LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Admin - Giugno 10, 2007, 10:42:31 pm



Titolo: SERGIO ROMANO.
Inserito da: Admin - Giugno 10, 2007, 10:42:31 pm
Una crisi grave e le riforme che non arrivano

Se la politica è solo potere

di Sergio Romano

 
Qualche giorno fa abbiamo scritto che l'Italia d'oggi ricorda quella del 1992: lo stesso disgusto per gli affari dei partiti, la stessa noncuranza della classe politica per i segni della tempesta che si sarebbe abbattuta di lì a poco sulla sua testa. Qualcuno ha osservato che il confronto è improprio. Non esiste un partito, come allora la Lega, pronto a cavalcare l'indignazione popolare. E non esiste un gruppo di procuratori convinti di poter provocare, con gli strumenti della loro professione, la rivoluzione morale del Paese. È vero. I confronti sono quasi sempre parziali e imperfetti. Ma a me sembra che la situazione sia per certi aspetti peggiore e proverò a spiegarne le ragioni.

Nel 1992 molti italiani capirono che la crisi non era un semplice incidente di percorso e che non poteva essere risolta con la formazione di un nuovo governo e la nascita di qualche nuovo partito. La corruzione e gli scandali erano i sintomi esterni di una crisi costituzionale che aveva investito l'intero sistema politico. La Carta era invecchiata e la Costituzione materiale aveva progressivamente creato un Paese in cui il potere dello Stato e degli organi autorizzati a esercitarlo era stato usurpato da partiti, sindacati, interessi corporativi, famiglie professionali e criminali, istituzioni pubbliche non legittimate da un pubblico mandato come, per l'appunto, l'ordine giudiziario. Il fatto stesso che un organo tecnico come la Banca d'Italia abbia fornito al Paese, da allora, due presidenti del Consiglio, un presidente della Repubblica, due ministri del Tesoro e un ministro dell'Economia, dice meglio di qualsiasi analisi quanto grave e profonda fosse la malattia del sistema politico italiano.

Non bastava quindi cambiare governi. Occorreva rifare la Costituzione. Furono inutilmente create due commissioni bicamerali. Vennero esaminati e dibattuti tutti i sistemi costituzionali delle maggiori democrazie occidentali. Fu tentata la strada parlamentare con una riforma costituzionale del centrosinistra e una riforma più incisiva del centrodestra. Ma la prima è parziale e difficilmente applicabile, mentre la seconda è stata distrutta da un voto popolare frettoloso e disinformato. Il risultato è zero. La classe politica ha buttato via quindici anni della Repubblica per girare attorno a un problema che non aveva alcuna intenzione di affrontare con metodo e coraggio. Non è tutto. Quindici anni dopo gli scandali di Tangentopoli scopriamo che questa classe politica sta facendo esattamente il contrario di ciò che dovrebbe fare. Anziché lavorare al governo del Paese e alla riforma dello Stato occupa il potere come un territorio conquistato e sta elargendo a se stessa, come certi ecclesiastici alla vigilia della Riforma, sinecure, prebende, manomorte e vitalizi. Anziché suscitare rispetto per le istituzioni e incarnare la dignità della cosa pubblica, preferisce la piazza o gli studi televisivi al Parlamento. E quando decide di partecipare a una seduta, tratta l'Aula come un chiassoso refettorio scolastico. Certe esibizioni parlamentari degli scorsi giorni dimostrano che parecchi politici hanno ormai perduto il senso della realtà e non capiscono quali sentimenti questi spettacoli stiano suscitando nella società italiana.

Danno la sensazione di pensare che la politica sia rissa, alterco, scambio d'ingiurie o, più semplicemente, dichiarazioni irresponsabili e irriflessive, rilasciate a caldo di fronte a un microfono per segnare un punto contro l'avversario del momento. Si battono per la conquista o la conservazione del potere, e non si rendono conto che stanno perdendo il Paese.


10 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO...
Inserito da: Admin - Giugno 17, 2007, 11:43:03 am
Gli intrecci tra finanza e politica

Minimizzare è un errore

di Sergio Romano


Massimo D’Alema ha ragione quando deplora queste intercettazioni telefoniche, appese come panni sporchi alle finestre del Paese di fronte allo sguardo «trascurato» della magistratura. Non è bello che una conversazione privata, soprattutto se non contiene indizi di reato, venga ascoltata, trascritta e gettata in pasto alla pubblica opinione. È grave che queste intrusioni surrettizie nella vita privata degli italiani stiano diventando lo strumento preferito della magistratura inquirente. Ed è ancora più grave che servano ad accrescere l’instabilità politica di un’Italia già così faziosa e litigiosa.

Ma temo che il vicepresidente del Consiglio, in questo caso, non abbia colto il punto. Certe intercettazioni assomigliano a una delazione anonima e dovrebbero suscitare un moto di sdegno. Ma se apro una lettera anonima e scopro che contiene informazioni importanti per la sicurezza e il buon governo del Paese, debbo forse stracciarla per ragioni di principio? Posso deplorare l’uso eccessivo delle intercettazioni e il modo in cui vengono divulgate. Posso auspicare una legge che protegga la vita privata degli italiani da questi pubblici linciaggi. Ma non posso ignorare che la lettura di certe conversazioni e di alcuni verbali d’interrogatorio (come quello di Stefano Ricucci sui legami esistenti fra le scalate dell’estate del 2005) ha spalancato le finestre del palazzo e ha rivelato l’esistenza di rapporti su cui è necessario fare chiarezza.

Abbiamo scoperto anzitutto che esiste al vertice del Paese, fra gli uomini della politica e quelli degli affari, una familiarità non meno «indecente» dello spettacolo a cui D’Alema ha fatto riferimento nella sua intervista al TG5. Quando trattano con i loro amici, alcuni leader di partito, membri del governo e parlamentari parlano il linguaggio del bar, della caserma e dello stadio. Non è semplicemente una questione di stile e di buona educazione. Il linguaggio, in questo caso, dimostra che non hanno il sentimento della loro dignità e della distanza che dovrebbe sempre esservi, anche in un sistema democratico, fra coloro che rappresentano interessi pubblici e coloro che rappresentano interessi privati.

Abbiamo scoperto, in secondo luogo, che alcune conversazioni vanno molto al di là della semplice informazione. Posso capire che un uomo politico non voglia apprendere dai giornali, all’ultimo momento, la notizia di una fusione o di una acquisizione che modifica il panorama della finanza nazionale. Ma vi sono circostanze in cui sembra diventare un interessato collaboratore. Accade quando il segretario dei Ds Piero Fassino chiede al presidente di Unipol Giovanni Consorte come comportarsi con il presidente della Banca Nazionale del Lavoro Luigi Abete quando questi gli farà visita, di lì a poco.

Accade quando il senatore Nicola Latorre accetta di trasmettere a Fassino i ringraziamenti dell’immobiliarista Stefano Ricucci per un non specificato favore. E accade infine quando D’Alema sembra essere il tramite di un contatto fra Consorte e il parlamentare europeo dell’Udc Vito Bonsignore per una questione di azioni della Bnl detenute da un’azienda della famiglia di quest’ultimo. È probabile che in nessuno di questi casi vi sia l’ombra di un illecito. Ma l’opinione pubblica ha il diritto di chiedersi se e quali interessi si nascondessero dietro una tale pasticciata confusione di ruoli. Non è tutto.

Dalla lettura di queste intercettazioni gli italiani hanno appreso che nei tre grandi arrembaggi del 2005 (alla Bnl, alla Banca Antonveneta e alla Rcs-Corriere della Sera) gli stessi finanzieri facevano i loro affari ora con la sinistra, ora con la destra. E hanno il diritto di chiedersi se i grandi partiti siano sempre pronti a litigare in pubblico, ma sempre altrettanto disposti a perdonare le loro rispettive colpe in privato.

17 giugno 2007
 
da corriere.it


Titolo: Sergio Romano Veltroni e la riforma della Costituzione
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2007, 12:04:17 pm
Veltroni e la riforma della Costituzione

Il paradosso italiano

di Sergio Romano


Per candidarsi alla guida del Partito democratico, Walter Veltroni avrebbe potuto limitarsi al discorso di Torino: un buon programma, pieno di indicazioni interessanti e condito di qualche inevitabile enfasi retorica. Ma con l’articolo apparso nel Corriere del 24 luglio ha preferito dire al Paese che i problemi dell’Italia sono anzitutto costituzionali. Non è sufficiente, e neppure onesto, proporre soluzioni economiche e sociali quando l’autore del programma sa che il sistema politico non gli permetterà di realizzarle. Se la democrazia italiana attraversa una fase difficile e i suoi esponenti stanno perdendo il consenso della nazione, molto è dovuto al divario che separa ormai le promesse dai risultati, le parole dai fatti.

L’elettore è stanco di partiti e governi che gli garantiscono programmi attraenti e gli servono ogni giorno compromessi mediocri o, peggio, l’opposto di quello che avevano preannunciato. Veltroni ha avuto il merito di comprendere che il programma economico e sociale andava completato con un programma di riforme istituzionali. Anziché attendere un altro momento o un’altra sede, ha deciso che non si può essere candidati alla guida di un partito, in questo momento, e trascurare il nodo cruciale della crisi italiana, la causa della distanza che ci separa ormai dalle maggiori democrazie occidentali. Dietro i molti problemi che non riusciamo a risolvere, se non con misure insufficienti e grande ritardo, vi sono il bicameralismo perfetto, l’insabbiamento in Parlamento delle misure governative, gli scarsi poteri del premier, le norme che favoriscono la proliferazione dei gruppi parlamentari e la piaga dei piccoli partiti, per i quali sopravvivere è più importante che governare. In queste condizioni un altro programma di 281 pagine sarebbe un’offesa al buon senso degli italiani. Veltroni, naturalmente, ha corso un rischio.

Puntualmente, nei giorni seguenti, sono giunte le prime reazioni negative: un articolo di Andrea Fabozzi sul manifesto del 26, in cui è detto che la cura somministrata dal sindaco di Roma assomiglia a una «dose di veleno», e un editoriale di Piero Sansonetti su Liberazione dello stesso giorno, in cui la riforma costituzionale è definita «gollista». Vi saranno altre reazioni, certamente, anche sul versante opposto. Chiunque sostenga che l’Italia ha bisogno di essere governata verso la modernità è inevitabilmente destinato a scontrarsi con coloro a cui questo sistema politico offre una quota di potere assurdamente superiore alle loro dimensioni. Esistono tuttavia anche quelli che riconoscono la necessità di una grande riforma, che l’hanno più volte auspicata e che hanno addirittura, come l’ultimo governo di centrodestra, cercato di realizzarla.

Si chiamano, per restare nell’orbita dei leader, Amato, Berlusconi, D’Alema, Fassino, Fini, Prodi, tutti convinti, per averne fatto diretta esperienza negli anni passati al governo, che il sistema politico italiano è uno dei peggiori in Europa e certamente il meno adatto a tenere il passo con quelli dei nostri maggiori partner. Ma l’ennesimo paradosso italiano vuole che ciascuno di essi, quando è messo alle strette, scelga di tirare avanti alla giornata con i propri alleati, anche se ostili alle riforme, piuttosto che ricercare un accordo più largo con coloro che le desiderano.

Esiste insomma un «partito della nuova Costituzione» che rappresenta la maggioranza del Paese ma è tenuto in ostaggio da una minoranza conservatrice di sinistra e di destra. Oggi, dopo l’articolo di Veltroni, c’è sul tavolo delle riforme il suo decalogo. E’ ora che gli altri accettino di sedersi e lavorare insieme alla modernizzazione del sistema politico.

29 luglio 2007
 
da corriere.it


Titolo: Sergio Romano La forza di Prodi
Inserito da: Admin - Agosto 06, 2007, 10:16:18 am
La forza di Prodi

di Sergio Romano 


Le ultime dichiarazioni di Romano Prodi ricordano quelle con cui Silvio Berlusconi elencava i meriti del suo governo e prometteva che avrebbe tirato avanti sino alla fine della legislatura. Ma il presidente del Consiglio non ha torto. È parso parecchie volte sul punto di cadere, ma ha superato una crisi e ne ha sfiorate altre senza perdere l’equilibrio. Come ha ricordato Massimo Franco sul Corriere di ieri, Prodi e il leader dell’opposizione si reggono a vicenda.
Senza l’ombra incombente del secondo, il primo, forse, sarebbe già stato abbandonato da una parte della sua maggioranza.

Senza un governo traballante che sembra sul punto di crollare da un momento all’altro, Berlusconi comincerebbe a sentire sul collo il fiato caldo di coloro che hanno una gran voglia di rimettere in discussione la sua leadership. In altre parole Prodi può manifestare sicurezza perché in una democrazia dei partiti, come è ancora quella italiana, le crisi scoppiano generalmente quando i registi, dietro le quinte, hanno le grandi linee di un progetto e ritengono giunto il momento di metterlo in cantiere. Oggi nessuno sembra avere una soluzione di ricambio. La sinistra massimalista parla per mettere agli atti le sue posizioni radicali. Ma non vuole rendersi responsabile del ritorno di Berlusconi al governo ed è pronta a negoziare qualche compromesso.

Organizzerà dimostrazioni e continuerà a proclamare il suo dissenso, ma farà del brinkmanship, come veniva chiamata, durante la guerra fredda, l’arte di spingersi sino al ciglio del burrone e di fermarsi al momento opportuno. Buona parte del Parlamento, d’altro canto, non vuole elezioni anticipate. Il presidente della Repubblica non desidera che gli italiani tornino alle urne con questa pessima legge elettorale. L’accordo su una nuova formula è ancora lontano. E Berlusconi ha continuamente oscillato in questi mesi fra due proposte egualmente impraticabili: un governo di larghe intese e le elezioni anticipate. Esiste sempre, naturalmente, la possibilità di una crisi al buio, provocata da un errore di calcolo o da un incidente di percorso. Ma per ora, e sino a quando non esisterà un’alternativa, Prodi può restare a Palazzo Chigi.

Qualcuno, teoricamente, potrebbe suggerire un altro governo di centrosinistra con un nuovo presidente del Consiglio. Ma esiste una persona disposta ad accollarsi l’onere di guidare una maggioranza così risicata e litigiosa? Chi aspira alla successione di Prodi preferisce ereditare la carica in altre circostanze. Vi sono situazioni in cui la debolezza può produrre una sorta di temporanea invulnerabilità. Se la stabilità è un obiettivo desiderabile, Prodi, nei limiti in cui la parola può applicarsi alla politica italiana, è «stabile» e può compiacersene. Ma la stabilità è una virtù soltanto quando permette di affrontare i problemi maggiori, quelli per cui occorrono continuità e coerenza.

L’Italia ha bisogno di un governo che promuova la riforma delle istituzioni, realizzi grandi infrastrutture, riduca drasticamente i costi della politica, riformi lo Stato assistenziale senza usare per le pensioni il metodo del contagocce, rinunci ad aumentare le entrate con la pressione fiscale anziché con la riduzione della spesa pubblica. Un governo «stabile » che non riuscisse in questo compito assomiglierebbe al lungo governo di Silvio Berlusconi: un’esperienza che èmeglio non ripetere.

05 agosto 2007
 da corriere.it


Titolo: La Biagi e gli attacchi di sinistra ad Angius
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2007, 03:23:04 pm
La Biagi e gli attacchi di sinistra ad Angius

Le leggi dettate dall'ideologia

di Sergio Romano

 
Gavino Angius, senatore di Sinistra democratica (il gruppo che si è staccato dai Ds di Piero Fassino e non intende collaborare alla creazione del Partito democratico) ha dichiarato al Corriere che l’attacco di Rifondazione comunista contro la legge Biagi sul mercato del lavoro è «sbagliato e strumentale (...) figlio di una degenerazione propagandistica che ha del grottesco».

Non è vero, secondo Angius, che quella legge abbia prodotto un’ondata di precariato: «In questi anni il lavoro regolare, ancorché flessibile, è aumentato per milioni di giovani. Merito della legge Treu e in parte anche della Biagi. In questo modo si è contrastato in parte il lavoro nero. Perciò eliminare queste leggi sarebbe un’operazione folle».

Nella sostanza questi paiono argomenti ragionevoli, sostenuti nelle scorse settimane da studiosi e uomini politici di diverso colore, spesso con dati comparativi sulla situazione italiana e quella di altri Paesi dell’Unione Europea.

I sostenitori di tesi opposte dovrebbero replicare con altri argomenti e soprattutto con altri dati statistici.

Ma le parole di Angius al Corriere hanno il vizio di provenire da un senatore di sinistra, vale a dire da un uomo che dovrebbe affermare esattamente l’opposto. Scatta così ancora una volta il meccanismo delle contrapposizioni ideologiche e soprattutto dei sospetti.

Con un articolo di Rita Gagliardi, Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, si chiede quali siano le reali intenzioni di Angius. E’ «uno spregiudicato uomo di manovra »? E’ una quinta colonna del Partito democratico? E’ un tenace avversario della «Cosa Rossa», la nuova formazione che dovrebbe nascere dall’incontro tra Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica? Appartiene a quella schiera di socialdemocratici europei (Blair e Brown, per esempio) che sono diventati centristi, liberisti, social- liberali? Non si rende conto che la battaglia contro la legge Biagi è «una grande insostituibile battaglia di civiltà»?

Nulla di nuovo, soprattutto in un Paese in cui i principi sono più importanti delle soluzioni, gli slogan contano più degli argomenti e le leggi sono buone soltanto quando si conformano ai dettati dell’ideologia. In queste eterne «grandi manovre» tra forze che si fanno e si disfano in nome del Vero e del Giusto, Treu e Biagi sono soltanto campi di battaglia, munizioni per la lotta, strumenti per mettere alla prova l’ortodossia del dissidente e dell’eretico.

La vittima di questa ennesima faida italiana è l’economia nazionale. Dovremmo parlare delle ragioni per cui una legge, probabilmente utile negli anni Settanta (lo Statuto dei lavoratori), sia poco adatta a regolare un mercato che le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno radicalmente cambiato.

Dovremmo chiederci quale siano le esigenze del Paese oggi e come sia possibile conciliare la domanda di stabilità dei lavoratori con il bisogno di flessibilità delle imprese.

Dovremmo verificare i risultati di una legge con le cifre alla mano, fare i necessari aggiustamenti, tenere d’occhio i risultati piuttosto che gli schemi intellettuali.

Ma la politica italiana, a sinistra come a destra, preferisce i proclami ideologici e le reciproche accuse. Divinizzata dalla destra al di là dei suoi meriti, la legge Biagi viene ora demonizzata da una sinistra massimalista che ignora i suoi risultati e non tiene conto dei suoi limiti. Questa politica non vuole cittadini elettori. Vuole soltanto seguaci credenti e obbedienti, sempre pronti a manifestare e a contro-manifestare. Peccato che altri Paesi nel frattempo abbiano altri metodi di lavoro e allunghino con il loro passo la distanza che li separa dall’Italia.

19 agosto 2007
 
da corriere.it


Titolo: Il nemico in casa
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2007, 11:47:30 am
Il nemico in casa

di Sergio Romano
 

Che cosa faceva Beppe Grillo ieri alla festa milanese dell’Unità?

Il comico genovese non è soltanto il fustigatore della politica italiana. A Bologna ha dichiarato che non vuole fondare un partito. Vuole distruggerli tutti. Nel suo sito e nelle sue performance non ha fatto distinzioni e non ha trattato gli esponenti dei Ds meglio di quelli di altri partiti. Che cosa faceva dunque, con un suo spettacolo, alla festa annuale di un organismo che è pur sempre, nelle ossa e nel sangue, l’erede del Pci, vale a dire di un partito che fu contemporaneamente, per i suoi fedeli, Dio, patria e famiglia? Un incidente di calendario? È possibile.

Gli organizzatori della Festa lo avevano invitato verosimilmente prima del V-day e hanno forse ritenuto che la cancellazione dell’evento sarebbe stata interpretata come una manifestazione di stizza o codardia. Beppe Grillo, dal canto suo, potrebbe avere deciso di accettare la sfida e stare al gioco. È un provocatore, conosce l’arte del palcoscenico, e ha scommesso con se stesso che avrebbe conquistato e sedotto persino i diessini milanesi. Un comico in tournée sceglie il suo itinerario secondo le dimensioni, l’acustica e la notorietà dei teatri in cui dovrà recitare. La Festa dell’Unità è stata per molti anni il Circo Massimo della politica italiana. Grillo ha scelto il teatro e il suo pubblico, non l’impresario. E ha vinto la scommessa. Eppure dietro l’invito dell’impresario potrebbero esservi motivi su cui vale la pena di spendere qualche riflessione.

Come tutti i partiti, anche i Ds sono preoccupati da un fenomeno che sta strappando al loro controllo una parte importante della società. Ma hanno un particolare motivo d’inquietudine. Fin dalla sua nascita, il partito da cui provengono si è considerato depositario di una grande promessa e titolare della opposizione al sistema politico ed economico. Quando un altro partito ha cercato di conquistare le masse, i comunisti hanno difeso il monopolio della protesta e hanno combattuto duramente i concorrenti. Il loro scontro con la socialdemocrazia e con il fascismo, negli anni Trenta, fu politico e strategico ancor prima che ideologico. Non potevano tollerare che un altro partito s’impadronisse delle piazze, delle fabbriche, del cuore delle ultime generazioni.

È probabile che non abbiano dimenticato la brutta esperienza della contestazione, alla fine degli anni Sessanta, quando temettero di perdere la federazione giovanile e i sindacati. Non vorrebbero che Grillo fosse, con nuovi ceti sociali, l’antesignano di un nuovo «sessantotto », e temono i suoi comizi più di qualsiasi altro partito. Ma i comunisti e i loro eredi hanno sempre dato prova di un robusto e spregiudicato realismo politico. In Germania, durante la Repubblica di Weimar, il partito comunista tedesco scese in piazza, soprattutto a Berlino, insieme al partito nazional- socialista. Da Mosca, quando si accorse che Mussolini, con la guerra d’Etiopia, aveva conquistato il consenso della grande maggioranza degli italiani, Togliatti lanciò un messaggio ai «fratelli in camicia nera». Alla fine del 1946, mentre il movimento dell’Uomo Qualunque sembrava destinato a grandi successi, lo stesso Togliatti esplorò la possibilità di una intesa con il suo fondatore, Guglielmo Giannini (teatrante, anch’egli, come Grillo).
E Massimo D’Alema, nel febbraio 1995, disse che la Lega era «una costola della sinistra». Vizio o virtù, il «dialogo con il nemico», quando il concorrente non può essere eliminato con altri mezzi, appartiene alla cultura politica dei comunisti. E sopravvive, a quanto pare, nel patrimonio genetico degli eredi.
 
16 settembre 2007
 
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO... Kabul, Roma e l'opinione pubblica Una guerra dimenticata
Inserito da: Admin - Settembre 24, 2007, 10:56:45 pm
Kabul, Roma e l'opinione pubblica Una guerra dimenticata

di Sergio Romano


Nulla di ciò che accade in Afghanistan è facilmente decifrabile. Conosciamo male il nemico. Non sappiamo dove corrano le frontiere che separano i talebani e i mujaheddin dai narcotrafficanti e dal banditismo. Conosciamo solo approssimativamente la dislocazione delle truppe. Vediamo immagini di battaglie riprese in località sconosciute e filtrate attraverso le maglie della censura militare. Anche il rapimento di due italiani solleva domande a cui è difficile rispondere. Quale era la missione delle persone rapite? Chi sono i loro rapitori? Sono vittime di un'operazione bellica o «commerciale»? Sono cadute nelle mani di combattenti o ricattatori? Molto di ciò che è accaduto e accadrà nelle prossime ore rimarrà coperto dal segreto od oscurato da notizie senza paternità e da rivendicazioni strumentali.

Su un punto, tuttavia, è possibile fare sin d'ora chiarezza. La guerra che si combatte da più di due anni in Afghanistan non è quella che gli Stati Uniti credettero di avere vinto nell'ottobre del 2001. Quando Bush decise di entrare nel Paese per stanare Osama Bin Laden e distruggere il regime che lo aveva ospitato, il segretario della Difesa Donald Rumsfeld mise in campo un contingente relativamente modesto e si servì di formazioni locali che avevano ambizioni e obiettivi diversi da quelli di Washington.
La spedizione, in apparenza, fu un brillante blitzkrieg. Terminate rapidamente le operazioni militari, gli americani fecero incetta di sospetti per le prigioni di Guantanamo, ereditarono la vecchia base sovietica di Bagram a 60 km da Kabul e tornarono a casa lasciando un contingente che avrebbe dovuto «prosciugare » il territorio e catturare Bin Laden. Da quel momento la presidenza Bush, impegnata nella preparazione della guerra irachena, dedicò al controllo dell'intero Paese e alla sua ricostruzione politico-economica un'attenzione complessivamente distratta. Cominciò allora una fase in cui le responsabilità politiche per il futuro dell'Afghanistan passarono gradualmente agli europei e quelle militari, ancora più gradualmente, alla Nato.

Ma il vuoto lasciato dall'imprevidenza americana non tardò nel frattempo a riempirsi. Tornarono i talebani, soprattutto attraverso la frontiera pachistana. Tornarono i narcotrafficanti, che i talebani, nell'ultima fase del loro regime, erano riusciti ad allontanare. E ricominciarono su larga scala la coltivazione dei papaveri e la produzione di oppio. Il contingente della Nato si compone oggi di circa 30.000 uomini. I comandanti sul terreno e il segretario generale della Nato a Bruxelles non smettono di chiedere ai membri dell'organizzazione un impegno maggiore. Ma non sembra che queste richieste, per almeno tre ragioni, possano essere soddisfatte.
In primo luogo perché tutti i maggiori Paesi dell'Alleanza sono già impegnati con le loro truppe in altre zone, dal Kosovo al Libano. In secondo luogo perché i bilanci nazionali hanno altre priorità. E in terzo luogo infine perché la seconda guerra afghana non piace alle opinioni pubbliche europee. Le tre ragioni valgono particolarmente per l'Italia che è in Afghanistan con 2.500 uomini, ma non partecipa, come del resto altri Paesi, alle operazioni di combattimento ed è soggetta, per questa ragione, a continue pressioni americane. È probabile che l'episodio delle ultime ore renda ancora più evidente il disagio di una coalizione che è da tempo, sulla questione afghana, visibilmente spaccata. Ma ci piacerebbe che almeno in questa vicenda l'opposizione rinunciasse a «fare il suo mestiere» e aiutasse il governo a tenere la rotta con equilibrio e fermezza. La partita che si gioca a Kabul concerne l'intero Paese e la sua credibilità internazionale.


24 settembre 2007
 
DA CORRIERE.IT


Titolo: SERGIO ROMANO - La crisi di governo Non perdere altro tempo
Inserito da: Admin - Gennaio 28, 2008, 11:23:06 am
La crisi di governo

Non perdere altro tempo

di Sergio Romano


È molto difficile, salvo un nuovo «miracolo italiano», che il presidente della Repubblica riesca a indirizzare la crisi verso la formazione di un governo «tecnico ». È un’amara constatazione.

Avremmo evitato il ritorno alle urne con una pessima legge elettorale e chiuso alcuni capitoli che rischiano di restare aperti, Dio sa per quanto tempo: dall’approvazione di un nuovo sistema di voto alla Tav e alla soluzione del caso Alitalia. Ma il primo a non esserne sorpreso, probabilmente, sarà l’uomo che lo ha maggiormente desiderato. Giorgio Napolitano temeva che il governo Prodi cadesse al Senato e sapeva che il duello, in tal caso, avrebbe avuto un vincitore, vale a dire una persona o un partito che possono, grazie alla loro vittoria, chiedere una soluzione della crisi conforme ai loro interessi.

Ma Prodi, anziché dimettersi, ha insistito per andare in Parlamento (anche le decisioni corrette possono essere talvolta inopportune) ed è accaduto esattamente ciò che il capo dello Stato temeva. Il vincitore è Silvio Berlusconi, il leader che chiede da un anno e mezzo lo scioglimento delle Camere e a cui pochi nel suo campo sono capaci di tagliare la strada. Potrebbe il capo dello Stato chiedere a un uomo di sua scelta di presentarsi alle Camere con un «governo del presidente»? Forse, ma correrebbe il rischio di creare una situazione simile, per qualche aspetto, a quella provocata da Giovanni Gronchi nel 1960 quando volle la formazione di un ministero presieduto da Fernando Tambroni. I governi di transizione, destinati a calmare le acque e a preparare tempi migliori, hanno un senso soltanto quando possono contare in Parlamento su una comoda maggioranza, possibilmente trasversale.

Se Berlusconi rifiuta di appoggiarlo, il governo è tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desiderava per il Paese. È naturale chiedersi a questo punto se valga la pena di prolungare il rito delle consultazioni e delle esplorazioni. È accaduto in altri Paesi, ma lo scandalo di Napoli, alcune vicende giudiziarie e il volgare spettacolo del Senato hanno fatto crollare le quotazioni dell’Italia alla Borsa della politica europea. Se i nostri guai e i nostri errori ricadessero soltanto sulle nostre teste, l’Europa ci starebbe a guardare, scandalizzata e divertita. Ma siamo nell’Ue, nella Nato, nel condominio dell’euro, e siamo impegnati in vicende che richiedono un esecutivo nella pienezza delle sue funzioni.

I nostri partner si chiedono ormai se questo Paese ingovernabile, chiassoso e rissoso, sia un accettabile compagno di lavoro. Forse è meglio chiudere questa brutta partita con nuove elezioni, il più presto possibile. La legge elettorale è pessima, ma gli italiani possono pur sempre servirsene per fare una scelta di campo e dire, ad esempio, quale sia oggi il peso del Partito democratico nella politica nazionale. Chiunque vinca vi saranno ancora coalizioni imperfette, eterogenee e litigiose, ma vi sono circostanze in cui la rapidità ha il vantaggio di dimostrare che i meccanismi della democrazia funzionano e che la decisione, in ultima analisi, spetta agli elettori.

28 gennaio 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO - Il cambiamento in tempi rapidi
Inserito da: Admin - Febbraio 10, 2008, 08:01:30 pm
NUOVO SCENARIO POLITICO

Il cambiamento in tempi rapidi

di Sergio Romano


L’Economist scrive che i tempi della politica italiana possono essere sorprendentemente rapidi o atrocemente lenti. La prima definizione, in questi giorni, ha l’aria di essere più calzante della seconda. La «costrizione provvidenziale» (come Paolo Mieli ha definito la decisione del Partito democratico di «correre » da solo) sembra avere già prodotto un effetto altrettanto provvidenziale. Ha indotto Silvio Berlusconi a creare con Gianfranco Fini un partito unico del centrodestra. Il «Popolo delle libertà» stringerebbe un patto federale con la Lega (un partito territoriale di cui occorre riconoscere l’identità), ma assorbirebbe nelle sue liste, senza diritto di simbolo, buona parte di quell’ameba politica che si è divisa e suddivisa sino a creare un fastidioso e paralizzante pulviscolo parlamentare. Se l’espressione non fosse stata usata in un altro contesto (Charles Maurras se ne servì per definire la morte della Terza Repubblica francese nel 1940) direi che questa è una «divina sorpresa ». La classe politica è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito. Persino il no dell’Udc di Casini potrebbe contribuire alla semplificazione del quadro politico. Walter Veltroni farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti («maquillage») un evento di cui è lui stesso in parte responsabile.

Quando andremo alle urne potremmo dunque trovarci di fronte a un ventaglio di scelte composto da cinque partiti: il Partito democratico, il Popolo delle libertà, la Lega, una «Cosa rossa» e una «Cosa bianca». Assomiglieremmo alla Germania dove la partita si gioca fra cristiano- democratici, social-democratici, la sinistra di Oskar Lafontaine, i verdi e i liberali. Ho usato il condizionale perché l’esecuzione di un progetto può svuotarlo delle sue virtù iniziali. Molto dipende dai patti che Veltroni e Berlusconi potrebbero stringere con qualche partito minore. Molto dipende soprattutto dalla fermezza con cui Berlusconi riuscirà a impedire che le reclute arruolate nel nuovo partito ne escano dopo le elezioni per costituire i loro gruppi parlamentari. Perché Berlusconi e Veltroni non si impegnano sin d’ora a scrivere insieme regolamenti parlamentari che precludano questa prospettiva?

Attenzione, tuttavia. La semplificazione del quadro politico è importante e renderebbe l’Italia più simile alle maggiori democrazie europee, dove i due primi partiti, come ha ricordato Marcello Pera sulla Stampa qualche settimana fa, rappresentano insieme una percentuale che oscilla fra il 60 e il 70% dell’elettorato. Ma è soltanto metà dell’opera. Non basta eliminare l’ameba. Occorre anche riscrivere le regole invecchiate di una Costituzione che rende il Paese ingovernabile.

Se le due Camere hanno le stesse funzioni e il presidente del Consiglio non ha neppure il diritto di sbarazzarsi di un ministro indisciplinato e inefficiente, le elezioni non avranno mai un vincitore e l’Italia non avrà mai un governo. Abbiamo già constatato che le riforme fatte da una sola parte sono mediocri o non riescono a superare il passaggio del referendum confermativo. Veltroni e Berlusconi hanno ambedue interesse a far giocare il Paese con regole nuove e dovrebbero scriverle insieme.

10 febbraio 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il doppio gioco della politica
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2008, 11:26:18 pm
AEREI ED ELEZIONI

Il doppio gioco della politica


di Sergio Romano


Con un ultimo sussulto l’Alitalia morente ha sparigliato le carte della campagna elettorale. Romano Prodi è uscito dall’ombra ed è ridiventato un protagonista della politica nazionale. Silvio Berlusconi ha afferrato la questione al balzo ed è riuscito a cavalcare contemporaneamente il cavallo dell’orgoglio nazionale e la tigre delle frustrazioni padane. Walter Veltroni è ai margini della scena, troppo prossimo agli interessi di Fiumicino per apparire credibile agli elettori del Nord. Alla borsa dei valori nazionali le privatizzazioni scendono e il colbertismo (definizione dotta di statalismo) riprende quota. Con una sorta di doppio salto mortale destra e sinistra sembrano essersi scambiati i ruoli. La sinistra crede nelle virtù del mercato e non nasconde di essere favorevole alla soluzione Air France. La destra «liberista» ritiene che gli interessi del Paese richiedano in molte circostanze l’intervento dello Stato.

Nei prossimi giorni molti continueranno a chiedersi quali effetti tutto questo possa avere sull’esito della campagna elettorale. Riuscirà la destra ad apparire più credibile della sinistra? Potrà la sinistra dimostrare che la sua gestione del caso Alitalia è stata in ultima analisi più saggia ed efficace di quella del governo Berlusconi? Credo che occorra diffidare dei dibattiti in cui si parla di tutto fuorché degli aspetti cruciali della questione. Molto di ciò che è stato detto in questi giorni serve forse a segnare un punto e a mettere in difficoltà l’avversario, ma non serve né al futuro dell’azienda né al confronto elettorale. Chi dovrà occuparsi di Alitalia nelle prossime settimane farà bene a tenere in bella vista almeno quattro promemoria. Il primo promemoria concerne il rapporto con le organizzazioni sindacali. Può darsi che l’offerta di Air France sia avara e ingorda. Ma una delle condizioni poste dal suo amministratore delegato (le organizzazioni sindacali debbono accettare e sottoscrivere formalmente il piano di salvataggio) vale per chiunque debba occuparsi dell’azienda.

Non è possibile risanare una impresa che deve buona parte delle sue condizioni fallimentari a un gretto sindacalismo corporativo e in cui nove sigle sindacali hanno il diritto di sedere a un tavolo negoziale che produrrebbe inevitabilmente un mediocre compromesso. Chi sostiene che esistono soluzioni di ricambio (come ha fatto Berlusconi), ma omette di ricordare che la condizione voluta da Air France è sacrosanta, dice nella migliore delle ipotesi una mezza verità. Il secondo promemoria concerne le regole del mercato dell’aria. La disputa fra colbertisti e privatizzatori è in buona parte irrilevante. Niente vieta allo Stato, in linea di principio, la proprietà di una linea aerea. Ma chiunque gestisca l’azienda dovrà ricordare che non sarà possibile contare su aiuti pubblici (Bruxelles non li autorizzerebbe), che i consumatori europei non intendono rinunciare ai vantaggi delle linee aeree low cost, che la liberalizzazione dei collegamenti e la politica dei cieli aperti sono una realtà a cui non è possibile sottrarsi.

Chiunque diventi proprietario dovrà essere in condizione di sopravvivere in un mondo in cui le vecchie riserve di caccia stanno scomparendo. Il terzo promemoria concerne l’Italia settentrionale. Non è necessario essere leghisti per sapere che queste sono le regioni da cui dipende in larga parte lo status europeo del Paese. Il giorno in cui i loro cittadini fossero costretti a fare scalo, per i viaggi transcontinentali, in una capitale europea, e continuassero a constatare che i loro collegamenti ferroviari con l’Europa centro-occidentale dipendono dal consenso di gruppi locali e piccoli partiti, l’Italia sarebbe ancora meno unita di quanto sia stata in questi anni. E la Lega avrebbe buone possibilità di assumere la rappresentanza del Nord. Quarto promemoria. I sindacati hanno molte responsabilità, ma Alitalia non sarebbe sull’orlo del fallimento e Malpensa non rischierebbe la retrocessione se la politica italiana del traffico aereo non fosse stata dettata da calcoli elettorali, pratiche clientelari e ambizioni municipali rappresentate a Roma da parlamentari locali. Forse occorrerebbe chiedere alla classe politica un impegno simile a quello che l’amministratore delegato di Air France vorrebbe dai sindacati: provate, almeno per una volta, a rappresentare l’interesse generale anziché quello delle vostre clientele e dei vostri collegi.

23 marzo 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Un disegno nazionale
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2008, 02:49:08 pm
IL VOTO E LE EMERGENZE

Un disegno nazionale

di Sergio Romano


Sul Corriere di ieri Pierluigi Battista ha scritto che i due maggiori partiti dovrebbero smetterla di considerarsi nemici e imparare a trattarsi come pezzi complementari di uno stesso Paese. Durante la campagna elettorale vi sono stati dapprima segnali positivi, poi, soprattutto negli ultimi giorni, qualche sgradevole ricaduta nei vizi della politica concepita come guerra fra nemici giurati e inconciliabili. Riprendo il filo degli argomenti di Battista e aggiungo qualche considerazione sui motivi per cui il Pd e il Pdl, quali che siano i risultati del voto, hanno in realtà un’agenda comune e dovrebbero comportarsi di conseguenza.

Il primo punto all’ordine del giorno è l’emergenza istituzionale. Non è possibile che un Paese, ormai per molti aspetti federale, continui a essere governato al centro da due Camere che fanno con estenuante lentezza le stesse cose e da un premier che non ha i poteri dei suoi colleghi europei. Non è possibile che le Camere continuino a essere elette con una legge che favorisce la proliferazione di piccole formazioni politiche, costituite per gestire piccole fette di potere e destinate a sopravvivere soltanto a spese della coerenza e dell’efficienza dello Stato. Dopo 15 anni di tentativi falliti, sappiamo che nessuna riforma costituzionale e nessuna buona legge elettorale verranno adottate finché le piccole formazioni saranno in grado di ricattare in Parlamento i partiti maggiori delle rispettive coalizioni.

Il Pd e il Pdl hanno quindi interessi comuni e avranno nella prossima legislatura, se non commetteranno l’errore di accentuare le proprie divergenze, l’occasione per fare insieme, in materia di riforme istituzionali e legge elettorale, ciò che nessuno dei due potrebbe fare da solo. Vi è stata in questi ultimi tempi un’evidente tendenza verso il bipartitismo. Cerchino di usare la legislatura per consolidarla. Il secondo punto all’ordine del giorno è l’emergenza economica. Chi avrà il compito di governare l’Italia erediterà un Paese esangue, stagnante, privo di infrastrutture moderne, oberato da un’enorme spesa pubblica e da un’alta pressione fiscale, condannato a essere il ventre molle delle molte crisi (da quella dei mutui a quella dell’inflazione agro-alimentare) che si stanno abbattendo sull’economia mondiale.

Spero che il prossimo governo non perderà il suo tempo, come è accaduto in questi ultimi anni, raccontando ai suoi connazionali che la colpa è dei governi precedenti. Non è vero. La responsabilità è di tutti noi: governo, partiti, sindacati, società civile. Molti dei problemi che ci affliggono sono importati dall’esterno e molte leve del potere economico sono state trasferite a Bruxelles o a Francoforte. Ma esistono problemi, dalla costruzione delle infrastrutture alla riduzione della spesa pubblica, che soltanto noi possiamo affrontare e risolvere. Anche questo è un campo in cui ogni governo, senza eccezioni, si è dimostrato inferiore alle esigenze della nazione. Oggi il Pd e il Pdl hanno la possibilità di fare, lavorando insieme, alcune delle cose di cui il Paese ha urgente bisogno per ricominciare a produrre e a crescere. I sacrifici saranno più sopportabili e gli ostacoli più facilmente sormontabili se il Paese avrà la sensazione di rispondere a un disegno nazionale, condiviso dalle due maggiori forze politiche.

13 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La Baviera e la Padania
Inserito da: Admin - Aprile 27, 2008, 07:13:12 pm
FEDERALISMO POLITICO

La Baviera e la Padania


di Sergio Romano


Due sindaci di sinistra — Sergio Cofferati e Massimo Cacciari — propongono la nascita di un Partito democratico del Nord. Walter Veltroni sostiene invece che il partito debba continuare ad avere carattere nazionale. Altri osservano che esistono in Italia, come in diverse nazioni europee, partiti regionali (la Lega, l'Svp della provincia di Bolzano e l'Union Valdôtaine) che mandano i loro rappresentanti al Parlamento nazionale. Ma non esistono e non dovrebbero esistere partiti nazionali che si spogliano delle loro funzioni in una parte del Paese per lasciarle a un partito fratello. Non è esatto. Come viene ricordato in occasione di ogni elezione tedesca vi sono nella Repubblica Federale di Germania due Democrazie cristiane: la Cdu nazionale di Angela Merkel e la Csu bavarese. Nei 59 anni passati dalla costituzione dello Stato tedesco le due Dc si sono spesso punzecchiate, soprattutto quando il leader del partito bavarese era Franz Josef Strauss, personaggio sanguigno, intemperante, controverso e tuttavia ciecamente amato dai suoi elettori. Complessivamente però la collaborazione ha funzionato e ha regalato al Paese, insieme ad altri fattori, governi lunghi e stabili.

Perché non dovrebbe accadere anche in Italia? Prima di rispondere alla domanda, tuttavia, occorre ricordare le ragioni per cui i bavaresi hanno la loro Dc, diversa da quella del resto del Paese. La Baviera fu per molto tempo, dopo la Prussia, il più importante regno germanico e conservò alcune caratteristiche della sovranità (il re, la presenza di un corpo diplomatico straniero nella sua capitale) sino al 1918. Si potrebbe sostenere quindi che l'esistenza di due partiti democristiani in Germania rifletta le particolari circostanze dell'unificazione tedesca. Mentre il Piemonte sconfisse gli Stati preunitari e li cancellò dalla carta geografica, Bismarck persuase i sovrani tedeschi a unirsi sotto il primato della Prussia in una sorta di confederazione. Una situazione simile avrebbe potuto verificarsi anche da noi se il re di Napoli o il Granduca di Toscana avessero accettato il primato dei Savoia, ma conservato contemporaneamente un ruolo, sia pure minore, nell'ambito del nuovo Stato italiano. Avremmo avuto alla Camera dei deputati, probabilmente, una corrente dei liberali napoletani o toscani, uniti da un patto di collaborazione con i rappresentanti liberali del resto della penisola.

Non li abbiamo avuti perché il Risorgimento rinunciò alla prospettiva confederale e imboccò risolutamente la strada francese dell'Italia «una e indivisibile». Non basta. Il partito del Nord, se esistesse, rappresenterebbe una regione — la Padania — che non ha mai avuto, se non per brevissimi periodi, una configurazione statale. Il Pd del Nord appare quindi, a prima vista, ingiustificato e privo di qualsiasi legittimità storica. Eppure, il fatto che a qualcuno sia passato per la mente di avanzare una tale proposta è indice delle condizioni in cui è oggi lo Stato italiano. Alcuni esponenti del Pd hanno capito che la Lega non è facilmente classificabile con le solite categorie tradizionali (destra e sinistra) della politica nazionale. Vuole rappresentare gli interessi del Nord e riesce ad attrarre voti provenienti da ceti sociali diversi.

Per battere la Lega occorre accettare il confronto sul suo terreno, ascoltare le lagnanze che hanno conferito popolarità alla sua linea politica e dare risposte diverse ma egualmente convincenti. Chi propone la creazione del Pd del Nord teme che il Partito democratico sia inevitabilmente costretto a pensare in termini nazionali e non riesca quindi a scalzare la Lega dalle posizioni che ha progressivamente conquistato in questi anni. Ma non sarebbe giunto a queste conclusioni se non avesse compreso che è inutile continuare a proclamare l'indivisibilità di un Paese in cui esistono livelli di vita, mentalità sociali e culture politiche così profondamente diverse. Abbiamo istituzioni nazionali, leggi nazionali, statistiche nazionali e partiti nazionali. Ma tutti sanno, anche se preferiscono dirlo sottovoce, che le leggi buone per il Nord non sono buone per il Sud e viceversa. Suppongo che lo sappia anche Walter Veltroni. Ma il leader del Partito democratico sa anche che il Pd del Nord, se esistesse e facesse coscienziosamente il suo mestiere, dovrebbe «pensare settentrionale» e dissentire dalla casa madre ogniqualvolta questa si considerasse obbligata a tenere conto di altri interessi regionali. E Veltroni, in tal modo, perderebbe rapidamente il controllo del partito nelle regioni più prospere del Paese. Ma non ha senso continuare a parlare di federalismo italiano senza ammettere che anche i partiti politici possano essere «federali».

27 aprile 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Democrazia sotto ricatto
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2008, 10:26:02 pm
DALLA CASTA ALLA DERIVA

Democrazia sotto ricatto


di Sergio Romano


Fra «La casta», apparso nella primavera dell'anno scorso, e «La deriva », l'ultimo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, esiste una importante differenza. «La casta » è la radiografia di una classe politico-amministrativa (secondo gli autori 179.485 persone) che ha usato il potere per distribuire a se stessa uno strabiliante numero di favori, prebende e privilegi, spesso in evidente contraddizione con le ricette che i suoi membri applicavano al resto del Paese. L'apparizione del libro suscitò uno scandalo che ha alimentato il dibattito politico italiano sino alle ultime elezioni. Ma qualcuno, con una buona dose di realismo amorale, avrebbe potuto sostenere che l'indebito arricchimento dei governanti non comporta necessariamente il declino del Paese e l'impoverimento dei cittadini. Vi sono stati ministri, governatori e sindaci corrotti che hanno adottato buone leggi, fatto eccellenti riforme, costruito importanti infrastrutture e migliorato la vita dei loro compatrioti.

«La deriva» dimostra che in Italia è accaduto esattamente il contrario. Il governo dei ricchi ha reso il Paese più povero, più ingiusto, meno educato, meno assistito e curato, meno intraprendente e meno dotato di servizi moderni di quanto fosse negli anni in cui i suoi uomini politici erano più sobri. Siamo al 46˚posto nella lista dei Paesi più competitivi. Il nostro commercio internazionale ha perso quote di mercato (nell'Unione Europea meno 11,8% dal 2001 al 2006). La produttività del lavoro, nello stesso periodo, è cresciuta dell' 1% contro l'8,6% in Francia e il 7,7% in Germania. Da noi l'avvio di un'attività economica richiede 16 procedure e 66 giorni contro 8 procedure e 31 giorni nei Paesi Bassi. In poco più di trent'anni siamo scesi dal terzo al dodicesimo posto nella classifica delle autostrade europee. Il numero dei container che passano attraverso i sette maggiori porti della penisola è più piccolo (un milione di meno) di quello dei container trattati dal porto di Amburgo. La migliore università pubblica italiana è al 173˚posto nella graduatoria dei migliori atenei del mondo. Gli italiani che usano Internet nei rapporti con la pubblica amministrazione sono il 17% dei cittadini fra i 16 e i 74 anni contro il 43% della Germania, il 41 della Francia, il 38 della Gran Bretagna e il 26 della Spagna. Il tasso di occupazione femminile (46,3%) è inferiore a quello della Grecia. Nella classifica dei Paesi che maggiormente attraggono investimenti stranieri l'Italia è agli ultimi posti. Dati analoghi emergono dalle statistiche comparate su ferrovie, Alta velocità, metropolitane, inceneritori, rigassificatori, energie alternative. Se v'imbattete in una qualsiasi classifica è inutile che cerchiate l'Italia in cima alla pagina: la troverete soltanto spostando lo sguardo verso il basso.

Dopo avere chiuso il libro di Stella e Rizzo il lettore constaterà che le ragioni di questa deriva sono apparentemente diverse, ma in realtà quasi sempre le stesse. Quando un ministro riformatore o un parlamentare coraggioso tentano di rendere il sistema più flessibile, più competitivo e più dinamico, qualcuno si oppone.

I sindacati della scuola non vogliono che il lavoro dei docenti venga soggetto a periodiche verifiche. I sindacati della funzione pubblica respingono le note di qualifica come vessatorie. Gli ordini professionali difendono strenuamente i loro privilegi e proteggono i loro soci anche quando dovrebbero espellerli. Le popolazioni locali vogliono le grandi opere pubbliche purché non vengano costruite sul loro territorio. Ogni riforma trova sulla sua strada una corporazione o una lobby che è perfettamente in grado di fare deragliare il treno della modernità. Ogni tentativo riformatore si conclude con un mediocre compromesso che ne riduce l'efficacia e ne aumenta i costi.
I partiti, dal canto loro, contribuiscono alla generale inefficienza del sistema disseminando i loro clienti e seguaci in tutte le branche della vita pubblica. E il cliente, una volta insediato in un posto di comando, conserva il potere fornendo voti e favori al suo protettore. In questo vuoto di moralità politica le famiglie criminali sono riuscite a conquistare regioni dove influiscono direttamente o indirettamente sulle scelte elettorali di una parte considerevole della popolazione. Il vero protagonista del libro di Stella e Rizzo è una gigantesca macchina clientelare che scambia voti contro favori e denaro, paralizza i riformatori, ricatta i governi, impedisce all'Italia di crescere.

Non è vero che la situazione sia ormai senza scampo. È ancora possibile rompere questo circolo vizioso e liberare la democrazia ricattata dalle corporazioni. Ma è necessario uno sforzo nazionale, vale a dire molto più di una semplice maggioranza di governo. E occorre un governo che dimostri di averlo capito sin dal primo giorno del suo lavoro.



04 maggio 2008

DA corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il dialogo sbagliato
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2008, 06:00:07 pm
Il dialogo sbagliato


di Sergio Romano


A Napoli, dopo il Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi ha parlato di «tempo scaduto», ha promesso che il problema dei rifiuti urbani della città sarebbe stato trattato «come un terremoto o una eruzione vulcanica ». E ha aggiunto che le aree individuate per le discariche sarebbero state considerate «zone di interesse strategico nazionale». Poco importa, a questo punto, che i militari vengano automaticamente impiegati per la custodia dei siti o chiamati soltanto in caso di necessità, come sembra di doversi dedurre dall'ultima redazione delle norme. Se non sono semplici grida retoriche, le parole del presidente del Consiglio significano che le località individuate dal governo ed elencate nel decreto pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, sono l'equivalente di una installazione militare. Fu chiaro sin dal primo annuncio, quindi, che il governo aveva alzato di uno scalino la soglia simbolica della sicurezza e detto implicitamente al Paese che questa è un'operazione di Stato nell'interesse dell'intera comunità nazionale. Chi si mette di traverso con manifestazioni violente o cerca d'impedire il funzionamento delle discariche sfida lo Stato e va trattato di conseguenza.

Non potevamo sperare, naturalmente, che il piano del governo sarebbe bastato a zittire i manifestanti. E non potevamo neppure sperare che l'intera classe politica avrebbe immediatamente rinunciato al vecchio gioco dei dubbi, delle reticenze, dei distinguo e delle approvazioni con riserva. Sapevamo che i «tribuni della plebe» non avrebbero esitato a «tastare» la fermezza del governo. E potevamo facilmente immaginare che qualche uomo politico, fiutando il vento, avrebbe cominciato a manifestare il proprio dissenso. Esiste un «fronte del no» di cui fanno parte l'egoismo municipale, interessi affaristici, la camorra, il massimalismo anti-istituzionale e, perché no?, parecchi uomini politici a cui non spiacerebbe che il nuovo governo scivolasse subito su una buccia di banana. Tutto questo, ripeto, era prevedibile e scontato.

Non sarebbero prevedibili e scontati invece il cedimento del governo e l'annacquamento del piano di Napoli. Se il governo facesse un passo indietro, si affidasse a un mediatore e aprisse trattative, la fermezza degli scorsi giorni sembrerebbe una vuota bravata e Berlusconi perderebbe d'un colpo solo il credito conquistato anche sul piano internazionale.

È stata pronunciata più volte, nella giornata di ieri, la parola «dialogo»: una espressione che ricorre frequentemente nel linguaggio politico italiano e che significa ormai patteggiamento e compromesso. Ci piacerebbe che venisse sostituita, in questo caso, con la parola informazione. Dopo le estenuanti trattative e i nulla di fatto degli scorsi anni vi è ancora spazio per correzioni e aggiustamenti.
Ma l'utilità del dialogo si è esaurita. L'informazione, invece, è necessaria. Occorrerà spiegare continuamente ai cittadini, fin nelle sedi più piccole e periferiche, le intenzioni del governo, il progresso dei lavori, i cambiamenti che saranno resi necessari dalle circostanze in corso d'opera. E occorrerà cercare di mitigare gli inconvenienti tenendo conto delle loro esigenze. Ma di «dialogo», nel senso che la parola ha acquisito nel gergo della cattiva politica italiana, a Napoli non c'è bisogno.


25 maggio 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il prezzo della rottura
Inserito da: Admin - Giugno 22, 2008, 04:47:05 pm
MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE

Il prezzo della rottura


di Sergio Romano


L’insistenza con cui si parla della necessità di un dialogo fra maggioranza e opposizione è soltanto un altro sintomo del malessere della democrazia italiana. Quando David Cameron, leader dei conservatori britannici, prende la parola ai Comuni, è duro, sferzante e, nella migliore delle ipotesi, ferocemente ironico. Quando Oskar Lafontaine parla del governo Merkel, non misura parole e giudizi. Quando i socialisti francesi parlano di Nicolas Sarkozy, i toni sono aspri e taglienti.

Nei buoni sistemi democratici, le opposizioni non hanno l’obbligo di dialogare. Debbono attaccare il governo, demolirne i programmi e, quando ne condividono gli obiettivi, dimostrare che il risultato può essere raggiunto con altri mezzi più idonei allo scopo. Ciò che davvero serve in democrazia non è il dialogo (parola di cui si è fatto in questi mesi un uso stucchevolmente retorico), ma un altro fattore, questo sì assolutamente indispensabile. Occorre che maggioranza e opposizione si riconoscano rispettivamente legittime e che nessuno dei due leader neghi all’altro il titolo di rappresentare politicamente e moralmente la parte del Paese che gli ha dato fiducia.

Negli ultimi 15 anni è accaduto il contrario. La sinistra ha considerato Berlusconi un’inaccettabile anomalia, un cattivo scherzo della storia nazionale, un pregiudicato in attesa di giudizio, una reincarnazione light del fascismo. E Berlusconi l’ha ripagata di questi giudizi definendola semplicemente e sprezzantemente «comunista». Più recentemente è parso che il clima potesse cambiare. Dopo essersi liberati di alcuni dei loro più ingombranti alleati e avere fatto un buon uso di una pessima legge elettorale, Berlusconi e Veltroni sembravano disposti a considerarsi semplicemente avversari, divisi dalle loro rispettive ambizionima uniti dall’appartenenza allo stesso sistema nazionale. Non mi aspettavo che avrebbero «dialogato».

Speravo tuttavia che avrebbero capito la necessità di aprire insieme una strada su cui nessuna maggioranza dovrebbe avventurarsi da sola: quella delle riforme istituzionali e di una migliore legge elettorale. Sono bastate poche settimane perché il tempo girasse nuovamente al peggio. Ne conosciamo le ragioni. Berlusconi non è ancora uscito dal tunnel del suo percorso giudiziario e crede lecito usare il potere per assicurarsi l’immunità. Qualcuno continua a pensare che esista una via giudiziaria alla soluzione dei problemi italiani. E Veltroni è circondato da persone che vorrebbero fargli pagare la sconfitta. Insomma, Berlusconi, perché è forte, crede di non avere bisogno di nessuno; e Veltroni, perché è debole, rischia di non poter fare a meno dei molti che cercano di trascinarlo all’indietro nella strategia di un’alleanza antiberlusconiana pilotata dalla sinistra giustizialista, massimalista e «girotondina».

È uno spettacolo già visto, che la grande maggioranza del Paese non ha alcuna voglia di rivedere. Mi chiedo se i politici dei due campi si siano resi conto dell’effetto che questa «guerra civile fredda» sta producendo sulla società. Gli italiani si lasciano apparentemente convincere dall’uno o dall’altro dei due campi, ma dopo avere votato per la destra o per la sinistra provano per entrambe gli stessi sentimenti di sfiducia e disprezzo. Una democrazia in cui gli elettori detestano gli eletti: ecco ciò che l’Italia corre il rischio di diventare.

22 giugno 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il vero rimedio del conflitto
Inserito da: Admin - Luglio 19, 2008, 07:27:23 pm
POLITICA E GIUSTIZIA

Il vero rimedio del conflitto


di Sergio Romano


Se può essere di consolazione a qualche lettore, la guerra fra politica e giustizia non è un fenomeno esclusivamente italiano. Esiste sin dagli inizi degli anni Novanta, anche se in forme diverse, in quasi tutte le maggiori democrazie occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Spagna alla Germania. I magistrati lamentano «l’arrogante brama di potere di molti governanti che pretendono di sottomettere la giustizia alle lunghe maglie del loro controllo» (sono le parole di un giudice spagnolo, Baltasar Garzón, tratte da un libro pubblicato nel 2005 da Baldini Castoldi Dalai). La classe politica deplora l’invadenza della magistratura e il suo tentativo di esercitare una sorta di supervisione su funzioni che sono state tradizionale appannaggio del potere esecutivo e del potere legislativo. La magistratura rivendica la propria indipendenza e si proclama «bocca del diritto». La classe politica invoca il mandato popolare e rivendica la propria legittimità democratica. Chiedete ad Aznar, Chirac, Kohl, Bush, Kissinger, Olmert o, se fosse in grado di rispondervi, Sharon, che cosa pensino dei loro magistrati o di quelli che cercano d’incriminarli di fronte al tribunale di un altro Paese. Vi daranno privatamente risposte non troppo diverse dalle parole con cui Silvio Berlusconi ha polemizzato in questi anni con la magistratura italiana.

Questa guerra della giustizia contro la politica, o viceversa, ha parecchie cause. Con la fine della guerra fredda e la disgregazione degli Stati comunisti è cominciata la stagione delle guerre civili, delle pulizie etniche, della criminalità senza frontiere, ma anche dei diritti umani, degli interventi umanitari, dei tribunali per i crimini di guerra: occasioni che molti magistrati hanno colto per annunciare il «regno della legalità» e promuovere se stessi al ruolo di sacerdoti di una nuova fede. Ma gli attacchi terroristici, soprattutto dopo l’11 settembre, hanno fornito ai governi l’occasione per rafforzare i tradizionali poteri dell’esecutivo, dal fermo di polizia all’abolizione di alcune garanzie conquistate negli anni precedenti. All’ondata pangiudiziaria degli anni Novanta (un’epoca in cui molti magistrati pensavano che tutto potesse venire risolto in un’aula di tribunale) è seguita un’ondata di riflusso durante la quale i governi hanno riconquistato una parte del terreno perduto. In queste lotte fra poteri è probabile che i magistrati, soprattutto in alcuni Paesi, siano stati avvantaggiati dalla crescente insoddisfazione della società per la «casta » che governa. La democrazia resta la meno peggiore di tutte le forme di governo possibili, ma non gode di buona salute né da questa né dall’altra parte dell’Atlantico.

Queste sono riflessioni che conviene tuttavia lasciare ai sociologi e ai filosofi della politica. Ciò che maggiormente ci concerne è la constatazione che la guerra è molto più grave e politicamente cruenta in Italia di quanto non sia in altri Paesi comparabili al nostro. Ne conosciamo le ragioni. I politici hanno delegato ai giudici la lotta contro tre minacce— terrorismo, mafia, corruzione — che hanno insidiato la vita repubblicana degli ultimi trent’anni, e li hanno così implicitamente incoraggiati a uscire dal loro ruolo tradizionale. La piaga della corruzione ha infettato buona parte della società nazionale.

Berlusconi ha portato con sé, entrando in politica, un conflitto di interessi che lo ha reso particolarmente criticabile, sospettabile e vulnerabile. E la sinistra, fino a poco tempo fa, ha lasciato spazio ai magistrati nella speranza che la sbarazzassero di qualche scomodo avversario. È questo il fattore che ha maggiormente complicato la situazione italiana. In altre democrazie la politica sta riprendendo nelle sue mani il controllo della situazione e sta cercando di adottare norme in cui legalità e legittimità democratica possano trovare un nuovo punto di equilibrio. Il caso più interessante è quello della Spagna dove socialisti e popolari, dopo essersi paralizzati a vicenda, si stanno accordando per una riforma che riaffermerà le prerogative del Parlamento nei suoi rapporti con le maggiori istituzioni giudiziarie. Da noi invece la destra cerca d’imporre la propria riforma e la sinistra, incapace di accordarsi su proposte alternative o complementari, si limita a deplorare e condannare.

Gli umori del Paese nel frattempo stanno cambiando. Dopo una fase in cui la filosofia pangiudiziaria dei magistrati trovava molti consensi, la società sembra divisa fra coloro per cui i procuratori hanno sempre ragione e quelli per cui la magistratura è una corporazione ambiziosa e autoreferenziale che sta rendendo un cattivo servizio al Paese. Siamo giunti al punto in cui le azioni giudiziarie, le intercettazioni, gli avvisi di reato e le detenzioni cautelari raggiungono il paradossale risultato di screditare contemporaneamente, anche se in campi opposti della società, sia il partito della legalità sia quello della legittimità democratica. A questa situazione esiste un solo rimedio: una riforma della giustizia realizzata, come in Spagna, dalla maggioranza e da quella parte dell’opposizione che non vuole ereditare, quando verrà il suo turno, un Paese in cui gli italiani non crederanno più né ai magistrati né ai politici.

19 luglio 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. CASO TELECOM E INFORMAZIONE Il teorema smontato
Inserito da: Admin - Luglio 21, 2008, 07:21:32 pm
CASO TELECOM E INFORMAZIONE


Il teorema smontato


di Sergio Romano


Siamo abituati agli atti d'accusa che coinvolgono numerose persone e alle sentenze, soprattutto in Appello e in Cassazione, che riducono considerevolmente il numero e le responsabilità degli imputati. Nel procedimento che concerne dal 2005 Telecom, Pirelli e il responsabile dei loro servizi di sicurezza, Giuliano Tavaroli, sembra che stia accadendo esattamente l'opposto. Durante lo «scandalo dei dossieraggi» (un gigantesco mercato di controlli telefonici e spionaggio informatico che coinvolse, come vittime e clienti, parecchie migliaia di persone) avemmo tutti l'impressione che le indagini avrebbero inevitabilmente trascinato sul banco degli accusati il presidente e l'amministratore delegato dell'azienda, rappresentati come registi dell'intera operazione. Ebbene, no. Dopo tre anni di indagini, la Procura della Repubblica di Milano starebbe per incriminare una trentina di persone, fra cui Tavaroli, e per rinviare a giudizio le società Telecom e Pirelli, ma avrebbe implicitamente scagionato Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora. Il «teorema», come direbbe Berlusconi, è stato smontato. Ma questo non è accaduto alla fine di un sofferto tragitto giudiziario, costellato di sentenze e di appelli.

È accaduto grazie a una Procura che, occorre riconoscerlo, non ha fatto nulla, nella fase calda dello scandalo, per alimentare sospetti e supposizioni. Forse è giunto il momento di chiedersi come e perché l'Italia sia particolarmente vulnerabile a questo tipo di vicende. Quando esplodono, gli scandali italiani cadono su un terreno pronto ad accoglierli. Una parte importante della pubblica opinione è convinta che la sua classe dirigente (politici, imprenditori, finanzieri) sia avida, corrotta, profondamente immorale, instancabilmente indaffarata ad arricchire se stessa e a derubare i suoi connazionali. La battuta di Giulio Andreotti («a pensare male s'indovina») è diventata un motto nazionale. In molti Paesi la possibilità che una truffa o un complotto siano stati orditi da personalità eminenti suscita generalmente sorpresa, sconcerto, incredulità. Da noi suscita una specie di trionfale compiacimento e ribadisce convinzioni diffuse. Le assoluzioni, quando arrivano, dimostrano soltanto che anche la giustizia, in ultima analisi, è al servizio dei potenti. Il sospetto che diventa una patologia nazionale crea un ingranaggio inarrestabile, un ciclo continuo, difficile da interrompere. Non è necessario costruire teoremi. Esistono già, depositati nel profondo della diffidenza e della sospettosità nazionali. Attenzione, non vorrei essere frainteso. In un Paese afflitto da corruzione, conflitto d'interessi, spirito mafioso e criminalità organizzata, gli scandali, purtroppo, sono spesso reali. Ma se è sciocco negarne l'esistenza, è altrettanto sciocco pensare che tutti gli amministratori pubblici siano ladri e tutti gli imprenditori sospettabili delle peggiori nefandezze. Il Paese, nonostante tutto, è molto meglio di quanto pensino i suoi cittadini.

Esiste naturalmente una responsabilità dei mezzi d'informazione. La stampa, nel senso più largo della parola, è lo specchio che riflette i sentimenti, gli umori e le idiosincrasie della società. Ma quella italiana non si limita a registrare gli umori del Paese. In molti casi li amplifica e li rilancia. Le ragioni sono in parte antiche e in parte nuove. Là dove non esiste una netta distinzione tra stampa d'informazione e stampa popolare, il giornale è spesso condannato a essere contemporaneamente l'uno e l'altro per cercare di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Questa ambivalenza tende a diventare ancora più evidente in una fase in cui i giornali sono insidiati da nuovi mezzi d'informazione, moderni, aggressivi e destinati a conquistare una parte crescente della società. Esiste la concorrenza, beninteso, ma vi sono circostanze in cui costringe i concorrenti a rincorrersi verso il basso piuttosto che verso l'alto. Temo che nella vicenda dei dossier illeciti l'informazione abbia avuto, quasi senza eccezioni, le sue responsabilità. Per «servire» il lettore e non restare indietro rispetto alla concorrenza, ha finito per somministrargli ogni giorno una dose crescente di sospetti. E ha dimenticato che certe vicende, anche quando sono destinate a ridimensionarsi, possono avere conseguenze micidiali per la sorte dei protagonisti dello scandalo. Nel Sole 24Ore di ieri Franco Debenedetti ha intravisto una relazione tra lo scandalo dei dossier e le sorti di Telecom nei mesi successivi. Per Debenedetti in questa vicenda vi sarebbe anche lo zampino della politica. Può darsi. Ma vi è certamente una responsabilità della informazione di cui noi tutti dobbiamo essere consapevoli.

21 luglio 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Le virtù delle forbici
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2008, 10:26:44 am
LA SPESA PUBBLICA E I TAGLI

Le virtù delle forbici


di Sergio Romano


Il ministro della Economia è riuscito ad anticipare i tempi della Legge finanziaria e ad abolire buona parte dell'indecoroso mercato con cui il Parlamento stravolgeva le grandi linee della politica governativa. Ma non è riuscito a impedire il logorante bisticcio con i colleghi, quasi tutti impegnati a difendere il loro portafoglio ministeriale dalla scure del Tesoro. Nulla di nuovo. Il denaro è potere. Non vi è sistema politico in cui il ministro possa accettare la decurtazione del bilancio senza rinunciare a una parte delle sue ambizioni. Un ministro che cede senza strillare e non riesce a contrattare la riduzione del danno corre il rischio di perdere autorità agli occhi dei suoi funzionari e della piccola corte di clienti che fanno parte della sua personale tribù politica.

Eppure la scure di Tremonti, in questo caso, è perfettamente giustificata da almeno due ragioni. In primo luogo non si vede come l'Italia possa ridurre il disavanzo e il debito pubblico senza lavorare di forbice sul fabbisogno delle pubbliche amministrazioni. La crescita del Pil è modesta, quasi insignificante, e la pressione fiscale è una delle più alte in Europa. Non si può invocare pubblicamente, come unico rimedio possibile, la riduzione della spesa pubblica (un obiettivo su cui l'accordo sembra essere pressoché generale) e permettere che l'operazione vada e insabbiarsi nella palude degli egoismi ministeriali.

La seconda ragione è ancora più importante. Le grida di rabbia dei ministri colpiti sono fondate sulla presunzione che l'organizzazione dei loro ministeri e il modo in cui usano le risorse fornite dallo Stato siano intangibili. Ma non vi è ministero o pubblica amministrazione in cui non vi siano stati negli ultimi decenni un progressivo aumento delle spese e una crescente diminuzione dei controlli. Chi scrive ricorda ancora amministrazioni dello Stato in cui l'Economo (un personaggio indispensabile della buona amministrazione) controllava l'uso della cancelleria, sorvegliava i conti telefonici, lanciava ammonimenti. L'aumento della spesa pubblica in Italia è il risultato di una somma di fattori apparentemente modesti, ma complessivamente rilevanti: sprechi, controlli negligenti sul lavoro dei singoli dipendenti, quieto vivere del capufficio, complicità sindacali, sciatteria nell'uso dei beni pubblici e beninteso contratti di consulenza che hanno creato col passare del tempo un'affollata funzione pubblica parallela, composta da personale privato (gli americani, in Iraq, li chiamano contractors) al servizio dei singoli uomini pubblici. Come Margaret Thatcher negli anni Ottanta, Giulio Tremonti ha capito che le cose cambieranno soltanto quando i ministri, messi con la spalle al muro, saranno costretti a occuparsi personalmente dei conti dei loro ministeri e a fare un migliore uso delle risorse di cui dispongono. La necessità acuisce l'ingegno. Ridurre il bilancio di un'amministrazione può essere, paradossalmente, il miglior modo per renderla più efficiente. Anziché fare la politica del bastian contrario, l'opposizione dovrebbe assecondare questa linea e pretendere che sia accompagnata da controlli di qualità e produttività.

Questo non significa che ogni ministero e ogni capitolo di spesa possano essere trattati con gli stessi criteri. La politica del ministro dell'Economia sarà tanto più credibile quanto più i tagli saranno accompagnati da maggiori stanziamenti per alcuni settori indispensabili al futuro del Paese. Come ha suggerito un lettore del Corriere qualche giorno fa, esistono spese del ministero della Difesa che possono essere considerevolmente ridotte. Ma non è possibile fare affidamento sulle forze armate per la proiezione dell'Italia all'estero e privarle contemporaneamente dei due fattori — addestramento e materiali — da cui dipende la loro funzionalità. Non è possibile lesinare sulle infrastrutture senza pregiudicare il futuro. E non è possibile, infine, continuare a trascurare l'innovazione e la ricerca. Dopo essersi proposto la creazione dell'equivalente italiano del Massachusetts Institute of Technology (a proposito: ci piacerebbe essere informati sullo stato dei lavori), Giulio Tremonti non può ignorare che l'avarizia dello Stato in questo settore ha avuto in questi ultimi decenni due conseguenze negative: ha spinto molti giovani d'ingegno ad abbandonare il loro Paese e ha reso l'Italia, nel grande mercato delle innovazioni e dei brevetti, un Paese debitore. I soldi che non diamo ai nostri ricercatori finiamo per darli, con gli interessi, agli inventori stranieri.


05 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Ma stavolta l'Europa c'è
Inserito da: Admin - Agosto 13, 2008, 10:57:43 am
IL CONFLITTO IN GEORGIA


Ma stavolta l'Europa c'è


di Sergio Romano


Ciò che sta accadendo in questi giorni fra Mosca, Tbilisi e Parigi potrebbe essere ricordato come una bella pagina di politica estera europea. Le circostanze sono state favorevoli all’Unione. Dopo avere dato alla Georgia un sostegno inopportuno e velleitario, gli Stati Uniti non potevano essere i mediatori della crisi. Occorreva qualcuno che non fosse né pregiudizialmente anti- russo né insensibile al problema dell’indipendenza georgiana. La Francia è presidente di turno dell’Ue, ha un capo dello Stato ambizioso e un ministro degli Esteri con un rispettabile pedigree umanitario.

Nicolas Sarkozy e Bernard Kouchner si sono distribuiti i compiti abilmente. Il viaggio del ministro in Georgia ha dimostrato che l’Europa è pronta a sostenere la sua indipendenza. Il viaggio del presidente a Mosca e gli argomenti di cui si è verosimilmente servito nel corso dei suoi colloqui, hanno dimostrato a Medvedev che l’Europa non intende fare un processo alla Russia e ne comprende le esigenze. Questo non significa, naturalmente, che i 27 membri dell’Ue abbiano tutti, in questa vicenda, le stesse opinioni. Un altro presidente, soprattutto se proveniente dall’Europa centro-orientale, avrebbe preso iniziative diverse o si sarebbe allineato sulle posizioni degli Stati Uniti. Ma la Francia, in questo momento, può contare sull’appoggio dell’Italia, della Germania, della Spagna, forse anche della Gran Bretagna.

Vi sono state circostanze in cui Sarkozy ci è sembrato troppo motivato dal desiderio di agire e di apparire, anche in momenti in cui sarebbe stato meglio attendere e riflettere. In questo caso la prontezza è stata un necessario ingrediente dell’operazione. Esisterà quindi d’ora in poi una politica estera dell’Europa? Temo che vi saranno ancora occasioni in cui i 27 si riuniranno per sottoscrivere documenti vaghi, somma algebrica delle loro divergenti posizioni. Ma sarebbe un errore dimenticare che vi sono state altre circostanze in cui l’Europa è riuscita a incidere sulla situazione internazionale. Accadde per esempio a Venezia il 13 giugno 1980, quando i leader della Comunità europea (allora eravamo nove) sottoscrissero una dichiarazione sulla soluzione del conflitto arabo- israeliano e sostennero la necessità di associare ai negoziati l’Organizzazione per la liberazione della Palestina.

È accaduto più recentemente, nel 2006, quando Italia e Francia riuscirono a costituire una forza di interposizione prevalentemente europea nel Libano meridionale. So che va di moda, in questi giorni, parlare della sua inutilità e della sua impotenza. Chi si esprime in questi termini dimentica che quell’iniziativa ebbe il merito d’interrompere un conflitto che stava distruggendo il Libano fisicamente e Israele moralmente. Esistono altri precedenti di cui l’Ue può andare orgogliosa. Quando deve occuparsi di politica internazionale, l’Europa è spesso discorde e tentennante. Ma quando il problema all’ordine del giorno è economico o finanziario, e soprattutto quando esistono istituzioni autorizzate ad agire, la voce dell’Europa può essere decisiva. Negli anni in cui Mario Monti fu commissario alla concorrenza alcune sue decisioni (quella sulla fusione tra Honeywell e General Electric, per esempio) dimostrarono che l’Europa aveva una politica economica con cui anche gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare i conti. Sono precedenti incoraggianti cui potrebbe aggiungersi nei prossimi giorni la soluzione, grazie all’Europa, della crisi georgiana.

13 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Le paure di uno zar
Inserito da: Admin - Agosto 20, 2008, 10:32:20 am
Le paure di uno zar


di Sergio Romano


Nel Corriere di ieri Alberto Ronchey si è chiesto quali siano le motivazioni della politica di Putin. Un disegno geopolitico o «geoenergetico » per la riconquista dello spazio imperiale perduto dopo la disintegrazione dell'Unione Sovietica? Il timore dei due colossi — gli Usa e la Cina — che incombono sulle sue frontiere? La mia interpretazione è personale e potrà sembrare a qualche lettore troppo «filo-russa». Ma non intendo assolvere Putin dai suoi peccati e giustificare le sue intemperanze. Voglio soltanto ricordare che non è possibile trattare con un grande Stato senza cercare di comprenderne le percezioni, le ambizioni e le paure. Putin è uno zar restauratore e modernizzatore. Vuole restituire ai suoi connazionali l'orgoglio perduto. Vuole preparare il suo Paese ad affrontare le sfide del futuro. Vuole instaurare un sistema economico che assicuri la prosperità e la crescita civile della società russa. Per raggiungere questo scopo non poteva permettere che le maggiori risorse naturali della nazione (soprattutto petrolio e gas) restassero nelle mani di oligarchi o di società straniere che hanno conquistato pezzi di ricchezza russa nel momento della sua maggiore prostrazione. Per sbarazzarsi di questi corsari dell'economia ha agito senza scrupoli.

Ma non è stato più spiccio e spregiudicato di quanto siano state le sue vittime negli anni in cui creavano i loro imperi economici. Putin sperava di realizzare questi obiettivi in un clima di cooperazione internazionale con gli Stati Uniti, l'Europa, la Cina e le altre maggiori potenze. Ha manifestato solidarietà a Bush dopo gli attentati dell'11 settembre. Lo ha aiutato a vincere la guerra afghana autorizzando le forze armate americane a utilizzare lo spazio aereo russo e a creare basi in Asia Centrale. Ha stretto buoni rapporti con alcuni leader occidentali: Berlusconi, Chirac, Schröder. E ha colto un primo risultato positivo nel luglio del 2002, a Pratica di Mare, quando i Paesi del Patto Atlantico hanno accettato di creare una nuova organizzazione: il Consiglio Nato- Russia. Molti sperarono (io fra questi) che la vecchia Nato, costituita per contrastare un nemico ormai defunto, si sarebbe trasformata sino a diventare l'organizzazione per la sicurezza collettiva dell'intero continente europeo, dall'Atlantico agli Urali. Negli anni seguenti la tendenza alla cooperazione si è bruscamente invertita. Gli Stati Uniti hanno attaccato l'Iraq. La vecchia Nato, improvvisamente ringiovanita e ringalluzzita, si è allargata verso Est sino a comprendere territori (le tre repubbliche del Baltico) che appartenevano all'Impero zarista e all'Urss. Quando i russi hanno lanciato i primi ammonimenti, gli Stati Uniti hanno rincarato la dose con due iniziative obiettivamente anti-russe.

In primo luogo gli Stati Uniti hanno messo all'ordine del giorno l'ingresso nella Nato della Ucraina e della Georgia. In secondo luogo hanno cominciato a trattare con la Polonia e la Repubblica Ceca l'installazione di basi antimissilistiche che sono teoricamente anti-iraniane e concretamente anti-russe. Quando Mosca ha fatto comprendere che l'indipendenza del Kosovo avrebbe aperto il vaso di Pandora in cui erano finiti tutti i conflitti etnici irrisolti dell'era post-sovietica, gli Stati Uniti e l'Europa hanno ignorato le sue obiezioni. Quando qualcuno a Mosca, dopo lo scoppio della crisi georgiana, ha proposto la convocazione del Consiglio Nato-Russia, la Nato ha risposto con la convocazione di un Consiglio Atlantico che ha accusato Mosca di avere fatto un uso sproporzionato della forza; quasi che non vi fossero state altre circostanze recenti — i 78 giorni durante i quali la Nato ha bombardato la Serbia, i 35 giorni durante i quali Israele ha bombardato il Libano — in cui l'uso della forza poteva essere considerato, da altri punti di vista, «sproporzionato». E più recentemente, infine, gli Stati Uniti, per strappare alla Polonia una base missilistica, le hanno promesso una fornitura di missili Patriot: un'arma che, per la sua gittata, può essere usata soltanto contro missili russi. I polacchi li avevano chiesti perché sapevano che l'esistenza di una base anti-missilistica americana nel loro territorio starebbe stata considerata a Mosca un gesto ostile.

E volevano disporre di armi che avrebbero meglio garantito la sicurezza del loro Paese. Dando i Patriot alla Polonia gli Stati Uniti hanno implicitamente ammesso che il loro «scudo» è anti-russo. Ciò che dovrebbe maggiormente sconcertare gli europei è il fatto che tutto questo avvenga in una situazione in cui Russia e Ue hanno eccellenti ragioni per andare d'accordo. I russi hanno petrolio e gas; noi abbiamo i capitali, le tecnologie e la cultura economica di cui la Russia ha bisogno per recuperare il tempo perduto. Esistono le condizioni per una intesa simile a quella che la Francia propose alla Germania e ad altri Paesi europei dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Il problema, allora, era la ricostruzione di un continente distrutto. Per evitare che i sopravvissuti cominciassero a contendersi i due beni di cui avevano maggiormente bisogno, Jean Monnet e Robert Schuman proposero la creazione della «Comunità europea per il carbone e l'acciaio»: una organizzazione che avrebbe reso possibile l'uso congiunto e solidale di due fondamentali risorse. Oggi, dopo la fine della guerra fredda, occorre una «Comunità euro-russa per gli idrocarburi e lo sviluppo». Se imboccheremo questa strada persino gli Stati Uniti (se non questa presidenza, la prossima) scopriranno che vi sono altri modi per vivere con la Russia e, alla fine, ce ne saranno grati.

20 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il brutto show da cancellare
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2008, 11:33:47 am
INTERCETTAZIONI E POLITICA

Il brutto show da cancellare


di Sergio Romano


Puntualmente, alla fine dell’estate, la commedia delle intercettazioni (il più popolare reality show della politica italiana) si arricchisce di un nuovo episodio. La trama è ancora più arruffata e stravagante del solito. Sembra che i procuratori di Bolzano abbiano indagato negli scorsi mesi sulla vendita di un’azienda dell’Iri negli anni in cui l’Istituto era presieduto da Romano Prodi.

La vicenda risale al 1993, ma i magistrati ritengono utile occuparsene e decidono di intercettare le conversazioni telefoniche di una persona che fu braccio destro di Prodi all’Iri ed era, al momento delle indagini, suo consigliere a Palazzo Chigi. Speravano forse che i due interlocutori avrebbero parlato ancora, dopo tanti anni, di quella storia, ma scoprono, ascoltando, che il tema delle conversazioni è diverso (finanziamenti pubblici per un progetto scient i f i c o che i n t e r e s s a un’azienda farmaceutica) e che alcuni dei protagonisti sono legati da vincoli familiari con il presidente del Consiglio. I procuratori non hanno trovato ciò che cercavano, ma avrebbero deciso di inviare le intercettazioni alla Procura di Roma per l’eventualità che il caso meritasse una diversa indagine. E dalla Procura romana le conversazioni finiscono sulle pagine di un settimanale.

Questo, almeno, è quello che sembra comprendere leggendo ciò che è apparso ieri sulla stampa. Di fronte a una storia di questo genere un uomo politico di medio buon senso dovrebbe interrogarsi anzitutto sul funzionamento di un sistema giudiziario in cui i magistrati sono molto impegnati da vicende del secolo scorso. E dovrebbe concludere, subito dopo, che la pubblicazione di intercettazioni segrete è diventata una patologia italiana, un virus che, come quello di un computer, annebbia lo schermo e ingarbuglia, sino a renderlo incomprensibile, il discorso della politica nazionale. Il problema, in questo caso, non è l’eventuale responsabilità di un ex presidente del Consiglio, forse un po’ troppo sensibile agli affetti familiari (sarà accertata, se mai, dalla magistratura).

Il problema è se sia giusto tollerare che uno strumento d’indagine destinato a favorire la ricerca della verità venga usato per seminare dubbi, alimentare chiacchiere e attizzare polemiche. I magistrati avrebbero dovuto preoccuparsene per primi e trovare rimedi anche sul piano organizzativo e amministrativo. Se non lo hanno fatto, tocca alla politica con una legge che, in linea di principio, non è difficile immaginare e scrivere. Ma tutto diventa terribilmente complicato se la classe politica preferisce servirsi di questi incidenti soprattutto per colpire l’avversario o speculare sulle sue intenzioni. La responsabilità in questo caso mi sembra essere soprattutto dell’opposizione. Anziché dirsi pronta a discutere con la maggioranza il tenore della legge, la sinistra ha preferito sospettare in questa «fuga» un’operazione diretta a favorire i disegni del governo.

Lo stesso Prodi, dicendosi indifferente alla pubblicazione delle intercettazioni, ha dato la sensazione di volere svalutare i sentimenti di solidarietà offerti da Berlusconi. Ma questo è un problema nazionale che occorre affrontare con serietà e senza secondi fini. L’opposizione troverà altri temi su cui dissentire dal governo e fare le proprie battaglie. Sul problema delle intercettazioni ha il dovere di lavorare in Parlamento per una legge che spenga le luci accese su questo brutto reality show.

30 agosto 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Mosca pronta a intervenire nel più riottoso dei Paesi satelliti
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2008, 11:46:03 pm
Mosca era pronta a intervenire nel più riottoso dei Paesi satelliti

L'Urss e la paura del contagio

La svolta che «evitò l'inferno»



Credo di conoscere gli argomenti con cui il generale Wojciech Jaruzelski si difenderà dall'accusa di «crimini comunisti» durante il processo iniziato ieri di fronte a un tribunale di Varsavia. Dirà anzitutto che la proclamazione dello «stato di guerra», nella notte fra il 12 e il 13 dicembre 1981, non ebbe, per il suo Paese «conseguenze irreversibili». E dirà in secondo luogo che la decisione del Consiglio di Stato, di cui era presidente, favorì la transizione della Polonia alla democrazia fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. La prima affermazione è difficilmente controvertibile. Le misure adottate nel periodo della legge marziale furono severe: coprifuoco, arresti, repressioni poliziesche, giudizi sommari, i nove minatori di Wujek, in Slesia, colpiti a morte dal fuoco di un reparto anti-sommossa.

Ma non stroncarono i movimenti dell’opposizione e non impedirono a Solidarnosc, l’organizzazione creata da Lech Walesa, di conservare ed estendere la sua influenza sulla società polacca. La seconda affermazione, come ogni esercizio di storia controfattuale («che cosa sarebbe accaduto se») è più discutibile e non riuscirà forse a convincere la corte. Ma Jaruzelski non ha torto quando scrive nella sua autobiografia, apparsa presso Bompiani nel 1992: «Chi può affermare che dopo la reazione a catena che si sarebbe inevitabilmente prodotta in Polonia e in Europa se non avessimo agito come abbiamo agito, sarebbero state possibili la perestrojka e la nostra "Tavola rotonda"? Chi oserebbe negare l’ipotesi che una guerra civile o, peggio, un intervento armato sovietico sicuramente inevitabile, non avrebbero congelato ancora per molti anni un mondo diviso, antagonistico, murato nei suoi patti militari e cristallizzato nei suoi bastioni ideologici? Noi polacchi abbiamo conosciuto il purgatorio. Senza affermare che oggi abbiamo diritto al paradiso, so che abbiamo evitato l’inferno». Mosca era pronta a intervenire. Lo avrebbe fatto anzitutto per una sorta di automatismo storico.

La Russia conosceva la febbre travolgente del nazionalismo polacco. Comunisti o no, i russi non avevano dimenticato né l’insurrezione del novembre 1830, né quella del 1863, né la furia con cui l’esercito del maresciallo Pilsudski, nel 1919, si era lanciato alla riconquista delle terre ucraine e bielorusse che erano state polacche prima delle grandi spartizioni. Dopo l’avvento del comunismo a Varsavia, alla fine della Seconda guerra mondiale, la Polonia era stata il più riottoso e imprevedibile dei satelliti sovietici. Vi erano stati gli scioperi del giugno 1956 e i 53 morti di Poznan.

Vi erano stati imoti operai di Danzica, Gdynia, Szczecin, provocati dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari alla fine del 1970, e i disordini del giugno 1976. Vi erano state l’elezione al papato dell’arcivescovo di Cracovia e le entusiastiche accoglienze che Giovanni Paolo II aveva ricevuto durante il pellegrinaggio patriottico del giugno 1979. Vi erano stati altri scioperi nell’estate del 1980. E vi era stata infine l’apparizione di un nuovo protagonista, Solidarnosc, capace di creare un blocco nazionale composto da operai, borghesi, intellettuali. Terrorizzata dal «contagio» polacco la dirigenza sovietica era pronta ad agire.

Jaruzelski giocò d’anticipo e prese su di sé le responsabilità della repressione. Solidarnosc, naturalmente, non ha mai accettato le giustificazioni del generale. Ma dieci anni dopo, quando la Polonia era ormai democratica, una vittima dello «stato di guerra», Adam Michnik rese al generale l’onore delle armi. Disse che il 13 dicembre 1981, se lo avesse avuto di fronte, gli avrebbe sparato. Ma aggiunse: «Reputo però molto importante — ed è in qualche modo una vittoria sua e mia — che oggi possiamo parlare fra di noi di queste cose senza odio, senza ostilità, con rispetto reciproco, restando fedeli ciascuno alla propria biografia. Se esiste una possibilità per la Polonia, e io credo che esista, essa risiede nella capacità dei polacchi di parlarsi senza odio e senza ostilità». Questo sguardo equanime sulle tragedie del passato polacco non appartiene evidentemente allo stile e alla cultura dei gemelli Kaczynski. Nel periodo, dal 2005 al 2007, quando Lech fu presidente della Repubblica (una carica che ancora conserva) e Jaroslaw Primo ministro, fu lanciata un’operazione, definita con parola liturgica lustracja, di cui il processo Jaruzelski è la manifestazione più clamorosa.

Grazie a questa «nuova inquisizione», come la definì Piero Ostellino nel Corriere del 4 aprile 2007, 700 mila polacchi sarebbero stati costretti a dichiarare pubblicamente i loro rapporti organici con il regime comunista. I gemelli avevano deciso di fare per via burocratica la guerra civile che il Paese era riuscito a evitare alla fine degli anni Ottanta. Fra coloro che rifiutarono di piegarsi all’obbligo dell’autocertificazione vi fu Bronislaw Geremek, storico, ex-ministro degli Esteri, parlamentare europeo, scomparso in un incidente automobilistico nel luglio di quest’anno. La morte gli ha impedito di assistere a un processo nel corso del quale i migliori dissidenti rifiuteranno probabilmente di testimoniare contro l’imputato.

Sergio Romano
13 settembre 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. L’Europa e il vuoto americano
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2008, 05:04:34 pm
IL RUOLO DELL’UNIONE

L’Europa e il vuoto americano


di Sergio Romano


Quando usciremo dal tunnel della crisi del credito e dalla recessione scopriremo che molto denaro avrà cambiato di mano e che le regole del mercato saranno state considerevolmente modificate. Vivremo allora in un mondo economicamente e finanziariamente diverso da quello in cui abbiamo vissuto e lavorato prima del crollo delle Borse e dei fallimenti bancari. Ma non vi saranno soltanto conseguenze economiche e finanziarie. Se occorre mettere in discussione il passato e correggerne gli errori, il processo sarà anche inevitabilmente politico e concernerà in primo luogo gli Stati Uniti, in secondo luogo l’Europa. Dopo la fine della guerra fredda, ma soprattutto dopo l’inizio della presidenza Bush, l’America ha fatto due politiche parallele e solo apparentemente contraddittorie. Sul piano finanziario è stata non interventista. Dall’alto del suo trono alla Federal Reserve, Alan Greenspan ha paternamente lasciato che la finanza inventasse i suoi strumenti e le sue regole. Interrogato al Senato sul più discusso di questi strumenti, ha detto nel 2003 che «i derivati sono stati un veicolo straordinariamente utile per trasferire il rischio da coloro che non vogliono correrlo a quelli che sono pronti ad accettarlo e ne sono capaci ».

Non siamo, quindi, vittima di un «errore umano», come vengono definite le distrazioni di un pilota. Ciò che è accaduto nelle scorse settimane è il risultato di una consapevole strategia finanziaria. Sul piano politico, invece, l’America è stata deliberatamente interventista. Ha vinto una frettolosa guerra in Afghanistan. Ha distrutto in poche settimane lo Stato iracheno. Ha creato nuove installazioni militari in Asia, in Africa, nei Balcani. Ha allargato la Nato sino a scavalcare di prepotenza i confini della vecchia Unione Sovietica. Vuole annettere all’Alleanza la Georgia e l’Ucraina, vale a dire Paesi che sono per Mosca ciò che il Messico e Cuba sono per Washington. Ha concluso accordi per la creazione di basi missilistiche in prossimità dei confini russi. Ha completato con l’indipendenza del Kosovo la ristrutturazione dei Balcani. Per una straordinaria coincidenza storica gli effetti delle due politiche sono diventati evidenti nello stesso momento. Mentre la crisi dei mutui si allargava sino a investire l’intera finanza internazionale, abbiamo assistito alla guerra georgiana e al brusco peggioramento dei rapporti di Washington con Mosca. Abbiamo constatato che non esiste ancora, a dispetto di qualche miglioramento, un nuovo Stato iracheno.

Abbiamo letto le dichiarazioni di un generale britannico e di un ammiraglio americano sulla precarietà della situazione afghana. Abbiamo capito che l’amicizia degli Stati Uniti ha avuto l’effetto di precipitare il Pakistan nella più difficile crisi della sua storia. Abbiamo preso nota del fatto che Washington incoraggia i topi a ruggire (è il caso della Georgia), ma non è in grado di liberarli dalla trappola in cui si sono cacciati. Non mi azzardo a prevedere le conseguenze di queste politiche fallite. Ma non è difficile immaginare con quali sentimenti di preoccupazione o compiacimento questo spettacolo sia visto da Pechino, Mosca, New Delhi, Teheran, Il Cairo, Ankara, Pyongyang, Tokio, Caracas o Brasilia. Non vi è potenza regionale che non s’interroghi sul futuro del mondo e non cerchi di usare, in un modo o nell’altro, il fallimento della leadership americana. Le responsabilità dell’Europa sono numerose. Dopo la clamorosa rottura del fronte europeo all’epoca della guerra irachena, l’Unione è ancora divisa fra quanti hanno deciso di stare con l’America, right or wrong, e coloro che l’assecondano nella speranza di evitare altri errori. Il risultato di queste divergenze, ogniqualvolta occorre decidere, è un minimo comune denominatore irrilevante.

Come presidente dell’Ue, Sarkozy ha fatto un buon lavoro a Mosca, a Tbilisi, a Bruxelles. Ma la somma dei suoi sforzi è alquanto modesta. Prevale ancora la consuetudine delle dichiarazioni personali, spesso ispirate dallo stile e dalla loquacità dei singoli leader, come i consigli agli azionisti del presidente del Consiglio italiano e le sue pubbliche riflessioni sulla chiusura dei mercati. Questo spettacolo dell’impotenza europea è peggio della crisi del credito. È la dimostrazione dell’incapacità di cogliere una straordinaria occasione storica. Il fallimento del non interventismo finanziario degli Stati Uniti offre all’Ue l’occasione di fare altri passi decisivi verso la propria unità creando ad esempio, accanto alla Banca centrale di Francoforte, un regolatore europeo dei mercati finanziari. Il fallimento dell’interventismo politico degli Stati Uniti dovrebbe incitarla a rompere gli indugi che ancora le impediscono di avere una politica estera e della sicurezza comuni: con tutti i membri dell’Ue, se possibile, con quelli che ci stanno se necessario. Con i suoi errori l’America ha creato un vuoto che molti altri Paesi, nei prossimi mesi, si affretteranno a riempire. Dopo più di cinquant’anni di sforzi e progressi unitari siamo giunti a un bivio. Possiamo scegliere, pigramente, di essere irrilevanti, o contribuire con le nostre proposte politiche a disegnare un ordine migliore di quello in cui abbiamo vissuto, contrariamente a ogni speranza, dopo la fine della guerra fredda.

12 ottobre 2008

DA corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. L'obbligo di ascoltare
Inserito da: Admin - Ottobre 27, 2008, 12:57:06 am
POTERE E RESPONSABILITA'

L'obbligo di ascoltare

di Sergio Romano


Interpellati sull'opportunità di una grande manifestazione popolare contro il governo, i leader del Pd hanno risposto ricordando quella organizzata da Berlusconi durante il governo Prodi. Il confronto non mi convince. Dopo la magrissima vittoria delle sinistre nel 2006, la soluzione migliore sarebbe stata una coalizione al centro fra i riformisti dei due campi. Ma non la vollero allora né Romano Prodi né, a dispetto di qualche iniziale apertura, Silvio Berlusconi. Fu quello il momento in cui il leader di Forza Italia decise che il governo non avrebbe retto alle proprie contraddizioni e che occorreva accelerarne la fine. Il ricorso alla piazza non mi piacque, ma rispondeva a una strategia politica.

A quale strategia risponde la grande manifestazione del Circo Massimo? Il centrodestra ha vinto le elezioni e il governo gode di un consenso superiore al 60%. Leggo, qua e là, che la manifestazione sarebbe servita a «fare proposte». Mi chiedo se vi sia davvero qualcuno oggi, a destra come a sinistra, che conosca la ricetta con cui uscire dalla crisi del credito e sappia con buona approssimazione quali problemi dovremo affrontare nei prossimi mesi. La soluzione, quando verrà, sarà europea, se non addirittura atlantica; e il governo italiano, chiunque lo presieda, prenderà decisioni che saranno il risultato di una concertazione collettiva. Sperare che da una grande manifestazione di piazza potesse emergere un programma credibile era quindi, nella migliore delle ipotesi, illusorio. Potevano emergere invece risentimenti, denunce e quel gioco al rialzo verbale che è l'inevitabile ingranaggio di queste occasioni. Non penso che i leader del Pd volessero delegittimare Berlusconi (un esercizio già tentato inutilmente), credo che abbiano corso un rischio inutile e dato un'evidente dimostrazione di forza organizzativa ma di debolezza politica.

Di questa vicenda, tuttavia, sono responsabili anche il governo e soprattutto il suo leader. Berlusconi crede che i consensi del momento e la sua abbondante maggioranza (conquistata peraltro grazie a una particolare legge elettorale) gli permettano di governare per decreti e pubbliche sortite, di trattare l'opposizione come un'entità ingombrante e faziosa, di lamentarsi se i telegiornali e la stampa non raccontano la realtà che gli piacerebbe leggere e vedere, di affermare oggi e smentire domani come se gli italiani non fossero in grado di distinguere una dichiarazione dall'altra. Non comprende che l'esercizio del potere comporta anche obblighi e responsabilità. Ha il diritto di governare e di prendere in ultima analisi le decisioni che gli sembrano più opportune. Ma ha anche l'obbligo di informare, consultare, ascoltare. Per due ragioni. In primo luogo perché l'avversario umiliato e frustrato cede spesso alla tentazione di assumere atteggiamenti sempre più intransigenti e radicali. In secondo luogo perché la grande maggioranza degli italiani è stanca di litigi, insulti e accuse reciproche. Spero che Berlusconi non si illuda. Dietro i sondaggi rassicuranti delle ultime settimane si nasconde una marea crescente di scetticismo, rabbia e sfiducia che rischia d'investire l'intera classe politica. Stiamo andando verso momenti difficili durante i quali occorrerà prendere decisioni impopolari. Non servono né le grandi manifestazioni popolari né lo stile aggressivo del presidente del Consiglio. Servono nel rispetto dei ruoli una visione e un impegno comuni.


26 ottobre 2008

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il tallone del seduttore
Inserito da: Admin - Dicembre 04, 2008, 11:29:17 pm
BERLUSCONI E I GIORNALI

Il tallone del seduttore


di Sergio Romano


Voglio credere che le parole del presidente del Consiglio sui direttori del Corriere e della Stampa («dovrebbero cambiare mestiere ») fossero soltanto una battuta, uno sfogo, ciò che si dice alla fine di una giornata particolarmente lunga e faticosa. Voglio crederlo perché Silvio Berlusconi è spesso un uomo gioviale, bonario, accattivante che si fa in quattro per suscitare ondate di simpatia e manifestazioni di affetto. Queste doti sono certamente una delle ragioni del suo successo. Gli hanno permesso di stringere amicizie influenti, di farsi strada nel mondo difficile degli affari, di attrarre intorno a sé uno stuolo di ammiratori fedeli, di creare un impero della comunicazione (il suo principale know-how), di convertire l'azienda in partito e gli ammiratori in elettori. I suoi critici possono considerare con scetticismo la diplomazia dei rapporti personali, ma è difficile negare che Berlusconi sia riuscito a stabilire eccellenti relazioni con Aznar, Blair, Bush e Putin. In un momento in cui la politica internazionale è diventata un palcoscenico e tutti i leader si comportano come primi attori, Berlusconi ha le qualità necessarie per recitare la parte con un certo successo.

Le stesse doti, tuttavia, possono essere in alcuni casi il suo tallone d'Achille. Abituato a sedurre, Berlusconi ricorda talvolta quei malati immaginari che misurano continuamente la loro temperatura. Il termometro, in questo caso, registra la simpatia e i consensi. Se lo strumento segnala un calo del calore affettivo che alimenta ogni giorno il suo ego, il presidente del Consiglio reagisce come un amante deluso e tradito. Se i suoi interlocutori non sono sensibili alle sue virtù di seduttore, è convinto che abbiano un'ostilità preconcetta nei suoi confronti. Anziché chiedere a se stesso se non abbia commesso un errore, Berlusconi presuppone immediatamente la malizia altrui. E' questo il momento in cui si difende da un nemico immaginario ricorrendo a un linguaggio goliardico e casermesco che non si addice a un uomo di Stato.

Queste sortite potevano essere comprensibili quando Berlusconi era un outsider, snobbato dai professionisti della politica e incalzato da un numero eccezionalmente elevato di inchieste giudiziarie. Vi furono effettivamente momenti in cui poté sentirsi assediato. Ma è difficile giustificare tali sentimenti in un uomo politico che ha vinto tre elezioni, ha costituito tre governi, ha una consistente maggioranza parlamentare e gode di un seguito che ha sempre superato in questi ultimi tempi il 60% dei sondaggi. Anche se molti dei suoi avversari non l'hanno ancora accettato e digerito, Berlusconi è un leader nazionale, rappresenta l'Italia nel mondo, ha il diritto e il dovere di governarla. Ma il suo compito e la maggioranza di cui dispone comportano alcuni obblighi, fra cui quello di evitare che il bipolarismo italiano diventi un conflitto permanente. Non si può essere ottimisti (come Berlusconi ama definirsi) e contribuire all'acido clima di ostilità contrapposte che sta avvelenando la politica italiana. Non si può incoraggiare il Paese a credere nel proprio futuro, soprattutto durante una grave crisi economica, e comportarsi come se l'Italia fosse un campo di battaglia fra chi ama il presidente del Consiglio e chi lo detesta. Non si governa soltanto con leggi e decreti. Si governa anche con lo stile, vale a dire fornendo all'opinione pubblica un modello di serietà, equilibrio, riserbo e, soprattutto, misura verbale.


04 dicembre 2008
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Gli arbitri della politica
Inserito da: Admin - Dicembre 25, 2008, 09:46:39 am
Editoriali           IL RUOLO DEI GIUDICI

Gli arbitri della politica


di Sergio Romano


L’Italia non è il solo Paese in cui la classe politica debba rendere conto alla giustizia delle sue azioni. In Francia un ex presidente della Repubblica e un ex Primo ministro (Jacques Chirac e Dominique de Villepin) sono soggetti a indagini giudiziarie. Negli Stati Uniti il governatore dell’Illinois è accusato di mercimonio politico (avrebbe cercato di vendere un seggio senatoriale al migliore offerente). In Gran Bretagna la polizia ha arrestato un deputato conservatore, membro del governo ombra, sospettato di avere coltivato una talpa negli uffici di un ministero per diffondere alla stampa notizie riservate. E tralascio il caso dei fondi segreti di Helmut Kohl, i traffici africani dei figli di François Mitterrand e Margaret Thatcher, i discussi finanziamenti raccolti da Bill Clinton per la sua fondazione, lo scandalo di Ted Stevens, senatore repubblicano dell’Alaska, estromesso dal Congresso per le sue spregiudicate relazioni con i lobbisti del suo Stato. La corruzione, purtroppo, è la tentazione ricorrente di tutte le democrazie e, a giudicare da certi dati, il morbo endemico di sistemi autoritari o semi- autoritari come quelli della Cina e della Russia. Là dove un uomo politico o un amministratore può decidere, con un timbro o una firma, il valore di un terreno, l’aggiudicazione di un appalto, l’elargizione di un sussidio o i corsi di Borsa di un pacchetto azionario, la carne è debole.

In Italia, tuttavia, il fenomeno presenta almeno tre caratteristiche che lo rendono più minaccioso e inquietante. In primo luogo è presente in molte amministrazioni locali, ma ha dimensioni quasi balcaniche soprattutto là dove il mercato dei voti dipende in parte dal braccio visibile della criminalità organizzata.

In secondo luogo il suo maggiore avversario, la magistratura, contribuisce ad aggravarne la percezione. Grazie all’intraprendenza dei procuratori, le azioni giudiziarie sono frequenti e clamorose, ma il tempo delle indagini, la durata dei processi e il numero delle assoluzioni o prescrizioni rendono la pena incerta e sottopongono la pubblica opinione a una sorta di doccia scozzese. Quando apprendono le prime notizie di uno scandalo, gli italiani si rafforzano nella convinzione che i politici siano «tutti ladri». Quando leggono, dopo una lunghissima attesa, che il numero delle assoluzioni supera di molto quello delle condanne, ne deducono che la politica, ancora una volta, è riuscita a farla franca.

Esiste infine una terza caratteristica, per certi aspetti ancora più grave. I politici sono tutti potenzialmente sul banco degli accusati, ma non resistono quasi mai alla tentazione di utilizzare polemicamente i guai dei loro avversari come una evidente dimostrazione della loro incurabile immoralità. All’epoca di Tangentopoli, la sinistra avrebbe dovuto comprendere che il sistema giudiziario stava uscendo dai confini delle proprie tradizionali competenze per diventare l’arbitro della politica nazionale. Ma ha preferito credere nella propria superiorità morale e, forse, nelle simpatie ideologiche di molti procuratori. Non ha capito che il morbo della corruzione può infettare la sinistra come la destra. Non ha capito che i procuratori, indipendentemente dalle loro preferenze politiche, si sarebbero innamorati del loro ruolo e del loro status sociale.

Anziché ammettere che certe misure, come la divisione delle carriere e qualche correzione all’obbligatorietà dell’azione penale, avrebbero contribuito ad azioni giudiziarie più puntuali e a un migliore clima politico e istituzionale, ha preferito arroccarsi su posizioni conservatrici e continuare a proclamare la propria moralità.

Questa non è certamente la sola ragione per cui il Paese, quindici anni dopo Mani pulite, non ha ancora una giustizia conforme alle proprie esigenze. Anche la destra, con le sue leggi ad personam, scritte per i bisogni di Silvio Berlusconi, ha molte responsabilità. Ma se la sinistra avesse detto pubblicamente ciò che molti suoi esponenti pensavano e che Luciano Violante ha più volte ripetuto negli ultimi tempi, si sarebbe risparmiata le umiliazioni di queste settimane e non dovrebbe piangere sul tempo perduto.

24 dicembre 2008


da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La sponda sociale
Inserito da: Admin - Gennaio 26, 2009, 10:03:57 am
BR E MINACCE A ICHINO

La sponda sociale

di Sergio Romano


Dopo gli insulti e le rabbiose dichiarazioni dei nuovi brigatisti e dei loro simpatizzanti durante il processo di Milano, Pietro Ichino ha dichiarato che gli imputati sono «isolatissimi » e ha aggiunto: «Nessuno fa loro da sponda, direi che rappresentano una malattia da curare». Sono le parole generose di un uomo che ha sempre reagito con sobrietà e senso della misura alle minacce di cui è stato vittima.

Ma l’episodio suggerisce riflessioni meno rassicuranti. Gli eredi delle Brigate rosse appartengono a una frangia della società presente in molti Paesi europei e soprattutto in quelli del Mediterraneo settentrionale, dalla Grecia alla Spagna. Sono eversivi, ferocemente violenti, e hanno una cultura anarchico-rivoluzionaria piuttosto che marxista. Sono marginali, minoritari e i loro attentati, nella maggior parte dei casi, sono tragiche manifestazioni d’impotenza, prive di rilevanza politica. Ma vi sono circostanze in cui possono approfittare di un disagio sociale, reclutare compagni di strada ai margini della società e ricattare con le loro denunce i partiti della sinistra istituzionale. È accaduto negli anni Settanta quando la grande espansione economica del dopoguerra creò, insieme a nuovi insediamenti industriali e a forti migrazioni interne, una nuova borghesia e un nuovo proletariato.

È accaduto più recentemente quando la globalizzazione e le nuove tecnologie hanno costretto il sistema economico e assistenziale dei Paesi europei a modernizzarsi. Accade, in forme più episodiche, ogniqualvolta una questione politica—la base americana di Vicenza, la presenza di un uomo politico sgradito, la guerra di Gaza—allargano l’area della protesta. Da soli questi brigatisti possono «soltanto» mettere una bomba o uccidere un «nemico del popolo», soprattutto se isolato e indifeso. Ma se riescono ad approfittare di un più vasto malessere e a nuotare in un mare più grande, questi gruppi possono governare una manifestazione, creare occasioni di scontro, provocare le forze dell’ordine, diventare vittime per meglio giustificare la propria violenza e conquistare una simpatia a cui non hanno diritto.

È successo nel G8 di Genova quando gli errori della polizia hanno finito per regalare ai dimostranti una immeritata e disastrosa vittoria morale. Potrebbe accadere nuovamente se la crisi del credito e la recessione creassero nuove fasce di povertà e precariato. I Paesi a rischio sono quelli in cui la crescita economica, negli ultimi anni, è stata forte, ma squilibrata e accompagnata da scandalosi fenomeni di corruzione e inefficienza amministrativa. Penso agli ex satelliti dell’Urss dove le manifestazioni degli scorsi giorni sono state, in alcuni casi, particolarmente violente. Penso soprattutto ad Atene dove la protesta ha pericolosamente sfiorato la guerriglia urbana e una delegazione italiana è andata a ringraziare i «fratelli greci» per l’appoggio ricevuto a Genova.

La Grecia potrebbe essere il ventre molle d’Europa, il luogo in cui si preparano i quadri per le battaglie di domani. Ichino ha ragione quando sostiene che i neobrigatisti non hanno «sponda», se con questa parola s’intendono i sindacati e i partiti di sinistra. Ma gli amici degli imputati di Milano cercheranno la loro sponda nel clima sociale dei prossimi mesi. Per il ministro degli Interni questo è un problema molto più serio delle manifestazioni islamiche di cui si è occupato in questi giorni.

25 gennaio 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Se le fusioni non bastano
Inserito da: Admin - Marzo 18, 2009, 06:28:59 pm
LA NASCITA DEL PDL

Se le fusioni non bastano


di Sergio Romano


La nascita del Pdl piacerà a tutti coloro che vorrebbero un’Italia bipolare: due grandi forze politiche in gara per il potere e destinate ad alternarsi alla guida del Paese. Credo che abbiano ragione. Dopo la scomparsa delle grandi ideologie messianiche del Novecento e la nascita di grandi spazi politico-economici, i partiti minori rappresentano soltanto passioni identitarie, interessi corporativi o stati d’animo contingenti. Possono essere utili per spronare i grandi partiti e rompere, di tanto in tanto, la grigia rigidità del bipartitismo perfetto, ma in molti Paesi, fra i quali l’Italia e Israele, hanno avuto l’effetto di complicare enormemente il governo della cosa pubblica e la soluzione dei maggiori problemi nazionali.

Se avremo finalmente due grandi partiti lo dovremo paradossalmente ad alcuni leader (Veltroni, Rutelli, Berlusconi, Fini) che, pur combattendosi da posizione opposte, hanno deciso di imitarsi e di avanzare su strade parallele verso uno stesso obiettivo. La durata e la felicità di questi matrimoni, tuttavia, non sono scontate. La nascita del Partito democratico ricorda per molti aspetti l’unificazione socialista nell’ottobre del 1966. Il Psi di Nenni e il Psdi di Saragat si fusero, ma conservarono le loro rispettive strutture, i loro apparati burocratici e persino i centralini telefonici delle due direzioni. Bastarono i risultati elettorali della primavera del 1968, quando il partito unificato conquistò il 15,5% alla Camera contro il 13,8% al Psi e il 6,1% al Psdi nelle elezioni precedenti, perché i due partiti rimproverassero all’unificazione le loro sventure e decidessero di divorziare.

Ciò che è accaduto al Partito democratico dopo le elezioni politiche dell’anno scorso dimostra che i matrimoni, soprattutto nella loro prima fase, sono fragili e possono sciogliersi bruscamente da un momento all’altro. I malumori visibili nel partito di Gianfranco Fini alla vigilia del Congresso che deve proclamare la fine di Alleanza Nazionale e la sua fusione con Forza Italia, suggeriscono le stesse riflessioni. Se confrontato al Pd, il Pdl ha certamente un vantaggio: la leadership di Silvio Berlusconi e la sua popolarità nel Paese. Ma una forza politica così strettamente legata al ruolo di una persona può maggiormente subire, soprattutto nella sua fase iniziale, i contraccolpi della cattiva fortuna. Siamo dunque condannati a un bipartitismo precario e provvisorio? Per rispondere a questa domanda conviene ricordare che il bipolarismo imperfetto costruito in Italia negli ultimi quindici anni è in buona parte il risultato delle due leggi elettorali con cui il Paese è andato alle urne dopo la riforma del 1993.

Vi sono stati due blocchi contrapposti perché i partiti hanno dovuto coalizzarsi per sopravvivere. Ma nei Paesi dove le famiglie politiche sono tradizionalmente numerose e la cultura rimane tenacemente proporzionalista, le leggi elettorali, come abbiamo constatato nel corso di questi anni, non bastano da sole a garantire l’unità delle coalizioni per la durata dell’intera legislatura. L’esempio francese può servirci a comprendere il problema italiano. In Francia il bipartitismo è il risultato di due fattori complementari: il doppio turno con un’alta soglia di sbarramento e l’elezione popolare del presidente della Repubblica. Ogni qualvolta la scena politica tende nuovamente a frammentarsi l’elezione presidenziale costringe i partiti a unirsi dietro un candidato con buone possibilità di vittoria.

Furono le istituzioni del generale de Gaulle che permisero a François Mitterrand di fare del partito socialista e di se stesso, negli anni Settanta, il partner maggiore della coalizione social-comunista. I comunisti sapevano che il loro candidato non poteva vincere e dovettero votare per lui. Non è tutto. Una volta superata la soglia del palazzo presidenziale, il capo della V Repubblica mantiene, grazie ai suoi poteri, l’unità del suo partito e costringe i suoi oppositori a fare altrettanto. La Francia continua ad avere una pluralità di forze politiche. Ma l’elezione del presidente semplifica il quadro elettorale, garantisce la stabilità dell’esecutivo e assicura una migliore governabilità. Questo non significa che le istituzioni francesi siano necessariamente adatte all’Italia.

Il bipartitismo e la governabilità possono essere ottenute con formule costituzionali che tengano maggiormente conto delle nostre consuetudini e delle nostre idiosincrasie. Ma è meglio ricordare che le fusioni non bastano. Occorre un quadro istituzionale che tenda alla creazione di due leader contrapposti. E occorre che questi leader abbiano i poteri necessari per mantenere uniti i loro rispettivi partiti. Fino a quando non avremo riformato quelle parti della Costituzione che concernono il premier, il governo e il Parlamento, le unificazioni rischiano di essere fragili e provvisorie.

18 marzo 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La doppia identità
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2009, 11:32:05 am
LA FONDAZIONE DEL PDL

La doppia identità


di Sergio Romano


Silvio Berlusconi dirà oggi agli italiani quali siano la linea politica, la collocazione internazionale e le ambizioni del nuovo partito sorto dalla fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale. Sarà il discorso di un uomo orgoglioso e soddisfatto. Ne ha il diritto. La creazione del Pdl ripete il «prodigio» di Fi e dimostra che Berlusconi possiede una dote non comune: quella di annunciare un progetto e di realizzarlo nel giro di qualche mese. Fra il video trasmesso nel gennaio del 1994 e il discorso del predellino nel novembre 2007 esiste un punto comune. In ambedue i casi Berlusconi parla al Paese, assume un impegno pubblicamente, si mette al lavoro e mantiene la promessa.
Anziché giudicare il «Cavaliere» con i metri datati della loro cultura politica, i suoi oppositori farebbero bene a interrogarsi sulle novità del fenomeno Berlusconi e sul modo in cui ha modificato lo stile della politica nazionale.

Neppure Berlusconi, tuttavia, potrà dirci oggi se la fusione sia destinata a creare una formazione solida, omogenea, capace di affrontare senza spezzarsi gli inevitabili ostacoli che sorgeranno sulla sua strada. Non potrà dircelo perché quella che si compie oggi non è la solita fusione fra due partiti che, pur avendo percorso strade diverse, appartengono a una stessa specie. Fi e An sono animali diversi. Il primo è un partito padronale in cui il cemento ideologico è sostituito dalla personalità del fondatore. Non è più il partito-azienda che Berlusconi ha creato nel 1994, ma è pur sempre un partito del leader, dominato dallo stile delle sue grandi iniziative imprenditoriali. Non è più il prolungamento politico di un’azienda, ma non può essere il «partito delle tessere» e delle correnti, come i partiti italiani degli ultimi 65 anni. An invece è un classico partito del Novecento. Ha un’ideologia che si è progressivamente appannata grazie alla strategia di Gianfranco Fini, ma sopravvive come sentimento nostalgico di un passato inutilizzabile e tuttavia ancora presente nelle viscere degli aderenti. Ha tesserati, militanti, sezioni, correnti, liturgie, «colonnelli».

In una storia che comincia nell’immediato dopoguerra, ha avuto molti leader — Almirante, Michelini, ancora Almirante, Fini, Rauti, ancora Fini — e ha dimostrato di potere sopravvivere alle scosse che generalmente accompagnano i cambiamenti del vertice. Anche le sue scissioni dimostrano paradossalmente che esiste nel partito, comunque si chiami, un’ortodossia che può essere rivendicata da chi non si riconosce nel suo segretario. Ha cambiato pelle sotto la spinta degli avvenimenti e ha dimostrato di potere essere una forza di governo. Ha un leader, Fini, di cui il Paese riconosce le qualità. Ma è per molti aspetti l’opposto di Fi. Rinuncerà a se stesso per identificarsi con il partito nuovo? Molto dipende dalle verifiche elettorali. Nulla convince quanto il successo. Ma se le elezioni non dessero un risultato superiore alla somma dei risultati raggiunti dai due partiti quando erano separati, la crisi sarebbe probabilmente inevitabile. Esiste poi il fattore Berlusconi.

Nei regimi presidenziali o semi-presidenziali il partito ha un leader naturale rappresentato dal vincitore delle elezioni. In un Paese che vive da quasi vent’anni in una specie di limbo costituzionale, la sorte del leader è la sorte del partito. Se Berlusconi vuole che la sua creatura sopravviva, dovrà dedicarsi d’ora in poi a qualcosa che probabilmente non gli è congeniale: l’avvento del successore.

27 marzo 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Oltre l'emergenza
Inserito da: Admin - Aprile 09, 2009, 11:14:20 am
Oltre l'emergenza


di Sergio Romano


Proviamo a parlare del terremoto abruzzese, anche se è difficile farlo in questo momento, con la freddezza e il distacco con cui giudicheremmo l’avvenimento osservandolo da un Paese straniero. L’Italia non è molto diversa da quella delle inondazioni e dei sismi degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Il Paese ha una pessima conformazione geografica, un traballante sistema orografico e fluviale, un’alta densità demografica, ed è esposto, più di altre regioni europee, al rischio di grandi calamità naturali.

Non possiamo evitarle, ma possiamo ridurne il pericolo e mitigarne gli effetti. Basterebbe, per raggiungere lo scopo, evitare di costruire nelle zone a rischio e applicare diligentemente le precauzioni rese possibili dall’edilizia moderna. La California e il Giappone sanno che verranno colpiti da un grande terremoto nel corso dei prossimi trent’anni, ma hanno fatto il possibile per ridurne le conseguenze. Anche noi sappiamo che la terra continua a tremare sotto di noi, che il Vesuvio non è spento, che i torrenti dell’Appennino possono diventare spaventose macchine da guerra, che i nostri boschi sono male custoditi e governati, che Venezia è esposta a rischi mortali.

Ma l’arte del pensare sui tempi lunghi sembra essere estranea alla nostra natura. Le leggi esistono, ma vengono sistematicamente sconfitte da una potente coalizione di interessi elettorali, fatalismo individuale, imperizia amministrativa, affarismo spregiudicato, instabilità governativa e una somma di cavilli giuridici che metterebbe in ginocchio il più illuminato dei riformatori. Fra la preveggenza e il tornaconto, politico o individuale, vince quasi sempre il tornaconto. Ma il Paese imprevidente può essere al tempo stesso, nel momento del pericolo, generoso ed efficiente.

Nella tragedia abruzzese le istituzioni hanno reagito con rapidità e le organizzazioni del volontariato hanno risposto all’appello con una prontezza di cui altri Paesi, più inclini alla programmazione, non sarebbero capaci. Dopo gli show e le sortite goliardiche della settimana scorsa il presidente del Consiglio ha dimostrato che dentro l’impresario teatrale vi è l’imprenditore, capace di organizzare e di gestire. La Protezione civile può avere commesso qualche errore di supponenza, ma il suo direttore ha provato con i fatti che era pronta ad affrontare l’emergenza.

I partiti, sui due lati dello schieramento politico, hanno capito che il gioco delle reciproche accuse sarebbe stato in questo momento irresponsabile. Di fronte all’Italia peggiore è apparsa, in altre parole, l’Italia migliore. Ma non possiamo fermarci a questa constatazione. Le virtù dei momenti difficili non possono condonare i vizi dell’altra Italia, quella che vive spensieratamente alla giornata senza pensare al futuro. Non basta ricostruire l’Abruzzo. Occorre pensare sin d’ora alla prossima calamità. E’ il solo modo per evitarla.

09 aprile 2009

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. L'anno veloce della politica
Inserito da: Admin - Aprile 14, 2009, 02:47:50 pm
14 APRILE 2008-2009

L'anno veloce della politica


di Sergio Romano


A un anno dalle ultime elezioni politiche e dopo 11 mesi di governo Berlusconi, continuo a pensare che il bipolarismo italiano (domani forse bipartitismo) presenti, rispetto al passato, molti vantaggi. Gli italiani non votano più per dare procure in bianco ma per scegliere un presidente del Consiglio. I governi hanno buone possibilità di restare in carica sino alla fine della legislatura. Se il risultato è incerto, come nel 2006, si torna, prima o dopo, alle urne. L’opposizione, nel frattempo, è costretta a riflettere sui propri errori e a riorganizzare le forze per la prossima partita. A molti italiani può non piacere essere governati da Silvio Berlusconi. Ma erano largamente di più gli italiani a cui spiaceva, un anno fa, essere governati da Romano Prodi. Abbiamo insomma la sola stabilità che si addica a un Paese democratico: quella che assicura contemporaneamente, con qualche inevitabile sbavatura, la continuità e l’alternanza. Avremmo quindi buoni motivi per essere abbastanza soddisfatti del modo in cui il sistema politico si è andato progressivamente assestando nel corso degli ultimi 15 anni.

Ho usato il condizionale perché questa stabilità, anziché tranquillizzare gli animi degli italiani, ha avuto effetti opposti. Ha scatenato una sorta di guerra civile fredda tra campi contrapposti, e ha suscitato in una parte considerevole del Paese una sorta di rigetto per l’intera classe politica. Invece di essere finalmente «normali» viviamo in uno stato di permanente litigiosità. Il problema non è soltanto italiano. Non vi è democrazia in cui la globalizzazione, l’immigrazione e la crisi del sistema finanziario non abbiano messo a dura prova la credibilità dei governi e dei partiti. Ma il clima politico italiano è peggiore di quello dei nostri partner europei. Abbiamo finalmente la stabilità, ma a un prezzo più alto di quello che il Paese possa permettersi di pagare.

Vi sono, per spiegare questo fenomeno, almeno due ragioni, strettamente speculari. L’opposizione continua a considerare Berlusconi una intollerabile anomalia, un leader, come scrisse l’Economist, «unfit to govern», non idoneo al governo del Paese. E Berlusconi, dal canto suo, continua a rappresentare se stesso come l’unico leader «fit to govern». Non è soltanto il vincitore delle elezioni, il capo del partito di maggioranza, il presidente del Consiglio. È il solo che possa modernizzare l’Italia e salvarla dal comunismo. Non si considera soltanto utile al futuro del Paese: si ritiene indispensabile. Questa auto-rappresentazione gli impedisce di completare la riforma della Costituzione d’intesa con l’opposizione. Sa che l’Italia ha urgente bisogno di cambiare le parti invecchiate della sua Carta e non può ignorare che una buona parte del centrosinistra è giunta alle stesse conclusioni. Ma il dialogo con l’opposizione comporterebbe la definitiva legittimazione dell’avversario e gli impedirebbe di continuare a giocare la carta dell’indispensabilità. E se la riforma, a queste condizioni, diventa improbabile, preferisce andare avanti così, nella speranza di fare da sé ciò che non vuole fare con altri.

È inutile chiedersi chi abbia, in questa guerra civile fredda, le maggiori responsabilità. Berlusconi è presidente del Consiglio e ha ragionevoli possibilità di restare in carica per altri quattro anni. Tocca a lui rompere il ghiaccio e passare, d’accordo con il centrosinistra, alla fase costituente. Ha certamente avuto il merito di creare le condizioni per un sistema politico più stabile. Si serva della vittoria per completare il lavoro.

14 aprile 2009

DA corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. A Ginevra dovevamo partecipare e batterci
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2009, 12:53:55 pm
LA CONFERENZA ONU SUL RAZZISMO

A Ginevra dovevamo partecipare e batterci


di Sergio Romano


Come la conferenza precedente, anche «Durban II» si è conclusa con un comunicato pasticciato, zeppo di buoni propositi ed esortazioni generiche, privo probabilmente di pratiche conseguenze. Le posizioni, dentro e fuori la conferenza, erano troppo distanti.
I Paesi ex coloniali credono, non senza qualche ragione, che «razzismo» fosse quello dei conquistatori e non accettano lezioni morali dai loro vecchi padroni. I Paesi musulmani pensano che le critiche all’islamismo e il dileggio delle loro credenze siano colpe più gravi della durezza con cui i loro governi trattano gli oppositori. I Paesi arabi, in particolare, ritengono che lo Stato israeliano abbia usurpato le loro terre e trattato i loro connazionali come cittadini di seconda categoria. I Paesi occidentali non intendono rinunciare agli illuminati principi della loro migliore tradizione filosofica e chiedono al mondo di rispettarli. Ma quando un membro della loro famiglia li ha platealmente violati nel carcere di Abu Ghraib, a Guantanamo, nella pratica delle «consegne straordinarie» e persino nelle istruzioni impartite dal suo governo ai propri servizi di sicurezza, i cugini occidentali hanno chiuso un occhio o, addirittura, prestato la loro collaborazione. Sperare, in queste circostanze, che la conferenza di Ginevra potesse produrre una linea concordata, utile ed efficace, era ingenua illusione. Come tutti gli esercizi inutili, anche questo potrebbe lasciare una coda di risentimenti e rendere le grandi crisi internazionali ancora più imbrogliate e avvelenate.

Che cosa avremmo dovuto fare di fronte a un tale mostro diplomatico?

Partecipare o restarne fuori? Per rispondere a queste domande sono state espresse molte opinioni, fra cui quelle, appassionate e bene argomentate, di Angelo Panebianco e Paolo Lepri sul Corriere degli scorsi giorni contro la partecipazione. Proverò a sostenere la tesi opposta.

La conferenza di Ginevra non è una iniziativa privata. È un incontro promosso dall’Onu, nell’ambito delle sue attività istituzionali, e inaugurato dal suo segretario generale. Sapevamo che sarebbero stati pronunciati discorsi intolleranti e inaccettabili. Ma è forse la prima volta che propositi di questo genere turbano un dibattito delle Nazioni Unite? Decidemmo di boicottare l’Assemblea generale quando Nikita Kruscev si tolse la scarpa per batterla sul leggio del suo scranno e annunciò che il comunismo ci avrebbe sepolti? Gli assenti, a Ginevra, hanno dato agli altri la sensazione di non tollerare la sconfitta, di non voler essere minoranza.

Questa non è diplomazia: è una forma di presuntuosa arroganza. Noi italiani, in particolare, abbiamo dimenticato le parole di Giovanni Giolitti ai deputati che si erano ritirati sull’Aventino dopo il delitto Matteotti: «A mio avviso dovreste rientrare alla Camera». E quando il socialista Giuseppe Modigliani replicò «Per fare a revolverate?», il vecchio di Dronero rispose «Può darsi». Intendeva dire che persino la durezza del dibattito può essere preferibile a un atteggiamento che si propone d’inceppare un meccanismo istituzionale.

Avremmo dovuto andare a Ginevra per affermare le nostre verità, rintuzzare le faziose parole di Ahmadinejad, separare i faziosi dai ragionevoli (esistono anche quelli), comprendere le ragioni degli altri, lasciare agli atti della Conferenza programmi e concetti a cui avremmo potuto fare riferimento in altri momenti e circostanze. La Santa Sede lo ha fatto e ci ha dato, in questo caso, una lezione di laico buon senso.


22 aprile 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Immigrati e respingimenti
Inserito da: Admin - Maggio 12, 2009, 04:16:04 pm
Immigrati e respingimenti

Tra ipocrisie e realta’

Uno dei maggiori esponenti del Partito democratico, Piero Fassino, dichiara che «respingere i barconi non è uno scandalo». La conferenza dei vescovi italiani disapprova il respingimento dei migranti e il reato d’immigrazione clandestina. Il rabbino di Roma evoca il ricordo di una nave carica di ebrei a cui fu impedito lo sbarco sulle coste americane. E il Partito democratico reagisce alle vicende degli scorsi giorni con un coro di voci discordi: da quelle di coloro che condannano il razzismo del governo o definiscono la sua politica «scandalosa», a quelle di coloro che approvano, con sfumature diverse, la linea di Fassino.

Tralasciamo la Cei e il rabbino. La prima rivendica la missione universale della Chiesa e parla in ultima analisi di se stessa e della propria vocazione. Il secondo è custode del passato ebraico e sente l’obbligo di ravvivare in ogni occasione la fiamma della memoria. Né l’una né l’altro hanno o avranno responsabilità di governo. Diverso, invece, è il caso dell’opposizione. Un partito che ha governato e si propone di tornare al potere non può limitarsi a sentenziare che le soluzioni del governo sono sbagliate, illegali e immorali. Deve contrapporre proposte utili e idee praticabili. Non può dire, ad esempio, che il problema deve essere affrontato e risolto negoziando accordi bilaterali per la restituzione dei migranti ai Paesi di cui sono cittadini. La formula ha dato buoni risultati nei Balcani, dove gli albanesi avevano un evidente interesse a collaborare con il governo italiano. Ma è destinata a produrre risultati mediocri quando l’altro Stato, come nel caso di alcuni Paesi nord-africani, controlla male il proprio territorio, ha una frontiera meridionale porosa ed è lieto di sbarazzarsi di persone che aggravano la sua situazione sociale.

Il solo accordo che ha qualche possibilità di funzionare è quello con la Libia. E’ un bell’accordo? No. Non ci piace che i migranti vengano inviati in un Paese dove saranno trattati, nella migliore delle ipotesi, con una rude indifferenza. Non ci piace che il governo italiano abbia respinto in tal modo anche coloro che avevano il diritto di chiedere asilo; e il presidente della Camera ha fatto bene a ricordare che il problema non può essere eluso. Ma l’accordo con i libici, purché osservato da Tripoli, è il solo che abbia qualche possibilità di scoraggiare il traffico di carne umana sulle coste del Mediterraneo. L’opposizione non può dimenticare che l’Italia, come la Spagna, è il più esposto e il più vulnerabile dei Paesi mediterranei. Siamo desiderabili perché siamo vicini, abbiamo un lunghissimo confine marittimo e apparteniamo al «sistema di Schengen », vale a dire a una grande area in cui il controllo dei passaporti è stato abolito. Sperare che l’Italia possa difendersi dall’immigrazione clandestina con gli strumenti di cui si servono i Paesi meno vulnerabili è una illusione. Se può essere di qualche consolazione ricordo che gli Stati Uniti adottano verso i profughi cubani (una categoria che dovrebbero trattare con particolare benevolenza) la stessa politica: li accolgono se sono riusciti a sbarcare, li cacciano se vengono fermati in mare.

Il Partito democratico, quindi, non può limitarsi a criticare. Se vuole essere credibile deve accettare l’ipotesi dei respingimenti, magari con maggiori controlli italiani e internazionali sui campi dei rifugiati in territorio libico, o chiedendo, nello spirito delle dichiarazioni di Fini, che le domande d’asilo vengano raccolte e verificate in Libia. Gli sarà più facile, in tal modo, cercare di correggere quelle parti della legge sulla sicurezza che puzzano di xenofobia e rispondono alle idiosincrasie della Lega piuttosto che alle reali esigenze del Paese.

Sergio Romano
12 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il consenso e la misura
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2009, 10:03:30 am
Il consenso e la misura


Un mese fa, dopo il terremoto de­gli Abruzzi e la fondazione del Pdl, Berlusconi poteva legit­timamente sostenere di avere con sé la maggioran­za degli italiani. La soluzio­ne del pasticcio napoleta­no, la rinascita della compa­gnia aerea nazionale, la sua continua presenza sul cam­po, all’Aquila, gli effetti con­tenuti della crisi del credito sull’economia nazionale e gli affanni dell’opposizione gli garantivano un consen­so senza precedenti. E’ pos­sibile che qualche sondag­gio peccasse di una certa esagerazione, ma il suo compiacimento non era in­giustificato. Avrebbe dovu­to ricordare che i sondaggi sono soltanto istantanee e riflettono gli umori di un Paese per sua natura mute­vole. Il buon lavoro fatto a Napoli e in Abruzzo andrà verificato alla luce dei risul­tati. Cai non è ancora uscita dalla fase del rodaggio. Il Pdl contiene molte anime. La Lega ha un’agenda a cui non intende rinunciare. E come tutte le coalizioni, an­che quella di Berlusconi è una somma di reciproche convenienze, un patto de­stinato a durare sino a quando i soci ne traggono qualche vantaggio. Ma non è facile suggerire la pruden­za a un uomo che ha costru­ito la propria vita sulle fon­damenta dell’ottimismo.

Ora, dopo le vicende del­le scorse settimane, la fac­ciata dell’edificio di Berlu­sconi comincia a rivelare al­cune crepe. Nulla di vera­mente nuovo e sorprenden­te. Sapevamo che Fini, do­po il discorso pronunciato al congresso del Pdl, non avrebbe perduto occasione per sottolineare l’originali­tà delle proprie posizioni. Sapevamo che le baruffe per l’Expo avrebbero nuo­ciuto all’immagine di Mila­no e, quindi, a quella di Ber­lusconi. Sapevamo che l’al­leanza con il movimento di Raffaele Lombardo a Paler­mo era una operazione sici­liana, basata su logiche di­verse da quelle della politi­ca nazionale. Sapevamo che il processo Mills avreb­be continuato a spargere ve­leni. Nulla di ciò che è acca­duto in questi giorni era im­prevedibile e inatteso. Ma l’effetto di questi episodi è stato moltiplicato da una faccenda di cui, francamen­te, avremmo preferito non occuparci.

Penso al caso Letizia na­turalmente. Se il presiden­te del Consiglio afferma di non essersi comportato co­me un vecchio satiro sono pronto a credergli. Ma il ca­so non sarebbe scoppiato se Berlusconi non avesse creduto di potersi permet­tere comportamenti che provocano reazioni imba­razzate anche da chi non gli è pregiudizialmente osti­le. La vita privata diventa pubblica nel momento in cui sorge il sospetto che l’ebbrezza del consenso ab­bia alterato il concetto che Berlusconi ha di se stesso e delle sue funzioni. Sappia­mo che ha molti fedeli, di­sposti a sostenerlo in qual­siasi circostanza. Ma il suo vero successo dipenderà in ultima analisi da ciò che avrà fatto durante questa le­gislatura. L’Italia ha biso­gno di riforme strutturali e costituzionali. Deve supera­re la crisi e approfittarne per affrontare problemi, dalle pensioni al mercato del lavoro, che hanno lun­gamente rallentato il suo progresso. E’ giusto che il governo conti anzitutto sul­le proprie forze. Ma è sba­gliato credere che il proble­ma delle riforme istituzio­nali possa essere evocato a piacimento con dichiarazio­ni polemiche e iniziative unilaterali, sull’onda delle circostanze, come se non fosse all’ordine del giorno da almeno tre decenni e non richiedesse una intesa con l’opposizione. Con una formula che dovrebbe pia­cere a Berlusconi, l’unica cosa da fare in questo mo­mento è parlare di meno, lavorare di più.

Sergio Romano

27 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: Sergio Romano. La forza opaca della lobby russa
Inserito da: Admin - Maggio 31, 2009, 10:59:58 pm
Accordi


La forza opaca della lobby russa


Non voglio credere che la scelta del governo tede­sco nel caso Opel sia sta­ta dettata da un pregiu­dizio anti-italiano. Credo anzi che la proposta della Fiat fosse in que­ste circostanze quella più confor­me alle logiche aziendali e al rigo­re economico di cui la Germania ha dato prova in altre circostanze. Il «tedesco», in questa faccenda, è stato Marchionne. Di fronte al di­segno che prevedeva la nascita di un grande gruppo automobilisti­co euro-americano, ma avrebbe comportato qualche inevitabile sa­crificio, il governo di Angela Me­rkel, invece, ha preferito la soluzio­ne che garantisce, a breve termi­ne, il mantenimento degli organi­ci delle ditte praticamente fallite. Non è una decisione lungimiran­te. Prima o dopo la nuova Opel do­vrà affrontare il problema delle sue dimensioni nel mondo e chiedersi se il futuro non sa­rebbe stato meglio garantito dalla solu­zione prospettata da Sergio Mar­chionne. Ma, al mo­mento della stretta finale, hanno pre­valso due fattori.

Il primo è di bre­ve respiro. A quattro mesi dalle elezioni, i due alleati della coalizio­ne tedesca hanno affrontato la cri­si dell’Opel tenendosi d’occhio so­spettosamente, ciascuno dei due pronto a trarre il massimo profitto dagli errori dell’altro. Può darsi che qualche esponente del partito cristiano-democratico avesse com­preso l’interesse della proposta di Marchionne. Ma Angela Merkel ha preferito non correre rischi.

Il secondo fattore è l’esistenza nella società tedesca di una poten­te lobby russa. Non penso soltan­to a Gerhard Schröder, ai suoi rap­porti con Putin, alla disinvoltura con cui ha dapprima favorito, co­me cancelliere, una grande inizia­tiva russo-tedesca (il gasdotto del Mare del Nord) e assunto poi la presidenza di uno dei suoi organi direttivi. Penso alla convinzione, molto diffusa nella società tede­sca, che Germania e Russia siano feli­cemente comple­mentari e che la pri­ma, grazie ai suoi capitali e alla sua tecnologia, possa recitare, in qualsia­si operazione con­giunta, la parte del partner anziano.

I due Paesi si sono ferocemente combattuti, ma la storia della presenza tedesca nella economia russa e degli accordi più o meno segreti conclusi dai due Paesi è più lunga di quella delle loro battaglie.

Comincia con la prima industrializzazione russa, fra l’800 e il ’900, e continua con il Trattato di Rapallo (1922), con la collaborazione militare ed economica del decennio successivo, con il trattato di amicizia e il protocollo segreto del 1939, con la impetuosa ripresa dei rapporti economici dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La lobby, anche in questo caso, ha vinto la sua partita. Ma potrebbe avere dimenticato che le partecipazioni azionarie russe, in questo momento, sono spesso opache e poco rassicuranti.

L’affare Opel si presta a qualche riflessione sulla politica italiana.
Il presidente degli Stati Uniti, in questa faccenda, non aveva altra scelta fuor che quella di accettare la decisione garantita dal governo di Berlino, ma il vertice telefonico fra Merkel e Obama, nelle scorse ore, mette implicitamente in evidenza l’assenza del governo italiano. So che gli interventi sono utili quando sono accompagnati da garanzie finanziarie e che l’Italia, in questo momento, non era in grado di offrire alcunché. Ma il confronto tra la serietà delle trattative di Berlino e la litigiosa frivolezza della politica italiana, soprattutto nelle ultime settimane, non è edificante.



Sergio Romano
31 maggio 2009

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La forza opaca della lobby russa
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2009, 12:01:50 pm
Accordi

La forza opaca della lobby russa


Non voglio credere che la scelta del governo tede­sco nel caso Opel sia sta­ta dettata da un pregiu­dizio anti-italiano. Credo anzi che la proposta della Fiat fosse in que­ste circostanze quella più confor­me alle logiche aziendali e al rigo­re economico di cui la Germania ha dato prova in altre circostanze. Il «tedesco», in questa faccenda, è stato Marchionne. Di fronte al di­segno che prevedeva la nascita di un grande gruppo automobilisti­co euro-americano, ma avrebbe comportato qualche inevitabile sa­crificio, il governo di Angela Me­rkel, invece, ha preferito la soluzio­ne che garantisce, a breve termi­ne, il mantenimento degli organi­ci delle ditte praticamente fallite. Non è una decisione lungimiran­te. Prima o dopo la nuova Opel do­vrà affrontare il problema delle sue dimensioni nel mondo e chiedersi se il futuro non sa­rebbe stato meglio garantito dalla solu­zione prospettata da Sergio Mar­chionne. Ma, al mo­mento della stretta finale, hanno pre­valso due fattori.

Il primo è di bre­ve respiro. A quattro mesi dalle elezioni, i due alleati della coalizio­ne tedesca hanno affrontato la cri­si dell’Opel tenendosi d’occhio so­spettosamente, ciascuno dei due pronto a trarre il massimo profitto dagli errori dell’altro. Può darsi che qualche esponente del partito cristiano-democratico avesse com­preso l’interesse della proposta di Marchionne. Ma Angela Merkel ha preferito non correre rischi.

Il secondo fattore è l’esistenza nella società tedesca di una poten­te lobby russa. Non penso soltan­to a Gerhard Schröder, ai suoi rap­porti con Putin, alla disinvoltura con cui ha dapprima favorito, co­me cancelliere, una grande inizia­tiva russo-tedesca (il gasdotto del Mare del Nord) e assunto poi la presidenza di uno dei suoi organi direttivi. Penso alla convinzione, molto diffusa nella società tede­sca, che Germania e Russia siano feli­cemente comple­mentari e che la pri­ma, grazie ai suoi capitali e alla sua tecnologia, possa recitare, in qualsia­si operazione con­giunta, la parte del partner anziano.

I due Paesi si sono ferocemente combattuti, ma la storia della presenza tedesca nella economia russa e degli accordi più o meno segreti conclusi dai due Paesi è più lunga di quella delle loro battaglie.

Comincia con la prima industrializzazione russa, fra l’800 e il ’900, e continua con il Trattato di Rapallo (1922), con la collaborazione militare ed economica del decennio successivo, con il trattato di amicizia e il protocollo segreto del 1939, con la impetuosa ripresa dei rapporti economici dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La lobby, anche in questo caso, ha vinto la sua partita. Ma potrebbe avere dimenticato che le partecipazioni azionarie russe, in questo momento, sono spesso opache e poco rassicuranti.

L’affare Opel si presta a qualche riflessione sulla politica italiana.
Il presidente degli Stati Uniti, in questa faccenda, non aveva altra scelta fuor che quella di accettare la decisione garantita dal governo di Berlino, ma il vertice telefonico fra Merkel e Obama, nelle scorse ore, mette implicitamente in evidenza l’assenza del governo italiano. So che gli interventi sono utili quando sono accompagnati da garanzie finanziarie e che l’Italia, in questo momento, non era in grado di offrire alcunché. Ma il confronto tra la serietà delle trattative di Berlino e la litigiosa frivolezza della politica italiana, soprattutto nelle ultime settimane, non è edificante.


Sergio Romano
31 maggio 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Errori e sfortuna di Gordon
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2009, 07:50:12 pm
Errori e sfortuna di Gordon

Serio e preparato, ma i tempi sono cambiati


Come scrive Le Monde, Gordon Brown, premier dal 27 giugno 2007, corre il rischio di non riuscire a festeggiare il secondo anniversario della carica nazionale che ha atteso per parecchi anni all’ombra di Tony Blair. Nella grande crisi britannica del 2008 (la più grave dopo quella degli Stati Uniti) vi è oggi anche il dramma di uomo intelligente, serio, solidamente preparato ad affrontare le grandi tribolazioni della finanza internazionale, ma drammaticamente sfortunato.

Raccontare rapidamente la sua storia può servire a comprendere la natura della crisi e del sistema politico britannico.

Quando i laburisti vinsero le elezioni nel 1997 e tornarono finalmente al potere, il merito fu certamente di Blair. Cambiò lo stile del partito, ereditò senza arrossire il liberismo di Margaret Thatcher e di John Major, consolidò i tradizionali rapporti della Gran Bretagna con gli Stati Uniti, ne rilanciò la presenza in Europa e cercò di creare, insieme a Jacques Chirac, il nucleo di quella che sarebbe dovuta diventare la politica militare dell’Unione europea. Con Blair il Labour smise di essere il partito severo e imbronciato dei Wilson e dei Callaghan, la forza politica che non si era mai completamente sbarazzata della sua vecchia anima sindacale, del suo dirigismo economico e di una robusta frangia massimalista.

Il Labour divenne allora un partito moderno, anzi «swinging » come gli inglesi amavano definire la loro capitale, capace di affrontare le sfide della modernità e utilizzare spregiudicatamente, per la sua immagine, tutte le risorse della nuova comunicazione. Con una camaleontica genialità Blair riuscì a essere amico di tutti: di Clinton e di Bush, di D’Alema e di Berlusconi, di Aznar e di Schröder, dell’arcivescovo anglicano di Canterbury e del cardinale arcivescovo di Westminster. Sotto il suo regno i servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti, funzionarono mediocremente, ma l’economia registrò brillanti tassi di crescita, la Borsa distribuì favolosi dividendi e la City attirò da tutto il mondo migliaia di giovanissimi maghi del denaro, instancabili inventori di nuovi prodotti finanziari.

Nella sua veste di cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown amministrò le casse dello Stato e tenne con successo, accanto a Blair, le redini della finanza nazionale. Tutti sapevano che al momento della terza vittoria elettorale, nel 2005, i due artefici del successo britannico avevano stretto un patto e che Brown, dopo qualche mese, avrebbe preso possesso del numero 10 di Downing street. I pochi mesi divennero due anni durante i quali Blair, grande regista di se stesso, mise in scena con accorta lentezza lo spettacolo della sua dipartita.

Quando Brown poté finalmente succedergli, molti laburisti tirarono un sospiro di sollievo. Volevano rinnovare l’immagine del partito, correggere gli effetti di alcune discusse decisioni di Blair (la guerra irachena per esempio), e recuperare i tradizionali valori del laburismo britannico: l’efficienza dei servizi pubblici, la sensibilità per i ceti sociali meno favoriti, una maggiore sobrietà mediatica. Figlio di un pastore presbiteriano e poco incline ai piaceri degli ozi italiani, Gordon Brown sembrava essere la persona più adatta a guidare il governo sino alla fine della legislatura e a conquistare per il partito una quarta vittoria elettorale.

Le circostanze non gli sono state favorevoli. Alcuni incidenti di percorso e qualche discutibile lascito del suo predecessore hanno attraversato quasi immediatamente la sua strada e complicato sin dai primi mesi il suo insediamento alla testa del governo. La crisi finanziaria e il crollo del sistema bancario britannico hanno offuscato la sua immagine. Era naturale ricordare, dopo tutto, che il fantasioso castello di carte in cui la Gran Bretagna aveva vissuto per molti anni, era stato edificato quando Brown era cancelliere dello Scacchiere. Con una ammirevole forza di volontà riuscì a riprendere il controllo del timone, recuperò la tradizione statalista del partito, escogitò soluzioni che sarebbero state imitate da altri Paesi e riuscì a dare l’impressione, per qualche mese, che il responsabile economico della crisi fosse anche il migliore uomo a cui affidare il compito del salvataggio e della ripresa.

Se le sue ricette sono quelle giuste, non sarà Brown, probabilmente, a trarne vantaggio. Dopo essere sopravvissuto a una crisi nella quale erano in gioco parecchi miliardi di sterline, Gordon Brown rischia di scivolare su qualche dozzina di rimborsi che assommano probabilmente a pochi milioni di sterline. Così è fatta la Gran Bretagna. Quando si stanca di un uomo, di un governo, di un partito, smette improvvisamente di essere compassata, flemmatica, imperturbabile, rispettosa dell’autorità, e diventa democraticamente spietata. Non basta. Come è dimostrato dalle dimissioni di una serie di ministri, i primi ad abbandonare il leader, in queste circostanze, sono i suoi più fedeli compagni. Quello che è accaduto nel 1990 a Margaret Thatcher potrebbe accadere domani a Gordon Brown.

Sergio Romano
06 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Le verità dimenticate
Inserito da: Admin - Giugno 12, 2009, 07:16:52 pm
LA LIBIA E L’OCCIDENTE

Le verità dimenticate


Nei discorsi con cui hanno accol­to il colonnello Gheddafi, i suoi ospiti italiani, dal capo del­lo Stato al presidente del Consiglio e al presidente del Senato, hanno parlato di amicizia, collaborazio­ne, sviluppo congiunto. Do­po avere ascoltato le sue fi­lippiche contro l’Italia colo­niale avrebbero potuto ri­cordargli che il coloniali­smo fu molte cose, non tut­te e non sempre necessaria­mente spregevoli. Ma han­no preferito mettere l’ac­cento sul futuro e sugli in­teressi comuni dei due Pae­si in un mondo profonda­mente cambiato. Hanno fatto bene. Il realismo e l’in­teresse nazionale giustifica­no qualche strappo alla ve­rità storica. Peccato che a Gheddafi il passato interes­si molto più del futuro. Ne ha dato una nuova dimo­strazione ieri, quando ha confezionato un pasticcia­to elenco di responsabilità occidentali, da Cesare a Bu­sh, e ha detto che il terrori­smo può essere in alcune circostanze una legittima difesa contro la dominazio­ne straniera.

Quali circostanze? Vi fu un lungo periodo durante il quale Gheddafi si definì «punto d’appoggio della ri­voluzione mondiale» e non smentì, tra l’altro, di avere sostenuto finanziaria­mente l’Ira (Irish Republi­can Army) contro un Pae­se, la Gran Bretagna, «che ha umiliato gli arabi per se­coli ». Quando lo storico del colonialismo Angelo Del Boca cercò di compor­re una lista delle «lotte di liberazione» in cui il colon­nello libico è intervenuto con il suo denaro, ne ven­ne fuori una carta geografi­ca che comprende Maurita­nia, Rhodesia, Namibia, Isole Canarie, Oman, Ango­la, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Colombia, Salva­dor, Kurdistan, Nuova Cale­donia, Vanuati, Nuove Ebri­di. Non basta. I leader di al­cuni Paesi arabi lo hanno accusato di avere tramato contro i loro regimi e le lo­ro persone; i leader di alcu­ni Paesi africani (il Ciad per esempio) di avere at­tentato alla loro indipen­denza. A chi scrive non so­no piaciute né l’incursione di Reagan contro Tripoli nell’aprile 1986, né la guer­ra di George W. Bush con­tro l’Iraq nel marzo del 2003. Ma nel processo cele­brato da Gheddafi contro gli Stati Uniti e l’Occidente, il pubblico ministero è l’uo­mo che ordinò l’assassinio di alcuni dissidenti libici al­l’estero, invase il Ciad ed è oggettivamente responsa­bile dell’attentato contro un aereo della Panameri­can nel cielo scozzese di Lockerbie (270 vittime). La giustificazione del terrori­smo, in bocca a Gheddafi, risveglia ricordi di un pas­sato che il colonnello do­vrebbe cercare di coprire con un velo di pudore.

Nelle parole pronuncia­te ieri dal leader libico vi è infine anche imprudenza politica. Bush commise molti errori strategici e tat­tici, ma combatté il fanati­smo islamico, vale a dire il movimento che ha mag­giormente insidiato negli scorsi anni la vita del colon­nello e la stabilità del suo regime. Vi fu un lungo peri­odo durante il quale Ghed­dafi fu stretto in una morsa fra l’ostilità americana e le minacce della Fratellanza musulmana. Se è ancora al potere e può visitare libera­mente uno Stato europeo, lo deve in buona parte al patto con gli Stati Uniti e con l’Europa degli scorsi anni, quando rinunciò alle armi nucleari ma ottenne in cambio la revoca del­l’embargo e la ripresa dei rapporti diplomatici con Washington. Quando parla del passato Gheddafi non può ricordare soltanto quello che serve al suo compiaciuto autoritratto di liberatore dell’Africa. Conviene anche a lui, non soltanto a noi, parlare so­prattutto del futuro.


Sergio Romano
12 giugno 2009

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La mano tesa di Hu all’Europa
Inserito da: Admin - Luglio 04, 2009, 12:15:41 pm
TRA INTERESSI E DIRITTI UMANI

La mano tesa di Hu all’Europa


Nella intervista del presidente ci­nese Hu Jintao al Corriere di ieri vi sono i tradizionali ingre­dienti retorici con cui si confezionano le dichiara­zioni, i brindisi e i comuni­cati congiunti che accom­pagnano le visite interna­zionali: affinità culturali, ri­spetto reciproco, antica amicizia, interessi comuni, futuro migliore, sfide glo­bali da affrontare insieme. Vi è anche un cenno al Ri­nascimento e vi sarà im­mancabilmente, in qual­che brindisi, un riferimen­to a Marco Polo, nume tute­lare dell’amicizia italo-cine­se ogniqualvolta i due Pae­si desiderano celebrare i lo­ro rapporti. Ma vi è anche un passaggio sull’Europa che non è convenzionale e merita attenzione.

Hu Jintao dice che «le re­lazioni sino-europee han­no superato le difficoltà e le vicissitudini precedenti e sono tornate nel binario normale». Pensa al Tibet e all’incontro di qualche lea­der europeo con il Dalai La­ma, ma non lo dice e prefe­risce venire al sodo della questione dichiarando che «Pechino ha attribuito grande importanza ai rap­porti con l’Ue e la conside­ra come una delle priorità della sua politica estera». E aggiunge, per maggiore chiarezza: «La Cina sostie­ne il processo di integrazio­ne europea e accoglie con soddisfazione il suo ruolo sempre più utile e rilevan­te negli affari internaziona­li».

Queste ultime parole contengono una cortese bugia. Non è vero purtrop­po che il ruolo dell’Ue sia «sempre più utile e rilevan­te ». Nonostante qualche sprazzo di encomiabile de­cisionismo (la missione mi­litare in Libano, l’interven­to nella crisi georgiana, la reazione iniziale alla crisi del credito), l’Unione euro­pea, per rovesciare una espressione di John Major a proposito della Gran Bre­tagna, è un pugile che com­batte al di sotto del suo pe­so. Dai referendum falliti del 2005 siamo quasi sem­pre una somma di indeci­sioni, tentennamenti ed egoismi nazionali. I cinesi lo sanno, ma si servono di una bugia per dirci che il mondo ha bisogno dell’Ue e che gli europei farebbero bene a rendersene conto. Affinità culturali? Antica amicizia? No, le ragioni, grazie al cielo, sono più concrete e attuali.

La Cina non desidera un mondo americano. Visto da Pechino il nuovo presi­dente è meglio del suo pre­decessore ma è pur sem­pre il capo di una potenza imperiale. La crisi del credi­to ha messo in evidenza i rapporti di reciproca conve­nienza che uniscono il cre­ditore cinese al debitore americano, ma ha contem­poraneamente dimostrato a Pechino quanto sia peri­coloso legare il proprio de­stino alle imprevedibili po­litiche degli Stati Uniti. De­sidera una Europa forte perché preferisce un mon­do multipolare in cui vi sia­no forze capaci di contene­re e controllare la debor­dante potenza americana.

Con le sue parole Hu Jin­tao ci ricorda che esiste uno spazio vuoto e che spetta a noi riempirlo. Ten­de la mano a una Europa debole e divisa nella spe­ranza che il gesto la inco­raggi ad accantonare le sue beghe e i suoi bisticci per fare infine una politica con­forme ai suoi interessi e al­le sue ambizioni. Se ne avrà il coraggio, la Cina sa­rà il suo «partner strategi­co ». Dovremmo forse, per raccogliere l’invito, rinun­ciare ai nostri principi in materia di diritti umani? Credo piuttosto che l’Ue sa­rà più ascoltata e rispettata a Pechino di quanto non si­ano i singoli Paesi quando fingono di credere che un occasionale incontro con il Dalai Lama abbia dato un contributo alla soluzione della questione tibetana.


Sergio Romano

04 luglio 2009
da corriere.it
 


Titolo: SERGIO ROMANO. La vera immagine di un Paese
Inserito da: Admin - Luglio 08, 2009, 12:48:29 pm
TRA ECCELLENZE E POLEMICHE

La vera immagine di un Paese


Nelle battaglie italiane anche la politica estera finisce spesso, malauguratamente, nell’arena dove il governo e l’opposizione, per la maggiore gioia dei loro tifosi, preferiscono lanciarsi accuse reciproche piuttosto che accordarsi su linee comuni. Non vorrei che accadesse anche in occasione del G8 dell’Aquila dove i giudici di gara e i segnalinee non sono italiani e potrebbero avere interesse, soprattutto in questo momento, a fischiare i nostri falli. Questa è l’occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l’intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti.

Non credo d’altro canto che l’Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale. Abbiamo alcune debolezze che sono il risultato di vecchi errori e di obiettive condizioni di bilancio. Spendiamo poco per le forze armate. Non siamo riusciti a mantenere gli impegni assunti verso i Paesi in via di sviluppo. Siamo più bravi a declamare i protocolli di Kyoto che a rispettarne gli obblighi. Ma abbiamo sempre avuto, anche quando l’espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale. Nelle zone di crisi dell’ultimo decennio, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, siamo stati presenti con uomini e donne che hanno fatto scrupolosamente il loro dovere e creato sentimenti di simpatia per il loro Paese.

In Libano, durante la guerra del 2006, il governo è riuscito a creare una forza internazionale che ha giovato, se giudichiamo dal risultato delle ultime elezioni, alla stabilità della regione. E’ facile ironizzare sull’Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti. Ma chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all’Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l’Islam. Gli accordi con la Libia, anche se momentaneamente appannati dallo stile operettistico di Gheddafi, sono utili per tutti, non soltanto per noi.

Chi scrive ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali, ma deve riconoscere che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione. Vi è poi un’altra carta che l’Italia può giocare sul tavolo della politica internazionale. Abbiamo un alto debito pubblico e facciamo fatica ad adottare le riforme di cui abbiamo bisogno. Ma nei momenti più gravi della crisi del credito abbiamo dimostrato di avere una società parsimoniosa e flessibile, un decoroso sistema bancario e un buon senso finanziario di cui altri Paesi sono stati privi.

Dopo una fase, nella prima metà del decennio, in cui il governo sembrava voltare le spalle all’Europa, siamo stati più europeisti di alcuni nostri partner. Al vertice dell’Aquila l’Italia e la Germania portano idee che meritano di essere ascoltate e discusse. Non sono sicuro che il G8 sia l’organizzazione più adatta ad affrontare i problemi dei prossimi anni. Ma se mi guardo attorno e confronto la politica italiana con quella di altri Paesi, non credo che siano soltanto sette quelli che hanno il diritto di farne parte.

Sergio Romano
08 luglio 2009

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. OPPOSIZIONE IN CRISI E BIPOLARISMO
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2009, 11:55:59 am
OPPOSIZIONE IN CRISI E BIPOLARISMO


La sorte del Pd riguarda tutti

Molto di ciò che ho l e t t o in questi giorni sul Partito democratico e sui suoi travagli mi è sembrato scritto dall’interno della famiglia con tutti i sentimenti — rabbia, speranze deluse, affetti traditi—che distinguono generalmente le liti domestiche. Non mi sorprende. Esiste in Italia una grande famiglia progressista a cui appartengono idealmente, spesso per ragioni storiche ed ereditarie, molti italiani.

Essere «di sinistra», sia pure con ascendenze diverse, fa parte della loro identità. Oggi molti di questi italiani non sembrano rassegnarsi all’idea di avere perduto la loro vecchia casa. Sanno di avere bisogno di una casa nuova, ma non si risolvono a fare i sacrifici necessari per costruirla e sfogano questi sentimenti di frustrazione esasperando le difficoltà del Pd con una sorta di rabbioso compiacimento. Si direbbe talvolta che non siano alla ricerca di un’intesa, ma delle ragioni per renderla impossibile.

Credo che un estraneo, approdato in Italia da un altro Paese, farebbe fatica a raccapezzarsi e ragionerebbe in modo alquanto diverso. Constaterebbe in primo luogo che l’apparizione di Silvio Berlusconi sulla scena e il successo della sua strategia hanno straordinariamente semplificato il quadro politico italiano. Lavorando per sé Berlusconi ha lavorato anche per l’opposizione aprendo uno spazio a sinistra che aspetta di essere riempito. Qualcuno lo ha capito e, partendo dai materiali esistenti, ha cercato di riunire le due grandi famiglie storiche della sinistra italiana: quella dei nipoti del marxismo e quella dei cristiano-sociali.

Vi era, al momento della fondazione del Partito democratico, un inconveniente. Gli ingredienti della nuova sinistra italiana non corrispondevano, se non parzialmente, a quelli della sinistra europea e gli eletti del Pd al Parlamento di Strasburgo avrebbero corso il rischio di separarsi fra gruppi parlamentari diversi. Quell’ostacolo è stato superato. Per accogliere gli italiani il gruppo parlamentare socialista si chiamerà d’ora in poi «dei socialisti e dei democratici ». Mi sembra che nel cambiamento della ragione sociale vi sia una dimostrazione di sensibilità per i problemi della sinistra italiana e, implicitamente, il desiderio di aiutarla ad avere una dimensione europea. Non è tutto.

L’estraneo venuto da fuori constaterebbe che il Pd ha avuto il coraggio di scegliere il suo leader con una gara alla luce del sole fra candidati che hanno diversi profili politici e culturali. Le candidature sono interessanti, sollecitano dibattiti e polemiche, danno l’impressione di una vera gara. Può darsi che nel corso della gara gli scontri divengano aspri e preannuncino nuove fratture. Ma le primarie senza scontri sono quelle in cui il risultato è già stato scritto prima dell’inizio della partita. Servono a consolidare una leadership esistente, non a creare un partito nuovo.

Ancora un’osservazione. Dopo avere constatato che il quadro è meno tragico di come viene generalmente descritto, l’estraneo penserebbe che il rafforzamento del Pd serva a rendere meno fragile l’attuale bipolarismo e sia utile in ultima analisi per l’intero Paese. Prima o dopo il Pdl dovrà vivere senza Berlusconi. Gli sarà più facile superare quel passaggio se avrà di fronte a sé un forte partito democratico con cui misurare le proprie forze.

Sergio Romano
16 luglio 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il governo e le sue spine
Inserito da: Admin - Agosto 01, 2009, 04:20:00 pm
FEDERALISMO E PARTITO DEL SUD

Il governo e le sue spine


L’ottimismo e il compiacimen­to con cui il presidente del Consiglio descriverà nei prossimi giorni i primi quattordici mesi del suo governo sono scontati e per certi aspetti compren­sibili. Ma non possono oscurare il fatto che siano bastate poche settimane perché il quadro della poli­tica nazionale si rovescias­se. Il maggiore problema all’ordine del giorno non è più la crisi del Pd (di cui continueremo verosimil­mente a occuparci ancora per parecchio tempo). La questione maggiore è lo stato di salute della mag­gioranza, oggi divisa da dissensi più gravi per la go­vernabilità del Paese di quanto siano i travagli del­l’opposizione. Colpa degli scandali che hanno fatto di Berlusconi, per qualche settimana, il bersaglio pre­ferito di una buona parte della stampa internaziona­le? Credo piuttosto che gli scandali siano stati in que­sta vicenda soprattutto un’occasione e un’aggra­vante.

All’origine dei dissensi vi è il patto che Berlusconi aveva stretto, prima delle elezioni, con il Nord di Bossi e il Sud, vale a dire in particolare la Sicilia di Lombardo. Conoscevamo il prezzo di Bossi. Sapeva­mo che il leader della Lega avrebbe sostenuto Berlu­sconi per ottenere final­mente il federalismo fisca­le. Ma non era chiaro qua­le fosse il prezzo di Lom­bardo. E non era chiaro so­prattutto se l’obiettivo di Bossi fosse compatibile con le condizioni del Sud e le ambizioni della sua classe dirigente. Il federali­smo avrà un senso soltan­to se sarà fiscale, vale a di­re se consentirà alle singo­le regioni di trattenere per sé, con le imposte di cui di­sporranno, una parte mag­giore del reddito prodotto dai loro elettori. Occorrerà naturalmente un fondo di solidarietà per le regioni meno fortunate, ma que­sto fondo sarà sufficiente ed efficace soltanto se il Nord sarà generoso e il Sud capace di affrontare con un diverso stile di go­verno il problema del pro­prio sviluppo. Su questa seconda condizione era le­cito avere molti dubbi.

Quando celebreremo, fra un anno e mezzo, il 150˚ anniversario dell’Unità, non potremo fare a meno di costatare che il Mezzo­giorno rimane, nonostan­te molti tentativi, il grande problema irrisolto dell’Uni­tà nazionale. Sin dal mo­mento in cui il Parlamen­to approvò la legge sul fe­deralismo potevamo quin­di immaginare che il dia­volo, come al solito, si na­scondesse nei dettagli e che le contraddizioni della maggioranza sarebbero di­ventate, prima o dopo, evi­denti.

Gli scandali e la reces­sione hanno bruscamente accelerato questo proces­so. Gli scandali hanno in­debolito Berlusconi e lo hanno costretto a combat­tere in difesa. Il Nord di Bossi e il Sud di Lombardo gli sono fedeli perché non volevano il collasso della maggioranza, ma hanno colto l’occasione per sotto­lineare le loro differenze (penso alle dichiarazioni di Bossi sull’Afghanistan) o per parlare più schietta­mente della ripartizione del denaro pubblico. La re­cessione, d’altro canto, ha costretto Tremonti a strin­gere i cordoni della borsa.

Se il prodotto interno lor­do diminuisce e il gettito fiscale si contrae, il mini­stro dell’Economia di un membro dell’eurozona (i Paesi che fanno parte del mercato unico e, soprattut­to, hanno adottato la mo­neta unica) deve essere «nazionale», non «regio­nale », deve togliere dena­ro, non darlo.

E’ questa probabilmente la ragione per cui Lombardo ha deciso di anticipare i tempi e di minacciare la costituzione di un partito del sud. Considerato in un’ottica meridionale il denaro non serve soltanto a creare migliori condizioni di sviluppo. Serve anche, e forse soprattutto, a rafforzare quel piedistallo di clientele e di favori che permettono alla classe dirigente di conservare e consolidare il potere.

E’ possibile che Berlusconi riesca ancora una volta a superare queste difficoltà. Lo farà probabilmente secondo il suo stile di governo, vale a dire dando qualche soddisfazione a ciascuno dei questuanti. E sono certo che darà prova anche in questo caso di molta abilità. Ma Tremonti sarà costretto a ricordargli che i conti si fanno anche con Bruxelles e Francoforte. E altri dovranno ricordargli che non si può continuare a parlare di federalismo fiscale senza affrontare contemporaneamente il problema del Sud, vale a dire del denaro di cui ha bisogno e del modo in cui dovrebbe spenderlo.



Sergio Romano

01 agosto 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il fattore Lega che agita i partiti
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2009, 10:19:41 am
IL DIBATTITO SULLE NUOVE ALLEANZE

Il fattore Lega che agita i partiti


L’estate si presta ai dibattiti futi­li e stravagan­ti, ma anche le stravaganze possono esse­re segnali e campanelli d’allarme. Quelle sui dialet­ti e sull’inno di Mameli di­mostrano quanto sia com­plicato per un partito na­zionale (il Pdl) governare con un partito regionale che non può accontentarsi di obiettivi teoricamente centrati (federalismo fisca­le, sicurezza) e deve conti­nuamente, per coltivare il proprio elettorato, «rinno­vare il guardaroba». La questione diventa ancora più seria se qualcuno al Sud (Bassolino a Napoli, Lombardo e Micciché a Pa­lermo) decide di imitare la Lega e progetta un «parti­to del Meridione».

Accade così che molti, a destra e a sinistra, comin­cino a chiedersi se argina­re la Lega e impedirle di dettare l’agenda nazionale non sia più importante del bipartitismo imperfetto creato dalle ultime elezio­ni politiche. Paolo Costa, ex sindaco di Venezia ed esponente del Partito de­mocratico, sostiene sul

Corriere del 9 agosto che è meglio, in questa situazio­ne, aiutare Giancarlo Ga­lan, il presidente del Vene­to (Pdl), a vincere le prossi­me elezioni regionali. Ga­lan raccoglie la proposta e tende una mano al Pd. Cre­scono nel frattempo le pressioni sull’Udc di Pier Ferdinando Casini a cui molti chiedono di fare una scelta di campo. E Giulia­no Amato, in una intervi­sta al Messaggero di ieri, osserva che «il ricatto del­le estreme è molto forte». E aggiunge: «Dobbiamo riuscire a verificare se sia­mo in grado d’avere un bi­polarismo governato dai partiti di governo e non dalle rispettive estreme. Può darsi che una fase ne­cessaria per arrivarci sia una grande coalizione ita­liana che includa i soli par­titi di governo». Grazie alla Lega e ai suoi imitatori meridionali stiamo assistendo quindi alla controffensiva dei maggiori partiti nazionali. Chi ritiene che l’unità sia un valore da preservare, o almeno pensa che la sua rottura avrebbe ricadute pericolose e produrrebbe situazioni ingovernabili, non può che esserne feli­ce. Ma vi sono alcuni pun­ti su cui è bene fare chia­rezza. I partiti nazionali non sono necessariamen­te tali per ragioni ideali. Sono unitari perché han­no un elettorato esteso al­la Penisola, una rete d’inte­ressi che copre l’intero ter­ritorio e l’ambizione di go­vernare il Paese. Questi so­no punti di forza quando i partiti hanno programmi che possano giovare con­temporaneamente al Nord e al Sud. Diventano fattori di debolezza se il loro pro­gramma consiste nel tenta­tivo di accontentare un po’ l’uno e un po’ l’altro senza riuscire a colmare il diva­rio che li separa. Chi vuole arginare la Lega deve ren­dersi conto che il successo del partito di Bossi non è dovuto agli slogan velleita­ri, alle liturgie folcloristi­che e alle campagne estive contro l’Inno di Mameli. La Lega potrebbe continua­re a crescere perché riesce a rappresentare in molte circostanze le frustrazioni del Nord, la sua diffusa sensazione che nessun go­verno, di destra o di sini­stra, sia riuscito finora a garantirgli le condizioni necessarie per restare in Europa. Per batterla, quin­di, non basta immaginare nuovi schieramenti e nuo­ve alleanze. Occorre rico­noscere l’esistenza di due Italie, separate dalla diffe­renza dei loro problemi, e dimostrare che il governo, quale che sia la sua compo­sizione, è disposto a fare scelte nuove, coraggiose e in alcuni casi inevitabil­mente impopolari.


Sergio Romano
18 agosto 2009
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da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La guerra al mondo di Hitler
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2009, 10:20:59 pm
L’anniversario

- Quel giorno la Germania nazista, forte dell’accordo Molotov-Ribbentrop, invadeva la Polonia

Danzica, 1˚ settembre 1939

La guerra al mondo di Hitler

Putin e Merkel insieme per i 70 anni dal conflitto


Domani ricorre il Settantesimo anniversario dell’invasione nazista della Polonia, evento che diede inizio alla Seconda guerra mondiale. Il 1˚settembre 1939 le truppe di Hitler varcarono il confine stabilito al termine della Prima guerra mondiale per ricongiungere la «città libera» di Danzica alla «Madrepatria tedesca». In realtà, il dittatore nazista si era segretamente accordato con Stalin per spartirsi l’intero territorio polacco. In pochi giorni, il «Blitzkrieg» (guerra lampo) scatenata da terra, dal mare e dall’aria, con i bombardamenti degli Stukas sulle città e i villaggi, ebbe ragione dell’esercito polacco. Il 17 settembre anche l’Urss attaccò la Polonia. Il 1˚ottobre il Paese era completamente occupato e diviso in «sfere di influenza». Per rimarcare gli avvenimenti di 70 anni fa, si ritroveranno dunque a Danzica i capi di Stato e di governo di una ventina di Paesi. Alla cerimonia, presieduta dall’attuale presidente polacco, Lech Kaczynski, e dal premier Donald Tusk, parteciperanno anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier russo Vladimir Putin e l’italiano Silvio Berlusconi.

Negli ultimi giorni, persino nelle ultime ore prima dell’inizio del con­flitto, i governi e le diplomazie con­tinuarono a comportarsi come se la pace fosse ancora possibile. I consi­gli dei ministri delle maggiori po­tenze europee tennero frenetiche riunioni straordinarie. Gli amba­sciatori ricevettero concitati dispac­ci, chiesero udienza ai governi pres­so i quali erano accreditati, avanza­rono proposte, suggerirono confe­renze quadripartite come quella che un anno prima, a Monaco, ave­va regalato all’Europa una pace bre­ve e illusoria. A Londra, a Parigi, a Roma esistevano ancora persone che tentavano disperatamente di riannodare il filo spezzato dei rap­porti tedesco-polacchi. Qualcuno, senza dubbio sarebbe stato pronto, come nell’incontro quadripartito di Monaco, a sfamare Hitler con un’altra libbra di carne. Era tutto inutile. Il primo ad accorgersi che i giochi erano fatti e che non vi sa­rebbero stati, per la diplomazia eu­ropea, «tempi supplementari», fu l’ambasciatore d’Italia a Berlino Ber­nardo Attolico. Tentò di convince­re Ribbentrop a ricevere l’ambascia­tore polacco ed ebbe il dubbio ono­re di una udienza con il Führer da cui ricevette il testo delle inaccetta­bili e umilianti proposte che la Ger­mania aveva inviato alla Polonia. Tentò un’ultima carta e propose la mediazione dell’Italia. Ma Hitler, con falsa cortesia, disse che non vo­leva mettere il Duce in una situazio­ne imbarazzante. Ma allora, chiese Attolico, «è tutto finito?». La rispo­sta fu, freddamente, «sì».

Che la guerra fosse stata decisa da tempo e destinata a scoppiare nella notte fra il 31 agosto e il 1˚ settembre è dimostrato dagli inci­denti che i tedeschi avevano minu­ziosamente inscenato per giustifica­re il conflitto. I più macabri e grot­teschi furono quelli di Gleiwitz e Hohlinden, due cittadine tedesche a breve distanza dalla frontiera po­lacca. A Gleiwitz un drappello di SS in uniforme polacca entrò negli uf­fici della radio locale alle otto della sera del 31 agosto, rinchiuse gli ad­detti tedeschi nelle cantine e an­nunciò trionfalmente agli ascoltato­ri della piccola emittente, in polac­co, che la stazione era stata «con­quistata ». Per dare un tocco di veri­tà alla menzogna un altro drappel­lo di SS portò sul luogo un cittadi­no polacco, da tempo prigioniero della Gestapo, e lo uccise. La poli­zia, più tardi, trovò altri due cada­veri che non furono mai identifica­ti.

Nella sede della dogana di Hohlinden, più o meno alla stessa ora, andò in scena un copione anco­ra più sanguinoso. Quando la vicen­da venne alla luce, durante i proces­si di Norimberga, i giudici apprese­ro che l’edificio della dogana era stato «espugnato» da un altro drap­pello di SS in uniforme polacca. Di­strussero l’edificio, spararono pa­recchie salve di proiettili e si lascia­rono docilmente arrestare dalla po­lizia del Reich. Ma sul posto, dopo la farsa, cominciò la mattanza. Tra­sportati da un campo di concentra­mento, sei prigionieri dovettero re­citare la parte delle vittime. Furono uccisi, gettati sul luogo del delitto, esposti ai flash dei fotografi e, per­ché nessuno potesse riconoscerli, sfigurati. Sembra, a onore del vero, che la Wehrmacht, pronta ad ese­guire gli ordini del comando supre­mo e a entrare in territorio polacco, ignorasse di questi spudorati prete­sti.

La vera guerra, quella dei bolletti­ni ufficiali cominciò alle quattro e quarantacinque del mattino del 1˚ settembre con le bordate di una na­ve di battaglia, la Schleswig Hol­lstein, contro la guarnigione polac­ca di Westerplatte, accanto a Danzi­ca. I polacchi reagirono, difesero vi­gorosamente la cittadella di Gdy­nia, tentarono un contrattacco e, prima di soccombere, tennero in scacco i tedeschi per cinque giorni. Vi furono altri scontri e altre resi­stenze, ma la Wehrmacht e la Luf­twaffe (come scrive Donald C. Watt in un bel libro sul 1939 pubblicato da Leonardo vent’anni fa) «aveva­no una schiacciante superiorità nu­merica in tutti gli elementi decisi­vi: negli uomini, negli armamenti, nell’addestramento e nella tattica; di fatto in tutto tranne che nel co­raggio ». La guerra sarebbe durata forse più a lungo se i polacchi, co­me scrive B.H. Liddel Hart nella sua Storia della Seconda guerra mon­diale , avessero concentrato le loro forze dietro due grandi fiumi, la Vi­stola e il San. Ma la strategia di Var­savia fu dettata da una combinazio­ne di considerazioni economiche ed errori politici. I polacchi voleva­no conservare il controllo delle mi­niere di carbone della Slesia, vicino alla frontiera tedesca, e credettero di poter contare sull’immediata as­sistenza militare della Francia e del­la Gran Bretagna. Non compresero che né Londra né Parigi erano allo­ra in condizione di sguarnire il fronte occidentale. E non capirono soprattutto che la loro sorte era sta­ta decisa a Mosca il 23 agosto quan­do Ribbentrop e Molotov, sotto lo sguardo benedicente di Stalin, ave­vano firmato il patto di non aggres­sione tedesco-sovietico. I polacchi ignoravano in quel momento che un protocollo segreto, firmato nel­le stesse ore, prevedeva la spartizio­ne del loro Paese. Ma non poteva­no ignorare che l’Urss aveva dato al­la Germania, con il patto di non ag­gressione, una formale «licenza di uccidere».

A Roma il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano trascorse l’intera giornata del 31 agosto nel tentativo di organizzare una nuova conferen­za quadripartita. Parlò al telefono con Attolico e ricevette gli amba­sciatori di Francia e di Gran Breta­gna. Quando informò Mussolini, verso le nove della sera, che ogni tentativo era stato inutile, questi ne rimase «impressionato» e disse: «È la guerra. Però domani faremo una dichiarazione in Gran Consi­glio che noi non marciamo». Il gior­no dopo, mentre in Polonia si com­batteva, Ciano annotò nel suo dia­rio: «Il Duce è calmo. Ormai ha pre­so la decisione del non intervento e la lotta che ha agitato il suo spirito durante queste ultime settimane è cessata». Vi fu un Consiglio dei mi­nistri alle tre del pomeriggio duran­te il quale venne approvato l’ordi­ne del giorno con cui l’Italia annun­ciava al mondo la sua «non bellige­ranza ». Tutti i ministri, sembra, ap­provarono con un sospiro di sollie­vo e qualcuno disse a Ciano, abbrac­ciandolo, che aveva «reso un gran servigio al Paese». Ancora più pro­fondo fu il sospiro di sollievo degli italiani. Cominciò così un felice in­terludio durante il quale potemmo sperare che l’Italia non avrebbe commesso l’errore di gettarsi in una guerra che il suo popolo non desiderava e a cui le sue forze arma­te erano del tutto impreparate. L’in­terludio finì il 10 giugno 1940.

Sergio Romano
31 agosto 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Un po’ di serietà (e piu’ politica)
Inserito da: Admin - Settembre 05, 2009, 05:06:49 pm
DAI VELENI AI PROBLEMI DEL PAESE

Un po’ di serietà (e piu’ politica)


Se gli italiani avessero prestato attenzione a ciò che è accaduto in questi mesi nei Paesi con cui abbiamo maggiori affinità, avrebbero costatato che non ve n’è uno in cui esponenti della classe politica non siano stati coinvolti in scandali di varia natura: comportamenti licenziosi, fotografie compromettenti, bisticci con la stampa o con le autorità religiose, uso privato del pubblico denaro, menzogne sbugiardate. Scoppiano generalmente sulla prima pagina di un tabloid e durano sino a quando, nel giro di poche settimane, l’interessato dimostra di essere stato calunniato o è costretto a dimettersi. Da noi invece si è assistito a un crescendo inarrestabile di voci, di rivelazioni, di insinuazioni, di repliche e controrepliche. E non appena uno scandalo accennava ad assopirsi, ecco apparirne un altro, ancora più clamoroso del precedente.

Conosciamo le ragioni di questa differenza. L’«interessato », nel nostro caso, non è un ministro, un sottosegretario o un parlamentare. È il presidente del Consiglio. Il centrosinistra tenta di fare la sua parte ma è troppo occupato a curare le sue ferite. E il dibattito pubblico è polarizzato tra chi si è ridotto a fare opposizione guardando il premier dal buco della serratura e chi usa dossier e lettere anonime per screditare gli avversari. Come aveva promesso agli inizi della vicenda («andrò in Parlamento»), Berlusconi avrebbe dovuto rispondere con iniziative e atti politici. Ma ha preferito cedere alla tentazione delle dichiarazioni estemporanee, ora ironiche, ora adirate. Non sono convinto che le querele lanciate contro alcuni giornali possano minacciare la libertà d’informazione. Credo piuttosto che il presidente del Consiglio, con le sue iniziative giudiziarie, abbia commesso l’errore di privatizzare il proprio rapporto con la stampa (anche le dichiarazioni fuori luogo di ieri lo dimostrano). Anziché reagire politicamente ha adottato il ruolo e la figura della «parte lesa», e ha delegato così a un magistrato (l’osservazione è di Michele Ainis su La Stampa del 3 settembre) il compito di decidere chi abbia torto e chi abbia ragione. Sappiamo che altri uomini politici prima di lui hanno commesso lo stesso errore, ma Berlusconi ha dato l’impressione che certe vicende si lavino con il denaro delle multe e degli indennizzi. Più di qualsiasi altro avrebbe dovuto sapere che le battaglie politiche si fanno in Parlamento e nel Paese, non nelle aule dei tribunali. Ha dimostrato invece che il pubblico e il privato, nel suo stile di governo, tendono continuamente a confondersi e a sovrapporsi. È un’altra conferma della leggerezza con cui ha sempre trattato in questi anni il fondamentale problema del suo conflitto d’interessi.

Il risultato di questo crescendo è duplice. Da un lato gli scandali hanno finito per fare passare in seconda linea i problemi economici e sociali che affliggono la società italiana e la discussione sul modo migliore di affrontarli. Dall’altro hanno reso ancora più difficile quel tanto di concordia politica senza la quale il confronto tra maggioranza e opposizione diventa un combattimento senza vincitori da cui esce perdente l’intero Paese.

Ma questo è davvero il momento in cui occorre un sussulto di saggezza e serietà da parte di tutti, anche nel rispetto di un valore costituzionale come la libertà di stampa, affinché la politica e i problemi del Paese ritrovino il loro spazio; valori cui il capo dello Stato si è più volte richiamato.

Sergio Romano
05 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il costo dell'ambiguità
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2009, 10:32:34 am
Il costo dell'ambiguità


La caccia ai respon­sabili, in una vicen­da come quella di Kabul, è un eserci­zio che non rende omaggio ai morti e diventa spesso occasione di interessati bi­sticci politici. Non è inutile, invece, chiedersi se la pre­senza italiana in Afghani­stan risponda a una ragio­nevole politica nazionale. È giusto inviare «truppe di pace» in un Paese dove si combatte? È giusto esporre i propri soldati alle insidie del nemico, ma evitare al tempo stesso che si com­portino, in tutto e per tut­to, come forze combatten­ti?

L’invio di truppe in un Paese straniero per creare o mantenere condizioni di pace appartiene alla logica dell’Onu e ai principi della comunità internazionale. E’ stata questa la ragione per cui abbiamo inviato milita­ri in Congo, Libano, Soma­lia, Bosnia e Kosovo. Atten­zione. Nessuna di queste operazioni è stata totalmen­te disinteressata. Siamo an­dati in Iraq, dopo l’occupa­zione americana, perché il governo Berlusconi ritene­va utile, in quelle circostan­ze, essere al fianco degli Stati Uniti. Siamo andati in Libano perché il governo Prodi riteneva che la nostra presenza militare, dopo la guerra israeliana, avrebbe conferito maggiore credibi­lità alla nostra politica me­dio- orientale. Siamo in Af­ghanistan perché gli Stati Uniti hanno chiesto alla Na­to di essere aiutati a sbro­gliare una matassa che la frettolosa guerra di Bush aveva reso particolarmente imbrogliata. Viviamo tem­pi tumultuosi in cui il pre­stigio internazionale di un Paese si misura dalla sua ca­pacità di partecipare a un’operazione militare. Un contingente di truppe è sta­to molto spesso, in questi anni, il prezzo che il Paese doveva pagare per avere un rango internazionale corri­spondente alle sue ambizio­ni. Ciò che ha fatto l’Italia non è sostanzialmente di­verso da ciò che hanno fat­to, tra gli altri, la Gran Bre­tagna, la Francia, la Spa­gna, la Polonia, l’Ucraina e da ultimo, con maggiori dif­ficoltà, la Germania.

Ma nel caso dell’Italia, co­me per certi aspetti in quel­lo della Germania, esistono peculiarità che hanno con­dizionato la politica dei go­verni. Il Paese è stato mala­mente sconfitto durante la Seconda guerra mondiale e ha sviluppato da allora una «cultura della pace» in cui si sono confuse componen­ti diverse: pensiero cattoli­co, neutralismo, odio per gli Stati Uniti e una conce­zione dogmatica dell’artico­lo della Costituzione in cui l’Italia «ripudia la guerra». I governi hanno dovuto ve­nire a patti con questi senti­menti e hanno creduto di ri­solvere il problema man­dando «truppe di pace» in teatri di guerra. E per di più, come se il tasso d’ambi­guità non fosse già suffi­cientemente elevato, han­no ridotto i bilanci delle Forze Armate al limite della sopravvivenza. È questa la ragione per cui la perdita di un soldato, quando acca­de, appare alla società italia­na molto più inattesa, in­comprensibile e assurda di quanto non appaia in Paesi dove i governi hanno parla­to alla loro opinione pubbli­ca con maggiore chiarezza e hanno fornito ai loro sol­dati le armi di cui avevano bisogno. Forse è giunta an­che per il governo italiano l’ora di dire francamente perché siamo in Afghani­stan e quali siano i rischi da correre. L’ambiguità, do­po i fatti di Kabul, offende il Paese e i suoi morti.

Sergio Romano
19 settembre 2009
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. ECCESSI NEGLI ATTACCHI, ERRORI NELLA DIFESA
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2009, 11:00:26 am
ECCESSI NEGLI ATTACCHI, ERRORI NELLA DIFESA

Due partiti contrapposti


Esistono problemi na­zionali e internazio­nali da cui dipende la vita degli italiani e dei loro figli. Le elezioni te­desche, il referendum irlande­se, il mercato dell’energia, la difesa dell’ambiente, la co­struzione della Tav, il rappor­to fra le banche e le imprese, la crisi del latte e la politica agricola comune, le esporta­zioni e l’occupazione, il pas­saggio dal G8 al G20, la guer­ra in Afghanistan, la politica economica e monetaria del governo cinese sono questio­ni, cito alla rinfusa, che ci con­cernono.

Occorre che l’Italia sappia come affrontarle e che la sua linea venga adottata dopo un confronto di idee e proposte tra il governo e l’opposizione. Ma questo confronto non c’è o si svolge solo occasional­mente tra poche persone di buona volontà ai margini di una scena pressoché intera­mente occupata da un ininter­rotto cabaret politico con un copione di lazzi, insulti, pette­golezzi, storie lascive, accuse sanguinose e querele. Si di­rebbe che una parte dell’Italia abbia smarrito il senso della realtà e preferisca lo spettaco­lo di una guerra civile mediati­ca alla soluzione dei suoi pro­blemi. Cerco di spiegare (a me stesso anzitutto) i motivi di questo fenomeno.

Penso che buona parte del­l’opposizione non creda nel­l’utilità di fare dell’anti berlu­sconismo la sua principale li­nea politica e abbia voglia di tornare al suo mestiere. Ma at­traversa una difficile crisi, for­se salutare, ed è pressoché in­teramente assorbita dalla so­luzione dei suoi problemi in­terni. In questo vuoto la ban­diera dell’opposizione è passa­ta nelle mani di qualche parti­to- giornale, di qualche tribu­no della plebe, di alcuni prota­gonisti dello spettacolo e del­l’informazione che hanno as­sunto questo compito, occor­re riconoscerlo, con uno stra­ordinario brio professionale. Peccato che questi oppositori non si propongano di gover­nare e non abbiano quindi l’obbligo di disegnare il futu­ro del Paese. Il loro obiettivo è la visibilità, la notorietà, il cerchio del riflettore, l’occu­pazione dello spazio scenico. Ne hanno il diritto natural­mente, e se questo diritto fos­se minacciato avremmo, para­frasando Voltaire, il dovere di difenderli. Ma viene voglia di pensare, maliziosamente, che nulla li rattristerebbe quanto l’improvvisa scomparsa del «nemico».

Dall’altra parte, natural­mente, si risponde allo stesso modo con professionisti del giornalismo-spettacolo altret­tanto briosi. Il premier, che deve imparare a rispettare di più la pluralità dell’informa­zione in tv e sui giornali, occu­pa continuamente la scena con una difesa che sembra fat­ta apposta per alimentare le battaglie dell’accusa. Le sue querele contro la stampa e le sue bordate contro i giornali­sti «farabutti» sono nella cul­tura democratica europea un’anomalia e nuocciono alla sua immagine ma lui non sembra preoccuparsene. È convinto (e forse, purtroppo, non ha torto) che gli attacchi gli siano utili perché gli con­sentono di trasformare l’inte­ra politica nazionale in una continua battaglia sulla sua persona. Gli italiani, anche quando vorrebbero occuparsi di altre cose, sono finiti fra due contendenti che si dete­stano ma giocano una partita in cui ciascuno dei due ha bi­sogno dell’altro. Con due ri­sultati. In primo luogo l’Italia sta rapidamente perdendo credito agli occhi del mondo. In secondo luogo parla di tut­to fuorché di se stessa e dei suoi problemi.

Sergio Romano

02 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Voce al paese senza tifoserie
Inserito da: Admin - Ottobre 16, 2009, 11:18:43 pm
L’INFORMAZIONE NON E’ UNA CROCIATA

Voce al paese senza tifoserie


Se i guai degli altri servono a rendere i nostri più tollerabi­li, gli italiani posso­no dare un’occhiata a ciò che accade in alcune de­mocrazie occidentali. Ne­gli Stati Uniti il presidente sostiene che Fox News (il canale televisivo di Rupert Murdoch) è un partito, e lo accusa di essere pregiu­dizialmente ostile alla Ca­sa Bianca.
Ma in occasio­ne di un suo discorso al Congresso un deputato gli grida «bugiardo», mentre un movimento sorto negli scorsi mesi (i «birthers», da birth , nascita) lo accu­sa di avere falsificato i suoi dati anagrafici. Ba­rack Obama sarebbe nato in Kenya, non sul territo­rio americano, e la sua ele­zione sarebbe quindi ille­gale.

In Francia il presidente Sarkozy ha un figlio di 23 anni, studente di giuri­sprudenza, consigliere municipale di Neuilly e candidato alla presidenza di un’agenzia territoriale che programma e ammini­stra lo sviluppo di una ric­ca «città degli affari» alle porte di Parigi: due cari­che che furono del padre e divennero la piattafor­ma da cui si lanciò alla conquista del potere. Per gran parte della stampa francese, quindi, il presi­dente della Repubblica è «nepotista». Come capo dello Stato gode dell’im­munità giudiziaria sino al­la fine del mandato e do­vrebbe astenersi dall’inter­venire negli affari di giusti­zia che lo concernono. Ma questo non gli ha impedi­to di dare per scontata, in una intervista, la colpevo­lezza di alcune persone, oggi accusate di avere ma­nipolato i documenti di una banca lussemburghe­se per inserire il suo no­me in una lista di persone che avrebbero incassato generose tangenti per la vendita di forniture milita­ri all’estero. Il principale accusato è Dominique de Villepin, ministro degli Esteri e primo ministro al­l’epoca della presidenza Chirac, che ha esordito di­chiarando ai giornalisti, sulla soglia del tribunale, di essere deciso a sbugiar­dare Sarkozy.
In Gran Bre­tagna gli scandali che coinvolgono il governo so­no frequenti, ma vengono trattati con chirurgica rapi­dità. Non è bello tuttavia apprendere che il primo ministro aveva gonfiato la lista delle spese di cui ha chiesto il rimborso e che dovrà restituire circa 15.000 sterline. È un pecca­to veniale, ma poco confa­cente a un uomo politico che è stato in passato can­celliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro).

Questo è grosso modo lo stato di quasi tutte le maggiori democrazie. La classe politica è sul banco degli imputati ed è guarda­ta a vista da una stampa che ama spesso conside­rarsi custode dei pubblici costumi e bocca della veri­tà. Quando lasciò la sua ca­rica a Gordon Brown, Tony Blair si sfogò con un lungo articolo in cui scris­se quanto fosse stato diffi­cile lavorare con i mezzi d’informazione durante i suoi anni a Downing stre­et (peccato, tuttavia, che non abbia accennato al modo in cui un suo colla­boratore aveva cercato di manipolare la gestione delle notizie).

In Italia la situazione, apparentemente, è peggio­re. Qui gli scandali sono più numerosi e spesso più gravi. Qui esistono forze politiche che non smetto­no, neppure per un mo­mento, di trattarsi come eserciti in guerra, divisi dalla linea del fuoco. E in­sieme agli eserciti combat­tenti vi sono tifoserie per cui sono vere le notizie che si prestano a essere usate come munizioni contro il nemico, false o reticenti quelle che non servono allo scopo.

Ho scritto apparentemente, tuttavia, perché non credo che questo quadro rifletta la realtà del Paese. Penso che dietro le tifoserie vi sia un’altra Italia meno credula e faziosa, meno impegnata nell’esercizio di una militanza ossessiva e accecante, più occupata a lavorare e a produrre.

Non credo che sia la «borghesia» e, tantomeno, che possa essere identificata con una particolare regione del Paese. Credo piuttosto che si tratti di una grande classe media, progressivamente cresciuta durante la modernizzazione del Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Quando vuole informarsi, anche per meglio programmare la sua vita e il suo lavoro, questa classe media vede il pendolo dell’informazione oscillare continuamente fra due opposte verità e constata che certi giornali sono un kit fatto di pezzi che servono ad assemblare ogni giorno la stessa rappresentazione della realtà. La maggioranza degli italiani sa che i fatti e gli uomini sono più complicati di quanto appaia da queste rappresentazioni, che i programmi politici vanno continuamente misurati con il metro della loro applicazione, che i meriti vanno riconosciuti anche quando vengono da persone altrimenti criticabili, che una legge può essere in parte buona e in parte cattiva, che le ragioni di due contendenti vanno spiegate e capite, che gli insulti servono spesso a mascherare un vuoto di idee e di programmi. E vorrebbe essere informata, non educata a combattere. Oggi più che mai vi è spazio per una informazione che non sia un bollettino di guerra, che non lanci crociate, che riporti il pendolo al centro del panorama nazionale.

Sergio Romano

16 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Nella «lettera ai ventenni» il programma di Fini
Inserito da: Admin - Ottobre 31, 2009, 10:53:24 am
Il manifesto - Da mercoledì in libreria «Il futuro della libertà»

Laicità e integrazione : Nella «lettera ai ventenni» il programma di Fini

Dietro i consigli ai giovani una vera discesa in campo


In questi anni abbiamo letto molti saggi o interviste di uomini politi­ci che riflettevano sulle condizio­ni del Paese e annunciavano ai let­tori il modo in cui ne avrebbero cambia­to le sorti. Alcuni erano interessanti, altri (la maggioranza) erano occasionali e det­tati dal desiderio di garantire all’autore una certa visibilità, soprattutto in vista di una scadenza elettorale. Quello di Gian­franco Fini apparso ora presso Rizzoli («Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989») appartiene a questa cate­goria e contiene alcuni degli ingredienti di questo genere politico-letterario: una inevi­tabile dose di retorica, una combinazione di analisi severe ed esortazioni ottimistiche, una lunga serie di citazioni e qualche dato statisti­co. Ma è meglio costruito, più interessante e, soprattutto, più ambizioso.

Con un perdonabile artificio Fini dice di indi­rizzarsi ai giovani italiani che nei primi vent’an­ni della loro vita non hanno conosciuto l’Euro­pa delle ideologie contrapposte e hanno godu­to di libertà negate alle generazioni precedenti. Felicemente nati nell’anno in cui cadde il muro di Berlino, non hanno vissuto nell’incubo di un possibile conflitto nucleare, hanno potuto attraversare liberamente le frontiere del conti­nente, hanno assistito a una rivoluzione tecno­logica che ha prodigiosamente allargato l¹orizzonte delle cose possibili. Sono dunque più felici? Non necessariamente. Le ideologie — comunismo, nazionalismo, razzismo — so­no state moralmente sconfitte, ma hanno la­sciato nell’aria del Paese un «pulviscolo tossi­co » che avvelena gli animi e suscita «divisioni artificiose». Non basta. Le ideologie, con tutti i loro enormi inconvenienti e pericoli, hanno l’effetto di scaldare i cuori e dare un senso al­l’esistenza. Oggi il vuoto delle ideologie morte è stato spesso riempito da quello che un socio­logo americano ha definito narcisismo: una specie di «carpe diem» in cui ogni persona vi­ve alla giornata badando a costruire per sé, dentro le quattro mura del suo egoismo, il mag­giore benessere possibile.

E’ una sorta di torpore in cui il giovane ri­nuncia a immaginare un futuro migliore e ce­de addirittura, qualche volta, alla tentazione della droga.

Saremmo quindi un Paese diviso fra politici che passano gran parte del loro tempo a insul­tarsi volgarmente nell’arena della politica e una larga parte della società giovanile che guar­da dal loggione, annoiata, scettica, indifferente.

Per rompere il brutto incantesimo del torpore e dell’«anemia morale», per invitare i giovani a scendere dal loggione e a prendere il loro posto nella vita del Paese, Fini ricostruisce per i suoi lettori, in alcune pagine molto efficaci, gli orrori del Novecento dai massacri comunisti al genocidio ebraico. Ma ricorda an­che al tempo stesso il soprassalto di coraggio e di entusiasmo con cui i lo­ro nonni e i loro padri hanno rico­struito un Paese distrutto, hanno scritto la Costituzione, hanno creato una nuova economia nazionale. Poi, gradualmente, la macchina ha cominciato a incepparsi. Il Paese delle formi­che è diventato il Paese delle cicale. I governi hanno contratto debiti che sono stati scaricati sulle spalle delle ultime generazioni. La crimi­nalità organizzata si è impadronita di alcune re­gioni. Politica e malaffare hanno stretto incon­fessabili alleanze. Il rispetto della legge si è ap­pannato. L’area dell’economia nera e dell’eva­sione fiscale si è allargata. La famiglia ha smes­so di trasmettere tradizioni e insegnamenti con la pazienza e il rigore di un tempo. E i pa­dri, anziché punire gli errori dei figli, riservano la loro collera per gli sventurati insegnanti che pretendono di educarli. Fini, dal canto suo, par­la ai giovani, ma non cede alla tentazione, così frequente nella politica italiana, del «giovanili­smo ». Anziché adulare e accarezzare i ventenni preferisce ricordare che dovranno contare su se stessi evitando «piagnistei e autocommisera­zione ». Il mondo in cui vivranno offrirà una lar­ga gamma di possibilità, ma non garantirà il posto fisso. Dovranno soprattutto attendersi «poco, in termini di provvidenze, da un appara­to pubblico che non potrà essere così generoso come lo è stato fino ad oggi».

In altre parole l’Italia di domani sarà quella che i ventenni d’oggi vorranno costruire con il loro impegno e i loro personali sacrifici. La ri­costruzione, secondo Fini, dovrà essere «cultu­rale e morale».

Sono parole che appartengono al linguaggio della retorica e servono spesso a decorare i di­scorsi piuttosto che a risolvere i problemi. Ma devo riconoscere che il programma di Fini è piuttosto dettagliato e convincente.

Ecco alcuni punti. Occorre anzitutto un «pat­to costituente», perché le costituzioni non si possono scrivere o emendare «a colpi di mag­gioranza » . Occorre difendere e consolidare il bipolari­smo. Occorre una politica laica che non preten­da d’impedire alle persone il diritto di rinuncia­re alla vita o di trarre vantaggio dalla ricerca sulle cellule staminali e sulla procreazione assi­stita. Occorre una poli­tica dell’immigrazione che permetta d’integra­re i nuovi arrivati e far­ne gli italiani di doma­ni. E occorre soprattut­to credere nell’unità dell’Europa. La parte del libro dedicata alla costruzione dell’Unio­ne europea non mi sor­prende.

Quando parte­cipò, in rappresentan­za del governo, alla Convenzione presiedu­ta da Valéry Giscard d’Estaing, Fini dette un’utile lezione di eu­ropeismo alla sua par­te politica (che era, a dir poco, euroscetti­ca,). Mi sorprende in­vece che spezzi una lancia per rivendicare le radici cristiane del­l’Europa. Ma forse è soltanto un omaggio ai nostalgici di una batta­glia perduta.

Come il lettore avrà capito, questa non è sol­tanto una «lettera ai ventenni». E’ anche un programma di governo ed è, per molti aspetti, la discesa in campo di Gianfranco Fini. In un Paese dove molti uomini politici aspettano, pri­ma di rivelare le loro ambizioni, che venga il loro turno, questa è una buona notizia. Potreb­be aprire qualche schiarita nel cielo nuvoloso della politica italiana.

A questo libro manca tuttavia una cosa: un breve riepilogo della carriera politica dell’auto­re. Lo dico senza malizia perché ho sempre pensato che la parabola di Gianfranco Fini, dal Movimento sociale italiano alla democrazia li­berale, sia stata convincente. Ma se avesse spie­gato, con qualche esempio personale, quali e quanti possano essere i percorsi verso la demo­crazia, il suo libro sarebbe stato ancora più at­traente. I suoi lettori avrebbero capito meglio quali e quante furono le conseguenze della ca­duta del muro di Berlino nell’anno della loro nascita.


Sergio Romano

31 ottobre 2009
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da corriere.it



Titolo: SERGIO ROMANO. E adesso Bersani faccia una mossa
Inserito da: Admin - Novembre 01, 2009, 10:27:21 pm
DOPO IL SI’ DEL PREMIER A D’ALEMA

E adesso Bersani faccia una mossa


La possibilità che Massimo D’Alema venga scelto a rap­presentare la politi­ca estera dell’Unione Euro­pea dopo la ratifica del Trat­tato di Lisbona è oggi pro­babilmente modesta. Co­me ha ricordato Franco Venturini sul «Corriere» di ieri, vi sono già altre candi­dature e la scelta dipende anche dal colore politico della persona che verrà chiamata alla presidenza del Consiglio europeo. Ma l’appoggio del governo Ber­lusconi, annunciato nelle scorse ore, è comunque un segnale interessante. Dimo­stra che il governo approva a posteriori la qualità del la­voro fatto da D’Alema alla Farnesina durante il gover­no Prodi e riconosce la con­tinuità della politica estera italiana da un governo all’al­tro. Ammette che vi sono questioni su cui maggioran­za e opposizione possono lavorare insieme. In una si­tuazione in cui basta che uno dica una cosa perché l’altro dica l’opposto, que­sta, per gli italiani stanchi di vivere con l’arma al pie­de, è una buona notizia.

Lasciamo da parte per un momento il futuro di D’Alema e chiediamoci piuttosto se non sia possibi­le partire da questo segnale per imboccare una strada migliore di quella su cui stiamo segnando il passo.

Il Partito democratico ha un nuovo segretario, scelto da un numero considerevo­le di iscritti ed elettori. Pier Luigi Bersani ha perso Fran­cesco Rutelli e dovrà supe­rare altri ostacoli. Ma è in sella e ha il diritto di essere considerato a tutti gli effet­ti il principale leader dell' opposizione. Può ignorare la mossa del governo Berlu­sconi e continuare lo steri­le gioco delle reciproche scomuniche. Ma può anche cogliere l’occasione per di­re al governo e al Paese qua­li sono le questioni su cui il Pd è disposto ad affrontare la maggioranza al tavolo del confronto e della colla­borazione. Suggerimenti in­coraggianti vengono da En­rico Letta e lo stesso Bersa­ni ha già dato qualche indi­cazione in questo senso. Ma dovrebbe essere più concretamente esplicito e mettere nero su bianco.

Esiste la legge sulla rifor­ma universitaria. Esiste la riforma della giustizia. Esi­ste il problema delle pen­sioni su cui, prima o dopo, occorrerà tornare.
Ed esi­ste, infine, quello delle ri­forme istituzionali, dalla trasformazione del Senato in Camera delle regioni al rafforzamento dei poteri del premier, su cui, a giudi­care dall’intervista di Lucia­no Violante al «Foglio» di ieri, le posizioni di maggio­ranza e opposizione sono molto meno lontane di quanto sembri.

Qualcuno sosterrà che è tempo perso e che Berlu­sconi preferisce lo scontro al dialogo. E’ possibile. Il presidente del Consiglio ha dato qualche volta la sensa­zione di pensare che è me­glio, per il governo, fare da sé e continuare a trattare l’opposizione come un ne­mico irriducibile piuttosto che riconoscerne il ruolo.

Ma se il Pd facesse qualche esplicita proposta, otterreb­be parecchi risultati. Dareb­be maggiore evidenza alla propria immagine di parti­to riformista. Dimostrereb­be che il Pd non ha nulla da spartire con l’Italia dei valo­ri, se non l’utilità di qual­che occasionale accordo tat­tico. Metterebbe il presi­dente del Consiglio nella condizione di dovere dare risposte non soltanto pole­miche. Agli italiani che non vivono di militanza politica preme soprattutto, al di là di ogni altra considerazio­ne, che questa legislatura non vada interamente per­duta.

Sono quasi trent'anni, dalla commissione presieduta da Aldo Bozzi in poi, che parliamo di riforme. Vorremmo cominciare a vederle.

Sergio Romano

01 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Gli americani giudicano il primo anno di Obama
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2009, 11:26:02 am
Usa

Chiuso il «sogno imperiale» resta una crisi di identità

Gli americani giudicano il primo anno di Obama


Un bilancio del primo anno della presidenza Obama deve necessariamente partire da qualche riflessione sulla presidenza di George W. Bush. Quando conquistò la Casa Bianca, nel novembre dell’anno scorso, Barack Obama ereditò i risultati politici e militari di quella che fu probabilmente la più ideologica fra le presidenze americane della seconda metà del Novecento.

Bush, il vice-presidente Dick Cheney e il corteo dei neo-conservatori che marciava con loro alla conquista del potere, non avevano soltanto un programma politico, ma anche una visione del mondo e soprattutto del modo in cui gli Stati Uniti lo avrebbero governato.

Cheney, in particolare, voleva rafforzare i poteri della presidenza a scapito del Congresso: una linea «bonapartista» che avrebbe permesso al monarca elettivo di svolgere con la necessaria efficacia le sue funzioni imperiali. I neoconservatori volevano «normalizzare» il Medio Oriente, da Bagdad a Teheran.

Gli strateghi della geopolitica volevano trattare la Russia e, se possibile, la Cina alla stregua di potenziali rivali da contenere e accerchiare con un anello di Stati vassalli e basi militari. I teorici del libero mercato, le banche e le grandi industrie volevano allentare ulteriormente le briglia sul collo della grande finanza e rompere i laccioli ambientalisti che Clinton, con qualche ambiguità e reticenza, era pronto ad accettare. E gli evangelici, infine, volevano un’America moralmente sana, purgata dell’aborto e delle esecrande ricerche sulle cellule staminali, pronta ad accogliere trionfalmente la seconda venuta del Cristo.

Gli attentati dell’11 settembre fornirono argomenti, giustificazioni, alibi e dettero un colpo di acceleratore alla svolta imperiale della politica estera americana. La guerra afgana fu il prologo e quella irachena il primo atto di un dramma in cui l’azione, nel copione preparato dai registi, si sarebbe spostata successivamente a Teheran, Damasco, Pyongyang. Beninteso tutti gli altri, dalla Russia all’Arabia Saudita, da Parigi a Berlino, avrebbero capito la lezione.

I risultati furono alquanto inferiori alle aspettative: la guerra civile in Iraq, la sostanziale secessione del Kurdistan iracheno, il progressivo distacco della Turchia dal suo maggiore alleato, il decollo del programma nucleare iraniano, l’aumento dell’influenza iraniana nella regione, la riconquista talebana dell’Aghanistan, la destabilizzazione del Pakistan, la crisi dei rapporti con la Russia, le fiammate di nazionalismo religioso in Palestina e in Libano, la nascita di un fronte anti-yankee in America Latina e, da ultimo, una crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’economia nazionale.

Ho elencato così i problemi e le aree di crisi in cui il nuovo presidente è immediatamente intervenuto, dopo la sua elezione, per modificare o correggere le politiche del predecessore. Gli effetti non sono, per il momento, incoraggianti. Gli americani abbandoneranno l’Iraq, ma resteranno verosimilmente in alcune basi e dovranno vivere con un regime traballante, continuamente insidiato da una strisciante guerra civile. In Afghanistan Obama è nelle stesse condizioni in cui fu il presidente Lyndon Johnson nel 1966 quando i soldati americani in Vietnam erano 200.000 e il generale Westmoreland chiedeva rinforzi: un ricordo che domina come un incubo le sue riflessioni. In Pakistan, dove il governo ha risposto alle sollecitazioni della Casa Bianca cercando di sloggiare i talebani dalle suo regioni occidentali, è scoppiata una ennesima guerra asimmetrica. Le truppe vincono bombardando il proprio Paese, ma i talebani colpiscono con i loro attentati le retrovie urbane delle forze combattenti. In Palestina la macchina dei negoziati di pace è continuamente inceppata dal rifiuto israeliano di congelare gli insediamenti coloniali nei territori occupati.

Ma esistono anche segnali meno negativi. Nel momento in cui Obama ha deciso di rinunciare alla costruzione di basi anti-missilistiche in Polonia e nella Repubblica Ceca, i rapporti con la Russia sono nettamente migliorati. A giudicare dalla maggiore sobrietà con cui gli Stati Uniti amministrano i loro rapporti con l’Ucraina e la Georgia, Obama non vuole accerchiare la Russia e spera piuttosto di servirsi della sua collaborazione per affrontare i problemi delle aree più difficili del grande Medio Oriente: Afghanistan, Iran, Asia Centrale.

I negoziati con l’Iran sono difficili, ma sono finalmente cominciati, e non è poco. Il clima delle relazioni con l’America Latina non è più quello degli anni in cui l’intero subcontinente respingeva sdegnosamente a Punta del Este i progetti economici pan-americani del presidente Bush. Oggi i rapporti con Cuba e con il Venezuela dipendono da Hugo Chávez e da Raúl Castro più di quanto dipendano dalla buona volontà di Washington. Se il caudillo venezuelano e il fratello del lider maximo lo volessero, il disgelo sarebbe possibile. E con la Cina infine le relazioni, per il momento, sono quasi idilliache. Il Grande Debitore e il Grande Creditore sanno di essere legati da un patto di mutua convenienza e che ogni gesto ostile dell’uno contro l’altro avrebbe un effetto boomerang.

Ma i nemici di Obama non sono soltanto al di fuori dei confini americani. Sono anche fortemente presenti e organizzati all’interno del Paese. Ce ne siamo accorti anzitutto quando il presidente ha chiesto al Congresso la grande riforma sanitaria che aveva promesso agli elettori durante la campagna elettorale per dare una copertura ai circa 45 milioni di americani che ne sono privi. Sapevamo che si sarebbe scontrato con la lobby delle industrie farmaceutiche e della compagnie di assicurazione. Non immaginavamo che i suoi avversari sarebbero riusciti a fare leva sulle fobie antisocialiste dell’America per mobilitare contro la riforma persino il popolo minuto della classe media, vale a dire coloro che sono maggiormente vittime ogni giorno delle lacune del sistema.

Dietro questa offensiva si nasconde probabilmente un dissenso più profondo sul concetto che gli Stati Uniti dovrebbero avere del loro ruolo nel mondo o, nel linguaggio preferito al di là dell’Atlantico, della loro missione. La presidenza Bush ha rappresentato l’«America imperiale», insofferente di vincoli e trattati. E i suoi maggiori esponenti, fra cui l’ex vice-presidente Dick Cheney, vedono nel giovane presidente nero una intollerabile minaccia al «destino manifesto» della grande nazione. Forse dovremo giungere alla conclusione che la vera crisi dell’America, in questo momento, non è economico-finanziaria ma identitaria. Il Paese deve decidere che cosa sarà e farà nel secolo da poco cominciato e il futuro sognato da Obama è radicalmente diverso da quello di Cheney e dei suoi partigiani.

La crisi della maggiore potenza mondiale e il modo in cui verrà risolta non possono non avere grandi ricadute sulla intera situazione mondiale. E’ questo il momento in cui l’Europa dovrebbe avere le sue idee, i suoi disegni, le sue proposte. Legato dai lacci degli euroscettici e tenuto a bada dai lillipuziani del presidente ceco Vaclav Klaus, il Gulliver europeo è stato fino a ieri muto e impotente. Domani, dopo la scelta del suo presidente e del suo ministro degli Esteri, dovrebbe essere in grado di fare sentire la propria voce. Ci piacerebbe ascoltarla.

Sergio Romano

04 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Riforme piccole (e sbagliate)
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2009, 10:55:09 am
Il commento

Riforme piccole (e sbagliate)


Se fosse possibile scegliere tra la riforma della giustizia e una delle tante riforme di cui il Paese ha bi­sogno (pensioni, sistema fiscale, educazione, funzione pubblica) non avrei alcun dubbio. Sceglierei senza esi­tare la riforma della giustizia. Le cause civili sono interminabili e la durata dei procedimenti sta procurando danni irre­parabili, tra l’altro, all’economia nazio­nale. L’obbligatorietà dell’azione penale è l’alibi che copre la di­screzionalità dei magistra­ti inquirenti. Molti procu­ratori hanno ambizioni pubbliche che stravolgo­no la loro funzione origi­nale. Le indagini hanno talora un sapore politico o un senso dello spettaco­lo che nuoce alla loro cre­dibilità. Il Consiglio supe­riore è un parlamento in cui sono rappresentate correnti ideologiche. Un organo sindacale, l’Asso­ciazione nazionale magi­strati, agisce come una lobby e cerca di condizio­nare la decisione delle Ca­mere. Ripeto: se l’Italia vuole rimettere ordine tra i poteri dello Stato e restituire ai cittadini la fi­ducia nelle istituzioni, occorre partire dalla riforma della giustizia. Molti dei voti dati al centro-destra sono dovuti al­la sua promessa di agire su un terreno in cui i governi di centro-sinistra sono stati esitanti e, alla fine, carenti.

Ma le promesse dei due ultimi gover­ni Berlusconi sono state eluse. Le rifor­me, quando ci sono state, sono parse motivate soprattutto dal desiderio di ri­solvere i problemi personali del presi­dente del Consiglio. Pos­siamo cercare di com­prendere le condizioni di un uomo che è stato og­getto di una sovrabbon­dante attenzione giudizia­ria. Possiamo comprende­re la necessità, nell’inte­resse del Paese, che i con­ti, come accade oggi in Francia, vadano regolati alla fine del mandato e che le procedure giudizia­rie non entrino in rotta di collisione con il voto de­gli elettori. Possiamo im­maginare gli effetti deva­stanti provocati da un giu­dizio che colpisce un uo­mo tuttora sostenuto da una larga parte del Paese.

Ma il maggiore ostacolo sulla strada della riforma è ormai rappresentato dal numero delle leggi ad personam approvate negli ulti­mi anni. Anche quando contengono norme con le quali è possibile convenire, queste leg­gi appaiono frettolosamente nelle aule parla­mentari non appena il premier ne ha bisogno per allontanare o cancellare una scadenza giu­diziaria. E sono opera di avvocati a cui il presi­dente del Consiglio, con una specie di cortocir­cuito istituzionale, ha conferito funzioni pub­bliche. Non basta. L’ultima proposta rischia di rendere ancora più difficile il rapporto con il Quirinale, di approfondire il fossato tra mag­gioranza e opposizione, di aprire un intermi­nabile contenzioso costituzionale, di oscurare i problemi a cui dovremmo dedicare la nostra attenzione.

A questo, punto sperare in una riforma complessiva che comporti, tra l’altro, la sepa­razione delle carriere e una diversa composi­zione del Consiglio superiore della magistratu­ra, è diventato illusorio. Le piccole riforme, quando sono attuate con questo spirito, can­cellano la grande riforma dall’agenda naziona­le. Silvio Berlusconi è ancora, grazie alla sua vittoria elettorale, il presidente del Consiglio degli italiani. Ma non può essere l’arbitro del grande dibattito parlamentare necessario alla riforma della giustizia. Per ottenere uno sco­po limitato e personale ha privato l’Italia di ciò di cui ha maggiormente bisogno.

Sergio Romano

14 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Leggi, rispetto e senso di realtà
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2009, 02:56:58 pm
LA NECESSITA’ DEL DIALOGO

Leggi, rispetto e senso di realtà


Il «concorso esterno in associazione mafiosa » si è dimostrato una categoria penale alquanto fumosa e imprecisa. Le accuse che verrebbero mosse al presidente del Consiglio dalle procure di Palermo e Firenze appaiono a molti (me compreso) poco plausibili. Sono queste ragioni sufficienti perché i procuratori debbano rinunciare a indagare? No, ne hanno il diritto, peraltro il procuratore capo di Firenze ha smentito ieri che il presidente del Consiglio sia indagato. Ma esiste una soglia al di là della quale i problemi smettono d’essere esclusivamente giudiziari e assumono una dimensione politica.

Dopo gli scandali dell’estate, il fallimento del Lodo Alfano, le reazioni di Berlusconi, le sortite dell’Associazione nazionale magistrati, il processo Mills e la crescente violenza verbale del dibattito politico, la soglia ormai è stata largamente superata. Se le indagini terminassero rapidamente, in un senso o nell’altro, il danno sarebbe contenibile. Ma conosciamo purtroppo il copione: un lungo viaggio attraverso la giustizia destinato spesso a concludersi con la prescrizione o con risultati ambigui che lasciano nella bocca degli italiani il gusto amaro di un’attesa frustrata. La sentenza, in questi casi, non è quella che verrà pronunciata nell’ultimo grado di giudizio. È quella che ciascuna delle due giurie popolari (una colpevolista, l’altra innocentista) pronuncia subito e che contribuisce a rendere l’aria del Paese ancora più irrespirabile. Possiamo permetterci, in un momento di grandi crisi, un clima di continui conflitti civili? Possiamo permettere che il Paese venga politicamente paralizzato da un caso che si concluderà quando molti dei suoi protagonisti saranno morti o a riposo? Qualcuno spera forse che un ennesimo scandalo costringa Berlusconi ad andarsene.

È isolato, si considera assediato dal nemico e non ha compreso che ogni nuova legge ad personam, come quella sul processo breve, rende ancora più difficile la riforma giudiziaria di cui il Paese ha bisogno. Ma non sembra avere perso né il desiderio di restare al potere, né il sostegno della maggioranza, né il consenso della maggior parte dei suoi elettori. Si può far cadere un governo che dispone di una consistente maggioranza senza dare un duro colpo al processo democratico? È una domanda a cui il presidente della Repubblica ha già dato una risposta: no, non si può. Occorre quindi una tregua, e la soluzione migliore per garantirne l’osservanza potrebbe essere il ritorno a un maggior senso di responsabilità dei poteri dello Stato, evitando forzature e invasioni di campo. Questo processo sarebbe favorito da una forma di immunità (che ricordiamolo fu introdotta dai padri costituenti) purché concordata a larga maggioranza.

Ma la tregua sarebbe precaria se il governo non fosse disposto a fare con l’opposizione le riforme istituzionali che ha promesso, e su cui esistono ormai molte convergenze. È questo, forse, l’aspetto più tristemente paradossale dell’attuale situazione. Chiunque legga i progetti del governo e li confronti per esempio alla bozza Violante sulla riforma dell’esecutivo e la creazione di un Senato delle regioni, constata che il divario fra maggioranza e opposizione si è considerevolmente ridotto. Ma vi è ancora chi preferisce parlare d’altro, e impedisce così al suo Paese di avere istituzioni conformi alle sue esigenze e ambizioni.

Sergio Romano

29 novembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Tutti i dubbi (ragionevoli)
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2009, 04:05:01 pm
I DOVERI DELLA POLITICA E DELLA MAGISTRATURA

Tutti i dubbi (ragionevoli)


Gaspare Spatuzza, testimone nel processo contro Marcello Del­­l’Utri, è un «pentito». Ap­partiene quindi a una cate­goria di testimoni di cui è lecito chiedersi se non rap­presentino in molti casi, per usare un’espressione militare, la prosecuzione della guerra di mafia con al­tri mezzi. Non parla di fatti recenti, sui quali è possibi­le raccogliere altre testimo­nianze, ma di eventi acca­duti più di quindici anni fa. Quali sono le sue cre­denziali? E’ permesso chie­dersi perché parli ora, con tanto ritardo, e fornisca in­formazioni che colpiscono Berlusconi nel momento in cui il presidente del Con­siglio è messo alle strette da altre indagini? Non cre­do vi sia uomo politico o magistrato di buon senso che non abbia avuto, ascol­tandone le dichiarazioni, questi dubbi e queste per­plessità.

Ma la giustizia non può scartare una ipotesi senza averla verificata e deve quindi, come usa dire in queste circostanze, andare sino in fondo. Nulla da ec­cepire, come abbiamo già scritto, se i processi fosse­ro ragionevolmente brevi e dessero una rapida rispo­sta ai nostri dubbi. Ma vi­viamo in un Paese dove quello di Perugia è durato, dal giorno del delitto, due anni; ed è, come sappia­mo, un puzzle di cui la ma­gistratura possiede tutti i pezzi: il cadavere, l’arma del delitto, la stanza della morte, i possibili assassini. Che cosa accadrà di un pro­cesso che concerne fatti lontani e che ha perduto lungo la strada, per ragioni anagrafiche, alcuni possibi­li imputati e testimoni? Può un intero sistema poli­tico essere indefinitamen­te ostaggio di una vicenda giudiziaria che getta sul premier l’ombra di una col­pa non ancora provata ma tale da intaccare la sua au­torità? In Francia, quando un magistrato cominciò a indagare sul presidente del­la Repubblica, fu possibile decidere che le indagini sa­rebbero state riprese alla fi­ne del suo mandato. In Ita­lia, come abbiamo visto, so­luzioni di questo genere si scontrano con le resistenze della magistratura e le sen­tenze della Corte costituzio­nale. Forse perché i magi­strati, come sostiene Berlu­sconi, gli sono nemici? Cre­do piuttosto che le ragioni siano, nel senso migliore della parola, professionali.

Molti giudici e procuratori si rendono conto della gra­vità della situazione, ma non vogliono prendere de­cisioni che sembrerebbe­ro, nel clima surriscaldato della politica italiana, una diminuzione del ruolo pub­blico conquistato negli ulti­mi vent’anni. Ed eccoci tut­ti prigionieri di un proces­so che potrebbe anche as­solvere Berlusconi, ma che, nel frattempo, avrà condannato l’Italia alla pa­ralisi. Chi indennizzerà il Paese del tempo perduto, delle occasioni mancate, delle riforme accantonate?

Ho descritto il labirinto italiano, ma rifiuto di cre­dere che non abbia, come tutti i labirinti, una via d’uscita.

Spetta alla politica trovarla; e la strada mae­stra potrebbe essere quella di un impegno congiunto fra maggioranza e opposi­zione per riforme istituzio­nali che mettano fine a una transizione durata ormai poco meno del regime fa­scista. Ma occorrono alme­no due sacrifici. L’opposi­zione deve lasciare che il processo faccia il suo corso senza utilizzarlo politica­mente.

E Berlusconi deve permettere alla magistratu­ra di lavorare (anche ai pro­cessi contro di lui) e deve capire che nulla potrà ga­rantirgli il completamento del mandato quanto un’in­tesa con l’opposizione sui nodi istituzionali che la maggioranza, da sola, non può sciogliere.

Sergio Romano

05 dicembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Una commedia all'italiana
Inserito da: Admin - Dicembre 12, 2009, 03:30:34 pm
 PENTITI, PROCESSI E IMMAGINE DEL PAESE

Una commedia all'italiana

Dopo la commedia dell’arte e il melodramma l’Italia sembra avere inventato, per la gioia dei suoi osservatori più malevoli, un terzo genere teatrale: quello tragico e farsesco del processo all’italiana. I due ultimi spettacoli sono andati in scena a Perugia e a Torino con grande successo e ci hanno garantito per alcuni giorni un posto fisso sulle prime pagine della stam­pa internazionale. Il pri­mo ha suscitato l’indigna­zione di molti americani, ma ha soddisfatto gli ingle­si e ha esteso a molti altri Paesi il gioco della con­trapposizione morbosa fra innocentisti e colpevolisti. Il secondo è stato visto e letto come il copione d’uno straordinario dram­ma sui rapporti fra mafia e politica.

Non tutti gli osservatori stranieri conoscono i mec­canismi delle nostre proce­dure giudiziarie, e gli ame­ricani, in particolare, si so­no accorti con sorpresa che il nostro processo, guarda caso, è molto diver­so dal loro. Poiché nulla è tanto assurdo quanto ciò che non si riesce a capire, Perugia e Torino hanno contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di una giustizia confusa e pa­sticciona. Nel caso del se­condo, in particolare, il co­ro stonato delle reazioni politiche, a cominciare da quelle del presidente del Consiglio, ha dato a molti spettatori la sensazione di un Paese litigioso, pieno di pagine oscure e incapa­ce di fare giustizia.

Esistono tuttavia voci più equilibrate. In un’inter­vista al New York Times sul processo di Perugia, un noto avvocato e profes­sore americano, Alan Der­showitz, ha osservato che Amanda Knox potrebbe es­sere favorita in ultima ana­lisi dall’esistenza in Italia di un processo di seconda istanza alquanto diverso dall’appello americano. E’ un processo ex novo in cui ogni prova viene nuova­mente scrutata e pesata con esami più approfondi­ti. Ne abbiamo avuto la di­mostrazione ieri a Paler­mo quando abbiamo con­statato che la testimonian­za di Gaspare Spatuzza era soltanto il passaggio ne­cessario di una procedura soggetta a confronti e veri­fiche. E’ probabile che le discordanti testimonianze di Spatuzza e Filippo Gra­viano scatenino il gioco delle ipotesi sulle strate­gie della mafia. Ma ciò che conta, dal punto di vista processuale, è che il pri­mo è stato smentito dal se­condo. A questo punto tut­ti, incluso il presidente del Consiglio, farebbero bene a ricordare che i processi non sono partite di calcio in cui ogni gol suscita spe­ranze di vittoria o timori di sconfitta. Sono percorsi logici in cui ogni ipotesi viene sottoposta a un esa­me della verità. Pensare che una testimonianza ba­sti da sola a pregiudicarne l’esito e che da essa si pos­sano trarre analisi politi­che è sbagliato. Ai giudici non serve in queste occa­sioni una tumultuante giu­ria popolare. Serve soprat­tutto un po’ di silenzio. E poiché i migliori esempi vengono dall’alto, un Ber­lusconi più distaccato e pa­ziente potrebbe aiutarci a convincere il mondo che l’Italia è meglio della sua attuale immagine.

Sergio Romano

12 dicembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Libertà di critica e confronto leale
Inserito da: Admin - Dicembre 16, 2009, 03:27:55 pm
 COME TORNARE A UN CLIMA CIVILE

Libertà di critica e confronto leale


Vi sono attentati, per quanto insa­ni e feroci, che hanno un dise­gno e rispondono alla stra­tegia di una forza politica. Così furono gli attentati anarchici contro re, regine e presidenti fra l’Ottocen­to e il Novecento, da quel­lo di Sante Caserio contro il presidente francese Car­not nel 1894 a quelli di Lui­gi Lucheni e Gaetano Bre­sci contro l’imperatrice Eli­sabetta e Umberto I nel 1898 e nel 1900.
Ma ve ne sono altri che sono soltan­to opera di un folle, prigio­niero delle proprie osses­sioni. Anche questi, tutta­via, possono essere perico­losi quando, pur senza pa­dri, hanno un gran nume­ro di complici involontari. Il presidente della Repub­blica ha ragione quando ci richiama all’ordine e ci ri­corda che abbiamo tutti l’obbligo di essere in que­sto momento «allarmati». Nessuno ha guidato la ma­no dell’attentatore di piaz­za del Duomo, ma molti sono coloro che hanno concorso a creare il clima in cui la violenza è diventa­ta possibile.

Occorre quindi che tutti facciano un esame di co­scienza e controllino d’ora in poi le loro parole. Esi­stono maggiori responsa­bilità da una parte o dall’al­tra? Può darsi, ma il compi­to di accertarlo toccherà ad altri, più tardi. Oggi ciò che conta non è la punti­gliosa rivendicazione del­le proprie ragioni, ma la re­staurazione di un clima ci­vile. A giudicare da ciò che è accaduto ieri alla Came­ra, prevale invece, sia nel­l’opposizione che in certi settori della maggioranza, il desiderio di utilizzare po­liticamente l’attentato per dimostrare le colpe e le re­sponsabilità del «nemi­co ». Assistiamo così a un nuovo paradosso. Tutte le forze politiche nazionali condannano il gesto di piazza del Duomo e si ralle­grano del suo fallimento. Ma parecchi lo usano per continuare il pericoloso gioco delle accuse recipro­che e rischiano di prepara­re in questo modo altri scoppi di violenza.

La tregua ha un senso naturalmente soltanto se costruita su un’intesa. Nes­suno può chiedere alla maggioranza e all’opposi­zione di rinunciare ai loro rispettivi programmi sul­l’agenda politica del mo­mento, dai modi per fron­teggiare la crisi alle misu­re sull’immigrazione, dal testamento biologico alla riforma del sistema scola­stico e universitario. Su questi temi è giusto che governo e opposizione si combattano e si contraddi­cano, anche duramente. Ma esistono altre questio­ni — il federalismo, il nuo­vo Senato, la riduzione dei parlamentari, i poteri del premier, la nomina e la re­voca dei ministri, la rifor­ma dell’ordine giudiziario — su cui devono lavorare insieme.

Il presidente del Consi­glio sostiene che la Costitu­zione è invecchiata, e ha ragione, anche se dovreb­be evitare di attaccarne du­ramente gli organi. Ma esi­ste davvero qualcuno, nel­la maggioranza, che voglia ripetere l’esperienza del precedente governo Berlu­sconi, quando una rifor­ma votata soltanto dalla coalizione di governo è sta­ta bocciata dal Paese? Invo­care la riforma della Costi­tuzione senza creare le condizioni perché divenga possibile è un inutile eser­cizio retorico e, peggio, una pericolosa perdita di tempo. Berlusconi avreb­be detto a Fedele Confalo­nieri, dopo l’attentato, che vi sono situazioni in cui da un male può sortire un be­ne. Se da questa brutta sto­ria potesse venire un ac­cordo per la riforma delle istituzioni, tutti, per una volta, ne usciremmo vin­centi.

Sergio Romano

16 dicembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Addio anni zero senza rimpianti
Inserito da: Admin - Gennaio 02, 2010, 12:21:00 am
Addio anni zero senza rimpianti


L’ immagine del tunnel, per definire un percorso al buio attraverso una lunga serie di crisi, è ormai inflazionata e svalutata.
Ma è quella che definisce meglio i primi anni del secolo, dall’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca nel novembre del 2000 all’elezione di Barack Obama nel novembre dell’anno scorso. Le responsabilità non sono soltanto americane. Non è colpa degli Stati Uniti, ad esempio, se il fanatismo islamico, nel settembre del 2001, scatena la guerra santa nel cielo di New York. Ma molto di ciò che è accaduto ha le sue origini nel modo in cui l’America, da quel momento, ha concepito il proprio ruolo nel mondo e nei metodi con cui ha perseguito i suoi obiettivi.

La lista degli avvenimenti funesti è impressionante: la guerra afghana, la guerra irachena, la guerra libanese, la guerra georgiana, la guerra di Gaza, le guerre africane, imassacri del Darfur, una lunga serie di attentati terroristici da Madrid a Londra, dal Pakistan all’India, dall’Indonesia alla Turchia, e una serie non meno importante di repressioni poliziesche in Birmania, nel Tibet, nello Xinjiang, in Iran. Il catalogo delle crisi economiche e finanziarie non è meno lungo, da quella del petrolio e del gas a quella dell’industria automobilistica, da quella americana dei mutui a quella delle banche e delle compagnie di assicurazione, da Wall Street alla City.

E mentre gli Stati Uniti reagivano a ogni insuccesso raddoppiando testardamente la posta, l’Europa impiegava otto anni per approvare una Costituzione che le permettesse di governare se stessa e di avere un ruolo mondiale corrispondente alla sua importanza. Aggiungo, per completare il quadro, che in questo marasma si sono fatti spazio gli avventurieri e i corsari, da quelli che controllano gli Stati, come il venezuelano Hugo Chávez e i signori nordcoreani di Pyongyang, a quelli che catturano le navi nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale.

Forse siamo prossimi alla fine del tunnel. Vi saranno altre guerre, altri attentati terroristici e altre operazioni militari, forse addirittura nei prossimi giorni. Ma lo stile degli Stati Uniti è cambiato, l’Europa ha finalmente una Costituzione, la crisi del credito ha ripulito almeno in parte le stalle della finanza internazionale e molte industrie (quelle dell’automobile ad esempio) sanno che non è più possibile tornare alle dimensioni di un tempo. So che la conferenza di Copenaghen viene considerata da molti un insuccesso. Ma tra la situazione degli anni scorsi, quando alcuni fra i maggiori Paesi inquinanti rifiutavano qualsiasi impegno, e quella d’oggi corre una bella differenza. So che il G20 non sarà mai probabilmente il governo mondiale dell’economia, ma sarà pur sempre meglio di un G8 che rappresentava soltanto i vecchi proprietari. So che gli Stati Uniti continueranno a considerarsi superpotenza, ma l’America di Obama, soprattutto dopo l’approvazione della riforma sanitaria, assomiglierà un po’ di più all’Europa.

Gli Stati, come gli esseri umani, non smetteranno mai di commettere errori. Ma sanno imparare le lezioni ed eviteranno, almeno per un certo periodo, di ripetere gli errori del passato.
Possiamo dire lo stesso del nostro Paese? Durante il primo decennio del secolo l’Italia è stata, come spesso nel corso della sua storia, schizofrenica. La sua classe politica è litigiosa, il suo rapporto con gli elettori èmediocremente clientelare, i suoi dibattiti sono futili e retorici, l’apparato statale è poco produttivo, le corporazioni sono potenti e miopi. Ma il frastuono delle chiacchiere copre il silenzio di coloro che lavorano seriamente e mettono a segno ogni tanto risultati importanti, spesso con un confortante grado di continuità tra governi di colore diverso. Sul piano delle infrastrutture, un settore cruciale per la sua modernizzazione, il Paese, alla fine del decennio, sta meglio che all’inizio. Lo spettacolo è ancora più confortante se spostiamo lo sguardo dall’apparato politico-amministrativo alla società. Mentre l’agenda politica nazionale era dominata dalla discussione sul declino, molti industriali hanno affrontato il problema senza dare retta alle Cassandre e hanno reinventato le loro aziende.

Da una ricerca della Fondazione Edison, descritta da Marco Fortis sul Sole 24 Ore del 29 dicembre, risulta che nel 2007, prima della grande crisi del credito, l’Italia era «seconda soltanto alla Germania per numero complessivo di primi, secondi e terzi posti nell’export mondiale ogni 100.000 abitanti, precedendo Francia e Corea del Sud». Non è tutto. Mentre le cicale americane e inglesi bruciavano il loro denaro, le formiche italiane continuavano a risparmiare. Abbiamo un pesante debito pubblico, ma se altri Paesi sommassero il debito delle pubbliche amministrazioni a quello delle famiglie, scoprirebbero che la loro situazione, in qualche caso, è peggiore della nostra. Esiste una sonder weg italiana, una via speciale dell’Italia, che ci riserva talvolta qualche gradevole sorpresa.

Occorre evitare tuttavia, al momento dei bilanci, i pericolosi compiacimenti. Dovremmo piuttosto constatare che le potenzialità italiane sono frenate dalla mediocrità della sua classe politica, dallo stato del Mezzogiorno e dalla snervante lentezza con cui stiamo modificando le nostre invecchiate istituzioni. Siamo usciti senza troppi danni da un decennio orribile. Pensate a che cosa accadrebbe se, invece di camminare, ci mettessimo a correre.

Sergio Romano

31 dicembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. L’ISOLA DEGLI ULTIMI
Inserito da: Admin - Gennaio 14, 2010, 02:22:08 pm
L’ISOLA DEGLI ULTIMI

Vi sono sventurati Paesi che soffrono di una pericolosa contraddizione. Per la loro posizione geografica suscitano l’interesse delle grandi potenze e diventano rapidamente una posta nel gioco delle loro rivalità e delle loro ambizioni. Ma sono troppo piccoli e fragili per valorizzare questo patrimonio naturale a proprio vantaggio. Haiti, colpita ieri da un terremoto disastroso con migliaia di vittime (la foto che pubblichiamo è l’emblema di un dolore che ci commuove), appartiene a questa infelice categoria. Collocata a metà strada fra Cuba a Puerto Rico, l’isola divenne sin dal Seicento un crocevia di pirati e un buon approdo per le flotte delle due potenze, la Spagna e la Francia, che si disputavano in quel momento il controllo dei Caraibi. Qualche avventuroso colono europeo creò le prime fattorie agricole e importò schiavi per la lavorazione del tabacco, del caffè e dello zucchero. Amministrata per una parte dalla corona francese e per l’altra dalla corona spagnola, l’isola divenne molto ricca, ma presentò subito una caratteristica sociale e demografica che avrebbe pesato lungamente sul suo sviluppo: una piccola élite di proprietari bianchi, spesso spregiudicati e rapaci, una grande massa di schiavi neri importati dall’Africa e, con il passare del tempo, una fascia intermedia di mulatti che potevano essere in qualche caso peggiori dei padroni bianchi.

Era troppo eterogenea e socialmente squilibrata per diventare uno Stato e troppo appetitosa per essere lasciata in pace. Questo miscuglio ebbe tuttavia l’effetto di produrre una sorta di copia caraibica della rivoluzione francese. Vi fu una insurrezione degli schiavi nel 1791 e la Convenzione di Parigi rispose a quell’avvenimento con un gesto generoso e illuminato: la soppressione della schiavitù. Apparve sulla scena di lì a poco un «liberatore», François Dominique Toussaint Louverture, un Danton nero che cercò di sfruttare le rivalità franco-spagnola e anglo- francese per consolidare il proprio potere. Il suo nome divenne molto popolare in Europa e sembrò dimostrare che il messaggio rivoluzionario di Parigi aveva una risonanza universale. Le stampe che lo ritraggono in atteggiamenti rivoluzionari e vestito degli stessi abiti indossati allora dai giacobini di Parigi, ebbero una grande diffusione in tutta l’Europa. Un suo discorso sull’esistenza di Dio veniva ancora letto e studiato, sino a qualche decennio fa, nelle scuole americane. Ma negli anni seguenti l’isola, oltre a essere contesa dalle grandi potenze, ebbe la sventura di precipitare in una spirale di guerre civili. I proprietari bianchi furono espropriati e le terre furono distribuite agli schiavi liberati. Ma al conflitto tra i neri e i bianchi subentrò quello tra i neri e i mulatti.

di SERGIO ROMANO

14 gennaio 2010
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da corriere.it
 


Titolo: SERGIO ROMANO. Bettino Craxi Il ritratto di un leader
Inserito da: Admin - Gennaio 18, 2010, 12:05:06 pm
Dieci anni fa moriva Bettino Craxi

Il ritratto di un leader

Vi sono molti italiani per cui il caso Craxi è ancora, e deve restare, esclusivamente giudiziario. Pensano che non abbia senso chiedersi se abbia avuto e quali siano stati i suoi meriti politici. Ritengono che le condanne, nei due processi in cui fu imputato, contino più di qualsiasi altra considerazione. Credo che commettano un errore. Non possiamo ridurre la vita di Craxi al suo epilogo giudiziario senza rinunciare a comprendere un intero periodo della storia nazionale. Craxi fece in quegli anni alcune battaglie politiche. Ignorarle significa implicitamente dare partita vinta ai suoi avversari. Piaccia o no Bettino Craxi va discusso e giudicato, anzitutto, sulla base dei suoi programmi e delle sue iniziative.

Il suo principale obiettivo fu quello di rompere l’asse fra democristiani e comunisti che si era formato dopo le elezioni politiche del 1976. Era un obiettivo legittimo. Fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta i partiti socialisti europei ebbero un ruolo determinante, anche se non sempre egualmente positivo, nella vita politica dei loro Paesi.
Il laburista James Callaghan fu Primo ministro della Gran Bretagna dal 1976 al 1979. Bruno Kreisky fu cancelliere dell’Austria dal 1970 al 1983. Andreas Papandreou fu Primo ministro della Grecia dal 1981 al 1989. François Mitterrand fu eletto alla presidenza della Repubblica francese nel 1981 e rimase all’Eliseo per quattordici anni. Felipe Gonzalez governò la Spagna dal 1982 al 1996. Willy Brandt si dimise per un oscuro affare di spionaggio nel 1974, ma fu presidente dell’Internazionale socialista sino al 1992. Soltanto in Italia i socialisti, divisi in due partiti e in mezza dozzina di correnti, sembravano condannati a un ruolo subalterno.

Esisteva quindi una anomalia italiana che Craxi cercò di correggere a favore del suo partito. Lo fece avanzando proposte e sollevando problemi che erano stati sino ad allora ignorati o evitati. Capì che il sistema politico si era inceppato e ne propose la riforma con la elezione diretta del presidente della Repubblica. Capì che non era possibile lasciare le sorti dell’economia nelle mani di un sindacato per cui il salario era una «variabile indipendente», e vinse il referendum sulla scala mobile. Capì che la sicurezza dell’Italia dipendeva dal rapporto con gli Stati Uniti, e ribadì gli impegni presi dal governo Cossiga sulla dislocazione dei missili Cruise a Comiso; ma tenne testa agli americani nella vicenda di Sigonella, dopo il dirottamento dell’Achille Lauro, e riuscì a farlo senza pregiudicare i suoi rapporti con il presidente Ronald Reagan. Capì l’importanza dell’integrazione europea e guidò il fronte europeista contro Margaret Thatcher al Consiglio europeo del Castello Sforzesco nel giugno 1985.

Capì che occorreva modernizzare i rapporti con la Chiesa cattolica e firmò con il cardinale Casaroli il Concordato del 1984. Sostenne il dissenso nell’Unione Sovietica e nelle democrazie popolari. E tentò infine di dare al partito socialista, grazie al culto di Garibaldi, un’ascendenza risorgimentale. La campagna per il «socialismo tricolore» fu anzitutto un’operazione culturale, ma le sue ricadute politiche furono complessivamente positive. Una delle sue caratteristiche più discusse fu quella che venne definita, con un termine ingiustamente spregiativo, decisionismo. Oggi, dopo l’importanza assunta da alcune personalità nella vita politica dei maggiori Paesi democratici dovremmo riconoscere che Craxi capì qual fossero, soprattutto in un’epoca di grandi modernizzazioni, le responsabilità di un leader.

Ma lo stile craxiano del potere produsse anche conseguenze che non è possibile ignorare o sottovalutare.

La prima fu il brusco aumento del debito pubblico, una colpa a cui i governi successivi non vollero o non poterono rimediare. La seconda fu Tangentopoli, vale a dire un sistema di finanziamenti illeciti che inquinò la vita politica nazionale ed ebbe effetti perversi sul bilancio dello Stato. Sono i meriti di Craxi, paradossalmente, che rendono queste colpe particolarmente gravi. Un modernizzatore deciso e intelligente non avrebbe dovuto permettere la costruzione di una macchina che era in effetti il contrario della modernità.

Esiste una evidente contraddizione tra le ambizioni riformatrici di Craxi e un sistema che antepone la clientela al merito, il pagamento di una tangente alla qualità dell’opera.
Non ho mai pensato che Craxi potesse essere considerato il solo responsabile di un tale fenomeno. Ma le responsabilità di un leader sono tanto maggiori quanto più grandi sono le sue ambizioni e i suoi programmi. Gli storici non potranno riconoscere i suoi meriti senza constatare al tempo stesso i suoi errori.

Sergio Romano

18 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Il declino di un Leader
Inserito da: Admin - Febbraio 01, 2010, 10:30:04 am
Il declino di un Leader

La Commissione britannica che ha interrogato Tony Blair per sei ore sul suo ruolo nella guerra irachena del marzo 2003 non è un tribunale e non pronuncerà sentenze. Non sarebbe facile, comunque, dimostrare che Blair e Bush si erano accordati nel Texas per una guerra da farsi a tutti i costi, indipendentemente da qualsiasi tentativo negoziale. Ma il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia britannica. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera.
Nel 2007, quando lasciò l’elegante casa georgiana di Downing Street, Blair mise in scena la propria partenza con l’abilità di un grande regista e iniziò da allora, con disinvoltura, due nuove carriere, abitualmente incompatibili. Sfruttò la fama conquistata negli anni precedenti per diventare conferenziere, guru di strategie mondiali, promotore di nobili cause, consigliere di un grande gruppo bancario, impresario di se stesso e della propria personale fortuna. Ma non rinunciò alla politica e trasferì le sue ambizioni dal campo nazionale a quello internazionale. Divenne inviato del Quartetto (l’organismo quadripartito incaricato di negoziare la soluzione della questione palestinese) e lasciò intendere che avrebbe accettato volentieri, dopo la ratifica del Trattato di Lisbona, la presidenza dell’Unione Europea. L’avrebbe ottenuta, forse, se gli impegni privati non fossero stati più numerosi delle sue visite a Gerusalemme e nei territori occupati, se il suo ruolo nella questione palestinese non fosse stato pressoché invisibile e se non avesse atteso qualche giorno, dopo lo scoppio della guerra di Gaza, prima di fare una frettolosa apparizione televisiva sui luoghi della crisi. È probabile che la sua deposizione di ieri, di fronte a una commissione d’inchiesta sulla guerra irachena, sia l’epilogo di una carriera costruita sull’immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica. I cantori della «terza via» dovranno fare qualche esame di coscienza. I sostenitori della guerra irachena dovranno leggere attentamente la deposizione di Blair e chiedersi se quel conflitto fosse davvero necessario.
E noi tutti dovremmo chiederci se la società moderna non sia destinata a essere vittima delle sue illusioni. Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere governati da uomini che si sono dedicati alla buona amministrazione della Cosa pubblica. E scopriamo prima o dopo di avere scelto personalità attraenti, grandi maestri della comunicazione, ma incapaci di separare, nella loro vita, il pubblico dal privato. Non esiste soltanto un caso Blair.
Esistono altri casi che vale la pena di ricordare brevemente. Il più recente è quello di Nicolas Sarkozy nella vicenda giudiziaria che ha visto un ex primo ministro, Dominique de Villepin, sul banco degli imputati per una imbrogliata vicenda di tangenti, conti segreti e rivalità politiche. Quando decise di costituirsi parte civile nel processo contro Villepin, Sarkozy voleva regolare i conti con un uomo di cui era stato amico eministro. Voglio credere che lo abbia fatto nella convinzione di essere stato ingiustamente calunniato. Ma ha proclamato Villepin colpevole ancora prima dell’inizio del processo e ha dimenticato di essere capo dello Stato, presidente del Consiglio superiore della magistratura, custode e garante della legalità nazionale. Ha preferito considerarsi parte offesa e fare una battaglia personale. L’assoluzione di Villepin, quindi, non sconfigge soltanto l’uomo, ma anche e soprattutto il presidente. Se il pubblico ministero, come sembra, ricorrerà in appello contro l’assoluzione, molti francesi giungeranno alla conclusione che Sarkozy continua a ignorare le esigenze del suo ruolo pubblico.
Le disavventure giudiziarie del suo predecessore sono più tradizionali. Terminato il suo secondo mandato, Jacques Chirac deve difendersi in un’aula di tribunale dall’accusa di avere utilizzato le risorse del Comune di Parigi, negli anni in cui fu sindaco, per rafforzare i quadri del suo partito. Si parla, in altre parole, di finanziamenti illegali, una categoria con cui gli italiani hanno grande familiarità e che molti considerano, tutto sommato, perdonabile. Ma l’immagine di Chirac sarebbe migliore se l’ex presidente non abitasse, dopo la fine del mandato, nell’appartamento parigino di Rafik Hariri, il ricco uomo politico libanese ucciso a Beirut: un’amicizia, quella tra Chirac e Hariri, che ha spesso suscitato sorrisi e sospetti.
E veniamo infine al caso di Gerhard Schröder, cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, grande amico di Vladimir Putin, autore insieme all’amico russo di un progetto per la costruzione di un grande gasdotto che correrà sotto il mare del Nord e garantirà alla Germania una posizione privilegiata nel grande mercato europeo dell’energia. Ho sempre pensato che Schröder abbia fatto in tal modo gli interessi del suo Paese e dell’Europa. Ma ha fatto contemporaneamente anche i suoi personali interessi. Con una disinvoltura superiore a quella di Blair, non ha perso un giorno, dopo la fine del suo mandato, per passare dalla Cancelleria tedesca alla presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto.
Non esiste quindi soltanto un caso Blair. Esiste anche il problema di una generazione politica che sembra avere perso di vista la separazione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato. Qualche lettore potrebbe osservare a questo punto che non ho parlato dell’Italia. Risponderò che ne parliamo tutti i giorni. Oggi ci siamo concessi un giorno di vacanza e parliamo dei casi altrui.

Sergio Romano

30 gennaio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. L'ossessione del complotto
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2010, 10:09:01 am
UNA COSTANTE DEL COSTUME NAZIONALE

L'ossessione del complotto


E’ accaduto che la fotografia di un uomo politico, scattata negli anni in cui era magistrato e apparsa ora sul Corriere, abbia generato l’ultimo complotto italiano. Ed era accaduto anche giorni prima per le ricostruzioni sulle rivelazioni di una famosa escort, apparse anch’esse sul Corriere. Nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni, dalla caduta del fascismo a oggi, è una lunga lista di complotti. Non c’è avvenimento, piccolo o grande, dietro il quale non sia stata immaginata la mano di un regista occulto, di un burattinaio, di un «grande vecchio».

Non esistono storie plausibili, comprensibili, ricostruibili con il filo della logica e con i normali strumenti di un’indagine giornalistica o giudiziaria. Esistono soltanto imbrogliate strategie manipolate da personaggi misteriosi e potenti: i servizi, i poteri forti, le logge, le mafie. I fatti, grandi e piccoli, passano in secondo piano. Poco importa che non sia generalmente possibile provare l’esistenza di un complotto e risalire ai suoi responsabili. Il «bello » di queste vicende è che sono tanto più credibili quanto più difficilmente dimostrabili.

Le intenzioni oscure e la trama improbabile confermano la suprema abilità del regista. Quando mette radici nell’immaginazione collettiva il complotto non muore mai. Il fenomeno non è esclusivamente italiano. Un episodio della vita di François Mitterrand (alcuni colpi di pistola esplosi contro l’uomo politico francese nei giardini dell’Observatoire) ha appassionato la Francia per qualche decennio. L’assassinio di John Kennedy è un copione continuamente scritto e riscritto. Persino gli attentati dell’11 settembre (un avvenimento che il mondo ha visto in diretta) sarebbero una scatola cinese dove il complotto islamista nasconde un altro complotto ordito all’interno dello Stato americano. La fantapolitica aguzza l’immaginazione degli scrittori, piace ai lettori e, naturalmente, agli editori. Esiste un mercato del complotto che è diventato in questi anni sempre più vasto e proficuo.

Ma nel mercato italiano la moneta si è progressivamente inflazionata e il grafico nazionale dei complotti segnala una brusca impennata. La ragione è più psicologica che politica. Molti italiani diffidano delle istituzioni e credono che la scaltrezza, l’intrigo, la congiura abbiano nelle vicende politiche una parte essenziale. Alle storie complicate, ma spiegabili razionalmente, preferiscono quelle in cui il sospetto è più seducente di qualsiasi prova. Credono di essere scaltri e sono in realtà ingenui, se non addirittura infantili. Credono di avere afferrato il bandolo della matassa e sono diventati creduli ascoltatori di favole. Questa propensione alle favole complottistiche ha l’effetto di peggiorare ulteriormente la qualità del dibattito politico.

Quando un premier, un ministro, un parlamentare o un uomo di partito desiderano sottrarsi a un’accusa o sfuggire a un confronto puntuale sulle loro responsabilità, la migliore difesa è quella di invocare il complotto. E se possono dirottare l’attenzione della pubblica opinione verso una potenza straniera, tanto meglio. La denuncia del complotto, in altre parole, serve a occultare i fatti, a nascondere la realtà, a parlare d’altro. Per evitare che questo accada i giornali hanno un compito e una responsabilità: riferire e controllare tutto, senza nascondere nulla, e tirare gli uomini politici per la giacca convincendoli a raccontare fatti, non favole.

Sergio Romano

04 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Emergenza e regole
Inserito da: Admin - Febbraio 11, 2010, 10:32:36 am
Emergenza e regole


Spero che Guido Bertolaso sia vittima di uno di quegli incidenti di percorso che appartengono, soprattutto in Italia, alla vita di chiunque abbia una forte esposizione pubblica. Sappiamo che molti burocrati evitano i problemi di giustizia, ordinaria o amministrativa, palleggiando le loro carte da un ufficio all’altro. Non vorremmo che questa vicenda avesse l’effetto di confermarli nelle loro abitudini. Non vorremmo continuare a essere il Paese in cui procrastinare è il miglior modo per non finire in un’aula di tribunale. Bertolaso si è dimostrato un efficace organizzatore, non si è sottratto alle sue responsabilità e ha avuto il merito di offrire subito le sue dimissioni: un gesto poco abituale in un Paese dove dimettersi, dopo la breve parentesi di Mani Pulite, continua a essere l’eccezione piuttosto che la regola.

Il responsabile della Protezione civile ha diritto, non soltanto per ragioni di principio, alla presunzione d’innocenza. Ma il caso suggerisce alcune considerazioni strettamente collegate. In primo luogo l’area della «Protezione civile» si è straordinariamente allargata sino a comprendere avvenimenti, come il vertice della Maddalena o una grande gara sportiva, che non dovrebbero essere considerati emergenza.

Questa prassi ha modificato il profilo pubblico di Bertolaso e, forse, il suo stile. Da amministratore dell’emergenza è diventato sottosegretario, ministro in pectore e zar (come dicono gli americani in questi casi) di un territorio dai confini molto imprecisi. Ho personalmente difeso le sue dichiarazioni sul contributo degli Stati Uniti alla tragedia di Haiti perché mi sono parse realistiche e fondate. Ma il fatto che fossero condivisibili non autorizza il rappresentante dell’Italia a prendere pubbliche posizioni che potrebbero pregiudicare i rapporti della sua organizzazione con il Paese che, piaccia o no, avrà nell’isola il ruolo maggiore.

La colpa non è interamente di Bertolaso. Le trasformazioni subite dalla Protezione civile in questi ultimi tempi appartengono alla filosofia e allo stile del governo Berlusconi. Il presidente del Consiglio ha la mentalità di un imprenditore, il gusto delle realizzazioni rapide, la voglia di lasciare sul Paese un segno visibile della sua presenza al potere. Se avesse messo queste qualità al servizio di grandi riforme istituzionali e amministrative, ne saremmo tutti, indipendentemente dal nostro voto, felici.

Ma quando vuole realizzare opere pubbliche e si scontra con le esasperanti lentezze di un Paese invecchiato, Berlusconi cede spesso alla tentazione di aggirarle creando, volta per volta, percorsi speciali e autorità straordinarie. Il metodo presenta almeno due inconvenienti. Si perde di vista, in questo modo, il disegno organico che dovrebbe ispirare la riforma dello Stato. E si aprono zone grigie in cui il pericolo dell’illegalità diventa maggiore. Corriamo il rischio di passare da una situazione in cui non si fa niente a una situazione in cui tutto può essere materia di sospetti e indagini.

Mi auguro che Bertolaso esca bene da questa vicenda, ma anche e soprattutto che il governo rinunci alle scorciatoie e affronti apertamente, in Parlamento, il problema del buon funzionamento di uno Stato moderno.

di SERGIO ROMANO

11 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. SE C’E’ EMERGENZA, AGIRE SUBITO
Inserito da: Admin - Febbraio 20, 2010, 11:13:34 am
SE C’E’ EMERGENZA, AGIRE SUBITO

Il segnale necessario


Non conosciamo ancora il testo del disegno di legge contro la corruzione di cui il governo ha approvato ieri una bozza. Peccato.

Il governo avrebbe dovuto agire con la rapidità di cui sa dare prova in altre circostanze che riguardano i processi. Ma il fatto che tre ministri — Alfano, Calderoli e Brunetta — abbiano l’incarico di lavorare insieme per mettere a punto uno strumento più efficace di quelli che già esistono nei nostri codici è pur sempre un buon segnale. Dimostra che il governo è finalmente uscito dallo stato di benevola indifferenza con cui commentava questi episodi e soprattutto, speriamo, che potrebbe smettere di vedere in ogni azione giudiziaria un segno della ostilità dei magistrati nei suoi confronti. La parola «pirla» con cui Umberto Bossi ha bollato un consigliere municipale milanese ricorda la parola «mariuolo » con cui Bettino Craxi, 18 anni fa, definì il presidente del Pio Albergo Trivulzio e lascia intravedere una sorta di benevola noncuranza.

Il governo farebbe bene a ricordare che Mani pulite fu anche dovuto al consenso suscitato dalle iniziative della Procura di Milano e alla collaborazione degli indiziati. Gli industriali parlarono, anche a costo di incriminare se stessi, perché il peso delle tangenti era diventato insopportabile. Oggi il clima, per certi aspetti, è simile a quello di allora. I reati di corruzione sono sempre gravi e deprecabili. Ma diventano particolarmente intollerabili quando la crisi colpisce le industrie, crea disoccupazione, obbliga tutti a ridurre i consumi e a privarsi di una parte del benessere conquistato con fatica. Se il governo lo ha capito, meglio tardi che mai. E se lo ha capito grazie all’approssimarsi di elezioni che si annunciano più difficili di quanto il presidente del Consiglio avesse previsto, questo dimostra che la democrazia italiana, nonostante il pessimismo di molti, è ancora in buona salute.

Penso che il governo dovrebbe spingersi più in là e rendersi conto che non esiste soltanto il denaro rubato, ma anche quello mal guadagnato.
La rabbia degli italiani non concerne soltanto le mazzette e le tangenti. Investe nella stessa misura quella parte del ceto politico che nel corso di questi anni si è comportata non diversamente dai dirigenti delle grandi istituzioni finanziarie che sono responsabili della crisi. Mentre banchieri e gestori di fondi si attribuivano gratifiche che non tenevano alcun conto degli effetti delle loro acrobatiche speculazioni, la classe politica si è regalata salari superiori a quelli dei loro colleghi europei, doppi incarichi, seggi in consigli di amministrazione e una pioggia di «competenze accessorie ».

Questo arrembaggio allo Stato e alle sue risorse è oggi, dopo i molti libri apparsi sull’argomento (fra cui quelli di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella), uno dei fenomeni meglio documentati della vita italiana. Ma la classe politica, così loquace e polemica in altre circostanze, ha reagito al modo in cui Agostino Depretis, presidente del Consiglio nei primi decenni del Regno, reagiva alle crisi internazionali: apriva l’ombrello e aspettava che la bufera passasse.

Ebbene, l’ombrello è rotto. Il governo, come l’opposizione, farebbe bene a rendersi conto che gli italiani non fanno troppe distinzioni fra il denaro rubato e quello mal guadagnato: l’uno e l’altro vengono dalle loro tasche.

Sergio Romano

20 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Un consiglio al cavaliere
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2010, 08:26:07 pm

DOPO UNA SETTIMANA DI SCANDALI E ACCUSE

Un consiglio al cavaliere

Alla fine di una delle peggiori settimane della storia nazionale molti italiani e moltissimi stranieri pensano probabilmente che l’Italia sia un malato terminale. La principale funzione delle sue industrie sarebbe quella di riciclare denaro sporco. La Protezione civile servirebbe ad arricchire costruttori cinici e spregiudicati. I suoi senatori sarebbero schiavi della malavita. E i magistrati, secondo il presidente del Consiglio, sarebbero «talebani». Qualcuno pensa che questa immagine del Paese sia fabbricata nelle redazioni dei giornali.
Ma i giornalisti, come disse un loro vecchio collega americano, James Reston, non fabbricano le notizie; si limitano a consegnarle al mattino, come i lattai consegnano il latte.

Eppure non ha torto chi pensa che dietro questo ritratto dell’Italia vi sia un altro Paese dove le industrie cercano di superare la crisi, gli uomini e le donne della Protezione civile fanno un eccellente lavoro, le banche stanno molto meglio di parecchi istituti europei e americani e i conti pubblici, considerate le circostanze, sono sotto controllo. Potremmo cominciare a parlare anche del Paese che funziona e dei modi per renderlo migliore?

Credo che questa responsabilità spetti anzitutto al presidente del Consiglio. Nella settimana degli orrori vi è stata anche una sentenza della Corte di cassazione che mette almeno un punto fermo a uno dei suoi peggiori incubi giudiziari. Non voglio entrare nel merito della vicenda, è già stato fatto su questo giornale da Luigi Ferrarella. Mi limito a osservare che Silvio Berlusconi può rinunciare al duello quotidiano con la magistratura e i suoi oppositori. Dovrebbe quindi rendersi conto che questi duelli hanno enormemente contribuito, al di là delle sue intenzioni, a creare l’immagine di un Paese allo sbando dove le notizie cattive oscurano le notizie buone. È stato eletto con un programma che la maggioranza degli italiani ha considerato più modernizzatore e liberale di quello dei suoi avversari. È ora che torni a quel programma e spieghi ai suoi connazionali come intende utilizzare i tre anni che lo separano dalla fine della legislatura.

Penso alle riforme istituzionali, anzitutto, ma anche alla riforma fiscale, a quella della pubblica amministrazione, alla lotta contro la corruzione, alle infrastrutture, alla Tav, al nucleare, ai porti, al Sud, alla ricerca scientifica. Non gli chiediamo di risolvere tutti i nostri problemi da un giorno all’altro. Gli chiediamo di innalzare il tono del dibattito nazionale e di coinvolgere in questa nuova fase tutti i suoi connazionali, anche quelli che non hanno votato per lui. Rinunci, per favore, a parlarci della magistratura «cattiva» e cerchi piuttosto di riformare l’ordine giudiziario in un clima di maggiore distensione e collaborazione. Rinunci a definire «comunisti» i suoi critici e tenga conto delle loro opinioni quando sono utili all’interesse generale del Paese. Faccia, insomma, quello che aveva promesso di fare. Ha di fronte a sé tre anni. Non sono pochi.

Sergio Romano

28 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Piazze piene e idee vuote
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2010, 11:07:27 am
UNA STRANA CAMPAGNA ELETTORALE

Piazze piene e idee vuote


La piazza e le grandi manifestazioni popolari appartengono alla democrazia e ne dimostrano la vitalità. Ma siamo davvero sicuri che la elezione di buoni amministratori regionali in un Paese desideroso di essere federale esiga due grandi raduni di massa a una settimana di distanza? Abbiamo creato le Regioni perché volevamo accorciare la distanza fra i cittadini e i loro rappresentanti.

Abbiamo modificato il titolo V della Costituzione perché volevamo che le Regioni avessero maggiori competenze. Abbiamo approvato il principio del federalismo fiscale perché vogliamo che ogni Regione sia responsabile delle proprie spese e gli elettori apprendano a scegliere rappresentanti onesti, capaci, attenti all’uso del pubblico denaro. Se queste riforme hanno un senso, le campagne elettorali dovrebbero concernere i cittadini delle singole regioni e offrire all’intero Paese un quadro aggiornato del modo in cui ciascuna di esse affronta la crisi. Vorremmo sapere, ad esempio, perché le Regioni in cui la spesa sanitaria è minore sono spesso quelle in cui i cittadini sono meglio trattati. Vorremmo conoscere i motivi per cui a spese particolarmente elevate corrisponda una cronica mancanza di servizi essenziali.

Vorremmo ascoltare la voce di candidati che spiegano ai loro elettori quale programma intendano applicare se saranno eletti. Avremo invece una grande manifestazione di centro-sinistra oggi a Roma e una grande manifestazione di centro-destra domenica prossima a Milano. Queste due manifestazioni nazionali hanno già avuto alcuni effetti perniciosi. In primo luogo hanno interamente oscurato il dibattito pre-elettorale sui contenuti delle diverse candidature. Si parla di tutto, fuorché di ciò che le Regioni hanno il diritto e il dovere di fare in materia di salute, sicurezza, occupazione, pubblica istruzione. In secondo luogo hanno rimesso indietro l’orologio della politica italiana. Il centro-sinistra scende in piazza con una formazione simile a quella dell’Unione: un cartello delle contraddizioni in cui chi rispetta e apprezza il ruolo moderatore del presidente della Repubblica sfila insieme a chi ne vorrebbe l’impeachment.

La sinistra sembra avere dimenticato che questa alleanza di comodo fra partiti profondamente diversi fu il principale motivo della caduta del governo Prodi nel 2008. Un avversario comune non basta a creare un programma comune. Il centro-destra, dal canto suo, soffre di una stessa malattia. Mentre la sinistra si mobilita contro Berlusconi, il leader del Pdl chiama a raccolta il suo popolo contro i comunisti, i magistrati faziosi, gli occulti registi di un complotto anti-governativo. Siamo alle solite. Invece di essere invitati a scegliere fra amministratori e programmi, siamo chiamati a scegliere fra il Bene e il Male, fra la dittatura strisciante della destra e l’incurabile comunismo della sinistra. Viene naturale chiedersi se i partiti si occupino di queste cose perché non sanno occuparsi d’altro. Dicono di parlare a cittadini democratici e consapevoli, ma non chiedono un voto: chiedono un atto di fede. Anche le astensioni, in questo caso, avranno un significato.

Sergio Romano

13 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. L'astensione fa male a tutti
Inserito da: Admin - Marzo 19, 2010, 03:48:57 pm
IL CASO FRANCESE E NOI

L'astensione fa male a tutti


Rinunciare al voto, disertare le urne è una tentazione ricorrente delle democrazie. La voglia di stare a casa o andare al mare, a seconda della stagione, scatta quando la politica delude, quando tutte le scelte sembrano, anche se per ragioni diverse, egualmente inutili, quando l'astensione pare il modo migliore per punire i partiti, le loro bugie e le loro promesse mancate. Nel caso delle prossime regionali la tentazione potrebbe essere rafforzata dall’esempio della Francia dove, in condizioni per certi aspetti analoghe, il 53,6% degli elettori è rimasto a casa.

Prima di seguire l'esempio francese, tuttavia, faremmo bene a riflettere su alcune considerazioni. Come osserva Roberto D’Alimonte («Il Sole24 Ore» del 17 marzo), l'astensionismo francese è sempre stato piuttosto elevato e ha toccato nelle regionali del 2004 la percentuale del 37,9%. Il fenomeno è dovuto, oltre che a una evidente insoddisfazione per il presidente Sarkozy e il suo partito, a due motivi concorrenti. In primo luogo l'istituto della Regione è relativamente recente. Risale all' inizio degli anni Ottanta, dopo l’elezione di Mitterrand alla presidenza della Repubblica (1981), si sviluppa gradualmente durante il decennio, crea Regioni che hanno meno poteri e responsabilità di quanti ne abbiano quelle italiane; e soprattutto non ha ancora sostituito nella mente di molti francesi il concetto profondamente radicato di una Francia «una e indivisibile » dove il potere resta saldamente concentrato nei palazzi di Parigi.

In secondo luogo esiste ormai in Francia, come in tutte le vecchie democrazie, un'alta percentuale di elettori che dimostrano, al momento del voto, una sorta di agnosticismo e delegano implicitamente agli altri il compito di scegliere il governo e le amministrazioni locali. Sono pigri e politicamente «analfabeti», non necessariamente animati da sentimenti di rabbia e frustrazione per la classe politica. Ogni Paese ha la sua storia. L'Italia ha una storia di percentuali alte che solo in questi ultimi anni sono andate progressivamente calando. E ha Regioni forti che alla fine della prossima legislatura avranno probabilmente ancora più competenze e responsabilità di quante ne abbiano attualmente. Esistono altre ragioni per cui l'astensione, tutto sommato, non è una buona idea.

L’elettore che diserta le urne manifesta il suo malumore ma lancia un segnale ambiguo, senza contorni precisi, e soprattutto contribuisce comunque a un risultato che potrebbe essere molto lontano da quello delle sue preferenze abituali. Dice no alla competizione, ma verrà comunque governato nella sua regione da un partito o dall’altro. Attraversiamo un brutto periodo e abbiamo serie ragioni per essere irritati dall'indecoroso spettacolo di una classe politica che non perde occasione per fare sfoggio della sua volgarità e della sua impudenza. Ma non dovremmo dimenticare che a ogni elettore, in qualsiasi democrazia, accade molto spesso di dovere scegliere quello che rappresenta, per la sua cultura politica e i suoi interessi, il «meno peggio ». Chi va alle urne e vota per un candidato o un partito acquista il diritto di richiamare le persone prescelte all'osservanza degli impegni presi durante la campagna elettorale. Privarsi di questo diritto, soprattutto in una fase in cui le Regioni stanno diventando sempre più importanti, è perlomeno imprudente.

Sergio Romano

19 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Le due Italie dei sindaci
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2010, 03:19:02 pm
Le due Italie dei sindaci


La manifestazione dei sindaci lombardi, riuniti oggi a Milano per protestare contro le servitù imposte ai loro Comuni dal patto di stabilità, sarebbe piaciuta a Tocqueville. Quando visitò gli Stati Uniti nel 1831, lo studioso francese non giudicò la democrazia americana dal numero di coloro che votavano nelle elezioni locali e federali. Fu colpito invece dalla straordinaria prontezza con cui i cittadini di un Paese poco più che cinquantenne, riuscivano a creare dal basso in breve tempo associazioni e movimenti che si proponevano obiettivi locali, pratici e concreti. Non avevano programmi ideologici e non volevano cambiare il mondo. Volevano risolvere un problema, rimuovere un balzello, ottenere maggiore autonomia per la gestione di affari che concernevano direttamente l’insieme della comunità locale.

Il movimento lombardo deve molto ai buoni risultati dell’impegno dei sindaci leghisti nell’amministrazione dei Comuni conquistati dal loro partito. Ma spiazza o scavalca tutti i partiti politici ed è il risultato di due fenomeni su cui la classe politica nazionale, di destra o di sinistra, farebbe bene a riflettere.

Il primo è l’elezione diretta del sindaco. In un Paese dove i parlamentari nazionali devono la loro elezione alla benevolenza dei partiti e sono per la pubblica opinione, soprattutto con la presente legge elettorale, funzionari, cortigiani, titolari di benefici e prebende, il sindaco ha un forte mandato personale, lavora sotto gli occhi dei suoi concittadini e deve rispondere del modo in cui amministra la cosa pubblica. Si è progressivamente aperta così, soprattutto negli ultimi anni, una specie di forbice istituzionale. Mentre i Comuni si avvicinavano agli elettori e diventavano sempre più concretamente democratici, i poteri centrali si allontanavano dai cittadini e ne perdevano la fiducia.

Il secondo fenomeno riguarda l’unità del Paese. La democrazia dal basso, di cui il movimento lombardo è una battagliera espressione, non ha avuto ovunque gli stessi effetti. Al Nord ha creato servizi migliori e una classe dirigente più capace e responsabile. Al Sud, con qualche lodevole eccezione, ha creato clientele, voto di scambio, affarismo e una burocrazia ridondante se non addirittura parassitaria. La combinazione di questi due fenomeni — elezione diretta del sindaco e risultati diversi a seconda della latitudine — ha reso ancora più evidente l’esistenza di due Italie dove una stessa norma può produrre effetti opposti. Oggi più che mai abbiamo di fronte ai nostri occhi la prova che le leggi buone per il Nord non sono necessariamente buone per il Sud, e viceversa.

Il patto di stabilità risponde a una logica nazionale ed è dettato da esigenze che nessun ministro dell’Economia, quale che sia il partito di appartenenza, può trascurare. Ma la logica nazionale diventa difficilmente accettabile dove non tutti i destinatari fanno lo stesso uso del pubblico denaro e obbediscono alle stesse regole del gioco. Quadrare il cerchio e conciliare esigenze così visibilmente contraddittorie è terribilmente difficile. Ma sarà ancora più difficile se la classe politica non la smetterà di sottovalutare il problema e di continuare ad alimentare il divario per meschine ragioni elettorali.

Sergio Romano

08 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: Sergio Romano: proteggerli è il primo compito.
Inserito da: Admin - Aprile 14, 2010, 02:44:47 pm
Sergio Romano: proteggerli è il primo compito

di U.D.G.

A questo punto il governo italiano ha un solo compito da assolvere: quello di proteggere i propri connazionali e di assicurare che abbiano il migliore supporto legale e giudiziario possibili». A sostenerlo è uno dei più autorevoli analisti di politica internazionale italiani: l'ambasciatore Sergio Romano.

Ambasciatore Romano, quale idea si è fatto sulla vicenda che vede coinvolti tre operatori di Emergency?
«Una premessa è d'obbligo: quella in atto è una vicenda su cui poco si è finora saputo, per cui è possibile solo avanzare ipotesi e considerazioni generali».

Quali?
«Occorre partire dalla constatazione che quello attuale è un mondo afghano molto complesso e contraddittorio, nel quale la linea di frontiera tra il governo e le istituzioni da un lato e i talebani dall'altro, non è poi così netta. Gli “sconfinamenti” da una parte e dall'altra sono un dato della realtà, una costante direi. E questo complica ulteriormente il quadro e rende ancor più difficile capire sempre con la necessaria chiarezza quale siano le vere motivazioni degli uni e degli altri. E poi c'è un'altra considerazione da fare che riguarda direttamente Emergency, la sua natura, il suo profilo».

In cosa consisterebbe a suo avviso questa “peculiarità” di Emergency?
«Direi il fatto che Emergency è, almeno questo a me pare, una associazione umanitaria sui generis. Intendo dire che le associazioni umanitarie classiche, sul modello della Croce Rossa internazionale, sono generalmente desiderose di dare la massima impressione possibile di neutralità. Il loro imperativo è “dobbiamo e vogliamo andare d'accordo con tutti”. Il loro agire, penso sempre alla Croce Rossa, è orientato ad avere i migliori rapporti possibili con tutti i soggetti in campo».

Non è così anche per Emergency?
«Per Emergency il discorso è più complesso. L'associazione fondata da Gino Strada è un altro tipo di associazione umanitaria. Un'associazione con forti motivazioni ideologico-morali e con una certa propensione a prendere partito e ad entrare in discussioni e contenziosi con le autorità. Badi bene, nel dire questo non intendo entrare nel merito delle posizioni assunte da Emergency sull'Afghanistan, e ritengo che non ci sia momento peggiore di questo per imbastire polemiche. Ciò che mi preme sottolineare è la peculiarità del suo approccio, del modo di vivere lo stesso aiuto umanitario. Questo approccio la espone a rischi maggiori. E credo che la vicenda in atto abbia in qualche modo a che fare con questo carattere di Emergency, che fa di essa una associazione “scomoda”. E alcune affermazioni fatte in questi giorni da Gino Strada sembrano confermarlo. Mi lasci aggiungere una cosa che può apparire strana».

Quale, ambasciatore Romano?
«Il problema di Emergency non è diverso da quello di Anna Politkovskaia. Per spiegarmi le racconto un episodio. Una volta ho chiesto a un intellettuale russo molto progressista, di certo non un fan di Putin, che cosa ne pensasse del caso Politkovkaia e del suo barbaro assassinio».

E quale è stata la risposta?
«Che Anna Politkovskaia non era una giornalista, o comunque non era solo una giornalista...In altre parole, lei andava in Cecenia con l'animo di chi sa di condurre una battaglia. E, mi disse, quando si parte per una battaglia si hanno o ci si fanno necessariamente dei nemici...Credo che sia il caso anche di Emergency».

Cosa ne pensa delle polemiche esplose in Italia?
«Non facciamo dell'Italia un caso patologico sempre e comunque. Guardiamo alla Gran Bretagna: per la guerra in Iraq Tony Blair è stato trascinato davanti a un giurì. E anche Gordon Brown non è che se la passi meglio: il clima elettorale porta a questo anche nella matura democrazia britannica. Certo, tutti, specie chi ha responsabilità politiche e di governo, dovrebbe contare fino a cento prima di parlare...Ma direi che siamo di fronte ad una fisiologia della democrazia. Resta il fatto che in questo momento il governo italiano ha solo un compito da assolvere: quello di proteggere i nostri connazionali e di assicurare che abbiano il migliore sostegno legale e giudiziario possibili».

13 aprile 2010
da unita.it


Titolo: SERGIO ROMANO. UNA RICORRENZA DA TENERE STRETTA
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2010, 05:56:08 pm
UNA RICORRENZA DA TENERE STRETTA

Il significato di una festa


Mentre onoriamo il 25 Aprile dovremmo chiederci perché questa giornata sia stata spesso faticosamente festeggiata e abbia diviso gli italiani piuttosto che unirli. Se vogliamo che la data diventi davvero nazionale, dovremmo parlarne con franchezza e senza infingimenti retorici. In primo luogo il 25 Aprile segna la fine di una guerra civile, vale a dire la conclusione di una vicenda in cui parole come patria e onore hanno avuto per molti italiani significati diversi. Sappiamo che i fascisti di Salò sbagliarono, ma non possiamo ignorare che erano anch’essi italiani e che molti fecero la loro scelta in buona fede. Era difficile immaginare che il 25 Aprile potesse venire festeggiato con lo stesso entusiasmo e la stessa partecipazione da chi aveva militato in campi diversi.

In secondo luogo il Partito comunista si attribuì il merito della vittoria e divenne il maggiore e più interessato regista delle celebrazioni. Eravamo — è bene ricordarlo — negli anni della guerra fredda, quando il Pci, pur essendo alquanto diverso da quello dell’Urss, ne era pur sempre il «fratello » e ne adottava, quasi sempre disciplinatamente, le linee di politica estera. Non sorprende che a molti italiani il 25 Aprile sembrasse il travestimento patriottico di una strategia che non poteva essere nazionale.

I partiti democratici, dalla Dc alla social-democrazia, ne erano consapevoli. Ma non potevano rinunciare a celebrare la Resistenza e cercarono di salvare il 25 Aprile dall’abbraccio mortale del Pci descrivendo quel giorno come la conclusione vittoriosa della «quarta guerra d’indipendenza». La definizione ebbe una certa fortuna sino a quando il Risorgimento non cominciò a perdere, per una parte crescente della società nazionale, il suo valore positivo e divenne «rivoluzione tradita» per alcuni, conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti. Non esiste più il Pci, ma esiste un partito anti- risorgimentale composto da persone che non hanno altro punto in comune fuorché un certo rancore per il principio stesso dell’unità nazionale: leghisti, legittimisti borbonici, anarchici, cattolici reazionari, nostalgici di Maria Teresa, di Francesco Giuseppe, del Granduca di Toscana. Già danneggiato dall’uso che ne fece il Pci, il 25 Aprile non sembra oggi commuovere e interessare, se non per motivi strumentali e occasionali, coloro che non credono nell’unità nazionale.

Continuo a pensare e a sperare che questi sentimenti siano una febbre passeggera, provocata dalle scosse di assestamento di uno Stato che non è ancora riuscito a rinnovare le sue istituzioni. Nel frattempo, tuttavia, faremmo bene a ricordare che il 25 Aprile ebbe meriti a cui tutti dovremmo essere sensibili. Penso ai morti della guerra civile e al significato simbolico che la Resistenza ebbe per la credibilità dell’Italia dopo la fine del conflitto. Penso soprattutto al fatto che i partigiani insorsero nelle città del Nord prima dell’arrivo degli Alleati e dimostrarono così al mondo, come ha ricordato il presidente della Repubblica nel suo discorso di ieri alla Scala, che gli italiani volevano essere padroni a casa loro. Se non vogliamo che anche questa pagina della nostra storia venga dimenticata, teniamoci stretto il 25 Aprile.

Sergio Romano

25 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. Potere e mercati, la prova verità
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2010, 06:02:29 pm
L'editoriale

Potere e mercati, la prova verità


Le grandi crisi non bastano purtroppo a rinsavire quelli che ne sono direttamente o indirettamente responsabili. Ma hanno l’effetto positivo di rendere evidenti alcune verità che prima della crisi apparivano poco convincenti o erano addirittura negate. Abbiamo sempre saputo che la mancanza di un governo europeo dell’economia avrebbe reso l’unione monetaria incompiuta e vulnerabile. Sapevamo che i divieti e le punizioni inseriti su pressioni tedesche nel Trattato di Maastricht e nel Patto di stabilità non avrebbero mai impedito a un Paese di commettere errori e soprattutto avrebbero convinto la speculazione che il Paese in pericolo non sarebbe stato salvato. Sapevamo che i compiti assegnati alla Banca centrale europea erano troppo rigidamente limitati e che fare da sentinella all’inflazione può essere in alcuni casi una politica insufficiente, se non dannosa. E sapevamo infine che gli aiuti, quando sono tardivi e vengono decisi soltanto dopo penose discussioni inconcludenti, sono sempre più costosi di quanto sarebbero stati se concessi tempestivamente. La Germania ha frenato gli altri maggiori Paesi della zona euro perché temeva che gli aiuti alla Grecia avrebbero mal disposto gli elettori del Nord Reno Westfalia verso la coalizione di governo.
Ebbene, il pacchetto è stato varato dal Bundestag alla vigilia del voto. I tempi, per Angela Merkel, non potevano essere peggiori. Ma di questo non può che rimproverare se stessa.

La crisi, dunque, ha sgombrato il terreno da alcune false verità. Resta da capire se i Paesi dell’eurozona sapranno correggere gli errori. La giornata di avant’ieri, potrebbe essere, in questa prospettiva, memorabile. Il presidente del Consiglio italiano e il presidente francese sembrano essersi accordati sulla necessità di un fondo monetario europeo a cui attingere per aiutare un Paese in crisi. Il presidente della Commissione ha detto che occorre rafforzare Eurostat (l’ufficio statistico dell’Ue) e fornirgli gli strumenti per accertare la verità dei conti pubblici degli Stati membri. La Banca centrale europea potrebbe prendere in garanzia, per i suoi prestiti, anche le obbligazioni deprezzate del governo greco e acquistare titoli di Stato per stabilizzare i mercati. Un’agenzia di rating europea potrebbe ridurre l’ingiustificata influenza delle agenzie americane. L’eurogruppo, infine, potrebbe assumere maggiori responsabilità e diventare la prefigurazione di un governo europeo dell’economia.

Molto dipende da tre importanti riunioni che si terranno oggi, prima dell’apertura dei mercati: il consiglio dei governatori della Bce, l’Ecofin, e un G7 dell’ultima ora in teleconferenza.
Ma se verranno adottate, queste misure avranno alcuni punti in comune: rafforzeranno le istituzioni europee a scapito delle sovranità nazionali, saranno un passo verso il completamento dell’Unione monetaria e l’integrazione europea. Faranno capire ai mercati che l’Europa non intende farsi ricattare dalla speculazione. E avranno l’effetto di ridare all’Italia uno spazio europeo che aveva finora trascurato. Tanto più se gli aiuti alla Grecia saranno votati sia dalla maggioranza sia dall’opposizione.
So che molto dipende dalle reazioni dei mercati, domani. C’è troppo denaro in giro per il mondo che è alla ricerca di selvaggina e si comporta come zavorra mal collocata sul fondo di una nave in tempesta. Ma qualche speranza, oggi, è possibile.

Sergio Romano

09 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_09/romano_363a2d30-5b3c-11df-8949-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il capitalismo post sovietico
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2010, 08:42:33 pm
GLI IMITATORI FRETTOLOSI DEL MERCATO

Il capitalismo post sovietico


Il copione ungherese assomiglia a quello greco. In ambedue i Paesi l’opposizione (socialista in Grecia, liberal- conservatrice in Ungheria) vince le elezioni e si accorge di non potere mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale. Per scrollarsi di dosso la responsabilità dei sacrifici che dovrà chiedere ai suoi connazionali, denuncia le colpe dei predecessori; anche se una tale tattica allarma le Borse, complica la gestione della crisi e costringe il governo di Budapest a correggere rapidamente, per tranquillizzare i mercati, la prognosi negativa di uno dei suoi esponenti. Dei due malati l’Ungheria, con un debito pubblico pari al 78% del prodotto interno lordo, è meno grave della Grecia (115%) e presenta per noi il vantaggio di non essere membro dell’eurozona. Ma le sue difficoltà potrebbero preannunciare quelle di altri Paesi che furono satelliti dell’Unione Sovietica. L’economia polacca, nonostante la crisi, continua a crescere e i Paesi baltici sono capaci di una forte disciplina sociale. Ma in ciascuno degli ex satelliti approdati sulle spiagge dell’Ue nel 2004 vi è un capitalismo post-sovietico frettolosamente costruito dopo il crollo del muro. Esiste il rischio di una crisi regionale, estesa soprattutto ad altri Paesi dell’Europa danubiano-balcanica?

Quando ritrovarono la loro libertà, i vecchi satelliti, dovettero smantellare l’economia statale del periodo comunista e scegliere per il loro sviluppo un nuovo modello economico. Scelsero, come accade in queste circostanze, quello dei vincitori e cercarono per quanto possibile di imitare l’Occidente in una fase in cui la nuova ortodossia economica era quella predicata dai «mercatisti» anglo-americani e il «manuale del buon capitalista» era quello del Fondo monetario internazionale. Occorreva privatizzare, liberalizzare, chiudere le industrie antiquate, abbandonare attività che erano utili soltanto per gli scambi del Comecon, il mediocre equivalente comunista del Mercato comune. Ma non era possibile ignorare i quadri tecnico-amministrativi della vecchia economia, l’apparato burocratico dello Stato, i servizi di sicurezza, i minatori, i contadini, gli operai delle acciaierie, delle industrie belliche e dei cantieri navali, vale a dire quella massa di salariati, assistiti e sussidiati che il regime comunista aveva accumulato nel corso dei decenni precedenti.

Il risultato di queste contrastanti esigenze è diverso da uno Stato all’altro e riflette le condizioni economiche, sociali, culturali dei singoli Paesi. Ma in quasi tutti gli ex satelliti abbiamo assistito agli stessi fenomeni: nuove ricchezze, troppo frettolosamente conquistate, una nuova criminalità, una più estesa corruzione e partiti populisti, spesso eredi delle forze nazionaliste e razziste che esistevano nella regione prima della Seconda Guerra Mondiale. Vi sono stati anche molti progressi che non sarebbe giusto sottovalutare. Ma la spesa pubblica è stata complessivamente superiore alle possibilità dei singoli Paesi e le loro economie, soprattutto nell’area danubiana, sono fragili e vulnerabili. Ancora una volta, come nel caso dell’adesione greca all’eurozona, dobbiamo chiederci se non sarebbe stato meglio realizzare l’allargamento con altri tempi e altre formule. Jacques Delors, presidente della Commissione sino all’inizio degli anni Novanta, pensava a una confederazione europea nella quale avrebbero potuto convivere, con norme diverse, il nucleo occidentale e quello dei nuovi arrivati. Ma gli uomini politici non gli dettero retta.

Sergio Romano

06 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: SERGIO ROMANO. CASO USTICA E UN ESEMPIO DA LONDRA
Inserito da: Admin - Giugno 23, 2010, 02:41:21 pm
CASO USTICA E UN ESEMPIO DA LONDRA

Le verità impossibili


Igiorni della memoria stanno diventando sempre più frequentemente commemorazioni di misteri insoluti. Quando parleremo di Ustica, nei prossimi giorni, lo faremo ancora una volta elencando la lista delle ipotesi che nessuna sentenza, nel corso degli ultimi anni, sembra avere definitivamente eliminato. Ci siamo ormai abituati. Dall’assassinio di Salvatore Giuliano nel 1950 alle stragi terroristiche degli anni di piombo, dal caso della Loggia P2 a quello dello spionaggio sovietico in Italia (il «dossier Mitrokhin») non esiste vicenda italiana su cui sia calato definitivamente il sipario della verità. Vi sono state sentenze di tribunale, ma i tre gradi di giudizio producono spesso verdetti contraddittori, come è accaduto recentemente per le vicende di Genova durante il G8 del 2001. Abbiamo un sistema «garantista» che protegge in ultima analisi l’imputato.

Ma là dove un tribunale corregge frequentemente un altro e il colpevole di oggi può essere l’innocente di domani, o viceversa, nessuna sentenza appare agli occhi della pubblica opinione, soprattutto in casi politicamente controversi, un punto fermo, una verità indiscutibile. Quando un tribunale assolve e l’altro condanna, molti italiani, inevitabilmente, giungono alla conclusione che all’origine di ogni evento vi siano responsabilità coperte da un protettore occulto.

E il Paese continua a vivere nell’impressione di galleggiare su un mare di segreti. Gli scandali, gli intrighi e la credulità della pubblica opinione, sempre pronta a sospettare il peggio, appartengono alla fisiologia di tutte le democrazie. Se il presidente della Repubblica francese non fosse un monarca, la presidenza Mitterrand avrebbe prodotto un considerevole numero di «casi». Non soltanto in Italia, inoltre, quando occorre fare luce su un avvenimento, le indagini possono sembrare interminabili. Per l’accertamento dei fatti accaduti a Londonderry, in Irlanda del Nord, il 30 gennaio 1972 (il massacro di Bloody Sunday), sono state necessarie due pubbliche indagini. La seconda, decisa da Tony Blair, è durata dodici anni e ha smentito la prima, ma le sue conclusioni, rese pubbliche negli scorsi giorni, sono nette e non verranno verosimilmente contestate. Forse l’esempio britannico può aiutarci a capire perché la ricerca della verità sia più complicata in Italia che altrove. La Commissione sul massacro di Londonderry è stata presieduta da Lord Mark Saville, un uomo che ha passato la sua vita nelle aule dei tribunali, dapprima come avvocato poi come giudice, ed è oggi membro, con altri nove magistrati, della Corte Suprema, istituita un anno fa. Accanto a lui vi erano, tra gli altri, un giudice neozelandese e un giudice canadese.

La commissione istituita da Gordon Brown sulla guerra irachena è presieduta da John Chilcot, un «mandarino» che ha passato buona parte della sua carriera pubblica negli alti gradi del ministero dell’Interno. In Italia, invece, le Commissioni sono generalmente parlamentari, vengono composte con evidenti dosaggi politici e diventano spesso il luogo in cui ogni partito sostiene l’ipotesi che maggiormente coincide con la sua visione ideologica dell’avvenimento o, peggio, che maggiormente conviene ai suoi interessi. Nei casi più controversi sarebbe meglio seguire l’esempio britannico e affidare le indagini a un collegio di personalità indipendenti, possibilmente giunte alla fine di una onorata carriera. Credo che gli italiani sarebbero maggiormente disposti ad accettare le loro conclusioni.

Sergio Romano

21 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_giugno_21/verita_impossibili_romano_67c1b1ba-7cf3-11df-b32f-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. La debolezza e la miopia
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2010, 06:10:39 pm
UN PAESE SENZA CLASSE DIRIGENTE?

La debolezza e la miopia


Se afasia significa mutismo e incapacità di parlare, quella denunciata da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 7 luglio può essere straordinariamente rumorosa. Mai gli italiani sono stati altrettanto loquaci. Mentre i politici si accusano pubblicamente di errori, bugie e malefatte, i loro elettori non smettono di protestare nelle piazze, nei blog, nelle lettere che inviano ai giornali. Per molto tempo ci siamo lamentati della scarsa attenzione che la stampa internazionale riservava all’Italia. Oggi non passa giorno senza che un grande quotidiano straniero non cerchi di penetrare il labirinto delle nostre chiacchiere per spiegare ai suoi lettori l’ennesimo pasticcio confezionato nelle cucine della penisola. Questo non ci rende maggiormente decifrabili. Ci rende, se mai, ancora più imprevedibili, incomprensibili e, in ultima analisi, irrilevanti. Anziché esportare buoni film, buoni romanzi, buone opere dell’intelligenza e della cultura, esportiamo beghe, trame giudiziarie e interminabili discussioni sulle intercettazioni telefoniche. Afasia? Ripeto: non ricordo una fase altrettanto verbosa della politica nazionale. Eppure Galli della Loggia ha ragione.

Quando parlano e protestano, gli italiani parlano quasi sempre di se stessi, vale a dire degli effetti che una legge o una manovra finanziaria potrebbero avere per le loro personali condizioni economiche o per quelle della corporazione — associazione di categoria, ordine professionale, famiglia politica — a cui appartengono. Non parlano dell’Italia e dell’Europa, vale a dire delle due grandi comunità da cui dipende in ultima analisi il loro futuro. Parlano sempre e soltanto di se stessi. Appare ogni tanto un libro in cui l’autore cerca di guardare un po’ più al di là del proprio naso e formula qualche considerazione d’ordine generale. Ma il tema rimane sul tavolo per due o tre settimane e scompare dal radar. Nell’orizzonte dell’attenzione nazionale c’è spazio soltanto per quello che potrebbe accaderci qui e ora. Spiace dirlo, ma questa amara riflessione vale anche per il mondo degli imprenditori. Dove sono andati gli industriali e i finanzieri che avevano uno sguardo nazionale e non esitavano a esprimere pubblicamente le loro idee? Quando Mussolini decise il ritorno della lira all’oro e fissò il cambio con la sterlina a una quota insostenibile, un grande industriale elettrico, Ettore Conti, andò al Senato per spiegare a un capo del governo accigliato ma attento che quella politica avrebbe provocato una catastrofica deflazione. Quando la crisi del 1929 arrivò in Europa, all’inizio degli anni Trenta, Alberto Beneduce e Raffaele Mattioli spiegarono a Mussolini che cosa bisognava fare per salvare le banche e le imprese. Quando fu chiamato all’Agip per liquidarla, Enrico Mattei ne fece uno strumento della politica nazionale. Quando scendeva a Roma per difendere gli interessi della Fiat, Vittorio Valletta aveva, per parafrasare De Gaulle, «una certa idea dell’Italia». Quando propose la riforma di Confindustria, Leopoldo Pirelli non pensava agli interessi di una corporazione, ma al miglior modo per rendere più efficace il ruolo degli industriali nella vita del Paese.

Oscar Sinigaglia, Cesare Merzagora, Enrico Cuccia, Adriano Olivetti, Guido Carli, Gianni e Umberto Agnelli (cito a caso, con molte omissioni) pensavano naturalmente alla loro azienda o alla loro istituzione, ma avevano convinzioni forti sul Paese in cui avrebbero voluto lavorare, e non mancavano di esprimerle. Mi rendo conto che i tempi sono cambiati. Il panorama industriale ha perduto molti dei suoi picchi ed è fatto principalmente di piccole colline da cui è difficile guardare lontano. L’economia è globale e l’imprenditore assume necessariamente la nazionalità del Paese in cui gli conviene operare. Come i direttori d’orchestra e gli allenatori delle squadre di calcio, i grandi manager sono una casta cosmopolita. Il sentimento dell’orgoglio nazionale si è ovunque affievolito, e l’Italia può sembrare oggi insoddisfatta della propria unità, delusa, priva di grandi ambizioni collettive. Ma gli imprenditori sanno meglio di altre categorie che da una crisi come quella in cui siamo sprofondati (la peggiore della storia, secondo Alan Greenspan) si esce soltanto in due modi. Si può tappare qualche buco, stringere qualche vite, cambiare qualche pezzo. E si può invece cogliere l’occasione per fare quello che in altre circostanze sarebbe stato molto più difficile realizzare: cambiare la forma dello Stato, il ruolo della burocrazia, le regole dell’economia. La prima garantisce un futuro mediocre e un progressivo declino. La seconda schiude nuove prospettive, suscita nuovi entusiasmi, risveglia energie sopite, crea un clima propizio alla innovazione e alla sperimentazione. La prima non richiede un particolare coraggio, la seconda ne esige molto. Quando hanno creato le loro aziende, gli imprenditori hanno dimostrato di averlo. Ora dovrebbero smetterla di misurare ogni provvedimento con il metro del loro interesse individuale e corporativo. Comincino a dirci quali sono le riforme economiche e sociali di cui il Paese ha bisogno e soprattutto quali sacrifici siano disposti a fare perché il Paese cambi. E abbiano soprattutto il coraggio della critica, senza qualunquismi e frasi fatte. Parlino meno di se stessi e più dell’Italia.

Sergio Romano

11 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_11/romano_debolezza_moipia_16eb3682-8cbe-11df-bfcf-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. La persuasione e il controllo
Inserito da: Admin - Luglio 24, 2010, 05:43:28 pm
UN INVITO ALLE PARTI (CON OTTIMISMO)

La persuasione e il controllo


Il «discorso del ventaglio », che il presidente della Repubblica ha pronunciato di fronte a una rappresentanza della stampa nazionale, non è né un messaggio al Parlamento né un indirizzo alla nazione, nello stile di quelli di fine anno. Ma è molto più dei discorsi generalmente più brevi che il capo dello Stato ha fatto negli scorsi mesi.

Napolitano non ha tralasciato nessuno dei temi che ritornano ogni giorno nelle discussioni sullo stato del Paese. Ha parlato della manovra finanziaria, della ripresa industriale, della disoccupazione giovanile, delle condizioni del Meridione, della riforma tributaria, del federalismo fiscale, della legge sulle intercettazioni, delle riforme istituzionali, della corruzione. E non ha dimenticato di lanciare inviti e ammonimenti. Al governo perché nomini rapidamente il ministro dello Sviluppo economico e il presidente della Consob.
All’opposizione perché non si sottragga alla responsabilità a cui è chiamata «in un quadro di feconda competizione come quello che dovrebbe caratterizzare una democrazia dell’alternanza». Ai giornalisti perché facciano, quando occorre, autocritica. Al Parlamento perché elegga entro la fine del mese i membri laici del Consiglio superiore della magistratura. A maggioranza e opposizione perché rinuncino a rappresentare se stesse come forze totalmente inconciliabili. A tutti perché la smettano di disegnare «ipotetici» scenari politici.

Dopo avere lanciato questi inviti, Napolitano ha definito il proprio ruolo come quello del «magistrato di persuasione». Forse potremmo spingerci più in là e osservare che mai come oggi il presidente della Repubblica ha dato l’impressione di essere, per usare una espressione inglese, «in charge». Non è al comando dell’aereo, ma è certamente nella torre di controllo, vale a dire in una posizione che gli permette di consigliare le buone procedure di volo e di ricordare che l’Italia non sta attraversando un cielo vuoto. Dobbiamo affrontare gli stessi problemi dei nostri partner europei e può accadere, come nel caso della manovra finanziaria, che il nostro Paese lo abbia fatto più rapidamente della Germania.

Vi è un altro aspetto del discorso che lo rende particolarmente interessante. Se i problemi menzionati dal presidente della Repubblica sono quelli di cui parliamo ogni giorno, il tono è alquanto diverso. Vi è apprezzamento per il modo in cui abbiamo affrontato la crisi, vi è fiducia nelle risorse del Paese, vi è la speranza che la legge sulle intercettazioni abbia imboccato la strada giusta, vi è l’allarme per la corruzione ma anche la convinzione che l’Italia disponga di buoni anticorpi. Questo non è ottimismo di maniera. Napolitano sa quali siano i vizi del Paese, ma ne conosce anche le virtù. Per chi crede che l’Italia possa risollevarsi con uno sforzo comune e riforme condivise il tono del discorso è particolarmente convincente e incoraggiante. Anche il pessimismo, come l’ottimismo, può diventare un compiaciuto esercizio retorico.

Sergio Romano

24 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_24/romano-governo-stato_41b3b484-96e1-11df-bd32-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. DUELLO NEL PDL E RISPETTO DEGLI ELETTORI
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2010, 11:44:25 am
DUELLO NEL PDL E RISPETTO DEGLI ELETTORI

Una strada obbligata


Preferiremmo che Berlusconi e Fini riuscissero a comporre le loro divergenze e ad accordarsi su un percorso comune. Ma se il Paese dovesse assistere ancora per qualche settimana a queste logoranti polemiche fra persone che rappresentano i due maggiori poteri dello Stato e appartengono per di più allo stesso partito, sarebbe meglio prendere atto dell’esistenza di concezioni diverse e trarne le conseguenze.
Il Paese non può affrontare contemporaneamente la manovra finanziaria, i problemi della sua politica industriale (fra cui il negoziato della Fiat con i sindacati), il dibattito sulle intercettazioni, un micidiale sgocciolio di scandali che coinvolgono esponenti della maggioranza, e assistere nello stesso tempo a un paralizzante duello fra il presidente del Consiglio e quello della Camera.

Berlusconi e Fini hanno compiti istituzionali da cui dipende il funzionamento del Paese. Quanto più bisticciano tanto più perdono autorità e credibilità, componenti indispensabili del loro lavoro. Di grazia, risparmiateci questo spettacolo avvilente, prendete atto con serietà delle vostre divergenze e passate alla ricerca di formule che possano assicurare la continuità e la stabilità del governo.
Quando Fini dichiara, come ha fatto nella sua conversazione con Il Foglio, che è possibile «resettare tutto senza risentimenti», l’offerta è interessante e va messa alla prova.

Nel farlo nessuno dei due potrà dimenticare (e Fini lo ha ammesso) che le elezioni sono state vinte dal Popolo della Libertà, il partito che entrambi hanno contribuito a fondare. Possono separarsi e prendere strade diverse, ma non senza ricordare l’impegno comune che hanno assunto di fronte agli elettori. Occorre tagliare il nodo ricorrendo alle elezioni anticipate? Questa sarebbe, in altre circostanze, la più ovvia delle soluzioni. Ma le elezioni coglierebbero alcune forze politiche impreparate, rischierebbero di dare risultati incerti e soprattutto aprirebbero nuovi scontri, nel peggiore dei momenti possibili, tra forze che dovrebbero invece lavorare insieme nell’interesse del Paese. Occorre dunque pensare a un governo di transizione con un programma circoscritto e destinato a durare sino alla fine della legislatura, come quello che fu presieduto da Lamberto Dini fra il 1995 e il 1996? La prospettiva si scontrerebbe con Berlusconi, convinto di poter governare sino alla fine della legislatura; tradirebbe la volontà degli elettori e avrebbe, oltretutto, l’effetto di rappresentare, per un sistema politico non ancora consolidato, un pericoloso passo indietro.

Se si vogliono evitare le elezioni serviranno buona volontà e immaginazione. Occorrerà forse ringiovanire il governo, allargare la coalizione, impostare programmi che tengano conto anche delle idee di Fini e dei suoi seguaci. La soluzione comporterà qualche sacrificio sia per le posizioni del presidente del Consiglio, sia per quelle del presidente della Camera. Ma Berlusconi e Fini dovrebbero ricordare che il Paese ha spesso l’abitudine di punire nell’urna il partito e la persona a cui viene attribuita la responsabilità delle elezioni anticipate. Oggi il presidente del Consiglio ritiene di poter dimostrare che la colpa è del presidente della Camera.

Domani, forse, gli elettori potrebbero giudicare diversamente. Una intesa fondata sulle vere esigenze del Paese, invece, gioverà a coloro che avranno seriamente tentato di realizzarla.

Sergio Romano

29 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_luglio_29/romano-strada-obbligata_bf45038a-9ace-11df-ad9d-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Le incognite di un divorzio
Inserito da: Admin - Agosto 01, 2010, 11:08:34 am
LE DIVISIONI NEL PDL E LA SORTE DEL GOVERNO

Le incognite di un divorzio


Dietro le crisi politiche, anche quando sono particolarmente imbrogliate, s'intravedono generalmente con una certa chiarezza le forze in campo, i punti del dissenso, i termini della questione e le soluzioni possibili. In quella provocata dal divorzio fra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera, il numero dei fattori che non possiamo calcolare è straordinariamente elevato. In altre parole ciò che non sappiamo e non possiamo prevedere è molto più di ciò che sappiamo.

Non sappiamo anzitutto quale sarà, alla fine della conta e alla prova dei fatti, la consistenza e la compattezza del gruppo parlamentare creato da Gianfranco Fini alla Camera. Berlusconi sembra essere convinto che il gruppo sarà fragile ed eterogeneo, Fini che sarà unito e solidale. Ma sono entrambe, per il momento, posizioni di parte, tutte da verificare.

Non sappiamo poi come il nuovo gruppo voterà sulle leggi proposte dal governo. Tralascio quella sulle intercettazioni, forse ormai archiviata, e penso soprattutto alle grandi riforme - giustizia e federalismo - che sono la bandiera del governo Berlusconi. Fini dice che rispetterà il programma del Pdl, ma nelle sue dichiarazioni sulla legalità democratica e nei suoi frequenti riferimenti all'unità del Paese vi sono i germi di eventuali dissensi.

Non sappiamo come Fini riuscirà concretamente a conciliare, nella gestione quotidiana degli affari parlamentari, la sua doppia natura di presidente della Camera e di capo di una fazione dissidente. Ha certamente ragione quando ricorda di essere stato eletto per presiedere nell'interesse di tutti e non soltanto di coloro che lo hanno votato. Ma non sarà facile, all'atto pratico, tenere i due ruoli nettamente e visibilmente distinti.

Non sappiamo infine quali sarebbero le reazioni dei mercati e dei nostri partner se il fallimento di questa difficile convivenza mettesse all'ordine del giorno la possibilità di elezioni anticipate. Credo che Berlusconi non escluda, nonostante le dichiarazioni di ieri, la prospettiva di un ricorso al voto anticipato. Il presidente del Consiglio resiste difficilmente alla tentazione di considerare il Pdl come l'ultima e la più ambiziosa delle numerose aziende create nel corso della sua vita. A un proprietario orgoglioso dei suoi successi le posizioni di Fini devono essere parse l'inaccettabile comportamento di un manager sleale. Qui emerge quella visione proprietaria della politica che è caratteristica negativa di questa fase storica. Rinuncio a sperare che Berlusconi possa cambiare natura e carattere. Ma è troppo accorto ed esperto delle cose del mondo per non sapere che lo spettro dello scioglimento delle Camere e dei tempi morti che accompagnano, soprattutto in Italia, le elezioni anticipate, annullerebbe tutti i punti di merito conquistati agli occhi dell'opinione internazionale con la manovra finanziaria approvata in questi giorni.

Continuo a pensare che un'intesa fra i duellanti fosse, oltre che utile per il Paese, possibile. Resta almeno, dopo il divorzio, la possibilità di una tregua, di un modus vivendi, di una «separazione in casa». Qualsiasi altra prospettiva avrebbe ricadute che nessuno dei due riuscirebbe a controllare.

Sergio Romano

01 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: SERGIO ROMANO. La memoria degli elettori
Inserito da: Admin - Agosto 16, 2010, 04:47:28 pm
TRA MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE

La memoria degli elettori


Proviamo a smettere per un momento di interpretare le mosse strategiche e le intenzioni di Berlusconi, Fini, Bersani, D’Alema, Di Pietro. Cerchiamo piuttosto d’immaginare come i loro elettori, di destra e di sinistra, stiano reagendo all’indecoroso spettacolo che sta andando in scena di fronte ai loro occhi. Non tutti gli elettori del Pdl aspettavano dai loro leader le stesse cose. Ma tutti hanno visto nascere con molte speranze un grande partito nazionale.

Hanno ascoltato i discorsi di Berlusconi e di Fini. Hanno creduto nelle loro promesse e, in particolare, a una riforma della giustizia penale e civile, secondo le linee anticipate e proposte sino dalla fine di Tangentopoli. Ma hanno ricevuto invece una nuova raccolta di leggi (tutte sottoscritte e votate anche dai seguaci di Fini) che non avevano altro obiettivo fuor che quello di risolvere i problemi di una singola persona. Pensavano che dal congresso di fondazione sarebbe uscita una nuova classe politica, meno frivola e venale di quella che aveva governato l’Italia per molti anni. Ma hanno assistito a una sequenza di scandali che ricorda lo stato di salute della politica italiana negli anni di Mani Pulite e contiene, per di più, una dose preoccupante di personale immoralità e spregiudicatezza.

Pensavano che le diverse sensibilità e preoccupazioni di Berlusconi e di Fini avrebbero arricchito il dibattito politico italiano. Ma sono costretti ad ascoltare una lite sgangherata in cui non vi è dichiarazione che non contenga insulti, denunce, allusioni personali. Chi crede nei sondaggi non si faccia illusioni. Nei sondaggi il campione risponde ad alcune specifiche domande, più o meno puntuali. Ma nessuna indagine potrà mai rendere fedelmente lo stato di smarrimento e scoramento di elettori che si considerano delusi e traditi. Gli elettori di sinistra non sono in migliori condizioni. Quelli che credevano nella vocazione maggioritaria del partito di Walter Veltroni hanno cominciato ad avere qualche dubbio, probabilmente, quando hanno constatato che il Pd si alleava, per vincere le elezioni, con il partito giustizialista di Antonio Di Pietro.

La sconfitta avrebbe dovuto creare una opposizione unita, coerente e credibile. Abbiamo invece una opposizione disunita che mette continuamente in discussione la propria leadership senza riuscire a cambiarla, non ha un programma se non la scomparsa di Berlusconi e si rifugia nella speranza che lo spettacolo della propria impotenza sia oscurato da quello dei guai dell’avversario. Esiste quindi, accanto ai grandi problemi economici e sociali aggravati dalla crisi, una doppia delusione che colpisce, anche se per ragioni diverse, l’intera classe politica. Le elezioni anticipate potrebbero soltanto esasperare il clima nazionale, esporre l’Italia al giudizio spietato dei mercati, rivelare lo smarrimento del Paese e renderlo ancora meno governabile. Ma per arrivare alla fine della legislatura non occorre un governo «tecnico» o un nuovo Cln di cui nessuno riesce a delineare la composizione e il programma. Occorre che la maggioranza la smetta di litigare e che l’opposizione impieghi i prossimi due anni a creare un’alternativa credibile. L’Italia ha bisogno di entrambe.

Sergio Romano

13 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_13/la-memoria-degli-elettori-sergio-romano_adfb6542-a69a-11df-944e-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Una partita per l’Italia
Inserito da: Admin - Agosto 27, 2010, 09:11:25 pm
I VINCOLI GLOBALI CHE FANNO BENE AL PAESE

Una partita per l’Italia

Come altri discorsi diretti a una platea nazionale nel corso di una controversia, anche quello di Sergio Marchionne al meeting di Rimini contiene un attento dosaggio di riflessioni morali, prospettive future, esortazioni e ammonimenti. Ma ho l’impressione che gli ammonimenti pesino in questo caso molto più di qualsiasi altro ingrediente. Non ne sono sorpreso e non ne sarebbero sorpresi neppure certi uomini politici e sindacalisti se avessero capito che la Fiat è ormai un’impresa completamente diversa da quella del passato.

Il passaggio decisivo, dopo l’uscita dal tunnel, è stato l’acquisizione della Chrysler. L’operazione è riuscita grazie a tre fattori. Marchionne ha impegnato la Fiat con un progetto credibile in un’impresa rischiosa. Il governo degli Stati Uniti ha creduto nella sua offerta e ha messo sul tavolo, per realizzare l’operazione, una considerevole somma di denaro. I sindacati americani, infine, hanno fatto una scommessa sul futuro dell’azienda rinunciando ai loro crediti in cambio di azioni e accettando una diminuzione dei loro salari. Da quel momento il gruppo Fiat-Chrysler non ha soltanto azionisti: ha anche due partner—il governo americano e i sindacati —a cui deve rendere conto del modo in cui gestirà se stesso e farà le sue scelte internazionali. La Fiat è ancora un’impresa italiana e non può ignorare i suoi vecchi legami con il Paese in cui è nata. Ma il suo amministratore delegato, piaccia o no, ha oggi un referente nella persona del presidente degli Stati Uniti. Barack Obama non avrebbe visitato Detroit e ringraziato pubblicamente Marchionne se non avesse voluto sottolineare in questo modo l’importanza che la sua presidenza attribuisce al successo dell’operazione. Il vicepresidente Joseph Biden non avrebbe fatto altrettanto, qualche settimana dopo, in uno stabilimento dell’Ohio, se non avesse voluto ribadire lo stesso concetto.

Intendiamoci. Nessuna multinazionale può ignorare il governo del Paese in cui lavora e, in particolare, quello di una grande potenza. Quando gli Stati Uniti chiesero all’avvocato Agnelli di sbarazzarsi di un socio allora ingombrante (la Libia), il presidente della Fiat dovette acconsentire. Ma i maggiori problemi dell’azienda di Torino, in quegli anni, si discutevano a Roma o a Bruxelles. D’ora in poi occorrerà parlarne anche a Washington. Non credo che il governo degli Stati Uniti voglia interferire nelle decisioni dell’azienda e mettere in discussione le sue strategie. Credo piuttosto che i referenti americani di Marchionne si limiteranno (e non è poco) a chiedergli di fare scelte conformi alle regole dell’economia mondiale, e soprattutto non accetteranno di buon grado che la Fiat garantisca ad altri referenti, in Italia o altrove, condizioni migliori di quelle riservate ai suoi partner negli Stati Uniti. Non sarebbe facile, ad esempio, spiegare perché i sindacati di Detroit debbano avere meno poteri e diritti di quanti ne abbiano i loro colleghi di Pomigliano o di Melfi.

Sono queste le ragioni per cui è difficile immaginare che Marchionne, nella vicenda di Melfi, possa fare un decisivo passo indietro. D’altra parte sarà bene per tutti alzare lo sguardo da una singola vicenda e guardare più lontano. I vincoli multinazionali della Fiat non sono, per noi, una servitù. Dovrebbero essere piuttosto un’occasione da cogliere per mettere l’intero Paese in condizione di meglio affrontare le sfide della concorrenza.

Sergio Romano

27 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_agosto_27/una-partita-per-italia-romano_67d51338-b199-11df-a044-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Una scelta sbagliata
Inserito da: Admin - Settembre 08, 2010, 03:42:18 pm
UNA RICHIESTA MOLTO IRRITUALE AL COLLE

Una scelta sbagliata


Se gli incontri del presidente del Consiglio con il capo dello Stato fossero frequenti e regolari (persino sotto il fascismo Mussolini veniva ricevuto dal re una volta alla settimana), quello preannunciato ieri non avrebbe suscitato un particolare interesse. Ma il prossimo accadrà dopo una fase durante la quale gli incontri sono stati rari, e al presidente della Repubblica, per di più, verrà chiesto di ricevere non soltanto il presidente del Consiglio, ma una specie di delegazione composta da Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. I temi della discussione, a giudicare dalle dichiarazioni del leader della Lega, saranno verosimilmente la sostituzione di Gianfranco Fini alla presidenza della Camera dei deputati e, in prospettiva, la possibilità di elezioni anticipate. Sembra quindi che i leader dei due partiti della maggioranza abbiano deciso di alzare il livello della crisi, di renderla istituzionale e di appellarsi per la sua soluzione al capo dello Stato. A me sembra che sull’opportunità di questa iniziativa possano farsi alcune osservazioni amare.

In primo luogo non ha molto senso deplorare gli interventi del capo dello Stato nella politica nazionale, come è stato fatto più volte negli scorsi mesi, e coinvolgerlo ulteriormente in vicende che possono e debbono essere affrontate in Parlamento. Esiste un «caso Fini»? Non sembra che nel sistema politico italiano vi siano norme a cui ricorrere in queste circostanze (anche se nel momento in cui fondasse un nuovo partito dovrebbe riflettere sul suo ruolo). Se il governo vuole dimostrare che il presidente della Camera non svolge una funzione super partes nei suoi compiti istituzionali e nell’osservanza del regolamento, lo verifichi in Parlamento. Se Fini non si dimette di sua spontanea volontà il governo non ha il diritto di punirlo «a priori» e tantomeno di chiedere al capo dello Stato di essere lo strumento di una punizione. Le stesse considerazioni valgono per le elezioni anticipate.

Giovanni Sartori ci ha ricordato più volte che non è raro, nelle migliori democrazie, assistere a governi che stanno in piedi con una maggioranza risicata o addirittura, dopo averla perduta, perché le opposizioni non sono in grado di sostituirli. Quello di Berlusconi ha ancora una maggioranza, benché ridotta. E ha un programma da realizzare. Non gli resta che mettere fine a questa fase farneticante di chiacchiere, insulti e baruffe. Chieda la fiducia sulle linee fondamentali della sua politica e torni al lavoro facendo quello che ha promesso ai suoi elettori e in gran parte non ha fatto. Scoprirà rapidamente quale sia il rapporto delle forze in Parlamento e quale, in particolare, l’atteggiamento dei «finiani». Se deve cadere, cada su qualcosa per cui vale la pena di dare battaglia. Il Paese, se il governo adotterà questa linea, saprà a chi deve le elezioni anticipate e avrà qualche elemento di giudizio su cui basare il suo prossimo voto.

P.S. Breve promemoria per la Lega. Se il partito di Bossi vuole davvero le elezioni anticipate, non è necessario coinvolgere oggi il capo dello Stato. Basta che i suoi deputati, in Parlamento, si astengano sulla mozione di fiducia. Tutti capiranno che questa legislatura è finita.

Sergio Romano

08 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_08/romano_fde2352e-bb06-11df-b32f-00144f02aabe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Più in basso è difficile
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2010, 11:21:19 am
L’IMMAGINE DELLA CLASSE POLITICA

Più in basso è difficile


Molti lettori si chiedono se la storia di un piccolo appartamento («50-55 metri quadrati») possa dominare per parecchie settimane la vita pubblica italiana. La risposta, purtroppo, è sì, soprattutto se il caso scoppia dopo una lunga stagione di scandali, veleni e accuse incrociate. A chi scrive sui giornali piacerebbe parlare anche d’altro, ma un giornalista americano disse molti anni fa che la stampa consegna le notizie come il lattaio consegna il latte del mattino. E quello che si beve oggi in Italia è di pessima qualità.

Eppure questa rappresentazione è parziale. Se potessimo dimenticare per un momento il quartierino di Montecarlo, rovesciare il cannocchiale e sbirciare in tutti i piccoli appartamenti di cui è piena la penisola, constateremmo che tra la rappresentazione pubblica dell’Italia e l’esistenza quotidiana dei suoi cittadini esiste una distanza abissale. Non è una novità. Abbiamo sempre saputo che il Paese è afflitto da una sorta di schizofrenia. Quando discute di politica o scende in campo come militante per un partito o un movimento, l’italiano esprime giudizi radicali, denuncia situazioni intollerabili, minaccia azioni violente, propone soluzioni estreme. Quando organizza la sua vita, amministra i suoi soldi e fa le sue scelte quotidiane, è generalmente un buon calcolatore dei costi e benefici di una qualsiasi decisione, piccola o grande, che attenga ai suoi personali interessi.

Ne abbiamo la prova quando diamo un’occhiata alle statistiche sul risparmio delle famiglie, sui consumi, sul numero delle aziende private e delle partite Iva, su quello delle case che appartengono a chi le abita. Ne abbiamo una prova ancora più convincente quando constatiamo che i fenomeni più interessanti e positivi dell’economia nazionale non sono quelli pianificati dall’alto, ma accadono spesso quando le api della società nazionale fanno sciame e producono risultati che gli economisti e i sociologi non avevano previsto e dovranno cercare di spiegare a posteriori. Siamo rivoluzionari, se non addirittura eversivi, quando parliamo, ma siamo moderati quando amministriamo la nostra vita e i nostri beni. Queste sono le qualità che ci permettono di sopravvivere nei momenti difficili, questi sono gli ammortizzatori della nostra vita quotidiana.

Ma presentano parecchi inconvenienti. La somma di alcuni milioni di buone scelte individuali non produce necessariamente una buona politica nazionale. La somma degli interessi personali non è l’interesse di tutti. Vi sono circostanze in cui un Paese deve adattarsi a grandi cambiamenti e fare scelte cruciali, necessariamente collettive e valide per tutti. Quella che stiamo attraversando è una fase storica in cui il futuro dell’Italia, come quello di qualsiasi altro Paese dell’Unione europea, dipende dalle sue decisioni in materia di educazione, ricerca scientifica, riforme istituzionali, energia, infrastrutture. Un Paese in cui i singoli cittadini e le loro corporazioni gestiscono oculatamente il loro tran-tran quotidiano, ma esprimono una classe politica faziosa e rissosa, prende inevitabilmente le curve della storia con una snervante lentezza. La crisi politica di questi mesi non è soltanto uno spettacolo desolante. Proietta verso il mondo l’immagine di un Paese su cui non è possibile fare affidamento e sottrae tempo prezioso a quello che andrebbe impiegato per il rinnovamento economico e istituzionale del Paese.

Dal 22 aprile, il giorno della rissa tra Berlusconi e Fini alla direzione del Pdl, il governo appare paralizzato, ripiegato acidamente su se stesso. Fra i costi maggiori di questa interminabile crisi vi sarà l’aumento del ritardo che abbiamo accumulato da quando i nostri amici e concorrenti hanno cominciato a camminare più rapidamente di noi. Vi è infine un altro pericolo di cui i politici dovrebbero essere maggiormente consapevoli. Il Paese non li ama. Se un partito o un leader conta di prevalere sull’avversario conquistando il consenso della maggioranza degli italiani, non si faccia illusioni. Raramente, nella storia dell’Italia repubblicana, i nostri rappresentanti hanno goduto di minore credito. Raramente sono stati meno rispettati e stimati. Non è un fenomeno soltanto italiano. Anche altrove, dall’America di Obama alla Francia di Sarkozy, vi è un malumore diffuso. Ma è particolarmente visibile in un Paese che non ha ancora una forte coesione nazionale. Questa crisi è il peggiore servizio che la classe politica possa rendere all’Italia nel centocinquantesimo anniversario della sua esistenza.

Sergio Romano

26 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_settembre_26/piu-in-basso-e-difficile-sergio-romano_b58b0272-c93b-11df-9f01-00144f02aabe.shtml


Titolo: Sergio Romano. DOLORE E RAGIONE.
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2010, 04:25:15 pm
Il commento

Dolore e Ragione

Il generale David Petraeus, comandante della forze alleate in Afghanistan, è un uomo intelligente, misurato, razionale e ha probabilmente la migliore delle strategie possibili. Vuole riprendere la maggior parte dei territori perduti, conquistare, anche col denaro, la fiducia delle tribù, creare istituzioni civili al centro e nelle zone liberate, addestrare le forze dell'esercito afghano, incoraggiare il governo di Kabul a cercare una intesa politica con la componente meno bellicosa del campo talebano e rispettare un calendario, deciso alla Casa Bianca, che prevede l'inizio del ritiro delle truppe americane verso la metà dell'anno prossimo.

Ma questo piano, sulla peggiore scacchiera politico-militare del grande Medio Oriente, si scontra quasi ovunque con difficoltà pressoché insormontabili. I talebani fuggono davanti a una potenza di fuoco contro la quale è inutile combattere, ma ritornano sul campo non appena gli americani e i loro alleati concentrano le loro forze su un altro fronte. I convogli dei rifornimenti petroliferi che attraversano le valli e i monti del Waziristan vengono attaccati e distrutti senza che le forze armate del Pakistan possano o vogliano proteggerli dai commando talebani. Gli aerei americani senza pilota danno la caccia alle formazioni della guerriglia, ma ogni operazione uccide, insieme ai nemici, gruppi di civili inermi e regala così al nemico la rabbia dei villaggi colpiti. Il denaro profuso nei lavori di ricostruzione finisce in buona parte nelle mani dei talebani. L'esercito afghano comprende circa 150.000 uomini; ma il loro addestramento è insufficiente e i loro ufficiali, come ricorda il giornalista pachistano Ahmed Rashid, appartengono a gruppi etnici che i pashtun considerano alieni e ostili. Petraeus non sta combattendo soltanto contro i talebani. Combatte contro il nazionalismo pashtun, l'ambiguità del Pakistan, la corruzione della cerchia di Karzai, i coltivatori di papaveri, i mercanti d'oppio e la paura di popolazioni che rischiano di pagare con la vita qualsiasi forma di collaborazione con l'occupante.

Questo quadro è perfettamente noto ai governi della Nato. A Londra, a Parigi, a Roma tutti sanno che la vittoria è improbabile. Gli uomini e le donne del contingente italiano (circa 4.000 alla fine dell'anno) combattono quando occorre, ma sono impegnati soprattutto nel tentativo di ricostruzione civile e hanno ottenuto buoni risultati, se necessario con qualche elargizione in denaro, che furono criticati a suo tempo persino da chi oggi sta facendo la stessa cosa.

L'argomento non piacerà ai pacifisti, ma il contingente italiano avrà conquistato quando tornerà a casa - soprattutto con il sacrificio di coloro che sono morti per l'Afghanistan - un bene per noi particolarmente prezioso: il rispetto degli alleati. Dovremmo forse, in questa situazione, anticipare il rientro? Se fossimo in Afghanistan per vincere la guerra, sì. Ma noi, come tutti gli europei, ci siamo oggi per obbligo di lealtà verso un alleato, Barack Obama, che fa del suo meglio per uscire da una situazione di cui non è personalmente responsabile. La Nato andrebbe interamente ripensata e riscritta, ma è oggi in Afghanistan il simbolo e il test della solidarietà atlantica. Le Alleanze non possono essere rispettate soltanto quando splende il sole. Vengono messe alla prova soprattutto quando il cielo si riempie di nuvole.

Sergio Romano

10 ottobre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_10/romano_36d4a402-d43e-11df-8222-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Batta un colpo (se ci riesce)
Inserito da: Admin - Novembre 12, 2010, 03:30:56 pm

UN TENTATIVO PER LA LEGGE ELETTORALE

Batta un colpo (se ci riesce)


Il presidente del Consiglio sembra imitare un suo antico predecessore, Agostino Depretis, che era convinto di avere una ricetta infallibile per le crisi (nel suo caso soprattutto quelle internazionali). Le considerava temporali, fenomeni naturali contro i quali l’unico rimedio possibile è quello di aprire l’ombrello e aspettare che passino.

Ma questa crisi non accenna a passare e il governo, se vuole sopravvivere, dovrebbe evitare di subire le iniziative altrui. Gli converrebbe anticipare le mosse degli altri, aprire un nuovo tavolo da gioco e gettare una carta che nessuno possa ignorare. Questa carta è la riforma della legge elettorale. Dovrebbe proporla nel suo interesse e in quello del Paese.

Molte leggi elettorali sono fatte da gruppi e partiti che cercano di risolvere un problema nazionale favorendo anzitutto se stessi. Quella concepita dal ministro Calderoli voleva cogliere, nelle intenzioni dei promotori, un doppio obiettivo: creare una coalizione vincente, destinata a governare per l’intera legislatura, e assicurarne la stabilità dimostrando a tutti i suoi membri che avevano un evidente interesse a non rompere il contratto stipulato prima delle elezioni. Il cemento della coalizione, vale a dire l’interesse comune dei suoi membri, è il premio di maggioranza: un frutto che si conquista con l’unità e da cui tutti, purché insieme, traggono vantaggio. Se la legge avesse funzionato, anche i suoi maggiori critici avrebbero finito per riconoscerne realisticamente l’efficacia. Ma non ha funzionato.

Nel 2006 Prodi ha vinto per un soffio e la modestia del successo avrebbe dovuto convincere i suoi alleati a fare quadrato. È accaduto esattamente il contrario. Nel 2008 Berlusconi ha ottenuto risultati incomparabilmente migliori, ma la coalizione si è incrinata nel momento in cui lo stile del premier ha offerto un’occasione alle ambizioni di Fini. Per due volte consecutive, quindi, la legge elettorale non ha risposto alle attese di coloro che l’avevano ideata. Vale la pena, a questo punto, di conservare una legge che non piace a buona parte della pubblica opinione, costringe gli elettori a votare una lista bloccata e, per di più, fallisce lo scopo? Quanti altri esperimenti dovremmo fare prima di capire che occorre cambiarla?

È questo il momento in cui il gioco, anche se i margini per un accordo sembrano ormai inesorabilmente ridotti, torna nelle mani del presidente del Consiglio. Non può pretendere di imporre al Parlamento, soprattutto ora, una legge confezionata dalla maggioranza. Ma può dichiararsi pronto alla riforma e proporre i modi per farla (Giovanni Sartori, sul Corriere di domenica scorsa, ha già affrontato il tema e avanzato una sua ipotesi). Il premier, se vuole un esempio, può guardare dalle parti della Gran Bretagna dove David Cameron ha avuto il coraggio di mettere all’ordine del giorno il cambiamento di una delle più vecchie e rispettate leggi elettorali.

A me sembra che un buon metodo potrebbe essere la creazione di una commissione bicamerale composta dai rappresentanti delle forze politiche ma integrata da «laici» che possano fornire il risultato dei loro studi e delle loro esperienze. La commissione dovrebbe essere snella e concludere i suoi lavori entro termini ragionevolmente brevi. Il risultato potrebbe essere meno partigiano, più credibile, più gradito al Paese. E avrebbe il vantaggio di dare un senso alla continuazione di una legislatura che rischia altrimenti di fallire in malo modo e di lasciare il Paese, per qualche mese, senza un governo degno di questo nome.

Sergio Romano

12 novembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_novembre_12/romano-batta-un-colpo-editoriale_349bb74e-ee23-11df-8dee-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'amico (?) americano
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2010, 11:39:40 am
L'amico (?) americano


Il problema all’ordine del giorno della politica italiana può essere riassunto oggi in due domande. Sino a che punto le rivelazioni di Wikileaks incidono sui rapporti internazionali dell’Italia e in particolare su quelli con gli Stati Uniti? Possiamo essere rappresentati nel mondo da un leader politico che la diplomazia americana ha descritto nei termini ormai noti a tutta la società internazionale? Non è facile distinguere la politica interna dalla politica estera, separare i nostri conflitti domestici, con le loro inevitabili esagerazioni polemiche, dal problema delle nostre relazioni esterne. Ma dobbiamo cercare di farlo. I nostri rapporti con gli Stati Uniti prescindono, entro certi limiti, dalla personalità e dallo stile dell’uomo che governa l’Italia. Dipendono anzitutto dagli interessi dei due Paesi e, per quanto riguarda l’America, dal modo in cui vengono concretamente affrontati e risolti i problemi che maggiormente la preoccupano. Nelle sue due incarnazioni dell’ultimo decennio, Berlusconi è stato per alcuni aspetti—Afghanistan, Iran, questione palestinese, basi militari americane in Italia, le relazioni della Turchia con l’Unione Europea — più «americano» del governo di Romano Prodi. Le sue scorribande in Russia e in Libia non sono piaciute a Washington, ma il fatto che l’Italia rivendicasse il diritto di avere con questi Paesi un rapporto non sempre conforme ai desideri degli Stati Uniti, ha reso paradossalmente più alto il prezzo dell’Italia alla Casa Bianca e tanto più apprezzabile, di conseguenza, la lealtà di Berlusconi in altri settori strategici. Gli Stati Uniti sanno realisticamente di non potere chiedere ai loro alleati una fedeltà totale e non dimenticano che l’Italia ha sempre fatto con Mosca e con Tripoli una politica diversa da quella che Washington giudicava preferibile. Ciò che maggiormente contava per gli Stati Uniti, ripeto, era la certezza di potere fare affidamento sull’Italia ogniqualvolta erano in discussione i loro interessi fondamentali. L’omaggio di Hillary Clinton a Berlusconi in Kazakistan è quindi perfettamente comprensibile. Il segretario di Stato non ha detto ciò che l’America pensa in realtà di Berlusconi. Ha detto più semplicemente che il leader politico italiano, sino a quando sarà presidente del Consiglio, continuerà a essere il partner di Washington. Ma esiste anche un altro aspetto della questione. La politica estera di una nazione non si esaurisce nella somma dei suoi concreti rapporti internazionali in un particolare momento. La sua credibilità nel mondo dipende dal suo stile, dalla sua serietà, dalla coerenza e dalla legittimità con cui persegue i suoi scopi. Non basta. Dipende anche e soprattutto dalla immagine del suo leader, dalla sua capacità di tenere distinti interessi pubblici e interessi privati, dall’impossibilità di fargli le domande che Massimo Mucchetti ha formulato ieri su queste colonne a proposito dei rapporti dell’Eni con la Russia. Berlusconi ha coltivato i suoi rapporti personali con i maggiori leader mondiali e ci ha spesso spiegato che la qualità di questi rapporti avrebbe giovato allo status internazionale del Paese. Temo l’effetto boomerang, vale a dire la possibilità che questa scelta si ritorca contro di lui e, in ultima analisi, contro tutti noi.

Sergio Romano

04 dicembre 2010(ultima modifica: 05 dicembre 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_04/romano_amico_americano_081251a6-ff6c-11df-8466-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Berlusconi, il peso della vittoria
Inserito da: Admin - Dicembre 20, 2010, 02:21:07 pm

DOPO LA FIDUCIA

Berlusconi, il peso della vittoria

Dovrà rinunciare ai lodi personali e alle polemiche nei confronti della magistratura


Berlusconi ha certamente vinto. Sarebbe assurdo negarlo e inutile disquisire con acrimonia, in questo momento, sul modo in cui ha sconfitto i suoi avversari. Ma la portata della vittoria e le sue conseguenze dovrebbero suggerire al vincitore qualche riflessione.
Alla vigilia del voto le posizioni dei due gruppi, all'interno del centrodestra, si erano considerevolmente avvicinate. Nessuno aveva rinunciato ai suoi argomenti polemici, ma tutti sembravano d'accordo sull'opportunità che Berlusconi continuasse a governare il Paese e sulla necessità di un governo diverso, per la sua composizione e il suo programma, da quello attuale.

Il contrasto era sul modo in cui affrontare la seconda metà della legislatura. L'opposizione voleva che Berlusconi si dimettesse e il presidente del Consiglio rifiutava di piegarsi a tale richiesta. Il problema non era formale o procedurale. Le dimissioni, se Berlusconi fosse stato costretto a presentarle, avrebbero permesso a Fini e a Casini di affrontare i negoziati per la formazione del nuovo governo da posizioni di forza. Il presidente del Consiglio si è impuntato, ha scatenato una sorta di controffensiva e ha segnato il punto. La vittoria non è travolgente, ma la sconfitta dei suoi avversari è indiscutibile. Fini, in particolare, dovrà chiedersi se la sua presenza al vertice della Camera non abbia contribuito a rendere la sua azione meno credibile e convincente.

Ma il punto cruciale, quello che veramente interessa il Paese, è l'uso che Berlusconi intende fare della sua vittoria. Credo che il presidente del Consiglio abbia di fronte a sé due strade. Può compiacersi del successo, infierire sugli sconfitti, lasciare le cose come stanno e dichiarare che governerà sino alla fine della legislatura. I tre voti di maggioranza non gli permetteranno di evitare gli innumerevoli trabocchetti che gli si apriranno sotto i piedi alla Camera e nelle commissioni, in gran parte delle quali la maggioranza non c'è. Ma gli forniranno l'occasione per sostenere che l'impotenza del governo è colpa delle opposizioni e di recitare di fronte agli elettori, se e quando riuscirà a ottenere lo scioglimento delle Camere, la parte del leader vilmente tradito. Il Paese, se Berlusconi adottasse questa linea, sarebbe condannato a un supplemento dell'indecoroso spettacolo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi: polemiche, litigi, sberleffi goliardici e una generale disattenzione per i problemi economici e finanziari che il Paese sta attraversando. Se vi saranno nuove elezioni in un tale clima, poco importa chi vince e chi perde. L'Italia ne uscirà certamente perdente.

La seconda strada è la ricomposizione della maggioranza su basi nuove. Oggi la prospettiva può sembrare improbabile, ma diverrà praticabile soltanto se Berlusconi saprà rinunciare ai lodi personali, alle polemiche contro la magistratura (quanto più attacca i magistrati tanto più allontana nel tempo la possibilità di una riforma), agli aspetti più discutibili della sua diplomazia personale. Non basta. Sul piatto dell'intesa dovrà esserci una nuova legge elettorale. Un realista come Berlusconi non può ignorare che quella con cui siamo andati alle urne ha prodotto risultati catastrofici, sia sul piano politico, sia su quello morale. Gli italiani sono stanchi di mandare in Parlamento gli «eletti» dei partiti e vogliono il diritto di scegliere.
Berlusconi ha vinto. Ma ogni vittoria può essere guastata dalle decisioni sbagliate del giorno dopo. Tocca a lui ora trasformare una vittoria personale in una vittoria del Paese.

Sergio Romano

15 dicembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_15/berlusconi-il-peso-della-vittoria-editoriale-sergio-romano_5c8f6598-0813-11e0-b759-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. MARCHIONNE PERSONAGGIO DELL’ANNO
Inserito da: Admin - Dicembre 31, 2010, 12:52:55 pm

MARCHIONNE PERSONAGGIO DELL’ANNO

L’italiano scomodo


Nel discorso che Sergio Marchionne ha pronunciato a Pernambuco per l’inaugurazione del nuovo stabilimento della Fiat in Brasile, la parola Italia non esiste. L’amministratore delegato di Fiat-Chrysler ha ricordato l’antica presenza dell’azienda torinese nel Paese, ma non ha neppure accennato al tema—l’emigrazione italiana — che apparteneva in passato al bagaglio oratorio di qualsiasi imprenditore italiano nel continente latino-americano. Qualche critico di Marchionne sosterrà che l’omissione non è casuale, ricorderà le sue tre appartenenze nazionali (italiana, canadese, svizzera) e ne concluderà che l’amministratore delegato dell’azienda torinese è un corpo estraneo, un mercenario del capitalismo al soldo degli americani e un «cosmopolita », parola che nel linguaggio della sinistra è sempre stata sinonimo di sradicamento sociale, egoismo di classe, indifferenza ai valori della solidarietà. Qualcuno infine dirà che è un «anti-italiano».

Non conosco i sentimenti di Marchionne. Non so quale dei suoi passaporti abbia per lui maggiore importanza e se il ricordo dell’Abruzzo perduto (è nato a Chieti) sia più vivo e struggente dei suoi ricordi canadesi. Mi limito a osservare che una definizione più precisa potrebbe essere quella di «contro-italiano» o italiano controcorrente, nel senso che la parola ha avuto nella bella rubrica giornalistica di Indro Montanelli. Non è il solo. Appartiene a un gruppo di italiani che, ciascuno nel proprio settore e con le proprie caratteristiche, hanno avuto il merito di non lasciarsi imprigionare in quel complicato intreccio di compromessi, patti di reciproca convenienza, luoghi comuni, «correttezza» politica e sindacale che formano il retaggio di un’Italia bizantina, arcadica, conformista e contro-riformista.
Per restare nell’ambito del secondo dopoguerra penso, per fare soltanto qualche esempio, a Ugo La Malfa, Guido Carli, Cesare Merzagora, Mario Monti e, nel campo dell’informazione, a Montanelli, Leo Longanesi, Mario Pannunzio. Possono commettere errori e proporre soluzioni sbagliate o poco realistiche, ma sono coraggiosi, irriguardosi, spregiudicati, e riescono a rimettere in discussione problemi di cui si parla soprattutto per non decidere e non cambiare. Ne abbiamo avuto la dimostrazione in questi mesi quando la politica aziendale di Marchionne ha forzato la mano di Confindustria, diviso il quadro politico e sindacale, spiazzato lo stesso governo e infine riaperto il dibattito sulla rappresentanza dei lavoratori nelle aziende.

Abbiamo una legislazione sul lavoro che scoraggia gli investimenti stranieri e che, come Pietro Ichino ha ricordato ieri sul Corriere, non può neppure essere tradotta in inglese, tanto è complicata e involuta. Abbiamo norme costituzionali invecchiate o, peggio, non applicate. Abbiamo minoranze sindacali che sviliscono i diritti delle maggioranze. Se il quadro si è finalmente mosso e qualche sindacato si prepara a rivedere l’intera materia con nuove proposte, il merito è in buona parte di Marchionne. Come ho scritto su questo giornale dopo il suo discorso di Rimini, so che le sue posizioni sono dettate dall’esigenza di non deludere gli azionisti americani di Chrysler e il governo degli Stati Uniti. Ma credo che gli vada riconosciuto il merito di avere scritto la nuova agenda sindacale italiana.

E questo lo rende più italiano, ai miei occhi, di quelli che avrebbero preferito lasciarla com’era.

Sergio Romano

31 dicembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/10_dicembre_31/romano-italiano-scomodo-editoriale_f1d41e4c-14b5-11e0-8d15-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Concorrenti ma non troppo
Inserito da: Admin - Gennaio 19, 2011, 06:47:49 pm
Concorrenti ma non troppo


Nei loro incontri di Washington il presidente cinese e il presidente americano parleranno soprattutto di problemi spinosi e questioni controverse: il valore delle loro rispettive monete, lo stato dei loro rispettivi arsenali militari, Taiwan, la Corea del Nord, i rapporti della Cina con il Giappone, forse il Tibet. Molti lettori, leggendo il resoconto dei colloqui, penseranno che la Cina sia diventata troppo ingombrante per i gusti degli Stati Uniti e che i due Paesi siano destinati a scontrarsi prima o dopo sul piano economico, se non addirittura su quello politico e militare. È possibile, ma sarebbe giusto ricordare che i rapporti degli Stati Uniti con la Cina non sono mai stati simili a quelli che altre potenze (Gran Bretagna, Russia, Francia, Giappone, Germania e in piccola misura l’Italia) hanno avuto con l’Impero di Mezzo durante la lunga fase del suo declino. Nel 1900 l’America mandò un corpo di marines a Pechino per soffocare, insieme a forze europee e giapponesi, la rivolta dei Boxer, ma non partecipò allo smembramento dello Stato e all’umiliazione dell’Impero. Dopo la rivoluzione del 1911 e la creazione della Repubblica cinese, la potenza che maggiormente contribuì, con un generoso programma di borse di studio, alla formazione di una nuova classe dirigente, fu l’America. Più tardi, dopo l’apparizione dei comunisti sulla scena politica, l’uomo che meglio raccontò le loro battaglie fu un intellettuale americano, Edgar Snow, autore di un libro (Red Star over China) che fu per la Lunga marcia di Mao ciò che l’Anabasi di Senofonte era stata per i soldati greci in rotta verso il Mar Nero. Gli americani non furono meno generosi sul piano politico.

A Yalta, nel febbraio del 1945, allorché spiegò a Churchill e a Stalin l’architettura delle Nazioni Unite, Franklin Delano Roosevelt volle che nel Consiglio di sicurezza la Cina avesse diritto a un seggio permanente. Dopo la Seconda guerra mondiale, quando i comunisti di Mao e i nazionalisti di Chiang Kai-shek ricominciarono a combattersi per il controllo del Paese, gli Stati Uniti mantennero i contatti con le due parti nella speranza di una sorta di riconciliazione nazionale. Scelsero la Cina nazionalista di Taiwan e il Kuomintang (il partito di Chiang) soltanto quando la Repubblica popolare, proclamata nel 1949, divenne l’alleata di Stalin e soprattutto dopo la guerra di Corea, quando un milione di «volontari» cinesi sostenne il Nord contro il Sud. Ma non appena il generale MacArthur dichiarò che il miglior modo di vincere la guerra era quello di usare contro le retrovie cinesi l’arma nucleare, il presidente Harry Truman si oppose e non esitò a congedare bruscamente, di lì a poco, l’uomo che pochi anni prima aveva messo in ginocchio il Giappone. La guerra di Corea, la Guerra fredda e la guerra del Vietnam ebbero l’effetto di congelare i rapporti fra i due Paesi. A Washington, sino alla fine degli anni Sessanta, prevalse la convinzione che la Cina fosse un irriducibile nemico, non meno pericoloso dell’Unione Sovietica. Occorreva quindi contenerlo e rintuzzarne l’influenza in Asia con uno sbarramento di amicizie e alleanze simile a quello della Nato. Ma dopo l’elezione di Richard Nixon alla Casa Bianca, qualcuno cominciò a rendersi conto che la situazione, in realtà, era alquanto diversa. In primo luogo la Cina non era più, da molto tempo, la fedele alleata dell’Unione Sovietica in Asia.

Gli incidenti di frontiera (qualche migliaio) e i cruenti scontri fra cinesi e sovietici sul fiume Ussuri, agli inizi del 1969, dovettero aprire gli occhi di molti funzionari del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca. In secondo luogo qualcuno si accorse che la Cina non era amica del Vietnam e non aveva alcuna intenzione di assecondare la crescita di uno Stato legato a Mosca molto più di quanto non fosse legato a Pechino. E Henry Kissinger, consigliere di Nixon per la sicurezza nazionale, capì che lo stabilimento dei rapporti con la Cina avrebbe avuto due effetti: quello di rompere definitivamente l’asse fra le due maggiori potenze comuniste del mondo e di permettere agli Stati Uniti di uscire più o meno decorosamente dalla trappola vietnamita, un conflitto che non potevano vincere e che stava mettendo a dura prova l’unità della società americana. I colloqui segreti di Kissinger con i dirigenti cinesi, una sorprendente partita di ping-pong fra squadre degli Stati Uniti e della Cina popolare, e il trionfale viaggio a Pechino del presidente Nixon dal 21 al 28 febbraio del 1972, cambiarono la storia del mondo non soltanto in Asia. E la Cina occupò finalmente all’Onu il posto che le era stato prenotato più di vent’anni prima dal presidente Roosevelt. Chi scrive ebbe occasione di trattare frequentemente con i cinesi a Parigi, in quegli anni, la ripresa dei rapporti diplomatici con l’Italia e ricorda come i suoi interlocutori dell’ambasciata di Cina avessero cominciato a parlare degli Stati Uniti, molto prima della visita di Nixon, in termini alquanto diversi da quelli del passato. Dinanzi a una delegazione italiana che non credeva alle proprie orecchie, l’ambasciatore della Repubblica popolare (un generale della Lunga marcia) disse un giorno seraficamente che l’America, in Cina, non era mai stata una potenza colonialista. Il primo importante rappresentante diplomatico degli Stati Uniti a Pechino fu George Bush sr, già presidente del Partito repubblicano e futuro direttore della Cia. Bush rimase a Pechino soltanto quattordici mesi, fra il 1973 e il 1974, ma il suo passaggio nella capitale cinese creò un clima di reciproca comprensione che avrebbe dato i suoi risultati nell’estate del 1989 quando l’uomo politico americano, dopo essere stato il vicepresidente di Ronald Reagan, lo aveva sostituito alla Casa Bianca. I moti studenteschi, esplosi durante la visita di Gorbaciov in maggio e repressi nel sangue in piazza Tienanmen dopo la partenza del leader sovietico, erano stati accolti in Occidente con un misto di sorpresa, indignazione e molti interrogativi senza risposta sulla piega degli eventi. Il solo uomo di Stato che non ebbe dubbi sulla linea da adottare fu per l’appunto Bush. Limitò le deplorazioni allo stretto necessario, moderò i toni della protesta e dette subito l’impressione di pensare che la dirigenza cinese aveva represso le manifestazioni per meglio proseguire sulla strada della modernizzazione autoritaria intrapresa da Deng Xiaoping alla fine degli anni Settanta.

Fu chiaro allora che gli Stati Uniti non avevano alcuna intenzione di sacrificare i loro rapporti con la Cina sull’altare dei diritti umani. È difficile negare che quell’atteggiamento saggiamente conservatore abbia risparmiato all’Asia e al mondo un’altra Guerra fredda, non meno paralizzante di quella che sarebbe finita pochi mesi dopo sul Muro di Berlino e nelle piazze dei Paesi comunisti dell’Europa centro orientale. Vi sono state da allora altre crisi sino americane. Il missile americano sull’ambasciata cinese di Belgrado durante la guerra del Kosovo, nel maggio 1999, provocò furiose manifestazioni nazionaliste nelle strade di molte città cinesi. L’atterraggio forzato di un aereo spia americano, imbottito di strumentazioni elettroniche, sull’isola cinese di Hainan nell’aprile 2001 (il presidente a Washington era George W. Bush) provocò rabbiose reazioni americane. Le accoglienze del Dalai Lama a Washington, come quelle dell’ottobre del 2009, suscitano i rabbiosi risentimenti di Pechino. Le delocalizzazioni di industrie americane in Cina e il vertiginoso aumento delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti hanno creato a Washington una lobby protezionista che pretende la rivalutazione del renminbi e l’adozione di sanzioni economiche. La vendita di armi americane a Taiwan viene percepita in Cina come una deliberata minaccia alla sicurezza nazionale. Non basta. Esiste una corrente neo conservatrice americana per cui la Cina è il nemico di domani: meglio quindi cogliere al volo la prima occasione e tagliarle le gambe prima che cominci a correre troppo velocemente. Ma dopo ogni crisi è arrivato sempre il momento in cui i due Paesi hanno rimesso nei cassetti le dichiarazioni bellicose e appeso di nuovo sulle loro porte il cartello del business as usual, al lavoro come sempre. Pura e semplice convenienza? Certo, il grande debitore (l’America) e il grande creditore (la Cina) sono uniti l’uno all’altro come gemelli siamesi e sanno di dovere scegliere fra vivere insieme o morire insieme. Ma esistono altri fattori non meno importanti. Quello che maggiormente colpisce nelle relazioni fra i due Paesi è il volume dei rapporti culturali e accademici. Migliaia di borsisti cinesi hanno studiato nelle università americane e migliaia di giovani americani hanno deciso di imparare il cinese. Non vi è soltanto competizione fra i due Paesi. Vi è anche reciproca ammirazione e, da una parte e dall’altra, un po’ d’invidia.

Sergio Romano

19 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_19/romano_concorrenti_non_troppo_1596eb24-2394-11e0-a3c4-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Ma il paese viene prima
Inserito da: Admin - Gennaio 23, 2011, 05:19:49 pm
PREMIER, GOVERNO E INDAGINI

Ma il paese viene prima

S ilvio Berlusconi si difende con le unghie e con i denti: ne ha il diritto. Denuncia gli attentati della Procura di Milano alla sua vita privata. Rifiuta di lasciarsi interrogare dai magistrati inquirenti: commette un errore, a mio avviso, ma può farlo se la legge glielo consente. Sarebbe ingiusto negargli tutti i possibili strumenti che la giustizia italiana offre a una persona indagata o imputata.
Ma Berlusconi non è un cittadino qualunque. E' il presidente del Consiglio, è alla testa di un governo che ha di fronte a sé un'agenda fitta d'impegni nazionali e internazionali: federalismo, riforma fiscale, rilancio dell'economia, missione militare italiana in Afghanistan, crisi del Maghreb, creazione delle istituzioni europee a cui spetterà il compito di proteggere e rafforzare l'euro. Se facesse il premier e dedicasse le sue giornate alle questioni che maggiormente interessano il Paese, Berlusconi darebbe ai suoi accusatori la più dignitosa e la più efficace delle risposte possibili. E costringerebbe l'opposizione a dire con chiarezza se, e perché, le proposte del governo le appaiano sbagliate o insufficienti.

Berlusconi, tuttavia, ha adottato sinora una linea diversa. Ha deciso di scavalcare i magistrati, di anticiparne le mosse e di celebrare un processo in cui l'accusato diventa accusatore, gli inquirenti sono nella gabbia degli imputati, l'intero popolo italiano è chiamato a sedere sui banchi della giuria e tutti i problemi della nazione cedono il passo a un solo problema: la sorte del presidente del Consiglio. Come era inevitabile questa linea suscita nell'opposizione, in una parte della stampa, in una parte crescente della pubblica opinione e naturalmente nella magistratura, una reazione eguale e contraria.

Se il premier accusa, gli altri contrattaccano con toni sempre più esasperati e con un evidente compiacimento. Non basta. Se è questa ormai la sola grande questione nazionale, il presidente della Repubblica è costretto a intervenire, il Papa e il suo segretario di Stato sentono l'obbligo morale di non tacere, la stampa nazionale non può occuparsi d'altro e l'informazione internazionale non può parlare dell'Italia se non descrivendo ai suoi lettori le fasi alterne del combattimento. Il caso Berlusconi sta producendo conflitti istituzionali che rischiano di modificare i rapporti tra governo, capo dello Stato, presidenti delle Camere e Corte costituzionale. Un presidente del Consiglio così apparentemente sensibile alla reputazione dell'Italia nel mondo sembra ignaro del fatto che questo spettacolo sta intaccando l'immagine del Paese e finirà per avere una influenza nefasta sul giudizio dei mercati.

Ho scritto che Berlusconi vorrebbe trasformare l'Italia in una grande giuria popolare. Ma i giurati sono in realtà ostaggi di un dramma che non ha nulla a che vedere con i loro problemi di ogni giorno e che appassiona soltanto le fazioni militanti della società politica. Berlusconi può ancora interrompere questo circolo vizioso. Deve lasciare ai suoi numerosi avvocati il compito di difenderlo e tornare a Palazzo Chigi per occuparsi di ciò che veramente interessa il Paese. Vuole davvero dimostrare che la sua vita personale è soltanto un affare privato? Lo dimostri facendo a tempo pieno il suo mestiere di uomo pubblico.

Sergio Romano

23 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_23/ma-il-paese-viene-prima-editoriale-sergio-romano_90698bd2-26c7-11e0-bedd-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'immagine delle Istituzioni
Inserito da: Admin - Gennaio 29, 2011, 11:28:10 am
IL RUOLO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA

L'immagine delle Istituzioni

In un video dello scorso settembre il presidente della Camera disse che se la casa di Montecarlo, venduta dal suo partito, fosse risultata appartenere al fratello della sua compagna, non avrebbe esitato a dimettersi. Qualcuno sostiene che quella circostanza si è verificata e che Gianfranco Fini deve rinunciare al suo incarico. Altri, fra cui l'interessato, ribattono che lo farà soltanto se il fatto sarà confermato dalla magistratura italiana. Corriamo il rischio di impelagarci in una situazione in cui le sorti di una delle maggiori cariche istituzionali italiane dipendono da fattori estranei alle esigenze della vita politica nazionale: le carte provenienti da una minuscola isola dei Caraibi, non universalmente nota per la sua impeccabile reputazione amministrativa, o il calendario giudiziario di Procure che dovranno inquisire, interrogare, nominare esperti e chiedere rogatorie internazionali. Non è il modo migliore per affrontare la questione.

Fini ha formulato idee e programmi che hanno suscitato interesse e consensi in una parte del Parlamento e del Paese, ha creato un partito ed è passato all'opposizione. Quando i suoi vecchi compagni del Pdl hanno sostenuto che il nuovo ruolo è incompatibile con le sue funzioni istituzionali, Fini ha risposto che sarebbe stato capace di essere contemporaneamente leader politico e scrupoloso presidente della Camera. Ho avuto qualche dubbio e ho pensato che certi sdoppiamenti sono da evitare. Ma i regolamenti parlamentari non permettevano di obbligarlo alle dimissioni e la prova di una promessa dipende, dopo tutto, dal modo in cui è mantenuta.

Da allora il rebus italiano, come lo chiamava Cecilia Kin, una intellettuale russa innamorata dell'Italia, è diventato ancora più imbrogliato. Il premier è inquisito per uno scandalo che ha fatto il giro del mondo, ma resta al suo posto ed è sostenuto da una coalizione che è ancora maggioranza. La lunga marcia verso il federalismo si scontra con difficoltà che potrebbero provocare la fine della legislatura. L'ombra delle elezioni anticipate incombe sul quadro politico e chiama in causa il ruolo decisivo del capo dello Stato. La Corte costituzionale è stata costretta a decidere se e quando il presidente debba andare in tribunale per difendersi. Tutte le maggiori istituzioni sono costrette a uscire dai loro binari per affrontare ostacoli imprevisti. Mai come ora l'Italia ha avuto bisogno di persone che non siano protagoniste di un duro scontro politico e reggano con forza il timone delle regole e delle procedure. Queste persone sono soprattutto il presidente della Repubblica e i presidenti delle Camere: un terzetto che deve poter richiamare i contendenti alle regole del gioco. Fini dovrebbe chiedersi se le circostanze gli consentano di esercitare questa funzione nel miglior modo possibile. Non metto in discussione le sue capacità e le sue intenzioni, ma osservo che ogni sua decisione istituzionale, nelle prossime settimane, potrebbe diventare ragione o pretesto di sospetti e accuse.

Il calendario dei lavori, la durata dei dibattiti, il diritto di parola di un deputato, persino i tempi di una interrogazione: tutto ciò che rappresenta il lavoro quotidiano di un presidente della Camera potrebbe trasformarsi in materia di contestazione e complicare ulteriormente la situazione politica. Il problema non è la proprietà della casa di Montecarlo. Il vero problema è se la casa Italia, in queste condizioni, possa essere decorosamente amministrata nell'interesse di coloro che la abitano.

Sergio Romano

28 gennaio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_28/romano_immagine_istituzione_c0fdaca6-2aa5-11e0-adec-00144f02aabc.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Un momento di riflessione
Inserito da: Admin - Febbraio 13, 2011, 02:50:20 pm

LE ISTITUZIONI VENGONO PRIMA

Un momento di riflessione


Voglio provare a mettermi, per qualche minuto, nei panni di Silvio Berlusconi. Si ritiene vittima di una congiura giudiziaria. È convinto che le accuse contro la sua persona siano altrettante tappe di un percorso diretto a eliminare il presidente del Consiglio e il suo partito. Ha deciso di trasformare la sua difesa in una controffensiva politica. È una tattica a cui è ricorso più volte in questi anni, mai tuttavia come in una vicenda che coinvolge non tanto i suoi affari quanto la sua vita privata.

In questa prospettiva, Berlusconi si ritiene autorizzato a difendere se stesso in qualsiasi sede privata o pubblica, con video lanciati sul web, interventi telefonici durante i dibattiti televisivi e nelle conferenze stampa di Palazzo Chigi come è accaduto l'altro ieri in quella dedicata al programma del governo per il rilancio dell'economia nazionale. Rintuzzare l'aggressione di cui si ritiene vittima è ormai la parte più visibile della sua agenda politica.

Mi chiedo se si renda conto degli effetti che questa linea aggressiva e difensiva sta avendo per il Paese. In primo luogo pregiudica la credibilità delle sue riforme. Il decreto sulle intercettazioni (ieri momentaneamente rinviato), la legge annunciata in conferenza stampa sulle responsabilità dei giudici e la riforma dell'ordine giudiziario diventano agli occhi di tutti (anche di coloro che le ritengono utili per il Paese), soltanto forme di autodifesa e quindi viziate da un difetto di origine che le rende, nel migliore dei casi, sospette.

In secondo luogo Berlusconi sembra ricercare deliberatamente lo scontro, alternato a qualche occasionale schiarita, con tutte le maggiori istituzioni del Paese, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale. Ha capito che siamo sull'orlo di un conflitto civile fra istituzioni, corpi e ordini dello Stato? Si è chiesto quali possano essere gli effetti di questa strategia per tutti coloro che sono chiamati ad assicurare imparzialmente il buon funzionamento della cosa pubblica? In terzo luogo la strategia di Berlusconi sta contagiando l'intera società nazionale, spaccata ormai tra due fazioni contrapposte: i berlusconiani e gli antiberlusconiani. Nessuna questione, ormai, può essere affrontata nel merito, senza che gli uni e gli altri si chiedano quali effetti avrà sulla sorte di Berlusconi.

L'Italia non può permettere che questo stato di cose continui ulteriormente. Siamo il giullare d'Europa, il miglior fornitore di indagini frivole, vignette satiriche, storie salaci e licenziose a tutta la stampa occidentale. Se questo Paese gli sta a cuore, Berlusconi dovrebbe almeno distinguere il suo ruolo pubblico dalla sua condizione di potenziale imputato. Si difenda nei luoghi in cui ha il diritto di farlo anche con argomenti, sull'uso sproporzionato delle intercettazioni, sulla difesa della privacy dei cittadini e sui rapporti dello Stato con la magistratura, che molti troverebbero convincenti. Ma non nei dibattiti politici, nelle conferenze stampa e soprattutto durante i viaggi all'estero. Ha fondato un partito che si chiamava Forza Italia. Cerchi di evitare che passi alla storia come il partito che ha reso il Paese rissoso all'interno e risibile agli occhi del mondo proprio nel momento in cui abbiamo maggiore bisogno di credito internazionale e di fiducia in noi stessi.

Sergio Romano

11 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali


Titolo: SERGIO ROMANO. Accettare il giudizio
Inserito da: Admin - Febbraio 16, 2011, 04:49:25 pm

TUTELARE L'ATTIVITA' DI GOVERNO

Accettare il giudizio

Credo che Berlusconi, dopo la decisione del giudice per le indagini preliminari, debba calcolare attentamente i possibili effetti delle sue parole e iniziative. Può criticare alcuni magistrati, ma non può attaccare la magistratura. Può persino spingersi sino a denunciare l'esistenza di un disegno malevolo nei suoi confronti, ma non può rifiutare procedure che appartengono ai compiti e alle funzioni dell'ordine giudiziario. Non potrebbe farlo un cittadino senza assumere implicitamente un atteggiamento eversivo. Non può farlo, a maggiore ragione, un presidente del Consiglio perché il suo atteggiamento verrebbe percepito come un atto di guerra e l'inizio di un insanabile conflitto istituzionale. In tribunale i suoi avvocati possono sollevare eccezioni (compresa quella dell'incompetenza della sede di Milano) e servirsi di tutti gli strumenti che la giustizia garantisce a un cittadino. Ma l'imputato, quando è capo dell'esecutivo, non può rifiutare il giudizio senza esprimere contemporaneamente un voto di sfiducia contro l'intera magistratura e autorizzare obbiettivamente i suoi connazionali a comportarsi nello stesso modo.

È possibile d'altro canto che l'accettazione del giudizio gli assicuri qualche punto di vantaggio. Darà una prova di coraggio. Avrà l'occasione di fare valere le sue ragioni. Eviterà di offrire ai suoi critici argomenti polemici a cui non sarebbe facile replicare. Forse farà persino nascere qualche dubbio nella mente di coloro che già lo considerano colpevole. Non è necessario essere berlusconiano o elettore del Pdl per assistere con disagio a certe iniziative della magistratura inquirente. A nessun italiano può piacere che il presidente del Consiglio si serva della sua autorità per scavalcare tutti i passaggi intermedi e mettere in imbarazzo un funzionario di questura con richieste telefoniche a cui è difficile per un sottoposto non aderire. Ma questa è anzitutto una colpa politica e per di più una delle più diffuse e frequenti in un sistema in cui non sono molti gli uomini pubblici che si astengono dall'approfittare della propria posizione. Si è detto frequentemente, negli scorsi giorni, che anche la magistratura degli Stati Uniti si sbarazzò di Al Capone imputandogli un reato minore. Ma l'evasione fiscale non era un reato minore ed è stata sempre perseguita in America con particolare severità; mentre la concussione imputata a Berlusconi è uno dei reati meno perseguiti della politica italiana. Sarebbe giusto cominciare a farlo. Ma oggi, in queste circostanze, dimostrerebbe che in Italia non esiste soltanto un caso Berlusconi. Esiste anche un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere.
Vi è un'altra ragione per cui Berlusconi deve accettare il giudizio. Il presidente del Consiglio ha un interesse che è anche nazionale. Deve evitare che questa legislatura finisca in un'aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto con il Parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza, nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali.

Sergio Romano

16 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali


Titolo: SERGIO ROMANO. Le colpe nostre (e degli altri)
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2011, 12:45:49 pm
TRIPOLI E L'OCCIDENTE, AMNESIE E AMBIGUITÀ

Le colpe nostre (e degli altri)

Silvio Berlusconi ha trattato la questione libica a suo modo e con il suo stile, vale a dire con una concezione dei rapporti internazionali in cui la chiave del successo è il grado di intimità che il presidente del Consiglio riesce a stabilire con gli uomini di Stato stranieri.
Nel caso di Gheddafi questa impostazione ha prodotto risultati grotteschi e indecorosi. Abbiamo dovuto sopportare i capricci del Colonnello, i suoi ritardi, i suoi sgarbi, le sue uniformi, la tenda di villa Doria Pamphili e quella sorta di harem ideologico in cui il leader esponeva la sua filosofia a una platea di giovani donne scelte sulla base della loro avvenenza. È naturale, in queste circostanze, che la crisi del regime libico e il modo in cui Gheddafi sta trattando i suoi connazionali siano un duro colpo per la diplomazia del presidente del Consiglio e lo espongano a molte critiche. Ma non vorremmo che i grandi problemi del nostro Paese venissero trattati ancora una volta in funzione degli effetti che potrebbero avere sulle sorti politiche di Berlusconi. Se vogliamo parlare della cosa seriamente dovremmo almeno ricordare che il presidente del Consiglio ha fatto, anche se con formule talora criticabili, quello che era stato tentato con minore successo da quasi tutti i suoi predecessori.

Quando Gheddafi, nell'estate del 1970, ordinò l'espulsione dei circa 15.000 italiani che vivevano allora nel Paese, il presidente del Consiglio fu dapprima Mariano Rumor, poi Emilio Colombo, ma il ministro degli Esteri in entrambi i governi fu Aldo Moro. Qualcuno sostenne che occorresse reagire energicamente, ma nessuno riuscì a precisare che cosa si dovesse intendere per «energia». Prevalse la linea di Moro, vale a dire la convinzione che l'Italia non potesse aprire una partita simile, per qualche aspetto, a quella che la Francia aveva definitivamente perduto in Algeria otto anni prima. Come la Francia, del resto, anche noi avevamo sull'altra sponda del Mediterraneo interessi petroliferi e più generalmente economici che andavano per quanto possibile tutelati. Buona o cattiva, questa fu la linea politica di tutti i ministri degli Esteri italiani da Giulio Andreotti a Gianni De Michelis, da Lamberto Dini a Massimo D'Alema. Come in altre questioni l'Italia ha dimostrato che nella storia della politica estera soprattutto degli ultimi quarant'anni la continuità è molto più frequente della rottura. Ogni governo, quale che fosse il suo colore, ha cercato di negoziare con Gheddafi una specie di trattato di pace.

Abbiamo adottato una linea cinica e indecorosa? Forse conviene ricordare che i primi aerei dell'aeronautica militare libica, dopo il colpo di Stato, furono i Mirage francesi; che la Germania contribuì alla creazione in Libia di una industria chimica; che gli americani, dopo avere inutilmente cercato di uccidere Gheddafi nel 1986, revocarono le sanzioni non appena il Colonnello rinunciò alle sue ambizioni nucleari; che la Gran Bretagna, nell'agosto del 2009, ha liberato e restituito alla Libia, per «ragioni umanitarie», il responsabile del sanguinoso attentato del dicembre 1988 nel cielo di Lockerbie. Ora, naturalmente, nessun governo europeo può astenersi dal condannare le violente repressioni di Bengasi e di Tripoli.

Noi, in particolare, abbiamo il diritto e il dovere di alzare la voce contro Gheddafi e i suoi metodi. Ma cerchiamo almeno di farlo senza cogliere l'occasione per combattere una ennesima battaglia di politica interna. Nel momento in cui in Libia si muore lo spettacolo sarebbe particolarmente indecoroso.

Sergio Romano

23 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
DA - corriere.it/editoriali


Titolo: SERGIO ROMANO. IL FINTO AMICO DI TRIPOLI
Inserito da: Admin - Marzo 03, 2011, 03:07:40 pm
IL FINTO AMICO DI TRIPOLI

Quelle parole sul nostro paese

Le parole pronunciate da Gheddafi sull'Italia possono sorprendere il presidente del Consiglio, probabilmente convinto di avere stretto con il colonnello libico un rapporto infrangibile fondato sulla reciproca ammirazione e sugli interessi comuni.

Non possono sorprendere chiunque abbia qualche familiarità con il trattamento che Gheddafi ha riservato all'Italia sin dal giorno in cui conquistò il potere a Tripoli nel 1969.

Non vi è stato momento della sua lunga dittatura in cui il Colonnello abbia rinunciato a usare il colonialismo italiano come una piaga aperta della memoria nazionale. Se ne è servito per distinguersi da Idris, il re bonario e saggio che aveva stabilito rapporti cordiali con l'Italia, aperto il Paese all'Eni nel 1959, lasciato che gli italiani vivessero indisturbati e svolgessero attività utili per il suo Paese.

Se ne è servito per dimostrare che nessuno meglio di lui incarnava l'orgoglio nazionale.

Se ne è servito anche quando investiva denaro nelle imprese italiane, riceveva i ministri italiani nella sua tenda, stringeva calorosamente la mano dei nostri presidenti del Consiglio. Si potrebbe sostenere che nulla gli importava veramente quanto la possibilità di dire ai suoi connazionali, con parecchie forzature, che all'origine dello Stato libico vi erano le sofferenze e le umiliazioni subite durante il periodo coloniale. L'anticolonialismo e la denuncia delle colpe italiane sono stati lo zoccolo del suo potere, l'argomento retorico che gli consentiva di rappresentare se stesso come l'uomo che aveva liberato i libici dallo stato di soggezione morale e psicologica in cui avevano continuato a vivere durante il regno di Idris.

Beninteso, questo non gli ha impedito di fare affari con l'Italia e con la sua maggiore compagnia petrolifera. Ma accusarlo di duplicità sarebbe sbagliato. Duplice è l'uomo che nasconde i suoi pensieri e le sue intenzioni. Gheddafi, invece, ha agito sempre su due piani egualmente visibili. Era pronto a trattare con l'Italia, ma non avrebbe mai smesso di usarla come la bestia nera del suo Paese, il nemico secolare della nazione. Ne abbiamo avuto una ennesima prova quando ha portato con sé, durante la visita a Roma, un veterano della resistenza anti-italiana e appiccicato sul bavero della sua giacca il ritratto di Omar el-Mukhtar, il leader cirenaico che il generale Graziani fece impiccare nel settembre 1931. È davvero sorprendente che questo nuovo attacco all'Italia coincida con una fase in cui il suo potere è traballante? Mai il «nemico italiano» gli è stato utile come in questo momento. Per certi aspetti l'ennesima sfuriata anti-italiana è un segno della precarietà della sua situazione.

Potremmo alzare le spalle e compatirlo se non avessimo il sentimento di avere contribuito al suo disprezzo. Ho sempre pensato che l'Italia avesse un interesse, non soltanto economico, a seppellire il passato. Tutti i maggiori Paesi coloniali (la Francia in Algeria, la Gran Bretagna in India, la Spagna in Marocco) hanno sacrificato un po' del loro orgoglio e riconosciuto le loro colpe. L'Italia e la Libia vivono nello stesso mare, hanno economie complementari, e la conflittualità permanente non può giovare né all'una né all'altra. L'accordo con la Libia è stato voluto da tutti i governi italiani. Ma sarebbe stato preferibile raggiungere l'obiettivo con lo stile di Giulio Andreotti, tanto per fare un esempio, piuttosto che con quello di Silvio Berlusconi.

Dopo l'ultimo discorso di Gheddafi, il ricordo del suo trionfale viaggio a Roma diventa insopportabilmente penoso.

Sergio Romano

03 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - www.corriere.it/editoriali


Titolo: SERGIO ROMANO. Senza Ambiguità
Inserito da: Admin - Marzo 19, 2011, 10:59:08 am

Senza Ambiguità

Ecco un primo elenco delle anomalie della crisi libica ormai affidata alle armi. Nelle ultime settimane l'Europa è stata considerata inetta e impotente, ma due membri dell'Ue, la Francia e la Gran Bretagna, hanno adottato una posizione più avanzata di quella di Barack Obama e del suo segretario alla Difesa Robert Gates, ostile alla creazione di una no-fly zone. La Francia di Nicolas Sarkozy è stata il partner privilegiato dei regimi autoritari dell'Africa settentrionale (Mubarak era il vicepresidente dell'Unione Mediterranea, creatura del capo dello Stato francese), ma è diventata il più autorevole protettore dei ribelli libici. L'Ue si è divisa, come all'epoca della guerra irachena, ma la principale vittima della rottura è stato, in questo caso, l'asse franco-tedesco.

La Lega Araba aveva già chiesto da qualche giorno la creazione di una no-fly zone, ma non ha pronunciato parola sull'intervento militare dell'Arabia Saudita nel Bahrein. La risoluzione dell'Onu ha avuto per effetto l'annuncio libico di una tregua (forse apparente ed effimera), ma potrebbe essere responsabile della divisione della Libia in due Stati: la Tripolitania di Gheddafi e la Cirenaica dei ribelli. Ho scritto «ribelli», senza meglio qualificarli, perché di loro ignoriamo quasi tutto.

Sono l'appendice libica della Fratellanza musulmana? Sono l'ultima incarnazione della Senussia, la congregazione religiosa a cui apparteneva il primo e unico re della Libia post-coloniale? Sono membri di tribù ostili a Gheddafi? Sono giovani democratici, ansiosi di rinnovare le istituzioni del loro Paese?

Per alcune di queste ragioni, chi scrive è stato contrario all'instaurazione di una no-fly zone. Ma le preferenze personali sono irrilevanti. Ciò che conta ora è quanto l'Italia farà, soprattutto una volta scoppiato il conflitto. Negli scorsi giorni ho capito la prudenza e la reticenza del governo, schiacciato fra i suoi interessi petroliferi, i rapporti speciali instaurati dal trattato del 2008 e l'impossibilità di giustificare la politica di un tiranno che combatte contro i suoi sudditi. Oggi la prudenza, la reticenza o la semplice acquiescenza alla risoluzione dell'Onu dimostrerebbero che l'Italia è ormai soltanto un collaboratore di iniziative sulle quali non ha la benché minima influenza.

Ha delle responsabilità, anche storiche, e deve assumerle. Se si considera tenuta a collaborare con la Francia e la Gran Bretagna (come è emerso dall'ultimo consiglio dei ministri), lo faccia almeno con le sue idee e con i suoi progetti. Se ha canali di mediazione, li usi.
La richiesta di utilizzazione delle sue basi può essere il momento in cui confrontare le reciproche esigenze. Non basta.

Se la divisione della Libia è un rischio, la rottura del fronte europeo è, per noi, un male peggiore. Le reali posizioni dell'Italia sono probabilmente vicine a quelle della Germania. Si serva di questa affinità per tentare la ricomposizione del fronte europeo.

Ho parlato dell'Italia, non del governo, perché questo non è un terreno su cui si possano combattere le interminabili guerre fratricide della politica italiana. Il governo non può ignorare l'opposizione e questa ha l'obbligo morale, oltre che politico, di rispondere a tono, come del resto è accaduto ieri in Parlamento. Gli interessi in gioco sono nazionali e devono essere difesi dall'intero Paese.

Sergio Romano

19 marzo 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali


Titolo: SERGIO ROMANO. Contino le aule non le piazze
Inserito da: Admin - Aprile 06, 2011, 03:46:49 pm
LA DEBOLEZZA DEL PARLAMENTO

Contino le aule non le piazze

Sui cannoni di un tempo si leggeva spesso, scolpita nel bronzo, la frase «ultima ratio regum».
Significava che le armi erano l'ultimo, decisivo argomento di cui i re si sarebbero serviti per far valere le loro ragioni. Sui cannoni della moderna democrazia italiana dovrebbe leggersi invece che l'ultima ratio del governo, dell'opposizione e più generalmente di qualsiasi movimento politico, è la piazza, vale a dire una folla di cittadini radunati per sostenere il potere o per abbatterlo.

Attenzione. Le grandi manifestazioni popolari appartengono alla storia delle democrazie. Ma con qualche eccezione (il milione di francesi che scese lungo gli Champs Elysées, nel maggio del 1968, per puntellare la repubblica di De Gaulle contro la rivoluzione studentesca) servono soprattutto a protestare contro una legge particolare, a chiedere la revoca di un provvedimento, un salario decoroso, un migliore contratto di lavoro. Nella seconda repubblica italiana la ratio è diversa. La grande manifestazione è una specie di artifizio teatrale che trasforma la piazza in un grande studio televisivo. Non serve a contare le teste; a questo penseranno i portavoce degli organizzatori sparando sulle pagine dei giornali cifre improbabili. Serve a creare l'«effetto popolo» per la grande massa di coloro che leggono la politica sugli schermi della televisione.

Quando Boris Eltsin salì su un carro armato, di fronte alla Casa bianca del Parlamento russo, per denunciare il colpo di Stato dell'agosto 1991, la folla intorno a lui non contava, probabilmente, più di duecento persone ed era composta in buona parte da passanti incuriositi. Ma bastarono le telecamere della Cnn per trasmettere al mondo l'immagine di un grande movimento popolare, sceso in piazza contro il partito comunista dell'Unione Sovietica.

Quando è usata dall'opposizione e soprattutto dal governo, la piazza è davvero un'ultima ratio e presenta almeno tre gravi inconvenienti.
In primo luogo dimostra che ciascuno dei due maggiori pilastri della democrazia rappresentativa ha smesso di contestare l'avversario nei luoghi deputati della politica nazionale e ha deciso che il miglior modo per sopraffarlo è quello di sparare i suoi cannoni mediatici nelle piazze del Paese. In secondo luogo deprezza il valore della rappresentanza democratica conquistata nelle urne. Per governare o battersi contro le leggi dell'esecutivo, la maggioranza e l'opposizione non hanno bisogno di portare la gente nelle piazze. Se lo fanno esercitano un loro sacrosanto diritto, ma dimostrano di non credere né all'utilità del confronto né alla propria legittimità democratica.

E in terzo luogo, infine, le piazze mediatiche trasmettono alla società il sentimento che il sistema non è più in grado di risolvere con gli strumenti della democrazia i problemi del Paese. Se centomila italiani scendono nelle strade per rispondere all'appello del loro schieramento preferito, altri italiani, molto più numerosi, giungeranno alla conclusione che le elezioni sono inutili e che il Parlamento, come è accaduto negli scorsi giorni, è soltanto un'altra piazza italiana, vale a dire un luogo dove si grida invece di parlare.

Il governo e l'opposizione non si sorprendano quindi se non potranno più contare sulla fiducia e sulla stima del Paese.

Sergio Romano
06 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - corriere.it/editoriali/11_aprile_06/


Titolo: SERGIO ROMANO. COME FARCI MALE DA SOLI
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2011, 11:22:53 am
COME FARCI MALE DA SOLI


Euroscettici Autolesionisti

L'euroscetticismo non è un fenomeno soltanto italiano. Ha cominciato a manifestarsi durante gli anni Novanta quando l'Unione europea, per tenere il passo con l'economia globalizzata, ha cercato d'imporre ai suoi membri alcune regole economiche e sociali che avrebbero intaccato i poteri delle corporazioni conservatrici, dalle più potenti alle più umili, e ci avrebbero permesso di stare sul mercato con i grandi protagonisti della economia mondiale. Non vi è Paese in cui i governi, negli ultimi dieci anni, non abbiano cercato di compiacere i loro elettori meno europeisti riconquistando i poteri che stavamo progressivamente delegando a una comune autorità super-nazionale.

Ma il fenomeno è particolarmente sorprendente in Italia, un Paese che ha partecipato all'atto di fondazione e ha vantato per molti anni una consistente maggioranza europeista. Abbiamo creduto nell'unità europea perché ci permetteva di riemergere dalla sconfitta, dava un senso alla nostra tardiva e imperfetta unità nazionale, ci spronava a fare ciò che da soli, probabilmente, non saremmo riusciti a realizzare. Esistono forse motivi che rendano queste scelte meno necessarie oggi di quanto fossero quando partecipammo alla creazione della Ceca e del Mercato comune?

È certamente vero che nella crisi dell'immigrazione tunisina non abbiamo avuto la solidarietà a cui ritenevamo di avere diritto. Ma se vogliamo evitare di sprofondare nella politica dei risentimenti e dei rancori, dovremmo chiederci se l'Italia non stia pagando in questo caso il prezzo di una politica europea troppo tiepida, scontrosa, quasi sempre priva di iniziative coraggiose (gli eurobond di Giulio Tremonti sono una apprezzabile eccezione). Saremmo stati più autorevoli e credibili se il governo non avesse permesso alla Lega di offendere l'Europa con le sue sortite e avessimo approvato, tanto per fare un esempio, la direttiva del 2008 sui rimpatri: una norma che ci avrebbe permesso di evitare alcuni degli errori commessi a Lampedusa e di presentarci a Bruxelles con una posizione più forte.

Il rischio ora è che la crisi tunisina rinforzi la corrente anti-europea della politica italiana. Non credo che arriveremo al punto di mettere in dubbio la nostra partecipazione alla Ue. Ma agli euroscettici che parlano con leggerezza di una tale prospettiva chiedo se si rendano conto di ciò che l'Italia perderebbe in termini di stabilità monetaria, di credibilità finanziaria e di autorevolezza politica. Siamo quello che siamo perché abbiamo alle nostre spalle, quando andiamo nel mondo, una moneta unica, un mercato unico, una poltrona nel consiglio d'amministrazione della più grande potenza commerciale del mondo. Sono certi, gli euroscettici, che saremmo meglio in grado di negoziare gli accordi sul controllo dell'emigrazione con i Paesi dell'Africa del Nord?

Se vogliamo rimediare a questo clima di euroscetticismo e di apatia, il governo deve prendere una iniziativa che colga l'attenzione di Bruxelles. Nelle prossime ore verrà in discussione al Consiglio dei ministri il Piano nazionale delle riforme, a cui hanno lavorato Tremonti e Maurizio Sacconi. È una buona occasione per dimostrare che l'Italia non vuole lasciarsi distanziare dai suoi maggiori partner europei. Bruxelles lo capirebbe e ne prenderebbe buona nota.

Sergio Romano

13 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_aprile_13/


Titolo: SERGIO ROMANO. Lo specchio francese
Inserito da: Admin - Aprile 29, 2011, 06:38:00 pm
VIRTÙ E DIFETTI NEL CONFRONTO TRA I DUE PAESI



Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy si assomigliano. Soffrono dello stesso narcisismo. Concepiscono la politica come un palcoscenico dove vi è posto per un solo attore e reagiscono alle critiche della stampa come a un insulto. Confondono la sfera pubblica con la sfera privata e l’interesse personale con il bene generale. Credono che i vertici internazionali siano un club e vedono nell’avversario politico un nemico. Hanno la segreta convinzione che i loro difetti siano le loro virtù. Sono dunque fatti per intendersi? No. Due uomini politici possono trovare solidi punti d’intesa quando sono legati da una comune visione o ideologia, come accadde fra Alcide De Gasperi e Robert Schuman, Bettino Craxi e François Mitterrand. Ma quando hanno caratteri eguali e interessi diversi, la somiglianza crea più conflitti che intese.

Se Berlusconi e Sarkozy hanno trovato qualche accordo nel loro ultimo incontro, questo si deve soprattutto alla comune constatazione che lo scontro permanente fra i due Paesi avrebbe finito per danneggiare entrambi. Come tutti i grandi giocatori, tuttavia, detestano i pareggi e vorrebbero alzarsi dal tavolo soltanto dopo avere vinto la partita.

Possiamo, dopo il vertice romano, parlare almeno di pareggio? Credo che occorra anzitutto sgombrare il campo dai reciproci vittimismi e dal ricorso agli artifici retorici con cui i due Paesi infarciscono spesso i loro rapporti. L’Italia non è una colonia francese e la Francia non potrebbe colonizzare la penisola neppure se lo volesse. Le sue industrie fanno in Italia ciò che le industrie italiane farebbero volentieri (e in alcuni casi hanno fatto) al di là delle Alpi. Le due diplomazie possono collaborare o rubarsi il posto a tavola, a seconda delle circostanze e degli interessi, esattamente come accade tra Francia e Gran Bretagna o Francia e Germania. Né più né meno.

Esiste tuttavia una fondamentale differenza. Quando agiscono in Francia, soprattutto sul piano economico, gli italiani trovano di fronte a sé aziende e istituzioni che rispondono alla politica di un governo generalmente unito e solidale. Quando agiscono in Italia, i francesi hanno spesso l’occasione di sfruttare le divisioni e i bisticci italiani. Tralascio gli esempi storici di questa vecchia maledizione italica e mi limito a ricordare che i recenti successi di grandi gruppi francesi nella penisola sono molto spesso dovuti all’incapacità dei concorrenti italiani di trovare un accordo.

Come nel caso di Carlo VIII (il re di Francia che nel 1492 scese nella penisola per rispondere all’appello di Ludovico Sforza), i francesi vincono perché qualcuno in Italia considera la vittoria dello straniero preferibile al successo del concorrente italiano. È accaduto nel caso di Mediobanca, Edison, Assicurazioni Generali, Banca nazionale del lavoro, oggi forse Parmalat, domani forse Alitalia. Accade quando il governo è incapace di fare fronte comune. Accade quando gli industriali preferiscono litigare piuttosto che lavorare insieme. Accadde quando le opposizioni preferiscono mandare a casa il governo piuttosto che dargli una mano a vincere una partita nazionale. Rimproverare la Francia in questi casi è soltanto l’alibi che ci permette di ignorare le nostre responsabilità e di non trarre da ciò che è accaduto una lezione per il nostro futuro.

Sergio Romano

28 aprile 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: SERGIO ROMANO. Quel dibattito che non c'è stato
Inserito da: Admin - Maggio 15, 2011, 10:58:03 am
CAMPAGNA DEBOLE, CONFRONTO STERILE

Quel dibattito che non c'è stato

Per consolare il lettore, dopo alcuni spettacoli offerti dalla classe politica negli scorsi giorni, posso dire soltanto che non ricordo elezioni locali a cui non sia stata attribuita una valenza politica. Predichiamo bene cercando di ricordare a noi stessi che i candidati andrebbero scelti sulla base delle loro capacità amministrative e organizzative. Ma razzoliamo male lasciandoci influenzare da criteri di lealtà e appartenenza. Nulla di nuovo quindi. Anche questa volta l'assordante rumore della politica ha soffocato qualsiasi confronto di idee e di progetti. Ma due circostanze hanno reso l'atmosfera più surriscaldata e l'aria più irrespirabile.

La prima è il clima politico del Paese. Le elezioni hanno coinciso con una delle fasi più litigiose della politica nazionale. Non è facile votare spassionatamente per un sindaco o un consiglio municipale quando la maggioranza e l'opposizione si comportano come se fossero in guerra e sembrano andare continuamente a caccia di temi su cui alzare il volume e dividere maggiormente il Paese. Parafrasando Indro Montanelli non dovremmo, per conservare un po' di buon senso e di equilibrio, turarci il naso ma tapparci le orecchie.

La seconda circostanza, direttamente collegata alla prima, è la decisione del presidente del Consiglio di trasformare queste elezioni in un referendum sulla sua persona. In linea di principio, nulla da eccepire. Tutte le divergenze, da quelle sulla riforma giudiziaria a quelle sulla composizione della maggioranza, ruotano intorno alla personalità e ai casi di Silvio Berlusconi. Tutti i progetti di legge vengono letti e scrutati alla luce degli effetti che potrebbero avere sul presidente del Consiglio. Persino le condizioni della economia sono buone o pessime a seconda delle simpatie politiche di chi le giudica. Se la materia del contendere è Berlusconi non sorprende che un uomo battagliero e coraggioso (due caratteristiche che gli vanno riconosciute) abbia colto l'occasione per mettere se stesso al centro della scena politica e chiedere un voto popolare di fiducia. L'opposizione, dal canto suo, non poteva che accettare la sfida e giocare la partita con le stesse regole dell'avversario. Il risultato, tuttavia, è una campagna elettorale in cui i temi della contrapposizione politica hanno offuscato quelli della buona amministrazione e in cui sono state fatte promesse che sarebbe stato meglio non fare. Non ci è stato chiesto di giudicare se un programma era meglio dell'altro. Ci è stato chiesto di dire col voto se siamo berlusconiani o antiberlusconiani.

Dovremmo evitare che questo accada là dove vi sarà un secondo turno. Vi saranno allora due candidati. Non chiediamo a ciascuno di essi che cosa pensi di Berlusconi e delle sue vicende giudiziarie. Chiediamo piuttosto a entrambi che cosa intendano fare per migliorare la vita delle loro città. Dopo tutto è per questo che andiamo a votare.

Sergio Romano

15 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_maggio_15/


Titolo: SERGIO ROMANO. Sollievo e speranza
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2011, 05:10:20 pm
LA VITTORIA DI OBAMA

Sollievo e speranza


La soddisfazione del presidente degli Stati Uniti e la gioia con cui i suoi connazionali hanno salutato la morte di Osama Bin Laden sono comprensibili. A Barack Obama è riuscito ciò che il suo predecessore aveva più volte auspicato e inutilmente tentato.
L'America non voleva soltanto combattere il terrorismo. Voleva anche e soprattutto colpire l'infame, vendicare i morti, dimostrare che nessuno può impunemente sfidare la sua potenza. La morte di Bin Laden non le restituisce i suoi figli, ma salda un conto aperto nel suo cuore e in quel senso biblico della giustizia che è proprio di una parte importante del Paese.

Vi saranno anche conseguenze politiche. Il presidente Obama ha ottenuto un risultato che gioverà alle sue fortune elettorali. I servizi americani hanno riscattato alcuni insuccessi del passato e dimostrato la loro forza. I nemici dell'America sanno di potere essere colpiti anche là dove le precauzioni e l'omertà dell'ambiente sembravano garantire la massima sicurezza.

Ma l'operazione di Abbottabad suggerisce altre considerazioni. In primo luogo la vicenda ha dimostrato che Osama Bin Laden non si è nascosto in una grotta, ma in una vistosa residenza, a un'ora dalla capitale pachistana, nel cuore del Paese che è stato (o sarebbe dovuto essere) il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta contro i talebani e il terrorismo islamico. Dopo avere reso onore alla sagacia e all'efficienza dei servizi americani qualcuno potrebbe chiedersi perché la caccia a Bin Laden sia durata dieci anni e quanto del tempo trascorso sia dovuto alla modesta e riluttante collaborazione del Pakistan.

In secondo luogo il leader ucciso nelle scorse ore non era, e forse non è mai stato, l'amministratore delegato di Al Qaeda Inc, una grande multinazionale che dirige decine di filiali sparse per il mondo e ne muove le pedine sullo scacchiere globale. È il fondatore dell'impresa, il titolare del marchio, il profeta, l'ispiratore, il suo genio malefico. Ma non è il suo comandante in capo. Esistono le filiali, ma sono autonome e usano il marchio per meglio reclutare i loro adepti e dare risonanza mondiale alle loro imprese. Esiste Ayman Al Zawahiri, il medico egiziano che è stato in questi anni l'ideologo dell'organizzazione. Esiste l'islamismo somalo, capace di mantenere il Paese in uno stato di perenne anarchia. Esiste Anwar Al Awlaki, leader di Al Qaeda nella penisola araba, vale a dire nella regione più potenzialmente esplosiva del Medio Oriente. Esistono i guerriglieri islamisti dello Yemen. Esiste Al Qaeda nel Maghreb, una organizzazione corsara che usa il deserto come base e retrovia per le sue scorribande. Ed esistono gli irregolari, i terroristi solitari, gli aspiranti al martirio. Non è escluso che per molti di questi la morte di Osama Bin Laden sia addirittura la scintilla che può maggiormente infiammare le loro tentazioni suicide. Ed è persino possibile che molti rifiutino di credere alla sua morte e preferiscano costruire sulla vicenda di Abbottabad il mito, caro agli sciiti, dell'Imam nascosto.

In ultima analisi il fatto più positivo, nella lotta contro il terrorismo islamista, non è la morte di Bin Laden, ma l'apparizione nelle piazze arabe di un popolo nuovo, composto da giovani che non sembrano affidare all'Islam la soluzione di tutti i problemi e, pur essendo buoni musulmani, considerano il voto, nelle questioni terrene, più efficace del Corano. Sono loro i migliori nemici di Al Qaeda.

Sergio Romano

03 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_maggio_03/


Titolo: SERGIO ROMANO. La possibilità di un divorzio
Inserito da: Admin - Maggio 19, 2011, 06:02:16 pm
DUE LEADER IN DIFFICOLTA'

La possibilità di un divorzio


Per Silvio Berlusconi le ultime dichiarazioni di Umberto Bossi sono solo parzialmente rassicuranti. Gli avrà fatto piacere apprendere che il leader della Lega non intende approfittare dei mediocri risultati di Milano e Bologna per mettere in discussione la sorte del governo.
Ma avrà notato che certe parole («abbiamo sbagliato campagna elettorale... non ci faremo trascinare a fondo») esprimono amarezza e, implicitamente, un giudizio negativo sullo stile del presidente del Consiglio. Berlusconi non può ignorare che il matrimonio di convenienza fra la Lega e Forza Italia ha sempre nascosto una fondamentale differenza fra le strategie dei due leader.

Bossi ha sempre pensato soprattutto alla conquista del Nord.
A un certo punto, nella seconda metà degli anni Novanta, quando credette che l'Italia avrebbe fallito l'operazione euro, si spinse sino a prospettare l'ipotesi della secessione. Abbandonò l'idea non appena capì che il progetto, dopo il successo della politica di Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, sarebbe stato poco realistico. Ma continuò a concentrare tutta la sua attenzione sul Nord e stipulò un patto di governo con Berlusconi per due ragioni. Perché sperava, in primo luogo, che la collaborazione gli avrebbe permesso di realizzare il suo progetto federalista e perché sapeva, in secondo luogo, di potere contare sull'amicizia vigilante di Giulio Tremonti.

Berlusconi aveva altre ambizioni e strategie.
Voleva essere un leader nazionale e sapeva che nessuno può governare l'Italia senza i voti del Sud: una esigenza che ha costretto quasi tutti i governi italiani ad accettare compromessi inconfessabili con i partiti clientelari del Meridione. Fra i due leader, quindi, vi è sempre stato un conflitto potenziale, acuito dal fatto che molti dei loro rispettivi elettori provengono dalle stesse regioni, hanno la stessa matrice sociale e possono passare senza troppe difficoltà da un partito all'altro.

Non può sorprendere Berlusconi, quindi, il fatto che Bossi, in questo momento, s'interroghi sull'utilità del matrimonio.
Perdere Milano, per il leader della Lega, sarebbe ancora più grave di quanto non sia per Berlusconi. Dimostrerebbe che le radici della Lega nel Nord, dopo tanti sforzi e tanto impegno, sono ancora fragili. Il secondo turno di Milano assume così una maggiore importanza nazionale. Non ci dirà soltanto il nome del sindaco scelto dai milanesi. Aprirà una nuova fase nei rapporti fra Bossi e Berlusconi, e forse, in prospettiva, la possibilità di un divorzio.

La fase coincide con un periodo in cui i due leader dovrebbero anche chiedersi, nell'interesse del Paese, come intendono concludere la loro vita politica, quali ricordi desiderano lasciare del loro lavoro, chi debba ereditarne la parte incompiuta. In altri Paesi, più felici del nostro, questo avverrebbe grazie a meccanismi ben collaudati come quello che ha promosso il giovane Ed Miliband alla guida del partito laburista britannico dopo il ritiro di Gordon Brown. Ma in Italia esistono partiti personali creati e diretti da uomini che ne sono, per certi aspetti, proprietari. Ci piacerebbe che questi uomini pensassero seriamente alla loro successione e al futuro dei loro partiti.
Anche per rispetto degli elettori, oggi un po' smarriti.

Sergio Romano

19 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_maggio_19/


Titolo: SERGIO ROMANO. Il ritratto di un Paese
Inserito da: Admin - Maggio 29, 2011, 05:38:20 pm
SERIETÀ E RISPETTO DELLE ISTITUZIONI

Il ritratto di un Paese

La Spagna non gode di buona salute e il suo governo subisce una dolorosa sconfitta elettorale.
La Gran Bretagna paga il prezzo di una politica che ha sacrificato l'industria sull'altare della finanza. La Francia ha un presidente impopolare, un ex presidente lungamente indagato per abuso di fondi pubblici, un ministro degli Esteri tornato agli affari dopo una sentenza penale che lo ha reso ineleggibile per qualche tempo.
La Germania è governata da una coalizione traballante che ha totalizzato parecchie sconfitte nelle elezioni regionali degli scorsi mesi.
E il presidente degli Stati Uniti, nonostante il successo dell'operazione Bin Laden, è ancora tenacemente accusato di avere contraffatto il suo certificato di nascita e progettato, con la sua riforma sanitaria, la strage delle fasce più anziane della società americana.

Ecco alcuni degli acciacchi che affliggono le maggiori democrazie moderne. Ma a nessuno passerebbe per la mente di pesare e valutare questi Paesi sulla base delle loro attuali disavventure. Le condizioni economiche della Gran Bretagna non hanno privato il premier David Cameron dell'omaggio che Barack Obama ha reso negli scorsi giorni alle tradizioni e alle istituzioni britanniche.
Il clamoroso scandalo di Dominique Strauss-Kahn (il presidente del Fondo monetario internazionale arrestato per violenze sessuali) non ha impedito a Nicolas Sarkozy di proporre, con il sostegno occidentale, una candidatura francese alla sua sostituzione. I tentennamenti opportunistici di Angela Merkel non hanno scalfito l'immagine della Germania nel mondo.

Le stesse regole non valgono evidentemente per l'Italia. Mario Draghi sarà governatore della Banca centrale europea perché, come si scrive a Berlino, «sembra tedesco». Sergio Marchionne ha salvato la Fiat e comprato la Chrysler perché è svizzero-canadese. Vecchi stereotipi stranieri di cui non riusciamo a sbarazzarci? Forse. Ma in altri tempi, nonostante i suoi vizi e le sue debolezze, l'Italia ha avuto un altro volto; e il mondo riusciva a distinguere la sua mediocre politica dal dinamismo delle sue imprese, dalla genialità dei suoi innovatori, dalla solidità delle sue istituzioni più affidabili, dalle qualità umane della sua società. Non credo che queste doti siano scomparse e che il Paese sia irrimediabilmente condannato al declino. Credo piuttosto che queste doti siano finite dietro uno schermo sul quale vanno in scena i bisticci triviali e le baruffe volgari della classe politica, la stupefacente leggerezza con cui i leader e i loro partiti formulano progetti assurdi e promettono ciò che non possono o non intendono mantenere. Come nel mondo dell'informazione, dove le notizie cattive finiscono per avere il sopravvento sulle notizie buone, così l'Italia della cattiva politica nasconde quella che non ha mai smesso di lavorare seriamente.

Naturalmente non tutti hanno le stesse colpe e quelle del governo sono sempre necessariamente maggiori di quelle dell'opposizione.
Ma i danni, comunque, colpiscono tutti gli italiani. Per colpa della cattiva politica l'Italia sta perdendo il suo credito internazionale proprio nel momento in cui, anche per la sua collocazione geografica, ne avrebbe maggiormente bisogno. La celebrazione del 2 giugno, alla presenza di molti ospiti stranieri, è ormai prossima. Un soprassalto di serietà, dignità e concordia istituzionale, di qui ad allora, potrebbe essere un segnale per il Paese e per quanti lo osservano e giudicano dall'esterno.

Sergio Romano

29 maggio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - corriere.it/editoriali/11_maggio_29/


Titolo: SERGIO ROMANO. La speculazione e i panni sporchi
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2011, 04:05:47 pm
REMARE CONTRO SE STESSI

La speculazione e i panni sporchi

Sembra che i rapporti fra Tony Blair e Gordon Brown, quando il primo era capo del governo e il secondo cancelliere dello Scacchiere, fossero pessimi. Avevano concluso un accordo: Blair se ne sarebbe andato durante il suo terzo mandato e Brown sarebbe diventato primo ministro con un certo anticipo rispetto alle elezioni successive. Ma Blair resistette più del previsto e trasformò la sua uscita di scena in una lunga e lentissima marcia trionfale. Vi furono probabilmente discussioni e baruffe. Ma in pubblico i due uomini politici si comportarono come se fossero legati da imperitura amicizia. Ipocrisia? Forse, ma anche e soprattutto buon senso. Sapevano che se avessero sciorinato in pubblico i panni sporchi delle loro relazioni personali, lo spettacolo delle loro intemperanze avrebbe nuociuto al prestigio del governo.

È inutile pretendere dai politici italiani il galateo dei loro colleghi britannici. Ogni Paese ha i suoi gusti, il suo stile, la sua opinione pubblica. Ma quello che è accaduto negli scorsi giorni non ha, anche da noi, precedenti. Il presidente del Consiglio ha detto che il suo ministro dell'Economia «non fa gioco di squadra», crede di essere un genio, è convinto che tutti gli altri siano dei cretini. In uno sketch separato il ministro dell'Economia ha definito infatti «cretino», sia pure a mezza voce, un collega di governo che partecipava con lui alla stessa conferenza stampa. E sul problema della clausola che avrebbe permesso all'azienda del premier di ritardare l'eventuale pagamento di una grossa ammenda, Berlusconi e alcuni suoi ministri hanno fatto dichiarazioni con cui si accusavano a vicenda, in sostanza, di avere mentito. Il governo si è ripetutamente battuto (a mio avviso con ragione) contro l'uso improprio e spregiudicato delle intercettazioni telefoniche. Ma a che cosa serve ascoltare le conversazioni private dei suoi membri quando è più che sufficiente ascoltare o leggere i loro interventi pubblici?

Questi episodi potrebbero essere i sintomi di un progressivo sfaldamento della maggioranza. Quando il futuro di un patto di governo diventa incerto, i freni inibitori dei soci tendono ad allentarsi. Se questo avvenisse in una fase in cui la legislatura sta per concludersi, poco male. Ma il Pdl e la Lega non sono pronti a nuove elezioni, l'opposizione non sembra volerle con sufficiente fermezza e lo scioglimento delle Camere a breve termine, salvo imprevedibili incidenti di percorso, appare per il momento improbabile. Il rischio, quindi, è che questo indecoroso spettacolo vada in scena ancora per parecchi mesi. L'Italia non può permetterselo. La lentezza con cui l'eurozona sta affrontando la crisi greca ha avuto per effetto il progressivo allargamento dell'area dei Paesi vulnerabili. La speculazione va a caccia di carne fresca e ha messo gli occhi sull'Italia. La manovra del ministro dell'Economia è probabilmente la migliore delle risposte possibili, ma il bisticcio delle scorse ore fra Berlusconi e Tremonti verte per l'appunto sul suo rigore e incoraggia coloro che sono pronti a scommettere sul suo annacquamento. Non basta. Se il differenziale fra i bond italiani e quelli tedeschi aumenta, i dati su cui la Finanziaria è stata calcolata verranno rapidamente superati dagli avvenimenti. Una delle accuse preferite da Silvio Berlusconi è quella indirizzata contro chi «rema contro». Che cosa dire di un governo che rema contro se stesso?

Sergio Romano

10 luglio 2011 12:03© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_10/romano_speculazione-panni-sporchi_ffe81dfa-aac2-11e0-a2e7-98abda3c461e.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Un paradosso tutto italiano
Inserito da: Admin - Luglio 23, 2011, 05:42:37 pm
Un paradosso tutto italiano

L'interminabile crisi del sistema politico italiano sembra avere prodotto un nuovo paradosso. Se il governo chiede un voto di fiducia, le Camere gli garantiscono una maggioranza favorevole e permettono al presidente del Consiglio di affermare che resterà a Palazzo Chigi sino al 2013. Ma quando il governo, senza chiedere la fiducia, cerca di cogliere un obiettivo preciso e concreto, il risultato rischia di essere una sonora sconfitta. È accaduto recentemente quando si è votato sul decreto rifiuti o sull'arresto di due parlamentari indagati dalla magistratura. Potrebbe accadere martedì quando si voterà sulle missioni militari italiane all'estero. Il governo sopravvive quando chiede fiducia, ma perde quando cerca di governare, vale a dire di fare ciò per cui è stato costituito. La responsabilità del paradosso è soprattutto della maggioranza, in cui esistono gruppi che manifestano in questo modo il loro malumore per il governo e il suo leader. Ma anche l'opposizione, pur dichiarando di volere le elezioni, sembra preferire la fase intermedia di un governo di transizione che eviterebbe la brusca fine della legislatura.

Tradotta in chiaro, questa anomalia significa che né la maggioranza né buona parte dell'opposizione vogliono lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate. Una frazione della maggioranza comincia a pensare che Berlusconi sia un handicap, non una risorsa, e glielo fa capire facendogli mancare il voto ogniqualvolta ne ha l'occasione. L'opposizione, dal canto suo, assiste con piacere al declino del presidente del Consiglio e all'impotenza dell'esecutivo. Ma l'una e l'altra vedono nelle elezioni anticipate un possibile rischio. Non sono pronte alla prova dei numeri di una pessima legge elettorale, temono un risultato mediocre, sono preoccupate (l'opposizione in particolare) dalla possibilità che il voto si disperda tra formazioni minori, poco «disciplinate» e affidabili, ma capaci di calamitare i rabbiosi consensi di una parte crescente della società italiana.
Il risultato è l'esatto opposto di ciò che sta accadendo in un altro Paese dell'Unione europea. Dalle elezioni del giugno dell'anno scorso il Belgio non ha un governo espresso dal Parlamento; ma quello che dovrebbe limitarsi agli affari correnti ha assicurato una buona gestione dell'economia nazionale. Sul futuro dello Stato incombe il grande problema irrisolto dei rapporti tra valloni e fiamminghi, con tutte le incognite costituzionali che questo comporta. Ma non vi è un vuoto di potere, e chi amministra temporaneamente la cosa pubblica sembra avere l'autorità necessaria per fare fronte a tutti i problemi del momento. L'Italia, invece, ha un governo che può contare, almeno numericamente, su una maggioranza sufficiente, ma soffre di un vuoto di potere che si riflette sulla sua capacità di fare fronte alla crisi economica, alle tempeste finanziarie e alle sue responsabilità internazionali soprattutto là dove ha mandato i suoi soldati.

Non è possibile che questa situazione e lo stallo che ne consegue si protraggano indefinitamente. Un governo che non governa perché una fronda interna glielo impedisce, e una opposizione che non pare pronta (con quale formula?) a tentare di sostituirlo, sembrano afflitti da una intollerabile schizofrenia. Troppo ansiosi per il proprio futuro, appaiono incapaci di comprendere che stanno pregiudicando quello dell'Italia. È tempo che ciascuno dei due si assuma le proprie responsabilità, faccia le proprie scelte e le spieghi con chiarezza al Paese.

Sergio Romano

22 luglio 2011 08:38© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_22/romano-sistema-politico_cc5cce1c-b423-11e0-a808-3da11ae54dd1.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Quel che Tremonti non ha detto
Inserito da: Admin - Luglio 28, 2011, 11:57:01 am
UN CHIARIMENTO NECESSARIO

Quel che Tremonti non ha detto


I pagamenti in nero sono il male oscuro dell'economia nazionale. Quanti italiani possono affermare di non avere mai ceduto alla tentazione, magari per spese modeste e cose di poco conto? Quanti possono lanciare la prima pietra senza peccare d'ipocrisia? Ma la colpa è molto più grave se attribuita a persone che hanno l'obbligo istituzionale di esigere correttezza fiscale, di fissare le regole e di punire coloro che non le osservano.

Temo che il caso del ministro dell'Economia, se i sospetti delle scorse ore sui pagamenti effettuati per l'affitto del suo appartamento romano avessero qualche fondamento, apparterrebbe a questa categoria. Giulio Tremonti è stato in questi anni il custode dei conti pubblici, il cane mastino della finanza nazionale. Ha esercitato le sue funzioni con un rigore e una tenacia che hanno suscitato l'approvazione di Bruxelles e contribuito alla credibilità dell'Italia nelle maggiori istituzioni internazionali. Alcuni colleghi di governo lo accusano di averlo fatto con criteri automatici (i «tagli lineari») che non tengono alcun conto delle differenze che certamente esistono fra i diversi contribuenti e i diversi organi pubblici colpiti dalla stretta fiscale. Ma chiunque abbia la benché minima familiarità con le abitudini politiche nazionali sa che cosa accade quando un progetto di legge finanziaria diventa materia di negoziati estenuanti e di ritocchi progressivi. Può darsi che Tremonti abbia messo nell'operazione alcuni tratti del suo «cattivo carattere» e una certa dose di narcisismo intellettuale. Ma nessun osservatore in buona fede può dimenticare quali sarebbero in questo momento le condizioni della finanza italiana sui mercati internazionali se la sua volontà non avesse prevalso.

Il suo stile, tuttavia, gli ha creato nemici a cui non spiacerà sostenere, nei prossimi giorni, che anche il cerbero dei conti pubblici ha il suo tallone d'Achille. Il caso del ministro che paga in nero per un appartamento forse addirittura al centro di un'imbrogliata vicenda di favori e appalti rischia di diventare l'arma preferita dei suoi avversari. Qualcuno potrebbe persino sostenere che Tremonti è il nostro Murdoch. Se il magnate della stampa anglo-americana pretende di censurare i governi dall'alto della sua cattedra, ma compra le notizie corrompendo la polizia e intercettando le telefonate della gente, che cosa dire di un ministro dell'Economia e delle Finanze che pretende di tassare i suoi connazionali, ma accorda a se stesso un trattamento di favore?

Tremonti dovrebbe rompere la spirale dei sospetti e parlare con franchezza ai suoi connazionali. Non deve permettere che questa infelice vicenda diventi l'ennesimo scandalo della vita pubblica nazionale e contribuisca ad accrescere la sfiducia del Paese per la sua classe politica. Ci dica che cosa è realmente accaduto e, se ha commesso un errore di giudizio o un peccato di distrazione, non tema di scusarsi pubblicamente. Lo faccia per se stesso e nell'interesse di un Paese che, soprattutto in questo momento, ha bisogno di un ministro dell'Economia serio e credibile.

Sergio Romano

28 luglio 2011 07:38© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_28/romano_quello_che_tremonti_9ff0d576-b8d8-11e0-a8dd-ced22f738d7a.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Coraggio, dimezzate deputati e senatori
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2011, 11:41:46 am
UNA MANOVRA DEMOCRATICA

Coraggio, dimezzate deputati e senatori

   
Di tutti i peccati che la classe politica italiana non cessa di commettere, quello di avant’ieri (una seduta di Palazzo Madama a cui hanno partecipato soltanto undici senatori) è probabilmente uno dei più veniali. In altre circostanze avremmo sorriso e perdonato. Oggi fatichiamo a capire. Il problema non è la maggiore o minore presenza di parlamentari per una occasione puramente procedurale. Il vero problema è quello della totale insensibilità di una larga parte del ceto politico per i sentimenti e gli umori del Paese. Non è necessario essere osservatori di mestiere per sapere che gli italiani sono arrabbiati. Sanno che anche i politici, come certi banchieri, si sono distribuiti bonus generosi: indennità, vitalizi, rimborsi, collaboratori spesso pagati in nero, pasti semi-gratuiti, uffici semi- privati affittati nel centro di Roma a spese dello Stato, facilitazioni di varia natura. Sanno che molti politici hanno una concezione privata della loro funzione e se ne servono permeglio perseguire i loro personali interessi. Sanno che un parlamentare avvocato, tanto per fare un esempio, può continuare a esercitare la sua professione anche se questo sottrae tempo al suo incarico e lo espone a un continuo, virtuale conflitto di interessi. Credevano di avere eletto un servitore dello Stato e si accorgono di avere dato i loro voti a una corporazione.

Evidente da tempo, questa insofferenza è stata inasprita dalla congiuntura economica. La classe politica chiede ai suoi connazionali di stringere la cinghia, ma si limita a qualche modesto sacrificio. Non ha capito che non esistono soltanto i conti del bilancio statale. Esistono anche quelli della democrazia, vale a dire del rapporto fra gli eletti e gli elettori. Non ha capito che non esiste soltanto il mercato dei valori finanziari, dove gli Stati e le aziende devono dimostrare la loro serietà e credibilità. Esiste anche il mercato dei valori democratici, dove ogni uomo politico deve rendere conto dei voti ricevuti e provare la sua affidabilità.

Per raddrizzare il Paese non basta quindi una manovra finanziaria. Occorre anche una manovra democratica, vale a dire un pacchetto di misure che serva a spegnere i sentimenti di rabbia e disprezzo che molti italiani provano per i loro rappresentanti. Se il problema maggiore, come sembra, è quello del Parlamento, converrebbe cominciare, il più rapidamente possibile, dal numero dei parlamentari. In altre circostanze avrei preferito che il dimezzamento del Senato coincidesse con una più precisa definizione delle sue funzioni in uno Stato federale e quello della Camera con una migliore ripartizione della funzione normativa tra il governo e il Parlamento. Oggi, se la classe politica vuole dare un segno di attenzione per i malumori della società, le circostanze impongono misure più rapide e quindi un progetto di legge sottoscritto dal governo e da tutti quei settori della minoranza che sono pronti ad approvarlo. L’iniziativa avrebbe tre effetti positivi: darebbe una risposta al Paese; dimostrerebbe che la riforma della Costituzione è una materia su cui maggioranza e opposizione possono lavorare insieme; direbbe agli speculatori che la nave Italia non ha alcuna intenzione di andare a fondo.

Sergio Romano

19 agosto 2011 09:16© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_19/romano-coraggio-dimezzate-deputati_b2328808-ca29-11e0-9ddb-a6b1d988da8e.shtml


Titolo: ROMANO. Strana guerra senza vincitori (No, Parigi e Londra vincono il petrolio).
Inserito da: Admin - Agosto 22, 2011, 04:14:49 pm
Strana guerra senza vincitori

Se la guerra di Libia come sembra è terminata, sappiamo chi l'ha perduta: il Colonnello, il suo clan familiare, i profittatori del regime, le tribù alleate, gli amici internazionali che hanno scommesso sulla sua vittoria. Non sappiamo invece chi l'ha vinta. I ribelli hanno combattuto coraggiosamente, ma sono una forza raffazzonata composta all'inizio da qualche nucleo islamista, senussiti della Cirenaica, nostalgici del regno di Idris, una pattuglia democratica. Le loro file si sono ingrossate quando l'intervento della Nato è sembrato garantire una vittoria sicura. Ma il fatto che molti notabili siano stati alla finestra per parecchi mesi e abbiano cambiato campo soltanto nelle ultime settimane dimostra che il risultato della partita era incerto e che nella migliore delle ipotesi il Paese sarà governato da una coalizione di opportunisti post-gheddafiani, lungamente complici di colui che ha dominato la Libia per 42 anni.

Hanno vinto gli uomini di Stato occidentali che hanno voluto l'intervento militare? Il presidente francese aveva due obiettivi. Sperava, in primo luogo, di oscurare con un rapido successo politico-militare l'imbarazzante ricordo delle sue amicizie egiziane e tunisine. E contava di diventare il partner privilegiato della maggiore potenza petrolifera dell'Africa settentrionale. Dopo una guerra molto più lunga del previsto, Nicolas Sarkozy constaterà probabilmente che un Paese distrutto e ingovernabile è il peggiore dei partner possibili. Il primo ministro britannico ha obbedito a una sorta di tic imperiale e ha oggi altre gatte da pelare. Barack Obama non crede che la vicenda libica possa giovare alla sua rielezione e ha fatto un passo indietro non appena l'operazione è diventata troppo lunga e complicata.

Ha vinto la Nato? I suoi portavoce sosterranno che il suo ruolo è stato decisivo. Ma ha vinto, tecnicamente, soltanto per evitare che la sua uscita di campo, dopo il fallimento dell'operazione umanitaria e lo stravolgimento degli scopi iniziali dell'intervento, divenisse agli occhi del mondo la prova della sua impotenza. Qualcuno prima o dopo si chiederà se la maggiore alleanza militare del mondo abbia interesse a spendere tempo e denaro per installare al potere un partito di cui ignora la composizione e i programmi.

L'incertezza del risultato raggiunto in Libia avrà l'effetto di rendere ancora meno efficace la politica dell'Europa e degli Stati Uniti in Africa del Nord e nel Levante.

Di fronte a una transizione che si sta rivelando ovunque incerta e laboriosa, l'Occidente ha bruciato ormai la carta estrema dell'intervento militare. La Fratellanza musulmana in Egitto, Bashar Al Assad in Siria, gli Hezbollah in Libano, Ali Abdullah Saleh nello Yemen, Omar Al Bashir in Sudan e naturalmente Mahmud Ahmadinejad in Iran sanno che l'Occidente, assorbito dalle sue crisi economiche e finanziarie, potrà soltanto predicare democrazia e minacciare sanzioni: due armi che si sono dimostrate quasi sempre spuntate.

Sergio Romano

22 agosto 2011 07:32© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Titolo: SERGIO ROMANO. I veleni in coda a una dittatura
Inserito da: Admin - Agosto 24, 2011, 10:10:12 am
LIBIA, UN REGIME MORTO E TROPPI EX AMICI

I veleni in coda a una dittatura

Il regime di Gheddafi è virtualmente morto, ma potrebbe riservarci ancora qualche sorpresa. Non commettiamo l’errore di pensare che il Colonnello sia stato sempre impopolare. Le sortite nazionaliste e anti-occidentali piacevano a una parte della società libica e dell’opinione pubblica africana. I laici e i musulmani moderati approvavano il rigore con cui aveva combattuto e spento i focolai dell’islamismo radicale. Le straordinarie risorse naturali del Paese hanno arricchito il clan familiare del leader e creato una larga cerchia di profittatori, ma hanno anche consentito la nascita di nuovi ceti sociali, soprattutto negli apparati della pubblica amministrazione e dell’economia statale.

Accetteranno, senza opporre resistenza, di rinunciare a ciò che hanno conquistato? Non tutti coloro che hanno combattuto per lui negli scorsi mesi erano mercenari prezzolati o poveri soldati costretti dai loro ufficiali a morire per il capo. La guerra civile ha creato rancori che potrebbero riemergere nei prossimi mesi e minacciare la stabilità del Paese. Le tribù sono entità complesse e imprevedibili su cui abbiamo informazioni insufficienti. Quanto tempo sarà necessario perché la Libia possa considerarsi interamente pacificata? Dov’è, nelle file dei ribelli, la dirigenza che sarà in grado di assicurare la transizione? Fra coloro che andranno al potere dopo il crollo del regime, molti chiederanno giustizia. Il Tribunale penale internazionale, in particolare, sarà felice di affermare la propria competenza e sembra pronto a processare sia Gheddafi, se la sua vita non terminerà in un altro modo, sia i figli e altri membri del suo clan familiare.

Un processo a Gheddafi sarebbe una pietra miliare nella lunga strada verso la giustizia internazionale. Ma qualcuno ricorderà un brillante testo teatrale, pubblicato a Londra durante la Seconda guerra mondiale, in cui un uomo politico laburista, Michael Foot, mascherato sotto lo pseudonimo di Cassius, immaginava un processo a Mussolini dopo la fine del conflitto. Nel brillante pamphlet dell’autore la prima mossa dell’imputato era quella di chiamare sul banco dei testimoni tutti gli uomini politici britannici che lo avevano elogiato e adulato. Quanti uomini politici, soprattutto europei, verrebbero convocati all’Aja per rendere conto dei loro rapporti con il leader libico? La fine del regime di Gheddafi è una buona notizia. Ma se vogliamo che sia utile al futuro della Libia e più generalmente a quello dei Paesi dell’Africa del Nord, nessuna di queste domande può essere ignorata o sottovalutata. Non basta salutare la fine del tiranno, la vittoria del popolo, il trionfo della democrazia.

Occorre aiutare i libici a superare questa fase, a dotarsi di un governo credibile, a impegnarsi il più rapidamente possibile nella ricostruzione politica ed economica del Paese. La Nato ha fatto la guerra e dovrebbe dare un contributo alla pace. Ma dubito che abbia i mezzi e le competenze necessarie per un lavoro estraneo alla sua cultura e alle sue esperienze. Il compito quindi è dell’Europa e in particolare dei Paesi della regione, fra cui, in prima linea, l’Italia e la Francia. Ma saremo tanto più efficaci quanto più eviteremo di perseguire, come in passato, obiettivi e interessi individuali di corto respiro. Dall’unità dell’Europa dipende oggi il futuro della Libia.

Sergio Romano

24 agosto 2011 07:37© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_agosto_24/i-veleni-in-coda-a-una-dittatura-sergio-romano_8e40bc74-ce0e-11e0-8a66-993e65ed8a4d.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'USCITA DI SCENA DEL PREMIER
Inserito da: Admin - Settembre 21, 2011, 11:45:20 pm
L'USCITA DI SCENA DEL PREMIER

Una possibile soluzione

Il giudizio di Standard & Poor's sull'Italia fa esplicito riferimento, con motivazioni politiche, alla credibilità internazionale e alla tenuta del governo. Ma, io ritengo, se il presidente del Consiglio fosse costretto a dimettersi domani, le agenzie e i mercati s'interrogherebbero sulla stabilità del sistema politico italiano e sulla sua capacità di fare fronte agli impegni assunti con l'ultima manovra finanziaria. Credo che l'abbassamento del rating dipenda soprattutto dalla constatazione che il Paese non cresce e paga il debito soltanto con imposte sempre più salate: una ricetta che può soltanto garantire un futuro peggiore del presente.

Ma esiste un altro rating , più importante, ed è quello del Paese. Il problema in questo caso è certamente il presidente del Consiglio. Berlusconi è stato per molti italiani una speranza di stabilità politica e dinamismo economico. Oggi quella speranza si è dissolta sotto il peso di una micidiale combinazione di promesse non mantenute, incidenti di percorso, scandali, comportamenti indecorosi e sorprendenti imprudenze. Oggi il maggiore problema italiano è la fine dell'era Berlusconi. Tutti, anche i migliori tra i suoi amici, sanno che l'era è finita e che Berlusconi deve uscire di scena. Ma non vi è ancora un accordo sul modo in cui voltare pagina. Qualcuno spera che la mirabolante e tempestosa storia del cavaliere di Arcore termini in un tribunale alla fine di un processo per corruzione, frode o indegnità morale. Altri sperano in un risolutivo messaggio alle Camere del capo dello Stato. Sono due soluzioni che avrebbero uno stesso effetto: quello di provare l'impotenza della democrazia italiana, la sua incapacità di affrontare il problema con gli strumenti propri di un sistema democratico. Berlusconi deve andarsene, ma in un modo che non faccia violenza alla Costituzione e salvi ciò che della sua fase politica merita di essere conservato.

Penso in particolare al suo partito. Non è interesse di nessuno che una grande forza politica, votata in tre circostanze dalla maggioranza degli elettori, si dissolva. Per evitarlo, per lasciare un segno del suo passaggio terreno, Berlusconi dovrebbe annunciare che non si candiderà più alla guida del governo e che le elezioni avranno luogo nella primavera del 2012. I sette od otto mesi che ci separano dalla prossima scadenza elettorale avrebbero un effetto simile a quello che si è prodotto in Spagna quando Zapatero ha rinunciato al terzo mandato e ha poi anticipato le elezioni al 20 novembre di quest'anno. La sua mossa ha favorito l'intesa con l'opposizione su alcune questioni d'interesse nazionale e ha dato al candidato socialista, il ministro degli Interni Alfredo Pérez Rubalcaba, il tempo necessario per consolidare il suo ruolo al vertice del partito.

I vantaggi per l'Italia sarebbero considerevoli. Daremmo all'Europa e al mondo lo spettacolo di un Paese che è capace di organizzare razionalmente il proprio futuro, magari cambiando (ma non mi faccio grandi illusioni) una pessima legge elettorale. Restituiremmo la parola a un'opinione pubblica che oggi può soltanto manifestare rabbia e insofferenza. Daremmo ai partiti il tempo di prepararsi al confronto elettorale. Confermeremmo a noi stessi che gli italiani possono risolvere i loro problemi con i naturali meccanismi della democrazia. E Berlusconi potrebbe dire, non senza qualche ragione, che il merito di questa transizione è anche suo.

Sergio Romano

21 settembre 2011 07:45© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_settembre_21/possibile-soluzione-romano_43fd08b8-e40f-11e0-bb93-5ac6432a1883.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il quadro incerto del dopo Cavaliere
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2011, 06:20:59 pm
REGOLE ELETTORALI E PROGRAMMI

Il quadro incerto del dopo Cavaliere

Un referendum sulla legge elettorale, soprattutto se è firmato da più di un milione d'italiani, cambia il quadro politico. Tutti coloro che avrebbero preferito evitarlo (esistono a destra come a sinistra) sanno che non è possibile attendere il responso della Corte di cassazione sulla validità delle firme e quello della Corte costituzionale sulla sostanza del quesito. Le soluzioni alternative vanno preparate subito. Qualcuno sosterrà che è meglio anticipare la fine della legislatura e andare alle urne con l'attuale legge elettorale. Altri penseranno che il modo più giusto e decoroso, per evitare la consultazione referendaria, sia quello di cambiare in Parlamento la legge elettorale. Fermo restando che tutto, anche un voto con questa legge, mi sembra preferibile al prolungamento dell'agonia, credo che lo straordinario successo dell'iniziativa referendaria comporti un obbligo politico e morale: quello di dare una risposta positiva al desiderio di una legge diversa.

La seconda soluzione, quindi, è preferibile. Ma migliorerà il pessimo clima italiano soltanto se questa nuova legge elettorale sarà il risultato di una intesa fra partiti di maggioranza e d'opposizione. Esistono due fronti che attraversano in diagonale il campo dei due schieramenti: i «bipolaristi» a cui preme conservare due grandi forze che si alternino alla guida del Paese, e i «proporzionalisti», ansiosi di tornare a un sistema in cui i negoziati per la formazione del governo cominciano dopo la chiusura delle urne e l'annuncio dei risultati. Se il Pdl, come ha detto il suo segretario, è risolutamente bipolarista, deve ricercare un'intesa con quella parte dell'opposizione che ha le stesse convinzioni.
Naturalmente non basta accordarsi sul nuovo modo di votare. Una nuova legge elettorale avvicinerebbe la data del prossimo voto e dovrebbe costringere i partiti a uscire dal circolo vizioso delle reciproche accuse e dalla vaghezza con cui fanno abitualmente le loro proposte. L'opposizione non potrà limitarsi a sostenere che il governo è stato commissariato dalla Banca centrale europea. Dovrà dirci che cosa pensa delle raccomandazioni di Trichet e Draghi in materia di pensioni, contratti aziendali, riduzione degli stipendi della funzione pubblica. Il Partito democratico dovrà dirci come intende scegliere il candidato alla guida del governo. Proporrà il segretario del partito o sceglierà il metodo delle elezioni primarie? L'opposizione non potrà continuare a compiacersi delle censure pronunciate dal cardinale Bagnasco sui comportamenti del presidente del Consiglio senza dirci contemporaneamente come intende affrontare i problemi bioetici che interessano la Chiesa. L'opposizione dovrà dirci che cosa pensa dei conflitti che coinvolgono le truppe italiane e se le sue posizioni in materia di politica estera saranno condivise dai partiti con cui intende allearsi per vincere le elezioni.

Sinora, per fare politica, bastava criticare l'avversario. D'ora in poi, con una nuova legge elettorale alle porte, occorrerà scendere dal pulpito delle denunce e delle indignazioni per formulare proposte precise e assumere impegni. Le stesse osservazioni, naturalmente, valgono per il governo, troppo incline a trarsi d'imbarazzo accusando l'opposizione di essere solo inutilmente polemica e pregiudizialmente ostile. Se il referendum avrà l'effetto di trasformare la rissa in dialogo e confronto, dovremo ringraziare non soltanto i suoi promotori, ma anche, uno per uno, quelli che lo hanno firmato.

Sergio Romano

02 ottobre 2011 15:17© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_02/Il-quadro-incerto-del-dopo-cavaliere_64d3fca2-ecc7-11e0-9c5b-49e285760169.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il nuovo volto di piazza Tahrir
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2011, 12:08:34 pm
L'EGITTO E IL SEGUITO DELLA PRIMAVERA

Il nuovo volto di piazza Tahrir


Può sembrare assurdo, a un primo sguardo, che piazza Tahrir, il luogo dove l'Egitto ha riconquistato la libertà, sia divenuta nelle scorse ore l'arena in cui si è combattuta una sorta di guerra civile fra la minoranza cristiana dei copti e l'ala militante dell'Islam radicale. Forse conviene rinunciare all'ottimistico entusiasmo degli scorsi mesi e cercare di comprendere che cosa stia effettivamente accadendo nei Paesi dell'Africa del nord in cui sono scoppiate le rivolte arabe.
Il popolo ha cacciato i nuovi Sultani, ma non i loro sodali e alleati. Ha abbattuto il vecchio regime, ma non è riuscito a creare partiti e movimenti capaci di utilizzare la vittoria per la costruzione di un nuovo sistema politico. Gli sms hanno riempito le piazze, ma non hanno trasmesso programmi e strategie elettorali. Ciò che sta accadendo ricorda per molti aspetti un'altra primavera dei popoli, quella del 1848 in Europa, quando i liberali, dopo le loro entusiasmanti vittorie, dovettero cedere alle forze della restaurazione - i sovrani, i militari, i ceti conservatori della società - molto di ciò che avevano conquistato nei mesi precedenti. In Tunisia il potere è nelle mani dei notabili, in Libia in quelle dei più saggi e accorti fra i collaboratori di Gheddafi, in Egitto in quelle dei militari, vale a dire di coloro che per più di sessant'anni il potere lo hanno già esercitato, anche se in forme e con responsabilità diverse, dietro le spalle di Nasser, Sadat e Mubarak.
Anche per le forze della restaurazione, tuttavia, la strada è irta di ostacoli. I militari sanno che la vecchia complicità con Mubarak ha intaccato la loro autorità. Sono imbarazzati, insicuri e quindi alla ricerca di nuovi alleati che sperano di avere trovato nei battaglioni della Fratellanza musulmana. Non è una cattiva strategia e potrebbe giovare alla creazione di un sistema politico che guarda alla Turchia di Erdogan più di quanto non guardi all'Arabia teocratica dei Saud. Ma nel vuoto creato dal collasso del sistema di Mubarak anche i Fratelli musulmani rischiano di essere scavalcati a destra dall'ala intransigente dell'Islam salafita. I militanti dell'integralismo religioso non si accontentano di ciò che è accaduto nello scorso gennaio e del ruolo maggiore che la Fratellanza avrà nell'Egitto di domani. Vogliono allargare la breccia, conquistare nuove posizioni, creare un regime in cui ogni norma sia nel Corano, o piuttosto nel modo in cui viene interpretato dai loro imam. Non possono scendere in piazza contro il Consiglio militare che governa la transizione; sarebbe troppo pericoloso. Ma possono accendere gli animi, innalzare il livello della tensione e inceppare il passaggio alla democrazia creando un nemico interno da combattere e distruggere. Questo nemico è la grande comunità copta, composta da una maggioranza greco-ortodossa e da una minoranza cattolica, forse dieci milioni di uomini e donne fra cui molti appartengono ai ceti sociali più dinamici e intraprendenti della società: un fattore che li rende maggiormente «detestabili», soprattutto in momenti di grandi strettezze economiche.
Spetta ai militari proteggerli. Se vuole contare sulla collaborazione dell'Occidente, il Consiglio supremo militare deve mettere la Fratellanza musulmana di fronte alle proprie responsabilità e impedire che i copti divengano le vittime del fanatismo islamista. Dimostrerà in questo modo che non intende piegarsi al ricatto dei salafiti e che è ancora in grado di governare la transizione.

Sergio Romano

11 ottobre 2011 07:49© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_11/romano-piazza-tahrir_f30b46da-f3c8-11e0-8382-87e70525ad6b.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Lunga agonia, costi aggiuntivi
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2011, 09:58:06 am
TROVARE SUBITO UNA SOLUZIONE

Lunga agonia, costi aggiuntivi

Sul Corriere del 21 settembre avevamo suggerito una via d'uscita che sarebbe stata utile a Silvio Berlusconi, al governo e soprattutto al Paese. Il presidente avrebbe annunciato che non intendeva chiedere un rinnovo del suo mandato e avrebbe proposto di anticipare le elezioni alla primavera dell'anno prossimo.

L'opposizione avrebbe smesso di concentrare tutto il suo fuoco polemico contro la persona di Berlusconi e si sarebbe preparata al voto con un programma su cui vi sarebbero stati confronti e discussioni. L'aria del Paese si sarebbe svelenita, l'Europa e i mercati avrebbero assistito con maggiore pazienza a una fase naturale della politica italiana, destinata a concludersi entro tempi certi, e il Pdl avrebbe avuto il tempo per organizzare il passaggio dei poteri dal suo fondatore all'uomo che ne avrebbe preso la successione.

Più o meno è quello che potrebbe accadere nelle prossime settimane. Ma in un quadro confuso e disordinato, dopo un lungo periodo durante il quale abbiamo trasmesso all'Europa l'immagine di un Paese allo sbando, privo di un progetto credibile, governato da un uomo che sembra ormai ossessionato dal dramma della sua fine e si accanisce al tavolo da gioco con la testardaggine di chi spera ancora di recuperare, con un'ultima carta, il capitale perduto. Se Berlusconi tiene all'immagine che lascerà di sé nella storia politica italiana di questi anni, temo che le sue scelte degli ultimi giorni siano state le peggiori possibili. Se crede che quest'ultima sfida possa giovare alla storia del suo governo, commette un imperdonabile errore. Non giova né al Paese, ingiustamente schernito dai partner europei e punito dai mercati, né a quel partito della destra moderata di cui ogni Paese democratico ha bisogno.

Tocca all'opposizione ora giocare le sue carte. Deve permettere l'approvazione del rendiconto (un atto dovuto che sarebbe assurdo e irresponsabile sabotare), ma può presentare una mozione di sfiducia e cercare di accorciare i tempi di questa lunga agonia. Attenzione, tuttavia. Nel chiedere la sfiducia l'opposizione deve anche dire con chiarezza con quale programma andrà al governo se riuscirà a vincere le prossime elezioni. Non può limitarsi a condannare Berlusconi. Deve anche indicare quale sarà la sua linea in materia di pensioni, mercato del lavoro, privatizzazioni, liberalizzazione degli ordini professionali. Per conquistare il consenso dell'Europa non basta agitare i cartelli e gli slogan degli indignati o di una qualsiasi manifestazione sindacale. Occorre un programma che risponda alle preoccupazioni della Banca centrale europea, della Commissione, dell'Eurogruppo, del Fondo monetario internazionale. In altre parole occorre un programma che assomigli alla lettera indirizzata al governo, qualche settimana fa, dal presidente della Banca centrale europea e dal governatore della Banca d'Italia.

Se l'opposizione si nascondesse dietro programmi generici, scritti con vaghezza per compiacere i suoi potenziali alleati della sinistra populista, gli osservatori stranieri giungerebbero alla conclusione che la fine del governo Berlusconi non significa necessariamente l'avvento di un governo più credibile e affidabile. E gli elettori andranno alle urne, se ci andranno, con gli stessi sentimenti di rabbia e frustrazione con cui hanno giudicato la politica italiana in questi ultimi anni.

Sergio Romano

08 novembre 2011 08:32© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_08/lunga-agonia-costi-aggiuntivi-sergio-romano_c5befd9e-09cf-11e1-8aac-d731b63fbb0f.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Tre crisi di governo, una sola lezione
Inserito da: Admin - Novembre 20, 2011, 11:25:01 am
LA SPAGNA AL VOTO, LA GRECIA E NOI

Tre crisi di governo, una sola lezione


Tra qualche giorno, dopo le elezioni spagnole, potremo guardarci indietro e constatare che tre membri dell'Unione europea - Grecia, Italia e Spagna - hanno cambiato, più o meno contemporaneamente, il loro governo. Le ragioni, in ciascuno dei tre casi, sono le stesse: la sfiducia dei mercati nella loro capacità di affrontare la crisi, le pressioni dei partner, della Commissione di Bruxelles, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale. La strada imboccata per cambiare il governo, invece, è per ciascuno di essi diversa. Un confronto può dirci molto sullo stile politico dei tre Paesi e sul modo in cui ciascuno di essi cerca di uscire dalla crisi.

Cominciamo dalla Spagna. Se il Partito popolare vincerà le elezioni, come è probabile, il governo sarà formato da Mariano Rajoy, un uomo privo di carisma politico, ma dotato di lunga esperienza ministeriale, acquisita durante i governi di José Maria Aznar. Durante la campagna elettorale i socialisti e i popolari si sono battuti con l'abituale durezza e ciascuno di essi ha detto agli elettori che la vittoria dell'altro sarebbe stata un male per la nazione. Ma il clima è stato civile e tale continuerà a esserlo, molto probabilmente, anche dopo l'eventuale passaggio dei poteri. Il merito è del premier uscente. Dal momento in cui il socialista José Luis Rodríguez Zapatero ha anticipato le elezioni e ha annunciato che non si sarebbe candidato, la Spagna ha avuto un calendario politico e la certezza che alla testa del governo vi sarebbe stato un volto nuovo: due fattori che hanno creato nel Paese e nei suoi partner europei il sentimento di una ragionevole attesa. E poiché il gioco interessava tutti i partiti, i socialisti e i popolari hanno giocato insieme perché l'operazione andasse a buon punto.

La situazione in Grecia era molto più complicata. Gli scioperi, le dimostrazioni popolari, le defezioni in seno al Partito socialista e i dispetti del maggiore partito di opposizione avevano reso il nodo della politica greca particolarmente imbrogliato. Il primo ministro George Papandreou ha creduto per un momento che avrebbe potuto sciogliere il nodo con un referendum popolare da cui il governo, sperabilmente, sarebbe uscito vincente. Ma i maggiori leader europei gli hanno fatto capire, giustamente, che un voto popolare in queste circostanze avrebbe avuto un esito incerto e reso ancora più aggressive le manovre dei mercati. A Papandreou non restava che dimettersi e lasciare il posto a un uomo che ha una riconosciuta abilità tecnica ed esperienza professionale. I due maggiori partiti, dal canto loro, hanno capito che soltanto la loro presenza congiunta nella squadra presieduta da Lucas Papademos avrebbe dato al governo ciò che il presidente del Consiglio non poteva dargli: una forte legittimità democratica.

In Italia la soluzione adottata dopo l'apertura della crisi assomiglia per certi aspetti a quella greca. Ma vi è una differenza importante. Benché invitati, i maggiori partiti hanno preferito non lasciarsi direttamente coinvolgere. Hanno votato la fiducia, e si spera che non facciano mancare il loro appoggio alle misure del governo. Ma vogliono avere le mani libere e il diritto di mandare a casa Mario Monti non appena ne avranno la convenienza. Non pensano alla crisi economica, alla sfiducia dei mercati, alla comprensibile impazienza dei partner. Pensano alle elezioni e non vogliono essere responsabili di tutto ciò che il governo Monti avrà fatto da qui ad allora. Dei tre Paesi mediterranei colpiti dalla crisi, l'Italia è quindi il solo in cui la politica, in uno dei momenti più difficili per il Paese, preferisca essere irresponsabile.

Sergio Romano

20 novembre 2011 | 9:29© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_20/tre-crisi-di-governo-in-una-sola-romano_902be06c-134c-11e1-8f9c-85bd5d41d537.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Prigionieri europei del dogma tedesco
Inserito da: Admin - Novembre 27, 2011, 03:22:35 pm
LA LINEA DURA DELLA MERKEL

Prigionieri europei del dogma tedesco

Non vado alla ricerca di attenuanti per la lentezza e la riluttanza con cui la Germania ha affrontato sin dall'inizio la crisi dell'euro. Ma dobbiamo almeno cercare di comprendere perché esista ormai una questione tedesca.

Dai primi decenni dell'Ottocento la Germania è una prodigiosa accumulazione di energie morali e materiali: un grande pensiero filosofico e storico, una galoppante rivoluzione industriale, una impressionante serie di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, una straordinaria fioritura di talenti artistici nella letteratura, nella musica, nel teatro, nel cinema e nelle arti visive. Nel 1914 il Paese ha impiegato questa ricchezza per un «assalto al potere mondiale» (come fu definito dallo storico Fritz Fischer) che si è concluso con una umiliante sconfitta. Negli anni Trenta, dopo il fallimento della Repubblica di Weimar, ha cercato di raggiungere lo stesso obiettivo con nuovi mezzi, nuove strategie, una micidiale overdose di nazionalismo razziale. E il fallimento è stato ancora più catastrofico di quello del 1918.

Il terzo atto della storia tedesca comincia alla fine degli anni Quaranta. Il Paese analizza le ragioni della sconfitta, rinuncia al sogno del potere mondiale, s'impegna a espellere dal suo corpo sociale i virus dell'arroganza razziale, chiede perdono alle sue vittime e investe tutte le sue energie in un progetto economico fondato sulla necessità di evitare gli errori del passato: l'arroganza guglielmina, la fragilità economica della Repubblica di Weimar, la follia hitleriana. La conquista della grandezza economica e il trionfo del marco sono esattamente l'opposto dei progetti precedenti. Sono obiettivi di pace, non di guerra. Ma vengono perseguiti con gli stessi metodi del passato: coesione e disciplina sociale, rispetto delle regole, rigore intellettuale e soprattutto una programmazione accurata, diligente, inflessibile. Niente protegge il popolo tedesco dalle sue ricorrenti angosce romantiche quanto il sentimento di agire per realizzare un progetto minuziosamente concepito e preparato.

Ma anche nel terzo atto, come nei due precedenti, questa virtù nasconde un rischio. Una Germania priva di certezze diventa inquieta e nervosa, se non addirittura nevrotica. Correggere il programma lungo la strada per tenere conto di eventi imprevisti è quindi molto più difficile per i tedeschi di quanto non sia per i loro maggiori partner europei. È accaduto durante le due grandi guerre mondiali e sta accadendo purtroppo anche durante la guerra dell'euro. I predecessori di Gerhard Schröder e Angela Merkel sarebbero forse riusciti a modificare il piano in funzione della realtà. Ma i vecchi cancellieri, da Konrad Adenauer a Helmut Kohl, erano convinti che al loro Paese occorresse, insieme al successo economico, una forte integrazione europea.

Per Merkel, come per Schröder, l'Europa è una eredità a cui non è né intellettualmente né sentimentalmente legata. Questo non significa che non abbia capito la gravità della crisi. Dopo la sua resistenza iniziale, il cancelliere ha cercato di spiegare ai suoi concittadini che il salvataggio dei Paesi a rischio è un obbligo a cui la Germania, nel suo stesso interesse, non può sottrarsi. Ma non ha mai osato mettere in discussione gli assiomi che fanno parte del dogma economico tedesco, dal ruolo della Banca centrale europea agli eurobond. Lo farà, prima o dopo, ma rischia di farlo troppo tardi. Forse Mario Monti può spiegarglielo meglio di quanto non possa e sappia fare Nicolas Sarkozy.

Sergio Romano

27 novembre 2011 | 9:33© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_27/prigionieri-europei-del-dogma-tedesco-sergio-romano_47f5c430-18d2-11e1-be06-06f00295b4d4.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Prigionieri europei del dogma tedesco
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2011, 04:17:22 pm
LA LINEA DURA DELLA MERKEL

Prigionieri europei del dogma tedesco

Non vado alla ricerca di attenuanti per la lentezza e la riluttanza con cui la Germania ha affrontato sin dall'inizio la crisi dell'euro. Ma dobbiamo almeno cercare di comprendere perché esista ormai una questione tedesca.

Dai primi decenni dell'Ottocento la Germania è una prodigiosa accumulazione di energie morali e materiali: un grande pensiero filosofico e storico, una galoppante rivoluzione industriale, una impressionante serie di scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, una straordinaria fioritura di talenti artistici nella letteratura, nella musica, nel teatro, nel cinema e nelle arti visive. Nel 1914 il Paese ha impiegato questa ricchezza per un «assalto al potere mondiale» (come fu definito dallo storico Fritz Fischer) che si è concluso con una umiliante sconfitta. Negli anni Trenta, dopo il fallimento della Repubblica di Weimar, ha cercato di raggiungere lo stesso obiettivo con nuovi mezzi, nuove strategie, una micidiale overdose di nazionalismo razziale. E il fallimento è stato ancora più catastrofico di quello del 1918.

Il terzo atto della storia tedesca comincia alla fine degli anni Quaranta. Il Paese analizza le ragioni della sconfitta, rinuncia al sogno del potere mondiale, s'impegna a espellere dal suo corpo sociale i virus dell'arroganza razziale, chiede perdono alle sue vittime e investe tutte le sue energie in un progetto economico fondato sulla necessità di evitare gli errori del passato: l'arroganza guglielmina, la fragilità economica della Repubblica di Weimar, la follia hitleriana. La conquista della grandezza economica e il trionfo del marco sono esattamente l'opposto dei progetti precedenti. Sono obiettivi di pace, non di guerra. Ma vengono perseguiti con gli stessi metodi del passato: coesione e disciplina sociale, rispetto delle regole, rigore intellettuale e soprattutto una programmazione accurata, diligente, inflessibile. Niente protegge il popolo tedesco dalle sue ricorrenti angosce romantiche quanto il sentimento di agire per realizzare un progetto minuziosamente concepito e preparato.

Ma anche nel terzo atto, come nei due precedenti, questa virtù nasconde un rischio. Una Germania priva di certezze diventa inquieta e nervosa, se non addirittura nevrotica. Correggere il programma lungo la strada per tenere conto di eventi imprevisti è quindi molto più difficile per i tedeschi di quanto non sia per i loro maggiori partner europei. È accaduto durante le due grandi guerre mondiali e sta accadendo purtroppo anche durante la guerra dell'euro. I predecessori di Gerhard Schröder e Angela Merkel sarebbero forse riusciti a modificare il piano in funzione della realtà. Ma i vecchi cancellieri, da Konrad Adenauer a Helmut Kohl, erano convinti che al loro Paese occorresse, insieme al successo economico, una forte integrazione europea.

Per Merkel, come per Schröder, l'Europa è una eredità a cui non è né intellettualmente né sentimentalmente legata. Questo non significa che non abbia capito la gravità della crisi. Dopo la sua resistenza iniziale, il cancelliere ha cercato di spiegare ai suoi concittadini che il salvataggio dei Paesi a rischio è un obbligo a cui la Germania, nel suo stesso interesse, non può sottrarsi. Ma non ha mai osato mettere in discussione gli assiomi che fanno parte del dogma economico tedesco, dal ruolo della Banca centrale europea agli eurobond. Lo farà, prima o dopo, ma rischia di farlo troppo tardi. Forse Mario Monti può spiegarglielo meglio di quanto non possa e sappia fare Nicolas Sarkozy.

Sergio Romano

27 novembre 2011 | 11:08© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/11_novembre_27/prigionieri-europei-del-dogma-tedesco-sergio-romano_47f5c430-18d2-11e1-be06-06f00295b4d4.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il federalismo mai amato (e boicottato) dagli inglesi
Inserito da: Admin - Dicembre 10, 2011, 10:31:35 am
LA STORIA

Il federalismo mai amato (e boicottato) dagli inglesi

Londra ha portato i principi dell'economia di mercato

Il generale De Gaulle disse che la Gran Bretagna, se fosse entrata nella Comunità europea, sarebbe stata il cavallo di Troia degli Stati Uniti in Europa; e dette una chiara prova dei suoi sentimenti interrompendo bruscamente le trattative per l'adesione, iniziate nella prima metà degli anni Sessanta. La porta si aprì soltanto dopo le dimissioni del generale e l'elezione di Georges Pompidou alla presidenza della V Repubblica nel 1969, vale a dire in un momento in cui la Francia, indebolita dalla crisi del '68, non era più in grado di opporsi.

Anche nelle parole con cui Nicolas Sarkozy ha respinto le richieste di David Cameron nel dibattito sull'unione fiscale, vi è l'eco di antiche posizioni golliste. La Francia ha «inventato» l'Europa comunitaria e non ha mai rinunciato al desiderio di averne la leadership. Può accettare una sorta di condominio franco-tedesco, ma non è disposta a tollerare che la Gran Bretagna governi dalle coste dell'Europa, con le sue riserve mentali e le sue prerogative speciali, le sorti dell'Unione. Può accettare e favorire la collaborazione militare con la Gran Bretagna, come nel caso dell'operazione libica, ma nelle questioni che concernono l'Ue e le sue istituzioni la Francia non intende permettere che Londra abbia un diritto di veto.

Se la questione fosse esclusivamente in questi termini, l'Italia avrebbe in qualche circostanza il diritto di stare dalla parte della Gran Bretagna piuttosto che da quella della Francia. Finché l'Europa non sarà veramente e schiettamente federale, all'Italia interessa che al vertice dell'Unione vi sia un direttorio fluido, composto dai suoi maggiori Paesi, piuttosto che da una leadership francese o franco-tedesca. Quando ha parlato lungamente con David Cameron, prima dell'inizio del vertice di Bruxelles, Mario Monti ha fatto esattamente ciò che avevano fatto in circostanze analoghe i presidenti del Consiglio e i ministri degli Esteri italiani dell'era democristiana. Ma i termini del problema sono oggi diversi. Il punto in discussione non è, in questo momento, quello della leadership. Il punto è un altro. Quale delle soluzioni all'ordine del giorno può servire al superamento della crisi? È indispensabile, per mantenere la Gran Bretagna nell'unione fiscale, accettare le sue condizioni e le sue riserve? Per rispondere a questa seconda domanda è utile ricordare quale sia stata la politica europea di Londra dopo la nascita del Mercato comune.

Durante i negoziati per la creazione della Comunità economica europea, la Gran Bretagna fu invitata a farne parte. Rifiutò perché preferiva, secondo una famosa espressione di Churchill, il «gran largo», vale a dire il Commonwealth, il rapporto speciale con gli Stati Uniti e una politica europea compatibile con le sue ambizioni mondiali. Ma al tempo stesso voleva evitare una unione troppo stretta degli Stati europei e contrappose al Mercato comune un'Associazione europea di libero scambio (Efta, European Free Trade Association), costituita nel 1959 con la partecipazione di Austria, Danimarca, Norvegia, Svezia e Svizzera. L'Efta non era soltanto un progetto economico. Era la grande nave inglese che avrebbe raccolto a bordo i naufraghi del Mercato comune non appena la barca della Comunità europea fosse finita sugli scogli. Le cose non andarono secondo le previsioni della Gran Bretagna. Mentre l'Efta stentava a decollare e l'economia britannica soffriva di stagflation (una combinazione di stagnazione e inflazione), il successo del Mercato comune era confermato dall'espansione dei rapporti commerciali fra i sei Paesi che ne facevano parte. Qualche anno dopo Londra, pragmaticamente, prese atto dell'insuccesso del suo progetto, chiese di entrare nella Comunità, subì pazientemente il veto gollista e raggiunse lo scopo, finalmente, nel 1972. Aveva cambiato la sua tattica ma non la sua strategia. Non entrò nella Comunità per collaborare al progetto degli Stati fondatori. Vi entrò per sorvegliare da vicino il processo unitario e impedire che l'Europa divenisse una federazione. Perseguì lo scopo frenando gli ardori unitari dei suoi nuovi compagni di viaggio e ottenendo per sé, come nel caso della politica agricola comune, un trattamento particolare e privilegiato.

Questo non significa che il suo ruolo sia stato costantemente e coerentemente negativo. Portò con sé alcuni fondamentali principi dell'economia di mercato, il patrimonio delle sue esperienze internazionali e una grande serietà nell'applicazione delle regole pattuite fra i membri. Alcuni dei suoi commissari, da Roy Jenkins a Neil Kinnock e Chris Patten, furono impeccabilmente europei. Ma gli scopi della sua politica restavano fondamentalmente gli stessi: evitare che i progressi dell'Unione impedissero alla Gran Bretagna di essere il perno indispensabile di una grande comunità atlantica composta dall'Europa e dagli Stati Uniti.

Questo disegno divenne sempre più evidente a mano a mano che la Comunità europea progrediva sulla strada della sua unità. Al vertice europeo del Castello Sforzesco, nel 1985, Margaret Thatcher cercò inutilmente di opporsi alla convocazione di una conferenza intergovernativa che avrebbe fissato le tappe successive della costruzione europea. Durante i negoziati per l'Unione economica e monetaria (Maastricht 1992), il primo ministro John Major ottenne per il suo Paese il diritto di non sottoscrivere il protocollo sociale dell'Unione e di non adottare la moneta unica. Dopo il crollo dell'impero sovietico in Europa centro-orientale, Major fu il maggiore sostenitore dell'allargamento agli ex satelliti dell'Urss. Era convinto, con ragione, che un'Europa allargata e diluita avrebbe reso il federalismo ancora più difficile e remoto. Credemmo per un momento che l'arrivo di Tony Blair avrebbe modificato le grandi linee della politica britannica. Ma ci accorgemmo rapidamente che anche Blair, messo alle strette, preferiva il «gran largo» del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti al futuro federale dell'Unione Europea.

Oggi la Gran Bretagna ha un primo ministro conservatore, esponente di un partito che nel corso dell'ultimo decennio, mentre era all'opposizione, ha accentuato le sue tendenze euroscettiche. Ma il suo governo, a cui partecipano anche gli europeisti del partito liberal-democratico, attraversa una grande crisi economico-finanziaria e scopre improvvisamente che la morte del detestato euro renderebbe ancora più gravi le condizioni del Regno Unito. Deve quindi aiutare gli altri Paesi dell'Ue a salvarlo, ma vorrebbe al tempo stesso un nuovo opt-out per i servizi finanziari britannici, vale a dire una sorta di extraterritorialità per la City di Londra; e cerca di ottenere lo scopo impedendo con il suo veto la conclusione di un nuovo trattato dell'Unione. Ma non può impedire che i suoi partner concludano una serie di accordi intergovernativi e corre il rischio di finire in un girone minore dal quale non potrà condizionare la politica di quella parte dell'Ue che vuole creare una unione fiscale. Sarà molto più difficile per Londra fare d'ora in poi la politica del doppio binario, ora europeo, ora atlantico. Ma la Gran Bretagna è un Paese pragmatico che riesce sempre, prima o dopo, a fare scelte realistiche. I Paesi dell'euro, nel frattempo, non hanno l'obbligo di aspettarla.

Sergio Romano

10 dicembre 2011 | 7:53© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_10/il-federalismo-mai-amato-e-boicottato-dagli-inglesi-sergio-romano_9e08aa7a-22f7-11e1-bcb9-01ae5ba751a6.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Un professore senza allievi
Inserito da: Admin - Dicembre 15, 2011, 06:11:19 pm
LO SFORZO DI MONTI, GLI ASSALTI LEGHISTI

Un professore senza allievi

Gli ostacoli, piccoli e grandi, che il governo Monti ha trovato sulla sua strada dimostrano quanto fosse fragile e spesso ipocrita il fronte della solidarietà nazionale che sembrava essersi costituito all'inizio del suo mandato. Vi è una parte della classe politica che ha fatto un passo indietro per ragioni di forza maggiore, ma non ha mai rinunciato al desiderio di continuare a tenere nelle sue mani, senza pagarne il prezzo, i fili del potere.

Monti, dal canto suo, ha dato a tutti una lezione di stile politico a cui eravamo disabituati. Ha ascoltato i suoi interlocutori. Ha risposto e argomentato con pacatezza e senso dell'umorismo. Ha cercato di tenere conto delle richieste che avrebbero reso la manovra più equa, ma non ha permesso che l'impianto dell'operazione venisse tradito e snaturato. Ha spiegato perché certe misure richiedano uno studio accurato dei loro effetti e non possano venire adottate sull'onda della rabbia o dell'indignazione. Ha evitato di lasciarsi trascinare in quegli sterili litigi che fanno la gioia delle telecamere, ma si lasciano alle spalle un vuoto sconcertante di idee e di programmi. Chi temeva che un governo tecnico tradisse la volontà degli elettori dovrebbe almeno confessare che il «tecnico» non sta facendo nulla che possa pregiudicare, alla fine della legislatura, le sorti della democrazia italiana.

Dietro le difficoltà frapposte al governo di Mario Monti vi è la vista corta di coloro che non hanno altro orizzonte fuor che quello della prossima scadenza elettorale. Non si chiedono che cosa accadrà dell'Italia se i mercati continueranno a scommettere contro il suo piano di risanamento economico e finanziario. Si chiedono soltanto che cosa accadrà delle loro modeste persone quando il Paese sarà chiamato alle urne. E se il prezzo della rielezione è rappresentato da qualche cedimento all'Italia delle mille famiglie corporative, sono pronti e premere perché venga pagato dal governo.

La Lega è ancora più spregiudicata. Il partito di Umberto Bossi non ha né memoria né programmi. Dimentica di essere stato al governo per più di tre anni. Dimentica di avere sottoscritto tutte le manovre di Giulio Tremonti e di avere avuto accesso, in quel periodo, a tutti i dati sulle reali condizioni economiche del Paese. Chiamato a parlare del futuro, brontola soltanto qualche sgangherata battuta sulla secessione e l'indipendenza monetaria della Padania. Declama slogan contro gli speculatori, i banchieri e gli affaristi, ma si comporta come i mercati quando scommettono contro un'azienda o un Paese e fanno di tutto perché la loro previsione si realizzi. Sa che nella società italiana, come in ogni altra società europea, vi sono legittime preoccupazioni per il futuro e spera soltanto di trasformarle in voti per sé stessa. Non partecipa alla discussione sulle misure da prendere e le cose da fare. Vuole soltanto le elezioni il più presto possibile ed è pronta a trattare qualsiasi dibattito parlamentare come l'occasione di un comizio preelettorale.

Mi chiedo se la Lega si renda conto che uno spettacolo come quello offerto al Paese e all'Europa durante la seduta di ieri al Senato rende il governo Monti ancora più necessario di quanto fosse al momento della sua costituzione.

Sergio Romano

15 dicembre 2011 | 8:11© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_15/romano_professore-senza-allievi_75af93ba-26e2-11e1-853d-c141a33e4620.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. LA CONCERTAZIONE IMPOSSIBILE
Inserito da: Admin - Gennaio 04, 2012, 07:44:20 pm
LA CONCERTAZIONE IMPOSSIBILE

Rito fuori tempo (e fuori bilancio)

Il governo, i sindacati e gli incontri


Sui temi del lavoro il governo si prepara a incontrare le organizzazioni sindacali e a consultarle. I tempi sono stretti e dovranno tenere conto di alcune scadenze europee fra cui la riunione dell'Eurogruppo fissata per il 23 gennaio. I sindacati rispondono chiedendo al governo un «piano per il lavoro», vale a dire un progetto complessivo formato da misure economiche e dai mezzi finanziari necessari alla loro adozione. Susanna Camusso, segretario della Cgil, dichiara in una intervista a La Stampa di ieri che non «dobbiamo farci dettare i tempi da Bruxelles» e che «nelle trattative si può fissare la data d'inizio, non quella di chiusura». La parola «trattative», in questo contesto, significa concertazione. I sindacati non vogliono essere ascoltati. Vogliono «concertare», vale a dire concorrere alla definizione delle misure che il governo presenterà al Parlamento e ai suoi partner europei.

Conosciamo il metodo. La concertazione è stata per molti anni il totem intoccabile della democrazia consociativa, la formula magica che avrebbe garantito al Paese la pace sociale. Per la verità vi sono stati momenti eccezionali (durante gli «anni di piombo» e il governo Ciampi del 1993, per esempio) in cui il metodo è servito a sbloccare situazioni pericolose. Ma abbiamo fatto troppa esperienza di concertazione, nel corso degli anni, per non conoscerne gli inconvenienti. Il primo è d'ordine istituzionale. Il sindacato è una associazione di lavoratori e pensionati. Non rappresenta il Paese, non risponde della sua politica al corpo elettorale. Risponde soltanto a coloro che hanno deciso di associarsi per meglio difendere i loro interessi. Quando chiede la concertazione, il sindacato pretende per i propri soci più poteri di quanti ne abbia un cittadino qualunque, vuole essere una sorta di condomino, un passaggio obbligato, un contropotere, e stravolge i principi fondamentali della democrazia rappresentativa. Il governo può ascoltarlo, consultarlo, studiare le sue proposte, ma non può dimenticare che le responsabilità del potere esecutivo non sono condivisibili e che il suo unico interlocutore istituzionale è il Parlamento, non un'associazione di categoria.

Il secondo inconveniente è d'ordine pratico ed economico. Quasi tutti gli accordi sottoscritti con il metodo della concertazione sono stati raggiunti grazie a compromessi che distribuivano compensazioni, permettevano al sindacato di esibire la prova del proprio potere, incidevano pesantemente sui conti dello Stato. Se abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e accumulato un enorme debito pubblico, lo dobbiamo anche alla concertazione. Oggi il denaro per le compensazioni è finito, i compromessi a spese dell'Erario non sono più possibili e i tempi non sono dettati da Bruxelles, ma dalla necessità di correggere il più rapidamente possibile, nell'interesse del Paese, gli errori commessi in passato. Il sindacato ha funzioni importanti e deve essere in condizione di esercitarle con la massima libertà. Ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese.

Sergio Romano

4 gennaio 2012 | 8:20© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_04/rito-fuori-tempo-e-fuori-bilancio-sergio-romano_dd42aa92-369d-11e1-9e16-04ae59d99677.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Ma l'illegalità è intollerabile
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2012, 10:55:22 pm
QUANDO LA PROTESTA COLPISCE TUTTI

Ma l'illegalità è intollerabile

Fra le proteste siciliane e quelle degli autotrasportatori corrono molte differenze. Il movimento siciliano è il risultato di un malumore diffuso, alimentato forse anche da infiltrazioni mafiose, diretto principalmente (o almeno così dovrebbe essere) contro le autorità dell'Isola. La Sicilia ha uno statuto speciale e gode di un regime fiscale che consente ai suoi governanti di affrontare autonomamente almeno alcuni dei suoi problemi. Se questo non è accaduto, le ragioni della protesta sono anzitutto locali.

Quello degli autotrasportatori, invece, è un problema collegato in buona parte alla crisi del Paese ed è quindi interamente nazionale. Stiamo parlando di una categoria composta in gran parte da piccolissime aziende in cui il padrone è al tempo stesso un dipendente, investe il proprio denaro, contrae debiti con le banche, paga se stesso ogni mese con il frutto del proprio lavoro, ha un reddito che può essere drasticamente ridotto dal prezzo del gasolio e dei pedaggi.

In condizioni normali, tuttavia, le due proteste dovrebbero coinvolgere i partiti politici e le organizzazioni sindacali. Non è facile dare risposte politiche a un movimento difficilmente interpretabile come quello dei «forconi» e dare risposte sindacali alla protesta di una categoria composta da «padroncini». Ma questo dovrebbe essere, in una democrazia, il compito dei partiti e dei sindacati, soprattutto se vogliono continuare a essere nazionali. Gli uni e gli altri, invece, sembrano essere in queste due vicende sostanzialmente assenti. Il governo è composto da tecnici, ma è sostenuto da una maggioranza che ricorda per molti aspetti quella delle grandi coalizioni tedesche. I camionisti sono difficilmente sindacalizzabili, ma i sindacati amano considerarsi interlocutori totali del governo per tutte le questioni che abbiano ricadute economiche e sociali. Perché partiti e sindacati sembrano comportarsi come se le responsabilità fossero esclusivamente del governo?

Sbagliano per almeno due ragioni. In primo luogo le proteste, se affrontate distrattamente, potrebbero, soprattutto in questo particolare momento, contagiare altre categorie. Le liberalizzazioni hanno suscitato forti reazioni, ma i gruppi colpiti, con l'eccezione dei tassisti, sembrano comprendere che le misure adottate dal governo non spiacciono alla maggioranza degli italiani e che una reazione emotiva sarebbe inopportuna. In alcuni di questi gruppi, tuttavia, vi è un'ala che potrebbe cogliere l'occasione per alzare il livello della protesta.

In secondo luogo esiste un problema di legalità. Sappiamo che ogni categoria, per meglio farsi vedere e ascoltare, usa quando sciopera le armi, più o meno efficaci, del suo mestiere. Ma quando un gruppo si serve del proprio strumento di lavoro e della propria funzione per interrompere le comunicazioni sulle maggiori strade della penisola, il danno sofferto dall'economia nazionale è intollerabilmente superiore ai motivi della protesta. Nessuno ha il diritto di strangolare il proprio Paese per meglio risolvere i propri problemi. E nessun partito o organizzazione sindacale ha il diritto di considerare queste vicende come problemi del governo a cui è lecito voltare le spalle. Sui problemi di legalità, anche se spetta soprattutto all'esecutivo intervenire con fermezza, il silenzio dei partiti e dei sindacati sarebbe ingiustificabile.

Sergio Romano

25 gennaio 2012 | 10:21© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_gennaio_25/romano-illegalita-intollerabile_221ac324-471b-11e1-8fa7-b2a5b83c8dfe.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'immagine del potere
Inserito da: Admin - Febbraio 20, 2012, 11:03:06 am
ISTITUZIONI E MORALITÀ DELLA POLITICA

L'immagine del potere

Se coinvolgono uomini delle pubbliche istituzioni, gli scandali possono suscitare reazioni diverse. Quando il cancelliere tedesco Helmut Kohl fu accusato di avere utilizzato un finanziamento illecito per creare la rete del suo partito nella Germania dell'Est, molti provarono pena e simpatia per l'uomo che aveva brillantemente unificato il suo Paese. Quando un ex primo ministro francese, Dominique de Villepin, fu processato (e alla fine assolto) per un affare di tangenti che aveva sfiorato Nicolas Sarkozy e provocato un duro scontro fra due protagonisti della V Repubblica, fummo meno sorpresi. Qualcuno ricordò il caso dei diamanti di Bokassa che oscurò la carriera politica di Valéry Giscard d'Estaing, allora presidente della Repubblica. Altri pensarono agli affari africani del figlio di François Mitterrand e alle inchieste giudiziarie che pendevano sulla testa del presidente Jacques Chirac (condannato dopo la fine del suo mandato). Molti italiani decisero che Francia e Italia sono davvero «cugine». Quando il governatore dell'Illinois, Rod R. Blagojevich, è stato condannato per la vendita di un seggio senatoriale, la notizia non ha stupito nessuno. Sapevamo che negli Stati Uniti vi è sempre stata una classe politica spregiudicata, corrotta, venale, e che il Paese deve essere giudicato soprattutto per la severità con cui riesce a eliminare le sue mele marce.
Abbiamo reagito diversamente, invece, quando abbiamo appreso che il presidente della Banca nazionale svizzera Philipp Hildebrand era stato costretto a dimettersi da un'operazione valutaria della moglie, apparentemente favorita da notizie riservate apprese in famiglia. Dalla Svizzera, e soprattutto da una persona che appartiene al vertice della sua vita pubblica, non ce lo aspettavamo.
Questi episodi dimostrano che il nostro giudizio dipende in ultima analisi dalla reputazione di un Paese e soprattutto dall'immagine che vuole dare di sé al mondo. È questa la ragione per cui il caso del presidente della Repubblica federale tedesca ci sembra più grave delle clamorose vicende accadute in altre democrazie. Christian Wulff ha negato di avere avuto rapporti finanziari con un impresario della Bassa Sassonia, ma le indagini di un giornale, la Bild , lo hanno costretto ad ammettere l'esistenza di un prestito (500.000 euro) concesso a un tasso agevolato dalla moglie dell'imprenditore. Non è tutto. Una intercettazione telefonica (accade anche in Germania) lo ha colto mentre cercava d'impedire che il giornale continuasse a pubblicare articoli sulla vicenda. Avrebbe dovuto dimettersi, ma ha tentato di resistere grazie al sostegno di Angela Merkel, desiderosa soprattutto di mantenere al vertice dello Stato una persona amica. Abbiamo visto di peggio. Ma tutto questo accadeva mentre il Cancelliere e i suoi ministri davano lezioni di pubblica moralità alla Grecia e ad altri Paesi dell'eurozona.
Intendiamoci. È giusto che la Germania richiami i suoi partner all'obbligo di gestire i conti pubblici con rigore; ed è giusto ricordare ai greci che i loro problemi non sono soltanto finanziari. Alle origini della crisi vi sono i guasti di un sistema clientelare, la corruzione diffusa, l'evasione fiscale, le bugie che hanno nascosto per molto tempo la gravità del male. Ma nel modo in cui i tedeschi hanno trattato l'affare vi è stata una arroganza che nascondeva un sentimento di superiorità. Un bagno d'umiltà favorirebbe la soluzione della crisi greca e renderebbe l'aria dell'Europa più respirabile.

Sergio Romano

18 febbraio 2012 | 7:48© RIPRODUZIONE RISERVATA
da - http://www.corriere.it/editoriali/12_febbraio_18/l-immagine-del-potere-sergio-romano_ed578ea2-59f7-11e1-bf04-228ddd739b1f.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. C'era una volta il federalismo
Inserito da: Admin - Febbraio 29, 2012, 04:31:48 pm
UNA MARCIA INTERROTTA (FORSE PER SEMPRE)

C'era una volta il federalismo

Nelle intenzioni del governo che l'ha istituita, l'Ici (Imposta comunale sugli immobili) era destinata a essere la chiave di volta del federalismo municipale. Ancor prima di trasformarsi in Imu (Imposta municipale unica) è diventata una indispensabile fonte di gettito per il bilancio dello Stato. Le Tesorerie comunali erano un simbolo dell'autonomia municipale. Una norma del decreto sulle liberalizzazioni prevede che i Comuni versino al ministero delle Finanze tutti i «residui attivi», vale a dire le somme stanziate ma non utilizzate. Il turismo è una delle competenze assegnate alle Regioni, ma il ministro Piero Gnudi non nasconde che le cose andrebbero meglio se di questa materia si occupasse lo Stato. La Sanità è certamente una competenza regionale, ma il federalismo sanitario si è rivelato molto costoso e ha avuto l'effetto di rendere ancora più drammaticamente visibile il divario di efficienza tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Queste riflessioni coincidono con un periodo in cui lo Stato è costretto dalle circostanze a cercare, dovunque sia, il denaro di cui ha bisogno. È possibile che la marcia verso il federalismo, passata la bufera, riparta con il consenso pressoché unanime di questi ultimi anni?

Non ne sono sicuro. Sapevamo ormai da molto tempo che gli organi di governo locale (con l'eccezione di numerosi Comuni) sono diventati al tempo stesso sportelli di spesa e agenzie di collocamento. I loro organici e gli immobili costruiti per ospitarli hanno soltanto un rapporto remoto con le funzioni e le esigenze dell'ente. Servono a organizzare eventi spesso inutili (a ogni città il suo festival), a stipendiare consulenti, ad assumere nuovi funzionari e impiegati, a presidiare aziende di pubblica utilità. Servono, in ultima analisi, a conquistare voti nelle prossime elezioni. Se l'Italia fosse seriamente federalista, la Lega dovrebbe essere in prima fila tra coloro che chiedono la eliminazione delle Province. Ma il partito di Bossi, per conservare la sua base elettorale e continuare a sventolare la bandiera della Padania, ha bisogno, paradossalmente, dell'ente meno federale dello Stato italiano.

La crisi ha avuto un grande merito. Ha scoperchiato la pentola del cattivo federalismo e ha reso ancora più evidenti gli sprechi di cui è responsabile. Ha dimostrato che il sistema ha creato un nuovo feudalesimo e ha reso l'Italia più disunita di quanto fosse all'epoca dei festeggiamenti per il suo primo centenario. Il governo Monti non può perdere tempo prezioso per scrivere una nuova versione del Titolo V della Costituzione e non ha interesse a distrarsi dai suoi compiti principali per scendere in guerra contro tutti i baroni di questo federalismo clientelare. Ma la classe politica dovrà ricordare che l'Italia ha qualche possibilità di essere federale soltanto se il sistema verrà radicalmente pulito e rinnovato. Anche un buon federalista dovrebbe ammettere che il Paese, in questo momento, ha soprattutto bisogno di buoni prefetti.

Sergio Romano

29 febbraio 2012 | 8:06© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: SERGIO ROMANO. Una questione di serietà
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2012, 07:16:06 pm
LA POLITICA E LA LEGGE ELETTORALE

Una questione di serietà

Si è molto parlato, dopo la formazione del governo Monti, di abdicazione, sospensione o sconfitta della politica, e si è persino detto che la semplice esistenza di un ministero tecnico rappresentava uno strappo alla democrazia. Abbiamo sentito queste affermazioni anche negli scorsi giorni, dopo l'approvazione della riforma del mercato del lavoro. Ma si è dimenticato che questo governo non ha mai avuto i pieni poteri, ha fatto leggi grazie al voto del Parlamento e ha potuto contare, bene o male, sull'appoggio di una grande coalizione che ambedue gli schieramenti, anche se in momenti diversi, avevano già ripetutamente auspicato. I politici sono usciti da Palazzo Chigi e dai ministeri romani, ma le leve del potere sono rimaste, in ultima analisi, a Montecitorio e a Palazzo Madama. Ce ne siamo accorti quando, dopo la riduzione degli spread , i partiti sono usciti, forse troppo presto, dal prudente riserbo delle settimane precedenti e hanno considerevolmente modificato il testo del decreto sulle liberalizzazioni. Avrebbero potuto farlo se il governo tecnico avesse avuto il potere di gestire gli affari della Repubblica in stato d'eccezione sino alla prossima tornata elettorale?

Per dimostrare che la politica non era stata esautorata i tre maggiori partiti avevano del resto una straordinaria occasione. Potevano approfittare di questa breve vacanza per accordarsi su un pacchetto di riforme costituzionali che avrebbe eliminato tra l'altro la paralizzante servitù del bicameralismo perfetto e permesso agli italiani di andare al voto con una legge meno iniqua e deformante di quella con cui abbiamo eletto le Camere nelle due ultime elezioni. Sembrava che il lavoro comune stesse dando qualche discreto risultato e che ciascuna delle parti fosse disposta a raggiungere una posizione comune, quando il processo sembra essersi inceppato. Sono bastate le divergenze sul percorso parlamentare della riforma Fornero (decreto o disegno di legge) e la vicinanza delle elezioni amministrative perché i partiti ridiventassero litigiosi e miopi, vale a dire più inclini a vedere le scadenze vicine piuttosto che il futuro istituzionale della nazione.

Questo, non la formazione di un governo tecnico, sarebbe il vero fallimento della politica nazionale. La legge elettorale è un errore da correggere. Aumenta il potere delle segreterie dei partiti e diminuisce quello degli elettori. Può creare maggioranze non soltanto sproporzionate e artificiali, ma anche fragili ed effimere. Vi sono riforme, come la riduzione del numero dei parlamentari e l'attribuzione di diverse competenze a ciascuna delle due Camere, che il Paese attende da almeno trent'anni e che le riforme federaliste dell'ultimo decennio hanno reso indispensabili. È possibile immaginare che il Paese torni al voto fra dodici mesi con un sistema che ha esasperato gli elettori e creato governi inefficienti? È possibile che la classe politica corra il rischio di spingerci ancora una volta verso una crisi che ha costretto il presidente della Repubblica a promuovere la formazione di un governo d'emergenza? Se cercheranno di attribuirsi a vicenda le responsabilità di un tentativo fallito e di una riforma ancora una volta rinviata, i partiti politici avranno raggiunto un solo risultato: quello di dare fiato alla rabbia dell'anti politica e di regalare voti a coloro che non hanno partecipato al tentativo riformatore delle scorse settimane. Non oso chiedere a questi partiti di fare l'interesse dell'Italia. Mi limito a suggerire che tengano almeno conto dei loro interessi.

Sergio Romano

27 marzo 2012 | 8:16© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_marzo_27/romano_89de71d2-77d0-11e1-978e-bf07217c4d25.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. IL GOVERNO TECNICO E LE IMPRESE Una frattura insostenibile
Inserito da: Admin - Aprile 15, 2012, 11:28:47 am
IL GOVERNO TECNICO E LE IMPRESE

Una frattura insostenibile

Il governo Monti non ha «sospeso la democrazia», come qualcuno sostiene. Ha una maggioranza parlamentare, ha discusso i suoi programmi con tutti i partiti pronti ad ascoltarlo, e ha ascoltato a sua volta le proposte delle associazioni che rappresentano interessi di categoria. Ma nessuno - partiti, sindacati, Confindustria - può dimenticare perché è nato e che cosa sarebbe accaduto se l'Italia non fosse riuscita a restaurare rapidamente la sua credibilità. A quale prezzo avremmo dovuto rifinanziare il debito pubblico se il divario fra il rendimento delle nostre obbligazioni e quello dei Bund tedeschi non fosse notevolmente diminuito? Avremmo potuto riconquistare il posto che ci spetta nelle riunioni di Bruxelles e nei vertici mondiali?

Sembra che da noi non vi sia soltanto la vista corta, di cui parlava Tommaso Padoa-Schioppa, ma anche la memoria corta. Partiti e sindacati (anche Confindustria è un sindacato) hanno ignorato l'obiettivo comune per rivendicare interessi particolari. Il governo ha giustificato queste dimenticanze. Certi aggiustamenti, fatti quando le riforme erano presentate come definitive, hanno risvegliato vecchi appetiti. Non si può cedere a una richiesta senza provocarne altre e senza rimettere in moto la macchina degli egoismi. Ogni partito, ogni sindacato si è ritenuto autorizzato a chiedere qualcosa che tenesse conto della propria base. Il rischio oggi non è soltanto quello di riforme diluite e inefficaci. Il vero rischio è il progressivo sfaldamento di quella solidarietà tra le maggiori forze nazionali che è stata sinora la più importante dote del Paese. Continuare così esporrebbe l'Italia al fallimento del governo, alla brusca fine della legislatura e a elezioni anticipate. Vi è qualcuno, tra le forze più responsabili, che sia disposto ad accettare questa prospettiva e a raccoglierne l'eredità? Anche se la cosa non piace ai nemici dell'Ue e della globalizzazione, in Europa siamo tutti (ma l'Italia in particolare per l'importanza della sua economia) sorvegliati speciali. Un Paese in campagna elettorale rischierebbe di somigliare alla Grecia delle prossime settimane.

Forse il futuro del governo sarebbe meno travagliato se la riforma del mercato del lavoro fosse accompagnata da misure che non dimentichino la crescita e le imprese. Con le dichiarazioni fuori tono del suo presidente e con il nuovo contenzioso aperto ieri da una polemica risposta al ministro Fornero, Confindustria ha ottenuto l'interessato appoggio del Pdl e ha accentuato le divisioni della maggioranza. Ma sul problema degli accessi e sulla sorte delle troppe partite Iva di alcune aziende, le preoccupazioni degli imprenditori meritano di essere ascoltate.

Nella sua forma attuale la legge Fornero rischia di scoraggiare le assunzioni. Ciò che maggiormente deve premere al governo oggi è sanare questa intollerabile frattura con gli industriali ed evitare che la rappresentanza dei loro interessi venga regalata a un partito. Un emendamento concordato potrebbe chiudere questo capitolo e permettere al governo di aprire gli altri di cui, per ricominciare a crescere, abbiamo urgente bisogno.

Sergio Romano

15 aprile 2012 | 8:35© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_aprile_15/una-frattura-insostenibile-sergio-romano_e91c2462-86c3-11e1-9381-31bd76a34bd1.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il voto in Francia e Grecia
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2012, 03:04:46 pm
Il voto in Francia e Grecia

Segnali contrastanti

Chi crede nell'unità dell'Europa ha spesso constatato con un certo rammarico che nelle campagne elettorali dei suoi membri si parlava di tutto fuor che del futuro dell'Ue. Quello stesso europeista potrebbe constatare oggi, forse con altrettanto rammarico, che negli ultimi giorni, soprattutto in Francia e in Grecia, dell'Europa si è parlato sin troppo. Lo hanno fatto beninteso soprattutto coloro che all'Ue e alla globalizzazione (per molti sono due volti della stessa cosa) attribuiscono tutti i mali del momento: l'oppressione fiscale, la perdita del posto di lavoro, il precariato, l'attesa della pensione prolungata nel tempo. Insieme alla crisi olandese e al malumore spagnolo le elezioni francesi e greche dimostrano che nell'Unione europea esiste ormai un partito d'opposizione formato da un largo ventaglio di movimenti troppo diversi per marciare insieme, ma abbastanza numerosi per rendere la vita difficile a chi nei prossimi anni avrà il compito di governare il suo Paese.

Il quadro sarebbe incompleto, tuttavia, se non aggiungessimo almeno due osservazioni, di cui la prima concerne la Francia e la seconda interessa particolarmente la Grecia. In Francia il sistema politico ha concesso a tutti gli schieramenti di giocare la loro partita, ma ha lasciato sul campo, alla fine del primo turno, due candidati egualmente convinti, anche se con stile diverso e qualche reticenza, che il loro Paese non può fare a meno dell'Europa. Nicolas Sarkozy ha ceduto alla tentazione di corteggiare i voti del Fronte Nazionale con argomenti protezionisti e xenofobi che appartengono al bagaglio del vecchio nazionalismo francese; mentre François Hollande ha dichiarato di volere rinegoziare o ammorbidire il patto fiscale. Ma il primo è stato il migliore alleato del cancelliere tedesco nella politica europea del rigore. Mentre François Hollande, quando il suo partito fu attraversato da un'ondata di euroscetticismo, rimase fedele alla linea che era stata di François Mitterrand.

Il caso della Grecia è politicamente più complicato. Il presidente francese potrà contare su un sistema costituzionale che fa del vincitore, quale che sia il margine della vittoria, un monarca repubblicano. In Grecia, invece, non vi sarà un vincitore. Il voto si è disperso fra molti partiti e il Paese sarà governato da una coalizione traballante, costretta a misurarsi continuamente con i malumori della piazza. Ma il voto riflette la rabbia della società e il suo giudizio sugli uomini da cui è stata governata piuttosto che i suoi sentimenti sull'Europa. La grande maggioranza dei greci (forse il 70% secondo alcuni sondaggi), crede che la Grecia, fuori dell'Europa, sarebbe perduta. Da queste elezioni e da quelle che verranno nei prossimi mesi l'Europa non uscirà acclamata e trionfante. Ma i suoi nemici non saranno riusciti a dimostrare che esiste qualcosa di meglio su cui investire le proprie speranze.

Sergio Romano

7 maggio 2012 | 8:24© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_maggio_07/segnali-contrastanti-Romano_c7f439ea-9808-11e1-b99c-a30fdbaea52f.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Una solidarietà non di facciata
Inserito da: Admin - Giugno 15, 2012, 11:55:02 pm
LE FORZE POLITICHE E IL GOVERNO

Una solidarietà non di facciata

Dopo un incontro a Palazzo Chigi, i partiti della «strana coalizione» (come fu definita da Mario Monti in un momento in cui poteva dare prova di maggiore sicurezza e senso dell'umorismo) hanno fatto alcune cose serie e utili. Si sono accordati per una mozione unitaria in sostegno del governo e hanno permesso che la Camera approvasse con il voto di fiducia una parte importante della legge sulla corruzione.

Non è poco. I maggiori partiti sembrano avere compreso che non potevano assistere, con una sorta di compiaciuta indifferenza, al declino dell'autorità del presidente del Consiglio. Fra gli indici che misurano la salute di un Paese non vi è soltanto il divario fra il rendimento delle obbligazioni italiane e quello dei Bund tedeschi. Vi è anche quel deficit di solidarietà, unità nazionale e testarda volontà di superare la crisi che è stato il peggiore segnale dell'Italia all'Europa in queste ultime settimane. Se vorrà dare un'occhiata alla più recente stampa internazionale, il lettore scoprirà che il giudizio sulla crescente impopolarità del presidente del Consiglio è fondato sul clima politico del Paese e sulla strisciante campagna elettorale che sembra essere la maggiore preoccupazione dei partiti. Se le forze politiche della coalizione ne sono consapevoli, faranno bene a smetterla di alimentare lo scetticismo sul governo Monti e a tenere conto di due realtà.

Dovranno chiedersi anzitutto quale effetto la fine anticipata della legislatura avrebbe in Europa e nel mondo. Tutti (non soltanto i mercati) penserebbero a una riedizione italiana della situazione greca e giungerebbero alla conclusione che l'Italia sta rimettendo in discussione le misure decise per il risanamento dei conti pubblici. I partiti sono pronti a ereditare una situazione verosimilmente molto peggiore di quella che affligge oggi il Paese?

Dovranno ricordare, poi, che il vincitore delle elezioni dovrà affrontare gli stessi dilemmi che sono stati il quotidiano menu di Monti.
È possibile diminuire le tasse e aumentare la spesa sociale senza attendere che i tagli alla spesa pubblica comincino a produrre i loro effetti sul bilancio statale? È possibile colpire più duramente i grandi patrimoni senza favorire la loro uscita dal Paese (il fenomeno è già iniziato) e privare l'Italia degli investimenti di cui ha bisogno? È possibile creare con la Francia e altri Paesi un «fronte della crescita» senza tenere conto delle riserve, non sempre irragionevoli, della Germania?

Monti ha commesso qualche errore e ha fatto qualche mossa sbagliata, ma ha affrontato con coraggio problemi difficili e non poteva certo correggere in sette mesi tutte le cattive scelte politiche ed economiche dei decenni precedenti. Nessuno, a Palazzo Chigi, potrà quindi evitare le questioni che Monti lascerebbe insolute. Se ne saranno consapevoli, i partiti dovranno capire che hanno un obbligo e un interesse: sostenere il governo Monti patriotticamente (parola invecchiata, ma in altri Paesi ancora usata e sentita), lasciargli fare sino alla fine della legislatura ciò che essi, probabilmente, non sarebbero in grado di fare.

P.s. All'inizio del suo governo, Mario Monti ha dato prova di un senso dell'umorismo poco abituale nella politica italiana. Sdrammatizzava le maggiori difficoltà. Dimostrava che certi ostacoli si possono smontare con un sorriso. Infondeva ottimismo. Possiamo suggerirgli di tornare a farne uso?

Sergio Romano

14 giugno 2012 | 9:05© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_giugno_14/monti-solidarieta-non-di-facciata-romano_55085684-b5e3-11e1-a717-30326103327c.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. I moderati nell’angolo
Inserito da: Admin - Agosto 16, 2012, 07:08:27 pm
PAUL RYAN E LA DEMOCRAZIA CHE SI RADICALIZZA
 
I moderati nell’angolo
 
L’uomo politico che sarà vicepresidente degli Stati Uniti, se Mitt Romney conquisterà la Casa Bianca, ha alcune delle caratteristiche che molti elettori, non soltanto americani, sembrano apprezzare in questo momento. Paul Ryan è giovane (42 anni, ma è membro del Congresso da quando ne aveva 24), ha il talento del grande comunicatore ed è risolutamente schierato sulle posizioni più radicali della famiglia politica (la destra repubblicana) a cui appartiene. Non ha dubbi. Per l’America dei suoi sogni occorre ridurre drasticamente le tasse, dimezzare quelle sulle imprese, tagliare spietatamente la spesa pubblica per la sanità, le pensioni e gli aiuti alimentari alle fasce più povere della società, vigilare severamente sull’immigrazione. È liberista, ma conservatore in materia di aborto e matrimoni fra omosessuali. E sul diritto di portare armi sembra essere vicino alla National Rifle Association, potente lobby di coloro per cui fucili a ripetizione e pistole di grosso calibro sono un irrinunciabile diritto costituzionale.
 
In apparenza, niente di nuovo. Negli Stati Uniti vi sono sempre state personalità politiche che credono appassionatamente in Dio e nel mercato. Ma Ryan è stato scelto per rafforzare l’immagine elettorale di un uomo che, quando era governatore del Massachusetts, era considerato uno dei più «centristi » fra i maggiori esponenti repubblicani.
 
Oggi, invece, Romney sembra credere che avrà più possibilità di vincere se avrà con sé un compagno conosciuto, tra l’altro, per avere presentato al Congresso un controverso progetto di bilancio che era polemicamente l’opposto di quelli di Barack Obama per il 2010 e il 2011.
 
Stiamo assistendo quindi a una nuova strategia. Per molto tempo i candidati più credibili, nelle maggiori democrazie occidentali, facevano campagne elettorali in cui l’obiettivo, al di là della rituale retorica, era la conquista del centro moderato, vale a dire di quella zona intermedia che non è ideologicamente schierata e che gli inglesi chiamano il «voto fluttuante». È possibile che il nuovo calcolo abbia qualche fondamento. In tempi di crisi economiche e forte conflittualità politica la zona intermedia si è ristretta e le soluzioni più radicali, di destra o di sinistra, esercitano una maggiore attrazione.
 
Quello che accade negli Stati Uniti è già accaduto in alcune recenti elezioni europee, dove le frange radicali sono diventate quasi ovunque più consistenti, e potrebbe accadere anche nelle elezioni italiane e tedesche del 2013. Potremmo consolarci pensando che i vincitori saranno costretti a tenere conto della realtà e ad annacquare i loro programmi. Nessuno oggi, nemmeno il presidente degli Stati Uniti, può fare una politica economica che prescinda da una pluralità di incontrollabili fattori esterni, dal futuro dell’euro a quello del sistema politico cinese. Ma un governo che non mantiene le promesse elettorali avrà l’effetto, soprattutto in questo momento, di esasperare le delusioni degli elettori che a quelle promesse avevano creduto e di alimentare i movimenti dell’anti-politica, oggi presenti in tutti i Paesi occidentali. Abbiamo già una grave crisi dell’economia e corriamo il rischio di avere domani, di questo passo, una crisi peggiore: quella della democrazia.
 
Sergio Romano

14 agosto 2012 | 9:46© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_agosto_14/romano-i-moderati-nell-angolo_c11b0490-e5cf-11e1-aa1f-b3596ab6a873.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Seminario delle ambizioni
Inserito da: Admin - Agosto 26, 2012, 05:27:00 pm
LA FASE DUE DEL GOVERNO MONTI

Seminario delle ambizioni

Posso immaginare i sentimenti di Mario Monti e dei suoi ministri. Dovevano raddrizzare il credito del Paese agli occhi dell'opinione europea e vi sono indubbiamente riusciti. Dovevano «mettere in sicurezza i conti pubblici», secondo l'espressione usata dal premier nelle scorse settimane, e l'operazione sembra avere dato buoni risultati. Sanno che non tutte le loro speranze potranno essere realizzate, ma vorrebbero che i loro successori trovassero sul tavolo del Consiglio dei ministri, dopo le elezioni, parecchie riforme già avviate a cui sarà difficile rinunciare. Sanno di dipendere da una maggioranza instabile e contraddittoria, ma vorrebbero metterla di fronte a un fatto compiuto. Hanno un mandato limitato, ma vorrebbero utilizzarlo sino in fondo, anche al di là dei limiti iniziali, e trasformare la crisi dello scorso dicembre in un nuovo miracolo italiano.

Quello che è stato discusso nel lungo Consiglio dei ministri di avant'ieri, tuttavia, è un programma di legislatura. Esiste davvero la possibilità di usare i pochi mesi che ci separano dalle urne per riformare il Fisco, riorganizzare le autonomie locali e la giustizia, tagliare i rami secchi dell'apparato statale, correggere il codice militare di pace, adattare alla legislazione italiana una dozzina di misure europee rimaste nel cassetto, dare un colpo di acceleratore alle privatizzazioni, promuovere la concorrenza e il merito, creare percorsi più rapidi e funzionali tra la scuola e il lavoro, favorire la nascita di nuove imprese, attrarre investimenti esteri, mettere in cantiere nuove infrastrutture per 15 miliardi di euro? Dopo le esperienze degli scorsi mesi, il governo non può ignorare che sono molto rari i casi in cui le riforme, anche quando sono approvate dal Parlamento, diventano immediatamente applicabili. Molto spesso queste leggi assomigliano a quei piani militari di cui il grande Clausewitz diceva che si scontrano nella realtà con la «frizione», vale a dire con una somma di fattori difficilmente misurabili che sorgono sulla loro strada e ne impediscono l'applicazione.

È una regola che vale per tutti i Paesi, ma particolarmente per l'Italia, terra di lobby, corporazioni e legulei. Sappiamo quanto tempo sia stato necessario per la riforma del mercato del lavoro e quante difficoltà il suo funzionamento debba superare in questi giorni. Per fare tutto ciò che è stato discusso avant'ieri, Monti ha bisogno di due condizioni che non ha: il tempo e la collaborazione di una Pubblica amministrazione che, guarda caso, è in cima alla lista delle cose da rifare.
Forse è meglio, a questo punto, che il governo riveda le sue priorità. Il seminario di Palazzo Chigi è stato utile e molti progetti esaminati in quella occasione dovranno essere materia di confronti tra i partiti e l'opinione pubblica durante la campagna elettorale. Ma il tempo stringe e al governo conviene puntare su un numero limitato di misure importanti. Credo che a molti italiani piacerebbe rivedere a Palazzo Chigi alcune delle persone che hanno partecipato all'ultimo Consiglio dei ministri. Ma avranno maggiori possibilità di tornarvi se non avranno promesso agli italiani, di qui alle prossime elezioni, ciò che non sono in grado di mantenere.

Sergio Romano

26 agosto 2012 | 9:28© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: SERGIO ROMANO. Un percorso ragionevole
Inserito da: Admin - Settembre 10, 2012, 08:40:16 pm
Il QUIRINALE E LA CAMPAGNA ELETTORALE

Un percorso ragionevole

Un anno fa, al Seminario Ambrosetti di Cernobbio, il presidente della Repubblica, rispondendo a una domanda, disse che cosa avrebbe fatto se si fosse aperta una crisi di governo. Si sarebbe valso dei suoi poteri e della prassi costituzionale per chiamare a consulto tutte le forze politiche e si sarebbe assunto la responsabilità «anche di fare una proposta per la soluzione della crisi». Chiarì ancora meglio il suo pensiero aggiungendo che la Costituzione gli dava tra l'altro la facoltà d'incaricare la persona che avrebbe dovuto formare il nuovo governo. Descrisse, in altre parole, quello che sarebbe accaduto tre mesi dopo.

Ieri a Cernobbio Napolitano ha fatto un intervento molto europeo fondato sulla convinzione che il riordino dei conti pubblici, le riforme e l'impegno europeo dell'Italia siano le componenti necessarie di una stessa politica. Vi è nel suo pensiero una sorta di teorema. L'Italia non ha un futuro se volta le spalle all'Europa, ma non sarà europea se non coglierà questa occasione per eliminare molti dei vizi che l'hanno progressivamente allontanata dai principali standard europei. In questo spirito Napolitano ha parlato anche delle prossime elezioni, che si terranno non dopo il prossimo aprile, e ha lanciato alle forze politiche un messaggio che a me è parso avere il sapore di un ammonimento. Dovranno fare una nuova legge per l'elezione del Parlamento perché è richiesta dal Paese. E dovranno fare una campagna elettorale con i loro rispettivi programmi, come deve accadere in ogni battaglia democratica, ma senza rimettere in discussione l'opera del governo Monti. Mi è parso che in queste parole si debba leggere l'invito a incorporare nelle proposte dei partiti quell'insieme di riforme che è stato realizzato o impostato dal governo. Credo volesse dire che non vi è spazio, dopo quanto è accaduto e sta accadendo nell'eurozona, per arretramenti o cambiamenti di rotta. L'Europa non comprenderebbe e i mercati ricomincerebbero a scommettere contro l'Italia. Di qui al giorno delle elezioni, il governo farà il possibile per completare il lavoro iniziato, ma chiunque governerà l'Italia dovrà ereditarne il programma.

Il presidente della Repubblica ha lasciato intendere che fra le riforme messe in cantiere dal governo e il pensiero del Quirinale esiste una forte consonanza. Qualche giorno fa, scrivendo su questo giornale, avevo espresso l'opinione che l'azione del governo si fosse allargata sino a comprendere molte nuove iniziative, forse troppe per un Paese in cui ogni legge diventa operativa con esasperante lentezza. Oggi ho l'impressione che quelle iniziative rispondessero a una strategia in cui il Quirinale ha avuto un ruolo decisivo.
Le parole di Napolitano non piaceranno a quelle forze politiche che promettono di capovolgere, se conquisteranno il potere, tutto ciò che il governo ha realizzato in questi mesi. Tanto meglio. Se l'esortazione di Napolitano verrà accolta dai partiti della «strana coalizione», il Paese avrà di fronte a sé una scelta netta: per il risanamento e con l'Europa, per la demagogia senza l'Europa.

Sergio Romano

9 settembre 2012 | 11:54© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Titolo: SERGIO ROMANO. Venti di guerra ad uso interno
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2012, 04:49:33 pm
IL CONTENZIOSO FRA CINA E GIAPPONE

Venti di guerra ad uso interno

Le isole che hanno il nome di Dyaou a Pechino e quello di Senkaku a Tokyo formano un piccolo e inospitale arcipelago roccioso. Ma le loro acque contengono grandi risorse petrolifere e sono quindi un boccone attraente per ciascuno dei grandi Paesi, la Cina e il Giappone, che ne rivendicano il possesso. Accanto al petrolio vi è poi, in entrambi i campi, l'orgoglio nazionale, vale a dire la scintilla che può sempre, soprattutto fra popoli che si sono duramente combattuti sino alla prima metà del Novecento, dare fuoco alle polveri. Ma è difficile immaginare che le piazze cinesi, in questi giorni piene di folle tumultuanti contro il Giappone e le sue aziende, assomiglino alle piazze arabe dove le proteste furono certamente spontanee e colsero il governo di sorpresa.
Non è necessario essere un dietrologo per sospettare l'esistenza di un nesso tra queste manifestazioni e la situazione politica della Repubblica popolare. La trasmissione del potere a una nuova classe dirigente, prevista per la fine dell'anno, è stata turbata da scandali di cui non abbiamo ancora compreso la reale portata. Sul caso di Bo Xilai, ricco e ambizioso governatore maoista del Chongqing, e su quello di sua moglie, processata nelle scorse settimane per l'assassinio di un uomo d'affari inglese, conosciamo poco più delle scarse notizie che le autorità cinesi hanno lasciato trapelare. Ma le vicende degli scorsi mesi e la reticenza del regime sembrano dimostrare che il malessere è grave, investe il vertice del partito e ha provocato rotture non ancora riparate. Il contenzioso con il Giappone è reale, ma non è possibile escludere che le manifestazioni contro Tokyo servano a distrarre l'attenzione dei cinesi dalla crisi del partito e a unirli patriotticamente contro il vecchio nemico. Come abbiamo constatato quando un missile americano, l'8 maggio 1999, colpì l'ambasciata cinese a Belgrado durante la guerra del Kosovo, il nazionalismo è un interruttore che il partito comunista cinese può accendere e spegnere a piacimento.
Ma vi sono circostanze che rendono la situazione inquietante. La Cina e il Giappone attraversano momenti difficili. La crescita dell'economia cinese è stata bruscamente rallentata dalla crisi dei maggiori mercati mondiali. Quella dell'economia giapponese è da due decenni vicina allo zero. La Cina ha nelle sue casseforti 900 miliardi di dollari americani e dipende dallo stato di salute del suo debitore. Il Giappone ha un debito pubblico pari al 200% del prodotto interno lordo. La Cina è malata di corruzione. Il Giappone, dopo lo tsunami, ha bisogno di energia nucleare, ma l'opinione pubblica ha costretto il governo ad annunciare, sia pure con qualche riserva, la chiusura delle centrali entro trent'anni. Quanto più i litiganti sono deboli e nervosi, tanto più le liti diventano pericolose. In altri tempi questa sarebbe stata una faccenda asiatica di cui avremmo potuto occuparci con un certo distacco. Oggi, in un mondo globalizzato e interdipendente, una guerra tra Cina e Giappone avrebbe ripercussioni negative sulla crisi dell'euro, sull'economia europea e quella americana, sulla stabilità dell'India e sul ruolo asiatico della Russia. Ci restano le grandi istituzioni internazionali create negli ultimi decenni: l'Onu, le maggiori organizzazioni asiatiche e quella del commercio mondiale (Wto) di cui Obama ha suggerito l'intervento nelle scorse ore. Sappiamo per esperienza che non fanno miracoli. Ma possono servire a imporre quella pausa di riflessione di cui Cina e Giappone, in questo momento, hanno urgente bisogno.

Sergio Romano

18 settembre 2012 | 9:18© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_settembre_18/contenzioso-cina-giappone-Romano_bd9535d8-0150-11e2-a63e-daa4ff219e76.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. OBAMA SCONFITTO DA ROMNEY IN TV (tutta giusta strategia)
Inserito da: Admin - Ottobre 06, 2012, 04:11:22 pm
OBAMA SCONFITTO DA ROMNEY IN TV

Un presidente nell'angolo


A giudicare dai sondaggi, oracoli delle società moderne, Mitt Romney è stato molto più convincente di Barack Obama. Ma non è chiaro se la maggioranza degli americani abbia creduto al suo programma o abbia soprattutto apprezzato la sua recitazione. La politica è sempre stata spettacolo e l'agorà fu, sin dagli inizi, un palcoscenico. Ma la democrazia di massa, il suffragio universale, la personalizzazione del potere, la televisione, i riflettori puntati sul volto dei contendenti e i tempi assegnati dall'arbitro ai loro interventi hanno trasformato il confronto delle idee in una gara in cui i giocatori vengono giudicati per il loro stile, la prontezza dei riflessi, la capacità di alternare fermezza e ironia, l'efficacia di una battuta usata come un colpo di fioretto.

Obama è uno straordinario oratore. Il suo primo successo politico nazionale fu il discorso che pronunciò alla Convenzione del Partito democratico il 27 luglio del 2004: una commovente combinazione di ricordi familiari e di idealismo americano. Il genere in cui eccelle è quello delle disquisizioni accademiche, appreso e praticato lungamente sulla cattedra dell'Università di Chicago. Ma preferisce parlare a una platea e non essere interrotto. Romney invece è disteso, rilassato, spontaneo. Le sue numerose gaffe sono il sottoprodotto di un'oratoria più affabile e naturale.

Sulle cose che faranno i due avversari non hanno detto alcunché di nuovo. In una diversa sede, di fronte a un centinaio di persone, il rigore di Obama sarebbe stato più convincente degli argomenti con cui Romney ha sostenuto che i ricchi sono tanto più bravi, nell'interesse del Paese, quanto meno vengono tassati. Ma di fronte a una platea composta da milioni di elettori la sua ricetta è parsa migliore di quella dell'avversario. La partita, tuttavia, non è finita. Molti spettatori si chiederanno a mente fredda per quale dei due contendenti convenga davvero votare e vi saranno ancora due dibattiti durante i quali Obama farà tesoro della lezione che gli è stata impartita a Denver. Ma non dovrà dimenticare che lo scontro televisivo per la Casa Bianca è ormai la versione moderna del giudizio di Dio. Non è un fenomeno recente. Si dice che Richard Nixon abbia perduto la sua gara contro Kennedy, nel 1960, perché i riflettori avevano spietatamente rivelato che sul suo volto vi era «l'ombra delle cinque del pomeriggio», quel velo nero che resiste alla più accurata delle rasature.

Al di là di queste riflessioni sulla politica come teatro, il duello di Denver sembra dimostrare che Romney, dopo una campagna impostata su temi che piacevano alla destra repubblicana e al movimento del Tea Party, vuole ora conquistare i voti del centro moderato. Quando annunciò che il candidato alla vice-presidenza sarebbe stato Paul Ryan, irriducibile avversario dei programmi sanitari di Obama, Romney parlava a tutti coloro per cui il presidente è un pericoloso socialista. Di qui al giorno delle elezioni, invece, dovrà parlare a chi non è necessariamente schierato da una parte o dall'altra. Sono questi gli elettori che decideranno il risultato dell'elezione. Per loro, probabilmente, i dati economici non sono meno importanti dei duelli televisivi. Se la politica monetaria della Federal Reserve (acquisto illimitato di titoli di credito a tasso zero per favorire la crescita) continuerà a segnalare qualche progresso, forse Obama ha ancora qualche possibilità di restare alla Casa Bianca.

Sergio Romano

5 ottobre 2012 | 7:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_ottobre_05/un-presidente-nell-angolo-romano_6c486f1c-0eaa-11e2-8205-e823db4485d4.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Un sospetto intollerabile
Inserito da: Admin - Ottobre 11, 2012, 06:35:15 pm
L’ISTITUZIONE LOMBARDIA DA DIFENDERE

Un sospetto intollerabile


Sicuro di sé, infastidito dalle domande della stampa, il presidente della Regione Lombardia continua a sostenere che le accuse mosse contro la sua amministrazione sono «fiction» e che il caso dell’assessore Domenico Zambetti, accusato di avere pagato 200.000 euro a una organizzazione criminale per l’acquisto di 4.000 preferenze, è un caso personale. Formigoni sembra dimenticare che il caso Zambetti non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo, per ora, di una serie di vicende in cui sono coinvolti 14 esponenti della Regione (di cui quattro assessori tra l’attuale e la precedente giunta) e che hanno avuto per risultato l’arresto di cinque persone. Non mi azzardo ad anticipare un giudizio su indagini non ancora concluse. Mi limito a osservare che le dimissioni o il rapido ricorso al voto, in queste circostanze, non sono necessariamente un indice di colpevolezza. Un governo si dimette o si rinnova quando le accuse e i sospetti incidono sulla sua credibilità, interferiscono nelle sue funzioni quotidiane, rendono sempre più difficile il lavoro per cui è stato eletto. Il compito di un’amministrazione nazionale o locale è quello di rendere un servizio ai suoi cittadini, non quello di fare una logorante battaglia polemica su un terreno ricoperto da scandali e indagini giudiziarie. Non è tutto. Formigoni dimentica di essere alleato di una Lega che aspira a conquistare la Regione ed è ora guidata da un ex ministro dell’Interno, orgoglioso della propria politica contro le mafie.

Con quale animo Roberto Maroni avrebbe potuto continuare a sostenere un’amministrazione di cui faceva parte, sino a poche ore fa, un uomo accusato di avere commerciato voti con una di esse? Come è possibile che sull’amministrazione di una delle maggiori Regioni italiane pesi il sospetto di una collusione con la ’ndrangheta proprio nel momento in cui il governo ha deciso di commissariare Reggio Calabria? Formigoni, invece, rivendica i meriti della sua amministrazione, vanta le virtù della Sanità regionale o preferisce eludere l’argomento accusando il governo Monti di praticare una anacronistica e dannosa politica centralizzatrice. È vero che la Lombardia, almeno in termini relativi, è stata in questi anni una delle Regioni più efficienti del Paese.

Ma un gesto coraggioso del suo presidente, in questo momento, dimostrerebbe che quanto più alti sono gli standard dell’efficienza tanto più alti devono essere quelli dei comportamenti civili. Mentre l’ex presidente della Provincia Filippo Penati rinvia le proprie dimissioni e Renata Polverini non si decide a sciogliere il suo Consiglio, Formigoni, prendendo atto di una situazione intollerabile, avrebbe il merito di rendere l’aria del Paese un po’ più pulita. Sino ad ora il presidente della Regione è parso conformarsi alle vecchie abitudini della peggiore politica italiana. È a metà del suo quarto mandato, nella fase decisiva che precede l’inaugurazione dell’Expo, ma preferisce correre il rischio di un patetico epilogo in cui dovrà impiegare buona parte del suo tempo a difendere se stesso anziché gli interessi della propria città e della propria regione. Se accettasse il diktat della Lega («un passo a lato o un passo indietro») e prendesse l’iniziativa di sciogliere il Consiglio e tornare alle urne, farebbe ai lombardi e, in particolare, ai milanesi, il migliore dei regali possibili: quello di arrivare all’appuntamento dell’Expo senza i sospetti e le vicende giudiziarie che avvelenerebbero gli ultimi tre anni del suo mandato.

Sergio Romano

11 ottobre 2012 | 8:09© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: SERGIO ROMANO. Il Paese in ostaggio (per colpa di idioti o di complici)
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2012, 10:36:30 am
L'EDITORIALE

Il Paese in ostaggio

Quando abbiamo appreso che Silvio Berlusconi avrebbe fatto un passo indietro e lasciato ad altri la guida del suo partito, ho pensato che nessuno dei suoi futuri biografi, indipendentemente dal loro giudizio politico, avrebbe potuto ignorare la sua capacità di entrare e uscire al momento giusto. Il suo messaggio televisivo del 26 gennaio 1994 ha riempito un vuoto e suscitato molte speranze in una parte dei suoi connazionali. Il suo «passo indietro» di qualche giorno fa sembrava avere tolto di mezzo una ipoteca e un alibi.

Il suo partito avrebbe smesso di aspettare, inerte, la decisione del padre-padrone e sarebbe diventato infine «maggiorenne», vale a dire costretto a scegliere un leader, un programma, una strategia elettorale. I partiti dell'opposizione avrebbero dovuto smetterla di fare della lotta contro Berlusconi una delle principali ragioni della loro esistenza. Avrebbero dovuto chiedere voti con un programma credibile e spiegare al Paese con quali alleati lo avrebbero realizzato. Il dibattito elettorale sarebbe stato meno fazioso, il confronto fra diversi programmi più utile al Paese e al suo futuro, la risposta dell'elettore meno condizionata dall'ingombrante presenza di un uomo che ha molto contribuito a dividere l'Italia in due opposte tifoserie. E i giornali non sarebbero stati costretti a riempire le loro pagine di accuse reciproche su temi che non hanno alcun rapporto con la realtà economica e sociale del Paese.

Con il suo intervento di ieri Berlusconi rende questa prospettiva molto più difficile. L'ex presidente del Consiglio ha confermato il suo messaggio precedente, ma lo ha contraddetto con una perorazione per se stesso che è parsa in molti momenti un regolamento di conti. Ha rivendicato i meriti della politica finanziaria del suo governo dopo lo scoppio della crisi. Ha accusato Germania e Francia, tra le righe, di avere complottato contro la sua persona. Ha implicitamente rimproverato al governo Monti di non avere mantenuto un impegno preso al momento della sua formazione (la riforma della Costituzione) e, più esplicitamente, di avere fatto la politica imposta da Berlino. Ha prospettato soluzioni demagogiche sulla fiscalità e sulla casa che sembrano essere la versione forbita delle filippiche di Beppe Grillo. Ha messo in discussione l'obiettività della Corte costituzionale e le funzioni della presidenza della Repubblica.

Ha dipinto un quadro troppo ottimistico del Paese nel 2011 e troppo pessimistico nel 2012. Ha trasformato una questione personale in una questione nazionale e ha presentato il proprio caso come la prova della ingovernabilità del Paese. Ha dimostrato di avere un ego gigantesco, impermeabile a qualsiasi altra considerazione e preoccupazione. Si è chiesto ad esempio quale sarà domani la reazione dei mercati e degli investitori quando giungeranno alla conclusione che il leader del partito di maggioranza (così viene ancora percepito) ha sconfessato il governo dei tecnici, dichiarato guerra alle istituzioni e delineato un programma che riporterebbe il Paese alle condizioni del novembre 2011? Resta da capire come Berlusconi, dopo avere confermato il suo «passo indietro», intenda agire nei prossimi mesi per dare un seguito pratico alle sue analisi e battersi, come ha promesso, per la riforma della giustizia.

Nessuno può negargli il diritto di fare le sue battaglie. Ma il suo partito, se desidera essere una forza politica nazionale, deve prendere le distanze dal fondatore. Se riuscirà a sbarazzarsi del «padre» potrà aspirare alla conquista di una parte del voto moderato. Se continuerà a essere il partito di Berlusconi, verrà inevitabilmente considerato uno strumento del suo conflitto d'interessi.

Sergio Romano

28 ottobre 2012 | 8:21© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_ottobre_28/paese-in-ostaggio-romano_a564bd48-20cd-11e2-89f5-89e01e31e2ac.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. La casa vuota dei moderati
Inserito da: Admin - Novembre 30, 2012, 11:32:34 am
BERLUSCONI E I RESTI DEL PDL

La casa vuota dei moderati

Diciotto anni fa Silvio Berlusconi ebbe il merito di comprendere che la crisi della Democrazia cristiana e dei socialisti avrebbe privato molti italiani delle due case politiche con cui avevano una certa tradizionale familiarità. Gli orfani non avrebbero saputo per chi votare e il vuoto creato dalla scomparsa dei due partiti avrebbe regalato alle sinistre una vittoria sproporzionatamente superiore al reale seguito di cui godevano nel Paese. Berlusconi esagerò la prospettiva di una minaccia comunista, ma la creazione di Forza Italia ebbe l'effetto di riequilibrare il sistema politico e di offrire agli italiani la possibilità di una scelta. Capimmo che il fondatore di Mediaset aveva fatto la cosa giusta quando constatammo che una parte importante della sinistra aveva deciso di imitarlo. La scelta di Romano Prodi fu un omaggio indiretto alla iniziativa politica di Berlusconi. Molti conservatori liberali capirono che la nuova casa dei moderati era stata costruita dall'uomo sbagliato e che il conflitto d'interessi del costruttore, con le sue numerose ricadute giudiziarie, avrebbe acceso un'ipoteca sul futuro del Paese. Ma la logica imposta dalle circostanze non è necessariamente la migliore. L'iniziativa fu di Berlusconi e il merito, al di là degli errori e delle omissioni dei suoi governi, è certamente suo.

Oggi, tuttavia, Berlusconi sta facendo esattamente l'opposto di ciò che aveva fatto nel 1994. Anziché prodigarsi per la sopravvivenza della sua creatura, non sembra avere altra stella polare fuorché se stesso. Non si chiede che cosa possa giovare al Pdl per conservare credibilità agli occhi degli elettori moderati. Si chiede, passando continuamente da una tattica all'altra, che cosa convenga maggiormente alla sua persona e alla sua immagine. Recitare la parte del padre nobile? Riesumare Forza Italia? Sostenere Angelino Alfano, segretario del partito, o congedarlo? Attaccare Mario Monti o indicarlo al Paese come il suo erede e successore? Sostenere l'agenda Monti o diventare una sorta di Grillo in doppio petto, pronto a sfruttare tutti i malumori e i rancori della società nazionale? Assorbito nella contemplazione di se stesso Berlusconi non si accorge che la sinistra, nel frattempo, ha aperto le finestre della sua casa, ha indetto una sorta di pubblico concorso per la sua leadership, è diventata molto più credibile di quanto fosse negli scorsi mesi. Per uno straordinario rovesciamento dei ruoli Berlusconi sta creando il vuoto che diciotto anni fa era riuscito a riempire. Per chi voteranno nella prossima primavera i conservatori liberali e i moderati?

Le primarie, se organizzate per tempo, sarebbero state, probabilmente, la migliore delle soluzioni possibili. Se è troppo tardi, l'unica strada percorribile per il Pdl è quella di un congresso che non sia la solita convention, fatta di luci, applausi, canzoni, discorsi di circostanza e trionfo finale del leader. Al Pdl occorre un appuntamento in cui vi sia spazio per discussioni, denunce, proposte ed esami di coscienza. Soltanto così gli elettori che non si sentono sufficientemente rappresentati da altre formazioni politiche del centrodestra, sapranno se nel Pdl vi siano ancora donne e uomini, possibilmente nuovi, degni di aspirare alla loro fiducia. Beninteso il congresso sarà utile soltanto se Berlusconi accetterà di assistere dalle quinte. Farebbe un bel regalo di Natale al suo partito e a se stesso.

Sergio Romano

30 novembre 2012 | 7:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/12_novembre_30/la-casa-vuota-dei-moderati-sergio-romano_3d08654c-3ab8-11e2-b4fa-74f27e512bd0.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. RITORNO ALLA DUREZZA DEI PROBLEMI Il principio di realtà
Inserito da: Admin - Febbraio 24, 2013, 04:11:01 pm
RITORNO ALLA DUREZZA DEI PROBLEMI

Il principio di realtà


In democrazia le elezioni sono il momento della scelta e del confronto. Se un candidato spiega quali misure possano ridurre il debito e aumentare la crescita, un altro lo smentirà sostenendo che è meglio agire diversamente. Non siamo tutti economisti ma il confronto può servire a rendere il quadro più chiaro e il voto più consapevole.

Ho scritto che le elezioni «sono» il momento del confronto ma avrei dovuto usare il condizionale e aggiungere che nel caso italiano quasi tutti i candidati hanno rifiutato di parlarsi (o non si sono accordati sul modo in cui farlo) e hanno declamato i loro programmi senza contraddittorio. Non tutti sono demagoghi e populisti ma la presenza in scena di due consumati commedianti (Silvio Berlusconi e Beppe Grillo) ha fissato le regole della partita e ha indotto gli altri ad adottarle. Abbiamo ascoltato insulti, affermazioni perentorie e promesse che non saranno mantenute. Quando alcune proposte apparentemente più concrete sono state sottoposte all'esame di istituti specializzati, come ha spiegato Roger Abravanel sul Corriere di ieri, sono emersi molti dubbi sulla loro «fattibilità e coerenza».

Nessuno, salvo errore, ha avuto il coraggio di spiegare che nell'eurozona e nel mercato globale gli strumenti tradizionali, con cui i governi manovravano l'economia, sono in buona parte scomparsi. Non è possibile stampare moneta, svalutare, imporre dazi sulle importazioni e, soprattutto, impedire che i mercati giudichino la credibilità dei nostri bond fissando il tasso d'interesse che lo Stato italiano dovrà pagare a chi gli presta il suo denaro. Forse l'aspetto più paradossale di questa campagna elettorale è la frequenza con cui i giudizi di governi e giornali stranieri sono stati considerati intollerabili interferenze. Non possiamo compiacerci di essere, nonostante tutto, una grande economia mondiale e pretendere che altri aspettino pazientemente il risultato delle nostre elezioni senza esprimere preferenze. Abbiamo il diritto di eleggere chi ci piace senza dare retta ai consigli di Angela Merkel ma non possiamo ignorare che esiste ormai uno spazio europeo in cui il voto di un Paese può influire sulla sorte degli altri.

Resta una speranza: che il risultato dissolva la nebbia in cui è stato avvolto sinora il campo di battaglia e provochi un soprassalto di realismo e buon senso. Vi sono pur sempre persone e partiti che sanno di quali riforme il Paese abbia bisogno per ripartire. Abbiamo una economia ingabbiata, ostaggio di settori privilegiati e organizzati che non hanno altro obiettivo fuor che quello di difendere i loro diritti acquisiti. Uno studio recente dell'International Monetary Fund, citato dall' Economist , sostiene che lo smantellamento di queste fortezze, con un alleggerimento della pressione fiscale, regalerebbe all'Italia, in 10 anni, un aumento del Pil (Prodotto interno lordo) pari al 20%. Ma sulla strada di quell'obiettivo vi sono i cavalli di frisia degli interessi personali e corporativi. Al Paese occorre un governo che abbia il coraggio di abbatterli.

Sergio Romano

24 febbraio 2013 | 8:54© RIPRODUZIONE RISERVATA


Titolo: SERGIO ROMANO. PARTITI, ISTITUZIONI: TUTTI CONTRO TUTTI
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2013, 11:36:53 am
PARTITI, ISTITUZIONI: TUTTI CONTRO TUTTI

La sindrome dei Balcani


Per alcuni anni il partito di maggioranza relativa in Svizzera (Unione democratica di centro, fondata dall'industriale Christoph Blocher) è stato una forza politica intollerante, xenofoba, attraversata da umori razzisti e pregiudizialmente ostile a qualsiasi forma di integrazione europea. Le sue posizioni non erano condivise dagli altri maggiori partiti democratici (cristiano-sociali, socialisti, liberali) ma non hanno impedito che fra questi fratelli nemici si stabilisse un pragmatico rapporto di collaborazione nell'interesse del Paese. È accaduto perché tutti, anche Blocher, hanno capito che un dissidio interno, portato alle sue estreme conseguenze, avrebbe impedito alla Confederazione di affrontare e superare le grandi crisi economiche e finanziarie degli ultimi anni. Il risultato della convivenza fra i maggiori partiti svizzeri, nell'ambito di una grande coalizione, è un Paese prospero in cui le grandi banche hanno risanato i propri conti, la maggiore preoccupazione della Banca centrale è quella di evitare che l'eccessivo apprezzamento della moneta nazionale pregiudichi le esportazioni, il tasso di disoccupazione è al 3,1%, i cittadini elettori dicono no alla riduzione delle ore di lavoro e sì a quella dei bonus con cui i banchieri gratificano se stessi.

L'Italia ha imboccato la strada opposta. I partiti e persino le istituzioni (fra cui la stessa magistratura) non hanno altro orizzonte fuorché quello della propria sopravvivenza, della propria identità, della difesa delle proprie prerogative. Conosciamo bene i nostri mali: spese inutili, un Parlamento pletorico, una classe politica avida, una burocrazia e una giustizia paralizzanti, un gettito fiscale che non giova alla crescita perché serve in buona parte a pagare i debiti del Paese. Ma ogniqualvolta un governo cerca di prendere il toro per le corna, quasi tutti vedono nelle riforme soltanto il danno che potrebbe derivarne per la famiglia politica o sindacale a cui appartengono. Come nella penisola balcanica all'inizio degli anni Novanta, il desiderio di sfogare la propria rabbia e punire il «nemico» prevale su qualsiasi altra riflessione.

Per un breve periodo (i primi mesi del governo Monti) abbiamo sperato che le maggiori forze politiche avrebbero assicurato all'esecutivo la loro collaborazione. Più recentemente abbiamo sperato che il risultato inconcludente delle elezioni avrebbe costretto i maggiori partiti (quelli che hanno grosso modo programmi convergenti) ad accantonare i loro dissensi. Avrebbero dato al Paese un governo e al Movimento 5 Stelle lo spettacolo di una classe dirigente ancora capace di un soprassalto di orgoglio e buon senso. È accaduto esattamente il contrario. Nessuno è disposto a sacrificare qualcosa o a fare un passo indietro. Come nei Balcani, durante il decennio degli anni Novanta, si è perduto, a quanto sembra, il sentimento di un destino comune. I primi ad accorgersene saranno i partner europei e, naturalmente, i mercati. Quando constateranno che l'Italia balcanizzata è soltanto un campo di battaglia fra corporazioni economiche e istituzionali, tutti smetteranno di attendere il suo risanamento e cominceranno a scommettere sul suo collasso. Il costo del debito aumenterà e tutto diventerà ancora più difficile. Beninteso, quel giorno le battaglie corporative che hanno paralizzato il Paese avranno perduto qualsiasi significato: non vi sarà più niente da spartire.

Sergio Romano

13 marzo 2013 | 7:44© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_marzo_13/la-sindrome-dei-balcani-sergio-romano_2e2d9900-8ba0-11e2-8351-f1dc254821b1.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'equilibrio indispensabile
Inserito da: Admin - Marzo 22, 2013, 06:29:38 pm
LA CONVERGENZA SULLE ISTITUZIONI

L'equilibrio indispensabile

Se il leader del Pd avesse preso atto della realtà, il tempo trascorso sarebbe stato impiegato per preparare soluzioni diverse


Se tenessero alle sorti del Paese, le forze politiche avrebbero dovuto riconoscere, subito dopo il voto, che vi sono almeno tre fattori da cui è impossibile prescindere. In primo luogo non esistono vincitori. In un momento di buon senso Pier Luigi Bersani aveva ammesso che neppure il 51% avrebbe consentito al suo partito di governare il Paese. Oggi sembra invece convinto che lo 0,4% in più rispetto alla coalizione di centrodestra arrivata seconda lo autorizzi a pretendere per la sua parte, insieme alla presidenza delle Camere, la guida di un governo che vivrà alla giornata contrattando continuamente la fiducia con forze e gruppi decisi a pretendere, per esserne ripagati, concessioni non sempre utili e ragionevoli.

In secondo luogo occorrerà tornare alle urne, ma non con questa legge elettorale. Sapevamo che quella dell'on. Calderoli è una pessima legge, ma non potevamo immaginare che le elezioni si sarebbero concluse con un photofinish e che il voto avrebbe regalato il 54% della Camera al minor perdente. Votare con questa «lotteria» sarebbe molto più azzardato di quanto non fosse il secondo voto greco nel giugno del 2012. Potremmo avere un altro risultato inconcludente al Senato e addirittura una maggioranza del Movimento 5 Stelle alla Camera.

In terzo luogo ciò che maggiormente serve all'Italia in questo momento è un governo che non susciti i dubbi dell'Europa e lo scetticismo dei mercati. Ancora prima delle molte riforme necessarie al Paese occorre far capire immediatamente a tutti che la linea politica sarà quella concordata a Bruxelles nelle scorse settimane: la crescita, indubbiamente, ma senza deroghe al programma di risanamento dei conti pubblici, se non quelle concordate con l'Ue. Considerata alla luce di questa esigenza la strategia di Bersani ha avuto l'effetto di allungare i tempi dell'incertezza e di rendere la crisi italiana intraducibile in qualsiasi altra lingua europea.

Se il leader del Pd avesse preso atto della realtà, il tempo trascorso tra il voto e le consultazioni sarebbe stato impiegato per preparare soluzioni diverse, più adatte alle esigenze del Paese. So che non è realistico pensare a un'alleanza organica tra il Pd e il Pdl. Berlusconi ha risollevato le sorti del suo partito e continua ad avere un consenso che corrisponde grosso modo a un terzo dei votanti. Ma è una figura troppo controversa per essere accettabile alla maggior parte del Pd. Le differenze tra i due partiti, tuttavia, non sono tali da precludere il loro appoggio convergente a un governo istituzionale composto da persone competenti, credibili non soltanto in Italia, soprattutto estranee al clima delle contrapposizioni frontali e delle reciproche scomuniche. Non sarà comunque un governo di legislatura. Quando avrà cambiato la legge elettorale (un obiettivo che richiede quanto meno un accordo fra i due maggiori partiti), avviato qualche riforma istituzionale tra quelle su cui vi è un più diffuso consenso e dimostrato all'Europa che l'Italia non intende rinunciare al risanamento dei conti pubblici, vi saranno nuove elezioni in un clima diverso. Aggiungo che un paio d'anni all'opposizione sarebbero per il Movimento di Grillo la migliore delle scuole possibili.

È questa, credo, la strada per uscire dalla crisi. Permetterebbe di non perdere altro tempo alla ricerca di una maggioranza improbabile e il nuovo governo darebbe al mondo, ancora prima di cominciare a lavorare, il più efficace dei segnali.

Sergio Romano

22 marzo 2013 | 9:59© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_marzo_22/equilibrio-indispensabile-romano_76d2ba72-92b8-11e2-b43d-9018d8e76499.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il tempo vuoto della politica
Inserito da: Admin - Aprile 02, 2013, 12:33:41 pm
SUI PROGRAMMI CONVERGENZE POSSIBILI

Il tempo vuoto della politica

Le due commissioni create dal presidente della Repubblica hanno sollevato critiche fondate e condivisibili, ma servono anzitutto a riempire un tempo vuoto della crisi e a meglio fare comprendere, implicitamente, che l'Italia non è senza governo. Quello di Mario Monti, anche se le elezioni per i centristi sono andate male, non è mai stato sfiduciato ed è competente per gli affari correnti: un'area deliberatamente mal definita che può essere allargata sino a comprendere, per esempio, molte decisioni prese d'intesa con le istituzioni europee. Se Napolitano voleva lanciare ai partner dell'Unione un segnale rassicurante, quello delle commissioni era il più adatto al momento.

Ma supponiamo che il capo dello Stato avesse anche uno scopo pedagogico: dimostrare che dieci persone intelligenti e di buona volontà sono perfettamente capaci di mettersi d'accordo su alcuni obiettivi utili al futuro del Paese. I dieci non sono privi di un profilo politico e sono quasi tutti riconducibili a un partito. Ma non sono schierati sul campo di battaglia con il grosso delle truppe, non obbediscono alle regole di un match da cui si esce vittoriosi o sconfitti, partecipano a un esercizio in cui tutti possono essere egualmente vincitori.

È molto meno difficile di quanto non sembri. Quando sono sul palcoscenico sotto la luce dei riflettori, i partiti tendono a esasperare le loro differenze e ciascuno di essi rappresenta l'altro come una minaccia alla salute della Repubblica. Ma anche in Italia, come in ogni altro Paese europeo, le distanze tra i programmi si sono considerevolmente accorciate. È finita l'era delle ideologie, quando ogni grande partito prometteva un futuro totalmente diverso ed egualmente radioso. È cominciata da tempo una fase in cui il Pd e il Pdl, per non parlare dei centristi e di altre formazioni minori, non mettono in discussione né l'Unione Europea, né l'economia di mercato, né alcuni fondamentali principi delle relazioni internazionali. Abbiamo paradossalmente il vantaggio di attraversare una crisi che è stata ormai perfettamente diagnosticata. Conosciamo bene le parti invecchiate della nostra Costituzione. Sappiamo perché il Paese, da vent'anni, cresce poco e male. Sappiamo che il debito pubblico ci costa ogni anno, per il pagamento degli interessi, circa 80 miliardi di euro e che il gettito fiscale, in queste condizioni, non può essere usato né per finanziare la crescita né per alleviare le condizioni dei ceti sociali più bisognosi di aiuto. Sappiamo infine che l'economia è frenata dalla mentalità illiberale di corporazioni, ordini professionali e famiglie di ogni genere, tutte fondate sulla lealtà interna e unite da uno stesso odio per la concorrenza.

I partiti che non hanno fumosi programmi di totale rinnovamento, come il Movimento 5 Stelle, lo sanno e dovrebbero conoscere ormai i rimedi. Ma la loro principale preoccupazione è esistere, anche a scapito del Paese, e magari riportarlo alle urne, come ha chiesto ieri il Pdl, con una legge elettorale che non garantisce certezze. In queste condizioni è meglio lasciare che le commissioni di Napolitano facciano il loro lavoro. Se riusciranno a riunire in uno stesso documento un certo numero di obiettivi comuni, avranno almeno dimostrato che governare l'Italia è possibile.

Sergio Romano

2 aprile 2013 | 7:46© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_aprile_02/tempo-vuoto-della-politica-romano_0f04f464-9b55-11e2-9ea8-0b4b19a52920.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il profilo necessario
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2013, 12:13:24 pm
Il profilo necessario


Ogni giudizio sulla persona di Franco Marini diventa a questo punto irrilevante. Se una candidatura nasce dall'intesa fra i leader dei due maggiori partiti nazionali e se il candidato esce malconcio dalla prima elezione, la sconfitta investe anzitutto la formazione politica a cui appartiene e che lo ha proposto agli altri gruppi. Non sarebbe accaduto, forse, se gli inconvenienti dell'ingorgo istituzionale (la coincidenza fra l'inizio della legislatura e la fine del settennato) non fossero stati aggravati dall'insistenza con cui Bersani ha preteso un incarico inutile. Non sarebbe accaduto se fosse stato possibile separare le due scadenze trattenendo Napolitano al Quirinale per un certo periodo. Ma questo è «latte versato» su cui è inutile sprecare lacrime e rimpianti. Decideremo più in là, a mente fredda, se l'accordo fra Bersani e Berlusconi fosse ragionevole o sbagliato. Oggi occorre ripartire dalla realistica constatazione che i registi dell'intesa hanno fallito e che in ogni battaglia perduta vi è sempre, inevitabilmente, un vincitore.

Benché altri, in questo caso, abbiano contribuito all'insuccesso di Marini, la persona che può maggiormente compiacersi del risultato e rivendicare la vittoria è Beppe Grillo. Il leader del Movimento 5 Stelle si vanterà di avere evitato l'«inciucio» e farà del suo meglio, nelle prossime ore, per apparire agli occhi del Paese il grande elettore del capo dello Stato. Non basta. Grazie ai pegni pagati da Bersani ancora prima dell'incarico - la presidenza delle Camere - Grillo potrà sostenere che il suo arrivo nella politica italiana ha già rinnovato il vertice dello Stato.

Non credo che questo ribaltamento della politica nazionale rifletta gli equilibri politici e le esigenze della società. Non credo che la maggioranza del Paese desideri avere un Lord Protettore nella persona di un uomo per cui l 'agorà è un teatro e i cittadini un pubblico da intrattenere e sedurre. È comprensibile quindi che Bersani, dopo avere preso atto del fallimento del suo disegno, cerchi di restituire a se stesso e al suo partito il controllo della situazione. Vuole proporre un nome ai grandi elettori e vuole che il nuovo candidato abbia il crisma di un'assemblea del Pd convocata prima della prossima votazione. È un rammendo cucito in tutta fretta su una tela troppo rapidamente strappata. Può essere utile, ma occorrerà che nelle ore successive, quando si ricomincerà a votare, la scelta del Presidente prescinda dai calcoli della cattiva politica e risponda alle esigenze del Paese in uno dei momenti più complicati della sua storia repubblicana. Prima di scrivere un nome sulla loro scheda, i grandi elettori dovranno chiedersi se il loro candidato abbia le qualità necessarie in questo momento. Proviamo a ricordarle.

Deve conoscere anzitutto la macchina statale, le sue potenzialità inutilizzate, le sue virtù, i suoi angoli bui, i trabocchetti e i vizi della sua burocrazia. Le buone idee e le buone intenzioni non bastano. Se deve apporre la sua firma, deve anche sapere che cosa accadrà quando una proposta diventa legge e comincia la corsa a ostacoli che la separa dalla sua piena esecuzione.

Occorre che abbia familiarità con i problemi dell'economia e della finanza. Non è possibile giudicare la concretezza di un programma senza tenere conto della reazione dei mercati e di tutte le forze della produzione che dovranno assicurare la loro collaborazione. Non è possibile favorire soluzioni di cui non siano stati valutati scrupolosamente gli effetti. Deve avere esperienza di mondo ed essere pronto ad affrontare con argomenti e atteggiamenti convincenti i pregiudizi e i sospetti che pesano oggi sull'Italia, soprattutto in Europa. Giorgio Napolitano lo ha fatto in modo ammirevole e il Paese deve essergliene grato. Il suo successore dovrà fare altrettanto.

Occorre infine che il nuovo Presidente sia in grado d'ispirare fiducia e rispetto. Nessuno può piacere a tutti e ogni personalità politica ha una storia personale fatta di scelte che hanno suscitato critiche e risentimenti. Ma ciò che maggiormente conta, in ultima analisi, è quella combinazione di cultura, equilibrio e serietà che sono la materia prima di un uomo di Stato. Il Presidente sarà tanto più forte quanto più avrà saputo suscitare, nel corso della sua vita politica, il rispetto dei suoi avversari. Sarà tanto più autorevole quanto meno apparirà a una parte del Paese come un irreducibile nemico. La scelta di un presidente della Repubblica, soprattutto in questo momento, non deve cadere soltanto sulla persona che ha la maggioranza; deve cadere anche su quella che non è respinta a priori da una minoranza consistente.

Sergio Romano

19 aprile 2013 | 10:12© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_aprile_19/il-profilo-necessario-sergio-romano_a1a8c0ae-a8aa-11e2-bb65-9049b229b028.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. LE PRIME DIFFICOLTA' DEL GOVERNO
Inserito da: Admin - Maggio 11, 2013, 05:41:09 pm
LE PRIME DIFFICOLTA' DEL GOVERNO

Sabbie mobili ben segnalate

Il presidente del Consiglio è giovane, soprattutto per gli standard italiani, ha esperienza di governo, conosce l'Ue e i suoi labirinti. In viaggi recenti nelle maggiori capitali europee ha dimostrato di sapersi muovere a suo agio e di ispirare fiducia. Ma appartiene alla scuola della Democrazia Cristiana e sembra conoscere soprattutto l'arte della conciliazione, del patteggiamento, della laboriosa ricerca di soluzioni condivise. Non sono queste le virtù di cui l'Italia ha maggiormente bisogno in questo momento. In altri tempi il problema dell'Imu potrebbe «slittare» (un verbo caro alla Dc) da una riunione all'altra sino a scomparire sotto una fitta coltre di aggiustamenti e compromessi mal decifrabili. Ma il modo in cui è stato trattato sinora sta dicendo all'Europa e ai mercati che il governo presieduto da Letta potrebbe essere quello del negoziato perpetuo, dei continui rinvii e delle soluzioni parziali.
Ne abbiamo avuto una indiretta conferma quando si è constatato, negli scorsi giorni, che molti dei suoi membri si ritengono autorizzati ad avere un programma personale o pensano di avere ricevuto il loro incarico per garantire gli interessi preelettorali del partito di cui fanno parte. Il presidente del Consiglio è intervenuto nel caso di una sottosegretaria troppo loquace e ha fatto bene. Ma dovrà spiegare ad altri sottosegretari e viceministri (fra cui in particolare quello dell'Economia) che il loro compito non consiste nell'esternare idee proprie, non sempre corrispondenti a quelle del ministro con cui lavorano, ma di agire nell'ambito di deleghe decise dal capo del loro dicastero. Letta ha parlato con chiarezza a Grillo quando questi ha detto che il governo è nato da un golpe. Potrebbe essere altrettanto chiaro e fermo con i suoi colleghi di governo quando sembrano rivendicare una autonomia ingiustificata e inopportuna.
Il presidente del Consiglio italiano, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi europei, non è né un primo ministro né un cancelliere. La Costituzione italiana, a differenza di altre costituzioni democratiche, non conosce l'istituto dei pieni poteri e dei governi d'emergenza. Ma il numero degli interventi stonati dei primi giorni del governo Letta ha fatto una pessima impressione e la serietà del momento impone uno stile diverso. Forse il programma dei saggi nominati dal presidente della Repubblica è troppo vasto per una esperienza che sarà probabilmente limitata nel tempo. Ma occorre allora che Letta faccia una scelta, dica con chiarezza al Paese quali sono le prime questioni da affrontare e si serva di una autorità che gli è conferita, se non dalla Carta, dalla gravità delle circostanze e dal sostegno del Quirinale.
Potrebbe spiegare ai partiti che quanto più questo governo riuscirà a fare nel corso del suo mandato tanto meno difficile sarà governare l'Italia quando il compito tornerà nelle loro mani. Potrebbe spiegare ai suoi connazionali che l'obiettivo non è, come sostengono gli euroscettici della politica italiana, quello di compiacere Bruxelles o conformarsi al diktat dei tedeschi. Il vero obiettivo, per un Paese con un debito pubblico che sfiora il 130% del suo Prodotto interno lordo, è quello di provare ai mercati che possono continuare a rifinanziarlo comprando bond italiani senza correre troppi rischi. Il modo in cui si sta gestendo la questione dell'Imu rischia di convincerli che i loro soldi sono in pericolo. E a quel punto nessuno, nemmeno la Banca centrale europea, riuscirà a risolvere i nostri problemi.

SERGIO ROMANO

11 maggio 2013 | 7:39© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/editoriali/13_maggio_11/sabbie-mobili-ben-segnalate-romano_f2eb549e-b9f9-11e2-b7cc-15817aa8a464.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. LA SVOLTA DI OBAMA SUL TERRORISMO Metamorfosi di un leader.
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2013, 05:01:03 pm
LA SVOLTA DI OBAMA SUL TERRORISMO

Metamorfosi di un leader


Nel suo discorso alla National Defense University anche Barack Obama, come il suo predecessore, ha parlato di «guerra al terrorismo», una espressione che a molti europei parve, sin dall'inizio, eccessiva e pericolosa. Ma la parola «guerra», in questo caso, è stata usata con intenzioni e obiettivi alquanto diversi. Per George W. Bush, Dick Cheney, Donald Rumsfeld e un agguerrito manipolo di neoconservatori, la guerra proclamata dopo l'11 settembre avrebbe consentito agli Stati Uniti di mantenere la società in un permanente stato di allerta, di aggirare con nuove norme le regole della giustizia democratica, di invadere la vita privata di americani e stranieri, di colpire chiunque venisse definito «nemico» e di giustificare qualsiasi azione militare fosse considerata opportuna. «Guerra al terrorismo» era la formula passe-partout che il presidente avrebbe potuto usare a suo piacimento.

Durante il suo primo mandato Obama aveva già fatto capire la necessità di una svolta, ma non ha dato prova di grande coerenza. Non è riuscito a chiudere il carcere di Guantanamo. Ha permesso che la Cia continuasse ad agire come un esercito nell'ombra piuttosto che come un normale servizio d'intelligence. Ha tollerato i brutali interrogatori dei servizi di sicurezza. Ha autorizzato le discutibili incursioni dei droni anche quando il rischio di vittime civili era particolarmente elevato. Ha ignorato, nella migliore delle ipotesi, le indagini dell'Fbi che hanno recentemente coinvolto alcuni giornalisti. Prudenza elettorale in attesa di un secondo mandato? Desiderio di non perdere, al momento del voto, la parte più preoccupata e impaurita della società americana? È probabile. Ma il risultato è stato uno stridente contrasto tra ciò che il presidente diceva di voler fare e ciò che veniva fatto da alcuni organi dello Stato.

Oggi il periodo della duplicità e della ipocrisia sembra fortunatamente concluso. Nel suo discorso il presidente ha detto che ogni guerra deve terminare e che è giunto per l'America il momento di restaurare le regole dello Stato di diritto. Il mondo è ancora pieno di pericoli, ma la situazione, soprattutto dopo la morte di Osama bin Laden, ricorda ormai, secondo il presidente, quella degli anni precedenti l'11 settembre e non giustifica un perenne stato di emergenza. Non tutte le riforme e le correzioni annunciate nel discorso sono state chiaramente descritte, ma se il coraggio e la fortuna non lo abbandoneranno, Obama avrà avuto il merito di chiudere una brutta fase della storia americana.

Vi sono cose, tuttavia, che il presidente ha taciuto. Accanto alle responsabilità di Bush vi sono anche quelle dell'uomo che ha occupato la Casa Bianca nei primi quattro anni del suo mandato. Dopo avere proseguito l'azione del predecessore cercando inutilmente di vincere le guerre in Afghanistan e Iraq, Obama si lascia alle spalle, ritirando le truppe, due sanguinose guerre civili, due focolai destinati ad alimentare episodi di fanatica violenza come quelli recenti di Boston, Londra e Kabul. Se le condizioni del grande Medio Oriente sono ogni giorno più gravi, esiste anche un «capitolo Obama» che gli storici non potranno ignorare.

Sergio Romano

27 maggio 2013 | 7:43© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_maggio_27/metamorfosi-di-un-leader-sergio-romano_cae26b60-c686-11e2-91df-63d1aefa93a2.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. IRAN, UN REGIME E IL VOTO MANIPOLATO
Inserito da: Admin - Giugno 16, 2013, 09:05:48 am
IRAN, UN REGIME E IL VOTO MANIPOLATO

Il termometro di Teheran

Le elezioni iraniane non sono un esercizio formale, una falsa liturgia democratica. Il regime è autoritario e poliziesco, può manipolare il voto come è accaduto nelle elezioni precedenti e il suo leader supremo, l'Ayatollah Ali Khamenei, può servirsi di un «Consiglio dei guardiani» per eliminare i candidati che potrebbero mettere in discussione la sua autorità. Ma nella fase che precede il voto esistono pur sempre comizi, incontri televisivi, candidati che si contrappongono, programmi elettorali che lasciano trasparire diverse linee politiche ed economiche, dichiarazioni di notabili che esprimono pubblicamente le loro preferenze. È interessante, per esempio, che due ex presidenti poco amati dal leader supremo - Mohammed Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani - abbiano chiesto ai riformisti di concentrare i loro voti su Hassan Rohani, un candidato che nei suoi discorsi ha promesso di formare un governo di «speranza e prudenza». Ed è altrettanto interessante che un esponente delle Guardie rivoluzionarie abbia chiesto a tre candidati della destra fondamentalista di accordarsi per lasciare il campo a quello che ha maggiori possibilità di vittoria. In altre parole tutti ragionano e agiscono come se le elezioni fossero libere e il loro risultato potesse avere grande importanza per il modo in cui il Paese sarà governato nei prossimi anni. Nessun candidato mette in discussione la scelta nucleare, su cui il consenso nazionale è pressoché totale, ma su altri temi vi sono differenze. Dopo avere reso un necessario omaggio al nucleare, Rohani, per esempio, ha detto che il suo governo, se verrà eletto, lavorerà per «riconciliare l'Iran con il mondo».

Se i governi occidentali avessero espresso preferenze per un candidato ne avrebbero irrimediabilmente pregiudicato la sorte. Quale che sia il risultato delle elezioni, il nostro interlocutore sarà il presidente uscito dalle urne e avrà comunque sempre, dietro di sé, un'autorità più alta, un potere di ultima istanza: Ali Khamenei, subentrato nel 1989 a Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica. Nessuno dei due sarà un leader democratico. Ma saranno il vertice di un regime che vuole essere legittimato dalle elezioni, permette ad alcuni candidati di andare a caccia di voti e lascia così spazi di libertà che altri sistemi autoritari non permetterebbero. In questi spazi vi sono uomini e donne, studenti, professionisti, mercanti, imprenditori, chierici disponibili al dialogo, una nuova borghesia urbana che condivide la scelta nucleare, ma ha sete di libertà e ne ha dato un prova scendendo in piazza dopo le elezioni presidenziali del 2009. Questo è l'Iran con cui dovremo parlare nei prossimi anni se vogliamo fare una politica medio-orientale che non sia soltanto una litania di auspici retorici e luoghi comuni.

Parlare con l'Iran è necessario per almeno tre ragioni. È una potenza regionale, ha un capitale petrolifero che può giovare all'intera regione ed è la guida autorevole di una minoranza musulmana, gli sciiti, che attraversa il Golfo, è maggioranza in Iraq, si estende sino alla Siria e soprattutto al Libano. Non riusciremo a spegnere i fuochi della Siria senza la collaborazione dell'Iran. E non vi saranno prospettive di pace in Afghanistan se l'Iran non sarà chiamato a fare la sua parte. Qualcuno propone che il presidente degli Stati Uniti ripeta al nuovo arrivato l'offerta fatta ad Ahmadinejad all'inizio del suo primo mandato: una mano aperta. Quell'offerta fu rifiutata da un uomo che aveva l'ambizione di costituire, con Chávez e altri, una sorta di cartello anti americano. E che sulla questione nucleare non fece alcuna apertura. Ma quella mano aperta può essere ancora una buona idea.

Sergio Romano

14 giugno 2013 | 7:57© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_14/termometro-teheran-romano_824822e0-d4b0-11e2-afc2-77c7bab72214.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Trattative con i talebani. Il conto amaro della storia
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2013, 11:56:36 am
Trattative con i talebani

Il conto amaro della storia


La notizia proviene dal Qatar, vale a dire da un piccolo Paese straordinariamente ricco, divenuto in questi ultimi anni la potenza regionale che persegue i propri obiettivi internazionali con maggiore fantasia ed efficacia. I talebani hanno aperto un ufficio sul suo territorio e sono pronti a trattare la fine del conflitto afghano. A Washington e a Belfast, dove Barack Obama partecipa alla riunione del G8, la notizia è confermata. Vi sarà un negoziato e gli americani ne faranno parte insieme al governo di Kabul.

L'annuncio cade nel giorno in cui gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato trasferiscono alle forze afghane il compito di garantire la sicurezza del territorio. In altre parole il negoziato comincia nel momento in cui la parte che si considera vincitrice abbandona un Paese che è in parte occupato dal nemico, in parte continuamente insidiato dai suoi attacchi terroristici. I trattati di pace, generalmente, si negoziano mentre il vincitore tiene saldamente nelle sue mani il controllo del territorio e può in qualsiasi momento interrompere le trattative senza perdere nulla di ciò che ha conquistato. In questo caso, invece, il vincitore negozierà mentre se ne sta andando. Può sempre tornare con i suoi droni e con le altre forze di cui dispone nella regione.

Ma la partenza degli americani ha un valore simbolico che peserà sull'andamento del negoziato e sui suoi risultati.
Per dimostrare che il ritiro delle truppe non è una ritirata Washington comunque ha già annunciato le sue condizioni. I talebani dovranno rompere i loro rapporti con Al Qaeda. Dovranno rinunciare alla violenza e impedire che il loro territorio divenga una base per operazioni militari contro altri Paesi. Dovranno rispettare la Costituzione afghana con particolare riferimento allo stato delle donne e delle minoranze. Non sono questi gli obiettivi di cui l'America di Bush si sarebbe accontentata nell'ottobre del 2001 e soprattutto non sono quelli perseguiti dal momento in cui gli Stati Uniti dovettero rafforzare il loro contingente e sollecitare l'intervento della Nato.
Nessun segretario di Stato o capo di Stato Maggiore sembrava disposto, in quegli anni, a riconoscere l'esistenza di un territorio talebano indipendente.

Ma gli obiettivi fissati dagli americani per le trattative ora annunciate saranno pur sempre, se i talebani s'impegneranno a rispettarli, il meglio che l'America e l'Occidente potessero aspettarsi da una guerra iniziata con l'invasione sovietica del dicembre 1979. Gli Stati Uniti, allora, finanziarono la resistenza, fornirono armi ai mujaheddin e costrinsero i sovietici ad andarsene nove anni dopo. Ma furono le levatrici del movimento talebano e di un impresario del terrorismo, Osama bin Laden, che sarebbe divenuto, parecchi anni dopo, il loro più pericoloso nemico. Dobbiamo ora sperare che il negoziato si concluda nel migliore dei modi. Ma gli americani dovrebbero chiedersi se questa vicenda non abbia qualche somiglianza con quelle del Vietnam e dell'Iraq, per non parlare della dissennata operazione militare contro la Libia in cui gli Stati Uniti, per la verità, non hanno avuto il ruolo principale. Stiamo parlando di guerre fatte in nome della democrazia che producono risultati diametralmente opposti a quelli che la superpotenza si era prefissa e si lasciano alle spalle più nemici di quanti l'America e l'Occidente ne avessero all'inizio delle operazioni.

Sergio Romano

19 giugno 2013 | 7:47© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_19/romano-conto-amaro-della-storia_0f95bae0-d89e-11e2-8ffc-5f2d0b7e19c1.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'EUROPA E I CONFLITTI NEL MONDO ISLAMICO
Inserito da: Admin - Luglio 01, 2013, 12:25:59 pm
L'EUROPA E I CONFLITTI NEL MONDO ISLAMICO

Il Mediterraneo dimenticato

I «bollettini di guerra» che occupano gran parte della nostra attenzione sono quelli che provengono dal fronte elettorale di Berlino, dal tribunale costituzionale di Karlsruhe, dal numero 10 di Downing Street, dall'ultima conferenza stampa di Mario Draghi, dal palazzo dell'Eliseo, dai mercati finanziari. È normale. Il nostro futuro dipende dalle sorti dell'euro, dall'accordo sull'Unione bancaria, dalla ricerca di un punto di equilibrio fra il rigore e la crescita e, in ultima analisi, dalle elezioni tedesche. Ma non possiamo ignorare il Mediterraneo o trattare le sue vicende come questioni esotiche a cui dedicare un'attenzione saltuaria e qualche velleitaria iniziativa di pace.
Per una serie di circostanze, che lascio volentieri agli storici e ai sociologi, quello a cui stiamo assistendo, dopo la rivolta tunisina del dicembre 2010, è il fallimento dello Stato arabo-musulmano. È fallito lo Stato dei nuovi sultani: l'Egitto di Hosni Mubarak, la Tunisia di Zine El Abidine Ben Ali, la Libia del colonnello Gheddafi. È fallito il nazionalsocialismo iracheno di Saddam Hussein e quello siriano della famiglia Assad. È fallita la democrazia multireligiosa e multiculturale del Libano. È fallita la Lega Araba. E potrebbero fallire, prima o dopo, gli Stati patrimoniali del Golfo. Sopravvivono paradossalmente le monarchie, da quella di Mohammed VI in Marocco a quella di Abdullah II in Giordania, ma il rischio del contagio, soprattutto nella seconda, è altissimo. In alcuni casi, Siria e Libia, la crisi è diventata rapidamente guerra civile. In altri casi, Egitto e Libano, la guerra civile potrebbe scoppiare da un momento all'altro.
Se l'Europa crede che lo scontro sarà fra il partito dei tiranni e quello dei democratici, s'inganna. In molti Paesi vi saranno almeno tre conflitti: fra laici e islamisti, fra musulmani moderati e musulmani fanatici, fra sunniti e sciiti. E vi sarà spesso, pronta a rimestare nel torbido, la mano lunga della Russia, dell'Iran e della Cina. Non è tutto. Che cosa accadrebbe se Israele, preoccupato dall'instabilità della regione, credesse di potere meglio garantire la propria sicurezza con una prova di forza?
Non è facile suggerire all'Europa ciò che potrebbe fare di fronte a fenomeni che si concluderanno sperabilmente (ma dopo una lunga gestazione) con la nascita di nuovi Stati. Dovrebbe almeno astenersi, tuttavia, dal trattare le crisi dei suoi dirimpettai come un semplice problema di democrazia e soprattutto evitare i tic nazionalistici e post coloniali di quelle potenze che hanno già preso iniziative avventate e velleitarie. Non possiamo risolvere i problemi degli Stati arabi, ma possiamo almeno cercare di non aggravarli giocando inutili partite individuali. Se Lady Ashton è davvero l'Alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera, batta un colpo e richiami i suoi colleghi alla necessità di una politica concordata. Non cureremo tutti i mali della regione ma saremo più rispettati e più efficaci del coro di voci stonate che abbiamo ascoltato negli scorsi mesi. L'Italia nonostante i suoi guai ha ancora un capitale mediorientale che può essere utilmente impiegato e ha anche, per di più, un ministro degli Esteri che conosce bene la regione per lunga esperienza personale. Anche l'Italia, se c'è, batta un colpo.

Sergio Romano

30 giugno 2013 | 9:08© RIPRODUZIONE RISERVATA

DA - http://www.corriere.it/editoriali/13_giugno_30/il-mediterraneo-dimenticato-sergio-romano_a6fa2238-e13e-11e2-a879-533dfc673450.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L'ossessione del controllo
Inserito da: Admin - Luglio 03, 2013, 11:58:50 pm
COSA È CAMBIATO DOPO L'11 SETTEMBRE

L'ossessione del controllo

Esiste un filo che lega il caso di Edward Snowden alle vicende dell' Intelligence americana negli ultimi decenni. La storia comincia nel 1975 quando il senatore Frank Church fu chiamato a presiedere una commissione d'indagine sulle attività della Central Intelligence Agency e del Federal Bureau of Investigation. La guerra del Vietnam, la pubblicazione sul New York Times nel 1971 dei «Pentagon Papers» (una imbarazzante fuga di notizie sulla strategia americana durante il conflitto) e lo scandalo del Watergate nel 1972 avevano suscitato una irresistibile domanda di pulizia e trasparenza. La Commissione produsse centinaia di pagine sulle armi tossiche, lo spionaggio epistolare, le operazioni segrete, gli omicidi mirati, le frequenti violazioni del Quarto emendamento (la necessità di una autorizzazione giudiziaria per le perquisizioni e gli arresti). Il rapporto gettò le basi per una radicale limitazione della libertà con cui i maggiori organismi della sicurezza americana avevano operato negli anni precedenti. Non tutti accettarono di buon grado le nuove regole d'ingaggio e parecchi analisti sostennero che il Senato, con le sue misure restrittive, aveva pregiudicato la sicurezza del Paese.

Le critiche divennero ancora più aspre dopo il crollo del muro di Berlino quando un gruppo d'intellettuali della destra repubblicana (i neoconservatori) sostennero che gli Stati Uniti, vincitori della Guerra fredda, avevano ormai il diritto e il dovere di governare il mondo senza sottostare ai limiti paralizzanti del passato. Bill Clinton, durante la sua presidenza, fece qualche concessione fra cui il lancio del satellite Echelon per la raccolta di informazioni soprattutto economiche. Ma evitò d'intaccare lo spirito della Commissione. Il quadro cambiò dopo l'assalto alle Torri gemelle nel settembre del 2001. I neoconservatori erano arrivati al potere nelle salmerie della presidenza Bush e colsero l'occasione per una svolta radicale. Tutto ciò che Cia e Fbi avevano perduto grazie alla Commissione Church fu restituito con gli interessi. Una legge, il Patriot Act, sostenne che era indispensabile e patriottico ascoltare, intercettare, registrare, trattare i prigionieri di guerra come banditi e criminali, giudicarli di fronte a commissioni militari o lasciarli invecchiare senza giudizio in un pezzo di territorio cubano chiamato Guantanamo. Qualcuno osservò che l'America stava combattendo per la democrazia con i metodi della Santa Inquisizione, ma i neoconservatori e i loro leader (Dick Cheney alla vicepresidenza, Donald Rumsfeld al Pentagono) poterono contare per parecchio tempo sulla paura e l'indignazione di una società che aveva improvvisamente scoperto, l'11 settembre del 2001, la propria vulnerabilità. Le legittime preoccupazioni dell'opinione pubblica divennero da quel momento l'alibi di cui i consiglieri di Bush si servirono per sciogliere i molti vincoli che avevano limitato in passato i poteri dell'esecutivo.
Sembrò che Barack Obama, dopo l'elezione alla Casa Bianca, avrebbe restaurato l'ordine costituzionale e mantenuto una promessa (la chiusura di Guantanamo) fatta durante la campagna elettorale. Ma voleva vincere le guerre di Bush, raggiungere lo scopo con il minore numero possibile di vittime americane, dare qualche soddisfazione all' establishment militare.

Prigioniero di queste contraddizioni, il presidente trasformò la Cia in un corpo combattente e le affidò un'arma, il drone, che ha un pilota in camice bianco a diecimila miglia dal campo di battaglia e il vizio di distinguere male il nemico dall'amico. Il risultato è un servizio d' intelligence che ha un numero di segreti incomparabilmente superiore a quello del periodo che precede la Commissione Church. Non è tutto. Questa fase della politica americana coincide con l'avvento di nuove tecnologie della comunicazione che consentono di ascoltare e intercettare, letteralmente, tutto e tutti: una raccolta indifferenziata, una pesca allo strascico in cui gli algoritmi possono pescare tutto ciò che può servire all'esercizio del potere. Julian Assange, fondatore di Wikileaks , non è simpatico e le sue rivelazioni hanno esposto a molti rischi la vita di coloro che combattono in Afghanistan. Ma la sua apparizione sulla scena internazionale ha colto una domanda di pulizia e trasparenza che ricorda per molti aspetti il clima della metà degli anni Settanta.

Edward Snowden, dal canto suo, ha qualche merito in più. Mentre Assange ha rivelato segreti militari (una categoria che molti considerano legittima), Snowden dice al mondo che gli Stati Uniti entrano sistematicamente nelle nostre case e nella nostra vita. Tutto ciò è accaduto, per di più, in una fase in cui l'America non perdeva occasione per rimproverare a Vladimir Putin la sua sistematica violazione dei diritti umani e ai cinesi le loro scorrettezze cibernetiche. Non è sorprendente che russi e cinesi si comportino ora con la soddisfazione di chi è finalmente in grado di saldare il conto. E non è sorprendente che Snowden diventi tanto più popolare quanto più l'America cerca di processarlo per alto tradimento. Quanto all'Europa non v'è ragione per cui debba astenersi dal dire a Washington che un rapporto di amicizia è tale soltanto quando non è sfacciatamente ineguale. Ma in ultima analisi il fattore di cui Barack Obama dovrà tenere maggiormente conto è la sua opinione pubblica. Se gli americani gli chiederanno pulizia, il presidente dovrà probabilmente ricorrere a una nuova Commissione Church.

Sergio Romano

3 luglio 2013 | 8:23© RIPRODUZIONE RISERVATA

da corriere.it


Titolo: SERGIO ROMANO. La nostra vocazione a finire nei pasticci
Inserito da: Admin - Luglio 14, 2013, 11:37:05 pm
L'immagine nazionale

La nostra vocazione a finire nei pasticci

Sergio ROMANO

Cerchiamo di tralasciare, almeno per il momento, tutti i risvolti del pasticcio kazako su cui abbiamo notizie incomplete e approssimative. Conosciamo male la vita, gli affari e le opinioni politiche di Mukhtar Ablyazov, ricercato dal governo del Kazakistan per reati di cui non ci è stata data notizia. Non sappiamo se il suo caso assomigli a quello di Mikhail Khodorkovskij e Boris Berezhovskij, nemici di Vladimir Putin, o a quello di Yulija Timoshenko, nemica del presidente ucraino Viktor Janukovic.

Non ci è stato detto ufficialmente se e da chi siano state fatte pressioni sulle autorità italiane per ottenere l'arresto e la fulminea estradizione di sua moglie e sua figlia. E neppure fino a che punto sia salita, lungo la scala gerarchica, la notizia che la polizia si preparava a espugnare con cinquanta uomini, nel cuore della notte, un villino di Casal Palocco nei pressi di Roma. Abbiamo il diritto di avere risposte chiare e speriamo che il governo non si limiti a dirci, come nelle scorse ore, che non era informato e che l'operazione «presenta elementi e caratteri non ordinari».

A noi sembra che una definizione più adeguata dell'intera vicenda, in questo contesto, sia «non professionale». La semplice elencazione degli interrogativi evocati dal caso (per non parlare del frettoloso noleggio di un aereo speciale a nome del governo kazako per l'estradizione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua) avrebbe dovuto suggerire una maggiore circospezione e il coinvolgimento di autorità politicamente responsabili. Era davvero impossibile avere qualche dubbio e sospettare che la polizia italiana corresse il rischio di lasciarsi invischiare in una oscura vicenda straniera?

Mi piacerebbe credere che quello di Casal Palocco sia un episodio isolato, l'occasionale «errore umano» che capita prima o dopo in tutte le forze di sicurezza e in tutti i servizi d'intelligence. Ma la stessa mancanza di professionalità è evidente in altri casi, solo apparentemente diversi. Penso al naufragio della Costa Concordia e alla fuga del suo capitano dalla nave in pericolo. Penso alla vicenda dei marò arrestati in India per l'uccisione di due pescatori indiani nell'ambito di una operazione contro la pirateria nel mare Arabico: un caso ancora non sufficientemente chiarito che è stato ulteriormente complicato da una politica ondeggiante, promesse non mantenute e un bisticcio tra due ministri recitato di fronte al Parlamento e alle telecamere di tutto il mondo.

Il filo che lega questi diversi casi è l'indifferenza dei loro protagonisti per il modo in cui saranno giudicati e interpretati da tutti coloro che assisteranno allo spettacolo sugli schermi della televisione globale. Un capitano lascia la sua nave senza chiedersi che cosa penserà il popolo del turismo mondiale. Un ministro degli Esteri si dimette senza chiedersi quale effetto avrà il suo gesto sulla sorte di un governo che è stato costituito per recuperare il credito perduto dal Paese sui mercati internazionali. La polizia conquista Casal Palocco con l'animo di chi sembra ignorare quanto siano imbrogliate le vicende degli oligarchi e dei dissidenti nei Paesi post-sovietici. E un manipolo di deputati si spoglia di fronte alle telecamere, come è accaduto negli scorsi giorni, per convincere il mondo che l'Italia è sempre e soprattutto «commedia dell'arte». Usciremo dalla crisi, prima o dopo. Ma vincere contro questi connazionali è una fatica di Sisifo.

14 luglio 2013 | 8:44
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_luglio_14/immagine-nazionale-kazakistan-Romano_4f6f07fc-ec4e-11e2-b462-40c7a026889e.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. UN INCOMPRENSIBILE TEATRO ESTIVO. Farsi del male isolati da tutti
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2013, 11:00:43 am
UN INCOMPRENSIBILE TEATRO ESTIVO

Farsi del male isolati da tutti


Nel Pdl molti sembrano pensare che il nostro maggiore problema sia Berlusconi e la sua sorte. Coloro che vogliono riscattarlo dall'«infamia» di una sentenza «ingiusta» chiamano i seguaci a scendere in piazza anche in una domenica d'agosto e fronteggiano quelli che vogliono trasformare il verdetto della Corte di cassazione nella sua definitiva eliminazione dalla politica nazionale. Le intenzioni sono opposte, ma entrambi i campi si comportano come se l'Italia non avesse altri problemi, come se questa fosse una questione di famiglia e i due fronti avessero il diritto di risolverla fra le quattro mura della loro casa comune senza preoccuparsi del giudizio di quanti ci guardano dall'esterno e attendono di sapere con chi avranno a che fare nei prossimi mesi. Accecati dallo spirito di parte, i paladini del riscatto e quelli della punizione hanno dimenticato che l'Italia è un problema europeo e che il suo futuro dipende in larga misura dal modo in cui gli altri giudicheranno la tenuta del Paese e la sua credibilità.

Questo accecamento era già percepibile negli ultimi mesi del governo Monti ed è nuovamente evidente da qualche settimana nel giudizio di una parte dell'opinione pubblica sul governo Letta. Le critiche sono comprensibili e spesso giustificate, ma non sembrano tenere alcun conto del modo in cui Monti e Letta sono riusciti a correggere l'immagine dell'Italia, a renderla un interlocutore credibile e necessario. Della riforma Fornero ricordiamo soltanto il problema degli esodati, ma un articolo di Enrico Marro sul Corriere del 28 luglio ci ha segnalato che la diminuzione dei pensionamenti è già significativa e potrebbe risparmiare all'erario 80 miliardi nel corso di un decennio. Abbiamo parlato molto di Imu, ma abbiamo dimenticato che la diminuzione dello spread (il divario fra i tassi d'interesse delle obbligazioni italiane e tedesche) ha sdrammatizzato il problema del rifinanziamento del debito pubblico. Abbiamo trattato la questione dei marò in India e il caso kazako come indici della nostra irrilevanza internazionale, ma abbiamo dimenticato che Barack Obama, preoccupato dal caos libico, ha chiesto l'aiuto dell'Italia, non quello della Francia. Che cosa accadrebbe dello spread e dello status del Paese come interlocutore europeo se il caso Berlusconi ci sembrasse più importante della nostra stabilità politica? Come reagirebbero i governi e i mercati se apprendessero che l'Italia sta tornando alle urne con una legge elettorale che non garantisce maggioranze? Che cosa accadrebbe se impiegassimo i prossimi mesi a fare campagna elettorale e i mesi successivi a ricucire coalizioni precarie?

Ho accennato al giudizio di chi ci guarda dal di fuori, ma esiste anche quello degli italiani. Credono davvero i partigiani del riscatto di Berlusconi che l'Italia moderata, ragionevole e con la testa sulle spalle sia disposta a seguirli in questa nuova avventura elettorale?
Credono gli altri che il Pd sia già pronto a un nuovo appuntamento con le urne? Entrambi, dopo il voto, potrebbero scoprire di avere ingrossato le file degli astensionisti e di avere lavorato per il re di Prussia, vale a dire, in questo caso, per il movimento di Beppe Grillo.

5 agosto 2013 | 7:39
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Sergio Romano

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_05/farsi-del-male-isolati-da-tutti-sergio-romano_12749a2e-fd88-11e2-a2a4-b405456a2122.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. GLI ERRORI DI OBAMA E LE CARTE CHE GLI RESTANO
Inserito da: Admin - Agosto 12, 2013, 09:08:47 am
GLI ERRORI DI OBAMA E LE CARTE CHE GLI RESTANO

Ambizioni perdute di un presidente


Prima di partire per qualche giorno di riposo in uno dei luoghi più amati dai presidenti americani, Barack Obama ha annunciato la riforma del Patriot Act, vale a dire di quella legge marziale con cui il suo predecessore, dopo gli attentati dell'11 settembre, aveva enormemente aumentato, a scapito dei diritti civili, i poteri dei servizi di polizia e sicurezza. È probabile che questo fosse da tempo il suo desiderio. Ma ha potuto agire soltanto dopo le rivelazioni di un uomo che la Casa Bianca è costretta a definire «traditore». Il «caso Snowden» ha avuto quindi tre effetti imprevisti. Ha permesso a Obama di essere finalmente «liberal», ma ha guastato i suoi rapporti con Putin e ha reso poco efficace, se non addirittura risibile, l'accusa delle «aggressioni cibernetiche» che gli Stati Uniti hanno recentemente rivolto alla Cina. Non è tutto. Mentre Obama iniziava le sue vacanze, una ennesima catena di attentati gli ha ricordato che in Iraq, dopo la partenza delle truppe americane, il numero delle vittime sembra destinato ad avere proporzioni siriane: 1.075 morti e 2.327 feriti nel corso del mese di luglio.

Questi sono soltanto due esempi delle disavventure che hanno turbato i sonni di Obama. Quando fu eletto, nel 2008, voleva fare esattamente il contrario di ciò che aveva fatto George W. Bush. Voleva incoraggiare la democrazia nel mondo musulmano con generose dichiarazioni di fiducia, tendere una mano all'Iran, liberare i prigionieri di Guantánamo, chiudere il più rapidamente possibile la partita afghana e quella irachena, promuovere la soluzione della questione palestinese, «resettare» i rapporti con la Russia. Non è interamente colpa di Obama se le primavere arabe non hanno schiuso ai loro Paesi le porte della democrazia, se il partito americano della sicurezza gli ha impedito la chiusura di Guantánamo, se gli ayatollah iraniani non hanno accolto la sua offerta, se l'Afghanistan è sempre per metà talebano, se i sunniti iracheni contestano ai loro fratelli sciiti il diritto di governare il Paese, se il primo ministro israeliano ha preferito puntare sulla vittoria dei repubblicani nelle ultime elezioni presidenziali americane, se la Russia di Putin è più poliziesca e repressiva di quella di Medvedev. Obama ha avuto la sventura di entrare alla Casa Bianca nel momento in cui era già iniziato il lento declino dell'impero americano, e deve ora convivere con una società politica che reagisce a questa prospettiva troppo nervosamente.

Ma anche le reazioni del presidente hanno prodotto risultati mediocri o addirittura peggiorato la situazione. È stato un errore combattere Gheddafi senza accettare le responsabilità politiche dell'intervento. È stato un errore chiedere all'ambasciatore americano in Siria di prendere posizioni inutilmente provocatorie contro il regime di Bashar Al Assad. E non ha giovato alla politica americana oscillare ambiguamente in Egitto fra i militari e la Fratellanza musulmana.

Obama ha ancora qualche buona carta. Nella questione palestinese il suo segretario di Stato ha dimostrato di essere un tessitore paziente e tenace. A Teheran vi è ora qualcuno che potrebbe stringere la sua mano. La Russia e la Cina hanno buoni motivi per evitare tensioni e rotture che avrebbero conseguenze incalcolabili. Ma è necessario che il presidente non si aspetti gli sconti dovuti agli Stati Uniti quando erano la sola superpotenza. Dopo due guerre perdute e una crisi finanziaria scoppiata a Wall Street, quel mondo è finito. Obama è troppo intelligente per non esserne consapevole.

12 agosto 2013 | 8:00
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Sergio Romano

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_12/ambizioni-perdute-di-un-presidente-romano_d38b86bc-030c-11e3-a0a3-a0e457635e2f.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. La maturità della politica
Inserito da: Admin - Agosto 23, 2013, 11:33:04 pm
DOPO LA SENTENZA IN CASSAZIONE

La maturità della politica


Piaccia o no, la sentenza della Cassazione ha creato una situazione che nessuno può ignorare. Occorre aspettare che la Corte d'appello di Milano definisca nuovamente la durata delle pene accessorie e del periodo nel corso del quale Silvio Berlusconi non sarà eleggibile. Ma è ormai certo, salvo circostanze oggi imprevedibili, che il leader del Pdl trascorrerà un periodo agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali e non farà parte del Parlamento. Non so se la sua carriera possa considerarsi definitivamente conclusa. Ma un uomo duttile e realista, come Berlusconi ha dimostrato di essere in parecchi casi, non può ignorare che la sentenza, nella parabola della sua vita politica, è un imprescindibile spartiacque.

È ancora aperta, invece, un'altra questione più gravida di immediate conseguenze politiche: se Berlusconi abbia il diritto di restare in Parlamento in base alla legge Severino sulla corruzione. Quando l'applicazione della legge a un deputato o a un senatore esige un passaggio parlamentare (prima nella giunta delle elezioni, poi nell'Assemblea di appartenenza), il problema smette di essere esclusivamente giuridico. Nessuno può dimenticare che la cacciata di Berlusconi dal Senato avrebbe effetti politici. È possibile delegittimare il leader di un partito senza che quest'ultimo resista alla tentazione di considerarsi punito, offeso, vittima di una strategia ostile? È possibile, se il partito è membro di una coalizione governativa, che la sua decapitazione, per mano di quelli con cui deve governare, non si ripercuota sulla qualità e sulla durata della convivenza? È utile per il Paese andare con gli occhi bendati verso una crisi (possibile se non addirittura probabile) nel momento il cui il maggiore interesse nazionale è la stabilità?

È difficile immaginare che i membri della giunta non siano consapevoli dell'esistenza di questi e altri interrogativi. Si potrebbe osservare che vi sono questioni di pubblica moralità in cui un parlamentare ha il diritto e il dovere di votare secondo coscienza. È vero. Ma la coscienza dei membri della giunta sarebbe ancora più tranquilla se si dimostrassero consapevoli di questi rischi e dessero spazio, prima di pronunciarsi, all'esame di certi dubbi sulla applicabilità delle legge Severino che sono stati sollevati anche da giuristi non conosciuti per le loro simpatie berlusconiane. Se accettassero questa riflessione dimostrerebbero, oltre a tutto, che anche la politica ha diritto alla sua autonomia e che non vi è equilibrio fra i poteri dello Stato là dove uno trasferisce automaticamente le decisioni dell'altro nell'area di propria competenza.

Questo delicato passaggio diverrebbe meno difficile se Berlusconi, dal canto suo, si rendesse conto delle proprie responsabilità. Ha fondato un partito che continua ad avere i consensi di una parte del Paese e ha creato così le condizioni per una democrazia dell'alternanza. Spetta a lui evitare, con un passo indietro, che questo partito dipenda interamente dalla sua leadership. Spetta a lui assicurare la transizione e lasciare dietro di sé un personale politico capace di raccogliere quella parte della sua eredità che è ancora utile al Paese. È questo il lavoro «socialmente utile» che potrebbe dare un senso al crepuscolo della sua avventura politica.

21 agosto 2013 | 7:32
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Sergio Romano

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_agosto_21/maturita-della-politica-romano_59a24a10-0a1f-11e3-b366-05f9348e8c80.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Armi democratiche
Inserito da: Admin - Settembre 01, 2013, 11:57:04 am
Armi democratiche

Barack Obama corre il rischio di passare alla storia come uno dei più tentennanti presidenti degli Stati Uniti. Nella sua ultima dichiarazione, sul prato della Casa Bianca, ha chiesto un voto del Congresso sull'opportunità di un intervento militare contro il regime siriano di Bashar Al Assad.
Ma ancor prima di appellarsi ai rappresentanti del Paese aveva annunciato, in una recente intervista alla televisione Pbs, che la sua intenzione era quella di inviare uno shot across the bow , uno di quei colpi di cannone che vengono tirati di fronte alla prua di una nave per intimarle di fermarsi e tornare indietro.


Non sappiamo se con l'appello al Congresso il presidente americano chieda una formale autorizzazione o voglia più semplicemente metterlo di fronte alle proprie responsabilità. Ma sappiamo che una tale decisione, se adottata, avrebbe in ultima analisi l'inconveniente di non piacere a nessuno. Non ai pacifisti americani per cui sarebbe pur sempre un atto di guerra. Non ai paladini dell'ingerenza umanitaria e del dovere di proteggere le popolazioni civili, a cui sembrerebbe irrilevante. Non a quella fazione della destra repubblicana, erede dei «neocon», che accusa il presidente di essere debole, inetto, incapace di pestare il pugno sul tavolo nell'interesse dell'America. Non ai ribelli siriani, convinti che l'uso delle armi chimiche avrebbe fatto traboccare il vaso dell'indignazione occidentale e segnato la fine di Assad. Non agli alleati internazionali della Siria: Russia, Iran, Cina. Non, infine, alla maggioranza della sua opinione pubblica (una percentuale vicina, sembra, all'80%) per non parlare di quella delle altre maggiori democrazie occidentali. Sono contrari all'intervento persino coloro che in altri tempi avevano approvato le guerre di Bush e salutato con soddisfazione l'offensiva anglo-franco-americana contro la Libia di Gheddafi.

Non è sorprendente. Oggi, dopo l'esperienza degli ultimi tredici anni, nessuno può ignorare quali siano stati il costo e gli effetti di quelle guerre. L'operazione afghana parve giustificata dal patto che legava Al Qaeda e i suoi fedeli al regime talebano di Kabul. Sostenuti dalla Nato e persino dall'Iran, gli americani credettero di avere eliminato la maggiore base di Al Qaeda nel Medio Oriente. Ma nella caccia allo sceicco yemenita si perdettero, come altri eserciti occidentali, nel labirinto delle montagne che separano l'Afghanistan dal Pakistan; e di lì a poco lasciarono il Paese agli europei per concentrare ogni loro sforzo sull'Iraq di Saddam Hussein. Un'altra guerra, un'altra vittoria apparente.

Qualche mese dopo la conquista di Bagdad, Washington dovette constatare che quella dei talebani in Afghanistan era stata soltanto una ritirata strategica, che in Iraq non vi erano armi di distruzione di massa, che i sunniti iracheni non erano disposti ad accettare la sconfitta e che gli sciiti liberati dal giogo di Saddam amavano i confratelli iraniani più degli americani.
Comincia da allora la lunga sequenza dei rimedi falliti. In Afghanistan tornarono con forze più importanti e cercarono di sloggiare i talebani dalle regioni riconquistate. In Iraq cercarono di armare i sunniti contro il variegato fronte dell'integralismo islamico. Subentrato a George W. Bush, Barack Obama concepì un piano apparentemente razionale e un calendario inderogabile. In Afghanistan avrebbe lanciato un'ultima offensiva contro i talebani e offerto un negoziato a coloro che erano pronti a deporre le armi. In Iraq avrebbe assicurato la presenza militare americana soltanto sino alla fine del 2011.

Il risultato di quel piano, all'inizio del suo secondo mandato, è deprimente. I talebani non hanno alcuna intenzione di negoziare con una potenza che ha già, comunque, deciso di ritirare le proprie truppe nel 2014. L'uccisione di Osama bin Laden nel suo fortilizio pachistano è parsa uno straordinario successo della presidenza Obama (la vendetta è sempre, per un certo periodo, consolatoria) ma ha peggiorato i rapporti degli Stati Uniti con il Pakistan. In Iraq si muore, grazie alle bombe sunnite, molto più di quanto si morisse all'epoca di Saddam Hussein. In Libia, infine, Obama ha avuto il merito di comprendere prima dei suoi alleati i rischi di una operazione che era divenuta molto più lunga del previsto.
Ma del caos in cui il Paese è precipitato dopo la vittoria dei ribelli Obama non è meno responsabile di Nicolas Sarkozy e David Cameron.
È davvero sorprendente che dopo tre guerre non vinte, come la buona educazione internazionale preferisce chiamare quelle perdute, gli americani e le opinioni pubbliche occidentali non vogliano essere trascinati nella quarta?

Resta da capire, a questo punto, perché un uomo politico accorto e razionale come Barack Obama dovrebbe a tutti i costi prendere una iniziativa militare contro la Siria. Per non permettere che l'uso dei gas vada impunito? Per evitare che l'America, agli occhi del mondo, appaia inaffidabile? Credo che il criterio dell'affidabilità, in questo caso, concerna soprattutto il presidente degli Stati Uniti. Quando ha dichiarato, un anno fa, che l'uso dei gas sarebbe stato una «linea rossa» e che l'attraversamento di quella linea lo avrebbe costretto a rivedere la propria posizione, Obama è diventato prigioniero di se stesso. Ha usato la «linea rossa» per mascherare le proprie incertezze e allontanare per quanto possibile il momento delle decisioni. Ora quella «linea rossa» gli si è ritorta addosso come un boomerang e il presidente, privo di argomenti, è nudo di fronte al mondo come il re della favola di Andersen.

Vi è infine in questa vicenda un tragico paradosso. Le armi chimiche sono atroci, ignobili e suscitano una comprensibile condanna.
Ma le vittime della periferia di Damasco rappresentano una minuscola percentuale di quelle provocate dalla guerra. Le armi letali in Siria sono i fucili mitragliatori, le mitragliatrici, i cannoni, le bombe, i mortai. Collegare il giudizio sull'opportunità dell'intervento all'uso delle armi chimiche ha l'assurdo effetto di rendere altre armi più legittime o meno deprecabili. Non è tutto. Mentre l'Occidente si scandalizza per l'uso dei gas, vi sono probabilmente altri popoli per cui i droni, i proiettili all'uranio impoverito, il napalm e le bombe a grappolo, per non parlare delle armi nucleari, non sono meno tossici dell'arsenale chimico di Assad. In questo scontro di culture e di civiltà è meglio evitare che l'Occidente venga accusato di considerare tossiche soltanto le armi degli altri.

1 settembre 2013 | 8:34
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Sergio Romano

da - http://www.corriere.it/editoriali/13_settembre_01/armi-democratiche_114e22ee-12c0-11e3-b29f-7fb8749168ea.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L’INTESA SUL NUCLEARE IRANIANO Le clausole invisibili
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2013, 06:19:19 pm
L’INTESA SUL NUCLEARE IRANIANO
Le clausole invisibili

L’accordo con l’Iran, raggiunto nelle prime ore del mattino di domenica, può sembrare, a un primo sguardo, oltre che temporaneo, modesto e incompleto. Durerà soltanto sei mesi. Sembra lasciare impregiudicato il problema dell’arricchimento dell’uranio che l’Iran rivendica come un diritto e i «Cinque più uno» negano di avere concesso. Non avrà per effetto la fine di tutte le sanzioni e concede allo Stato degli Ayatollah una boccata d’ossigeno (sette miliardi di dollari) che non basterà a rimettere in sesto i conti dello Stato e a rilanciare l’economia.

Eppure vi sono almeno due fattori che rendono questo accordo, al di là delle sue clausole, un evento internazionale. In primo luogo tutte le potenze sedute al tavolo di Ginevra hanno capito che un altro rinvio avrebbe lasciato spazio ai nemici dell’intesa, molto numerosi nelle loro rispettive società nazionali, e proiettato un’ombra sulla possibilità di un nuovo incontro. In secondo luogo, questo primo compromesso, anche se parziale e temporaneo, è bastato a suscitare la collera del primo ministro israeliano e, probabilmente, quella del governo saudita. Se gli accordi si giudicano soprattutto per il modo in cui vengono percepiti da coloro che cercano d’impedirli, la reazione di Netanyahu conferma indirettamente l’importanza di quello raggiunto a Ginevra. Israele ha avuto sinora, nelle vicende iraniane, qualcosa di molto simile a un diritto di veto e teme di averlo perduto.

Vi è un altro aspetto dell’accordo che lo rende politicamente cruciale. I patti internazionali contengono spesso clausole invisibili che tutti conoscono, ma preferiscono tacere. Al di là delle sue formule tecniche e dei problemi non ancora risolti, l’accordo di Ginevra ci dice che l’Iran può ora uscire dal girone degli Stati inaffidabili, se non addirittura «canaglia», in cui ha vissuto, fra alti e bassi, negli ultimi decenni e, in particolare, durante le due presidenze di Mahmud Ahmadinejad. I suoi interessi non saranno sempre condivisibili, le sue ambizioni continueranno a preoccupare una parte della società internazionale. Ma l’Iran diventerà sempre di più, d’ora in poi, lo Stato con cui, pur dissentendo dalla sua linea, sarà utile scambiare idee e informazioni, fare affari, cercare terreni di possibile collaborazione. Gli Stati Uniti non approvano molti aspetti della politica cinese o saudita, ma questo non ha impedito a Washington di considerarli utili interlocutori. Lo stesso dovrebbe accadere domani per i rapporti con l’Iran. Beninteso, molto dipende anche dalla classe politica iraniana. Non basta spalancare le porte degli impianti agli ispettori dell’Agenzia per l’energia atomica.

Non basta dare serie garanzie sull’uso dell’uranio. I dirigenti iraniani dovranno dimostrare che sanno tenere al guinzaglio i Guardiani della rivoluzione, i servizi di sicurezza, la fazione fanatica del clero. Ma toccherà contemporaneamente agli Stati Uniti e all’Occidente dimostrare che ogni passo in questa direzione sarà apprezzato. Senza reciproca fiducia nessun accordo è destinato a durare.

25 novembre 2013
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Sergio Romano

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_novembre_25/clausole-invisibili-f810887e-5597-11e3-8836-65e64822c7fd.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. LA SIRIA DEGLI ORRORI E L’OCCIDENTE La crudeltà dimenticata
Inserito da: Admin - Dicembre 24, 2013, 05:49:02 pm
LA SIRIA DEGLI ORRORI E L’OCCIDENTE
La crudeltà dimenticata

Accade agli Stati ciò che accade a una personalità politica quando è colpita da un ictus o da un infarto. Finché vi è speranza di salvarlo, i dottori descrivono in un bollettino medico le sue condizioni di salute. Quando si accorgono che le cure non hanno effetto e che il malato è incurabile, i bollettini diventano sempre più rari. La stampa internazionale avrebbe materia per dedicare ogni giorno una buona parte della prima pagina alla guerra civile siriana.
Due rapporti recenti - uno di agenti delle Nazioni Unite, l’altro di Amnesty International - dimostrano che ciascuna delle due parti, per fare il vuoto intorno al nemico, colpisce sempre più crudelmente la popolazione civile. Gli uomini, le donne, i bambini, vengono arrestati, imprigionati, torturati. Molti, soprattutto nelle zone controllate dal governo, scompaiono. Ciascuna delle due parti si accanisce soprattutto su coloro che possono, sia pure indirettamente, servire all’altra. Tutti obbediscono alla regola secondo cui «è mio nemico anche il medico che cura le ferite dei miei nemici».
Le responsabilità maggiori, dal punto di vista del diritto internazionale, sono del governo di Bashar Al Assad, colpevole di quella che appare sempre di più una guerra a oltranza dello Stato siriano contro i propri cittadini; ma quelle morali sono equamente distribuite. Abbiamo denunciato l’uso delle armi chimiche perché erano state lungamente sul banco degli accusati e avevano provocato interminabili dibattiti internazionali. Ma questo stillicidio di violenze quotidiane è persino peggio. Perché i bollettini medici sono diventati sempre più rari?
Conviene ricordare che non tutti i medici erano d’accordo sulla diagnosi e sulle cure. I principali dottori accorsi al capezzale del malato - Arabia Saudita, Iran, Qatar, Russia, Stati Uniti, Francia, Turchia, per non parlare della Cina e di altre potenze europee - volevano la guarigione del proprio paziente e la morte dell’altro. Non somministravano medicine, ma armi, intelligence, sostegno logistico. Non lavoravano per la pace, ma per la vittoria del loro rispettivo pupillo. Poi, gradualmente, ogni dottore ha capito che il suo paziente gli stava scappando di mano, non accettava consigli e si rimetteva alla strategia della sua fazione più radicale. È accaduto nel campo del regime, ma anche in quello della resistenza, sempre più soggetta alle infiltrazioni di Al Qaeda. Nessuno lo ammette esplicitamente e qualcuno, come un principe saudita, ventiduesimo figlio del fondatore del Regno, ha scritto recentemente su un giornale americano, che il suo Paese, se necessario, farà da sé, anche se la sua politica sarà radicalmente diversa da quella degli Stati Uniti. Ma tutti sanno che da una guerra come questa uscirà vincitore soltanto quello che sarà riuscito ad annientare spietatamente tutti i suoi nemici.
La conferenza di Ginevra sulla Siria, se verrà convocata, avrà un senso soltanto quando i Paesi coinvolti nella crisi (fra cui finalmente anche l’Italia) si saranno accordati su due misure: la sospensione di qualsiasi assistenza che non sia strettamente umanitaria e la creazione di un cordone sanitario intorno al territorio siriano per impedire il passaggio di qualsiasi fornitura militare. Non sarebbe la fine della guerra, ma potrebbe essere l’inizio di una fase nuova, il primo passo verso un reale negoziato.


21 dicembre 2013
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SERGIO ROMANO

Da - http://www.corriere.it/editoriali/13_dicembre_21/crudelta-dimenticata-eb217bd6-6a06-11e3-aaba-67f946664e4c.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. EDITORIALE: il referendum in svizzera I confini del realismo
Inserito da: Admin - Febbraio 11, 2014, 05:32:51 pm
EDITORIALE: il referendum in svizzera
I confini del realismo

Molti referendum svizzeri sono strettamente locali e, al di là delle frontiere della Confederazione, pressoché incomprensibili. Ma quello di ieri è un referendum «europeo», vale a dire destinato a provocare discussioni e ripercussioni in tutti i Paesi dell’Unione. Quando decidono, sia pure con un piccolo margine, che l’immigrazione deve essere soggetta a limiti quantitativi, gli svizzeri affrontano un problema comune ai loro vicini. Non sarebbe giusto sostenere che il loro «sì» abbia necessariamente una nota razzista e xenofoba. L’opinione pubblica xenofoba esiste e si riconosce nell’Unione Democratica di Centro, oggi maggioranza relativa. Ma parecchi elettori della Confederazione, nei cantoni di lingua tedesca e in Ticino (una scelta, questa, che potrebbe nuocere ingiustamente ai frontalieri italiani) hanno espresso preoccupazioni diffuse anche altrove.

È forse opportuno che il principio della libera circolazione (a cui la Svizzera ha aderito con un referendum del 2000) continui a essere adottato in un momento in cui alcuni Paesi soffrono di una forte disoccupazione e altri, più fortunati, temono tuttavia che il loro mercato del lavoro venga sconvolto da arrivi eccezionali di persone provenienti dai Paesi in crisi? È opportuno assorbire ora nuovi disoccupati a cui non potremo dare un lavoro, ma a cui sarà necessario garantire alcuni benefici del nostro Stato assistenziale? Sappiamo ciò che ogni Paese vorrebbe fare, anche se non osa sempre confessarlo: aprire le sue porte a personale specializzato quale che sia la sua provenienza e chiuderle di fronte a lavoratori non qualificati, anche se cittadini di membri dell’Unione. Ma di tutte le soluzioni possibili, questa è la più inaccettabile. Abbiamo il diritto di essere realisti, ma non sino al punto di calpestare il principio di solidarietà. Se vuole essere qualcosa di più di una semplice aggregazione utilitaria, l’Europa non può voltare le spalle alle persone maggiormente colpite dalla crisi. Anche questo è realismo. Non si fa nulla di serio e duraturo se la costruzione non è fondata su diritti e doveri comuni.

La Svizzera è legata all’Ue da un accordo e non potrà applicare il referendum senza un negoziato con Bruxelles. Ma se il problema è europeo tanto vale cogliere questa occasione per affrontare la questione della libera circolazione delle persone in tempi di crisi. Sarà più facile farlo, tuttavia, se il problema della solidarietà verrà affrontato in un contesto più largo. Qualche giorno fa, al Parlamento di Strasburgo, Giorgio Napolitano ha ricordato che la politica del rigore deve essere accompagnata e completata da nuovi investimenti privati e pubblici al servizio di progetti europei e nazionali. Vi è forse in quelle parole il disegno di un New Deal per l’Europa, nello spirito di quello voluto da Franklin D. Roosevelt per gli Stati Uniti quattro anni dopo la grande crisi del 1929. La politica del rigore, applicata sinora dall’Ue, era indispensabile. Oggi quella della crescita non è meno necessaria. Se il problema dell’immigrazione e del lavoro verrà affrontato in questa prospettiva, qualche temporaneo aggiustamento al principio della libera circolazione sarà forse opportuno e comprensibile.

10 febbraio 2014
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Sergio Romano

Da - http://www.corriere.it/opinioni/14_febbraio_10/i-confini-realismo-59935d48-9219-11e3-b1fa-414d85bd308d.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Rischi e opportunità di uno strappo L’impazienza di un leader
Inserito da: Admin - Febbraio 16, 2014, 11:01:09 pm
Rischi e opportunità di uno strappo
L’impazienza di un leader

Matteo Renzi è impaziente. Conosceva le intenzioni del presidente del Consiglio. Sapeva che Letta si preparava a prendere la parola in Parlamento per esporre al Paese una versione aggiornata del suo programma e chiedere la fiducia delle Camere. Ma il sindaco di Firenze non è né deputato né senatore e ha preferito evitare un voto parlamentare spostando il dibattito là dove il podio sarebbe stato interamente suo. Il galateo democratico avrebbe richiesto una diversa procedura, ma l’impazienza non è necessariamente un difetto. Può anzi accadere, soprattutto in un Paese di cavilli e dilazioni, che la rapidità con cui Renzi ha rovesciato in pochi giorni la sua linea politica e organizzato la propria designazione possa sembrare alla pubblica opinione una prova di carattere e di energia. Le reazioni dei mercati e dei governi amici sembrano dargli ragione; e la fortuna, come è confermato dal giudizio di una agenzia di rating (che concerne peraltro i suoi predecessori) aiuta notoriamente gli audaci. Toccherà a lui, ora, convincere il Paese che potrà contare sulle sue promesse.

È questo, tuttavia, il punto su cui è lecito fare qualche domanda. Sino a qualche giorno fa il leader del Partito democratico sembrava convinto che l’Italia avesse bisogno, anzitutto, di due riforme istituzionali: una nuova legge elettorale, secondo i criteri concordati a suo tempo con Silvio Berlusconi, e un nuovo Senato. Senza queste due riforme il Paese avrebbe corso il rischio di tornare alle urne con un sistema proporzionale «puro» (che garantisce l’ingovernabilità) e avrebbe eletto un Senato che presenta un duplice inconveniente: raddoppia i tempi della politica nazionale e ha generalmente una maggioranza diversa da quella della Camera. Renzi ci spiegava allora che il presidente della Repubblica, dopo l’approvazione in Parlamento di quelle due riforme, avrebbe sciolto le Camere e permesso agli italiani di scegliere, infine, un governo. E aggiungeva che era quello il momento in cui lui avrebbe vinto la partita.

La stessa persona, tuttavia, ci dice ora che desidera governare sino alla fine della legislatura. Con quale legge elettorale? Con quale sistema bicamerale? Con quali alleati? Se continuerà a lavorare per una nuova legge elettorale e un nuovo Senato, dovrà mettere in conto la possibilità che le elezioni abbiano luogo subito dopo le due riforme. Se preferirà restare al governo il più a lungo possibile, cercherà di rinviare le riforme all’ultima fase della legislatura.

Vi è un altro aspetto del problema che nessun candidato alla presidenza del Consiglio dovrebbe dimenticare. Anche Renzi, come Silvio Berlusconi, ha cambiato lo stile e i tempi della politica italiana. Ma l’Italia non ha cambiato la sua Carta costituzionale ed è ancora il Paese dove il presidente del Consiglio è il più precario degli uomini di Stato europei. Quanti presidenti del Consiglio, nei panni di Letta, sarebbero stati costretti a dimettersi? Se Renzi non vuole correre lo stesso rischio, è necessario che nella sua agenda di governo vi sia anche il capitolo delle riforme costituzionali.

16 febbraio 2014
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Sergio Romano

Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_febbraio_16/impazienza-un-leader-1321c51a-96d9-11e3-bd07-09f12e62f947.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. L’ex Senatore e l’ex Cavaliere
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2014, 05:45:44 pm
L’ex Senatore e l’ex Cavaliere

Di Sergio Romano

Sul piano giudiziario il caso di Marcello Dell’Utri sembra avviato alla sua conclusione. Un uomo, condannato a sette anni da un tribunale del suo Paese per concorso esterno in associazione mafiosa, va all’estero «per ragioni di salute», senza chiedere il permesso ai magistrati, grazie a complicità che sembrano avvalorare la condanna. La polizia riesce ad arrestarlo nel giro di un paio di giorni. L’uomo sarà probabilmente costretto a rientrare in patria. Ma non è un cittadino qualsiasi. È stato per molti anni l’amico e il principale collaboratore della persona che ha già dato il suo nome a un ventennio della storia nazionale. Ha modellato un partito, ne ha scelto e formato i quadri, ha applicato con successo alle campagne politiche il linguaggio e le tecniche delle campagne pubblicitarie e degli annunci promozionali. È stato parlamentare della Repubblica.

Non è sorprendente quindi che la sua improvvisa scomparsa dall’Italia e il suo forzato ritorno in patria facciano discutere. Abbiamo letto e continueremo a leggere per parecchi giorni commenti indignati o comprensivi, a seconda della collocazione politica e delle simpatie o antipatie di chi scrive o manifesta pubblicamente le sue impressioni. In un Paese dove gran parte della classe politica finisce, prima o dopo, in una aula di tribunale, (l’ultimo caso è quello dei coniugi Mastella), la giustizia si è inevitabilmente politicizzata; e il passaggio di tanti magistrati alla vita politica, soprattutto negli ultimi vent’anni, ha finito per rendere questa anomalia ancora più vistosa.

Ma il caso Dell’Utri è diverso e dovrebbe essere valutato, anche da chi crede nella sua innocenza, in un’altra prospettiva. Nel corso del processo, in uno Stato democratico, l’imputato ha il diritto di difendersi, contrattaccare e può essere umanamente compreso persino se sostiene di essere vittima di una giustizia ostile. Può fare, in altre parole, tutto ciò che Berlusconi e altri imputati eccellenti hanno fatto in questi anni. Ma la sentenza è un’altra cosa. Chi si batte nel corso del processo, anche con manovre dilatorie, dimostra di accettare, sia pure a malincuore, le regole del sistema. Chi sfugge alla sentenza, invece, accetta il sistema sino a quando ritiene di poterlo usare a suo favore e gli volta la spalle non appena constata di non esservi riuscito. La fuga, in questo caso, è un gesto eversivo. Se è consentito fare confronti tra personalità alquanto diverse, Dell’Utri non è il primo politico italiano che fugge all’estero nel corso di una vicenda giudiziaria. Giovanni Giolitti andò in Germania nel dicembre del 1894, quando gli fu detto che correva il rischio di essere arrestato per lo scandalo della Banca Romana, e rimase a Berlino per un mese e mezzo. Ma tornò in Italia non appena fu raggiunto da un mandato di comparizione del tribunale di Roma. Bettino Craxi lasciò l’Italia per Hammamet durante i processi di Mani pulite e commise un errore che il socialismo italiano non ha ancora smesso di pagare. Giolitti si difese in Parlamento e fu per quasi vent’anni il dominus della politica italiana. Craxi, anche per le sue cattive condizioni di salute, è divenuto irrilevante e ha trascinato con sé il Psi. Se Forza Italia non vuole subire la stessa sorte, soprattutto in un momento in cui l’immagine di Berlusconi si sta appannando, occorre che il suo leader e i suoi maggiori esponenti dicano sulla vicenda Dell’Utri una parola chiara. Devono semplicemente, senza distinzioni fumose e poco convincenti, disapprovare e condannare.

13 aprile 2014 | 10:25
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Da - http://www.corriere.it/politica/14_aprile_13/ex-senatore-l-ex-cavaliere-e066c14c-c2e4-11e3-a3de-4531ca6bc782.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Cina e Stati Uniti, conseguenze molto reali del sorpasso che...
Inserito da: Admin - Maggio 05, 2014, 11:43:29 pm
ESTERI
Cina e Stati Uniti, conseguenze molto reali del sorpasso che non c’è

di SERGIO ROMANO

Sulla effettiva rilevanza politica ed economica di alcune statistiche mondiali è permesso avere qualche dubbio. Se il Prodotto interno lordo della Cina, secondo i calcoli della Banca mondiale, ha superato quello degli Stati Uniti, è bene ricordare che i confronti tra realtà eterogenee sono spesso ingannevoli. La Cina ha un miliardo e 350 milioni di abitanti, gli Stati Uniti 300 milioni. Quale è il reddito medio dei cinesi e degli americani? La Cina spende ogni anno per le forze armate il 2% del suo Pil e gli Stati Uniti spendono il 4%; ma la somma complessiva del loro bilancio militare è superiore a quella di tutti i bilanci militari del pianeta. È vero che fra il 2011 e il 2014 la Cina ha registrato una crescita pari al 24% mentre gli Stati Uniti sono cresciuti del 7%. Ma converrebbe tenere presente che il tasso di crescita del colosso cinese dipende dalle condizioni economiche in cui versava il Paese quando Deng Xiaoping dette il via alle sue riforme. Non è possibile che il ritmo di crescita di un mercato interno pressoché saturo, come quello degli Stati Uniti, sia meccanicamente comparabile con quello di un Paese che emerge da un lungo sottosviluppo.

Ma la politica e l’economia non sono fatte solo di cifre. Sono fatte anche di percezioni psicologiche e di reazioni popolari, spesso sollecitate e manipolate da partiti e gruppi di interessi. Lo scavalcamento cinese nuocerà all’immagine di Barack Obama e darà argomenti più o meno pretestuosi a quella parte della società politica americana che lo considera inetto, remissivo, esitante e del tutto incapace di far fronte alle nuove sfide che minacciano il ruolo mondiale del suo Paese. Gli verranno sempre più frequentemente rimproverate quelle che critici e oppositori considerano le sue colpe maggiori: il negoziato con l’Iran, il passo indietro nella crisi siriana, gli inutili tentativi per la soluzione della questione palestinese, la prudenza dimostrata durante la vicenda ucraina e nei rapporti con Putin.

Non è tutto. Il sorpasso cinese fornirà argomenti anche a coloro che annunciano e profetizzano il declino dell’Occidente di fronte all’ascesa di nuovi colossi continentali: la Cina, l’India, il Brasile, per non parlare di antichi concorrenti come la Russia e Giappone. Obama potrà replicare che la sua riluttanza di fronte alla possibilità di altre avventure armate, come quelle di George W. Bush, è approvata dal 53% dei suoi connazionali. E potrà ricordare che gli isolazionisti repubblicani e democratici, sempre più numerosi, non hanno in realtà una politica estera degna di questo nome. Ma le circostanze, in un mondo agitato da parecchie crisi, non gli sono favorevoli. Dovrebbero essere favorevoli, invece, all’Unione Europea. La Cina compete con gli Usa, ma non smette di dirci che sarebbe felice di assistere a una maggiore presenza europea negli affari mondiali. All’Ue non viene chiesto di fare guerre o imporre sanzioni. Le viene chiesto piuttosto di provare che la sua posizione non è sempre soltanto una variante di quella americana e che è pronta ad assumersi responsabilità corrispondenti al suo peso e al suo prestigio.

3 maggio 2014 | 08:06
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_maggio_03/cina-stati-uniti-conseguenze-molto-reali-sorpasso-che-non-c-e-83ab127e-d283-11e3-8ae9-e79ccd3c38b8.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO Noi e i tedeschi, così vicini così lontani Il pianista e i pastori
Inserito da: Admin - Luglio 07, 2014, 12:01:58 am
Noi e i tedeschi, così vicini così lontani
Il pianista e i pastori

Di SERGIO ROMANO

Come altre coppie europee, l’Italia e la Germania hanno un ingombrante bagaglio storico da cui possono trarre, a piacimento, materia per risentimenti, rimproveri, accuse reciproche. Accade generalmente quando gli uomini pubblici dei due Paesi (politici, ma anche imprenditori, banchieri e giornalisti) cedono alla tentazione di solleticare i pregiudizi e gli umori nazionali delle loro rispettive società. Ne vale la pena? È utile scomodare il passato per complicare il presente e allontanare soluzioni che possono essere soltanto comuni? Credo che ciascuno dei due Paesi dovrebbe piuttosto rendersi conto delle difficoltà dell’altro ed evitare di aggravarle.

Gli italiani, anzitutto, dovrebbero smetterla di trattare Angela Merkel come l’incarnazione femminile di Bismarck e Guglielmo II. La cancelliera è intelligente, autorevole, abile, non priva di un certo opportunismo, ed è rispettata dalla maggioranza dei suoi connazionali. Ma è molto meno forte di quanto non appaia. Governa con il partito socialdemocratico (a cui ha dovuto concedere in questi giorni il salario minimo garantito) ed è guardata a vista da due pastori tedeschi che non hanno alcuna intenzione di farle favori. Il primo, la Bundesbank, approfitta di alcune pagine nere della finanza nazionale fra la Prima e la Seconda guerra mondiale per atteggiarsi a custode dell’ortodossia finanziaria del Paese. Il secondo, il Tribunale costituzionale di Karlsruhe, difende le prerogative del Bundenstag ed esige che ogni cessione di sovranità, a differenza di quanto previsto dalla Costituzione italiana nel suo articolo 11, passi un severo esame nel Parlamento nazionale.

I tedeschi, dal canto loro, dovrebbero rendersi conto di quali e quante difficoltà Matteo Renzi debba superare per realizzare le sue ambizioni. Il Partito democratico ha vinto le elezioni europee con un risultato che ha sbalordito i partner dell’Italia in Europa e ha regalato al suo leader una grande popolarità. Ma una vittoria a Strasburgo non modifica il rapporto delle forze a Roma. Renzi non ha una maggioranza, deve concordare le sue mosse con interlocutori discussi e discutibili, deve combattere su due fronti: quello delle riforme costituzionali e quello delle riforme economico-sociali. Quando i tedeschi pretendono i «fatti» dovrebbero capire che la fine del bicameralismo perfetto e una nuova legge elettorale non sono meno utili, per il futuro del Paese, di quanto siano altre riforme destinate a ridurre la spesa e il debito pubblico. Spesa e debito sono anche il risultato di un sistema in cui i tempi della politica sono infiniti e ogni decisione viene presa alla fine di una tortuosa via crucis costellata di patteggiamenti e compromessi.

È probabile che Renzi, insieme al suo invidiabile dinamismo giovanile, abbia anche qualche difetto della gioventù. Un discorso scritto, in qualche circostanza, può essere più opportuno di un discorso appassionato e improvvisato. Ma Angela Merkel e i suoi pastori tedeschi non possono dimenticare che l’Italia ha bruciato tre leader nel giro di tre anni e che la caduta del quarto provocherebbe una crisi nazionale ed europea dai risultati imprevedibili. Aiutare Renzi, con qualche concessione in materia di flessibilità, a guidare il suo Paese fuori della crisi è anche un interesse tedesco. Parafrasando un cartello che si leggeva un tempo nei saloon del West, è il solo pianista italiano, cercate di non azzopparlo.

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5 luglio 2014 | 07:54
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_luglio_05/pianista-pastori-563ff910-0403-11e4-80b4-bb0447b18f3b.shtml



Titolo: SERGIO ROMANO. Una candida arroganza
Inserito da: Admin - Luglio 11, 2014, 11:48:11 pm
Una candida arroganza
Di SERGIO ROMANO

Può sembrare sorprendente che un fedele alleato, la Repubblica federale tedesca, adotti contro gli Stati Uniti una misura frequente fra i due blocchi durante la Guerra fredda. Ma fra le espulsioni d’allora e quella delle scorse ore contro un funzionario della Cia in servizio a Berlino corre una importante differenza. Quando la Nato e il Patto di Varsavia si guardavano in cagnesco attraverso il sipario di ferro, le espulsioni erano parte del gioco. Chi metteva la mano su una spia mascherata da diplomatico la cacciava dal suo Paese. Sapeva che l’altro Paese avrebbe protestato la propria innocenza e risposto alla «provocazione» espellendo a sua volta un funzionario del campo opposto. Ma le regole volevano che i casi di spionaggio fossero partite a somma zero da cui nessuno dovesse uscire perdente. Questo scambio di scortesie accadeva molto frequentemente soprattutto fra l’Urss e la Gran Bretagna, ma accadde almeno due volte negli anni Ottanta anche fra l’Italia e l’Urss. In ultima analisi non erano atti di reciproca ostilità. Saldato il conto, nemici come prima, vale a dire senza eccessivi rancori e desideri di ulteriori rappresaglie.

Quello che è accaduto fra la Germania e gli Stati Uniti è diverso ed è il risultato di almeno tre fattori. In primo luogo gli attentati dell’11 settembre hanno creato negli Usa un senso d’insicurezza e vulnerabilità che giustifica, agli occhi di molti americani, qualsiasi misura protettiva. Il Patriot Act (la legge voluta da Bush) ha attribuito a tutti i servizi di sicurezza poteri e facoltà che in altri momenti sarebbero parsi clamorosamente illiberali.

In secondo luogo le nuove tecnologie hanno aperto prospettive inimmaginabili. È sempre utile pedinare una persona, ascoltare le sue conversazioni telefoniche e dare un’occhiata al suo conto corrente. Ma è anche possibile gettare nello spazio una enorme rete elettronica e raccogliere una massa d’informazioni in cui gli algoritmi e alcune parole-chiave permetteranno di pescare informazioni interessanti. Ed è anche possibile ascoltare le conversazioni telefoniche di parecchi milioni di persone. Naturalmente, insieme a notizie utili per la sicurezza nazionale, la rete raccoglierà anche imbarazzanti conversazioni private, trattative confidenziali per la conclusione di un affare, scambi d’informazione e di esperienze fra scienziati che stanno lavorando a uno stesso progetto. Siamo davvero sicuri che queste notizie saranno scartate e ignorate? Che non verranno conservate a profitto di chi ne è divenuto proprietario?

Il terzo fattore è la candida arroganza degli Stati Uniti. Il Paese è uscito male dalle sue ultime guerre, ma continua a considerarsi «indispensabile» e quindi autorizzato a fare ciò che ad altri sarebbe proibito. Può promulgare leggi extraterritoriali valide per i giudici americani anche quando il reato, vero o supposto, è stato commesso fuori del territorio degli Stati Uniti. Può pretendere che tutte le linee aeree del mondo forniscano ai servizi americani informazioni sui loro passeggeri. Può pretendere che i contingenti militari americani, quando sono all’estero, godano di una totale impunità. Può considerare Edward Snowden un traditore per avere detto al mondo ciò che il mondo aveva il diritto di sapere.

Nella reazione tedesca vi è anche un fattore personale. Angela Merkel sa che le sue conversazioni telefoniche erano ascoltate e non ha ancora digerito l’affronto. Ma dovremmo piuttosto chiederci se non sia giusto, nell’interesse dell’Europa e dei rapporti con gli Stati Uniti, che qualcuno manifesti finalmente il suo disappunto.

11 luglio 2014 | 07:27
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DA - http://www.corriere.it/editoriali/14_luglio_11/candida-arroganza-d688464e-08b9-11e4-89ec-c067e3a232ce.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. LE DUE CRISI E IL RISCHIO DELL’IRRILEVANZA
Inserito da: Admin - Luglio 18, 2014, 06:10:16 pm
LE DUE CRISI E IL RISCHIO DELL’IRRILEVANZA
Il paravento occidentale

Di Sergio Romano

Per conoscere con certezza le cause del disastro aereo nei cieli ucraini, di cui è stato vittima un Boeing delle linee malesi, con la morte di 298 persone, occorrerà attendere probabilmente le fotografie scattate dai satelliti americani. Soltanto allora sapremo se si tratti di un incidente, di un collasso strutturale o se il velivolo sia stato colpito da un missile che potrebbe essere stato lanciato dal suolo (secondo prime indicazione di fonte americana) o da un altro aereo. Ma vi sono situazioni, come quella ucraina, in cui tutto assume immediatamente una valenza politica. Ancora prima di attendere i risultati delle indagini, i ribelli filorussi accusano le forze armate ucraine, e il governo di Kiev a sua volta ritorce l’accusa sui ribelli o addirittura sulla Russia, «colpevole» di avere considerevolmente aumentato negli scorsi giorni il numero delle truppe (ora circa diecimila) dislocate lungo la frontiera. Vi sarà persino qualcuno che non mancherà di ricordare il volo 007 delle linee sudcoreane, durante il viaggio da Anchorage a Seul, abbattuto da un missile sovietico il 1° settembre 1983 mentre sorvolava le coste occidentali delle isole Sakhalin. I portavoce dell’Urss negarono dapprima qualsiasi responsabilità e sostennero poi di avere eliminato un aereo spia.

Non era vero e fu un terribile errore che provocò la morte di 269 passeggeri e membri dell’equipaggio, ma ebbe luogo durante la Guerra fredda, quando ogni crisi, anche la più drammatica e sanguinosa, veniva trattata nella inconfessata convinzione di entrambe le parti che niente giustificasse un conflitto fra le maggiori potenze. Due anni dopo, quando Gorbaciov divenne segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica, il dramma era già stato dimenticato.

Quell’era è finita. Oggi assistiamo a sanguinosi scontri in Ucraina, ma anche nella Striscia di Gaza, per non parlare della Siria e dell’Iraq, in cui la logica di chi governa non è necessariamente quella di chi combatte. Non credo che Vladimir Putin voglia una guerra con l’Ucraina e penso che ne abbia dato una prova, dopo l’annessione della Crimea, abbassando il volume delle deprecazioni e delle accuse. Non credo neppure che il governo di Kiev coltivi la strategia avventurista del tanto peggio tanto meglio. E non credo infine che il primo ministro israeliano sia deciso a continuare l’assalto a Gaza fino alla definitiva distruzione della Striscia, rischiando di vincere sul terreno e perdere nella guerra delle percezioni e delle immagini. Ma temo che nessuno dei tre sia in condizione di controllare totalmente le sue fazioni più radicali e le reazioni di coloro che hanno sul terreno un rischioso compito operativo. Ci sono russi, non soltanto nel campo dei ribelli dell’Est, che vogliono liquidare una volta per tutte la questione ucraina anche a costo di un grande conflitto regionale; ucraini che vogliono suscitare una generale indignazione e provocare un più incisivo intervento delle democrazie occidentali; israeliani che vogliono mandare all’aria la riconciliazione fra Hamas e l’Autorità nazionale palestinese; fanatici islamisti per i quali una guerra si vince soltanto costringendo il nemico ad uccidere il maggior numero possibile di civili innocenti.

Non è facile fare proposte e suggerimenti. Ma è lecito dire che gli Stati Uniti e l’Unione europea dovrebbero smetterla di baloccarsi con misure punitive di discutibile effetto. Le sanzioni più severe adottate da Washington nelle ultime ore e quelle di cui si è discusso anche nell’ultimo incontro del Consiglio europeo, colpiscono spesso la popolazione più di quanto non feriscano la dirigenza del Paese e sono diventate il paravento dietro il quale le democrazie occidentali nascondono l’irrilevanza della loro diplomazia. Nella questione ucraina occorre impedire che il partito della guerra imponga ai governi la propria logica. È un obiettivo a cui Putin dovrebbe essere non meno interessato del leader ucraino Petro Poroshenko e, per quanto concerne Gaza, del presidente iraniano Hassan Rouhani. Sono loro i nostri migliori interlocutori.

18 luglio 2014 | 07:23
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_luglio_18/paravento-occidentale-69e0ecee-0e3b-11e4-8e00-77601a7cdd75.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. LA STRATEGIA PERDENTE Iraq Obama, l’ostinazione di un PresidentE
Inserito da: Admin - Agosto 12, 2014, 06:50:56 pm
LA STRATEGIA PERDENTE
Iraq: Obama, l’ostinazione di un Presidente

di Sergio Romano

Nell’ultima crisi irachena vi è un’altra crisi, forse più grave: quella di Barack Obama e della sua politica. Il presidente degli Stati Uniti non può ignorare che le condizioni dell’Iraq, anche dopo il ritiro delle truppe americane, restano una responsabilità morale del suo Paese. Non può dimenticare che la nascita a Bagdad di un regime settario, ottusamente sciita, ostile alla minoranza sunnita, è avvenuta quando il Paese era occupato dalle sue truppe, non da quelle del suo predecessore. E non può nemmeno ignorare, soprattutto dopo la disastrosa esperienza libica, che le operazioni dall’aria sono sempre insufficienti e, quando occorre liberare centomila esseri umani, inutili. Per salvare i prigionieri dello Stato Islamico bisogna intervenire militarmente sul terreno, respingere le milizie jihadiste, aprire corridoi umanitari, consentire ai profughi di rientrare nelle loro case o trovare alloggio in campi protetti. I droni possono soltanto prolungare l’assedio o addirittura rendere gli islamisti ancora più spietati.

Ma l’intervento militare non sembra rientrare fra le opzioni di Obama. È profondamente convinto che il principale scopo della sua presidenza sia quello di riparare agli enormi danni politici, morali e finanziari provocati dalle due guerre del suo predecessore. Sin dal primo giorno alla Casa Bianca vuole riconfigurare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo, ampliare la gamma dei rapporti con l’Asia, aprire un nuovo fronte diplomatico nel Pacifico, evitare nuovi coinvolgimenti, liquidare le troppe questioni pendenti di un passato ingombrante. Si è duramente scontrato con tutte le correnti imperialiste e belliciste del suo Paese, ha subito insulti e atti ostili generalmente risparmiati al presidente. Ma non ha mai rinunciato al suo programma e ritiene che il ritiro delle truppe americane dai due Paesi in cui hanno combattuto per più di dieci anni sia la decisione politica di cui potrà andare maggiormente orgoglioso. Non è sorprendente che anche in questa recente vicenda irachena si attenga a un impegno continuamente riaffermato: gli Stati Uniti non possono e non vogliono essere un poliziotto globale.

Eppure vi sono almeno due considerazioni di cui Obama, in questa particolare vicenda irachena, dovrebbe tenere conto. In primo luogo l’intervento sarebbe completamente diverso da quelli di Bush e persino da quello del 2011 contro Gheddafi. Le guerre del predecessore e quella dall’aria contro il colonnello libico volevano eliminare un regime ed ebbero l’inevitabile effetto di creare instabilità. L’intervento contro lo Stato Islamico, invece, dovrebbe restaurare la stabilità là dove è minacciata da una forza fanatica. In secondo luogo, Obama agirebbe per scopi oggi condivisi da alcune potenze regionali: l’Egitto del generale Al Sisi, anzitutto, ma anche la Turchia del neopresidente Erdogan e l’Iran di Rouhani. Il primo detesta gli islamisti radicali; il secondo è preoccupato dall’incendio che ha contribuito ad alimentare nella vicina Siria; il terzo non desidera perdere le posizioni conquistate a Bagdad. Sarebbe un’alleanza insolita, una inedita Triplice, ma proprio per questo, forse, promettente. Dimostrerebbe che vi sono circostanze in cui gli interessi dell’America coincidono con quelli di una parte importante del mondo musulmano, sunnita e sciita. E potrebbe favorire indirettamente sia la soluzione della crisi siriana sia una più rapida intesa sulla politica nucleare di Teheran. Per gli effetti che potrebbe avere, questa guerra potrebbe essere, oltre che umanitaria, intelligente.

12 agosto 2014 | 08:12
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_agosto_12/iraq-obama-l-ostinazione-un-presidente-125ee91c-21dc-11e4-81f2-200d3848d166.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Serve una grande coalizione per fermare l’Isis
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2014, 07:04:29 pm
Editoriale
Le violenze in Iraq: Occidente, Onu e Lega Araba assenti ingiustificati
Il fanatismo islamico avanza e miete vittime mai grandi del mondo sembrano passivi di fronte al dramma.
Serve una grande coalizione per fermare l’Isis

di SERGIO ROMANO

Persino il gesto più efferato e inumano può contenere un segnale politico. La decapitazione del giornalista americano James Foley dimostra che il contrattacco dei peshmerga (il corpo combattente del Kurdistan iracheno) può fermare e respingere l’avanzata del fanatismo islamico verso il cuore dell’Iraq quando è fortemente sostenuto dai raid dell’aviazione americana. Il «Califfato dell’Isis» (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) sa ora che può essere battuto.

Le condizioni, oggi, sono potenzialmente alquanto diverse da quelle delle scorse settimane. Nonostante le pressioni di alcuni settori dell’opinione pubblica e del Congresso, il presidente degli Stati Uniti sembra deciso a non intervenire militarmente; ma ha inviato un migliaio di «consiglieri» che appartengono in parte alle forze speciali, e ha stretto un’alleanza operativa tra le milizie curde e l’aeronautica militare degli Stati Uniti. Mentre i peshmerga riconquistano la diga di Mosul e cercano di liberare la città fulmineamente occupata all’inizio d’agosto, l’esercito iracheno sta operando con maggiore efficacia nella zona di Tikrit. Non è, sperabilmente, lo stesso esercito che è fuggito in disordine cedendo le sue armi al nemico durante la prima fase del conflitto. A Bagdad esiste un nuovo presidente del Consiglio, Haider Al Abadi, gradito sia a Washington che a Teheran, meno settario e imbelle del suo predecessore. Molte tribù sunnite sembrano avere compreso che il Califfato sarebbe più pericoloso per il loro futuro di quanto siano stati sinora gli sciiti di Bagdad.

Indifferenti e passive sino a qualche giorno fa, potrebbero domani combattere contro i fondamentalisti dello Stato islamico come combatterono contro Al Qaeda nell’ambito della strategia perseguita dal generale Petraeus nel 2007.

Esistono ancora molti vuoti che occorre riempire. Obama reagisce all’avvenimento del giorno, ma non sembra avere un disegno complessivo degli obiettivi da raggiungere, una strategia all’altezza delle circostanze. Gli europei si muovono in ordine sparso con decisioni spesso giuste (come quella adottata ieri dalle commissioni parlamentari italiane sulla fornitura di armi ai peshmerga), ma senza riferimenti a una politica comune. La Lega Araba è assente. L’Onu è inerte, impotente. La responsabilità è anche di coloro (i membri della Nato) che decisero di scavalcare la maggiore organizzazione internazionale all’epoca della guerra del Kosovo. Ma il segretario generale non può limitarsi a essere il silenzioso e condiscendente notaio delle grandi potenze: ha responsabilità internazionali e ha l’obbligo di fare maggiormente sentire la sua voce.

Per salvare l’Iraq ciò che serve in questo momento è una grande coalizione fra tutti coloro che hanno un evidente interesse a fermare per tempo l’avanzata di una minoranza fanatica. Quando esiste un nemico comune - non meno pericoloso per l’Iran, la Turchia e la Russia di quanto sia per gli Stati Uniti e l’Unione Europea - le altre divergenze divengono irrilevanti e devono passare in seconda linea. Occorre fare, in altre parole, ciò che riuscì a George H. W. Bush quando decise che la liberazione del Kuwait, aggredito dall’Iraq di Saddam Hussein, avvenisse sotto l’egida dell’Onu con il consenso esplicito o tacito di tutte le maggiori potenze. Oggi, mentre il suo lontano successore sembra esitante e incerto, questo compito dovrebbe ricadere anche e soprattutto sulle spalle dell’Unione Europea.

21 agosto 2014 | 07:22
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Da - http://www.corriere.it/cultura/14_agosto_21/violenze-iraq-occidente-onu-lega-araba-assenti-ingiustificati-58095c24-28f1-11e4-8091-161094bc7e0e.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Turchia, la retrovia del disordine Il ruolo ambiguo della ...
Inserito da: Admin - Agosto 30, 2014, 09:21:19 am
Turchia, la retrovia del disordine
Il ruolo ambiguo della Repubblica di Erdogan.
Voleva essere amico di tutti e oggi ha più nemici di quanti ne avesse prima dell’avvento del neo presidente al potere

di SERGIO ROMANO

Dall’inizio alla fine della Guerra fredda la Turchia è stata per la Nato il più sicuro degli alleati e per Israele il più prezioso degli amici. Il Paese ha attraversato fasi difficili e momenti tumultuosi, ma era pur sempre governato, dietro le quinte, da una casta militare filo-occidentale con cui il Pentagono aveva ottimi rapporti. L’assuefazione addormenta gli spiriti critici e molti americani furono colti di sorpresa quando il Parlamento di Ankara, nel 2003, non permise alle truppe degli Stati Uniti di attraversare il territorio turco per colpire l’Iraq di Saddam Hussein anche da Nord.

La fine della Guerra fredda aveva cambiato la collocazione geopolitica del Paese. La Turchia non era più il custode occidentale degli Stretti e la sentinella della Nato nel Mar Nero, ai confini con un mondo ostile. Era diventata (meglio: ridiventata, come durante l’Impero Ottomano) il cuore di una larga area euro-asiatica che comprende una parte del Levante e si estende sino alle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Poteva continuare a essere il fianco sud-orientale della Nato, ma poteva anche diventare il partner favorito di alcuni Paesi emersi dalla disintegrazione dell’Impero sovietico. La vittoria di un partito musulmano nel 2002 e la formazione di un governo presieduto dal suo leader, Cerep Tayyip Erdogan, nel marzo del 2003, hanno accentuato la seconda tendenza. Erdogan ha dimostrato che il ritorno alla fede non è incompatibile con lo sviluppo e che un Paese musulmano può essere protagonista di un miracolo economico.

Nel giro di pochi anni il «modello turco» si è imposto in molte società musulmane come il solo capace di conciliare democrazia, fede e progresso. Non sapevamo ancora quale uso Ankara avrebbe fatto di questo nuovo capitale politico e constatavamo, d’altro canto, che non intendeva rinunciare all’ingresso nell’Unione europea. Potevamo dunque continuare a contare su una Turchia filo-occidentale? È vero che la domanda di adesione permetteva a Erdogan di usare l’Europa per meglio sbarazzarsi dell’ingombrante presenza dei militari al vertice dello Stato, ma noi avremmo potuto incoraggiare la scelta europea della Turchia abbreviando i tempi del negoziato. Per compiacere alcuni Paesi, fra cui Germania e Francia, li abbiamo invece enormemente allungati: una scelta che ha probabilmente incoraggiato in Turchia i partigiani della politica neo-ottomana del suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu.

Il momento della scelta fra queste due possibili strade è giunto nel 2011. Erdogan e Davutoglu hanno creduto che la Turchia, sostenendo le rivolte arabe, avrebbe potuto prenderne la guida. Nel settembre di quell’anno Erdogan corse al Cairo dove fu accolto trionfalmente. Attratta da questa nuova prospettiva, la Turchia ha sostenuto la Fratellanza musulmana e il governo di Mohammed Morsi, ha abbandonato il presidente siriano Bashar Al Assad, con cui Erdogan aveva avuto eccellenti rapporti, è diventata la retrovia della guerra siriana e l’inevitabile complice delle sue componenti più radicali. Voleva essere amica di tutti e ha oggi più nemici, in Africa del Nord e nel Golfo Persico, di quanti ne avesse prima dell’avvento di Erdogan al potere. Potrebbe rivedere le sue scelte e correggere la sua politica estera, ma la recente promozione di Davutoglu alla presidenza del Consiglio sembra suggerire il contrario. Il Paese che credeva di avere una ricetta per i mali della regione, rischia di finire in corsia con gli altri malati.

27 agosto 2014 | 07:20
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Da - http://www.corriere.it/cronache/14_agosto_27/turchia-retrovia-disordine-7cefd2bc-2da5-11e4-833a-cb521265f757.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il sospetto ricorrente
Inserito da: Admin - Settembre 14, 2014, 06:37:58 pm
Il sospetto ricorrente

di Sergio Romano

Fra i dati sull’Italia, elaborati periodicamente dall’Istat e da Eurostat, manca quello sulla fiducia. Se esistesse, scopriremmo che i nostri partner, indipendentemente dalle pubbliche dichiarazioni dei loro governi e dai comunicati ufficiali alla fine di un incontro bilaterale, non credono nel nostro Paese. Alcune ragioni sono storiche: le guerre fatte a metà, i cambiamenti di campo, il continuo divario fra il Nord e il Sud, gli impegni non rispettati, il familismo amorale, la giungla burocratica, la democrazia clientelare, il peso della criminalità organizzata sulla vita politica e sociale. Altre sono più recenti e più importanti. Come tutti i membri dell’Unione europea, l’Italia è passata attraverso le crisi della modernità, da quella sociale e generazionale del ‘68 a quella delle nuove tecnologie, dal ritorno ai mercati dopo il declino dello Stato assistenziale negli anni Ottanta alla crisi del credito nel primo decennio del nuovo secolo.

Gli italiani, a tutta prima, sembrano consapevoli della necessità di cambiare, ma il loro sistema politico, a differenza di quelli dei partner maggiori, ritarda i mutamenti o finisce per annegarli in un diluvio di norme insufficienti e contraddittorie. Le Commissioni bicamerali per una nuova Costituzione muoiono senza avere prodotto alcun risultato. Berlusconi fa promesse che non verranno mantenute. Ogni riforma, da quella del lavoro a quella della giustizia, trova sulla sua strada un partito della contro-riforma, composto da corporazioni che difendono i loro privilegi chiamandoli ampollosamente «diritti acquisiti». Le leggi, quando vengono approvate, sono redatte in modo da produrre risultati parziali e mediocri. Da Tangentopoli a oggi sono passati ventidue anni: una generazione perduta.

Vi sono momenti in cui i nostri partner sarebbero felici di credere nell’Italia. Mario Monti è stato accolto entusiasticamente. Enrico Letta, agli inizi del suo governo, godeva di molte simpatie e di grande comprensione. Ma la rapidità con cui entrambi sono stati espulsi dal sistema politico trasforma il credito iniziale in nuovo pessimismo e in più radicale sfiducia. Matteo Renzi ha acceso qualche nuova speranza, ma il modo in cui saltella da un annuncio all’altro e sembra essere continuamente alla ricerca di un nuovo obiettivo, a maggiore portata di mano, comincia a creare diffidenza e scetticismo anche negli ambienti che lo avevano salutato come il Tony Blair italiano.

Niente è irreparabile. In un libro recente, apparso in Italia presso il Mulino e in Inghilterra presso la Oxford University Press, un economista, Gianni Toniolo, dimostra che l’Italia è quasi costantemente cresciuta dagli anni Novanta dell’Ottocento agli anni Novanta del Novecento. Ma non si cresce, nel mondo d’oggi, senza la fiducia dei mercati internazionali e i capitali degli investitori stranieri. E non si crea fiducia se il governo non riesce a sconfiggere con qualche cambiamento reale e immediatamente visibile, quei partiti della contro-riforma che sono da troppo tempo i veri padroni dell’Italia.

14 settembre 2014 | 09:18
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_14/sospetto-ricorrente-ab89d260-3bd5-11e4-b554-0ec832dbb435.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Una battaglia, anche culturale I terroristi che sono tra noi
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2014, 03:45:07 pm
Una battaglia, anche culturale
I terroristi che sono tra noi
La posta è troppo alta perché l’Europa e gli Stati Uniti possano limitarsi a combattere per procura

Di Sergio Romano

Nella guerra contro lo Stato islamico vi sono almeno due battaglie da combattere con metodi diversi. La prima è militare. Sarà necessario liberare i territori iracheni occupati dalle milizie islamiste e riconquistare Raqqa (la loro capitale siriana) senza troppo disquisire sulla possibilità che l’operazione possa giovare al regime di Bashar al Assad.

Questa guerra verrà fatta prevalentemente dall’aria per consentire ai peshmerga curdi di cacciare l’Isis dalle loro terre e all’esercito iracheno di riconquistare le regioni perdute. Ma non è escluso che qualche contingente occidentale debba partecipare alle operazioni. La posta è troppo alta perché l’Europa e gli Stati Uniti possano limitarsi a combattere per procura. Questa non è una vicenda in cui basti raccogliere qualche successo militare. Occorre dimostrare che il progetto del Califfato non è soltanto una intollerabile manifestazione di barbarie; è anche un disegno assurdo, irrealizzabile, dannoso per tutti i Paesi della regione. La guerra a oltranza, in questo caso, serve anche a convincere i giovani combattenti dell’Isis che il fanatismo non rende invulnerabili, che la vita non merita di essere bruciata in questo modo.

La seconda battaglia deve essere combattuta in Occidente contro cellule composte da fanatici alla ricerca di una nuova fede e da veterani di altre battaglie islamiste (più di 3 mila secondo il coordinatore europeo della lotta contro il terrorismo). Conosciamo i loro obiettivi: creare quinte colonne che ci minaccino nelle nostre case, coinvolgere nella lotta le comunità musulmane, costringerci ad adottare misure che rendano lo scontro sempre più aspro, promuovere se stessi al rango di nemici ufficiali dei nostri Paesi. Sono gli obiettivi di tutti i terrorismi, dalle Brigate Rosse agli irlandesi dell’Ira e ai baschi dell’Eta. Vincono quando il loro nemico comincia a subire ricatti e a trattarli come combattenti. Spetta a noi evitare reazioni che possano favorire la loro strategia.

Per vincere abbiamo un’arma che potrebbe rivelarsi efficace: i musulmani europei. Se sapremo coinvolgerli, saranno i nostri migliori alleati. Ne esistono le condizioni. Come quella creata durante la prima guerra del Golfo, la coalizione contro l’Isis non potrà mai essere definita una «crociata» composta da Paesi cristiani. È una ragionevole alleanza fra Paesi di tradizione cristiana e Paesi di tradizione musulmana. Mi piacerebbe che gli storici, un giorno, parlassero della guerra contro l’Isis come dell’evento che maggiormente avvicinò il mondo della cristianità e quello dell’Islam.

27 settembre 2014 | 09:44
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/14_settembre_27/i-ter-roristi-che-sono-noi-484db1c4-4604-11e4-a490-06a66b2e25ed.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Una guerra che non va perduta Allearsi con il diavolo per ...
Inserito da: Admin - Gennaio 12, 2015, 10:16:42 pm
IL COMMENTO

Una guerra che non va perduta
Allearsi con il diavolo per battere il terrore


Di Sergio Romano

Dopo avere pianto i morti e condannato il crimine, questo è il tempo delle decisioni. Se le strategie adottate sinora non hanno impedito l’aggressione di Parigi occorre rifare i conti con la realtà. A una minaccia così evidente e diffusa è necessario rispondere con altri mezzi e programmi. Dobbiamo sapere anzitutto che cosa vogliono i nostri nemici. Distruggere le democrazie occidentali? Uccidere o convertire tutti i fedeli di altre religioni? Strappare Roma al Papa, come sembra essere nelle intenzioni del «califfo» Al Baghdadi? Commetteremmo un errore, a mio avviso, se pensassimo di essere il principale bersaglio dell’Islam jihadista.

La vera guerra, oggi, è quella che si combatte all’interno del mondo musulmano. È la guerra tra una setta fanatica e regimi politici spesso incerti, titubanti, ma tutti più o meno collegati, per ragioni di affinità o convenienza, con l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia. È una guerra civile senza quartiere dove le vittime musulmane sono incomparabilmente più numerose di quelle provocate dagli attentati terroristici nelle nostre città. Ed è ulteriormente complicata dall’antico odio fra le due famiglie religiose dell’Islam: sunniti e sciiti. Si combatte sulle frontiere meridionali della Tunisia, in Cirenaica, nel Sinai, in Siria, nelle province che separano la regione di Baghdad dal Kurdistan iracheno, nello Yemen, nel Caucaso, in Afghanistan, in Pakistan, Somalia, Kenya e Nigeria, con improvvisi focolai che si accendono anche negli Stati musulmani dell’Asia sud-orientale.

La guerra contro l’Occidente, in questo quadro, è un conflitto parallelo diretto contro Paesi che i jihadisti considerano protettori o padroni dei loro odiati fratelli. È utile alla loro causa perché serve anzitutto a dimostrare la vulnerabilità dell’Occidente e la micidiale forza del movimento islamista. Ma il principale obiettivo strategico è il reclutamento di nuovi adepti in comunità musulmane dell’Occidente che vorrebbero trasformare in altrettante quinte colonne. Ogni attentato è un appello alle armi, un bando di concorso. Il vero nemico è altrove.

Se questa è la situazione in cui occorre combattere non abbiamo molte scelte. I nostri amici e alleati sono tutti i Paesi musulmani o cristiani che si battono sullo stesso fronte, sono minacciati dagli stessi nemici e rischiano di soccombere di fronte all’ondata islamista.

Winston Churchill disse un giorno che se Adolf Hitler avesse invaso l’inferno, lui non avrebbe mancato di parlare gentilmente del diavolo alla Camera dei Comuni. Il presidente egiziano Al Sisi, il presidente siriano Al Assad, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Rouhani non sono diavoli. Sono alla testa di regimi che noi consideriamo carenti di democrazia, polizieschi e repressivi. Ma conoscono l’Islam meglio di noi, hanno già fatto in passato dolorose esperienze (abbiamo dimenticato ciò che accadde nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord?) e hanno buone ragioni per battersi affinché il loro Paese non venga continuamente insidiato dall’estremismo sunnita o sia destinato a divenire una provincia del Califfato. Se qualche Paese occidentale fosse disposto a mettere truppe sul terreno potremmo forse fare a meno della loro collaborazione. Ma da quando gli Stati Uniti hanno eliminato questa opzione non abbiamo altra scelta fuor che quella di sostenere con tutti i mezzi di cui disponiamo quelli che sul terreno già ci sono.

11 gennaio 2015 | 09:13
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Da - http://www.corriere.it/esteri/15_gennaio_11/guerra-che-non-va-perduta-020eac8c-995f-11e4-a615-cfddfb410c4c.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Grecia, i numeri che contano
Inserito da: Admin - Febbraio 04, 2015, 07:50:05 am
Editoriale
Grecia, i numeri che contano

Di Sergio Romano

È stato detto che la Grecia è troppo piccola perché la sua uscita dall’eurozona abbia effetti irreparabili sulle sorti dell’euro e dell’Unione Europea. Sarebbe forse vero se l’economia fosse soltanto cifre e la politica un teorema basato su fattori esclusivamente quantitativi. Ma la Grecia è anche altre cose che la buona politica non può ignorare. È una parte essenziale della nostra storia, della nostra cultura e di quella che, con parola abusata ma particolarmente adatta in questo caso, viene definita identità. Se l’Ue vuole essere molto più di una semplice alleanza, non è realistico pensare che i grandi Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, reagirebbero distrattamente all’abbandono di Atene. Penserebbero che l’Europa di Bruxelles e Strasburgo è soltanto una costruzione utilitaria e contingente, priva di qualsiasi motivazione ideale, pronta a sbarazzarsi del più vecchio dei suoi passeggeri se la barca s’imbatte in una tempesta. E da questa constatazione trarrebbero inevitabilmente conclusioni negative sull’autorità e sull’affidabilità del progetto europeo.

Le critiche sarebbero rafforzate da un fattore politico e geografico di cui non tutti sembrano ancora consapevoli. Per molto tempo, il Mediterraneo è stato oggetto di una percezione dominante. I Paesi europei che si affacciano su questo mare, erano considerati meno sviluppati e dinamici, per di più al confine con regioni a cui occorreva prestare attenzione soltanto quando scoppiava un conflitto con Israele, o il prezzo del petrolio subiva variazioni troppo brusche, o un colonnello conquistava il potere con un colpo di Stato.

Le frontiere europee importanti erano quelle dell’Atlantico con gli Stati Uniti e quelle orientali con l’Unione Sovietica e i suoi eredi. Oggi i confini meridionali dell’Unione sono la frontiera dell’Europa con l’Islam in un momento in cui l’intero mondo musulmano è attraversato da guerre civili e crisi istituzionali. Esistono problemi d’immigrazione e di sicurezza che richiedono politiche comuni. Ed esistono problemi di convivenza che l’Europa potrà risolvere soltanto quando riuscirà a fare dei suoi dirimpettai, in Africa del Nord e nel Levante, altrettanti partner economici. Non possiamo risolvere i loro problemi ma possiamo offrire prospettive che aiuteranno i riformatori a conquistare il consenso dei loro connazionali.

La Grecia, in questo quadro, è indispensabile. Lasciata a se stessa, soprattutto in questo momento, diverrebbe il malato cronico dell’Ue, sarebbe costretta ad affrontare da sola problemi troppo grandi per i suoi mezzi e finirebbe per rendere l’Europa ancora più vulnerabile. Unita agli altri Stati europei, invece, permetterebbe di fare una politica più coerente ed efficace.

Alexis Tsipras non potrà sottrarsi all’obbligo di avere una politica finanziaria seria e responsabile. Ma i suoi interlocutori, quando verrà in discussione il problema dell’austerità, faranno bene a ricordare che l’uscita della Grecia dall’eurozona, e forse dall’Ue, non è una scelta immaginabile e ragionevole.

26 gennaio 2015 | 08:32
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_gennaio_26/grecia-numeri-che-contano-1f77aff6-a523-11e4-a533-e296b60b914a.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Conoscere chi ci minaccia La maschera del nemico
Inserito da: Admin - Febbraio 18, 2015, 07:48:38 am
Conoscere chi ci minaccia
La maschera del nemico

Di Sergio Romano

È giusto che l’apparizione in Libia dell’Isis, l’autoproclamato Stato islamico, susciti le nostre preoccupazioni. È naturale che il governo, anche se il premier dichiara che non è tempo d’interventi, debba prendere in considerazione la possibilità di un conflitto. Il riferimento all’Onu, soprattutto in una situazione in cui l’Italia avrebbe un ruolo di primo piano, è inevitabile. Ricordiamo che cosa accadde quando Berlusconi desiderava competere con la Gran Bretagna per l’ambito ruolo di alleato degli Usa nella guerra irachena. Bastò una riunione del Consiglio superiore di Difesa e un richiamo all’art. 11 della Costituzione sul «ripudio» della guerra, perché la missione militare italiana divenisse una paradossale missione di pace. Per chi voglia opporsi con le armi all’Isis occorre un mandato internazionale.

Ma il mandato dell’Onu da solo non basterebbe. Vorremmo qualche notizia in più sulla natura dei nemici. Chi sono? Una delle tante milizie libiche create dopo la dissennata operazione franco-britannica del 2011? Sono salafiti (una delle varianti più radicali dell’Islam) provenienti dal Sahara? Obbediscono al «Califfo» Al Baghdadi o hanno scelto il marchio di fabbrica che è oggi vincente nella gara del terrore? L’Isis sta combattendo anche una guerra psicologica e non meno pericolosa. Conosciamo male l’organizzazione, ma sappiamo che ogni gruppo terroristico sopravvive soltanto se sostituisce i morti con nuove reclute.

E il reclutamento è tanto più facile quanto più l’organizzazione può rivendicare successi proiettando di se stessa un’immagine di audacia e ferocia. Un governo deve dare la sensazione di non avere sottovalutato il pericolo, ma sbaglierebbe se non ricordasse che un’opinione pubblica allarmata è esattamente l’obiettivo dell’Isis.

Siamo male attrezzati, militarmente e psicologicamente, per vincere guerre di guerriglia contro chi non esita a usare la propria vita come un’arma. La spedizione franco-britannica ha dimostrato che i bombardamenti non bastano a creare le condizioni per una Libia pacificata e rinnovata. Ma potrebbero servire a cacciare l’Isis da Sirte, a impedirgli altre conquiste e a rafforzare le milizie del generale Khalifa Haftar.

La Libia è certamente un problema italiano. Ma è anche un problema mediterraneo e dell’Unione Europea. Francia e Spagna non possono attendere che venga risolto da altri. Una coalizione tripartita, sostenuta da altri Paesi dell’Ue, non sarebbe utile soltanto sul piano militare. Dimostrerebbe che l’Europa non è esclusivamente il luogo in cui si parla di euro, stabilità e crescita. È anche una patria da difendere.

17 febbraio 2015 | 07:23
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_febbraio_17/maschera-nemico-b8481ee6-b66c-11e4-a17f-176fb2d476c2.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Strage di Tunisi, i segnali trascurati
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2015, 11:05:22 am
L’EDITORIALE
Strage di Tunisi, i segnali trascurati

Di Sergio Romano

La Tunisia non è la Libia, dove la rivolta contro il regime di Gheddafi è diventata una caotica guerra civile in cui è impossibile distinguere le motivazioni politiche e religiose da vecchie faide tribali e regionali. E non è neppure l’Egitto, dove il ritorno all’ordine è il risultato del golpe con cui i militari hanno conquistato il potere e decapitato la Fratellanza musulmana. In Tunisia esistono un ceto politico e amministrativo di educazione francese, capace di controllare la transizione, e un partito musulmano ( Ennahda , rinascita) che ha preferito farsi da parte, dopo l’approvazione di una nuova carta costituzionale, piuttosto che tentare, come in Egitto durante la breve presidenza di Mohamed Morsi, l’islamizzazione del Paese. Credo che la Tunisia possa continuare a essere, nonostante gli avvenimenti delle ultime ore, il luogo dell’Africa del Nord, in cui la democrazia ha buone possibilità di crescere e irrobustirsi.

Ma l’assalto al Parlamento e al museo del Bardo non sono avvenimenti imprevisti e imprevedibili. Sapevamo che l’esercito combatte da parecchi mesi, lungo la frontiera algerina, contro bande salafite che hanno rapporti organici con Al Qaeda nel Maghreb. Sapevamo che la polizia deve fare fronte a insidiosi gruppi di terrorismo urbano. E sapevamo infine che la Tunisia è stata negli ultimi tempi uno dei maggiori fornitori di reclute jihadiste (i foreign fighters ) alle milizie dell’Isis che combattono in Siria e in Iraq.

Due anni fa il gran mufti di Tunisi, il vecchio e stimato Othman Battiqh, ricordò ai suoi connazionali che il loro Paese aveva un preoccupante primato nella «jihad del sesso», come fu chiamato il fenomeno delle numerose adolescenti che lasciano le loro famiglie per dare «conforto» ai combattenti nelle retrovie siriane e irachene.

Ciò che è accaduto a Tunisi è sperabilmente soltanto un episodio nella vita politica del Paese. Ma dimostra che nessuna società o comunità, musulmana, in questo momento, può essere considerata immune dal contagio dell’Isis. Prima di considerare il mondo islamico definitivamente incurabile dovremmo ricordare che anche alcune società europee, negli «anni di piombo», fecero una esperienza analoga e che da queste malattie si può guarire.

19 marzo 2015 | 08:47
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Da - http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_19/strage-tunisi-segnali-trascurati-05311ad6-cdfc-11e4-b573-56a67cdde4d3.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Ma il traguardo degli Usa è riavvicinare l’America Latina
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2015, 06:13:42 pm
Dopo la lunga frattura
Ma il traguardo degli Usa è riavvicinare l’America Latina

Di Sergio Romano

I l presidente degli Stati Uniti ha fretta. Dopo avere impiegato buona parte del suo primo mandato nel tentativo, non sempre riuscito, di liberare il suo Paese dal fardello delle due guerre di George W. Bush, Obama è impegnato in operazioni che potrebbero modificare l’immagine e il ruolo internazionale degli Stati Uniti.

Come nel caso dell’Iran, anche in quello di Cuba il presidente sarà bersaglio di molte critiche, non solo dei suoi avversari politici. Gli verrà rimproverato di avere conferito legittimità internazionale a un regime tirannico, di non avere preteso da Raúl Castro impegni formali sul rispetto dei diritti umani e civili. Ma Obama può rispondere, non senza ragione, che la politica dell’embargo, dopo essere stata praticata per più di mezzo secolo, non ha dato alcun risultato.

I Castro sono sempre al potere e il cambiamento di regime, che gli Stati Uniti speravano di provocare con le sanzioni, non ha avuto luogo. È opportuno continuare ad adottare misure che hanno colpito la popolazione molto più di quanto abbiano ferito il regime? P er favorire i mutamenti con altri mezzi, Obama dispone ora di una carta che i suoi predecessori non avevano. Per parecchi decenni i cubani della Florida, ormai cittadini americani, condizionavano la politica degli Stati Uniti riservando i loro voti ai candidati che promettevano di non revocare l’embargo. Oggi, due generazioni dopo l’inizio dell’esilio, sembrano soprattutto desiderosi di visitare l’isola, di aiutare i parenti rimasti in patria, di sfruttare e allargare le modeste aperture del regime. Se la politica di Obama favorirà i viaggi e gli scambi, i cubani della Florida potrebbero avere, all’interno della società cubana, il ruolo di una provvidenziale quinta colonna.


È possibile che il quadro politico latino-americano favorisca Obama. Il fronte anti-yankee, che si era costituito durante i due mandati di George W. Bush, si sta logorando. In Venezuela Nicolás Maduro non sa come correggere la politica demagogica di Chávez e non ha il carisma con cui il suo predecessore incantava le folle. In Bolivia e in Ecuador, Evo Morales e Rafael Correa non esercitano più sul subcontinente l’influenza del passato. Nei due maggiori Paesi - Argentina e Brasile - l’economia è stagnante e l’immagine delle due donne al vertice dello Stato (Cristina Fernandez de Kirchner e Dilma Roussef) si è appannata.

Se eviterà lo stile di altri presidenti americani Obama troverà in America Latina nuovi spazi e nuove occasioni. Ma sarebbe stato più difficile coglierle se non si fosse sbarazzato della questione cubana. Per molti anni l’embargo è stato l’arma di cui i Castro potevano servirsi per mobilitare il patriottismo latino-americano contro l’arrogante impero del Nord.
Oggi, per merito di Obama, quell’arma è spuntata. Il presidente lo sa, ma occorre che anche una più larga area della società politica degli Stati Uniti ne sia consapevole.

12 aprile 2015 | 09:34
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Titolo: SERGIO ROMANO. Un secolo fa la strage rimossa
Inserito da: Admin - Aprile 16, 2015, 04:34:27 pm
Un saggio di Andrea Riccardi Cristiani e armeni a Mardin
Un secolo fa la strage rimossa
Il cinico calcolo dei Giovani turchi, laici: aizzare l’odio delle popolazioni islamiche


Di Sergio Romano

Nella Turchia sudorientale, in una zona abitata prevalentemente da curdi, vi è una delle più belle città del Medio Oriente. È Mardin, una meta turistica premiata dall’Unesco per la straordinaria varietà della sua architettura religiosa: chiese, monasteri, moschee, sinagoghe, castelli medioevali. Oggi la sua popolazione è in grande maggioranza musulmana, ma nel 1915, quando fu teatro degli avvenimenti evocati in un libro di Andrea Riccardi pubblicato ora da Laterza, i cristiani avevano nove chiese, tre conventi e formavano una sorta di catalogo vivente del Cristianesimo romano e greco: armeni in buona parte, ma anche cattolici di rito latino, ortodossi, assiri, siriaci, caldei, tutti assistiti dai loro vescovi e patriarchi.

I campanili e i minareti svettano ancora sulla città, costruita sul pendio di una grande montagna, ma le comunità cattoliche e ortodosse sono oggi soltanto il pallido ricordo di un mondo in buona parte scomparso. Questo libro (La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo, pp.240, e 18) è anzitutto un’opera di pietà storica, scritta per ricordare la sorte dei cristiani d’Oriente, travolti anche in anni più recenti dalle guerre combattute in Libano, in Iraq, e in Siria. Riccardi dice implicitamente al lettore che la tragica cronaca delle persecuzioni subite dagli armeni agli inizi della Grande guerra non sarebbe completa se non ricordasse che il loro destino, in particolare a Mardin, fu condiviso dai cristiani. Ma l’autore non è soltanto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e, quindi, un cattolico militante. È anche uno studioso a cui preme ricostruire il contesto storico di quelle persecuzioni. Nel luglio del 1914, quando il governo austro-ungarico inviò alla Serbia l’ultimatum che avrebbe scatenato la Grande guerra, la Turchia era appena uscita da una umiliante sconfitta nella Seconda guerra balcanica e dal colpo di Stato che aveva dato il potere ai «Giovani turchi» di Unione e Progresso. I suoi tre Pascià — Djemal, Enver, Talaat — erano ferocemente nazionalisti e profondamente convinti che la sovranità dello Stato ottomano fosse minacciata dalle continue ingerenze delle potenze straniere nella politica dell’Impero. Le sue finanze erano soggette alla vigilanza di banchieri europei, organizzati in una specie di Fondo monetario internazionale.

Le comunità religiose non musulmane avevano potenti protettori stranieri: la Russia per gli ortodossi e gli armeni, la Francia e altri Paesi cattolici per i cristiani latini, la Gran Bretagna per i protestanti e gli ebrei. I trattati sulle capitolazioni avevano garantito alle comunità nazionali straniere una sorta di indipendenza giudiziaria, che intaccava profondamente la sovranità dello Stato. Al nuovo governo di Costantinopoli la guerra europea parve una provvidenziale via d’uscita. Il 9 settembre 1914 fu annunciato al mondo che le capitolazioni sarebbero state abolite, con un documento in cui si affermava tra l’altro che l’abolizione avrebbe permesso di realizzare le riforme ripetutamente sollecitate dalle grandi potenze. Due mesi dopo, mentre la Turchia era da qualche giorno in guerra a fianco della Germania, fu proclamata la Grande Jihad. La guerra santa presentava in quel momento un doppio vantaggio. Forniva alle masse anatoliche, ancora devotamente musulmane, una motivazione spirituale sul campo di battaglia; e dava alle persecuzioni contro i cristiani una giustificazione patriottico-religiosa. Per quanto concerneva gli armeni, in particolare, la guerra contro la Russia avrebbe permesso al governo turco di trattare la loro comunità come una pericolosa quinta colonna.

Armate di questi argomenti le autorità turche dettero il via alle deportazioni e ai massacri. Quando gli ambasciatori dei Paesi neutrali, fra cui Henry Morgenthau, rappresentante degli Stati Uniti, deplorarono i metodi utilizzati, Enver replicò con sfacciata franchezza: «L’odio tra turchi e armeni è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi». I metodi usati per i massacri, come scrive Riccardi, furono una disordinata combinazione di violenza pubblica e organizzata, casuale e venale. Vi furono molti casi in cui gli armeni credettero di avere salvato la loro vita con il pagamento di esosi riscatti, ma caddero egualmente nella trappola della deportazione e dell’eccidio. Ve ne furono altri in cui pietosi musulmani cercarono di nasconderli e salvarli. E ve ne furono altri ancora in cui le vittime divennero merce da vendere e comprare. A differenza di ciò che sarebbe accaduto nella Germania di Hitler, l’odio fu molto più religioso e identitario che razziale, e colpì contemporaneamente, come nel caso di Mardin, altri cristiani. Vi è in questa tragica vicenda un paradosso. Come ricorda Riccardi, gli strateghi dei massacri erano solo formalmente musulmani. I Giovani turchi conoscevano l’Europa, avevano avuto frequentazioni massoniche nelle capitali europee, invidiavano e ammiravano le società laiche, erano soprattutto nazionalisti e spesso atei. Usarono l’Islam per meglio motivare le truppe, i gendarmi, i funzionari dell’amministrazione imperiale a cui sarebbe spettato il compito di eseguire gli ordini del governo. Non fu il primo e non sarebbe stato purtroppo l’ultimo caso. Gli avvenimenti degli ultimi trent’anni, dalla guerra afgana a quella di Bosnia, dai massacri di Boko Haram in Nigeria a quelli dell’Isis in Iraq e in Siria, dimostrano quale uso perverso possa essere fatto della fede per accendere gli animi, alimentare l’odio e scatenare conflitti.

31 marzo 2015 | 11:29
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Da - http://www.corriere.it/cultura/15_marzo_31/cristiani-armeni-mardin-secolo-fa-strage-rimossa-c254940a-d787-11e4-82ff-02a5d56630ca.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Politica e crisi libica Litigate su tutto (non ora)
Inserito da: Admin - Aprile 23, 2015, 11:14:25 am
Politica e crisi libica
Litigate su tutto (non ora)

Di Sergio Romano

Spiace constatarlo, ma è stato necessario un altro dramma, il più grave dall’inizio del fenomeno, perché l’Europa cominciasse ad accorgersi che il Mediterraneo è una frontiera europea ed è il luogo in cui i morti, dall’inizio dell’anno, rappresentavano, prima dell’ultimo disastro, il 79% delle persone che nello stesso periodo hanno perso la vita cercando di attraversare una frontiera nell’intero pianeta. È improbabile che il vertice di Bruxelles, voluto dall’Italia, riesca a sciogliere oggi tutti i nodi di una questione particolarmente intricata. Ma sarà più difficile d’ora in poi, per i Paesi che in questi ultimi mesi hanno dato prova di una sconcertante indolenza, voltare le spalle a una questione che non concerne soltanto l’Italia e la Grecia. L’ultima tragedia sembra avere risvegliato le coscienze, aguzzato gli ingegni, reso possibile la convergenza tra le forze politiche italiane e meglio chiarito, per tutti gli europei, i termini della questione.

Non è possibile impedire che uomini, donne e bambini continuino a fuggire dalla Siria, dall’Iraq, dal Sudan, dal Congo e dal Kenya, dove il governo si prepara a chiudere un campo che ha ospitato sinora mezzo milione di somali. Combattere l’Isis, Boko Haram, Al Qaeda, Al Shabab e altre organizzazioni terroristiche del mondo musulmano, è indispensabile, ma tutti sanno che non potranno esservi vittorie decisive da un giorno all’altro. È stato proposto che i Paesi dell’Ue aprano speciali uffici consolari in alcuni Stati arabi per esaminare sul posto le domande d’asilo e concedere visti umanitari. È una buona idea, promossa, tra gli altri, dalla Comunità di Sant’Egidio e, nel Senato italiano, da Luigi Manconi. Ma non potrà funzionare se ogni Paese europeo non accetterà di impegnarsi pubblicamente sul numero delle persone che è pronto ad accogliere. Non può esservi alcuna soluzione se i Paesi dell’Ue non riconosceranno che a questa emergenza occorre reagire con la stessa disponibilità e generosità con cui ciascuno di essi risponde alle proprie catastrofi nazionali.

I visti umanitari non saranno sufficienti e vi saranno sempre persone pronte a rischiare la vita per tentare l’attraversamento del Mediterraneo. Occorre quindi distruggere le barche là dove sono all’àncora, in attesa dei loro carichi umani. Ma queste sono operazioni militari e d’intelligence che possono essere realizzate soltanto con la collaborazione delle autorità locali. Quella della Libia è indispensabile, e non è escluso che sarà necessario, prima o dopo, forzare la mano di coloro che non vorranno collaborare. Piaccia o no la Libia, oggi, è la quarta sponda dell’intera Unione Europa.

Sarà meglio, invece, non contare troppo sull’aiuto degli Stati Uniti. Obama ha deciso di trattare la questione mediterranea con gli stessi criteri con cui molti Paesi dell’eurozona hanno trattato la crisi greca: quanto meno la si aiuta tanto più la si costringe a rimboccarsi le maniche. Questo atteggiamento non dovrebbe dispiacerci. Come la crisi del credito, anche quella dei barconi dovrebbe costringere l’Europa ad affrontare il problema dei profughi non soltanto con uno sforzo finanziario condiviso, ma anche con strumenti unitari. Se la crisi finanziaria ci ha regalato l’Unione bancaria e il meccanismo salva Stati, perché la crisi dei profughi e dei barconi non dovrebbe regalarci una Legione europea, pronta a intervenire là dove la frontiera di Schengen richiede operazioni comuni? È l’unità, in ultima analisi, il mezzo più efficace e persuasivo per affrontare questa emergenza umanitaria. Un’azione comune può essere, per gli scafisti, il migliore dei deterrenti.

Gli stessi criteri valgono per l’Italia. Se Silvio Berlusconi è veramente disposto a sostenere la politica del governo in questa crisi, benvenuto. Vi sono momenti in cui è necessario litigare e ve ne sono altri in cui una nazione esiste soltanto se le sue maggiori forze politiche riconoscono l’esistenza di interessi comuni, più importanti delle loro diverse ambizioni. Una politica condivisa, in questo caso, presenterebbe molti vantaggi: renderebbe più incisiva l’azione del governo, isolerebbe il populismo xenofobo della Lega e le divagazioni opportuniste del M5S, dimostrerebbe che gli odiosi insulti alle vittime, raccolti da Gian Antonio Stella sul web per il Corriere del 21 aprile, non sono la voce dell’Italia.

23 aprile 2015 | 07:55
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Da - http://www.corriere.it/politica/15_aprile_23/litigate-tutto-non-ora-262fd2c2-e97c-11e4-8a77-30fcce419003.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Dopo il voto in Gran Bretagna Tempo di ripensare l’Unione europea
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2015, 04:19:53 pm
Dopo il voto in Gran Bretagna
Tempo di ripensare l’Unione europea

Di Sergio Romano

L’ Unione Europea non è una federazione e ciascuno dei suoi membri potrebbe conservare a lungo una parte della propria sovranità. Ma le loro elezioni non sono più esclusivamente nazionali. La sconfitta personale del leader indipendentista Nigel Farage (nonostante il 13% dei voti conquistati dal Ukip) lancia un segnale che verrà raccolto da tutti i partiti populisti del continente; e il mediocre risultato dei liberal-democratici di Nick Clegg parla, in particolare, ai liberali tedeschi. La vittoria dei conservatori ci concerne. David Cameron ha avuto il merito di mettere l’Europa al centro della campagna elettorale e non è sorprendente che il presidente della Commissione di Bruxelles sia stato il primo a indirizzargli un messaggio. Jean-Claude Juncker sa che una delle iniziative del primo ministro britannico, dopo la vittoria, sarà verosimilmente il tentativo di modificare lo status della Gran Bretagna nell’Unione Europea. In altre circostanze Londra avrebbe cercato di ritoccare qua e là, spesso con il benevolo aiuto di altri membri dell’Ue, le regole che non le piacciono.

Ma l’annuncio fatto negli scorsi mesi e la prospettiva di un referendum sull’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione, hanno il merito di rendere europeo ciò che rischiava di frantumarsi in una somma di pre-negoziati bilaterali. Era ora. Quando è entrata nella Comunità, nel 1973, l’Inghilterra ha portato con sé le sue predilezioni liberiste e ha dato un forte contributo alla formazione del Mercato unico. Ma ha preteso un trattamento di favore per la politica agricola e si è spesso opposta a misure che avrebbero comportato una progressiva erosione delle sovranità nazionali. Non avevamo motivo di esserne sorpresi. Sapevamo che Londra, negli anni Cinquanta, aveva contrapposto al disegno europeo di Jean Monnet una grande zona di libero scambio, priva di ambizioni politiche. E non potevamo ignorare che cambiò la sua linea soltanto quando constatò che il suo progetto era fallito.

Venticinque anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, quando venne in discussione la sorte dei «satelliti» dell’Urss, occorreva decidere se procedere subito all’allargamento dell’Unione o attendere che i vecchi membri collaudassero anzitutto le istituzioni create dal Trattato di Maastricht. La Gran Bretagna si batté per l’allargamento, vinse, ci costrinse ad accogliere in tempi relativamente brevi Paesi che venivano da esperienze molto diverse dalle nostre e guardavano a Washington, per il loro futuro, più di quanto guardassero a Bruxelles. La Gran Bretagna ottenne così due risultati: rese l’Unione meno omogenea e poté contare da allora sull’appoggio di tutti coloro che avevano cercato alloggio nell’Unione soprattutto per considerazioni economiche.

Oggi il quadro potrebbe cambiare. Quando comincerà il negoziato con Bruxelles sapremo con meglio quali siano le preferenze britanniche. Londra è pronta ad accettare che il Parlamento di Strasburgo abbia maggiori poteri? Che il rappresentante europeo per la Politica estera assomigli maggiormente a un ministro degli Esteri? Che il principio della libera circolazione delle persone, sia pure con le cautele imposte dalle minacce terroristiche, venga confermato? Il referendum, quando avrà luogo, sarà utile anche a noi. Sapremo finalmente se e quanto sia possibile contare sulla Gran Bretagna per il futuro dell’Europa. Non è escluso che da quel negoziato emerga la preferenza della società britannica per una sorta di Brexit, vale a dire la conservazione della propria eccezionalità. Ebbene, non sarà una rottura. Abbiamo troppo in comune per buttare via tutto ciò che ci unisce.

9 maggio 2015 | 08:15
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_maggio_09/tempo-ripensare-l-unione-europea-1db2b8ba-f60d-11e4-a548-cd8c68774c64.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Le proposte per la Ue L’europeista riluttante e i suoi amici
Inserito da: Admin - Giugno 25, 2015, 10:37:45 am
Le proposte per la Ue
L’europeista riluttante e i suoi amici

Di Sergio Romano

Il rapporto dei cinque presidenti (Consiglio europeo, Commissione di Bruxelles, Eurogruppo, Parlamento di Strasburgo, Banca centrale europea) è quanto di meglio l’Ue abbia prodotto negli ultimi anni. È stato commissionato dai capi di Stato e di governo. Sarà all’ordine del giorno del prossimo vertice. Come ha ricordato Giuseppe Sarcina sul Corriere di lunedì, il rapporto si propone obiettivi utili e ambiziosi. Attribuisce alla Commissione il compito di vigilare sulla competitività dei singoli membri e quindi sul loro mercato del lavoro. Rafforza i vincoli comunitari destinati a evitare le scandalose deviazioni di cui siamo stati spettatori in Grecia e altrove. Vuole che le presidenze dei singoli semestri obbediscano a un’agenda di priorità discussa con il Parlamento. Prevede un meccanismo comune per l’assorbimento degli choc che potrebbe essere affidato al Fondo europeo per gli investimenti strategici. Propone il completamento dell’Unione bancaria nel giro di due anni e l’adozione di uno schema comune per l’assicurazione dei depositi bancari.

Sappiamo per esperienza quale potrebbe essere la sorte del rapporto. Vi è il rischio, come in altre occasioni, che si smarrisca nel labirinto dei litigiosi negoziati fra gli Stati membri e che i suoi obiettivi slittino da un anno all’altro. È sempre possibile che venga costretto ad accettare correzioni e amputazioni che ridurrebbero considerevolmente le sue ambizioni e speranze. Eppure questo «rapporto dei cinque» ha caratteristiche che giustificano qualche speranza. Da qualche anno ormai l’Europa sembra condannata a fare logoranti battaglie di retroguardia. Una buona parte del nostro tempo è impiegata a inseguire il peccatore o il dissidente di turno per correggere i suoi errori, appagare le sue richieste o trattenerlo nella grande famiglia. È comprensibile. Vogliamo dimostrare al mondo e ai mercati che siamo in grado di preservare l’unità, vogliamo evitare che il fallimento di un negoziato susciti scetticismo e sfiducia nell’opinione pubblica europea e internazionale. Ma dovremmo avere compreso, ormai, che ogni negoziato, nella migliore delle ipotesi, è destinato a concludersi con un compromesso. Non sempre i compromessi sono utili e virtuosi. In molte circostanze convincono altri partner che ogni regola può essere tagliata, come un abito sul corpo del cliente. Non è questo, forse, il desiderio della Gran Bretagna o, per ragioni completamente diverse, della Grecia di Tsipras e dell’Ungheria di Viktor Orban? Non è questa la speranza di tutti i movimenti euroscettici che crescono come funghi nella società europea e di cui si servono tutti coloro che vorrebbero sottrarsi a qualche regola dell’Unione?

Se non vogliamo che questo accada, è ora di cambiare strategia. Anziché corteggiare l’amico riluttante, è ora di dirgli con chiarezza che da questa crisi si esce soltanto con una maggiore integrazione. La cancelliera tedesca e il suo ministro delle Finanze lo hanno già lasciato intendere in alcune occasioni con cenni e proposte che meritavano maggiore attenzione. Il rapporto dei cinque presidenti contiene idee che possono disegnare una costruzione europea finalmente unitaria. Sarà allora più facile, tra l’altro, impostare una comune politica estera.
Questo non significa che i Paesi dell’eurozona debbano necessariamente divorziare dagli altri membri dell’Unione. Quanto più decisamente avremo imboccato la strada dell’integrazione tanto più facile sarà concludere con gli altri partner accordi di comune interesse soprattutto in materia di mercato unico. Ma chi vorrà restare nell’Unione dovrà comprendere che possono farne parte soltanto coloro che condividono le sue ambizioni e i suoi ideali.

23 giugno 2015 | 08:01
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_giugno_23/europa-intergrazione-editoriale-sergio-romano-cb6634a8-1969-11e5-9779-e399e180b2ac.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. La svolta ambigua di Erdogan
Inserito da: Admin - Luglio 30, 2015, 10:25:05 pm
La svolta ambigua di Erdogan
L’appello di Ankara alla Nato e il rapporto con gli stati islamici

Di Sergio Romano

Per comprendere l’appello che la Turchia ha indirizzato alla Nato, un’organizzazione di cui è stata per molto tempo un membro distratto, conviene tornare all’attentato del 20 luglio a Suruc, una città a 2 chilometri dalla frontiera siriana. In quella occasione l’Isis ha ucciso più di trenta persone e ne ha ferite un centinaio. Erano giovani, in buona parte curdi, che si apprestavano a partire per Kobane, la città che i curdi siriani, negli scorsi mesi, avevano tenacemente difeso contro l’Isis. Ma del gruppo facevano parte anche giovani laici e democratici che nelle ultime elezioni politiche hanno probabilmente votato per l’Hdp, il Partito democratico del popolo.

Il suo leader, il curdo Selahattin Demirtas, non ha esitato a denunciare pubblicamente l’ambiguità della Turchia di Erdogan: un Paese che è membro della Nato, ma non ha fatto mancare assistenza ai guerriglieri dello Stato islamico. Le stesse osservazioni circolavano in Occidente da parecchio tempo. Era lecito essere alleati degli Stati Uniti nella maggiore organizzazione militare dell’Occidente e, contemporaneamente, dare prova di simpatia per un movimento che Washington, alla testa di una coalizione, sta cercando di sconfiggere? Potevano il presidente Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Ahmet Davutoglu accettare senza reagire una violazione della sovranità nazionale turca come l’attentato di Suruc? I l governo turco doveva reagire e lo ha fatto, tra l’altro, permettendo agli americani di utilizzare la base militare di Incirlik per le incursioni dei loro aerei contro l’Isis. Non è certo, tuttavia, che la reazione all’attentato di Suruc annunci una nuova politica turca rispetto a quella praticata negli scorsi anni.

Il rapporto con gli Stati Uniti è cambiato da quando il Parlamento turco, nella primavera del 2003, negò alle truppe americane il permesso di attraversare la Turchia per invadere l’Iraq dal Nord. Il progressivo distacco della Turchia dall’Occidente è divenuto ancora più evidente quando il governo turco, dopo le rivolte arabe, ha sostenuto la Fratellanza musulmana e le sue ramificazioni mediorientali. Sapevamo da tempo che la Turchia aspirava a riconquistare nella regione, con i necessari adattamenti imposti dal tempo trascorso, il ruolo che era stato dell’Impero ottomano sino al suo declino. Ma era difficile immaginare che avrebbe spinto la sua simpatia per la Fratellanza sino alla rottura delle relazioni diplomatiche con il governo del maresciallo Al Sisi. In un momento in cui il mondo musulmano è dominato dal contrasto fra sunniti e sciiti, la Turchia, con una decisione che è allo stesso tempo politica e religiosa, ha scelto, in molte circostanze, il campo sunnita. Forse non è stata interamente complice dell’Isis, ma quando le circostanze hanno imposto una scelta fra lo Stato islamico e il regime filo-sciita del presidente siriano, ha scelto spesso il primo. E quando i curdi hanno dimostrato di essere i più efficaci e coraggiosi nemici dell’Isis, ha assistito senza reagire alla battaglia di Kobane in cui i primi correvano il rischio di soccombere alle forze del «califfo» Al Baghdadi. Non sarebbe giusto ignorare le ragioni dei turchi.

La guerra di George W. Bush in Iraq ha dato il via alla disintegrazione di un Paese che soltanto la dittatura di Saddam Hussein era riuscita, sia pure precariamente, a unificare. I curdi iracheni ne hanno approfittato per creare una provincia autonoma, molto simile a un piccolo Stato; e i turchi hanno colto l’occasione per fare del Kurdistan iracheno un utile partner economico. Ma la rivolta contro il regime di Damasco ha offerto un ruolo anche ai curdi siriani. Da quel momento i curdi, ovunque siano, sono diventati i protagonisti della regione, il popolo che costruiva combattendo, in Iraq e in Siria, il suo diritto all’indipendenza. Non è sorprendente che in queste nuove circostanze i rapporti del governo di Ankara con la propria minoranza turca, apparentemente avviati verso una migliore convivenza, siano rapidamente peggiorati. E non è sorprendente che Erdogan e il suo primo ministro, messi di fronte alla necessità di scegliere il loro obiettivo prioritario abbiano deciso di difendere l’integrità dello Stato. Comprendere le ragioni di un alleato, tuttavia, non significa condividerle. Per l’Europa l’obiettivo prioritario è la sconfitta dell’Isis e i curdi sono, in questa prospettiva, i suoi alleati. Se Ankara chiede alla Nato di essere autorizzata a combattere contemporaneamente l’Isis e i curdi, come sta accadendo in questi giorni, saremo costretti a rispondere che i nemici dei nostri nemici sono i nostri amici.

29 luglio 2015 (modifica il 29 luglio 2015 | 07:25)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_luglio_29/svolta-ambigua-erdogan-afd12b14-35af-11e5-b050-7dc71ce7db4c.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Libia, gli interessi e i rischi
Inserito da: Admin - Agosto 17, 2015, 06:45:44 pm
L’editoriale

Libia, gli interessi e i rischi
La possibilità di un accordo e la presenza militare nel Paese africano per vigilare sull’osservanza delle clausole: l’occasione per dimostrare che l’Italia è utile a tutti i suoi partner dell’Unione Europea

Di Sergio Romano

Un accordo sulla Libia è forse meno improbabile di quanto fosse negli scorsi mesi. Molte fazioni sono stanche di combattere. Il Paese ha bisogno di denaro e attende con ansia la ripresa delle esportazioni petrolifere. Il rappresentante dell’Onu, Bernardino León, ha in mano la bozza di un accordo preliminare siglato in Marocco nello scorso luglio da alcune delle parti. La presenza dello Stato Islamico a Derna e i massacri di Sirte, ormai controllata dalle sue milizie, rende l’intesa ancora più necessaria.

Se verrà firmato, tuttavia, l’accordo sarà pur sempre fragile e precario. Non basterà la firma di alcune delle componenti più rappresentative del Paese. Occorrerà una presenza militare autorizzata dall’Onu a cui venga affidato il compito di vigilare sull’osservanza delle clausole concordate, garantire la sicurezza delle istituzioni e la ripresa delle attività produttive, fra cui, in primo luogo, il funzionamento dei pozzi petroliferi. Nel corpo vi saranno truppe di Stati prevalentemente mediterranei, ma occorre un Paese che ne assuma la guida e fornisca il contingente più importante. Non è escluso che questo Paese possa essere l’Italia. Per ragioni storiche ed economiche è oggi il Paese che conosce meglio la Libia, la sua classe dirigente, le sue esigenze. Non può essere considerata direttamente responsabile della sciagurata spedizione del 2011. Può ricorrere alle esperienze e alle conoscenze accumulate dall’Eni negli ultimi decenni.

È pronta a correre i rischi di una operazione che sarà verosimilmente più difficile di quella libanese? Esistono interessi nazionali che dovrebbero spingere il governo ad accettare questa ipotesi? Credo che ve ne siano almeno tre. Il primo è ovviamente economico. Se vi sarà una presenza militare inviata dall’Onu, i pozzi libici potrebbero ricominciare a funzionare e il primo Paese a trarne vantaggio sarebbe l’Italia. Il secondo concerne l’immigrazione. Insieme al corridoio turco, quello della Libia è il percorso preferito dai migranti provenienti dall’Africa e dal Levante. Insieme alla Grecia, l’Italia è la prima tappa per coloro che vogliono raggiungere l’Europa centrale e settentrionale. Una missione militare in Libia permetterebbe di controllare meglio il traffico degli scafisti, di creare le condizioni per accogliere e trattenere i migranti sul suolo libico, di separare quelli che hanno un potenziale diritto d’asilo dalla massa dell’emigrazione sociale.

Il terzo interesse è politico. Nella gestione della crisi del debito greco (l’altro grande problema dell’Unione Europea in questo momento) l’Italia ha dovuto necessariamente limitarsi al ruolo dell’osservatore interessato. In Libia avrebbe una migliore occasione per dimostrare a Bruxelles che il Mediterraneo è la frontiera meridionale dell’Ue, che la sicurezza dell’Italia è la sicurezza di tutti. Non credo che alle Forze armate della Repubblica spiacerebbe recitare questa parte. Hanno fatto buone esperienze in Afghanistan e in Kosovo, avrebbero una carta in più per dimostrare che anche la sicurezza ha un prezzo e che il loro bilancio non può essere trattato come il capro espiatorio della crisi. Non è una questione di «bella figura». È l’occasione per dimostrare che l’Italia è utile a tutti i suoi partner dell’Unione Europea.

17 agosto 2015 (modifica il 17 agosto 2015 | 07:45)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_agosto_17/libia-interessi-rischi-9bb59dd8-449e-11e5-a4b6-1d04b76aab6d.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Gli Usa vogliono sconfiggere il Califfato, ma vorrebbero ...
Inserito da: Arlecchino - Settembre 11, 2015, 11:31:15 am
Il commento
Il groviglio di Obama
Gli Usa vogliono sconfiggere il Califfato, ma vorrebbero contemporaneamente sbarazzarsi di Assad, dell’alleato russo e della base di cui dispone sulla costa siriana


Di Sergio Romano

Non posso immaginare che il rafforzamento della presenza militare russa in Siria, annunciato ieri a Mosca, abbia colto Washington di sorpresa. Nelle scorse settimane, dopo le ultime operazioni militari dell’Isis (lo Stato Islamico), la Russia aveva lasciato comprendere che era disposta a collaborare con gli Stati Uniti e le democrazie occidentali contro la minaccia islamista. L’offerta non è stata raccolta. Gli Stati Uniti vogliono sconfiggere il Califfato, ma vorrebbero anche contemporaneamente sbarazzarsi di Assad, del suo alleato russo e della base navale di cui dispone sulla costa siriana. Qualche giorno fa Putin è tornato sull’argomento con una dichiarazione in cui ha annunciato che Assad è pronto a fare nuove elezioni per il rinnovo del Parlamento ed è disposto a governare con la parte «sana» dell’opposizione siriana. Al di là di ogni considerazione sulla credibilità di una tale prospettiva, il messaggio dimostra che Putin continua a rivendicare un ruolo nella crisi siriana e non è disposto a permettere che il presidente Assad venga travolto da una paradossale convergenza tra l’Isis e le democrazie occidentali. Gli Stati Uniti sono contrari.

Washington non vuole Assad, non vuole l’Isis e non vuole Putin nel Mediterraneo. Un tale groviglio di desideri incompatibili sarebbe più facilmente sostenibile se il presidente Obama fosse disposto a impegnare le forze americane sul terreno. Ma esclude anche questa possibilità, forse perché non vuole concludere il suo mandato con una operazione che ricorderebbe, anche se in circostanze alquanto diverse, quella del suo predecessore alla Casa Bianca. Ha un altro piano? Se crede ancora che una guerra, come quella combattuta dall’Isis in Siria e in Iraq, possa essere vinta con i droni, commette probabilmente un errore. E commettono un errore, per le stesse ragioni, quei Paesi occidentali (Francia e Gran Bretagna) che sembrano pronti, pur di provare la propria esistenza, a ripetere la disastrosa esperienza libica. Una voce intelligente e pacata, in questo panorama di vie senza uscita, sembra essere quella del ministro degli Esteri tedesco. Frank- Walter Steinmeier ha chiesto ai russi di rinunciare all’invio in Siria di uomini e materiale militare, e a Francia e Gran Bretagna di astenersi dall’intervenire militarmente; e ha motivato questa richiesta aggiungendo che un tale atteggiamento allontanerebbe la prospettiva di una soluzione negoziata. Tradotta in chiaro questa dichiarazione sembra invitare implicitamente la Russia a farne parte.

Se questo è il senso delle parole del ministro tedesco, molti partner europei potrebbero condividerle; e l’Unione Europea dimostrerebbe di avere nella questione siriana la propria linea, molto più sensata di quella adottata da altri Paesi.

10 settembre 2015 (modifica il 10 settembre 2015 | 07:01)
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DA - http://www.corriere.it/opinioni/15_settembre_10/groviglio-obama-c4b819ac-5774-11e5-b3ee-d3a21f4c8bbb.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Il voto in Polonia e il peso della Storia
Inserito da: Arlecchino - Ottobre 28, 2015, 05:40:39 pm
Il voto in Polonia e il peso della Storia
La vittoria del partito dei gemelli Kaczynski apre a nuove screzi con Mosca

Di Sergio Romano

L a vittoria nelle ultime elezioni polacche di Diritto e Giustizia, il partito dei gemelli Kaczynski, piacerà a tutti gli esponenti del nuovo nazional-provincialismo europeo, da Nigel Farage in Gran Bretagna a Marine Le Pen in Francia. Il risultato del voto e il possibile ritorno al potere di Jaroslaw, il gemello sopravvissuto dopo il disastro di Smolensk, sembrano dimostrare che nazionalismo, populismo ed euroscetticismo sono ormai i soli caratteri veramente comuni della grande Europa da Dover al Pireo. Eppure vi sono differenze di cui occorre tenere conto.

In Polonia, e per certi aspetti in Ungheria, esistono gruppi sociali che non hanno mai smesso di considerarsi vittime di una storia ingiusta. La Polonia non ha mai dimenticato le grandi spartizioni della seconda metà del Settecento e le sanguinose insurrezioni contro la Russia nell’Ottocento. Quando le circostanze le restituiscono la libertà, come è accaduto dopo la Grande guerra e dopo fine della Guerra fredda, ha quasi sempre ceduto alla tentazione di mirare alla riconquista del potere perduto nelle regioni (l’Ucraina, la Galizia, il Baltico) che appartenevano alla sua area d’influenza. Il caso dell’Ungheria è diverso, ma anch’essa ha un passato regale che condiziona i suoi istinti e le sue reazioni. Persino qualche leader comunista, a Budapest, ricordava privatamente le umilianti mutilazioni territoriali del Trattato di San Germano, nel 1919, quando una parte considerevole dei domini ungheresi divenne cecoslovacca, jugoslava, romena.

Nessuno di questi Stati vittime è privo di colpe e di errori. Anche Polonia e Ungheria sono state in molte circostanze aggressive e tracotanti. Anche la Polonia ha una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione di guerra della Germania hitleriana il 1° settembre 1939. Ma i maestri delle scuole polacche, in particolare, non hanno mai smesso di ricordare agli alunni che la loro patria nel corso della storia è stata tradita, umiliata, crocifissa. Il clero cattolico ha recitato la sua parte facendo della Polonia il baluardo della fede di Roma contro quella di Bisanzio. Quando diceva che l’Europa, dopo la morte del comunismo, avrebbe respirato con i due polmoni dell’Ovest e dell’Est, Giovanni Paolo II lasciava comprendere che era giunto il momento in cui i cristiani del grande scisma si sarebbero infine riunificati sotto la guida di un prete polacco.

Questa storia, che i polacchi non smettono di raccontare a se stessi da qualche secolo, ha influito sulle loro scelte politiche. Quando hanno chiesto di aderire all’Unione Europea, non erano probabilmente maggioranza quelli che aspiravano a costruire con altri europei uno Stato federale nello spirito di Spinelli, Monet, De Gasperi, Adenauer. Chiedevano di entrare in un club dove avrebbero trovato, grazie al grande alleato americano, la possibilità di riemergere, magari saldando qualche vecchio conto, come potenza regionale. Per la Polonia, come per altri Paesi dell’Europa centro-orientale, l’alleanza americana conta molto più di Bruxelles e Strasburgo. Sostenuti da Washington, questi Paesi, con l’eccezione della Ungheria di Viktor Orbán, hanno cercato d’indurre l’Ue a fare una politica antirussa; e vi sono in parte riusciti.

Prepariamoci quindi, dopo il successo elettorale di Beata Szydlo e, soprattutto Jaroslaw Kaczynski, a nuovi screzi con Mosca. Ma non dimentichiamo che questi inconvenienti sono il risultato di un allargamento prematuro e frettoloso dell’Unione Europea. Quando si cominciò a parlare delle politiche che l’Ue avrebbe dovuto fare per favorire il ritorno alla democrazia degli Stati post sovietici, Jacques Delors, allora presidente della Commissione di Bruxelles, propose a François Mitterrand la creazione di due organizzazioni di cui la prima avrebbe aspirato a una Federazione e la seconda avrebbe formato con i vecchi membri una grande zona di libero scambio. Finché non saremo riusciti a stabilire una distinzione formale fra chi vuole l’Europa per l’Europa e chi la vuole per altri motivi, l’Ue sarà il peggiore dei condomini: quello in cui una minoranza intralcia il percorso della maggioranza.

27 ottobre 2015 (modifica il 27 ottobre 2015 | 07:30)
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Da - http://www.corriere.it/esteri/15_ottobre_27/voto-polonia-peso-storia-57c6ff44-7c71-11e5-8cf1-fb04904353d9.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. I rischi dei poteri speciali
Inserito da: Arlecchino - Novembre 24, 2015, 06:24:51 pm
IL COMMENTO

I rischi dei poteri speciali
La legislazione francese sullo stato d’urgenza conferisce al governo e ai prefetti poteri eccezionali.

Di Sergio Romano

Lo stato d’urgenza, proclamato dal presidente francese la sera del 13 novembre e confermato nel suo discorso al Congresso di fronte alle Camere riunite, non è il Patriot Act voluto da George W. Bush dopo gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001. La legge americana conteneva misure repressive e inquisitive che l’apparato poliziesco degli Stati Uniti chiedeva da tempo; e fu l’occasione per la più brusca svolta illiberale del sistema di sicurezza americano dai primi anni della Guerra fredda. La legislazione francese sullo stato d’urgenza, invece, conferisce al governo e ai prefetti poteri eccezionali.

Sono previsti tra l’altro il coprifuoco, l’interdizione di soggiorno, le perquisizioni domiciliari senza autorizzazione giudiziaria e il coinvolgimento della giustizia militare; ma è un provvedimento eccezionale destinato a durare, probabilmente, non più di tre mesi e già adottato per i disordini nelle banlieue parigine durante la presidenza di Jacques Chirac nel novembre del 2005. È probabile che François Hollande non potesse fare diversamente. Un presidente scolorito, frequentemente punito dai sondaggi e alla vigilia di importanti scadenze elettorali doveva rappresentare se stesso al Paese come un uomo forte e deciso, capace di fare fronte alla minaccia islamista.

Mi chiedo tuttavia se sia altrettanto consapevole dei rischi che si nascondono nella proclamazione dello stato d’urgenza. L’Isis è certamente il più barbaro e crudele dei movimenti jihadisti degli ultimi decenni. Ma non è privo di una strategia. La sua principale esigenza, non meno importante delle armi e del denaro, è il reclutamento. Negli ultimi quindici mesi, secondo alcuni analisti, avrebbe perduto, insieme a una parte del territorio conquistato, non meno di 20.000 combattenti, fra cui parecchi ufficiali. Può continuare a reclutare soltanto se riesce a infiammare l’immaginazione dei suoi giovani «martiri» con lo spettacolo e la narrazione delle sue gesta più audaci e crudeli. Ha colpito Parigi perché nella capitale francese esiste il più grande serbatoio europeo di potenziali volontari. Ha agito spietatamente perché una tale sfida, lanciata al nemico nel suo territorio, suscita ammirazione in molti giovani che vanno alla ricerca di una causa in cui affogare la rabbia e le frustrazioni accumulate nei ghetti delle banlieue di Parigi. La proclamazione dello stato d’urgenza punta il dito inevitabilmente contro le comunità musulmane e i loro quartieri, fa di ogni maghrebino, in molte circostanze e in alcune ore della giornata, l’individuo sospetto che sarà legale fermare, interrogare, perquisire, trattenere.

Non tutti hanno dimenticato la caccia all’uomo nelle strade di Parigi il 17 ottobre 1961 quando alcune migliaia di algerini erano scesi in piazza per protestare contro un decreto del prefetto di polizia che «sconsigliava» ai francesi musulmani di Algeria (come erano chiamati allora) di circolare nelle strade di Parigi fra le 20.30 e le 5.30. La violenza con cui furono trattati dalla polizia e da molti parigini rese la loro indipendenza, un anno dopo, ancora più inevitabile.

La guerra, comunque, si vince soltanto in Siria e in Iraq. L’Isis non è uno Stato, secondo le regole e le convenzioni dell’Occidente, ma ha un territorio, caserme, banche, uffici pubblici, e soprattutto sudditi che attendono con ansia la loro liberazione e che diverranno verosimilmente, il giorno dopo, i migliori alleati dei loro liberatori.

18 novembre 2015 (modifica il 18 novembre 2015 | 08:16)
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Da - http://www.corriere.it/opinioni/15_novembre_18/i-rischi-poteri-speciali-c96afd8a-8dbf-11e5-ae73-6fe562d02cba.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. Le partite da giocare Il peso dell’Italia in Europa
Inserito da: Arlecchino - Dicembre 19, 2015, 05:36:07 pm
Le partite da giocare
Il peso dell’Italia in Europa
Nella politica internazionale il nostro Paese ha caratteristiche che non possono essere ignorate dal resto dell’Europa

Di Sergio Romano

La Commissione europea ha le sue competenze e i suoi comprensibili tic nervosi. Deve evitare di essere considerata parziale e incline a chiudere un occhio, soprattutto quando un caso concerne i partner maggiori, e non ha dimenticato che cosa accadde quando Francia e Germania furono autorizzate a violare il patto di Stabilità. Non esercita la sorveglianza sulle piccole banche, riservata alle banche centrali nazionali, ma è certamente competente quando esiste il rischio che un salvataggio si trasformi in un aiuto di Stato. Non è tutto. L’Italia non sta rispettando gli impegni assunti sul livello del proprio deficit e il suo presidente del Consiglio ha annunciato le nuove spese per la sicurezza con dichiarazioni che a Bruxelles, probabilmente, non sono piaciute. Anche sul problema dell’immigrazione vi sono stati momenti in cui l’Italia è stata accusata di eludere le norme sulla registrazione dei profughi e le regole dell’accordo di Dublino. E generalmente, infine, è uno dei Paesi che più frequentemente è stato denunciato per essersi sottratto agli obblighi comunitari.

Qualcuno potrebbe osservare che vi sono altri fronti, come quello medio-orientale, in cui l’Italia è considerata oggi carente e poco affidabile. È possibile che alcuni Paesi lo pensino. Ma il suo peso in Europa e la sua disciplina comunitaria vengono misurati e pesati su due diverse bilance. Nella politica internazionale l’Italia ha caratteristiche che non possono essere ignorate. È al centro di un mare che è diventato la frontiera più calda e insicura dell’Europa. È il primo dei due valichi utilizzati da coloro che fuggono dalle grandi aree della crisi: Siria, Iraq e Afghanistan. Anche i critici di Mare Nostrum non possono negare che in quella occasione l’Italia, pressoché sola, ha dato una buona prova di solidarietà umana e di capacità organizzative. Non prende parte alle operazioni siriane, ma quale Paese della grande coalizione diretta da Washington può essere certo di avere imboccato la strada migliore? Non ha mai perso di vista il problema libico ed è probabilmente il Paese che lo conosce meglio ed è il più adatto ad avere un ruolo operativo quando vi saranno le condizioni per un intervento autorizzato dall’Onu. Ha conservato buoni rapporti con la Russia, un partner di cui tutti, prima o dopo, capiranno di avere bisogno. E ha una buona rete di relazioni mediterranee.

Anche la Commissione di Bruxelles, quando occorrerà prendere decisioni sui problemi che rientrano fra le sue competenze, dovrà tenerne conto. Dopo le dichiarazioni di principio sulla questione delle banche e del deficit comincerà la ricerca delle soluzioni. L’accoglienza riservata dalla Commissione alla proposta del ministro italiano della Economia (un arbitrato della Consob per valutare quali perdite subite dai risparmiatori delle 4 banche possano essere risarcite grazie a un fondo di solidarietà) sembrano suggerire che quel momento non è lontano.

12 dicembre 2015 (modifica il 12 dicembre 2015 | 08:20)
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Da - http://www.corriere.it/editoriali/15_dicembre_12/peso-dell-italia-europa-0d477790-a09e-11e5-8534-5a7dc9969e9f.shtml


Titolo: SERGIO ROMANO. DUELLO DI POTERI Brexit, il dilemma politico per Londra
Inserito da: Arlecchino - Novembre 05, 2016, 10:35:05 am
DUELLO DI POTERI
Brexit, il dilemma politico per Londra
Se il governo di Theresa May non vincerà il ricorso, assisteremo a un dibattito parlamentare in cui verrà rimessa in discussione l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue
Di Sergio Romano

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (un problema che il governo di Londra credeva di potere affrontare con i considerevoli poteri di cui gode tradizionalmente l’esecutivo del Regno Unito) è improvvisamente diventata una imbrogliata crisi politica e costituzionale. Con una sentenza emessa ieri, l’Alta corte britannica non riconosce al governo di Sua Maestà il diritto di avviare il negoziato con la Commissione di Bruxelles senza avere prima consultato la Camera dei Comuni e forse anche quella dei Lord. I referendum britannici sono consultivi e la necessità di una verifica parlamentare sarebbe legalmente giustificata.

Ma il Primo ministro replica che la convocazione di un referendum e i suoi quesiti erano già stati approvati da un voto dei Comuni; non sarebbe necessario quindi interpellare nuovamente i membri del Parlamento. Ma l’Alta corte sembra sostenere che non è possibile modificare i diritti acquisiti dai cittadini britannici nell’ambito della Ue senza un dibattito parlamentare. Vi sarà un ricorso del governo e leggeremo di qui a qualche tempo, verosimilmente, un’altra sentenza. Ma il dramma di cui saremo spettatori nelle prossime settimane non sarà soltanto la prosecuzione di una vicenda ormai nota: se la Gran Bretagna voglia restare nell’Ue o uscirne. Sarà anche un duello fra politica e giustizia. Non sarà il primo nelle democrazie occidentali. Abbiamo assistito a parecchi interventi della Corte suprema americana contro le iniziative del presidente degli Stati Uniti.

Sappiamo che la elezione di George W. Bush alla Casa Bianca nel novembre del 2000 è stata decisa in Florida dall’ordinanza di un giudice della Corte suprema che aveva una evidente simpatia per il partito repubblicano. Sappiamo che il Tribunale costituzionale di Karlsruhe può bloccare per qualche mese la ratifica di un trattato della Repubblica federale nell’ambito dell’Unione europea. Sappiamo che la Corte costituzionale italiana può cancellare una legge elettorale. Ma il caso britannico è quello di un Paese che non ha una carta costituzionale ed è giustamente noto per avere sempre sottratto l’Esecutivo e il Legislativo a condizionamenti esterni. Forse l’errore del Primo ministro David Cameron, quando credette di potere ammansire con un referendum la fazione euroscettica del suo partito, fu di avere somministrato una dose di democrazia diretta a un Paese in cui la democrazia è sempre stata rigorosamente indiretta.

Non sarà facile riparare il guasto provocato dall’imprudenza di Cameron. Se il governo di Theresa May non vincerà il ricorso, assisteremo a un dibattito parlamentare in cui verrà rimessa in discussione l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.
Secondo calcoli fatti prima del referendum, i partigiani del Remain (quelli che non volevano uscire dall’Unione) erano più numerosi di quelli che volevano uscirne. È possibile che i dubbi dei mercati finanziari sul futuro della City e alcune stime negative sulle esportazioni della Gran Bretagna verso il mercato unico abbiano rafforzato il primo gruppo. Ma non è escluso che molti parlamentari, se dovessero scegliere fra il primato della politica e quello dei giudici, sceglierebbero la politica. La Commissione di Bruxelles, per il momento, potrà soltanto aspettare. Quando verrà il momento dei negoziati, tuttavia, sarà bene evitare concessioni che permettano alla Gran Bretagna di restare nel mercato unico senza rispettare gli altri obblighi dei Trattati europei. Ciò che sta accadendo in queste ore conferma che sarà sempre un difficile compagno di viaggio.

3 novembre 2016 (modifica il 3 novembre 2016 | 21:31)
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Da - http://www.corriere.it/cultura/16_novembre_04/brexit-dilemma-8d97fe68-a1fd-11e6-9c60-ebb37c98c030.shtml