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Forum Pubblico => LA-U STORICA 2 -Ante 12 maggio 2023 --ARCHIVIO ATTIVO, VITALE e AGGIORNABILE, DA OLTRE VENTANNI. => Discussione aperta da: Admin - Giugno 08, 2007, 05:19:13 pm



Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ...
Inserito da: Admin - Giugno 08, 2007, 05:19:13 pm
Senza partecipazione la polis muore


George Papandreou
con Mauro Buonocore

 
Tratto da Reset


Al paragone con Clistene e Pericle, ride ringrazia e declina. Ma George Papandreou ha chiara in mente l’antica polis ateniese ed è a quegli antichi statisti, a quell’Atene tra il VI e il V secolo a.C., che pensa quando parla di "sperimentare nuove forme per ringiovanire le nostre democrazie", quando sostiene la necessità "di seguire il desiderio di partecipazione democratica che avvertiamo tra gli elettori", quando vede nel sondaggio deliberativo l’applicazione di queste idee che mette in pratica per scegliere il candidato sindaco che il suo partito, il Pasok, presenterà alle prossime amministrative nella città di Marousi, uno tra i più importanti e popolosi centri dell’area metropolitana di Atene.
Partecipazione è la parola chiave che Papandreou utilizza per cercare di aprire la porta del rinnovamento politico. Come nel 2004 quando, chiamato alla guida del Pasok, il partito socialista greco che si trovava allora nel pieno di una crisi di consenso e di scandali di corruzione che colpivano i vecchi dirigenti, George Papandreou decise di accettare l’incarico solo dopo aver chiamato la popolazione greca ad esprimersi sulla sua candidatura. Fu una specie di referendum, cui parteciparono oltre un milione di elettori (non solo iscritti al Pasok), che lo portò alla guida del partito.
E così Papandreou, il cui nome racchiude decenni di politica greca da suo nonno a suo padre (fondatore del Pasok) che furono entrambi capi del governo, si presenta come uomo nuovo, il politico che si è formato negli States e che cerca sistemi innovativi per rinvigorire la democrazia, a partire dalla sua Grecia fino a portare le sue esperienze sul palcoscenico più ampio dell’Internazionale Socialista che presiede dal gennaio 2006.

Mr. Papanderou, lei punta molto sull’idea di partecipazione come motore di rinnovamento politico. Da dove nasce questa sua idea?

Mi sembra che gli elettori in genere, e i più giovani in particolare, dedichino grande interesse ai tentativi di migliorare la loro partecipazione alla vita politica. Un esempio sta nella mia elezione alla guida del Pasok: ho voluto dare seguito alla decisione del partito solo dopo aver sottoposto la mia nomina all’approvazione popolare. Sono state una sorta di primarie aperte, chiunque poteva andare, iscritto o meno che fosse al partito, e dire se voleva o no che io guidassi il Pasok: il risultato è stato un milione di voti a mio favore. Un altro esempio lo troviamo in Italia, nell’alta affluenza degli elettori alle primarie vinte da Prodi. Io credo che quando si apre la porta alla partecipazione c’è sempre una grande risposta, le persone hanno voglia di entrare ed esprimere la propria opinione. È importante, allora, cercare nuove forme di democrazia, diretta, partecipativa, deliberativa, usando le nuove tecnologie e così via. Al di là dei nomi e delle definizioni dobbiamo cercare di sperimentare il più possibile per trovare meccanismi di partecipazione che meglio si adattino a realtà diverse.

E la sua scelta questa volta è caduta sui sondaggi deliberativi di James Fishkin, un metodo innovativo che tanto ha in comune con la democrazia dell’antica polis ateniese. Il rinnovamento che lei ha in mente guarda molto indietro nei secoli.

In Grecia abbiamo una tradizione e una storia democratica alla quale dobbiamo guardare in un modo più positivo e concreto di quanto non abbiamo fatto sin ora. Sono stato coinvolto, ad esempio, nell’organizzazione degli ultimi Giochi Olimpici di Atene, allora cercammo di rinnovare un’idea legata all’antica tradizione dei giochi e che ben si poteva sposare con la nostra realtà, cioè il concetto di tregua olimpica. Cercammo così di promuovere l’idea che si possono usare i Giochi Olimpici come una tregua, una pausa di riflessione, un momento di confronto.
Quello che stiamo facendo qui a Marousi ha molto in comune con la nostra storia: la democrazia ha una grande tradizione nel mondo antico ed è uno dei grandi motivi di interesse e discussione del mondo moderno. Noi dovremmo tornare dritti alle radici dell’antica Atene e rivisitarne alcune idee, alcune somiglianze e alcune differenze tra la democrazia di allora e quella di adesso. Una delle differenze più ovvie tra il V secolo a.C. e oggi è che allora bastava la sola voce per parlare al demos, ora sono necessari i media; ci sono poi delle idee che abbiamo perso e sarebbe bene recuperare. Una di queste riguarda il metodo di estrarre a sorte un gruppo di cittadini e fare in modo che siano bene informati prima di prendere le decisioni. Il sondaggio deliberativo recupera questo metodo e l’idea che vi è alla base secondo cui cittadini informati possono prendere su qualsiasi argomento la decisione migliore per tutti. Usiamo il deliberative poll come un tentativo di rinnovare, o meglio, ringiovanire la democrazia in un mondo che sta cercando di dare nuova credibilità alla politica.

Come mai la sua ricerca di nuove forme di partecipazione è caduta proprio sui sondaggi deliberativi?

Sia come leader del Pasok che come presidente dell’Internazionale socialista, sto guardando a nuove forme di partecipazione democratica. Questa è una grande sfida cui sono chiamate le nostre democrazie per combattere un trend mondiale che vede la gente alienarsi e allontanarsi dalla politica. Quando poi partecipano, votano, scelgono, i cittadini si trovano a decidere di questioni complesse in condizioni di conoscenza e consapevolezza molto superficiali. I deliberative polls sviluppano forme di partecipazione che si propongono come una soluzione a questo problema e hanno diversi elementi di grande interesse.
Sono un modello che guarda indietro alla nostra antica tradizione democratica da cui ereditano la scelta casuale di coloro che partecipano alla decisione secondo il principio per cui ciascuno ha la stessa possibilità di poter essere sorteggiato, è un meccanismo che rafforza e mette in pratica l’idea secondo cui tutti i cittadini sono uguali.
A questa caratteristica, il sistema di Fishkin aggiunge un supporto scientifico che garantisce la rappresentatività del campione e ci offre l’istantanea di un’opinione pubblica che prima di decidere si è nutrita di informazione, di conoscenza, di discussione. Inoltre il campione casuale garantisce l’assenza di pressioni da parte di gruppi di potere, politici o economici, e può essere un valido modo per abbattere quelle strutture clientelari che appartengono spesso alla politica tradizionale. Cerchiamo di portare le persone direttamente al centro delle cose, dei problemi, delle idee, cerchiamo il modo per far loro esprimere le loro opinioni, le loro visioni.

Il sondaggio deliberativo di Marousi decide il candidato sindaco che il Pasok presenterà alle prossime elezioni amministrative. Ci si poteva aspettare che il campione selezionato fosse formato da iscritti al partito o simpatizzanti, e invece è un campione rappresentativo dell’intero elettorato della città. Perché questa scelta?

Su questo punto abbiamo discusso molto. Abbiamo scelto di rivolgerci a tutta la popolazione, di non parlare solo ai membri del partito, iscritti o simpatizzanti. Abbiamo selezionato un campione casuale all’interno del quale ci saranno persone del Pasok, elettori abituali, persone che normalmente non sono schierate in politica, gli indecisi, ma anche simpatizzanti o iscritti di Nea Dimokratia (il partito della destra attualmente al governo, ndt), abbiamo scelto di non escluderli e chiamare anche loro a discutere di ciò che ritengono importante per la loro città.
Si può dire che abbiamo cercato di fare in modo che il partito non fosse una presenza incombente nel processo. Ad esempio ci siamo trovati di fronte ad un’altra scelta. Potevamo fare in modo che il sondaggio deliberativo vertesse non su candidati, ma sugli argomenti, cioè potevamo chiamare le persone a discutere informarsi e decidere sui temi che ritenevano più incombenti per la politica cittadina e così fare in modo che contribuissero a costruire il programma che il candidato scelto dal partito avrebbe portato in campagna elettorale. Una seconda opzione prevedeva invece una rosa di candidati che si esponessero di fronte a problemi e domande dei cittadini, proponessero le loro risposte e le loro soluzioni e venissero poi giudicati e votati dal campione. Abbiamo scelto questa seconda via, il partito si è limitato alla scelta dei candidati per le primarie, all’inizio erano quattordici, ne abbiamo poi scelti sei che si sono confrontati nel deliberative poll dove i temi e le discussioni hanno preso corpo. L’importante non era formulare un programma di governo, non era puntare sulla propaganda di un tema controverso, dalla centralizzazione del potere alle riforme scolastiche alla sicurezza sulle strade fino ai problemi dell’inquinamento e del traffico. Quello che è importante, qualunque sia l’argomento di dibattito, è che stiamo dando alle persone la possibilità di ragionare attentamente su questi temi, e offriamo loro l’opportunità di dare risposte che non siano puramente emotive, emozionali, ma molto ben ponderate, attraverso la lettura, l’informazione, il confronto delle idee.

Crede che questo tipo di primarie possa avere un effetto positivo sull’elezione finale del sindaco? Essere stato scelto in un sondaggio deliberativo da un campione dell’intero elettorato cittadino, potrà essere un vantaggio per il candidato del Pasok?

Credo di sì, anche se il campione è formato da un piccolo gruppo di persone, la tv manderà in onda un programma dedicato al deliberative poll di Marousi, chi non ha fatto parte del campione potrà vedere e capire come è stato scelto il candidato. Questo mi rende molto fiducioso sulla vittoria elettorale: prima di andare a votare, i cittadini di Marousi potranno chiedersi perché delle persone esattamente come loro hanno fatto questa scelta. Ho buone speranze per l’esito finale, ma staremo a vedere.

Vede un futuro più ampio per i sondaggi deliberativi? Pensa di portarli da Marousi verso realtà più grandi, a livello nazionale o anche oltre?

Assolutamente sì. È mia intenzione informare tutti i partiti dell’Internazionale Socialista dell’esperimento di Marousi, e il mio mandato di presidente mi vedrà impegnato a sviluppare e mettere in pratica i migliori modelli possibili di democrazia e di partecipazione, fino a trovare nuovi meccanismi che sappiano mettere i partiti al passo con i grandi problemi della modernità quali, ad esempio, le tematiche ambientali che vanno ben oltre i confini di nazioni e di schieramenti politici. L’Internazionale non serve solo a fare grandi dichiarazioni, ma serve a capire quale ruolo possiamo concretamente svolgere nella realtà globale, che cosa possiamo praticamente fare, quali soluzioni trovare e applicare attraverso il confronto delle nostre reciproche esperienze.

 
da www.caffeeuropa.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ...
Inserito da: Admin - Giugno 08, 2007, 05:22:22 pm
Partito e popolo

Furio Colombo


Il partito a cui si riferisce il titolo di questo articolo è il Partito democratico. Come tutti i lavori in corso crea una immensità di inconvenienti per coloro che eventualmente beneficeranno della nuova costruzione: non vedono, non sanno, non partecipano. E certo non li rappresentano alcune decine di persone per bene detti i «garanti» per il solo fatto di essere quadri di partito oppure nominati oppure cooptati senza che esistano indicazioni per la nomina e la cooptazione o istruzioni per l´uso (poteri e doveri). Le porte per ora sono chiuse, i percorsi sono al di là delle impalcature, le regole un atto di fede.

«Popolo» è una parola grossa (ricordate quando Alberto Asor Rosa poteva usare questa parola nel titolo del suo libro Scrittori e popolo per intendere, i creatori e i frequentatori di idee?). Bene, io non mi illudo che un´immensa folla prema ai cancelli chiusi del Partito democratico che non è pronto. Ma certo c´è un´attesa, sempre meno tollerante e paziente, che le ultime elezioni non vinte hanno indicato in due diverse tabelle: quelli che ancora hanno votato centrosinistra, e quelli che, per il momento, non hanno votato. Ecco, questo è il popolo di cui sto parlando, gli uni e gli altri, coloro che tengono ancora stretto il filo della fiducia. E coloro, forse meno indifferenti e più appassionati, che hanno battuto il tremendo colpo di gong delle schede bianche e del non voto, nel disperato intento di farsi sentire di là dalle impalcature, dentro il cantiere da cui sono esclusi i «non addetti ai lavori».

Dunque c´è un partito in corso di costruzione (evento arduo e difficile nella storia delle democrazie, con una tradizione simile a quella dei nuovi ristoranti: ne nascono cento, se ne afferma uno). E c´è, presumibilmente, un popolo in attesa. È fatto in parte di gente che sta già sgombrando le sedi, anche psicologiche, interiori, mentali, dei partiti che abitava prima.

E in parte da persone che - pur non essendo militanti di un partito - sono rimaste ostinatamente legate ai grandi valori democratici portati in Italia dall´antifascismo e dalla Resistenza (legalità, scuola pubblica, legge uguale per tutti, lotta alla malavita in tutte le sue incarnazioni, diritti umani, diritti civili) che vorrebbero ritrovare, ma non sono sicuri dove.

C´è anche la separazione nitida e rispettosa tra Chiesa e Stato, in questo elenco di valori dei cittadini che non sono in casa né in piazza, ma non sanno ancora con sicurezza dove dirigersi. C´è anche la separazione tra giornalisti e notizie da una parte e potere dall´altra. Sanno con sicurezza dove non c´è, e anzi viene negata e irrisa, questa separazione. È la casa del conflitto di interessi. Ma molti stanno ancora cercando un nuovo indirizzo.

E c´è la separazione fra i legittimi interessi dell´impresa e il legittimo diritto di difendere il lavoro. In una economia brada il lavoro è affidato all´esito di un continuo scontro e vinca chi può fare più profitto o più danni. In una buona democrazia, e in un buon partito che voglia fare da sostegno e da trave a quella democrazia, ti dedichi alla difesa di chi lavora non perché vuoi la lotta di classe ma, al contrario, perché sai di essere in un mondo moderno ed efficiente in cui si lavora insieme alla pari, non gettando il lavoro tra le scorie di cui la cosiddetta modernità vuole liberarsi. E poi il mercato chiede confronto fra parti altrettanto forti. Se no che mercato è?

Sarà vero che ognuno deve vedersela col nuovo mondo da solo e da bravo, secondo il merito. Ma resta il fatto che all´adunata dei giovani imprenditori, che si celebra come sempre a Santa Margherita Ligure, tutti i partecipanti - a cominciare da Michela Vittoria Brambilla - sono figli e nipoti di imprenditori. E nelle loro fabbriche tutti gli operai (se non sono immigrati) sono figli di operai.

Ovvio che questa è una questione che deve stare molto a cuore a un Partito democratico agile e nuovo. Di partiti in cui tutte le teste televisive parlanti sono pronte a cori di esultanza quando parlano Draghi e Montezemolo (sempre molto apprezzata l´ammonizione al taglio delle pensioni, sempre un po´ di stizza per quei perdigiorno conservatori annidati in fabbrica che vorrebbero, dopo anni, smuovere la barriera perenne dei mille euro al mese e quella "moderna" del contratto a progetto) ce ne è una quantità imbarazzante.

Il problema non è affatto uno scivolare, a seconda degli umori, o un po´ più a destra o un po´ più a sinistra. Però è inevitabile che un Partito democratico moderno si ispiri per forza a grandi voci nella cultura del mondo industriale avanzato, come Amartya Sen che ci ha narrato il cambiamento del poverissimo Stato indiano del Kerala attraverso il cambiamento della condizione delle donne, che sono passate, in una generazione, da nove a due figli (e difficilmente sarebbero state festeggiate all´italianissimo "Family day") che sono andate a scuola, che sono diventate dirigenti e amministratrici anche senza quota rosa. Come Joseph Stieglitz che, da grande economista, non andrebbe mai in giro a dire che la ripresa di un Paese «è merito esclusivo delle imprese». Come John Nash, che dalla sua cattedra di matematico a Princeton ha calcolato «il punto di equilibrio» fra investimento di capitali e investimento di lavoro (e la relativa equa retribuzione) e l´ha definito «l´equazione del socialismo». Come Paul Krugman che, dalla stessa Università di Princeton, calcola e pubblica ogni settimana sul New York Times «lo spreco americano di vite, destini, talenti, lavoro gettati nel buco nero di un precariato senza fine, mentre il punto più basso e quello più alto dei compensi di chi lavora sopra e sotto l´impresa sono mille volte più lontani che dieci anni fa». "Mille volte" non è un modo di dire ma il risultato di un calcolo. Nella visione di Krugman, il mondo dei manager diventa un club di cooptati lungo percorsi di favore, e quello del lavoro diventa polvere. Ho citato premi Nobel per l´economia per restare non fra i sogni ma nei fatti, anzi tra i numeri. Una solida ispirazione, no?

Mi chiederete perché mi impiccio dei lavori in corso per un nuovo partito che non mi ha chiesto niente né dato alcuna notizia, a parte quelle che tutti apprendiamo in televisione (come la curiosa proposta secondo cui il presidente del nuovo partito nomina il segretario del nuovo partito, motu proprio.

Risponderò che nel mondo libero tutti si impicciano, che la speranza è l´ultima a morire e che chi vivrà vedrà. Tre luoghi comuni utili e pertinenti in questo caso. Visto che il partito non c´è ancora, perché non sperare in un mondo più grande, più libero, più creativo dei chiusi e litigiosi vertici notturni di cui siamo spettatori indiretti e lontani, simpatizzanti per sentito dire?

Sul "chiuso" che è tipico dei cantieri, ricorderò una piccola idea geniale di Donald Trump, il grande costruttore americano sospetto di molte scorciatoie legali nel suo Paese, ma non privo di fantasia. Notando che i suoi cantieri incombevano su New York come astronavi aliene e impenetrabili, ha avuto la trovata di inventare i "cantieri aperti". Così adesso tutti possono vedere i lavori da grandi aperture nei recinti di legno o metallo degli scavi. L´ingombro resta ma diminuisce il fastidio perché - volendo - tutti possono seguire ciò che avviene e constatare, di giorno in giorno, il cambiamento nel cantiere.

Nella vita pubblica tutto ciò si chiama comunicazione. Forse spiriti liberi ed esperti di comunicazione come Gad Lerner potrebbero suggerire di rubare un´idea a Radio Radicale. Meglio, di chiedere a Radio Radicale di trasmettere, quando si può in diretta, e se no in differita, ogni seduta, confronto, discussione, litigio del costituendo Partito democratico. Di colpo l´atmosfera si farebbe diversa, la partecipazione meno impossibile, la fiducia più alta. O almeno un´attesa meno depressa, sottomessa e remota. Non è poco.

Vorrei raccomandare caldamente questa piccola trovata del cantiere aperto, attraverso l´espediente della trasmissione. Occorre ricordare che sono in corso due sgomberi, già di per se disorientanti, ognuno nel territorio dell´altro ma con un pesante bagaglio di cose proprie, cose di prima e progetti di dopo, che non sarà facile ricollocare. Ma mentre avvengono i due sgomberi e gli scambi di territorio, eventi di per sè disorientanti (specie se i leader parlano solo tra loro e spesso in codice) arriva - o potrebbe arrivare - il corteo di coloro che prima non c´erano e che ora esitano sulla soglia del voto, i cittadini senza gerarchie di partito detti, con un po´ di fastidio, "la società civile". Ma se ne potrebbero andare di brutto (e andare per sempre) se trovano le porte sbarrate e sono destinati a ricevere notizie solo dai "panini" dei telegiornali o dagli umilianti talk show che riproducono per sempre un´Italia immobile nel passato, come un brutto museo delle cere.

Intanto incombono, promettenti o minacciosi, nuovi eventi che chiedono nuova politica.

Propongo un parziale elenco di materie incombenti, che preoccupano tanti davanti alle porte chiuse perché il partito non è pronto ma le vecchie case sono state smontate ed è cominciata una lunga attesa. Coloro che aspettano sono carichi di oggetti smarriti e bagagli che ancora non sanno se e dove depositare. Per esempio.

Il costo della politica. Mentre scrivo mi passano rasenti sopra la testa nel centro di Roma, gli aerei militari che partecipano alla parata del 2 giugno, la parata dei settemila "soldati del futuro" con cui gli italiani sono invitati a celebrare la festa della Repubblica. E di colpo mi viene in mente una immensa parte sommersa dei costi della politica. Sono i costi delle grandiose spese di forma e di rappresentanza di questo Paese antico e barocco che si svena per questioni di forma. Ricordate il summit, realizzato con i fondi della Protezione civile, nel set teatrale di Pratica di Mare che, credo, data la stravaganza e l´incredibile eccesso di spesa, nessuno dei partecipanti ha dimenticato?

Giusto andare a vedere con comprensibile astio il costo di un cappuccino alla bouvette di Montecitorio. Ma intanto un mare di auto blu circola su tutte le strade e a tutti i livelli (i tre poteri e poi lo Stato-istituzione, e poi lo Stato-politica, e poi lo Stato-burocrazia con tutte le sue agenzie e poi Regione, Provincia, Comuni moltiplicato per tutti i suoi ambiti territoriali e poi tutte le authorities). E una flotta di aerei di Stato attraversa i cieli. E, alle scadenze dovute, le risorse non grandi della Difesa italiana vengono bruciate per fare bella figura, con costi difficili da immaginare, che infatti le corrispondenti autorità di altri Paesi europei si guardano bene dall´organizzare, tenendosi fuori dal costo dello spettacolo.

È solo un modo per dire che tutto ciò che furiosamente e sarcasticamente si elenca come dissipazione pubblica, quando arriva la brutta stagione per la parte visibile della politica, non è che una scheggia di un immenso oggetto sconosciuto e, in parte, impenetrabile.

Scuola, nella confusione del momento, partito di prima, partito di dopo, laici, credenti e valori condivisi, qualcuno si è accorto che i versamenti alla scuola privata (scuole religiose, non asili) sono improvvisamente aumentati (dunque a danno della scuola pubblica); e che, per la prima volta, con una grande violazione costituzionale, il voto di religione farà media con greco, latino, storia, geografia e matematica negli scrutini di fine anno del 2007? Forse i due partiti che arrivano a incontrarsi provenendo dal polo laico e da quello religioso, si scambiano doni, in occasione dello storico incontro. Ma "scambiare" non è la parola giusta. Noi vediamo i doni fervidamente offerti alla Chiesa. Ma lo "scambio" avviene in un modo curioso. Coloro che dicono di rappresentare la Chiesa, ora che ci mettiamo insieme, chiedono di più, molto di più di quando erano "partito cristiano". Il grido sessantottino immortalato dal libro di Balestrini "Vogliamo tutto" è diventato il motto del nuovo militantismo religioso che si insedia nel centrosinistra, fra inchini, saluti e cenni severi che ti dicono «bisogna tener conto della sensibilità cattolica». Ho capito, ma delle sensibilità estranee alle preferenze del Papa non dobbiamo tenere alcun conto?

Infatti dei Dico non si sente più parlare. Il "Family day" ha emesso la sua fatwa e non si deve irritare la sensibilità religiosa ai valori della famiglia che noi, non credenti, non possiamo neppure immaginare.

Quanto al testamento biologico, che vuol dire decidere in anticipo sulle cure che vorrai o non vorrai ricevere quando non sei più in condizione di decidere da solo (una legge che esiste in tutto il mondo libero), si tratta di un progetto preparato con meticolosità e competenza dalla Commissione Sanità del Senato presieduta da Ignazio Marino, medico noto e scrupoloso legislatore. Nella sua commissione sono stati sentiti gli esperti del mondo, scienza, legge, religione. Non importa. La "sensibilità" è scontenta.

Riusciremo a portare questo oggetto, simbolo della civiltà contemporanea, di là dalle porte chiuse del partito in costruzione quando quelle porte saranno aperte e chi vorrà potrà entrare? Che segno sarà se oggetti simboli di un Paese nuovo saranno lasciati fuori, per esempio abbandonandoli nelle insondabili dilazioni delle procedure parlamentari?

Un incubo è la legge Mastella sulle intercettazioni giudiziarie.

In essa ogni colpa, responsabilità e pena (pesantissima) sono esclusivamente a carico dei giornalisti. Con quella legge un governo e una maggioranza di centrosinistra metterebbero una pietra tombale sul diritto-dovere di informare e perfino sulla possibilità materiale di farlo. È chiaro, è ovvio che quella legge non si può votare. Ma la domanda è: che messaggio manda il nuovo partito lasciando sulla porta del suo nuovo insediamento la testa tagliata della libera stampa?

Infine vorrei scuotere i fondatori nominati o cooptati del nuovo partito da una curiosa indifferenza che sembra averli colti. La difesa e la liberazione di Ramatullah Hanefi, dovrebbe essere la causa del nuovo partito.

E in questi giorni la bandiera dovrebbe essere la moratoria mondiale contro la pena di morte da votare subito alle Nazioni Unite e per cui Marco Pannella rischia di nuovo con lo sciopero della sete iniziato ormai da sei giorni. È vero che il governo italiano ha tenuto fede, finora, al suo impegno per ottenere la moratoria. Ma una bandiera contro la pena di morte è un bel simbolo per un nuovo partito. Meglio che discutere di nomine, autonomie e cooptazioni. Altrimenti si impone e domina il grigio del vecchio mondo partitico. Ad esso tanti cittadini italiani hanno già voltato le spalle.


Pubblicato il: 03.06.07
Modificato il: 03.06.07 alle ore 12.27   
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Titolo: L’effetto Sarkò spinge verso il bipolarismo
Inserito da: Admin - Giugno 11, 2007, 10:20:26 pm
Marie-Anne Matard-Bonucci: «L’effetto Sarkò spinge verso il bipolarismo»
Anna Tito


Analizziamo il voto con Marie-Anne Matard-Bonucci attualmente docente di storia contemporanea all'Università di Grenoble II e studiosa in particolare dell'Italia.

Queste elezioni legislative sono state percepite come una «conferma» di Sarkozy ? Tutti sono stati poco impegnati in campagna elettorale?
«La mobilitazione è stata molto meno importante che per le presidenziali. È evidente che vi è stata una forma di smobilitazione per queste elezioni che va spiegata».

Perché questo minimo interesse?
«A mio avviso perché troppo vicine nel tempo alle elezioni presidenziali, ed è stato forse un errore far seguire queste legislative alle presidenziali. E vi è d'altra parte il fatto che la destra ha vinto con il 53%, il che non è poco, e questo ha demoralizzato la sinistra. L'altro elemento che va spiegato è la bipolarizzazione, assistiamo a una vittoria massiccia della destra, poiché al di fuori dell'Ump e del Partito socialista non vi sarà praticamente nulla. E questo viene favorito dal tipo di scrutinio, che è maggioritario, e per arrivare al secondo turno si deve avere 12,5% dei voti al primo turno. Ed è poco probabile che, fatta eccezione, per il Ps e l'Ump, vi saranno altri gruppi parlamentari».

Il PS sarà il primo partito d'opposizione? Sembra che abbia rinviato a dopo le elezioni legislative il dibattito sul rinnovamento. Ha portato avanti una campagna elettorale soltanto per limitare i danni.
«È così. Il partito socialista ha impostato la campagna sull'argomento "dobbiamo evitare che Sarkozy abbia tutti i poteri", si deve fare in modo da limitare i suoi poteri. Ma non si doveva partire da vittoriosi quando si poteva effettivamente immaginare che le legislative sarebbero state vinte massicciamente dalla destra. Effettivamente i dibattiti interni del Partito socialista sono rinviati a dopo le elezioni poiché già il PS ha dato l'immagine di un partito diviso».

Ci troviamo di fronte al 39,5% di astensione, contro il 16% di astensione alle presidenziali.
«Vi è sfinimento nei confronti delle elezioni certo, ma anche da parte di un elettorato di sinistra che si era mobilitato, una sorta di rassegnazione e di disfattismo».

E altre formazioni politiche rischiano di non avere eletti.
«È così. Il Partito comunista, per la prima volta dall'inizio della Quinta Repubblica, rischia di non avere un gruppo parlamentare all'Assemblea, poiché occorrono almeno venti deputati e altre forze politiche, come il Partito di François Bayrou, che aveva rappresentato un elemento molto importante nelle presidenziali, avranno pochissimi deputati, il Fronte Nazionale lo stesso. È per questo che ha vinto l'Ump».

Ci troviamo quindi davanti a una Repubblica presidenziale?
«Quello che possiamo dire sulla dinamica della campagna elettorale, che spiega i risultati di ieri della destra, è che abbiamo un presidente che non ha mai smesso di essere in campagna elettorale, fin dalla sua elezione il 6 maggio, molto abile, che ha praticato alcune confusioni in seno all'elettorato, con alcune pseudoaperture, facendo andare al governo in particolare Kouchner, e alcune personalità provenienti dalla sinistra. Sarkozy è stato abile, da questo punto di vista: per motivi elettorali ha parlato in particolare nel calo delle imposte, tasse di successione, defiscalizzazzione delle persone che hanno fatto debiti per acquistare un appartamento, misure tutte che hanno avvantaggiato una minima parte della popolazione. E poi è di un attivismo straordinario: negli organi di stampa, negli stadi in occasione delle manifestazioni sportive, nel G8 per far proclamare che a lui si doveva l'impegno americano sulla riduzione dei gas a effetto serra.

Inaugura dunque uno stile nuovo?
«Certamente. Dal punto di vista della direzione degli affari dello Stato, poiché si tratta realmente di una presidenza imperiale. Sarkozy - va detto- non è anticostituzionale, ma ha una pratica del potere onnipotente, nel senso che il governo interviene ovunque, su tutto, su cose che dovrebbe decidere il governo - secondo l'articolo 20 della Costituzione - si sostituisce al posto del Primo ministro, ha già richiamato all'ordine dei ministri che si erano espressi in maniera diversa dalla sua, e dunque nei confronti del suo governo appare come un presidente imperiale».

È anche per questo che oggi hanno votato per lui?
«Forse sì. Vi è ancora bisogno di autoritarismo e di un uomo della provvidenza».

Pubblicato il: 11.06.07
Modificato il: 11.06.07 alle ore 8.44   
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Titolo: Re: Senza partecipazione la polis muore
Inserito da: Admin - Giugno 13, 2007, 11:12:47 pm
PD, UN PARTITO PER LE RIFORME 

Mattino di Padova 6 giugno 2007

Vorrei provare a sfatare un luogo comune sulle recenti elezioni amministrative. Non penso che la sconfitta del centrosinistra sia da attribuire solo al governo Prodi e non penso che la sua azione sia stata così disastrosa come oggi viene dipinta. L’esecutivo si è concentrato con successo per raggiungere un obiettivo impopolare ma necessario: la riduzione del debito pubblico e il risanamento dell’economia. Per questa ragione gli enti locali e le pubbliche amministrazioni hanno subìto tagli pesanti e alcune categorie sono state penalizzate dai provvedimenti sul fisco e dalla lotta all’evasione. Del resto, se si vuole rimettere in moto l’economia del Paese, non ci sono alternative: solo il risanamento può consentire di avviare interventi per lo sviluppo. In questo modo il governo ha deluso molte aspettative e ha favorito l’astensione dal voto degli elettori di centrosinistra. La situazione è stata aggravata dalle divisioni e dalle liti continue nel centrosinistra, spesso impegnato a cercare visibilità dei singoli ministri e dei relativi partiti.

Dall’altra parte, il centrodestra si è presentato più unito e compatto rispetto a 5 anni fa e ha cavalcato in modo demagogico il voto di protesta. Sulla sicurezza, ad esempio, non è possibile sostenere che tutti i problemi nascono adesso e sono dovuti alle inefficienze e al buonismo della sinistra. E lo stesso vale per l’immigrazione, visto che è in vigore la legge Bossi-Fini, che ha peggiorato la situazione e non ha risolto i problemi.

I limiti del centrosinistra vengono da lontano e per questo hanno bisogno di riflessioni e proposte serie. Infatti il dato elettorale conferma i risultati dello scorso anno e delle precedenti tornate. Tutti sembrano dimenticarsi che il centrosinistra è minoranza da tempo. Ad esempio nel 1996 il centrosinistra ha avuto la maggioranza in Parlamento grazie alla legge elettorale, che ha permesso di eleggere molti parlamentari con poco più del 35% dei voti grazie al fatto che Lega Nord e Casa delle libertà erano separati. Sia chiaro, non intendo minimizzare, anzi credo che la situazione sia gravissima. Per questo non sono sufficienti cambiamenti nominalistici o l’introduzione di elementi di localismo.

Penso che l’unica cosa da fare sia la costruzione rapida di un nuovo partito radicato nel territorio, con un programma chiaro di riforme. Faccio alcuni esempi. Alla piccola impresa dobbiamo proporre un patto per evitare il declino e per riprendere la crescita e lo sviluppo equilibrato. La politica deve offrire risorse per la formazione, per gli ammortizzatori sociali in caso di ristrutturazioni aziendali, deve assicurare agevolazioni fiscali per sostenere investimenti in ricerca e innovazione, e garantire una semplificazione amministrativa e burocratica. Bisogna investire di più nella formazione e nella conoscenza. L’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni costituisce una grande opportunità per affrontare la disgregazione sociale che colpisce i giovani e le famiglie e deve rilanciare l’istruzione e la formazione tecnica e professionale. Va rovesciata la distribuzione della spesa pubblica e dell’organizzazione dello stato sociale. Servono più risorse e investimenti per le donne, per i giovani e per le famiglie che hanno figli.

 Serve anche molto coraggio, perché l’andamento demografico del Paese favorisce le generazioni più anziane, che contano sempre di più in termini quantitativi e qualitativi, visto che occupano la maggior parte delle posizioni decisionali e costituiscono un elemento importante di consenso. Ma così non c’è futuro. Pensate alla discussione ridicola e surreale che si è aperta sul cosiddetto tesoretto, le maggiori entrate del bilancio dello Stato. Da tutte le parti si sono sentite solo richieste: imprese, sindacati, categorie economiche, come al solito tutti chiedono e nessuno pensa agli interessi generali, al fatto, per esempio, che si potrebbe decidere, come hanno fatto altri Paesi, con l’accordo di tutti, di ridurre il debito pubblico per pagare meno interessi ed avere così più risorse disponibili in futuro.

La costruzione del Partito democratico può diventare l’occasione per allacciare relazioni e rapporti con settori della società veneta che oggi ci percepiscono distanti e rivolgono l’attenzione verso il centrodestra o si rifugiano nel qualunquismo e nell’antipolitica. Per avviare questo lavoro è necessario un atteggiamento di umiltà, di apertura e disponibilità, bisogna avere il coraggio di mettersi in discussione.

Se vogliamo coinvolgere altre persone, avvicinare cittadine e cittadini al nuovo partito, non dobbiamo dettare condizioni, porre steccati. Altrimenti rischiamo di ripetere i fallimenti degli ultimi anni. Penso infatti che dobbiamo smetterla di avere la pretesa di spiegare agli altri come vanno le cose, di rivolgerci alla società come se noi avessimo la ricetta per tutti i problemi. Questo mi sembra l’unico modo per provare a convincere settori sociali e categorie che da troppo tempo guardano a destra.

Alessandro Naccarato segretario regionale Ds



Titolo: Stefano Ceccanti: Pd, costituente a tre incognite
Inserito da: Admin - Giugno 24, 2007, 11:02:07 pm
Pd, costituente a tre incognite

Stefano Ceccanti


Nessuna fase costituente può essere vissuta senza alcune certezze minime e senza una gestione accorta delle incognite che ci si presentano davanti.

Per il Partito Democratico la prima certezza sembra stare a questo punto, tranne sorprese sempre possibili da qui a mercoledì, nella legittimazione diretta di Walter Veltroni, ossia di colui che agli occhi di tutti meglio si identificherebbe con la causa del Pd.

Veltroni trasmetterebbe infatti in modo del tutto immediato l’idea che non si tratta di «contaminare» oggi delle culture politiche che sarebbero rimaste intatte fino a ieri nel loro splendido isolamento, ma che ciascuno di noi è già oggi un «meticcio», si è confrontato con persone, realtà collettive di matrice diversa per far fronte a domande che non avevano risposte nelle appartenenze precedenti. Questa prima certezza, pur relativa fino a mercoledì, sarebbe anche una prima novità che il Pd inserirebbe: di solito nella vita politica italiana quando si prendeva una strada si sceglieva poi per attuarla qualcuno che vi si era opposto o che non l’aveva sostenuta in modo netto, in modo da diluire e sopire i contrasti. Non si tratterebbe quindi una larga convergenza che deriva da spinte di vertice, ma di una sorta di convergenza naturale imposta dagli elettori del Pd alla propria classe dirigente.

Una seconda certezza, più stabilizzata, sta nel carattere federale del nuovo partito, dato che il 14 ottobre saremo chiamati anche ad eleggere, oltre al segretario e all’Assemblea Costituente nazionale, che darà il quadro dei principi per i vari livelli, Assemblee costituenti e segretari regionali che avranno così una larga di autonomia. Ciò consentirà su quei livelli, su cui non vi è di solito una candidatura naturale analoga a quella di Veltroni, un’effettiva competizione anche tra candidature alternative alla segreteria. Una prima incognita deriva direttamente dal combinato disposto delle due certezze: il Pd sarà in grado di proporre per l’organizzazione dello Stato regole analoghe a quelle che sceglie per sé e quindi la scelta di elezioni dirette col principio maggioritario e quella di un federalismo che vede le diversità come una risorsa per l’unità? A ciò si potrebbe aggiungere la scelta per liste plurinominali corte, i cui candidati troveremo stampati sulla scheda il 14 ottobre, sfuggendo all’alternativa tra le liste bloccate lunghe con candidati invisibili del Porcellum e il corruttore sistema delle preferenze, che trasforma la competizione tra idee in guerra di micro-personalismi.

Anche qui è in gioco la credibilità del Pd, che non può essere un pacifico e continuistico compimento della storia dei partiti della prima fase della Repubblica. La convergenza su una candidatura largamente unitaria è credibile solo se non ci sono ambiguità tra questi contenuti, se le resistenze culturali che rimpiangono il centralismo, il proporzionalismo, le preferenze e che scindono in modo schizofrenico la scelta delle idee da quella delle persone che debbono attuarle vengono spinte a dichiararsi come tali, con propri candidati alternativi a Veltroni, che certo non potrebbe assumere quei contenuti. La seconda incognita è più specificamente relativa alle liste che accompagneranno la probabile candidatura Veltroni: in questo contesto una lista unica è impensabile e un certo grado di competizione tra proposte e quindi anche tra liste, purché compatibili con la proposta del candidato, è positiva.

Ad esempio potrebbe esservi una lista di coloro che sottolineano maggiormente la necessità di una riforma elettorale e costituzionale per chiudere la transizione e che magari sono impegnati nel referendum perché senza di esso la prospettiva è molto meno credibile, può esservene un’altra di coloro che sono più impegnati sul versante della modernizzazione economica e così via. Al di là di alcuni vincoli giuridici anti-frammentazione che sono necessari, dato che di tutto abbiamo bisogno tranne che di un partito balcanizzato con tante correnti quanti i partiti dell’Unione, è importante capire quale dovrebbe essere la migliore logica di competizione.

Se è vero, anche con la probabile scelta di Veltroni, che costruiamo il Pd perché nessuna tradizione è autosufficiente, non dobbiamo perseguire una strada di distinzione lungo la linea divisoria dei partiti di origine, sia nella versione Ds contro Margherita sia in quella più frammentata di tante liste di singole personalità diessine contro liste di singole personalità della Margherita. Per lo stesso motivo sarebbe del tutto contraddittorio unificare intorno a quel candidato segretario delle liste su base ideologica (la ricomposizione dei cattolici di Margherita e Ds magari contro una lista di «laici» di Ds e Margherita). Sarebbero tutte modalità per far ritornare dalla finestra l’idea di federazione che è stata cacciata dalla porta, prima con la decisione costituente e poi con la convergenza su Veltroni. Anche in questo caso, se posizioni di questo tipo esistono, è bene che emergano con candidati diversi alla segreteria che impersonino chiaramente e coerentemente questa linea alternativa. Invece nei due esempi prima proposti, modernizzatori istituzionali ed economici, le appartenenze e le culture si incontrerebbero e la scelta sarebbe solo quella di una gerarchia tra le priorità enunciate dal candidato.

Vi è poi una terza incognita che va al di là dello stesso Pd e che qui può essere solo enunciata: questo grande rilancio di innovazione scelto per il 14 ottobre deve anche coinvolgere con un nuovo slancio coordinato anche l’azione di Governo perché entrambi i livelli sono decisivi per creare un nuovo rapporto di fiducia col Paese. Il Pd sarà giudicato anche per quello che il Governo riuscirà a fare. Costruire un nuovo partito dal Governo è un’impresa particolarmente delicata e temeraria, è come dover riparare la nave mentre si è in viaggio, senza poterla portare in porto. Ma qui è la nostra responsabilità ineludibile, prima e dopo il 14 ottobre.

Pubblicato il: 24.06.07
Modificato il: 24.06.07 alle ore 8.15   
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Titolo: Partito Democratico - ...
Inserito da: Arlecchino - Luglio 26, 2007, 11:32:46 pm
Partito democratico, Letta: «Le primarie sono un'occasione»



Il sito web di Enrico Letta «Mi è venuta l'idea durante una notte insonne. Sul piano personale ho deciso di farlo perché nella vita devi rimettere in circolo i talenti che hai ricevuto. Sul piano politico, stiamo costruendo un partito per durare decenni, non per restare uniti nelle prossime tre settimane. Il Pd è l'approdo finale di una lunga transizione: per questo le primarie sono un'occasione straordinaria».
Così Enrico Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e candidato alle primarie per la leadership del Partito Democratico, ha spiegato i motivi che lo hanno indotto a "scendere in campo" in vista del 14 ottobre.

«Chi dice - prosegue - che basta un candidato unico vede i partiti come una cosa statica, con le loro truppe che non si devono dividere, con i confini già definiti. Non è così: c'è una società piena di risorse e competenze. Le primarie saranno un volano».

Parlando della decisione di Pierluigi Bersani di rinunciare alla corsa per la guida del Pd, Letta spiega: «Rispetto le decisioni di tutti, e in particolare delle persone che stimo di più» («Tra me e Veltroni non c'è una distanza politica tale da giustificare una mia candidatura», sono state le parole di Bersani).

«Cosa penso io è implicito nella scelta che ho fatto: rischio in prima persona», sottolinea Letta, «ci metto la faccia. Potevo benissimo accodarmi» e invece «spero di essere un canale che fa entrare nel Pd gente nuova. E poi, il Pd ha un grande obiettivo di sistema: rompere lo schema del partito personale, il berlusconismo che si è insinuato ovunque, a destra, al centro, a sinistra, una malattia politica che il Pd deve estirpare».

Pubblicato il: 26.07.07
Modificato il: 26.07.07 alle ore 19.53   
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Titolo: Furio Colombo: «Le regole del Pd sembrano fatte per Harry Potter»
Inserito da: Arlecchino - Luglio 26, 2007, 11:35:05 pm
Furio Colombo: «Le regole del Pd sembrano fatte per Harry Potter»


«Entri nella botola, poi apri una porta segreta, poi affronti un gigante... le regole per i candidati segretari del Partito democratico sembrano le prove che deve affrontare Harry Potter».

Così il senatore Furio Colombo, uno dei candidati alla segreteria del Pd, intervenendo al convegno "E se tornasse l'asinello?" organizzato giovedì a Roma da Willer Bordon e Roberto Manzione, ha parlato del meccanismo messo in moto per le primarie del Pd.

«Sono regole stravaganti - ha detto Colombo - non so quanto si possano definire democratiche». 

Pubblicato il: 26.07.07
Modificato il: 26.07.07 alle ore 19.34   
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Titolo: Pier Luigi Bersani: «Nel Pd troppi verticismi»
Inserito da: Admin - Agosto 04, 2007, 09:49:13 pm
Pier Luigi Bersani: «Nel Pd troppi verticismi»

Simone Collini


È preoccupato Pier Luigi Bersani. Guarda al modo in cui si sta lavorando alla fase costituente del Partito democratico e scuote la testa: «Vedo tre rischi, di cui uno molto serio e forse anche mortale se non si pone rimedio». Il ministro diessino per lo Sviluppo economico vede la possibile «sottorappresentazione» di una sinistra che definisce «popolare e di governo», vede il rischio che il «carattere federale» del nuovo partito sia trattato come fatto «burocratico anziché politico» quando è chiaro che «un assetto federale non può essere attraversato senza eccezione alcuna da meccanismi nazionali e verticalizzati nella composizione delle liste e nella scelta delle candidature»: «A livello regionale si deve consentire una certa autonomia nelle decisioni, ci deve essere un margine alla fedeltà sia alle regole che ai candidati e ci possono essere formule anche diverse da regione a regione». Ma soprattutto, Bersani guarda con preoccupazione al «rischio di sovrapporre una fase, che deve essere costituente, alla configurazione materiale di un assetto del partito»: «Il meccanismo trovato fin qui non deve diventare un verticismo a cascata. Abbiamo un livello nazionale, un livello regionale. Ora non vorrei che qualcuno pensasse che partendo dall´alto e scendendo giù per li rami si arrivasse a scegliere segretari e ticket fino all´ultima sezione di quartiere».

Per evitare quello che sarebbe un rischio «mortale» per il Pd, dice il ministro diessino Bersani, c´è solo un modo: «Il giorno dopo l´Assemblea costituente dobbiamo ripartire dal basso, dobbiamo mettere lo scettro in mano al popolo dei democratici».

Eppure, ministro Bersani, il Pd ha registrato una ripresa.

«Questa è la premessa ad ogni ragionamento. Le cose vanno bene, abbiamo un'attenzione larga sul processo, c'è un preludio a una partecipazione alta e anche una riscoperta della possibilità di discutere di politica che non avevamo da tempo. In fondo, anche le incursioni degli ultimi giorni, quelle di Pannella e Di Pietro che sono apparse un po' improprie perché un nuovo partito non è un autobus, testimoniano della capacità di questo progetto di suscitare attenzione».

Dopo la premessa tutta luci, arrivano le ombre?

«Arrivano i problemi, che vedo. Noi abbiamo bisogno che tutto il popolo dei democratici si senta motivato. Anzi, tutto il potenziale popolo dei democratici, che deriva sia dagli antichi partiti che dalle nuove attenzioni. Ora, per come è partita la corsa, per come sono state fatte le mosse d'avvio in termini di meccanismi di candidature e formazione delle liste, si affaccia un problema di possibile sottorappresentazione di una sinistra che definirei popolare e di governo. E questo soprattutto nei luoghi di maggior radicamento di questo popolo».

Lei punta il dito su candidature e liste: Veltroni, Bindi, Letta e, per quanto riguarda le liste che sostengono il sindaco di Roma, lista "istituzionale", lista ambiente-sapere e lista di sinistra. Dov'è il problema?

«Intanto, lei parla di lista "istituzionale"...».

Quella in cui dovrebbero candidarsi i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, ma chi l'ha definita "lista principale" è stato contestato da chi lavora alle altre due liste.

«Perfetto, ma anche questo neologismo, giustamente virgolettato, segnala che c'è un certo problema. Dopodiché, basta far due conti e si capisce che così andando le cose può esserci un rischio di spaesamento di una parte importante di questo popolo di sinistra».

Il suo sembra un ragionamento che guarda più al passato che al futuro.

«Non è così, prescinde totalmente da idee di fazione o di partiti che non ci sono più. Lo stesso ragionamento varrebbe se ci fossero altre fette di popolo spaesate. E io vorrei che di questo primo problema se ne sia consapevoli tutti quanti, a cominciare da chi lavora sulle liste cosiddette "istituzionali", da chi lavora ad altre liste e anche dagli altri contendenti. Il discorso, che pongo semplicemente alla sensibilità politica di tutti anche se per come è il meccanismo riguarda fattori quasi matematici, riguarda il Pd. E io dico attenzione, c'è una radice molto forte, popolare di sinistra, che deve essere tenuta in conto. Quando sostengo che la parola sinistra non deve essere lasciata incustodita alludo naturalmente ai programmi, alla forma partito, ma alludo anche alle radici».

Diceva "questo primo problema". Vuole dire che non è l'unico con cui ha a che fare il Pd?

«Purtroppo non è l'unico, perché noi abbiamo sempre detto che il Pd dovrà essere un partito a base federale e abbiamo deciso di trattare i livelli regionali come quelli nazionali. Bene, ma adesso che si sta lavorando alle liste questa caratteristica deve avere anche un contenuto politico. Sarebbe cioè curioso che un assetto federale fosse attraversato senza eccezione alcuna da meccanismi di candidatura e di composizione delle liste che fossero nazionali e verticalizzati. Noi dobbiamo invece darci un po' di flessibilità politica».

Che cosa significa?

«Che ci deve essere un margine perché nei livelli regionali la fedeltà alle regole, ai candidati, possa avere anche delle correzioni, delle formule anche diverse. E questo perché abbiamo bisogno di incrociare territorio per territorio anche particolari conformazioni politiche e sociali. In concreto questo vuol dire che dobbiamo essere tutti quanti disponibili, a cominciare dai candidati, a consentire che i meccanismi di elezione dei segretari regionali e di composizione delle liste regionali possano avere anche un carattere di autonomia politica. Non è obbligatorio che in tutte le regioni, siccome si sono candidati Veltroni, Bindi e Letta, ci debbano essere i candidati segretari regionali di Veltroni, Bindi e Letta. Si vedrà sul territorio, senza chiedere a ciascun candidato fedeltà eccessive. Il federalismo è un fatto politico, non burocratico, non riguarda le regole. Altrimenti, diciamolo, abbiamo scherzato».

Eppure già si parla di organigrammi pronti, di segretari regionali già decisi: avete scherzato, ministro?

«Non è così. E però c'è un terzo problema, che per me è dirimente e può essere anche mortale per il Pd. È il rischio di sovrapporre una fase che comunque deve essere costituente alla configurazione materiale di un assetto del partito. Cioè noi facciamo l'Assemblea costituente per progettare il Pd, non possiamo arrivare a ottobre avendo allestito un partito senza aver discusso come farlo».

Dove dice che è stato commesso l´errore?

«Fin qui si è seguito un meccanismo che potrebbe portare ad un verticismo a cascata. In questo si rischia la sovrapposizione di cui parlo. Abbiamo cioè deciso come deve essere il livello nazionale e quello regionale. Bene, si doveva pur partire. Ma adesso temo, e se temo è perché ne ho qualche segnale, che qualcuno stia pensando, forse che tanti stiano pensando, che noi si possa andare avanti a cascata così, cioè che sempre partendo dall'alto, con meccanismi di candidature o di ticket, arriviamo dal nazionale al regionale al provinciale all'ultima sezione di quartiere. Io non sono d'accordo».

La soluzione per evitare un simile scenario?

«È assolutamente necessario che il giorno dopo l'Assemblea costituente si riparta dal basso. Il che vuol dire: si sceglie la platea, che può essere sia quella dei votanti del 14 ottobre che una più ampia, la si suddivide per comuni, per circoscrizioni, per quello che si vuole, e si convocano le unità di base».

Dopodiché?

«Attraverso discussioni politiche, di documenti, le unità di base eleggono i loro segretari e formano la platea per il livello provinciale. Cioè, in sostanza, parte una fase congressuale almeno fino al livello provinciale. È chiaro che questo processo potrà farsi solo dopo ottobre, però sarà meglio cominciare a discuterne, perché qui sta passando poco a poco l'idea che noi stiamo facendo non l'Assemblea costituente ma un partito così. E non va bene. Dobbiamo ripartire dalla base, dobbiamo dare lo scettro al nostro popolo».

Insomma dopo ottobre si apre il congresso del Partito democratico?

«Non pretendo tanto, però dico: attenzione ad un rischio di deriva che sta prendendo piede nel senso comune, per cui il meccanismo adottato fin qui lo trasferiamo tranquillamente giù per li rami fino a ogni singola sezione, dove qualcuno si presenta come candidato, gli altri votano e poi arrivederci e grazie. Una cosa del genere non può esistere. Se gli altri due problemi che vedo possono avere dei correttivi politici che in parte si possono ovviare, questo terzo rischio sarebbe strutturale».

L'Assemblea costituente è chiamata a votare lo Statuto e quindi affronterà anche queste questioni, non crede?

«Bene, appunto per questo bisogna cominciare a discuterne. E se lo dico fin d'ora è perché vedo veramente molta preoccupazione in giro. Se vuoi davvero la partecipazione non puoi chiamare i cittadini solo a scegliere tra due persone quando si tratterà di eleggere i segretari delle unità di base. Ognuno vuole sapere se quello che si candida sta parlando di una cosa che si chiama sinistra, sta parlando di una cosa che si chiama nuovo conio o altro. Si dice che facciamo un partito della società civile, molto partecipato. Bene. Ma facciamo un partito politico, dove la partecipazione è essa stessa formazione alla politica. E quindi prima di eleggere questo o quello, visto che sento già parlare di mezzi ticket per fare i segretari di federazione prossimi venturi, apriamo delle discussioni politiche dal basso e cominciamo a dire che cambieremo registro perché la gente non ha solo la mano da alzare ma anche la testa con cui pensare».

Sempre convinto di aver fatto la cosa migliore a non candidarsi a segretario del Pd?

«Cosa fatta capo ha. Ora guardiamo avanti».

Lei si candiderà nella lista cosiddetta "istituzionale"?

«Non ci crederà ma non ci ho ancora pensato. Sostengo Veltroni, con le mie idee come si vede, però con assoluta lealtà e convinzione. Ne parlerò con lui. Sono a sua disposizione, in questo senso».

Pubblicato il: 04.08.07
Modificato il: 04.08.07 alle ore 13.07   
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Titolo: Partito Democratico - ...
Inserito da: Admin - Agosto 05, 2007, 10:18:01 pm
Un rischio per Pd: il "vizio" del verticismo

Luca Sebastiani


Su un punto si dicono tutti d'accordo: il Partito democratico dovrà nascere dal basso ed essere federalista, altrimenti non sarà. Ma è in questa direzione che si sta avviando il processo fondativo del nuovo soggetto? Sulla risposta a questa domanda e la costatazione della realtà effettiva si apre invece il fronte del dissenso e s'innestano le polemiche che in questi giorni estivi stanno attraversando il dibattito intorno alle liste regionali del Pd.

Da giorni, infatti, circolano voci di accordi a tavolino tra i gruppi dirigenti dei Democratici di sinistra e Margherita, voci che parlano di trattative oggetto delle quali sarebbero la spartizione delle segreterie regionali. Una ai Ds, l'altra al partito di Francesco Rutelli. Voci talmente insistenti che alla fine Goffredo Bettini, braccio destro del candidato Walter Veltroni si è sentito di smentire categoricamente. Semmai, dice il senatore, sul territorio regna un vero e proprio caos, una sorta di confusione «democratica» che garantisce che la dialettica a livello territoriale sia ancora aperta. E parla di una «velenosa accusa nei confronti di Walter».

In effetti a rimetterci di più in questa polemica è proprio Veltroni. In quanto candidato designato dalle due maggiori formazioni del processo costitutivo del Pd, è lui che può apparire come il garante delle «logiche d'apparato» e che, in questa veste, è il centro degli attacchi dei suoi avversari. A determinare la situazione ci sono innanzitutto le regole. Rosy Bindi, candidata alla segreteria, non ha dubbi in proposito, del resto, rivendica, «io sono stata la prima a denunciarle». È chiaro, dice la ministra della Famiglia, che la «lista che parte con un consenso organizzato si mangia tutto». Di qui il rischio che dalle pagine dell'Unità individuava anche il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che cioè ci sia una verticalizzazione a cascata sulle liste regionali, che i territori che dovevano mantenere una loro autonomia federalista siano invece prigionieri di scelte dall'alto.

Bindi, anche in considerazione di «quello che succede in Toscana», è d'accordo con il giudizio del ministro e denuncia la tentazione «dell'alto» che sta determinando le scelte territoriali. Ma resta combattiva, del resto, dice, uno dei motivi per cui si è candidata è proprio per far sì che il nuovo partito sia veramente nuovo e aperto. Chi non condivide la visione verticistica imposta dalle regole è Antonello Soro della Margherita, che quelle regole ha contribuito a stendere. C'è una «soglia bassa» d'accesso alle primarie, dice, e la procedura garantisce «un processo aperto». Se poi ci siano dirigenti tentati dalle scelte verticali, quella è un'altra storia, più politica.

Su questo punto converge anche il ragionamento della Bindi che a questo punto considera il nodo squisitamente politico perchè se ormai le regole ci sono, quello che «deve cambiare è la politica». E, avverte, lei «verificherà» che la volontà politica del cambiamento si traduca in atti, da parte di tutti.

Tra gli sfidanti di Veltroni anche Enrico Letta condivide il timore di Bersani e Bindi. Il nuovo soggetto non deve «nascere dall'alto» come sta accadendo e confessa che è proprio per dare la parola al popolo dal basso, anche e soprattutto a livello regionale, che ha deciso di scendere in campo, «di metterci la faccia».

Ma insomma, qual è la situazione sul territorio? Non molto chiara a dire il vero, confusa anche per le polemiche e le accuse di questi giorni. Se infatti la Bindi denuncia una decisione dall'alto per quanto concerne la sua regione, la Toscana, vede altre realtà in cui la faccenda è più aperta e chiede che così rimanga. Di parere opposto alla ministra il diretto interessato della polemica, Andrea Manciulli, segretario regionale dei Ds e molto probabilmente prossimo candidato alla segreteria regionale toscana del Pd in ticket con l'attuale segretaria margheritina Caterina Bini. In effetti la conformazione della squadra fa pensare ad una replica del tandem nazionale Veltroni Franceschini, ma Manciulli non ci sta a passare per il candidato dell'apparato. «Io e la Bini facciamo settant'anni in due, ho la tessera dei Ds da neanche dieci anni, di quali apparati parliamo?». L'apertura effettiva, dice il diessino, la stiamo facendo praticando «il metodo partecipativo per la raccolta delle adesioni» e per la formazione di una lista aperta al territorio.



Pubblicato il: 05.08.07
Modificato il: 05.08.07 alle ore 19.55   
© l'Unità.


Titolo: Partito Democratico - ...
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2007, 11:49:31 am
POLITICA

Pd, dai pattini di Schettini alle dichiarazioni d'amore per Rosy le primarie sono già on line

Dalla homepage Letta guarda dritto negli occhi chi è davanti allo schermo

Clicca e scopri il candidato la sfida a sei corre sul Web

di ALESSANDRA LONGO


 ROMA - Il più schivo, al limite dell'autolesionismo, è Jacopo Gavazzoli Schettini. Il suo sito web è monacale, sfondo giallo canarino, una foto del titolare in primo piano, una pianta d'appartamento dietro. Gavazzoli Schettini sorride, il naso ammaccato. Spiega che cos'è successo, usando la terza persona, nella sezione "storia personale": "Jacopo porta ancora i segni di una caduta con i pattini mentre giocava con il figlio. Dice che è stato quel colpo alla testa a fargli venire in mente di candidarsi...". Per chi non lo ricordasse, Gavazzoli Schettini, 42 anni, una laurea in Studi Strategici, è uno dei candidati alla segreteria del Pd e anche lui, come gli altri, fa campagna on-line. Chi c'è dietro, chi lo sponsorizza? Siccome glielo chiedono in tanti, GS cerca di fare lo spiritoso, ha tre risposte pronte: "Il Priorato di Sion", "Maga Maghella" o, "più semplicemente, la voglia di voltar pagina".

Un bel viaggio nel web, comodamente, senza muoversi da casa, è un modo di conoscere gli sfidanti. C'è il sito, virato sul verde, e ipersofisticato, di Walter Veltroni (www. lanuovastagione. it), che si affida al blog e al social network, a Youtube, a Twitter e al Cannocchiale "per costruire la community". C'è quello "della Rosy", che è come lei, mosso e imprevedibile nei contenuti (Un tale, Filippo, supera la politica, passa la censura, e annuncia: "E' intelligente, furba, tenace, la sposerei, tanto sono vedovo..."). Prima pagina color arancio: www. scelgorosy. it, "per un partito democratico, davvero". E, se non basta, ci si può collegare a "iostoconrosy. it", che è il sito dei sostenitori della candidatura del ministro della Famiglia, "rigorosamente realizzato da volontari".

Mario Adinolfi gioca in casa. E' "un blogger di Generazione U" ("u come inversione a U, come Unione, come Ulivo, come Unione Europea, ma anche come gli U2"). Chi entra nella sua casa web trova il diario di Adinolfi candidato ("Ogni giorno che passa, ogni nazione che attraverso, ho la sensazione che io sia un mero strumento per una forma di ribellione concreta e collettiva") e apprende che sta lavorando molto all'estero, in Danimarca e Svezia, "tra i giovani esuli italiani". Con il tono di chi davvero ci capisce, Adinolfi loda generosamente il sito di Enrico Letta. "Il suo video - dice - è estremamente televisivo in stile broadcast. Se mi passa la battuta amichevole, il ragazzo si farà". Il ragazzo, Enrico Letta, ti guarda dallo schermo se clicchi su www. enricoletta. it. E' in maniche di camicia, informale, davanti ad un computer. Anche lui ha scelto lo sfondo giallo, ma non anemico come quello di Gavazzoli Schettini. E' un colore carico, da mare, adatto alle sette spiagge dove Letta sta proponendo "la sua idea di politica e di Italia".

Piergiorgio Gawronski, che ieri ha tenuto la sua conferenza stampa a Roma, si è scelto la classica immagine da manager. E' al telefono, camicia e cravatta. Forse chiede aiuto e sostegno, visto che, alle 18 di ieri, i messaggi on-line sui suoi "forum interattivi" erano solo tre, di cui uno di Daniele Capezzone. Ben diversa , comprensibilmente, la situazione nella casa web di Veltroni. Nei soli primi due giorni i visitatori sono stati 15 mila, ricordano soddisfatti quelli del Comitato per Walter. Navighi e leggi gli sfoghi, i sogni, le paure, le idee, dei militanti. Più che con altre parole c'è chi vorrebbe riassumere il nascente partito democratico in volti da murales: "La faccia precaria di un ragazzo di un call center, quella degli operai dell'Italsider o dell'imprenditore antiracket cui hanno bruciato il capannone... ma anche la faccia di Enrico Berlinguer, non perché fosse comunista ma perché si fermava ai semafori". Comunicano on-line, sono tutti blogger, come Marco: "Ognuno di noi saprà trovare i suoi canali per farle sapere, caro Veltroni, come vorremmo vedere il nostro Paese tra 10 anni e come vorremmo lasciarlo ai nostri figli". Pieni di dubbi come Lulu: "Per ora discordo da quanto detto fin adesso" (sic). Tecnologici e vagamente inquietanti nel linguaggio come Nardo: "Vorrei un partito open source, un partito wiki, dove si tenga in conto la voce dei Prosumer, cioè quelli che consumano la politica". Gradita traduzione per i compagni delle sezioni.

(8 agosto 2007) 

da repubblica.it


Titolo: Partito Democratico - ...
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2007, 08:02:53 pm
Pd, troppo chiasso sulle regole

Stefano Ceccanti


Il 14 ottobre siamo chiamati a votare per i delegati alle Assemblee Costituenti regionali e nazionale del Pd nonché dei rispettivi segretari. A loro volta quegli organismi saranno chiamati ad approvare i relativi statuti, la versione definitiva del Manifesto ed eserciteranno funzioni di indirizzo politico. I candidati segretari, se intendono agire per ampliare la partecipazione e per esercitare le loro responsabilità con un chiaro mandato politico, dovrebbero attenersi a quell’ordine del giorno. Vedo invece qualche tentazione di concentrarsi sulla recriminazione contro le regole vigenti e che, peraltro, a partita iniziata non sono ovviamente modificabili. Polemizzare sulle regole è facile, ma significa andare fuori tema, rischia solo di deprimere la partecipazione e non è comunque rispondente a dati obiettivi: non già perché le regole siano perfette o indiscutibili (in questi giorni il Papa ha modificato quelle del conclave, figurarsi a dogmatizzare quelle per le nostre assemblee), ma perché esse si sono costruite su un ampio consenso, in cui ciascuno ha riconosciuto le ragioni dell’altro. Il comitato dei 45 le ha infatti approvate nella votazione finale senza voti contrari e con una sola astensione, dopo vari emendamenti su opzioni alternative, che, volta a volta, hanno visto finire in minoranza esponenti diversi, compreso in vari casi lo stesso Veltroni. Non è quindi la legge Calderoli che ci è stata imposta e contro cui è stato giusto protestare anche col referendum. Queste regole ce le siamo date tutti noi del Pd, quasi all’unanimità, non solo le regole di Veltroni. Di conseguenza la polemica retrospettiva sul regolamento non ha in linea generale fondamento. Non ce l’ha neanche su due punti specifici che sono stati sollevati in questi giorni sui giornali.

Il primo è semplicemente sbagliato: non è vero che si sia cercato di ridurre l’elettorato attivo dando una definizione di «iscritti» ai partecipanti, dando loro l’impressione di inquadramento. Votano tutti coloro che dichiarano di voler partecipare al processo costituente: solo così si caratterizzano nel testo del regolamento-quadro. La seconda critica è quella di aver presupposto una candidatura unica alla segreteria nazionale. Al momento questa affermazione risulta già smentita dal fatto che i candidati in corso sono sei, di cui tre senza una grande notorietà nazionale che sono comunque riusciti a raccogliere le firme. Ma questa tesi è smentita anche dalla genesi del regolamento, che in origine aveva previsto solo il più ampio pluralismo per la presentazione di liste a livello di base (i 475 collegi della Camera) con 100 firme per collegio e su cui, solo in seguito, si è sovrapposta l’elezione del segretario in collegamento con quelle liste. La logica del collegamento è bidirezionale: in alcuni casi sono i candidati segretari a sollecitare la nascita di liste di collegio; in altri casi, invece, ci sono realtà di base già organizzate che stanno scegliendo il candidato segretario ritenuto più vicino. In entrambi i casi vi è la responsabilità di aprire al massimo il processo costituente, al di là di coloro che sono tradizionalmente impegnati nella vita dei partiti. Quindi, di per sé, una candidatura risponde a un consenso diffuso, ancorché minoritario, essa non deve creare dal niente una rete organizzativa, ma deve far spazio a realtà già organizzate per proprio conto.

Infine non vedo perché tirare in ballo l’indirizzario delle primarie dell’Unione se non per ribadire che nessun candidato dell’Ulivo può legittimamente utilizzarlo. L’Unione è più ampia dell’Ulivo e senza un accordo unanime di tutti i partiti che la compongono, nessuna parte, neanche la più grande, può utilizzarlo.

Torniamo quindi al vero ordine del giorno del 14 ottobre: regole e contenuti per il futuro, legame tra liste e candidati segretari in una logica di innovazione. Tutti coloro che hanno qualcosa da dire ne saranno avvantaggiati e i potenziali elettori avranno argomenti per capire e per mobilitarsi in positivo.

Pubblicato il: 08.08.07
Modificato il: 08.08.07 alle ore 9.47   
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Titolo: "A Firenze la prima festa del Pd"
Inserito da: Admin - Agosto 11, 2007, 08:45:53 pm
Il segretario metropolitano della Quercia propone il capoluogo come sede della kermesse del 2008

"A Firenze la prima festa del Pd"

Marzio Fatucchi


Barducci lancia l´idea a Fassino, e lui: "Ne parlo con Walter"

Dentro e fuori la Fortezza, oppure l´ipotesi Osman-noro  Il Partito democratico punta a Firenze per la sua prima festa nazionale, nel 2008. La candidatura del capoluogo toscano come sede per la prima kermesse del Pd è già stata avanzata dal segretario metropolitano della Quercia, Andrea Barducci, al segretario nazionale Piero Fassino. Una proposta che ha trovato pubblicamente il consenso anche del segretario della Margherita fiorentina, Giacomo Billi. Ed ora la palla passa nelle mani di Walter Veltroni, candidato a guidare il Pd che verrà. «Ne parlerò con Walter» ha assicurato infatti Fassino a Barducci.

Tutto questo è avvenuto lo scorso due agosto alla Fortezza da Basso. Prima del dibattito pubblico organizzato dalla Quercia alla Festa dell´Unità, Barducci ha lanciato l´idea di tenere a Firenze il primo raduno del Pd nazionale, chiedendo a Fassino di sostenerla. E prima Barducci e poi Billi hanno ripetuto questa idea dal palco, ricevendo l´applauso da parte dei militanti e dei volontari che stanno gestendo l´ultima Festa dell´Unità in versione Ds di Firenze.
Una «prima» che ha un valore altamente simbolico, dopo che proprio qui a Firenze i Ds, con l´ultimo congresso, hanno scelto di lanciare la sfida del nuovo partito. «Certo, abbiamo avanzato questa proposta a Fassino» conferma Barducci.

La candidatura del capoluogo ha dalla sua le capacità acquisite con le ultime edizioni della Festa del partito. A partire dalla location. Una delle ipotesi di lavoro dello staff di Barducci è che, dopo l´idea di dover abbandonare la Fortezza per i problemi di gestione nati con i nuovi e più pesanti vincoli posti dalla sovrintendenza per l´ultima edizione della Festa dell´Unità, lo spazio per la Festa del Pd si potrebbe sdoppiare, anzi triplicare: dentro la Fortezza gli eventi culturali e ricreativi; fuori, in piazza bambini e bambine di Beslan, stand ed altre iniziative; al Palacongressi ed al Palaffari tutto il programma politico ed altro ancora.

Barducci tiene la bocca cucita sulla sede: «Aspettiamo la decisione, a settembre, se decideranno per Firenze o meno» dice il segretario della Quercia. Tra le altre ipotesi prese in considerazione, c´è quella di usare l´area dell´Osmannoro "inventata" come sede di Italia Wave. Ma mentre questa avrebbe un carattere più "popolare", con una installazione molto simile a quella delle tradizionali feste di partito dei Ds, l´area congressuale intorno a piazza Bambini di Beslan potrebbe rappresentare una novità ed avere un appeal più consono al nuovo Partito democratico.

Il peso specifico dei partiti storici che confluiscono nel Pd. La capacità organizzativa. Un "humus" politico favorevole. Questi i punti di forza della candidatura di Firenze. Ma la vera incognita è la scelta politica: la presenza di una Festa nazionale del Pd è anche un forte segnale verso il territorio dove si tiene, e dopo che si è aperta la "questione settentrionale" per il governo dell´Unione, lanciare la sfida in una grande città del Nord (come Milano o nel Veneto) avrebbe un peso specifico importante per la scelta della sede. «Sarebbe una scelta comprensibile, anche condivisibile: certo, se ci dispiacerebbe» dice Barducci.

(10 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Emiliano: «Le tensioni nel Pd? La fusione è caldissima»
Inserito da: Admin - Agosto 14, 2007, 10:15:44 pm
Emiliano: «Le tensioni nel Pd? La fusione è caldissima»

Enrico Fierro


Michele emiliano si candida a leader del Pd pugliese. E lo fa a modo suo, mettendo in campo quel misto di passione, irruenza, ma anche sano realismo, che è il segreto del suo successo in politica. Una formula sperimentata nel 2004, quando - smentendo tutti i sondaggi - stravinse alle comunali di Bari. Anche a dispetto dei partiti che lo sostenevano, troppo forti per accettare un outsider come lui, troppo deboli per dirgli di no.

Sindaco, anche adesso è successa la stessa cosa? Ds e Margherita hanno dovuto accettare di mala voglia la sua candidatura?
«Ma no, come al solito, insieme ad adesioni convinte, ci sono resistenze. Mi dispiace che una parte della Margherita sia contraria. Affronteremo anche questo problema, puntando sulla partecipazione di militanti, fette della società civile e singole persone interessate alla costruzione di questo partito».

Strada in salita, quindi?
«A me piace la gara. Ed è proprio lo scatenamento di queste tensioni, delle paure di apparati che si sentono messi in discussione, a determinare una energia creativa utilissima al Pd. Senza questi momenti avrebbe avuto ragione chi criticava il nuovo progetto bollandolo come l’assemblaggio di vecchi partiti e di apparati ormai bolliti. La fusione è calda, caldissima».

Perché un magistrato in prima linea come lei, poi passato ad amministrare una città difficile come Bari, decide di prendere le redini di un partito complicato come il Pd? Non dia una risposta in politichese...
«Nel 2004 promisi che avrei cambiato la politica. Da solo non ci sono riuscito. Mi ero impegnato per cancellare la vergogna delle lottizzazioni che mortificano i talenti. Ci sono riuscito solo in parte. Avevo giurato che l’affarismo sarebbe stato bandito dall’esercizio politico. Mi accorgo che c’è ancora tanto lavoro da fare. Come vede, i motivi per rimettersi in gioco e costruire una cosa nuova ci sono, sono tanti».

Bene, non negherà che ci sono due rischi: la resistenza dei vecchi apparati e la possibilità che una parte della vecchia nomenklatura la stringa in un consenso che può strozzarla.
«Rischi che ho ben presenti nella mia azione, certo, gli apparati resisteranno, altri faranno i furbi, la formula per evitare tutto ciò sta in una ampia partecipazione alle primarie, alla stesura del programma del nuovo partito e alla sua vita democratica. Se tanta gente entrerà nelle nostre sedi e si approprierà del partito faremo cose grandi. Altrimenti...

Vinceranno, anche in Puglia, i soliti noti detentori di grandi e piccole fette di potere...
«Può essere, ma sono fiducioso.Non accadrà mai più che i risultati dei congressi siano decisi a tavolino. Non si potrà scrivere un programma o mutarlo senza decisioni collettive. Non accadrà più che uomini e donne nuovi siano rifiutati solo per la paura di alterare equilibri».

Un bel festival delle illusioni.
«Altro che illusioni, si critica tanto il metodo scelto per le primarie, e le critiche in buona parte sono giustificate, ma senza queste regole la mia candidatura non sarebbe stata possibile. Nessuno avrebbe potuto candidarmi, nessuno avrebbe potuto votarmi. Tutto sarebbe avvenuto in un congresso al quale non avrei potuto partecipare. Ecco perché dico che il Pd è una occasione unica nel suo genere per rinnovare la politica in un momento in cui la sua crisi di credibilità è sotto gli occhi di tutti».

Nichi Vendola come prenderà questa sua candidatura?
«Credo bene, io e Nichi siamo amici da una vita. Gli voglio bene e non dimentico che è stato il primo a credere alla mia candidatura e il maggiore artefice della mia elezione a sindaco. Nichi è un patrimonio per la Puglia».

Lo vorrebbe accanto a sé nel Pd?
«Certo, ma ho troppo rispetto per le sue idee e non ho titoli per interloquire su una storia politica fatta di un impegno personale trentennale. Ma un pizzico di amarezza lo voglio esprimere: Nichi è un uomo moderno, un intellettuale sempre alla ricerca di qualcosa, forse troppo moderno per stare dove sta».

Pubblicato il: 14.08.07
Modificato il: 14.08.07 alle ore 9.54   
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Titolo: Partito Democratico - ...
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2007, 12:20:56 pm
I cantautori divisi Con Venditti o De Gregori: le correnti alle primarie dello spettacolo

Milva: voto Rosy.

Proietti: teniamoci quello «bono» di Roma.

E spunta la «terza via»: ma ne avevamo bisogno?

 
ROMA — Francesco De Gregori vuole «un bene dell’anima a Walter Veltroni », ha confidato al Corriere. Ma «ha la smania di piacere a tutti», «dice tutto e il contrario di tutto» ed è sostenuto «dai poteri forti e consolidati che sono sempre gli stessi da decenni». E così, per le primarie del Partito democratico a ottobre, voterà Rosy Bindi. Antonello Venditti non la pensa così: «Veltroni è semplicemente educato» ed «è il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto ».
Così ora tra gli artisti serpeggia un dubbio: ha ragione De Gregori, Venditti o nessuno dei due? Milva è con De Gregori sulla scelta della Bindi: «Ho sempre votato Pci. Veltroni è molto preparato, ma lei la voterei in quanto unica donna».

Gigi Proietti opta, con Venditti, per Veltroni e ci scherza su: «Per uno "bono" che ce danno, teniamocelo. No?». E, più serio, aggiunge: «Ho un’età tale che mi consente di affermare con certezza: ha ragione Venditti, Veltroni è il miglior sindaco di Roma». «Non so se lo sia, ma è uno che non si tira indietro — sottolinea Michele Placido —. L’ho visto in azione di persona, nelle iniziative che abbiamo fatto in periferia a Tor Bella Monaca. E poi è positiva la sua capacità di comprendere gli avversari e la sua onestà intellettuale. Più che del politico, ora abbiamo bisogno proprio del tratto umano. E poi la sua capacità di comprendere gli avversari». Al Bano concorda con De Gregori su un punto: «Il problema è passare dalle parole ai fatti. Si discute sempre di leader e mai di cosa fare per l’Italia. Di parole i politici ne hanno spese veramente tante. Promettono tutto prima delle elezioni ma poi cambiano. Meglio i buonisti che gli stronzisti, ma che lavorino invece di pensare solo a riempirsi di potere ».

Fiorella Mannoia come Venditti confida nell’onestà di Veltroni «che è già una buona partenza». Apprezza che abbia «parlato di laicità dello Stato, cosa che avevano fatto solo i radicali». E ancora di più che abbia affrontato il tema dell’amore: «È da lì che bisogna ripartire ». «La verità — soggiunge — è che ci stiamo aspettando tutti troppo da un uomo solo. Il governo ci ha deluso. E aspettiamo uno che decida. Uno Zapatero. Veltroni ha coraggio ad assumersi questa responsabilità perché è l’ultima chance». L’errore «dell’amico» De Gregori, dice, è «purtroppo lo stesso della sinistra un po’ becera: quando siamo vicini a vincere ci scanniamo tra noi». Veltroni «è l’ultima speranzina» anche per Paolo Rossi.

E se per De Gregori «la cultura è una ciliegina sulla torta» per il comico «non si può parlare solo di Pil. Ogni riforma economica va accompagnata a una rivoluzione culturale. Berlusconi, con le sue tv, l’ha fatta: Silvio Pellico per scrivere Le mie prigioni ci ha messo anni, Fabrizio Corona una settimana.
Qualcosa di quei valori l’abbiamo assorbita tutti. E ora parliamo di leader del Pd come se votassimo per il Grande Fratello. La democrazia dovrebbe essere partecipazione, ma noi siamo trasformati in spettatori se non simpatizzanti».

Renzo Arbore, «fervido ammiratore di De Gregori, dai tempi di Rimmel e Generale stavolta sta con Venditti: «Veltroni non è uno dei soliti protagonisti del teatrino della politica e inoltre il Partito democratico ha bisogno di un consenso molto ampio». Anche Margherita Buy non diserterà le primarie: «Ho firmato il manifesto che appoggia Veltroni. Perciò è chiaro: sto con Venditti ».

Ci ha visto del «malanimo» Pippo Baudo nelle parole di De Gregori: «Quell’intervista—dice—era rancorosa. Forse Veltroni gli ha fatto qualche torto. Venditti, invece, mi è sembrato sincero». «Da 29enne che vive molto la città — dice Matteo Maffucci degli Zero assoluto — vedo che Veltroni l’ha valorizzata in un modo straordinario. Ci fa sentire orgogliosi di essere romani e ha creato un senso di appartenenza che credo saprà portare anche nel Pd». Amanda Sandrelli non sa per chi voterà alle primarie: «Una persona di sinistra come me — confessa — ancora si chiede se fosse necessario che nascesse un nuovo partito». Claudio Cecchetto da un consiglio a tutti i candidati: «La smettessero tutti di metterla giù dura con quelle facce serie. Un sorriso in più farebbe bene a tutti».

Nemmeno Paola Turci si schiera. Ma apprezza in De Gregori «la capacità di aver avviato un dibattito: ben vengano anche le sue critiche se servono a far discutere». Enrico Letta, altro candidato alla leadership del partito democratico, può contare sull’appoggio di Franco Califano. Che ha già avuto modo di dichiarare: «Letta me piace». Disperando di avere un cantautore tra i suoi fan, invece, il candidato Mario Adinolfi rovescia le parti: si schiera per Angelo Branduardi, da cui ha preso come inno Si può fare, per «l’eterno Vasco di Siamo solo noi» e per «Carmen Consoli di Malarazza ».
Decisamente con De Gregori Francesco Renga. «Non perché appoggia la Bindi — spiega — ma per il grandissimo coraggio che ha avuto: Veltroni è suo amico. Non sono sorpreso, lui è sempre stato coerente e, anzi, fa bene a non dare per scontata la vittoria di Veltroni. E poi bisogna avere il coraggio di prendere posizione e anche di farsi dei nemici perché il Pd non sia ciò che c’è ora, solo con un nome nuovo». Gene Gnocchi non riesce a decidersi: «Sono troppo angosciato. Mi sento appeso, come tutta l’Italia, a un dubbio. Mi chiedo: "ma con chi si schiererà Cristina D’Avena?"».

Mariolina Iossa
Virginia Piccolillo
21 agosto 2007
 


Titolo: Pd, tre consigli per un milione
Inserito da: Admin - Agosto 22, 2007, 10:41:53 pm
Pd, tre consigli per un milione

Stefano Ceccanti


A distanza di due anni dalle primarie dell’Unione del 2005 e a poche settimane dal 14 ottobre, possiamo tentare di cogliere le differenze di questi due passaggi chiave del centrosinistra italiano. La giornata del 2005 è incomparabile dal punto di vista quantitativo e non solo perché si rivolgeva alla platea più ampia di tutti gli elettori dell’Unione. Le motivazioni di voto furono allora eterogenee: c’erano quelle contrarie al governo Berlusconi e in particolare anche alla nuova legge elettorale appena approvata, ma c’erano anche quelle positive, che puntavano a stabilizzare una coalizione eterogenea rafforzando la persona di Romano Prodi. C’era infine il metodo nuovo, una breccia preziosa nella logica con cui i partiti avevano gelosamente preso le decisioni più importanti fino ad allora al proprio interno o con patti di vertice.

Il Pd, che oggi possiamo considerare già al governo, non può, anche per questa sua collocazione, sperare che funzionino ancora motivazioni negative, anti-Berlusconi. Nasce però allargando quella breccia aperta allora e per sostituire la garanzia data in quel caso dalla persona di Romano Prodi con una più solida, con un partito chiamato a supportare stabilmente il centrosinistra con una moderna cultura di governo.

Chiarita questa cornice di forti differenze e di alcune continuità col 2005, che rende, come hanno sottolineato vari osservatori, il milione di votanti il parametro più corretto per il successo del 14 ottobre, non spetta certo a me dare suggerimenti molto dettagliati e pratico-organizzativi. Fra l’altro il sito www.partitodemocratico.it pubblica già molto materiale ben fatto e socializzabile. Mi limito pertanto a tre sottolineature.

La prima, che occorre trasmettere meglio l’idea che non si chiede a nessuno di inquadrarsi rigidamente, militarmente, come nei vecchi partiti ideologici. Il 14 ottobre si dà il massimo di democrazia governante (elezione diretta di segretari e assemblee costituenti) a tutti coloro che, dai sedici anni in su, se la sentono di aderire a un testo costituente e che si riservano poi di valutarne in libertà gli esiti successivi. Questo lo chiarisce già il regolamento, ma deve essere veicolato con chiarezza: massimo di libertà e massimo di efficacia diretta della partecipazione.

Secondo: proprio perché il processo costituente è aperto, nei limiti della condivisione dei principi e dei valori di un moderno centrosinistra, non ci possono essere tabù su nessuna opzione programmatica e organizzativa né, nel contempo, ci possono essere persone che ricorrono a demonizzazioni delle opinioni altrui o a perentori richiami all’ordine. Sulle proposte si ha l’onere di cercare il consenso più ampio in positivo, nello stile di condivisione di chi ha deciso di militare non solo in una stessa coalizione, ma anche in un medesimo partito. Nessuno è proprietario o custode, tutti devono sentirsi in competizione senza rete.

Questa osservazione si lega anche a un terzo aspetto, quello della natura federale del partito, che sarà affermata il 14 ottobre dall’elezione dei segretari regionali e da quella delle assemblee costituenti regionali, queste ultime all’interno dei 475 collegi della legge Mattarella, utilizzati anche per l’Assemblea nazionale. Come ha già rilevato Miriam Mafai è più facile che la correttezza tra i candidati si affermi tra quelli alla carica di segretario nazionale (che debbono comunque dare l’esempio) perché essi sono maggiormente sotto i riflettori e una eccessiva litigiosità farebbe dubitare della loro consistenza programmatica. Quando invece ci si avvicina maggiormente alla base, e la visibilità complessiva è quindi minore, il rischio di colpi bassi cresce a dismisura.

Se queste dinamiche non sono attentamente dominate, la partecipazione può calare vistosamente. Infatti il potenziale elettore riceve stimoli a recarsi al seggio non solo dalla campagna nazionale, ma anche e soprattutto da chi localmente rappresenta le varie opzioni. Solo in questo momento occupano l’intera scena i candidati a segretario nazionale, ma da qui a un mese oltre ai candidati segretari regionali entreranno in competizione non meno di trentamila persone per ricoprire le cariche di costituente nazionale o regionale. Se esse daranno, nel legittimo pluralismo, l’impressione di poter cooperare dentro il medesimo processo costituente ciò costituirà un grandissimo moltiplicatore di partecipazione. In caso contrario, se dovessero riprodurre una litigiosità simile al sistema politico nel suo complesso, o anche solo alla nostra coalizione, si determinerebbe una grave incomunicabilità e ben pochi sarebbero coinvolgibili al di là di amici e parenti stretti dei candidati.

In sintesi, c’è una domanda di partecipazione che in libertà, dentro una competizione segnata da correttezza reciproca, può trovare risposta il 14 ottobre perché attraverso il Pd, sul versante del centrosinistra, quella domanda cerca da tempo uno strumento per veicolare le stesse richieste al sistema politico nel suo complesso. Dopo 15 anni di transizione i cittadini non possono più essere costretti a scegliere tra un bipolarismo litigioso nelle coalizioni e tra le coalizioni e ricorrenti tentativi di tornare a una democrazia bloccata al centro con deboli alleanze post-elettorali. Se vedranno la possibilità di aprire questa nuova breccia saranno ben più di un milione il 14 ottobre ad aprire con noi il processo costituente.

Pubblicato il: 22.08.07
Modificato il: 22.08.07 alle ore 10.27   
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Titolo: RUTELLI: le coalizioni non sono a vita (C'ERA DA ASPETTARSELO!)
Inserito da: Admin - Agosto 26, 2007, 09:39:09 pm
Il vicepresidente del Consiglio affitta una sede a Roma per i «coraggiosi»

Il Pd e le alleanze Rutelli con Veltroni

Il leader della Margherita: le coalizioni non sono a vita

No della Bindi: dobbiamo restare con questo schema 


BOLOGNA — Parlano ormai all'unisono vicepremier e segretario in pectore, delineano «maggioranze di nuovo conio» che escludono la sinistra radicale, progettano nuove linee di politica fiscale. Una corrispondenza d'amorosi sensi che segna una svolta programmatica e strategica nella campagna elettorale per le primarie e allarma gli alleati, presi in contropiede dal ritrovato feeling tra Walter Veltroni e Francesco Rutelli. «È una intesa molto profonda e molto seria» conferma il senatore Antonio Polito, tra gli ispiratori dei «coraggiosi ». Il periodo delle punzecchiature reciproche è alle spalle e ora i due, convinti che il dopo-Prodi sia già iniziato e che si rischia di tornare al voto in qualunque momento, giocano di sponda per costruire a loro immagine e somiglianza quel «partito maggioritario» che Veltroni si candida a guidare. Il sindaco lo ha scritto venerdì su Repubblica eilministro, determinato a marcare il suo profilo innovatore al punto da aver preso in affitto nel centro di Roma una sede per i suoi «coraggiosi», lo ha ribadito sulla prima pagina di Europa, sotto il titolo «Che cos'è un centrosinistra di nuovo conio». Per il primo cittadino di Roma è «una rivoluzione culturale e morale», è una «visione antimachiavellica della politica», è un Pd che pur di non arrivare alle urne «all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico» accetta il rischio di «correre da solo». L'esatto contrario dell'Unione di Prodi insomma, alla quale il nuovo tandem democratico rimprovera di aver messo su la coalizione più ampia possibile, a prescindere dalla effettiva capacità di governare il Paese.

Per cambiarla davvero, l'Italia, spinge avanti il ragionamento Rutelli, nel prossimo futuro il leader dovrà «decidere le alleanze in base al progetto in campo» e non viceversa. Con la conseguenza che gli alleati di oggi «non è detto che lo siano a vita». Fuori Diliberto e Giordano e dentro Casini? La teoria delle mani libere, anticipata mesi fa dal pamphlet di Polito Oltre il socialismo. Per un partito (liberal) democratico, insospettisce Rosy Bindi, la candidata che più ha incalzato Veltroni sul tema delle alleanze: se Giordano non tira troppo la corda si possono fare ancora «buone cose» assieme, anche perché se pure il Pd prende il 35 per cento come farà a governare da solo? «Il problema delle alleanze — avverte la ministra — ci sarà sempre ». Se non prefigura un nuovo ticket, di certo l'asse tra Veltroni e Rutelli indebolisce la posizione del numero due Dario Franceschini, portatore di una tesi opposta a quella dei «coraggiosi» per questa legislatura e per la prossima il centrosinistra deve restare quello che è. Da Malta il leader dell'Udeur Clemente Mastella plaude a Veltroni e dunque anche a Rutelli: «Solo coalizioni omogenee garantiscono governabilità». Che la rotta delle nuove alleanze sia il centro il sindaco non lo dice, come non può dire che il «ribaltamento dello schema tattico che ha dominato il bipolarismo » spiana la via al sistema tedesco, o comunque a un modello che non preveda premio di maggioranza. E mentre Veltroni prova a spostare l'attenzione sui programmi, gli inseguitori si assestano colpi bassi. Giorgio Gawronski contro Enrico Letta: «È vero che hai usato personale di Palazzo Chigi per la tua campagna elettorale? ». La smentita è secca, «illazioni calunniose ».

Monica Guerzoni
26 agosto 2007
 


Titolo: Finocchiaro: «Fedeltà a Prodi ma guardiamo al futuro»
Inserito da: Admin - Agosto 31, 2007, 12:03:19 am
Finocchiaro: «Fedeltà a Prodi ma guardiamo al futuro»

Simone Collini


«Ma qualcuno pensa che con simili discussioni noi motiviamo le persone a partecipare alla fase costituente del Partito democratico?». Anna Finocchiaro non lo pensa. La polemica «incomprensibile» di Arturo Parisi nei confronti di Walter Veltroni ma anche Rosy Bindi che parla di candidatura degli apparati. Per non parlare di Rifondazione comunista che ne approfitta per sostenere che il Pd destabilizza il governo.

«La capogruppo dell’Ulivo al Senato, che alle primarie di ottobre si candiderà nella lista caratterizzata dai temi dell’innovazione (quella lanciata a fine luglio da Melandri, Realacci, associazioni giovanili ed esponenti della Cgil) è piuttosto preoccupata: «Questa doveva essere una fase attraente, durante la quale ciascun candidato segretario avrebbe naturalmente potuto mostrare la sua diversità rispetto agli altri, ma senza mai mettere in discussione la volontà e l’ambizione di ciascuno di costruire uno stesso partito».

Invece, presidente Finocchiaro?

«Assistiamo a discussioni che non rendono allettante il dibattito sul Pd. E questo non può che essere un problema se vogliamo fare un grande partito dei riformisti, aperto, plurale, che riesca a raccogliere forze che non sono esclusivamente quelle dei partiti di partenza e che abbia una vocazione maggioritaria. La discussione va fatta sui contenuti, sui progetti, non si può parlare in continuazione di due temi che considero, invece, totalmente fuori discussione».

E sarebbero?

«La fedeltà a questo governo, che è l’unico possibile e che va sostenuto in ogni modo, e il fatto che stiamo partecipando a un’operazione che è tutto tranne che la sommatoria di due partiti, e tanto meno di due apparati. Queste due questioni sono fuori discussione. Se invece continuano a rimbalzare, come è avvenuto in questi giorni, allora sì che il dibattito appare davvero tra ceti politici, da notabilato».

Possibile che la cosa sfugga a uno attento come Parisi, che se l’è presa con Veltroni perché ha detto che il suo obiettivo è consolidare e non sostituire Prodi?

«Non le ho capite le argomentazioni di Parisi. È un mio limite naturalmente, ma ho ascoltato il discorso che ha fatto a Telese e non l’ho capito».

E però se la spiega in qualche modo questa uscita?

«Quello che vedo è un limite complessivo della discussione in atto. E cioè che stiamo ragionando come se ci trovassimo in un quadro immutabile di scenari e di vincoli. Dove vincoli non necessariamente è usato in un’accezione negativa».

Che cosa vuole dire?

«Eravamo partiti da un’altra idea rispetto al Pd, e cioè che poiché non bastavamo più al paese dovevamo costruire un grande partito che avesse l’ambizione di essere maggioritario, che fosse in grado di raccogliere classi dirigenti, associazioni, personalità, che coinvolgesse milioni cittadini, un grande partito dei riformisti italiani. Questa doveva essere la nostra risposta alla crisi della politica. Ma se continuiamo a muoverci in questo quadro dei vincoli, ogni giorno ci sarà una polemica sul fatto che Veltroni vuole sostituirsi a Prodi o su Rifondazione che dice che il Pd destabilizza il governo. Quando assisto a queste discussioni rimango allibita, anche perché il nostro è il tentativo più serio, impegnativo e anche rischioso che sia stato messo in campo».

Non è che gli altri stiano del tutto fermi, dal Prc all’Udeur.

«Sì, la sinistra sta cercando di costruire la Cosa rossa, l’Udeur persegue una strategia centrista. Ma a maggior ragione ciò dimostra che questo è un passaggio politico che prelude al dopo. È il dopo che dobbiamo costruire. Come è possibile che stiamo inchiodati a una discussione che dà per immutabile lo scenario e i vincoli attuali? Mi pare che stiamo rischiando tutti di perdere un’occasione».

Insomma non è un tabù parlare di alleanze future o ipotizzare che un domani il Pd corra da solo?

«Scusi ma se si decide di liquidare due partiti, di cui uno fondato nel 1921 e l’altro con radici nobilissime, secondo lei lo si fa per fonderli insieme o per dar vita a un grande partito a vocazione maggioritaria? Se non fosse quest’ultima la ragione saremmo dei pazzi».

Però facendo simili ragionamenti oggi si mette in discussione la realtà attuale, obietta qualcuno.

«Non è così. Non si tocca né questa maggioranza né questo programma, tanto per essere chiari. E questo perché il governo Prodi garantisce in questo momento al paese il massimo possibile di equità, sviluppo, diritti, innovazione, riforme. Ma dobbiamo costruire il futuro. E sappiamo quali sono i tempi della politica. Forse qualcuno pensa che bastino uno o due anni per costruire uno scenario politico diverso? Con il Pd noi stiamo cambiando il sistema politico italiano, perché abbiamo capito che questa è una delle questioni di blocco della nostra democrazia e dello sviluppo del paese, della sua modernizzazione».

Lei guarda lontano ma ci sono problemi più immediati: Giordano si dice pronto a ridiscutere il governo se Rutelli o altri puntano a modificare il programma dell’Unione.

«Noi dobbiamo continuare a lavorare per nutrire il programma. Una discussione politica tra alleati, per di più in una situazione così difficile per il paese che ha la pressante necessità di essere rimesso in movimento, non può essere fatta a colpi di ultimatum».

Dice Giordano: dobbiamo riprendere la connessione sentimentale con il nostro popolo.

«Benissimo, un’espressione gramsciana che io amo. Ma la connessione sentimentale in questa situazione dobbiamo stabilirla col paese. Non possiamo pensare, visto che siamo al governo e non all’opposizione, di costruirla uno contro l’altro, creando ulteriori barriere, divisioni, conflitti. Spinte diverse nella coalizione ci sono e bisogna gestirle politicamente con saggezza, con prudenza, e soprattutto senza sacrificare la possibilità di un cambiamento, per tutti positivo. In queste condizioni, il tutto e subito se no me ne vado non può funzionare».

Lei si candiderà in qualche lista, il 14 ottobre?

«Sì, in quella che nasce dal manifesto “ambiente, conoscenze e lavoro”».

Perché ha scelto questa lista piuttosto che quella in cui si candideranno la maggior parte dei dirigenti dei Ds e della Margherita?

«Il Pd ha la necessità di tenere nella propria anima l’essenza moderna e positiva della sinistra italiana e noi dobbiamo disseminarci come il sale della terra».

Il sale della terra?

«È una battuta naturalmente, non voglio paragonarci a tanto. Seriamente, c’è la necessità politica che ci si mischi già nelle liste. Io voglio dare il mio contributo ad una lista che per apertura e “mescolanza” di soggetti somigli davvero molto all’idea di Pd che ho».

Ha mai pensato di candidarsi a segretario nazionale?

«Brevemente».

Pentita di non averlo fatto?

«No, perché quando Veltroni ha dato la sua disponibilità ho capito che quella era la soluzione migliore e la prospettiva più unificante».

Pubblicato il: 30.08.07
Modificato il: 30.08.07 alle ore 8.44   
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Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - Adinolfi -Tre numeri, un programma: cento, due e zero
Inserito da: Admin - Settembre 02, 2007, 12:07:04 pm
Tre numeri, un programma: cento, due e zero

19 luglio 2007


L'impegno a candidarmi m'ha travolto la vita, peggio (molto peggio) di quello che m'aspettavo.

Il sindaco Veltroni in più di una riunione ha definito "velleitaria" la candidatura, manifestando la volontà di ostacolarla in ogni modo; i meccanismi elettorali del 14 ottobre sono stati costruiti affinché nessun outsider possa piazzare anche solo un membro dell'assemblea costituente che non passi il vaglio di un accordo preventivo; si voterà in tutti i comuni, nelle sezioni di partito, certo non ci sarà il Viminale a controllare; oggi nella rassegna stampa Massimo Bordin m'ha fatto pagare su Radio Radicale l'amicizia con Daniele Capezzone, invitando i media (senza motivare in alcun modo) ad ignorare la candidatura di un under 40, con brevi considerazioni ai limiti dell'insulto.

Ma abbiamo un patrimonio: noi stessi e le nostre idee.

Noi stessi. Non avete idee di quanti siamo. Avevo in mente di riproporre la metafora dei Trecento contro il milione di Persiani, a me tanto cara perché ha insita un'idea di sacrificio di pochi per una libertà futura di molti. Ma siamo molti di più, avete sommerso l'email adinolfi2007@gmail.com di disponibilità a dare una mano e c'erano anche molti over 40 a cui diamo un caldo benvenuto. Chi non l'ha fatto ieri, lo faccia oggi. Mandate una email con un cellulare, vi richiamerò io stesso o qualcuno di Generazione U che sta costruendo fattivamente l'operatività di questa battaglia, con Marco De Amicis che ha il ruolo ingrato di campaign manager (grazie Marco). A tutti chiederemo di far parte del Comitato Promotore "Si può fare": farà parte del Comitato Promotore chi si impegna a raccogliere trenta firme per la candidatura sugli appositi moduli, entro il 30 luglio. Il Comitato Promotore "Si può fare" sarà l'organismo che deciderà poi le candidature alle segreterie regionali e alle assemblee costituenti del Pd nazionale e regionali. Ci presenteremo in ogni contrada d'Italia, statene certi, a chi c'ha dato dei velleitari oggi, domani forse ci ripenserà. Dipende dalla disponibilità all'impegno di ciascuno di noi. I moduli sono scaricabili da internet, ma prima di fare autonomamente qualsiasi cosa mettetevi in qualche modo in contatto con noi, in maniera da avere le istruzioni precise. Comunque, per tutti, sabato 21 luglio alle 12.30 faremo una riunione organizzativa "fisica" per chi vuole alla libreria Montecitorio di piazza Montecitorio.

Le nostre idee. Le idee di fondo (democrazia diretta, rappresentanza generazionale, rottura degli schemi oligarchici dei partiti, sostegno al referendum elettorale) che hanno animato la candidatura sono contenute nell'appello "In nome di quel che sarà", pubblicato ieri al lancio della candidatura. Ci impegniamo però anche su delle proposte concrete su cui intendiamo orientare il partito democratico, se dovessimo vincere la competizione del 14 ottobre, quella a cui ci presentiamo da "velleitari". Le proposte si articolano su tre numeri: cento, due, zero.

Cento è la quota che consideriamo credibile per sostenere il sistema pensionistico e non avviare la generazione dei nati negli Anni Settanta e Ottanta a pensioni da fame. Quota cento significa sessant'anni di età e quaranta di contributi, sessantacinque anni di età e trentacinque di contributi, e così via, fatti salvi i lavori veramente usuranti, con parificazione dell'età tra uomini e donne, come proposto giustamente da Emma Bonino. A quota cento può diventare credibile che noi trentenni e quarantenni di oggi, dopo aver lavorato quarant'anni, possiamo andare in pensione con uno straccio di assegno che garantisca la sussistenza. Altrimenti, con l'accordo che si profila a quota 96, un'altra ipoteca pesantissima sarà messa sul nostro futuro e, dopo lo scippo del Tfr, ci ritroveremo definitivamente a vederci scippata una vecchiaia almeno vivibile.

Due è la percentuale del Pil italiano che vogliamo sia investita in ricerca scientifica, da subito, partendo dall'assegnazione di strumenti di decenza economica per i giovani ricercatori universitari, svincolandoli dal baronismo e dalla fame in cui versano oggi. Due è anche il numero della coppia, della giovane coppia, che deve essere tutelata in quanto tale se assume l'impegno ad essere un nucleo stabile di amore e lavoro comune all'interno della società, a prescindere dall'orientamento sessuale. Due sono i bisogni primari da soddisfare in questo senso: casa e lavoro. E da qui deriva lo zero.

Zero. Vogliamo zero interessi sugli interessi dei mutui per le giovani coppie che acquistano la prima casa, con risorse pubbliche che si liberano dalla ristrutturazione del welfare attraverso la proposta "quota cento", che potrà prevedere ammortizzatori sociali degni di questo nome, che trasformino la flessibilità in una condizione dell'opportunità, non nella schiavitù che è oggi per milioni di giovani lavoratori precari. Vogliamo zero vincoli all'ingresso nelle libere professioni, che devono essere libere appunto, dopo l'ottenimento dei titoli di studio per esercitarle. Vogliamo zero dubbi sul fatto che lo Stato è laico, laico, laico e lo stesso zero dubbi sul fatto che la Chiesa abbia diritto di esprimere in piena libertà le proprie opinioni, perché il partito democratico è l'occasione storica per abbattere definitivamente un anacronistico steccato. Vogliamo zero discussioni attorno al fatto che l'emergenza ambientale è una questione primaria, che se non recuperata ora nell'agenda delle priorità della politica, rischia di scaricare i suoi prezzi letali su di noi e sui nostri figli. Vogliamo zero costi della politica che dovrebbe essere costruita tutta su base volontaria, come questa candidatura e vogliamo zero caste: azzerare non solo la casta dei politici corrotti, cancellando dalla possibilità di ricandidatura i condannati con sentenze passate in giudicato, ma tutte le caste che dalle loro torri d'avorio hanno trasformato questo splendido paese in una terra del neofeudalesimo. Vogliamo zero vincoli all'accesso alla rete, alla scaricabilità di contenuti in peer to peer per l'utilizzo personale, alla diffusione della banda larga anche attraverso il WiMax, all libertà del web. Zero mafia, zero camorra, zero 'ndrangheta, zero omissis sui misteri d'Italia, zero rispetto per i terroristi, zero trame oscure, zero strapotere delle banche, zero conflitti d'interesse, zero dominio della politica sull'informazione e sulla Rai, zero umiliazioni per i consumatori, zero evasione fiscale, zero riduzione in schiavitù di bambini rom e giovani prostitute, zero disparità e conseguente parità piena della condizione femminile. Zero sfruttamento dell'uomo sull'uomo, in qualsiasi forma, anche in quella moderna di un contratto co.co.pro in un call center a seicento euro al mese.

Ci batteremo per questo, per tutto questo, con nettezza e senza mediazioni possibili. Non è un libro dei sogni, anzi, non è un sogno. E' un progetto per un'Italia libera e forte.

Un progetto per titoli, che sarà riempito dalle idee di ciascuno di voi, che declinerà a suo modo ognuno dei titoli, con gli approfondimenti che riterrà di fare.

 adinolfi2007, adinolfi
da www.marioadinolfi.ilcanocchiale.it


Titolo: VELTRONI e MUSSI a Orvieto. «Divisi ma dialoganti»
Inserito da: Admin - Settembre 02, 2007, 03:59:48 pm
Veltroni e Mussi a Orvieto. «Divisi ma dialoganti»
Rachele Gonnelli


Molto fair play ma una serata freddina, a Orvieto, dove per la prima volta si sono confrontati in pubblico Walter Veltroni, probabile prossimo leader del Pd, e il fondatore della Sinistra democratica, il ministro dell'Istruzione Fabio Mussi. Sul palco nell'introduzione subito si chiarisce che almeno e per la prima volta la separazione da uno stesso partito non ha dato luogo a rancori e rivalse. È uno stile. Ma per il resto - riferimenti culturali e orizzonti - restano profondamente distanti.
Mussi conferma tutte le sue perplessità dell'ultimo congresso della Quercia a Firenze sulla «fusione fredda» tra Ds e Margherita. Il sindaco di Roma conferma un'apertura al dialogo con chi non è rimasto nel Pd ma si tratta di un a priori logico . La platea poi, che è tutta a favore di Mussi, anche se applaude Veltroni in due-tre occasioni, lo fa più quando Veltroni ribadisce il suo fair play che sui contenuti del suo discorso. «Il nostro sogno - dice Veltroni - ora si sta realizzando. Il fatto che voi non ne siate protagonisti, non significa che tra la Sinistra Democratica e il Partito Democratico non ci possano essere iniziative comuni su alcuni temi. Teniamo aperto il filo del dialogo. Facciamo coesistere - ha concluso Veltroni - le nostre diverse posizioni».

Il sindaco di Roma ribadisce in ogni caso tutte le sue, senza attenuare le critiche su quelle diverse della sinistra.  Ad esempio per lui la sinistra, soprattutto quella più radicale, non ha perso «il vizio pericoloso di non assumere il tema della sicurezza dei cittadini come una priorità». Per Veltroni c'è  «un riflesso pavloviano», automatico, che «ci dice che dobbiamo essere sempre dalla parte dei più deboli e allora una anziana scippata e pestata per strada è lei la vittima? Certo - tiene a precisare - dobbiamo anche preoccuparci delle politiche sociali per evitare questi episodi, ma non possiamo chiudere gli occhi rispetto a quello che è evidente. Per aver detto questo si sono scatenati tutti contro di me. Mi ha ricordato cose che nel passato venivano su altre posizioni a difesa delle istituzioni della Repubblica. È un vecchio vizio che la sinistra non ha perduto, quello di cercare un nemico e di puntarlo con il dito, come un obiettivo».

Altro punto dolente: la partecipazione alla manifestazione del 20 ottobre. All'interno di Sinistra democratica anche Mussi ha detto che avrebbe preferito una iniziativa non di piazza per contestare i termini dell'accordo sul welfare non soddisfacenti... Non tutti all'interno di Sd lo hanno applaudito per questo. Non Cesare Salvi, convinto della manifestazione insieme a Pdci, Prc e Verdi. Mentre Gavino Angius ha speso parole persino più dure di quelle di Mussi.

Ora Veltroni rincara la dose. Ammette che il protocollo sul welfare incluso nell'accordo sulle pensioni non è il massimo. La precarietà non è una conseguenza necessaria della flessibilità, ma «è un male sociale che va contrastato e combattuto». Di più. La precarietà «è la più grande questione sociale aperta in Italia», la «più urgente». L'aveva detto anche nel discorso del Lingotto a Torino candidandosi alla guida del Pd. Ma a suo dire l'accordo sul welfare è un passo avanti. Dunque: «Perché dare questa rappresentazione - cioè una rappresentazione negativa - all'opinione pubblica?». E in ogni caso , si chiede,come definire chi manifesta contro un accordo, peraltro firmato con i sindacati, dal governo di cui si fa parte?. «Questo non va, non funziona».

Si passa alla radice della ferita. I dieci punti sbandierati come nuovo programma per le cosiddette alleanze "di nuovo conio". Questi dieci punti mettono in difficoltà la coalizione e appongono una data di scadenza al programma dell'Unione faticosamente redatto in 280 pagine?«La prossima volta - afferma Veltroni-  avremo bisogno di un programma certo, chiaro, riconoscibile. Non 280 pagine, ma poche cose su cui essere d'accordo. E poi avremo bisogno di una coalizione coesa che, il giorno dopo aver vinto le elezioni, non organizza manifestazioni uno contro l'altro». E siamo ad un altro «non va».

Certo, Veltroni vuole mantenere una porta aperta verso gli ex diessini dell'altra sponda. «Teniamo aperto un filo di dialogo». Insomma, vediamoci, «cerchiamoci».«Continuiamo ad avere voglia di conoscere le posizioni reciproche e magari facciamole coesistere. Il Partito democratico saprà spiazzare e sorprendere in tutte le direzioni. Veniamo da una storia comune. Ci siamo lasciati nel modo più corretto possibile e senza tirarci i piatti. Spero che ci rincontreremo. Io continuo a coltivare questa speranza».

La speranza, si sa,  non è mai morta. Ma certo anche nelle parole del padrone di casa all'ospite auto invitato - Veltroni ha proposto di poter parlare alla Festa di Orvieto - non c'è l'abbraccio fraterno, il ritorno a casa o altre fantastiche ipotesi di stampa degli ultimo giorni. Salutandolo Fabio Mussi può solo dire che le strade di Partito democratico e Sinistra democratica «oggi sono divise». Anche se «non sono due treni che vanno l'uno contro l'altro». Due treni che si scontrano no, però su binari che, se non sono paralleli, allora divergono.

Pubblicato il: 01.09.07
Modificato il: 01.09.07 alle ore 19.50   
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Titolo: Dietro il dualismo premier e sindaco i contrasti tra Rutelli, Parisi e la Bindi
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2007, 04:22:28 pm
LA NOTA

Pesano le ruggini nella Margherita

Dietro il dualismo tra premier e sindaco i contrasti tra Rutelli, Parisi e la Bindi

 
Il dualismo esisteva e rimane. Ma il modo in cui viene drammatizzato da alcuni ministri prodiani finisce per farlo apparire esagerato. Romano Prodi e Walter Veltroni sono costretti a convivere; e a rivendicare identità in competizione, senza tuttavia arrivare a una rottura. Per il premier, l'esigenza di sopravvivere alla nascita del Pd significa difendere il governo tenendo a bada le interpretazioni liquidatorie di alcuni alleati. Per Veltroni, si tratta di costruire la leadership incalzando in tempi medi Palazzo Chigi da posizioni più moderate di quelle dell'Unione.

Che tutto questo sia destinato a terremotare il governo è da vedersi. Semmai, il problema sono le tensioni nella Margherita. Ruggini antiche dividono Francesco Rutelli da Prodi, ma soprattutto da ministri come Arturo Parisi e Rosy Bindi. Così, quando la Bindi critica «il contrappunto giornaliero di Veltroni» a Prodi, non si capisce se ce l'abbia col sindaco di Roma, suo concorrente alla segreteria del Pd; o soprattutto con Rutelli. Né è chiaro quanto il premier sostenga l'offensiva ulivista contro Veltroni. Le schermaglie sulla riduzione delle tasse vanno inserite su questo sfondo.
Mischiano la competizione per la segreteria del Pd, e le distanze con l'estrema sinistra dell'Unione.

Prodi assume il ruolo del mediatore, oscillando fra meno tasse e meno spese. Esagera il diessino Morando quando parla di «piena sintonia» fra premier e sindaco di Roma. Ma è vero che nel Dpef si parlava di riduzione fiscale se fossero aumentate le entrate ottenute coi soldi degli evasori.
L'opposizione si dice certa che dal braccio di ferro uscirà un governo spezzato. Nella maggioranza, il socialista Boselli considera deleteria la presenza «di due premier»: l'attuale e quello, almeno nelle aspirazioni, del futuro. Ma Veltroni ha bisogno di tempo per consolidarsi, dopo l'eventuale elezione il 14 ottobre. E il premier continua a muoversi come se dovesse durare molto. Ieri, sono bastati gli applausi di alcuni turisti emiliani a Roma per fargli dire che la gente è con lui «più di quanto non si pensi».

Il messaggio prodiano è per chi, nel Pd, ritiene che il governo sia sempre più una palla al piede, se continua ad assecondare i settori comunisti dell'Unione. L'idea di un vertice che ristabilisca una tregua avalla la tesi di uno scontro destabilizzante. Palazzo Chigi non può smentirlo, ma tende a minimizzarlo: anche se la tensione è palpabile. La prospettiva che l'attuale sindaco di Roma si candidi come capo del governo incontra l'insofferenza crescente dell'ala antagonista della coalizione. Ma non è detto che per Prodi sia un male, anzi: può offrirgli margini di manovra insperati.


Massimo Franco
04 settembre 2007
 
da corriere.it


Titolo: Melandri: «Il Pd rafforzerà il governo Prodi»
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2007, 11:19:28 pm
Politica

Melandri: «Il Pd rafforzerà il governo Prodi»

Natalia Lombardo


Oggi Giovanna Melandri presenta il logo della lista «Con Walter: ambiente, innovazione lavoro». Ancora convalescente dalla polmonite, la ministra per lo Sport e le Politiche giovanili spiega qual è lo «spirito» che la muove nel sostenere Veltroni.

Cosa si propone la sua lista?

«Il 14 ottobre non eleggiamo solo la leadership ma l’assemblea costituente, che dovrà anche decidere il profilo, lo statuto, i valori del Pd. C’è però molta confusione: andare a votare il 14 ottobre per accendere i motori di questo partito non vuole dire iscriversi automaticamente».

Ma non è previsto nelle regole delle primarie?

«Si, ma l’interpretazione deve essere più libera, altrimenti si limita la partecipazione, come ha detto anche Enrico Letta. Valorizziamo invece il carattere inedito, in Italia e nelle democrazie occidentali, del processo costituente al quale spero partecipino milioni di cittadini».

Qual è il contributo che vuol dare la lista?

«Nel sostenere la candidatura di Veltroni proviamo ad arricchire l’offerta politica con tre temi: l’ambiente, l’innovazione sociale e culturale, il lavoro. Stiamo mettendo insieme una lista plurale, collettiva, con persone dalle esperienze più varie».

Vuol essere «di sinistra»?

«Si può dire che è una lista dell’innovazione, per rimescolare le culture, ribaltare gli schemi. Dal contenuto innovativo nel discorso del Lingotto abbiamo tirato tre fili: l’ambiente del Sì e del progetto, i temi dell’innovazione culturale e il patto generazionale, il lavoro. Ma abbiamo uno spirito cooperativo, non siamo in competizione con le altre liste. Vogliamo allargare le adesioni a chi non ha una tessera, ai giovani, le generazioni che vivono sulla pelle la rottura della sequenza: formazione, lavoro, pensione. Il governo ha fatto i passi giusti: il Protocollo sul Welfare siglato con le parti sociali, il lavoro di Damiano, sono i primi mattoni del patto generazionale al centro dell’identità progettuale del Pd».

Quali sono i nomi della lista?

«Vari, gli “ecodem”, le persone impegnate sui temi del sapere: Andrea Ranieri, il ministro Nicolais, ricercatori, professori universitari; Achille Passoni e Beniamino Lapadula della Cgil; l’esperienza on line dei mille giovani di Luca Sofri, Marco Simoni e Scalfarotto; le organizzazioni giovanili di Ds e Dl, il gruppo dei Cento passi e tanti altri».

Come Anna Finocchiaro, un nome più legato al partito.

«Sono felice che aderisccano personalità autorevolissime sul piano istituzionale come Anna, decisiva per rafforzare questa prospettiva, o come Tiziano Treu e Damiano. C’è anche la disponibilità di Santagata».

Il cantantautore De Gregori è freddino su Veltroni...

«Ognuno è libero di sostenere chi vuole. È il bello del Pd»

Quante persone hanno aderito alla lista, finora?

«La stiamo costruendo, poi nascerà sul territorio. Per fortuna i 45 hanno stabilito che il processo costituente deve partire dal basso, e di non affidare questi temi solo alla leadership».

C’è troppa competizione? Rosy Bindi è agguerrita...

«Non voglio polemizzare con Rosy, ma ha impostato la sua campagna contro la candidatura di Veltroni, quasi delegittimandola. Mi sarei aspettata un confronto maggiore sui contenuti, ma spero che questo possa ancora avvenire, il tempo c’è».

A proposito di cose «di sinistra», è giusto il pacchetto del governo sulla sicurezza?

«L’illegalità è l’illegalità. La lotta al lavoratore al nero, sfruttato, è anche il contrasto alla microcriminalità, che non può essere delegato alla destra».

A costo di fare cose «di destra»?

«Ma perché di destra? Nego che battersi contro il piccolo scippatore o l’aggressione alla minorenne sia di destra. Dietro al lavavetri c’è il racket, ma il primo lavora per dare l’80 % al racket. Vanno affrontati entrambi».

Non si parla troppo di carcere?

«Col ministro Amato abbiamo studiato pene alternative al carcere. Discutiamone, ma non vedo perché l’educazione alla legalità sia di destra. Certo, per i giovani, più che dei graffitari mi interessa trovare una soluzione seria al problema della casa per quei 4 milioni e mezzo di tra i 25 e i 35 anni che vivono con i genitori. È piombo sulle ali della loro autonomia».

Il governo è dato sempre sull’orlo del baratro. Per lei?

«L’autunno sarà decisivo per la tenuta e il consolidamento dell’Unione, ma sono convinta che il Pd rafforzerà l’azione del governo».

Rafforzerà Prodi? Si parla già di Veltroni premier ombra.

«Prodi è il presidente del Consiglio, Il varo di un partito a vocazione maggioritaria rafforza il governo, quindi anche Prodi».

Sulla Finanziaria verranno al pettine i nodi con la sinistra radicale.

«Le posizioni sono diversificate. Per me il problema non è la manifestazione del 20 ottobre, ma la difesa del protocollo sul Welfare, che in Parlamento non va modificato se non nei dettagli. Il Protocollo è molto di sinistra nelle misure per contrastare la precarietà: i limiti chiari al tempo determinato, gli ammortizzatori sociali, il cumulo delle gestioni previdenziali (chi passa da vari contratti Co.Co.Co non perde un euro), il recupero della laurea, le risorse importanti per le pensioni più basse. Poi sullo staff leasing Damiano non esclude che si possa abrogare, ma il protocollo sul Welfare va difeso».

In Parlamento sarà dura.

«Sulla Finanziaria dobbiamo scegliere, per me è fondamentale è un intervento sulla casa: la riduzione dell’Ici e, soprattutto, le detrazioni fiscali sugli affitti per gli inquilini e per i proprietari. Così sì che si riducono le tasse e non si obbligano i ragazzi a comprare casa».



Pubblicato il: 07.09.07
Modificato il: 07.09.07 alle ore 9.25   
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Titolo: Domenici: «Ma quali sceriffi. Noi siamo la sinistra»
Inserito da: Admin - Settembre 09, 2007, 07:38:21 pm
Domenici: «Ma quali sceriffi. Noi siamo la sinistra»

Osvaldo Sabato


«Non capisco - commenta Leonardo Domenici - perché dovremmo sentirci in difficoltà per aver fatto un provvedimento che, secondo alcuni sondaggi, ottiene tra il 65 e l’80% del consenso della gente». Quel provvedimento è l’ormai famosa ordinanza sui lavavetri, firmata proprio dal sindaco di Firenze. Da giorni non fanno altro che inseguirsi polemiche e parole che sull’altare della sicurezza si sono intrecciate con quello del futuro Partito democratico. A questo proposito, Domenici, dopo aver annunciato che non si candiderà in nessun collegio fiorentino per la costituente nazionale del Pd non chiude la porta all’ipotesi di presentarsi in un’altra città «vedremo» è stata la sua risposta.

«Mi chiede se mi arrabbio se mi chiamano sindaco sceriffo - dice Domenici - È solo una falsità». «L’ordinanza non dice che va in galera chi fa il lavavetri, prevede solo una denuncia per chi non la rispetta. C’è un articolo del codice penale che lo prevede» aggiunge. E la richiesta di più poteri di polizia fatta insieme al suo collega di Bologna, Sergio Cofferati? «Questa polemica dipende dal basso grado di alfabetizzazione di una parte del nostro ceto politico, oltre che da una certa voluta esagerazione giornalistica», insiste il presidente dei sindaci italiani.

Esagerazione, o meno, la discussione sui nuovi poteri dei sindaci non potrà decollare se prima non si conoscerà il pacchetto sulla sicurezza nelle città annunciato da Palazzo Chigi. «Dovremo vedere la nostra posizione anche con quanto emergerà dalle proposte concrete del governo» osserva Domenici. Ma la questione riguarda anche la definizione dei poteri da dare ai sindaci in relazione a nuove «tipologie» o «fattispecie» di comportamenti «illegali o illeciti». «Rispetto ai quali è possibile pensare ad un’introduzione di un rilievo penale - spiega Leonardo Domenici - ma sarei contrario all’obbligatorietà di una pena carceraria».

L’ordinanza sui lavavetri fa sempre discutere. A quanto pare anche Roberto Benigni in un suo spettacolo a Prato l’avrebbe criticata.
«Veramente ieri Benigni mi ha telefonato per dirmi che era molto dispiaciuto per quanto aveva letto su Repubblica. Mi ha detto: io ho fatto solo una battuta sui lavavetri ma la mia intenzione non era assolutamente quella di criticarti, anzi nei prossimi spettacoli coglierò l’occasione per chiarire questo punto. Devo dire che la sua telefonata mi ha fatto molto piacere».

Non le farà piacere però sentire dire che il Pd sulla sicurezza propone una politica di destra?
«Questo dibattito si è gonfiato a dismisura ed ha portato molto spesso a rappresentare le posizioni in modo estremistico, a prescindere dalla conoscenza dei fatti e della situazioni concrete. In questo senso, non perché mi intervista l’Unità, credo che il fondo di oggi (ieri n.d.r.) del direttore Padellaro ci possa aiutare a ricondurre questo confronto su basi razionali e più chiare. Anche se, lo voglio sottolineare con molta chiarezza, dobbiamo chiederci perché è avvenuto tutto questo?».

Qui entra in gioco la politica.
«È del tutto evidente che questo dibattito è stato utilizzato, da qualcuno in buona fede, da qualcun altro in modo molto smaliziato, per mettere in evidenza il solco che su alcuni punti cruciali è tracciato tra una parte del centro sinistra, quella maggioritaria che si ritrova nel Partito democratico e l’ala più radicale della sinistra, che pure è presente nella stessa maggioranza di governo. Questo probabilmente è stato voluto anche da certi ambienti, che definirei politico-editoriali, che hanno interessi a mettere in evidenza queste differenze.

Lei più volte ha chiamato in causa la sinistra radicale.
«Questa componente spera di prendere un po’ di elettorato o di iscritti al Partito democratico, dicendo: ecco il partito ha tradito i valori della solidarietà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale e così via. Naturalmente, io sono per far emergere le differenze, secondo me è giusto, sono però contrario a rappresentarle in modo forzato, grottesco e distorto. Non è vero che affrontando il tema della sicurezza, cercando di dare delle risposte si fa un politica di destra».

Sì, ma per il segretario nazionale del Prc, Franco Giordano, il vostro modello più che al Partito democratico guarderebbe al partito repubblicano americano.
«Stimo Giordano ma non sono d’accordo quando Rifondazione dice: voi prendete questi provvedimenti e parlate di sicurezza ma così aizzate le folle e le spingete ad essere xenofobe e reazionaria, con il risultato di radicalizzarle ancora di più a destra. Io penso che sia vero l’opposto e mi duole che una parte della sinistra faccia un’analisi sbagliata, perché sono convinto che se un cittadino vede che nessuna forza politica, autorità o istituzione dà delle risposte, tende a farsi giustizia da solo. Se dovessi individuare un punto di differenza fra l’analisi del costituendo Pd e l’ala della sinistra radicale, direi che è questa. Ma noi non stiamo facendo affatto un’operazione di destra. Vorrei sottolineare poi l’ennesimo esempio di autolesionismo del centro sinistra italiano...».

Ancora una volta il centro sinistra si fa male da solo?
«Direi di sì, perché si dimentica che una risposta del centro destra sulla sicurezza nei suoi cinque anni di governo non c’è mai stata, non hanno fatto nulla, nonostante le sollecitazioni e gli inviti degli stessi sindaci».

Ma Rifondazione insiste nel dire che da parte di certi sindaci del Pd c’è aggressività contro i deboli.
«La nostra ordinanza sui lavavetri non intende colpire gli ultimi, noi avevamo ricevuto decine di denunce contro i comportamenti aggressivi di queste persone. Qui non siamo di fronte agli ultimi. Siamo di fronte a persone che hanno atteggiamenti che dovevano essere contrastati. La mia domanda è un’altra: non riesco a capire perché dovremmo sentirci in difficoltà se prendiamo un provvedimento che, secondo certi sondaggi, riscuote fra il 65 e l’80% di consenso della gente. Anche questa è una forma di autolesionismo, che sinceramente non capisco».

Pubblicato il: 09.09.07
Modificato il: 09.09.07 alle ore 14.59   
© l'Unità.


Titolo: I siti web dei candidati alla segreteria del Pd... (penosi).
Inserito da: Admin - Settembre 11, 2007, 06:42:00 pm
POLITICA

I siti web dei sei candidati alla segreteria del Pd, la vera anima delle primarie

Dallo stile kennediano a quello serio-arrabbiato, i colori di Letta, la grinta di Rosy

Video e chat, sondaggi e slogan

I siti dei candidati Pd e l'effetto Grillo

La campagna per il 14 ottobre si gioca soprattutto su internet con decine di migliaia di contatti

"Solo così abbiamo potuto costruire dal basso la nostra rete, contattare persone e scambiare idee"

di CLAUDIA FUSANI


ROMA - Non hanno ancora il potere di BeppeGrillo.it ma, anche grazie a lui, hanno capito che questa è la strada: web e clic per intercettare gli umori, capire cosa vogliono i cittadini, mettersi in contatto, sollecitare critiche e cercare consenso. In una parola provare a fare politica e ad arginare la marea montante dell'antipolitica. Specie se il lavoro da fare è tanto, il tempo scarso e i soldi da spendere ancora meno.

Parliamo di primarie. Dei sei candidati segretari. E dei loro siti, vera cabina di regia di questa campagna elettorale nonostante la sopravvivenza di certe pratiche di apparato vecchie e polverose come riunioni e spartizioni di candidature per quote e correnti.

Uno è quasi kennediano, sigla "JGS", colori polvere, slogan ("Osare è di sinistra - Responsabilità e futuro"), la faccia di Jacopo G. Schettini, il candidato con la faccia da ragazzo per bene, capelli pettinati e riga da una parte. Quello di Enrico Letta è, dice lui medesimo, "come un quadro di Van Gogh", con i colori decisi, dove il giallo è giallo e il blu è blu, "colori forti per un nuovo partito". Anche il sito di Rosy Bindi, unica candidata donna, ti entra negli occhi per il colore: arancio, passione, gioia, grinta, biglietto da visita di una che ci sta provando, "Partito democratico, davvero", recita lo slogan, ha il sapore della sfida e del braccio di ferro.

I sei competitors stanno girando l'Italia tra feste dell'Unità e della Margherita, dibattiti e convegni a 36 giorni esatti dal d-day delle primarie (14 ottobre) e, scadenza tecnicamente ancora più delicata, a meno di due settimane dalla consegna delle liste. Una vera impresa, questa delle liste, perché ogni candidato deve "coprire" con propri candidati buona parte dei 475 collegi in cui è suddiviso il territorio nazionale. Ora, se per Veltroni, forse anche per Bindi e Letta, mettere insieme un numero così alto di candidati da Trento a Canicattì può essere più semplice, la cosa non è altrettanto agevole per illustri "quasi" sconosciuti come Mario Adinolfi, Jacopo Gavazzoli Schettini e Piergiorgio Gawronski. E così il web è diventato lo strumento principe per ingaggiare simpatizzanti, organizzare comitati, raccogliere fondi, far circolare idee e programmi. E se una volta - fino a un paio di anni fa - il candidato lo cercavi e lo scrutavi nel comizio in piazza o al caffè e nel dibattito in tivù, ora "il luogo" dove incontrali è - anche, soprattutto - internet. Che d'ora in poi - dopo l'evento V-day organizzato solo sul web e ignorato dai media tradizionali - nessuno potrà più dire che è solo virtuale.

Tutti nati per la campagna delle primarie. Tutti, tranne uno, quello del giornalista, blogger, under 40 Mario Adinolfi (www. marioadinolfi.it) sceso in campo in nome di quei 28 milioni di italiani che hanno meno di quaranta anni e neppure un rappresentante in parlamento. "Un genocidio politico" a cui Adinolfi vorrebbe almeno in parte porre rimedio. "Si può fare" è la parola d'ordine per "la Generazione U come under 40, come U2, come Ulivo, come Europa, come inversione a U"; si può fare, come cantava Angelo Branduardi, "puoi volere, puoi lottare, fermarti o rinunciare". Si può cambiare, o almeno ci si può provare. Da quando è diventata ufficiale la candidatura (18 luglio) il sito ha avuto più di duecentomila clic "al netto - spiegano - dei blog individuali, e quindi dei relativi contatti, che i nostri candidati hanno aperto nei vari collegi".

Difficile battere il blogger nel suo territorio di caccia, difatti il sito è forse il più interattivo, una specie di diario elettorale work in progress, la cronaca di ogni giornata in archivio, veri e propri filmati che raccontano - con ironia e sarcasmo - "la folle avventura di un candidato senza partito". E però il team Adinolfi fa i complimenti a www. scelgorosy.it , parola d'ordine "Partito democratico, davvero", con la faccia di Rosy Bindi che sorride accattivante. C'è la biografia, cliccatissima, l'organizzazione territoriale, l'agenda, il programma, il dibattito giorno per giorno, i contatti, Rosy-chat e Rosy-blog e il forum "Idee per il Pd".. "Per noi è stato ed è uno strumento straordinario e fondamentale per la costruzione dal basso della nostra rete" racconta Chiara Rinaldini, portavoce del ministro-candidato. "Il sito - aggiunge - ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con persone che non avremmo potuto altrimenti conoscere. E' stata un'informazione reciproca, in due sensi, e non solo passiva". Tramite il sito, ad esempio, è in corso il sondaggio per scegliere il nome da dare alla lista, per ora guida il gradimento "Con Rosy Bindi, democratici davvero" ma per un po' è stato in testa "No Rosy Bindi, no democratic party". E a metà settembre, il 15, ci saranno on line le primarie delle primarie, cioè la scelta di chi guiderà le liste nei vari collegi. Uno dei cavalli di battaglia del sito sono stati i documenti con la composizione nel dettaglio, di circoscrizioni, collegi e seggi, una bussola fondamentale per preparare le liste.

Anche Enrico Letta si è candidato sul web. Era il 24 luglio e su www.enricoletta.it il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ruppe gli indugi - parecchie alleanze e qualche amicizia - per dire mi candido. Se all'epoca fu criticato - messaggio fisso, troppo televisivo, poco internauta - in un mese e mezzo il sito è diventato scoppiettante, mosso, vivace, pieno di roba, col video-viaggio della campagna elettorale, il borsino delle idee, l'agenda, la bacheca, il festival di Piacenza - la due giorni che Letta dedica al programma - 45 mila contatti in un mese, critiche ("attenzione - scrive Nicola Santini - state facendo una fusione a freddo") e approvazioni ("buona l'idea di non rendere obbligatoria l'adesione al Pd e il versamento dei 5 euro il giorno delle primarie" fa sapere Antonio Tramacere).

Un po' più "serio", quasi arrabbiato, il contatto con il candidato Piergiorgio Gawronski (www. gawronski. it). L'approccio è diretto: primo piano del viso in campo azzurro, maniche di camicia e libreria, sullo sfondo il volteggio fiero di un'aquila, il candidato attacca: "L'Italia è soffocata da una classe politica che ha smarrito senza civico, etica e missione. Caro amico/a, forse ci siamo già incontrati, abbiamo chiesto insieme il rispetto della legalità, la fine degli abusi legalizzati dei politici, del mobbing contro le persone migliori...". Messaggio impegnativo, la vera politica al servizio dei cittadini contro l'antipolitica al potere, di sicuro effetto, qualche migliaio di clic.

Più dolce l'approccio di Jacopo Gavazzoli Schettini (www. jacopo-g-schettini. eu) che si presenta come l'economista etico, 42 anni, fiorentino di nascita, europeo di adozione, repubblicano di formazione politica, appassionato di tennis ("rovescio bimane, impugnatura del diritto western") e dice chi lo manda: "All'inizio rispondevo, scherzando, la maga maghella e il priorato di Sion. La verità è che c'è una generazione che ha pagato un prezzo sociale molto alto per come è stata guidata ed indebitata la Repubblica in questi ultimi trenta anni e che chiede di cambiare pagina".

Infine www. lanuovastagione. it, la corazzata web del ticket Veltroni-Franceschini. Il più cliccato, il più ricco, il più postato, tutto il partito democratico - anima, idee, persone, filmati - in una pagina web e rlativi link dai colori azzurro-verde e il sorriso di Walter che guarda lontano. Da qui, in questo mese, sono passate idee, appelli, convocazioni, adesioni, donazioni. E' passato e passerà il cuore dibattito politico. Il sindaco-candidato posta in continuazione. L'ultimo messaggio dice: "Mi vedrete poco in televisione, non voglio partecipare al tritacarne, chiunque fa questo lavoro e lo ha fatto costruendosi il consenso pezzo per pezzo, sa che questo non nasce in televisione. Noi dobbiamo smetterla di parlare con un linguaggio politichese, con la lingua di Porta a Porta...". Meglio internet, le community e i social network. Poi c'è sempre l'antico dibattito in qualche intramontabile festa di partito.

(11 settembre 2007)
da repubblica.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ... Caro Furio, candidati con Veltroni
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2007, 06:57:27 pm
Caro Furio, candidati con Veltroni

Massimo Brutti


Caro Furio,

Si avvicinano le elezioni del 14 ottobre per l'Assemblea Costituente del Partito democratico. In molti stiamo lavorando affinché la partecipazione al voto sia la più ampia possibile, tale da superare i confini dei due partiti promotori. L'obiettivo, se vogliamo che il Pd nasca forte, è quello di esprimere e di unire le diverse opinioni e correnti politiche riformiste: dalla sinistra ai cattolici democratici, alle tendenze liberaldemocratiche più avanzate, a settori significativi del movimento ambientalista. Un'opera non facile: per realizzarla dobbiamo avere il coraggio del pluralismo e il 14 ottobre dev'essere l'occasione per un confronto serio tra idee e proposte politicamente riconoscibili.

Un mese fa, hai deciso di ritirare la candidatura che avevi presentato per la elezione a segretario del nuovo partito. Credo che abbiano pesato in questa scelta le numerose difficoltà pratiche derivanti dal fatto di non avere alle spalle un'organizzazione in grado di sorreggerti. Eppure, non sono pochi gli elettori e i potenziali aderenti al Pd che si riconoscono nelle posizioni da te espresse in questi anni, sia con la direzione dell'Unità sia con i tuoi scritti e più recentemente nel lavoro parlamentare al Senato, entro il gruppo dell'Ulivo. Hai dato voce ad una battaglia intransigente, che molti hanno condiviso, contro i lati oscuri della politica italiana e contro il sistema di potere berlusconiano, sostenendo - se posso dire così - un'idea nobile e radicalmente democratica di democratizzazione del paese. Da qui nasce il tuo impegno per la legalità, calpestata dalla destra, e in difesa dei principi della Costituzione.

Ebbene, le ragioni che hanno guidato il tuo lavoro, quel «no» a Berlusconi che è anche «no» all'egoismo sociale e all'arroganza del potere, non possono restare fuori dalla costituzione del Partito democratico né ai margini di esso. Di conseguenza, tu non puoi restare in una posizione defilata. Ti tocca invece il compito di agire politicamente in prima persona, per promuovere le idee in cui credi e per rappresentare tutti coloro che hanno fiducia in te.

Dunque, la proposta che ti faccio è semplice. Ti chiedo di candidarti alle elezioni dell'Assemblea Costituente del Pd in una delle liste «A sinistra per Veltroni». Le stiamo creando in tutta Italia ed io sono convinto che tu - mantenendo com'è ovvio una piena autonomia - possa convergere con le linee-guida che ci ispirano. Sono le linee di una sinistra riformista, capace di superare l'usura delle vecchie forme politiche, di affermare il primato del lavoro, l'uguaglianza delle opportunità, la laicità delle leggi e dello Stato. Una sinistra che considera il legame organico con il socialismo europeo come un elemento di forza e come il punto di partenza necessario per rinnovare ed allargare il campo socialista.

Questi punti di programma sono tutti legati ad un obiettivo più generale, che riassumerei così: i riformisti devono lavorare per costruire un'Italia civile. Come ricorderai, le due parole «Italia civile» echeggiano il titolo di un vecchio libro di Norberto Bobbio: una paziente e puntuale rievocazione di figure e tendenze della cultura nazionale che si sono orientate verso il pensiero democratco, verso gli ideali dell'illuminismo, nonostante e contro le spinte regressive così forti nelle classi dirigenti italiane. Se penso ad una tradizione ideale che dev'essere nostra, mi vengono in mente proprio gli scritti di Bobbio, la cultura laica che egli ha fatto crescere e l'intreccio di valori da cui muoveva: sobrietà della politica, amore per la libertà, serietà nello studio e nel lavoro, impegno per i diritti e per la giustizia sociale. Quest'ultima idea-guida spesso nelle pagine di Bobbio veniva ricondotta alla categoria dei diritti sociali e alla domanda storica e politica di tutela e di potere che nasce dal mondo del lavoro. Oggi in particolare essa viene dall'ampia schiera dei lavoratori precari, i cui diritti sono troppo deboli ed ai quali vanno grantiti più ammortizzatori sociali, più sicurezza.

C'è in realtà una logica profonda dei diritti, che è la logica della dignità delle persone. Da non violare, altrimenti non c'è diritto ma arbitrio. Come avviene nella formula autoritaria della «tolleranza zero», per cui si vuol combattere il crimine non con regole uguali per tutti, non con processi celeri ed equi, con forze dell'ordine leali ed efficienti, al servizio delle leggi, ma con provvedimenti repressivi d'eccezione, volti contro i gruppi sociali marginali e affidati alla dicrezionalità delle autorità di polizia. Su tutto ciò l'accordo fra noi è pressoché scontato e si tratta di una condizione essenziale per lavorare insieme.

Resta una domanda: saremo in grado di ripartire da questi principi, di adeguarli al presente, di farli diventare esperienza concreta, utile al paese? Dobbiamo mettere, caro Furio, nell'opera che ci aspetta tutte le energie di cui siamo capaci. Vorrei che lo facessimo insieme, con il tuo attivo e prezioso contributo.

Pubblicato il: 12.09.07
Modificato il: 12.09.07 alle ore 13.05   
© l'Unità.


Titolo: Walter e il rebus del Professore
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2007, 10:48:34 am
13/9/2007 (7:51) - UN MESE ALLE PRIMARIE

Walter e il rebus del Professore
 
I big ds alleati fedeli, salutari i duelli con Bindi e Letta.

Resta il nodo della futura diarchia con il premier

LUCIA ANNUNZIATA


ROMA
Strappi ce ne sono stati: quello con Prodi ad esempio, e fa male. Preoccupazioni rimangono: ad esempio, «quel Beppe Grillo lì non è per nulla da sottovalutare». I colpi sotto la cintola dei concorrenti saranno ricordati. Ma almeno due preoccupazioni sono state dissolte dall'avanzare delle cose: la discesa in campo di altri candidati, a vederla oggi, è stata una operazione positiva; e, viceversa, non si sono materializzati coloro che avrebbero potuto essere i veri avversari, gli amici-nemici, i D'Alema, i Fassino, i Bersani, la cui lealtà invece ha tenuto.

A un mese esatto dalla aperture delle urne per la elezione del segretario del Partito Democratico, è tempo di un primo bilancio nell'area che tifa per il candidato Walter Veltroni. Ieri infatti, anche formalmente, le primarie hanno fatto il primo giro di boa: la presentazione delle liste dei segretari regionali ha chiuso la fase caotica della preparazione ed ha consolidato in una competizione aperta ma chiara quel fluidissimo magma di discussioni, dispetti, e tensioni, che hanno segnato il primo tempo delle primarie. In questo secondo tempo di gioco si tratterà di organizzarle in un universo politico coerente.

Da qui il bilancio che si azzarda (o, si osa?) in queste ore fra i vari gruppi dirigenti di liste e forze che si riconoscono intorno alla candidatura del sindaco di Roma. Sia chiaro, avvertono prima di ogni colloquio questi uomini e donne, con un po' di autodeprecazione (puro stile Veltroni) e tanta attenzione a proteggere il Candidato, «queste sono solo opinioni di gente come noi, gente operativa». Ma di gente operativa, come si sa, è lastricato il mondo della politica. Per cui, interessante è intanto che il bilancio ruoti intorno a un numero: un sondaggio sulle prossime elezioni primarie in Toscana - sondaggio «da prendere in maniera del tutto orientativa» premettono, vista la difficoltà di rilevare una elezione così peculiare - dà Veltroni al 77 per cento, Bindi all'11 e Letta al 7; ma soprattutto il sondaggio dice - ed è questo il numero magico - che in Toscana pensano di andare a votare 400 mila persone. Il che significa che, pur considerando la Toscana anomala per volontà di partecipazione, e riducendo a meno della metà questo numero per ognuna delle altre regioni italiane, almeno un paio di milioni di persone dovrebbero presentarsi alle urne delle primarie del Pd.

Duemilioni, dunque. Una cifra che è insieme inferiore a quella che ha votato Prodi, «ma quella affluenza ognuno sa che è irripetibile», e il magro milioncino che la zona di contestazione della candidatura Veltroni vedrebbe come la propria vera vittoria, una affermazione sminuita del sindaco romano. La tranquillità di raggiungere questa cifra è dunque sicuramente il primo risultato messo nella fila dei più.

L'altro è, come si anticipava, la chiusura delle liste per i segretari regionali - l'evento viene nei fatti salutato con un vero e proprio sospiro di sollievo nell'area pro-Veltroni, e non tanto per i nomi in sé, «che però sono tutti di tutto rispetto, e per il resto competition is competition», quanto proprio per la fine dello stato di fibrillazione, «e, francamente, di vero e proprio scontro», che ha preceduto e accompagnato la decisione. Non è sfuggito a nessuno nel vasto campo della politica che la decisione di eleggere insieme nelle stesse primarie segretari regionali e segretario nazionale «è stata una bella mina lanciataci tra i piedi». Non fosse altro perché ha tolto al segretario nazionale uno dei suoi diritti e dei suoi piu efficaci strumenti di lavoro, cioè scegliere i propri segretari regionali. «E' successo quello che avevamo previsto - dice con filosofia un ammiratore del Sindaco -: la competizione ha fatto esplodere nelle regioni tutti gli interessi e tutte le tensioni, nel segno in gran parte di interessi locali, prima ancora che dentro un progetto nazionale».

Le Primarie Atto Primo hanno trovato infatti il loro terreno più insidioso proprio sul territorio, luogo insidioso da gestire e pericoloso da penetrare. «Il caso più difficile perché rischiava di diventare il tormentone che spuntava in ogni intervista e in ogni editoriale è stato certamente quello di De Mita», e il suo disinnesco «è stato il primo segnale che tutto si stava riportando a casa». Come abbia fatto il non-tanto-giovane Walter a convincere il definitivamente non giovane De Mita pare sia un segreto di Stato, su cui si sorvola con un gesto della mano e un sorriso di apprezzamento: «Quello lì però (De Mita, si intende) è forte».

La lista dei segretari presentata ieri va dunque guardata come la mappa di un nuovo accordo nazionale, «in cui per altro, alla fine, le proporzioni fra partiti e varie anime non è distante dalla realtà, (più o meno, 10 ai Ds, 7 ai Dl, ndr) e con varie candidature civili, come quella di Emiliano, che sono reali». Il segno positivo di questa prima fase, tuttavia, non nasconde la colonna dei costi. E per un «Massimo e Piero e Pierluigi sono stati bravissimi», ci sono anche discorsi senza peli sulla lingua. Ad esempio, nei confronti di Romano Prodi. Il candidato Veltroni è sereno come sempre, ma gli uomini che tifano per lui sono ancora molto innervositi: «La candidatura di Rosy Bindi ha avuto toni che sul piano personale non avevano nessuna ragione, è stata impostata una gara che va al di là della competizione delle idee, come ci si deve aspettare nelle primarie.

Diversa è stata la storia con Letta, che soprattutto ha partecipato per esserci e per cogliere una occasione per crescere». Il nervosismo non ha a che fare con la interpretazione delle primarie, si tiene a dire: «A guardarci oggi indietro, va detto che è stato giusto che ci fossero altri candidati. La candidature unica sarebbe stata debole». E' maturato invece un problema politico: «Questo tipo di campagna elettorale di Rosy Bindi è stata organizzata, ispirata e sostenuta da Romano Prodi». Anche nei rapporti con Rutelli l'area veltroniana giudica che non tutto ha girato proprio bene: «Ma quello è un problema dentro i popolari che ha a che fare con la scelta di Franceschini, e che è arrivato sul candidato come conseguenza». La competizione dentro i popolari ha anche alimentato l'attivismo di quello che negli ambienti veltroniani è stato percepito quasi come un vero e proprio altro candidato, sia pure ombra, il ministro Fioroni. «Si è mosso in maniera incredibile: punta al posto di Marini ovviamente», si spettegola un po'.

Ma se, appunto, certi incroci bruschi ci stanno tutti, in politica, «e sono persino salutari», l'unico elemento che invece non è facilmente assorbibile fra i capi delle liste pro-Veltroni, è proprio la tensione con Romano Prodi. Aggirarla? Assorbirla? Rassicurarla? Confrontarcisi ? Ogni approccio è stato ed è perseguito. Certo, rispetto ai primi passi delle primarie, fra Palazzo Chigi e il Campidoglio si è tornati a una notevole misura di serenità. Ma il «state attenti a non fare gaffe o a dare impressioni sbagliate al Premier», rimane la prima delle quotidiane direttive nella pur enorme lista di cautele con cui il Candidato Numero Uno si muove. Una cautela che lo ha spesso salvato nella vita da molti passi falsi. Ma qui non si tratta di rapporti personali: la convivenza diarchica fra Palazzo Chigi e il Partito Democratico è un fenomeno già allo studio dei costituzionalisti di area ulivista. Per ora, a un mese dalla aperture delle urne - e questa è l'opinione strettamente di chi scrive - rimane forse l'unica questione non dipanata sulla elezione, già in dirittura di arrivo, del segretario del Partito Democratico.

da lastampa.it


Titolo: Furio Colombo risponde a Massimo Brutti "A Veltroni dico Sì"
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2007, 06:47:34 pm
A Veltroni dico Sì

Furio Colombo risponde a Massimo Brutti che ieri su l’Unità lo aveva invitato a candidarsi nella lista «Sinistra per Veltroni»

Caro Massimo,

ho letto con attenzione la tua lettera in cui mi chiedi di partecipare alla nascita del Partito democratico. Me lo chiedi in un momento in cui la divaricazione fra i cittadini e la politica (in tutti i suoi aspetti, i peggiori e anche i più nobili) appare paurosamente grande. Una parte della politica, con il suo carico di pregiudicati e di privilegi appare indesiderabile. E un’altra parte della politica appare dimessa e passiva, in preda a una strana apatia che induce a inspiegabili fasi di silenzio, mentre scosse violente spingono avanti gruppi di interessi particolari.

Per questo alla tua lettera rispondo sì. Per questo sì ci sono ragioni che desidero condividere con te, con i lettori di questo giornale, con chi sta pensando alla strana e insolita realtà di un partito che nasce da molto ma anche dal niente, o meglio da qualcosa che finora non c’era. Comincerò dalla mia prima esperienza con il Partito democratico. Ho provato un senso di estraneità quando i 45 saggi si sono riuniti, poco e in fretta e con piglio da vecchi partiti hanno dettato in pochi giorni una montagna di regole, alcune delle quali sono apparse subito inutili e astruse mentre altre davano una sensazione non amichevole di esclusione per i non addetti ai lavori, cioè per i non interni ai partiti. Ho trovato strana la decisione presa dalla segreteria tecnica al momento delle candidature, per quanto riguarda me.

Ricorderai che le 2050 firme raccolte in poche ore con l’impegno spontaneo di lettori di questo giornale e di cittadini che di loro iniziativa hanno voluto darmi una mano mentre io non potevo muovermi dal Senato, mi erano state mandate in gran parte via fax, mentre gli originali autenticati (una procedura ottocentesca che ha saltato le leggi uliviste di Bassanini) viaggiavano per posta. Ricorderai che mi sono stati chiesti «gli originali» di ogni firma «entro 48 ore». In quelle 48 ore pendeva in Senato uno dei più delicati e importanti voti di fiducia che impediva qualsiasi distrazione. Durante l’estate ho continuato a ricevere i fascicoli originali di quelle firme ormai inutili. Ma avevo già ritirato la candidatura per la sovrapposizione fra il puntiglio burocratico dei tecnici e il voto in Senato.

Perché lo racconto? Quanto al passato per ricordare che sono stato il primo a candidarmi, quando nessun nome era ancora comparso accanto a quello di Veltroni, e io temevo, anche a causa della mia esperienza americana, che queste nostre elezioni primarie restassero senza competizione e confronto (poi sono arrivati Rosy Bindi ed Enrico Letta, Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronsky). Quanto al futuro ci tengo a dire che mi batterò per un partito che sia nuovo e moderno a cominciare dalla caduta delle burocrazie. Mi impegnerò perché le cose accadute e vere siano più importanti delle regole stampate in piccolo, tipo contratti di assicurazione. E perché prevalga sempre quel senso comune di cui parlano persino i codici. E il buonsenso. Dirai che è poco. Ti risponderei che non è così poco, se pensi che le presenze scomode di Pannella e di Di Pietro avrebbero sollevato ondate di scontri, incontri e fatti nuovi in un partito nascente.

In questo partito i punti di riferimento fra cui il segretario dovrà muoversi e mediare non sono - per fortuna - tanto vicini. Per esempio, non sono vicini la sinistra in cui mi hai chiesto di candidarmi nella tua lista «Sinistra per Veltroni», e il nuovo culto di un riformismo di maniera che crede davvero che assomigliare agli avversari porti più voti (ottima la risposta di Fini: tra la copia e l’originale gli elettori di destra preferiranno la vera destra). Ecco dunque un altro motivo per cui mi candido (e qui entriamo, come avrebbero detto Luciano Berio e Italo Calvino, ne La vera storia): non tanto, non solo per portare la stessa presenza e la stessa impronta che hanno segnato il mio passaggio a l’Unità (ma anche il lavoro che Padellaro così tenacemente continua) e che a volte veniva definita «sinistra estrema» per non vedere il lato appassionato della opposizione a Berlusconi, alle leggi ad personam, alle leggi vergogna, alla vasta illegalità di coloro che hanno licenziato Enzo Biagi a causa di una sola parola detta da Berlusconi («criminoso») e adesso vogliono proclamare lo sciopero del canone perché è stato nominato consigliere Rai un uomo carico di esperienza e di prestigio come Fabiani.

Confermo dunque che ciò che mi sta a cuore è allargare lo spazio di presenze, lo spazio di discussione, lo spazio di idee, per dare tante porte e finestre al partito che nasce, in modo che il clima sia poco propizio all’insediarsi di luoghi comuni e di finti dogmi.

Sto parlando del materiale di gesso con cui si elevano in tutta fretta monumenti a un riformismo adattato e di maniera, un riformismo tutto piegato alle tabelle e ai rapporti degli uffici studi delle grandi multinazionali (le conosco perché ci sono stato, so che lavorano bene, ma dal loro punto di vista e di interessi che, comprensibilmente, hanno a cuore più degli interessi del mondo) molto distratte quanto a giustizia sociale e a diritti civili.

Vorrei allargare quello spazio subito, nel corso di questa campagna elettorale, sia con confronti e dibattiti con tutti i partecipanti alle primarie, rompendo l’embargo televisivo per i «nuovi entrati» Adinolfi e Gawronsky. Sia con incontri dedicati ai temi che uniscono alcuni e dividono altri, fra coloro che si interessano (e molti si appassionano) al destino del nuovo partito democratico. Ho alcuni temi da proporre a coloro con cui lavorerò in queste settimane, nella speranza di portare al voto il numero più alto possibile di cittadini.

Propongo che si dedichino alcune occasioni di incontro al problema del rapporto con gli immigrati, e con il loro lavoro improvvisato. Vorrei ricordare che quello che fa un lavavetri senza licenza e senza permesso è molto simile a ciò che facevano arrotini e lustrascarpe italiani della prima immigrazione in America.

Propongo che ci si incontri per discutere dell’impegno che il nuovo partito intende avere sulla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata; sul rapporto con il lavoro come riferimento fondamentale di uno schieramento di sinistra; sulle garanzie per l’indipendenza dei giudici e la difesa dei giornalisti (in un Paese e con un governo, per fortuna passato, in cui giudici e giornalisti venivano spiati da servizi dello Stato); sulle alleanze immaginate o immaginabili per l’identità di questo partito, in modo da non abbandonare il tema a dichiarazioni sporadiche e a volte contraddittorie; sulla politica estera per condividere con chi vorrà votarci ciò che pensiamo del nostro futuro, ciò che ci aspettiamo per il nostro Paese. Naturalmente l’Europa e lo sforzo italiano per rimetterla in moto sarà sempre un riferimento. Come lo sarà, anche per discutere, capire, spiegare, il lavoro del governo dell’Ulivo e della sua maggioranza. Quanto al Senato, in cui tutti e due lavoriamo, e che è a rischio quotidiano, propongo di discutere una domanda: la nostra maggioranza è più fragile e in pericolo sulla sinistra o non piuttosto in qualche incrinatura poco notata sulla destra dell’Unione?

Ma mi accorgo che finora ho parlato delle ragioni per dire sì alla tua lettera e di alcune proposte per partecipare. Ma c’è, naturalmente, la ragione più importante, ed è Veltroni. Merita fiducia morale, intellettuale, politica. Merita apprezzamento per il modo chiaro con cui ha nettamente separato il campo dell’azione di governo d quello della guida di partito. Merita discussione perché il dibattito con lui è sempre intorno a temi importanti e cruciali rispetto a cui non si sottrae e non si nasconde. Merita sostegno perché è in grado di contribuire a pieno titolo al cambio di stagione di cui i cittadini italiani hanno diritto.

Fare il nuovo che non c’è ancora, che non è mai venuto dopo la cosiddetta transizione, è la scommessa. La cattiva qualità della politica, la voracità dei più forti che vogliono profittare del vuoto, la spinta all’imitazione della destra (che pure ha fallito in tutto) come bizzarra garanzia per non ripetere gli errori della sinistra. Sono tante palle al piede. Per questo, per dare una mano, è meglio esserci. Perciò grazie di un invito che accetto.

Pubblicato il: 13.09.07
Modificato il: 13.09.07 alle ore 9.33   
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Titolo: Il Partito democratico? Senza le donne, è ancora la «casta»
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2007, 10:18:21 pm
Il Partito democratico? Senza le donne, è ancora la «casta»

Franca Bimbi


L’appartenenza ad una casta dipende dalla nascita ed essa si riproduce per meccanismi di distinzione e di segregazione noti, legittimati ed interiorizzati anche da chi si trova collocato all’ultimo gradino. Per questo, come mostra l’esperienza indiana, la democrazia pretende l’abolizione formale delle caste, mentre è molto più difficile superare i processi culturali che continuano a riprodurle di fatto. Stella e Grillo mettono in luce gli aspetti castali della politica italiana, con denunce a volte molto pertinenti a volte meno: eppure anche a loro sfugge come la discriminazione di genere sia un aspetto non secondario, effettivo ed efficace, della riproduzione castale, sia negli esempi tradizionali che nelle democrazie, dove formalmente nessuna delle due è accettabile. Le donne nella politica italiana: ancor oggi una sottocasta? Non è solo una questione di numeri ma anche di processi di rappresentanza di fatto non aperti a tutte e tutti i cittadini, di programmi declamati di cui non vengono misurati i risultati e gli effetti. Il tema meriterebbe un approfondimento speciale anche da parte del nascente partito democratico, a partire da due domande di fondo: come nasce il Pd e come potrà crescere.

Come sta nascendo il Pd? Un partito che si presenta come simbolo di innovazione riformatrice nel nuovo secolo dovrebbe superare quasi di un balzo la foto univoca al maschile che sino ad ora, più o meno, ha contraddistinto i suoi fondatori.

Si può sperare che... due rondini facciano primavera? Sarà possibile che dalla definizione di norme che prevedono il cinquanta per cento delle donne nell’assemblea nazionale e nelle cariche, nonché dalla candidatura di una donna alla segreteria nazionale, discendano sia un puntuale rispetto delle regole che un moltiplicarsi delle «buone pratiche» volontarie, di apertura alle donne, da parte delle dirigenze dei partiti, dei comitati e delle associazioni della società civile impegnati nel processo di costruzione del nuovo soggetto politico? Una pressione femminile in tale direzione esiste, forse accolta con troppa timidezza dalle donne che hanno già superato il «soffitto di cristallo» della politica: perciò la proposta del Pd ha senso se le molte voci di donna saranno presenti sin dall’inizio, considerate sempre necessarie ed altrettanto autorevoli di quelle maschili.

Ognuna di noi, per rompere i meccanismi sottocastali che ci imbriagliano, deve sentirsi un simbolo a disposizione di molte altre, impegnandosi a valorizzare i propri talenti, costruendo reti di donne che si impegnino a loro volta a competere per quello che valgono: con un patto che travalichi le rigidità degli apparati, favorendo leadership autorevoli a tutti i livelli.

Solo così avremo il primo risultato importante: molte donne non iscritte ai partiti fondatori andranno a votare il 14 ottobre. Inoltre accontentarsi del cinquanta per cento nell’assemblea nazionale, e di una candidata-simbolo alla segreteria, senza porre la questione di una forte e «meritevole» rappresentanza femminile a livello di tutte cariche del Partito, nazionali, regionali e provinciali, significa rinunciare ad una reale competizione.

Anche la quantità contribuisce a fare la qualità. Su quali contenuti potrà crescere il Pd? Ognuno lo immagina da un differente angolo di visuale. Il mio si basa su due promesse: un partito nuovo e un partito di donne e di uomini. Propongo, ovviamente, che la «novità» venga misurata sul secondo parametro. Ce ne sono sicuramente altri: tuttavia mi pare che molti indicatori e molte consolidate riflessioni convengano nel segnalare come trasformazioni sociali tra le più rilevanti degli ultimi cento anni l’accesso delle donne alla sfera pubblica, la crescita della presenza delle donne nel lavoro e in tutte le professioni, l’allargamento della cittadinanza femminile in tutte le dimensioni: diritti sociali, civili, politici. Inoltre, la cultura occidentale considera questi cambiamenti come segno distintivo del suo contributo ad un processo universale di inclusione della voce di ogni persona e di ogni gruppo sociale nella sfera pubblica.

Dunque, il tema della cittadinanza femminile e del governo anche femminile della politica non può essere considerato un accessorio per la crescita del Pd come soggetto politico all’altezza dei nodi della società del terzo millennio.

Questa prospettiva complessiva è sfuggita, al di là di qualche cenno, sia al Programma dell’Unione che al Manifesto per il Pd: dunque è uno dei terreni dove oggi un partito nuovo potrebbe costruire una egemonia riformatrice ed anti-castale per tutto il centrosinistra. Per questo mi parrebbe necessario lanciare un Tavolo programmatico delle donne, sul modello dell’iniziativa trasversale www.ledemocratiche.it. Sono e resto convinta dalle linee generali sin qui proposte da Walter Veltroni ed in particolare dai documenti confluiti nella lista numero 2.

Tuttavia mancano ancora indicazioni per un Manifesto del Pd che parli alle donne e che potrebbe nascere, appunto, da un «Tavolo delle donne per il Pd», a cui attingerebbero tutti i candidati alla segretaria nazionale. Saremmo invogliate a partecipare in moltissime, da qui sino al 14 ottobre ed anche oltre, ad un processo fondativo di democrazia-a-due, impegnato a superare i meccanismi castali e subcastali: dunque attento a promuovere i talenti femminili anche dei migranti, degli appartenenti a religioni minoritarie, delle persone GLBT.

Il Tavolo delle donne per il Pd avrebbe il compito di rileggere l’Italia al femminile (Programma dell’Unione e Manifesto per la Costituente compresi), per un partito capace di rappresentare realmente la maggioranza dei cittadini (sinché si escludono le donne, ogni partito è voce di una minoranza!) e di includere tutte le minoranze (per ora simbolicamente presenti più al maschile che al femminile). Dovrebbe produrre un «pacchetto» programmatico, che ibridi definitivamente la prospettiva Pd interpretando il «cuore» delle culture delle donne. Al centro di quest’agenda di lavoro, dal presente al futuro prossimo, porrei la riapertura di una riflessione sulla pari dignità di tutte le fedi, religiose e non religiose, in una società multiculturale che voglia ripensare criticamente il rapporto tra istituzioni religiose e democrazia anche attraverso l’ascolto della parola femminile.

Un canovaccio del percorso dovrebbe essere aperto oggi, per continuare dopo il 14 ottobre, quando inizierà davvero la costruzione del nuovo soggetto. Deve rappresentare le molteplici competenze e le reti plurali delle donne presenti in tutto il Paese. Le donne in politica sono pronte a questa sfida, rompendo le gabbie delle loro sottocaste? In un partito che vuol essere di donne e di uomini, quanti uomini «coraggiosi» accetteranno un processo verso la partecipazione paritaria per una democrazia governante, a due?

Posso prevedere le reazioni a queste riflessioni. Il problema è anche delle donne, un Tavolo nazionale dobbiamo lanciarlo noi. Tuttavia soprattutto chi ha egemonia nella parola e nelle decisioni, potere sulle risorse e sulle regole, deve anche decidere che tipo di democrazia vuole, a costo di limitare le proprie prerogative. Altrimenti la «casta» continuerà a perpeturarsi, permettendo ogni tanto l’emersione faticosa di qualche donna eccellente.

Pubblicato il: 13.09.07
Modificato il: 13.09.07 alle ore 9.25   
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Titolo: ANNA FINOCCHIARO... Antipolitica, rispondiamo con un partito vero»
Inserito da: Admin - Settembre 15, 2007, 10:48:34 pm
Anna Finocchiaro: «Antipolitica, rispondiamo con un partito vero»

Ninni Andriolo


Il Pd costituisce «la risposta più efficace all’antipolitica». Anna Finocchiaro parla delle primarie - «Si sta discutendo poco di forma-partito» - ma anche dell’ennesimo dietro-front di Berlusconi sulle riforme. La presidente dei senatori dell’Ulivo avanza anche una proposta sulla legge elettorale: «Perché non tornare al Mattarellum?»

Presidente, 49 candidature per le segreterie regionali Pd, 3 donne in lizza. Le promesse erano diverse, ricorda?

«È la conferma che la politica, così com’è stata concepita finora, non è stata capace di cogliere le potenzialità femminili. Un limite macroscopico che il Partito democratico dovrà superare subito».

Veltroni promette il 50% di dirigenti donne. Intanto l’obiettivo per i vertici delle regioni non è stato centrato. Ogni volta si rimanda la soluzione del problema all’appuntamento politico successivo, non crede?

«Il Partito democratico nasce per rinnovare. O farà questo o semplicemente non sarà. La determinazione a dare rappresentanza politica e istituzionale alle donne è una delle ragioni fondative del Pd. Il nuovo partito dovrà raccogliere la richiesta di rinnovamento che sale dal Paese e questo non si potrà fare senza il contributo determinante dei giovani e delle donne».

Non crede stia rimanendo in ombra il tema della forma partito, della democrazia interna, del modo come dovrà organizzarsi il Pd? Non ritiene che le polemiche sul “partito del leader” nascano anche da questo deficit di dibattito?

«È vero che c’è un ritardo nel dibattito e nell’elaborazione anche di tesi tra loro contrapposte. Una cosa però già la sappiamo. L’ha ripetuta Veltroni a Piazza Farnese e io voglio ribadirla: nessuno di noi vuole il partito del leader. Abbiamo preso alcuni impegni. Abbiamo detto che la vita interna del Pd, e il suo esordio con le primarie, sarebbero stati segnati da forme anche inedite di consultazione democratica. Noi vogliamo fare un partito nuovo. Ma, sia chiaro, vogliamo fare un partito. Vale la pena ripeterlo in un momento in cui i partiti vengono considerati quasi come il cancro della democrazia. Sono convinta che di fronte alla crisi della politica la risposta sia la politica. E sia quella di un partito di massa, nazionale, radicato nel territorio, profondamente democratico, capace di dare casa a culture diverse e di ospitare dentro le sue stanze ragazze e ragazze».

Secondo Ilvo Diamanti il “popolo di Grillo” è composto, in maggioranza, da elettori dell’Unione e del Pd. Giusto liquidarlo con le spallucce dell’antipolitica?

«Dentro quel popolo c’è un po’ di tutto. C’è l’antipolitica. C’è chi emette giudizi, spiegandoci che dal ‘43 a oggi non è cambiato nulla. Ma c’è anche chi chiede con forza un rinnovamento profondo. Ecco, noi, con il Pd, diamo una risposta a tutto questo. E non è una rispostina da niente, visto che abbiamo sciolto partiti, a cominciare dal mio, che contavano su centinaia di migliaia di iscritti e che sono stati protagonisti della nascita della democrazia italiana».

Presidente, la piazza di Grillo non sarà l’unica a riempirsi di qui ad ottobre. Berlusconi promette una grande manifestazione per il 13 e la sinistra dell’Unione ne mette in calendario una per il 20. Il governo reggerà agli urti contrapposti di opposizione e maggioranza?

«Farei una distinzione tra la piazza di Grillo e quella di Berlusconi. Quest’ultimo fa il suo mestiere d’oppositore. Illudendosi, però, di poter dare al governo una spallata che non ci sarà...».

A proposito, ha sentito che il Cavaliere ha detto “no” al dialogo sulle riforme?

«Berlusconi è in chiara difficoltà. Io sono impegnata al Senato che, per via dei numeri risicati che registriamo, è la postazione più favorevole per spallate che, invece, sono fallite puntualmente. Certo, non si possono escludere futuri incidenti, ma la coalizione fino adesso ha tenuto bene, malgrado i passaggi difficili che ha dovuto attraversare».

La riforma elettorale si farà o no in questa legislatura?

«La storia di questa riforma è un continuo ripetersi di stop and go. C’è sul tappeto l’ottimo lavoro svolto dal ministro Chiti, ma se non si dovesse trovare un’intesa su quello mi chiedo se non si debba tornare al vecchio Mattarellum, anche per evitare un referendum che non risolverà nulla...».

Una posizione già assunta dal ministro Parisi...

«Guardi, io faccio una proposta minima. Possiamo esplorare la possibilità di tornare al Mattarellum, sapendo che le riforme costituzionali che si stanno discutendo alla Camera imporranno alla fine una legge elettorale che dovrà tenere conto di quelle novità. Il Mattarellum era accettato sia dal centrodestra che dal centrosinistra. Potrebbe costituire una base da cui ripartire».

Presidente torniamo a parlare delle piazze. Quella chiamata a protestare contro il protocollo sul Welfare è la più insidiosa per il governo?

«Per la verità oggi quella piazza mi appare un po’ sgonfiatina. Ecco, escluderei che dalle varie piazze possano derivare problemi per il governo. Anche se non dimentico questioni politiche da prendere in considerazione con attenzione...»

La Fiom ha bocciato il protocollo del governo sul Welfare. Questo non è un problemino di poco conto...

«È una posizione che ha bisogno di una soluzione politica. E questa c’è già ed è il referendum. Vedremo se lavoratori e pensionati, alla fine, decideranno che la politica più giusta da portare avanti è quella del “tutto e subito altrimenti me ne vado”. Il protocollo sul Welfare registra indubbiamente, e Guglielmo Epifani lo aveva sottolineato tempo fa, un netto miglioramento delle condizioni dei lavoratori, dei pensionati al minimo e dei ragazzi occupati in lavori precari».

Tra le “questioni politiche” sul tappeto c’è la Finanziaria. Non teme nuovi scontri tra sinistra “radicale” e riformisti ?

«Non ricordo, in venti anni di Parlamento, l’approvazione di una Finanziaria che non sia avvenuta al termine di una corsa a ostacoli lungo un percorso accidentato. Credo che varare la prossima legge di Bilancio sarà più semplice rispetto all’anno scorso, quando vennero fatte delle scelte necessarie e dolorose. Stiamo costruendo la Finanziaria, come sempre, democraticamente».

E dopo la Finanziaria? Ci sarà o no il rimpasto? Lei si è dichiarata favorevole alla riduzione di sottosegretari e ministri...

«Io ho invitato a una riflessione politica collegata alla nascita di un partito nuovo come il Pd. Questa novità non potrà non riflettersi anche a livello istituzionale e di governo. Ma sono consapevole che questo spunto di riflessione al momento non può essere accolto. Bisogna tenere la Finanziaria, infatti, al riparo da scossoni e da spifferi che possano turbarla. La mia è una valutazione politica. Se tre partiti alla fine ne fanno uno solo qualche conseguenza questo fatto dovrà pure averlo...».

Meno ministri del Pd dentro il governo, quindi?

«Secondo me dovrebbe esserci un segnale anche in questo. Un segnale alla società italiana, innanzitutto: “è così vero che siamo un partito solo che...”. Ecco non credo alla logica di trasferirci così come siamo armi e bagagli dentro il nuovo partito...».

I fatti dicono che la nascita del Pd più che stabilizzare la maggioranza crea nuove tensioni con la sinistra radicale...

«A destabilizzare il quadro politico non è la nascita del Pd in sé, ma il fatto che questa ha anche prodotto una scissione. I compagni della Sinistra democratica, che continuano a partecipare al governo, hanno la necessità di segnare politicamente il senso della scelta compiuta».

La sintesi tra Pd e sinistra “radicale” spetta a Prodi, naturalmente...

«Certo, la necessità di una direzione politica dell’Unione sempre più pressante è nelle cose. Ad essa, naturalmente, corrisponde la necessità di un’assunzione di responsabilità da parte di tutti. Il Pd, ne sono certa, potrà contribuire fortemente al successo dell’azione di un governo che sarà in grado di ultimare al meglio il cammino dell’intera legislatura».


Pubblicato il: 15.09.07
Modificato il: 15.09.07 alle ore 13.10   
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Titolo: Barbara Pollastrini: «Il Pd sarà laico, liberale e di sinistra» (nuovo?)
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2007, 07:41:04 pm
Barbara Pollastrini: «Il Pd sarà laico, liberale e di sinistra»

Andrea Carugati


«Io il Pd lo vedo così: laico, liberale e di sinistra. Riformista? Da solo quell’aggettivo non basta. Non mi pare un aggettivo adatto, è una parola che può risultare offuscata e persino ambigua». Barbara Pollastrini, ministra per i Diritti e le Pari opportunità, parla del Pd che ha in mente. E a Veltroni, che ha annunciato che il 50% del suo gruppo dirigente sarà al femminile, dice: «Avevo già deciso di sostenerlo, ma le sue parole sul nuovo partito e le pari opportunità mi hanno confermato nella scelta. Ora attendo la prova dei fatti, con spirito vigile. Vorrei che lo stesso impegno di Veltroni lo prendessero pubblicamente tutti gli uomini candidati alle segreterie regionali. Vediamo chi ci sta...».

Ministro, che opinione ha di questo periodo di costruzione del Pd?

«Non faccio numeri, ma sento che la spinta alla partecipazione al 14 ottobre sta crescendo: c’è la percezione di un atto inedito, di una fondazione corale. Ma guardo già al 15 ottobre: sarà quello il momento decisivo per far contare davvero le intelligenze e le passioni di chi avrà avuto la pazienza di mettersi in fila e votare. Subito dopo le primarie bisognerà far sentire protagoniste le persone, con assemblee nelle città, nei quartieri, discussioni pubbliche sul profilo culturale e la forma del Pd. Abbiamo inoltre bisogno di nuovi passeggeri, e penso anche ai tanti di sinistra, della storia socialista, che non abbiamo ancora conquistato. Mi auguro che l’incontro sia solo differito».

Pensa in particolare a Sd?

«Guardo con rispetto al confronto di quei compagni e compagne e non smetto di pensare a un'idea di unità».

Questo ha a che fare anche il profilo del Pd, con le sue alleanze. C’è chi pensa a un Pd libero nelle alleanze, con lo sguardo al centro, magari disposto a correre da solo. Lei da che parte sta?

«Questo non è un partito che nasce per una stagione o solo per una pur sacrosanta esigenza di governabilità, ma ha un obiettivo più ambizioso: allargare libertà, uguaglianza, cittadinanza, dare forza a parole come pace e dialogo. Insomma, servono una rotta e una identità. Partiamo da una visione, da un'ambizione maggioritaria e poi arriviamo alle alleanze, non viceversa. Detto questo, non sono d’accordo sulle maggioranze variabili: il partito deve avere un profilo culturale netto, comunicare alle persone che i princìpi non sono un elastico che si può tirare. E nella visione io ci metto anche la difesa del sistema bipolare».

Lei ha scelto Veltroni. Ma come vede la corsa della sua collega Rosy Bindi? Ha avuto toni troppo polemici?

«Competition is competition... Io comunque sono per guardare al dopo, a quando inizieremo concretamente a vivere il meticciato tra storie e provenienze diverse. Vivo come una ricchezza, come un elemento di sano dinamismo, la corsa di Rosy e di Enrico. Ho tanti amici che li sostengono. Dobbiamo abituarci a un partito che valorizzi e rispetti di più le idee e anche le persone».

Il Pd e Il Nord. Fassino apre alla Lega, lei polemizza con Penati sulle derive da evitare al Nord. Teme che il Pd insegua i temi del Carroccio?

«Il Nord è la sfida più difficile. Anche in questo caso le alleanze vengono dopo. Il punto è individuare la missione: rendere maggioritario e popolare un sentire progressista nel Nord. Per questo non bastano i tre temi cardine sicurezza, infrastrutture e fisco, che pure sono necessari. Il messaggio che deve partire dal Nord è più ampio: economia e democrazia si tengono. Non c’è crescita senza l'affermazione contestuale di diritti umani e civili. Non lo dico io. Il pil cresce di più nei Paesi dove le classi dirigenti della politica e dell'economia hanno imparato questa fondamentale novità. Non c’è un prima e un dopo tra sviluppo e autonomia della scienza o testamento biologico o misure d'urto per il lavoro alle donne (che portà con sè il diritto alla maternità), soprattutto nel Sud. Entro nel Pd con spirito battagliero sulle mie idee. Ad Assisi i cattolici-democratici hanno annunciato che entreranno nel Pd con la fierezza della loro storia. Farò altrettanto, con la fierezza di una sinistra innovativa e di un pensiero laico e liberale. Così potremo cercare una sintesi alta e una cornice di valori e di idee».

Già, ma le aperture alla Lega?

«Il concetto è lo stesso: il profilo del Pd non si deve piegare alla contingenza. Sulle regole, come sulle grandi questioni internazionali, la ricerca di maggioranze larghe è doverosa, e bene ha fatto il gruppo dell’Ulivo della Lombardia a votare con il centrodestra un documento sul federalismo fiscale. Altro sarebbe, in nome della governabilità, prescindere da valori e programmi. No, è una strada che non convince. Penso anche alla provocazione del “maiale day”: la Lega è fatta anche di queste cose, dell’omofobia, dei Gentilini, di un modo di considerare le donne o i musulmani. Io non riesco a non prenderli sul serio».

Resta da individuare un messaggio che faccia presa nel lombardo-veneto. Lei cosa propone?

«Un partito popolare. Che propone una democrazia esigente, che mette al centro la persona, la sua libertà e la sua responsabilità, che investe sulla creatività, che valorizza l'etica del lavoro e un'impresa moderna, che difende le regole, i diritti, che premia l'onestà e i meriti. Per costruire un nuovo civismo».

Poi c’è la sicurezza. Lei condivide la scelta del comune di Firenze sui lavavetri?

«La sicurezza è un tema vero, che riguarda in primo luogo le donne. I sindaci operano in una frontiera difficile, sono i più esposti. Stimo il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, parlo spesso con la mia amica Piera Capitelli, sindaca di Pavia e con sindaci della mia provincia... Ma certo, anche perché sono una donna, non sarei partita da lì. Per me la tolleranza zero ha senso se si parla di tratta di baby prostitute, di stupro, di pedofilia».

Il governo, in questa fase, è sotto attacco da più fronti: ci sono le piazze di Beppe Grillo e il no della Fiom agli accordi sul welfare. Si sta sfaldando il blocco sociale antiberlusconiano che ha fatto vincere le elezioni all’Unione?

«Questo governo ha fatto cose importanti, dal risanamento alle liberalizzazioni, dall’inizio delle riforma del welfare al prestigio dell’Italia a livello internazionale. Oggi il nostro Paese è un interlocutore sul dialogo in Medio Oriente e sulla pena di morte: non è piccola cosa. Sono convinta che molti che ora criticano questo governo, domani lo rimpiangerebbero. Perciò dobbiamo, con tenacia, consolidare questa alleanza. Quanto ai movimenti, li ho sempre ascoltati con attenzione. La questione della Fiom preoccupa. Anche il sindacato vive una transizione per allargare la sua rappresentanza. E, nel rispetto dell'autonomia, mi sento di dire che sto con gli innovatori. Non farò mai parte di quelli che dicono che il sindacato è sinonimo di conservazione, o di chi dice che si è riformisti se si critica il sindacato. Il protocollo sul welfare è un buon inizio, per lavoratori e imprese. Adesso si tratta di procedere».

Ma lei in che lista correrà per le primarie?

«Intanto, visto che è un inizio, parto dalla mia città e dalla mia gente. Lo faccio con spirito unitario. Sto scegliendo con l'obiettivo di essere utile e guardando già al dopo».

Pubblicato il: 16.09.07
Modificato il: 16.09.07 alle ore 7.16   
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Titolo: Pier Luigi Bersani: «Facciamo un partito di massa» (NUOVA COME IDEA!).
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2007, 07:59:30 pm
Pier Luigi Bersani: «Facciamo un partito di massa»

Ninni Andriolo


Ministro Bersani oggi si chiude la festa nazionale de l’Unità. Forse non sarà l’ultima, ma sicuramente sarà l’ultima organizzata dai Ds. È da nostalgici provare un po’ di solitudine?

«Le feste cresceranno perché ormai è chiaro che costituiscono l’altra faccia di internet. In un mondo che ha mille possibilità di accumulare relazioni, informazioni, ma anche solitudine, i luoghi nei quali ci si guarda in faccia, si sta assieme, si può discutere diventeranno sempre più preziosi. Non riesco a immaginare il partito che ho in testa senza grandi momenti di aggregazione popolare».

E questi continueranno a chiamarsi anche feste de l’Unità?

«Sarebbe assurdo buttar via questo nome, e credo che nella realtà nessuno possa pensarlo. Abbiamo la possibilità di arricchirlo questo nome, ma nel solco di una tradizione che ha legato la parola unità all’idea di un partito che si allarga alla presenza anche degli altri».

Un partito che "si allarga", però, è un partito che ospita. Il Pd, al contrario, è stato immaginato come una casa nuova costruita alla pari un po’ da tutti...

«Bisogna avere una grande riprogettazione comune e un rilancio. Certamente, quindi, c’è un problema di evoluzione che io vedo in una chiave di crescita».

Riprogettare significa anche riflettere sui valori fondativi del nuovo partito. Non pensa che questa discussione stia rimanendo lontana dal percorso costituente?

«Qui entriamo nel cuore del problema. Abbiamo avviato una fase costituente ma il profilo, dal punto di vista dello sforzo intellettuale e programmatico e da quello della natura che dovrà avere questo partito, è tutto da definire. E io vorrei che cominciassimo già adesso a discuterne, senza rimandare tutto a quando ci sarà l’Assemblea costituente».

E quali sarebbero i capisaldi dai quali partire?

«Se noi in una società liquida, come la definiscono i sociologi, pensassimo di fare un partito liquido mancheremmo l’obiettivo. Anzi, attenzione a non essere noi stessi un sasso scagliato da quella mano. Da una società, cioè, che si sta disunendo. Se facciamo un partito moderno la leggerezza l’abbiamo garantita perché la modernità è leggerezza. Quello che non abbiamo garantito, invece, è il radicamento forte ed efficace».

Il rischio è quello di un partito leggero che non riesce a radicarsi nella società?

«Io credo che ci sia una cosa da fare subito. Noi non possiamo consentirci di far passare troppo tempo tra l’insediamento dell’Assemblea costituente e il primo allestimento del partito. Faccio un’ipotesi. All’Assemblea si dia vita subito al partito nei territori, producendo linee guida e una data nella quale, sulla base di regole regionali, si possano convocare le unità di base, mettendo all’ordine del giorno l’elezione dei dirigenti locali e, eventualmente, quella dei delegati alle assemblee provinciali».

Una data unica su tutto il territorio nazionale?

«Sì. Farei di quell’appuntamento, rivolto a tutti quelli che andranno a votare il 14 ottobre, la giornata di nascita sul territorio del Pd e il momento dell’adesione al nuovo partito. Farei questo anche in presenza di una fase in cui a livello nazionale si discute dello Statuto vero e proprio».

Resta però il problema di un’elaborazione più compiuta su valori, programmi e organizzazione del nuovo partito...

«Dovrà essere l’Assemblea costituente, dotandosi di strumenti appropriati, a occuparsi del tipo di partito che vogliamo. A me, tuttavia, piacerebbe che fin da adesso cominciasse a circolare qualche idea».

Lei che tipo di partito vorrebbe?

«Per me tutto deve ruotare intorno al concetto di partecipazione. Questa deve essere essa stessa formazione alla politica. Se è così io credo che il nuovo partito deve avere sei caratteristiche. Deve essere, per prima cosa, un partito in cui le decisioni degli organismi vengono prese su base politico-programmatica con meccanismi che garantiscano la sintesi e, quindi, un linguaggio efficace e univoco. Quel partito, poi, deve essere presente e rintracciabile in tutti i luoghi 365 giorni all’anno. Terzo: questo partito deve essere in grado di attivare volontari della politica su iniziative e deve dotarsi, quindi, di un minimo di macchina organizzativa. Quarto, deve strutturarsi in modo da dare spazio ad aree tematiche e culturali o specialistiche. Quinto, il Pd deve promuovere assolutamente cultura politica, costruendo forme e luoghi in cui questa cultura politica possa misurarsi...»

Il sesto punto del suo elenco di priorità?

«È quello di cui parlavamo all’inizio. La necessità, cioè, di cogliere la modernità delle iniziative popolari di aggregazioni. Teniamo presente che un partito lo si fa per farlo durare almeno un secolo».

Lei pensa che il comitato dei 45 possa già oggi proporre delle mete da raggiungere?

«Con il regolamento approvato da quel comitato abbiamo avviato la navigazione. Credo adesso che sarebbe opportuno decidere un luogo dove fare il punto della rotta. Sono i 45? Sono i candidati alle primarie? È Prodi che prende l’iniziativa? A me va bene tutto, però credo che sia venuto il momento di fermarci a ragionare. Intanto per definire un minimo di messaggio da fornire agli italiani. Dobbiamo dire loro, molto semplicemente: "guardate che facciamo questa cosa perché la politica così com’è non va e noi vogliamo cambiarla e vogliamo chiedere anche agli altri di fare uno sforzo". Queste cose potrebbero essere dette con un appello lanciato dei candidati. Che dimostrerebbe, per di più, che la competizione fra loro viene fatta in amicizia. Di qui al 14 ottobre, poi, una discussione su come immaginare e regolare l’Assemblea costituente deve essere fatta».

Anche lei è convinto che il Pd rappresenterà un antidoto contro l’antipolitica?

«Io dico sempre che se c’è la febbre inutile dare la colpa al termometro...»

Non è Grillo, ovviamente, il responsabile del malessere che c’è nel Paese...

«Aggiungo, però, che bisogna evitare di dirci magari "vaffa" da soli tanto per stare nel movimento. Il rimedio all’antipolitica, secondo me, è una politica che ci metta la faccia. Una politica dei politici che si dia degli obiettivi, combatta e non si faccia raffigurare come casta. Quando dico che il Pd deve essere un partito di combattimento dico questo».

Ministro, molti leader riformisti affermano che il Pd rafforzerà il governo. Il dato di fatto, però, è che le fibrillazioni della maggioranza sono aumentate e la sinistra radicale punta il dito su un Pd acchiappa tutto...

«Se il 14 ottobre andrà a votare molta gente il 15 il governo starà meglio. E noi, definendo rapidamente il profilo e la struttura del nuovo partito, avremo la possibilità di fare delle sintesi e di consegnare al governo un pilastro coerente che darà beneficio a tutti, anche ai nostri alleati. Per questo ritengo che la forma partito deve garantire univocità di linguaggio, coltivare la partecipazione al suo interno per non scaricare sull’azione di governo le differenze. Una volta che definiremo questo credo che le stesse mediazioni con le altre componenti della maggioranza saranno enormemente semplificate. Con enorme vantaggio per un governo che possa andare avanti per l’intera legislatura».

Senza bisogno di rimpasti o di cure dimagranti per ridurre il numero dei ministri?

«Io ho detto che il governo è ottimo e abbondante. Sotto quella battuta, però, c’è un concetto. Se fossimo in condizioni cioè di fare un’azione rilevante e utile, per l’amor di Dio, facciamola. Cerchiamo, però, di non aggiungere problemi a problemi. Perché questi si evocano quando se ne ha chiara la soluzione».

Pubblicato il: 16.09.07
Modificato il: 16.09.07 alle ore 7.16   
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Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ... Sarà fondato sulla legalità.
Inserito da: Admin - Settembre 23, 2007, 11:24:08 pm
23 settembre 2007

Un codice etico per il PD

Sarà fondato sulla legalità.

"Il Partito democratico si dara' un codice etico fondato sui principi della legalità. Non importa se perderemo qualche pezzo in seguito a questa scelta, ma è importante segnare una distanza precisa, neutralizzando i condizionamenti dei poteri criminali". Lo ha detto Walter Veltroni, a Palermo per un incontro con gli industriali siciliani. Per Veltroni il tema non può interessare solo il Pd: "Ci vogliono regole generali a livello nazionale e regionale che determinino una linea comune su questo fronte". Veltroni ha poi sottolineato che se "è importante il principio della presunzione di innocenza fino alla conclusione dei diversi gradi di giudizio, c'è anche un problema di opportunità da tenere presente".

"Dopo il 14 ottobre, comunque vadano le cose - ha aggiunto Veltroni - inizia un lavoro comune attorno a un tema centrale, decisivo per il destino dell'Italia, perchè le condizioni in cui si trovano alcune aree arretrate, rischiano di non far crescere il Paese. Si tratta di uno sforzo di liberazione che deve chiamare a raccolta le forze migliori della politica insieme a quelle della società civile. Ma i partiti e la politica devono dimostrarsi credibili".

Serve un segnale forte: "La lotta alla mafia e ai poteri criminali senza quartiere, quale aspetto centrale del processo di modernizzazione del Paese passa anche attraverso il gran numero degli imprenditori che non pagano il pizzo. E' una battaglia liberale. In questo senso le parole di Napolitano sono importanti. Questa sfida - ha concluso Veltroni - riguarda tutti e riguarda il futuro dell'Italia perchè la mafia non c'è solo quando spara, ma è nella vita delle persone che non sono libere, dentro quella degli imprenditori che pagano il pizzo".

da veltroniperlitalia.it


Titolo: Giovanna Melandri - No, saranno eletti tanti under 35
Inserito da: Admin - Settembre 27, 2007, 09:38:40 am
Europa 25 set.

No, saranno eletti tanti under 35

di Giovanna Melandri


Caro direttore,
adesso che le liste a sostegno dei candidati segretari del Pd sono state presentate, di tutto abbiamo bisogno tranne che di alimentare false rappresentazioni. Anche perché ogni candidato e candidata a essere padre o madre fondatore e fondatrice del Pd è una ricchezza comune di tutti. La lista "Con Veltroni, Ambiente, Innovazione, Lavoro" è nata per portare nella costituente delle idee nuove su tre temi.

Tre temi come l'ambientalismo del progetto, tanto lontano dalla cultura nimby che spesso paralizza l'esperienza ecologista in Italia, l'innovazione legata alla società della conoscenza e il lavoro; un lavoro ricco di sapere e di autonomia creativa che è ancora così indispensabile all'autorealizzazione e alla libertà delle persone.

Ed è per questo che questa lista è nata dall'incontro concreto di storie, culture ed esperienze diverse: pensata in modo plurale. Ecodem, sindacalisti, giovani organizzati nei partiti e fuori da essi (come l'esperienza dei Mille di Luca Soffi), ricercatori ed esponenti del mondo della ricerca e del sapere. Tutti insieme hanno promosso questa esperienza, tutti con l'idea di affidare a molti ragazzi e ragazze il compito di rappresentare nell' assemblea costituente le ragioni dell'innovazione.

E infatti sono tantissimi i nostri giovani candidati in tutta Italia a partire da Roma, Milano, Palermo e Torino dove oltre il 50% delle teste di lista ha poco più di trentanni, e sono certa che quando tireremo le somme vedremo che molti dei ragazzi under 35 che sostengono Walter Veltroni entreranno nell'assemblea costituente grazie alla lista "Con Veltroni, Ambiente, Innovazione, Lavoro".
Voglio ricordare peraltro, e anche ringraziarli pubblicamente, i molti candidati autorevoli che si sono offerti "in garanzia" per l'elezione di una nuova classe dirigente. Porto L'esempio di Giuliano Amato, che nel grossetano si è candidato numero tre lasciando lo spazio a due giovani; o a quelli dì Anna Finocchiaro, Lilli Gruber, Giulio Santagata, Tiziano Treu e molti altri che trascineranno nei loro collegi l'elezione di giovanissimi delegati e delegate.

Ma ecco il punto, su cui desidero amichevolmente rispondere a Roberto Giachetti, che ci ha paradossalmente accusati di essere "chiusi ai giovani". Tutti potranno tra qualche ora vedere bene quanti ragazze e ragazzi, che hanno condiviso sin dallinizio il percorso di formazione di questa lista, saranno in posizione da essere eletti.

Quello che pochi potranno vedere è la difficoltà anche tra le candidature più giovani di far posto alle ragazze. Anche qui, anche nei movimenti giovanili organizzati, nei partiti o fuori da essi quando si va alla stretta finale prevalgono le candidature maschili. Ed essendoci noi dati, grazie al cielo, un regolamento ferreo su questo punto, i conflitti sono stati non pochi in tutta Italia.

Roberto Giachetti sa molto bene quanto io personalmente abbia tentato sino agli ultimi istanti prima della presentazione della lista di Roma di trovare una soluzione per dare piena rappresentanza anche al movimento di giovani che egli ha promosso e che però non aveva partecipato sin dall'inizio alla costruzione della lista.

Le accuse di Giachetti sono irricevibili proprio perché lui sa bene dove il nodo non è stato sciolto: anche lui come tanti altri mi ha posto a Roma la questione in termini ultimativi. O un ragazzo o nulla. Mentre su Roma avevamo ancora lo spazio per eleggere alcune giovani donne.

Da qui a parlare di una lista "chiusa ai giovani' ne corre. Con noi saranno spero eletti tra i fondatori del Pd moltissimi ragazzi e ragazze. I ragazzi delle associazioni giovanili dei Ds e della Margherita (tra cui i presidenti Pina Picierno e Fausto Raciti) i rappresentanti di associazioni giovanili laiche e religiose (a Milano Osama al Saghir, presidente giovani comunità islamiche) a Roma Tobìa Zevi, fino a pochi mesi fa presidente dei giovani della comunità ebraica, molti ragazzi del movimento dei Mille, Mattia Stella leader dei giovani per la costituzione, molti ambientalisti, sindacalisti, giovani lavoratori e ricercatori.

Addirittura in alcune regioni, come la Basilicata il 100% dei nostri candidati ha meno di 35 anni. Facciamo tutti adesso una bella campagna elettorale, rispettandoci a vicenda. Ogni candidato rappresenta una storia, un vissuto, che da oggi si tramuta in impegno attivo. Io ringrazio i tanti ragazzi che hanno deciso di accettare con slancio e tra mille difficoltà questa sfida e spero che ci troveremo presto nello stesso partito con i giovani "del pulmino".

Giovanna Melandri

da veltroniperlitalia.it


Titolo: P D la corsa a due degli economisti...Gawronski e Gavazzoli-Schettini
Inserito da: Admin - Settembre 28, 2007, 12:04:31 am
POLITICA

Gawronski e Gavazzoli-Schettini presentano il loro ticket e un nuovo movimento

"Peccato, Veltroni non ha capito che noi intercettiamo l'antipolitica"

Pd, la corsa a due degli economisti

I candidati per le primarie restano cinque

La denuncia di Schettini, tagliato fuori per insufficienza di liste: "Di oltre 50 ne sono rimaste 16 nelle ultime ore scomparsi capilista e chi doveva vidimare". In Liguria, Toscana, Lazio e Puglia

di CLAUDIA FUSANI

 
ROMA - Il partito democratico non è ancora nato ma c'è già chi sente il bisogno di "democratizzarlo". Ovviamente dal suo interno, non standone fuori, ma standone dentro. Dice Piergiorgio Gawronski, economista dello sviluppo dei paesi più poveri, uno dei candidati alle primarie del 14 ottobre: "Peccato che Veltroni non abbia capito che gente come me, o come Jacopo Gavazzoli Schettini non ha mai pensato di correre contro di lui ma per aggiungere alla sua candidatura. Per dargli più forza. Peccato. Comunque ora siamo qua, io e Jacopo, insieme nelle primarie. E insieme anche dopo, con un nuovo movimento per democratizzare questo nuovo partito in cui continuiamo a credere".

Questa mattina, saletta dell'hotel Nazionale, piazza di Montecitorio, a due passi da Camera e palazzo Chigi. Un luogo a suo modo simbolico, scelto spesso da chi vuol fare politica ma ne è ancora fuori. E' ufficiale: i candidati per le primarie del Pd diventano cinque invece che sei. Il sesto non si è perso per strada - "forse qualcuno ci sperava" sorride Jacopo Gavazzoli Schettini - ma correrà insieme con Piergiorgio Gawronski. Un secondo ticket, quindi, oltre quello di Veltroni e Franceschini.

"L'idea c'è venuta a fine agosto" racconta Gawronski, "perché i nostri programmi hanno molti punti in comune", così come le loro storie di economisti etici e dello sviluppo e di outsider della politica. Adesso quell'idea è diventata operativa anche perché senza ticket Gavazzoli-Schettini sarebbe scomparso. Spazzato via per insufficienza di liste. Un fastidioso nome in più in una corsa - quella per le primarie del Pd - per qualcuno molto più affollata rispetto alle previsioni.

Il ticket degli outisder diventa dunque movimento "per intercettare il sentimento dell'antipolitica". "Il 13 ottobre, quando chiude la campagna elettorale, noi lanceremo il nuovo movimento che avrà sue liste già nelle provinciali di novembre" spiega Gawronski. Per compagni di strada, aggiunge, "abbiamo persone scoraggiate da questa politica perché chi è andato in piazza con Grillo non è antipolitico, vuole però una politica diversa; è con noi anche la base dei partiti che non ne può più dei loro dirigenti". Il programma ha tre obiettivi: "Un partito democratico veramente nuovo; riforme vere nel senso di un maggioritario a doppio turno bilanciato da maggiori garanzie democratiche; rinnovamento della politica, ad esempio cambiare i meccanismi di accesso alla pubblica amministrazione e ai concorsi". Per maggiori dettagli i due candidati rinviano ai rispettivi siti on line.

Fin qui la parte propositiva. Ma il ticket è anche il risultato di quello che è successo nelle retrovie del Partito Democratico nella fase delicatisisma della creazione delle liste per partecipare alla costituente del nuovo partito. Una cronaca sconosciuta, che quasi nessuno ha raccontato, per evitare di accendere polemiche e di sciaquare i panni sporchi fuori casa. In realtà una lotta ai lunghi coltelli da parte dei big della politica per stare dentro e avere i posti migliori nelle liste e nei collegi.

Una lotta contro i mulini a vento da parte di chi voleva provarci e si è ritrovato, racconta Gavazzoli Schettini "a fare i conti con capilista scomparsi nelle ultime 24 ore prima di consegnare le liste e consiglieri provinciali che dovevano vidimare le liste irranggiungibili proprio sabato pomeriggio, a poche ore dalla consegna".
 
Jacopo Gavazzoli-Schettini

Certo, Gavazzoli Schettini sa perfettamente di essere partito con pochi numeri, zero organizzazione e di aver avuto solo due mesi per mettere insieme il minimo richiesto: 25 liste in almeno cinque diverse regioni; ognuna con un numero di candidati tra 5 e 10 e con minimo un centinaio di firme. Non una cosa semplice quando non hai un partito nè una segreteria dietro di te e hai due mesi e mezzo di tempo di cui uno agosto. "E però - racconta Gavazzoli che nella vita lavora a Bruxelles e fa l'economista etico - il fatto è che 72 ore prima della consegna (le 24 del 22 settembre ndr) avevamo circa 50 liste, 48 ore prima 35, 24 ore 26 e siamo riuscite a consegnarne solo 16".

E' successo in Liguria, Toscana, Lazio e Puglia, "candidati scomparsi all'ultimo secondo, avevano cambiato idea. Alle ore 18 del 21 settembre, a sei ore dalla consegna, una imprenditrice toscana che doveva garantire per una decina di liste non è semplicemente venuta all'appuntamento". Una moria di candidati subìta anche gli altri outsider che però erano riusciti a mettersi in zona sicurezza. Al blogger Adinolfi sono rimaste 50 liste su 70-80 previste. Gawrosnki è rimasto con trenta. Per un'unghia, ma ce l'ha fatta.

(26 settembre 2007)

da repubblica.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ... «Gli sfidanti? Sono concorrenti, non nemici»
Inserito da: Admin - Ottobre 01, 2007, 04:52:29 pm
L'incontro con i cinque candidati alla segreteria del nuovo partito «Primarie del Pd, al voto più di un milione»

Prodi: «Sono convinto che supereremo questa cifra, che è un'enormità». «Gli sfidanti? Sono concorrenti, non nemici»
 
 
ROMA - Un milione di elettori alle primarie «è un'enormità, una cifra straordinaria. Ma sono convinto che la supereremo». È la previsione del premier Romano Prodi a proposito del 14 ottobre al termine dell'incontro con i candidati alla segreteria del Partito democratico, Walter Veltroni, Enrico Letta, Rosy Bindi, Mario Adinolfi e Piergiorgio Gawronski.

«NON E' GARA TRA NEMICI» - Prodi ha annunciato che il confronto pre-elettorale tra i cinque pretendenti alla carica di segretario del Pd ci dovrebbe essere. «Il confronto si farà - ha spiegato il premier - lo ho accettato e fatto mio immediatamente proprio per dimostrare che in gara ci sono candidati ma con un obiettivo comune». Su come si svolgerà questo confronto tra i cinque candidati, ovvero se avverrà in televisione, Prodi non si è sbilanciato: «Gli aspetti tecnici non li ho approfonditi». «Questa mattina abbiamo fatto proprio una bella chiacchierata su cosa è questa gara», che, ha precisato il premier, «è tra concorrenti e non tra nemici». «Le regole - ha aggiunto Prodi - sono comuni, l'obiettivo è comune. E soprattutto è comune l'idea del Partito democratico, di che partito vogliamo: un partito che rinnovi veramente la societá italiana; un partito che sia partito, quindi non diretto dall'alto, da forze economiche o mediatiche, ma che si esprima in un elevatissimo numero di partecipanti alla votazione del 14 ottobre. Su questo ci siamo soffermati. Per questa giornata sono giá in moto 35 mila volontari, abbiamo oltre 10 mila seggi, abbiamo una risposta popolare molto forte».

NUMERI E PREVISIONI - «Quindi - ha ribadito Prodi - ci avviamo verso un'espressione di voto larga e grande. È inutile fare numeri, perchè quando si dice un milione è molto poco, un milione, invece, è un'enormitá. Ma sono convinto che lo supereremo. Ma giá un milione è una cifra straordinaria, perchè confrontato con quanto avviene negli altri Paesi e nel centrodestra italiano non si è mai affrontato nulla di simile».

CARICHE E NOMINE - Secondo il fondatore dell'Ulivo, il Partito democratico che nascerà avrà «un’anima», il che vuol dire «non voler controllare la società italiana, non essere il partito delle cariche e delle nomine, ma essere il partito che esprime la società, riprende il grande pluralismo, la grande diversità e la grande fusione delle culture che è stata la base dell’Ulivo dieci anni fa». E a proposito dei rapporti con gli altri attuali alleati in seno all'Unione, Prodi ha spiegato che «tutta la coalizione potrà giovarsi di un punto di riferimento proprio perchè la coalizione stessa ha bisogna di un Pd forte e responsabile. Ne sono profondamente convinto, non solo perchè è l'unica condizione per vincere le elezioni, che già sarebbe sufficiente, ma è anche la condizione per trovare più facilmente una sintesi».

01 ottobre 2007
 
da corriere.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO ... Nicola Piovani. Musica nuova
Inserito da: Admin - Ottobre 01, 2007, 05:03:09 pm
Musica nuova
Nicola Piovani


Speriamo che la volata finale di queste cosiddette primarie del Pd non si presenti in toni aggressivi, e che sia civile, dialettica e garbata, magari più di quello che si è visto finora. Gli sfidanti del 14 ottobre non dimentichino che dal 15 ottobre dovranno essere i leali alleati di un nuovo partito che nasce per unire, non per dividere, e nel quale si ripongono tante speranze di cambiamento, chiunque ne diverrà il segretario.

Noi elettori di sinistra siamo abituati da anni a votare contro qualcosa o peggio contro qualcuno, e invece domenica 14 voteremo a favore.

Ha scritto felicemente Curzio Maltese: Bindi, Letta, Veltroni, stavolta abbiamo l’imbarazzo della scelta.

Un nuovo partito nasce - deve nascere, ci auguriamo che nasca - coniugando anime diverse, radici diverse, storie diverse, diversi punti di vista che riconoscono diverse priorità, diverse agende delle urgenze. E proprio su queste diverse urgenze penso debba avvenire la scelta di noi elettori - al di là dell’urgenza allarmante, da tutti condivisa, di una nuova decente legge elettorale.

Per esempio, so che tanti come me avvertono come tema fondamentale di un partito e di un paese civile la difesa della laicità dello stato, quella laicità che viene spesso mortificata anche a livello culturale da tanti pulpiti autorevoli. La laicità dello stato dovrebbe stare a cuore anche e soprattutto a chi, come me, è tutt’altro che ateo, a chi ha una visione sacra della vita e della religiosità del vivere. Laicità politica significa coltivare e incentivare il rispetto per le religioni, anche quelle degli altri, quelle con le quali dovremo sempre di più convivere, per fortuna. Significa proteggere i bambini dai danni che produce il panico dei bigotti, educarli al pluralismo, alla libertà di pensiero. Laicità è anche rispettare la libertà della ricerca scientifica, quella libertà offesa dall ultimo insensato referendum: in quell’occasione molti, troppi ponzipilati si sono astenuti, barcamenati.

Altro esempio: siamo più d’uno a pensare che la politica culturale non sia una ciliegina sulla torta. Secondo il Berlusconi-pensiero Bisogna fare cassa: tutto il resto è poesia poesia usato come dispregiativo. Ritengo invece che le manifestazioni spettacolari nelle piazze fiorite a Roma negli anni recenti siano una vera e propria ricchezza cittadina: parlo di quegli eventi per i quali è stato da più parti bacchettato il sindaco Veltroni, prima le buche nelle strade, poi il rock and roll. Ma tali avvenimenti non vanno criticati nei termini stretti dell espressione artistica, vanno visti invece come momenti di forte aggregazione e costruzione di un identità collettiva, sempre più preziosa nelle moderne metropoli che tendono ad isolare l individuo dentro un linguaggio di comunicazione strettamente televisivo.

Certo, l’acustica del Flauto magico a piazza del Popolo non sarà perfetta; le finezze del Samba brasiliano si apprezzano meglio al chiuso di un teatro vellutato anziché a piazza di Siena con 200.000 chiassosi spettatori; la musica di Morricone svela i suoi tesori timbrici più in un ligneo auditorium che in piazza del Campidoglio. Questi limiti veniali fanno logicamente storcere il naso ai puristi, e lo so anch’io che una vera politica culturale non può esaurirsi nei cosiddetti eventi popolar-pirotecnici: su questo il dibattito dovrà essere aperto, apertissimo. Ma, per una comunità metropolitana, il gesto di uscire di casa per aggregarsi intorno a un cantante pop, o a un quartetto jazz, o a un orchestra sinfonica all aperto, o anche a un cabarettista debuttante, piuttosto che sonnecchiare davanti a un reality-show, è un momento rilevante della costruzione di una identità cittadina. Può riderne un elite intellettuale ma, come cantava De Gregori, è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera. Altro che ciliegina sulla torta!

Gli esempi soprascritti sono alcuni dei motivi per i quali il 14 ottobre voterò per Valter Veltroni. Ma il giorno dopo, chiunque vinca, sarò pronto ad applaudire il primo segretario del Pd.

Si è anche detto che il progetto e le speranze del nuovo partito sarebbero troppo ottimistiche, utopistiche, ingenue, in una parola veltronesche. Insomma, sperare di imboccare per il nostro paese una strada di civiltà e dignità sarebbe roba per sognatori. Può darsi. Ma, lo diceva Flaiano, chi rifiuta il sogno, deve masturbarsi con la realtà.

Pubblicato il: 01.10.07
Modificato il: 01.10.07 alle ore 8.35   
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Titolo: PARTITO DEMOCRATICO ... Chi gioca con i numeri
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2007, 10:39:09 pm
Chi gioca con i numeri

Bruno Miserendino


Ma un milione di persone che va a votare per fondare un partito, sono abbastanza, poche, tantissime, o un flop? In tempi come questi, dove il vento dell’antipolitica soffia forte e molti italiani pensano che i partiti sono roba da buttare a mare, il semplice buon senso imporrebbe di considerare il traguardo del milione come uno straordinario risultato. Se non altro perché un evento del genere non si è mai registrato nella storia dei partiti moderni.

Eppure un dibattito tipicamente italiano impazza. Invece di guardare la sostanza dell’avvenimento, si guarda la soglia. Ognuno stabilisce quella oltre cui il risultato può essere considerato una catastrofe o un trionfo, l’asticella dei desideri o delle paure viene spostata in continuazione, e l’effetto è di trasformare l’avvenimento in una partita di coppa: se si segna più di un gol (un milione) ci si qualifica, altrimenti si torna a casa. L’aspetto un po’surreale di questo dibattito è che non coinvolge tanto gli avversari del nascente partito democratico, ossia tutti quelli che avrebbero un miope ma legittimo interesse di bottega a sminuire l’evento, ma proprio i protagonisti del Partito che nasce. In questa strana “partita del milione” che sta agitando la vigilia delle primarie, Veltroni ci vede l’inconfondibile segno del “Tafazzismo”, ossia quella pervicace voglia della sinistra di farsi del male anche quando fa bene, ma forse c’è qualcosa di più singolare. Magari riguarda pochi pasdaran, ma sembra in azione quel tipico atteggiamento per cui se le cose vanno bene il merito è di tutti, anzi soprattutto di quelli che hanno sfidato il favorito, se invece le cose vanno al di sotto della soglia stabilita (da loro) la colpa sarà del candidato numero uno. Un marziano, oppure semplicemente un europeo, potrebbe chiedere: ma come, non stanno per fare un partito insieme?

Invece la spiegazione, se a votare andranno meno di un milione, sembra già pronta: è il segno che hanno votato solo gli apparati di Ds e Margherita, mentre il popolo dell’Ulivo e la società civile sono rimasti alla finestra o indifferenti. Non a caso, poiché, come dice anche Fassino, è possibile che vada a votare più di un milione, l’asticella viene tirata sempre più su. Qualcuno, in questi giorni, va dicendo che sarebbe un flop anche se andassero a votare in due milioni.

Infatti il paragone che si fa è quello con le primarie di due anni fa, quando votarono in quattro milioni. Un evento che tutti sanno irripetibile, se non altro perchè le condizioni erano molto diverse. Allora quella marea che invase i banchetti per le firme fino a tarda notte e che incoronò Prodi fu la straordinaria risposta del popolo di centrosinistra alla sfida di Berlusconi. Fu il modo di dire, caro Cavaliere, tu hai il governo, il potere e le tv ma noi siamo uniti, abbiamo un leader e ti diamo una dimostrazione di forza in attesa di dartela alle elezioni. Bisognerà pure ricordare a Parisi, ad esempio, che votarono anche gli elettori e i simpatizzanti di Rifondazione, dei Verdi, dell’Udeur di Mastella. E lo stesso Parisi allora aveva detto (prima) che già mezzo milione di partecipanti sarebbe stato un successone. E nessuno, allora, aveva preteso confronti tv tra i candidati, pur trattandosi di primarie per la premiership. Adesso le cose sono diverse. C’è un governo di centrosinistra che non gode di grande popolarità, Berlusconi è all’opposizione, il clima del paese è quello che è. E soprattutto si chiama la gente a fondare un partito, dopo averne sciolti due.

Insomma, è ovvio che il livello di partecipazione sarà un indicatore importante per il futuro del Pd e sarà un segnale anche del gradimento di Veltroni. Ma il 14 ottobre bisognerà valutare tanti dati: il numero dei partecipanti, certo, ma anche le percentuali dei candidati, la distribuzione geografica dei voti, la tipologia degli eletti. Può darsi che abbia ragione Rosy Bindi quando dice che porsi l’obiettivo di un milione di partecipanti è riduttivo e controproducente, e può darsi che abbia buoni motivi per sperare di prendere più voti se andranno alle urne molti più del fatidico milione. Può darsi perfino che abbia ragione chi dice che i confronti diretti avrebbero invogliato più gente e reso più chiaro il confronto programmatico. Sarà. Ma qualche dubbio viene. L’impressione, che peraltro hanno in molti, è che dietro tutte questi legittimi argomenti, ci sia più terra terra la voglia di molti di non dare a Veltroni (e a Franceschini) tutta l’agibilità politica che chiedono per affrontare una sfida del genere. Questo si capirà presto, il 15 ottobre.

L’unica cosa che non ha senso fare è dire che se ci va meno gente del previsto la colpa è di uno solo, perché i conti col risultato li dovranno fare tutti. Questo direbbe il buon senso.

Pubblicato il: 03.10.07
Modificato il: 03.10.07 alle ore 8.37   
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Titolo: Primarie in tv: nasce un fronte anti-Pd
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2007, 11:22:44 pm
Primarie in tv: nasce un fronte anti-Pd

Natalia Lombardo


Lo sfogatoio dei malumori contro il Pd. In commissione di Vigilanza prendono corpo maggioranze trasversali accomunate dall’insofferenza verso il nuovo partito, nella quale si tuffa la Cdl. Il radicale Beltrandi attacca l’informazione sulle primarie: meno Pd e più spazio ai contrari, perché «non siano una manifestazione di regime». Nel giorno in cui il tribunale civile ha respinto il ricorso di Pannella sull’esclusione dalla corsa, il radicale della Rosa nel Pugno ha presentato un atto d’indirizzo: la Rai deve «fare da subito un'informazione corretta, completa, imparziale ed obiettiva sulle primarie» del Pd «dando voce anche a coloro che si oppongono a questo processo politico».

Una mossa a sorpresa, per l’Ulivo. Dalle firme in calce si vede com’è spaccata l’Unione, per la seconda volta unita al centrodestra: Tranfaglia (Pdci), Pedrini (Idv), Satta (Udeur), De Laurentiis (Udc), Galli (Lega Nord), Paolo Brutti (Sd) e il “fuoruscito” dell'Ulivo Bordon. Dopo un turbolento ufficio di presidenza la Vigilanza (contrati Ulivo e Rifondazione) ha deciso di discutere oggi il documento, e l’obiettivo è arrivare al voto. Se, come sembra, FI si associa, il testo passa. Rinviate invece le mozioni trasversali per licenziare il Cda Rai.

Fabrizio Morri, capogruppo Ulivo, contesta il «tentativo di togliere spazio al Pd per darne di più a chi è contrario»: non essendo un confronto elettorale fra partiti la mozione «è strumentale, mira a a oscurare Veltroni e il Pd». Nel testo, infatti, si contesta all’informazione tv di «aver avuto come centro la candidatura di Veltroni» e di non aver presentato le «pecurialità» dei candidati alternativi. Ma non sono Bindi o Letta a protestare, bensì i radicali...

Furibondo il ds Giulietti, che gestì la comunicazione nelle primarie del 2005: «Ho passato la vita a illuminare i referendum radicali, e ora si fa questo attacco mirato per togliere spazi, non per aggiungerne». L’Authority per le Tlc, dopo la richiesta del Comitato Veltroni, ha sollecitato i media ad informare i cittadini sulle primarie. «L’Authority ha ripreso l’atto d’indirizzo del 2005», spiega Giulietti, «perché i media diano un’adeguata informazione alle modalità di esercizio di voto, nel rispetto di qualunque processo di allargamento della partecipazione, protetto dalla Costituzione». Ma in Vigilanza stanno esplodendo i conflitti nell’Unione, per la gioia della Cdl. Per esempio, dai reclami dell’udeur Satta contro Anno Zero e Ballarò, è nata la convocazione di Santoro, Vespa, Floris e un conduttore di Primo Piano, per un’indagine su «criteri e metodologie informative» dei programmi di approfondimento Rai.

Eppure il Cda aveva appena dato mandato (anzi, spronato) il direttore generale Cappon ad intervenire in caso di violazioni della Carta dei Doveri Rai, pur rispettando «piena autonomia dei giornalisti». Il presidente Petruccioli sintetizza così: «Né tabù, né censure, ma nessun lassismo» neppure per i collaboratori (leggi: Travaglio).

Ieri Cappon ha presentato il piano industriale al Cda. Petruccioli ha risposto alle critiche del Senato e dell’azionista Padoa Schioppa: «Giudizi non sufficientemente fondati, né attenti ai limiti e gli obblighi di legge», i dati siano «documentati e verificabili». Il Cda è «pienamente legittimo» e sa cosa fare. La Ue, infine minaccia ancora l’Italia di sanzioni se non cancella la Legge Gasparri. Il ministro Gentiloni ha ottenuto da Prodi una sollecitazione per il ddl rinviato alla Camera al 2008: «Si discuta al più presto».

Pubblicato il: 04.10.07
Modificato il: 04.10.07 alle ore 9.22   
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Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ... Piero Fassino. Dopo un anno ci siamo
Inserito da: Admin - Ottobre 08, 2007, 11:18:27 am
Dopo un anno ci siamo
Piero Fassino


È passato un anno esatto dal quel 7 ottobre 2006, quando a Orvieto insieme a Romano Prodi, a Francesco Rutelli, a Walter Veltroni e a tanti dirigenti di DS e Margherita, varammo il progetto del Partito Democratico. A molti appariva un progetto così ambizioso da richiedere un tempo di incubazione lungo, tant´è Prodi indicò nelle elezioni europee del 2009 il traguardo per la costituzione del nuovo partito. In tanti prevaleva scetticismo e diffidenza. Ad altri ancora appariva un progetto utopico o velleitario.

A un solo anno da Orvieto, invece, il Partito Democratico sta per vedere, la luce e domenica 14 ottobre un enorme quantità di donne e uomini sarà protagonista della nascita del Partito Democratico. Lo sforzo della mobilitazione di queste settimane dice più di ogni parola: oltre 35.000 candidati, metà dei quali donne e almeno un terzo espressione della società civile.

E poi 60.000 scrutatori; 11.000 seggi; tanti ragazzi e ragazze tra i candidati; centinaia e centinaia di iniziative in tutta Italia. Cifre e fatti che dicono quanto infondato e caricaturale sia rappresentare il Partito Democratico come operazione burocratica di apparati o di ceto politico.

Ma non è solo la dimensione organizzativa a dirci che si sta per consumare un evento straordinario. Sono soprattutto le ragioni politiche per cui il PD nasce a rendere evidente quanto questo progetto possa cambiare la politica italiana.

In tempi di antipolitica crescente il PD è, in primo luogo, una risposta positiva di buona politica. A un´opinione pubblica che guarda con diffidenza ai partiti perché li sente estranei e distanti, noi offriamo l´occasione di prendere la politica nelle proprie mani. Chiamiamo i cittadini a scegliere, decidere, a essere protagonisti in prima persona, con il voto, della fondazione del PD.

Il Partito Democratico si dimostra così lo strumento per cambiare la politica italiana. Intanto perché in una politica segnata da divisioni, scissioni e separazioni, il PD è un progetto che unisce: due grandi partiti - Ds e Margherita - si fondono, aggregano altre forze - i Repubblicani europei, una parte dei socialisti , movimenti ambientalisti - e soprattutto chiamano a raccolta quella grande quantità di italiani che in questi anni si sono riconosciuti nell´Ulivo e tanti altri ancora che vogliono un´Italia giusta, moderna, dinamica. E questa scelta di unità già produce i suoi effetti sul sistema politico: proprio la costituzione del Partito Democratico ha sollecitato Berlusconi e Fini a riprendere il progetto di un grande partito conservatore competitivo con il PD. Casini e il suo partito hanno accentuato la propria autonomia dalla destra. E nella stessa Lega c´è chi si interroga. E a sinistra, forze politiche tradizionalmente gelose della loro identità, dei loro simboli, dei loro nomi - Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, una parte dei Verdi - riflettono sulla possibilità di un´aggregazione unitaria. Insomma: il PD come strumento per ridisegnare il sistema politico, superando la crescente frammentazione del sistema politico che oggi vede sedere in Parlamento rappresentanti di 24 partiti e proprio per questo appare ai cittadini fragile e poco credibile.

Nel realizzare questo processo il Partito Democratico ci consente anche di realizzare un altro obiettivo di grande valore politico: per la prima volta nella storia italiana le diverse culture riformiste si riuniscono in un unico partito politico, che ha la possibilità di essere il primo partito italiano, di rappresentare oltre un terzo del corpo elettorale e di fare così del riformismo la cultura maggioritaria del Paese. Un progetto aperto a cui ci auguriamo vogliano unirsi presto altre energie riformiste, come il ricostituito Partito Socialista.

E, infine, il Partito Democratico rappresenta lo strumento essenziale per consolidare e rafforzare la maggioranza di governo e l´azione dello stesso Esecutivo guidato da Romano Prodi. Sappiamo tutti, infatti, che il centrosinistra vive ogni giorno la divaricazione tra ciò che il governo fa e la percezione che ne hanno gli italiani.

Quel che Prodi e il suo governo fanno è molto. E giustamente il Presidente del Consiglio lo ha rivendicato in questi giorni: un nuovo protagonismo sulla scena internazionale, una ritrovata collocazione in Europa, l´avvio del risanamento dei conti pubblici, il rilancio della crescita economica, un nuovo patto sociale per ridisegnare welfare e diritti, una politica fiscale più giusta, la modernizzazione del Paese. E la stessa Finanziaria 2008 è la dimostrazione di quanto sia stata efficace la strategia perseguita nei primi 15 mesi di governo.

E tuttavia la percezione che la maggioranza degli italiani hanno del governo è altra: prevale l´immagine di una maggioranza fragile, esposta a continue divisioni, spesso sull´orlo di un incidente o di una crisi. E´ una percezione certo dilatata dai media, ma che trae ragione dal carattere composito di una maggioranza - 14 partiti in Parlamento, 11 al Governo - di cui ogni giorno emergono più i fattori divaricanti che quelli coesivi. Il Partito Democratico è una risposta anche a questo problema: perché assai diversa può essere la vita di una coalizione plurale se la sua forza principale è - come oggi sono i DS - una forza di circa il 20% oppure un partito del 35% come sarà il Partito Democratico. Una forza di vasto consenso elettorale, di forte radicamento sociale, di larga esperienza di governo locale e nazionale, ha certamente molte maggiori possibilità di tenere unita e coesa una coalizione ampia e plurale, riducendo i rischi delle spinte centrifughe.

Insomma: il Partito Democratico come leva per fare uscire il sistema politico dalla crisi di fiducia che oggi lo rende poco credibile agli occhi dei cittadini. E il Partito Democratico come lo strumento per guidare l´Italia in una fase nella quale grandi cambiamenti - il lavoro flessibile, la sostenibilità dello sviluppo, il welfare delle opportunità, il futuro dei giovani, la società multietnica, la domanda di sicurezza dei cittadini, la crisi delle istituzioni democratiche - tutti chiedono una grande forza progressista e riformista capace di tenere insieme modernità e diritti, innovazione e tutele, crescita economica e coesione sociale, meriti e bisogni, partecipazione e decisione.

Una sfida appassionante per rinnovare le idee della sinistra e farle incontrare con le idee di altre esperienze e culture progressiste, dando vita così a un grande Partito Democratico portatore di un progetto riformista e unitario di governo e di modernizzazione dell´Italia.

Per questo non dobbiamo avere paura della sfida che sta davanti a noi. Cambiare è prima di tutto iniziare una nuova vita. Cambiare significa misurarsi con il proprio tempo e con le domande di una società in movimento.

Cambiare è avere fiducia nel futuro e volerlo costruire.

Ed è questa la ragione per cui il 14 ottobre non finisce una storia, ma ne comincia una più grande, di cui ancora una volta saranno protagonisti donne e uomini che credono nei valori di pace, libertà, giustizia, uguaglianza, democrazia e solidarietà.

Pubblicato il: 07.10.07
Modificato il: 07.10.07 alle ore 19.07   
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Titolo: Franceschini: Il ticket è stato fondamentale per evitare la conta tra Ds e DL
Inserito da: Admin - Ottobre 08, 2007, 11:22:32 am
Dario Franceschini: «Il ticket è stato fondamentale per evitare la conta tra Ds e Dl»
Simone Collini


«Più voti avrà Veltroni, più avrà una forza politica che nessun segretario di partito ha mai avuto. Negli schemi tradizionali, i segretari sono sempre stati eletti dai congressi, dai comitati centrali. Essere eletti attraverso il voto di centinaia di migliaia di persone dà una forza straordinaria. Avere questa forza e non usarla per cambiare tutto sarebbe colpevole». Per questo, Dario Franceschini dice che all´indomani del 14 ottobre non andrà fatta semplicemente «un´opera di manutenzione»: «Dovremo fare la rivoluzione». Il che vuol dire, per il capogruppo dell´Ulivo alla Camera che corre in ticket con Veltroni alle primarie del Partito democratico, non solo che vanno dati «segnali di cambiamento profondi», ma anche che dovrà esserci «meno tattica, equilibrismi e anche meno dietrologie e sospetti».

Si è scritto molto sull´uscita di Veltroni sul taglio dei ministri. Anche qui siamo nel campo delle dietrologie e dei sospetti?

«Veltroni ha consegnato un tema, dicendo che si tratta di una competenza del presidente del Consiglio».

E lei che dice?

«Esattamente questo. Se Prodi deciderà di ridurre la composizione numerica e razionalizzare la composizione di governo, il Partito democratico sosterrà questa decisione, non farà resistenze al fatto di avere meno ministri e sottosegretari. Se Prodi deciderà diversamente, andrà bene lo stesso. Stiamo parlando di una prerogativa del presidente del Consiglio. I partiti danno dei suggerimenti».

Dice il ministro De Castro che Veltroni deve occuparsi di più del partito, perché del governo si occupano ministri e premier.

«Non c´è nessun bisogno di dirlo in modo ultimativo, è già così nei fatti. Sappiamo dall´inizio che l´allargamento dell´area di consenso del Pd passa per forza attraverso la qualità dell´azione di governo. E viceversa, un Pd che si rafforza e che mette in campo la disponibilità a fare scelte coraggiose aiuta il governo. Faccio veramente fatica a capire dove sia il problema in questo caso, perché normalmente, di fronte a un´ipotesi di riduzione del numero dei ministri, sono i partiti a opporre resistenza. Veramente, non capisco il perché delle polemiche».

Forse perché qualcuno teme un "premier ombra". C´è questo rischio, secondo lei?

«No. In Italia il governo è di coalizione, quindi il premier ha una funzione di sintesi, di costruzione di posizioni su cui si ritrova tutta l´alleanza. Il segretario di un partito ha un ruolo diverso, mette in campo idee, proposte. Inoltre, la funzione di un partito, e questa è una delle sfide che dobbiamo recuperare, deve tornare a essere quella che è stata per molti anni in Italia e che nell´ultimo decennio si è smarrita. Cioè affrontare i temi quotidiani ma senza rinunciare alla funzione di indicare un modello sociale verso il quale fare gli sforzi quotidiani».

Insomma sbaglia chi ricorre alla dietrologia?

«Qui siamo tutti sulla stessa barca. Sappiamo perfettamente che il Pd è l´approdo della transizione degli ultimi anni. Non c´è altro dopo. Se Walter ha accettato di imbarcarsi in quest´impresa e se io ho detto sì alla sua richiesta di dare una mano, non è fare un po´ di manutenzione o costruire un contenitore nuovo. Qui si tratta veramente di fare una rivoluzione nella politica italiana, proprio perché sappiamo che questa è l´ultima opportunità. La gente aspetta segnali di cambiamento profondi».

Dovrete lavorare anche a una nuova legge elettorale. Sembra ci siano convergenze sul sistema tedesco. La sua opinione?

«Gli italiani non vogliono un sistema elettorale per cui i governi si fanno dopo le elezioni. Da noi il sistema tedesco importato così, in blocco, comporterebbe che una piccola forza politica al centro può diventare l´arbitro dei destini politici del paese. Diverso sarebbe un sistema proporzionale ispirato a quello tedesco, ma con dichiarazione preventiva delle alleanze. Su questo si può ragionare».

Con chi? Berlusconi dice che con questa maggioranza non si discute nessuna riforma.

«Per noi rimane valido il principio che legge elettorale e riforme istituzionali vanno approvate con la maggioranza più larga possibile. Ma questo non significa che serva l´unanimità, perché altrimenti questo diventerebbe un diritto di veto».

Quindi?

«Quella con cui sono stati approvati in commissione Affari costituzionali della Camera il Senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari è già una larga maggioranza».

La prossima sarà un´alleanza sempre di centrosinistra?

«Il nostro dovere è lavorare nel centrosinistra, però non possiamo più presentarci con margini di ambiguità che poi rendono impossibile la vita di governo. Il Pd dovrà chiudere la stagione in cui si mettono insieme tutti quelli che sono contro un avversario, anche quelli più impossibili da conciliare tra loro, e poi si scrive il programma. Bisogna rovesciare. La coalizione va fatta solo tra forze veramente omogenee, che scrivono un programma chiaro, breve e vincolante. Il Pd andrà al voto con le forze che condividono lo stesso programma. Potrebbe alla fine scegliere anche di andare da solo. Perché stiamo parlando di un cambiamento talmente importante che vale la pena di mettere in conto anche il rischio di perdere».

Alle primarie lei corre in ticket con Veltroni, una decisione contestata da Rosy Bindi.

«Il fatto che io e Veltroni abbiamo girato insieme l´Italia ha accelerato molto la logica di superare le provenienze. Se c´è una cosa che rivendico nell´aver accettato la proposta di Walter è che questo ha evitato che le primarie diventassero il luogo di una conta tra Ds e Margherita. Cioè l´opposto esatto di quello che si doveva fare. E che si è fatto».

Si fanno previsioni e si discute di quanti dovranno partecipare alle primarie per parlare di successo. Lei che dice?

«Che chiunque fa un numero azzarda una cosa impossibile da prevedere. C´è una grande partecipazione alle iniziative a cui partecipo, mi aspetto di vederla tradotta in numeri».

Come paragone si prendono i quattro milioni delle primarie per Prodi candidato premier.

«Paragone assurdo. Intanto perché erano primarie di tutta la coalizione, e poi perché quella era una sorta di mobilitazione antiberlusconiana, per il cambio di governo».

Non fa numeri e non fa neanche previsioni della percentuale di voti per Veltroni?

«Dico solo che più voti avrà e più si metterà nelle mani di chi è chiamato a costruire il nuovo partito una forza politica che nessuno ha mai avuto. I segretari sono sempre stati eletti dai congressi, dai comitati centrali. Essere eletti da centinaia di migliaia di persone dà una forza straordinaria. Per questo dico che dopo non dovremo fare manutenzione, dovremo fare la rivoluzione. Avere questa forza e non usarla per cambiare tutto diventerebbe colpevole».

Pubblicato il: 07.10.07
Modificato il: 07.10.07 alle ore 19.09   
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Titolo: Rutelli: il Pd è la risposta alla crisi della politica (vedremo!)
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2007, 12:44:30 pm
Rutelli: il Pd è la risposta alla crisi della politica

Alla crisi attuale del sistema politico «il centrodestra risponde ponendosi come obiettivo la richiesta di elezioni anticipate per consentire a Silvio Berlusconi di tornare a candidarsi alla presidenza del Consiglio. Ragionano come su un’astronave impazzita.

Il Pd è invece la risposta politica a questa crisi». Così Francesco Rutelli, vicepremier e ministro dei Beni culturali, nel suo intervento a un incontro organizzato dalla componente liberal del Partito democratico, con Enzo Bianco, Enrico Morando, Valerio Zanone e Franco Bassanini.

Il leader della Margherita, rivolgendosi agli interlocutori liberal-democratici presenti, pone l'accento sulla consonanza riscontrata sul suo “manifesto dei coraggiosi” perché «è un indicatore, un punto di riferimento da cui Veltroni ha dimostrato di non voler prescindere». Occorre, dice, «fissare il programma, dire cosa si vuole fare e poi costruire le alleanze per governare il Paese», mentre la Cdl, «ripropone, come nel '94, nel '96, nel 2001 e nel 2006, Berlusconi con Fini, Casini e Bossi». Non «è questa la risposta per ridare fiducia ai cittadini».

Altri indicatori importanti, per verificare «la capacità di questo governo di fare riforme», sono per Rutelli, «l'approvazione dei ddl Bersani, sulle liberalizzazioni, Gentiloni sul sistema radiotelevisivo e Lanzillotta sugli enti locali». Ma il vice premier si sofferma anche sul «principio di autorità, un’autorità serena e garantista che deve essere al centro dell'essere democratico».

Autorità e regole, «non è possibile» che in questo Paese, dice Rutelli, «studenti si mobilitino e impacchettino il proprio liceo per entrare a scuola 20 minuti dopo». E il riferimento è agli studenti del Mamiani di Roma. Così come non è possibile che non esista più «la certezza della pena. Ormai il concetto di certezza è sganciato dal concetto di pena. In Italia non esiste più la pena, non esiste il concetto di condanna, un elemento di deterrenza che è fondamentale».

Rutelli poi torna sulla crisi del sistema politico: «Il fatto rilevante in sé e' la nascita del Pd, perché è un contributo alla semplificazione del sistema. E' chiaro chi risponde, e chi è investito deve dar conto del mandato ricevuto». D'altra parte, aggiunge il ministro, «è così in tutte le democrazie. E' chiaro che in Germania risponde Merkel o in Inghilterra Brown. Solo in Italia non è così. Agli italiani dobbiamo dare la certezza di chi risponde».

Oggi, invece, «abbiamo la nascita del 37° partitino, quelli che De Rita definisce “coriandoli”». Così come «al Senato ogni settimana nasce un partito con soggetti che sono dotati di un senatore e mezzo, altri con tre quarti di senatore».

da lanuovastagione


Titolo: Fassino: il 14 ottobre portiamo la politica dai cittadini (non ancora ... ndr)
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2007, 12:46:18 pm
Fassino: il 14 ottobre portiamo la politica dai cittadini

Le elezioni primarie del Pd del 14 ottobre saranno un evento non solo per l'ampia mobilitazione, «ma per le ragioni politiche che ispirano la nascita del nuovo partito». Lo ha sottolineato il segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino, in un incontro a Mestre con i candidati veneziani e mestrini, fra cui Amos Luzzato, capolista di Venezia centro storico.

Quattro le ragioni fondamentali indicate da Fassino. «In tempi di anti-politica della politica noi diamo una risposta di buona politica chiamando direttamente i cittadini ad essere i protagonisti della fondazione di questo partito. Portiamo la politica dai cittadini realizzando un evento democratico partecipativo che non ha eguali nella storia di questo Paese e non solo».

Il Pd, ha continuato Fassino «è lo strumento che può riorganizzare l'intero sistema politico perché unisce in una politica abituata tradizionalmente alle separazioni. E’ la risposta a uno dei temi su cui è maturata la crisi di credibilità della politica italiana, cioè la frammentazione. Mettiamo in campo un processo di aggregazione. Proprio perché nasce il Pd, Fini e Berlusconi hanno cominciato a discutere dell'ipotesi di dar vita a un grande partito di centro-destra, Casini e l'Udc hanno accentuato la loro presa di distanza dalle altre forze di centro-destra e la nostra sinistra (Rifondazione Comunista, Comunisti italiani, parte dei Verdi) è sollecitata a verificare la possibilità di un’aggregazione».

Con il Pd «per la prima volta le diverse storie, culture, correnti riformiste del nostro Paese si uniscono in un solo partito. La sfida più avanzata - precisa il segretario dei Ds - è quella di costruire un unico grande partito riformista che faccia diventare il riformismo una delle culture maggioritarie del Paese».

Infine, «il Pd rappresenta lo strumento per rafforzare e consolidare la maggioranza di Governo nell'esecutivo prossimo. C'è una divaricazione tra quello che il governo fa e l'immagine che gli italiani hanno di una maggioranza fragile, sempre sull'orlo di una crisi. Il Partito democratico è una risposta a tutto questo perché non è la stessa cosa se il principale partito di una coalizione di quattordici, è una forza come oggi sono i Ds del 20% o se sarà, come il Pd, una forza del 35%. Cambia radicalmente la capacità di guida e di coesione».

E’ in questo senso che la candidatura di Walter Veltroni assume un significato ancora più preciso. «Intorno a Walter Veltroni – sottolinea Fassino – si può raccogliere un vastissimo consenso nel Paese, in ogni regione compreso il nord, perché rappresenta bene quell'apertura alla società, quella cultura dell'innovazione e del cambiamento, senza pregiudizi». Il leader della Quercia invita a non misurare i dirigenti politici pensando al luogo in cui sono nati, a chi gli chiede perché non abbiano pensato a un candidato del Nord.

«I dirigenti politici si misurano nella loro qualità, popolarità, capacità, non dal luogo in cui sono nati. Si prendono in considerazione - spiega il segretario nazionale dei Ds - per la testa che hanno e per le azioni che sono capaci di mettere in campo. Non credo che dobbiamo risalire a una teoria lombrosiana per cui è meglio chi è nato in un posto piuttosto che in un altro».

«Una delle cifre che vogliamo dare al Pd - dice Fassino - è quella di un grande partito capace di guidare la modernizzazione del Paese e mi pare che il modo in cui Veltroni ha esercitato tutte le funzioni più importanti - penso al riconoscimento unanime del modo in cui dirige oggi una città difficile e complessa come Roma e agli apprezzamenti per come ha fatto il ministro dei Beni Culturali - testimoniano ampiamente la qualità e la forza della sua candidatura».

da la nuova stagione


Titolo: PD... Solo per il 20% l'esponente ds come leader porterà «molti più voti»
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2007, 12:58:00 pm
Solo per il 20% l'esponente ds come leader porterà «molti più voti»

Pd, in calo l'effetto-Walter

Previsto un milione alle urne

Il favorito è al 70%, la Bindi conquista i consensi extra partiti


Diversamente da gran parte delle consultazioni elettorali, l'interesse per le prossime primarie del Partito Democratico — e il parametro di misura del loro successo o insuccesso — non sta tanto nell'esito in sé, ormai scontato, quanto nell'ampiezza della partecipazione e del consenso ottenuto dagli «altri» candidati, al di là del vincitore.

In una ricerca di opinione svoltasi pochi giorni fa, ha dichiarato di volersi «sicuramente» recare a votare il 14 ottobre quasi metà dell'elettorato di Democratici di Sinistra e Margherita nel loro insieme. Come spesso accade nei sondaggi, molte — la gran parte — di queste dichiarazioni non si tradurranno poi in comportamenti veri. Ma, al di là della sua effettiva (scarsa) capacità previsiva, il dato resta assai significativo: esso indica l'interesse, che, malgrado tutto, la creazione del nuovo partito suscita nell'elettorato del Partito Democratico. E la presenza di intenzionati a partecipare anche al di fuori degli elettori di Ds e Margherita mostra come l'attenzione nei confronti della prossima consultazione sia assai estesa. Lo prova anche il fatto che, rispetto ad un analogo sondaggio effettuato prima dell'estate, si registra un incremento nelle intenzioni di voto dichiarato. La partecipazione preannunciata è all'incirca simile negli elettorati Margherita e Ds, con una lieve accentuazione in quest'ultimo. Ancora, paiono più propensi a recarsi a votare i meno giovani, forse più legati all'identità tradizionale dei partiti che daranno luogo alla nuova forza politica.

Alle precedenti primarie, quelle che indicarono Prodi quale candidato alle elezioni, parteciparono, si dice (ma nessuna documentazione affidabile è stata mai fornita), circa quattro milioni di persone. In quel caso, tuttavia, si trattava al tempo stesso di un voto «per» Prodi, e, forse ancor più, di un segnale «contro» Berlusconi. Non è questo il caso alle prossime consultazioni del Pd. Per questo, le previsioni sulla partecipazione sono assai più contenute e gran parte degli osservatori ritiene che l'afflusso di un milione di persone potrebbe già essere considerato un successo.

Come si è detto, la vittoria di Veltroni è scontata. Preannuncia il voto favorevole verso il sindaco di Roma addirittura il 70% dell'elettorato potenziale, ancora una volta con una (comprensibile) accentuazione tra i Ds. Tra gli altri candidati appare molto quotata Rosy Bindi, che sembra attirare maggiormente i voti degli elettori meno «organici » a Ds e Margherita e quelli provenienti dagli altri partiti. Enrico Letta si classificherebbe terzo.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze delle primarie del Pd sullo scenario politico complessivo? Gran parte degli intervistati, a destra come a sinistra, è scettica e prevede che l'elezione di Veltroni a leader del Pd farebbe affluire al massimo «qualche voto in più» e avrebbe scarsa influenza sulla popolarità del governo.

Quest'ultima affermazione appare fondata. Il governo sta attraversando un periodo tormentatissimo. Lacerato al suo interno da contrasti apparentemente insanabili e minato dall'esterno, non tanto da parte dell'opposizione, quanto dal diffondersi tumultuoso degli atteggiamenti e dei comportamenti legati all'antipolitica. Queste difficoltà si riflettono ovviamente anche sui livelli di consenso — giunti ai minimi storici — e su quelli delle intenzioni di voto espresse nei sondaggi, che vedono il centrodestra in vantaggio di poco meno di dieci punti.
Va detto però che quella attuale è una situazione da sempre caratteristica del periodo precedente al varo della Finanziaria. Tutti gli esecutivi che si sono succeduti nel nostro Paese, di destra o di sinistra, hanno vissuto in modo tormentato, talvolta drammatico, le settimane antecedenti all'approvazione della legge. Per questo, la futura popolarità dell'esecutivo sembra dipendere più dai contenuti della Finanziaria che dalle sorti del Pd.
La cui nascita potrà, come molti osservatori sostengono (lo ha di recente suggerito in modo assai efficace Michele Salvati nel suo ultimo libro) dare un forte impulso al centrosinistra. Ma non aiuterà ad accrescere il consenso per il governo. Anzi, con l'emergere dell'alternativa Veltroni, potrebbe forse produrre l'effetto contrario.


Renato Mannheimer
09 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - ... Seggi in 7mila comuni
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2007, 11:30:59 pm
POLITICA

Come e dove votare.

Lo spoglio inizia alle 20. I primi risultati già nella notte

Il video-appello dei cinque candidati. Soro: "Concorrenti, non nemici"

Meno quattro al giorno delle primarie

"In scena il kolossal della politica italiana"

Migliavacca: "Con uno sforzo enorme garantite trasparenza e certezza del voto". Seggi in 7mila comuni

stampate 950 schede diverse. Un esercito di 70 mila volontari per 35 mila candidati

di CLAUDIA FUSANI

 
ROMA - La confusione è ancora allegramente tanta ma la situazione pare sotto controllo quando mancano quattro giorni a quello che viene definito "il kolossal della politica italiana". Uno sforzo enorme per numero dei protagonisti - 35 mila candidati tra nazionali e regionali distribuiti su 1.888 liste nazionali a cui si aggiungono le 1.656 regionali - e visto e considerato che per le primarie del Pd non possono essere coinvolte né prefetture né ministero dell'Interno.

Era fine giugno quando fu decisa la data delle primarie. Non c'era ancora nulla, neppure un vero ufficio, si può dire. In poco più di tre mesi, agosto compreso, è stata messa in piedi un'organizzazione capillare sotto la regia dei tre coordinatori - Maurizio Migliavacca, Mario Barbi e Antonello Soro, ds, prodiani e dl, i tre codici sorgente del pd -, di Nico Stumpo, direttore dell'Ufficio tecnico amministrativo nazionale a cui fanno capo i vari Utap, un po' le prefetture del pd, di Maurizio Chiocchetti che ha in carico il voto all'estero anche via internet e di decine e decine di volontari.

"Abbiamo cercato di garantire tanto la trasparenza quanto la certezza del voto", chiarisce Migliavacca rispondendo a chi in queste ore allude a possibili brogli sia nelle operazioni di voto che negli scrutinii. "Sono tanti i tentativi di denigrare e creare ombre su questo voto, le primarie danno fastidio", commenta Chiocchetti, tanti e provenienti anche dalla stessa maggioranza. Non è vero, ad esempio, che ci sono difficoltà per trovare le sedi dei seggi nel sud del paese, "non ci risulta" tagliano corto gli interessati, "la distribuzione è capillare ed omogenea".

Antonello Soro sottolinea "lo sforzo enorme dietro queste primarie per la nascita di un grande partito popolare che infastidisce molto il centrodestra. Noi però auspichiamo che loro facciano la stessa cosa". Qualche goccia di veleno nelle parole del prodiano Mario Barbi il quale si augura che, poichè un terzo dei candidati non risultano iscritti ai due partiti "anche un terzo degli eletti nelle due assemblee costituenti risulti non iscritto ai due partiti".

I numeri - Sono da capogiro: 35 mila candidati per entrambe le consultazioni; 1.888 liste nazionali; 1.656 liste regionali; 187 candidati all'estero distribuiti in dodici liste e suddivisi nelle quattro grandi circoscrizioni (Usa; America centrale e del sud; Europa; Africa-Asia-Oceania); 70 mila volontari tra scrutatori e rappresentanti di lista; 11.195 seggi - 1.500 in più rispetto alle primarie dell'Unione - distribuiti in circa 7000 comuni su un totale in Italia di 8.100 comuni. Mistero sul numero delle schede stampate. Nelle primarie dell'ottobre 2005 a un certo punto mancarono le schede, l'affluenza fu superiore al previsto e furono fatte arrivare in tutta fretta. Stavolta nessuno si sbilancia, vorrebbe dire stimare l'affluenza, un altro capitolo di polemiche, "un milione, no troppo poco, almeno due". Stumpo azzarda "due milioni, forse tre, di schede stampate. Ma sono cifre a caso".

Operazioni di voto - Dalle 7 alle 20 di domenica 14 ottobre. "Cercate il vostro seggio su internet", spiega Barbi. Sul sito (www.partitodemocratico.it) è possibile visualizzare sulla mappa il proprio seggio. In alternativa c'è sempre il numero verde (800 231506). Al seggio occorre portare documento di identità e tessera elettorale. "Siamo in grado di garantire la tracciabilità delle schede, sappiamo esattamente quante sono in ogni seggio". In ogni postazione ci saranno un presidente - non candidato - e due scrutatori, anche loro possibilmente non candidati".

Come si vota - Ci saranno due schede. Quella azzurra elegge il segretario nazionale e i 2.400 membri dell'assemblea costituente nazionale del Pd. Quella grigia i venti segretari regionali e le rispettive assemblee. In tutta Italia ci saranno 950 schede diverse per "la nazionale" e 475 per "le regionali".

Le liste sono bloccate e l'elettore dovrà solo fare una X su quella prescelta: non dovrà cioè scrivere né nomi né altro.

Scrutinio & risultati - Lo spoglio comincerà subito dopo la chiusura dei seggi (ore 20) ognuno dei quali avrà il proprio verbale con resoconto di votanti, voti validi, voti nulli e schede bianche. Lo scrutinio quindi andrà avanti tutta la notte. L'organizzazione ha previsto due previsioni sull'affluenza durante la giornata (ore 12 e ore 17) per avere quella definitiva dopo le 20. Per i risultati sono previste nelle prime ore le rilevazioni per lista da parte di due società specializzate. Gli organizzatori si augurano di poter avere, già nella notte, il quadro dell'assemblea nazionale. Ci vorrà più tempo per quelle regionali. Lo scrutinio avverrà con doppio sistema: ufficiale quello tradizionale, cartaceo; ufficioso, ma più veloce, quello elettronico.

Voto all'estero - Per la prima volta via internet. In questo caso gli orari di voto rispettano i fusi orari. I primi a votare saranno gli italiani che vivono in Asia, Cina, Giappone; gli ultimi voti, tre le due e le quattro del mattino dopo, arriveranno da New York e San Francisco. Sono 69 i posti nell'assemblea costituente per i delegati stranieri. Oltre al voto via internet, sono stati allestiti anche 200 seggi per il voto tradizionale. Il bacino potenziale di elettori si aggira intorno ai ventimila, tanti votarono per l'Unione nelle politiche del 2006. Nelle dodici liste per i quattro candidati (Gawronski-Schettini non "corrono" all'estero) ci sono molti ricercatori e studenti universitari, l'ultima generazione di emigranti.

"Le primarie dei nuovi media e della tecnologia" - L'osservazione è di Antonello Soro che parlando degli "elementi di discontinuità di questo voto, superiori a quelli di continuità", ha sottolineato come molta di questa campagna elettorale sia avvenuta "tramite il web e i nuovi media per cui siamo stati anche un po' delle cavie". Vietata la tivù, pochi i soldi e il tempo a disposizione, la campagna elettorale dei cinque candidati segretari è passata quasi tutta dal web. Dal web passeranno anche alcune operazioni di voto e parte degli scrutinii. E al web i candidati (Soro: "E' la prova che sono stati concorrenti, mai nemici") hanno consegnato il loro video-appello (vedi il video). Rigorosamente, democraticamente, in ordine alfabetico: comincia Adinolfi, finisce Veltroni.

(10 ottobre 2007)
da repubblica.it


Titolo: Se la parola d'ordine è partecipazione...
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2007, 12:12:46 pm
Se la parola d'ordine è partecipazione

Articolo di Andrea Orlando, da "L'Unità"

C'è il rischio che polemiche minori e la preoccupazione per il quadro politico faccia smarrire la rilevanza della strada compiuta sino a qui nella costruzione del Partito Democratico. Fondamentali saranno i primi passi della Costituente. Vorrei indicare alcuni punti per proseguire il percorso.

1. Una questione cruciale: il Pd nasce dalla partecipazione. Lo sottolineiamo troppo poco. Il Pd è il primo partito del nuovo millennio. Nessuna forza politica è nata così nello scorso secolo. La partecipazione, in passato è stata utilizzata come strumento per sostenere le piattaforme di elites, oggi noi chiamiamo i nostri elettori a definire i tratti di un soggetto ancora da forgiare. È una scelta moderna. L'unica possibile per rilegittimare la politica. Questo carattere aperto corrisponde alla domanda di partecipazione attuale.
Si deve constatare, infatti, come la debolezza della politica, dovuta sia alle dinamiche istituzionali, sia al suo sradicamento abbia aumentato in modo esponenziale la capacità di incidere dei poteri di fatto sulla vita pubblica. I grandi processi di acculturazione di base, di mobilità sociale, di individualizzazione della posizione del soggetto nella società hanno prodotto un'incertezza che si traduce in un diverso atteggiamento verso la politica: diffidenza verso la delega della rappresentanza di sé a soggetti duraturi, accentuata domanda di accesso e di riconoscimento individuale da parte dei cittadini nei confronti dei soggetti pubblici.

I grandi cambiamenti in atto generano un'ansia che accentua l'attenzione sulla politica e sui suoi limiti. Ma queste istanze interpellano i partiti in modo critico con aspettative forti. Sempre più le strutture organizzate devono attrezzarsi per consentire, la partecipazione alle discussioni, alle scelte degli elettori, oltre che degli iscritti. Il tema è cosa incontra la domanda di partecipazione: o incrocia la politica, la sua agenda e i suoi luoghi, un ambiente accogliente dove può realizzarsi una sintesi, oppure sarà preda dell'agenda mediatica, con tutto il suo portato di spettacolarizzazione e di radicalizzazione.

A riprova abbiamo verificato, come nel magma del volontariato spontaneo, che arricchisce la vita civile italiana, vi siano state forme di sostegno al nostro partito che vanno dal lavoro alle feste, al finanziamento. Parlo di fenomeni quantitativamente più significativi di quelli che hanno riempito le pagine dei giornali e arricchito la vicenda italiana dell'anti-politica. Per questo il tema da indagare oggi è come la partecipazione va organizzata in un processo dialogante di arricchimento reciproco tra singolo e struttura.

Bene le primarie ma sole non bastano. Vanno garantiti percorsi che portino a forme di definizione partecipata delle piattaforme programmatiche. L'autonomia del soggetto politico si afferma costruendo una zona franca nella quale si intrecciano elaborazione culturale e programmatica, formazione ed iniziative politiche, un ambito nel quale sia possibile accorciare le differenze di partenza economiche e culturali per chi aspira a far parte della classe dirigente. Credo peraltro che questa idea della partecipazione corrisponda ad un'esigenza profondamente moderna dell'individuo e cioè, quella del riconoscimento della sua soggettività, della considerazione che il suo apporto può avere in una fase in cui cresce la paura della spersonalizzazione e vengono meno le ideologie «finalistiche» che spesso l'avevano giustificata.

2. La norma che prevede la presenza alternata dei generi prefigura un partito possibile, diretto da donne e da uomini. Si tratta solo di un presupposto necessario, non ancora sufficiente (lo si è visto con le candidature alle leadership) che costituisce però il riconoscimento della battaglia storica per le pari opportunità. C'è però una conseguenza che va al di la di questo. Si è molto discusso di fusione fredde, di sommatoria. La sommatoria di Ds e Margherita è oggettivamente impedita da questa regola. Gli assetti attuali dei gruppi dirigenti locali e nazionali sono prevalentemente il frutto di accordi tra uomini. Le forze politiche per adempiere a questo criterio si sono costrette a mettere in discussione il loro assetto di fatto. Non è ancora il nuovo ma è il presupposto per fare un passo nella direzione giusta.

3. Il partito democratico può essere un partito federale. L'elezione diretta e contestuale dei segretari regionali è un occasione per costruire un partito che sappia interpretare le peculiarità del Paese. Un assetto federale impone una maggiore consapevolezza e capacità di adesione al quadro generale.

4. La struttura ha un modello di riferimento sino al livello regionale. Il resto è da definire, ma il resto cioè l'interfaccia quotidiana tra singolo e struttura è esattamente il luogo in cui si materializza l'idea di partecipazione. Un partito che si limitasse a chiamare periodicamente a pronunciarsi i propri aderenti su questa o quella candidatura finirebbe inevitabilmente per ridurre la partecipazione a mobilitazione. Esposto costantemente alle incursioni degli interessi particolari, il partito comitato elettorale non risponderebbe alla domanda più attuale della partecipazione di questo tempo: la conoscenza. Solo una struttura che riconosca al singolo un protagonismo continuativo, garantito da un sistema di regole, è in grado di ricostruire un processo di legittimazione dei soggetti politici. Questo protagonismo richiede occasioni di crescita nel dibattito e una rete sul territorio, in ogni realtà in cui questo bisogno si manifesta. È questa la condizione per consolidare lo slancio che verrà dal 14 ottobre.

La prima riunione della costituente dovrà dare alcune risposte in proposito. Non penso siano utili ne necessarie altre competizioni per le leadership locali in questa fase. Tanto più che le strutture territoriali Provinciali, Comunali e di zona chiamate avranno vita sino all'avvio del primo tesseramento che potrà iniziare non appena licenziati lo Statuto e il programma fondamentale del Partito.

Questo lavoro con quello di costruzione delle costituenti di zona potrebbe a questo punto avviare la fase di adesione al partito nuovo, che potrebbe così realizzarsi in uno scenario nel quale l'impalcatura organizzativa complessiva del partito si è delineata. Credo quindi sia ipotizzabile che dopo la prima riunione della Costituente Nazionale e di quelle regionali si convochino in ogni zona, secondo le indicazioni dei comitati promotori provinciali tutti coloro che hanno partecipato al voto del 14 Ottobre e si costituiscano le strutture di base eleggendo i delegati nelle costituenti provinciali e comunali laddove le strutture di base siano di ambito sub-comunale.

Gli organismi costituenti così eletti avrebbero appunto il compito di guidare Pd nel territorio e di promuovere la campagna di tesseramento al Pd. Naturalmente va definita la funzione che si intende assegnare alle strutture territoriali. Non è sufficiente prevederne l'esistenza per garantire un effettivo esercizio dei diritti del singolo iscritto e una vita democratica continua, ricca ed aperta.

Credo in questo senso che le costituenti provinciali,
comunali e di zona dovrebbero porsi l'obbiettivo di un coinvolgimento attivo di tutti gli aderenti, offrendo occasioni di lavoro ed elaborazione politica differenziata. Penso a consulte articolazioni della costituente su temi specifici, ad associazioni finalizzate a singole campagne ed anche a soggetti costantemente deputati all’approfondimento e alla formazione politica.

Non azzardo una proposta temporale, tuttavia è ragionevole pensare che tutto questo processo possa compiersi nella primavera del prossimo anno, concludendosi con la campagna di iscrizione al nuovo soggetto politico, primo passo verso la celebrazione del suo primo congresso. Questa ipotesi vedrebbe un progressivo superamento delle strutture costituenti e l'insediamento di gruppi dirigenti scelti in modo diretto dagli iscritti recando modalità stabilite dallo Statuto e dal Regolamento congressuale. Il segno del sostegno dei Ds alla costruzione di un partito vero e forte può venire dalla convocazione dell'Assemblea dei Segretari di Sezione del mese di novembre. Sarà il segno di un patrimonio che si mette ancora una volta a disposizione di questo grande progetto.

da veltroniperlitalia.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO ... Prodi: "No al rimpasto del governo
Inserito da: Admin - Ottobre 12, 2007, 11:50:29 pm
POLITICA

Il premier consegna al suo sito il messaggio prima del voto di domenica

"Chi vincerà da lunedì si metta al lavoro per rafforzare la politica italiana"

Prodi: "No al rimpasto del governo

E il segretario Pd aiuti la stabilità"

Poi dal Tg3 risponde a Veltroni sulla riduzione dell'esecutivo: "Sì, ma niente colpi di testa"

Per i candidati leader del nuovo partito penultimo giorno di campagna elettorale

 
ROMA - Il Pd che nasce domenica è la "grande novità" per la quale "ho speso tutta la mia vita politica". Lo scrive Romano Prodi, sul suo sito personale, nel penultimo giorno della campagna per le primarie del nuovo partito, rivolgendo gli auguri "più calorosi" a tutti i candidati, impegnati nelle ultime battute di una accesa campagna elettorale. Ma il premier, tra le righe, manda messaggi e trova anche il modo di rispondere a Veltroni: "Nessun rimpasto di governo ma ripensare la struttura. Il leader del partito aiuti la stabilità".

Riferimenti e ammonimenti. Quello del Professore è quasi un "testamento" politico dell'uomo che ha inventato il Partito democratico e che ne sarà il presidente ma non il segretario. Prodi inizia con un pizzico di nostalgia e ripercorre la scelta di impegnarsi in politica, dal 2 febbraio 1995, "pensando proprio all'Ulivo come fusione delle grandi tradizioni riformiste italiane". Ecco il primo ammonimento: il Pd come "fusione": a caldo però, non a freddo; un partito nuovo e aperto alla società civile e non una somma di correnti e posizioni preesistenti. "Ora, dopo 12 anni - dice il premier col tono di una raccomandazione - questo progetto finalmente si compie con un contributo popolare aperto e diffuso, con la nascita del Partito Democratico che proprio dell'Ulivo ha rappresentato fin dall'inizio la meta".

Il futuro. Fino qui il passato e il presente. E il futuro? Prodi scrive il suo ammonimento: "A partire da domenica sera questo partito potrà finalmente avviare il suo processo costituente sotto la guida di un segretario, uomo o donna, chiamato a fare avanzare ulteriormente il lungo ed entusiasmante cammino che abbiamo finora percorso".

Un uomo e una donna. Il premier lascia aperte tutte le possibilità. "Il nuovo segretario - continua - potrà da lunedì mettersi immediatamente al lavoro per dare stabilità alla politica italiana dedicando al partito le energie che io non vi ho potuto dedicare perché impegnato nella quotidiana complessa e difficile attività di governo". Come dire che il presidente del consiglio e il segretario del partito sono due incarichi diversi, sotto tutti i punti di vista, caso mai qualcuno pensi di farli coincidere.

I meriti del governo. Un altro messaggio a Veltroni che anche stamani ribadisce la sua scadenza: otto mesi per fare le riforme. Subito dopo Prodi rivendica al suo governo una serie di meriti dell'esecutivo: "Ha fatto uscire l'Italia dalla crisi finanziaria, l'ha rimessa nel cammino dello sviluppo ed ha iniziato le necessarie correzioni alle iniquità prodotte dai cinque anni del governo della destra". Segue una lunga lista di cose fatte e da fare, ma sottolinea che il suo governo "non ha bisogno di 'rimpasti' per funzionare perché già funziona, anche se trovo giusta ogni iniziativa che ne rafforzi il funzionamento a cominciare dal ripensamento della sua struttura".

Niente personalismi. "Nel frattempo - scrive ancora Prodi - il Partito democratico comincerà la sua vita e potrà farsi carico in modo sempre più responsabile dei grandi compiti che gli spettano". A chi avrà questa "enorme responsabilità" il Professore offre il suo "incoraggiamento" per questa " esaltante sfida". E una raccomandazione: "Chi vincerà, ma non solo lui - conclude il messaggio - avrà il dovere di lavorare sempre per un obiettivo comune e per il consolidamento di un progetto che non può essere frutto di personalismi". Adesso si aspetta domenica, che "sarà una nuova grande festa della democrazia dei cittadini".

La riduzione dei ministri. In una intervista al Tg3, Prodi è anche tornato sull'idea lanciata da Veltroni di dimezzare il numero di ministri e sottosegretari: "Il problema della riduzione dei ministri, degli assessori e del numero di tutti coloro che fanno politica si pone. Ma non è che lo possiamo risolvere con un colpo di testa. E' un problema che deve coinvolgere tutte le strutture politiche del Paese", ha affermato il premier.

Veltroni e il governo. Il Professore si è poi detto "convintissimo" che Veltroni rafforzerà il governo. E il candidato leader risponde a distanza dal palco del Lingotto di Torino: "Qualunque sia l'esito delle primarie dal partito democratico - dice Veltroni - ci sarà il sostegno al governo e al presidente del Consiglio".

Mario Adinolfi. Mario Adinolfi ha puntato tutto sul popolo di internet e dei blogger. E proprio online il leader dei Generazione U ha proposto un gesto pacificatore: ''Mi auguro che la notte del 14 ci ritroveremo tutti e cinque i candidati su un palco, per fare le congratulazioni al vincitore e offrire agli italiani lo spettacolo di un abbraccio comune e dell'inizio di una grande, nuova storia comune''.

Rosy Bindi. Anche la più accanita competitrice di Veltroni, Rosy Bindi, concorda sulla positività del futuro: ''Domenica, insieme, cambieremo la politica italiana. Il Pd nasce con un voto libero e popolare, con una scelta di grande innovazione che segna una vera discontinuità con il passato, ma anche con il presente dei partiti che conosciamo. Nasce nell'interesse del Paese''.

Polemiche. Ma anche oggi non sono mancate le polemiche. A rinfocolarle ci hanno pensato alcuni 'ulivisti' della Margherita che hanno proposto la candidatura della Bindi come la sola vera, in polemica con Veltroni definito un centrista che porta nel Pd il peso dei vecchi partiti, quando le adesioni dovrebbero essere personali e da semplici cittadini.

Enrico Letta. E un appello al ringiovanimento della politica e per un partito post-ideologico, è arrivato da Enrico Letta. ''L'assenza dei giovani in politica, tenuti fuori dal ceto politico, è un vero scandalo'', ha detto sottolineando che ''in Parlamento ci sono solo otto persone di 30 anni. Il problema - ha aggiunto - non è che i trentenni siano migliori dei sessantenni, ma il problema è che i giovani non ci stanno affatto: il sistema della cooptazione, la classe politica, non dà loro spazio tenendoli fuori''.

Piergiorgio Gawronski. Nella corsa alla segreteria oltre a Mario Adinolfi, c'è un altro outsider che ha condotto una campagna elettorale particolarmente combattiva: l'economista Piergiorgio Gawronski. "Ho deciso di proporre il progetto di riqualificazione etico-istituzionale in cui credo ci riconosciamo in molti - dice -, essendo stati i suoi elementi ampiamente discussi negli anni scorsi, fuori dai circuiti politico-mediatici dominanti, nelle nostre associazioni e, in realtà, in modo magari meno 'colto', però anche negli uffici, nelle piazze, e nei bar del nostro Paese".

(12 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - Il premier e la difficile coabitazione primi ostacoli:...
Inserito da: Admin - Ottobre 15, 2007, 10:00:21 am
POLITICA

Il retroscena

Il premier e la difficile coabitazione primi ostacoli: welfare e rimpasto

Il presidente del Consiglio non ha gradito in questi mesi alcune uscite del sindaco.

Fassino: non ci sarà dualismo

di CLAUDIO TITO

 
ROMA - "So che Walter sarà un segretario forte, ma saremo tutti leali". Inizia la difficile coabitazione. Quella tra Romano Prodi e Walter Veltroni. Dal '98 non era più capitato. Dalla staffetta tra il Professore e Massimo D'Alema il presidente del consiglio del centrosinistra è stato anche il capo della coalizione e persino il leader del partito maggiore. Da ieri non è più così. Il premier lo sa e si prepara a fare i conti con il "nuovo" alleato.

Anche ieri mattina il Professore e il Sindaco si sono sentiti al telefono. I contatti tra loro si sono intensificati nelle ultime settimane. E proprio al telefono non sono mancati gli attriti e le incomprensioni. Come è accaduto mentre il capo del governo si trovava a New York per l'assemblea generale dell'Onu. Veltroni lo aveva avvertito della sua intenzione di proporre un "rimpasto" nell'esecutivo, e lui non l'ha presa nel migliore dei modi. Ma del resto, è un mese che il feeling procede a colpi di singhiozzo. Tra strappi e ricuciture. "Io sosterrò sempre il governo", ripete ad ogni piè sospinto il primo segretario del Partito Democratico. Ma entrambi sanno che inevitabilmente gli interessi potranno confliggere.

Anche perché, come dice l'inquilino di Palazzo Chigi, "Walter sarà un segretario forte". Ossia uno che non accetterà ogni scelta dell'esecutivo senza parlare. Anzi, è proprio il primo cittadino di Roma che davanti ai primi screzi ha dovuto mettere i puntini sulle "i": "Non potrò rimanere solo in silenzio".

Il Pd, insomma, dovrà definirsi proprio nel rapporto con il governo. Il suo profilo si disegnerà nella capacità di condizionare e orientare le scelte dell'esecutivo. Davanti ad ogni bivio, i Democratici faranno sentire la loro voce. E, in effetti, dall'esordio del Lingotto a ieri, il copione è stato quasi sempre lo stesso. Il decalogo sul fisco, le proposte sulla sicurezza, gli incoraggiamenti a manovre "straordinarie" per abbattere il debito pubblico, gli indirizzi per una nuova legge elettorale (in particolare il "no" al sistema Tedesco): tutti terreni su cui Veltroni ha già piantato la sua bandierina. Per Palazzo Chigi, sono state delle "indebite interferenze". Che hanno fatto sorgere nel Professore il sospetto che si stessero materializzando i prodromi di una operazione politica più vasta. Come quella del 1998 con la sua "squadra" nel mirino. Un sospetto che si è improvvisamente gonfiato dopo che i richiami del segretario Pd a incidere sul debito pubblico sono stati seguiti dalle saette lanciate dal Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, contro la manovra economica e dall'altolà della Commissione europea.

"Nessuna trappola, nessun complotto", ripetono però dalle parti del Campidoglio. "Non ci sarà dualismo - assicura Piero Fassino -, anzi il Pd stabilizzerà il governo". Ma nello stesso tempo la nuova formazione non rinuncerà a far valere il ruolo di primo partito della coalizione. "Il Partito Democratico - dice Dario Franceschini - farà semplicemente politica". Quindi, senza deleghe in bianco. Il modello richiamato dai due componenti del ticket che ha vinto le primarie, allora, non è tanto la coabitazione in salsa francese (Mitterand-Chirac o Chirac-Jospin) quanto l'esempio democristiano: il rapporto che c'era nella Prima Repubblica tra il segretario della Dc (azionista di maggioranza delle alleanza di governo) e il presidente del consiglio.

Una complicata miscela che verrà sperimentata già nei prossimi giorni. Perché Veltroni non intende rinunciare all'idea di "tagliare" i ministeri del gabinetto Prodi. Ma soprattutto "non rimarrà in silenzio" nella battaglia che si consumerà nell'Unione sulla Finanziaria e sul welfare. Tant'è che su quest'ultimo provvedimento tra i veltroniani è già scattata la parola d'ordine: "Non si modifica niente". Anche a costo di incrociare le spade con la sinistra radicale. "Ma io non mollo", dice Prodi quando ragiona con i suoi su quel che potrà accadere nei prossimi mesi. Anche se ieri sera un altro interrogativo si è diffuso tra i "prodiani": "Cosa succede se per Veltroni voteranno più persone che per Prodi nel 2005?". Il Professore comunque mostra a tutti tranquillità: "Il mio tempo è il 2001. Io vado avanti per la mia strada. Ma so che sono un uomo a tempo".

(15 ottobre 2007)
da repubblica.it


Titolo: P D - ...Loft con vista sul Circo Massimo ecco la sede del nuovo partito
Inserito da: Admin - Ottobre 19, 2007, 10:50:47 am
POLITICA

La scelta di Veltroni e Franceschini: il Pd avrà un quartier generale di 1000 metri quadri

Gli uffici attigui alla chiesa di S. Anastasia su una piazzetta adornata da due ulivi

Loft con vista sul Circo Massimo ecco la sede del nuovo partito

di GIOVANNA VITALE

 
ROMA - Devono essere stati quei due grandi ulivi piantati nel bel mezzo della piazzetta pedonale che guarda la basilica di Santa Anastasia, ai piedi dello sperone sud-occidentale del Palatino, a convincere Walter Veltroni ed Enrico Franceschini che lì, e da nessun altra parte, poteva nascere la sede nazionale del Pd.

Un primo piano d'angolo fra via di San Teodoro e via dei Cerchi, cuore antico della capitale: all'interno, un loft rettangolare di circa mille metri quadri, senza stanze né pareti divisorie, planimetria perfetta per raccontare l'idea di un partito nuovo, aperto, senza steccati. Travi a vista a sorreggere il tetto spiovente, tavole di pino inchiodate sul pavimento, il Circo Massimo a far da panorama: l'ingresso sul retro, da un piccolo portone in legno arroccato in cima a dieci scalini. Sistemazione ideale per il sindaco di Roma, a non più di 600 passi dal Campidoglio, dove ha detto di voler restare dividendo con l'altra metà del ticket la fatica di fortificare la neonata creatura.

Palazzo Chigi è a meno di due chilometri, il Senato poco più in là. La trattativa con la proprietà dell'immobile - ben 47 eredi fra figli, nipoti e affini di quattro diverse famiglie della comunità ebraica romana - si è chiusa ieri sera. Per il nuovo tesoriere, Mauro Agostini, trovare l'accordo sull'affitto non è stato facile: l'esigenza di concludere a un prezzo ragionevole, la ristrettezza dei tempi e un precedente affare andato male (il mega appartamento in via Abruzzi, vicino a via Veneto, sfumato per offerta insufficiente) consigliavano una fretta prudente.

Il mercato da quelle parti è alle stelle, ne sanno qualcosa allo studio di progettazione Psa, che sta nello stesso complesso del Pd e ha appena rinnovato il contratto per altri 12 anni. "Per i nostri 400 metri quadri paghiamo poco meno di 10 mila euro al mese", dice l'architetto Cristiano Incitti, "loro, se va bene, ne dovranno sborsare il doppio. E mi sono tenuto basso". Duecentocinquantamila euro l'anno: questa la cifra che la proprietà, alla fine, dovrebbe aver accettato; non un centesimo di meno.

Fino a un paio d'anni fa quello stesso spazio era occupato da un grande magazzino del marchio Balloon, vestiti e camiciole a basso costo; da allora è rimasto sfitto perché l'intenzione originaria era vendere. Richiesta: 22 milioni di euro, ma - a quanto sembra - l'interesse dei compratori è svanito in fretta per la difficoltà di convertire l'edificio, sottoposto a pesanti vincoli dalla Soprintendenza. Da qui la decisione di darlo di nuovo in affitto. Per Veltroni, che martedì sera ha effettuato un sopralluogo con un paio di fidatissimi collaboratori, è stato amore a prima vista.

I lavori di ristrutturazione cominceranno a giorni e saranno seguiti dall'architetto Napoletano, lo stesso che ha sempre curato le proprietà immobiliari degli eredi. Ci sono da aprire due grandi archi in muratura, così da formare un ambiente unico (diviso, allo stato, in due open space da 650 e 400 metri quadri), lamare il parquet, ritinteggiare e dare una sistemata ai due piccoli soppalchi. L'ambiente sarà un capolavoro di sobrietà, lontano anni luce dalle tradizionali sedi di partito tutte stanze e corridoi: a significare, anche, che il modello Botteghe Oscure o Piazza del Gesù, per non dire del Nazareno, è tramontato per sempre. Una location all'americana fatta di lampade al led, design e tecnologia. Funzionale, pratica, soprattutto aperta: come il Pd.

Che potrà pure contare, e magari non è un caso, sulla vicina chiesa di Santa Anastasia: l'unica di Roma aperta giorno e notte perché è lì che i fedeli vanno a chiedere la grazia.

(19 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: P D - Un comitato ristretto alla guida. (SI MA OCCORRE UNA ACCELLERATA ndr)
Inserito da: Admin - Ottobre 23, 2007, 05:04:01 pm
Veltroni l'americano

di Marco Damilano

Un comitato ristretto alla guida.

Un questionario sui temi più caldi.

E consultazioni on line.

Ecco il Pd che ha in mente il neo leader. Modello Usa 
 

Un'Assemblea costituente itinerante, a tappe: primo giro a Milano, sabato 27 ottobre, poi Roma e infine Napoli o Bari.

E i fondatori del nuovo partito che votano su statuto, carta dei valori e manifesto on line, via Internet. L'idea è di Salvatore Vassallo, l'uomo dei gazebo, il professorino che un anno fa al seminario di Orvieto, da cui cominciò il percorso che ha portato alla nascita del Pd, propose di dare ai cittadini il potere di scegliere i costituenti del nuovo partito attraverso le primarie. I capi dei Ds e Margherita lo trattarono come un visionario: "Non esiste un'ora X in cui i Ds si vanno a sciogliere in un gazebo", ironizzò Massimo D'Alema. Invece, il 14 ottobre l'ora X è scattata anche per il ministro degli Esteri, assente in tutti i festeggiamenti per l'eterno amico-nemico Walter Veltroni. Adesso Vassallo ci riprova: "L'Assemblea dovrebbe nominare un comitato ristretto, non più di dodici-quindici persone, incaricato di proporre i quesiti via Internet ai 2.400 costituenti. Una larga consultazione preventiva sui temi più delicati: dallo statuto al manifesto, ma anche, per esempio, la decisione sul nome della festa del partito, con la possibilità di presentare più testi alternativi. Poi l'assemblea è sovrana: non vogliamo sostituire i congressi con i sondaggi telematici".

Sarà. Però il progetto Vassallo è perfettamente coerente con il partito che ha in mente Veltroni. E quando Vassallo ne ha parlato in pubblico, due settimane fa durante un convegno al cinema Capranica, il leader ha alzato il pollice in segno di consenso. Lo stesso pollice che invece si sta già abbassando impietosamente sui vecchi capi-corrente. "Non venite da me a dire: parlo a nome di... Non vi ascolterò. Il Pd non sarà un partito di correnti: resteranno solo le radici ideali", ha proclamato il sindaco di Roma domenica notte, appena conosciuti i risultati
. Pochi istanti dopo al suo fianco si è materializzato il ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni per dargli la notizia che nel suo feudo di Viterbo la lista Veltroni aveva toccato quasi il 90 per cento. E il sindaco lo ha ribattezzato: "Eccolo qui, Fioroni, la radice ideale!". Nella lunga notte succede anche questo: si rivede in pubblico accanto a Walter il fratello maggiore Valerio Veltroni che lo iniziò alla politica tanti anni fa, la mattina incollato al telefonino nel seggio di via Sebino con i jeans sdruciti, la sera con i gemelli ai polsini, agitato e felice. E i padroni delle tessere cercano affannosamente di trasformare le loro macchine elettorali in comitati all'americana.

Il Pd all'americana è l'obiettivo di Veltroni, da fare subito, in tre mesi. Per sparigliare i giochi e impedire il ritorno dei notabili usciti piuttosto ammaccati dal voto: una battaglia su cui Veltroni potrebbe ritrovarsi alleato con i due concorrenti, Rosy Bindi ed Enrico Letta. Due personaggi fuori dagli apparati che hanno dimostrato un notevole radicamento: la Bindi in una regione di frontiera come il Veneto dove ha conquistato il 22 per cento, Letta nella Puglia di D'Alema dove il braccio destro Francesco Boccia ha superato il senatore Nicola Latorre, reggente della corrente del ministro degli Esteri mentre il capo è in giro per il mondo. E poi ci sono gli uomini nuovi, da valorizzare: il bergamasco Maurizio Martina, 29 anni, segretario del Pd lombardo, il toscano Andrea Manciulli, il sindaco di Bari Michele Emiliano che ha sfondato quota 90 per cento sui 258 mila pugliesi che sono andati a votare alle primarie per eleggerlo segretario regionale. Un ex magistrato, oggi amministratore, né di destra né di sinistra, solo democratico, come piace a Veltroni.

È la mappa del nuovo potere, che si sposta dal centro alla periferia. Coordinato da Goffredo Bettini, l'uomo che disegna gli equilibri del Pd regalando a Veltroni un consenso che non ha mai avuto, neanche quando è stato segretario della Quercia."Sono come un pistolero, lavoro a contratto", scherza Goffredo il Regista. In questo schema i boss nazionali sono destinati a contare sempre di meno, relegati a un ruolo puramente organizzativo. Dicono che Franco Marini se ne sia già accorto, nonostante il fidato Dario Franceschini al fianco di Veltroni e le telefonate che riceve dal sindaco di Roma quasi quotidianamente. "Quando diventano troppe vuol dire che Walter sta pensando di fregarti", ride Pierluigi Castagnetti.

(22 ottobre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: PD, GENTILONI MANDA DUE SMS A VELTRONI
Inserito da: Admin - Ottobre 26, 2007, 04:21:26 pm
26 Ottobre 2007 - 10:49

PD, GENTILONI MANDA DUE SMS A VELTRONI


- Roma, 26 ott – Domani si riuniscono i 2.850 eletti alla Costituente, si proclama segretario Veltroni, forte del voto di 3 su 4 partecipanti alle primarie. “In una riunione così solenne e affollata non ci sarà spazio per intervenire e quindi uso questo post – scrive il ministro Paolo Gentiloni nel suo blog - per mandare due sms a Veltroni e a tutti noi. Primo sms: prendiamoci il rischio di fare le cose di cui abbiamo a lungo parlato. Non so se capiterà altre volte di poter accorciare la distanza tra quello che facciamo e quello che sarebbe giusto fare. Serviranno coraggio e leggerezza, quella di cui parlava Italo Calvino.

Secondo sms: non dimentichiamo quei 3,4 milioni di italiani che dieci giorni fa sono andati a votare per le primarie. Non ci hanno firmato una delega in bianco e pretendono risultati. Comunque sarà una giornata da ricordare, visto che per la prima volta in Europa nasce un partito di tipo nuovo che supera le tradizioni politiche del secolo scorso. E magari sarà anche una grande iniezione di fiducia per una maggioranza che arriva alla fine della settimana un po' ammaccata”.

In collaborazione con 9colonne.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO ... gli interventi all'assemblea costituente
Inserito da: Admin - Ottobre 27, 2007, 11:07:30 pm
gli interventi all'assemblea costituente del pd

Bindi: «Bella sintonia tra Veltroni e Prodi»

Letta: «Se non si va bene a Milano qui non si va bene complessivamente». Fassino: «Walter è il leader giusto»


MILANO - Dopo gli interventi di Prodi e Veltroni è toccato agli altri ospiti della platea dire la propria sul futuro del Partito Democratico.

BINDI - «Non sacrificheremo il governo alla necessità di riforme. Il primato del sostegno a Prodi e il primato delle riforme non possono essere in contraddizione» ha detto il ministro Rosy Bindi dal palco dell'assemblea costituente. «La cosa più bella è stata la grande sintonia tra Veltroni e Prodi. Il più grande regalo dopo tanta fatica è vedere un premier così determinato a portare a termine il suo impegno e sentire dire da Veltroni che l'impegno prioritario del Pd è il sostegno a questo governo». Quanto alla legge elettorale il ministro evidenzia che dovrà essere «davvero maggioritaria, capace di mettere in sicurezza il bipolarismo italiano». Bindi rifiuta ogni ipotesi di governi tecnici e istituzionali per fare le riforme perché «non sono i governi a fare le nuove leggi elettorali ma il Parlamento».

TESSERATI - «Non faremo un partito di tesserati ma neanche un partito liquido. Sarà un partito di persone che si riconoscono nell'obiettivo di fare bene all'Italia» ha detto l'ex candidata alla guida del Pd. «Non ci sono maggioranze o minoranze, siamo tutti costituenti». Il ministro si augura «un partito plurale, dove ciascuno è indispensabile e nessuno è meno di altro» e assicura «una vigilanza attiva con la quale vogliamo esercitare la nostra partecipazione» a partire dal fatto che a una donna dimissionaria debba subentrare un'altra donna.

LETTA - L'altro ex candidato alle primarie, Enrico Letta, ha centrato il suo intervento sull'importanza del nord. «Abbiamo scelto Milano perché c'è un fatto oggettivo. Alle ultime elezioni amministrative nelle sue diverse articolazioni non è andato bene al Nord e se non si va bene qui non si va bene complessivamente». Così Enrico Letta ha spiegato il motivo della scelta di Milano per l'assemblea costituente del Pd. «Questa scelta è un messaggio chiaro - ha aggiunto - e tra l'altro l'assemblea avviene nei giorni in cui i commissari dell'Expo hanno visitato Milano e l'Italia per la scelta. Il governo ha scelto Milano per l'Expo e tutto ciò è la conferma dell'impegno per tutto il Nord». «Avanti così a fare le cose impossibili» ha detto in chiusura, rivendicando il coraggio di aver saputo realizzare appunto una cosa che sembrava impossibile, come il Partito Democratico.

FASSINO - Alla nuova fiera di Milano è anche la giornata di Piero Fassino. «Più unico che raro l'esempio di chi come Fassino antepone l'interesse generale al proprio» ha detto Veltroni. Parole che scatenano una vera e propria standing ovation da parte dell'assemblea di Milano. Fassino si commuove, ma dura un attimo. Veltroni «si è confermato il leader giusto per il Partito democratico» dice l’ex segretario dei Ds, assicurando che in futuro continuerà «a lavorare per il Pd mettendo le energie a suo servizio». Positiva l’opinione di Fassino sul discorso che Veltroni che «era intessuto di quella volontà di cambiare la politica per il quale il Pd nasce. La volontà di essere una cosa nuova in una Italia nuova: il suo - ha concluso - è stato un discorso forte, alto e ambizioso».

D'ALEMA - Il vicepremier e ministro degli Esteri Massimo D’Alema si è detto d'accordo con Veltroni sul fatto che «sarebbe una follia precipitare il Paese verso le elezioni con questa legge elettorale». Per D'Alema la partenza del Partito democratico «è avvenuta nel modo migliore possibile, con due discorsi quello di Prodi e quello di Veltroni sul governo del Paese e sul progetto del Pd. È stato dato un messaggio molto significativo all’Italia di fiducia e di contrasto della disillusione che serpeggia nel Paese».


 RUTELLI - «È una giornata storica, un sogno che si realizza». Lo ha detto il vicepremier Francesco Rutelli, al termine degli interventi del presidente Prodi e di Veltroni. «C'è un'Italia che si frantuma, si divide, c'è un'Italia che crea una forza grande, che vuole avere il coraggio delle riforme perché il paese che va piano torni a crescere. Il governo è più forte perché nasce un partito che rappresenta l'area più vasta e, dal momento che la frantumazione è il male del paese, noi diamo un contributo di qualità, serietà e sguardo aperto sul futuro».


27 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: Bindi e Parisi delusi: «Walter ambiguo» - Franceschini: «Perchè rovinare un ...
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2007, 09:42:35 am
Franceschini: «Perchè rovinare un giorno così bello?»

Bindi e Parisi delusi: «Walter ambiguo»

Polemiche sulle decisioni finali prese dall'assemblea costituente del Pd. E anche Enrico Letta storce il naso

 
ROMA - Prime polemiche all'interno de Pd a poche ore dal battesimo milanese della nuova formazione politica guidata da Walter Veltroni. Le prime critiche sono quelle di Rosy Bindi. «Sono preoccupata e delusa. Nelle conclusioni del segretario ci sono molti elementi di ambiguità sia sul piano politico che su quello formale e organizzativo» ha detto l'ex candidata alla segreteria. «Sul piano organizzativo - spiega il ministro - si è persa l'occasione per coinvolgere anche nell'elezione dei coordinatori provinciali e comunali le migliaia di persone che hanno partecipato nei singoli territori alle primarie del 14 ottobre, così come era previsto dal regolamento provvisorio. Si è scelta di nuovo una modalità vecchia e centralistica di chiedere ai costituenti di ratificare decisioni prese altrove e da pochi dirigenti di vecchi partiti».

PARISI - E Rosy Bindi non è stata l'unica parlare di «brutta partenza». Come lei, il ministro della Difesa, Arturo Parisi sottolinea: «Avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell'Ulivo. Son bastate poche ore perchè a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata. Eravamo entrati in assemblea come Democratici - spiega - davvero col desiderio di mescolarci con gli altri, con la speranza di dimenticarci tra gli altri nel comune nome di Democratici, e basta: una speranza purtroppo delusa. Mi rassicura sapere che i nostri sentimenti e il nostro giudizio è condiviso da molti».

LETTA - Sul dispositivo finale approvato dall'assemblea costituente del Partito Democratico anche Enrico Letta storce il naso. «Valuteremo attentamente il testo del dispositivo perchè, non essendo stato concordato prima con noi, non siamo in condizione di dare una valutazione articolata, che merita un'attenzione approfondita». Sulle modalità di approvazione del dispositivo finale si è aperta una polemica tra le diverse anime del neonato soggetto riformista. «Faremo questa valutazione - aggiunge il sottosegretario alla presidenza del Consiglio - nei prossimi giorni, nel clima di fiducia in cui questa prima giornata costituente del Pd si è aperta».


 LA REPLICA DEL NUMERO DUE - Le polemiche di Arturo Parisi e Rosy Bindi nei confronti del segretario del Pd Walter Veltroni vengono criticate dal numero due del partito Dario Franceschini. «Non capisco questo gusto della polemica anche in un giorno così bello», dice Franceschini. «Nella delibera votata dall’assemblea costituente si è data un’accelerazione formidabile all’obbligo di costituire entro il 30 novembre i gruppi del Partito democratico a tutti i livelli con la scelta dei coordinatori del partito in ogni provincia». Una decisione che «supera i segretari provinciali di Ds e Margherita». «Soprattutto -conitnua Franceschini - si è deciso di richiamare entro dicembre tutti gli elettori delle primarie per eleggere gli organi territoriali del nuovo partito. Cosa c’è che non va in questo?».


27 ottobre 2007

da corriere.it


Titolo: PARTITO DEMOCRATICO - L'allegra confusione travolge i vecchi riti
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2007, 09:53:54 am
POLITICA

"Mescolati" è la parola che ricorre di più sulle bocche dei delegati

La studentessa Alessandra, 16 anni, a tu per tu con il ministro Fioroni

Seduti in terra, polo e scarpe da ginnastica

L'allegra confusione travolge i vecchi riti

Ma monta anche la delusione. "Hanno deciso i membri delle commissioni senza consultarci.

E alla fine tutti via senza il tempo di capire cosa succede ora"

di CLAUDIA FUSANI

 
MILANO - "Signori per favore, vi levate da qui davanti, mettetevi a sedere, anche in terra se volete, ma date modo a tutti di vedere". L'ordine di rompere le righe arriva proprio da lui, dal Professore-presidente che ha appena preso la parola dal palco che sembra proprio quel "grande prato verde dove nascono speranze che si chiamano ragazzi", quello della canzone insomma. Chissà se l'architetto Malfatto ha pensato anche a Gianni Morandi quando ha progettato la scenografia con prato vero della prima assemblea costituente del pd. I posti a sedere, più di tremila comprese le due gradinate laterali, non bastano. Così vedi Sergio D'Antoni che in grisaglia grigia si accuccia accanto a due ragazzi mai visti, Violante è qualche metro più in là, sempre in terra, sulla moquette grigia, Treu si accoccola su uno strapuntino di prato con il sottosegretario Marcella Lucidi. In prima fila mamma e figlia siedono accanto al vicesindaco Maria Pia Garavaglia che dice: "Che bella confusione, siamo proprio tutti mescolati". Giornalisti in terra a prendere appunti accanto a giovani-delegati che chiedono, fanno domande e hanno anche le loro risposte.

Una enorme assemblea studentesca. Ecco, se devi dire qual è il primo colpo d'occhio di questa giornata è esattamente quello di un'assemblea, con regole ma senza gerarchie, spruzzata di anarchia ma non autogestita. Uno strano, allegro, caotico miscuglio dove Alessandra Martinelli, 16 anni, eletta a Cecina, si trova a tu per tu con il ministro Fioroni che le chiede delle riforma della scuola. E dove D'Alema firma autografi sui badge dei delegati, come una star. Enrico Letta, la definisce "un insieme di minoranze", dove tutti sono uguali, una testa, un voto, ma la stessa cosa. Assemblea "ermafrodito" è stata definita, la prima volta di un insieme politico dove ci sono "lo stesso numero di uomini e di donne". Tutti mescolati, non ci sono divisioni per sesso, per regioni geografiche, per correnti. Nella ripartizione perfettamente equa tra uomini e donne agli organizzatori è sfuggito però un dettaglio: cinque toilette per gli uomini, una sola per le donne. Succede che quest'ultime "occupano" uno dei servizi e se ne impossessano. I signori sorridono: "Siete arrivate anche a questo!".

I congressi politici hanno sempre una loro ritualità ben definita. Il partito "nuovo", la "grande rivoluzione democratica", è nuovo anche in questo. Non si vedono - almeno qui, almeno per ora - i soliti capannelli e conventicole, tutti parlano con tutti. Certo D'Alema, Fassino, Rutelli e gli altri big siedono gli uni accanto agli altri, ma poi devono mescolarsi anche loro. C'è un buffet dietro il backstage del palco. Era riservato "ai politici" dice il barman, "ma da metà mattinata abbiamo dato il caffè a tutti. Son tutti politici qua, no?".

Cambiano le parole. Quando Veltroni prende la parola per le conclusioni, dice: "Le mie parole non sono conclusioni, bisognerà rivedere anche questo lessico che è vecchio e superato". Non ci sono divise, neppure nell'abbigliamento. Veltroni, Prodi e chi siede al tavolo della presidenza indossa giacca e cravatta, Anna Finocchiaro - applaudita moderatrice dell'assemblea - è come sempre elegantissima in un tailleur scuro. Ma per il resto abbondano scarpe da ginnastica, polo, maglie pari collo. Anche il senatore Ignazio Marino ("sui temi etici mettiamoci intorno al tavolo e discutiamo ma nessuno con la verità in tasca") va a parlare sul palco indossando un maglione blu e azzurro con la zip. Per non parlare del sindaco di Bari, Emiliano, il segretario regionale più votato d'Italia, che si presenta con polo blu a maniche lunghe anche un po' stazzonata.

Svaniscono, almeno oggi, le gerarchie. Una ventina di delegati "sconosciuti" salgono sul palco a parlare. Come Viola, 18 anni, milanese, occhi celesti, primo mese di università: "Sono entusiasta. Stamani quando sono arrivata non mi sembrava vero, e invece è vero. Siamo tutti qua, tra virgolette amici, a dire la nostra".

Resta da capire cosa succede adesso. Viola ammette che era molto più scettica "quando ha cominciato questa avventura". Ad Alessandra resta il sospetto che "finora ci hanno un po' usato come richiamo per lanciare il partito e poi ci mollano". Alla fine, ad esempio, sembra tutto un po' troppo frettoloso. Alle cinque deve essere tutto finito, regole della Fiera e degli allestitori che devono smontare. L'assemblea mormora: "E le commissioni, il dibattito?" In una parola: la partecipazione?

Succede che dopo che Veltroni canta l'inno d'Italia sul palco con lo stato maggiore del Pd, la Finocchiaro dà lettura dei membri delle tre commissioni, quelle che dovranno redigere le regole dello Statuto del partito, del codice etico e della carta dei valori. Sono trecento nomi letti in fretta che non si capisce bene chi li abbia scelti. "Hanno chiesto chi era disponibile" spiega Adinolfi e "ognuno ha indicato se e cosa voleva fare". Ci sono tutti quelli che contano, ministri e parlamentari, i collaboratori più stretti di Veltroni, Fassino, D'Alema, Veltroni. Viene letto il nome di De Mita, membro della commissione Etica e salgono mugugni e fischi. Chi approva deve alzare il tesserino in segno di conferma. Se ne alzano pochissimi. Ma non importa. "Bene, approvato" corre con la voce Finocchiaro. Una delegata calabrese prova a dire: "Beh, come. Io non sono d'accordo con questi nomi, ma che modi sono, perché questa fretta". Se ne va delusa. Partito aperto sì, ma mica autogestito. Se ne riparlerà nei rispettivi collegi. E poi per la seconda tappa della Costituente. A febbraio, questa volta a Roma.

(27 ottobre 2007)

da repubblica.it


Titolo: P D - Superato il tabù del potere. Nasce il cittadino-elettore attivo
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2007, 05:47:29 pm
Superato il tabù del potere. Nasce il cittadino-elettore attivo

Simone Collini


Di cosa parliamo quando parliamo di Partito democratico? Le critiche che disfattisti commentatori, alleati scettici e avversari invidiosi hanno mosso di fronte al successo delle primarie, e cioè che è stato eletto il leader di un partito che non c’è, si sgonfiano nel passaggio dell’Assemblea costituente. La composizione della platea dei delegati, l’intervento di Prodi e soprattutto quello di Veltroni, gli applausi che scattano su determinati passaggi, le chiusure rispetto ad alcuni schemi del passato e le promesse per quello che sarà il futuro disegnano una fisionomia di partito che emerge piuttosto chiaramente. Come però emerge anche chiaramente, in una giornata per il resto tutta all’insegna dell’entusiasmo, che nonostante i buoni propositi il Pd non riesce a tenere fuori dalla porta le polemiche, come dimostra quella che scoppia subito dopo l’approvazione del dispositivo finale. Ad alimentarla è una minoranza rappresentata da Parisi, Bindi, Dalla Chiesa e pochi altri, che contestano il dispositivo sia nel merito che nel metodo, essendo stato sottoposto a votazione dopo una rapida lettura. Ma, appunto, è una minoranza che può prefigurare la nascita di quelle correnti interne che per Veltroni non dovrebbero avere diritto di cittadinanza nel Pd. Lo scontro sul dispositivo può rientrare all’improvviso così come è esploso, in caso contrario potrebbe anche segnare la fisionomia del nascente partito.

Una fisionomia che stando al ragionamento di Prodi può essere sintetizzata in un’espressione: «Strumento di governo». Tanto che il premier invita a non sottovalutare il fatto che il Pd, di cui è presidente, «è il primo partito italiano che nasce per il governo», o il fatto che le difficoltà che attraversa l’attuale esecutivo dipendono soprattutto dalla fatica di un passaggio che prevede «rinunce sul versante delle identità in favore di una governabilità possibile».

Discorso non distante da quello proposto da Veltroni, per il quale quella dei democratici è «un’identità aperta», che si costruisce passando attraverso le parole «nuovo», «innovazione», «discontinuità» per arrivare a rappresentare quella che è «la vera democrazia», racchiudibile in due parole: il «potere» come capacità di decidere e la «partecipazione». Che per il neosegretario sono i due cardini - non sempre debitamente interpretati in passato dalla sinistra, dice l’unica volta che utilizza questo termine - su cui si fonda il Pd.

La partecipazione è quella che si vede nelle immagini che aprono i lavori della Fiera di Milano, le lunghe code davanti ai gazebo di domenica 14, i tre milioni e mezzo di votanti che hanno definito così com’è la platea dell’Assemblea costituente: 2853 delegati, metà dei quali donne e un quarto dei quali composti da persone sotto i 40 anni. Una caratteristica che fa del Pd un partito unico e che deve continuare a segnarne la vita, prevedendo il 50% di presenza femminile in ogni organismo e ad ogni livello e applicando il metodo delle primarie, come si è fatto per leader e segretari regionali, per i candidati alle «massime cariche di governo» nelle regioni, nelle province e nei comuni. Lo annuncia Veltroni e la platea mostra con gli applausi di condividere.

Ma è soprattutto su un punto che il neosegretario insiste per definire i lineamenti del soggetto che nasce, su un significato preciso che vede nella partecipazione espressa due domeniche fa, e cioè il fatto che quello del 14 ottobre è stato «un voto per il cambiamento, e non per la continuità». Un concetto su cui Veltroni batte per buona parte del suo intervento perché riguarda il Pd in ogni suo aspetto, perché «abbiamo voluto dar vita ad un partito nuovo per fisionomia organizzativa, per orientamento politico e programmatico, per orizzonte ideale e culturale». Non vuole «mettere il vino nuovo in otri vecchi», Veltroni, vanno abbandonati «i vecchi schemi», dice. Giudizi che riguardano anche il modo in cui dovrà strutturarsi il Pd: «L’iscrizione non potrà più essere una condizione per partecipare».

Bisognerà vedere quali decisioni prenderà la commissione incaricata di scrivere lo statuto, perché c’è una parte consistente della Margherita e dei Ds che pensa, per dirla con Bersani, che «il tesseramento e l’iscrizione ad un partito non vogliono dire burocrazia, quindi bene i volontari della politica ma devono essere organizzati». Ma intanto Veltroni ha dato un’indicazione molto chiara al riguardo. La sua convinzione è che il popolo delle primarie ha «travolto i modelli del passato» e fatto emergere una nuova figura di protagonista: «Non più l’iscritto-tesserato né il politico professionista remunerato, ma il cittadino-elettore attivo». Una novità che piace alla platea, come dicono gli applausi che scattano, ma che andrà messa al riparo dalle polemiche scoppiate a fine giornata sulle regole.

Pubblicato il: 28.10.07
Modificato il: 28.10.07 alle ore 12.21   
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Titolo: Edmondo Berselli - Walter format
Inserito da: Admin - Ottobre 30, 2007, 12:27:56 pm
Walter format

di Edmondo Berselli

Via Marx, Togliatti, Paolo VI e la Guzzanti.

Porte aperte per Moro, De Gasperi, Bobbio, Tocqueville, Jovanotti, Neri Marcorè.

Ecco il nuovo Pantheon dei numi tutelari del Pd quali prorità per il Pd?


I partiti come Dio comanda hanno il Pantheon. Numi tutelari che illuminano il presente e risvegliano echi dalle distanze remote di un passato glorioso. Ma il Partito democratico non è un partito classico. Non ha un passato né una memoria. O meglio, di memorie ne ha due, entrambe poco utili: possiede una parte della memoria del Pci e la memoria della sinistra democristiana. Quindi sarà meglio darsi da fare, alla svelta. Nell'impossibilità di edificare su due piedi il tempio della memoria, Veltroni potrebbe intanto pubblicare il nuovo album delle figurine Panini del Pd.

Meglio che niente, l'album. Perché ogni album che si rispetti, per completare la collezione, deve eliminare i doppioni e gettare nel cestino le figurine fuori stagione. Provare per credere: mettere insieme le figure principali, della politica e soprattutto della cultura, per allestire la nuova costellazione 'democrat', è un'impresa eroica. Implica sacrifici, abbandoni, riesumazioni, recuperi, salvataggi. In parte è un gioco al massacro e in parte un'operazione di cesello.

Vogliamo cominciare? Si comincia dalla figurina numero uno, quella di Palmiro Togliatti: togliere, togliere. Il Pd non può avere niente in comune con la 'doppiezza' e la 'democrazia progressiva' del compagno Ercoli, che allora sarà stato il Migliore, per i comunisti, ma per tutti gli altri mica tanto. Magari, con la benedizione di Rosy Bindi e dei Dico, si potrà salvare un posticino per Nilde Iotti. Al posto di Togliatti, via libera per Alcide De Gasperi, il cattolico liberale che proprio Palmiro voleva mandare via a pedate: "Vattene via, odioso Cancelliere, o ti manderemo via a calci nel sedere".

Ma fatta questa prima ardua scelta, bisogna aprire subito una bustina di figurine ancora più problematiche. Gramsci? Berlinguer? Qui forse si può essere meno radicali, e giocare di distinguo. Il filosofo imprigionato da Mussolini può essere utilmente collocato in una sezione di storici; mentre per Enrico Berlinguer ci vuole una didascalia a luci e ombre: che dimostri la capacità di staccarsi dal blocco sovietico, ma che critichi le contraddizioni e le lentezze dell'eurocomunismo.


Invece via libera ad Aldo Moro, che per il talento di inglobare fenomeni complessi in vaghe nebulose potrebbe essere considerato una specie di Veltroni triste, e sul lato 'radical' a don Milani, un altro dei precursori veltronici (già, 'I care'). E se c'è bisogno di equilibrare il prete di 'Esperienze pastorali' sul lato laico, c'è sempre l'ombra di Norberto Bobbio, che nella sua lunghissima vita e carriera ha parlato di tutto, e che dunque può essere chiamato a suffragio nel caso di problemi indecidibili, come autorità filosofica e giuridica rassicurante.

Poi conviene andare alla radice, e liquidare la genealogia marxista. Tranne Marx, naturalmente, di cui si rifiuterà tutto, dal principio della lotta alla teoria del plusvalore, dalla struttura alla sovrastruttura, salvo il suo genio nel descrivere i processi storici di lunga durata: "Grande ammiratore della modernità borghese", si può concludere osservando in controluce la sua figurina, "basta leggere che cosa dice nel 'Manifesto' del 1848". Invece pollice verso per tutti i filosofi marxisti o marxiani da Lukács in poi, e per i teorici della Scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer, Marcuse (con un'eccezione per Habermas, ma solo perché ha dialogato con Ratzinger).

Se infatti si deve andare alla ricerca di padri fondatori e maestri di pensiero, il vero e sensibile 'democrat' si inchinerà di fronte alla sacra figurina di Alexis de Tocqueville, l'autore di 'La democrazia in America', il pensatore che individuò la sindrome della "tirannide della maggioranza". Ma in certe occasioni si potrà scambiare la figurina di Tocqueville con quella di Max Weber, maestro di ogni prospettiva liberaldemocratica. E poi si potrà andare a caccia dei pensatori moderni, l'insuperato John Rawls di 'Una teoria della giustizia', filosofo contrattualista e neokantiano, l'autore di una delle ultime grandi teorie per 'salvare' concettualmente e politicamente il welfare state; per poi arrivare alla filosofa più trendy, Martha Nussbaum, una sessantenne femminista liberale, costruttrice di un'idea di persona che integra razionalità ed emozioni, e il cui nome si associa inevitabilmente al guru Amartya Sen, l'economista di maggiore successo nell'ultimo ventennio (insieme al critico della globalizzazione Joseph Stiglitz), la cui analisi si è sempre rivolta criticamente allo sviluppo concepito soltanto in termini quantitativi.

Diventano complicate le cose sul piano iconografico, perché a parte John Kennedy, e magari Bob Dylan e Joan Baez, e forse il 'boss' Bruce Springsteen, il Pd nostrano non sembra dimostrare troppa fantasia. Ma niente paura, basta ricorrere al vecchio Jovanotti di 'Penso positivo': "Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa". Un pensiero troppo eclettico? Ma no, basta interpretarne soprattutto il lato dell'immagine, dell''icona', non le idee. Questo vale anche per i papi di riferimento: addio a Paolo VI, pontefice del dubbio cavernoso, e largo alle immagini di papa Giovanni XXIII, quello della veltronica carezza ai bambini, e all'ipermediatico Karol Wojtyla (di cui vale doppio la figurina che lo rappresenta sul monte Bianco mentre benedice la Russia, salvandola così solennemente dalle tragiche profezie di Fatima). Tanto più che c'è l'altra immagine, quella che lo raffigura mentre dice che ci sono nel marxismo dei "grani di verità", espressione adattissima all'ala sinistra e pensosa del Pd.

Bruce SpringsteenCerto, con i papi e la chiesa bisogna andarci sempre cauti, perché si era già pedissequamente classificato Joseph Ratzinger fra i conservatori, anche in seguito ai peana di Giuliano Ferrara e degli atei devoti, quando lui, Benedetto XVI, viene fuori con la storia che il lavoro precario "mina le basi della società", e spiazza tutti. Meglio scendere di livello, quindi, e passare dal trono di San Pietro alla cultura popolare: per esempio, non si è ancora sentita una parola sull'inno dei democratici. È ormai tramontata la stella di'C'era un ragazzo' di Gianni Morandi, perché troppo legata a un'idea da anni Sessanta-Settanta, quando il Vietnam era 'la sporca guerra', e non si valutava compiutamente la natura geopolitica dell'impegno militare americano. Quindi se si vuole un inno c'è sempre a disposizione l'ormai logora 'Imagine' di John Lennon, che viene cantata anche nei saggi di fine quadrimestre della terza elementare. Tanto varrebbe, pur restando in area Beatles, ripiegare prudentemente su 'Let it Be', che si rivolge alla Madonna e quindi soddisfa le istanze cattoliche; ma è ovvio che per noi ragazzi dei Sessanta l'inno rimane 'È la pioggia che va' ("Il mondo ormai sta cambiando / e cambierà di più / Ma non vedete nel cielo / quelle macchie di blu.": l'hanno suonata anche all'ultimo congresso della Margherita, fra le lacrime dei delegati).

Poi occorrono un romanzo e un film di riferimento. Per il romanzo, sembra ormai molto datato 'Cent'anni di solitudine' di Gabriel García Márquez, troppo sudamericano e marginale rispetto alla globalizzazione; mentre guadagna punti ogni giorno il bestseller di Khaled Hosseini 'Il cacciatore di aquiloni', storia afgana che ha appassionato il largo pubblico, guadagnando masse di lettori con un passaparola incessante.
Quanto al film, si tratterà di aprire un dibattito, perché nonostante il sostegno di Veltroni, molti pensano che 'Novecento' di Bernardo Bertolucci sia una pistolata che doveva celebrare il compromesso storico attaccando la cattiveria dei fascisti e la corruzione dei borghesi (per rinfrescarsi la memoria, si dovrebbe recuperare la stroncatura di Alberto Arbasino, su 'la Repubblica', intitolata 'L'epica nel pollaio').

Joan BaezPer trovare un film autenticamente 'democrat' e anticattivista non dovrebbe esserci che l'imbarazzo della scelta, dallo spilberghiano 'Schindler's List' in giù, magari proprio giù giù fino a 'La vita è bella' di Roberto Benigni; ma molti preferiscono una storia americana tipo 'Come eravamo' di Sydney Pollack, con Barbra Streisand giovane, ebrea e comunista, e Robert Redford bello, scafato e cinico. Oddio, c'è anche il caso che il Partito democratico risulti un fallimento, e allora occorrerà riprendere la figurina del sessantottesco 'Una risata vi seppellirà'. Ma anche in questo deprecabile caso, ci sono ormai alternative secche, decisioni obbligate: addio alle figurine di Sabina Guzzanti, e forse anche di Corrado suo fratello, e benvenuto al pensatore più in palla dell'arena democratica, ossia Neri Marcorè. Perché Neri Marcorè è leggero, gentile, quasi soave, suona la chitarra, imita benissimo il democratico Ligabue. Qualcuno ricorderà la sua versione di una delle canzoni più note di Ligabue: "Una vita da prodiano / sempre a prendere schiaffoni / a tenere tutti buoni / circondato da coglioni / Una vita da prodiano.". Qualche volta nelle figurine, nelle canzoni e nelle parodie, c'è la verità. Democratica.

(26 ottobre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Rosetta Loy: «Teniamo la politica lontano dagli affari»
Inserito da: Admin - Ottobre 31, 2007, 09:46:10 pm
Rosetta Loy: «Teniamo la politica lontano dagli affari»
Andrea Carugati


«La prima regola che dovrà valere nel Pd è che la politica è un servizio, non un affare o un modo per arricchirsi». Rosetta Loy, scrittrice, fa parte della Commissione che dovrà scrivere il codice etico del nuovo partito. «Trasparenza» è un altro dei pilastri segnalati da Loy, che spiega: «Io credo che chi

ha pendenze con la giustizia non debba essere candidato dal Pd: valuteremo insieme le modalità precise con cui affermare questo principio. Io credo che la mescolanza tra politica e affari sia la ragione per cui poi i magistrati indagano i politici. Ecco, vorrei che il Pd non desse mai l’occasione ai magistrati di dover scoprire qualcosa di illecito. E, nel caso, che mai un esponente del nuovo partito chieda il trasferimento di un magistrato che indaga su di lui. Un partito onesto, che metta l’onesta tra i suoi valori più importanti. Un partito che segua l’esempio di Enrico Berlinguer, la sua grande rettitudine che è stata un esempio splendido per tutti gli italiani. La mia generazione si è formata così, vorrei che il Pd fosse in grado ancora di avere dei leader che siano dei modelli di moralità per le nuove generazioni.

Loy parla anche del ruolo della politica nel Mezzogiorno: «Dopo le stragi del 1992 c’era stato un risveglio, poi tutto è stato sommerso, siamo tornati a una palude. È tipico dell’Italia: si fanno due passi avanti e poi tre indietro. Ma c’è ancora una esile speranza, e io credo che il Pd sia l’ultima occasione che abbiamo». Quanto al codice etico, Loy pensa a «poche regole ma molto limpide, perché se ce ne sono troppe poi nessuno le rispetta». Vorrebbe un partito «che non nomina suoi esponenti nelle Asl, negli ospedali, nelle Università, che mette un freno al familismo portato all’eccesso». E poi i possibili conflitti di interesse: «Dobbiamo impegnarci per essere i primi a non averne, per questo serve grande fermezza, senza aggressività: bastano le regole. E basta riscoprire l’idea della politica come servizio, che una volta a sinistra era molto diffusa. La politica non deve più essere una carriera redditizia». A proposito di codice etico, Lay cita anche la vicenda dell’Unità: «Vorrei che non venisse acquistata da gruppi che hanno primo obiettivo fare affari in altri campi. Non demonizzo chi fa affari, ma credo che un giornale come l’Unità che ha fatto delle battaglie morali la sua cifra dovrebbe restare fuori da queste logiche. Per questo mi impegnerò con forza, anche se la mia è solo una vocina».

Pubblicato il: 31.10.07
Modificato il: 31.10.07 alle ore 15.25   
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Titolo: Ecco chi sono coloro che affiancano Veltroni nel primo esecutivo del PD
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2007, 11:01:08 pm
Maggioranza femminile nella squadra del nuovo leader

Tutti gli uomini (e le donne) del segretario

Ecco chi sono coloro che affiancano Veltroni nel primo esecutivo del Partito democratico


Goffredo Bettini nasce a Roma nel 1952. Nel 1989 è eletto al consiglio comunale di Roma; ricopre per sei anni la carica di capogruppo del Pds al Comune di Roma. Nel 1997 è nominato assessore ai Rapporti istituzionali del Comune, carica che lascia nel 1999 per diventare presidente della società «Musica per Roma» (Auditorium). Nel 2000 è eletto nel consiglio regionale del Lazio dove ricopre la carica di vice presidente del Consiglio sino al maggio 2001 quando è eletto alla Camera. È attualmente Senatore e presidente della fondazione Cinema per Roma.

Andrea Causin è nato a Mestre il 13 settembre 1972. Dal 1999 al 2002 è stato segretario nazionale dei giovani delle Acli, periodo in cui è stato anche componente del Consiglio nazionale, della Direzione nazionale e della Presidenza nazionale delle Acli. Dal 2002 al 2005 è stato presidente provinciale delle Acli di Venezia. Dal 2002 al 2006 è stato amministratore delegato di due società municipalizzate operanti nel settore dell'energia e dell'ambiente. Nell'aprile 2005 è stato eletto nel consiglio regionale del Veneto, incarico che ricopre tuttora nel gruppo dell'Ulivo-Pd.

Vincenzo Cerami è nato a Roma nel 1940. Allievo di Pier Paolo Pasolini, ha scritto libri, romanzi, sceneggiature (tra l'altro per i film di Roberto Benigni), opere teatrali.

Roberto Della Seta è nato a Roma nel 1959. È sposato e ha un figlio. Dal 2003 è presidente nazionale di Legambiente, dove in precedenza è stato coordinatore del comitato scientifico e curatore del rapporto «Ambiente Italia». Laureato in storia dei partiti politici, ha pubblicato diversi saggi tra cui «La difesa dell'ambiente in Italia. Storia e cultura del movimento ecologista» (2000) e «Dizionario del pensiero ecologico» (2007).

Emanuela Giangrandi, 43 anni, nata a Lugo, in provincia di Ravenna, dove vive. A 21 anni entra nel Consiglio Comunale di Lugo, dove rimane per quattro legislature, fino al 2004. In questo periodo ricopre le cariche di capogruppo, di assessore, oltre che di segretaria comunale del Pds. Nel 2001 è assessore provinciale a Ravenna, incarico che riveste tuttora, con le deleghe al bilancio e programmazione finanziaria. Politiche sociali, sanitarie e dell'immigrazione. Cooperazione sociale. Convive con Stefano, avvocato, conosciuto sui banchi del consiglio comunale di Lugo, dove svolgeva il ruolo di capogruppo di Forza Italia.

Maria Grazia Guida, nata ad Amatrice (Rieti) nel 1954. È sposata ed ha una figlia di 26 anni. Ha lavorato come assistente sociale in servizi istituzionali pubblici delle ASL, ed in particolare dal 1981 presso il Comune di Milano, prima come assistente sociale e successivamente ha rivestito la carica di Funzionario responsabile di Area di Servizi. Si è occupata di minori, famiglie in difficoltà e anziani. Dal 2001 ha iniziato una collaborazione con don Virginio Colmegna operando in Caritas Ambrosiana fino al 2004. Dal 2004 si occupa della direzione della fondazione Casa della carità di Milano. Da circa un anno ricopre la carica di vice presidente del Centro ambrosiano di solidarietà di Milano, che si occupa di giovani con problemi di dipendenza, salute mentale e progetti di coesione sociale nei quartieri difficili della città di Milano.

Laura Pennacchi è nata a Latina il 9 luglio del 1948, vive a Roma. È madre di due figli, Emanuele di 27 anni, Francesca di 29 anni. Si è laureata in Filosofia presso l'Università «La Sapienza» di Roma. Economista e docente autrice di numerosi saggi, Laura Pennacchi è stata parlamentare dei Ds e sottosegretario al Tesoro con Carlo Azeglio Ciampi.

Roberta Pinotti è nata a Genova il 20 Maggio 1961. Sposata, 2 figlie Elena e Marta di 14 e 6 anni. Laureata in lettere, insegnante di ruolo di scuola media superiore. Una lunga esperienza negli scout. È assessore della Provincia di Genova dal 1993 al 1997. Nel 1997, dopo l'elezione in Comune, diviene assessore fino al 2000, quando è eletta segretaria della Federazione di Genova dei Ds, prima e finora unica donna a ricoprire questo incarico. Nel 2001 è eletta deputata e lavora nella commissione Difesa, di cui diviene Presidente dopo la rielezione al Parlamento nel 2006. Anche per questo incarico è la prima volta per una donna.

Lapo Pistelli è nato a Firenze il 20 giugno 1964. Sposato con Maria, ha tre figli. Docente di scienze politiche all'Università di Stanford a Firenze e di comunicazione politica all'Università di Firenze. Giornalista dal 1991, ha fondato e diretto dal 1987 al 1995 il Centro toscano di documentazione politica. Consigliere comunale a Firenze dal 1985 al 1995 e assessore alla Scuola dal 1992 al 1995 è stato eletto con l'Ulivo alla Camera dei Deputati nel 1996 e nel 2001 ed è stato membro delle Commissioni Affari Costituzionali e Affari Esteri e dell'Assemblea parlamentare dell'Osce. Coordinatore della segreteria del Ppi dal 1999 al 2001, membro dell'Esecutivo e della Presidenza della Margherita è stato eletto al Parlamento Europeo nel 2004 ed è oggi capodelegazione.

Andrea Orlando. Nato alla Spezia nel 1969, è eletto nel Consiglio Comunale della sua città, La Spezia, dal 1990 fino al 2007 risultando, per due volte, il consigliere che ha raccolto il maggior numero di preferenze. Nell'ambito dell'attività amministrativa svolge prima la funzione di capogruppo del Pds in Consiglio Comunale(1993-1997), poi quella di assessore alle Attività Produttive e successivamente all'Urbanistica (1997-2002). È stato segretario provinciale dei DS (2001-2003) e componente della segreteria regionale. Dal 2003 assume incarichi presso la Direzione Nazionale dei DS, prima come vice responsabile del dipartimento organizzazione, nel 2005 assume la direzione del dipartimento enti locali, incarico che lascia nel 2006 per assumere quello di responsabile organizzativo nell'ambito della Segreteria Nazionale dei Ds. Nello stesso anno, alle elezioni politiche, è eletto deputato nella Circoscrizione Ligure nelle liste dell'Ulivo. In Parlamento è stato membro della Commissione Bilancio e poi di quella Politiche Comunitarie.

Annamaria Parente è nata a Napoli il 17 settembre del 1960 e attualmente è responsabile del Coordinamento Nazionale donne della Cisl. Nella sua città si è laureata nel 1985 in Filosofia. La sua prima esperienza lavorativa è presso l'Ente poste di Napoli. Inizia il suo percorso sindacale nel 1986. È stata componente della segreteria regionale del Slp (Sindacato Lavoratori Poste) della Campania, responsabile Formazione dell'Ust (Unione Sindacale Territoriale) di Napoli. Dal 1995 è responsabile del Coordinamento Nazionale donne della Cisl Confederale. Ha rappresentato e rappresenta la Cisl nei seguenti organismi: Commissione Nazionale Parità dove è stata nominata anche vice presidente, Comitato Pari Opportunità presso il Ministero del Lavoro, Comitè des femmes della Confederazione Europea dei Sindacati (CES) e Comitè des femmes della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi. L'8 marzo 2004 è stata nominata Ambasciatrice di Pace dal Centro di Pace tra i popoli di Assisi. È sposata ed è madre di un bambino Ennio di 7 anni.

Maria Paola Merloni, nata a Roma nel 1963, una figlia, Maria Vittoria, di 14 anni, è un'imprenditrice con un lungo curriculum di inacarichi. È stata presidente di Confindustria Marche. Nel 2006 è stata eletta alla Camera nelle liste della Margherita.

Federica Mogherini è nata a Roma il 16 giugno del 1973, è sposata ed ha una figlia di tre anni. È laureata in Scienze politiche con una tesi sul rapporto tra religione e politica nell'Islam. Nel 1996 si è iscritta alla Sinistra giovanile. Nel 2001 è entrata nel Consiglio Nazionale dei DS, successivamente nella Direzione Nazionale e nel Comitato Politico. Nel 2003 ha iniziato a lavorare al Dipartimento Esteri dei DS, prima come responsabile del rapporto con i movimenti, poi come coordinatrice del Dipartimento, e da ultimo come responsabile delle Relazioni Internazionali. Ha seguito in particolare i dossier relativi all'Iraq, l'Afghanistan, il processo di pace in Medio Oriente. Ha tenuto le relazioni con il Pse, l'Internazionale Socialista, ed i partiti che ne fanno parte. Ha curato in particolare i rapporti con i Democratici americani. È stata eletta all'Assemblea Costituente del Partito Democratico nel collegio 14 di Roma.

Alessia Mosca, 32 anni, è membro della segreteria tecnica del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ha lavorato al Parlamento europeo e nell'ufficio relazioni istituzionali e internazionali di Alenia Aeronautica. Laureata in filosofia, ha conseguito il Master of International Affairs presso l'Ispi e il Master in International Relations presso la School for Advanced International Studies della Johns Hopkins University. Ha inoltre conseguito un dottorato di ricerca in Scienza della Politica, con specializzazione in studi comunitari, all'Università di Firenze con una tesi sull'europeizzazione dei partiti italiani. Ha insegnato all'università Lorenzo dè Medici di Firenze e come visiting professor, all'università Cattolica di Milano. Ricercatrice dell'Arel, ha pubblicato diversi articoli sulle politiche dell'Unione europea e ha curato il volume Europa senza prospettive? Come superare la crisi con il bilancio Ue 2007-2013 edito da Il Mulino. È membro dell'Aspen Junior Fellows, della Sisp (Società Italiana di Scienza Politica) e di Eusa (European Union Studies Association). È stata vice presidente dello Yepp (Youth of the European Peoplès Party) e membro della direzione nazionale della Margherita.

Ermete Realacci è Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati ed è presidente onorario di Legambiente. Nato a Sora, in provincia di Frosinone, il primo maggio 1955, vive a Roma. Ha guidato fin dai primi anni Legambiente - di cui è stato segretario dal 1983 al 1987 e poi presidente. È da anni in prima fila nell'impegno per un'azione forte ed incisiva contro l'aumento dell'effetto serra e i cambiamenti climatici. Presiede l'Aies, Associazione interparlamentare per il commercio equo e solidale, ed è vicepresidente del Kyoto club, il network di istituzioni e imprese impegnate per la riduzione dei gas di serra.Ha promosso e presiede Symbola Fondazione per le qualità italiane. È autore del libro Soft Economy

Giorgio Tonini ha 48 anni, sposato con 7 figli, vive a Trento, dove è stato eletto senatore per l'Unione-Svp. È vicepresidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama. Laureato in filosofia, è giornalista professionista. Negli anni dell'Università è stato presidente nazionale della Fuci. Tra i fondatori dei Cristiano sociali, ha fatto parte con Walter Veltroni della Segreteria dei Ds. È stato uno dei 12 saggi che hanno redatto il Manifesto per il Pd. È stato eletto alla Costituente nel collegio di Lavis nella lista Democratici con Veltroni.

Rosa Maria Villecco Calipari senatrice Ds eletta nel 2006 nella circoscrizione Calabria, è componente della 4° Commissione permanente (Difesa) e della Commissione d'inchiesta sul fenomeno della mafia. È membro della Delegazione italiana presso l'Assemblea dell'OSCE. Nata a Cosenza il 24 novembre 1958. Laurea in Scienze economiche e sociali nel 1982. Dopo la laurea, libera professione (commercialista). In seguito funzionario al ministero dell'Economia e delle Finanze. Dal 1999 dirigente della Presidenza del Consiglio.


04 novembre 2007

da corriere.it


Titolo: Bersani: «Io dico che il Pd deve essere un partito vero»
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2007, 11:07:55 pm
Bersani: «Io dico che il Pd deve essere un partito vero»

Simone Collini


«Noi abbiamo detto che vogliamo fare un partito nuovo, e queste sono due parole: partito e nuovo. Bisogna essere fedeli a entrambe». In un’intervista a l’Unità.

Pierluigi Bersani ribadisce la sua posizione nel dibattito sul Pd: «Un partito senza tessere vuol dire un partito in cui contano soltanto alcune tessere, punto e basta».

Pier Luigi Bersani sta per partire per un viaggio che lo porterà in Romania e Bulgaria. Anticipa il ministro per lo Sviluppo economico: «Diremo che la profondità dei rapporti economici che abbiamo con loro potrà continuare e anche migliorare se c’è una corresponsabilità molto forte su aspetti che riguardano i temi della legalità, della sicurezza, dei flussi. Io credo che il governo rumeno vorrà ritenere un suo problema questo nostro problema». Ma c’è anche un’altra partenza a cui Bersani guarda con attenzione, quella del Partito democratico. «Noi abbiamo detto che vogliamo fare un partito nuovo, e queste sono due parole: partito e nuovo. Bisogna essere fedeli a entrambe».

Ancora preoccupato che il Pd possa essere un “partito liquido”, ministro Bersani?
«Ho denunciato il rischio del partito liquido non per nostalgia o per passatismo, ma con l’idea che l’innovazione che dobbiamo fare deve avere basi credibili ed efficaci».

Cos’è che la preoccupa?
«Ho denunciato quel rischio per tre motivi fondamentali. Primo, perché in un’epoca di dissociazione non solo tra politica e società ma anche dentro la stessa società, non bisogna dimenticare che c’è una responsabilità della politica nella coesione e anche nella costruzione di una cittadinanza comune. E un partito liquido sarebbe un prodotto di questa dissociazione, non una contromisura. Secondo, un partito liquido finirebbe per ridurre un punto di forza che potenzialmente abbiamo, che è quello della partecipazione. Essere davvero ogni giorno in ogni luogo per noi può essere un vantaggio strategico. E il nostro radicamento deve svilupparsi, non ridursi».

Un partito senza tessere lo farebbe ridurre?
«Un partito senza tessere vuol dire un partito in cui contano soltanto alcune tessere, punto e basta. Ma non è solo questo, perché c’è anche un terzo motivo dietro la mia denuncia: un partito liquido finirebbe per ridurre l’ambizione che dobbiamo avere di dire qualcosa di utile alle forze progressiste europee. Quando invece noi possiamo aiutare con la nostra esperienza un’evoluzione dei partiti progressisti europei. Un campo che noi possiamo contribuire a far evolvere e che non dobbiamo abbandonare».


Lei ha detto a cosa porterebbe un partito liquido, ma qual è la definizione di partito liquido?
«Un partito che sottovaluta l’esigenza di avere un principio di adesione e un’organizzazione, che non sia identitaria o chiusa, ma che sia invece la sala macchine della partecipazione e anche il cervello di costruzione delle proposte politiche».

E invece, come dovrebbe essere secondo lei il Pd?
«Un partito di chi partecipa e di chi aderisce, nel quale chi aderisce si prende qualche responsabilità in più. Sono convinto che noi dobbiamo assolutamente fare qualcosa di veramente nuovo, dobbiamo usare le primarie largamente, avere un’organizzazione capace di collegarsi con livelli associativi, con dei forum, con delle adesioni collettive. Penso anche a un partito che nei percorsi congressuali sappia attivare un dialogo con l’esterno, con i cittadini, che abbia dei meccanismi fuori-dentro e che quindi produca una selezione di gruppi dirigenti scegliendo quelli che sono più capaci di interpretare quello che c’è fuori, non solo quello che c’è dentro».

Cosa richiede un partito del genere?
«Uno statuto che descriva questi meccanismi e un’organizzazione di volontari della politica che siano rintracciabili tutti i giorni, in tutti i luoghi».

La commissione per lo statuto presto si metterà al lavoro.
«Sarà il luogo di progettazione di questo partito nuovo, ma penso anche, visto che abbiamo convocato le assemblee regionali e quelle territoriali, che la stessa commissione statuto debba ricevere impulsi, suggerimenti, idee da queste assemblee. E anche che le proposte possano trovare un momento di discussione più larga nel paese, perché siamo di fronte a un passaggio assolutamente cruciale».

Perché cruciale?
«Perché adesso è il momento di mettere radici. Le prime decisioni prese da Veltroni insieme ai segretari regionali sono positive, perché ci danno la possibilità di insediare subito sui territori una prima forma di organizzazione. Ora si può lavorare a un allargamento delle platee provinciali, che potranno essere composte quindi non solo dagli eletti alla costituente di ogni provincia ma anche da eletti dalle assemblee di base. Questo ci consente di avere una struttura già abbastanza radicata».

È stato deciso un percorso del genere?
«Non è tutto deciso, ma lo considero un percorso possibile. Quando dico che adesso è il momento di mettere le radici, intendo dire che le scansioni decise vanno interpretate in senso pienamente democratico: allarghiamo le assemblee provinciali agli eletti dalla base, costruiamo subito le unità di base con dei coordinatori, facciamo in modo che le assemblee provinciali e regionali possano dire qualcosa in termini propositivi sulle decisioni che verranno prese dalla commissione statuto e dall’assemblea costituente».

Quali dovrebbero essere secondo lei i punti cardine dello statuto?
«Quelli su cui si fonda quel dentro-fuori che dicevo. Lo statuto secondo me dovrebbe dire in quali circostanze l’organizzazione indice le primarie, fissandone i criteri. Dovrebbe decidere che gli appuntamenti congressuali devono vivere anche di partecipazione esterna al partito, fissare la possibilità di adesioni anche collettive, stabilire quali sono i diritti essenziali degli aderenti in termini prima di tutto di partecipazione alle decisioni politiche e fissare gli equilibri dell’assetto federale del partito. Io credo inoltre che la vita del Pd dovrà organizzarsi per confronto politico, e che non potranno esserci nomine o elezioni a prescindere da piattaforme di tipo politico-programmatico».

Il congresso va fatto in tempi brevi?
«Intanto, è molto importante che fino al livello provinciale insediamo comunque platee e coordinatori che costituiscono già un radicamento sul territorio. Dopodiché io penso che, naturalmente con i tempi della politica, la decisione sullo statuto dovrà indicare anche nella sua prima applicazione un percorso di tipo congressuale. E credo che lì e solo lì possa capirsi come potrà articolarsi il pluralismo di questo partito».

Che intende dire?
«In questa fase costituente è giusto rimuovere ogni pratica correntizia. Dobbiamo lavorare tutti, ciascuno con le proprie idee, per mettere in piedi un partito davvero nuovo e bisogna guardarsi da eventuali logiche di posizionamento. Dopodiché, costruita la struttura del partito, dispiegato con chiarezza il percorso e la prima attuazione dello statuto, ci sarà naturalmente tutta la possibilità di determinare su basi politiche e programmatiche tutto il pluralismo che sarà utile e necessario».

Un’anticipazione?
«Quello che ho in testa io è un nuovo, grande partito di una sinistra democratica. Anzi, se devo dire la cosa che finora mi ha lasciato un po’ perplesso è che la parola sinistra l’ho sentita raramente e solo per dire cosa ha sbagliato fin qui. E invece credo che la parola sinistra deve essere riempita di contenuti nuovi, che debba essere coraggiosamente reinterpretata ma non abbandonata. In quella parola c’è una chiave fondamentale di valori che può spingere in avanti il nostro progetto per la società italiana».


Pubblicato il: 04.11.07
Modificato il: 04.11.07 alle ore 8.31   
© l'Unità.


Titolo: Jacopo G. Schettini - FATTO IL PARTITO OCCORRE FARE I DEMOCRATICI
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2007, 11:22:12 pm
FATTO IL PARTITO OCCORRE FARE I DEMOCRATICI


Carissimi amici della Costituente, fatto il Partito ora occorre fare i Democratici.


E non sarà semplice.

Walter Veltroni ha sufficiente talento e capacità per riuscirci, ma sarà cosa lunga e faticosa. Su quello che è successo in chiusura della Costituente, Rosy Bindi ha interpreto un pensiero diffuso. Credo sia stato un peccato di ingenuità proporre l’approvazione di alcune regole comuni in chiusura dell’assemblea. Così frettolosamente. Forse di fronte a qualche spiegazione in più nessuno si sarebbe
lamentato.

Col tempo i comportamenti verranno affinati. Così la “governance” del PD.
Come in tutte le comunità ci vuole chi lancia il cuore in avanti e chi richiama all’ordine ed al rispetto delle regole come fa giustamente Rosy Bindi, alla quale va tutta la mia simpatia. Su una cosa mi permetto di insistere. Se, come vogliamo tutti, il Partito Democratico deve essere viva espressione di una fetta della società italiana e non di tesserati, allora il Segretario dovrà passare dal ruolo di guida, che tradizionalmente veniva attribuito ai partiti continentali di matrice ottocentesca, al ruolo rappresentanza: altra figura ed altro stile.

Siano ben consapevoli i costituenti che scriveranno le regole interne del PD, che il nostro Segretario quando parlerà al suo Partito (come ha fatto sabato scorso) parlerà anche alla società italiana. Che quando farà il suo mestiere, dovrà sentire la strada da percorrere e non imporla. Che quando stringerà una mano, dietro di lui avrà il grande popolo della sinistra e non solo i suoi tesserati o i suoi attivisti.

Appunto, altra figura ed altro stile rispetto ad ogni passato più o meno remoto, quindi regole e poteri diversi da quelli tradizionali.

Con l’occasione, non avendolo fatto chi doveva durante la Costituente, ringrazio io a nome del “tiket” Gawronski-Schettini (perché questo era, nonostante sia passato inelegantemente sotto silenzio) tutti i pochi ma buoni che ci hanno votato, tutti i nostri candidati, tutti i nostri sostenitori. Grazie a tutti. Ora ci aspetta un’altra stagione.

Mi permetto di estendere i miei personali complimenti anche a Nico Stumpo ed ai ragazzi di Santi Apostoli per il loro bel lavoro organizzativo della Costituente, atto primo.


Jacopo G. Schettini


da ulivo.it


Titolo: Franceschini: «Non portiamo vecchie abitudini nel nuovo Pd»
Inserito da: Admin - Novembre 05, 2007, 04:03:52 pm
Franceschini: «Non portiamo vecchie abitudini nel nuovo Pd»

Simone Collini


«C’era un impegno a innovare e a uscire dalla logica delle quote. Lo abbiamo mantenuto». Dario Franceschini non nasconde la propria soddisfazione per l’esecutivo del Partito democratico nominato ieri. «L’ampia presenza femminile, l’età media attorno ai 40 anni, il fatto che ci siano persone provenienti dalla società civile e altre che hanno esperienza di partito: mi pare un bel mix». E questo, promette il vicesegretario del Pd, «è lo spirito con cui andremo avanti».



Innovare ma fino a che punto? Bersani a l’Unità ha detto: bene il nuovo, purché non ci si dimentichi che il Pd deve essere un partito, con tutto quel che ne consegue.



«I tre milioni e mezzo che hanno partecipato alle primarie non mi pare che siano andati a votare con uno stato d’animo del tipo: bravi, andate avanti così. Ci hanno detto: vi diamo questo credito, ma spendetevelo per un’azione profonda di cambiamento. E questo vale per le scelte politiche, cioè per gli argomenti da affrontare, per i comportamenti individuali e collettivi, perché non vorrei che si ritenesse risolto il tema della diffidenza nei confronti delle classi dirigenti solo perché è scomparso dalle prime pagine, e per la forma del partito a cui vogliamo dar vita. Questi tre messaggi bisogna saperli interpretare».



La questione è: come si fa a dar vita a un partito nuovo senza sfociare nella categoria del “liquido”?



«Intanto, alle volte vedo messe in contrapposizione teorie che non sono poi così distanti tra loro. Capirei se ci fossero in campo due posizioni, una del tipo “voglio fare un partito senza iscritti e senza organi” e l’altra del tipo “voglio fare un partito di militanti che si riuniscono nelle sezioni a porte chiuse”. Ma non è questa la discussione che si sta sviluppando in questi giorni».



Perché quelli sono due estremi: qual è il giusto mix, per dir così, secondo lei?



«Partiamo da una considerazione: è oggettivo che siamo in un tempo in cui il rapporto tra impegno politico e opinione pubblica è completamente diverso rispetto al passato. Prima c’era uno schema abbastanza netto, c’era chi si impegnava e chi osservava. Oggi non esiste più una distinzione del genere, ci sono molti modi diversi di scegliere la strada dell’impegno. Che può essere su un argomento locale, su un grande tema globale, che può essere a termine, perché ci può essere chi decide di impegnarsi per alcuni mesi perché nella sua città si discute, per dire, di un inceneritore o di un campo nomadi. E poi ci sono varie modalità di impegno, i comitati, le associazioni, c’è la rete che ti consente di far parte di una comunità che discute un argomento senza per questo andare fisicamente in un luogo determinato».



Questo per dire cosa?



«Che non possiamo pensare di costruire un partito che porti pigramente in un contenitore nuovo le abitudini organizzative dei contenitori precedenti».



Abitudini da abbandonare?



«Attenzione, non sto dicendo che dobbiamo buttare via quella che si chiama la militanza permanente, è una ricchezza e sarebbe folle disperderla. In Italia, contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti ma anche in diversi paesi europei, ci sono decine di migliaia di persone che ritengono la militanza una parte della loro scelta di vita, che stanno nelle cucine delle Feste dell’Unità, che distribuiscono il materiale del partito, che animano la vita delle sezioni. Persone che sono uno dei motivi principali della riuscita delle primarie, perché se la mattina del 14 ottobre la gente non è impazzita a trovare i seggi dove votare è grazie a una mano che infilato nelle buchette della posta volantini e facsimili delle schede con tutte le informazioni necessarie. Questo è un patrimonio straordinario, che va mantenuto e valorizzato».



Però?



«Però le decisioni, sull’elezione degli organi dirigenti così come sulle scelte politiche rilevanti, non possono più essere prese come era in passato soltanto da loro. Il partito deve cioè aprirsi esattamente come ha fatto alle primarie, aggiungere ai militanti permanenti quelli che vogliono contribuire a fare una scelta piuttosto che un’altra, perché pur decidendo di non impegnarsi a tempo pieno si sentono parte di un disegno politico. Di fronte a tutte le scelte locali e nazionali dobbiamo adottare questo stesso equilibrio e questa stessa apertura. E anche la forma partito deve rispondere a questa esigenza».



Si è spesso detto che il Pd sarà un partito federale: che ruolo dovranno avere i segretari regionali?



«Saranno pienamente coinvolti nelle scelte, ovviamente. Ed è chiaro che scriveremo insieme alle regioni lo statuto nazionale, che deve lasciare ampi margini di autonomia nel modello di partito regionale. È infatti evidente che il tessuto sociale, il rapporto consenso-classe dirigente non è uguale in tutte le regioni».



L’autonomia fino che punto può arrivare? Per dire, è pensabile che il Pd in qualche regione vada al voto con alleanze diverse da quelle esistenti a livello nazionale?



«Io penso che siamo dentro a un sistema in cui l’omogeneità delle alleanze è un dato ormai presente nel dna del bipolarismo italiano. Discuteremo, vedremo. In ogni caso, non ci saranno imposizioni romane».



Bersani parla della possibilità di adesioni collettive, lei che ne pensa?



«Mi sembra un’ottima idea, perché il tessuto italiano attualmente è fatto anche di tanti piccoli gruppi. Quindi se vuole aderire un circolo, un’associazione, mi pare si tratti di una cosa assolutamente da prevedere. Anche perché io immagino il Pd come una specie di arcipelago in cui non ci sia un’organizzazione precostituita solo sul modello territoriale: la sezione nel tal paese, nel tal comune, nel tal quartiere. Ma che sia quantomeno integrata con persone che vogliono aggregarsi per temi. Non mi scandalizzo nemmeno di fronte ad aggregazioni per filoni culturali».



Non teme il rischio di sfociare per questa via nelle correnti che tanto volete evitare?



«Correnti nel senso di apparati di tessere che fanno riferimento all’onorevole Tizio o Caio, quelle il cui termine è coniugato sul cognome del leader, per intenderci, non ci saranno. Che ci siano delle aree culturali di riferimento invece non mi scandalizza. La sfida vera è comunque fare in modo che ci si aggreghi, ci si divida, ci si scontri, tutto quello che avviene in un grande partito insomma, non sulla base delle provenienze ma sulla base di quello che vogliamo fare per il futuro».



Bersani è rimasto perplesso per il fatto che la parola sinistra sia stata pronunciata molto raramente e solo per dire cosa ha sbagliato fin qui. Perplessità comprensibile?



«Un grande partito non sarà mai un partito identitario. L’Italia è piena di partiti identitari e infatti sono tutti medio-piccoli o piccolissimi. In un grande partito come questo ci sarà una parte più di sinistra e una parte più moderata, ci saranno i laici e i cattolici, gli ambientalisti e i liberali. Nessun può pensare di far prevalere la propria identità sulle altre. Il punto è farle convivere, tutte insieme. E sono convinto che la scelta di eleggere direttamente il leader dà la forza a chi gestisce la fase costituente di governare questo processo. Cioè un arcipelago così articolato ed eterogeneo poi trova il punto di sintesi nella leadership. È facile pensare cosa sarebbe potuto succedere se a gestire questa fase avessimo avuto uno speaker nominato dall’assemblea costituente».

Pubblicato il: 05.11.07
Modificato il: 05.11.07 alle ore 8.45   
© l'Unità.


Titolo: Foreign Office Veltroni
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2007, 12:17:21 am
Foreign Office Veltroni

di Marco Damilano


Stati Uniti, Chiesa, Israele.

Gli ambienti economici internazionali.

I governi europei.

Per il neo leader del Pd tutte roccaforti da conquistare.

I suoi ambasciatori sono già al lavoro. Ecco chi sono


Un diplomatico di carriera nello staff del Campidoglio c'è davvero, prudente e riservato come impone il rango: Michelangelo Pipan detto Miki, piemontese, 58 anni, amante dello sci e delle piste del Sestriere, primo ambasciatore italiano in Georgia nel gennaio 2000, un passato nella cooperazione internazionale in Africa e nella cooperazione culturale. Due caratteristiche molto apprezzate da Walter Veltroni che nel luglio 2006 lo ha scelto come suo consigliere diplomatico: è l'unico sindaco italiano che ne sfoggia uno. Normale per un ruolo che negli anni di Veltroni si è trasformato in un ministero degli Esteri-ombra, soprattutto quando con il governo Berlusconi in carica il centrosinistra non ricopriva altri incarichi istituzionali. Spetta a Pipan organizzare la fitta agenda internazionale di Veltroni, destinata ad aumentare nelle prossime settimane. Tutti gli altri, invece, sono ambasciatori informali: con il compito di fare da collegamento tra il nuovo leader del Pd e gli ambienti più lontani da raggiungere. Una rete di contatti a tutto campo per arrivare dove non è facile per nessuno: gli Stati Uniti, la Chiesa, Israele, gli ambienti economici internazionali, i governi europei. Mondi solo in apparenza lontani che storicamente contano moltissimo nella politica italiana e sulla scelta di chi governerà nei prossimi anni, destinati a essere al centro nelle prossime settimane di un'offensiva diplomatica veltroniana.

Con Benedetto XVI il primo incontro di Veltroni da leader del Pd sarà con tutta probabilità l'8 dicembre, quando il papa si fermerà in piazza di Spagna a pregare sotto la statua dell'Immacolata concezione e come da tradizione sarà accolto dal sindaco. Con Hillary Clinton l'ultimo incontro risale a due anni fa, quando Veltroni visitò gli uffici della Clinton Foundation a Manhattan. Per ora in programma, di sicuro, c'è la partecipazione alla
Convention democratica prevista dal 23 al 28 agosto 2008 a Denver: per Veltroni è un ritorno, nel 1992 partecipò da direttore dell''Unità' a quella di New York che nominò Bill Clinton come candidato sfidante del repubblicano George Bush senior. Andò bene, per tutti e due. E con l'establishment economico e finanziario incuriosito dalla novità rappresentata dal Pd è partito un primo annusamento: allo studio c'è la possibilità di tenere una riunione informale nel corso del forum di Davos previsto per fine gennaio. Una sessione aperta al caso italiano, dove potrebbero partecipare Luca Cordero di Montezemolo, Alessandro Profumo, Corrado Passera e naturalmente Veltroni, insieme a una lista selezionata di operatori economici, banchieri, economisti, finanzieri, con l'obiettivo di presentare l'Italia che presiederà il G8 nel 2009, ma anche il neo-segretario del Pd conosciuto come sindaco di Roma, ma ancora poco noto come leader nazionale.

Già nel giugno 2004 un rapporto riservato del Dipartimento di Stato segnalava che Veltroni era l'unico leader in grado di unire la sinistra: "Ha gestito con equilibrio e tatto la recente visita del presidente Bush a Roma e può diventare uno sfidante, ha guadagnato il rispetto perfino di alcuni degli elettori romani di centrodestra, consentendo grande libertà alla sinistra senza ignorare i centristi". Negli States il leader del Pd può contare su molti buoni amici. Per esempio Kerry Kennedy, la figlia di Bob, ormai di casa in Campidoglio, che ha spalancato al sindaco molte porte che contano nell'entourage clintoniano, e non solo: il sindaco di Roma è stato tra i primi a scoprire la stella di Barak Obama e ha firmato l'introduzione dell'edizione italiana del suo libro 'L'audacia della speranza'. E poi ci sono in dote al Pd le buone relazioni costruite negli anni da Ds e Margherita con i think-tank democratici: il Center for american progress del senatore John Podesta, ex capo di gabinetto di Bill Clinton alla Casa Bianca, il più attento alle cose della politica italiana, il Democratic leadership Council, sempre di area clintoniana. A far la spola con Oltreatlantico per conto della segreteria Ds prima e ora di Veltroni c'è la romana Federica Mogherini, 34 anni, esperienze nei giovani del Pse, ma anche nei social forum di Porto Alegre, moglie di Matteo Rebesani che per Veltroni cura le relazioni internazionali al Comune di Roma. Sul versante Margherita c'è l'europarlamentare Lapo Pistelli, che si è fatto da spettatore la convention democratica dell'88 ("Ho scoperto l'America prima di Veltroni", scherza) e che partecipa a tutti gli incontri diplomatici con i partiti socialisti europei. Veltroni vanta buoni rapporti personali con gli innovatori: Peter Mandelsson nel Labour inglese, il premier spagnolo José Luis Zapatero e soprattutto il sindaco di Parigi Bernard Delanoë, l'uomo della rivincita del Ps francese che si candida a lavorare sulle macerie lasciate in campo socialista dalla sconfitta elettorale di maggio contro Nicolas Sarkozy: modello Roma, modello Veltroni.

Anche sul versante mediorientale l'ascesa nazionale di Veltroni rappresenta una svolta. Come si è visto un mese fa, quando il presidente di Israele Shimon Peres in visita a Roma ha pranzato in Campidoglio con l'amico Walter, "uno dei più grandi costruttori di pace, una persona di fatti e non di parole", come lo ha definito. Da anni, Veltroni è il politico di sinistra più popolare in Israele, insignito un anno fa del premio Menorah d'oro per i personaggi che si sono distinti per il dialogo con la comunità ebraica. Complice il legame stabilito con la comunità romana in tutte le sue varie anime, da Riccardo Pacifici a Emanuele Di Porto a Victor Magiar, sempre presenti con il rabbino Riccardo Di Segni nelle iniziative del Comune. Walter ricambia: in prima fila alle fiaccolate di solidarietà con Israele contro l'Iran e perfino alla veglia di preghiera per Sharon. Sono distanti le polemiche che hanno spesso diviso il ministro degli Esteri Massimo D'Alema dagli ebrei italiani.

Gli ambienti più difficili da agganciare sono altri: Milano, per esempio, nonostante lo sbarco in massa della gens veltroniana per la Costituente del 27 ottobre. "Nel suo discorso ha citato figure antiche e stereotipate: Grassi, Strehler, Montanelli", sottolinea Gad Lerner che da capolista di Rosy Bindi nel collegio Milano centro ha prevalso sui candidati di Walter. I suoi rapporti in città, spiegano i maligni, cominciano e si fermano in via Bigli, dove hanno casa i Moratti, Massimo e Milly, e i Tronchetti Provera, Marco e Afef. Sono loro gli ambasciatori di Walter tra quel che resta delle grandi famiglie del Nord e i salotti milanesi: c'è ancora molto da fare, evidentemente.

Lo stesso vale per il dirimpettaio di Veltroni a Roma, il potere ecclesiastico, il Vaticano. Nonostante le tante liturgie religiose cui si sottopone il sindaco,il feeling con papa Ratzinger non è decollato. L'ambasciatore in Curia e con monsignor Giuseppe Betori, segretario della Cei, è lo storico Andrea Riccardi, leader della Comunità di Sant'Egidio, amico da sempre di Veltroni. Un contatto prezioso da attivare nelle missioni riservate: come quando un anno fa, dopo il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI che aveva scatenato la reazione anti-cattolica del mondo islamico, il sindaco fece sapere alla Curia vaticana che avrebbe parlato dagli schermi di Al Jazeera. Il suo intervento di pacificazione fu gradito. Più di recente è nata una simpatia con monsignor Rino Fisichella, possibile successore del cardinale Camillo Ruini come Vicario.

Alla fine, l'ambasciatore di Veltroni più attivo resta l'amico di sempre: "Sono tra i milioni di italiani che hanno un buon rapporto con Gianni Letta", non si stanca di ripetere Walter. È stato Letta a far sapere a Veltroni che Berlusconi avrebbe evitato con il Pd i toni aggressivi che utilizza con il governo Prodi. E spetterà a Letta far dialogare a distanza i due, Silvio e Walter, sulle questioni più delicate: legge elettorale e percorso di fine legislatura. Ambasciatore di Berlusconi presso Veltroni, ma anche viceversa. Pronto a entrare in azione nelle prossime settimane.

(05 novembre 2007)

da espresso.repubblica.it


Titolo: Andrea Carugati - Laura Pennacchi: «Noi, radicali e pragmatici»
Inserito da: Admin - Novembre 07, 2007, 07:58:50 am
Laura Pennacchi: «Noi, radicali e pragmatici»

Andrea Carugati


Guarda al Pd statunitense, Laura Pennacchi, new entry dell’esecutivo del Pd targato Veltroni. Studi a cavallo tra filosofia, economia e sociologia, nata a Latina nel 1948, parlamentare del Pds-Ds fino al 2006, già sottosegretario all’Economia con Ciampi nei governi di centrosinistra dal 1996 al 1999, torna alla ribalta della politica nazionale. «Mi pare che i primi atti del Pd diano il segno di una grande innovazione. Sto ricevendo una grande quantità di messaggi di persone che dicono che questo esecutivo dà una iniezione di fiducia, la garanzia che gli impegni presi sul rinnovamento siano portati fino in fondo. Certo, tra il dire e il fare...ma mi pare che questi segni di novità siano stati colti». «Io credo che ci sarà un grande investimento sui valori. Negli usa i Democratici hanno lanciato da due anni il progetto Hamilton, dopo essere stati scottati dal successo di Bush nel 2004, dovuta in gran parte all’azione sui valori portata avanti da tutto il mondo tradizionalista, a partire dalla chiese evangeliche. Il neoliberismo non è stato solo un insieme di politiche, ma la proposta di un mondo di valori, a mio parere aberranti, a partire dalla mercificazione di tutto. Io penso che anche il Pd italiano debba impegnarsi in questo senso».



Qual è il valore che vorrebbe mettere in cima alla lista?



«La laicità deve essere assolutamente garantita, così come la convivenza di punti di vista diversi: così si dà ricchezza al partito, si contrasta l’indifferenza. Io vorrei un binomio: radicalità nei valori e pragmatismo nelle politiche».



Di cosa di occuperà nel Pd?



«Per il momento non sono stati attribuiti incarichi, ma credo che le competenza di ognuno di noi saranno rispettate. Ma ci saranno delle novità: Veltroni ha detto che si lavorerà per progetti e in modo trasversale e multidisciplinare, perché le grandi questioni richiedono un approccio del genere. Niente vecchi dipartimenti».



Torniamo ai valori. Oltre alla laicità lei cosa metterebbe al centro?



«La democrazia è convivenza, apertura agli altri, tolleranza: oggi,invece, prevale il richiamo all'egoismo, all’avidità. C’è un patrimonio di valori che viene messo in discussione».



Cosa pensa dell’approccio del Pd sulle questione-rumeni?



«Finora si era minimizzato l’impatto delle paure dei cittadini. E tuttavia non si può pensare che l'immigrazione sia una minaccia, perché può essere una risorsa. Serve equilibrio, l’unica via per il Pd è l’apertura ma nel rispetto delle regole».







«Non bisogna contrapporre una gamba all’altra, ci devono essere gli iscritti ma c’è anche la necessità di mobilitare quel patrimonio immenso di persone, di quei i 3,5 milioni sono solo una parte: persone che non vogliono iscriversi ma dare un contributo che va oltre il voto alle primarie una volta ogni tanto. Lavorando su singoli progetti, credo sarà possibile coinvolgere anche tanti non iscritti».

Pubblicato il: 06.11.07
Modificato il: 06.11.07 alle ore 12.58   
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Titolo: Riforme, Veltroni apre alla Cdl... ( provaci ma non danneggiare Prodi - ndr )
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2007, 07:36:27 am
Riforme, Veltroni apre alla Cdl: «Dopo il sì alla finanziaria, serve intesa»


Ora che «la spallata è stata rinviata», l'opposizione «è in uno stato di surplace», in cui «nessuno è capace di avviare una riflessione che vada oltre la spallata», ma se il governo dovesse passare l'esame della finanziaria al senato, «sarà il momento di chiedere all'opposizione di dar vita a un'intesa sulle riforme istituzionali e sulla riforma elettorale». Il neosegretario del Partito Democratico Walter Veltroni, incontrando gli eletti all'estero del partito, rilancia la proposta di dialogo con la Cdl. «Così da riuscire nel 2008 a risolvere tutto questo groviglio di problemi».

Il sindaco di Roma scandisce un preciso timing: «Se si passa positivamente il voto al Senato e si passa il 14 di novembre credo - dice - che molte cose in questo paese potranno finalmente cambiare».

Il Partito Democratico non sarà un partito "liqido", aggiunge Veltroni, «ma non con adesione totalizzante conosciuta nel ‘900». «Non possiamo fare un partito liquido come è stato detto», perché «partito e liquido non sono due cose che stanno insieme».

Il leader del Pd, Walter Veltroni, si rivolge così alla platea riunita nell'ex Hotel Bologna per partecipare all'incontro della consulta socialista "il socialismo liberale e democratico".

«Dobbiamo sperimentare un'idea nuova» con «un partito che deve stare nel ventre della società con una sua organizzazione - continua - con i suoi momenti associativi che naturalmente non saranno l'adesione totalizzante che abbiamo consociuto nel Novecento. Ma sarà una forma di adesione del cittadino elettore, perché tre milioni e mezzo di persone che hanno votato sono un patrimonio».

Il Pd, quindi, «deve essere più» aperto, più «capace di forme di adesione che potranno essere a rete con le fondazioni, associazioni, movimenti e siti Internet».

Pubblicato il: 07.11.07
Modificato il: 07.11.07 alle ore 16.10   
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