacramenti, dato che era ebrea, ma per un dialogo spirituale. Era una persona buona. Per sei mesi mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni». L’esperienza raccontata da Francesco si colloca dunque tra il 1978 e 1979, gli anni della dittatura, quando aveva concluso la non facile esperienza di provinciale dei gesuiti d’Argentina e stava iniziando quella di rettore del Collegio Máximo, dove venivano formati gli studenti che desideravano entrare nella Compagnia. 
 
Chiesa e psicanalisi 
All’inizio la Chiesa ha denunciato il «pansessualismo», ma anche l’ambizione «totalitaria» della psicanalisi. Ad aprire un primo spiraglio fu Pio XII nel 1952, spiegando: «È inesatto sostenere che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte indispensabile di ogni psicoterapia degna di tal nome». Nel luglio 1961, con Giovanni XXIII, il Sant’Uffizio proibì ai preti di praticare la psicanalisi e ai seminaristi di sottoporvisi. Nell’enciclica «Sacerdotalis coelibatis» del 1967 Paolo VI ammetteva la possibilità del ricorso «all’assistenza e all’aiuto di un medico o di uno psicologo competenti» nei seminari e nel 1973, durante un’udienza, affermava: «Abbiamo stima di questa ormai celebre corrente di studi antropologici, sebbene noi non li troviamo sempre coerenti fra loro, né sempre convalidati da esperienze soddisfacenti e benefiche». Come dato curioso si può infine ricordare «Habemus Papam», il film di Nanni Moretti, che racconta di un Pontefice eletto che ricorre - seppur con poca convinzione - al consulto di una psicanalista.
 
«In gabbia, ma libero» 
Il Papa, nei dialoghi con Wolton parla anche della sua vita di oggi. «Mi sento libero. Certo, sono in una gabbia qui al Vaticano, ma non spiritualmente. Non mi fa paura niente». Si scaglia contro quei «preti rigidi, che hanno paura di comunicare. È una forma di fondamentalismo. Quando m’imbatto in una persona rigida, soprattutto giovane, mi dico che è malato. Sono persone che in realtà ricercano una loro sicurezza».
 
Inevitabile, poi, il riferimento all’immigrazione. «La nostra è una teologia di migranti, perché lo siamo tutti fin dall’appello di Abramo, con tutte le migrazioni del popolo d’Israele. E lo stesso Gesù è stato un rifugiato, un migrante. Esistenzialmente, attraverso la fede, siamo dei migranti. La dignità umana implica necessariamente di essere in cammino». Si rammarica del fatto che «l’Europa in questo momento ha paura. Chiude, chiude, chiude...». Il Papa rigetta anche la nozione di «guerra giusta», che pure ha un fondamento nella tradizione della Chiesa e nella legittima difesa dei popoli. Per Bergoglio, «la sola cosa giusta è la pace».
 
La vera laicità 
Francesco tocca anche il tema della laicità. «Lo Stato laico è una cosa sana – dice -. Gesù l’ha detto: bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Ma «credo che in certi Paesi, come la Francia, la laicità abbia una colorazione ereditata dai Lumi davvero troppo forte, che costruisce un immaginario collettivo in cui le religioni sono viste come una sottocultura. Credo che la Francia dovrebbe «elevare un po’ il livello della sua laicità». Sul dialogo con l’Islam, si dice ottimista e accenna al suo rapporto con l’imam di Al-Azhar. Ma afferma anche che «i musulmani non accettano il principio della reciprocità».
 
Quanto al matrimonio gay, ritiene che «da sempre nell’umanità, non solo nella Chiesa cattolica, il matrimonio è fra un uomo e una donna». Ma quelle tra omosessuali accetta di chiamarle «unioni civili».
 
Le piace essere chiamato «Papa dei poveri»? «No, perché è un’ideologizzazione». «Io sono il Papa di tutti, dei ricchi e dei poveri. Dei poveri peccatori, a cominciare da me». A Francesco piace il contatto fisico con i fedeli. «La tenerezza - confida - è qualcosa che procura così tanta pace».
 
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Da - http://www.lastampa.it/2017/09/01/italia/cronache/la-confessione-di-francesco-la-psicanalisi-mi-ha-aiutato-EipxK0cfj2KIzNf0M9qS6J/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. “Rohingya, con i generali non ho negoziato la verità”
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 03, 2017, 01:37:32 pm
“Rohingya, con i generali non ho negoziato la verità”
Francesco spiega la scelta di non nominare la crisi umanitaria dei profughi. «In Myanmar ho rispettato i miei interlocutori, ma il messaggio è arrivato”
Pubblicato il 02/12/2017

ANDREA TORNIELLI
INVIATO SUL VOLO DHAKA-ROMA

«Con i generali non ho negoziato la verità. In Myanmar ho rispettato i miei interlocutori, ma il messaggio è arrivato». Papa Francesco incontra i giornalisti sul volo di ritorno dal Bangladesh e parla a lungo dell’incontro con i Rohingya, raccontando di aver pianto cercando di non farlo vedere. Spiega anche perché non ha pronunciato il nome dell’etnia in Myanmar. Chiede che gli vengano fatte domande inerenti al viaggio, ma per commentare l’escalation di questi giorni e la crescente minaccia di un conflitto nucleare, fa un’eccezione affermando: con le armi atomiche siamo al limite, il creato rischia di essere distrutto. «Siamo al limite della liceità di avere e usare queste armi, perché oggi, con l’arsenale nucleare così sofisticato, si rischia la distruzione dell’umanità». 
 
La crisi dei profughi Rohingya è stata al centro del viaggio. Venerdì in Bangladesh li ha nominati. Le sarebbe piaciuto poter usare quella parola anche in Myanmar? 
«Non era la prima volta che nominavo la parola Rohingya. L’ho fatto varie volte, in pubblico, in piazza san Pietro. Già si sapeva quello che penso e quello che ho detto. La sua domanda è interessante perché mi porta a riflettere su come io cerco di comunicare. Per me la cosa più importante è che il messaggio arrivi. Per questo bisogna cercare di dire le cose passo dopo passo, e ascoltare le risposte. A me interessava che questo messaggio arrivasse. Se nel discorso ufficiale avessi detto quella parola, sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori. Ma ho descritto la situazione, ho parlato dei diritti delle minoranze, per permettermi poi nei colloqui privati di andare oltre. Sono rimasto soddisfatto dei colloqui: è vero, non ho avuto il piacere di sbattere la porta in faccia pubblicamente, ma ho avuto la soddisfazione di dialogare, di far parlare l’altro, di dire la mia. Fino all’incontro e alle parole di venerdì. È importante la preoccupazione che il messaggio arrivi: certe denunce, nei media, qualche volta dette con aggressività, chiudono il dialogo, chiudono la porta, e il messaggio non arriva». 
 
Che cosa ha provato incontrando i profughi? 
«Non era programmato così, sapevo che avrei incontrato i Rohingya, non sapevo dove e come, ma questa era una condizione del viaggio. Dopo tanti contatti col governo e con la Caritas, il governo ha permesso ai Rohingya di viaggiare, è lui che li protegge e dà loro ospitalità, e quello che fa il Bangladesh per loro è grande, è un esempio di accoglienza. Un paese piccolo povero che ha ricevuto 700mila persone… Penso ai Paesi che chiudono le porte! Dobbiamo essere grati per l’esempio che ci hanno dato. Alla fine sono venuti, spaventati. Qualcuno ha detto loro che non potevano dirmi nulla. L’incontro interreligioso ha preparato il cuore di tutti noi, ed è arrivato il momento che venissero per salutare, in fila indiana, quello non mi è piaciuto. Ma poi subito volevano cacciarli via dalla scena e io lì mi sono arrabbiato e ho sgridato un po’: sono peccatore! Ho detto tante volte la parola: rispetto! E loro sono rimasti lì. Poi dopo averli ascoltati uno ad uno ho cominciato a sentire qualcosa dentro, non potevo lasciarli andare senza dire una parola. E ho cominciato a parlare, ho chiesto perdono. In quel momento io piangevo, cercavo che non si vedesse. Loro piangevano pure. Il messaggio è arrivato, non solo qui. Tutti hanno recepito».
 
“Vi chiedo perdono”. Il Papa davanti ai Rohingya pronuncia il loro nome

Ha destato curiosità il suo incontro con il generale Hlaing che ha avuto un ruolo nella crisi del Rakhine: perché ha chiesto di vederla prima del previsto, era un tentativo di manipolarla? Con lui ha parlato dei Rohingya? 
«Distinguerei fra due tipi di incontri, quelli in cui io sono andato a trovare la gente e quelli nei quali io ho ricevuto gente. Il generale ha chiesto, io l’ho ricevuto. Io mai chiudo la porta, parlando non si perde nulla, si guadagna sempre. Non ho negoziato la verità, ma ho fatto in modo che capisse perché una strada come quella dei brutti tempi passati oggi non è perseguibile. È stato un incontro civile. Ha chiesto di venire prima perché doveva partire per la Cina. Se posso spostare l’appuntamento lo faccio. Le sue intenzioni? Non so. A me interessava il dialogo e che fosse lui a venire da me. Il dialogo è più importante del sospetto che volesse dire: io qui comando, e vengo prima. Ho usato con lui le parole per arrivare al messaggio e quando ho visto che il messaggio veniva accettato ho osato dire tutto quello che volevo dire. Intelligenti pauca».
 
Lei in Myanmar ha incontrato Aung San Suu Kyi, il presidente, i monaci… Che cosa porta con sé via da tutti questi incontri? 
«Non sarà facile andare avanti in uno sviluppo costruttivo, non sarà facile per chi volesse tornare indietro. Qualcuno ha detto che lo Stato di Rakhine è molto ricco di pietre preziose e farebbe comodo se fosse senza gente. Non so se sia vero, è un’ipotesi che fanno. Ma credo siamo a un punto in cui non sarà facile andare avanti in modo positivo e non sarà facile tornare indietro. L’Onu ha detto che i Rohingya sono oggi la minoranza etnico-religiosa più perseguitata del mondo, è un punto che pesa per chi vuole tornare indietro. La speranza io non la perdo».
 
Lei parla spesso di migranti: voleva andare al campo profughi dei Rohingya? 
«Mi sarebbe piaciuto, ma non è stato possibile, anche per il tempo, per la distanza. E anche per altri fattori. Ma il campo profughi è venuto, come rappresentanza, da me».
 
Sulla crisi del Rakhine anche l’Isis e gli jihadisti hanno voluto inserirsi… 
«C’erano gruppi terroristi che cercavano di approfittare dei Rohingya, che sono gente di pace. Sempre c’è un gruppo fondamentalista nelle religioni, anche noi cattolici ne abbiamo. I militari giustificano il loro intervento a motivo di questi gruppi. Io non ho scelto di parlare con questa gente, ma con le vittime, con il popolo che da una parte soffriva questa discriminazione e dall’altra era difeso dai terroristi. Il governo del Bangladesh ha fatto una campagna molto forte di tolleranza zero nei confronti del terrorismo. Questi che si sono arruolati all’Isis, benché siano Rohingya, sono un gruppetto fondamentalista piccolino. Questo fanno gli estremisti: giustificano l’intervento che ha distrutto buoni e cattivi».
 
Aung San Suu Kyi è stata criticata per non aver parlato dei Rohingya… 
«Ho sentito, la criticavano per non essere andata nel Rakhine, poi è andata una mezza giornata. Ma nel Myanmar è difficile valutare una critica senza prima chiedersi: era possibile fare questo, come sarà possibile farlo? Il Myanmar è una nazione politicamente in crescita, la situazione politica è di transizione, e per questo le possibilità sono da valutare anche in questa ottica».
 
0Giovanni Paolo II disse nel 1982 che la deterrenza nucleare era «moralmente accettabile». Lei ha detto di recente che anche il possesso di armi nucleari è da condannare. Perché questo cambiamento? Hanno influito le tensioni e le minacce tra il presidente Trump e Kim Jong Un? 
«Che cosa è cambiato? L’irrazionalità. Mi viene in mente l’enciclica Laudato si’, la custodia del creato. Dal tempo di Giovanni Paolo II sono passati tanti anni, e con il nucleare si è andati oltre. Oggi siamo al limite. Questo si può discutere, ma è la mia opinione convinta: siamo al limite della liceità di avere e di usare le armi nucleari. Perché oggi con l’arsenale nucleare così sofisticato si rischia la distruzione dell’umanità, o almeno di gran parte dell’umanità. Questo è cambiato: la crescita degli armamenti, le armi più sofisticate, capaci di distruggere le persone senza toccare le strutture. Siamo al limite e io mi faccio questa domanda. Non è magistero pontificio, ma è la domanda che si fa un Papa: oggi è lecito mantenere questi arsenali nucleari così come stanno? O per salvare il creato e l’umanità non è forse necessario tornare indietro? Pensiamo a Hiroshima e Nagasaki, è accaduto settant’anni fa. E pensiamo a ciò che succede quando nell’energia atomica non si riesce ad avere tutto il controllo. Pensate all’incidente in Ucraina. Per questo, tornando alle armi che servono per vincere distruggendo, dico: siamo al limite della liceità».
 
Sappiamo che vuole visitare l’India, perché non ha potuto andarci? La aspettano nel 2018, milioni di indiani la aspettano… 
«Il primo piano era di andare India e Bangladesh, ma poi le mediazioni sono state ritardate, il tempo premeva e ho scelto questi due paesi: il Bangladesh è rimasto ma abbiamo aggiunto il Myanmar. È stato provvidenziale, perché per visitare l’India ci vuole un viaggio solo per quel paese, devi andare al sud, al centro al nord, per le diverse culture. Spero di poterlo fare nel 2018, se vivo».
 
Alcuni oppongono il dialogo interreligioso e l’evangelizzazione. Qual è la priorità, evangelizzare o dialogare per la pace? Evangelizzare significa suscitare conversioni, che provocano tensioni tra credenti. 
«Prima distinzione: evangelizzare non è fare proselitismo. La Chiesa cresce non per proselitismo ma per attrazione, cioè per testimonianza, come ha spiegato Benedetto XVI. Che cos’è l’evangelizzazione? Vivere il Vangelo e testimoniare come si vive il Vangelo: le beatitudini, il capitolo 25° di Matteo, testimoniare il Buon Samaritano, il perdono settanta volte sette. E in questa testimonianza, lo Spirito Santo lavora e ci sono delle conversioni. Ma noi non siamo molto entusiasti per avere subito le conversioni: se vengono, si parla, per cercare che sia la risposta a qualcosa che lo Spirito ha mosso nel cuore davanti alla testimonianza del cristiano. Un giovane alla GMG di Cracovia mi ha chiesto, cosa devo dire a un compagno di università che è ateo per convertirlo? Ho risposto: l’ultima cosa che devi fare è “dire” qualcosa. Tu vivi il tuo Vangelo e se lui ti domanda perché fai questo, allora spiegagli e lascia che lo Spirito santo lo attiri. Questa è la forza e la mitezza dello Spirito Santo nelle conversioni. Non è un convincere mentalmente con spiegazioni apologetiche, siamo testimoni del Vangelo. E la parola greca è “martire”, il martirio di tutti i giorni e anche quello del sangue, quando arriva. Che cosa è prioritario? Quando si vive con testimonianza e rispetto si fa la pace. La pace comincia a rompersi quando comincia il proselitismo».
 
Lei è stato in Corea, nelle Filippine, ora in Myanmar e Bangladesh, sembra un giro intorno alla Cina. È in preparazione un viaggio in Cina? 
«Il viaggio in Cina non è in preparazione, state tranquilli. Ho già detto che mi piacerebbe visitare la Cina. Mi piacerebbe, non è cosa nascosta. Le trattative con la Cina sono di alto livello culturale, c’è una mostra dei musei vaticani in Cina. Poi c’è il dialogo politico soprattutto per la Chiesa cinese: si deve andare passo dopo passo con delicatezza, lentamente, con pazienza. Le porte del cuore sono aperte e credo che farà bene a tutti un viaggio in Cina, mi piacerebbe farlo!».
 
I preti che venerdì ha ordinato avevano paura di diventare sacerdoti in un Paese musulmano? 
«Ho l’abitudine sempre di parlare con i preti che ordino, cinque minuti, in privato. Mi sono sembrati sereni tranquilli, coscienti della loro missione, normali! Ho chiesto loro: giocate a calcio? Tutti hanno risposto: sì. La paura non l’ho percepita».

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Da - http://www.lastampa.it/2017/12/02/vaticaninsider/ita/vaticano/armi-atomiche-siamo-al-limite-non-lecito-mantenere-gli-arsenali-kzgtNK9C6dgy5WqBuSs9II/pagina.html


Titolo: TORNIELLI. Il Papa e la minaccia dei robot: “L’uomo sia al centro dell’economia”
Inserito da: Arlecchino - Gennaio 24, 2018, 11:43:38 pm
Il Papa e la minaccia dei robot: “L’uomo sia al centro dell’economia”
Messaggio di Bergoglio ai grandi di Davos: «La tecnologia deve proteggere la vita». L’appello agli imprenditori: «Bisogna creare lavoro e promuovere la giustizia sociale»
Pubblicato il 23/01/2018

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO
«L’intelligenza artificiale, la robotica e le altre innovazioni tecnologiche» devono essere impiegate a servizio dell’umanità e alla protezione della nostra vita sulla terra, piuttosto che diventare una minaccia «come alcune valutazioni purtroppo prevedono». Francesco ha inviato un messaggio al Forum economico mondiale di Davos, letto ieri sera dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale. Il Papa chiede che sia l’uomo al centro dell’economia. Non il denaro o le macchine sempre più sofisticate che rischiano di scalzare gli uomini e le donne che lavorano.

Nel messaggio, indirizzato al presidente esecutivo del Wef Klaus Schwab, il Papa si sofferma sulle ricorrenti crisi finanziarie che hanno creato nuove sfide e problemi per i governi, «come la crescita della disoccupazione, l’aumento di varie forme di povertà, l’allargamento del divario socio-economico e nuove forme di schiavitù», spesso legate a conflitti e migrazioni.

L’etica dello sviluppo 
Da ormai cinque anni il Pontefice ribadisce che l’attuale sistema economico-finanziario sta diventando insostenibile e che economia, finanza, salvaguardia dell’ambiente, migrazioni e guerre sono temi connessi tra di loro. In questo contesto, spiega Bergoglio, «è fondamentale salvaguardare la dignità della persona umana, in particolare offrendo a tutti vere opportunità per uno sviluppo umano integrale e attraverso politiche economiche che favoriscano la famiglia». I modelli economici, scrive Papa Francesco, devono «osservare un’etica di sviluppo sostenibile e integrale, basata su valori che mettano al centro la persona umana e i suoi diritti».

«Di fronte alle molte barriere dell’ingiustizia, della solitudine, della sfiducia e del sospetto che vengono ancora costruite ai nostri giorni - scrive Francesco - il mondo del lavoro è chiamato a compiere passi coraggiosi affinché essere e lavorare insieme non sia solo uno slogan ma un programma per il presente e per il futuro». 

«Solo attraverso una ferma determinazione condivisa da tutti gli attori economici possiamo sperare di dare una nuova direzione al destino del nostro mondo - spiega il Papa - Così anche l’intelligenza artificiale, la robotica e le altre innovazioni tecnologiche devono essere impiegate in modo tale da contribuire al servizio dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune, piuttosto che al contrario, come alcune valutazioni purtroppo prevedono».

L’enciclica 
Nell’enciclica “Laudato sì”, dopo aver descritto in modo positivo le conquiste della scienza e della tecnica, Francesco scriveva: «Tuttavia non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso Dna e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero».

La lettera papale al forum di Davos si conclude spiegando che «non possiamo rimanere silenziosi davanti alla sofferenza di milioni di persone la cui dignità è ferita» e che è appunto un «imperativo morale, una responsabilità che riguarda tutti, creare le giuste condizioni per vivere con dignità». L’appello è a rigettare una «cultura usa e getta». Al mondo imprenditoriale il Papa chiede di aumentare la qualità della produttività, creare lavoro, rispettare le leggi che lo regolano, combattere la corruzione e promuovere la giustizia sociale: una «importante responsabilità da esercitare con discernimento, perché le decisioni saranno decisive nel dare forma al mondo di domani e quello delle generazioni future».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/01/23/economia/il-papa-e-la-minaccia-dei-robot-luomo-sia-al-centro-delleconomia-QWWnZaJSljPGiT4uXqT7NM/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. “Il cristiano non rinuncia a sognare che il mondo cambi...
Inserito da: Arlecchino - Agosto 20, 2018, 09:11:46 pm
“Il cristiano non rinuncia a sognare che il mondo cambi in meglio”
Il Papa al Meeting di Rimini: “Si torna ad erigere muri, invece di costruire ponti. Si tende ad essere chiusi, invece che aperti all’altro diverso da noi”.
Ma “una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare”

Pubblicato il 19/08/2018 - Ultima modifica il 19/08/2018 alle ore 12:35

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Il cristiano non può rinunciare a sognare che il mondo cambi in meglio». Anche quest'anno, attraverso il Segretario di Stato Pietro Parolin, Papa Francesco manda un indirizzo di saluto ai partecipanti al Meeting di Rimini. Il messaggio indirizzato al vescovo della città romagnola, Francesco Lambiasi, è stato letto durante la messa di apertura della 39esima edizione della kermesse riminese.

Nel messaggio si legge: «Il titolo del Meeting − “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo feliceˮ −, riprende un’espressione di Don Giussani e fa riferimento a quella svolta cruciale avvenuta nella società intorno al Sessantotto, i cui effetti non si sono esauriti a cinquant’anni di distanza, tanto che Papa Francesco afferma che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epocaˮ».

«La rottura con il passato - continua il messaggio - divenne l’imperativo categorico di una generazione che riponeva le proprie speranze in una rivoluzione delle strutture capace di assicurare maggiore autenticità di vita. Tanti credenti cedettero al fascino di tale prospettiva e fecero della fede un moralismo che, dando per scontata la Grazia, si affidava agli sforzi di realizzazione pratica di un mondo migliore».

Per questo «è significativo che, in quel contesto, a un giovane tutto preso dalla ricerca delle “forze che dominano la storia”, Don Giussani disse così: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo feliceˮ. Con queste parole lo sfidava a verificare quali siano le forze che cambiano la storia, alzando l’asticella con cui misurare il suo tentativo rivoluzionario». 

Che ne è stato di tale tentativo? Che cosa è rimasto di quel desiderio di cambiare tutto? «Non è questa la sede per un bilancio storico - si legge ancora nel saluto papale - ma possiamo riscontrare alcuni sintomi che emergono dalla situazione attuale dell’Occidente. Si torna ad erigere muri, invece di costruire ponti. Si tende ad essere chiusi, invece che aperti all’altro diverso da noi. Cresce l’indifferenza, piuttosto che il desiderio di prendere iniziativa per un cambiamento. Prevale un senso di paura sulla fiducia nel futuro. E ci domandiamo se in questo mezzo secolo il mondo sia diventato più abitabile». 

Un interrogativo, osserva il Papa, che «riguarda anche noi cristiani, che siamo passati attraverso la stagione del ’68 e che ora siamo chiamati a riflettere, insieme a tanti altri protagonisti, e a domandarci: che cosa abbiamo imparato? Di che cosa possiamo fare tesoro? Da sempre la tentazione dell’uomo è quella di pensare che la sua intelligenza e le sue capacità siano i principi che governano il mondo; una pretesa che si realizza secondo due modi: “Uno è il fascino dello gnosticismo, […] dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti. L’altro è il neopelagianesimo […] di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forzeˮ (Esort. ap. Evangelii gaudium, 94)».

Ma per evitare queste due tentazioni, più volte denunciate dal Pontefice, il cristiano deve rinunciare al desiderio di cambiamento?  «No, non si tratta di ritirarsi dal mondo - risponde Francesco - per non rischiare di sbagliare e per conservare alla fede una sorta di purezza incontaminata, perché una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di muovere la storia, come recita il titolo del Meeting. In tanti si domanderanno: è possibile? Il cristiano non può rinunciare a sognare che il mondo cambi in meglio. È ragionevole sognarlo, perché alla radice di questa certezza c’è la convinzione profonda che Cristo è l’inizio del mondo nuovo».

Una certezza che Francesco sintetizza con queste parole: «La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali. Nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo».

«Chi salverà oggi - si legge ancora nel messaggio - questo desiderio che abita, seppure confusamente, nel cuore dell’uomo? Solo qualcosa che sia all’altezza della sua brama infinita. Se infatti il desiderio non trova un oggetto adeguato, rimane bloccato e nessuna promessa, nessuna iniziativa potranno smuoverlo. Nessuno sforzo, nessuna rivoluzione può soddisfare il cuore dell’uomo. Solo Dio, che ci ha fatti con un desiderio infinito, lo può riempire della sua presenza infinita». 

La natura stessa del cristianesimo «consiste nel riconoscere la presenza di Gesù e seguirlo. Questa fu la bella esperienza di quei primi discepoli che, incontrando Gesù, rimasero affascinati e pieni di stupore dinanzi alla figura straordinaria di chi parlava loro, dinanzi al modo in cui li trattava, dando risposte alla fame e sete di vita dei loro cuori». 

«Il Santo Padre - è la conclusione del messaggio firmato dal cardinale Parolin - augura che il Meeting di quest’anno sia, per tutti coloro che vi parteciperanno, occasione per approfondire o per accogliere l’invito del Signore Gesù: “Venite e vedrete”. È questa la forza che, mentre libera l’uomo dalla schiavitù dei “falsi infiniti”, che promettono felicità senza poterla assicurare, lo rende protagonista nuovo sulla scena del mondo, chiamato a fare della storia il luogo dell’incontro dei figli di Dio col loro Padre e dei fratelli tra loro».

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Da - http://www.lastampa.it/2018/08/19/vaticaninsider/il-cristiano-non-pu-rinunciare-a-sognare-che-il-mondo-cambi-in-meglio-g7vbMVqsnOPZfl9SjVVk9M/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. L’ex nunzio negli Usa Viganò: “Il Papa si deve dimettere”
Inserito da: Arlecchino - Agosto 28, 2018, 11:39:46 am
L’ex nunzio negli Usa Viganò: “Il Papa si deve dimettere”
Il diplomatico vaticano ha reso pubblico un documento sul caso del cardinale omosessuale McCarrick con accuse contro i vertici vaticani degli ultimi vent’anni
Pubblicato il 26/08/2018 - Ultima modifica il 26/08/2018 alle ore 20:38

ANDREA TORNIELLI
INVIATO A DUBLINO

Le autorità della Santa Sede erano a conoscenza fin dal 2000 dell’esistenza di accuse contro l’arcivescovo Theodore McCarrick, promosso alla fine di quell’anno arcivescovo di Washington e creato cardinale da Giovanni Paolo II l’anno successivo: era noto che il prelato invitava i suoi seminaristi a dormire con lui nella casa al mare. È quanto si legge in un documento di 11 pagine firmato da Carlo Maria Viganò, ex segretario del Governatorato ed ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, che venne allontanato dal Vaticano e inviato nella sede diplomatica di Washington nel 2011.

Il testo di Viganò è zeppo di date e di circostanze, ed è chiaramente indirizzato contro Papa Francesco, del quale l’ex nunzio chiede le dimissioni perché a suo dire avrebbe tolto delle sanzioni esistenti contro MacCarrick dopo il conclave del 2013. Il documento ripropone, circostanziando le voci e informazioni già circolate almeno negli ultimi due mesi nella galassia mediatica antipapale e tradizionalista americana ed europea, cercando di attribuire ogni responsabilità sulle spalle dell’attuale Pontefice. 

Viganò afferma che le denunce del 2000, con testimonianze scritte contro McCarrick - accusato di molestare seminaristi (maggiorenni) e giovani preti - vennero regolarmente trasmesse dai nunzi apostolici succedutisi nella sede di Washington, monsignor Gabriel Montalvo prima e monsignor Pietro Sambi poi. Questi report però rimasero senza alcuna risposta.

Viganò incolpa di tutto ciò l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano - ma anche il Sostituto Leonardo Sandri, oggi cardinale Prefetto per le Chiese orientali - che a suo dire avrebbero coperto McCarrick. E Giovanni Paolo II, che nel 2000 approvò la nomina a Washington, e l’anno successivo l’inclusione del discusso arcivescovo nel collegio cardinalizio? Scrive Viganò: «Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia». 

Un secondo round di accuse contro McCarrick è datato 2006. Lo stesso Viganò scrive di aver preparato due appunti circostanziati contro il cardinale, inoltrandoli ai suoi superiori - in quel momento il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone (accusato di aver promosso troppi omosessuali in posti di responsabilità nella Curia e nella Chiesa). Pure l’esito di questi appunti tardò ad arrivare, anche se Viganò afferma che nel 2009 o nel 2010 Benedetto XVI decise di imporre delle sanzioni all’ormai dimissionato McCarrick, imponendogli di non vivere in seminario, di non apparire o celebrare più in pubblico, di non viaggiare. McCarrick però non prese sul serio queste sanzioni rimaste segrete. Basta navigare sul web per pochi minuti per rendersi conto del fatto che anche dopo le presunte sanzioni di Papa Ratzinger, il cardinale americano ha continuato a celebrare in pubblico e a tenere conferenze.

Infine, l’ultimo capitolo: nel giugno 2013 Viganò durante un’udienza privata, a una domanda di Francesco su McCarrick avrebbe risposto al Papa che contro il cardinale c’era un dossier pieno di accuse depositato presso la Congregazione per i vescovi. Viganò non afferma di aver trasmesso, quel giorno, o successivamente, documenti o denunce contro McCarrick al nuovo Papa. Ma quelle poche parole scambiate gli sono sufficienti per affermare che Francesco non si sarebbe comportato correttamente, ma avrebbe in qualche modo aiutato l’anziano cardinale, che sarebbe anche diventato - afferma ancora l’ex nunzio, in questo caso senza circostanziare nulla né riportare alcun fatto preciso - ascoltato consigliere del nuovo Papa per nomine episcopali americane. Non va dimenticato che McCarrick dal 2006 non era più in carica, ma era un cardinale arcivescovo emerito, senza incarichi.

Al di là dei dettagli di un testo che evidentemente si inserisce nelle personali battaglie ecclesiali di un prelato il quale non ha mai digerito il suo allontanamento dal Vaticano per decisione di Benedetto XVI, e dell’uso strumentale che ne viene fatto nella battaglia ingaggiata dalla frangia anti-Francesco e dai suoi addentellati nella Chiesa, nella politica internazionale e nei media, rimangono alcuni fatti da acclarare.

Il primo riguarda la nomina di McCarrick a Washington e soprattutto la sua successiva inclusione nel collegio cardinalizio. Nel 2000 Papa Giovanni Paolo II non era certo alla fine dei suoi giorni (morì cinque anni dopo), e farlo passare per stanco, malato e incapace di prendere decisioni appare alquanto improprio. Bisogna supporre che il cardinale Sodano nascondesse informazioni decisive al Pontefice. Notizie che arrivavano dal nunzio apostolico a Washington, il quale peraltro poteva avere accesso diretto al Papa. Il cardinale Giovanni Battista Re - che secondo Viganò, da neo-Prefetto della Congregazione dei vescovi si oppose per iscritto alla nomina di McCarrick - era persona vicina al Papa e vicina al potente segretario di Papa Wojtyla, monsignor Stanislaw Dziwisz. Perché nessuno disse a Pontefice delle accuse contro il candidato all’arcivescovado di Washington e perché nessuno bloccò la sua successiva nomina cardinalizia?

Il secondo fatto è relativo al periodo 2006-2013. Viganò assicura che esistono delle sanzioni segrete contro McCarrick da parte di Papa Benedetto XVI e attacca il successore di MacCarrick a Washington, Donald Wuerl, di aver fatto finta di non sapere. Queste sanzioni obbligavano il cardinale molestatore di seminaristi adulti e di giovani preti a vivere ritirato in preghiera e penitenza, senza apparire o celebrare in pubblico. Perché McCarrick non obbedì a queste sanzioni e continuò a fare quello che faceva prima da cardinale pensionato, celebrando messe e tenendo conferenze? Perché nessuno chiese il rispetto degli ordini papali e perché nessuno avvisò il Pontefice di questa grave disobbedienza? E ancora, perché Papa Ratzinger scelse di mantenere segrete queste sanzioni - ovviamente ammesso che ogni affermazione di Viganò corrisponda al vero - senza renderle mai pubbliche?

Un terzo fatto. Quando quest’anno si è avuta notizia di una denuncia concreta di abuso su un minore da parte di McCarrick - episodio risalente a quando egli era prete a New York - Papa Francesco gli ha imposto di vivere ritirato e gli ha tolto la porpora cardinalizia: la prima vera e radicale sanzione contro l’ex arcivescovo, che non ha precedenti nella storia più recente della Chiesa. Fino al 2018, cioè fino all'apertura formale dell'inchiesta canonica contro McCarrick, le accuse riguardavano relazioni omosessuali con persone adulte. Resta poi la domanda sul perché monsignor Viganò non abbia reso note fino ad oggi queste informazioni se era così convinto che si trattasse di qualcosa di massima importanza per la Chiesa. E perché da nunzio apostolico negli Stati Uniti non le abbia messe per iscritto, invitando il nuovo Papa a prendere provvedimenti contro McCarrick, per far sì che le sanzioni segrete di Benedetto fossero finalmente applicate, cosa che evidentemente non era avvenuta prima.

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Da - http://www.lastampa.it/2018/08/26/vaticaninsider/lex-nunzio-negli-usa-vigan-il-papa-si-deve-dimettere-GD4OIe79fAWf1bRoqENZDM/pagina.html


Titolo: ANDREA TORNIELLI. Ecco i fatti e gli omissis del dossier Viganò contro Francesco
Inserito da: Arlecchino - Settembre 02, 2018, 11:27:19 pm
Ecco i fatti e gli omissis del dossier Viganò contro Francesco

Lettura ragionata del report dell'ex nunzio che chiede le dimissioni del Pontefice e delle sue contraddittorie conclusioni

2 maggio 2012, regnante Benedetto XVI, il nunzio Viganò partecipa all'assegnazione di un premio al cardinale al "sanzionato" cardinale McCarrick (foto tratta dal blog del cardinale Sean O'Malley)

Pubblicato il 28/08/2018 - Ultima modifica il 28/08/2018 alle ore 17:01

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Credo che il comunicato di Viganò parli da sé, e voi avete la maturità professionale per trarre le conclusioni». Con queste parole, rivolte ai giornalisti sul volo di ritorno da Dublino, Francesco ha invitato a leggere il dossier di 11 pagine divulgato dall'ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, che chiede le dimissioni del Papa accusandolo di aver coperto l'83enne cardinale emerito di Washington Theodore McCarrick, che aveva avuto relazioni omosessuali con seminaristi maggiorenni e sacerdoti. Bisogna dunque partire dalla lettura attenta testo, analizzarlo, separare i fatti riportati dalle opinioni e dalle interpretazioni. E soprattutto dalle omissioni.

L'operazione anti-Bergoglio
La clamorosa decisione del diplomatico vaticano di violare il giuramento di fedeltà al Papa e il segreto d'ufficio rappresenta l'ennesima bordata contro Francesco portata avanti in modo organizzato dagli stessi ambienti che un anno fa avevano cercato di arrivare a una sorta di impeachment dottrinale, dopo la pubblicazione dell'esortazione “Amoris laetitia. Tentativo non riuscito. Viganò è infatti tra i firmatari della “Professione” nella quale si afferma che il magistero di Papa Bergoglio diffonde il divorzio, ed è ben collegato agli ambienti più conservatori Oltreoceano e in Vaticano. Che non si tratti semplicemente dello sfogo di un uomo di Chiesa stanco del marcio che ha visto attorno a lui, ma di un'operazione organizzata da tempo e con cura, nel tentativo di far dimettere il Pontefice lo dimostrano il timing e il coinvolgimento della stessa rete mediatica internazionale che da anni propaga - spesso servendosi di anonimi - le istanze di coloro che vorrebbero rovesciare il risultato del conclave 2013. E lo attestano le stesse testimonianze scritte nei vari blog dai giornalisti che hanno pubblicato il dossier di Viganò: sempre in prima fila nella difesa della famiglia tradizionale, ma noncuranti di sganciare la “bombaˮ proprio nel giorno in cui Francesco concludeva con una grande messa l'incontro internazionale delle famiglie.

La denuncia del 2000
Innanzitutto, i fatti, presumendo che quanto affermato da Viganò sia vero. Il 22 novembre 2000 il frate domenicano Boniface Ramsey, scrive al nunzio apostolico negli Usa Gabriel Montalvo e lo informa di aver sentito voci secondo le quali McCarrick aveva «condiviso il letto con seminaristi». Un giorno prima, il 21 novembre, Giovani Paolo II nominava McCarrick arcivescovo di Washington. Viganò annota che questa segnalazione trasmessa dal nunzio alla Segreteria di Stato, guidata allora dal cardinale Angelo Sodano, non ebbe alcun seguito. Va notato: la prima denuncia che arriva in nunziatura e da qui in Vaticano è immediatamente successiva alla nomina a Washington. Ci si può comunque chiedere perché, se queste voci su MacCarrick erano così diffuse e insistenti, ciò non gli abbia precluso: la nomina ad ausiliare di New York (nel 1977, alla fine del pontificato di Paolo VI), quindi la nomina a vescovo di Metuchen (nel 1981, all'inizio del pontificato di Giovanni Paolo II), quindi il trasferimento all'arcidiocesi di Newark (nel 1986, sempre con Papa Wojtyla) e infine la promozione a Washington (2000) e la creazione cardinalizia (2001)

Tutta colpa di Sodano
L'anno successivo alla promozione a Washington dunque Wojtyla includeva McCarrick nel collegio cardinalizio. Nel suo dossier Viganò scarica - senza alcun indizio - la “colpaˮ della nomina su Sodano spiegando che il Papa all'epoca era già ammalato e quasi incapace di intendere e di governare la Chiesa. Chiunque abbia conoscenza di cose vaticane sa che ciò non è vero, almeno non era vero nell'anno 2000: Giovanni Paolo II vivrà per altri cinque anni. E sa anche che allora, nello stretto entourage wojtyliano che controllava le nomine, c'erano il segretario particolare del Papa Stanislaw Dziwisz (un nome che Viganò omette) e il Sostituto della Segreteria di Stato poi Prefetto dei vescovi Giovanni Battista Re (che Viganò nomina però scagionandolo). Quella prima segnalazione, senza denuncianti che se ne assumessero responsabilità in prima persona, forse non era ritenuta attendibile? O il potere - anche finanziario - di McCarrick è stato in grado di aprire porte vaticane che dovevano rimanere chiuse? Un dubbio può essere sollevato sulla nomina a Washington, ma perché nessuno ritiene di indagare prima dell'elevazione cardinalizia dell'anno successivo? Sodano non ha trasmesso la denuncia al Papa? Ma perché il nunzio, se era così certo degli abusi commessi sui seminaristi e preti (sempre maggiorenni), non ha insistito chiedendo udienza a Giovanni Paolo II? 

Le “sanzioni” di Benedetto XVI
Nuove denunce arrivano nel 2006, quando il Papa è Benedetto, il Segretario di Stato è Tarcisio Bertone. Questa volta entra in scena un ex prete e abusatore di bambini Gregory Littleton, il quale fa avere al nunzio negli Usa (in quel momento monsignor Pietro Sambi) una memoria nella quale racconta di essere stato anch'egli molestato sessualmente da McCarrick (sempre da maggiorenne). Viganò prepara un appunto per i superiori, che non rispondono. Vale la pena di ricordare che in quel momento McCarrick è però già in pensione: il nuovo Papa Benedetto XVI il 16 maggio 2006 ha accolto le dimissioni doverosamente presentate l'anno precedente, il 7 luglio 2005, allo scoccare dei canonici 75 anni. Se le voci e le denunce erano così diffuse e note, perché McCarrick non è stato dimissionato subito, al compimento dei 75 anni? Nel 2008 circolano nuove accuse di comportamenti impropri McCarrick e di nuovo Viganò scrive di aver mandato ai superiori un ulteriore appunto. Questa volta qualcosa sembra essersi mosso, seppure con i tempi non celerissimi della burocrazia vaticana. Sarebbe infatti intervenuto un ordine sanzionatorio di Benedetto XVI contro il cardinale ormai emerito e pensionato. Sulla data di questa sanzione Viganò non può essere preciso: in quel momento ha infatti lasciato il posto in Segreteria di Stato, dove coordinava il lavoro del personale delle nunziature, ed è stato nominato segretario del Governatorato. Dunque, se Viganò afferma il vero - e dobbiamo presumere che lo faccia - «nel 2009 o nel 2010», Benedetto XVI sarebbe intervenuto ordinando a McCarrick di fare vita ritirata, di preghiera e di non abitare più nel seminario neocatecumenale Redemptoris Mater da lui aperto a Washington.

Restrizioni misteriose
Questo ordine di Benedetto non diventa pubblico e viene trasmesso dalla Santa Sede al nunzio a Washington (Sambi) perché lo comunichi all'interessato. Indulgenza per un cardinale ormai vecchio e in pensione al quale si vuole risparmiare l'onta della sanzione pubblica? Oppure le prove non sono state considerate sufficienti da Benedetto XVI, il quale, se è all'origine della sanzione, doveva ovviamente essere stato adeguatamente avvertito di quanto McCarrick aveva commesso? Papa Ratzinger dunque sapeva ma ritenne sufficiente raccomandare al cardinale già pensionato di starsene tranquillo in disparte. Vale la pena di ricordare: nessuno ha mai parlato, men che meno denunciato, abusi su minori. Stiamo parlando di molestie a persone maggiorenni, ma che si profilano come veri e propri abusi, dato che è il vescovo a invitare a letto i propri seminaristi o i propri preti: non esiste una situazione di parità, prima che sessuale, è un abuso di potere clericale. Anche se nessuno ha mai detto che per invitare a dormire con lui seminaristi ormai prossimi al sacerdozio e giovani preti, lo “zio Tedˮ (come McCarrick si faceva chiamare) abbia usato forme di violenza o minacce. Ci si può domandare: ma se questi fatti gravi erano così acclarati ed evidenti, perché non comminare al cardinale una sanzione esemplare e pubblica, chiedendogli di vivere ritirato in penitenza?

Perché nessuno vigila?
Qualche dubbio sul reale contenuto delle sanzioni è più che lecito, soprattutto alla luce di ciò che accade dopo. Il dossier di Viganò lascia intendere che negli ultimi tre o quattro anni del pontificato ratzingeriano McCarrick sia vissuto come un eremita o come un monaco di clausura e che soltanto dopo l'elezione di Francesco gli sia stata aperta la gabbia. Ancora una volta bisogna attenersi ai fatti documentati, e non è affatto così. La realtà è diversa e documentabile. A portata di tutti, basta cliccare sul web. Durante gli ultimi anni del pontificato di Raztinger McCarrick non cambia il suo modo di vivere: è vero che lascia il seminario dove risiedeva, ma celebra ordinazioni diaconali e sacerdotali a fianco di importanti porporati della Curia romana stretti collaboratori di Papa Ratzinger, tiene conferenze. Il 16 gennaio 2012 partecipa insieme ad altri vescovi statunitensi a un'udienza con Benedetto XVI in Vaticano e il suo nome tra i partecipanti viene segnalato nel bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Il 16 aprile 2012 incontra di nuovo Benedetto all'udienza della Papal Foundation e festeggia insieme a tutti i presenti il compleanno del Pontefice. Viaggia e torna a Roma nel febbraio del 2013 per accomiatarsi dal Papa dimissionario che gli stringe la mano sorridente (tutto immortalato dalle telecamere della TV vaticana). È evidente che la sua posizione non era ritenuta così grave, che gli indizi di colpevolezza non erano giudicati così evidenti e che le sanzioni non dovevano essere così restrittive.

Anche Viganò a fianco di McCarrick
E anche lo stesso Viganò, nel frattempo allontanato dal Vaticano per decisione di Benedetto XVI che lo “promuoveˮ nunzio a Washington, non appare affatto preoccupato della situazione. Sono documentate sue partecipazioni ad eventi pubblici con il porporato molestatore, come concelebrazioni negli Stati Uniti o come l'attribuzione di un premio a McCarrick (il 2 maggio 2012, Pierre Hotel in Manhattan), cerimonia durante la quale Viganò appare tutt'altro che indignato o imbarazzato di farsi fotografare a fianco del vecchio cardinale molestatore. Perché ora che aveva il potere di arrivare direttamente a Benedetto XVI, in qualità di suo rappresentante in una delle sedi diplomatiche più importanti del mondo, il nunzio Viganò non si ribella, non agisce, non chiede udienza, non fa rispettare le disposizioni restrittive?

Il coinvolgimento di Francesco
Il Papa attuale, vero e unico bersaglio dell'intera operazione, entra in scena nel giugno 2013, pochi mesi dopo la sua elezione. Ricordiamolo: McCarrick, ultraottantenne, non ha partecipato al conclave, è un cardinale pensionato ma iperattivo. Continua a viaggiare per il mondo, a tenere conferenze, a presiedere celebrazioni. Viganò va in udienza da Francesco. È il Papa a fargli una domanda su McCarrick e Viganò gli fa presente che il cardinale «ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti» e che in Vaticano c'è un dossier che lo attesta. Attenzione: non è Viganò a parlare in modo preoccupato del cardinale. È il Papa che chiede un giudizio. Il nunzio non dice di aver consegnato a Bergoglio un appunto sulla vicenda né di avergli chiesto di intervenire. Oggi, indignato, Viganò scrive delle sanzioni di Benedetto XVI che nessuno conosce, ma - sempre ammesso che esistano - lui come nunzio non sembra aver agito per farle rispettare. Quella risposta è tutto ciò che dice al Papa.

McCarrick consigliere?
Viganò scrive ancora che il vecchio cardinale sarebbe diventato, nei primi anni del pontificato di Francesco, un suo consigliere, in particolare per le nomine americane. Non adduce, almeno fino a questo momento, alcuna prova. Sostiene invece - e anche qui non c'è ragione di non credergli - che in quel primo incontro del giugno 2013 il nuovo Papa gli avrebbe raccomandato: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, devono essere dei pastori». Siccome nei mesi successivi anche McCarrick farà un'affermazione simile parlando con un monsignore della nunziatura (che lo riferisce poi a Viganò), l'ex nunzio che chiede le dimissioni del Pontefice ne deduce che vi sia proprio McCarrick dietro l'atteggiamento di Bergoglio nei confronti della Chiesa Usa. Una debolissima deduzione. È infatti molto più semplice e plausibile ipotizzare che di sua iniziativa Francesco - il quale conosceva la Chiesa americana - avesse ripetuto a varie persone che incontrava quella frase sui vescovi che «non devono essere ideologizzati» ma devono essere «pastori». Peraltro, per comprendere che proprio questo è uno dei punti insistenti del suo magistero sull'episcopato basta leggere i discorsi del Papa, che la pensava così ben prima del conclave del 2013.

La smentita dell'ex ambasciatore
Un'interessante confutazione della teoria di Viganò è arrivata ieri dall'ex ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, Miguel Diaz, nominato nel maggio 2009, i quale si è detto sorpreso per aver letto le affermazioni di Viganò a proposito delle parole di Francesco sui vescovi americani, «perché mi hanno subito fatto venire in mente che durante il mio primo incontro con il nunzio Sambi nella sua residenza a Washington (siamo ancora nel pontificato di Benedetto XVI, ndr)» egli disse che «abbiamo bisogno di vescovi americani che siano meno politici e più pastorali, non cultural warriors (guerrieri culturali, ndr)». Dunque già sotto Papa Ratzinger l'indicazione che arrivava al nunzio apostolico negli Usa era quella di nominare vescovi pastori e non “guerrieri culturaliˮ. Evidentemente la questione dell'eccessivo collateralismo dell'episcopato Usa con certe posizioni politiche e un certo interesse unilaterale soltanto per alcune questioni etiche era sentita come problematica già alla fine del pontificato ratzingeriano.

La nuova denuncia 
Passano quattro anni e mezzo e nel 2018 Oltretevere arriva, per la prima volta, la notizia di un abuso su un minore commesso cinquant'anni prima da McCarrick, giovane prete. La denuncia non era mai stata presentata prima, né mai nessuno - stando al report di Viganò - aveva prima parlato di possibili abusi su minori che coinvolgessero McCarrick. Viene aperto celermente un regolare procedimento canonico da parte della diocesi di New York, con la trasmissione degli atti alla Congregazione per la dottrina della fede. Emergono anche nuove notizie, rese note dalla diocesi di Newark, riguardanti due patteggiamenti con risarcimento danni che McCarrick ha pagato, relative a denunce di molestie presentate da seminaristi maggiorenni all'epoca dei fatti. Con una decisione che non ha precedenti nella storia recente della Chiesa, Francesco non soltanto impone il silenzio e la vita ritirata a McCarrick (quel silenzio e quella vita ritirata che prima non gli era stato imposto o se gli era stato imposto nessuno aveva fatto sì che egli si attenesse agli ordini) ma gli toglie pure la berretta cardinalizia. Il cardinale emerito di Washington non è più cardinale, è stato “s-porporatoˮ.

I fatti e logica stravolta
Non c'è dunque soltanto da chiedersi se ciò che racconta Viganò sia vero (come ripetono a mo' di mantra i media che chiedono a gran voce le dimissioni di Francesco). C'è da chiedersi se la sequenza descritta da Viganò, le sue considerazioni, le sue omissioni, le sue interpretazioni sono ragionevoli e portano davvero ad attribuire una qualche responsabilità al Pontefice oggi regnante. In ogni caso, per rimanere ai fatti puri e crudi, e presumendo che ogni dettaglio raccontato dell'ex nunzio sia vero, ecco che cosa è accaduto. C'è un Papa santo il cui entourage (molto meno santo) ha promosso e fatto cardinale un vescovo omosessuale che abusava del suo potere portandosi a letto i seminaristi, anche se non è chiaro quante infomazioni dirette fossero pervenute su questo all'orecchio di Giovanni Paolo II, allora perfettamente in grado di intendere e di volere, al quale certamente non poteva passare inosservata l'importanza della nomina dell'arcivescovo di Washington. C'è un altro Papa oggi emerito, Benedetto, che (forse) avrebbe ordinato a questo cardinale di vivere ritirato ma senza essere poi in grado di far rispettare i suoi ordini, senza battere ciglio vedendoselo arrivare in Vaticano in più occasioni, e senza che il suo nunzio negli Usa (Viganò) avesse alcun problema a farsi ritrarre insieme a lui, a concelebrare con lui, a cenare con lui, a pronunciare discorsi in sua presenza. E c'è infine un Papa, Francesco, che a quel cardinale - nonostante fosse anziano e pensionato da tempo - ha tolto d'imperio la porpora dopo averlo ridotto al silenzio proibendogli di celebrare in pubblico. Eppure è di quest'ultimo che l'ex nunzio oggi indignato chiede la testa, probabilmente soltanto perché Francesco ha “osatoˮ nominare negli Stati Uniti qualche vescovo meno conservatore rispetto a quelli nominati in precedenza, quando a consigliare sulle nomine americane erano cardinali come Bernard Law. La strumentalità dell'operazione è evidente a chiunque rifletta sulla successione dei fatti, senza il bisogno rivangare informazioni tendenti a screditare la figura di Viganò.

Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sull'edizione odierna della Stampa

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Da - http://www.lastampa.it/2018/08/28/vaticaninsider/ecco-i-fatti-e-gli-omissis-del-dossier-vigan-contro-francesco-efUGZVQnkdlvcb2IuyqCWN/pagina.html