LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Admin - Ottobre 15, 2008, 03:44:40 pm



Titolo: LORENZO MONDO
Inserito da: Admin - Ottobre 15, 2008, 03:44:40 pm
15/10/2008
 
La giustizia e i conti della serva
 
 
LORENZO MONDO
 
Quella che chiamiamo per inveterata abitudine la giustizia italiana non finisce di mostrare le sue fattezze volatili, evaporanti. Rinfoderata (meno male) la spada e accantonata la bilancia, che è un onesto, indispensabile arnese, è in cerca di un simbolo aggiornato. Cosa sarà mai? Una porta spalancata e circonfusa di raggi?

O il libero volo di un uccello, non necessariamente rapace? Torniamo a parlare di giustizia, superando un’indicibile noia, perché oggi è stata concessa la semilibertà a un uomo di 35 anni che si chiama Pietro Maso e non è un personaggio da poco. Diciassette anni fa, nel Veronese, ha massacrato padre e madre per impadronirsi dei loro risparmi. Poi, per crearsi un alibi, è andato a distrarsi in discoteca. La condanna a trent’anni era sembrata una pena non particolarmente crudele per tanto orrore. Ma un giudice di sorveglianza ha stabilito che 16 anni potevano bastare, non si sa in base a quali motivazioni, quelle almeno che, fuor dalle scartoffie, appaiono comprensibili alla gente comune. Viene il fondato sospetto che certe scarcerazioni siano il frutto di automatismi computistici, i quali, absit iniuria, pareggiano le operazioni del magistrato agli elementari «conti della serva». Tanto per il previsto sconto di pena, tanto per la buona condotta, tanto per l’indulto e, di sottrazione in sottrazione, il detenuto torna libero anzitempo, contento lui e chi ha firmato l’ordinanza.

Certo, Pietro Maso non ha altri genitori da ammazzare, e magari si è anche pentito del suo delitto. Ma sfugge per lo più alla considerazione di giuristi e pedagogisti che il benedetto «recupero» di un delinquente passa anche nella sua accettazione della pena, della privazione, sia pure mite, non afflittiva, della libertà. Toccando terra e senza addentrarci nel labirinto dell’animo umano, osserviamo come sempre più venga meno in questo Paese la certezza della pena, a causa di provvedimenti che diventano stimolo al malfare e offesa per le vittime, silenti e dimenticate. Con grave detrimento della coesione sociale, se un’opinione pubblica (in molti casi attanagliata dalla paura) è indotta a chiedere sanzioni esorbitanti e vendicative o a chiudersi in un sentimento di scettica, sconfortata inappartenenza nei confronti delle istituzioni. Non c’è da stupirsene davanti allo spettacolo di una giustizia, quella vera e intemerata, costretta a scantonare, con il volto velato per la vergogna.

 
da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Vincere e perdere con onore
Inserito da: Admin - Novembre 09, 2008, 11:46:15 am
9/11/2008
 
Vincere e perdere con onore
 
 
LORENZO MONDO

 
Quando ha capito di essere stato travolto dal voto popolare, John McCain non ha esitato a telefonare al vincitore, Barack Obama, per complimentarsi con lui, promettendogli la più ampia collaborazione. Autorevoli commentatori hanno dato evidenza a questo comportamento, tipico di una democrazia matura, contrapponendolo a quelli in uso nella politica italiana: al clima di rissa e dileggio che perdura, ben oltre i contrasti di sostanza, tra le parti contendenti. Mi sembra tuttavia che un’altra lezione si possa trarre dalle elezioni americane. Quando Barack Obama, dando pubblica notizia del messaggio di McCain, gli ha reso l’onore delle armi, l’immensa piazza dei suoi sostenitori ha tributato un lungo applauso all’avversario sconfitto. Da sempre, anche nei conflitti più aspri e sanguinosi, il rispetto per il «nemico» vinto è un segno di nobiltà, lo stesso che riscatta alla fine il feroce Achille davanti al cadavere di Ettore.

Con un salto acrobatico, registriamo un episodio dissimile, ma non contrastante nella sua essenza, verificatosi durante una gara che apparteneva a un tempo decisamente minore. Si è svolta nella vecchia Europa, a Madrid, dove si confrontavano due squadre di calcio, italiana e spagnola. Dove la Juventus ha espugnato il temibile stadio dei padroni di casa con due splendide reti di Alessandro Del Piero. I tifosi hanno salutato con entusiasmo la prova di un campione tanto bravo quanto modesto. Ma io, tifoso di complemento, sono rimasto impressionato ancora di più per l’omaggio che gli hanno riservato, con applausi scroscianti, gli spettatori spagnoli: tutti in piedi, alla fine della partita, mentre Del Piero ringraziava a sua volta con un leggero inchino. Una scena che riscattava tante immagini di passione sportiva deteriore, capace di precipitare in una subumana stolidità e protervia. Nella vita si vince per virtù propria o con l’aiuto, spesso capriccioso, della sorte. All’uomo è soltanto richiesto, in ultima istanza, di stare alle regole del gioco. Dopo di che si dovrebbe dare per acquisito, in qualsiasi arengo, il rispettivo apprezzamento, e riservare nel tripudio della vittoria un generoso inchino al perdente. Nella tristizia dei tempi, è bello cogliere questi affioramenti di un civile, inobliabile costume.
 
 
da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Metti subito Amanda nel cast
Inserito da: Admin - Dicembre 14, 2008, 12:15:49 pm
14/12/2008
 
Metti subito Amanda nel cast
 
LORENZO MONDO
 

Ad Amanda Knox, coimputata nel feroce omicidio di Perugia, sembrerebbero convenire, quali che siano le sue precise responsabilità, i tratti di una viziosa, stravolta furia. Ma dopo i tredici mesi passati in carcere la ragazza offre di sé un aspetto del tutto rassicurante: contano, chissà, l’influenza della reclusione o il suggerimento dei difensori, senza escludere una sua augurabile maturazione interiore. I capelli ravviati, appena un velo di rossetto, maglietta e jeans, ha l’aria di una bella educanda. E alla fisica «conversione» contribuisce anche un filmino girato in prigione, al quale partecipa insieme con altre detenute. Da indiziata protagonista di un reality show ispirato al genere horror, a interprete di una edulcorata finzione in cui si trova a coltivare, manco a dirlo, il sogno della fuga.

A pochi giorni dalla proiezione la Regione Umbria, che ha finanziato l’impresa (con una spesa tra i 10.000 e i 15.000 euro) è stata però indotta a rinviarla per ragioni di opportunità, vista l’imminente apertura del processo. D’altronde, afferma l’assessore competente, non si voleva creare un caso, contribuire alla malsana pubblicità che ha investito Perugia: «Per noi le detenute sono tutte uguali». E invece no. L’affermazione suona per lo meno incauta, dal momento che Amanda, quella vera, è diventata un’eroina per tanti deficienti che affollano il circuito mediatico, pronti a inchinarsi davanti a una notorietà, a un «successo» comunque raggiunto. Escludiamo l’intento furbesco, ma non appare neanche persuasiva l’autodifesa del regista, il quale protesta che l’idea del suo film è nata ben prima che avesse luogo la truce vicenda.

Ma questo significa cambiare le carte in tavola, perché in discussione è soltanto il successivo, e tempestivo, inserimento di Amanda nel cast. Che senso ha inoltre coinvolgere negli asseriti propositi rieducativi del film una persona che non è stata ancora condannata e che potrebbe, per avventura, risultare innocente? Girala come vuoi, ma i chiarimenti ufficiali non convincono e certo non aiutano ad attenuare il risentimento dei familiari di Meredith, la vittima, alla quale non è stata assegnata nessuna parte nel film. E vien da pensare che forse la regione umbra potrebbe spendere i suoi soldi con maggiore avvedutezza.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO - La crisi non canta a Sanremo
Inserito da: Admin - Febbraio 15, 2009, 02:56:49 pm
15/2/2009 - PANE AL PANE
 
La crisi non canta a Sanremo
 
LORENZO MONDO
 

Bonolis si becca un milione di euro per condurre il Festival di Sanremo, Benigni si accontenta di 350.000 per una comparsata, alla faccia del suo Dante nemico dell’«usura». Non vale gridare allo scandalo davanti a un simile dispendio di denaro pubblico. Da casa Rai si obbietta, con il callido realismo di chi è avvezzo nel suo piccolo a largheggiare per sé, che l’anno scorso, alla manifestazione onorata dalla presenza di Pippo Baudo, non si è speso molto di meno. E che, in ogni caso, pagano gli sponsor. Come se questi avessero la vocazione della beneficenza e non trovassero il modo di rivalersi sui consumatori, già penalizzati dall’esborso del canone. D’accordo, dobbiamo riconoscere mestamente che è sempre andata così, ma l’andazzo diventa intollerabile mentre il paese è investito dalla piena della crisi. Mentre la crescita zero, i cassintegrati, i precari, le famiglie che stentano ad affrontare la quarta settimana disegnano un quadro fosco, non schiarito dai lustrini dello spettacolo. Poiché è inutile affidarci all’etica personale, sono le istituzioni pubbliche che dovrebbero dare un esempio, imporre un comportamento virtuoso, ispirato al senso del limite, al rispetto per le angustie che affliggono tanta parte della società.

Si assiste d’altra parte a un singolare paradosso. Sono proprio i cittadini meno abbienti che, incollati al televisore, si lasciano sedurre oltre misura, non solo dalle pur apprezzabili gare canore, ma più generalmente dalle scempiaggini che hanno largo corso nei programmi della Rai. Sono essi a legittimare, con il loro consenso, gli sproporzionati compensi del divo di turno. Si spellano le mani negli applausi, mentre dovrebbero ribellarsi a suon di fischi contro quella che si risolve in una acida beffa nei loro confronti. Fino a insorgere, magari, contro la taglia del canone televisivo di cui profittano Bonolis e compagnia di giro. Si sa quanto aiuti, di questi tempi, qualche serata di svago, magari abbastanza intelligente da non vergognarsene. Ma il prezzo da pagare non deve essere troppo caro e avvilente. E non vale consolarsi pronunciando, a denti stretti, il «Canta che ti passa».
 
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Titolo: LORENZO MONDO Più dei cani sono colpevoli i padroni (non sempre).
Inserito da: Admin - Marzo 22, 2009, 10:20:03 am
22/3/2009 - PANE AL PANE
 
Più dei cani sono colpevoli i padroni
 
LORENZO MONDO
 
Amo i cani, nutro nei loro confronti un pregiudizio favorevole che mi induce a preferirli a certi esemplari della nostra specie. Ma sono turbato dai fatti accaduti in Sicilia, dove un bambino ha perso la vita e una giovane donna è stata sfigurata da un branco di randagi. Mi ha colpito una esagerata sollecitudine per la sorte degli animali, quasi superiore a quella provata per le loro vittime. Certo, la responsabilità ultima appartiene agli uomini, incapaci di arginare e controllare il fenomeno dei cani inselvatichiti.
Peccano, specialmente e in modo vistoso nelle regioni meridionali, le istituzioni che giocano allo scaricabarile. Ma la colpa viene da lontano, è dovuta a un più generalizzato malcostume. È cresciuto a dismisura il numero delle persone che vogliono dotarsi di un cane senza preoccuparsi delle sue esigenze, dell’impegno che richiede, dello spazio insufficiente per un trattamento dignitoso, specie se è un esemplare di grossa taglia. Così, nel migliore dei casi, vengono lasciati liberi di scorrazzare, di insozzare marciapiedi e giardini, di importunare variamente il prossimo. Altrimenti, dopo un breve, capriccioso innamoramento, vengono abbandonati senza pietà. Quelli che scampano alle ruote delle automobili sono indotti a predare, e a figliare nelle loro tane. E non è vero, come sostengono certi etologi, che esistesse un rapporto idilliaco tra uomini e animali nelle campagne di una volta: basti pensare ai cani che si strozzavano alla catena e ai cuccioli annegati o lapidati. Il problema sta oggi nel loro numero esorbitante, che oltre tutto rappresenta un costo eccessivo per la società, già inadempiente verso i vecchi, i malati, gli emarginati. Il rimedio all’emergenza dei branchi, se si vuole evitare una indiscriminata mattanza, sta quanto meno nella sterilizzazione. Ma occorre in primo luogo sanzionare duramente chi addossa alla comunità il peso di un cane vezzeggiato oltre misura o brutalmente abbandonato. Si renderà così giustizia agli «amici dell’uomo», compresi i devianti, senza mettere a repentaglio la vita e la tranquillità dei cittadini.
 
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Titolo: LORENZO MONDO L'inceneritore e l'acqua santa del vescovo
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2009, 11:14:37 am
29/3/2009
 
L'inceneritore e l'acqua santa del vescovo
 

LORENZO MONDO
 
Benedizione negata all’inceneritore che ha preso il via ad Acerra. Il vescovo Giovanni Rinaldi ha ribadito così la sua avversione all’impianto che, oltre a smaltire una significativa quantità di rifiuti, rappresenta un evento di portata simbolica: un’inversione di marcia rispetto all’inerzia davanti a una emergenza ambientale che ha sfigurato l’immagine di Napoli e della Campania. Il vescovo reputa che l’inceneritore sia dannoso per la salute del suo gregge. Peccato che a pensarla come lui siano poche centinaia di dimostranti che fanno oggetto della protesta anche le discariche e i siti di stoccaggio. Vien da chiedersi quali altri rimedi propongano, oltre ai costosi convogli di immondizia avviati in Germania.

Berlusconi esulta, con buone ragioni, dopo avere posto termine ai mille ritardi che hanno ostacolato la realizzazione dell’opera. Ha ricevuto tra l’altro i complimenti del Presidente della Repubblica e gli applausi, concessi magari controvoglia, di Bassolino e della Iervolino. L’assessore regionale al Turismo, Claudio Velardi, si spinge più in là, celebrando la sconfitta di una «dannosa cultura del no». Non si capisce, davanti a questo schieramento, confortato dalla maggioranza dei cittadini, l’impuntatura del vescovo di Acerra. Fatta salva la libertà del dissenso e il diritto di impartire a piacere una benedizione, non si tratta di questione che riguardi la retta dottrina. Qui valgono soltanto le competenze di natura tecnico-scientifica, la fiducia che bisogna accordare, sia pure con l’onere della prova un esperto come il sottosegretario alla Protezione civile Guido Bertolaso, il quale sostiene che le emissioni di fumo ad Acerra saranno inferiori a quelle di una normale centrale elettrica.

Può un vescovo contestare aprioristicamente queste affermazioni? Non sembra un atteggiamento illuminato assumere posizioni populistiche, sposare le indiscriminate proteste che giungono da comunità non esenti, come dimostrato in molti casi, da infiltrazioni camorristiche. E che, in ogni caso, ubbidiscono a una strenua difesa del proprio «particulare». La buona fede non giustifica l’imprudenza, che non appartiene, se non erro, alle virtù teologali.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Dalla calamità nasce il seme della speranza
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2009, 10:53:53 am
12/4/2009
 
Dalla calamità nasce il seme della speranza
 
 
LORENZO MONDO
 
Il terremoto ha distrutto in Abruzzo paesi e città, ha provocato sofferenze inenarrabili, inventato storie così strazianti che, solo a sentirle, fanno venire il groppo in gola. Ma ha fatto anche qualcosa di diverso. Lo scuotimento furioso della terra ha travolto e rovesciato, insieme ai muri, l’immagine dell’Italia che ci viene consegnata abitualmente dalle cronache e, troppo spesso, dalle nostre stesse frequentazioni: un paese in cui proliferano corruzione, egoismo, stolida vanità. È venuta fuori, come per prodigio, una popolazione inavvertita e sommersa.

Abbiamo scoperto, quasi nata dalle macerie, una gente tenace nelle opere e negli affetti, che ha pudore di manifestare il proprio dolore, che nella perdita estrema - di famigliari, cose, ricordi - chiede aiuto con sobrietà e dignità. Colpisce il suo attaccamento a una terra che sa essere dolcissima e ingrata, a una capitale come L’Aquila, che si vuole recuperare fin dove possibile com’era e dov’era, presenza inobliabile tra le cento città della penisola. Ma per una sorta di virtuoso contagio e di mutuo riconoscimento, si è vista anche in Abruzzo una rappresentanza dell’Italia migliore. Penso in particolare ai soccorritori che si sono prodigati allo stremo, a rischio della vita, per strappare una persona o un corpo al disastro.

Vengono in mente le parole di Ignazio Silone, testimone di un altro terremoto, quello del 1915, in terra d’Abruzzo: «Esistono uomini oscuri, ignorati da tutti e in nulla eccezionali, non pederasti, non adulteri, non astratti o assurdi, non alla ricerca del senso della vita essendo nati con un certo senso della vita...Potrebbe darsi che il mondo si regga ancora in piedi grazie a essi. È però difficile riconoscerli». Li riconosciamo, sembrano diventare visibili soltanto in occasione di grandi calamità, spazzando via le incrostazioni malefiche, il ciarpame abusivo che umilia la nostra condizione umana. Sarebbe stolto ed empio parlare di un «buon» terremoto. È terribile essere costretti a cercare nel cuore della disperazione il seme della speranza in un mondo più vivibile e civile. Quella offerta dal sisma è tuttavia una lezione da non perdere. Lo dobbiamo agli abruzzesi e a noi stessi.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Mare nostrum dei derelitti
Inserito da: Admin - Aprile 26, 2009, 09:16:05 am
26/4/2009
 
Mare nostrum dei derelitti
 
 
LORENZO MONDO
 
Per una nemesi beffarda della Storia, il Mediterraneo sta diventando il Mare Nostrum, in una accezione della quale non è possibile inorgoglirsi. Nel senso cioè che scarica sulle coste italiane i derelitti che si affollano sulla Quarta Sponda. Ho fatto in tempo a intonare da bambino un canto che inneggiava a Malta e a Tunisi «baluardi di romanità».

Bene, sono proprio Malta e Tunisi a darci in questi giorni grossi dispiaceri sul tema dell’immigrazione clandestina. La Valletta ha vinto il braccio di ferro con Roma, rifiutando di accogliere i 145 disperati della «Pinar» che solcava le sue acque territoriali. Ragioni primarie di umanità imponevano alle autorità italiane di assisterli, ma non è stata una bella prova di spirito europeistico da parte di Malta che dovrà essere richiamata con forza all’osservanza delle norme comunitarie.

Da Tunisi si è fatto anche peggio. Quel governo si è impegnato con un trattato a riaccogliere i suoi cittadini sbarcati in Italia senza permesso di soggiorno. Ma continua a frapporre ostacoli, allegando da ultimo una motivazione ridicola e offensiva. Sostiene infatti che molti rimpatriati sono tossicodipendenti e affetti da Aids. Motivo in più, si direbbe, per riprenderseli indietro con tante scuse. Mentre viene attribuita la responsabilità delle infezioni ai nostri centri di identificazione ed espulsione. La verità è che, per ogni accomodamento, vogliono soldi (l’ineffabile Gheddafi ha fatto scuola).

Apprendiamo intanto che mille clandestini hanno lasciato i centri di accoglienza perché sono scaduti i due mesi di detenzione: grazie alla bocciatura, da parte della sinistra e non soltanto, del decreto che ne prolungava i termini a sei mesi. Siamo alle solite, si procede in ordine sparso e in piena confusione, opponendo buonisti e rigoristi, davanti a un tema che, esperite tutte le risorse diplomatiche, meriterebbe di essere affrontato con la giusta severità, con sforzi meditati e coordinati.

Cinismo e lassismo diventano invece pretesti per una miserabile lotta politica che non è frutto di contrapposte idealità ma di una miopia incapace di cogliere i segni dei tempi, di affrontare problemi di natura epocale. Così veri che Malta e Tunisi, a loro modo, mostrano di esserne consapevoli, lasciandoci il compito di sbrogliare la matassa.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO La parabola dei due ponti
Inserito da: Admin - Maggio 03, 2009, 11:59:06 am
3/5/2009
 
3/5/2009
 
La parabola dei due ponti
 

LORENZO MONDO
 
Adesso basta - si inveisce da più parti -, quel ponte deve essere finalmente abbattuto.
La minaccia incombe sul Ponte della Cittadella che con le sue nove arcate scavalca il Tanaro davanti alla fortezza settecentesca di Alessandria. Con la sua limitata capacità di deflusso, costituirebbe una diga o, più prosaicamente, un tappo che in questi giorni, e già nell’alluvione del 1994, ha provocato disastrosi allagamenti in città. Non risulta che, costruito a fine ’800, si sia macchiato precedentemente di colpe così gravi.

Sono i mutamenti climatici che lo rendono obsoleto rispetto alle nuove esigenze di sicurezza?
O non si tratta piuttosto delle conseguenze di una eccessiva urbanizzazione lungo fiumi e torrenti che compromette la permeabilità dei terreni lungo il loro percorso? Se è davvero così pericoloso, e mancassero altri rimedi, non sarà il vincolo delle Belle Arti e il rammarico degli estimatori a scongiurare la demolizione di questo manufatto che, senza essere il Ponte Vecchio o Rialto, ha una sua nobiltà. Ma si eviti almeno di farne il capro espiatorio di estese responsabilità che vanno ricercate più a monte.

Per una beffarda coincidenza, a un ponte che ostinatamente resiste e deve essere preso, per così dire, a cannonate, un altro se ne contrappone che si fa male da solo.
Sul ponte che collega Piacenza alla sponda lombarda è sprofondata una campata, coinvolgendo per fortuna «solo» quattro automobilisti. Costruito un secolo fa, rifatto dopo i bombardamenti dell’ultima guerra, il ponte era stato sottoposto di recente a lavori di restauro. Non sembra che l’incidente sia dovuto all’ondata di piena.
Si contesta infatti che il crollo ha interessato una parte sovrastante la golena, e non qualche pilone situato nel letto del fiume.

Se così fosse, assisteremmo a un’altra più diretta e circoscritta forma di incuria, a una correità tutta umana rispetto alle calamità naturali. Staremmo freschi se il nuovo ponte che ad Alessandria dovrebbe sostituire il vecchio desse analoghi risultati. I due casi non sono in senso stretto confrontabili, ma potrebbero diventare oggetto di una graziosa parabola: sulla scarsa solidità, ma anche sull’imprevidenza del nuovo che avanza; sul buon uso dei ponti, sulla volontà e sulla capacità di preservarne la funzione di civile raccordo.

da lastampa.it
LORENZO MONDO
 
Adesso basta - si inveisce da più parti -, quel ponte deve essere finalmente abbattuto.
La minaccia incombe sul Ponte della Cittadella che con le sue nove arcate scavalca il Tanaro davanti alla fortezza settecentesca di Alessandria. Con la sua limitata capacità di deflusso, costituirebbe una diga o, più prosaicamente, un tappo che in questi giorni, e già nell’alluvione del 1994, ha provocato disastrosi allagamenti in città. Non risulta che, costruito a fine ’800, si sia macchiato precedentemente di colpe così gravi.

Sono i mutamenti climatici che lo rendono obsoleto rispetto alle nuove esigenze di sicurezza?
O non si tratta piuttosto delle conseguenze di una eccessiva urbanizzazione lungo fiumi e torrenti che compromette la permeabilità dei terreni lungo il loro percorso? Se è davvero così pericoloso, e mancassero altri rimedi, non sarà il vincolo delle Belle Arti e il rammarico degli estimatori a scongiurare la demolizione di questo manufatto che, senza essere il Ponte Vecchio o Rialto, ha una sua nobiltà. Ma si eviti almeno di farne il capro espiatorio di estese responsabilità che vanno ricercate più a monte.

Per una beffarda coincidenza, a un ponte che ostinatamente resiste e deve essere preso, per così dire, a cannonate, un altro se ne contrappone che si fa male da solo.
Sul ponte che collega Piacenza alla sponda lombarda è sprofondata una campata, coinvolgendo per fortuna «solo» quattro automobilisti. Costruito un secolo fa, rifatto dopo i bombardamenti dell’ultima guerra, il ponte era stato sottoposto di recente a lavori di restauro. Non sembra che l’incidente sia dovuto all’ondata di piena.
Si contesta infatti che il crollo ha interessato una parte sovrastante la golena, e non qualche pilone situato nel letto del fiume.

Se così fosse, assisteremmo a un’altra più diretta e circoscritta forma di incuria, a una correità tutta umana rispetto alle calamità naturali. Staremmo freschi se il nuovo ponte che ad Alessandria dovrebbe sostituire il vecchio desse analoghi risultati. I due casi non sono in senso stretto confrontabili, ma potrebbero diventare oggetto di una graziosa parabola: sulla scarsa solidità, ma anche sull’imprevidenza del nuovo che avanza; sul buon uso dei ponti, sulla volontà e sulla capacità di preservarne la funzione di civile raccordo.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Clandestini e domande senza risposta
Inserito da: Admin - Maggio 10, 2009, 11:30:57 am
10/5/2009
 
Clandestini e domande senza risposta
 
 
 
LORENZO MONDO
 
Domande, domande, domande... E’ vero o no che governi di segno diverso si sono impegnati in defatiganti e costosissime trattative per ottenere da Gheddafi il contrasto all’immmigrazione clandestina che si riversa sulle sponde italiane? Il nodo del problema non era forse il respingimento ai porti di partenza dei barconi di profughi? L’interruzione di un abbietto commercio di schiavi? Non va riconosciuto al ministro Maroni almeno il merito di avere ottenuto un risultato pressoché unanimamente perseguito?

E’ un reprobo Piero Fassino quando nega, da sinistra, che il provvedimento rappresenti di per sé uno scandalo? Pur invocando tutta la possibile sollecitudine per la sorte dei «rimpatriati»? E non esagera l’alto commissariato dell’Onu nella sua condanna per il mancato asilo, quando non si è mosso ciglio per le persone respinte a decine di migliaia dal governo Zapatero con l’impiego di unità navali? Al di là delle posizioni di principio, non peccano di imprudenza e faciloneria certe voci indignate che, senza suggerire pratiche soluzioni, si levano dagli ambienti cattolici?

Inoltre quale lettura occorre dare della Convenzione di Ginevra e della stessa Costituzione italiana? In quale entità vanno accolti gli stranieri ai quali non è consentito «l’effettivo esercizio delle libertà democratiche»? Non sarà che le carte dei diritti erano pensate per gruppi minoritari di perseguitati? Oppure, in un mondo sconvolto dalle guerre, dove prevalgono le dittature e i regimi autoritari, il diritto di asilo dovrebbe estendersi paradossalmente a innumerevoli popoli migranti? Svuoteremo, se sarà il caso, l’intero Darfur?

Il problema, con il suo carico di sofferenze inenarrabili, non dovrebbe essere affrontato alle radici, ben oltre le episodiche e pur drammatiche insorgenze che turbano la nostra coscienza? Perché non battersi, facendo la nostra parte, per un più robusto e generoso sostegno internazionale alle nazioni sfigurate da miseria e violenza? Non dovremmo sottrarci, per quanto riguarda casa nostra, alle ipocrisie e alle strumentali risse politiche che alimentano, insieme al legittimo bisogno di sicurezza, i peggiori istinti del corpo sociale? Domande, ancora domande a cui vorremmo trovare, nel piccolo e nel grande, qualche risposta per rasserenare l’orizzonte che ci attende.
 
da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Sfida vinta a Nazareth
Inserito da: Admin - Maggio 17, 2009, 11:19:04 am
17/5/2009
 
Sfida vinta a Nazareth
 

LORENZO MONDO
 
Ho la netta sensazione che il Papa abbia vinto la sfida rappresentata dal suo viaggio, per più versi cruciale, in Israele e in Palestina. Se ne è avuta la conferma con il gesto quasi liberatorio compiuto a Nazareth, dove tutto, per i cristiani, ha avuto inizio. Quando, invocando la pace e la riconciliazione davanti a 40 mila fedeli, ha preso per mano un rabbino e un imam, associandoli alla sua preghiera. È l’immagine più incisiva che resterà a documentare il suo pellegrinaggio. Per un momento quest’uomo, riservato e quasi sopraffatto dalla timidezza, è sembrato scoprire l’estro comunicativo di Wojtyla, il grande predecessore.

È stata una solenne smentita al malanimo pregiudiziale di certi commenti, come quello dell’Economist, che si attendeva da lui un’ennesima gaffe. Ma lungo tutto il percorso, ha avuto ragione del fazioso esame filologico cui sono state sottoposte le sue parole. Gli imputavano di non avere pronunciato l’aggettivo nazista, di avere indicato genericamente in milioni, e non in sei milioni, gli ebrei finiti nei campi di sterminio, di non avere chiesto un’altra volta scusa per non si sa bene quali omissioni. Gli estremisti della parte avversa avrebbero voluto invece che denunciasse a chiare lettere il colonialismo e le stragi perpetrate da Israele.

In realtà, Benedetto XVI non ha eluso, con placida fermezza, nessuno dei temi forti che riguardano la Terrasanta. Ha difeso il diritto dei palestinesi ad avere una patria, ha chiesto l’abbattimento del vessatorio e anacronistico muro eretto da Israele e la fine del blocco di Gaza. Ma al Museo dell’Olocausto ha manifestato il suo turbamento davanti al memoriale delle vittime, ha ribadito con parole inequivocabili la condanna dell’antisemitismo e il «vincolo inseparabile» che unisce cristiani ed ebrei.

E ha esortato tutti a respingere la tentazione dell’odio e della violenza, la manipolazione della fede religiosa per fini politici. Non occorre essere credenti per consentire a queste esortazioni che ogni uomo in buona fede trova ragionevoli. Da chi si propone come messaggero di pace nella martoriata terra di Gesù e si trova, per fortuna, sprovvisto di armate (come argomentava Stalin) e di poteri decisionali non si può francamente aspettarsi di più.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Chi tollera i writers
Inserito da: Admin - Maggio 31, 2009, 09:23:29 am
31/5/2009 - PANE AL PANE
 
Chi tollera i writers
 
LORENZO MONDO
 
L’ultimo innesco pirotecnico sul tema vetusto delle città sporche è opera di Berlusconi. Non curandosi di dare una gomitata nello stomaco all’alleato Alemanno, si è lamentato del degrado di Roma che, assieme ad altri capoluoghi come Palermo o Napoli, per «le scritte sui muri e la lordura nelle strade» sembra più una città africana che europea. La sortita estemporanea, seguita da puntuali rettifiche e scarichi di responsabilità, e subito finita nel frullatore della politica, richiama tuttavia l’attenzione su un problema che angustia i sindaci di ogni dove. Fermiamoci sulle scritte che deturpano pareti, arredi e monumenti, addirittura raccapriccianti nei centri storici e artistici. Le firme criptiche di bande giovanili si accompagnano a cupe simbologie e a slogan di indiscriminata, ribellistica protesta.

Offrono, nell’insieme, il quadro di un sottobosco sociale dove alligna una desolante incultura e una sterile, annaspante faziosità. A dare un’idea dell’estensione del fenomeno è il caso registrato a Grezzana, un sobborgo di Verona. Dove i muri lardellati fino all’inverosimile hanno indotto i carabinieri a una indagine che si è risolta nella denuncia di una quarantina di giovani per danneggiamenti.

Rimediare allo scempio provocato dai writers comporta ingenti spese per la comunità, ma le recriminazioni e le diffide non hanno sortito esiti diversi dalle famose «grida» manzoniane. Occorre certo provvedere a una maggiore vigilanza e a un inasprimento delle sanzioni. Ma tutto appare vanificato in prima battuta dagli alibi che vengono forniti ai vandali per ragioni diverse. C’è chi si ostina a difendere i risultati estetici di certe composizioni che, di qualità vera o presunta, potrebbero spalmarsi su spazi concordati, senza imporsi alla vista riluttante dei cittadini. Ma c’è anche chi, mosso da pulsioni populistiche (è il caso di Umberto Bossi) sostiene che a un movimento politico deve essere concesso di esprimersi anche sui muri. La varietà dei contesti e delle argomentazioni non assolve comunque le patenti sciocchezze che concorrono a perpetuare un clima tollerante e benevolo nei confronti di una incivile trasgressività. Dovremo proprio tenerceli stretti, questi imbrattatori, insieme alle discariche abusive e alle merde di cani disseminate sui marciapiedi?

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Titolo: LORENZO MONDO Un santo normale
Inserito da: Admin - Giugno 07, 2009, 11:57:59 am
7/6/2009
 
Un santo normale
 
 
 
 
 
LORENZO MONDO
 
Massì, dobbiamo essere grati a Giacomo Galeazzi che ha riproposto, su questi fogli, lo straordinario rapporto che ha unito Giovanni Paolo II all’amica di giovinezza Wanda Poltawska. L’occasione è rappresentata dal carteggio inedito con papa Wojtyla che la signora ha pubblicato in Polonia, mentre è in corso l’inchiesta che dovrebbe condurre alla sua beatificazione. Ha suscitato qualche malumore in Vaticano il fatto che non abbia consegnato al collegio teologico competente «tutte» le lettere in suo possesso.

Il cardinale di Cracovia Stanislao Dziwisz ha giudicato inopportuna la pubblicazione, attribuendola alla vanità dell’ottantottenne signora, che non sarebbe la sola a poter vantare una «lunga familiarità» con Karol Wojtyla. Anche se cinquant’anni di corrispondenza e l’assidua frequentazione, fino al capezzale del papa morente, sembrerebbero fuori del comune. La pensa infatti diversamente padre Adam Boniecki che esalta il coraggio di Wanda nel far emergere un legame così forte, nello spezzare la tradizione di «papi distanti, senza contatti con le donne».
Sensibilità divaricate espresse da uomini che furono particolarmente vicini al pontefice polacco.

Non so se l’episodio, e l’acquisizione tecnicamente ineccepibile delle nuove carte, rallenterà il processo di beatificazione, cosa di per sé irrilevante. È significativo d’altra parte che nessuno si sia attentato a trarre dall’episodio illazioni scomposte e pruriginose. La limpida affettività di Wojtyla, maturata nel riverbero di tempi terribili (Wanda è sopravvissuta tra l’altro all’esperienza devastante del lager), attraverso una mirabile comunione intellettuale e spirituale, non ne è stata scalfita. Le ulteriori testimonianze ripropongono semmai il fascino di un papa che ha tratto dalla sua formazione laica (di teatrante, operaio, dissidente politico, sportivo) i tratti di una persona «normale», che non si è mai concessa separatezze «clericali».

Stando al suo rapporto con Wanda, forse il solo Francesco d’Assisi ha realizzato, nella diversità del contesto e delle proporzioni, una analoga affinità con Chiara.
Vien da dire che per tutti questi motivi, per il suo calore umano, prende forza l’entusiasmo popolare che, all’indomani della sua morte, lo proclamava «subito Santo».
 
 
da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Toccati nel vivo
Inserito da: Admin - Luglio 12, 2009, 04:43:49 pm
12/7/2009
 
Toccati nel vivo
 
 
LORENZO MONDO
 
Frequento, tra le altre, molte persone che professano generiche o marcate opinioni di sinistra, espresse con convinzione e ragionevolezza, talora con il sussiego di chi sprezza le ragioni del volgo profano. E avverto da un po’ di tempo delle curiose incrinature nel loro modo di pensare. Qualcuno, più impegnato politicamente, confida con l’aria del congiurato di provare disagio per l’opposizione indiscriminata ai provvedimenti del governo, specialmente quelli che riguardano l’immigrazione e la sicurezza: tanto più quando, com’era prevedibile, viene garantita una sanatoria di fatto per le colf e le badanti clandestine. Altri lasciano intendere di praticare l’arte della dissimulazione per non mettere a repentaglio antiche amicizie. Li riconosci quando, negli accesi discorsi che si tengono per lo più a tavola, inclinano al silenzio o al diversivo, a un sorriso di spenta connivenza.

Questi oppositori imbarazzati o renitenti escono allo scoperto, unendosi a una generalizzata protesta, quando si sentono toccati nel vivo: come nel tranquillo e agiato quartiere torinese dove si annuncia che verranno accolti in una caserma dismessa duecento profughi, sloggiati da un quartiere popolare per la protesta dei residenti. Nel caso c’entra magari l’egoismo, alimentato tuttavia dal fatto che questi rifugiati, privi di lavoro, ammassati anziché frazionati, dovranno essere sottoposti a una sorveglianza speciale. A Rovigo, invece, l’amministrazione di centro sinistra pensa di incentivare con un assegno il rimpatrio di immigrati che, «vivendo in una situazione di forte disagio potrebbero diventare delinquenti».

Tranciante e senza infingimenti una lavoratrice domestica che ho conosciuto. Arriva dalla Sicilia e, stupendosi del mio stupore, racconta di avere votato insieme alla sua ramificata famiglia per la Lega di Bossi. Esistono dunque, a livelli diversi, preoccupazioni senza etichette che non accettano ipocrisie e virtuosi richiami ad una accoglienza che risulta possibile ed efficace, davvero generosa, soltanto se regolamentata. E’ una questione che esigerebbe di essere affrontata senza sterili ideologismi, senza arroccamenti degni di tematiche più controverse e stringenti per la grande maggioranza dei cittadini.
 
 
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Titolo: LORENZO MONDO Non tutti sono bamboccioni
Inserito da: Admin - Luglio 19, 2009, 12:14:18 pm
19/7/2009
 
Non tutti sono bamboccioni
 
 
LORENZO MONDO
 
Il Rapporto Giovani 2008, elaborato dalla Sapienza di Roma per conto del ministro Giorgia Meloni, riguardante il variegato fenomeno della disoccupazione, appare per più versi istruttivo. Ci informa che nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano. In quella compresa tra i 25 e i 35 anni il numero sale a un milione e 900 mila. C’entra evidentemente la stringente crisi economica, insieme allo scoraggiamento davanti a un percorso scolastico che non offre confortanti possibilità di impiego. Le statistiche, si sa, non esprimono certezze, non tengono conto, per esempio, di un sottaciuto lavoro occasionale o praticato in nero. Ma c’è un dato che assume uno speciale rilievo, e riguarda gli «inattivi convinti», i giovani cioè che affermano, con tranquillità e perfino iattanza, di non avere nessuna intenzione di cercare un lavoro. Ben settecentomila appartengono alla sola fascia più adulta considerata dal Rapporto.

Si apre così la strada alle speculazioni di sociologi e psicologi che, se non vogliono perdersi in capziosi funambolismi, devono attenersi alle risorse di cui dispongono i coraggiosi rinunciatari per tirare avanti. Bella forza, quando si pensi ai sussidi di disoccupazione elargiti con larghezza in certe regioni, e soprattutto alle disponibilità offerte dai familiari: tanto più teneri e comprensivi quanto più afflitti dai complessi di colpa per avere indirizzato i figli verso una vita facile, insensibile all’etica della responsabilità e del sacrificio. Esistono d’altra parte numeri in controtendenza rispetto a questa apatica deriva. Sono le migliaia di giovani che, reagendo al perdurante sottosviluppo del Meridione, tornano a intraprendere una dolorosa emigrazione verso il Nord. E diventa emblematica l’esortazione che l’osannato presidente Obama ha rivolto ai giovani neri d’America, poveri, emarginati e disoccupati, di non rassegnarsi al proprio destino, di non attribuire i loro insuccessi a esclusive motivazioni di ordine sociale.

Il nostro contesto non si presenta, per fortuna, così aspro, ma quella sferzata dovrebbe valere idealmente proprio per i giovani più coccolati e garantiti oltre misura, per i loro genitori inadempienti, prima e dopo, rispetto al loro compito di educatori.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Tokyo Roma 1-0
Inserito da: Admin - Agosto 02, 2009, 04:03:14 pm
2/8/2009 - PANE AL PANE
 
Tokyo Roma 1-0
 
LORENZO MONDO
 

Due esemplari umani che si fronteggiano e, senza essere per fortuna rappresentativi di una intera società, rivelano inclinazioni e comportamenti diffusi, capaci di imprimerle un marchio vizioso o virtuoso. Una coppia di turisti giapponesi ha denunciato un ristoratore romano che gli ha fatto pagare un conto spropositato per una cena che valeva meno di un terzo. È soltanto una delle molte circostanze in cui si esprime la vocazione nazionale a un ladrocinio che esorbita largamente dal campo considerato.

Il ministro Brambilla ha preso fuoco, preoccupata dall’immagine negativa dell’Italia divulgata dai giornali giapponesi: lasciando correre (una indulgenza che dovrebbe affliggerci più delle rampogne) sulla pur incomprensibile sporcizia disseminata per ogni dove, non sembrano rassegnarsi davanti alla frode. La signora dalla rossa chioma ha dunque invitato i giapponesi truffati a tornare in Italia come ospiti del governo. I due hanno apprezzato il gesto ma hanno rifiutato l’invito, per evitare una spesa «fatta con le tasse del popolo italiano». Ha un bel dire il ministro che a pagare sarebbero gli operatori turistici, e magari (campa cavallo) il proprietario del famigerato ristorante contro il quale ha avviato una causa. Resta la bruciante lezione di civismo e, c’è da temere, la perfidia di chi sa come da noi si sprechino i soldi degli onesti contribuenti. Eppure, il Giappone continua in altri casi a stravedere per l’Italia. Lo dimostra l’esposizione, aperta in questi giorni a Tokyo, di 150 pezzi provenienti dal Museo Egizio di Torino che, presa d’assalto da migliaia di visitatori, raggiungerà nel corso di un anno altri capoluoghi delle isole giapponesi. Qui l’Italia è interessata per procura, per i forti legami che Torino intrattiene con la civiltà dei Faraoni.

Resta l’ammirazione che i giapponesi nutrono per l’arte creata e depositata lungo i secoli nel nostro Paese, ad onta dei suoi figli immemori e degeneri. Venezia, Firenze, Roma sono i capisaldi di una offerta turistica senza eguali che potrebbe ramificarsi lungo l’intera penisola.

Ma è stolto, oltreché indecente, approfittare in modo losco di questi beni ereditati. Fino a quando Michelangelo e Raffaello, con l’ausilio di Tutankhamon, continueranno a essere le foglie di fico delle nostre vergogne?
 
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Titolo: LORENZO MONDO Sotto il cielo di Capri
Inserito da: Admin - Agosto 30, 2009, 08:52:13 am
30/8/2009


Sotto il cielo di Capri
   
LORENZO MONDO


Mentre il presidente Napolitano, ospite delle Dolomiti, si concedeva una alata celebrazione del «patrimonio di storia e bellezza che fa grande la nostra Italia», a Capri veniva chiuso l’accesso alla Grotta Azzurra: per sospetto inquinamento, dovuto a una schiuma biancastra che aveva provocato bruciori agli occhi e alla gola di alcuni battellieri. Il divieto è presto rientrato, l’acqua agli esami di laboratorio non si è rivelata pericolosa e i turisti hanno ripreso ad affollare la grotta più famosa del mondo. Tutto è bene quel che finisce bene, ma resta il passaggio non chiarito di quella schiuma, e soprattutto il fastidio per le reazioni scomposte al legittimo provvedimento delle autorità marittime in difesa della salute pubblica. Un giorno di mancati profitti è bastato a promuovere inedite alleanze. Lasciamo stare Bassolino che, notorio esperto di rifiuti, ha giudicato affrettata la chiusura. Ma il ministro Prestigiacomo ha evocato la mano della camorra, mentre albergatori e cantori dell’incontaminata bellezza caprese, hanno parlato di sabotaggio, di sfregio deliberato. Poco è mancato che si chiamassero in causa biechi emissari della Padania.

Eppure, nel solo mese di agosto, si erano ripetuti a danno della Grotta altri vergognosi episodi. Due addetti allo svuotamento dei pozzi neri dell’isola erano stati sorpresi a versare liquami nelle sue prossimità. Il proprietario di un noto albergo si è liberato delle bottiglie vuote scaricandole in quelle acque (e si spera che l’esercizio chiuda per qualche tempo i battenti). Là si trattava, senz’ombra di camorra o di altre fantasmatiche presenze, di napoletani e capresi veraci, d’una stupida forma di autolesionismo. Neanche Capri allora, con tutti gli occhi addosso, riesce a stornare una inclinazione allo scempio e diventa la testimone eccellente di un degrado ambientale che non concede requie alll’intera Penisola. Insieme al malfare colpiscono tuttavia la miope avidità e la diffusa propensione a piangersi addosso, ad attribuire cioè ad altri delle responsabilità che appartengono a ogni cittadino. Finiamola una buona volta, almeno a Capri. Sarebbe dura essere defraudati di quello spicchio di azzurro che avvolge le residue speranze di un paese più pulito e civile.

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Titolo: LORENZO MONDO Ma la Sindone conserva intatti i suoi misteri
Inserito da: Admin - Settembre 13, 2009, 12:19:42 pm
13/9/2009 - PANE AL PANE


Ma la Sindone conserva intatti i suoi misteri
   
LORENZO MONDO


Sta avendo un grande successo, anche di natura polemica, il libro di Barbara Frale intitolato I Templari e la Sindone di Cristo (Il Mulino, pp. 251, e16). L’autrice non è un’emula di Dan Brown e del fantasioso Codice da Vinci. Lavora all’Archivio segreto vaticano ed è una apprezzata storica del Medioevo. Adesso sostiene la tesi secondo cui la Sindone di Torino sarebbe entrata in possesso dell’ordine monastico e cavalleresco dei Templari, dopo lo sciagurato saccheggio di Costantinopoli del 1204 a opera dei Crociati. Il punto di forza della sua riscostruzione, condotta su una quantità di documenti archivistici e pittorici, sembra la circostanza che Geoffroy de Charny, il quale accompagnò al rogo l’ultimo gran maestro Jacques de Molay, apparteneva alla famiglia nelle cui mani pervenne inoppugnabilmente, nel 1353, il sacro lenzuolo. Ha fatto però sensazione un altro argomento. Nell’infame processo intentato contro di loro nel 1307 da Filippo il Bello, i Templari vennero accusati di adorare segretamente un idolo che, secondo Barbara Frale, deve essere identificato con la Sindone. La storia non è piaciuta a La voce del popolo, il settimanale della diocesi torinese, che in un articolo non firmato giudica «modeste» le prove addotte, adombrando un’accusa di sensazionalismo.

Paradossalmente, uno dei pretesti dello sterminio sarebbe stata dunque l’adorazione delle «vera icona» di Cristo, che l’autrice riconosce nelle deposizioni di tre testimoni (pochi invero rispetto ai tanti che furono coinvolti nel processo). Ma prevalsero altri che, sottoposti a tortura, designarono l’idolo con nomi riconducibili all’esecrato Maometto (fino al demoniaco Bafometto che ha nutrito la fantasia degli esoteristi). La tenue e malcerta apparizione della Sindone nella vicenda viene spiegata col fatto che era custodita e fatta oggetto di un culto segreto dai capi dei Templari, con esclusione degli stessi adepti. Barbara Frale parla di «un drammatico errore» nel tenere celata una verità che sarebbe bastata a sfatare la «leggenda nera» del Bafometto, demolendo le accuse di eresia e empietà. Ma perché chi era a conoscenza del sacro deposito non se ne giovò per scagionarsi ed evitare il rogo? Troppi interrogativi restano senza risposta nella pur suggestiva, «romanzesca» inchiesta di Barbara Frale. E la Sindone conserva per buona parte intatti i suoi misteri.

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Titolo: LORENZO MONDO Se l'Imam detta legge
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2009, 06:27:54 pm
20/9/2009 - PANE AL PANE

Se l'Imam detta legge
   
LORENZO MONDO


Diamo per scontati l’orrore e la pietà davanti allo scempio di Sanaa, la bella ragazza marocchina sgozzata dal padre. Ma restano ineludibili alcune riflessioni sul modo in cui si è cercato di spiegare l’accaduto. Osservano i sociologi che qui non siamo lontani dal delitto d’onore praticato fino a cinquant’anni fa nel nostro Meridione. Prendiamola per buona, anche se nel delitto di Pordenone assistiamo a una sommatoria di motivi, in cui riveste un peso non indifferente il fattore religioso. In ogni caso, il rilievo sembra viziato da una certa rassegnazione e da una sorta di ottimismo storico, come se bastasse dare tempo al tempo per mettere le cose a posto. Mentre cola il sangue, dobbiamo invece respingere con forza, per i nuovi venuti, una integrazione à rébours, non accettare passivamente che essi ripercorrano i momenti meno esaltanti della nostra storia. Come sembra esemplificare l’assassino che, va ricordato, risiedeva e lavorava in Italia da undici anni.

L’imam di Pordenone, deprecando l’omicidio, esibisce come prova a discarico il fatto che si tratta del primo caso verificatosi nella sua comunità (ma è anche il primo caso, probabilmente, in cui una donna ha osato uscire dai ranghi). Afferma poi che il padre di Sanaa non frequentava la moschea, era dunque un miscredente, a differenza della madre, che lui apprezzava per la sua devozione. Ma si tratta della stessa donna che non ha esitato a perdonare e a giustificare il marito. In seguito all’«errore» della figlia, era ridotto a uno straccio: «Non dormiva più, non mangiava, fumava in continuazione, dava pugni contro il muro» e, vien da concludere, doveva per forza mettere mano al coltello.

E qui il problema si sposta.

Prescindiamo dall’imam in questione, magari sfortunato o malaccorto. Ma sul fanatismo che sembra inquinare in modo sotterraneo le comunità musulmane, dove non mancano ovviamente le persone laboriose e civili, occorre tenere conto delle veementi parole di Dounia Ettaib, presidente dell’associazione Donne arabe d’Italia.
Rammentando anche l’analogo assassinio della pachistana Hina, avvenuto a Brescia tre anni fa, denuncia il nefasto «indottrinamento di sedicenti e autoproclamatisi imam che dettano legge». Cosa aspetta lo Stato italiano - si chiede e chiediamo con lei - a esercitare un più severo controllo sulla loro predicazione?

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Titolo: LORENZO MONDO L'amico che salvò il partigiano Johnny
Inserito da: Admin - Ottobre 11, 2009, 10:23:38 am
11/10/2009

L'amico che salvò il partigiano Johnny
   
LORENZO MONDO


Approfitto di questo spazio per rendere un commosso e doveroso tributo, non solo di amicizia, a Felice Campanello, morto di questi giorni quasi ottantenne. È stato un valente e colto giornalista che, esperto di problemi agroalimentari, ha lasciato anche un asciutto libro di racconti (L’albero che diventò un’aquila). Da tempo viveva appartato, ma con lui se ne va uno degli ultimi, importanti testimoni della vita di Beppe Fenoglio. Fu tra i giovani che ad Alba, nel primo dopoguerra, indussero lo scrittore ritroso, su cui aleggiava una piccola leggenda, a scoprirsi (Beppe non aveva ancora pubblicato nulla.)

Avrebbe dovuto partecipare con qualcosa di suo alle serate culturali del Circolo Sociale, che si voleva sottrarre all’andazzo dei balli, delle feste paesane, del mazzo di carte. E Fenoglio dette prova della sua perizia di traduttore dall’inglese, offrendo alla pubblica lettura testi, divenuti memorabili, di Hopkins, Eliot, Coleridge. Ma Campanello, oltre a frequentarlo assiduamente, nel tirar tardi al ristorante Savona e in crocchi di amici irrequieti, nelle discussioni di letteratura e politica, gli fu devoto per tutta la vita. Fenoglio era gravemente malato, quando Felice mi diede un suo atto unico che pubblicai con il titolo Solitudine, accompagnato da un disegno di Mauro Chessa, sulla terza pagina della Gazzetta del Popolo. Era il 10 febbraio 1963 e il 18 Beppe cessava di vivere (mi illudo di avergli dato allora un piccolo conforto). Non venne meno nel tempo la sua fervorosa sollecitudine per mantenere viva la memoria dell’amico.

Trafficò fra le sue carte e mi fornì i capitoli di Una questione privata, che feci uscire nella stessa primavera da Garzanti e, più avanti, le pagine aggrovigliate del romanzo che pubblicai da Einaudi intitolandolo Il partigiano Johnny. Si deve a lui, in altre parole, una prima spinta al rilancio dello scrittore, destinato a essere conosciuto in buona parte postumo: operando nel silenzio, nel più puro disinteresse, a vantaggio dell’amico che aveva segnato profondamente la sua esistenza, facendogli scoprire il bene della letteratura. Tanto basta, oltre alla copia di notizie fornite ai biografi, per rendere merito a Felice Campanello, alfiere del «partigiano Johnny» diventato scrittore di prima grandezza.

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Titolo: LORENZO MONDO Napoli, battaglia quotidiana
Inserito da: Admin - Novembre 02, 2009, 10:34:43 am
2/11/2009 - PANE AL PANE

Napoli, battaglia quotidiana
   
LORENZO MONDO


La moglie: «Hanno ucciso mio marito? Ditemi qual è il problema». La figlia tredicenne: «E’ toccata a lui, sono cose che succedono». Si riferiscono entrambe a Mariano Bacioterracino, ammazzato nel maggio scorso a Napoli da un sicario a volto scoperto. Ora è stato riconosciuto grazie alla diffusione, da parte della polizia, di un video che documenta la scena del delitto. Un video agghiacciante, che ha suscitato indignazione: per il comportamento dei passanti che scavalcano il cadavere senza manifestare un moto di pietà, come se facesse parte di uno squallido arredo urbano, uno scalino, una pianta malata, una merda di cane. Ma questa apparenza di normalità raggiunge il culmine nelle dichiarazioni dei familiari, che rivelano una rassegnazione senza più lacrime. E’ un fatalismo assoluto che cala come una pietra tombale, non soltanto sul caduto, ma sulla città vesuviana. E non bastano a scongiurarlo i pur importanti, occasionali successi delle forze di polizia.

D’altronde, quasi a farsi beffa degli inquirenti, i camorristi gli hanno buttato tra i piedi, nello stesso giorno del video, un altro morto. Gli hanno sparato da una vettura, tra la folla. Questo Salvatore Caianello aveva trascorso 18 anni in carcere perché aveva ucciso il nipote sedicenne che, intollerabile affronto per un boss, aveva litigato con suo figlio. Non basta voltare schifati la testa, pensando che lui e quell’altro non erano stinchi di santo. La guerra intestina è diretta infatti a ottenere la supremazia in una guerra condotta contro lo Stato, contro il vivere civile. Subdola, ramificata, recluta i suoi effettivi nei gangli di una società spesso sconfortata, impaurita, complice. Come può essere combattuta efficacemente da uno Stato che si mostra perfino incapace di far rispettare regole elementari, non affliggenti, come l’obbligo del casco per i motociclisti? Non si può neanche parlare di emergenza, come accade per l’immondizia inanimata, dal momento che l’emergenza - prodigio dell’inventiva criminale - a Napoli è diventata consuetudine. Eppure non bisogna dargliela vinta, occorre persuadersi una buona volta che vincere tanto degrado è questione primaria di ogni governo. Senza dimenticare che, a giorni alterni, voltata la pagina napoletana, si manifestano altri duri fronti, quelli imposti da ‘Ndrangheta e Mafia. Tanto ci è dato, e bisogna prenderne atto, con triste ma non arresa coscienza.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO La selva di croci sopra Strasburgo
Inserito da: Admin - Novembre 08, 2009, 10:21:01 am
8/11/2009

La selva di croci sopra Strasburgo
   
LORENZO MONDO


Mi sembra distratta, avventata, e nella sostanza ingiusta (summum ius, summa iniuria) la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ritiene illegittima l’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane. Nella dottrina e nella pratica corrente quell’icona non provoca conseguenze discriminatorie e persecutorie, come dimostra tra l’altro il fatto che sotto le sue braccia accoglienti sono cresciuti fior di anticlericali e laici catafratti. Sono note le parole espresse a suo tempo, in un analogo contenzioso, dal presidente Ciampi a difesa del Crocifisso «come simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità italiana»; e il caldo affetto manifestato da Natalia Ginzburg per «l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini, fino allora assente». Sono opinioni ragguardevoli, ma conta di più nella presente circostanza la volontà di genitori, scuole, comunità locali, a cui dovrebbe spettare sulla materia l’ultima parola. I diritti della maggioranza, quando non siano affliggenti per nessuno dotato di raziocinio, non possono essere mortificati da altre convinzioni, oltreché dalle ubbìe e dai sofismi di dubbia caratura.

Ma qualche parola di comprensione va pure spesa per la famiglia che ha fatto ricorso alla Corte europea, in particolare per il giovane Sami Albertin che si sentiva ossessionato dagli occhi del Crocifisso inchiodato sul muro della sua classe. Qualunque sia l’esito definitivo del ricorso e controricorso, dovrà infatti continuare a vedersela, occhi a parte, con una pubblica, e apprensiva, foresta di simboli. Come eludere le croci che svettano sulle mille chiese d’Italia? Come evitare l’incontro non banale con i Crocifissi di Cimabue, Giotto, Masaccio? Dovrà ritrarsi schifato, e magari rinunciare a ogni soccorso, davanti ai furgoni della Croce Rossa? Sarà dura inoltre per lui staccare i fogli di un calendario, sostituendo mentalmente, alla data che ricorda la nascita di Cristo, quella di un presentabile nume dell’ateismo. A meno che mamma e papà non vogliano muovere guerra, di slancio, a tutte queste tormentose presenze. Chissà se a simili, eventuali istanze saprebbero rispondere, a norma di codicilli, i giudici di Strasburgo.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Mostri veri e immaginari
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2009, 10:38:30 am
22/11/2009

Mostri veri e immaginari
   
LORENZO MONDO


Brutto avvio per la vicenda giudiziaria che ha per oggetto i fatti di Rignano Flaminio, il paese nei pressi di Tivoli assurto a involontaria notorietà per una storia orrenda. Tre maestre della scuola materna «Olga Rovere» e il marito di una di esse, più una bidella, sono accusati di avere praticato abusi sessuali su una ventina di bambini. Rignano, spaccato tra innocentisti e colpevolisti, non ha più trovato pace. Ora, presentandosi all’udienza preliminare davanti al giudice, la maestra Patrizia Del Meglio e suo marito, il regista televisivo Gianfranco Scancarello, sono stati accolti con improperi e sputi da un gruppo di genitori, tanto da richiedere l’intervento dei carabinieri. La comprensibile rabbia di chi crede d’avere subito un gravissimo torto non giustifica l’aggressione contro chi, fino a prova contraria, deve essere considerato innocente. Anche perché un occhio spassionato scopre, nella ricostruzione della trama perversa, fitte zone d’ombra.

Lasciamo stare l’integrità fisica delle presunte vittime, l’assenza di tracce inoppugnabili sui luoghi del misfatto. Ma devono spiegarci - senza la necessità di scomodare psicologi e Ris - come sia stato possibile alle maestre allontanarsi in orario scolastico, e con più bambini, per compiere le loro porcherie. Nessuno si è accorto, all’andata e al ritorno, delle loro spedizioni? Erano tutti così incredibilmente distratti o addirittura complici in quella benedetta scuola? Spettava soltanto ai discorsi di bambini, raccolti e divulgati da genitori furenti, scoperchiare la putrida olla? Aspetto risposte che nessun resoconto giornalistico ha dato. Mi viene però in mente, quasi forzatamente, un bel romanzo di Simonetta Agnello-Hornby, Vento scomposto, basato sull’esperienza dell’autrice, che si occupa come avvocato della tutela dei minori: dove si racconta di un padre accusato ingiustamente di abusi commessi sulla figlioletta, messo in croce per il concorso di incompetenze, pregiudizi ideologici, fissazioni maniacali.

E’ un libro che vale a metterci in guardia dai pericoli immaginari oltreché da quelli reali. Il processo di Rignano, che si occupa non di uno solo, ma di un’accolita di «mostri», provvederà, si spera, a fare chiarezza, a distribuire torti e ragioni, sottraendosi alle «scomposte» e contrapposte passioni.

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Titolo: LORENZO MONDO Una carezza del pontefice alla cultura (carezza d'ipocrisia?).
Inserito da: Admin - Novembre 24, 2009, 06:18:12 pm
24/11/2009

Una carezza del pontefice alla cultura
   
LORENZO MONDO


La sera prima dell’udienza papale nella Cappella Sistina, Ferdinando Camon, che si trovava in vena di ombrosità teologiche, mi trascinò con un gruppo di amici a parlare di crisi della cristianità, della difficoltà che prova spesso la Chiesa a farsi comprendere dagli stessi credenti, si tratti di Trinità o di giudizio finale. Di qui, il suggerimento di un auspicabile incontro con il Papa, seguito da un convegno di intellettuali di area cristiana, per dibattere intra moenia su certi problemi. Era una chiacchierata nei Musei Vaticani, davanti a due tartine e un calice di vino. Troppo poco per lasciar presumere - come ha fatto Camon in un suo articolo - la contrarietà mia e di altri a quello che sarebbe occorso l’indomani; per segnalare in particolare una avversione all’invito rivolto da Benedetto XVI (tramite monsignor Ravasi) ad agnostici e cultori di altre fedi religiose. Non si possono davvero confondere tempi, contesti e discorsi diversi.

Per quanto mi riguarda, sono invece profondamente grato per essere stato accolto tra tante persone di talento in quella Cappella Sistina che - come ha rimarcato Alain Elkann - è «patrimonio comune dell’umanità al di sopra di qualsiasi razza o religione». Ed ho apprezzato il discorso del Papa, limpido ed elevato, tale da mettere in imbarazzo molti suoi critici. Benedetto XVI ha voluto esprimere, con tratti di affettuosa gentilezza, l’amicizia della Chiesa - testimoniata da una storia millenaria e dal possente Giudizio michelangiolesco - per chi si applica a creare e scandagliare la bellezza. E questa, al di là di ogni superficiale appagamento o estetistica bellurie, deve essere intesa nella sua proiezione verticale, come finestra aperta sull’assoluto, sul mistero dell’uomo, sulla sua originaria nobiltà. Ed era suggestiva l’analogia che, appoggiandosi ai nomi di Simone Weil, Dostoevskij, Hermann Hesse, Von Balthasar, ha saputo istituire tra l’ispirazione artistica e quella religiosa: «Una funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia”...". Come ha detto con epigrafica efficacia il regista Tornatore, si è avvertita, in quelle parole, rivolte senza esclusione a tutti i presenti, “una carezza del Papa alla cultura”».

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Quattro cicche per un delitto
Inserito da: Admin - Novembre 29, 2009, 03:00:27 pm
29/11/2009

Quattro cicche per un delitto
   
LORENZO MONDO


Si è sempre sostenuta l’importanza del controllo sociale - possibile tuttora nei minori centri abitati - sulla devianza malavitosa e sui comportamenti incivili. Le cronache recenti ci inducono però a riflettere sull’uso, dissimile e contraddittorio, di questa opportunità. A Ugento, in provincia di Lecce, due bambini hanno fatto arrestare, con la loro testimonianza, gli autori di uno spietato omicidio: avevano visto, richiamati dagli urli alla finestra, due uomini che si accanivano a coltellate su un vicino di casa.

E hanno disubbidito al divieto omertoso di tacere su quella notte di sangue. Perché in paese molti sapevano ma nessuno, nel corso di un anno, aveva sentito il dovere di una denuncia, sia pure attraverso una lettera anonima. D’altronde la loro viltà sembra essere trascurata da un consigliere regionale, compiaciuto piuttosto per la serenità e l’immacolatezza ritrovata da Ugento, «che ha sempre lottato per far conoscere la bellezza del proprio mare e la generosità della propria terra». Auguri ai piccoli, che qualcuno non abbia in avvenire il coraggio di considerarli infami.

A Cocquio Trevisago, in quel di Varese, è andata diversamente. C’era da risolvere il caso della povera vecchia privata delle mani dopo essere stata crudelmente uccisa. Fra le tracce lasciate nell’appartamento, figurava un posaceneri con quattro mozziconi di sigarette appartenenti a marche diverse. La signora non fumava e si trattava dunque di falsi indizi lasciati dall’assassino per sviare le indagini. Ma qui entra in gioco la titolare di un bar, un personaggio da romanzo di cui ameremmo conoscere i tratti.

Aveva visto un uomo, noto in paese per essere un cattivo soggetto, impadronirsi stranamente di alcune cicche e riporle con cura. La donna sapeva del reperto trovato dai carabinieri e, accoppiando la femminile avvedutezza con il fiuto di un Maigret, ha messo insieme le due circostanze e indirizzato sulla buona strada gli inquirenti. I filmati delle videocamere situate all’esterno del locale, esaminati con maggior cura, avrebbero confermato i suoi sospetti e fornito una prova essenziale per inchiodare l’assassino. Sia lode a questa donna dalla vispa intelligenza. Ci aiuta, insieme ai due piccoli leccesi, a non disperare dell’umanità, a respingere il timore che le nostre vite diventino ostaggio dei bruti e degli ignavi.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO L'ultima freccia di Bertolaso
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2009, 11:21:44 am
7/12/2009 - PANE AL PANE

L'ultima freccia di Bertolaso
   
LORENZO MONDO


Guido Bertolaso non demorde.
Il capo della Protezione civile ha proposto al ministro dell’Interno di rimuovere nove sindaci di Comuni compresi tra Napoli e Caserta per «gravi e reiterate inadempienze nelle attività di competenza per la raccolta dei rifiuti». L’apertura delle discariche e del termovalorizzatore di Acerra ha allontanato infatti l’emergenza ma non ha posto termine a un endemico stato di crisi, favorito dall’«inerzia» di troppi pubblici amministratori.

L’intervento di Bertolaso appare tanto più significativo, in quanto dal primo gennaio egli andrà in pensione, lasciando un incarico al quale ha conferito un inusitato prestigio. Ha manifestato tra l’altro l’intenzione di tornare a fare il medico nel Terzo mondo, in Sudan, anche se difficilmente l’amico Gianni Letta, con il quale ha lavorato di conserva, vorrà privarsi della sua competenza e abnegazione. Ma, come il solerte capufficio che riordina le sue carte prima dello sgombero, ha voluto definire l’ultima pratica: con la denuncia delle persistenti collusioni e inadempienze che rendono così travagliato il recupero del Napoletano a una vita civile. Si è mosso, così, in qualche sintonia con il governatore di Bankitalia Mario Draghi, secondo il quale la crisi del Mezzogiorno, che è soprattutto politica e morale, può essere risolta soltanto dai diretti interessati, a partire da un ricambio della classe dirigente. Bertolaso, prima di imbarcarsi per altri lidi, ha scagliato per così dire la sua freccia del Parto, lasciando ad altri il compito di nuove offensive.

Erano attese ovviamente le proteste dei sindaci chiamati in causa, che esprimono stupore, rabbia, sconforto. Ma non possono intaccare la credibilità da lui maturata nell’ultima stagione dei dissesti italiani: l’efficienza dimostrata nel liberare dall’immondizia le strade di Napoli, nel restituire a tempo di record un confortevole ricetto ai terremotati d’Abruzzo. Ma valgono anche il disinteresse e il rigore di chi ha voluto presentarsi in ogni circostanza come un uomo delle istituzioni, un servitore dello Stato insensibile ai diversivi della politica e dell’ideologia. Bertolaso è uno dei volti migliori apparsi in questa Italia disastrata. Teniamocelo caro, se vorrà ancora dare una mano al Paese che ha mostrato di amare.

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Titolo: LORENZO MONDO Memorandum per Brunetta
Inserito da: Admin - Dicembre 13, 2009, 10:09:55 am
13/12/2009

Memorandum per Brunetta
   
LORENZO MONDO


Se gli è capitato di seguire una di queste sere alla tv «Striscia la notizia», il ministro Brunetta avrà avuto un sobbalzo. Perché il pungente «giornale» di Antonio Ricci, dedicato alle nostre magagne quotidiane, deve toccarlo sul vivo, mostrando quanto sia difficile (forse perdente?) la sua battaglia contro gli assenteisti e i profittatori che allignano nel pubblico impiego. Il cronista d’assalto Valerio Staffelli ha documentato infatti ciò che avviene in molti ospedali italiani, senza esclusione geografica, anche se il fenomeno raggiunge punte più elevate nel Centro-Sud.

Le sue telecamere hanno ripreso vari dipendenti che rivelavano una straordinaria solerzia nel timbrare il cartellino d’ingresso, salvo allontanarsi subito dopo per dedicarsi a personali faccende. Donne che accompagnavano il figlio a scuola, che facevano la spesa tra i banchi del mercato e, non contente d’aver già preso una robusta boccata d’aria, si trattenevano a far quattro chiacchiere con le amiche. In un ospedale si sono verificate ben sette timbrature fasulle e una dipendente ha fatto registrare un’assenza di due ore dal posto di lavoro. Non si capisce, o forse sì, come nessun collega, nessun dirigente abbia rilevato questo comportamento, addebitabile all’inveterata furbizia italiota. E’ augurabile che non si trattasse di personale infermieristico, stante la delicatezza di quelle mansioni.

Magari erano impiegate amministrative o segretarie, resta comunque il fatto che gettano ombre su tanti lavoratori per bene, che non si sognano di «marinare» l’ufficio. E non si parli di peccati veniali, tirando in ballo le esigenze familiari. Sono in molti a tenere famiglia. Il rispetto delle regole e dell’altrui fatica deve valere per tutti. Senza contare le conseguenze anche più gravi di un malcostume che accentua la cattiva opinione, e sia pure il pregiudizio, della gente sui dipendenti pubblici. Se è possibile defilarsi a cuor leggero dal posto di lavoro, non sarà che esiste comunque una copertura, garantita dall’esuberanza di personale? Che in certi posti non si ammazzano di lavoro? Prima ancora che al ministro Brunetta, tocca agli impiegati scrupolosi e onesti dissipare queste domande moleste, impedire - vietandosi una tolleranza e una solidarietà mal riposte - di essere confusi nel mucchio.

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Titolo: LORENZO MONDO Divieto di boccaccia
Inserito da: Admin - Dicembre 20, 2009, 10:18:35 am
20/12/2009 - PANE AL PANE
 
Divieto di boccaccia
 
 
LORENZO MONDO
 
Giustizia è fatta. Un agricoltore marchigiano è stato condannato dalla Corte di Cassazione perché ha mostrato la lingua a un vicino.
Intendiamoci, il fatto punito dai giudici è stato il punto d’arrivo di rapporti contrassegnati da frequenti litigi.

Alla fine, il reo si è introdotto nel campo del rivale e lo ha colpito, non con un tridente o un badile come si sarebbe potuto temere in una feroce faida contadina, e neanche con insulti veementi, ma vibrandogli addosso la lingua. Non che i magistrati abbiano preso alla lettera l’adagio secondo cui ne uccide più la lingua che la spada.

Hanno tuttavia rilevato che il gesto non era ispirato, come spesso suole, da un intendimento giocoso o buffonesco, ma dalla volontà di offendere con il dileggio e il disprezzo.
Quella «tensione volitiva», per dirla con il loro linguaggio, risultava evidente dalla fotografia che, scattata dalla vittima al momento del confronto, è servita di base alla sua denuncia del misfatto. Doveva trattarsi di una ripresa fatta a regola d’arte, per consentire l’interpretazione di un animus che, a onor del vero, si poteva desumere dai trascorsi non idilliaci tra i due contendenti.

Fatto sta che l’intemperante personaggio è stato condannato dalla Suprema Corte (dopo una prima pronuncia del giudice di pace) a risarcire il danno e a sborsare 1300 euro per le spese processuali. E buon per lui che sia stato assolto dal reato di «ingresso abusivo in altrui fondo».

L’opinione pubblica ha buoni motivi per lamentarsi della giustizia. Le si addebitano, insieme agli sconti praticati con soverchia disponibilità a fior di delinquenti, l’eccessiva lentezza dei processi, le insufficienze degli strumenti di indagine, le verbose cavillosità.
Sembra troppo spesso annaspare nel vuoto, con e senza Ris, identificare con difficoltà un sicuro colpevole. Con esiti diversi, ne danno testimonianza certi processi (come quello di Garlasco) resi famosi dal rimbombo mediatico.

Ma esistono, vivaddio, esempi di severa, oculata applicazione della legalità, di pronta riparazione del diritto offeso.
Valga tra tutte, per quanto segnalata sommessamente dalle cronache, la storia del contadino costretto a ringoiare nella chiostra dei denti la sua malefica lingua.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO I matti che sono tra noi
Inserito da: Admin - Dicembre 27, 2009, 09:49:57 am
27/12/2009 - PANE AL PANE
 
I matti che sono tra noi
 
LORENZO MONDO
 
Nell’ultimo e ultimissimo scorcio di dicembre si sono verificate, con esiti diversi, due aggressioni contro eminenti personalità.
A Milano, la statuetta del Duomo scagliata sulla faccia di Berlusconi; a Roma la spinta che ha fatto cadere in San Pietro, per fortuna senza conseguenze, Benedetto XVI (gli ha fatto idealmente scudo il femore del cardinale Etchegaray). Diverse anche le presumibili motivazioni dei due gesti, o per lo meno il loro innesco. E sarebbe improprio, da ogni punto di vista, mettere sullo stesso piano i due uomini che sono stati oggetto di fisica contestazione. Anche se, va ripetuto con chiarezza, non esiste nessuna giustificazione, da parte di persone civili, per un atto di violenza, sia esso dovuto a un dissenso politico, ideologico e perfino, all’occorrenza, teologico.

Un dato accomuna tuttavia i due episodi, ed è la stupefacente mobilitazione del popolo dei bloggers. Sono intervenuti, nel primo caso a decine di migliaia, per esprimere la loro soddisfazione, per deplorare il fallimento degli attentati, per esaltare i nuovissimi eroi di una rabbia esercitata contro un qualsivoglia potere. Si dà il caso tuttavia che esista una qualche parentela tra Massimo Tartaglia e Susanna Maiolo. L’uomo che ha agito in odio a Berlusconi è uno psicolabile e la donna che se l’è presa confusamente con il Papa soffre di disturbi mentali. Vien da pensare, con beffardo riscontro, che la congerie di estremisti soliti a esprimersi attraverso la Rete siano ridotti alla frutta, se devono contentarsi di essere rappresentati da matti, di innalzare sulle loro bandiere i simboli di una clinica deficienza.

A meno che non si debba ricorrere a un’altra spiegazione, alla presenza cioè, non avvertibile diversamente in tali dimensioni, di troppa gente tocca che permea i gangli della nostra società. E’ un’ipotesi conturbante, che impegna la salute pubblica, e vogliamo scartarla, pensando semmai a una stupida ed emulatrice esuberanza verbale. Non sopporteremmo la preoccupazione di guardarci sospettosamente intorno, la paura di scambiare opinioni con persone non appartenenti alla cerchia familiare, di esprimere liberamente una convinzione politica o religiosa. E ci diciamo con esitante fiducia: coraggio, tanti matti sono tra noi, ma non vinceranno.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO I matti che sono tra noi
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2009, 05:34:44 pm
27/12/2009 - PANE AL PANE
 
I matti che sono tra noi
 
LORENZO MONDO
 
Nell’ultimo e ultimissimo scorcio di dicembre si sono verificate, con esiti diversi, due aggressioni contro eminenti personalità.
A Milano, la statuetta del Duomo scagliata sulla faccia di Berlusconi; a Roma la spinta che ha fatto cadere in San Pietro, per fortuna senza conseguenze, Benedetto XVI (gli ha fatto idealmente scudo il femore del cardinale Etchegaray). Diverse anche le presumibili motivazioni dei due gesti, o per lo meno il loro innesco. E sarebbe improprio, da ogni punto di vista, mettere sullo stesso piano i due uomini che sono stati oggetto di fisica contestazione. Anche se, va ripetuto con chiarezza, non esiste nessuna giustificazione, da parte di persone civili, per un atto di violenza, sia esso dovuto a un dissenso politico, ideologico e perfino, all’occorrenza, teologico.

Un dato accomuna tuttavia i due episodi, ed è la stupefacente mobilitazione del popolo dei bloggers. Sono intervenuti, nel primo caso a decine di migliaia, per esprimere la loro soddisfazione, per deplorare il fallimento degli attentati, per esaltare i nuovissimi eroi di una rabbia esercitata contro un qualsivoglia potere. Si dà il caso tuttavia che esista una qualche parentela tra Massimo Tartaglia e Susanna Maiolo. L’uomo che ha agito in odio a Berlusconi è uno psicolabile e la donna che se l’è presa confusamente con il Papa soffre di disturbi mentali. Vien da pensare, con beffardo riscontro, che la congerie di estremisti soliti a esprimersi attraverso la Rete siano ridotti alla frutta, se devono contentarsi di essere rappresentati da matti, di innalzare sulle loro bandiere i simboli di una clinica deficienza.

A meno che non si debba ricorrere a un’altra spiegazione, alla presenza cioè, non avvertibile diversamente in tali dimensioni, di troppa gente tocca che permea i gangli della nostra società. E’ un’ipotesi conturbante, che impegna la salute pubblica, e vogliamo scartarla, pensando semmai a una stupida ed emulatrice esuberanza verbale. Non sopporteremmo la preoccupazione di guardarci sospettosamente intorno, la paura di scambiare opinioni con persone non appartenenti alla cerchia familiare, di esprimere liberamente una convinzione politica o religiosa. E ci diciamo con esitante fiducia: coraggio, tanti matti sono tra noi, ma non vinceranno.

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Titolo: LORENZO MONDO Condannati all'ottimismo?
Inserito da: Admin - Gennaio 03, 2010, 11:52:42 am
3/1/2010 - PANE AL PANE

Condannati all'ottimismo?
   
LORENZO MONDO

Capisco che può apparire di cattivo gusto, all’alba del nuovo anno, indulgere al catastrofismo o sottolineare semplicemente i tratti inamabili della nostra società. Ma non si può neanche accettare di essere condannati all’ottimismo: da parte di statistiche che vengono propalate alla stregua di oroscopi benauguranti. Diminuiscono di qualche percentuale i morti sulle strade, senza contrastare sensibilmente il massacro, e siamo sollecitati a emettere un respiro di sollievo. Si segnala un maggiore incremento di furti e rapine rispetto agli omicidi, e questo dovrebbe renderci più tranquilli. In realtà, si tratta di un invito a contentarci dell’esistente che induce, contro le migliori intenzioni, al pessimismo.

Prendiamo, in ossequio alla più stretta attualità, la «guerra» dei botti e degli spari che si è verificata nella notte di San Silvestro. Si esulta per un bilancio delle vittime che, stando ai numeri, risulterebbe meno pesante del previsto. Ma apprendiamo intanto che i feriti per i fuochi sparati in segno di festa sono 509 contro i 400 del 2009, 17 dei quali con gravi lesioni agli occhi e amputazioni di mani e dita (nella sola Napoli 113 persone sono state portate in ospedale). Minore il numero dei colpiti da fucili o pistole, che l’anno scorso provocarono un morto.

Ed è soltanto questo morto, nella sua evidente casualità, a fare la differenza. Per il resto nulla è sostanzialmente cambiato. Le forze dell’ordine hanno sequestrato alla vigilia quintali di materiale pirotecnico fuori norma, destinato a possibili acquirenti. E migliaia di esagitati non hanno rinunciato a battezzare con fumi e scoppi la nascita del 2010. I più imprevidenti o sfortunati di loro li troveremo a carico della sanità pubblica e perfino nel ruolino dei sussidi di disoccupazione. Ma resta al fondo qualcosa di più inquietante.

E’ l’esistenza pervicace di una Italia dai tratti primitivi che sente il bisogno di stordirsi con fuochi e rumori, la stessa che suole ancora esprimersi, nel secondo millennio, con un rozzo analfabetismo; che stenta a coltivare nella vita ordinaria una fiammella di responsabilità civile. Trascurando le statistiche troppo compiacenti, stappiamo una buona bottiglia augurandoci di trovare l’anno prossimo, anche sotto questo profilo, le avvisaglie di un Paese diverso.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Perseguitati come le balene
Inserito da: Admin - Gennaio 17, 2010, 04:16:14 pm
17/1/2010

Perseguitati come le balene
   
LORENZO MONDO


Il ministro Frattini, nel corso del suo tour africano, potrà chiarire a quattr’occhi alle autorità del Cairo come sia insostenibile paragonare i fatti di Rosarno a quelli di Nagaa Hammadi (come sembra suggerire la nota di protesta del governo egiziano). La guerriglia contro gli immigrati innescata in Calabria per un coacervo di torbide motivazioni (sola certezza è l’esclusione di una componente religiosa) non può confrontarsi con la strage dei copti, perpetrata nella notte di Natale in odio del nome cristiano.

L’episodio, deflagrato in un clima diffuso di persecuzione, suscita una particolare inquietudine. In primo luogo perché prende a bersaglio una comunità che, oltre ad essere numerosa ed evoluta, non ha origine missionaria ma è più antica dell’Islam e della sua conquista. Sembrerebbero titoli sufficienti per essere rispettati. Tanto più - secondo motivo di apprensione - perché l’Egitto, che ha stretti legami con l’Occidente, si professa laico e nemico del fondamentalismo religioso.

Duole in realtà rilevare che quel Natale di sangue si iscrive in una offensiva, a dimensioni planetarie, contro le minoranze cristiane, dall’Africa, al vicino Oriente, alla stessa India, che si vanta di essere la più grande democrazia del mondo. Non si contano le uccisioni, gli esodi forzati, le chiese distrutte. In Malaysia si è arrivati al paradosso di impedire ai cristiani di invocare Dio con il nome di Allah che, pur avendo lo stesso significato, si pretende di riservare ai soli musulmani. Indignano l’indifferenza e la tiepida reazione della comunità internazionale davanti a queste violazioni vergognose dei diritti umani. E invano si aspetta dai nostrani professionisti della protesta, usi a mobilitarsi per una quantità di cause perse, un barlume di condivisione con chi si ostina, a così caro prezzo, nel proclamarsi cristiano. Valga almeno a soccorrerli, per quanto sbiadita e rinnegata possa essere l’immagine di Cristo, lo status di minoranza, il diritto di vivere come quello riconosciuto, giustamente, ai rinoceronti e alle balene.

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Titolo: LORENZO MONDO Se la giustizia è una scommessa
Inserito da: Admin - Gennaio 24, 2010, 03:45:06 pm
24/1/2010

Se la giustizia è una scommessa
   
LORENZO MONDO

Come può apparire sbiadita, enigmatica fino all’impenetrabilità, questa giustizia che suole essere rappresentata con un volto di luminosa, marmorea dignità. Evocata continuamente nelle pagine dei giornali e nei programmi televisivi, accende passioni parcellizzate e astratte rispetto alla sostanza e alla generalità dei problemi.

Condivido lo smarrimento, venato di scetticismo, di tante persone davanti a uno spettacolo di mezze verità e sotterfugi che non rendono onore a chi, su versanti diversi e con diverse responsabilità, professa di venerarla. Ad esempio, si denuncia con solidi argomenti la iattura di un «processo breve» che, anche a prescindere dalle vicende del capo del governo (che pure hanno un peso decisivo nel contrasto politico-giudiziario), si risolverebbe in una surrettizia forma di amnistia: poiché, a parte le carenze, tutte umane, riscontrabili in molti comportamenti della magistratura, non si sono apprestati i mezzi legislativi e organizzativi necessari a fronteggiare il carico dei nuovi adempimenti.

E si brandisce l’assioma secondo cui processo veloce equivale a giustizia negata. Si tende così a trascurare l’altro corno del dilemma, l’attuale, intollerabile lentezza della macchina giudiziaria, che rappresenta uno sfregio non meno grave e comporta di per sè una mole esorbitante di prescrizioni (calcolate in 170 mila all’anno). Mi sembra allora che le polemiche contrapposizioni tra destra e sinistra rappresentino soltanto una parte della verità, perdendo di vista l’insieme, e l’urgenza di una riforma.

Fanno riflettere due episodi registrati in questi giorni. Il decennale della morte di Craxi ha indotto il Presidente della Repubblica a rammaricarsi per la «durezza senza eguali» di cui è stato vittima (senza assolvere con questo le sue responsabilità). Ma va anche rilevata la straordinaria rapidità con cui si è giunti a una duplice condanna definitiva dello statista in sede penale. Tanto più impensierisce il fatto che la Cassazione abbia assolto l’ex ministro Calogero Mannino dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo una devastante trafila giudiziaria durata 17 anni. Come non restare attoniti? Come avere fede in una giustizia che sottopone chi vi incappa, innocente o colpevole, a una aleatoria scommessa?

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Questo Risorgimento non è da buttare
Inserito da: Admin - Gennaio 31, 2010, 08:25:01 am
31/1/2010

Questo Risorgimento non è da buttare
   
LORENZO MONDO

Ha ragione Alberto Mattioli ad opporre a Maurizio Maggiani che è stato Verdi, e più in generale il melodramma, a darci il vero romanzo epico del Risorgimento: al di là delle stesse intenzioni del genio di Busseto, in virtù di una musica capace di diventare popolare e di concedersi all’appropriazione degli illetterati. Lamentava Maggiani che il travaglio del moto unitario non avesse prodotto un grande romanzo, un epos, nel quale gli italiani potessero specchiarsi e riconoscersi (ma sono occorsi secoli perchè i Greci potessero risconoscersi nell’Iliade senza parteggiare fra Achei e Troiani). Messa così, con una troppo esigente unità di misura, resta poco da dire. Ma esistono significativi tasselli del Risorgimento offerti dallo spirito del tempo e dal talento individuale alle patrie lettere e alla riflessione dei posteri. Non si possono certo trascurare Le confessioni di un italiano. A parte l’energia dello stile, già il titolo proclama la rappresentatività di un romanzo che sembra trarre dall’infelice sorte di

Ippolito un valore aggiunto, di giovanile entusiasmo e intrepidezza.

Sono molti peraltro gli scrittori che hanno reso la loro onesta testimonianza sul periodo considerato, in specie quelli appartenenti -da Abba a Bandi- all’area garibaldina, «rivoluzionaria», che è la sola a interessare Maggiani. E come dimenticare, sul versante polemico, Roberto Sacchetti che denuncia in Entusiasmi l’abbandono degli insorti milanesi da parte di Carlo Alberto? O il Tarchetti di una Nobile follia che contesta, con le atrocità della Cernaia, il «capolavoro» diplomatico di Cavour? Tanto per dire che non è colpa della restaurazione conservatrice o dell’avvolgente melassa savoiarda se il romanzo epico italiano è stato soffocato in fasce. La verità è che lo spirito soffia dove e come vuole. In fondo Manzoni, che non ha affrontato direttamente nel gran romanzo la storia contemporanea, ha saputo interpretare a suo genio, secondo istanze civili e unitarie, lo spirito del Risorgimento. Alieno dalle fanfare delle armi e dell’utopia, ha dato agli italiani una lingua duttile e moderna. A beneficio degli analfabeti di ieri e di oggi.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Nello specchio del Lambro
Inserito da: Admin - Febbraio 28, 2010, 08:17:20 pm
28/2/2010

Nello specchio del Lambro

   
LORENZO MONDO

E’ la natura violentata a suggerire le più potenti, impressionanti metafore. La colata di petrolio che si è riversata nel Lambro e nel Po (le fa corteggio in cielo una ininterrotta e compatta distesa di smog) sembra fornire una immagine emblematica dell’Italia al nero in cui stiamo vivendo. Suscita tristezza e sgomento quell’onda sozza, inseguita dai piccoli uomini che cercano di imbrigliarla prima che inquini le rive del grande fiume fino alla maestà del Delta.

Negli ultimi anni il Lambro (caro a Giovanni Testori e alla sua Monaca di Monza), si era in parte rigenerato, riscattato, con la decadenza degli altiforni, dalla pressione di una malintesa, proterva modernità. Ma ecco che la maledizione ritorna, inducendo Ermanno Olmi, amico delle acque, a suggerire che la Regione Lombardia dichiari, invece dello stato di calamità, quello di stupidità. Molti conti non tornano nella catastrofica vicenda. C’è all’origine il gesto criminoso di chi ha aperto i rubinetti e pompato il contenuto delle cisterne, insensibile al danno provocato alle bellezze della natura, agli onesti proventi e alla salute delle persone.

Dobbiamo prendere dolorosamente atto che la malvagità e la stupidità umana non hanno confini (mysterium iniquitatis). Ma si dovrebbe porre qualche onesto argine all’azione dei bruti. Altri interrogativi si addensano invece sulla raffineria in via di liquidazione diventata un deposito di carburanti: in attesa che si realizzasse un ambizioso progetto urbanistico, denominato spiritosamente Ecocity. Lascia quanto meno interdetti la sorveglianza pressoché inesistente del complesso, abbandonato alla mercé, non dico di eventuali terroristi islamici, ma del primo malintenzionato di passaggio. E non si capisce come sia consentito a un’azienda «dismessa» di conservare nelle cisterne una malcerta quantità di gasolio e olio combustibile che rappresentano un così alto potenziale di rischio per la gente e per l’ambiente.

Al momento, mentre seguiamo con trepidazione gli sforzi generosi per limitare il danno, non ci resta che lo sfogo dell’invettiva: che Dio secchi quelle mani impure, che Dio confonda i corresponsabili ad ogni livello del misfatto. Le risposte, se verranno, chiariscano almeno le occulte ragioni di tanto sfacelo.

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Titolo: LORENZO MONDO Ma non finiscano al Grande Fratello
Inserito da: Admin - Marzo 07, 2010, 08:10:44 am
7/3/2010 - PANE AL PANE

Ma non finiscano al Grande Fratello
   
LORENZO MONDO

Continuo a ritenere insopportabile che i giovanissimi assassini di Novi Ligure vengano chiamati fidanzatini: non solo perché si sposta l’accento, attribuendogli un maggior peso, al loro perverso rapporto di coppia, anziché al duplice, raccapricciante delitto di cui furono attori; ma anche perché quel diminutivo sfora nel vezzeggiativo, porta con sè una inavvertita carica di simpatia, quasi una tenerezza alla Peynet.

Sono atteggiamenti che sembrano rispondere d’altra parte alla clemenza di una giustizia che ha messo Omar in libertà dopo soli nove anni di carcere e che si appresta, di qui a un anno, a fare lo stesso con Erika.

E non manca il sacerdote che, per giustificare il provvedimento, si appiglia al perdono concesso dal padre della ragazza: una figura straordinaria, che tuttavia è soltanto una delle vittime, le altre due -la moglie e il figlioletto massacrati- non possono esprimere il loro parere.

Aggiungiamo, a completare il quadro, un certo compiacimento dei media, ammissibile se non diventa assolutorio, perché Omar si è mostrato un provetto giardiniere ed Erika è riuscita in carcere a laurearsi. Tutto bene, ma ricordiamoci che queste attitudini avrebbero potuto svilupparle senza sporcarsi le mani di sangue.

Senza sottacere lo scandalo per l’iniqua sproporzione tra queste e altre pene comminate nel pianeta Giustizia, non è il caso di infierire più di tanto sui due ex ragazzi. Il peso del rimorso e l’assoluzione più vera dovranno trovarla nel fondo della loro coscienza, affidandosi a una cura di nascondimento e di silenzio. È un augurabile proposito che dovrebbe adesso essere confortato da una società civile degna di questo nome.

Sarebbe impietoso, oltreché improduttivo, assillarli con troppe domande perché spieghino quello che, forse a loro stessi, appare razionalmente inspiegabile. Sarebbe irrilevante sapere come intendono profittare -nel lavoro e negli affetti- della ritrovata libertà.
Ma sarebbe anche stolto velare le colpe dei «fidanzatini», facendone dei tristi eroi da consegnare alla morbosa curiosità del pubblico, al caravanserraglio dello spettacolo. Di grazia, evitiamo che Omar ed Erika, chiamati a riscrivere la loro esistenza sotto il segno del ravvedimento, siano indotti a finire tra le reclute del «Grande Fratello»

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO La ragazza del sottotetto
Inserito da: Admin - Marzo 28, 2010, 07:24:31 pm
28/3/2010

La ragazza del sottotetto

LORENZO MONDO

Diciassette anni per scoprire, casualmente, i resti di una ragazza assassinata, quelli di Elisa Claps, abbandonati nel sottotetto di una chiesa nel centro di Potenza. Diciassette anni di funzioni religiose e di preghiere nelle sottostanti navate del tempio, quasi lunghe, inconsapevoli esequie che non hanno placato nei sopravvissuti il desiderio di verità.
Nella storia figurano tutti gli ingredienti di un romanzo «nero«, che avrebbe fatto la gioia di qualche penna libertina e anticlericale a cavallo tra Sette e Ottocento. Meglio astenersi da certe suggestioni, nell’attesa e nella speranza di fruttuose investigazioni. Ma quel poco che sappiamo è più che sufficiente a dettare qualche considerazione di contorno, che investe quanto meno certe responsabilità di ordine morale e civile.

Appare stupefacente che la povera Elisa, se non ci è salita con le proprie gambe, sia stata trasportata lassù, attraverso un percorso disagevole, e da una sola persona, senza che nessuno ne avesse sentore. Lasciano perplessi le ammissioni e le ritrattazioni delle due donne che, facendo le pulizie, sarebbero incappate fin da gennaio nel macabro rinvenimento. E stupisce che il viceparroco, informato del fatto, non abbia avvertito i carabinieri e il suo vescovo.

Non regge la scusa della dimenticanza, o l’idea di trovarsi in presenza di un rito satanico, d’un gioco di ragazzi. Occorreva una perdita di acqua per condurre sul posto alcuni operai e svelare l’arcano. Avrebbe potuto saperne di più il parroco di allora, che però è morto due anni fa. Sia come sia, intorno alla vicenda si sente il puzzo di una protratta omertà, con il concorso ultimo dell’insipienza e della neghittosità. Diciamo che i sacerdoti della Santissima Trinità non fanno una gran figura e non depongono a favore del reclutamento e della preparazione del clero.

Ma sussistono anche forti dubbi sul modo in cui sono state condotte a suo tempo le indagini. Elisa è scomparsa sulla porta della chiesa e forse non era sufficiente cercarla nel presbiterio o in sacrestia. Si direbbe che proprio ogni vano di difficile accesso, sottotetto o sotterraneo, dovesse essere esplorato in una indagine che si rispetti. E non conforta il pensiero che 17 anni non sono troppi per fare chiarezza, che rientrano tutto sommato nei tempi lunghi della nostra giustizia.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Il balletto degli ignavi
Inserito da: Admin - Aprile 04, 2010, 11:20:35 am
4/4/2010 - PANE AL PANE



LORENZO MONDO

Tristissimo e crudamente emblematico ciò che è accaduto in una scuola media di Salò. Durante la lezione di francese, una ragazza dodicenne è stata indotta da tre compagni a prestazioni sessuali, mentre altri, anziché protestare, facevano scudo e l’insegnante continuava imperterrito a interrogare tre allieve, privandole - si direbbe - del piacere di assistere al «gioco».

Sogghigni, ribalde allusioni, e nei giorni successivi un’insegnante di italiano, per vederci chiaro e ottenere una indiretta confessione del fatto, ha assegnato un tema a commento di alcuni versi di Dante che condannano gli ignavi, quelli che nella vita non si sono mai schierati: «Ed elli a me, come persona accorta: / “Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta”».

Era utile proporre un argomento di riflessione per dei ragazzi che, usi a considerare il sesso nella sua rozza istintualità, avevano mostrato indifferenza o compiacimento davanti al vergognoso episodio. Ma il tema avrebbero dovuto svolgerlo, prima degli allievi, anche gli adulti, in diversa misura corresponsabili. La preside ha decretato dei giorni di sospensione per il professore e i quattro coinvolti nella vicenda (compresa sorprendentemente la vittima, quanto meno psicologica, della violenza) con l’aria di ridurre il tutto a una pur deplorevole bravata.

Più grave la posizione dell’insegnante, che non si è accorto del non eufemistico bordello a cui si era ridotta la sua classe (la radice di tanta disattenzione va forse cercata in quello che viene definito il suo «rapporto amicale» con gli studenti). Ma colpisce anche la reazione di un padre per l’imputazione di violenza elevata contro il figlio dai carabinieri: «Ma vi rendete conto che vuol dire rovinargli la vita per sempre?». Senza avere il sospetto che la vita, complice forse qualche altra trascuratezza, è già avviato a rovinarsela da solo.
La storia di Salò rappresenta a ben vedere un test impressionante sulle inadempienze degli adulti, sul tradimento consumato nei riguardi dei figli: la difesa ad oltranza di certi comportamenti, le generiche accuse contro la società, il pedagogismo inquinato da un malinteso senso di libertà, la rassegnazione afflitta per le loro devianze. È un balletto degli ignavi ai quali conviene, indistintamente, l’aspra invettiva di Dante.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Alibi e diritto del bambino
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2010, 09:43:44 am
19/4/2010 - PANE AL PANE

Alibi e diritto del bambino

LORENZO MONDO

Il fenomeno, nelle terre del Nord, rischia di estendersi a gragnuola. Parlo delle amministrazioni comunali che hanno minacciato di negare cibo e scuolabus ai figli di genitori morosi, in tutto o in parte, nel pagamento delle rette, peraltro modeste. Si è cominciato a Adro, nel Bresciano, dove il sindaco ha intimato a 42 famiglie di rimediare alle inadempienze, pena l’esclusione dei loro bambini dal servizio mensa.

Il provvedimento, giustificato con ragioni di bilancio, risponderebbe anche a principi di equità, tenendo conto della sollevazione di chi ha sempre pagato puntualmente il dovuto. A Lentate sul Seveso il Comune sospenderà i servizi mensa e bus a 241 famiglie che fanno finta di niente: i loro figli andranno a scuola a piedi e dovranno portarsi il pranzo da casa. A Verona, sedici alunni della scuola materna non potranno più usufruire del trasporto gratuito. In questo caso, sembra accertato che si tratti di famiglie benestanti.

Polemiche a non finire, talora pretestuose, tra chi contrappone il principio di solidarietà, tanto più stringente in presenza di bambini, al rispetto delle regole e al perseguimento dei «furbi». Non è sfuggito alle reprimende Silvano Lancini, l’imprenditore di Adro che, tagliando corto, ha saldato con 10.000 euro il debito accumulato dalla mensa scolastica. Il suo atto di generosità è stato tacciato di esibizionismo, qualificato come un cattivo esempio, ed ha inasprito la protesta delle famiglie «virtuose». Eppure, spiegandosi, ha prospettato la via di un percorso ragionevole e perfino ovvio: «Io ho messo una pezza, lo sentivo come un dovere civico. Adesso andate avanti voi: a cercare di far pagare i furbi, senza togliere il piatto dei bambini».

In effetti, abbiamo tutti esperienza di persone, anche molto agiate, che profittano delle risorse pubbliche, praticando una suprema forma di egoismo a danno della società e soprattutto di chi vive nel bisogno (ho diretta notizia di una signora che si faceva prescrivere dal medico di base il calcio per bambini da destinare al proprio cane). Ma non sembra così difficile, in comunità ristrette, esercitare un elementare controllo, smascherare certi inqualificabili abusi. Mi auguro che questo accada, e ben vengano allora le trancianti disposizioni di qualche inossidabile sindaco leghista.

da lastampa.it


Titolo: LORENZO MONDO Natura violenta e violentata
Inserito da: Admin - Maggio 09, 2010, 09:05:25 am
9/5/2010

Natura violenta e violentata
   
LORENZO MONDO

Il vulcano Eyjafjalla ha ripreso ad eruttare la sua nube di cenere in modo intenso e minaccioso. Già ci ha fatto assistere a un evento inaudito, quasi a una grandiosa simulazione di crisi: ha costretto cioè le nazioni d’Europa a sospendere per alcuni giorni il volo degli aerei, rimettendosi all’uso di treni e automobili. I disagi delle persone rimaste a terra e le gravi perdite economiche delle compagnie aeree hanno distratto dalla portata simbolica dell’avvenimento. Infatti è sembrato quasi un avvertimento, emesso da una esigua porzione di terra, impastata di ghiaccio e di fuoco, agli uomini che hanno orgogliosamente colonizzato il cielo. Si pensa a cosa potrebbe accadere nel consorzio civile se il fenomeno si estendesse per un maligno complotto di bocche vulcaniche, che aggiungesse nuovi disastri ai più consueti, devastanti terremoti o nubifragi.

Senza indulgere a visioni apocalittiche, siamo indotti a riflettere leopardianamente sulla precarietà delle «umane sorti e progressive», a rinnovare e rinforzare il patto di solidarietà nei confronti dell’«umana compagnia». Non altro ci è dato, apprestando i possibili ripari, contro una natura che sa rivelarsi matrigna. Ma un altro evento, verificatosi a breve distanza di tempo, colpisce a contrasto la nostra immaginazione. Nel Golfo del Messico è il fondo del mare, violato sconsideratamente dalle trivelle dell’uomo, che erutta petrolio. L’untuosa marea nera semina inquinamento e distruzione lungo le coste d’America, nel paradiso naturale costituito dal delta del Mississippi. Muoiono i delfini e i pellicani, gli alligatori e le tartarughe, si disperano le genti rivierasche private delle loro risorse ittiche e turistiche. Sembrerebbe che basti e avanzi l’imponderabile, senza che l’uomo ci metta del suo venendo meno, per avidità e tecnologica presunzione, a ogni senso del limite.

I responsabili dell’immane sciagura promettono di risarcire il danno, ma si tratta di un’altra manifestazione di tracotanza perché il male, già difficilmente quantificabile in termini finanziari, non può restituire alla vita ciò che è andato irrimediabilmente perduto. Là dove la natura mostra il suo volto innocente e benigno, provvede l’uomo a sfigurarla e, si direbbe, a provocarla.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7324&ID_sezione=&sezione=


Titolo: LORENZO MONDO La politica delle parole
Inserito da: Admin - Maggio 16, 2010, 12:00:20 pm
16/5/2010

La politica delle parole
   
LORENZO MONDO

Il sindaco di Milano Letizia Moratti l’ha fatta grossa, per via di un avverbio. Intervenendo a un convegno sui problemi dell’immigrazione, ha dichiarato che i clandestini privi di un lavoro regolare «normalmente» delinquono. Ha così scatenato un’iradiddio di proteste, ma anche i contestatori in buona fede avrebbero dovuto contenersi se avesse sostituito il «normalmente» con la più cauta locuzione «in buona parte» (accreditata dagli ospiti delle nostre carceri). Più aderente alle statistiche, avrebbe più facilmente rintuzzato l’insopportabile refrain di chi, incurante del fattuale disagio di certe periferie urbane, sostiene che si vogliono «alimentare le paure» dei cittadini. Non mi addentro nel cuore del problema, mi limito soltanto a rilevare il peso che assumono le parole nella sua definizione, per disinvoltura, per impudicizia, per reticenza.

Quasi in contemporanea con la sortita della Moratti, Piero Fassino, dallo schieramento opposto, ha dichiarato che «qualche volta il leghismo nel suo cuore prorompe». Si riferiva in particolare all’immigrazione, un tema strettamente connesso con quello della sicurezza, per il quale proponeva di ribaltare il comportamento invalso fino ad ora tra le forze politiche, adottando la seguente formula: «Porte meno facilmente aperte ma tutti i diritti garantiti a chi è regolare e non infrange la legge». Parole franche, anche se qualcuno ha cercato di attenuarne la portata, insinuando maliziosamente che egli intendesse, su una materia così cruciale, orientare i suoi primi passi verso un’autocandidatura alle elezioni per il nuovo sindaco di Torino. Non abbiamo motivo di dubitare dell’onesto paradigma espresso dall’ex segretario dei Ds, dell’indiretta lettura che egli ha dato della realtà politica e sociale.

Stupisce peraltro la fievole eco che ha trovato nella sua parte, il mancato riconoscimento di una sostanziale convergenza, a parte l’infelice avverbio, con le preoccupazioni della signora Moratti. Parole, parole profuse e taciute, fino a comporre un velame artificioso e rissoso nel quale si smarrisce il senso della realtà e si alimenta il disincanto nei riguardi della politica. L’irresponsabilità verbale è il segno più appariscente di una separatezza miope da ciò che si attende, su questo e altri argomenti di gran peso, la società civile.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7357&ID_sezione=&sezione=


Titolo: LORENZO MONDO Benedetto l'effetto crisi
Inserito da: Admin - Maggio 23, 2010, 05:24:35 pm
23/5/2010 - PANE AL PANE

Benedetto l'effetto crisi
   
LORENZO MONDO

Forse possiamo dirlo, a denti stretti: benedetta, per certi aspetti, questa crisi. Senza nasconderci le bruciature, e nella consapevolezza che gli eventuali benefici sono appesi a una montagna di «se».

Il ministro Tremonti ha annunciato una severa manovra finanziaria che vuole ridurre gli sprechi nel settore pubblico e incidere sull’evasione fiscale, indagando in particolare sulle più vistose, arroganti forme di consumo. Dovremmo in verità essere scettici per le troppe inadempienze, per le promesse mancate. Non pare infatti al comune cittadino che occorra un occhio particolarmente aguzzo per ipotizzare fior di evasori tra i guidatori di costose fuoriserie, tra i proprietari delle imbarcazioni che intasano porti e insenature della Penisola.
Anziché il plauso, suscita irritazione l’annuncio, ripetuto a certe scadenze dalla Guardia di Finanza, che sono stati scoperti mille evasori «totali». Dunque non è mai finita, si obietta, sembra di assistere a una penosa fatica di Sisifo; come quando si apprende a ogni mese che, dal Garigliano in giù, sono stati arrestati una trentina di mafiosi. Lasciamo stare poi le spiritosaggini, che aiutano a lenire l’amarezza, sulle migliaia di falsi invalidi, sui ciechi che guidano, sui paralitici che corrono... Anche più fosco il quadro della corruzione che alligna nel mondo della politica e dei suoi immediati dintorni.

Ma adesso, ci dicono, si cambia. Promettono perfino che i manager pubblici e i parlamentari, invece di aumentarselo come sogliono, dovranno rinunciare a un decimo dello stipendio, i ministri a qualcosa di più, per dare il buon esempio. Non possiamo trascurare l’ostacolo al risanamento dei conti pubblici frapposto dalle varie lobby rappresentate in Parlamento, dal ricatto del voto di scambio.

Ma questa volta forse qualcosa si muove, per placare il risentimento della gente costretta a subire sacrifici a pioggia, per attenuare la disaffezione e il rancore nei confronti della politica. Semmai qualcuno fosse capace di organizzare la protesta anche dei soli lavoratori dipendenti, quelli che pagano fino all’unghia le tasse, potrebbe dare vita a un partito di prima grandezza.

Diamo la giusta parte anche a chi opera con onestà e senso dello Stato, augurandoci che approfitti della difficile situazione economica per procedere a viso aperto, per consegnarci alla fine un Paese più equo e civile. Se non ora, quando?

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Titolo: LORENZO MONDO Mussolini e i suoi gerarchi
Inserito da: Admin - Maggio 30, 2010, 05:30:09 pm
30/5/2010 - PANE AL PANE

Mussolini e i suoi gerarchi

LORENZO MONDO

Tra il dire e il fare... Nell’arco di una sola giornata il presidente del Consiglio si è esibito in un teatrino che, non inusuale nella sua carriera politica, sembra contraddire l’asciutta concretezza dell’imprenditore prestato alle istituzioni: una disposizione a operare senza impacci burocratici di cui si fa vanto e alla quale non si possono negare risultati.

Nel summit dell’Ocse, che si è tenuto a Parigi, non ha saputo tuttavia trattenere la sua spericolata loquacità. Ha citato Mussolini, il quale avrebbe confessato di non esercitare un effettivo potere, perché questo spettava in realtà ai suoi gerarchi. Figuriamoci allora quante limitazioni trova un capo del governo che opera in regime di democrazia.

A parte il riferimento a diari mussoliniani probabilmente apocrifi, gli storici hanno più cose da obbiettare sulle responsabilità assunte in prima persona dal «grande dittatore». L’affermazione di Berlusconi suona dunque bislacca, a meno che, pur negandolo, egli intendesse chiamare in causa il ministro Tremonti, autore di una manovra finanziaria da lui subita più che condivisa.

Al mattino, gli era già toccato confrontarsi a Roma con l’assemblea annuale della Confindustria, non troppo tenera con il capo del governo. Di qui il colpo di scena, la richiesta a Emma Marcegaglia di schierarsi al suo fianco come ministro per lo Sviluppo Economico in sostituzione del dimissionario Scajola.

I presenti non hanno accolto l’invito di esprimere per alzata di mano il loro consenso all’arruolamento della presidente di Confindustria tra i suoi «gerarchi». Al di là dei motivi di fondo, era difficile che il severo consesso potesse accettare un comportamento che, oltre a essere irrituale, faceva pensare a un intrattenimento parrocchiale.

L’inevitabile fallimento dell’iniziativa era anche la riprova del mancato gradimento delle sue trovate, di una confidenzialità espressa con estemporanee battute. È immaginabile la fatica, così spesso frustrata, di Gianni Letta, primo consigliere del principe, nel frenare l’incontenibile esuberanza colloquiale di Berlusconi, la sua malriposta ricerca di simpatia. Al dunque, si preferisce di lui, senza fargli sconti, il vitalistico attivismo, l’asserita disposizione al fare senza troppi indugi, e chiacchiere.

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Titolo: LORENZO MONDO Non speculare sul terremoto
Inserito da: Admin - Giugno 06, 2010, 09:45:03 am
6/6/2010 - PANE AL PANE

Non speculare sul terremoto

LORENZO MONDO

Capita spesso di assistere, sugli schermi televisivi, alla protesta veemente di persone che hanno perso un congiunto in ospedale, per un’operazione chirurgica o una terapia non riuscita: con il conseguente annuncio di querele contro i responsabili veri o presunti dell’insuccesso.

Il dolore, inasprito comprensibilmente dai troppi esempi di malasanità, porta talvolta a straparlare, al rifiuto di accettare il verdetto inappellabile della fatalità. In questi casi è per lo più accertabile l’accaduto. Ma come venirne a capo, trovandosi alle prese con un terremoto?

Il procuratore dell’Aquila, accogliendo il ricorso di numerosi parenti delle vittime, ha notificato avvisi di garanzia per omicidio colposo a sette membri della Commissione grandi rischi: non hanno previsto il disastro, annunciato (o scongiurato?) dallo sciame sismico che imperversava da mesi, non hanno provveduto a evacuare per tempo la popolazione aquilana. Suscita già qualche perplessità la messa sotto accusa degli esperti del settore, apprezzati a livello internazionale, che sono chiamati a indossare gli improbabili panni dello sciamano.

Sia come sia, si proceda nell’inchiesta, dura lex sed lex. Ma va respinto con forza l’auspicio del procuratore capo Alfredo Rossini che si raggiunga «un risultato conforme a ciò che la gente si aspetta». Sono affermazioni che lasciano dubitosi sul rigoroso esercizio della giustizia nel nostro Paese.

Essa infatti dovrebbe procedere diritta per la sua strada senza indulgere a pulsioni populistiche, senza lasciarsi sviare da eventuali pregiudizi dettati dalla sofferenza per la perdita di persone care, dalla «sommossa» del dolore.
All’Aquila esiste già sufficiente materia per sbizzarrirsi nelle indagini, sulla base di risultanze concrete, riconducibili a uomini in carne e ossa e non alle oscure, sotterranee insidie di un terremoto. Riguarda gli abusi edilizi, i mancati controlli sul rispetto delle regole, la circostanza che, come osserva il sindaco della città, «sono crollate case che dovevano restare in piedi».

Questo sembra essere il vero, ineludibile argomento in gioco, e su questo la magistratura deve attivarsi, evitando frustranti lungaggini, per rendere giustizia ai vivi e ai morti. È quanto si aspetta, con piena ragione, la gente, e non soltanto quella dell’Aquila.

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Titolo: LORENZO MONDO Il martire dimenticato
Inserito da: Admin - Giugno 14, 2010, 09:57:42 am
14/6/2010 - PANE AL PANE

Il martire dimenticato
   
LORENZO MONDO

Mi ha impressionato il ritorno in patria del vescovo Luigi Padovese, il capo della Chiesa turca. La sua salma è arrivata alla Malpensa su un cargo proveniente da Ankara, qualcuno ha detto come un sacco di patate. Se si esclude il vicerettore provinciale dei Cappuccini, l’ordine a cui apparteneva, non c’era nessuno ad accoglierlo, a rendergli un tributo formale di onore e di pietà. Quasi fosse un clandestino solitario, una imbarazzante presenza. Le autorità turche tendono ad accreditare l’ipotesi, contestata dalla comunità cristiana, che sia stato vittima di un pazzo. Troppe sono le ombre che si addensano intorno all’efferato omicidio.

Nei giorni precedenti, l’assassino si era fatto visitare premurosamente da uno psichiatra, forse per procurarsi un alibi, perché il modo in cui ha infierito sul sacerdote, decapitandolo (e gridando, secondo alcune testimonianze, «Allah è grande») lascerebbe pensare a una sorta di sacrificio rituale da parte di un fanatico. D’altronde i cristiani non hanno vita facile in Turchia: a parte le continue vessazioni, nel 2006 è stato ucciso il prete cattolico Andrea Santoro e nel 2007 sono stati massacrati tre protestanti che lavoravano per una casa editrice di Bibbie.

Quanto al Vaticano, si è espresso con prudenza sulla vicenda, non ha nemmeno mandato alle esequie un suo rappresentante, forse per non esporre a rappresaglie i fedeli inermi. Ma il sacrificio del vescovo Padovese, un uomo colto e aperto al dialogo interreligioso, acuisce in chi è dotato di onestà intellettuale la consapevolezza che esiste un sacerdozio fedele alla propria vocazione, capace di mettersi a repentaglio sulle frontiere più accidentate della fede. È una testimonianza che giunge a buon punto mentre dura e duole lo scandalo dei preti pedofili, ancora ieri denunciato da Benedetto XVI con inusitato vigore. È una presa d’atto che assume il senso di un riscatto, e andrebbe valorizzata anziché sottaciuta. Ma più sconcerta la passività della diplomazia internazionale, e più europea, davanti alle persecuzioni che si abbattono sulle minoranze cristiane in ogni parte del mondo e che in Medio Oriente stanno annientando le nobili comunità di origine apostolica. Al cargo del vescovo martire si sovrappone alla fine il vascello fantasma di una cristianità rimasta sola ad affrontare i violenti, torbidi marosi della storia.

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Titolo: LORENZO MONDO Se la storia chiede scusa
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2010, 08:04:36 am
20/6/2010 - PANE AL PANE

Se la storia chiede scusa
   
LORENZO MONDO

Guerre lontane, dimenticate, se non fosse per gli strascichi dolorosi nell’animo dei sopravvissuti, per qualche inattesa insorgenza, per una occasione celebrativa o deprecativa.

Il primo ministro inglese David Cameron ha comunicato nell’aula di Westminster i risultati di una lunga inchiesta sul «Bloody Sunday», la domenica di sangue in cui, il 30 gennaio del 1972, nell’Ulster, l’esercito britannico sparò sulla folla. In tredici rimasero sul terreno e soltanto adesso ottengono giustizia: i manifestanti - repubblicani e cattolici - erano inermi, i soldati aprirono il fuoco senza preavviso e senza nessuna giustificazione. Facendo luce su quell’evento, che assunse una portata simbolica, grazie anche a una celeberrima canzone degli U2, il premier inglese ha detto che «la verità, per quanto dolorosa, non ci rende più deboli, ma più forti. Questo è ciò che ci distingue dai terroristi».

Un altro quarantennio è occorso perché, in un diverso scenario e contesto, il governo degli Stati Uniti dovesse confrontarsi con le ferite di una guerra combattuta con armi dalle conseguenze devastanti. Il presidente Obama è chiamato a una difficile decisione, se accogliere o no la richiesta del Vietnam di essere risarcito con 300 milioni di dollari per i defolianti scaraventati dagli aerei americani nella disastrosa guerra con Hanoi: dovevano stanare i guerriglieri, ma hanno provocato 200 mila vittime, con danni irreversibili sulla salute dei superstiti, e hanno desertificato ampie zone del Paese. Mettiamoci pure gli interessi commerciali e strategici con l’ex nemico, ma la consapevolezza del problema e gli aiuti già predisposti da Washington suonano come una implicita offerta di scuse.

Gli accertamenti della verità e i ravvedimenti, sia pure a cadenze generazionali, valgono più dei perduranti silenzi e mistificazioni, ma resta l’interrogativo di fondo sulle inutili violenze della storia, sul suo cammino costellato di lacrime e di sangue. Non bastano a placare il nostro turbamento le ragioni della realpolitik e nemmeno il placebo delle buone intenzioni.

Certo, in quanto esseri umani, siamo immersi nella storia, siamo partecipi dei suoi processi faticosi e contraddittori, possiamo soltanto occupare gli spazi di libertà e integrità che ci sono consentiti. Ma dobbiamo difenderci ogni volta, contro la disinformazione e la retorica, con una buona, salutare dose di disincanto.

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Titolo: LORENZO MONDO Il passo falso del cardinale
Inserito da: Admin - Giugno 27, 2010, 09:23:56 am
27/6/2010 - PANE AL PANE

Il passo falso del cardinale
   
LORENZO MONDO

Non è che meravigli più di tanto, in questi tempi, che un principe della Chiesa si trovi nel mezzo di una bufera. Ma che il cardinale Sepe sia indagato per corruzione nell’inchiesta sulle Grandi Opere è una notizia che brucia dolorosamente nell’animo dei credenti. L’attuale arcivescovo di Napoli è stato presidente di Propaganda Fide, l’organismo che presiede alle attività missionarie in ogni parte del mondo. L’ente dispone di un patrimonio di nove miliardi di euro (con 2000 appartamenti a Roma) e la cosa di per sé non suscita scandalo, dal momento che deve sostenere 1077 delle 2883 circoscrizioni ecclesiastiche del mondo, quelle delle zone più povere dell’Asia e dell’Africa. Dietro questi numeri, un occhio scevro di pregiudizi vede affiorare i volti emaciati degli ultimi della terra, la dedizione di preti e volontari che divulgano il Vangelo, costruendo scuole, ospedali, opere caritative. Conta piuttosto il modo con cui si impiegano le ingenti risorse, inseparabile dallo spirito con cui vengono promosse, senza lasciarsi contaminare da opportunismi e compromissioni con le potenze di questo mondo.

Ecco, il cardinale, che pure è diventato popolare a Napoli per le denunce contro la camorra e per il suo linguaggio da scugnizzo, è accusato di avere intrattenuto a suo tempo rapporti, e coltivato interessi di natura finanziaria, con personaggi dal non limpido profilo etico. Si tratterebbe di uno scambio di «favori», di una pratica che siamo soliti attribuire alle congreghe della politica. Stupisce che, assistito dalla millenaria sapienza della Chiesa, non abbia saputo tenersi alla larga da inaffidabili compagnie, non abbia evitato, come detta il Catechismo, «le occasioni prossime di peccato». Lascia poi interdetti, come indizio di una carente prudenza ecclesiale, la sua autodifesa che chiama in causa, pubblicamente e non nelle segrete stanze o nel confronto con i magistrati, i suoi nemici «dentro e fuori la Chiesa». Con esplicita allusione a una lotta di potere che scuote i sacri palazzi. E’ un’altra croce per Benedetto XVI, per la sua proclamata, inflessibile volontà di fare chiarezza, di non venire meno al dovere della verità. I credenti, in turbata attesa, registrano, tra tutti, un episodio minore ma emblematico della vicenda: la concessione di un alloggio in uso gratuito per anni a Guido Bertolaso, per metterlo al riparo da certi dissidi familiari. Questo, da parte di Propaganda Fide, e non per un tucul nell’Africa profonda, ma per un costoso appartamento nel centro di Roma.

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Titolo: LORENZO MONDO L'ultima offesa a Taricone
Inserito da: Admin - Luglio 04, 2010, 08:48:03 pm
4/7/2010 - PANE AL PANE

L'ultima offesa a Taricone
   
LORENZO MONDO

Appartengo alla minoranza (mi auguro robusta) che non ha mai visto Il Grande Fratello televisivo. Fin dall’esordio della trasmissione, ho trovato intollerabile che si abusasse, per un giocoso se non futile intrattenimento, del titolo affibbiato da George Orwell al grande dittatore nell’agghiacciante romanzo 1984. Sono rimasto pertanto basito davanti allo spazio spropositato che i media hanno riservato alla drammatica fine di Pietro Taricone: da chiedersi cosa mai occorrerebbe fare per lo scienziato che riuscisse a debellare il cancro. Comprendo la commozione, alla quale aderisco (Humani nihil a me alienum puto) per un uomo giovane, bello e simpatico tradito crudelmente dal suo vitalismo, per una vita e una lusinghiera carriera troncate dal suo «folle volo», dallo schianto col paracadute nell’aeroporto di Terni.

Trovo significativa la parabola di un ragazzo del Sud che approfitta di un successo fortunosamente azzeccato (favorito dallo scandalo di un amplesso in diretta) per dare una svolta alla sua esistenza. Perché, stando alle sue esibizioni successive e alle testimonianze degli addetti ai lavori, Taricone si è adoperato a far dimenticare l’esperienza del Grande Fratello, ha rifiutato di farsi imprigionare nel ruolo del palestrato e dello sciupafemmine a beneficio del voyeurismo televisivo. Affidandosi al salvacondotto dell’ironia e dell’autodisciplina, ha studiato recitazione, ha intrapreso una dignitosa carriera di attore, ha cercato stabilità col mettere su famiglia. Come osserva Marco Risi, «aveva scelto la professionalità contro la popolarità». Quanto basta per meritare il più condiviso rispetto.

Ma qui mi fermo. Per rilevare le reazioni, spinte fino alle lacrime, dei numerosissimi fans alla notizia della sua morte. Non era l’attore a commuoverli, ma ancora una volta il protagonista insuperato del Grande Fratello; schiavizzati dal gran baraccone televisivo, come dimostra lo stucchevole appellativo di «Guerriero» profuso nelle rievocazioni, che rimanda ad una sua vetusta, spavalda asserzione rivolta ai compagni di gara: «Io so’ un sanculotto, sono un guerriero, e non posso fare le pulizie». Hanno voluto inchiodarlo cioè a una vicenda ormai dismessa, al trash televisivo, imponendo alla sua figura, senza esserne consapevoli, l’ultimo sfregio.

Sia pace alle sue ceneri, sottratte ai rumori e al visibilio degli spettatori accomodati in poltrona davanti al piccolo schermo. Domani, con altri frusti vessilli, si ricomincia

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Titolo: LORENZO MONDO Gli sprechi e i pretesti
Inserito da: Admin - Luglio 12, 2010, 10:14:37 am
12/7/2010 - PANE AL PANE

Gli sprechi e i pretesti
   
LORENZO MONDO

Nel contenzioso tra Stato e Regioni sui tagli di spesa, nel gran pasticcio delle rispettive competenze istituzionali, sulle quali plana l’ombra del vaticinato federalismo, spicca una decisione di Enrico Rossi, il presidente della Toscana.

Uomo di punta del Partito democratico, ha annunciato che chiuderà sette uffici della Regione in varie città del mondo: New York, Shanghai, Mosca, Francoforte, San Paolo, Buenos Aires, Abu Dhabi. Manterrà aperta soltanto la sede di Bruxelles. Per il sostegno alle imprese toscane (di questo si tratta, e non della superflua promozione di Firenze città d’arte) si appoggerà all’Istituto nazionale per il commercio estero e alle ambasciate.

Enrico Rossi vanta altre iniziative tese al risparmio, come la riduzione degli assessori da 14 a 10 e la chiusura di cinquanta ospedali e vari «punti nascita» periferici, senza pregiudizio per la Sanità che, proprio per avere i conti in regola, ha consentito tra l’altro l’abolizione del ticket sui farmaci.

Il suo ultimo gesto, al di là dei risultati in termini economici, acquista un forte significato simbolico. E sembra rinviare la palla al centro, richiamare alle proprie responsabilità l’Ice e le ambasciate, imputate magari di scarsa incisività.

Il governo, ovviamente, gongola perché sente legittimata la sua linea del rigore. Anche se Rossi minimizza, afferma di avere voluto semplicemente «far uscire l’argomento dalla discussione», togliere pretesti per tagli ingiustificabili e di ben altra portata. Resta il fatto che la sua decisione, assunta senza stracciarsi le vesti, dovrebbe valere come esempio, su questo e altri versanti, per molti enti locali.

L’opinione pubblica ha accolto ad esempio con scetticismo e indifferenza le proteste per la riduzione o la soppressione di finanziamenti a una serie di attività alle quali si è attribuita, con eccessiva longanimità, una valenza culturale e sociale. Penso al formicaio di festivalini, convegni, esibizionismi di varia natura che, oltre a non lasciare il segno, interessano appena i proverbiali quattro gatti. Con finanziamenti a pioggia, tanto più inopportuni quando piove a dirotto sulla nostra economia. Conta nel caso la sommatoria delle spese, che risulta comunque pesante, ma ancor più la necessità di mandare un segnale.

Ci sono parecchi intoppi da rimuovere, talora a malincuore, per lasciare spazio alle difesa delle cose di cui non possiamo assolutamente privarci.

La crisi non sarà del tutto inutile se ci convertirà a una maggiore sobrietà e oculatezza.

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Titolo: LORENZO MONDO I mafiosi al santuario
Inserito da: Admin - Luglio 18, 2010, 10:57:59 am
18/7/2010 - PANE AL PANE

I mafiosi al santuario
   
LORENZO MONDO

Il santuario di Polsi, fondato dai monaci basiliani in fuga dall’Oriente dopo la caduta di Costantinopoli, sorge nel cuore dell’Aspromonte, in una valle di selvaggia bellezza. Ogni anno, al 2 settembre, vi convergono migliaia di pellegrini con ogni mezzo, anche a piedi, per festeggiare la Madonna della Montagna. Ne parla Corrado Alvaro in un famoso, nostalgico capitolo di Gente in Aspromonte. Ma si dà il caso che, per assumere le più solenni decisioni, si diano convegno lassù anche i capi della ’ndrangheta.

Nel corso delle lunghe indagini che hanno condotto all’arresto di trecento affiliati tra la Calabria e la Lombardia, i carabinieri hanno filmato a Polsi l’incontro che ha portato alla nomina dell’ottantenne Domenico Oppedisano a capo supremo della mafia calabrese. Un bel colpo che, al di là della circostanza, documenta ciò che tutti da quelle parti sapevano sulla particolare «devozione» dei malavitosi. L’ho appreso personalmente quando, tempo fa, ho avuto occasione di salire, per una strada accidentata, dal paese di San Luca al santuario.
Adesso il vescovo di Locri-Gerace, Giuseppe Fiorini Morosini, reagisce alle ultime notizie affermando che «Polsi è luogo di fede, non di malavita», che i boss ripresi nel video offendono l’espressione più genuina della pietà popolare. Ci mancherebbe che tanta brava gente, e meno che mai la Madonna, abbiano di che spartire con certi criminosi e blasfemi rituali.

Ma lascia insoddisfatti che la cosa appaia nelle parole del presule quasi una novità. È vero poi che in una recente omelia ha lamentato come la fede sia spesso «ridotta a gesti sporadici legati alla tradizione religiosa e culturale e compiuti durante l’anno o in certe occasioni della vita». Ma ci piacerebbe leggere nelle sue parole, abbastanza generiche e cautelose, anche un riferimento al celebrato pellegrinaggio di Polsi. Perché «la pietà popolare» non è esente da torbide contaminazioni e di questo occorre soprattutto inquietarsi, non tanto dei delinquenti acclarati che giurano sul Vangelo o tengono in casa i santini della Madonna. Un amico, accennando alle case nuove che fanno cintura al vecchio abitato di San Luca, mi confidava che a ciascuna di esse corrispondeva un sequestro.

E penso allora all’esorbitante e ramificato intreccio di famiglie mafiose sul territorio, all’omertà dettata dall’interesse e dalla rassegnazione, all’ancestrale e pagano legame tra fede e violenza. I giuramenti nefandi dei boss rappresentano soltanto l’escrescenza di una situazione drammatica che va denunciata senza eufemismi, sceverando con rigore il grano dal loglio infestante

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Titolo: LORENZO MONDO Vittime della barbarie
Inserito da: Admin - Luglio 25, 2010, 12:23:23 pm
25/7/2010 - PANE AL PANE

Vittime della barbarie
   
LORENZO MONDO

Assegniamo a questa estate torrida anche un possibile, agghiacciante primato. Una sommaria contabilità ha stabilito che in Italia, nel solo mese di luglio, sono state assassinate nove donne. Ancora ieri, nei pressi di Roma, un uomo ha ridotto in fin di vita, dandole fuoco e dopo averla stuprata, l’ex moglie che lo aveva denunciato per maltrattamenti. Sono diverse le motivazioni di questa ferocia. Ci sono uomini che non sopportano di essere stati abbandonati dalla persona con cui hanno convissuto o che non accettano un rifiuto delle loro profferte amorose. Altri sono mossi da una belluina foga sessuale o dall’avidità, da qualche premeditata forma di sfruttamento, o dalla semplice intolleranza per chi, magari in famiglia, osa opporsi alla prepotenza del maschio. Colpisce in ogni caso che tante vittime della furia omicida appartengano al genere femminile.

Il fatto non si spiega soltanto con la relativa inermità della donna, con una prevaricazione favorita dalla forza fisica dell’aggressore. C’è qualcosa di più che rimanda, negli assassini, a pulsioni ancestrali. La donna, da tempo e per gradi, è riuscita ad acquisire nei nostri Paesi i diritti che competono all’uomo e che nessuno, per quanto riguarda la famiglia, il lavoro, i comportamenti sociali, mette formalmente in dubbio. Ma resiste nelle latebre di menti oscurate e retrive (non necessariamente malate) la persuasione che essa sia in fondo oggetto di inalienabile possesso. E’ il lascito di millenni di sottomissione femminile, quella predicata e praticata, con poche eccezioni, in tutte le culture, da Oriente a Occidente. Una sottomissione che produce, in situazioni estreme, disvalore e disprezzo.

La cronaca nera presenta in questi giorni un caso che, nella sua anomalia, appare per certi versi emblematico. Riguarda il serial killer che ha ucciso in Friuli due prostitute. Erano due donne avvenenti, che offrivano facoltose prestazioni. L’uomo, dopo averle abbordate via internet, ha agito non per brama sessuale ma per impadronirsi del loro denaro. Le ha abbattute a bastonate e le ha finite, non curandosi delle loro implorazioni, con i dardi scagliati da una balestra. Era infatuato di quell’arma medioevale che portava sempre con sé e che diventa quasi l’icastico segno di una perdurante barbarie. Con essa, in tempi apparentemente così alieni, dobbiamo fare i conti. Non soltanto, beninteso, a beneficio delle donne, delle nostre impareggiabili compagne di vita

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Titolo: LORENZO MONDO A Bronte non è colpa di Garibaldi
Inserito da: Admin - Agosto 08, 2010, 09:44:54 am
8/8/2010 - PANE AL PANE

A Bronte non è colpa di Garibaldi
   
LORENZO MONDO

Un sedicenne che ammazza a coltellate un tredicenne, durante la lite per una ragazzina contesa. E’ accaduto a Bronte, un paese alle falde dell’Etna, felicemente noto per la produzione di inarrivabili pistacchi. Suscita turbamento questa storia di precoce gelosia, questa riproposizione di uno scontro da «cavalleria rusticana» che coinvolge due minorenni, sebbene uno di essi fosse armato soltanto delle proprie mani.

E’ inutile e ingeneroso accanirsi sulla figura del giovane assassino, che merita qualche attenuante poiché appartiene a una famiglia dissestata, con il padre in carcere e la madre che ne è da poco uscita per spaccio di droga. Una vicenda penosa, su cui non ci sarebbe molto da dire e resterebbe soltanto da compatire, se non fosse per certe reazioni che è accaduto di sentire e che sono il sintomo di un persistente costume.

Appaiono scontate le parole della madre in lacrime che giura sulla bontà del suo ragazzo dalle mani sporche di sangue. Le fa eco il comandante dei carabinieri, il quale afferma che l’assassino non aveva precedenti penali (quasi ignorasse che esiste una prima volta e che a quell’età è possibile recuperare). E tende a ritenere che egli volesse solo spaventare il rivale, come suggerirebbero le ridotte dimensioni del coltello. Poco importa che sia bastato a uccidere e a provocare uno squarcio nella mano di un amico che era intervenuto per dividere i contendenti.

Hai la sensazione di un atteggiamento più che pietoso riduttivo, a partire dal fatto sottovalutato che troppi da quelle parti usino ancora portarsi in tasca un coltello. Peggio accade quando interviene, a chiarire, lo psicologo di turno, secondo il quale Bronte, scenario di frequenti violenze, non «ha ancora elaborato il trauma collettivo dei fatti del 1860, la sconfitta, l’ingiustizia subita, e insieme il senso di colpa»: alludendo con questo alla feroce rivolta contadina, altrettanto ferocemente repressa da Nino Bixio, emissario di Garibaldi, durante l’impresa dei Mille.

Il solo a vederci chiaro sembra essere il sindaco di Bronte, che denuncia «la ferocia e l’indifferenza» esistenti purtroppo nella sua comunità e foriere di altre vittime innocenti. A questo occorre mettere riparo, e il primo passo consiste nel tenere gli occhi aperti senza ricorrere a patetiche, insostenibili giustificazioni o alla fatalistica rassegnazione. Senza addebitare a Garibaldi la colpa di certe primitive sopravvivenze.

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Titolo: LORENZO MONDO Ma l'Italia non è Somalia
Inserito da: Admin - Agosto 23, 2010, 05:59:25 pm
23/8/2010 - PANE AL PANE

Ma l'Italia non è Somalia
   
LORENZO MONDO

È passato il Ferragosto, ma l’ipotizzato sgombero dei somali che hanno occupato abusivamente l’ex caserma dei vigili a Torino, non è avvenuto. Toccherà aspettare un’altra estate? L’indugio sull’episodio è giustificato da una serie di motivi, al di là del fatto nudo e crudo che, d’altronde, non è senza precedenti in città. Va sottolineato innanzitutto il modo in cui i 15 profughi hanno preso possesso del malandato edificio, già messo in vendita da un Comune a corto di fondi. Eran 300 quando sono stati sloggiati da un’altra ex caserma, concessa come rifugio temporaneo, ma solo i 15 sono stati accompagnati, non si sa bene da chi, su un autobus del servizio pubblico, a sfondare le porte di quella che proclamano essere la loro nuova casa. Registriamo questa operazione impunita e farsesca che la dice lunga sulla capillare inosservanza della legge e sulle complicità che ostacolano, nel campo del soccorso umanitario e della sicurezza, ogni benintenzionata iniziativa.

E qui entra in gioco il sindaco Sergio Chiamparino, che tiene duro sulla necessità di un sollecito allontanamento degli occupanti, ai quali era stato proposto «un programma di inserimento con relativo sostegno economico». Chiamparino è uomo d’onore e non c’è da dubitare delle sue parole, tanto più che la maggior parte del gruppo originario dei rifugiati ha accettato l’offerta. Restano i pochi irriducibili, aizzati a suo dire dai Centri sociali e da Rifondazione comunista. Ma allora il discorso si allarga, investe l’offensiva di Chiamparino, condotta in campi diversi, per dare credibilità a una sinistra non ottusa che, puntando sulla civile ragionevolezza e sul diffuso sentimento popolare, trovi la capacità di giocare la sua partita nell’arengo della politica nazionale. Quanto agli irriducibili profughi, bisognerebbe almeno persuaderli che qui, nonostante le nostre magagne, non ci teniamo ancora a diventare Somalia. E affiora un secondo pensiero che si tende a rimuovere. Non possiamo giudicare i criteri con i quali viene concessa la qualifica di rifugiati politici (che si potrebbe estendere paradossalmente a mezzo mondo). Ma sorprende il fatto che nessuno di questi abbia mai pensato, invece di trasferirsi in una Italia malamata e vituperata, di lottare per la libertà e la dignità del proprio paese. Potrebbero magari tornarci, dopo avere imparato, istruiti da qualche zelante patrocinatore, le note baldanzose di Bella ciao.

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Titolo: LORENZO MONDO Corano bruciato e donna lapidata?
Inserito da: Admin - Settembre 12, 2010, 08:40:33 am
12/9/2010 - PANE AL PANE

Corano bruciato e donna lapidata?
   
LORENZO MONDO

Il mondo in balia di un idiota. È l’esatto e lapidario giudizio espresso sulla pensata del reverendo, si fa per dire, Terry Jones, pastore di una minuscola, insignificante Chiesa battista degli Stati Uniti, che ha promesso di bruciare pubblicamente alcune copie del Corano.
Immediata è stata la reazione del generale Petraeus, comandante delle truppe americane in Afghanistan, contro un gesto delirante che - ha detto - potrebbe causare la morte di molti dei suoi soldati. Ma non è soltanto quel teatro di guerra, dove opera il fondamentalismo talebano, a essere in ebollizione.

Crescono le proteste e si minacciano attentati in varie parti dell’ecumene islamica. C’era in fondo da aspettarselo: le famose vignette satiriche su Maometto, che avevano già suscitato tanta rabbia, sono sopravanzate dall’oltraggio al libro sacro che, per i musulmani, non venne ispirato ma dettato da Dio, virgola dopo virgola, al suo profeta.

Noi, cristiani o agnostici, pur deplorando il rogo spettacolare di un libro, caro a moltitudini di credenti, assistiamo con apprensione alla persistenza di un radicalismo religioso così primitivo e minaccioso. Così esteso, al confronto delle minoranze fondamentaliste che allignano nell’americana «cintura della Bibbia».

Chi bruciasse una Bibbia, con tutta l’enfasi possibile, passerebbe da noi inosservato e non, necessariamente, per indifferenza nei riguardi del sacro testo. Perché varrebbe semmai, in linea con i suoi insegnamenti, la sollecitudine per le persone. Nella particolare contingenza, ci preoccupa la sorte delle comunità cristiane del Medio Oriente che, già perseguitate oltre misura, rischiano adesso di pagare un ulteriore tributo di sangue.

Ma non si tratta soltanto d’una questione, per così dire, di famiglia. Accanto agli stolidi propositi del signor Jones abbiamo letto sui giornali, con inquietante coincidenza, i malcerti sviluppi del caso Sakineh, la donna iraniana condannata a morte (l’esecuzione della sentenza è stata sospesa solo provvisoriamente). Non vorremmo che un rogo cartaceo offrisse un pretesto agli ayatollah di Teheran per procedere alla lapidazione effettiva di una donna, in spregio alla mobilitazione degli occidentali «sacrileghi» per la sua salvezza.

Lo «scontro di civiltà» previsto dal politologo Hungtinton si scongiura, oltreché dialogando con l’Islam moderato, evitando anche offensive provocazioni.

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Titolo: LORENZO MONDO Il Papa a Londra nel solco dell'eterno
Inserito da: Admin - Settembre 19, 2010, 06:18:42 pm
19/9/2010 - PANE AL PANE

Il Papa a Londra nel solco dell'eterno
   
LORENZO MONDO


La visita di Benedetto XVI in Gran Bretagna - la prima visita di Stato da parte di un Papa - suggerisce un garbuglio di estemporanee considerazioni. Essa intanto sancisce formalmente il superamento, in sede storica, dell’inimicizia tra la Chiesa di Roma e la nazione plasmata, 500 anni fa, dallo scisma di Enrico VIII.

La persistenza di atavici pregiudizi - di natura teologica e politica - contro i «papisti» non ha più ragion d’essere in una società aperta come quella inglese, per di più segnata profondamente dal multiculturalismo e dall’agnosticismo. D’altra parte, le persone colte hanno dovuto apprezzare per tempo, oltre alla lealtà, la vivacità della minoranza cattolica: insieme alla figura del cardinale Newman, che il Papa è venuto a beatificare, basti ricordare eminenti poeti come il gesuita Gerald Manley Hopkins e l’anglocattolico Eliot, i romanzieri Chesterton e Graham Green. E, più su, all’epoca della grande frattura, l’inobliabile e archetipica presenza di Tommaso Moro, martire della libertà di coscienza.

Assistiamo oggi al paradosso di una Chiesa anglicana, cardine delle istituzioni britanniche, che si presenta afflitta, tra l’accesa controversia e l’inclinazione alla diaspora, da una profonda crisi. Questo non autorizza sentimenti di rivalsa da parte dell’interlocutore.
Il Papa, consapevole di una irreligiosità che non concede tregua a nessuna fede, esorta invece alla difesa delle comuni radici cristiane, contro un «secolarismo aggressivo». Anche se un altro nemico, che ha il volto del fondamentalismo islamico, si è affacciato a turbare il suo viaggio di amicizia con i fratelli separati e di apertura verso lo stesso Islam. Sei spazzini di etnia araba sono stati arrestati per il sospetto che tramassero un attentato sulla strada percorsa da Benedetto XVI. Tutto deve essere ancora accertato, ma intanto è squillato un campanello d’allarme in una Londra memore della strage perpetrata da cittadini inglesi di fede musulmana nel luglio del 2005.

Forse le contestazioni mosse al Papa da certi movimenti (concernono i sacerdoti pedofili, i diritti degli omosessuali, le donne prete) troveranno compensazione in un più diffuso sentimento di unità davanti a un pericolo comune, emblematizzato, nell’attuale circostanza, dalla persona di un Papa eletto a bersaglio. Luci e ombre di un viaggio che, muovendosi attraverso i rivolgimenti e le contraddizioni di una storia secolare, non intende smarrire il solco dell’eterno.

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Titolo: LORENZO MONDO Il dono prezioso della piccola Idil
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2010, 12:16:32 pm
3/10/2010 - PANE AL PANE
 
Il dono prezioso della piccola Idil
 
LORENZO MONDO
 
Grazie Idil, profuga minima dell’infuocata Somalia, grazie ai tuoi sette etti e mezzo di vita che lottano strenuamente per durare. Sei la protagonista di una storia eccezionale, perché venuta alla luce dopo essere stata custodita e nutrita per un mese nel ventre della tua madre morta. Ci commuove questa trasmissione inconsapevole dello spirito vitale che ti ha fatto varcare, tutta sola, il buio prenatale, mentre tenevi ancora un piede nell’aldilà. Così, nel tuo corpicino sembrano raccogliersi le suggestioni di miti e favole antiche, prendere forza, a beneficio di tutti, il sentimento della speranza.

Questo è avvenuto, beninteso, con l’assistenza di medici ai quali non fanno difetto sapienza e umanità. Ma la tua nascita è arrivata nel mezzo di polemiche e sospetti che chiamano in causa la malasanità: una parola nella quale si fanno convergere le deficienze delle strutture ospedaliere e la carente professionalità del personale sanitario. Nell’arco di un mese, si sono moltiplicate le accuse per fatti che hanno comportato, dal Nord al Sud della Penisola, la morte di madri o neonati. Stando alle recriminazioni e denunce, il nostro Paese sarebbe funestato, senza il concorso di Erode, da una strage di innocenti. Inutile osservare che, secondo attendibili statistiche, l’Italia registra al riguardo indici di bassa mortalità che molti ci invidiano. Escludendo gli errori marchiani e i casi conclamati di incuria, come i litigi in sala parto, resta l’impressione che non si accetti l’incidente inevitabile, contro cui non valgono scienza e coscienza. Il dolore spesso non conosce ragioni e merita rispetto. Meno persuade l’atteggiamento di certi parenti delle vittime che, prima ancora di asciugarsi le lacrime, invocano risarcimenti, non soltanto morali, per il danno sofferto.

Tant’è che i ginecologi si sentono sotto attacco e manifestano pubblicamente il loro disagio: «Di giorno siamo in trincea alle prese con il dilemma del tipo di parto da eseguire, di notte non dormiamo più per l’incubo delle denunce». Grazie allora a Idil, anche perché il felice esito della sua nascita avventurosa apre uno spiraglio di riconoscimento e fiducia per i molti medici e infermieri che prestano la loro opera con abnegazione. Uscendo dall’ombra soltanto in casi che colpiscono l’immaginazione e fanno titolo sui giornali. Non confondiamoli con i lestofanti, di ogni genere e specie, che pullulano purtroppo nel nostro Paese.

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Titolo: LORENZO MONDO Gite scolastiche rinunciare si può
Inserito da: Admin - Ottobre 10, 2010, 09:37:35 am
10/10/2010

Gite scolastiche rinunciare si può
   
LORENZO MONDO

Tra le tante proteste, più e meno motivate, degli insegnanti contro i tagli del governo sul sistema scolastico, si affaccia la minaccia di non prestarsi più ad accompagnare gli allievi nelle gite o, detto con parole più impegnative, viaggi di istruzione.

I malumori sono comprensibili, si tratta per loro di ore perse e non retribuite, di un superlavoro faticoso che comporta notevoli responsabilità. Meno comprensibile, senz’altro eccessivo, il lamento sul danno che soffrirebbero i ragazzi se fossero privati di questa forma di vacanza. In realtà, è il caso di dire, non tutto il male vien per nuocere.

C’è da considerare, innanzitutto, il profilo etico della questione. Si è affermato infatti nelle scuole italiane un andazzo che prevede trasferimenti per più giorni in luoghi lontani e di forte richiamo turistico, a costi piuttosto elevati. È una scelta che diventa discriminatoria per i non abbienti, penalizzante anche se i loro genitori, per evitare frustrazioni, devono sottoporsi a sensibili sacrifici.

Mentre le famiglie con maggiori disponibilità potrebbero provvedere da sole, senza il supporto della scuola, a «istruire» i loro rampolli. Basterebbe semmai, a stimolare sensibilità e intelligenza, scandagliare la regione di provenienza, facilmente accessibile da ogni punto di vista. Non c’è territorio, in qualunque plaga d’Italia, che sia avaro di offerte paesaggistiche, artistiche e storiche. Con le dovute eccezioni, appare dubbioso anche il profitto che si trae da siffatte spedizioni. I docenti si trovano sovente alle prese con allievi indisciplinati e tardi, devono contrastare (parlo di ragazzi delle scuole superiori) le loro pulsioni trasgressive, tra amoreggiamenti e soste in birreria.

L’ultimo pensiero dei discenti sono i musei, le cattedrali, le testimonianze storiche che dovrebbero essere l’obbiettivo primario del viaggio. Assistono annoiati alle spiegazioni, riservate di solito a una piccola covata di resistenti; rumoreggiano disturbando i visitatori e bisogna stare attenti - professori e custodi di musei - perché non facciano danno.
Rabbrividisco ancora al ricordo di uno zaino strusciato ribaldamente contro un affresco in quel di Ferrara. Insomma, il «viaggio di istruzione» si risolve spesso in pura perdita sotto il profilo conoscitivo. E non sarà la minacciata sospensione, o un più sobrio contenimento - se ne persuadano gli insegnanti protestatari - a turbare la nostra coscienza

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Titolo: LORENZO MONDO Quando vincono le buone notizie
Inserito da: Admin - Ottobre 17, 2010, 03:46:54 pm
17/10/2010 - PANE AL PANE

Quando vincono le buone notizie
   
LORENZO MONDO

Che sollievo! È quello che abbiamo provato per il salvataggio dei 33 minatori cileni rimasti intrappolati per 60 giorni nelle viscere della terra. Ma anche, ad un secondo pensiero, per l’attenzione provocata nei media, con alti indici di ascolto, da una buona notizia: caduta nel bel mezzo del parossismo innescato dal nefando delitto che ha avuto come vittima Sarah, la ragazza di Avetrano.

Il crimine, si sa, è una irriducibile passione mediatica nazionale. Non c’è altro paese che dedichi altrettanto spazio, attraverso i dibattiti di giornali e televisioni, alle efferatezze della cronaca nera. Quando non basta la stretta attualità, si ripropongono, aggrappandosi a pseudonotizie e futili pretesti, fatti di sangue dei quali si sarebbe persa memoria.

Dove si tratti dell’onesta testimonianza di un diffuso malessere nazionale o di un voyeurismo callidamente indotto, è materia di sociologi e psicologi. Certo non dovrebbe considerarsi ineluttabile questo appiattimento sulle manifestazioni più sconfortanti dell’agire umano (e mettiamoci in coda le non edificanti rissosità che contraddistinguono la vita politica, le scempiaggini e le volgarità che imperversano negli spettacoli di intrattenimento televisivo).

La storia della miniera di Atacama sta a dimostrare che è possibile e fruttuosa una immissione di aria pulita nelle rappresentazioni irrespirabili che ci vengono fornite del mondo in cui viviamo. Senza indulgere con questo a edulcorate, pacificanti considerazioni.
Alla base di Esperanza si sono registrate, da parte dei minatori e dei soccorritori, toccanti prove di coraggio e solidarietà, perfino di attaccamento alla comunità nazionale, che ci riconciliano con la specie umana. Abbiamo apprezzato le risorse tecnologiche e l’efficienza progettuale che hanno permesso di condurre a buon fine le operazioni di soccorso. Ma non si possono dimenticare le condizioni di lavoro degli uomini del sottosuolo, le vittime, nello stesso Cile, di altri precedenti disastri.

Può infastidirci il corteggiamento mediatico che rischia di «guastare» gli scampati, l’eventuale sfruttamento politico dell’impresa. Resta tuttavia, al netto, la positiva conclusione della vicenda. Si tratta ovviamente di un caso eccezionale, che ha suscitato una speciale emozione perché sfiorato, fino all’ultimo, dall’ala della tragedia. Eppure lascia sospettare che tanta gente sia disposta ad appassionarsi, non solo per l’orrore e l’insipienza, ma anche per la quotidianità delle «buone notizie».

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Titolo: LORENZO MONDO Rifiuti spazzati da un segnale forte
Inserito da: Admin - Ottobre 24, 2010, 10:36:58 am
24/10/2010 - PANE AL PANE

Rifiuti spazzati da un segnale forte
   
LORENZO MONDO

Davanti alla disastrosa invasione dei rifiuti napoletani e all’incapacità di provvedere al loro pacifico smaltimento, vien da fare un «modesta proposta», che potrebbe essere suggerita dal reverendo Jonathan Swift di graffiante memoria: perché non mangiarli, questi rifiuti? Si potrebbe rispondere così alle parole, in fondo non meno surreali, del vescovo di Nola, che si è schierato con i Comuni vesuviani avversi alla nuova discarica, rammentando che «la legge è per l’uomo e non l’uomo per la legge». Perché queste e altre considerazioni, accettabili in linea di principio, non sanno spiegare come si debba affrontare un evento che getta ombre funeste sulla vantata solarità del Golfo.

Esistono certo grosse responsabilità, a monte e a valle, che si sono taciute per insipienza e complicità. Per tanti anni ci si è illusi che bastasse trasferire, con grande dispendio, la «monnezza» napoletana sui treni avviati in Germania e sulle navi in Sardegna. Ma la festa è finita. E ci troviamo a deprecare che non si sia proceduto con rapidità e fermezza alla creazione di termovalorizzatori, che non si sia almeno imposta la raccolta differenziata dei rifiuti. A Napoli essa si attesta al 15% e rende inevitabile, per quanto si strilli, il ricorso alle discariche. Se quelle esistenti non sono state gestite correttamente, appare comprensibile la protesta delle popolazioni. Ma questa pagina nera del Sud certifica anche la dissoluzione di ogni spirito di solidarietà. Come dimostra tra l’altro il rifiuto opposto dalle province di Caserta, Avellino e Benevento ad accogliere parte dell’immondizia prodotta nel Napoletano. Tante ombre che si affacciano sul richiesto federalismo «solidale».

Intollerabile è comunque la guerriglia scatenata a Terzigno e dintorni, che denuncia una inquietante arrendevolezza dello Stato davanti alla criminalità. Perché, inutile nasconderselo, il tricolore bruciato dai rivoltosi accenna, più che a tentazioni secessionistiche, alla non esibita bandiera della camorra. Che fare, in tanto dissesto ambientale e sociale? A conti fatti, non sembra possibile rinunciare alla contestata, seconda discarica, garantendo in modo chiaro e sollecito le compensazioni previste per i territori coinvolti. E dando finalmente segnali forti, non compromessi da ritardi di natura burocratica e malavitosa, su interventi strutturali che rasserenino l’orizzonte della Campania. Perché Napoli, nella sua disperata vitalità, continua a eruttare tonnellate di maleodoranti rifiuti

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Titolo: LORENZO MONDO A cosa serve la Lega del Sud?
Inserito da: Admin - Ottobre 31, 2010, 10:31:08 pm
31/10/2010

A cosa serve la Lega del Sud?

LORENZO MONDO

È stata annunciata a Palermo la nascita di un nuovo partito, che si chiamerà «Forza del Sud». È la creatura vagheggiata da Gianfranco Miccichè, sottosegretario nel governo Berlusconi: una Lega meridionale che dovrebbe ramificarsi in Calabria, Puglia, Campania e bilanciare, a destra, il peso che la Lega Nord di Umberto Bossi esercita sul governo. Secondo le parole del fondatore, resterà ancorata al Pdl, prendendo semmai le distanze da quella parte del partito di Berlusconi rappresentata nell’isola dal Guardasigilli Angelino Alfano e dal presidente del Senato, Renato Schifani.

Ma distinguendosi anche dal governatore Lombardo, che ha aperto la sua giunta a un’alleanza variegata che include il Pd ed esclude proprio Forza Italia. Il Lombardo che, per parte sua, non perde occasione, giocando di rimessa, per mettere sotto accusa il Risorgimento e vantare il progresso morale e civile del governo borbonico, dicendosi favorevole al federalismo e perfino alla secessione. Più che l’unità d’Italia sembrerebbe per il momento in gioco l’unità della Sicilia.

Non è un bell’inizio per Miccichè, il quale si propone di sbaragliare gli avversari, forte dei clamorosi consensi ottenuti per il Cavaliere nelle elezioni regionali del 2001. Ma la partita vera riguarda il confronto emulativo con la Lega Nord. Intendiamoci, non è che le genti del Sud non abbiano il diritto di esprimersi per un autonomo reggimento. Ma il partito di Bossi è stato ed è avvantaggiato da alcune non trascurabili circostanze.

È nato dal declino della Prima Repubblica, che ha spazzato via o indebolito i partiti esistenti lasciando libero il campo per nuove formazioni. Non è ciò che accade propriamente oggi, dove di partiti, esposti a un’amebica frantumazione e moltiplicazione, ce ne sono anche troppi. In secondo luogo, occorre tenere conto del divario economico ed efficientistico che divide il Nord dal Sud. Il federalismo «virtuoso» che entrambe le leghe, almeno a parole, propugnano, presenta ben altre difficoltà per un Meridione gravato da impressionanti dissesti e inadempienze. Tuttavia, mai dire mai, lasciamo aperto qualche spiraglio all’ottimismo.

Auguriamoci che tutto, nell’orgogliosa Trinacria, non si risolva nelle solite faide tra cacicchi, nelle contrapposizioni personalistiche disposte ai più mirabolanti trasformismi, a mascherare non limpidi interessi impastando in un solo calderone destra e sinistra, garibaldini e mafiosi, federalismo e antirisorgimento. La Sicilia, e non soltanto, ha bisogno d’altro

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Titolo: LORENZO MONDO Per il bene del Paese
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2010, 09:03:16 am
14/11/2010 - PANE AL PANE

Per il bene del Paese
   
LORENZO MONDO

L’impudicizia delle parole. Non c’è raggruppamento politico o tribale, leader o gregario che, nella crisi imperversante, non affermi di agire per il bene del Paese.

Il presidente del Consiglio è deciso ad affrontare la tempesta opponendo alla incombente sfiducia del Parlamento la fiducia degli elettori. Per il bene del Paese. Nel quale include anche l’assoluzione per gli atteggiamenti inconsulti con i quali si è adoperato a demolire la propria figura ed a rallentare fino alla paralisi la politica del governo. Fini ha mosso a Berlusconi una guerra senza quartiere, contestando un programma che due anni fa, sulla spinta del voto popolare, aveva sostanzialmente condiviso. Proclama di agire per il bene del Paese, ma non sfugge ai cittadini che la sua competizione con il premier ha un forte taglio personalistico, nasce dall’impazienza per una successione alla leadership del centrodestra che si è protratta oltre misura nel tempo.

Anche la sinistra vanta di battersi per il bene del Paese. Peccato che le sue proposte più nitide si risolvano in un antiberlusconismo pregiudiziale, che non concede all’avversario nessuna attenuante per la crisi internazionale e nessun benché minimo riconoscimento per qualche innegabile risultato. Inutile attendere tra tante fumose astrazioni un riconoscibile progetto. È un’armata Brancaleone che, nella prospettiva delle elezioni, dovrà vedersela con le sue incompatibili componenti, tra chi guarda al centro e chi ascolta le sirene di una sinistra più radicale. Per il bene del paese si batte anche Casini, vagheggiando un terzo polo che, non si sa come, dovrebbe conciliare la matrice cattolica dell’Udc con il laicismo dei «futuristi» di Fini.

La sola ad avere le idee chiare, al di là delle ricorrenti sgangheratezze, è la Lega di Bossi, che insegue la stella fissa del federalismo, per il bene del paese identificato in prima istanza con le rivendicazioni del Nord. L’impressione del paese, che tutti vorrebbero soccorrere, è di una guerra per bande, che non esclude mercimonio e tradimento, e si placa soltanto nella difesa comune degli scandalosi privilegi del personale politico. Non stupisce allora che il Paese si rinserri e frantumi nella difesa dei propri spazi vitali, dando libero corso a interessi familiari e corporativi (compresi quelli ignobili degli evasori fiscali).
In attesa che passi la nottata, che il paese reale possa confrontarsi finalmente con una classe politica autorevole e degna.

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Titolo: LORENZO MONDO Canta che ti passa
Inserito da: Admin - Novembre 21, 2010, 11:47:29 am
21/11/2010 - PANE AL PANE

Canta che ti passa

LORENZO MONDO

Ci mancava anche questa per Napoli, che non sa come sbarazzarsi delle tonnellate d’immondizia, che patisce l’ombra lunga provocata dal disfacimento dell’antica Pompei. Si direbbe una ciliegina sulla torta, se l’espressione non apparisse in tutti i sensi inappropriata per l’infelice capitale del Sud. Parlo del severo richiamo della Commissione europea per il concerto di Elton John tenuto nel 2009 per la festa di Piedigrotta. Nessuno nega il successo della manifestazione, che ha richiamato in piazza 80.000 persone. Non di questo si discute, ma del fatto che il concerto sia stato pagato 720.000 euro, una cifra attinta dai fondi europei per lo sviluppo regionale. Un utilizzo contestato da Bruxelles, che esige il rimborso della somma, deducendola dalle future erogazioni a beneficio della Campania. Perché quell’evento isolato e costoso non era tale da favorire lo sviluppo strutturale del turismo nel territorio campano.

Riccardo Marone, all’epoca assessore nella giunta Bassolino (sempre lui), si arrampica sugli specchi per esaltare la «promozione turistica» esercitata in tutto il mondo dalla Piedigrotta firmata Elton John. Come se il cantante inglese fosse espressione diretta della cultura napoletana e non una occasionale, opportunistica sovrapposizione. E’ Napoli, con le sue tradizioni e canzoni popolari, che può sedurre semmai gli stranieri, non Elton John che ha un profilo internazionale e appartiene a tutti. Più che di una promozione turistica sembrerebbe trattarsi allora di una promozione politica, di una iniziativa intesa a ottenere un facile consenso, ricorrendo all’abusata pratica dei «circenses».

Lasciamo stare le considerazioni di ordine culturale sulla genuinità della manifestazione. Accantoniamo le obiezioni di ordine funzionale che arrivano da Bruxelles, la particolare destinazione dei fondi. Resta la disinvoltura, e l’improntitudine, con cui tanto denaro è stato buttato per un concerto: esibito in un contesto non eludibile e raccapricciante come quello di Napoli, che deturpa sul piano internazionale la fisionomia della città e per il quale si invocano ben altre preoccupazioni e interventi. Nell’immaginario collettivo, Elton John si trova a gorgheggiare sulla monnezza e sui crolli di Pompei. Lascia l’amaro in bocca la sensazione che, nel passare degli anni e nella pur faticata crescita civile, si tenda ancora ad affidarsi al pigro e fatalistico «canta che ti passa».

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Titolo: LORENZO MONDO Lasciamo stare i monumenti - (superficialità o ipocrisa?)
Inserito da: Admin - Novembre 28, 2010, 06:28:38 pm
28/11/2010 - PANE AL PANE

Lasciamo stare i monumenti


LORENZO MONDO

Sui monumenti, no. Prescindiamo da un discorso articolato sulle ragioni, le contraddizioni e i limiti della protesta studentesca.

Basti dire che si tratta di una manifestazione consistente ma ingigantita dalla inevitabile semplificazione mediatica e discorsiva, secondo cui a scendere in piazza sono «gli» studenti: trascurando la grande maggioranza dei ragazzi che tacciono o che, dove gli è consentito, assistono tranquillamente alle lezioni impartite da docenti refrattari alla protesta.

Basti dire che slogans e striscioni sembrano esulare dal merito della riforma Gelmini che, a giudizio di molti esperti non assimilabili alla destra di governo, contiene dopo decenni di paralisi importanti elementi di novità, combattendo la corruzione e valorizzando il criterio del merito nella nostra disastrata università. Qui interessa piuttosto l’uso dei monumenti fatto dai dimostranti. A Roma si sono arrampicati sul Colosseo, sono saliti sulla torre di Pisa e a Venezia sulle cupole di San Marco, hanno occupato a Padova la basilica del Santo e a Torino la Mola Antonelliana, insieme ad altri meno appariscenti e famosi simboli di città italiane.

Si tratta appunto di simboli che, nella loro compattezza, appartengono a tutti i cittadini e solo arbitrariamente possono essere confiscati a beneficio di una componente sociale o politica. Soltanto i residuati del Sessantotto possono gioire di questa visibilità ottenuta a buon mercato, di atteggiamenti che, quando non sono inquinati dai mestatori di professione, risentono per qualche parte di una giocosa, irresponsabile goliardia.

Innanzitutto andrebbe rispettato il libero accesso ai monumenti di turisti e visitatori, che rappresentano una risorsa preziosa per
l’immagine e lo sviluppo di una città. Ma conta anche di più la tutela e la sicurezza dei nostri beni culturali che rischiano di essere compromessi da incontrollate, tumultuose invasioni (quando tutto sarà finito, ci toccherà contare i danni?). Ecco, si vorrebbe che proprio coloro che si reputano l’élite della classe studentesca, che deprecano i tagli dei governanti, non alla sola Università, ma all’intero comparto culturale, mostrassero una maggior sollecitudine per espressioni così significative del nostro patrimonio artistico e architettonico. Non gli passa nemmeno per la testa, che anche questo gioverebbe a ottenere una maggiore attenzione e credibilità per le inquietudini di cui si fanno legittimi portatori

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Titolo: LORENZO MONDO Se il boss chiede perdono
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2010, 09:03:42 am
5/12/2010 - PANE AL PANE

Se il boss chiede perdono

LORENZO MONDO

Dall’aula del carcere di Palermo, al processo che lo vede imputato insieme ad altri cinque complici per l’assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo, Gaspare Spatuzza chiede perdono ai suoi genitori. Parla di quell’«angelo», la cui morte peserà su di lui come un macigno per l’eternità, sostiene di fremere al pensiero di incontrarlo nell’aldilà. Con una inattesa proprietà di linguaggio (c’entrano gli avvocati?), si scusa anche con «tutta la società civile che abbiamo violentato e oltraggiato». Il capo della Procura nazionale antimafia Piero Grasso e il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia affermano di credere al suo ravvedimento morale e religioso, anche se non si può escludere che la loro comprensione sia dettata dall’uso che stanno facendo del discusso pentito nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992.

I genitori del bambino, che finì strangolato e sciolto nell’acido dopo oltre due anni di prigionia, respingono con durezza la richiesta di perdono: Spatuzza e i suoi complici devono stare per sempre in carcere. Francamente, non ci si poteva attendere da loro una risposta diversa. La ricostruzione del sequestro rilasciata dal boss in teleconferenza ne ripropone tutta l’efferatezza, spargendo sale sulle ferite. È vero che in un processo si esige l’aderenza alla realtà fattuale, ma forse Spatuzza si è lasciato prendere la mano, dilapidando con un rinnovato orrore l’effetto della commozione: «Legammo il bambino come un animale e lo chiudemmo nel cassone di un furgoncino, piangeva per la paura». Il discorso va tuttavia allargato e investe l’abuso che si fa del concetto e della parola perdono nei più turpi e atroci fatti di «nera». Basti, in prima battuta, ricordare il comportamento di certi cronisti che si avventano con il microfono sui parenti delle vittime per sentire, a sangue ancora caldo, come la pensino.

A ben vedere, non sfugge alla stessa impudicizia l’appello di Spatuzza. Escludiamo pure che intenda barattare i suoi nuovi sentimenti con uno sconto di pena, che sia indubitabilmente sincero. Ma invece di richiedere il perdono, che risulta del resto inesigibile da parte del più diretto interessato, dovrebbe limitarsi a raccontare la verità e a macerare il suo pentimento nell’intimo della coscienza, accettando come necessaria forma di espiazione la condanna che gli verrà inflitta per il suo delitto. Perché il perdono eventualmente concesso non estinguerebbe la sua colpa. Il di più, in gente di tal fatta, non sfugge al sospetto di una pretestuosa sceneggiata.

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Titolo: LORENZO MONDO Il "peccato" di Indro
Inserito da: Admin - Dicembre 12, 2010, 04:23:07 pm
12/12/2010 - PANE AL PANE

Il "peccato" di Indro


LORENZO MONDO

Viene per la prima volta ristampato, dai lontani Anni Trenta, XX Battaglione eritreo di Indro Montanelli (ed. Rizzoli, a cura di Angelo Del Boca). È il libro, che oscilla tra il taccuino di guerra e l’idea di romanzo, di un giovane partito come volontario per l’Africa e scritto nelle ore di veglia. I capitoli che aveva inviato al padre furono messi insieme e pubblicati in Italia a sua insaputa, ottenendo un successo di stima.

Montanelli, come confessa nella prima pagina del libro, va in Africa «anche per ragioni letterarie», che ritiene tuttavia inseparabili dalla maturazione di una coscienza d’uomo. E questa deve foggiarsi nel sentirsi degni dei padri che hanno fatto il Risorgimento e combattuto sul Carso.

Montanelli crede nel mito dell’Impero e nella lungimiranza di Mussolini, nel valore spavaldo della propria testimonianza: «Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di banco di scuola».

Apprezza lo spirito bellicoso degli ascari posti sotto il suo comando ma, questo il tratto meno accettabile, non manifesta alcuna considerazione o generosità per il nemico. La guerra resta sullo sfondo (d’altronde egli lascerà presto la prima linea per una sopraggiunta infermità) mentre lo scrittore rivela le sue doti soprattutto nella descrizione del superbo, primevo paesaggio del Tigrai.

Ma perché non ha mai voluto ripubblicare quel libro? Non perché se ne vergognasse. Assai per tempo ha saputo liberarsi dall’infatuazione giovanile per il regime, passando dalla fronda all’antifascismo. Non ha mai celato, come altri della sua generazione e appartenenti a campi politici contrapposti, i suoi trascorsi. Immune da ogni sorta di giustificazionistico revisionismo, ha condotto soltanto una lunga polemica con Angelo Del Boca che aveva documentato il massiccio impiego dell’iprite e dei gas asfissianti contro gli abissini. Fu costretto a malincuore ad arrendersi di fronte all’evidenza. Fino all’ultimo cercò di allontanare almeno quell’onta dalla sua giovanile avventura, già compromessa dalla buona fede tradita. Ecco, ha voluto forse riservare gelosamente per sé il dissidio, indotto dal suo libro battesimale, tra innocenza e rimorso. È un documento di prim’ordine sullo smarrimento ideologico e morale di una generazione, riscattato in lunghi anni di militanza giornalistica all’insegna della più inquieta e rigorosa indipendenza. Un libro che aiuta a capire, il prima e il dopo.

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Titolo: LORENZO MONDO Un regalo al Cavaliere
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2010, 10:55:48 am
19/12/2010 - PANE AL PANE

Un regalo al Cavaliere

LORENZO MONDO

Questa settimana Berlusconi ha messo a segno due buoni colpi. Il primo, il più appariscente e magari provvisorio, riguarda la fiducia ottenuta alla Camera, sia pure con soli tre voti. Il secondo risultato lo ha ottenuto, senza suo merito, grazie alla cieca violenza dei dimostranti che hanno devastato a Roma Piazza del Popolo, con le colonne di fumo che si sono levate intorno al tempio dove si trovano i capolavori di Caravaggio. Non c’è dubbio che, in una prospettiva elettorale, quello spettacolo, ed altri che potrebbero verificarsi, resteranno impressi nella memoria dei moderati e benpensanti. Più ancora del tentato assalto al Parlamento, che non rappresenta Berlusconi ma gli italiani e che, ad onta delle sue manchevolezze, è il solo avallo di un sistema democratico.

L’accesa dimostrazione degli studenti, che concentrano sulla riforma Gelmini il senso di un più diffuso disagio, è di per sé legittima. Deve essere pertanto distinta dal teppismo dei rivoltosi che si abbeverano a ideologie anarcoidi e disfattiste. Ma è facile confondersi, anche perché si è registrata tra gli studenti un’area di connivenza, di mancato rifiuto nei confronti della feccia. Peggio hanno fatto certi esponenti dell’opposizione che, ripetendo funesti errori del passato e agitando lo spettro del complotto, hanno parlato di infiltrati nella sommossa che apparterrebbero alle forze dell’ordine. Una ipotesi smentita dalla realtà, che si appoggiava tra l’altro a documenti artefatti e menzogneri. Decisamente, la Sinistra continua a farsi del male. Si aggiunga la circostanza che i pochi dimostranti fermati hanno ottenuto dai giudici la libertà, in attesa di processi di là da venire.

I giudici avranno le loro ragioni, anche se ci hanno avvezzati spesso a pronunce imperscrutabili. Ma quell’insospettabile galantuomo che è Antonio Macaluso non nasconde le sue forti perplessità: «Possibile che i veri “cattivi” siano fuggiti e che le forze dell’ordine abbiano sbagliato praticamente tutti i fermi?». Non sarà che i facinorosi si sentiranno autorizzati a fare festa e a progettare nuove imprese? I fatti di Roma devono essere affrontati nel rispetto delle regole democratiche ma con inflessibile rigore. Il discorso vale di per sé e per ogni occasione, ma si proietta sulle elezioni a venire, che si vincono e si perdono anche sul tema della sicurezza. Per questo, davanti a certi misfatti, il Cavaliere può essere indotto al sorriso.

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Titolo: LORENZO MONDO Macchia indelebile per quel Presidente
Inserito da: Admin - Gennaio 02, 2011, 06:50:56 pm
2/1/2011 - PANE AL PANE

Macchia indelebile per quel Presidente

LORENZO MONDO

Sembra dunque che Cesare Battisti, il pluriassassino riparato in Brasile, non sarà estradato in Italia. Otterrà l’asilo politico con ipocrite motivazioni, come la difesa della sua incolumità, messa non si sa come a rischio, e la sottrazione alla condanna dell’ergastolo (non contemplato nell’ordinamento giudiziario brasiliano ma abolito di fatto anche in Italia). E’ comprensibile il risentimento manifestato dai familiari delle vittime e in particolare da Alberto Torregiani che, ferito nell’agguato brigatista e costretto alla carrozzella, è diventato l’icona di una giustizia negata. Battisti, che non ha mai manifestato pentimento, avrà di che rallegrarsi. Ma è emerso qualcosa in questa storia che oltrepassa il destino di un delinquente. Lui, possiamo perfino condannarlo alla dimenticanza: che Dio lo danni. negli incubi notturni e nella mala ventura, che i figli si rivoltino contro il suo sangue cattivo, e così sia. Più avvilente il fatto che certi governi, proteggendolo, abbiano travisato e infamato la nostra storia, quella dolorosa, e affrontata coraggiosamente dalla società civile, degli «anni di piombo».
E’ stata prima la Francia, tra Mitterrand e Sarkozy, a concedere l’asilo e poi la fuga al «proletario armato per il comunismo»: manifestando la tipica spocchia di chi invoca, anche a sproposito, i sacri principi dell’Ottantanove, e si mostra incline a transigere sugli errori dell’intellighenzia (capirete, Cesare Battisti è uno scrittore di «gialli»!).

Poi è toccato al Brasile di Lula. Certo, l’America Latina sconta un retroterra di spietate guerre civili, di lotte a oltranza contro regimi autoritari, che potrebbero indurre taluno a considerazioni svianti sulle vicende di altri paesi. Ma da noi non esisteva, se non nelle farneticazioni dei brigatisti, una bieca dittatura, non c’erano «squadroni della morte» e non si scaraventavano gli oppositori dagli aerei in volo sull’oceano. C’erano istituzioni democratiche e un consenso generale, da destra a sinistra, alla lotta contro la follia eversiva.

In altre parole, non si può scambiare l’Italia di allora con il Sudamerica. Se non soccorre una elementare cultura, basta informarsi, per salvaguardare la buona fede da inconfessate solidarietà ideologiche e da compromessi legati alla politica locale. E’ triste, e rafforza le pessimistiche riflessioni sulla Storia, che il presidente Lula, apprezzabile per vari motivi, voglia congedarsi dal suo mandato con la macchia indelebile di avere graziato, senza averne diritto, un assassino impenitente

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Titolo: LORENZO MONDO Salman Taseer, un uomo giusto
Inserito da: Admin - Gennaio 09, 2011, 11:20:43 am
9/1/2011 - PANE AL PANE

Salman Taseer, un uomo giusto

LORENZO MONDO

La strage di copti ad Alessandria d’Egitto ha messo in ombra, per le sue dimensioni e per essere vicina a noi, l’assassinio di Salman Taseer, avvenuto a Islamabad per mano di un fanatico musulmano che era anche una sua guardia del corpo. Taseer era il governatore del Punjab, la regione più ricca ed evoluta del Pakistan, apparteneva al partito progressista di Benazir Bhutto, assassinata tre anni fa, ed era musulmano come il suo carnefice.

Aveva il destino segnato da quando aveva preso le difese di Asia Bibi, una donna povera, di religione cristiana, condannata a morte con l’accusa di avere insultato Maometto. Non soltanto aveva chiesto la grazia per lei al presidente del Pakistan, ma aveva sostenuto che la legge contro la bestemmia, di per sé iniqua e fonte di pretestuose rivalse, doveva essere abolita. L’aveva definita, in urdu, una «kala kanoon», una legge nera. La morte di questo uomo giusto e coraggioso ha suscitato commozione, ma anche manifestazioni di giubilo, nel suo Paese.

Il numero infimo dei cristiani del Pakistan (il due per cento di 170 milioni) dà la misura del fanatismo che vorrebbe estirparli, della sua enormità. Il fatto si presta a letture diverse. Invita da un lato ad accostarsi al mondo islamico con maggiore equità e lungimiranza, a considerare che non rappresenta una entità compatta in cui siano assenti energie positive, aperte al rinnovamento e al dialogo. Dall’altro suscita sgomento perché vengono soffocate e soppresse in tanti Paesi musulmani le voci più libere, mentre si esita quanto meno ad ammettere fino in fondo la responsabilità di certi crimini.

Sia pure in un diverso contesto geografico e culturale, stupisce ad esempio l’atteggiamento del capo spirituale della moschea di Al Azhar che, all’indomani dell’eccidio di Alessandria, si adonta con il Papa perché ha chiesto, con quella che è ritenuta una indebita ingerenza, maggior protezione per i cristiani d’Egitto: invitandolo per di più a un gesto di distensione nei confronti dei musulmani. Il che, nella circostanza, diventa un paradossale rovesciamento delle parti. Come se, vittime dell’attentato sanguinoso, fossero i musulmani, magari sulle rive del Tevere. Conserviamo rispetto per l’imam Al Tayyeb, che in più occasioni si è espresso a favore della libertà religiosa, della pari dignità di ogni fede. Ma ci lasci dire che, al momento, tutto lo spazio della nostra commossa ammirazione è riservato a Salman Taseer, alla sua nitida e fattiva intransigenza nella difesa di un diritto impersonato da una donna, ultima della terra, che si chiama Asia Bibi.

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Titolo: LORENZO MONDO Per quel bimbo morto di freddo
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2011, 11:08:50 am
16/1/2011 - PANE AL PANE
 
Per quel bimbo morto di freddo
 
 
LORENZO MONDO
 
Ha provocato sconcerto, commozione, indignazione il fatto che un neonato sia morto, presumibilmente di freddo, nella centralissima Piazza Maggiore di Bologna. Il piccolo Devid non era stato abbandonato in un cassonetto ma si trovava all’addiaccio in compagnia dei genitori, di un gemellino e della sorellina più grande, un anno e mezzo. Inutile la corsa nella vicina farmacia e l’arrivo dell’ambulanza. La città si interroga, facendo rimbalzare dall’una all’altra istituzione responsabilità e sensi di colpa. Com’è potuto accadere? Padre e madre, che vivono di occasionali e malcerti lavori, di mense per poveri, hanno scelto come abitazione la strada. Lei ha avuto cinque bambini da tre uomini diversi, due le erano stati tolti e dati in affido dai servizi sociali. Per questo, a suo dire, temendo che le fossero sottratti anche quelli rimasti, rifiutava le offerte di ricovero che pure non erano mancate.

È un caso tristissimo intorno al quale si è creata molta confusione. Non è possibile incasellarlo, come è stato fatto, nelle nuove forme di povertà dovute alla crisi economica. Appare anche stonato il soverchio intenerimento per una madre che a nessun costo vuole separarsi dai propri figli. Qui sociologia e psicologia da strapazzo si danno la mano. Mettiamo come punto fermo che ci troviamo in presenza di genitori sciagurati. Non possiamo dimenticare i trascorsi della madre, la sua disinvoltura nel figliare, e la cieca ostinazione a «proteggere» le sue creature esponendole alla privazione e alla morte. A nessuno, tanto più se affetto da turbe comportamentali, va negata comprensione, ma non a scapito della verità, della salvaguardia di piccoli innocenti. È partendo da queste basi, dalla comprovata incapacità dei genitori, che si può affrontare l’altro corno del problema. Ci si chiede perché i servizi sociali del Comune e i vari enti assistenziali non abbiano provveduto per tempo a sottrarre i figli alla coppia. Bastava adeguarsi ai due casi precedenti, e non era certo difficile seguire la traccia della scombinata famiglia per le vie di Bologna. C’è stata distrazione, smagliatura nella rete protettiva, forse inconsapevole stanchezza davanti a una situazione scivolosa. Così abnorme che avrebbe dovuto rendere più avvertiti e solleciti. Resta il fatto che il piccolo Devid è rimasto vittima, in diversa misura, del contesto sociale e della madre che lo ha messo al mondo. Non poteva esserci maggiore abbandono nella morte di un neonato che tutti, adesso, affermano di piangere.
 
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Titolo: LORENZO MONDO Teniamoci stretto questo tricolore
Inserito da: Admin - Gennaio 23, 2011, 05:22:44 pm
23/1/2011 - PANE AL PANE

Teniamoci stretto questo tricolore


LORENZO MONDO

I 150 anni dall’unità d’Italia offrono l’invito a ripensare e riaggiustare anche in senso federalista, secondo le esigenze dei tempi e le accertate manchevolezze, il patto fondativo che ci ha fatti nazione. Ma devono anche liberarci dalla faziosità e dall’incultura che mettono in forse l’unità del paese e inducono al disprezzo del vessillo tricolore. Al centro del discorso, si sa, c’è il Risorgimento, la fondatezza e la dignità delle sue ragioni.

Ed è soprattutto alle estremità della penisola, tra il Nord e il Sud, che si confrontano i più esagitati contestatori del moto unitario. Con una rimozione pudibonda di elementari dati di fatto. Dalla Padania in odore di secessionismo si trascura che a impinguare i Mille di Garibaldi furono soprattutto i patrioti lombardi, seguiti da liguri e veneti. Quelli che riscoprono all’opposto la progressiva mitezza del regime borbonico dimenticano che le menti più aperte e avanzate del Meridione si pronunciarono allora per l’unità. Magari obtorto collo, avendo dovuto accettare l’opzione monarchica e il pennacchio del re piemontese.

Dovremmo assistere a un comico, antistorico, mea culpa?
Soltanto la rozza semplificazione di un «Risorgimento senza eroi» potrebbe inoltre svilire gli entusiasmi e i sacrifici di chi si spese nobilmente nelle cospirazioni e nelle battaglie risorgimentali, fino a ispirare i più consapevoli martiri della Resistenza.

Le reciproche efferatezze nella guerra contro il brigantaggio, le inadempienze dello Stato unitario, i ritardi nell’estensione dei diritti civili alle masse popolari, la criminalità organizzata che si mostra irriducibile fino ai nostri giorni, non vanificano gli acquisti di una modernità che non può prescindere da uno Stato unitario. È rimasta piuttosto, in modo più acuto di quanto sia avvenuto altrove, la stentata coscienza di una solidarietà nazionale. Ma chi si trova provvisto di sufficiente senno dovrebbe essere quanto meno orgoglioso di condividere con tutti gli italiani le espressioni di un’alta civiltà, a partire da una lingua straordinaria che purtroppo sentiamo continuamente bistrattare.

Non c’è rivendicazione, ragionevole o stolida, che possa lacerare impunemente questo ammirevole tessuto culturale. Personalmente, mi sento molto legato alla mia terra piemontese, coltivo nordici sensi, ma non saprei rinunciare all’abbraccio ideale con un Verga o un Pirandello, dimenticare l’amicizia con uno Sciascia o un Bufalino. All’ombra, massì, del vivido tricolore

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Titolo: LORENZO MONDO Céline contro Céline
Inserito da: Admin - Gennaio 30, 2011, 11:22:20 am
30/1/2011 - PANE AL PANE

Céline contro Céline

LORENZO MONDO

Maretta, negli ambienti culturali francesi, per la riproposizione del caso Céline a cinquant’anni dalla morte. Lo scrittore «maledetto» compariva nel calendario delle celebrazioni previste in Francia per il 2011, insieme ai titolari di altri eventi, come Luigi XIV e Pompidou, Marie Curie e Franz Liszt.

L’elenco era così variegato da risultare assolutamente neutro e da rendere inoffensiva l’inclusione di Céline. Ma le proteste del cacciatore di nazisti Serge Klarsfeld, in rappresentanza dell’«Associazione dei figli di deportati ebrei», ha indotto il ministro della Cultura Frédéric Mitterrand a cassare il suo nome, avviando al macero il volume già stampato per le commemorazioni. Quasi una damnatio memoriae inflitta all’autore del delirante pamphlet antisemita Bagatelle per un massacro, imputato tra l’altro di collaborazionismo con il governo Pétain. Si dà tuttavia il caso che egli sia considerato uno dei più importanti scrittori, non solo francesi, del secolo scorso.

Ferve dunque la polemica tra chi difende le ragioni di una memoria inespiabile e quelle, che sembrerebbero minime e oziose, della letteratura, da riservare a critici e filologi. In realtà, non è soltanto questione di bello scrivere. Nei suoi romanzi, a partire dal Viaggio al termine della notte, Céline ha denunciato con vertiginoso furore l’insensatezza della guerra, le brutture del colonialismo, l’appagato egoismo dei benpensanti (suscitando non a caso l’entusiasmo di un Bernanos). E nella trilogia dell’esilio a Sigmaringen, nel castello degli Hohenzollern dove si era rifugiato, ha rappresentato come nessun altro, con inarrivabile ironia, la miseria morale dei reduci di Vichy, presi nella tenaglia delle avanzanti truppe alleate, in un’aria di apocalittica resa dei conti. Dimentichiamo pure il fatto che non si sia macchiato di sangue e che abbia cercato un silenzioso riscatto prodigandosi dopo la guerra, come medico dei poveri, nel sobborgo di Meudon.

Atteniamoci soltanto ai suoi libri, ai due diversi Céline che in essi si manifestano e nei quali prevale di gran lunga il suo volto migliore. Non sarà l’esclusione dalla carta di futili annali, dettata da postumi rancori, ad attenuare la forza della sua scrittura e delle sue verità. Si è persa semplicemente l’occasione, penetrando nel torbido impasto del cuore umano, di contrapporre Céline a Céline, di concedergli uno scampolo di quella pietà che egli seppe esercitare sotto il velame della negazione e dell’ira.

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Titolo: LORENZO MONDO Non assolviamo le cattive ragazze
Inserito da: Admin - Febbraio 06, 2011, 10:08:43 am
6/2/2011 - PANE AL PANE

Non assolviamo le cattive ragazze

LORENZO MONDO

Confesso che stento sempre più a raccapezzarmi, nello scontro politico offerto dal nostro Paese, e più generalmente nei sommovimenti della società, tra le buone intenzioni (quando non siano millantate) e le iniziative o il linguaggio con cui vengono realizzate. Prendiamo l’annunciata mobilitazione delle donne nelle piazze d’Italia per proclamare la loro dignità, per denunciare la loro riduzione a una corporeità tanto più offensiva in quanto volgarmente strumentalizzata. L’epicentro della protesta, manco a dirlo, è la villa di Arcore con i suoi festini. Non ho nessuna indulgenza per le depravazioni che si sarebbero consumate nella reggia del Cavaliere. Troppo alto è il concetto che nutro per l’essenza femminile, alimentato dalle vivificanti consuetudini con donne che appartengono alla mia famiglia e alle mie amicizie. Ma nel caso in questione mi sembra che il bersaglio debba essere quanto meno rettificato. Voglio dire che non si possono considerare come vittime quelle che, in mancanza di inoppugnabili accertamenti, mi limiterò a definire «cattive ragazze».

Fatta eccezione per le eventuali minorenni su cui deciderà la magistratura, sono proprio certe donne - che non appartengono a strati infimi della società e sono magari dotate di buoni studi - a vendersi per cupidigia e smania di successo, facendo strame esse per prime della loro dignità. Stupisco che, per fare guerra a Berlusconi, si mettano in campo, anche da parte del solito drappello di intellettuali, argomentazioni insensate. Qualcuno è arrivato a esaltare le inquiline di Arcore, invelenite contro il pur munifico ospite per le attese insoddisfatte, come Erinni vendicatrici di tutti gli italiani.

Ha trovato le parole giuste la pur tosta e schierata scrittrice Michela Murgia, quando nega sulle pagine di Repubblica che le vicende di questi giorni offendano le donne: «Nessuna donna normale si riconosce nel grottesco fondale di cartapesta contro il quale si muove il caravanserraglio di veline che circonda Berlusconi». E dunque, lo si combatta senza ricorrere un’altra volta ad armi spuntate e inevitabilmente delusive. Perché assistiamo in realtà a un degrado antropologico che non risparmia nessuna componente della nostra società, compresa «l’altra parte del cielo» (o dell’inferno?). Sembra più onesto e urgente mobilitarsi massicciamente per le donne stuprate e lapidate, senza concorso di festini e relativo gossip, in altre, più tenebrose, parti del mondo.

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Titolo: LORENZO MONDO I due faraoni precipitati dal trono
Inserito da: Admin - Febbraio 20, 2011, 10:28:36 am
20/2/2011 - PANE AL PANE

I due faraoni precipitati dal trono

LORENZO MONDO

Cos’è successo davvero al Museo Egizio del Cairo? O peggio ancora, ai musei e siti archeologici disseminati nelle periferie del Paese e meno esposti al controllo delle autorità? Il responsabile delle antichità egizie Zahi Hawass si sforza di essere rassicurante, di minimizzare i danni. Ma deve ammettere che i ladri sacrileghi hanno sottratto, tra altri reperti, due famose statuette dorate appartenenti all’arredo funebre di Tutankhamon, nel sancta santorum del museo. E’ comprensibile l’abbattimento di Hawash per quello che considera oltre a tutto un suo geloso possesso. D’ora in poi suoneranno anche più retoriche e velleitarie le sue richieste di restituire all’Egitto tanti pezzi conservati in musei di mezzo mondo.

Non si può fare a meno di condividere il suo sconforto e ritengo che non sia indice di frivolezza preoccuparsi della sorte di millenarie reliquie nel bel mezzo di una rivoluzione che sta sconvolgendo gli assetti politici del Maghreb, con ricadute inimmaginabili per tutto il bacino del Mediterraneo. Non ci turba soltanto l’insensatezza di un attentato alla cultura e alle risorse economiche dell’Egitto, insieme all’incapacità, da parte dei servizi di sicurezza, di evitarlo. Ad un secondo pensiero, siamo indotti a considerare gli errori e le perdite, le ombre che accompagnano i grandi sommovimenti, compresi quelli benefici, della Storia.

L’insulto a Tutankhamon può estendersi immaginosamente alla sorte di Mubarak, un altro faraone, precipitato rovinosamente dal suo trono. Il giovinetto figlio degli dei, imprigionato nella sua teca dorata, e il vecchio raiss , recluso con la sua infermità in un palazzo sulle rive del Nilo diventato, come il Museo Egizio, sacro al turismo. Anche lui sfregiato nel corso di una rivoluzione che vorrebbe essere rigeneratrice. Ma dovremmo essere prudenti nell’abbandonarci a un solidale entusiasmo. Sergio Romano, un osservatore di smagata intelligenza, si stupisce del fatto che quasi tutti i governi democratici abbiano accolto con soddisfazione gli eventi del Cairo. Non possiamo infatti nasconderci che il passaggio dei poteri al Consiglio supremo delle forze armate è un colpo di Stato militare. Sarà una soluzione virtuosa, la migliore possibile, e le tragedie del Medio Oriente ci hanno vaccinati d’altronde contro la pretesa di instaurare una piena democrazia in territori difficilmente permeabili. Ma nell’Egitto dei faraoni saccheggiati e destituiti il futuro resta quanto mai incerto.

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Titolo: LORENZO MONDO Giappone esempio di etica pubblica
Inserito da: Admin - Marzo 14, 2011, 04:49:53 pm
14/3/2011

Giappone esempio di etica pubblica

LORENZO MONDO

L’immane tragedia che si è abbattuta sul Giappone rischia di cancellare come insignificante, almeno dal nostro punto di vista, una notizia pervenuta pochi giorni prima da Tokyo. Il ministro degli Esteri Seiji Maheara si è dimesso percuotendosi il petto, dichiarando di avere mancato la promessa fatta agli elettori di impegnarsi in una «politica pulita». Per la caduta di un uomo politico tra i più promettenti si è portati a immaginare una condotta particolarmente scandalosa, come intrecci affaristici, frequentazioni malavitose, imbarazzanti festini erotici. Macché. Maheara era accusato di avere ottenuto un finanziamento elettorale da uno straniero, cosa vietata dalla legge. Lo straniero era in realtà una sudcoreana, titolare di un ristorante, che, per quanto nata in Giappone, non può essere naturalizzata. Deploriamo le disposizioni severamente restrittive di Tokyo contro gli immigrati da Seul, ma ci preme al momento quantificare il contributo versato al ministro degli Esteri: scopriamo allora che non equivale a una tangente miliardaria ma, udite udite, a 450 euro!

C’è da restare sbalorditi. Dalle nostre parti un’analoga presa di coscienza dovrebbe indurre decine di parlamentari e pubblici amministratori a sfilare in tv flagellandosi per i voti comprati, le malversazioni di varia natura, le concessioni familistiche e clientelari come quelle testimoniate dalle «affittopoli» di Roma e di Milano.

È chiaro dunque che, parlando di Giappone, ci riferiamo a un altro mondo, a manifestazioni di un’etica pubblica da cui siamo abissalmente lontani e che siamo magari propensi a giudicare aberranti e patologiche. Dovremmo in verità attenerci al nocciolo della questione, rappresentato dall’osservanza delle regole che in Giappone viene richiesta in ogni circostanza e che viene pretesa specialmente dai rappresentanti dei cittadini: un rispetto normativo che si traduce nel rispetto sostanziale del consorzio civile.

È questo il patto al quale, trascurando l’entità dell’obolo, è venuto meno il ministro, accettando di pagarne le conseguenze. Le regole sono il cemento di una società che da esse attinge la sua forza. Anche per affrontare, come accade in queste ore in Giappone, con solidale coraggio non disgiunto da ammirevole freddezza, osservando i comportamenti prescritti, le sciagure che affliggono una terra così aspra e ingrata. La storia del ministro penitente diventa alla fine una parabola in cui tutto si tiene, comprese le nostre scoraggianti inadempienze.

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Titolo: LORENZO MONDO L'errore della Lega
Inserito da: Admin - Marzo 20, 2011, 03:25:16 pm
20/3/2011 - PANE AL PANE

L'errore della Lega

LORENZO MONDO

Anche molti simpatizzanti della Lega avranno di che essere delusi dalla tiepidezza e dall’avversione che il partito ha manifestato in circostanze diverse nei confronti delle celebrazioni per l’unità d’Italia. E’ vero che l’adesione popolare ha superato ogni immaginazione, ma il movimento padano era accreditato di una particolare e invidiabile sensibilità nel cogliere gli umori profondi della gente. Che, fatta salva la stima per il presidente Napolitano, ha dato l’impressione in questi giorni di riconoscersi in un sentimento comune di appartenenza, alieno se non contrapposto alle pratiche del personale politico, alle sue sterili risse e frantumazioni. Questa volta non è andata così, il partito di Bossi ha ceduto agli istinti più primitivi di certi militanti, e sarà forse costretto a recuperare per non pagarne le conseguenze.

E’ stato un errore tattico, favorito tuttavia da una pochezza culturale. Non si trattava di mortificare il federalismo, che rappresenta giustamente, per il tempismo e la tenacia con cui è stato perseguito, il fiore all’occhiello del movimento. Il federalismo più severo ed esigente, avverso alle manovre edulcoranti, non può disconoscere l’importanza che ha assunto, in termini di civile progresso, l’unità nazionale. Di qui occorre partire, anche per correggere gli errori e le inadempienze del passato (d’altronde Napolitano, nel suo messaggio alle Camere, ha dichiarato che si stavano celebrando «le pagine migliori» della storia italiana).

Non basta l’imparaticcio sui testi di Cattaneo e di altri malcontenti per contestare un inoppugnabile dato di fatto da contrapporre a leghisti e neoborbonici: che, sia pure obtorto collo, non ci fu testa pensante a negare allora l’inevitabilità della «conquista sabauda» e di un governo centralizzato per l’istituzione di accettabili, considerati i tempi, ordinamenti liberali. Sarebbe esagerato opporre a Borghezio e compagnia i nomi atavici di Dante, Petrarca, Leopardi che disegnarono un’Italia unita per lungo tempo dalla sola lingua e cultura. Per stare in una più prossima area «padana», ci accontentiamo di Manzoni e di Verdi. E facciamo riferimento ai Mille di Garibaldi che furono soprattutto impinguati da lombardi, veneti, liguri. Da parte della Lega sembra essere calata su di loro una damnatio memoriae. Mentre per rispetto almeno di questi antenati, così decisivi nel compimento dell’unità nazionale, avrebbe dovuto rendere un onore non schifiltoso al tricolore che alimentò il loro coraggioso entusiasmo.

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Titolo: LORENZO MONDO Troppi immigrati, troppe domande
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2011, 10:51:19 am
27/3/2011 - PANE AL PANE

Troppi immigrati, troppe domande

LORENZO MONDO

Domande, domande, domande... Sarà lecito porsi qualche interrogativo, sine ira ac studio, sul problema dell’immigrazione che infiamma l’opinione pubblica e trova il suo più degradante emblema negli sbarchi di Lampedusa? E non si dovrà, per sviluppare un qualsiasi ragionamento, partire da precise e oneste definizioni lessicali? Come possiamo parlare di profughi o di sfollati per le migliaia di migranti che non sono esposti a persecuzioni e bombardamenti, non appaiono travolti da una guerra civile come in Libia? Non si tratta forse, per il momento e in massima parte, di tunisini, di quelli che hanno scatenato la «rivoluzione dei gelsomini» e messo in agitazione Nord Africa e mondo arabo? Non dovrebbero, a rigore, starsene nel loro Paese a godersi l’aria di una presunta, appena conquistata libertà, coltivando l’orgoglio dei battistrada? Invece di assumere quella che, a termini di legge, è la condizione avventurosa dei clandestini? Protestando tra l’altro, magari con arroganza, per l’inevitabile impreparazione e i disagi dell’accoglienza da parte italiana, come se fossero vittime di chissà quali promesse tradite? Tanto da suscitare acuti moti di insofferenza nei più esposti, sventurati lampedusani?

Non dobbiamo allora prendere atto che, con il pretesto del sanguinoso conflitto di Libia, si è innescata nel Maghreb un’altra guerra, a mani nude, dettata dalla povertà e dal sogno di una vita più degna? Ma l’atteggiamento più comprensivo e solidale, e le amenità dei minimizzatori professionali, possono annullare l’inquietudine per una fiumana inarrestabile di fuggiaschi? E’ irragionevole pensare che il passaparola potrebbe coinvolgere nell’esodo popolazioni ben più numerose e travagliate della minuscola Tunisia? Non c’è il rischio che si scontrino infine diritti contro diritti, quelli astratti di chi arriva e quelli consolidati di chi risiede nelle proprie terre? Non trascurando il pedaggio da pagare alla criminalità (quelle carceri svuotate) e agli infiltrati del terrorismo? Non è dunque indispensabile stabilire regole certe, per quanto flessibili, che in accordo con i governi d’oltre sponda controllino l’impressionante fenomeno? Con l’opportuno respingimento dei clandestini che, a dispetto dei denigratori nostrani, viene adottato con ben altra severità da nazioni di destra e sinistra come la Francia e la Spagna? Non occorrerebbe una union sacrée, che prescinda da appartenenze politiche e di bottega, che eluda lo stolido buonismo e le furibonde chiusure? Domande, domande e ancora domande, in attesa di sensate risposte.

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Titolo: LORENZO MONDO I danni del fanatismo che corre sul web
Inserito da: Admin - Aprile 03, 2011, 10:51:18 am
3/4/2011 - PANE AL PANE

I danni del fanatismo che corre sul web

LORENZO MONDO

In una chiesa evangelica della Florida, il pastore Wayne Sapp ha creduto bene di incendiare pubblicamente una copia del Corano. A suo giudizio, il libro sacro dei musulmani rappresenta con i suoi precetti una fonte di violenza, una sorta di incitamento a delinquere.

Come se la Bibbia, presa alla lettera, fornisse soltanto esempi edificanti. Quel personaggio sembrerebbe uscito da un romanzo di Sinclair Lewis, da un’America biecamente puritana, decisamente fuori tempo. Mettiamoci pure l’ombra lunga dell’11 settembre, ma il gesto denota, oltre a rozzezza culturale, una mancanza di senso comune e potrebbe appena suscitare un’ombra di compatimento e di sorriso. Ma il fanatismo, anche se sprigionato da una irrilevante comunità, corre sul web e genera spaventose reazioni a catena.

A Mazar-e-Sharif, nel Nord dell’Afghanistan, una folla inferocita ha assalito una sede dell’Onu, uccidendo 14 tra funzionari e guardie.
Il giorno dopo, a Kandahar, avamposto della guerra ai Talebani, altri morti e feriti. Ora, bruciare libri rappresenta sempre qualcosa di sinistro, ma essi non devono mai essere anteposti all’indiscutibile preminenza della vita umana. Eravamo distratti dall’incendio del Maghreb, nel quale molti analisti intravedono, forse con ottimismo, il segno di un risorgimento arabo, non compromesso da una ispirazione islamica che appare finora spogliata di rivendicazioni cieche e sanguinarie.

Il grido «Allah è grande» si è levato contro regimi autoritari e corrotti, ha onorato la morte di Mohamed Bouaziri, il ragazzo che si è dato fuoco scatenando la rivoluzione tunisina. Gli eccidi dell’Afghanistan hanno destato un brusco soprassalto, ricordando che esiste una realtà ben diversa, che permangono nell’ecumene islamica innumerevoli possibilità di contagio. Contro le quali occorre premunirsi, evitando anche le provocazioni. Certo, un rogo che in America si limita per fortuna ad essere solamente cartaceo non pareggia lo sgozzamento di persone innocenti.

Ma dobbiamo recriminare con forza il gesto inconsulto del, si fa per dire, reverendo Sapp. Tanto più quando il suo capo, che lo ha ispirato, sostiene di avere previsto le violente conseguenze ma di non provarne alcun rimorso. È un peccato che il concetto di libertà vigente negli States non preveda per certi individui quantomeno l’esclusione dal consorzio civile. Per vincere la guerra al fondamentalismo è bene contrastarne i germi che l’Occidente ha lasciato sopravvivere dentro di sé.

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Titolo: LORENZO MONDO Dna per i cani? No, per i padroni
Inserito da: Admin - Aprile 10, 2011, 04:51:07 pm
10/4/2011 - PANE AL PANE

Dna per i cani? No, per i padroni

LORENZO MONDO

Grazie alle nuove tecniche investigative e in particolare all’utilizzo del Dna, è possibile affrontare in campo criminologico, con eccellenti risultati, quelli che vengono definiti cold cases o casi freddi: che riguardano cioè i delitti rimasti inspiegati e chiariti a distanza di anni, attraverso i reperti biologici, con l’individuazione dei colpevoli.

La riapertura delle indagini sui gialli di via Poma e dell’Olgiata sembra archiviare in buona parte la concezione del delitto perfetto. L’affidamento alla prova del Dna, che ad onta dei postulati scientifici assume per i profani misteriose suggestioni, ha trovato un’inedita estensione. Apprendiamo infatti da un servizio di Antonio Salvati, comparso sul nostro giornale, che a Capri si provvederà ad analizzare il codice genetico dei cani.

Questi animali compongono una ragguardevole popolazione dell’isola fortunata che viene purtroppo disseminata di escrementi maleodoranti e scivolosi. Il Comune ha pensato pertanto di impegnare operatori ecologici e vigili urbani a raccogliere campioni dei sedimenti, perché siano sottoposti ad analisi e confrontati con i prelievi ematici esercitati sui cani iscritti all’anagrafe regolamentare. Con questo si può risalire ai proprietari che non si sono muniti di sacchetto e paletta, e sottoporli a salatissime multe. Resta il problema che meno della metà dei cani appaiono registrati, muniti ufficialmente di collari e padroni. E allora, per gli evasori, responsabili di quelli che possono essere definiti «casi freddi», si dovrà ricorrere alle indagini preliminari svolte sul terreno, rivalutare il pedinamento e il «fiuto», massì, degli investigatori d’antan.

L’iniziativa delle autorità capresi sembrerebbe bizzarra e tale da umiliare i portentosi ritrovati scientifici che vengono esercitati per l’occasione in corpore vili. Ma deve presumibilmente confrontarsi con un fenomeno esorbitante, che potrebbe sfregiare le seduzioni della famosa «Piazzetta», dei Faraglioni, della Grotta Azzurra. Appare piuttosto incredibile, e imperdonabile, che tanti abitanti, non riconducibili allo status di inverecondi barboni, non si prendano debita cura dei loro cani, mancando di rispetto ai loro concittadini.

Mi piacerebbe che fosse consentito, a ultimare l’opera, raccogliere in una banca dati, con il corredo di foto segnaletiche, anche il Dna dei proprietari insensibili alla civile decenza. Testimonianze da esporre, con scorno, all’insulto di legalizzati zampilli canini

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Titolo: LORENZO MONDO Nozze reali senza Savoia
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2011, 12:22:05 pm
24/4/2011 - PANE AL PANE

Nozze reali senza Savoia

LORENZO MONDO

Notizie circostanziate e zuccherose si inseguono su giornali e tv, raccontando la storia del matrimonio imminente tra il principe William, erede del trono d’Inghilterra, e l’avvenente Kate Middleton, uscita da una famiglia borghese: una circostanza, questa, che rende più appetibile la vicenda per chi ama un certo genere di intrattenimento.

La solita storia di Cenerentola. Ma qualcuno è andato a spulciare nell’elenco degli invitati ed ha fatto una maliziosa scoperta. Tra i 1900 personaggi irrorati dal sangue blu o da qualche speciale benemerenza, non figura nessun membro di Casa Savoia che, per quanto spodestata, è pur sempre la dinastia più antica d’Europa. Forse la Corte inglese non ha voluto intromettersi nell’annosa disputa tra Vittorio Emanuele e Amedeo d’Aosta, che si contendono il diritto di rappresentare la continuità familiare. Un imbarazzo acuito dal ricordo che nel 2004 i due cugini, presenti alle nozze del principe Felipe di Spagna, vennero alle mani e Vittorio Emanuele stese Amedeo con un cazzotto. Troppo insensibili al bon ton i discendenti di quell’altro Vittorio, il padre della Patria. Quando nel 1855 andò a Londra in visita di Stato, l’aspetto selvatico di re montanaro - i grandi mustacchi, la fama di cacciatore impenitente di stambecchi e sottane - non compromise la simpatia che gli tributò la regina Vittoria, rendendo omaggio al suo piglio franco e leale. Vittorio Emanuele II, d’altronde, alla Corte di San Giacomo non fece a pugni.

A rendere più impertinente l’esclusione dei Savoia dai festeggiamenti londinesi, è l’invito rivolto a Carlo di Borbone, l’erede del regno delle Due Sicilie cancellato da Garibaldi e dalle armate piemontesi. L’incidente prende sapore mentre da noi si celebrano i 150 anni
dell’Unità d’Italia. Sembrerebbe un piccolo sberleffo, una innocua rivalsa dei monarchi sconfitti, un riconoscimento concesso alla loro superstite dignità.

Qualcuno, tra i neoborbonici che sopravvivono al Sud, sarà indotto a rallegrarsene, a trarre nuovi spunti per una antistorica e risibile polemica sulle sopraffazioni del Nord nei confronti di regioni evolute e civili. Mentre questa disfida virtuale tra le due casate dovrebbe avere un effetto lontanante e pacificatore, essendo gli uni e gli altri dinasti accomunati, a diverse riprese, dall’inclemenza della storia. Spettano alle sole cronache mondane e pettegole l’eventuale dispetto dei Savoia, il compiacimento dei Borbone.

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Titolo: LORENZO MONDO Due folle, due speranze
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2011, 05:36:10 pm
1/5/2011 - PANE AL PANE

Due folle, due speranze

LORENZO MONDO

Per una singolare congiuntura, si sono avvicendati in breve tempo due eventi capaci di suscitare l’emozione di milioni e milioni di persone, di mobilitare capi di Stato e celebrità, diplomazie e servizi di sicurezza di mezzo mondo. A Londra sono state celebrate nella cattedrale di Westminster le nozze del principe William, erede al trono, con Kate, una ragazza di origini borghesi. Due giorni dopo, a Roma, si sta procedendo alla beatificazione di Giovanni Paolo II, bruciando i consueti tempi di attesa, adempiendo al voto della vox populi che, subito dopo la morte, lo proclamò «santo subito».

E’ difficile trovare una significativa connessione tra i due episodi, che anzi sembrerebbero mostrare una vistosa contrapposizione tra sacro e profano. E’ vero che in Inghilterra il monarca si fregia istituzionalmente del titolo di capo della Chiesa anglicana, ma sul cappellino della regina Elisabetta, absit iniuria, non si ravvisa ombra di sacralità. D’altra parte, i riflettori puntati sugli aspetti mondani della cerimonia, sulla rinnovellata favola bella di Cenerentola e del Principe Azzurro, finiscono per soverchiare altre possibili considerazioni.

Eppure, nella folla che si è accalcata intorno a Buckingham Palace, e in quella che ha partecipato alla festa attraverso le vie dell’etere, si può cogliere, al di là degli entusiasmi sproporzionati, una voglia inespressa di stare insieme, di sottrarsi all’ordinaria complessità del vivere, alle sue frequenti incursioni nel tragico. Si è osservato giustamente che a Westminster ha avuto luogo una doppia unione, tra un uomo e una donna, tra una nazione e la sua Corona: nel momento in cui questa manifesta una certa usura e, anche per l’ombra persistente dell’infelice Lady Diana, vede diminuita la sua autorevolezza.

A Roma la folla dei pellegrini, e soprattutto l’impressionante afflusso di giovani, ubbidisce al richiamo di un pontefice in un contesto di assoluta semplicità e senza sfarzo. Giovanni Paolo II, con la sua prepotente fisicità messa al servizio di un intenso misticismo, continua a esortare la Chiesa a serrare i ranghi, a incarnare, contro ogni errore e debolezza, le ragioni dell’unità, il sentimento di una grande speranza. E’ questo l’esiguo collante tra due festeggiamenti così diversi, e non inibisce il confronto il fatto che al loro centro stiano da una parte due sposi nel colmo della giovinezza, dall’altra le spoglie di un vecchio pontefice proclamato santo.

Infatti quel morto, per chi crede, è ben vivo, tanto da farsi garante per il suo popolo di una sicura resurrezione.

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Titolo: LORENZO MONDO Perché piacciono questi alpini
Inserito da: Admin - Maggio 08, 2011, 11:34:55 am
8/5/2011 - PANE AL PANE

Perché piacciono questi alpini

LORENZO MONDO

Una fiumana di alpini ha invaso Torino per l’annuale raduno, che questa volta concorre a celebrare i 150 anni dell’unità nazionale. Si sono viste le scene consuete, le sfilate vivaci ma composte, il montaggio di tende da campo nelle aiuole, le soste nei bar già di primo mattino.

In un’aria di festa paesana, nella quale i torinesi non hanno lesinato la loro simpatia alle penne nere. Gli alpini godono di uno speciale reputazione da parte della gente, per il loro proverbiale spirito di corpo, per il sentimento di solidarietà tra soldati che, fino a ieri, avevano in comune l’estrazione geografica e la «cultura» montana. Inoltre appaiono nell’immaginario i più accreditati protagonisti della prima e della seconda guerra mondiale, tra i dirupi del Trentino e le nevi di Russia. Poeti e scrittori, da Piero Jahier a Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, hanno testimoniato il loro spirito di sacrificio, l’attaccamento al dovere anche nei momenti di maggiore disincanto, l’amore per l’Italia non disgiunto da quello della «piccola patria»: quel «tornare a baita» di cui parla Il sergente nella neve, alludendo al residuo di umanità e di speranza coltivato in situazioni terribili.

Ecco, piacciono questi alpini che sanno restare se stessi, conciliando tradizione e innovazione, in un mutato contesto storico e morale. Sono strumenti di pace armata nei deserti di Herat, ma si dedicano con particolare trasporto al soccorso di popolazioni investite da catastrofi naturali. È un aspetto apparentemente marginale ma significativo del loro operare il fatto che ricompensino le città da cui sono ospitati con lavori di pubblica utilità. Come a Torino, dove hanno provveduto a riattare il Parco della Rimembranza che onora i 4000 torinesi morti nella prima guerra mondiale.

Ma, diciamola tutta, piacciono anche perché, a contrasto con altri raduni, sia pure meno consistenti o di numeri irrilevanti, non complicano la vita delle città, deturpando muri, insozzando le strade e, al limite, sfasciando auto e vetrine. Si distinguono, in altre parole, dall’Italia sporcacciona e facinorosa che ci fa vergogna. Arrivano e partono - molti con i baffi imbiancati e il cappello stinto - lasciando, insieme alla più accurata pulizia, il ricordo di una amicizia condivisa, di un vivere civile. E non biasimatelo, se qualcuno si attarda per concedersi il bicchiere della staffa, intonando una vecchia canzone. Gli alpini, si sa, non amano drogarsi, preferiscono ricrearsi con il vino, e magari con un sorso di grappa. Salutiamoli a modo loro, con una pacca sulla spalla.

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Titolo: LORENZO MONDO - La verità nella scrittura
Inserito da: Admin - Maggio 15, 2011, 10:49:02 am
15/5/2011 - PANE AL PANE

La verità nella scrittura

LORENZO MONDO

Trovo bella, e un poco sottovalutata, la prolusione della scrittrice Ljudmila Ulitskaja che ha inaugurato a Torino il Salone del Libro.
Per declinare il tema della «memoria cuore del futuro» si è intrattenuta sul fenomeno del samizdat, che ha caratterizzato gli anni del potere sovietico: quando scrivere, leggere o detenere certi libri poteva comportare fino a sette anni di carcere. Tra i «dannati» figuravano nomi di gran stazza come Anna Achmatova e Mandelstam, Pasternak e Brodskij... Le repressioni furono crudeli e grottesche.
Basti per tutti l’episodio del doganiere che sequestrava all’aeroporto Bibbie e Vangeli, salvo rivenderli, per somme consistenti, a un pubblico che ambiva possederli.

La storia del martirologio a cui furono sottoposti in Urss scrittori e lettori è ampiamente nota. Ma c’è un motivo che spiega perché questa ambasciatrice della cultura russa non abbia preso le mosse da Tolstoj o Dostoevskij, ma dai loro eredi novecenteschi. Non è soltanto il fatto che esiste una ferita ancora aperta, generazionale (lei stessa perse il posto di lavoro per il possesso di un romanzo).
Mi sembra che abbia voluto additare, anche ai suoi compatrioti immemori, l’esempio di un eroismo praticato in modo mai così diffuso a difesa e ad onore del libro. Ed è qui che il suo discorso acquista, senza parere, una centralità nelle assise torinesi.

Quando denuncia esplicitamente nello scrittore la tentazione del successo, radicata, più che nell’attesa di vantaggi materiali, nel desiderio di compiacere i suoi lettori: «La letteratura di massa di bassissimo livello spesso è prodotta non da persone incapaci, ma da professionisti e scrittori di talento che si abbassano al livello di un pubblico che si accontenta di poco». E’ una spirale perversa che inquina anche estese fasce della nostra produzione libraria. Chiama in causa la responsabilità degli scrittori, la loro disposizione ad affrontare, con adeguato controllo stilistico, temi alti che riguardino la dignità e il destino dell’uomo.

La scrittura come impegno di verità, non limitata al divertimento o al narcisistico rispecchiamento; una dedizione al libro che può comportare sacrifici, il disconoscimento e, al limite, l’ostracismo. I grandi autori del samizdat, insieme ai loro oscuri e ostinati lettori, non appartengono a una pagina voltata della storia, ma si appellano a noi, contestano il nostro futile uso e abuso della parola scritta.

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Titolo: LORENZO MONDO L'attenzione e i sentimenti
Inserito da: Admin - Maggio 29, 2011, 05:41:22 pm
29/5/2011 - PANE AL PANE

L'attenzione e i sentimenti

LORENZO MONDO

Rimuovendo lo sgomento per i bambini morti nell’auto dove erano stati dimenticati dai rispettivi padri, torno a interrogarmi sulla singolarità dei due eventi verificatisi in successione. Sembra di primo acchito una tragica beffa il fatto che il genitore di Passignano sul Trasimeno ignorasse ciò che era avvenuto in precedenza a Teramo e che - sappiamo col senno di poi - avrebbe prefigurato il suo destino. In realtà, siamo soliti attribuire a giornali e televisione una invasività che riguarda una parte cospicua ma non totalitaria della popolazione. Un uomo così «distratto» sul figlio poteva esserlo anche nei riguardi dell’informazione.

Procedo, annaspando, con qualche altra osservazione. Sarà capitato al padre di Teramo, che è un veterinario, di commuoversi per un cagnolino abbandonato al sole nell’abitacolo di un’auto, ma questo non lo ha aiutato a stabilire una connessione con la sorte del figlio. Ancora, entrambi i genitori erano soliti accompagnare i bambini all’asilo, e resta inspiegabile che non sia scattato in loro l’automatismo salvifico che si registra in casi meno importanti.

Sono questioni di dettaglio, mentre suscitano perplessità i commenti rilasciati da alcuni analisti della psiche. Dicono che non c’è da scandalizzarsi per simili dimenticanze, che il nostro cervello attraversa fasi di amnesia e che, insomma, potrebbe toccare a tutti di soggiacere a situazioni così abnormi. Mi sembra, con tutto il rispetto, che stiano esagerando, che siano condizionati da un sottaciuto e assolutorio sentimento di pietà: quello espresso d’altronde da una delle madri sventurate.

Lungi dall’incrudelire, mi sforzo di dare il giusto peso alle piccole vite cancellate, tentando di capire. Mi appiglio semplicemente alle parole riequilibratrici di un luminare: tutto diventa possibile «quando siamo assorbiti da pensieri, emozioni e preoccupazioni assillanti che distolgono la nostra attenzione e scalzano altri eventi».

Possiamo cioè ipotizzare, con beneficio d’inventario, che i due genitori siano vittima di una frenesia che insidia le nostre esistenze: la preoccupazione per il lavoro, il mutuo da pagare, le vacanze da programmare, il confronto con una aggressività che si esprime perfino nelle convulsioni del traffico. Tutto ciò che porta a obliterare i sentimenti e gli affetti, a non concedergli il primo posto nella nostra vita. Se colpa c’è, è in una disattenzione che si produce per gradi e viene da lontano, prima di manifestarsi nelle vampate omicide del solleone.

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Titolo: LORENZO MONDO Tav, l'ora della chiarezza
Inserito da: Admin - Giugno 20, 2011, 08:32:10 am
19/6/2011 - PANE AL PANE

Tav, l'ora della chiarezza

LORENZO MONDO

Sulla Tav è arrivata l’ora della verità. Entro questo mese dovrà partire il cantiere esplorativo di Chiomonte per l’avvio della linea ad alta velocità Torino-Lione. In caso contrario, salterà la firma d’intesa con la Francia e cadranno i 671 milioni di euro stanziati dall’Unione Europea per i lavori sul versante italiano. Danno il senso di una accelerazione anche gli avvisi di garanzia emessi dal procuratore Caselli contro cinque militanti no-Tav per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e istigazione a delinquere. Il provvedimento sanziona i fatti del maggio scorso, quando gli occupanti del cantiere presero a sassate forze di polizia e operai. Ma prefigura lo scenario che potrebbe ripresentarsi nei prossimi giorni. Gli irriducibili infatti non intendono demordere. E il loro capo evoca addirittura la resistenza condotta in Valle contro i nazifascisti: un riferimento insensato che non gioca a favore della credibilità del movimento.

Sia come sia, verrà messo un punto fermo, sperabilmente senza conseguenze violente, a una disputa annosa e penosa. Da una parte stanno la lentezza e le contraddizioni dei pubblici poteri nelle trattative con le comunità avverse, nel fornire le necessarie garanzie sulla sicurezza dei cittadini, sugli indennizzi e, alla fine, l’indecisione nell’affrontare le minoranze riottose: senza prendere esempio dalla Francia che ha risolto con tranquilla fermezza i suoi problemi. Dall’altra l’ostinazione di pochi (contro la maggioranza degli stessi sindaci valligiani, contro l’accordo sostanziale dei maggiori partiti politici) a contestare gli interessi generali e la volontà dello Stato in merito a una impresa che viene ritenuta strategica e foriera di benefici per l’intera nazione.

Soltanto quando vengono lesi interessi vitali è lecito ribellarsi ai poteri costituiti e opporsi alla maggioranza dei cittadini, a mettere cioè in forse l’essenza della democrazia. Al di là delle stesse questioni di merito, va preso atto della confusione in cui si dibattono nel nostro Paese diritti e doveri, dell’ennesimo paralizzante scontro che caratterizza la nostra vita civile. Amo intensamente la Valle di Susa, l’arte, la storia, i profili montuosi, e assisto con amarezza al fatto che sia diventata un luogo infiammato da aspre contese, in cui si manifestano i caratteri meno encomiabili degli italiani. Ben venga, allo spartiacque di giugno, una parola chiarificatrice, con l’augurio che non rappresenti il seme di deprecabili trascinamenti, di ulteriori discordie.

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Titolo: LORENZO MONDO Napoli, scempio incomprensibile
Inserito da: Admin - Giugno 26, 2011, 11:11:40 am
26/6/2011

Napoli, scempio incomprensibile

LORENZO MONDO

Alzi la mano chi ci capisce qualcosa sul maledetto imbroglio di Napoli e dei suoi rifiuti, che stanno diventando, nell’assuefazione, elemento costitutivo del panorama cittadino. E’ una situazione dolorosa e insieme grottesca contro la quale si spuntano i più elementari e banali interrogativi. Come è possibile che Napoli non riesca a smaltire i suoi rifiuti come fanno tutte le altre città italiane? Come mai nessuna delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi vent’anni ha saputo prevedere e predisporre rimedi a questo cataclisma? Perché, nella continua emergenza, si è scelta la via più facile dell’esportazione costosa, non di scorie nucleari, ma del quotidiano pattume?

Esiste certo, non solo per Napoli, il problema più vasto di una cultura dello spreco - sacchetti, involucri, imballaggi di ogni genere - che si propone come illusorio benessere. Ma allo stato dei fatti sembrano praticabili due soluzioni: a parte i materiali riciclabili, occorre seppellire o incenerire, ricorrere alle discariche o ai termovalorizzatori. Perché a Napoli e nel suo hinterland sono visti come il fumo negli occhi e generano sommosse? E’ ancora e sempre questione di pervasiva criminalità, della solita camorra? De Magistris, il nuovo sindaco, ha diritto a una sospensione di giudizio e a un ragionevole tempo di attesa, senza essere inchiodato alla spacconata, proferita al suo esordio, di liberare Napoli dall’immondizia in cinque giorni. Ma i provvedimenti assunti o annunciati non bastano a riportare il sereno. Ha fatto la faccia feroce ma la minaccia di dure sanzioni a chi dissemina di roghi la città suona come una barzelletta, conoscendo le franchigie di cui Napoli gode nell’osservanza di leggi e regolamenti. Ha cercato di sveltire il trasporto dei rifiuti nei siti di «trasferenza», ovverossia i depositi temporanei, respinti, con episodi di violenza, da Acerra e Caivano perché temono che diventino occulte discariche. E rimane dunque appeso alla speranza che un decreto legge del governo, Lega permettendo, consenta il trasporto in altre regioni.

Il problema afferma - sarà risolto con la raccolta differenziata e «l’impiantistica che abbiamo in mente». Sarebbe bene che questa impiantistica venisse svelata al più presto (c’è stato tutto il tempo di pensarci su contestando gli anni di malgoverno) per tacitare diffidenze ed ottenere più convinte solidarietà. In corsa con bacilli (ed esalazioni) che insidiano la salute dei napoletani e hanno indotto la Procura ad aprire un’inchiesta per epidemia colposa. La Napoli civile e per bene, le sue legittime ragioni di orgoglio, non meritano questo scempio.

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Titolo: LORENZO MONDO Ecco come ti creo il mostro
Inserito da: Admin - Luglio 03, 2011, 10:32:59 am
3/7/2011 - PANE AL PANE

Ecco come ti creo il mostro

LORENZO MONDO

Sia pure a malincuore, molti hanno provato qualche indulgenza per Dominique Strauss-Khan quando prese avvio il feuilleton di cui diventò protagonista a New York. Le accuse che gli venivano mosse erano gravi e il suo volto roccioso sembrava conservare, nonostante la botta ricevuta, l’arroganza dell’uomo di potere, collocato ai vertici dell’economia mondiale.

Giocava anche a suo sfavore la fretta, quasi una fuga, con cui aveva lasciato l’albergo per recarsi all’aeroporto. Ma non piaceva la gogna mediatica cui fu sottoposto; lo stesso rigore della giustizia, nella sua esibita imparzialità, sembrava risolversi in accanimento, ubbidire a un sussulto della vecchia America puritana. Nathaniel Hawthorne, l’autore della Lettera scarlatta, avrebbe trovato forse, anche lui a malincuore, qualcosa da ridire.

Adesso assistiamo a un colpo di scena, Strauss-Khan non è stato scagionato del tutto, non può ancora lasciare gli Stati Uniti ma gli sono stati revocati gli arresti domiciliari e gli è stata restituita la cauzione di sei milioni di dollari. Un segnale, quest’ultimo, piuttosto significativo, in un Paese e in una società che sanno dare il giusto peso al denaro. Gli è che Ophelia, la cameriera che sarebbe stata stuprata dal libidinoso economista francese, ha mostrato durante l’inchiesta di essere per molti versi menzognera, di avere losche frequentazioni e di avere complottato con un amico carcerato per trarre profitto dalla sua «disavventura».

La sua figura ne esce, come che sia, compromessa. Era diventata la corifea di una battaglia civile, fornita dei giusti ingredienti: pensate, una povera immigrata dalla Guinea, che si guadagna la vita facendo la cameriera e diventa vittima di un uomo straricco e strapotente nel corso del suo ingrato lavoro. C’era di che mobilitare, come è accaduto, le lavoratrici della categoria, di attizzare le pulsioni egualitarie e femministe così vive negli States.

Se la situazione venisse ribaltata, se lo stupro si rivelasse un rapporto consenziente che Ophelia intendeva mettere a frutto, assisteremmo in modo plateale al meccanismo che porta alla creazione di un «mostro». In questo caso, a parte la frode di Ophelia, sarebbe avvenuto con le migliori intenzioni e, va detto, con la collaborazione dell’incauta vittima, quella vera. Il che non attenua un senso di scettico, generalizzato disincanto. La storia beninteso non è inedita, ma diventa tale nelle sue conseguenze, nel terremoto suscitato nel mondo politico e finanziario dall’intemperante signor Dsk.

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Titolo: LORENZO MONDO No Tav, lontando da Juve e Tour
Inserito da: Admin - Luglio 10, 2011, 03:59:13 pm
10/7/2011 - PANE AL PANE

No Tav, lontando da Juve e Tour

LORENZO MONDO

I diversivi messi in atto contro la Tav in Valle di Susa mostrano la corda. Da parte francese si è respinta seccamente la proposta avanzata dal governatore della Liguria Claudio Burlando di aggirare Torino, e la Valle, facendo passare la ferrovia a Ventimiglia. Il capo della delegazione transalpina che tratta con quella italiana ha dichiarato inaccettabile il trasferimento delle merci lungo la Costa Azzurra. Mostrandosi più sollecito di quanto non accada da noi in fatto di soldi, ha inoltre rammentato che la Francia ha già aperto tre «discenderie», tre gallerie preliminari al percorso vero e proprio. Insomma, nessun cambio di programma.

Ma è stato anche significativo l’incontro tra Martine Aubry, leader dei socialisti francesi, e Pierluigi Bersani. Martine ha manifestato stupore per le proteste italiane, dichiarando che in Francia non esiste contrasto tra destra e sinistra sulla realizzazione dell’opera e che, in ogni caso, la democrazia ha le sue leggi. Ha cioè sottratto la questione alle incrostazioni ideologiche e offerto una sponda a Bersani nel suo confronto con la sinistra radicale. Tanto che il leader del Pd si è lasciato andare a una espressione che suona liberatoria, anche nei riguardi delle sue stesse cautele: «Evvia, stiamo parlando di una ferrovia e non di un bombardiere». Oltre confine non si era d’altronde lesinata ironia sulla qualità di un certo ribellismo nostrano.

Il sindaco di Chambéry, una donna dai tratti maliziosamente soavi, aveva ammesso che sì, c’era stata oltre confine una contestazione della scelta pro-Tav, ma promossa da un drappello di soli italiani.

Sembra rischiosa e controproducente anche l’idea espressa da Alberto Perino, l’irriducibile e fantasioso capo dei no-Tav, di partecipare con striscioni e bandiere a due eventi di grande importanza per la Valle: il «ritiro» della Juve a Bardonecchia e il passaggio del Tour de France in Val Chisone. Le intenzioni sono beninteso pacifiche. Ma pensiamo a ciò che accadrebbe se infiltrati e violenti fiancheggiatori trovassero il modo di compromettere il tranquillo svolgimento delle due manifestazioni.

Non si tratta soltanto di soldi investiti per fini promozionali e buttati all’aria, il che farebbe imbestialire le istituzioni e i sindaci direttamente interessati. Sono feste popolari e molto sentite, tali da alienare ogni simpatia nei confronti di chi intervenisse a inquinarle. Ma forse il Movimento ci ripenserà, rinuncerà a gesti che sembrerebbero dettati dallo smarrimento, più che dalla speranza di una più diffusa condivisione.

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Titolo: LORENZO MONDO Io preferisco tutelare i lupi
Inserito da: Admin - Luglio 17, 2011, 07:02:11 pm
17/7/2011 - PANE AL PANE



LORENZO MONDO

«Abbattiamo i lupi». E’ l’appello di Claudio Sacchetto, assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte. Leggo sulla Repubblica che ha chiesto al ministero il permesso di sfoltire i branchi insediati nelle montagne del Cuneese e, in misura minore, del Torinese. Questo, dopo che in pochi giorni un’ottantina di pecore e capre sarebbero state uccise dai predatori: un fenomeno che «peggiora di anno in anno mettendo in ginocchio l’intero ecosistema».

Lasciamo stare che anche i lupi fanno parte dell’ecosistema, contribuendo al contenimento di altre specie come caprioli e cinghiali, ma resta il fatto che sono tutelati da normative internazionali. Lo rammenta Giuseppe Canavese, vicedirettore del Parco Alpi Marittime, che esprime inoltre scetticismo sulla totale responsabilità dei lupi negli ultimi episodi (attribuibili anche a cause diverse come cani randagi e cadute in precipizi). In ogni caso la loro uccisione sarebbe ammissibile soltanto quando la popolazione avesse raggiunto un minimo vitale, ancora lontano sulle montagne piemontesi. Si parla infatti di una settantina di esemplari, insidiati tra l’altro dalle esche avvelenate e dagli investimenti stradali, funesti per i più avventurosi che scendono a valle.

Non si capisce dunque quale sia per il nostro assessore il numero ottimale da preservare e se l’abbattimento selettivo debba esercitarsi, previa identificazione, sui lupi più cattivi e ingordi. Ritengo che soltanto un pericolo per l’uomo, ritenuto improbabile dagli esperti, potrebbe giustificare l’eliminazione del fiero, irriducibile animale, sopravvissuto in Europa all’invasivo cemento e alle nere leggende (le Cappuccetto Rosso dei nostri tempi sono vittime di uomini che non hanno bisogno di travestimenti lupeschi). In un mondo così addomesticato e adulterato è bene che sopravvivano, a monito e conforto, le testimonianze di una natura primigenia, non necessariamente nemica. Viene opposto dagli avversari il problema dei costi (che d’altronde vale anche per i parchi naturali), dei danni ai pastori e ai coltivatori.

Essi hanno comportato nel caso, per l’anno passato, un indennizzo di 65.000 euro da parte della Regione. Ma possono essere contenuti incrementando i dissuasori di varia natura, dall’utilizzo di cani addestrati alle recinzioni elettrificate. Apparirebbero comunque sopportabili e ininfluenti rispetto ai valori in gioco: basterebbe abolire qualche auto blu, qualche privilegio insolente della «casta» per pareggiare i conti, per assolvere una pur spiacevole strage di pecore. Se a questo si limita lo scotto da pagare, sto con i lupi.

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Titolo: LORENZO MONDO Il Partenone dei finlandesi
Inserito da: Admin - Luglio 25, 2011, 12:00:19 pm
24/7/2011 - PANE AL PANE

Il Partenone dei finlandesi

LORENZO MONDO

Sono anni che dalla Grecia si richiede alla Gran Bretagna la restituzione delle metope del Partenone conservate al British Museum. I preziosi bassorilievi, attribuiti a Fidia, furono depredati da Lord Elgin, con il beneplacito del sultano di Costantinopoli, infliggendo una grave ferita al gran monumento e alla sensibilità della Grecia, resa più acuta in tempi recenti. Ma le rivendicazioni sarebbero state vanificate, rese obsolete, se avesse trovato corso la richiesta di sequestrare addirittura il tempio dedicato alla vergine Atena.

Nell’esplosione della crisi finanziaria che attanaglia la Grecia e mentre si trattava convulsamente in sede europea per il suo salvataggio, dalla Finlandia è arrivata la proposta di chiedere come garanzia, in cambio degli aiuti, i beni dello Stato greco, dalle isole all’Acropoli e, appunto, al Partenone. Sembra che l’iniziativa sia dovuta al partito dei «veri finlandesi», un raggruppamento della destra populista premiato dalle recenti elezioni.

Si ignora cosa avrebbe comportato la rivalsa nel caso di un fallimento da parte di Atene. I creditori si sarebbero limitati a incassare indefinitamente i proventi turistici o avrebbero smantellato il tempio per ricostruirlo magari in una landa dell’estremo Nord? E’ inevitabile che, quando si parla di Grecia, si faccia riferimento al suo superbo passato. E’ il suo privilegio e la sua condanna. Anche ora i vignettisti ne hanno tratto alimento, come l’eccellente Giannelli che ha segnalato l’impotenza della Venere di Cnido, assimilata alla Grecia e chiamata a «rimboccarsi le maniche» pur essendo priva di braccia. Ma si tratta appunto di scherzosi commenti, sopravanzati dalla barzelletta arrivata per vie diplomatiche da Helsinki.

Non ci si aspetterebbe che severi consessi si comportassero come il famoso Totò che vende a un americano la Fontana di Trevi. A parte la traballante solidarietà europeistica, dovrebbe essere ormai radicata, come acquisto civile, la consapevolezza che i beni artistici e culturali sono inalienabili, appartengono al loro contesto, tanto più quando esprimono l’anima di un popolo e di una nazione. Di più, hanno un valore che prescinde dalla loro mercificazione, da un impiego utilitario. Ovviamente, il Partenone passerà indenne tra le tempeste finanziarie, l’Acropoli non subirà l’assalto di nuovi Persiani in veste di burocrati e contabili. La proposta avanzata dalla Finlandia resterà a testimoniare le amene bizzarrie che amano celarsi negli interstizi della Storia, delle sue drammatiche vicende.

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Titolo: LORENZO MONDO Uno strano Paese
Inserito da: Admin - Luglio 31, 2011, 11:27:37 am
31/7/2011 - PANE AL PANE

Uno strano Paese

LORENZO MONDO

Dai resoconti dei viaggiatori, siamo informati che esiste uno strano Paese, mimetizzato tra quelli normali, in cui non vorremmo vivere, anche se ci lusinga con le avvincenti testimonianze di una perduta civiltà e le impareggiabili bellezze naturali. A essere di troppo sono gli abitatori, tra i quali si conta un numero inaudito di lestofanti. Imperversano i ladri, in tutta l’estensione del termine e in tutti i ceti sociali. Non suscitano stupore ma un tetro umorismo gli incalzanti bollettini delle forze dell’ordine che segnalano casi estremi di illegalità: qui è l’arresto di trenta affiliati alle sette criminali, là la denuncia di mille, opulenti evasori fiscali (trenta e mille sono i numeri che ricorrono con maggiore frequenza).

Cambiando scenario, scendendo cioè a livelli più popolari, impressiona la quantità spropositata dei falsi invalidi e quella dei morti che continuano, per anni, a fruttare pensioni ai fraudolenti eredi. Quanto alle carceri, rigurgitano di detenuti, i tribunali sono intasati e il solo rimedio proposto per sfoltire i ranghi è l’amnistia: invece di processi più celeri ed equi o di nuove prigioni.

Il Paese risente di una grave crisi economica, anche se la povertà è occultata da una frenesia di consumi, i ristoranti sono sempre pieni e le vacanze appaiono irrinunciabili: forse al mal’acquisto della ricchezza, a una superstite fascia di agiatezza, va aggiunta la spensieratezza dei giovani che danno fondo ai faticati risparmi dei genitori.

Le istituzioni, i rappresentanti politici, esortano alla sobrietà e impongono sacrifici, con una insolenza che dovrebbe apparire intollerabile, poiché si astengono in blocco dall’intaccare i propri privilegi, dal contrastare a tutto campo i fenomeni di corruzione. Perduti in fumose astrazioni ideologiche, in risse senza costrutto che non risparmiano alleati e affini, danno l’impressione di avere smarrito il senso della realtà, di condurre una danza insensata su una nave senza nocchiero.

Ad agitarsi sono soltanto i ribelli di professione che, rivestendo il teppismo con l’orpello di rivoluzioni defunte, scelgono a caso i loro bersagli. Assistiamo alla schizofrenia per cui, al Nord del Paese, si scende in campo contro la costruzione di una ferrovia ad alta velocità, che ha le sue ragioni, mentre al Sud avanza il progetto di un ponte faraonico, di dubbia utilità, tra sponda e sponda. Sono brandelli appena della realtà inamena che si presenta agli occhi dei viaggiatori. E non possiamo impedirci di consentire al loro perplesso, amaro disincanto.

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Titolo: LORENZO MONDO La speranza nel dolore
Inserito da: Admin - Agosto 14, 2011, 07:16:22 pm
14/8/2011 - PANE AL PANE

La speranza nel dolore

LORENZO MONDO

Nella quotidiana «offerta» di atti delittuosi e disumani, privi di grazia e di pietà, capita di imbattersi in qualche notizia che, senza essere in tutto rasserenante, induce a non disperare della specie umana. Negli ultimi giorni ne ho raccolte almeno un paio, provenienti da latitudini e situazioni diverse, ma direi che proprio per questo acquistano la forza dell’esemplarità. Abbiamo sentito di Carolina, una donna della provincia lombarda che ha perso il figlio, la gola squarciata da una bottiglia rotta, durante il futile diverbio con un coetaneo.

Questa madre, per quanto straziata, ha saputo aprire un varco nel suo dolore, per piegarsi sulla figura dell’assassino.
Ha respinto un comprensibile sentimento di odio, mostrando dispiacere per il suo futuro inevitabilmente difficile e per la sofferenza patita dai genitori. Tanto più stupisce il fatto che si tratti di una reazione a caldo, che avrebbe giustificato semmai la veemenza del rancore.
Un simile comportamento suggerisce una sola, secca alternativa, che lo consideri folle o sublime. Ma l’alternativa sembra sciogliersi, quando la donna, uscendo dal suo privato, invoca la speranza che quel fatto di sangue faccia riflettere tanti ragazzi sbandati, li induca a capire che nel mondo conta soltanto il «volersi bene».

Spostiamoci nell’Inghilterra turbata da torbidi di genesi oscura. Qui il disagio giovanile non si è espresso in un isolato gesto inconsulto, ma in torme furenti e gioiose dedite al saccheggio e alla violenza. Tra le vittime dei disordini (salite ormai a cinque) ci sono tre ragazzi di origine asiatica che sono stati investiti da un’auto, con l’intenzione di uccidere, mentre cercavano di contrastare i teppisti e difendere i beni di famiglia (rappresentano, insieme a tanti altri, la smentita a un sociologismo che giustifica l’«inevitabilità» di certe sommosse).

Tariq Jahan ha perso in quel triplice omicidio il figlio diciottenne Haroon. E’ apparso in televisione, la barba grigia nel volto devastato, non per gridare il suo dolore e chiedere vendetta, ma per invocare la fine degli scontri e un sentimento di pacificazione. Senza curarsi, nella sua magnanima urgenza, di essere salutato dai tabloid come un eroe nazionale. Ecco, Tariq da Birmingham e la signora Carolina da Monza si danno idealmente la mano. Danno ragione a Solzenicyn, all’umile eroina del racconto La Casa di Matrjona: «Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio».

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Titolo: LORENZO MONDO L'azzardo dell'evasione
Inserito da: Admin - Settembre 04, 2011, 05:13:28 pm
4/9/2011 - PANE AL PANE

L'azzardo dell'evasione

LORENZO MONDO

Tremate, evasori! Questo il messaggio del Governo, o almeno di una sua parte, dopo avere fatto e rifatto i conti della manovra finanziaria imposta dalla crisi. Dovrebbe essere apprezzata la risolutezza, anzi l’audacia, con la quale si intende stroncare una evasione fiscale che non ha l’equivalente in altri paesi europei. Per garantire il rispetto dei parametri economico-finanziari richiesti dall’Unione Europea, per compensare la cassazione di altre misure giudicate troppo impopolari o troppo punitive per i presunti elettori, si è davvero gettato il cuore oltre l’ostacolo.

A snidare i profittatori, si è messa in piedi una strategia a tutto campo, con ogni variante possibile e immaginabile, compresa una sorta di mobilitazione civile. Si prevede un più stringente impiego del redditometro per stanare i «nullatenenti» che possiedono ville, yacht e superauto, attraverso lo smantellamento delle società di comodo. Ma si ipotizza anche di rafforzare i poteri dei Comuni, che renderebbero pubbliche le dichiarazioni dei redditi e diventerebbero di fatto esattori. Si aggiunga una più severa tracciabilità dei pagamenti in ogni genere di transazioni.

Passando dal municipale al transnazionale, e ispirandosi all’esempio britannico, si è perfino ventilato un patto con la Svizzera per tassare i capitali sui conti cifrati. Ma il vero spauracchio è il carcere, garantito senza condizionale a chi evade per una somma superiore ai tre milioni di euro. Si aggiunga, come prova di inflessibilità, l’impegno solenne del ministro Tremonti a evitare un altro scandaloso ricorso al concordato o condono fiscale.

Sembra tuttavia paradossale che si attenda la salvezza proprio da una battaglia più volte annunciata e perduta (basti pensare - è un dettaglio - che, secondo la denuncia della Corte dei Conti, lo Stato riesce a incassare soltanto l’11 per cento delle irregolarità accertate). Così, le cifre sbandierate sul recupero dall’evasione risultano poco affidabili, come mostrano le perplessità di Bruxelles su questa parte della manovra.

Per quanto riguarda il carcere, suvvia, l’Italia non è assimilabile all’America dei tempi di Al Capone, messo al chiuso non come criminale ma come evasore. Eppure siamo costretti a sperare, a tifare perché ne esca qualcosa di buono. Resta una maliziosa domanda: perché aspettare una tale emergenza se, come annuncia trionfalmente il ministro Calderoli, la soluzione dell’annoso problema si trovava a portata di mano? Saremmo disposti ad annullare la domanda, suscitatrice di lunghe ombre sulla nostra politica, se omissioni e connivenze fossero davvero acqua passata.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9160


Titolo: LORENZO MONDO La giustizia e i tempi infiniti
Inserito da: Admin - Ottobre 03, 2011, 06:25:35 pm
3/10/2011



LORENZO MONDO

Non occorre sposare le intemerate del presidente Berlusconi contro le persecuzioni dei magistrati, per provare disagio davanti a certi episodi che riguardano il potere giudiziario e magari lo stesso dettato delle leggi. Prendiamo proprio l’ultima inchiesta sul premier, connessa ai suoi rapporti con il faccendiere Tarantini e con ragazze da alcova. Se ne è occupata in prima istanza la Procura di Napoli, che indagava sull’estorsione di cui sarebbe stato vittima. Ma ecco che gli atti vengono richiesti da Roma, dove sarebbe avvenuto il versamento di denaro del premier a Tarantini. Se così è stato, non si capisce perché Napoli non abbia avvertito quella che è stata dichiarata una sua manifesta «incompetenza». E si capisce come Berlusconi, chiamato a testimoniare, si sia negato temendo un «trappolone». Ma non è finita con il balletto delle avocazioni. Perché alla fine è stata Bari a impossessarsi del caso, con un vistoso cambio di scena: Berlusconi infatti, da parte lesa, si è scoperto indagato come corruttore. Ripeto, nessun compiacimento assolutorio per il cattivo odore che emana da una vicenda di soldi e donne facili. Ma non rappresenta uno spettacolo edificante il misto di contrattempi e trafelati interventi che emergono da questa triangolazione giudiziaria.

Ragionando sull’esercizio della giustizia, sono portato dalle cronache a occuparmi di un’altra storia, significativa anche se decisamente minore. Leggo sul Corriere della Sera che da due anni si indaga, e a gennaio si aprirà il processo, per il presunto furto di un ovetto Kinder. Massì, il famoso dolcino a base di cioccolata. Un giovane di vent’anni è accusato di avere sottratto, in quel di Taranto, il famigerato ovetto da una bancarella. Egli sostiene di averlo effettivamente preso in mano per mostrarlo al commerciante e pagarlo. Ne è nato un battibecco, con un intervento dei carabinieri e un rinvio a giudizio del malcapitato per furto e ingiurie. È fallito ogni tentativo di transazione, fino all’offerta di 1600 euro per una refurtiva che vale poco più di un euro. Ma, tra le scartoffie e il tempo perso dagli inquirenti, se ne sono sprecati a migliaia prima di arrivare al dibattimento. C’è da piangere, se si pensa alle continue lamentele per l’insufficienza di uomini e mezzi assegnati all’ordine giudiziario. Tra gli addebiti mossi a Berlusconi, attratto da ben altre golosità, e quelli mossi al patito della cioccolata corre una bella differenza. Eppure concorrono entrambi a suscitare pungenti interrogativi sui tempi e sui modi in cui si rende giustizia in Italia.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9272


Titolo: LORENZO MONDO Genitori italiani e familismo italico
Inserito da: Admin - Ottobre 23, 2011, 11:46:22 am
23/10/2011

Genitori italiani e familismo italico

LORENZO MONDO

Non sappiamo quanti fossero i mascalzoni e gli imbecilli (insieme agli aspiranti criminali) che hanno messo Roma a ferro e fuoco. Certo erano tanti e il fatto che soltanto nove di loro siano finiti in carcere dimostra che la repressione è stata inadeguata o di mano leggera. Anche troppo. Non la pensano così i genitori dei dimostranti finiti a Rebibbia, dei quali si stanno accertando le effettive responsabilità. Sono i campioni del familismo italico, da non confondere con il senso della famiglia, che non disgiunge dall’affetto la severità e l’educazione al rispetto di certi principi elementari. L’espressione più radicale di questo sentimento deviato si trova nelle donne di mafia che inveiscono a difesa dei congiunti in manette; ma si manifesta per mille rivoli in più quiete e domestiche circostanze della vita associata.

Non c’è punizione, anche tenue, ventilata tra i banchi di scuola o nei commissariati di polizia che non veda la reazione di genitori che giurano sulla correttezza e sull’innocenza dei figli, vittime di intenti persecutori. A Roma si sta recitando lo stesso, insopportabile spettacolo. I loro ragazzi, figuriamoci, non si occupano di politica (come se questo fosse di per sé un crimine), sono perfino impegnati nel «sociale», non farebbero del male a una mosca e, semmai, si sono lasciati trascinare dalla foga della protesta e dal cattivo esempio. Parole assolutorie anche per chi è inchiodato dalle telecamere, per l’energumeno che affrontava i poliziotti armato di un estintore (richiamando alla memoria, con un brivido, l’analogo episodio, risoltosi in modo funesto al G8 di Genova).

Quanta commiserazione per i figli detenuti in celle sovraffollate e umide, col rischio di prendersi malanni a causa del freddo, quanta sollecitudine per la cattiva nomea che comprometterebbe una onorata carriera di studio e di lavoro. Non uno che abbia esalato contro il figlio la parola cretino, che abbia dichiarato «gli sta bene», minacciando un «a casa faremo i conti»: in aggiunta al disagio della detenzione che, stante l’andamento della giustizia e in mancanza di gravi, personali addebiti, promette di essere temporaneo. Certo non suscita comprensione l’atteggiamento vigliacco dei dimostranti che, dismesso il piglio bellicoso, negano l’evidenza accampando ridicole giustificazioni e professando un candido pacifismo. Ma più indifendibili sono questi genitori fasulli, protettivi oltre misura nei confronti di rampolli che mostrano, quanto meno, di non conoscere neppure. Sintomo, anche loro, dell’offuscamento morale e civile che affligge questo Paese.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9352


Titolo: LORENZO MONDO L'alluvione delle coscienze
Inserito da: Admin - Novembre 06, 2011, 11:06:24 pm
6/11/2011 - PANE AL PANE

L'alluvione delle coscienze

LORENZO MONDO

Sembra una beffa. Mai come oggi siamo appesi ai bollettini meteorologici per programmare una gita nel fine settimana o anche il minimo scarto da comportamenti abitudinari. Sono avvisi inappuntabili sul nuvolo e sul sereno, forniti da uomini che fin dalla divisa dell’aeronautica mostrano di avere confidenza con i cieli. Ma la loro capacità di previsione ci aiuta a scampare da un acquazzone, non dalla tragedia come quella che si è rovesciata sulle Cinque Terre e su Genova. La verità è che la mutazione "tropicale" del clima produce alluvioni-lampo non incluse in un generico stato di allerta, tali da trasformare in pochi minuti un inoffensivo torrente in uno scarico di distruzione e di morte.

Non si tratta soltanto di malaugurate congiunture, la ripetizione degli eventi rivela che dobbiamo prendere atto di una amara novità. Se devo avvalermi di un termometro letterario, mi ricordo che, a raccontare disastri provocati dalle acque, figurano tra i nomi eminenti soltanto il Riccardo Bacchelli del Mulino del Po e il Giovanni Guareschi di Mondo piccolo. Ma si tratta appunto delle prevedibili intemperanze di un grande fiume. Il dato è abbastanza significativo e conferma a suo modo che ci troviamo di fronte a inedite minacce, scontando decenni di insipienza, di avido sfruttamento di un territorio estremamente fragile.

Il repertorio delle reponsabilità è stucchevole ma proprio questo dimostra la sua impunita recidività. C’è un abusivismo edilizio che, sommandosi alle autorizzazioni di manica larga, divora e sfigura parti sempre più estese del territorio (annettendosi palesi zone a rischio, fino a coprire tratti di un torrente con asfalto e cemento). C’è il mancato dragaggio dei corsi d’acqua, depauperati dello sfogo rappresentato dalle golene. E i boschi, già protettivi contro il dissesto, patiscono l’abbandono, sono lasciati alle scorrerie dei cinghiali. Così, il demone dell’urbanizzazione selvaggia viene castigato da un retroterra dimenticato, da un contesto che si rivela sempre più alieno.

Appaiono emblematiche, nelle immagini tragiche di Genova sommersa, le auto sparpagliate come fiammiferi, come bastoncini di un surreale gioco a Shangai. E adesso? Finora, a sgomentarci, era lo scempio del paesaggio, di un patrimonio mirabile consegnatoci dalla natura e dalle generazionbi passate. Erano, ad avvilirci, l’egoismo e la corruzione che presiedono a tanti misfatti. Ma ora è la terra che ci frana addosso, fango contro fango. Per intraprendere la strada lunga e sofferta di un cambiamento, bisognerebbe recuperare il senso del limite e ripulire, insieme ai luoghi devastati, le coscienze. Trattando con esemplare durezza chi insiste a malfare. Ne saremo capaci?

DA - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9403


Titolo: LORENZO MONDO "Staccare la spina" Parole sprecate
Inserito da: Admin - Novembre 21, 2011, 05:34:14 pm
21/11/2011 - PANE AL PANE

"Staccare la spina" Parole sprecate

LORENZO MONDO

Mario Monti, chiamiamolo così senza l’appellativo di professore che per molti ha un significato limitativo marcando la sua estraneità al mondo della politica, ha ottenuto nei due rami del Parlamento una massiccia maggioranza. Non offuscata dallo spettacolino di quel tal Scilipoti che si è presentato alla Camera con la fascia nera al braccio in segno di lutto. E nemmeno dall’ostracismo della Lega che ha rispolverato gli inoffensivi ministeri del Nord facendo appello alle viscere dei suoi militanti (ingoiando il rospo di un esecutivo ad alto quoziente nordista). Gli ostacoli veri si annidano all’interno del provvisorio unanimismo che ha legittimato il nuovo governo. Già alla vigilia se ne sono colte le avvisaglie quando è caduta l’opzione, patrocinata dal presidente della Repubblica, di Giuliano Amato e Gianni Letta come ministri. Due persone apprezzate per il loro senso della misura che avrebbero impegnato i rispettivi schieramenti ostacolando le imboscate delle ali estreme. La bocciatura significa che certi partiti vogliono mantenersi le mani libere.

Ora, è comprensibile che non si accetti di procedere al buio, ma le parole che si sentono, a voce alta e bassa, lasciano trapelare l’insofferenza per una mediazione - di interessi e di sacrifici - che è la ragione prima del nuovo corso. Troppe sono in realtà le parole che si sprecano, al di là del senso comune. C’è chi grida al golpe, alla sospensione della democrazia: quando la scelta, dettata da una drammatica emergenza, è frutto di un accordo trasversale degli eletti e può essere vanificata dal voto del Parlamento che è in grado - come afferma un subdolo memento - di «staccare la spina». Si insiste d’altra parte nel qualificare quello di Monti come un governo di tecnici, del quale già si contano i giorni, perché non può esautorare alla lunga la politica. Si trascura, con rara impudicizia, che la politica ci ha messo del suo per esautorarsi. E che proprio un anomalo governo offre - per la competenza, la sobrietà del comportamento e l’onestà dei propositi - i tratti distintivi di una politica diversa da quella cui siamo da troppo tempo avvezzi. Forse la gravità della situazione e l’ampio consenso manifestato a Mario Monti dall’opinione pubblica frenerà le spinte faziose. Vada come vada, nelle future scadenze elettorali non si potrà prescindere da questo esperimento. È toccato ai presunti tecnici mostrare che non tutto è da buttare nel nostro paese, che esistono trascurate risorse per una politica intesa a riappropriarsi dei suoi ineludibili e nobili compiti.


da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9460


Titolo: LORENZO MONDO La megalomania di don Verzè
Inserito da: Admin - Dicembre 05, 2011, 11:06:29 am
5/12/2011 - PANE AL PANE

La megalomania di don Verzè

LORENZO MONDO

Don Luigi Verzé ha rotto il suo lungo silenzio sulle traversie del San Raffaele, dopo il suicidio del braccio destro Mario Cal e l’inchiesta della magistratura per i debiti, ammontanti a 1,5 miliardi di euro, che gravano sul centro sanitario. Ha scritto una lettera ai pm in cui rivendica «l’intera responsabilità morale e giuridica di quanto accaduto». Non entro nel merito delle accuse che gli sono rivolte, sulla liceità dei suoi comportamenti e sulle omissioni per i traffici di denaro messi in atto da suoi collaboratori e «clienti».

Su tutto questo si pronuncerà la giustizia. Certo lasciavano perplessi le iniziative dispendiose sviluppatesi intorno a quello che pure è riconosciuto (onore al merito) come uno dei centri di ricerca e di cura tra i più avanzati d’Europa. Basta pensare, tra le altre bizzarre intraprese, alle piantagioni di mango in Brasile o alle attività alberghiere in Sardegna. Si avvertiva in lui una spericolatezza, una propensione all’affarismo che mal si conciliavano con la veste di sacerdote. E non a caso, ai tempi di Paolo VI, era stato sospeso a divinis. Non piaceva neanche l’intimità gioviale con Berlusconi, l’elogio della sua fisica prestanza, che potevano essere benevolmente accolte se non si fossero tradotte in una indulgenza di ordine pastorale. E non insisto sulle spese sostenute, a crisi ormai affiorante, per la statua dell’Arcangelo che svetta sull’ospedale e per l’aereo privato che avrebbe agevolato la diffusione della sua «buona novella». Erano, insomma, le stigmate di una megalomania praticata in mezzo alle esalazioni di facile denaro.

Ma è la chiusa della sua lettera ai magistrati che sgombra ogni sospensione di giudizio e suscita una totale riprovazione. «Ora so - scrive don Verzé - cosa significa essere come Cristo tempestato di insulti, sulla croce. Fa parte del mio programma sacerdotale». Si è ricordato, alla buonora, di essere un prete ma soltanto per concedersi un’altra stonatura. E questa non si può lasciargliela passare, soprattutto da parte di chi rispetta e venera il nome di Cristo. È fin troppo facile obiettargli che, pur tenendo conto dei tempi diversi, esiste un eccessivo divario tra il dorso di un asino prediletto dal divino maestro e le ali saettanti di un jet. Più indigna confrontare il supplizio della Croce inflitto all’uomo-Dio con gli strali giornalistici diretti contro un responsabile di gravi ammanchi. Altro che «non nominare il nome di Dio invano». È un paragone dal sapore blasfemo che getta ombre sulla lucidità, più che di un prete, di un declinante capitano d’industria. Vaticano, se ci sei, batti un colpo.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9520


Titolo: LORENZO MONDO Un parrocchiano come gli altri
Inserito da: Admin - Dicembre 11, 2011, 11:21:26 am
11/12/2011 - PANE AL PANE

Un parrocchiano come gli altri

LORENZO MONDO

L’arresto del boss Michele Zagaria a Casapesenna, nel Casertano, ripropone uno schema abituale nella cattura di uomini del suo rango, appartengano essi alla mafia o alla camorra. C’è innanzitutto la lunga latitanza, che per lui valeva tre lustri, accompagnata dalla fama dell’imprendibilità. C’è il fatto che trovasse una tana accogliente non alla macchia ma a casa sua, facendo una vita da recluso che lascia pensare, restrizioni a parte, a un carcere di massima sicurezza: tant’è che Michele Capastorta veniva anche chiamato Il Monaco (una vita così sacrificata che prende il senso di una orgogliosa, luciferina sfida alla convivenza civile). E c’è l’utilizzo di misure protettive che si avvalevano, in particolare, di sofisticate risorse tecnologiche.

Ma a poco sarebbero serviti il bunker infossato come nocciolo duro in una villa, i muri scorrevoli, la rete delle telecamere, senza la protezione garantita dal contesto sociale. Lo si è visto nell’atteggiamento della gente presente al suo arresto. Una scena allucinante e, ahimè, non inedita. Sembrava che assistessero a un funerale o alla tappa di una dolorosa via crucis. Parole di compassione e rammarico, invocazioni alla Madonna, preoccupazione per il pane e il lavoro elargiti dal boss. Tanti benefici che venivano rinfacciati, con le consuete lamentazioni, allo Stato assente.

Ma non c’è analisi sociologica, non privazione di elementari diritti, non sedimentati rancori che possano giustificare una così abnorme solidarietà per un delinquente abbietto. Sembravano tutti trascurare che su Zagaria pendeva una condanna a tre ergastoli, che quel pane e quel lavoro, non ben definito, comportavano il prezzo del sangue. Stupiva l’assenza di vergogna, l’incapacità di ribellarsi, almeno nell’intimo, a imposizioni o umilianti concessioni, rendendosi di fatto complici di atti criminosi. È questa complicità che lascia sbigottiti, ben più radicata che la paura: perché in tanti anni, non c’è stata nemmeno una lettera anonima che mettesse gli investigatori sulla pista buona.

Il parroco di Casapesenna ha definito Zagaria «un parrocchiano come gli altri ai quali portare il Vangelo». D’accordo, uno il coraggio, se non ce l’ha, non se lo può dare, e in date circostanze sarebbe anche ingeneroso pretenderlo. Ma poiché non risulta che sia riuscito a catechizzare il boss avrebbe fatto bene a operare qualche distinzione, a non assimilarlo agli altri suoi parrocchiani. Se lo prendessimo alla lettera, ci sarebbe da rabbrividire, da disperare che qualcosa, da quelle parti, possa cambiare.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9538


Titolo: LORENZO MONDO Che faccia tosta il Paese abusivo
Inserito da: Admin - Dicembre 18, 2011, 05:49:07 pm
18/12/2011 - PANE AL PANE

Che faccia tosta il Paese abusivo

LORENZO MONDO

A remare contro il governo Monti ci si mette, nel suo piccolo, anche Bacoli, la città che sorge sul litorale flegreo. Qui non è questione di rifiuti ma di un altrettanto maleodorante abusivismo edilizio. A Bacoli è scoppiata una rivolta, non per dire basta allo scempio, ma per impedire la demolizione di due case costruite in violazione del vincolo paesaggistico. Si trattava, pensate, di eseguire una sentenza della magistratura emessa nel 2008. Ci sono stati scontri violenti con la polizia che voleva aprire il passo alle ruspe, alcuni feriti, macchine distrutte, fino a quando il prefetto ha rinviato il provvedimento al 10 gennaio, sperando di stemperarne l’impatto dopo le Feste.

Se ne sono viste di tutti i colori. Uno dei proprietari ha minacciato di darsi fuoco, salvo traccheggiare poi con la polizia chiedendo di provvedere lui stesso, se costretto, a una meno costosa demolizione. Dio mi guardi dal non compatire le disgrazie altrui, ma trovo crudele esibire una figlia disabile per alimentare la protesta. Le infermità meritano una solidale attenzione ma non valgono di per sé a redimere un indebito possesso. E lasciamo stare l’altarino con la statuetta del Sacro Cuore davanti al quale radunarsi in preghiera. Un abuso anche nei confronti di Gesù Cristo, in un fumo di superstizione se non di camorra.

Il Consiglio comunale aveva emesso nei giorni scorsi un comunicato che brillava per la sua ipocrisia venata di comicità. Prometteva di riunirsi in seduta permanente per monitorare gli abusi non dettati da necessità, ma pretendeva la sospensione degli abbattimenti fino al 31 dicembre del 2012: non per dare eventualmente agli occupanti il tempo di trovare una diversa sistemazione, ma in attesa che si aprisse un altro condono. Una faccia tosta seguita successivamente dalle dimissioni del sindaco.

Si calcola che in Campania siano 70.000 gli edifici costruiti nel dispregio di ogni norma ed è ovviamente impossibile che tutti vengano rasi al suolo. Nei Campi Flegrei i tribunali hanno stabilito che ne vengano abbattuti 1300 (compresi quelli di Bacoli). E’ presumibile che, fra tanti, non siano stati scelti a caso ma che gridino davvero vendetta. In una situazione così pregiudicata sarebbe già importante dare il senso di una svolta, con un taglio che, oltre a riparare danni vistosi, assumerebbe un valore educativo e dissuasivo. Le responsabilità dei singoli, costretti in molti casi a pagare di persona, ed i connessi traffici della malavita, chiamano però in causa un’intera classe politica. Dov’erano parlamentari, governatori, sindaci, assessori mentre una popolazione di trafelate, insolenti formiche deturpava una terra così bella con 70.000 escrescenze cementizie?

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9559


Titolo: LORENZO MONDO Cortina non è sola
Inserito da: Admin - Gennaio 08, 2012, 10:28:28 am
8/1/2012

Cortina non è sola

LORENZO MONDO

È il solito balletto del dire e non dire. A Cortina, dopo il blitz della Guardia di Finanza, tutti definiscono sacrosanta la lotta all’evasione fiscale, anche se troppi storcono la bocca. Il sindaco, gli operatori turistici, gli esercenti e i devoti a vario titolo della capitale ampezzana oppongono all’operazione delle «fiamme gialle» uno schieramento di «ma». Colpevolizzare un posto di vacanza come se fosse un ricettacolo di evasori è scorretto e «forcaiolo».

Ci vuole più rispetto per la gente che lavora e dà lavoro. Non è giusto colpire un simbolo del turismo italiano. Bisogna sentirsi in colpa perché si fanno le vacanze a Cortina? Ci sono altri modi per esercitare controlli incrociati sui redditi, senza ricorrere ad aggressioni di stampo mediatico. Gratta gratta, si arriva perfino a concludere che davanti a un Fisco così rapace si è costretti a evadere. E scendono in campo, a rinforzo, Pdl e Lega che, impermeabili al senso dell’umorismo, paventano l’instaurazione di uno Stato di polizia.

Attilio Befera, il presidente di Equitalia, si è finto sorpreso per le proteste: «A Cortina abbiamo fatto andar bene gli affari. I ristoranti hanno aumentato i loro ricavi del 300 per cento in un solo giorno». Alludeva all’impennata di scontrini fiscali e di ricevute rilasciate dagli esercenti nel giorno dei controlli (e trascurava sul momento la sproporzione tra certe macchine lussuose e il miserevole reddito dichiarato dai proprietari).

E’ un tratto di ironia che ci rende simpatico il capo dell’Agenzia delle Entrate. Ma resta il discorso di fondo. E’ vero o no che sono stati scoperti a Cortina cittadini che, per l’entità degli addebiti, devono essere considerati veri e propri ladri? Appare ininfluente il sospetto che Equitalia abbia cercato un esibizionismo mediatico, compatibile d’altronde con indagati che non disdegnano le luci di una qualsivoglia ribalta. D’altronde il ceto medio, che subisce un’inusitata asprezza di tasse e balzelli, trova conforto in qualche sferzata inflitta a cosiddetti vip sulla scena delle loro malefatte. Senza doversi contentare delle cifre sul recupero fiscale fornite genericamente in alto loco.

Va consigliata poi una certa prudenza a chi, facendosi zelatore dell’immagine di Cortina, rischia di recarle danno. Temere disdette nelle prenotazioni e fughe dei turisti infastiditi dalle indagini, significa accreditare Cortina come rifugio di lestofanti, non avere fiducia nella gente onesta che non ha nulla da spartire con gli inquisiti e sa considerare nel giusto valore la perla delle Dolomiti. Va da sé che ci si aspetta qualche replica di Equitalia in altri luoghi di eccellenza dal Nord al Sud della Penisola. Non c’è nessuna regione immune da comportamenti asociali, dal più sfrontato egoismo.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9627


Titolo: LORENZO MONDO Il vigile ucciso e il sogno svanito
Inserito da: Admin - Gennaio 15, 2012, 11:17:38 am
15/1/2012

Il vigile ucciso e il sogno svanito

LORENZO MONDO

Adesso sono in tanti, e non soltanto i colleghi, a ricordare quanto Niccolò Savarino fosse buono, premuroso e gentile. Era il vigile «in bicicletta» ammazzato da un Suv che il guidatore ha scagliato deliberatamente contro di lui a farne scempio. A Milano, nel quartiere periferico della Comasina, su cui questo siciliano salito al Nord per conquistarsi l’ambita divisa da vigile, era chiamato a vigilare.

Occorreva un episodio così efferato per rammentare a tutti in modo particolarmente impressivo che gli addetti alla sicurezza non sono diversi dai comuni cittadini. Possono infastidire per una multa o un richiamo severo all’osservanza delle regole, possono essere additati e aggrediti come nemici da manifestanti rabbiosi, ma la divisa non rappresenta una barriera contro l’essere semplicemente uomo. Dovrebbe semmai suscitare, in persone civili, un maggiore apprezzamento, tanto più quando è onorata da un forte senso del dovere.

Savarino ha cercato di fermare una macchina che era passata sul piede di un malcapitato, e ha pagato con la vita il suo intervento. Quasi certamente chi lo ha travolto e si è dato alla fuga è un criminale che ha dei conti in sospeso con la giustizia, ma è comunque espressione di una cancrenosa violenza: come quella «gratuita» di chi, sempre a Milano, ha travolto un uomo che pretendeva il rispetto di un parcheggio per disabili o ha ammazzato a botte l’automobilista che aveva investito un cane.

Il vigile vittima come tanti di un male che incupisce le nostre città. Ed è questo il problema che assilla, che deve turbare i sonni dei responsabili della politica e dell’amministrazione. L’uccisione di Savarino sembra intanto compromettere il sogno del sindaco Pisapia. Egli intendeva cambiare il volto di Milano puntando anche sul vigile di quartiere che, sul modello del «bobby» inglese, instaurasse un nuovo rapporto con i cittadini. Fin dalla sua campagna elettorale, ipotizzava una «forza gentile» che trovasse il suo bonario, cattivante emblema, nella bicicletta. Ma adesso il sindacato di polizia si ribella, chiede che almeno in periferia si incrementino più sicure auto di pattuglia.

La bicicletta non protegge dagli accoltellamenti, dalle percosse, dagli insulti che i vigili lamentano di dover affrontare ogni giorno. Occorre prendere atto che sono tempi di emergenza e, anziché coltivare il «bon ton» con i cittadini onesti, mitigare con la persuasione le piccole inosservanze, si fa più stringente la necessità di contrastare, con la deterrenza e la durezza della reazione, la genia dei malavitosi. Di tanto si accontenterebbero, accantonando nobili utopie, le persone per bene.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9648


Titolo: LORENZO MONDO Fruttero, una scrittura allergica ai luoghi comuni
Inserito da: Admin - Gennaio 16, 2012, 11:59:34 am
Cultura

16/01/2012 - lo stile

Fruttero, una scrittura allergica ai luoghi comuni

Dai romanzi a quattro mani ai testi autobiografici il tratto caratteristico è la distanza dalle fedi perentorie

LORENZO MONDO
Torino

E’ nel 1972, con il successo della Donna della domenica , che il nome di Carlo Fruttero, accoppiato a quello di Franco Lucentini, diventa noto al grande pubblico. Ma egli aveva alle spalle una intensa attività di traduttore, che si era esercitata su autori di spicco (Nathanael West, Beckett, Ralph Ellison, Salinger) e aveva in particolare pubblicato nel 1959, con Sergio Solmi, Le meraviglie del possibile , un’antologia della fantascienza destinata a grande fortuna, che ebbe il merito di dare piena legittimità in Italia a quella che era considerata una letteratura minore, di puro intrattenimento. Egli si poneva fin da allora in una posizione eccentrica, capace di abbattere con le risorse della cultura e della scrittura ogni confine di «genere». E’ quello che accade anche con La donna della domenica , con il «giallo» che diventa una serrata indagine di costume, non meno pungente perché divertita, su Torino: una città rimasta a mezza via tra passato e futuro, tra i residui risorgimentali e le caotiche periferie industriali, dove il perbenismo si contamina con la trasgressione.

Soltanto filologi acuminati potrebbero assegnare, nella sapienza della costruzione e nell’alacrità della scrittura, la parte che spetta a ciascuno dei due autori, che procedono imperterriti a fare coppia nelle successive prove romanzesche: A che punto è la notte , Il palio delle contrade morte , L’amante senza fissa dimora (non dimenticando le sferzanti note, memori dei moralisti d’ antan , che trovano il loro più vivace contrassegno nel volume intitolato La prevalenza del cretino) . Mi sembra di poter cogliere l’indizio di una più personale disposizione nel brillante racconto Ti trovo un po’ pallida. Scritto nel 1979, appartiene al solo Fruttero e insinua nel contesto mondano di una assolata Maremma brividi onirici e visionari. Il pensiero corre allora allo straordinario Palio delle contrade morte , alla sfilata di fantasmi che denunciano nella piazza del Campo, insieme alle frodi e alle crudeltà della Storia, le compromissioni e le insolvenze di ciascuno nei confronti della propria vita.

Sia come sia, è negli scritti di Fruttero seguiti alla morte dell’amico Lucentini che ci muoviamo su un terreno sicuro. A trent’anni di distanza dalla Donna della domenica , Donne informate sui fatti ricorre ai meccanismi del romanzo poliziesco per indagare sull’assassinio di una immigrata che ha fatto fortuna. Ma l’inchiesta si estende dal truce fatto di cronaca a una intera città, ancora Torino, aggiornata sul mutare dei tempi. E l’emulo del commissario Santamaria sarà orientato alla soluzione del giallo da un coro di voci femminili, restituite alla brava nel loro vivace linguaggio, dissonante per anagrafe ed estrazione sociale. Risulta centrale, con i suoi risvolti dolenti, il tema dell’immigrazione. Ma l’interesse dell’autore è mosso più largamente dagli oscuri meandri del cuore, dalle passioni indomabili come l’avidità, l’assenza di pietà, la gelosia, l’orgoglio. Inclina a condividere con uno dei suoi personaggi l’idea di Schopenauer che «i cinque sesti dell’umanità fanno schifo, sono gentaglia». Il suo pessimismo assolve tuttavia la parte residua della specieumana che, con tutti i suoi difetti, si astiene dalla malvagità e merita di essere considerata con indulgente sorriso.

Il Fruttero più scoperto, e il suo commiato, lo troviamo in un libro, apparentemente minore, di capitoli autobiografici che viene intitolato, con ironico understatement , Mutandine di chiffon . Qui compaiono gli amici più cari, gli incontri avuti nel lavoro editoriale alla Einaudi e alla Mondadori, la Torino di sempre evocata con guardingo affetto nelle sue atmosfere, la Francia amatissima frequentata con Franco Lucentini. Bellissimi i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza nel Monferrato, in prossimità di un magico castello. Nella sua biblioteca Fruttero viene educato alla lettura, prima dei «gialli» Mondadori (quasi un presentimento) poi di libri più impegnativi, maturando «una passione feroce, esclusiva, come il gioco o il terrorismo, che fa sembrare insignificante qualsiasi altra cosa». Là apprende dall’impareggiabile signor conte, nelle varie «invasioni» del castello da parte di tedeschi, fascisti, partigiani un freddo, vigile distacco. Si affermano cioè certi tratti che saranno caratteristici di Fruttero, il suo disincanto dinanzi alle fedi perentorie, all’utopismo inscalfibile e, più in generale, all’autorità dei luoghi comuni. Oltre che della sua amicizia senza effusioni ma ferma, del suo magistero stilistico, sentiremo acutamente la mancanza anche di questo Fruttero, scrittore malgré lui civile.

da - http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/438421/


Titolo: LORENZO MONDO La scossa della Concordia
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2012, 10:19:08 am
22/1/2012 - PANE AL PANE

La scossa della Concordia

LORENZO MONDO

Ho viaggiato una volta su una nave della Costa e, a parte gli inconvenienti dovuti all’eccessivo e chiassoso affollamento, non ho avuto di che lamentarmi del personale di bordo, delle varie prestazioni offerte dalla crociera. Non ho assistito alla pratica dell’«inchino»,
l’abitudine cioè di avvicinarsi alle coste per salutare qualcuno o rendergli omaggio. Forse quel comandante non amava simili esibizioni, forse non erano consentite nei luoghi del Mediterraneo orientale toccati dalla navigazione. Sicché la tragedia della «Concordia» mi trova, a questo riguardo, impreparato e sgomento. Tanto più quando apprendo che la stessa nave aveva già effettuato nel corso degli anni 52 «inchini». Una notizia che rende ben più pesanti, ed estensibili, le accuse rivolte allo sciagurato Schettino.

C’è da chiedersi perché, a partire dalla Compagnia, nessuno intervenisse a scongiurare un comportamento così pericoloso e, in varie situazioni, chiaramente dissennato. Lo dimostra a usura l’infortunio del comandante Schettino, così vicino all’isola che, ad onta della sua abilità, si è avveduto solo all’ultimo momento, per «la schiuma sull’acqua», dello schianto imminente contro uno scoglio. E vengono i brividi quando Palombo, l’asserito maestro di Schettino, esalta in un libro le sue ripetute manovre rasocosta, definite rischiosi ma «bellissimi passaggi».

Mentre incombono i fantasmi delle vittime e l’incubo di una catastrofe ambientale, vien da riflettere sulle manifestazioni di un radicato costume italiota. A parte le gratificazioni riservate ai turisti e pagate nell’occasione a caro prezzo, c’è un comandante che inverte la rotta per cedere al richiamo «familistico» o paesano della terraferma. C’è l’«inchinarsi» all’oltranza di una festa segnata da luminarie e sirene spiegate. E la spavalderia che induce a strafare, ad abusare delle proprie risorse, di un malinteso estro «creativo».

Occorreva l’incredibile naufragio davanti all’Isola del Giglio per risvegliarsi dal sonno della ragione e dell’irresponsabilità?
Il ministro dell’Ambiente ha promesso il varo sollecito di una legge sulle rotte a rischio che tenga a distanza i grattacieli galleggianti, che metta al riparo, insieme alle vite umane, i parchi naturali e le bellezze insostituibili del nostro Paese. In primo luogo Venezia, finora impunemente minacciata, e miracolosamente risparmiata, dal traffico osceno. Non c’è profitto di sorta, non le titillate emozioni di turisti inconsapevoli che possano giustificare così gravi rischi. Occorre una scossa, ed è doloroso che venga richiesta, imposta, dai passeggeri imprigionati nel ventre della «Concordia».

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9679


Titolo: LORENZO MONDO Denaro, politici e soliti scandali
Inserito da: Admin - Febbraio 05, 2012, 07:36:11 pm
5/2/2012

Denaro, politici e soliti scandali

LORENZO MONDO

Dopo lo scossone rappresentato dal «governo dei professori», e i duri sacrifici richiesti al Paese, cresce l’attenzione su zone opache o semplicemente incongrue della vita politica. La gente assiste incredula alla singolare congiunzione di elementi realistici e surreali, non esenti da una spruzzata di involontaria comicità. Prendiamo la vicenda della Margherita, dove un imprevedibile incidente ha scoperchiato una pentola maleodorante. Si è appreso con stupore che un partito defunto da anni, diventato una costola del Partito democratico, gestiva una enorme quantità di denaro (al pari dell’altro contraente del patto unitario).

Ma la cosa più stupefacente è che i beneficiari ignoravano quale destinazione avesse lo zoccolo duro del malloppo. In verità, ancora il 23 dicembre la Margherita «certificò» la regolarità dei suoi bilanci: con una memoria depositata al tribunale civile e controfirmata dal rappresentante legale Luigi Lusi. Peccato che, all’epoca, il senatore Lusi si fosse già appropriato di 13 milioni di euro, procurandosi beni immobiliari in Italia e all’estero. Costernazione dei dirigenti che «non sapevano», che si affidavano a occhi chiusi a quel personaggio. Come dubitare di uno che era stato segretario dei boy scout e si vantava di essersi prodigato per i bambini della Palestina e di Cernobil? Politici di lungo corso trattati come ingenui «lupetti». Ed è qui che la solida concretezza del denaro evapora in un clima surreale.

Prendiamo un’altra storia, anche se ha un minor rilievo e comporta minori responsabilità. Riguarda gli ex presidenti di Camera e Senato che, oltre agli altri privilegi, godono di uffici e di segretarie nei palazzi del potere. Non basterebbe a queste figure, talora autorevoli, il riconoscimento di certi vantaggi a tempo determinato, magari per qualche legislatura, anziché per tutta la vita? La segretaria di Carlo Scognamiglio, che fu presidente del Senato per due anni, ha rilasciato a questo giornale una intervista dal candore disarmante. Protesta che nel suo ufficio si è occupati a tempo pieno, per di più con stipendi modesti. Precisa che il lavoro indefesso consiste nel programmare convegni e seminari. Il prossimo sarà dedicato, perbacco, al diario di Olindo Malagodi. Con tutto il rispetto per lo storico esponente liberale, ti cadono le braccia. E saremmo curiosi di sapere che diavolo stiano facendo gli altri numerosi titolari, chiedendoci se non potrebbero comunque svolgere un siffatto lavoro in sedi occasionali o a casa propria, con vantaggio dell’erario. Schifani e Fini promettono di sanare l’abuso. Staremo a vedere se alle parole seguiranno i fatti.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9739


Titolo: LORENZO MONDO La nevicata del lamento
Inserito da: Admin - Febbraio 12, 2012, 07:35:59 pm
12/2/2012

La nevicata del lamento

LORENZO MONDO

Non erano paragonabili alle nevicate eccezionali di oggi quelle che ricordo della mia infanzia. Da molti punti di vista. Non erano così folte, ma comunque disagevoli per una serie di circostanze. Parlo dei terribili inverni di guerra, che ebbi a vivere in un paese del Monferrato. All’accumularsi dei fiocchi, si dava alacremente mano alla pala per liberare gli accessi. Ci si scaldava con strati di panni (i lunghi mutandoni di lana) raccogliendosi intorno alla stufa e, di notte, aggrappandoci coi piedi allo scaldino. Ma si tirava in lungo, il più possibile, nella stalla messa a disposizione dai vicini e riscaldata dal benedetto fiato dei buoi. Lo spazzaneve, trainato da un cavallo, liberava le vie centrali. Ma per andare a scuola, chi volesse, si sprofondava fino al ginocchio e si arrivava zuppi, per avere battagliato a palle di neve ed esserci distesi a fare lo «stampo». Per giorni si viveva al chiuso, stretti al vicinato, senza notizie del mondo grande che stava schiantandosi (senza radio e con la televisione di là da venire). E si dava fondo alle magre provviste, la polenta abbrustolita sul piano della stufa, la minestra di latte e castagne, l’ultimo coniglio sacrificato. Educati alla sopportazione, si attendeva il sereno, aderendo fatalisticamente ai ritmi della natura.

Oggi, per fortuna, è diverso. Soltanto nelle isolate frazioni montane si verifica qualcosa di analogo: con una aggravante, che spesso in quei paesi spopolati sono rimasti soltanto i vecchi, accompagnati dal retaggio di debolezze e infermità. Soccorrono in qualche misura i moderni strumenti di contrasto, i mezzi motorizzati. Quelle macchine che, per impreparazione e imprevidenza, hanno contribuito invece a paralizzare città come Roma. Fatta la tara a situazioni drammatiche create dall’inusitato maltempo, è nei luoghi più protetti che si coglie una diversità, di ordine psicologico (e morale) rispetto ad altri tempi.

Non è magari l’incapacità di adoperarsi personalmente a sgombrare la neve davanti alla porta di casa. È l’assalto della gente ai grandi magazzini per impossessarsi di generi di consumo, quasi fossimo alle soglie di eventi catastrofici e di lunga durata. Come se non bastassero un po’ di pane e pasta, e una dozzina di uova, a superare momenti difficili. Peggio ancora quando sentiamo levarsi il lamento per le introvabili fragole o «zucchine» (quelle che al Nord si continua a chiamare zucchini). Bando ai ridicoli rimpianti su un’età che ai nostri ragazzi sembrerà degna di cavernicoli; ma resta qualche perplessità sulla stoffa umana di cui sono intessuti tanti nostri contemporanei.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9764


Titolo: LORENZO MONDO Sanremo, l'ultimo disastro della Rai
Inserito da: Admin - Febbraio 19, 2012, 10:33:05 am
19/2/2012

Sanremo, l'ultimo disastro della Rai

LORENZO MONDO

Un inverno di marca. Dopo la tragedia della «Concordia», dopo le eccezionali e punitive nevicate, è arrivato, come ciliegina avvelenata, il disastro di Sanremo. Anzi, della Rai. I responsabili si attaccheranno ovviamente agli indici di ascolto, che non sono necessariamente traducibili in indici di consenso. E se così fosse, non ci sarebbe da godere, dovremmo trarne conclusioni più cupe sul deficitario quoziente intellettuale e sullo stato di salute del nostro Paese.

Prendete l’esordio di Celentano. Sponsorizzato dal lungo tiramolla sulla libertà d’espressione pretesa dal cantante, si è rivelato uno spettacolo a dir poco penoso. Non è questione di ciò che Celentano pensa sui compiti della Chiesa e delle istituzioni, sul Paradiso e sui referendum, anche se non potrebbe interessarci di meno. Ma è inaccettabile che gli abbiano consentito di regolare i suoi conti, davanti a milioni di telespettatori e senza diritto di replica, con giornalisti che si erano permessi di criticarlo. Una tracotanza ridicolizzata dai suoi primi piani, dalla faticosa concentrazione del volto nell’acchiappare pensieri e parole per trarne disarticolate sciocchezze. A un costo pesante per l’erario, non riscattato da una beneficenza che in fin dei conti viene estorta ai cittadini, già impudentemente tartassati dal canone. Prendete, ancora, l’esibizione di presunti comici che, privi di inventiva, si sono segnalati per il turpiloquio e la volgarità. Così ripetuti e così gratuiti, che tradiscono perfino l’incapacità di trovare termini equivalenti, di maneggiare decentemente la lingua italiana.

Buon per loro, che hanno profittato immeritevolmente di una lucrosa occasione. Ma lasciano sbigottiti il compiacimento e le fragorose risate della platea, comprese le prime file in cui sedevano fior di colleghi televisivi e dirigenti. Fino a mimare con entusiasmo il «ballo della foca» (un eufemismo dall’allusione pecoreccia) proposto da Papaleo. Salvo poi concedersi una standing ovation per le patriottiche tirate di Alessandro Siani: le sviolinate su Napoli, la proclamata unità di Nord e Sud, le frecciate sulla Germania che, con un presidente indagato per corruzione e costretto a dimettersi, non può impartire lezioni (e invece sì, perché nei nostri palazzi del potere dovrebbero alla stessa stregua verificarsi dimissioni a catena). Una brutta pagina che umilia anche le esibizioni canore. Un ennesimo scivolone del carrozzone Rai. Ammesso che ne avesse tempo, il professor Monti proverebbe più fatica, a porvi mano, che nell’affrontare lo spinoso articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9791


Titolo: LORENZO MONDO L'ingiustificabile insulto al Corano
Inserito da: Admin - Febbraio 26, 2012, 06:19:12 pm
26/2/2012

L'ingiustificabile insulto al Corano

LORENZO MONDO

Infuria la rivolta in Afghanistan, con il solito, elevato conteggio di morti: scatenata dall’offesa ai sacri principi dell’Islam, dalle copie del Corano gettate nella spazzatura e date alle fiamme nella base Nato di Bagram. Non sono bastate a fermarla le scuse dell’ambasciatore e del capo dei contingenti americani, dello stesso presidente Obama, che ha parlato di «errore involontario» promettendo sanzioni contro i responsabili. Potrebbe anche trattarsi di un malaugurato incidente ma gli avversari della «pax americana» rammentano le fotografie dei marines che urinavano sui corpi di talebani uccisi. E aggiungono, ad alimentare la rabbia, le recenti vittime civili di bombardamenti definiti con insolente aggettivazione «selettivi». Anche se sbadataggine è stata, l’insulto al Corano è da considerarsi ingiustificabile perché rischia di diventare un cerino acceso gettato in una polveriera.

Ma il gesto e le sue drammatiche conseguenze suggeriscono alcune riflessioni, a prescindere dalla situazione generale e dalle pretestuose strumentalizzazioni. Di primo acchito si è portati a stigmatizzare, con motivata repulsione, il fanatismo di gente che assegna alla salvaguardia di alcuni libri, per quanto venerandi, una importanza superiore a quella riservata alla vita umana, propria e altrui. È un problema con il quale l’Occidente è costretto a misurarsi, al di là dell’odierno episodio, nei rapporti con il mondo musulmano.

Da noi, grazie a Dio, chi bruciasse una Bibbia susciterebbe tutt’al più riprovazione se lo facesse pubblicamente e con l’esplicito intento di offendere i credenti. Ma venendo al comportamento dei militari americani, continua a stupire la leggerezza con la quale si infilano in trappole devastanti, nonostante una così lunga esperienza sul campo. Eppure si erano presentati in Afghanistan esibendo, al di là della forza delle armi, il proposito di conquistare il cuore e la mente degli abitanti. Hanno disatteso in buona parte questo proclama, dettato soprattutto da preoccupazioni strategiche, ma non per cattiva volontà.

Hanno lasciato affiorare, piuttosto, i limiti di una diffusa cultura, più che tollerante, permissiva, insensibile peraltro alle ragioni di chi rivendica con vigore dei valori alieni: escludendo il modo distorto e aberrante con cui vengono difesi, meritano invece l’attenzione e il rispetto dovuti a una pacifica diversità. L’episodio di Bagram rivela purtroppo che alla sanguinaria follia del fondamentalismo islamico si risponde troppo spesso con una distratta, e insipiente, noncuranza delle sue radici. I risultati li vediamo anche in questi giorni.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9818


Titolo: LORENZO MONDO Un Paese che fa la guerra alle donne
Inserito da: Admin - Marzo 04, 2012, 11:14:17 am
4/3/2012

Un Paese che fa la guerra alle donne

LORENZO MONDO

Sei ancora quello della pietra e della fionda/ uomo del mio tempo...». Il poeta scriveva sotto l’impressione di una guerra devastante e da poco conclusa. Ma la sua apostrofe sconsolata si può estendere ai nostri tempi, anche dove la guerra è assente o si manifesta in forme intestine e subdole. Parlo della «guerra» alle donne che è in atto nel nostro Paese. Mentre incombe l’8 marzo, ci si preoccupa di «quote rosa», di una equilibrata rappresentanza femminile nelle professioni, nelle istituzioni e nell’arengo politico; si prova magari compiacimento per qualche risultato di alto valore simbolico (le tre donne ministro nel governo Monti). Ma in Italia le donne continuano a morire in sequenze agghiaccianti. Rashida Manjoo, che per conto delle Nazioni Unite si occupa di violenza contro il «sesso debole», parla di femminicidio. Brutto il neologismo, ma più brutta la situazione che denuncia.

Nel 2010 le donne assassinate sono state 127, solo nei primi mesi del 2011 salgono a 97. Semplificando la macabra contabilità, si rileva che ogni tre giorni in Italia viene uccisa una donna. Il crimine, nella maggior parte dei casi, viene compiuto all’interno della famiglia, da mariti, partner, parenti e perfino figli. Le vittime scontano la loro fisica fragilità, ma anche la persistenza di una mentalità che le considera esseri inferiori, fatti oggetto di un possesso inalienabile. Ed a moltiplicare l’orrore, si danno casi di «punizioni» trasversali, esercitate sugli affetti più radicati di una madre. È di ieri la storia dell’uomo che, per vendicarsi dell’abbandono da parte della moglie, ha ucciso a martellate il figlio adolescente. Un altro, non molto tempo fa, ha scagliato nel Tevere una tenera creatura. Accade in un Paese che si fa vanto di una cultura che ha reso un inarrivabile omaggio all’essenza femminile.

Prima delle effimere e futili vallette televisive, vengono Beatrice e Laura e Silvia che hanno segnato nell’arte e nell’immaginario collettivo un luminoso percorso. E non si può eludere il culto diffuso, non soltanto superstizioso e miracolistico, della Madonna. Questo non basta, certo, a vanificare l’eredità del «mal seme d’Adamo» e le pulsioni di una crassa ignoranza. Ma occorre porre un argine -di coscienza e di civile sollecitudine- a così gravi misfatti. Attraverso un infaticabile lavoro di educazione (anche gli assassini, vivaddio, sono andati a scuola), centrato sulla dignità di ogni persona, di ogni specifica attitudine e vocazione. Attraverso una più severa, e dissuasiva, sanzione delle leggi. Deprecando, ad esempio, la recente pronuncia della Cassazione che non ha ritenuto meritevoli del carcere i sozzi responsabili d’uno stupro di gruppo.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9843


Titolo: LORENZO MONDO I milioni di Lusi e i nostri sacrifici
Inserito da: Admin - Marzo 11, 2012, 11:03:58 am
11/3/2012

I milioni di Lusi e i nostri sacrifici

LORENZO MONDO

Chiamatele, spregiativamente, chiacchiere da bar... Può capitare invece che, sorbendo un caffè, cogli al volo tra i clienti una battuta di grande efficacia, capace di andare al cuore d’un problema, di sintetizzare perfino un pensoso articolo di fondo. Capisci che si parla in crocchio di quel tal Luigi Lusi, accusato di avere sottratto somme enormi al suo partito, senza che nessuno se ne accorgesse. Finché uno sbotta, concludendo il discorso: «Se la mia persona di servizio mi portasse via anche solo cento euro, io me ne accorgerei».

Luigi Lusi, dunque, un senatore che, uscendo dal pubblico anonimato, si sta rivelando un personaggio di spicco, tale da sfidare ogni immaginazione. È sotto indagine per appropriazione indebita, perché avrebbe sottratto alle casse della Margherita 20 milioni di euro. In buona parte impiegati nell’acquisto di sontuosi immobili, ma senza rinunciare, da bon vivant, a viaggi esotici in compagnia dei suoi cari ed a pranzi succulenti, a base di caviale, tartufi, champagne. Da tesoriere del partito si è trovato nella condizione di uno che abbia scoperto un inopinato tesoro e ne approfitti a suo piacimento.

Vogliamo attribuirgli una logica che prescinda dall’istinto predatorio, da una impunita megalomania? In fondo, la dissoluzione del partito avrebbe dovuto comportare anche la liquidazione del suo tesoro. Tanto più che nessun’altro, pare, aveva l’aria di occuparsene, di controllarne l’impiego e l’eventuale incremento. È questo, al di là della rapina messa in atto da Lusi, l’aspetto più grottesco e scandaloso della vicenda. Mentre si chiedono duri sacrifici a milioni di persone che stentano ad arrivare a fine mese, esistono giacimenti di milioni di euro ignorati o trascurati da chi dovrebbe gestirli e farne un uso corretto.

Si tratta di soldi alimentati dal finanziamento pubblico delle spese elettorali che, nel caso, appare concesso in modo esorbitante. Lusi, che non nega l’appropriazione, chiama in causa altre responsabilità; lasciando trapelare l’ombra di un ricatto, minaccia di far «saltare» con le sue rivelazioni il centro-sinistra. Accogliamo con cautela le parole di un uomo che ha mostrato di non frapporre argini all’impudenza. Basta e avanza registrare la leggerezza e l’insipienza con le quali gli sono stati affidati i cordoni della borsa. E ci aspettiamo che, a cose finite, i soldi recuperati, soldi nostri e non di una sfiorita Margherita, vengano destinati a fini sociali o umanitari. Sarebbe anzi bene che i politici defraudati da Luigi Lusi uscissero allo scoperto e ne assumessero un solenne impegno.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9872


Titolo: LORENZO MONDO La privacy non è uno scudo
Inserito da: Admin - Marzo 18, 2012, 10:12:48 am
18/3/2012

La privacy non è uno scudo

LORENZO MONDO

Almeno si mettessero d’accordo. Dai vertici delle massime istituzioni di controllo dello Stato sono arrivati giudizi di segno diverso se non opposto. Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, dopo avere denunciato il peso spropositato delle tasse che gravano sui contribuenti onesti, ha chiesto interventi anche più severi di quelli in atto contro chi non paga il giusto e rappresenta una concausa nella durezza del Fisco. Il garante della «privacy», Francesco Pizzetti, sostiene invece che le indagini sull’evasione fiscale sono troppo invasive, comportano gravi strappi nel tessuto dello Stato di diritto. Afferma che bisogna uscire alla svelta dalla situazione di emergenza, smetterla di considerare i cittadini come «sudditi», come potenziali «mariuoli». Attilio Befera, il direttore di Equitalia, non ha battuto ciglio, dichiarando di muoversi sulla base di leggi varate dal governo e approvate dal Parlamento.

Ad essere stupefatti sono milioni di italiani, titolari di reddito fisso, che del governo Monti finora hanno apprezzato soprattutto la lotta contro inadempienze che, per la loro entità, non hanno riscontro nei Paesi civili. Sono cittadini che, di questi tempi, si trovano alle prese con ben altri problemi, non hanno nulla da nascondere e reputano inoffensiva l’eventuale «intrusione» nel privato dei loro soldi. In realtà, l’emergenza cui accenna il Garante non è dovuta soltanto alla generale crisi economica ma al fatto che troppi in Italia aggirano tranquillamente il Fisco. Le parole del dottor Pizzetti si attaglierebbero a chi, come il volterriano Pangloss, pensasse di vivere, dal punto di vista dell’onestà, nel migliore dei mondi possibili.

Purtroppo, come accade in mille altre circostanze, e su argomenti diversi, si astrae dalle situazioni di fatto, dalla ruvida e brutale realtà per sottilizzare sugli alti principi, proponendosi di perseguire l’ottimo anziché contentarsi del buono. Da noi spunta sempre, in modi inopportuni, un causidico, un moralista, un filosofo che tende a sottovalutare le esigenze primarie e a mortificare il senso comune. Si capisce che il Garante, come ogni altro titolare di incarichi importanti, sia affezionato al suo ruolo, voglia evidenziarne scrupolosamente la funzione. Ma la sua reprimenda, negli attuali frangenti, suona quanto meno intempestiva. Si dia una spallata al vigente sistema di ladrocinio, si metta ordine nei conti anche dal punto di vista dell’evasione fiscale, e poi ben venga un più serrato richiamo alla benedetta «privacy».

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9895


Titolo: LORENZO MONDO Tolosa, la prof e gli alibi morali
Inserito da: Admin - Marzo 25, 2012, 04:28:56 pm
25/3/2012

Tolosa, la prof e gli alibi morali

LORENZO MONDO

Prima della strage compiuta nella scuola ebraica di Tolosa, Mohamed Merah aveva ucciso in due distinti attentati tre paracadutisti. Si dà il caso che fossero tutti di origine maghrebina, due musulmani e uno cattolico.

Sembra che la sorte abbia voluto affratellare nell’estremo sacrificio persone di etnia e di fede diversa. Questo non placherà gli irriducibili del fondamentalismo, non cancellerà i graffiti che esaltano l’«eroe» sui muri di Francia, ma dovrebbe indurre la comunità islamica a diversificarsi, a stigmatizzare con più forza chi uccide in nome di un Dio «clemente e misericordioso». Colpisce tuttavia, ai margini della dolorosa vicenda, un episodio di altro segno, che non è scaturito dal cuore di una disastrata «banlieue».

La scena si è svolta a Rouen, in un liceo intitolato allo scrittore Flaubert, la cui ombra dovrebbe tutelare docenti e discenti dall’universale «bêtise». Bene, una insegnante di inglese ha chiesto ai suoi allievi un minuto di silenzio per commemorare l’assassino di Tolosa. Sarebbe «vittima di una infanzia infelice», il suo arruolamento tra i talebani sarebbe una invenzione dei media e di Sarkozy.

Sembra che la donna fosse indiziata di stravaganze. D’altronde gli studenti, alle sue parole, hanno lasciato la classe e si sono affrettati a denunciarla al Provveditorato, che l’ha sospesa dall’insegnamento.

Forse quello offerto da Rouen è un caso estremo, ma le parole dell’insegnante ricorrono diffusamente nella realtà quotidiana. Le condizioni disagiate, l’infelicità, trovano, non dico una disposizione a comprendere (che non va negata a nessuno), ma una partecipazione che sfocia in alibi morale davanti alle più gravi e perfino criminali infrazioni. Così, si tende a trascurare le vittime accertate a vantaggio di quelle presunte o malcerte.

E si indulge a sospettare di complotti e speculazioni ad opera dei «servizi» manovrati dal «potere». Si fa strame cioè della responsabilità personale e si offendono i molti che, pur angustiati da povertà e marginalità, non si sentono legittimati a delinquere (si tratti anche soltanto di minacce, violenze e saccheggi). Quelle parole capita di sentirle ogni giorno, anche da noi, specie nel caso di virulenti contestatori dell’ordine sociale. E siamo portati a strani, paradossali pensieri. Preoccupa giustamente la difficile integrazione nel nostro Paese di persone che vengono da lontano, con il carico delle loro diversità. Ma esistono pure i non integrati di casa nostra (per necessità ma anche per vocazione) che vengono assolti da solerti sostenitori. Emuli della scombinata professoressa di Rouen.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9923


Titolo: LORENZO MONDO Bossi e la corte dei miracoli
Inserito da: Admin - Aprile 08, 2012, 05:21:47 pm
8/4/2012



LORENZO MONDO

Avevamo fatto il callo alle intemperanze di Umberto Bossi, alle sue provocazioni verbali e gestuali, dettate da un temperamento sanguigno che sapeva convertirsi in popolaresca astuzia. Colpiva, senza dispiacere necessariamente, il sentore di osteria che emanava dagli incontri e dai conciliaboli con la sua gente, la confidenza spiccia con i costumi delle valli lombarde. Anche in questo si manifestava la lontananza della Lega dal detestato Palazzo romano. Certo si accoglievano con un sorriso, se non con ironia, le sue incursioni nel mondo di una artefatta cultura. Inneggiava alla ribellione di Alberto da Giussano contro il Barbarossa per l’indipendenza di una Padania che, nelle suggestioni del federalismo, guardava adesso con simpatia alla tedesca Baviera.

Egli si prestava inoltre alla riesumazione, dal sapore fumettistico, della storia celtica e della religiosità druidica, con tanto di elmi cornuti, di ampolle riempite con le acque sacre del Po (improponibile, così nudo e crudo, per un utilizzo onomastico, è diventato Eridano al battesimo del suo ultimo figlio). Molti erano disposti ad assolvere questo folklore identitario, apprezzando la sollecitudine del suo movimento per le ragioni del Nord, delle aree più produttive e inascoltate del Paese. Ma il successo decretato dalle urne (e poi il malaugurato ictus) gli hanno dato alla testa. Prescindiamo dai fallimenti politici per tentare un possibile profilo di carattere antropologico.
Per dire che la consueta arroganza non ha cancellato in lui la segreta afflizione per un deficit culturale di cui potevano fare a meno la sua vitalità e il suo istinto, ma non i figli, destinati a succedergli politicamente.

Ecco allora, stando alle testimonianze raccolte, il pagamento di lauree e diplomi con i soldi del partito, ecco i corsi del figlio Renzo,
l’inarrivabile «Trota», in una misteriosa università privata d’Inghilterra. E lo stesso desiderio di promozione ha contagiato Rosy Mauro, stretta collaboratrice di Bossi e confidente della famiglia, che è andata a cercare, per sé e per il compagno, una laurea in Svizzera.
Il tesoriere Belsito, l’ex buttafuori dal soma pugilistico, la chiama sprezzantemente «la Nera». Questa donna dedita, pare, alla cartomanzia, assume per i suoi accusatori i connotati d’una Lady Macbeth di provincia. Sono tratti e comportamenti che finiscono per comporre una corte dei miracoli la quale, oltre ad essere devastante per la Lega, rende più malinconico il tramonto di Umberto Bossi, protagonista per il bene e per il male della seconda Repubblica.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9975


Titolo: LORENZO MONDO Se sul tatuaggio c'è Cesare Pavese
Inserito da: Admin - Aprile 15, 2012, 11:35:36 am
15/4/2012 - PANE AL PANE

Se sul tatuaggio c'è Cesare Pavese

LORENZO MONDO

Raccolgo una notizia graziosa, magari minima, che è stata sopraffatta in questi giorni da ben altri, inquietanti resoconti di cronaca. Riguarda Ines, una giovane donna di Sanremo che confida di nutrire una grande passione per Cesare Pavese, proprio lui, lo scrittore. Le è stata trasmessa dalla madre, che allineava le sue opere nella libreria di casa.

«Tutto è cominciato - racconta - quando ho preso in mano Il mestiere di vivere. Adesso ha 23 anni, a quel tempo ne aveva 12, e doveva essere piuttosto precoce, e corazzata, per affrontare, sia pure a spizzichi, un libro così tormentato e tosto come il diario di Pavese. Magari sulla circostanza è tradita dalla memoria, ma resta il fatto che, dopo un primo approccio, si è tuffata a leggere tutte le poesie e i romanzi del suo autore: «Ho cominciato a conoscerlo e a conoscere me. Non mi ha più lasciato, è come un vecchio caro amico che non ti abbandona mai». Adesso sogna, per il suo compleanno, di recarsi a Santo Stefano Belbo, a visitare i luoghi di Pavese: la casa natale, la falegnameria di Nuto, le fascinose colline de La luna e i falò.

Sono numerosi i giovani, soprattutto le scolaresche italiane e straniere, che arrivano a Santo Stefano in viaggi di istruzione patrocinati dalla Fondazione Pavese. Dove sta dunque la notizia, che cosa di originale rappresenta la storia di Ines? Mi ha colpito la sua idea di farsi tatuare sul braccio il volto dell’amato scrittore. Anche qui, occorreva un certo coraggio: Pavese, si sa, non era un allegrone e la sua immagine non sembra conciliarsi troppo con le braccia scoperte di una ragazza, da esporre, che so, in una giornata di sole e di mare.

Confesso inoltre che nutro qualche pregiudizio sul vezzo dilagante di offrire la propria pelle alle incisioni, si tratti di arabeschi, figure o mottetti. Se è per bellezza, nulla aggiungono ai doni naturali, mentre non redimono le scarse attrattive. Peggio ancora se si vogliono esibire messaggi più o meno allusivi, che potrebbero esprimersi convenientemente da chi possiede il buon uso della parola, e di un semplice sguardo. Ma tant’è, anche Ines si è piegata al tatuaggio. Il suo cedimento finisce tuttavia per rovesciarne il senso e, magari inconsapevolmente, contestarlo alla radice. Sbalordisce cioè il fatto che abbia reso omaggio sul suo braccio, non a un cantante, un attore, un personaggio televisivo - spesso icone di una soverchiante futilità - ma ad uno scrittore. Dopo avere confessato per di più di averlo letto e meditato. Per questa ammissione, che tanti coetanei riterranno incomprensibile, la sua bizzarra decisione merita di essere accolta con simpatia.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9998


Titolo: LORENZO MONDO La vendetta dell'elefante
Inserito da: Admin - Aprile 22, 2012, 04:30:26 pm
22/4/2012

La vendetta dell'elefante

LORENZO MONDO

Il re di Spagna Juan Carlos di Borbone si è concesso una partita di caccia in Botswana, nell’Africa del Sud. E si è fatto fotografare come se fosse l’Hemingway delle Verdi colline, imbracciando fieramente la carabina. Al suo fianco posava una donna di trent’anni più giovane, alle spalle la carcassa di un enorme, magnifico elefante. A mio gusto, si meritava il primo piano, è uno di quei casi in cui la specie animale sembra sopravanzare quella umana. Bene, l’attempato sovrano scendendo dalla jeep si è rotto un’anca. Non bastava la iella dell’infortunio perché il safari, che doveva restare segreto, è diventato di dominio pubblico.

Nessuno, conoscendo le sue inclinazioni dongiovannesche, si è stupito per l’accompagnatrice che sarebbe l’amante in titolo. Non la regina Sofia, che ha sempre sopportato in silenzio la sua esuberanza erotica (anche se i bene informati hanno cronometrato in 24 minuti il tempo concesso alla sua visita del marito in ospedale). Ha protestato, ovviamente, il Wwf di cui Juan Carlos si pregia di essere presidente, ma è soprattutto esplosa l’indignazione tra i cittadini. Gli spagnoli, massacrati dalla crisi, con una disoccupazione del 23,6 per cento, la più alta d’Europa, non possono accettare a cuor leggero che il re spenda migliaia di euro al giorno per i suoi diporti. Tanto più che si trova già sotto osservazione in seguito allo scandalo del genero, sotto processo per le elefantiache sottrazioni di denaro pubblico.

Juan Carlos è salito al trono nel 1975, designato come successore dal dittatore Franco dopo la sua morte. Ha cancellato questa macchia originaria con l’umana simpatia, la riconosciuta abilità nella scelta dei consiglieri, ma soprattutto opponendosi accortamente al colpo di Stato reazionario del colonnello Tejero e favorendo un morbido trapasso del Paese verso la democrazia. È stato il suo capitale di rendita, che oggi rischia di essere compromesso da storie di denaro e comportamenti irresponsabili. Gli stessi giornali filomonarchici parlano apertamente di una possibile abdicazione.

In Spagna i fulmini dell’antipolitica sembrano dunque scaricarsi per il momento sul rappresentante supremo della nazione. Da noi è diverso. Il presidente Napolitano non va a caccia, non è un gaudente, svolge le sue funzioni in modo ineccepibile. Ma non cessa di mettere in guardia contro il malcostume, la corruzione e l’insipienza della classe politica. Non bastano a salvaguardarci le istituzioni repubblicane, come mostrano le risposte di una cronaca desolante alle accorate parole del capo dello Stato.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10025


Titolo: LORENZO MONDO La politica del tiramolla
Inserito da: Admin - Aprile 29, 2012, 11:19:50 am
29/4/2012 - PANE AL PANE

La politica del tiramolla

LORENZO MONDO

La politica del tiramolla. O, detto altrimenti, un dialogo tra sordi. La questione dei rimborsi elettorali, si sa, ha assunto uno speciale significato nel dibattito politico e, ciò che più conta, nella percezione della gente. Davanti allo scandalo dei due tesorieri (della Lega e della defunta Margherita) indagati dalla magistratura, sono scesi in campo esponenti dei partiti di maggioranza per proclamare che le cose debbono cambiare. Con giusta indignazione ma autentica faccia di bronzo. Promettevano più rigorosi accertamenti sull’impiego dei soldi, inflessibile vigilanza contro il ladrocinio. E basta. Sembravano ignorare che la radice prima del male stava nel numero esorbitante delle somme incamerate, così ingenti da non sapere neppure come impiegarle.

I più virtuosi sostenevano di avere usato i risparmi fino all’ultimo centesimo a sostegno delle attività di partito. Pretendevano di essere assolti per l’affitto delle sedi, per i convegni, per le salamelle alle feste dell’Unità o della Libertà, che non riguardano propriamente le spese elettorali. Nessuna parola sul quantum. È ciò che si desume dalla legge sulla trasparenza e controllo dei bilanci varata dal terzetto ABC. Ma un vigoroso appello di Napolitano, e soprattutto il fiato dei sondaggi sulle intenzioni di voto, ha indotto, dopo appena due settimane, a preparare una nuova legge che conterrebbe, salvo sorprese, il dimezzamento dei finanziamenti ai partiti.

Nel bel mezzo di questo imbroglio (sullo sfondo lo sgomento e l’irritazione di un Paese massacrato dalle tasse) scoppia il caso di una gara indetta per la fornitura di 400 auto blu, 10 milioni di euro la spesa prevista. Segue, anche qui, una imbarazzata e confusa retromarcia (da bambino sorpreso col dito nella marmellata). Il governo si affretta a precisare che il bando non prevede un acquisto automatico delle vetture, destinate d’altronde, in massima parte, alle forze di sicurezza. Si tratterebbe d’una specie di prova generale sul modo più conveniente di procedere a futuri, eventuali acquisti. Fingiamo di crederci. Ma secondo il senso comune, si farebbe prima a stornare quelle auto dalle sessantamila che compongono il parco macchine della pubblica amministrazione (comprese le diecimila riservate all’«alta fascia» di ministri e primi dirigenti). Occorre in realtà, anche sul capitolo sprechi, un colpo di reni del governo, che si scrolli di dosso estenuanti compromessi e ricatti. I partiti, salvo gli esagitati oppositori senza costrutto, hanno una fifa blu davanti al possibile capestro delle elezioni. Se non ora, quando?

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10045


Titolo: LORENZO MONDO Una carriola di proteste
Inserito da: Admin - Maggio 13, 2012, 05:48:23 pm
13/5/2012 - PANE AL PANE

Una carriola di proteste

LORENZO MONDO

Valerio Staffelli, inviato di punta della trasmissione televisiva “Striscia la notizia”, è andato a trovare il presidente Monti. Accogliendo il suo appello agli italiani perchè contribuiscano a segnalare gli sprechi nella spesa pubblica, è arrivato a Palazzo Chigi con una carriola dipinta di blu (a dileggio delle contestatissime auto) con un paio di forbici e tre scatoloni: contenenti migliaia di documenti sui casi denunciati negli anni dal fortunato programma di Antonio Ricci. A dire il vero, l’operazione dovrebbe essere superflua, ci si aspetterebbe che i pubblici poteri, se non fosse per la loro comprovata distrazione ed elusione, avessero ben presenti quei fatti. In effetti, dentro la cornice di un intrattenimento satirico, vengono condotte da “Striscia” taglienti e rivelatrici inchieste sul Malpaese, innescate dal rapporto fiduciario che lo show ha saputo intrattenere con tanti cittadini e comunità. Offrendo a loro, in più occasioni, una impareggiabile rappresentanza.

Certo il riso, alimentato da Greggio e Iacchetti, da Ficarra e Picone, ti muore in gola davanti agli scandalosi episodi di corruzione e di sperpero del pubblico denaro. Il nostro - si apprende visibilmente - è un paese di ospedali incompiuti o inutilizzati, che marciscono insieme alla costosa dotazione sanitaria; di edifici carcerari non finiti o abbandonati all’incuria che potrebbero contribuire allo sfoltimento dei detenuti e mettere fine ai digiuni di Pannella. Non trova requie la paludosa, infetta propagazione dell’immondezzaio nazionale. Mentre l’assenteismo dai posti di lavoro (tanto più indegno di fronte ai milioni di persone che non possono fruirne) tocca punte vertiginose. E lasciamo stare i carrozzoni mangiasoldi che pullulano nel Meridione, implementati a ogni tornata elettorale. Davanti agli inviati di “Striscia”, chi sa tace o finge di prendere nota. Ma talvolta accade qualcosa di peggio. Monti riceve con garbo Staffelli ma il collega Luca Abete viene malmenato duramente dalle guardie mentre riprende, a Napoli, le ignobili condizioni e gli sperperi dell’ospedale “San Gennaro”. Tanto da dover fare ricorso a un altro ospedale.

A parte la famosa carriola, sta arrivando al governo una fiumana di e-mail che gli affidano sulla materia un severo mandato di pulizia e di coerenza. Prima, per sbrogliare la matassa, si è fatto appello ad altri tecnici e poi, non bastando, ai cittadini. E’ una mossa rischiosa. Se alle parole non seguissero i fatti, qualche avvio almeno nella direzione giusta, ci sarebbe da perdere ireparabilmente la faccia.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10097


Titolo: LORENZO MONDO Niente mensa per il boss
Inserito da: Admin - Luglio 08, 2012, 10:28:59 am
8/7/2012 - PANE AL PANE

Niente mensa per il boss

LORENZO MONDO

Giuseppe Lo Mascolo, 73 anni, era un pezzo da novanta della mafia agrigentina. E’ morto in prigione dopo appena una settimana dal suo arresto. E ad Agrigento è accaduto qualcosa di inaudito. Per i suoi funerali, avvenuti nella chiesa del Santissimo Crocefisso, non c’è stata celebrazione eucaristica. Il parroco si è limitato alla benedizione del catafalco e a una preghiera. Cose che non si negano a nessun battezzato. Si può immaginare lo sconcerto degli accoliti e dei semplici devoti. Per la prima volta nell’Agrigentino si «offendeva» la salma di un boss e quella che per i suoi adepti era l’aureola della cattività diventava una attestazione di indegnità.

Il parroco aveva seguito le disposizioni del suo vescovo, Francesco Montenegro: in linea con un magistero che, fin dal suo insediamento nella diocesi siciliana, non ha esitato a condannare non soltanto le pratiche mafiose ma anche la mentalità che le favorisce. In una sua lettera pastorale si leggevano parole di fuoco: «La stragrande maggioranza dei nostri Comuni ha infiltrazioni mafiose e noi agiamo tranquillamente come se nulla fosse o come se il problema non ci riguardasse. Ho l’impressione che la parola mafia nel nostro annuncio e nella nostra predicazione o catechesi è quasi assente». E metteva in guardia contro l’ostentata religiosità dei malavitosi e dei loro manutengoli, definiti «mercenari del diavolo». Non si rivolgeva soltanto ai fedeli, denunciava con maggior forza un contagio che non risparmiava, nell’acquiescenza e nella sottovalutazione del fenomeno criminale, gli uomini di Chiesa. Abbiamo sentito qualche dignitario sostenere, fino all’aspra reprimenda di Giovanni Paolo II, che la mafia non esisteva o era in buona parte frutto di immaginazione, che anche dei mafiosi occorreva provare sollecitudine in quanto figli di Dio. E quanta indulgenza per le processioni paganeggianti, con relativa sosta del Santo benedicente sotto il balcone del capo.

La notizia che arriva da Agrigento, apparentemente minima, avrebbe ottenuto il meditato consenso di Leonardo Sciascia, che era di queste parti. E’ come una ventata di aria fresca e c’è da sperare che altre, di questo tenore, se ne aggiungano, spazzando via reticenze e viltà. Da chi dobbiamo aspettarcelo, se non da coloro che, istituzionalmente, gestiscono gli affari dell’anima? Valga, su tutti, l’esempio di don Puglisi, per il quale si è aperto il processo di beatificazione. E sia lui, martire in odium fidei per mano della mafia, a ispirare nella sua buona battaglia l’arcivescovo Montenegro, a tenergli una mano sul capo.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10310


Titolo: LORENZO MONDO Tutti i fumi dell'Ilva
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2012, 07:45:54 pm
19/8/2012

Tutti i fumi dell'Ilva

LORENZO MONDO

Potrebbe essere il nome di un fiore, o perfino di una bella donna venuta da paesi lontani. Ed invece al nome Ilva si devono associare mortifere esalazioni, colate immonde, malattie impronunciabili. La più grande acciaieria d’Europa ha occupato i nostri pensieri al culmine di una estate rovente, dal punto di vista climatico ed economico: con l’annuncio della sua chiusura che, imposta dai magistrati, ha avuto a Taranto effetti dirompenti. La prima impressione, drammatica e dolorosa, è stata offerta da una città divisa, dai cortei e dagli scioperi contrapposti, a far prevalere la difesa del lavoro o quella della salute. Una situazione acutizzata dalla non dismessa conflittualità politica e sindacale che ha interessato in diversa misura le frange radicali e la Fiom. E certo non ha giovato a rasserenare il clima la rivelazione che uomini dell’azienda hanno svolto opera di corruzione per falsare i dati sulla pericolosità degli impianti.

Fin qui restiamo a uno sconfortante déjà-vu. Sul quale si innestano taluni interrogativi in chi non è direttamente coinvolto nel dramma di Taranto. Riguardano la fumosa complessità della macchina giudiziaria, le pronunce (più o meno convergenti) del Tribunale del Riesame e del Gip sul blocco della produzione (con o senza patteggiamenti), le risultanze di un eventuale scontro con il Governo inteso a garantirla. C’è poi qualcosa di misterioso che aleggia in questa storia. Nessuno con cui mi sono intrattenuto - persone di varia estrazione sociale - ha capito perché all’improvviso venga affrontato a gamba tesa uno stato di cose che dura da decenni seppure con l’introduzione di qualche ultimo miglioramento (investendo la responsabilità del pubblico e del privato, di politici e amministratori di ogni comparto politico). Distruggere un’azienda che dà lavoro a ventimila persone vale di per sé a risarcire le innumerevoli vittime del passato ed a scongiurare nuovi lutti? Se non ora quando? obietteranno i sostenitori di Patrizia Todisco, l’intransigente titolare del Gip. Sembra adesso che il Governo stia allontanando un conflitto con la magistratura, che riesca a mediare tra le esigenze del lavoro e della sicurezza e, oltre a metterci del suo, talloni l’azienda perché si impegni con robusti esborsi e interventi strutturali. Una cosa è certa, le circostanze impongono di fare presto per evitare un punto di non ritorno. Non sarebbe piccolo merito del governo Monti affrettare il recupero dell’Ilva agli stand di civiltà presenti in altri Paesi europei. Se così accadesse, non apparirebbe inutile lo scossone impresso dall’iniziativa, magari azzardata e intempestiva, di Patrizia Todisco.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10439


Titolo: LORENZO MONDO Ma il bersaglio vero è Monti
Inserito da: Admin - Settembre 03, 2012, 11:56:16 am
2/9/2012

Ma il bersaglio vero è Monti

LORENZO MONDO

Non sappiamo se abbia ragione il procuratore antimafia Grasso quando afferma che contro il Quirinale sono scese in campo «menti raffinatissime». Raffinate o grezze che siano, rappresentano comunque l’ennesimo attacco a Napolitano. Tutto nasce, come noto, dalle intercettazioni delle sue telefonate con l’ex ministro Nicola Mancino nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte trattative tra lo Stato e la mafia. Ma raggiunge l’acme con la pubblicazione sul settimanale Panorama di quello che la Procura di Palermo definisce «un collage di indiscrezioni, notizie più false che vere», frutto di illazioni e abusive ricostruzioni. I magistrati non sembrano escludere tuttavia la fuga di notizie «vere», e manipolabili. Con tanti saluti alla proclamata riservatezza, mentre si prende tempo per la prevista distruzione dei nastri che vengono definiti peraltro di nessuna utilità per le indagini. E’ inevitabile allora che l’opinione pubblica si interroghi un’altra volta sugli oscuri meandri della giustizia italiana.

Quel che appare evidente è invece il tentativo pretestuoso di delegittimare la presidenza Napolitano, una delle poche istituzioni sopravvissute allo sfacelo della Seconda Repubblica. E’ un’offensiva che vede impegnati i manipoli della destra e trova alleati nelle frange radicali della sinistra. Perché accanirsi contro un Presidente che, al di là della comprovata correttezza, si trova al limite del suo mandato? In realtà, attraverso Napolitano si intende colpire Monti, visto come sua creatura e fiduciario. Si affilano cioè le armi in vista delle prossime elezioni.

Il capo del governo, se non personalmente, per la continuità della sua politica -da molti vagheggiata - è tutt’altro che fuori dal gioco. E Napolitano farà ancora in tempo a esercitare in merito la sua influenza. E’ la danza velleitaria e chiassosa dei pasdaran di varia coloritura davanti all’inconcludenza delle forze portanti, e nominalmente più responsabili, del comparto politico. Non c’è, anche per questo verso, da stare allegri. Monti si affanna, con viaggi defatiganti in mezzo mondo, a contrastare ed esorcizzare la grave crisi in cui si dibatte il Paese. Ma rischia di trovarsi come pietra d’inciampo la dibattuta questione Stato-mafia: che, per quanto importante, rimanda a una storia lontana, affidata peraltro ad un preciso percorso investigativo e giudiziario. Non appassiona, francamente, i cittadini. Che registrano semmai con inquietudine la pungente domanda rivolta da Angela Merkel all’amico Monti: «Ma dopo il voto (conclusa cioè la sua esperienza di governo) che cosa succederà in Italia?».

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10483


Titolo: LORENZO MONDO L'assassino venuto dal buio
Inserito da: Admin - Settembre 23, 2012, 04:54:05 pm
23/9/2012

L'assassino venuto dal buio

LORENZO MONDO

Speriamo che oggi, a Torino, ci sia tanta gente in piazza per ricordarsi di Alberto Musy, per stringersi intorno alla sua famiglia, per invocare verità e giustizia a nome della città. E’ una iniziativa di Roberto Tricarico, consigliere comunale, presidente della Commissione per la legalità, che ha persuaso i colleghi ad autotassarsi per tappezzare di manifesti il centro di Torino. A sei mesi dall’agguato che ha inchiodato la vittima a un letto senza che abbia ripreso conoscenza, il delitto è rimasto impunito. E allora, facendo appello a una sensibilità civile sperimentata in tempi difficili, si vuole scuotere la coltre dell’assuefazione, scongiurare il rischio della dimenticanza.

Le circostanze in cui è avvenuto il crimine, il buio che lo circonda, non possono lasciarci tranquilli, rappresentano una ferita per l’intera comunità. Il killer è stato ripreso da una telecamera, pastrano scuro e casco integrale, che gli inquirenti non sono riusciti a sollevare per conoscerne il volto. Impressiona in particolare il fatto che, dopo l’esecuzione, si sia allontanato tranquillamente, con passo lento, fermo come la mano omicida. E non c’è stata rivendicazione, restano oscuri i moventi del gesto, come se tutto fosse avvenuto sulla spinta di una gratuita, autosufficiente malvagità. Sembra quasi di assistere, attraverso un luttuoso fatto di cronaca, alla metafora del male assoluto.

E’ una suggestione che non redime tuttavia il calvario di un uomo per bene, lo strazio dei suoi congiunti; che non riesce a tacitare le pur annaspanti riflessioni e domande. Stentiamo a immaginarci che il killer, deposto il truce casco, si metta a tavola con i possibili familiari, che guardi una partita alla televisione, che si impegni con solerzia in un qualsiasi lavoro. Che si comporti, in altre parole, da uomo normale, e come tale venga considerato. Non ci pare vero che nessuno abbia indovinato, attraverso le immagini rilasciate dalla telecamera, la sua identità. Che egli stesso non abbia potuto tradirsi, prestandosi a sospetti per un comportamento innaturale, dettato dalla tensione o dall’eccessiva sicurezza. Sembra arguirlo l’arcivescovo Cesare Nosiglia, quando afferma di pregare perchè «chiunque fosse a conoscenza di informazioni utili agli inquirenti abbia il coraggio di farsi avanti e assumere le proprie responsabilità, a cui non può sfuggire, sia per senso civico che cristiano». L’appello alla cittadinanza torinese vale certo come affettuoso abbraccio alla famiglia Musy, ma si vorrebbe ardentemente che aprisse qualche spiraglio verso una difficile verità.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10558


Titolo: LORENZO MONDO Fiorito? Facile demonizzarlo
Inserito da: Admin - Ottobre 01, 2012, 04:47:02 pm
PANE AL PANE

30/09/2012

Fiorito? Facile demonizzarlo

Lorenzo Mondo

Franco Fiorito è indifendibile, non fosse altro che per ragioni estetiche. Non mi riferisco alla pantagruelica prestanza (1 metro e 90 per 170 chili), ma alla spacconeria da bullo, all’improntitudine con cui si difende e contrattacca, alla scaltra rozzezza che sembrerebbe assegnarlo ad un Lazio plebeo e rissoso di altri tempi. Ma poi vengono le accuse di peculato: avrebbe dirottato 800.000 euro dai conti correnti del Pdl su quelli a lui intestati. E resta il dubbio che altre somme, più consistenti, siano sparite. Vien da chiedersi di primo acchito con quale coraggio gli abbiano affidato il tesoro del suo gruppo consigliare alla regione Lazio. Per di più con la facoltà, stabilita da un regolamento interno per il capogruppo, di non giustificare le spese. Ma in forza della sua stazza, non soltanto fisica, qualcuno avrebbe potuto accorgersi, prima che intervenisse la magistratura, della sua inaffidabilità. Vero è che un tal fiume di denaro è stato elargito dalla Regione al gruppo consigliare del Pdl (e proporzionalmente agli altri, solidali gruppi politici), da rendere forse incontrollabili e ininfluenti le ruberie. 

Ma il fenomeno dei tesorieri che rubano ai rispettivi partiti, da Fiorito a Belsito a Lusi, poggia su un vizio di fondo. La finanza allegra - fatta di privilegi, sprechi, abusi - che riguarda tutti i partiti, e segnatamente le loro rappresentanze nelle Regioni, è favorita dagli spropositati contributi concessi benevolmente per attività politiche sul territorio (che, anche quando siano certificate, si risolvono spesso in non memorabili convegni, tagli di nastri, cene elettorali). Assistiamo, in altre parole, a un fatto paradossale e sconvolgente: che nel nostro Paese, di cui si esalta la civiltà giuridica, si finisce per «rubare» con il crisma della legge. Fiorito è indifendibile, ha rubato al suo partito e. ciò che più conta, ai cittadini. Ha attinto però a un deposito di denaro pubblico raccolto in modo formalmente legittimato ma moralmente inaccettabile. Assume, davanti all’opinione pubblica, la veste di un ladro che ha approfittato in modo spregiudicato della comune refurtiva. E’ questo in fondo che indigna la gente onesta, e malmenata dalla crisi, più dei loschi figuri emersi alla ribalta. Tant’è che il caso Lazio ha dato la stura a serrate inchieste «conoscitive» della Finanza e della Magistratura in altre regioni. Dove, prescindendo dalle malefatte dei tesorieri, deve essere garantita una pulizia integrale. Perché è nei palazzi della politica, e non nelle esasperate reazioni della gente, che si annida la vera antipolitica.

da - http://www.lastampa.it/2012/09/30/cultura/opinioni/editoriali/fiorito-facile-demonizzarlo-ZlfSSZGk0XpMpiWnMEZnfO/index.html


Titolo: LORENZO MONDO Il Dio sconosciuto e il bene comune
Inserito da: Admin - Ottobre 07, 2012, 03:29:29 pm
Editoriali

07/10/2012 - PANE AL PANE

Il Dio sconosciuto e il bene comune

Lorenzo Mondo

Dio, questo sconosciuto. A discorrerne nel Cortile dei Gentili, apprestato ad Assisi davanti alla basilica di San Francesco, sono stati due interlocutori di eccezione: il presidente Napolitano e il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, introdotti da Ferruccio de Bortoli. Rappresentavano le ragioni di chi crede e di chi non crede, o quanto meno sta cercando ancora una risposta a quelle che sogliono definirsi le domande ultime. Allargava il cuore sentirli non duellare ma incontrarsi nei riferimenti a letture comuni, ad autori variamente toccati da un assillo religioso e morale (inattesa e significativa l’ammissione, da parte di Napolitano, di avere scoperto Pascal e di volerlo approfondire). A colpire, era il possesso di una cultura intesa come lezione di vita, la civiltà del tratto, perfino il reciproco riconoscimento di una metodica del dubbio. Fornivano l’esempio di quello che dovrebbe significare la parola dialogo, non adulterata dalle consuete banalizzazioni e dai sottesi, pervicaci pregiudizi. 

Ma l’alto profilo intellettuale del loro confronto non confinava le argomentazioni nella serra degli spiriti magni (da Giobbe a Thomas Mann, Benedetto Croce, Ingmar Bergman, Norberto Bobbio). Ne ha dato avviso il Presidente nel suo esordio, dove rammentava di rappresentare tutti gli italiani, credenti e non credenti. Quando ha esaltato lo spirito dell’Assemblea Costituente che ha saputo conciliare diverse ispirazioni ideali in vista del bene comune e dell’interesse generale. Questo deve essere il minimo comun denominatore, il punto d’incontro delle rispettive culture e vocazioni. Il discorso è inevitabilmente franato dalle cime trascendentali sulla considerazione dei mali che affliggono l’Italia, sul degrado politico e morale dei nostri giorni che esige, nelle parole di Napolitano, una vigorosa riscossa: «Abbiamo bisogno in tutti i campi di apertura, di reciproco ascolto e comprensione, di dialogo, di avvicinamento e unità nella diversità. abbiamo cioè bisogno dello spirito di Assisi».

Il cardinal Ravasi ha sostenuto, di rincalzo, che non si tratta soltanto di atei e credenti. Il Paese ha vissuto momenti più tetri e dolorosi, all’ombra delle guerre e dei totalitarismi che hanno insanguinato il Novecento. Ma tutta nuova nuova è la diffusa amoralità, l’incapacità di distinguere tra nero e bianco, tra bene e male. Si arriva a giustificare con tracotanza, in questa zona grigia, i comportamenti più aberranti. L’idea del Dio sconosciuto, della sua assenza, sembra proiettarsi sul deserto di un qualsivoglia ideale.

da - http://www.lastampa.it/2012/10/07/cultura/opinioni/editoriali/il-dio-sconosciuto-e-il-bene-comune-s0Yn6Kl4cLBQ87zkC4U1hO/index.html


Titolo: LORENZO MONDO Due Nobel a confronto
Inserito da: Admin - Ottobre 14, 2012, 04:03:38 pm
pane al pane
14/10/2012

Due Nobel a confronto

Lorenzo Mondo

Il Nobel per la Pace attribuito all’Unione Europea dovrebbe essere accolto con pieno consenso, essere perfino considerato come una ovvietà. Le inadempienze che le si possono imputare, le resistenze opposte all’integrazione politica del continente vagheggiata dai padri fondatori, non diminuiscono i suoi grandi meriti. Il premio, che arriva paradossalmente da una Norvegia che non fa parte dell’Unione Europea, vale semmai come uno strattone ad osare di più, a procedere celermente verso altri traguardi. Basti pensare al secolo che abbiamo alle spalle, ai popoli che si sono sbranati nella «guerra civile europea» del ‘15-’18, alla ferocia dei contrapposti totalitarismi, fino all’ultimo, devastante conflitto che sembrò segnare la finis Europae. L’Unione, come si legge nella motivazione del premio, ha garantito un periodo di pace e riconciliazione che non ha equivalenti nella Storia, ha operato una forte promozione della democrazia e dei diritti umani. Oggi a nessuno verrebbe in mente di ipotizzare un conflitto franco-tedesco o la spartizione di zone d’influenza per mano militare. E’ un dato acquisito che soltanto l’insipienza può sottovalutare.

Ma il Nobel per la Pace va considerato anche a confronto con il discusso Premio per la Letteratura che lo ha preceduto. E’ stato assegnato al cinese Mo Yan, l’autore del celebrato Sorgo rosso. Nessuno mette in dubbio il suo talento, la forza del suo «realismo magico», ma è considerato dagli esuli e dai contestatori del governo di Pechino come uno scrittore di regime, perchè non ha mai denunciato crimini, persecuzioni e oltraggi alla libera espressione. Di qui l’accusa al Nobel di avere operato una scelta politica difforme dalle sue tradizioni: quasi per bilanciare il Premio per la Pace attribuito nel 2010 al dissidente Liu Xiaobo, che si trova tuttora in carcere. Per quanto riguarda il neolaureato si tratta di critiche forse ingenerose: non tengono conto infatti del clima pesante che opprime il suo paese, di una non esigibile professione di eroismo. Per quanto riguarda i giudici del Nobel, è possibile che abbiano dato prova di opportunismo. Ma il premio all’Europa e alle sue ispirazioni ideali sembra operare indirettamente una distinzione, gettare una luce riflessa sul gigante asiatico e le sue ombre. Ed è comunque un acquisto il fatto che Mo Yan auspichi ora la liberazione di Liu Xiaobo, insieme alla possibilità di esprimere le proprie idee. Mo Yan è un nom de plume, vuol dire «quello che non parla». Grazie al Nobel, alle emozioni e pressioni psicologiche che sta vivendo, si è deciso a parlare.

da - http://lastampa.it/2012/10/14/cultura/opinioni/editoriali/due-nobel-a-confronto-wl5dfBk6TLA4FNfoV3jpyK/pagina.html


Titolo: LORENZO MONDO Ma sul terremoto, Galileo non c’entra
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2012, 10:32:00 am
Editoriali
28/10/2012 - pane al pane

Ma sul terremoto, Galileo non c’entra

Lorenzo Mondo

Ferve il dibattito sulla condanna - addirittura a sei anni, per omicidio - dei sette esperti della Commissione Grandi Rischi, accusati di «avvertimenti insufficienti» sul terremoto che ha distrutto L’Aquila. Fino a che punto sono responsabili gli scienziati, i più competenti sulle falde sismiche ramificate in buona parte del nostro territorio? Si potevano scongiurare i 300 e passa morti sotto le macerie della capitale
d’Abruzzo? La questione, di per sé complicata, non sfugge alle pur comprensibili accensioni emotive e alle interferenze di natura politica.
E la levata di scudi che arriva dalla comunità scientifica internazionale a difesa dei condannati non è esente da stonature. Come si fa a sostenere che l’Italia sta macchiandosi di un nuovo processo a Galileo? Soltanto per astrazione si può parlare di un processo alla scienza.

Galileo è stato perseguito per conoscenze reali, per inascoltate verità. Gli studiosi di terremoti, questo il paradosso, sono puniti per ciò che non sanno. Essi stessi ammettono che i terremoti non sono prevedibili. I più sofisticati strumenti si limitano a registrarne i movimenti latenti o superficiali senza anticipare l’esplosione della loro terrificante potenza. Ai profani resta l’impressione che gli esperti siano costretti a dibattersi tra mappe e statistiche che la realtà si adopera a correggere con beffarda impudenza (il terremoto di questi giorni nell’area del Pollino è il frutto di uno sciame sismico che ha dato origine negli ultimi due anni a migliaia di sussulti). 

Si obietta che il giudice non contesta la mancata previsione, ma l’insufficiente allarme sulla pericolosità dei sintomi. In realtà, non si capisce come le due cose possano essere del tutto disgiunte. Come muoversi sul dubbio crinale della rassicurazione e dell’allarmismo?
Ora si discute se, nella presunzione di eventi temibili, l’ultima decisione spetti ai tecnici o ai politici. Ma il problema resta.
Decapitare gli organismi preposti alla vigilanza sui terremoti è comunque un non senso. Lasciamoli lavorare, esortandoli semmai a una minor saccenza, all’umiltà richiesta da una scienza così limitata e fallace.

Resta piuttosto, come si va da più parti sottolineando, la responsabilità politica - di lungo termine - nella mancata prevenzione.
Perché la scienza, questo sì, aiuta a costruire case che resistono a forti scosse.

Ma non sono quelle costruite a milioni nel più completo abusivismo, prive di ogni dotazione antisismica, benedette da compiacenti licenze e condoni edilizi. Quanti processi meriterebbe questo malcostume dettato dall’avidità e dalla stupidità?

da - http://lastampa.it/2012/10/28/cultura/opinioni/editoriali/ma-sul-terremoto-galileo-non-c-entra-2UPBj44eJKoafdOxuM6rhI/pagina.html


Titolo: LORENZO MONDO Allen-Faulkner, eccesso di causa
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2012, 05:18:03 pm
Editoriali
04/11/2012

Allen-Faulkner, eccesso di causa

Lorenzo Mondo


Siamo in tanti ad avere apprezzato Midnight in Paris, il film di Woody Allen che evoca con malinconica eleganza l’attrazione esercitata dalla Ville Lumière sugli artisti di ogni parte del mondo, a cavallo tra Otto e Novecento. Il film ha ottenuto un premio Oscar per la migliore sceneggiatura, ma adesso riporta l’attenzione sul geniale Woody per un’accusa stupefacente. Gli eredi di William Faulkner hanno querelato la Sony Pictures, casa produttrice del film, per una frase tratta da un racconto del Premio Nobel della Letteratura, Requiem per una monaca. E’ quella pronunciata dal giovane protagonista Gil Pender, esploratore della Parigi d’antan: «Il passato non è morto! A dire il vero non è neanche passato. Sai chi l’ha detto? Faulkner. E aveva ragione. L’ho incontrato l’altra sera a una cena». Per una citazione di poche righe (non l’utilizzo di una pagina o di un capitolo) viene imposto il rispetto del copyright e richiesto un sostanzioso risarcimento per danni, insieme a una percentuale dei profitti cinematografici. Si lamenta perfino, da questi improbabili filologi, l’inesattezza della citazione.

 

La denuncia appare talmente risibile che, crediamo, verrà sollecitamente archiviata. Ma è il sintomo di un costume, di una mentalità lucrativa insensibile allo spirito di un’opera d’arte, che aspira a soffiare dovunque senza costrizioni. Essa offende tra l’altro la memoria del severo patriarca della contea di Yoknapatawpha. Da sempre la citazione segnala infatti la notorietà e l’eccellenza di uno scrittore, la sua acquisizione ad un comune patrimonio culturale. Di più, mette in circolo il suo nome, ne promuove la conoscenza e la familiarità fuori dalla cerchia delle persone colte. Anche soltanto da questo punto di vista, i gretti eredi di Faulkner dovrebbero essere grati a Woody Allen, invece di inquisirlo per un presunto abuso perpetrato sulla sua opera (il cinema può rappresentare un potente traino per l’opera scritta). Pensiamo ad esempi eccelsi, come quello di un Dante. 

 

Le citazioni dalla Commedia sono diventate perfino luoghi comuni, vengono memorizzate da persone che non si sono mai piegate sulle sue terzine: «Lasciate ogni speranza, voi che entrate», «Fatti non foste a viver come bruti», eccetera. Correvano per tempo di bocca in bocca e a nessuno dei suoi eredi sarebbe venuto in mente di lagnarsene. Miliardi ne avrebbero ricavato, se avessero mai potuto appellarsi a uno stringente, punitivo diritto d’autore. Almeno a questo riguardo, si potrebbero contestare le parole di Faulkner. Per certi aspetti, il passato sembrerebbe morto, definitivamente passato.

da - http://lastampa.it/2012/11/04/cultura/opinioni/editoriali/allen-faulkner-eccesso-di-causa-IxNSNYAWEE68HwA4pu2uqK/pagina.html


Titolo: LORENZO MONDO Onorevoli, rinunciate almeno all’ombrello
Inserito da: Admin - Novembre 11, 2012, 04:08:20 pm
Editoriali
11/11/2012 - PANE AL PANE

Onorevoli, rinunciate almeno all’ombrello

Lorenzo Mondo

Ce la farà il ministro Anna Maria Cancellieri a ridurre gli sprechi dovuti ad auto blu e agenti di scorta? Si tratta di 4000 mezzi e 2100 uomini impiegati ogni giorno per la sicurezza di varie personalità della politica e delle istituzioni. La commissione del Viminale incaricata di revisionare il sistema di protezione ha suggerito nuove regole che, oltre a diminuire i costi delle prestazioni (250 milioni all’anno), dovrebbero incidere sul costume, in termini di sobrietà e di aderenza al sentire comune. Si propone di alleggerire perfino le scorte di «massimo livello», di cui usufruiscono, con pieno diritto, le alte cariche dello Stato (contemplano tre macchine blindate, ciascuna con tre agenti a bordo). Una tutela che, salvo eccezioni, dovrebbe essere drasticamente ridotta al termine del mandato. Si stabilisce inoltre che gli agenti non debbano più seguire una personalità sull’aereo col quale si sposta. Ma si tratta soprattutto di verificare se il dispositivo di sicurezza sia ancora necessario, se non debba essere, in tutti i casi di minor rilievo, ridimensionato o annullato. Più volte i sindacati di polizia hanno chiesto di riformare un servizio che spesso costringe gli agenti «a svolgere funzioni di autista visto che il pericolo è attenuato o addirittura cessato». 

Saggi propositi del ministro, che incontreranno ovviamente forti resistenze. Risulta infatti da palpabili riscontri che macchina e scorta sono diventati un gradevole benefit, un ambito status symbol. Capita di chiederci a chi mai verrebbe in mente di attentare a personaggi che appartengono a obliate stagioni o che brillano per una comprovata insignificanza. A meno che, nei frangenti dell’antipolitica, ciascuno di loro debba sentirsi a rischio, come se non bastassero dileggio e discredito. Anche per una semplice mancanza di stile. Nei giorni scorsi la tv ha mostrato alcune scenette che, nel loro minimalismo, non accrescono l’amicizia per chi ci rappresenta. Abbiamo visto un onorevole che, all’uscita da Montecitorio, si imbatteva in un’acquerugiola inoffensiva, affrontata a capo scoperto dai cittadini di passaggio. Ma alle sue spalle stava un aitante poliziotto, che lo accompagnava alla macchina proteggendolo con l’ombrello. Il personaggio incedeva come un dignitario d’altri tempi, come un imperatore o un papa. Riducendo l’agente scelto al ruolo umiliante del servitore. L’episodio si è ripetuto, rigorosamente bipartisan accomunando, massì, Fini a D’Alema. Veniva da pensare alla difficile impresa del ministro Cancellieri. Veniva da invocare, con uno stentato sorriso: «Rinunciate almeno all’ombrello».

da - http://lastampa.it/2012/11/11/cultura/opinioni/editoriali/onorevoli-rinunciate-almeno-all-ombrello-ffm2gCYyZODwgwxhI8UhdI/pagina.html


Titolo: LORENZO MONDO Il caso Sallusti e la voglia di altolà
Inserito da: Admin - Novembre 18, 2012, 03:14:08 pm
Editoriali
18/11/2012

Il caso Sallusti e la voglia di altolà

Lorenzo Mondo

I nostri parlamentari stanno congedandosi dalla legislatura nel modo peggiore e tra i molti comportamenti riprovevoli, e scandalosi, figura anche il voto al Senato che «condanna» al carcere i giornalisti colpevoli di diffamazione. Sono 131, contro 94, quelli che hanno votato il famigerato emendamento della Lega e dell’Api al disegno di legge inteso a regolare in modo equilibrato la materia. Un voto trasversale, che coinvolge cioè le varie forze politiche. A nessuno sfugge che si tratta di una rabbiosa rivalsa contro chi ha denunciato, oltre ai macrocospici episodi di corruzione, gli arroccamenti intorno a intollerabili privilegi. E’ tanto il livore contro il mondo dell’informazione che ha indotto a trascurare la stessa sorte di Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale, che ha innescato la vicenda con la sua condanna a 14 mesi: una noncuranza espressa presumibilmente da molti che pure dovrebbero simpatizzare con le sue battaglie giornalistiche orientate risolutamente a destra. Come se prevalesse su tutto la voglia di impartire un altolà all’intera categoria. (A mente fredda, Sallusti dovrebbe farci qualche pensierino).

Ora, non si tratta di conferire patenti di immacolatezza ai giornalisti di cui sperimentiamo spesso faziosità e inescusabili mende. Ma occorre evitare che una pena così pesante come il carcere comprometta un valore così alto come la libertà d’espressione che è uno dei cardini della democrazia. Al di là del merito, va contestato tuttavia il metodo. Nel voto a scrutinio segreto è stato contraddetto un patto siglato dai gruppi parlamentari, vanificando una faticosa opera di mediazione. E già questo denota una vigliacca assenza di lealtà e senso di responsabilità. Aggiungiamoci la leggerezza, esibita con improntitudine. 

Cadono le braccia al sentire Maroni che liquida il suo emendamento come una innocua «provocazione». Mentre Rutelli, il capetto dell’Api, fa un mezzo passo indietro, suggerendo un pasticciato espediente per risolvere il caso Sallusti: depenalizzare cioè il reato di omesso controllo e la responsabilità del direttore per gli articoli firmati con pseudonimi o privi di firma. La prossima settimana il magistrato di sorveglianza di Milano deciderà sull’esecuzione della pena. Si ignora a quale escogitazione si ricorrerà per evitare l’arresto, per inibire a Sallusti la corazza dell’eroe. Resta il fatto che dalla classe politica arriva un altro vistoso segnale di egoismo, ipocrisia e inettitudine. Riuscirà, con le prossime elezioni, a depurarsi di certi personaggi? Mah...

da - http://lastampa.it/2012/11/18/cultura/opinioni/editoriali/il-caso-sallusti-e-la-voglia-di-altola-YIBml7w2oPJpXbbZBMZjPO/pagina.html


Titolo: LORENZO MONDO La barista e i poliziotti
Inserito da: Admin - Novembre 26, 2012, 05:36:55 pm
Editoriali
25/11/2012

La barista e i poliziotti

Lorenzo Mondo

Ha fatto sensazione, almeno nella sua città, almeno per qualche giorno, il gesto della barista Monica Pavesi. Nel suo locale alla periferia di Cremona, tiene due slot machine ma, di punto in bianco, ha deciso di staccare la spina. I clienti sono avvisati, qui non si gioca più. Il motivo? Non sopportava più di vedere persone che si rovinavano alle macchinette mangiasoldi. Gente che, giudicando dall’apparenza, soldi ne aveva pochi e si illudeva di moltiplicarli, sedotta dalla giocosa trappola di suoni e di luci. E’ tanto più significativo il comportamento della signora Pavesi perchè non è dettato da un astratto moralismo, dalla compassione che si suole spendere con effluvi di parole. Perchè le sue slot incassavano 40-50 mila euro al mese, e il 6 per cento andava a lei. Risultato? Una perdita secca di migliaia di euro. Il Comune, che si batte da tempo contro questa rapina legalizzata, promette il suo sostegno alla barista, esalta l’esempio da lei fornito a tutti i suoi colleghi. Ma le cronache, implacabili, non confortano le speranze, la generosità è merce rara e viene di fatto irrisa. 

Pochi giorni dopo la storia di Cremona, le infernali macchinette sono tornate alla ribalta. A Bergamo, dove si è scoperto che pattuglie delle squadre volanti della polizia amavano indugiare in una sala giochi cercando la fortuna per ore, anche di notte, con la Pantera parcheggiata a due passi. A dispetto delle esigenze di sicurezza, delle ricorrenti lamentele sulle carenze di organico. Si è aperta una inchiesta per abbandono di servizio e truffa aggravata ai danni dello Stato. Degli 11 agenti denunciati dalle telecamere e inquisiti, 4 sono stati colpiti dalla misura cautelare del divieto di dimora, e connesso lavoro, a Bergamo. Un ovvio provvedimento. Ma balza all’occhio un aspetto, sanzionabile moralmente, dell’incredibile vicenda. Non un cliente, non il gestore della Sala si è stupito, non dico che abbia protestato, davanti a uomini in divisa distolti bellamente da compiti di così alta responsabilità nei riguardi dei cittadini, compresi i silenziosi testimoni del misfatto. 

Tutti infoiati davanti agli esosi giochini. Al di là dell’inerzia morale e civile segnalata dall’episodio, resta il problema di uno Stato di bocca buona che, a beneficio dell’erario, specula sulle umane debolezze e si rende di fatto complice di meccanismi perversi. Non sarà la barista di Cremona, e le improbabili emule, a invertire la rotta. Appare d’altra parte intempestivo, perdurando la crisi, affliggere il Governo chiedendo soluzioni di per sè impervie. Sarebbe bene comunque pensarci su, prepararsi a discorrerne nei tempi meno difficili che vagheggiamo. 

da - http://lastampa.it/2012/11/25/cultura/opinioni/editoriali/la-barista-e-i-poliziotti-IFg8jAiT6qIY2X77doXRyL/pagina.html


Titolo: LORENZO MONDO Pregiudizio, non razzismo
Inserito da: Admin - Dicembre 02, 2012, 05:36:26 pm
Editoriali
02/12/2012 - PANE AL PANE

Pregiudizio, non razzismo

Lorenzo Mondo


Licenziato dalla Rai per razzismo. E’ toccato al giornalista Giampiero Amandola, in forza alla sede di Torino, Tgr Piemonte. E’ stato punito per un servizio che registrava le reazioni dei tifosi bianconeri al termine della partita Juventus-Napoli giocata nell’ottobre scorso. «I napoletani sono come i cinesi» osservava un tifoso. «E voi li riconoscete dalla puzza?» replicava il giornalista, in un’eco di risate. La battuta ha scatenato un putiferio e mamma Rai, inusitatamente severa, ha pensato bene di intervenire, prima con la sospensione e poi con il licenziamento in tronco del giornalista. Una cannonata contro una mosca. A un insulto particolarmente sgradevole si è risposto con un atto che, per la sua sproporzione, finisce per diventare ingiusto. Intanto perchè sembra dettato dall’ossequio a un «politicamente corretto» che vede spesso il razzismo anche dove non c’è. Razzismo è parola che si accompagna a un sentimento di sacralità. Stenterebbero a riconoscerlo nel caso in oggetto, tanto per dire, qualche superstite di Auschwitz o i cristiani perseguitati di Pakistan e compagnia islamica. Mentre qui si tratta semmai della sopravvivenza di rozzi pregiudizi o, più semplicemente, di una ammiccante sintonia con il linguaggio più becero degli stadi. 

Si obbietterà che la Rai svolge un servizio pubblico, di grande responsabilità per l’enorme platea di cittadini a cui si rivolge, e deve sanzionare certi comportamenti diseducativi. Facciamole grazia di ciò che lascia sfilare impunemente sugli schermi televisivi, ma esistono provvedimenti disciplinari che, per quanto incisivi, escludano il licenziamento. È stupefacente che, in un Paese dove è così facile farla franca, si ipotizzi una esclusione dal lavoro per una frase infelice. Di questi tempi, poi. Trattando in generale di servizio pubblico, non abbiamo notizia che siano stati licenziati dipendenti che rubavano a man salva o disertavano il posto di lavoro. 

Torniamo ad Amandola, il quale sostiene di essere stato frainteso, che intendeva ironizzare sull’aggressività verbale delle tifoserie calcistiche. Francamente, dalle sue parole non si riesce a evincerlo. Insorgerebbe allora nella vicenda anche un problema di scarsa confidenza con il linguaggio? Una perentoria e abusiva supposizione di razzismo, una ironia che non riesce a distinguersi dal plauso. Adesso ci saranno ricorsi legali, interventi concilianti del sindacato giornalisti e Amandola, rinsavito dalla batosta, sarà augurabilmente reintegrato. Resta la brutta pagina scritta in solido dalla sua scioccaggine e dalla improvvida, estemporanea durezza della Rai. 

da - http://lastampa.it/2012/12/02/cultura/opinioni/editoriali/pregiudizio-non-razzismo-yv1wnBBK84VcMlgVBPxW9H/pagina.html