LA-U dell'OLIVO

Forum Pubblico => GIORNALISMO INVESTICATIVO d'INCHIESTA. OPINIONISTI. => Discussione aperta da: Admin - Luglio 03, 2008, 06:38:50 pm



Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI
Inserito da: Admin - Luglio 03, 2008, 06:38:50 pm
3/7/2008
 
Lontana Europa
 

 
GIAN ENRICO RUSCONI

 
L’Europa perde colpi, rischia la paralisi. Ma alla classe politica italiana sembra importare poco. Ha altre priorità. È tutta presa dalle tensioni politico-istituzionali interne. Come darle torto? Ma non è questo un segnale di quanto sia deteriorata la situazione nazionale rispetto al contesto europeo? Di quanto lontana sia la politica italiana dall’Europa?
L’ultimo contributo del governo italiano al progetto europeo è stata la parola «drizzone all’Europa», pronunciata con compiacimento da Berlusconi alcune settimane fa. Poi naturalmente non è successo nulla.

Ma intanto tra una decina di giorni ci sarà l’incontro fortemente voluto da Sarkozy (nel frattempo presidente di turno della Eu), per la creazione di un organismo che raccolga i Paesi mediterranei. L’Italia potrebbe esservi coinvolta in maniera significativa. Ma - al di fuori della ristretta cerchia di esperti - nessuno ne parla, nessuno ne discute. Qual è la linea del governo? Dobbiamo aspettarci un improvviso show Berlusconi-Sarkozy? È inaccettabile che il personalismo berlusconiano si proietti sull’intera politica estera ed europea - come se non esistesse un ministero degli Esteri. Per non parlare del Parlamento. Ma qualcuno conosce l’opinione dell’opposizione sul progetto mediterraneo?

Sarkozy ha assunto la presidenza semestrale dell’Unione con il consueto piglio decisionista, almeno a parole e a gesti. «Voglio un’Europa di identità, non di armonizzazione forzata». «Voglio praticare una pedagogia dell’opinione pubblica che è l’avanguardia dei mercati». Belle parole, ma il compito che l’attende è molto difficile.

Infatti al «no» irlandese si è aggiunto l’ultimo episodio del presidente polacco Kaczynski che si rifiuta di firmare il Trattato di Lisbona pur essendo già approvato dal Parlamento. Ma anche a Praga tutto è sospeso in attesa del pronunciamento della Corte. È vero che anche in Germania il Presidente della Repubblica attende il benestare della Corte costituzionale, ma in questo caso pare si tratti di un atto puramente formale.

Inutile dire però che nel nuovo clima europeo si sono prodotte delle ansie. In effetti la cancelliera Merkel è molto cauta, molto riservata. L’atteggiamento polacco e di Praga è motivo di forte preoccupazione. In più sono note le perplessità tedesche verso il progetto francese dell’Unione mediterranea, che non dovrebbe entrare in concorrenza con l’Unione Europea come tale. Ma non risulta che Berlino abbia consultato Roma in merito. Se c’era un argomento che avrebbe dovuto sollecitare considerazioni comuni tra Roma e Berlino era proprio questo. Ma da tempo i rapporti italo-tedeschi sono soltanto cordialmente «diplomatici».

Se confrontiamo la situazione attuale con quella di alcuni decenni fa, colpisce il progressivo allentamento dei contatti reciproci tra i ceti politici europei. Naturalmente si sono aperte molte sedi istituzionali per gli incontri: nel Parlamento europeo, nelle varie commissioni. Ma si ha l’impressione che si tratti di incontri formali, istituzionali anziché reali occasioni di scambio di conoscenze.

Ci fu un tempo in cui i partiti di sinistra e i vari gruppi di ispirazione democristiana si incontravano, discutevano, facevano piattaforme comuni. Adesso in Europa si è creata tra Paese e Paese una profonda dissimmetria tra i partiti che non consente più convergenze se non di carattere aritmetico. Ciò che conta è entrare nel raggruppamento A piuttosto che nel raggruppamento B magari per fare dispetto ai propri concorrenti nazionali. Siamo così al paradosso che, a mano a mano che avanza l’istituzionalizzazione europea, i contatti diretti tra i ceti politici si allentano. I problemi sociali ed economici dei Paesi europei sono molto simili, ma vengono affrontati sempre più in ottiche strettamente nazionali. Mai le politiche interne sono state così nazionalizzate.
In questo quadro che valore hanno le retoriche spesso ripetute tra i politici sull’Europa che deve stare vicina ai suoi cittadini?


da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'Europa spuntata
Inserito da: Admin - Agosto 20, 2008, 10:30:18 am
20/8/2008
 
L'Europa spuntata
 
 
 
 
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
A che serve la Nato nel conflitto tra Russia e Georgia che l’Europa vorrebbe risolvere con la persuasione politica? È stata Washington a convocare la riunione di Bruxelles evidentemente per fare pressione o per mettere alla prova gli alleati europei. Il risultato - com’era da attendersi - è stato di fermezza verbale e di moderazione nella sostanza. Ciascun ministro degli Stati membri può dare la sua versione (compresa Condoleezza Rice) che è maggiormente gradita al proprio governo. Il rapporto tra Unione Europea e Nato rimane benevolo e ambiguo come sempre. D’altra parte senza la Nato non ci sarebbe l’Europa politica. È stato così storicamente sin dalla sua nascita. È così anche ora, a dispetto dei discorsi sulla capacità dell’Europa di gestire autorevolmente e autonomamente - a fronte dell’impotenza americana - la crisi più insidiosa del Continente dopo il 1989?

Il conflitto caucasico e la qualità delle difficoltà dell’Occidente a reagirvi in modo efficace presentano aspetti singolari. Non si tratta infatti di una delle «nuove guerre», su cui si discute da un paio di decenni, o di varianti del terrorismo. È una guerra che assomiglia molto a quelle «vecchie», «tradizionali», che rimettono in gioco grandezze e dinamiche che erano state dichiarate obsolete: sovranità statale, coercizione diplomatica, coercizione militare. E corrispondenti comportamenti militari sul campo. È accaduto grazie a una «vecchia» potenza, la Russia, che sembra oggi aver ritrovato se stessa. Ebbene, non è paradossale che l’Europa si trovi in difficoltà a gestire una situazione che assomiglia a molte che hanno caratterizzato la sua lunga storia?

Guardiamo più da vicino come ha reagito finora l’Europa di fronte alla crisi caucasica. Il suo protagonismo diplomatico si è dispiegato tempestivamente e virtuosamente, avendo però sempre sullo sfondo un ipotetico ricorso allo strumento militare da parte degli Usa, a sostegno della Georgia. Ma si trattava di una finzione. L’America di Bush infatti, che in teoria avrebbe potuto agire militarmente in difesa della Georgia, non era in grado di attuare alcun intervento né diretto né indiretto. Troppo pesanti sono stati gli errori dell’amministrazione repubblicana. L’America non poteva esercitare nessuna coercizione militare.

Ma - controintuitivamente - questa impotenza americana ha indebolito la stessa coercizione diplomatica messa in atto dall’Europa. Questo aspetto è sfuggito ai commentatori che hanno contrapposto e continuano a contrapporre la saggezza dell’iniziativa europea alla velleità americana. La Russia di Putin invece ha capito perfettamente d’avere davanti le due facce dello stesso Occidente. E si è comportata di conseguenza. La Russia di Putin, forte delle sue (vere o false, poco importa) ragioni nel Caucaso, non si lascia né intimidire né commuovere dalle raccomandazioni o dai rimproveri di chi comunque non è in grado di usare la forza. O meglio non sa legittimarla, in questo caso specifico, attivando le motivazioni (pacificatrici, «umanitarie» o di «lotta al terrorismo») che hanno portato la Nato e i soldati europei in Afghanistan, ad esempio, o in altre aree conflittuali. È passato il tempo in cui la Russia guardava con un misto di timidezza e di ammirazione al modello europeo. Ha ritrovato la sua forte identità competitiva, consapevole della sua nuova «potenza» che le deriva dal controllo delle fonti energetiche vitalmente indispensabili per l’Europa. Non sente neppure il bisogno di avere una «relazione speciale» con l’Unione Europea.

Torniamo al quesito di partenza. La Nato così come è oggi, strumento ereditato senza sostanziali mutamenti dal passato, dalla Guerra Fredda, e guidato sostanzialmente dagli Stati Uniti, è un fattore di forza o di debolezza all’attività politico-diplomatica dell’Europa? Non viene forse al pettine il peccato originale dell’Europa politica che risale alle sue origini, al 1954, quando la «piccola Europa», che oggi rappresenterebbe «il nucleo forte» della stessa Europa, ha rinunciato a creare tempestivamente un suo esercito comunitario (CED)? La vicenda di allora è complicata e non è il caso di ripercorrerla ora. Ma sin tanto che l’Unione Europea non disporrà di una credibile forza armata autonoma, non potrà esercitare neppure in modo credibile la sua forza di persuasione. Questo è il significato autentico dell’idea di un’Europa «potenza civile».
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI.
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2008, 05:34:10 pm
16/9/2008
 
La buona laicità
 
 
  
 
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
Il lungo ciclo delle prese di posizione pubbliche di Papa Ratzinger, tra il discorso di Ratisbona (settembre 2006) e il solenne ricevimento all’Eliseo a Parigi (settembre 2008), si chiude con un successo di attenzione mediatica. Il Papa ha ribadito che il contrasto principale di oggi è tra «religione e laicismo». Nel contempo ha evocato benevolmente una «laicità positiva» lasciandone tuttavia indeterminati i contorni. A scanso di equivoci, però, lontano da Nicolas e Carla, ha invitato i Vescovi a non benedire «le unioni illegittime». Tutto deve tenere.

Sembra essersi affermata nell’opinione pubblica l’idea che ci sia il pericolo di una illegittima esclusione dalla sfera pubblica della religione, della Chiesa, del cristianesimo, di Dio (con una intenzionale o preterintenzionale confusione e sovrapposizione di questi concetti).

Naturalmente questo non risponde a verità. Quanto meno occorre distinguere tra la situazione francese e quella italiana. Da noi molti cattolici coltivano la sindrome della vittima: costante presenza mediatica accompagnata dal lamento dell’esclusione; denuncia della critica e del rifiuto delle loro opinioni come prova dell’ostilità verso il cristianesimo-cattolicesimo, verso la Chiesa, anzi verso Dio. Da qui l’equivoco di scambiare il dissenso ragionato verso aspetti - naturalmente importanti - della dottrina della Chiesa e della sua strategia come inimicizia preconcetta contro la religione o come ateismo militante. Magari si prende occasione dall’atteggiamento di alcuni laici, del tutto legittimamente atei, che con le loro posizioni polarizzano su di loro l’attenzione dei media e della Chiesa.

Ma dove passa la differenza tra laicità positiva e laicismo? In concreto: nella definizione della famiglia «naturale», nei temi connessi a quella che viene genericamente chiamata eutanasia, nei problemi cruciali della bioetica? Chi non è d’accordo sul lungo elenco dei «no» degli uomini di Chiesa - dalle coppie di fatto alla sospensione dell’alimentazione forzata nel caso di Eluana - è dichiarato laicista. Chi invece è d’accordo è laico positivo. Come si possono schiacciare in queste caselle le convincenti considerazioni di Barbara Spinelli su «quando muore il cervello» (La Stampa 14 settembre)?

Ma c’è un altro malinteso. In Italia si sta estinguendo il dialogo, se con esso miriamo allo scambio di ragioni e di argomenti. Se lo intendiamo come la ricerca della verità su questioni complesse, dove ognuno degli interlocutori dovrebbe essere disposto a mettere in gioco le proprie convinzioni. No: il dialogo è diventato sinonimo di rassegna e competizione di posizioni già predisposte in funzione identitaria (cattolici contro laici). In particolare per gli interlocutori religiosi la verità c’è ed è intrattabile. Ma questo avviene sulla base di un passaggio logico non esplicitato: l’incontrovertibilità della verità passa impercettibilmente dal piano della «rivelazione religiosa» ai temi della «natura umana» che dovrebbero essere invece affrontabili con strumenti razionali e scientifici presuntivamente comuni e accessibili a tutti.

La Chiesa in questi anni di esposizione pubblica è riuscita a riaffermare la credibilità della sua dottrina naturale. Il costo (non detto e persino non percepito da molti Pastori) è che non si parla più davvero di teologia ma di antropologia, come si sente ripetere in continuazione. Il problema che sta a cuore non è la questione di Dio, ma l’idea di natura umana e di razionalità (nel senso inteso da Ratzinger) che passa surrettiziamente dietro e dentro l’idea di Dio quale è codificata nei termini tradizionali della dottrina. Il laico che solleva questa problematica è etichettato senz’altro come laicista. Con lui si polemizza, non si dialoga.

A questo punto confesso d’aver perso il senso della distinzione benevola-polemica tra laicità positiva e laicismo. Secondo lo stereotipo corrente il laico-laicista è il non-credente, il razionalista («arido», naturalmente), lo scettico cultore del dubbio metodico, relativista rispetto ai valori, l’uomo senza speranza. Inutile dire che queste sono caricature clericali. In realtà oggi il laico (senza bisogno di sentirsi definire «positivo») non condivide più la «religione della ragione» settecentesca, la «religione dell’idealismo» di stampo ottocentesco, neppure quella della scienza novecentesca, anche se tiene ben fermi come criteri di certezza quelli offerti dal metodo scientifico. Di conseguenza si pone interrogativi su Dio che appaiono incompatibili con la dottrina corrente della Chiesa.

Il laico è l’uomo/la donna delle certezze che sanno di essere radicalmente contingenti, ma non per questo meno stringenti. È l’uomo/la donna della ragionevolezza, cioè della razionalità temperata da ciò che non appare riducibile alla semplice strumentazione scientifica. Ma non per questo accetta dottrine costruite su modelli mentali e antropologici storicamente elaborati con mentalità pre-scientifica (o addirittura anti-scientifica) che pretendono accesso privilegiato alla trascendenza.

Il confine tra razionale e irrazionale è precario, ma sempre definibile con gli strumenti della ragione. L’orizzonte della ragione e delle sue espressioni semantiche è intrascendibile. La fede non vi trova posto. Questa è la lezione irrinunciabile da Kant a Wittgenstein, due studiosi che non si dichiaravano affatto atei ma ponevano la fede nella «ragione pratica» o nell’ambito delle «forme di vita». Chi ragiona così è un laicista o un laico positivo? Francamente questa distinzione, che pretende diventare una graduatoria della razionalità, è insostenibile.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI
Inserito da: Admin - Ottobre 24, 2008, 10:31:09 am
24/10/2008
 
L'alibi società civile
 
GIAN ENRICO RUSCONI

 
Mi auguro che la manifestazione annunciata e attesa per domani a Roma non adotti lo slogan di esprimere le «forze antiberlusconiane della società civile», come suggeriscono gli amici di MicroMega. Capisco perfettamente la logica contestativa dello slogan. Ma sarebbe ingannevole nella sostanza. Il berlusconismo infatti è anche espressione della società civile italiana. Il problema del nostro Paese è la scissione e il disorientamento proprio della società civile nel suo insieme. Da questa situazione una parte di società è tentata di uscire forzando lo strumento politico.

Smettiamo dunque di usare il concetto di «società civile» per indicare tutto il positivo della società italiana che viene rimosso, conculcato o nascosto dal berlusconismo o da altri fenomeni (mafia, corruzione politica, xenofobia o tentazioni autoritarie). Mettiamo in soffitta una volta per tutte questo nobile concetto che ha svolto una grande funzione chiarificatrice ed emancipativa, ma che oggi rischia di essere retorico e illusorio.

Lo so che sarà dura abbandonare questa espressione passe-par-tout, che si tira dietro altre coppie concettuali consolidate e apparentemente chiare (Paese reale contro Paese legale, palazzo contro società ecc.). Rischia però di essere tutto ciò che resta della costruzione ideologica della sinistra. Ma quando a Palazzo Chigi c’erano Prodi e D’Alema, quando a Montecitorio c’era Bertinotti e al Quirinale Ciampi, la società civile gestiva forse la politica? O vi influiva davvero? Naturalmente no, e non solo perché gli intransigenti evocatori della «società civile» erano sempre sul piede di guerra.

Non vorrei essere frainteso. Non sto polemizzando contro chi combatte energicamente il berlusconismo. Non si tratta neppure di dichiararsi pro o contro la ricerca di un ragionevole dialogo con la maggioranza o viceversa di considerare intrattabili le reciproche posizioni ideali e politiche. L’obiezione è assai più radicale. Si tratta di ammettere che il male è dentro la società civile, non fuori di essa. E quindi non ha senso evocarla come una soluzione.

Si può suggerire la scappatoia di definire il berlusconismo una patologia della società civile. Paradossalmente è già un passo in avanti nell’analisi. Vuol dire infatti riconoscere che la voglia di autoritarismo e di decisionismo comunque sia, le ventate antisolidali e di razzismo latente che percorrono il Paese, la strafottenza verso i perdenti e i deboli, l’opportunistica e ipocrita deferenza verso la Chiesa non vengono dal di fuori o per colpa di pochi malintenzionati, ma dal ventre profondo della società civile. E il berlusconismo, lungi dal correggere questi fenomeni, li interpreta e li legittima, verosimilmente al di là delle sue buone intenzioni.

Ma qual è la forma politica di questa situazione? Qui accade un altro fenomeno sorprendente nel nostro Paese logorroico e con un sistema mediatico-comunicativo ipertrofico: ci mancano le parole adeguate per definire la situazione reale. Da quindici anni si parla di «berlusconismo» o di «populismo». La prima espressione è tautologica, la seconda è troppo vaga e utilizzabile per molte altre circostanze e personalità politiche.

Ma non abbiamo di meglio e quindi dobbiamo passare attraverso la strettoia di queste due espressioni, resistendo alla tentazione di contrapporvi in positivo, appunto, la bella e buona società civile. Il populismo berlusconiano interpreta la voglia del popolo-elettore maggioritario per decisioni rapide, drastiche e visibili. E viene accontentato: la scomparsa della spazzatura napoletana, la soluzione - a qualunque costo - della questione Alitalia, l’interventismo pronta cassa a sostegno delle banche e dell’industria ecc.

Berlusconi interpreta questo ruolo portando di fatto il sistema politico verso un presidenzialismo informale strisciante. Non ha bisogno di ricorrere a impegnative riforme istituzionali. Gli basta apparire in tv ad enunciare decisioni che la sua maggioranza sosterrà zelantemente in Parlamento. Ma l’idea del leader vicino alla gente, non prigioniero nei giochi di palazzi, non era una richiesta sociale? La domanda di una semplificazione del sistema politico e la fine delle risse intrapartitiche non era forse emersa dal profondo della società civile? Eccola servita.
 
da la stampa.it


Titolo: JACOPO IACOBONI Costretti in piazza. Trionfa il distinguo
Inserito da: Admin - Ottobre 24, 2008, 10:32:24 am
24/10/2008 - - 2
 
Costretti in piazza

Trionfa il distinguo
 
 
 
 
 
JACOPO IACOBONI
 
Vengo, sì, ma...
Aderisco, con la postilla. Firmo, non del tutto convinto. Sostengo, non posso proprio non sostenere, ma vi-faccio-vedere-io quanto sono diverso dagli urlatori, lo strepito, chi sbraita contro «la dittatura di Berlusconi».

Che piazza sarà, domani, se tanti di quelli che ci scenderanno credono poco o non credono affatto nelle caratteristiche normali di una piazza, cioè gridare, intonare slogan, cantare e magari anche pacatamente sbracare? Nicola Latorre dice «bene le protesta, ma dobbiamo anche avanzare una grande proposta alternativa» (però esorta gli studenti sotto Palazzo Madama «sìii, continuate a manifestare!»). Francesco Rutelli dice «il 25 sarà una bellissima occasione per Veltroni e il Pd di avanzare le sue proposte al Paese, ma in modo positivo, costruttivo e non distruttivo». Marco Follini dice «non so se ci andrò, capisco le ragioni, ma avremmo dovuto riflettere meglio».

Nei giorni scorsi Enrico Morando aveva nientemeno spiegato «non è una manifestazione antigovernativa», spingendosi fino a lodare l’intervento del governo per rassicurare i risparmiatori e sostenere il sistema bancario, «è giusto, l’avevamo chiesto anche noi». E Linda Lanzillotta, nei pour parler di un incontro a Capri, l’aveva tosto rassicurato, «tranquillo Enrico, abbiamo mutato il segno di questa manifestazione, non sarà una manifestazione contro ma una manifestazione per».

S’avanza insomma accanto al popolo dei no chiari e tondi, anche quello dei «sì-ma»; i coscritti. Ma non sono ubbìe, è che un problema vero dilania i democratici alle prese col manifesto sì-manifesto no. In piazza si troveranno - almeno, ma è una stima molto per difetto - due idee diverse su come ci si oppone al centrodestra al governo. Furio Colombo vorrebbe aggiungere alla petizione salva l’Italia la frase «dalla dittatura di Berlusconi». Paolo Flores e Pancho Pardi saranno accanto a Tonino Di Pietro, poi Flores auspica anche che ci sia tantissima società civile, che di solito è alquanto più decisa del popolo dei «sì-ma»: è gente che ce l’ha, e molto, con Berlusconi. Col risultato di produrre ameni paradossi. Quello che segue ne è soltanto uno.

Domani arriveranno tantissimi pullman e treni, solo dalle regioni rosse si spera trecentomila persone. Cinquantadue pullman sono attesi dall’Abruzzo; e alcuni chi lo organizza? I dirigenti del Pd locale. Hanno partecipato, «alacri e appassionati», uomini come Giorgio D’Ambrosio, sindaco di Pianella, il collega di Pescara, Luciano D’Alfonso, o l’assessore Donato Di Matteo. Sono indagati nelle inchieste abruzzesi, e si stanno difendendo. Li si tenga lontano dai micromeghisti.

 
 
OPINIONI - 3. Manifesto oppure no. Tormenti democratici
SCRIVI Arcitaliana JACOPO IACOBONI 


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Germania-Italia il ritorno dei pregiudizi
Inserito da: Admin - Novembre 04, 2008, 06:09:14 pm
4/11/2008
 
Germania-Italia il ritorno dei pregiudizi
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 


E’ sconfortante prima ancora che irritante leggere quanto ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, per la penna di un noto giornalista. «Dopo più di 60 anni dalla fine della guerra l’Italia vince sempre ancora contro i camerati tedeschi, con mezzi giuridici e politici». Così viene interpretata non solo la sentenza della Cassazione per il risarcimento a due vittime di una strage nazista del lontano 1944, ma anche il discorso del presidente della Repubblica Napolitano ad El Alamein qualche settimana fa.

Il Presidente aveva detto che quella battaglia perduta mostrava «l’insostenibilità delle motivazioni e degli obiettivi dell’impresa bellica nazi-fascista». È una costatazione storica. Invece il giornalista tedesco vi legge la tardiva apologia dei primi segni del proditorio abbandono dei «camerati tedeschi» da parte degli italiani. E prosegue con l’offensivo paragone del Presidente e dei membri della Cassazione al leggendario soldato giapponese che continua a combattere a guerra finita. Ma gli italiani - più sofisticati - portano avanti la loro guerra con mezzi politici e giuridici.

È incredibile che un uomo colto e influente come Heinz-Joachim Fischer possa scrivere queste cose. Mi chiedo quali ambienti frequenti a Roma. Dipinge la vicenda dell’8 settembre nella chiave esclusiva del tradimento italiano nella percezione dei tedeschi di allora e dell’irresponsabile attività della «Resistenza» (tra virgolette) che non tiene conto degli effetti nefasti delle sue azioni sulla popolazione civile. Come se su questi temi da anni le storiografie dei due Paesi non avessero lavorato con intensità. Tutti i punti superficialmente enunciati da Fischer (dalla questione complessa dei processi ai criminali di guerra alla riflessioni critiche sui comportamenti partigiani) sono stati oggetto di studi e dibattiti. Ma evidentemente nulla è passato a livello di opinione giornalistica. Questo è il primo bilancio negativo da trarre da un articolo come quello di cui parliamo.

La comunicazione storico-politica tra i due Paesi prosegue su binari separati. Da un lato c’è la ricerca storica qualificata che rimane sostanzialmente marginale. E dall’altro c’è un giornalismo convenzionale che tramanda acriticamente giudizi mai seriamente verificati che vanno a rafforzare i veri e propri pre-giudizi, che da qualche tempo hanno fatto la loro trionfale ricomparsa nei due Paesi (questo vale naturalmente anche per i pre-giudizi anti-tedeschi in Italia).

Le ragioni di questa situazione sono sostanzialmente due. Innanzitutto italiani e tedeschi non hanno mai sentito la necessità di ricostruire insieme le pagine di storia che li hanno visti così intensamente ostili. Un’orgogliosa autosufficienza nel proprio giudizio storico (anche quando è assolutamente autocritico, come nel caso dei tedeschi di fronte alla Shoah) e un’ingannevole benevolenza reciproca hanno impedito ciò che è successo tra tedeschi e francesi. Questi infatti da tempo si sono applicati allo sforzo di stendere insieme valutazioni e narrazioni storiografiche comuni, testi comuni. L’ultimo risultato straordinario è un libro per le scuole superiori scritto insieme da studiosi tedeschi e francesi. Non si tratta di un libro buonista e irenico, ma di un lavoro che non nasconde contraddizioni e incompatibilità di giudizio. Ma è un lavoro rispettoso dei reciproci punti di vista, non è sprezzante come le affermazioni di Fischer.

Questo ci porta alla seconda ragione, ancora più seria. Il difficile rapporto tra Germania e Italia non appena si esce fuori dall’ambito dei «rapporti umani», di un’idealizzata «società civile», fatta di urbanità e comprensione, e si entra nei labirinti della politica o - appunto - nei capitoli oscuri della storia passata. Ma perché proprio adesso Fischer può permettersi persino di essere irridente verso il Presidente della Repubblica o verso la sentenza (certo per molti aspetti assai problematica) della Cassazione? La risposta è perché mai come ora i rapporti tra i due Paesi sono stati così infelici. Non è un discorso facile; occorre infatti distinguere i vari livelli. Ma certamente i rapporti sono infelici a livello della politica e dell’informazione giornalistica.

L’implosione della politica italiana e il berlusconismo hanno un effetto d’immagine catastrofico. Lo scrivo con rammarico, perché con la scusa di Berlusconi si dicono un’infinità di sciocchezze sull’Italia di oggi. Ma il peggiore dei paradossi è che non è possibile fare in Germania un’analisi attenta del berlusconismo proprio perché è visto quasi sempre in chiave farsesca, «all’italiana».

Non è riuscito neppure a dare credibilità ad alcune operazioni di revisione storica che vanno nel senso, desiderato da Fischer, della demitizzazione della Resistenza. Ci sta provando ora la cultura e la pubblicistica di destra riprendendo, tra l’altro, l’idea del tradimento del 1943, ricuperata almeno per comprendere i comportamenti soggettivi dei fascisti che si sono schierati con «gli alleati» tedeschi. Ma l’operazione è avventurosa perché a partire da questi elementi non è facile approdare a un giudizio «positivo» dell’occupazione tedesca in Italia e al mito (già sostenuto da Kesselring) della «guerra corretta» in Italia. No. La storia è assai più complicata e brutale. Non è con l’ironia verso i «miti fondanti» della repubblica italiana che si ristabilisce la verità della fase più triste dei contatti tra tedeschi e italiani.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Il cattivo paradosso
Inserito da: Admin - Dicembre 02, 2008, 08:48:44 am
2/12/2008
 
Il cattivo paradosso
 
GIAN ENRICO RUSCONI

 
E’ grottesca la motivazione con cui il Vaticano si oppone alla proposta di depenalizzazione dell’omosessualità che sarà presentata all’Onu dalla Francia a nome dei 25 Paesi della Unione europea. Il Vaticano infatti è preoccupato che «nuove categorie protette dalla discriminazione creeranno nuove e implacabili discriminazioni». Siamo al cattivo paradosso che per proteggere le persone omosessuali, queste dovrebbero essere mantenute sotto la minaccia di reato perseguibile per legge. Il Vaticano non si impegna affinché gli Stati che praticano contro gli omosessuali sanzioni, torture e persino pene capitali (in dieci Paesi islamici), modifichino il loro atteggiamento, muovendosi appunto nella linea recentemente enunciata dalla Chiesa stessa che invita ad evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione». No. La preoccupazione vaticana è che «gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” vengano messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni». Il problema che sta a cuore alla Chiesa non è l’abbattimento effettivo della discriminazione tramite la legge, ma l’imbarazzo («la gogna») in cui si troverebbero gli Stati che praticano leggi punitive contro l’omosessualità. O gli Stati che, pur tollerando benevolmente le persone omosessuali, non riconoscono loro la pienezza dei diritti. È evidente che qui il Vaticano pensa a possibili effetti a catena a favore delle unioni omosessuali, legalmente riconosciute, là dove non esiste ancora alcuna legislazione in proposito (come Italia). Non credo che abbia a cuore le difficoltà in cui si troverebbero gli Stati islamici, che ovviamente si opporranno frontalmente alla proposta europea.

L’alleanza tra Stati islamici e Vaticano su questo punto è garantita. Con buona pace degli alti discorsi della «razionalità della fede» cristiano-cattolica rispetto alla dottrina religiosa islamica. Quando si tratta di sesso e di famiglia le differenze teologiche tacciono. Rinunciamo in questa sede ad esporre ancora una volta le posizioni di principio di una visione laica in tema di responsabilità etica dell’individuo, di concezione non mitica, ma critica e riflessiva di «natura umana», di concezione delle unioni familiari, di separazione tra «reato» e «peccato» ecc. Sono anni che ci confrontiamo su questi temi. Invano. Non si dialoga più. Si contrappongono posizioni sempre più intransigenti. Ciò che conta è la loro potenzialità mediatica, che nel nostro Paese è saldamente in mano alla linea vaticana. Rimanendo a livello di strategia comunicativa, viene spontanea un’ultima riflessione. Contrapponendosi all’iniziativa dell’Unione Europea, il Vaticano ribadisce ancora una volta la sua contrarietà all’orientamento laico dell’Europa, ovviamente diffamato come laicista (relativista, immoralista e via via elencando tutte le nefandezze della ragione illuministica). Non è chiaro dove porterà questa strategia. Nel caso della depenalizzazione dell’omosessualità la linea vaticana smentisce esperienze drammatiche e ben meditate interne allo stesso mondo cattolico. Verosimilmente non interpreta neppure i convincimenti di milioni e milioni di sinceri credenti. Perché si adotti oggi questa strategia non è chiaro. Evidentemente il sesso e una certa idea di famiglia contano di più delle riflessioni della fede. Ma qui il laico tace.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Che mito la società civile
Inserito da: Admin - Dicembre 19, 2008, 06:47:26 pm
19/12/2008
 
Questione immorale
 
 
 
 
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
La questione morale esplose nel momento in cui si pose una questione politica enorme, scriveva ieri Emanuele Macaluso sulla Stampa. Parlava della crisi del Psi di Craxi e dell’implosione che ne è seguita per l’intero sistema partitico della Prima repubblica. E proiettava la stessa sindrome e la stessa diagnosi sul Pd di Veltroni oggi. Un’analisi acuta.

Ma forse i conti non tornano del tutto. Macaluso segue puntualmente la paralisi partitica interna di un Pd che non sa decidere nulla sulle grandi questioni (Europa e Pse, giustizia, bioetica, alleanza con Di Pietro e - aggiungo - l’ambivalenza verso la Lega). Ma dimentica che il contesto in cui tutto ciò avviene non è paragonabile a quello in cui si consumò l’ultimo craxismo e il tracollo del sistema partitico della Prima Repubblica. Oggi ci sono il berlusconismo vincente e un disorientamento depressivo della società civile che creano un contesto inconfrontabile con quegli anni.

Cominciamo dalla giustizia. È di moda prendere le distanze con toni di sufficienza dalla stagione di Mani pulite, ma si dimentica che - con tutti i suoi errori - fu un soprassalto di emozione collettiva, cui nessuno si sottrasse. Oggi la sfiducia verso la magistratura è diventata endemica. L’accusa di una giustizia politicizzata da arma di parte è diventata un sospetto sistematico. Questo è il regalo avvelenato del berlusconismo agli italiani sia che lo votino o no. Il nuovo attivismo della giustizia non ha l’effetto liberatorio di anni fa. E non è questione di colore politico. Il risultato è che quando tutte le parti partitiche parlano a turno di «riforma della giustizia» nessuno ci crede. Anzi si cerca il trucco.

Questo non vuol dire che i cittadini non reagiscano più alle denunce di corruzione o di cattiva amministrazione. Ma la loro reazione non si trasforma in plusvalore politico come fu negli Anni Novanta. Dà luogo ad astensionismo di protesta o al fenomeno Di Pietro, che non pare abbia le caratteristiche di un’autentica forza politica innovatrice. Da questo punto di vista, Berlusconi ha vinto la sua battaglia contro la giustizia. Deve solo formalizzarla, con l’aiuto tecnico dei suoi zelanti sostenitori.

Passiamo alla grande politica estera. La crisi degli Anni Novanta fu determinata dall’incapacità di reagire al radicale mutamento geopolitico internazionale ed europeo del dopo 1989. L’implosione politica all’interno era insieme il segno e la causa di questa incapacità. Nel giro di pochi anni il peso dell’Italia è drammaticamente diminuito in Europa e nel mondo. Per un certo tempo una parte del ceto diplomatico italiano ha parlato e ha scritto con toni preoccupati di «declassamento» dell’Italia. Con il berlusconismo vincente è proibito parlarne. Il corpo diplomatico si è allineato, confondendo la politica estera con i buoni rapporti economici italiani con il resto del mondo, finché durano.

Ma si può negare che da qualche tempo l’Italia riesca a «fare bella figura»? In effetti si è prodotta una singolare situazione. A suo agio nelle grandi rappresentazioni mediatiche internazionali ed europee, cui si è ridotta la grande politica, Berlusconi ha sempre modo di farsi notare con posizioni magari stravaganti nella forma, tuttavia mai dirompenti nella sostanza. L’ha capito Nicolas Sarkozy che lo conosce bene (per qualche inconfessata affinità elettiva?) quando dice: «Berlusconi inizialmente dice sempre di no, ma poi si adegua». Naturalmente ci si può chiedere se e come le «figure» berlusconiane servano davvero alla politica estera italiana, altrimenti affidata all’onesto lavoro di routine di Franco Frattini. Sì, servono sinché l’economia tiene e reggono le reti di collegamento con l’economia mondiale. Ma proprio su di esse è scesa la mazzata della grande recessione.

Il governo italiano sta reagendo in modo cauto e modesto, sottodimensionato, nascondendosi dietro la grinta intimidente di Giulio Tremonti, l’altra faccia del berlusconismo. Ma la gente ormai è rassegnata. Non si aspetta nulla di più. Accetta tutto passivamente. Questa è la vera catastrofe politica per il Pd all’opposizione. Siamo così tornati al tema da cui siamo partiti. Mentre negli Anni Novanta, dopo la crisi del sistema partitico, il centrosinistra sembrava poter offrire (con Romano Prodi) un’alternativa al primo berlusconismo, oggi non è più così. Ma il problema cruciale è la mancanza di linea e di energia politica, in un contesto mutato, non la questione morale in sé. O se vogliamo, la questione morale è soltanto un sintomo dell’impotenza politica.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Preghiera politica
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2009, 10:13:14 am
10/1/2009
 
Preghiera politica
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 

Lo spettacolo dei sagrati del Duomo di Milano e di Bologna pieni di musulmani in preghiera, ma con chiaro intento politico di protesta contro gli avvenimenti di Gaza, non è un evento «normale». O meglio, la sua normalità presuppone un solido giudizio laico (di credenti e non credenti) che non è affatto ovvio nel nostro Paese. Poi l’evento è stato rapidamente archiviato sotto l’incalzare di altri avvenimenti «più normali»: dalla crisi del Comune di Napoli alle grandi nevicate al Nord. Ma è rimasto un evidente disagio, soprattutto nel mondo cattolico. Forse un piccolo trauma che attende ancora di essere elaborato.

Chi da tempo chiede che la voce della religione risuoni, senza restrizioni, nella sfera pubblica è rimasto spiazzato. Non si aspettava che lo facessero i musulmani alla loro maniera e con un’efficacia mediatica inattesa. Ora si obietta che la loro è stata una manifestazione più politica che religiosa, entrando così in un terreno minato. Sappiamo infatti tutti che il rapporto tra religione e politica è profondamente diverso nell’islam e nel cristianesimo. Ma è irragionevole pretendere che i musulmani in Italia si adeguino senz’altro alla nostra (peraltro controversa) concezione della laicità della politica.

Si obietta ancora che qui non è in gioco la politica in generale ma la violenza, il terrorismo, l’odio religioso. Ma è una pura diffamazione considerare la preghiera pubblica e islamica su sagrati delle chiese un’espressione di odio religioso. Con questo non vogliamo eludere il punto nevralgico: l’idea di inimicizia che mescola e confonde inimicizia politica, fatta di sangue e di bombe, con l’inimicizia religiosa e teologica. La protesta musulmana sui sagrati è stata pacifica anche se chiamava in causa il nemico politico. Il punto critico è che tale chiamata in causa è spesso trattata in un linguaggio e in un codice religioso che per corto circuito definisce senz’altro nemico di Dio il nemico politico. Da qui l’accorata richiesta avanzata dai cristiani a non fare la terribile identificazione tra nemico politico e nemico di Dio. Saggia e giusta raccomandazione. Ma quanti secoli di sofferenze, di orrori e di ingiustizie nella cristianità ci sono voluti per arrivare a questa saggia posizione!

Possiamo e dobbiamo limitarci ad affermare che il mondo islamico «non è ancora» approdato a questa conclusione, ma deve approdarvi? Dobbiamo quindi assumere una visione evoluzionista eurocentrica, nel senso che prima o poi tutte le religioni dovranno arrivare alla distinzione tra politica e religione quale si è istituzionalizzata in Occidente? Oppure la questione è assai più complicata e grave perché rimanda a visioni teologiche incompatibili? Non dimentichiamo il fraintendimento della frase del Papa a Ratisbona sulla violenza intrinseca dell’islam. In realtà su questa tematica la strada della comprensione tra cristianesimo e islam è ancora molto lunga. Salvo eccezioni di ristretti incontri tra specialisti, a livello di comunicazione pubblica non esiste alcun serio dialogo teologico tra cristianesimo e islam. Il fatto, enormemente positivo, che spesso in pubblico si arrivi a condannare unanimemente la violenza terroristica, o a pregare insieme, non elimina due realtà di fatto. Da un lato c’è la crescente indistinzione tra attività terroristica e radicalizzazione della violenza bellica, come dimostra quotidianamente il conflitto israelo-palestinese. D’altro lato recitare le preghiere comuni avviene in un contesto ecumenico che spesso rasenta un nuovo politeismo. Fra Allah di Maometto e il Dio di Cristo (e della Chiesa) c’è incomunicabilità quando si arriva alle tesi teologiche fondamentali. La coesistenza pacifica e la benevolenza reciproca è cosa radicalmente diversa dall’intesa teologica.

Questo è rilevante anche per la sentenza evangelica del «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Questa sentenza viene ripetuta come un’evidenza, ma il significato che oggi le attribuiamo è stata una faticosa acquisizione storica abbastanza recente. La presa della posizione del Vaticano nella tragedia di Gaza con l’invito a scegliere - in entrambi i campi - politici desiderosi di pace e di concordia, è dettata da grande saggezza politica. Ma non è la risposta esauriente alle questioni implicitamente sollevate nella preghiera pubblica dei musulmani del nostro Paese.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La Chiesa tentata dal passato
Inserito da: Admin - Febbraio 05, 2009, 10:23:25 am
5/2/2009
 
La Chiesa tentata dal passato
 

GIAN ENRICO RUSCONI
 

Finalmente il Vaticano ha richiesto in modo netto ed esplicito al vescovo Williamson di ritrattare le sue tesi negazioniste. Era ora - e condividiamo la soddisfazione generale.

Ci chiediamo se questo ripensamento vaticano dopo tante incertezze sia - non da ultimo - il risultato della prese di posizione della cancelliera Angela Merkel. Questa aveva chiesto in forma ferma, pubblica ed esplicita al Papa un «chiarimento convincente», raccogliendo il consenso unanime dei suoi concittadini. «È una questione di principio», ha detto. Non è una faccenda interna alla Chiesa. L’operazione vaticana di riabilitazione di Williamson rischiava infatti di offendere profondamente la società civile e religiosa tedesca che del ricordo dell’Olocausto ha fatto un momento fondante della religione civile della nuova Germania. Era incomprensibile che «il Papa tedesco» non avesse interiorizzato questa realtà. Ma è anche apprezzabile che in un’Europa politica imbarazzata o indifferente sia stata la cancelliera tedesca a sollevare senza timidezze il problema.

Le prime impacciate repliche d’ufficio da parte vaticana misuravano tutta la distanza tra la presunzione di un’istituzione che si crede inattaccabile e la reazione compatta di una società politica matura, religiosamente e civilmente.

L’iniziativa della Merkel, infatti, seguiva di ventiquattr’ore un’impressionante manifestazione pubblica di critica - sugli schermi televisivi dei telegiornali - da parte dei più alti uomini della Chiesa cattolica tedesca. Critica ponderata, sofferta, rispettosa, ma ferma. Ha raggiunto il suo obiettivo.

Rimane l’interrogativo di perché il Papa abbia esitato tanto. Davvero non era al corrente delle convinzioni di Williamson? O non ne aveva valutato a pieno la portata dirompente? È stato mal consigliato? Da chi?

Questa volta la questione non è riconducibile a una trappola mediatica. C’è il precedente della prolusione a Ratisbona di qualche anno fa, dove una maldestra citazione sulla malvagità del maomettanesimo scatenò una bufera di proteste del mondo islamico. Allora il Pontefice rettificò il suo discorso, dichiarando di essere stato frainteso e ricucendo i buoni rapporti con l’Islam. Riaffermò la sua stima e affetto nei suoi confronti, senza ovviamente mutare di una virgola la tesi ineccepibile dell’incompatibilità delle due teologie cristiana e islamica.

Questa volta la questione è più complessa. Le tesi negazioniste di Williamson, ripetute pubblicamente senza batter ciglio, nascondono un impressionante antigiudaismo (teologico?) esplicito o latente nella comunità dei lefebvriani. Non solo. Ma alcuni membri della comunità sembrano dar voce a un aperto disprezzo - in nome della Verità - verso tutte le altre religioni e verso le altre confessioni cristiane. Non c’è bisogno di essere esperti della dottrina della Chiesa per capire che siamo alla negazione delle tesi del Concilio Vaticano II. Anzi all’esibizione di quel rifiuto. Che senso ha allora la «fraterna apertura» nei confronti della Comunità di san Pio X? I suoi membri hanno forse mostrato segni di resipiscenza o fatto gesti di umiltà verso la Chiesa? Non sembrerebbe.

A questo punto viene il dubbio che in Vaticano ci sia qualcuno che apprezza proprio l’intransigenza dogmatica e il gusto della pura e semplice restaurazione liturgica e cultuale tradizionale. Rispetto ad essa, tutto il resto diventa opinione personale, compresa la negazione dell’Olocausto. Questo atteggiamento tradisce una logica del primato assoluto dell’istituzione ecclesiale che rischia di essere fatale per la Chiesa.

Forse lo sgradevole episodio del vescovo Williamson è un avvertimento agli uomini di Chiesa che si guardino dai pericoli della autoreferenzialità. È bene che ascoltino le voci e gli argomenti anche di chi sta fuori della Chiesa.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI
Inserito da: Admin - Febbraio 17, 2009, 05:35:38 pm
17/2/2009
 
La crisi uccide l'Europa
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 

L’Europa politica è morta, vittima della depressione internazionale. Ma nessuno lo dice apertamente. Troppo grande è la complicità delle classi politiche. Troppo umiliante è l’ammissione da parte della nomenclatura dell’Ue e delle sue clientele nazionali, capaci soltanto di fare bei discorsi. Troppo profondo è lo sgomento dei cittadini che hanno creduto nel ruolo politico attivo dell’Unione europea. Eppure è sorprendente quanta pazienza mostrino i cittadini, messi davanti all’inadeguatezza della classe dirigente europea e all’impotenza delle classi politiche. Lo fanno perché sono troppo depressi per reagire? Oppure perché, nonostante tutto, rimangono leali verso il più grande sogno che l’Europa abbia coltivato da mezzo secolo a questa parte? La differenza più significativa della crisi odierna, rispetto alla sempre evocata grande depressione del 1929, non è soltanto l’assenza di progetti alternativi stimolati a suo tempo dalla presenza politicamente minacciosa di forze socialiste (e comuniste) radicali. La differenza di oggi sta anche nella rassegnazione della popolazione. Non crede a soluzioni alternative radicali.

Forse molti, in cuor loro, non credono neppure al catastrofismo interessato di chi - ai vertici dell’economia, della finanza e della politica - sino all’altro ieri rispondeva con arroganza a chi segnalava con preoccupazione il crescente peggioramento delle condizioni di vita.

O a chi segnalava addirittura l’impoverimento assoluto di molti strati della popolazione. Da qualche anno lo si diceva, molto prima che scoppiassero le bolle del capitalismo finanziario e speculativo fuori controllo. Quanto è accaduto è stato un grande inganno. La gente lo percepisce, anche se mancano strumenti precisi d’identificazione delle responsabilità. Ma è evidente che c’è stata una complicità oggettiva di tutti i ceti dirigenti economici, finanziari, politici. Per incompetenza, imprudenza, mancanza di lungimiranza, mancanza di professionalità. Questo è il vero peccato capitale della ex orgogliosa classe dirigente. Non c’è bisogno di ricorrere a cattive intenzioni o a malvagità. È davanti alle sfide più difficili e impreviste che si vede il valore delle classi dirigenti.

Torniamo alla defunta Europa politica. Non è un caso che nel documento licenziato dai ministri del G7 non si parli neppure di passaggio dell’Europa. Ci si rivolge agli Stati nazionali. Si fa loro la patetica predica di non cadere nel protezionismo, di non chiudersi in ristrette misure di difesa nazionale. Queste raccomandazioni sono enunciate dopo settimane che gli Stati europei, Francia e Germania in testa, hanno deciso «sovranamente» (è proprio il caso di dirlo!) misure di difesa delle economie nazionali, senza interessarsi minimamente alle conseguenze per gli altri paesi dell’Unione. Da Bruxelles si sono sentiti soltanto flebili lamenti d’impotenza. In realtà la crisi ha soltanto strappato il velo della retorica europeista, zelantemente tessuto in questi ultimi anni (anche negli ambienti accademici), mentre la realtà andava in direzione opposta.

In questi giorni si sta verificando un episodio che merita di essere conosciuto. Riguarda la Germania, il Paese che più d’ogni altro prende sul serio la costruzione europea e affronta i problemi a viso aperto, non eludendoli, come avviene da noi. Si tratta dell’acquisizione o meno delle decisioni prese anni fa dall’Unione europea a Lisbona. Nei prossimi giorni la Corte Costituzionale federale tedesca dovrà pronunciarsi in merito a obiezioni d’incostituzionalità del Trattato di Lisbona, nel caso venisse accettato nel corpo legislativo tedesco. Non sarà un pronunciamento di routine. Si riproporrà in termini più drammatici la situazione che la Corte dovette affrontare nel 1993 quando vennero sollevate analoghe obiezioni per il trattato di Maastricht. Da quella situazione la Corte uscì con un’elegante dichiarazione di riserva costituzionale a favore delle prerogative del Parlamento tedesco che tuttavia non avrebbe rallentato il successivo processo di europeizzazione.

Questa volta le accuse contro l’Europa di Lisbona sono ancora più ferme e avanzate, a cerchio concentrico, dalla destra e dalla sinistra, da uomini politici e da manager dell’economia. La destra politica, rappresentata da un politico della Csu bavarese, denuncia una secca inaccettabile perdita di sovranità nazionale della Germania. Il rappresentante della Linke (la nuova formazione della sinistra d’opposizione) teme invece il venir meno del controllo del Parlamento tedesco sui temi della politica sociale e degli impegni militari internazionali della Germania. Non sono questioni di poco conto. Tanto più che questa volta la Corte tedesca deve prendere atto anche di un importante trasferimento alla Corte europea di Lussemburgo di competenze che sinora erano state sue.

Le previsioni degli osservatori sono caute. Nessuno ritiene che la Corte Costituzionale federale dichiarerà esplicitamente la incostituzionalità del Trattato di Lisbona. Ma certamente solleverà molte riserve, dagli effetti imprevedibili. Non mancheranno conseguenze sull’atteggiamento del governo tedesco che già nelle misure di contrasto della crisi si è mosso sinora in modo autonomo, con la disinvoltura di tutti gli altri governi europei. A questo punto è rituale augurarsi che il proseguimento della crisi economico-finanziaria produca un’inversione di tendenza e l’Europa politica abbia un soprassalto di orgoglio, che la porti a darsi una linea comune vincolante. Personalmente non lo ritengo probabile. Ma è rituale anche ricordare ottimisticamente che più di una volta l’Europa si è trovata in quella che sembrava una paralisi totale.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Che mito la società civile
Inserito da: Admin - Marzo 16, 2009, 10:06:53 am
16/3/2009
 
Che mito la società civile
 
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
L’ultimo mito cui si aggrappa la sinistra è quello della «società civile», da cui trarre forza e impulso per resistere all’involuzione del sistema politico e quindi per la difesa della Costituzione. Come se il berlusconismo non nascesse dalle viscere della società civile italiana. Come se la nostra Costituzione storica non fosse il prodotto di una congiuntura ideale, politica, sociale, culturale già tramontata.

Il colmo è che chi denuncia questa situazione viene accusato o sospettato di disfattismo democratico.

Invece l’interrogativo cruciale oggi è proprio come ricostituire una democrazia funzionante in una società civile in decomposizione. Come riscrivere, eventualmente, una Costituzione che, sulla base dei valori irrinunciabili di libertà e di solidarietà che sono stati a fondamento della democrazia storica, sia all’altezza delle nuove sfide. Sfide che vengono, appunto, da una società civile disorientata sulle regole della politica, sull’autonomia dell’etica pubblica, sui comportamenti selvaggi di un sistema economico globale che si è smascherato come il regno dell’irrazionale. Con buona pace della schiera di economisti, banchieri e politici che - privi di senso del pudore - ora ci fanno le prediche sulla necessità dell’etica nel capitalismo.

Ma torniamo alla nostra Italietta. È finito il tempo del facile sarcasmo sul berlusconismo. Se ne stanno accorgendo (salvo alcune tardive eccezioni) anche i nostri vicini europei. Verso il nostro Paese adottano una diplomazia benevola accompagnata da attenta osservazione. Gli italiani - dicono - facciano pur quello che vogliono a casa loro (ormai hanno fatto di tutto), purché non turbino le regole esterne generali.

In effetti, da quando è esplosa la Grande Recessione l’Italietta se ne sta da parte, quasi inattiva. Partecipa volonterosamente alle coreografie internazionali, senza grandi pretese. Il Cavaliere lombardo sembra aver adottato l’antica ricetta napoletana del «lasciar passare la nottata». Ma lo fa con una variante decisiva: approfittare della nottata per cambiare alcune regole del sistema politico in senso presidenzialista. Con la complicità della cosiddetta società civile.

Nel nostro paese il rapporto tra sistema politico e società civile è mutato profondamente, in coincidenza con quello che disinvoltamente (cioè senza trarne le debite conclusioni) politologi e pubblicisti chiamano il «populismo democratico» inaugurato dal berlusconismo. In questo contesto chi è il «popolo»? È il popolo-degli-elettori, che è a un tempo destrutturato e politicamente polarizzato rispetto alle divisioni di classe tradizionali della società e alle loro tradizionali proiezioni partitico-politiche. La stratificazione sociale, senza perdere i suoi connotati fondamentali di classe, è diventata estremamente complessa per la diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, per la molteplicità degli stili di vita e di consumo, per l’autopercezione personale e sociale.

Non a caso Berlusconi non parla mai di «classi sociali» ma di «cittadini fortunati/sfortunati», «privilegiati/deprivilegiati», e le classi inferiori non sono più «proletarie», bensì sono composte di chi è «rimasto indietro». L’omogeneità sociale si crea soltanto nell’immediatezza (apparente) del rapporto tra leader ed elettori. Non importa se tale rapporto rischia di essere una finzione, mediatica innanzitutto.

Naturalmente anche in strutture presidenziali costituzionalmente fondate (di tipo americano o francese) esiste un rapporto diretto tra elettori e leader, che può eventualmente assumere tratti populistici. Ma nel caso berlusconiano manca una struttura istituzionale presidenziale di sostegno. È la persona stessa di Berlusconi che mira a surrogare il ruolo istituzionale presidenziale. In questo senso si può parlare di presidenzialismo informale o strisciante che insidia l’ordine costituzionale esistente - in nome del popolo-degli-elettori.

In questo contesto dove è finita la «società civile», cui si appella la sinistra? La sinistra stessa non ha ripetuto per anni che la società italiana aveva bisogno di una politica «vicino alla gente», di leader che non fossero «prigionieri dei giochi di palazzo», che fossero capaci di grandi decisioni, che semplificassero il sistema politico e ponessero fine alle risse intra-partitiche? Ebbene, Berlusconi annuncia oggi di rispondere lui a queste aspettative. Si affermi pure che le sue proposte sono sbagliate, ma non si combattono invocando una «società civile» idealizzata, che non esiste.

La società civile è l’insieme delle associazioni, gruppi e movimenti sociali che attivano risorse di fiducia, capacità di comunicazione e partecipazione, ma nel contempo rappresentano pluralità di interessi e di diritti spesso in conflitto tra loro, che esigono autonomia dallo Stato ma insieme ne richiedono la protezione. Come si vede, il quadro è complesso e difficile da gestire. Nessuno può rivendicare per sé il monopolio di interpretare i bisogni della «società civile» che esprime esigenze contrastanti.

La mutazione del regime democratico cui stiamo assistendo, associata al berlusconismo, è il risultato di molti fattori, non della semplice volontà o personalità di un uomo e dei suoi sostenitori. È il sintomo e la risposta a una crisi di rappresentanza politico-partitica in Italia e soprattutto a una crisi di capacità di governo.

Non parlerei di crisi della democrazia tout court. Il «populismo democratico», infatti, con le sue caratteristiche plebiscitario-mediatiche, è pur sempre un modo di rispondere e surrogare a deficit di rappresentanza e di decisione del sistema democratico esistente. Se è il caso, discutiamo apertamente, lealmente e in modo competente dell’opportunità o meno di una riforma in senso presidenziale (sul modello francese o altre varianti) o comunque di forme di rafforzamento dell’esecutivo in Italia (il cosiddetto premierato). Lo so che se ne parla da anni senza successo per la contrarietà non solo della sinistra ma anche dei partiti di centro (ex democristiano). Ma non c’è dubbio che l’idea di competenze decisionali più forti per il governo è sempre più popolare in Italia.

Una tale discussione, del resto, non solo non esclude ma esige che si metta a fuoco una «cultura della democrazia» anche in una prospettiva presidenziale. Forse è una lacuna nella nostra esperienza storica. Sullo sfondo c’è «la società civile» - divisa, socialmente disgregata e frammentata, politicamente rassegnata, nonostante la presenza di minoranze attive o mobilitazioni di piazza che riempiono per qualche ora gli schermi televisivi, senza conseguenze politiche di rilievo. Forse più che un «fenomeno Berlusconi» esiste un «caso Italia».

 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Segnali di scisma silenzioso
Inserito da: Admin - Marzo 25, 2009, 08:57:55 am
25/3/2009
 
Segnali di scisma silenzioso
 

 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
C’è uno scisma latente nel cattolicesimo europeo? Certo non nel nostro Paese, zittito dalle gerarchie e dai suoi apparati giornalistici e mediatici. Con la complicità di chi, fedeli credenti o agnostici «compiacenti verso la Chiesa» (parole di Berlusconi), considera «una moda di giornalisti e intellettuali» il dissenso verso alcune affermazioni del Pontefice. Gli agnostici compiacenti, che si proclamano laici «positivi», sono numerosi soprattutto nell’area del centro-destra. Non sanno né vogliono sapere nulla del Concilio Vaticano II. Lo considerano una specie di Sessantotto della Chiesa. Questo basta per diffamarlo. Ma proprio il Concilio - o meglio la sua interpretazione e attuazione - sta diventando il motivo dello «scisma» silenzioso interno alla Chiesa. Con una differenza decisiva tra la condizione italiana e quella delle altre nazioni europee.

Le Chiese tedesca e austriaca sono state protagoniste - con le massime autorità ecclesiali - nel denunciare e nel far rettificare l’atteggiamento del Papa sulla questione del vescovo negazionista. Qualcosa di più di un incidente. Dietro l’incredibile errore di valutazione del Pontefice c’è l’interrogativo sul senso dell’apertura verso i lefebvriani. Presentata come un paterno segno di accoglienza di fratelli che avrebbero frainteso il Concilio, è interpretata invece da molti esponenti della Chiesa in lingua tedesca come implicito rinnegamento degli aspetti più innovativi del Concilio stesso. Lo dicono apertamente. Tutto l’opposto delle reticenze e dei distinguo verbali delle gerarchie ecclesiastiche italiane. Che forse non hanno neppure capito la posta in gioco. Preoccupate di difendere sempre e comunque il Papa e di attaccare sempre e comunque «i laicisti», lasciano i laici credenti in gravi difficoltà. Dopo il viaggio del Papa in Africa, la Cei accusa la stampa d’aver ridotto tutto il suo messaggio di fede e d’amore alla distorta questione dei preservativi. Per certi aspetti ha ragione, anche se il problema dell’Aids in quella terra disgraziata è di una gravità immensa. Ma il vero punto critico è: come mai, nonostante l’imponenza della macchina comunicativa della Chiesa, nell’opinione pubblica(ta) è «passato» solo il dibattito sui preservativi? Per malizia occidentale? O non è emerso invece ancora il difetto di comunicazione della Chiesa, incapace di collegare in modo convincente i contenuti religiosi e teologici del suo messaggio con le sue indicazioni morali?

Questo difetto è sistematico. Da anni si discute di biotecnologie, di testamento biologico, di «famiglia naturale» mescolando in modo confuso e arbitrario argomenti che si pretendono razionali e scientifici, «puramente umani», con assunti di fede. Il punto culminante è l’idea di vita (anzi di Vita) potente veicolo di una visione religiosa che diventa intransigente rifiuto di altre visioni della vita umana intesa nella sua concreta storicità. La teologia diventa sacra biologia, bioteologia. Con quel che segue per i rapporti procreativi, sessuali, familiari, giù giù sino alla contraccezione. L’ossessione del bios e del suo controllo ha sostituito i contenuti del discorso sul logos. I grandi temi della grazia, della salvezza, della redenzione sono diventati incomprensibili e incomunicabili alla maggioranza delle persone. Al loro posto c’è un’astratta proclamazione della dottrina morale, ignorando che questa si è costruita attraverso complesse operazioni di assestamento di durata secolare. La fedeltà ai principi diventa nemica della ragionevolezza, dal testamento biologico sino alla contraccezione.

Barbara Spinelli ha parlato su questo giornale con passione e forza argomentativa del «silenzio che manca al Vaticano». Vorrei aggiungere che alla Chiesa vaticana manca soprattutto la ragionevolezza, l’altra faccia della razionalità che sta tanto a cuore a papa Ratzinger. Riprendendo l’interrogativo iniziale sulla latenza di uno «scisma» nella Chiesa europea, ritengo che non si verificherà nella realtà. Tanto meno nel nostro Paese. Non è più il tempo delle grandi dispute teologiche, neppure delle grandi eresie, teologicamente robuste. È il tempo dei silenziosi abbandoni. Soltanto una laicità matura nelle persone e nelle istituzioni consentirà a tutti la piena e serena espressione della loro fede e dei loro stili morali di vita. A dispetto dei clericali vocianti e dei loro agnostici compiacenti fiancheggiatori.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI
Inserito da: Admin - Aprile 19, 2009, 05:09:40 pm
18/4/2009
 
Il mondo è diventato più cattivo
 

GIAN ENRICO RUSCONI
 
Siete cagne dell’Occidente». Non dimentichiamo questo insulto rivolto alle giovani donne afghane. Protestavano contro un articolo della legge sul diritto di famiglia, da esse giustamente considerato una forma di legalizzazione dello stupro. Non declassiamo questo episodio a un deplorevole caso isolato di intolleranza, tra i giochi di potere del governo di Kabul in difficoltà e l’ottuso fanatismo religioso. È un segnale molto serio su come vada ripensata la presenza occidentale nelle aree di cultura islamica.

Non basta più lo schermo ufficiale della lotta al terrorismo. Si tratta di ben altro. Non facciamo neppure gli ingenui, le anime belle convinte che basta rimanere imperterriti in Afghanistan - come rappresentati dell’Occidente - per promuovere, insieme con tutti i Grandi Valori Umanitari, anche e innanzitutto la dignità della donna. È una partita difficilissima. Siamo culturalmente disarmati, proprio nel momento in cui schieriamo migliaia di soldati in tenuta da combattimento che ogni sera vengono esibiti in televisione come guerrieri della civiltà contro il terrorismo. Soldati che erano stati mandati laggiù anche per togliere il burqa alle donne afghane, si diceva zelantemente da noi. Il risultato è sotto i nostri occhi.

Naturalmente in Afghanistan ci sono anche medici, insegnanti, organizzazioni non governative, volontari di ogni tipologia e nazionalità. Ma - tragico paradosso - è proprio questo Occidente che, agli occhi di alcuni influenti gruppi religiosi e delle loro donne, rappresenta un pericolo per la cultura e per l’identità islamica. Non a motivo della loro attività professionale e di tecnici, ma per la loro tacita testimonianza. Esprimono una «cultura occidentale» assai più insidiosa dei caschi militari della Nato. I soldati prima o poi se ne andranno. Ma ci sono raggruppamenti politici e culturali (che semplicisticamente continuiamo a chiamare «fondamentalisti») che stanno ponendo le premesse per cacciare idealmente - se non fisicamente - l’altro Occidente, quello culturale; per neutralizzarlo come autentico partner di dialogo.

È uno scenario di «scontro delle civiltà» che viene retoricamente scongiurato e negato da tutti, semplicemente perché è «raffreddato». Ma non si tratta di una replica della classica Guerra Fredda alla cui conclusione è nata l’attesa che il mondo fosse finalmente più libero, liberato, liberista e liberale. Il mondo invece è diventato più cattivo, le identità collettive (popoli, nazioni, gruppi sociali) si sono trasformate in ossessioni autoreferenziali, i propri valori sono dichiarati non negoziabili, cioè indifferenti alle conseguenze che ricadono su chi non li condivide.

In questo contesto un ruolo decisivo è giocato dalle religioni, che si presentano come visioni della vita vincolanti e totalizzanti. Lo è in modo particolare l’Islam, che pure è un universo religioso e culturale molto differenziato e complicato al suo interno. Ma, a ben vedere, non esiste neppure un «Occidente» come entità compatta e coerente così come viene presentata dai suoi nemici e detrattori.

A questo proposito vorrei mettere a fuoco un punto essenziale. L’ostilità verso l’Occidente non riguarda la sua tecnologia e le sue prestazioni materiali ed economiche, che al contrario vengono apprezzate, acquistate, imitate, metabolizzate. Basti pensare all’Iran di questi giorni, che identifica l’orgoglio islamico con il suo controllo della tecnologia nucleare. Come se questa tecnologia non fosse l’estremo prodotto di quella razionalità occidentale che viene sistematicamente denigrata dai religiosi al potere.

L’accettazione, anzi l’interiorizzazione del valore della tecnologia da parte del mondo islamico è totalmente slegata dalla storia della scienza occidentale che la precede, la spiega, la motiva. Non solo la tecnologia è scissa dalla ragione scientifica che l’ha prodotta, ma questa stessa razionalità scientifica è scissa dalla ragione occidentale nel suo insieme.

La ragione occidentale non si riduce affatto allo scientismo. È razionalità e ragione occidentale anche quella che enuncia i diritti, in particolare della donna - per rimanere in tema. L’insulto «cagne dell’Occidente» è una volgare ma significativa distorsione dell’idea dell’Occidente e della sua razionalità, distorsione che in modo più sofisticato è condivisa da molti intellettuali islamici. Discutere con loro, per farsi capire e per capire; instaurare un autentico scambio reciproco di argomenti e di ragioni è un lavoro ancora da fare in profondità. Mi chiedo se siamo davvero pronti.

Nell’area della cultura islamica c’è la Turchia, un Paese che è agli antipodi dell’Afghanistan e ha ben poco in comune con l’Iran. A parte gli stretti rapporti storici con l’Europa, la Turchia ha avuto un’esperienza del tutto particolare, grazie all’energica modernizzazione, occidentalizzazione e secolarizzazione imposta dal regime kemalista sino dagli Anni 20. Ma negli ultimi decenni anche in Turchia si è assistito a un inatteso revival dell’Islam tradizionale che ha modificato il quadro delle forze politiche e rimesso in discussione alcune acquisizioni cosiddette «laiche» (come l’abolizione del velo nell’ambito pubblico). In realtà quello che accade in Turchia oggi non è molto dissimile da quello che si verifica in Italia: le istanze religiose rivendicano il diritto di influire e regolamentare - quando si offre l’occasione - l’etica pubblica e i codici della vita privata dei cittadini. Naturalmente affidandosi al Corano.

Da anni nell’agenda europea c’è la questione dell’ingresso della Turchia nell’Ue. È riemersa settimane or sono in occasione del viaggio di Barack Obama in Europa. L’opinione pubblica ha preso atto della netta divergenza di prospettiva tra il presidente americano, favorevole alla sollecita accoglienza della Turchia nell’Ue, e l’opposizione di Francia e Germania. Il tema non è stato ulteriormente approfondito, anche perché sono in gioco aspetti di natura molto diversa. È evidente che la preoccupazione americana è per la stabilità strategica ai confini orientali dell’Europa. Gli europei invece (quelli che contano) sono sensibili ad altri aspetti: il troppo lento e incerto processo di democratizzazione delle strutture giuridiche, frenate ora anche dal revival islamico, e la difficile e irrisolta questione curda.

In questo contesto il presidente del Consiglio italiano si è inserito con una proposta che a suo avviso sarebbe di mediazione. Avendo sott’occhio la crisi nel mercato del lavoro, suggerisce che l’entrata della Turchia nell’Ue sia accompagnata da una provvisoria regolamentazione che rallenti la forza lavoro turca nel mercato europeo. Per quanto sensata, questa proposta (di natura sociale ed economica) elude i punti-chiave che sono di altra natura, come si è detto: l’energica prosecuzione dei processi di democratizzazione, con il contenimento di una possibile islamizzazione del Paese, e la soluzione del problema curdo.

Si tratta insomma di questioni di carattere politico e culturale in senso forte, che rilanciano i temi di fondo enunciati sopra. Non c’è dubbio che affrontarli insieme con un Paese e una cultura aperti all’Occidente, come la Turchia, sarebbe un decisivo contributo alla loro chiarificazione.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Il ring di Ginevra
Inserito da: Admin - Aprile 21, 2009, 11:28:37 am
21/4/2009
 
Il ring di Ginevra
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
E’ in gioco l’etica, è sbagliato disertare», aveva affermato il capo della delegazione vaticana alla Conferenza dell’Onu sul razzismo, disapprovando le nazioni assenti. È stato smentito dalle parole (per altro prevedibili) del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che della questione etica del razzismo ha fatto un uso eminentemente politico unilaterale. Lo stesso segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon è dovuto intervenire per censurarlo.

Il fatto è che il razzismo è diventato l’indicatore più potente e comodo per stigmatizzare ciò che si considera il male, il nemico. Anzi il proprio nemico. Ma in questo modo la definizione di che cosa sia il razzismo, la sua imputazione, la lotta efficace contro di esso sono diventati strumenti politici diretti. Un classico esempio di politicizzazione di principi che dovrebbero invece ispirare una politica di intesa e azione comune.

È in questa situazione che si è cacciata la Conferenza di Ginevra, dopo la cattiva prova della volta precedente a Durban nel 2001. Non è più il «luogo del dibattito etico», ma il posto dove si esibiscono i muscoli della nuova ideologia anti-occidentale, prendendo come pretesto il caso di Israele.

Al centro del contrasto infatti c’è l’idea del mondo islamico di considerare il «sionismo come ideologia razzista» e quindi di accusare lo Stato di Israele di essere razzista, di praticare una politica razzista. Corollario di questa accusa è il disconoscimento del suo diritto di esistere come Stato. Questa posizione è sostenuta con particolare aggressività dal rappresentante dello Stato teocratico iraniano, che considera l’Olocausto una «invenzione sionista». Per quanto sappiamo, i rappresentati di molte nazioni, non soltanto occidentali, hanno cercato in tutti i modi, nella fase preparatoria della Conferenza, di far correggere questo atteggiamento. Ma nonostante qualche aggiustamento non è stato raggiunto l’obiettivo.

È chiaro che non si tratta di difendere per principio la politica israeliana o di risparmiarle critiche, anche molto severe, soprattutto in merito a recenti decisioni nella questione palestinese. Israele sta commettendo molti errori. Ma soltanto chi è ossessivamente vittima di un’ottica etnicista (razzista) può imputarli ad una presupposto razzista. Il razzismo è la negazione della pari dignità umana, culturale, politica ad un gruppo sociale o etnico «altro», sino a prevederne o addirittura ad augurarne il virtuale annientamento. Ma non è esattamente questo l’atteggiamento di chi accusa oggi Israele di essere razzista?

Per uscire dall’imbarazzo e prendere una posizione che si vuole super partes, si va ripetendo che, se è deplorevole l’antisemitismo, non lo è da meno l’islamofobia. Anzi si insinua che è la montante islamofobia (legata al sospetto di terrorismo), non solo in Israele ma nell’Occidente intero, ad attizzare l’antisemitismo.

Segnali di una crescente insofferenza anti-islamica sono evidenti anche in Italia. Nel nostro Paese per superficialità e ricattabilità del ceto politico si tollerano atteggiamenti indecenti e irresponsabili persino presso rappresentanti delle forze partitiche. Parlando di islamofobia tuttavia occorre distinguere tra un generico atteggiamento xenofobo, che con il passare degli anni si è diffuso e rafforzato, cambiando obiettivo, investendo di volta in volta albanesi, romeni o zingari, e la specifica diffidenza verso il mondo musulmano. Se il primo tipo di immigrati produce un senso di insicurezza individuale, legato ad aspettative e timori di criminalità, l’immigrazione musulmana dà luogo ad un altro insieme di sentimenti. La vivacità dei piccoli mercati rionali, la presenza riservata delle donne velate con i loro bambini sempre più numerosi nelle scuole materne, e gli adulti maschi che fanno una cosa per noi inconsueta: pregano con gesti pubblici altamente espressivi eppure semplici. Tutto questo genera un oscuro senso di timore reverenziale. Si percepisce confusamente una sfida culturale, cui si reagisce maldestramente immaginando «radici cristiane», di cui in realtà non si sa più nulla. Ma l’effetto più devastante lo fa il sospetto - ingiustificato - di terrorismo.

Diventa così difficile stabilire una vera comunicazione con gli islamici a livello quotidiano. La gente normale è a corto di argomenti. L’invadente chiacchierona televisione nostrana non sa che cosa dire. Ripete banalità «politicamente corrette», ma non trasmette informazioni serie. Gli intellettuali sono ancora distratti, ma qualcuno - a corto di argomenti - parla di islamizzazione dell’Europa. Islamofobia? Da noi, non direi ancora. In ogni caso non vedo un doppio pericolo di due razzismi speculari vicendevolmente alimentati, contro gli ebrei e contro i musulmani. La situazione è più confusa. Proprio per questo è deplorevole che un’iniziativa di grande dimensione come la Conferenza di Ginevra sul razzismo, invece di essere l’occasione per una maturazione collettiva, offra il penoso spettacolo del contrasto irrisolto tra le grandi culture e dell’impotenza dell’Occidente.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Torinesi in Germania
Inserito da: Admin - Maggio 04, 2009, 05:14:45 pm
4/5/2009
 
Torinesi in Germania
 
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
Un intenso fuoco di sbarramento accoglie a Berlino Sergio Marchionne, dopo l’inaspettato successo americano.

L’uomo della Fiat.

L’italiano che (come dicono i giornali) vuol dare la scalata alla Opel. Ma l’opposizione è forte. Gli sono contro sia le maestranze delle fabbriche sia il ministro dell’Economia, il cristiano-sociale zu Guttenberg. In realtà in queste ore è evidente una contrarietà generalizzata (anche se camuffata) alla Fiat piuttosto che il delinearsi di alternative realistiche. Naturalmente il «politicamente corretto» costringe a dire che non c’è «nulla contro gli italiani» come tali.
Ma la situazione è ambigua. E la sfida per Marchionne è alta.

Chi, come lo scrivente, non ha illusioni circa la «razionalità» del mercato, si chiede quanta influenza hanno nella vicenda Fiat-Opel i giudizi precostruiti, le idiosincrasie storicamente depositate - in una parola le «irrazionalità». Soprattutto quando è in gioco la politica con le sue ragioni molto particolari.

Dichiaro subito la mia incompetenza tecnica nel merito economico della questione. Ma altrettanto schiettamente non nascondo la mia diffidenza verso chi giura di ragionare in termini strettamente tecnico-economici o seguendo un esclusivo interesse aziendale. A ciò si aggiunga il fatto che l’intera vicenda si sta sviluppando dentro un sistema di comunicazione giornalistico e mediatico in cui è impossibile distinguere le competenze tecniche dalle preferenze personali di tipo culturale o politico.
È un sistema esposto a informazioni mirate o semplicemente al gusto del gossip esteso al mondo manageriale, in un momento in cui questo ha perduto la sua intoccabilità.

Marchionne è tra quanti ritengono che il mondo degli affari e del management si debba muovere in una dimensione di rigorosa razionalità economica («eticamente responsabile», ovviamente - ma questo è un altro discorso). Nel contempo però deve tenere positivamente conto di fattori di natura diversa - politica innanzitutto. Così è stato per il caso Chrysler, così si configura per il caso Opel.

In effetti l’uomo della Fiat incontra a Berlino due ministri politicamente importanti, non solo quello dell’Economia ma anche il ministro degli Esteri e candidato socialdemocratico alla cancelleria Frank-Walter Steinmeier (che è in diretta competizione con Angela Merkel) oltre ad altri politici e rappresentanti del sindacato.
Non so quanto Marchionne conosca il mondo politico tedesco e la particolarissima congiuntura politica attuale in cui hanno luogo i suoi incontri odierni. La Germania è entrata in un clima pre-elettorale con prospettive molto incerte, mentre la posta in gioco - il destino della Opel e sullo sfondo quello dell’intero settore automobilistico - ha acquistato un peso reale e simbolico notevolissimo.

Immagino che Marchionne e i suoi collaboratori colgano la profonda differenza di sostanza e di stile tra la politica americana, in cui il team Fiat si è mosso con grande perizia, e la politica tedesca, che è costruita in modo diverso e non è priva di diffidenze specifiche verso l’Italia.
Con questa affermazione entriamo in un terreno minato, che suscita le proteste dei difensori d’ufficio dei buoni rapporti tra Italia e Germania.

Chiariamo il punto critico. I ceti dirigenti tedeschi sono presi tra l’imbarazzo verso la politica italiana in generale e i comportamenti del presidente del Consiglio Berlusconi che non approvano, e la sorpresa per il dinamismo di alcuni settori economici, segnatamente della Fiat. Fanno fatica a trovare il giusto confine e rapporto tra le due Italie. Quando durante il telegiornale viene presentato il marchio Fiat che si sovrappone a quello della Opel, non si capisce a quale Italia si faccia riferimento. Soprattutto quando nel corso di sommari servizi si presenta un aggressivo pretendente italiano di fronte a una tranquilla combinazione austro-canadese affiancata da due partner russi, pronti a dare una mano alla soluzione.

L’ambivalenza verso il pretendente italiano si fa ancora più evidente nel modo in cui vengono mescolati giudizi contrastanti: dubbi sulla solidità della tenuta dell’impresa Fiat e insieme timore che la sua capacità produttiva concorrenziale prevarichi sulla produzione Opel; paura di un vantaggio nazionale (italiano) e insieme sospetto di avventurismo finanziario; addirittura accusa di mirare semplicemente ai soldi statali ecc. Sullo sfondo c’è l’inatteso successo americano, con l’esplicita approvazione nientemeno che da parte del presidente Obama. Insomma, che cosa ci riservano ancora questi italiani?, si chiedono molti tedeschi, forse è meglio non fidarsi troppo di loro. L’«inaffidabilità» degli italiani agli occhi di molti tedeschi ha una lunga radicata tradizione. Ma è stata compensata e corretta anche da smentite grazie a una reciproca, sebbene spesso asimmetrica attenzione, che può riservare sorprese.

Questa è la sfida per Marchionne a Berlino. Deve sgombrare il campo da tutti i sospetti precostituiti. Aprire un capitolo nuovo di una storia lunga, proprio nel campo della produzione e della identità automobilistica già carico di ambivalenze nel passato. Dalla competizione popolare tra Fiat e Volkswagen sino alla leggenda Ferrari-Schumacher, sullo sfondo della grande emigrazione che dal Meridione ha portato centinaia di migliaia di lavoratori nelle fabbriche automobilistiche del Nord (a Torino e a Wolfsburg, indifferentemente). Nel caso Fiat-Opel non si tratta di una semplice operazione economica, ma di qualcosa di più profondo.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Le due facce dell'Italia
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2009, 10:14:26 am
27/5/2009
 
Le due facce dell'Italia
 
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
Ci sono due Italie. C’è l’Italia che tratta al massimo livello con la politica tedesca e internazionale. Rappresenta il lavoro e l’iniziativa imprenditoriale in un momento difficile.

Rischia grosso. E poi c’è l’Italia provinciale, impantanata nelle ambizioni, nelle idiosincrasie e nelle miserie personali del leader del suo «popolo». Queste due Italie si vedono con nettezza da un osservatorio diventato inaspettatamente privilegiato: Berlino. Ma l’immagine più sconcertante è offerta dalla classe politica nel suo insieme, che dovrebbe rappresentare la realtà complessa del vero popolo italiano, quello che lavora (o cerca lavoro) ed è in seria difficoltà. Invece si presenta impotente, incattivita, immiserita culturalmente, ossessionata dal leaderismo, prigioniera di un sistema mediatico autoreferenziale. Se ne è accorta anche la Chiesa, nei suoi massimi rappresentanti della gerarchia che pure hanno ampiamente sfruttato tutte le debolezze di questa stessa classe politica. Naturalmente so di fare affermazioni ingiuste nei confronti di singoli uomini/donne in politica o gruppi che cercano di fare bene il loro mestiere. Ma loro stessi ammetteranno che la loro fatica è sterile. Lo straordinario, inarrestabile successo dell’espressione «casta» per indicare sprezzantemente tutti i professionisti della politica ne è un sintomo evidente.

Torniamo all’osservatorio berlinese. Non intendo qui entrare nel merito specifico, tecnico delle trattative Fiat-Opel. Rappresentano un caso esemplare della nuova tensione tra economia, imprenditoria, mondo del lavoro da un lato e una politica attenta alle grandi prospettive del futuro, dall’altro. Ma è una politica che non perde di vista gli equilibri politici interni e gli appuntamenti elettorali a breve termine. La democrazia funziona così. In questo quadro va collocata la vicenda Fiat-Opel. Non va isolato un singolo fattore - sia esso quello strettamente imprenditoriale-finanziario o della salvaguardia dei posti di lavoro -. Sullo sfondo ci sono le grandi prospettive geo-energetiche. Dietro l’America direttamente interessata al problema, si profila indirettamente la Russia, potenza energetica con la quale la Germania ha ormai stretti vincoli di dipendenza. Mi chiedo quanto peso nella vicenda abbia davvero l’ex cancelliere (socialdemocratico) Gerhard Schroeder che notoriamente ha stretti rapporti professionali e personali con la Russia putiniana. Nei commenti che si leggono a questo proposito non sono sempre chiari i confini tra fantapolitica e audace anticipazione di una politica futura.

Da ultimo - perché no? - verso il nostro Paese è riaffiorata l’antica ambivalenza e mescolanza di sentimenti di simpatie e diffidenze («questi imprevedibili italiani...»). Naturalmente è politicamente scorretto insistervi, almeno in pubblico. Ma intanto in poche settimane è diventato evidente al grande pubblico tedesco che ci sono appunto due Italie. Non c’è soltanto l’Italia berlusconiana, numericamente maggioritaria, provincialissima nei suoi vizi e nelle sue virtù, oggetto di continua ironia. Ma c’è anche l’Italia che rilancia internazionalmente alcuni suoi simboli che incarnano alte prestazioni tecniche e iniziativa manageriale. È importante che questo rimanga nella percezione e nella memoria dei tedeschi e degli europei, comunque vada a finire la vicenda Fiat-Opel.
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Berlusconi spiegato agli stranieri
Inserito da: Admin - Giugno 16, 2009, 04:15:48 pm
16/6/2009
 
Berlusconi spiegato agli stranieri
 

 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
Sui giornali europei si è assistito nelle settimane scorse a una campagna accusatoria senza precedenti sui comportamenti privati (e non solo) di Silvio Berlusconi. Ma il Cavaliere è uscito indenne dalle elezioni. Gli osservatori europei sono sconcertati. Ai loro occhi l’anomalia italiana prosegue. Incomprensibile.

Perché un numero così alto di italiani - si chiedono - accetta con indifferenza il conflitto di interesse di Berlusconi, i suoi scontri continui con la giustizia che finiscono in contumelie, i discutibili comportamenti privati, le intemperanze verbali contro gli avversari e le istituzioni? Perché accettano le spiegazioni che ne dà lo stesso interessato, che si presenta come vittima della giustizia italiana, della sinistra e dei giornali stranieri? Perché gli oppositori di Berlusconi sono sostanzialmente impotenti politicamente?

Evidentemente le descrizioni sarcastiche, offerte quotidianamente dai giornali e dai settimanali europei, non colgono la sostanza della questione. C’è un dato oggettivo che si può sintetizzare in tre elementi. 1) Il berlusconismo dà voce a una società civile profondamente scontenta, al limite della sopportazione, carica di conflitti, moralmente sfacciata, che non si fida più della sinistra. 2) Alle spalle del Cavaliere c’è un ceto politico emergente (una nuova classe politica) che sta giocando interamente la sua partita. Fa quadrato attorno a lui, razionalizzando le sue esternazioni emotive e cercando di orientarlo secondo i propri interessi. La Lega di Bossi in particolare sta stringendo un’alleanza politica strategica che porterà lontano. 3) È il trionfo del «populismo democratico» che rappresenta una vera mutazione della democrazia italiana che va studiata nella sua originalità.

Il «popolo» berlusconiano-bossiano è il «popolo-degli-elettori», nel senso che la maggioranza elettorale ritiene di poter incarnare automaticamente «il demos sovrano» che può plasmare a suo piacimento la Costituzione. Un successo elettorale maggioritario legittima quindi uno spoils system applicato in modo radicale, nel senso che chi vince stabilisce le regole del gioco a suo piacimento. Il popolo-degli-elettori è destrutturato rispetto al popolo diviso secondo le linee classiste tradizionali e le loro convenzionali proiezioni partitico-politiche. Trova la sua omogeneità soltanto nell’immediatezza (apparente) del rapporto leader-elettori.

La stratificazione sociale non ha perso oggettivamente i suoi connotati fondamentali di classe, ma soggettivamente è diventata estremamente complessa per la diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro, per la molteplicità degli stili di vita e di consumo e soprattutto per l’autopercezione degli interessati. Non a caso Berlusconi non parla mai di «classi sociali» ma di «cittadini fortunati/sfortunati», «prilegiati/deprivilegiati», e le classi inferiori sono composte di chi è «rimasto indietro». A tutti promette un indistinto miglioramento generale purché lo si lasci agire contro l’ordine istituzionale esistente che frena ogni innovazione e contro la sinistra che «lo odia». Il berlusconismo ha reinventato tutta la potenza politica della contrapposizione amico/nemico. E in questo modo trova consenso.

A questo punto occorre fare una precisazione importante. Spesso per spiegare l’anomalia italiana, compreso il fenomeno Berlusconi, molti analisti parlano di una estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato) e «la società civile» (vitale e ricca di risorse ed energie). In questa ottica, molti a sinistra fanno appello a una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi. È un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso la prima espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, del suo profondo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la mafia e la camorra, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non ha senso quindi contrapporre «la società civile» al «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.

Il berlusconismo infine prima che il sintomo di una crisi di rappresentanza politica-partitica, è una domanda di decisione di governo. A questo proposito, non è qui la sede per discutere l’opportunità di una riforma in senso presidenziale (sul modello francese o americano) o comunque di forme di rafforzamento dell’esecutivo in Italia. Se ne discute da anni senza successo per la ferma opposizione non solo della sinistra ma anche dei partiti di centro (ex-democristiano). Ma non c’è dubbio che l’idea di competenze decisionali più forti per il governo è sempre più popolare in Italia. E su di essa Berlusconi giocherà la sua carta più impegnativa. Sullo sfondo di una società profondamente divisa, socialmente disgregata, frammentata, incattivita può succedere che moltissimi cittadini guardino con scettico (persino divertito) distacco ai comportamenti personali disdicevoli del premier, che all’estero appaiono intollerabili. Ecco perché più che un «fenomeno Berlusconi» esiste un «caso Italia».

Questo articolo è stato pubblicato sulla «Süddeutsche Zeitung», che aveva chiesto all’autore di spiegare ai tedeschi il fenomeno Berlusconi
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Bolzano è già fuori dall'Italia?
Inserito da: Admin - Luglio 02, 2009, 06:13:33 pm
2/7/2009
 
Bolzano è già fuori dall'Italia?

 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
Il Sud Tirolo/Alto Adige da molto tempo non è più psicologicamente, idealmente, emozionalmente terra d’Italia. E’ un’area economicamente ricca come poche ma culturalmente inquieta.

Gli italiani - in particolare «quelli di Roma» - non se ne preoccupano. Hanno altro a cui pensare. Forse qualcuno può pensare che questo atteggiamento di indifferenza possa essere la «soluzione all’italiana» di un annoso problema che fortunatamente non solleva più spinose questioni politiche. Ma è davvero così? In realtà sta accadendo qualcosa che merita attenzione. Era dal tempo dell’ultima visita dell’imperatore Francesco Giuseppe nel lontano 1910 che a Bolzano non si era mai raccolta tanta gente.

Festeggiava l’eroe Andreas Hofer, simbolo della tenace identità sudtirolese. Con bandiere, bande, costumi e sfilate degli Schuetzen i «difensori armati» del Tirolo. Il fatto che Hofer avesse guidato (inizialmente con successo, proprio nel 1809) la rivolta non solo contro l’odiato occupante francese napoleonico, ma anche contro i tedeschi di Baviera; il fatto che le sue valorose schiere comprendessero anche i trentini (che parlavano italiano senza essere politicamente «italiani») è uno di quei fastidiosi dettagli storici che la leggenda nazionalistica e germanizzante ignora. Contro i miti a nulla valgono le ricostruzioni storiche. I miti servono non per la verità, che eventualmente contengono, ma per la loro capacità di reinventare le identità. E’ il caso del mito Hofer e delle attuali inquietudini sudtirolesi.

Le indagini demoscopiche parlano chiaro. Il 45,3% dei sudtirolesi tedeschi e ladini vogliono mantenere l’attuale status quo di provincia autonoma. Evidentemente si rendono conto degli enormi vantaggi legati all’autonomia che è loro garantita dallo Stato italiano. Questo però non è sentito in contrasto con una forte riaffermazione identitaria e culturale. A costo di raffreddare i rapporti e i contatti con la popolazione di lingua italiana. E con il Trentino.

Ma il 33% dei sudtirolesi di lingua tedesca aspira ad una completa indipendenza, mentre il 21% vuole addirittura l’annessione, anzi il ritorno all’Austria. In pratica queste cifre mostrano che il 55% romperebbe volentieri i rapporti istituzionali con l’Italia.

Naturalmente la questione è giuridicamente complessa per le intese che esistono tra Italia e Austria garantite da norme e trattati internazionali. E non è un mistero che a Vienna le forze politiche più importanti e più responsabili vedono con fastidio e preoccupazione quanto accade nel Sud Tirolo.

Tra i molti argomenti usati contro il nuovo irredentismo e indipendentismo il più forte sembra essere: che senso ha sollevare queste questioni in una Unione Europa che sta facendo cadere tutti i vecchi confini? In un’Europa che ha cura di conciliare le memorie, pur riconoscendo i molti errori del passato dell’una e dell’altra parte?

Ma non paiono argomenti convincenti. In realtà si fa molta retorica sulle «memorie» come se fossero automaticamente garanzia di intesa e riconciliazione. Spesso è esattamente il contrario. Le memorie riaccendono le ostilità o quanto meno le estraneità. E’ quanto accade nel Sud Tirolo.

Lasciamo pure da parte l’origine storica relativamente lontana e gli eventi più traumatici con i loro errori incorreggibili: la Grande Guerra, l’annessione al Regno d’Italia del Tirolo di lingua tedesca sino al Brennero, la fascistizzazione dell’Alto Adige, l’appropriazione tedesca da parte nazista e la guerra di liberazione. Menzioniamo soltanto l’accordo De Gasperi-Gruber del 1946 che viene letto e interpretato - a tutt’oggi - in maniera opposta dagli italiani e dai sudtirolesi. Per i primi è la base di un modello esemplare di coesistenza di una doppia autonomia (trentina e sudtirolese), per i secondi invece è una specie di truffa a vantaggio dei trentini. Truffa che i sudtirolesi avrebbero corretto gradualmente arrivando soltanto oggi ad una situazione accettabile. In questa ottica, non è stravagante il fatto che autorevoli esponenti politici sudtirolesi (assolutamente «moderati») disapprovino esplicitamente la beatificazione di De Gasperi, considerato un abile politico italiano, nient’affatto «un santo».

In questo contesto l’Europa si sta rivelando uno scenario dietro al quale è possibile giocare qualunque commedia, in nome della «identità delle minoranze». Ossessione identitaria, reinvenzione dei miti, localismo sono la deriva che può essere corretta - a livello culturale - soltanto con una energica ripresa della grande storia comune, criticamente consapevole dei suoi infiniti errori, delle sue incoercibili diversità, ma anche delle ragioni storiche dello stare insieme. La politica italiana deve uscire dal suo stallo tra imbarazzo e indifferenza. Deve smentire l’assurda idea che la questione sudtirolese faccia parte del «problema del Nord», da affidare tacitamente alla Lega, che è la meno attrezzata culturalmente e politicamente. Un ruolo strategico dovrebbe essere svolto dal Trentino che, al di là della ragionevole cautela, appare intimidito e incapace di usare le risorse culturali e storiche di cui pure dispone. Una volta si parlava di un grande progetto per l’intera vasta regione plurilingue e pluriculturale del Tirolo storico (l’euroregio). Che fine ha fatto?
 
 
da lastampa.it


Titolo: Euroregione la risposta ai rancori di Bolzano
Inserito da: Admin - Luglio 04, 2009, 04:50:11 pm
4/7/2009

Euroregione la risposta ai rancori di Bolzano


LORENZO DELLAI

Per Gian Enrico Rusconi «il Sud Tirolo/Alto Adige da molto tempo non è più psicologicamente, idealmente, emozionalmente terra di Italia». Lo sostiene in un interessante articolo, apparso giovedì sulla Stampa, che si conclude con un riferimento al Trentino, al suo ruolo e al progetto della Euroregione del «Tirolo storico».

Il Sud Tirolo/AltoAdige non è mai stato, in realtà, «psicologicamente, idealmente, emozionalmente» terra di Italia. Sono note le circostanze storiche che hanno determinato il confine nazionale al Brennero. Meno nota, ma ugualmente importante, è la complessa vicenda storica, culturale e istituzionale che per secoli ha visto intrecciati i territori corrispondenti alle attuali Province autonome di Trento e Bolzano e al Land Tirolo. Si tratta di una vicenda particolare, contrassegnata dal principio della «appartenenza multipla». Appartenenza, cioè, a una Heimat e nel contempo a un contesto «statuale» dovuto alle varie configurazioni nazionali prodotte dalla storia europea.

Dopo la tragica esperienza del fascismo, Alcide De Gasperi e Karl Gruber, da statisti illuminati e lungimiranti, diedero una risposta di grande profilo a questa dialettica tra Heimat e Stato-nazione. Questa risposta (l’Accordo di Parigi del 5 settembre 1946) si basò su due pilastri inscindibilmente correlati.

Autonomia e respiro «transfrontaliero»
Il primo fu l’idea della specialissima autonomia, nell’ambito della Repubblica italiana, della Regione Trentino-Alto Adige e, dunque, delle due Province autonome di Trento e di Bolzano. Questa autonomia fu «riconosciuta» dallo Stato italiano, nell’ambito di un trattato internazionale, quale «vestito istituzionale» di una costituzione materiale del tutto particolare e fin dalle origini fu percepita e voluta come veicolo per la pacifica convivenza di istanze linguistiche e culturali diverse. Fu un modo intelligente per conciliare l’istanza «nazionale» con il rispetto e la valorizzazione delle peculiarità tipiche di un territorio di confine.

Secondo pilastro fu il respiro «transfrontaliero» della speciale autonomia prevista dall’Accordo di Parigi. De Gasperi, che aveva maturato una straordinaria esperienza come deputato trentino al Parlamento di Vienna, e che aveva condiviso con Cesare Battisti la battaglia per l’apertura di una università in lingua italiana a Innsbruck nel 1904, sapeva benissimo che, ponendo il confine nazionale al Brennero per ragioni interne e internazionali, occorreva non solo garantire forme speciali di autogoverno per le popolazioni di lingua tedesca che sarebbero state ricomprese nel territorio nazionale italiano, ma anche definire un quadro (frame nel testo inglese originario dell’Accordo) entro il quale questa speciale tutela potesse valorizzarsi e rafforzarsi, sulla base di un rapporto speciale fra Trento, Bolzano e Innsbruck.

Ricordo che, sulla base di questa filosofia, fin dal 1949, con decenni di anticipo su Schengen, Italia e Austria stabilirono, con il cosiddetto Accordino, forme privilegiate di libero scambio tra alcune tipologie di merci. Era ciò che si poteva fare in quell’epoca, molto prima che nascesse il primo barlume di Comunità europea. Questi due pilastri rimangono, a tutt’oggi, presidio fondamentale per la pace attorno a una delle linee di confine, quella del Brennero, che la storia ci ha consegnato come simbolo di scontro e conflitto.

Contro le pulsioni iper-nazionalistiche
Oggi tutto questo può assumere, come sembra sostenere Rusconi, un valore ulteriore. Le pulsioni iper-nazionalistiche trovano oggi compensazione in uno spirito europeo certamente ancora gracile ma altrettanto certamente consolidato nelle sue premesse fondamentali. E tutto questo non è messo in discussione neppure dalle pur preoccupanti affermazioni elettorali dei partiti neo-nazionalisti sia di lingua tedesca, sia di lingua italiana. Anzi: mai come in questo momento il Trentino ragiona e lavora insieme con la Südtirol Volkspartei, con il presidente Durnwalder e con i loro alleati di lingua italiana e ladina.
Non solo: sono stato qualche giorno fa a Innsbruck, per incontrare il Capitano del Tirolo Günther Platter. Abbiamo riscontrato assoluta identità di vedute sulla necessità di costruire rapidamente una Euroregione del Tirolo storico, dotata di forte personalità istituzionale e di rilevanti prospettive di cooperazione nei vari campi di attività. Una Euroregione che valorizzi i molti secoli di storia comune in una prospettiva non nostalgica ma autenticamente europeista. A fine ottobre si riuniranno per questo, in seduta congiunta, le Assemblee legislative. Il Trentino, dunque, non è affatto intimorito da questo scenario, ma lavora con grande convinzione, in forza della sua «appartenenza multipla», per esercitare con piena responsabilità il suo ruolo nell’ambito di quella straordinaria realtà territoriale costituita dalle Alpi centrali.

Aggiungo un ultimo punto: la prospettiva di una Euroregione pluri-linguistica e bi-nazionale richiede che anche i partiti si organizzino in questi territori superando radicalmente l’impronta centralista e nazionalista. Per questo, personalmente, lavoro alla costruzione di una federazione tra le forze politiche di matrice popolare e autonomista, di lingua italiana, tedesca e ladina, espressione dei territori di Trento, Bolzano e Innsbruck. Molto si è discusso, qualche settimana fa, sul palese disinteresse dell’opinione pubblica italiana nei confronti dell’Europa. Questa prospettiva è, forse, una delle strade per portare anche nelle nostre contrade un «respiro europeo».

* Presidente della Provincia autonoma di Trento

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Ma la società civile ha scommesso su Berlusconi
Inserito da: Admin - Luglio 16, 2009, 11:49:49 am
16/7/2009
 
Ma la società civile ha scommesso su Berlusconi

 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
Lo spettacolo poco edificante della preparazione delle Primarie del Pd è l’altra faccia della profonda depressione in cui è precipitata la società civile italiana. E’ ad essa infatti che vorrebbero rivolgersi gli esponenti del partito democratico per rappresentarla, ritrovarla, reinventarla. Si è fatto vivo anche Beppe Grillo, grottesca espressione di una società civile urlante.

Ma è un’impresa disperata: la società civile italiana è afona, disillusa, disorientata, incattivita. Soprattutto è divisa in pezzi e settori che tengono d’occhio esclusivamente i loro propri immediati (legittimi) interessi materiali o ideali.

Su di essa governa il berlusconismo, che mira a tenere assieme tanti singoli interessi. Non si vede nessun grande disegno. Anzi la crisi sta impietosamente mostrando i limiti intrinseci della politica. Si ingigantiscono così i problemi particolari e i loro protagonisti: i leghisti con le campagne anti-immigrati e i clericali preoccupati di blindare una cattiva legge sul testamento biologico. La politica, diventata sommatoria degli interessi più disparati, è facilitata dall’impotenza dell’opposizione politica. In compenso Berlusconi è riuscito ad indirizzare contro la sinistra l’ostilità, l’incattivimento diffuso nella società.

In questo contesto è vano continuare a evocare una idealizzata «società civile», come faceva un anno fa l’allora leader del Pd Walter Veltroni, al Circo Massimo di Roma, con l’intento di mobilitarla contro il berlusconismo. E’ successo l’opposto. Il berlusconismo ha vinto le elezioni amministrative grazie ai pezzi di società civile i cui interessi di volta in volta particolari riesce a soddisfare o promette di soddisfare.

Quanto alle sue vicende personali, Berlusconi è sopravvissuto ad una situazione, che in qualunque paese occidentale avrebbe messo alle corde qualunque politico, grazie alla tolleranza di buona parte della «società civile», perfettamente interpretata dalla cautela dei clericali.

E’ dunque vero che «gli italiani sono fatti così» - come si sente ripetere all’estero che riduce la nostra identità storico-culturale ad una inconsistente (im)moralità pubblica?

Di fatto nel caso Berlusconi si è assistito ad un calcolo politico preciso. Chi ha scommesso sui benefici che può ottenere dal berlusconismo - benefici che non ha ancora raccolto sino in fondo - non è disposto a metterli a rischio politicamente ora, a causa di veri o presunti indecenti comportamenti del leader.

Naturalmente nel frattempo si sono mostrate le contraddizioni di un tratto tipico del berlusconismo originario: la disinvolta e permissiva commistione di pubblico e privato, l’allegra trasgressione delle regole che aveva esercitato un suo fascino su settori rampanti della società civile.

Ma ad un certo punto Berlusconi ha sbagliato misura. Ha commesso una serie di errori che - fortunatamente per lui - i suoi alleati si sono affrettati a minimizzare. Ma lo hanno fatto e continuano a farlo esclusivamente nel loro interesse. In questo modo ritengono di poter controllare in qualche misura il Cavaliere. O addirittura di farsene grande debitore. Infatti come potrebbe governare senza il sostegno dei leghisti o dei cattolici clericali?

Ma è evidente che Berlusconi recalcitra davanti a questa prospettiva. «Adesso tutti sanno chi comanda» - avrebbe detto all’indomani del successo (di immagine e di ospitalità) del G8, contando sulla risonanza mediatica delle sue parole. Staremo a vedere. Qui torna in gioco la «società civile» depressa, disillusa, frammentata di cui stiamo parlando. Il berlusconismo con i suoi tratti di populismo democratico ha riempito il vuoto che si era prodotto con la crisi dei vecchi sistemi di rappresentanza partitica. Il leader populista, mediatico, crea l’immediatezza della rappresentanza, del rapporto diretto con la gente.

Ma questa situazione regge quando è onorata con l’effettiva capacità decisionale. Ed è evidente che la «politica del fare» ordinario di cui parla sempre il Cavaliere ha toccato i suoi limiti. La prossima mossa sarà la riforma o la forzatura istituzionale in direzione del rafforzamento dell’esecutivo.

A questo proposito non è un mistero che l’idea di competenze decisionali più forti per il governo è sempre più popolare in Italia. Su questo sentimento Berlusconi giocherà la sua carta più impegnativa, scontrandosi con la netta opposizione della sinistra e dei moderati di centro.

Ma il gioco sarà a tre: Berlusconi, l’opposizione e ciò che resta della società civile.

E’ importante che il Partito democratico si prepari a discutere apertamente e in modo competente questa problematica - evitando sia di affidarsi ai soli professionisti dei sistemi costituzionali sia ai comprensibili allarmi di possibili scivolamenti autoritari, che da noi sono immediatamente associati all’esperienza storica del fascismo. Discutere, argomentare seriamente e serenamente su riforme costituzionali tenendo presenti i modelli e le esperienze degli ultimi decenni in Europa. E’ una sfida importante in grado di risvegliare e rianimare su temi politici forti anche la società civile.

 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Quante insidie per la Spd
Inserito da: Admin - Agosto 03, 2009, 03:25:01 pm
3/8/2009
 
Quante insidie per la Spd
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 

E’ davvero finita l’età della socialdemocrazia? Proprio in Germania, la nazione che ne ha registrato i successi storici più grandi, accanto alle sue sconfitte più dolorose? Il segnale sembra modesto ma l’effetto è imprevedibile. Nei giorni scorsi le principali organizzazioni sindacali, seguendo l’esempio dell’Ig Metall, il potente sindacato dei metalmeccanici (2,3 milioni di iscritti), hanno rinunciato ufficialmente a dare indicazioni di voto ai propri membri, in previsione delle prossime elezioni di settembre. È un brutto colpo per la Spd, per la sua identità di grande partito dei lavoratori. È un atto di sfiducia nel suo programma sociale. È un pessimo segnale per il possibile esito elettorale.

A questo punto parlare di crisi della sinistra tedesca è un eufemismo. Ma in che senso la Spd si considera ancora prima di tutto un «partito di sinistra», un partito di rappresentanza operaia con vocazione di «partito popolare»? Non si è già presentato forse come una formazione politica rappresentativa di «un nuovo centro»? Questa era stata la definizione coniata dal cancelliere Gerhard Schroeder che ha vinto le elezioni del 1988, affiancato da Oskar Lafontaine (adesso leader della sinistra antagonista Linke). E allora il sindacato si era apertamente schierato con la socialdemocrazia. Che cosa è accaduto nel frattempo? La prospettiva schroederiana del nuovo centro progressista è fallita. Ha innescato movimenti centrifughi. Si è consumata la più profonda crisi di rappresentanza politica della storia della sinistra tedesca. Il grande mondo del precariato giovanile, della disoccupazione, dell’impoverimento dei ceti medi non trova più rappresentanza nella socialdemocrazia. Ma dove altrimenti? Da qui l’enorme incertezza dell’elettorato tedesco. Ne sono un sintomo le parole stesse del leader sindacale dei metalmeccanici. Limitandosi a dire che non avrebbe fatto più alcuna raccomandazione di voto, prima che un atto di accusa contro la Spd, la sua è stata un’ammissione di impotenza. «Sono finiti i tempi in cui i sindacati potevano raccomandare “vota questo o quello”». E molti lavoratori - ha aggiunto - voteranno il partito della cancelliera Angela Merkel. Perché? Non c’è contraddizione tra questa constatazione e la critica che il leader sindacale continua a rivolgere ai partiti dell’Unione democristiana (Cdu e Csu), prevedendo che una loro coalizione con i liberali (Fdp), dopo le elezioni di settembre, «privilegerà i benestanti e porterà tagli nella spesa sociale».

Ma perché allora il sindacato non sostiene la socialdemocrazia? La Spd ha agito così male nella esperienza della Grande Coalizione? In realtà la Grande Coalizione è stata una buona operazione di contenimento, non la soluzione dei problemi. I sindacati puntano il dito contro l’aumento dell’età pensionabile e contro il taglio delle indennità di occupazione. Ma non dicono nessuna parola di apprezzamento circa lo sforzo fatto dalla socialdemocrazia al governo per tenere testa con successo alla crisi degli ultimi mesi, per guidare con fermezza la politica di intervento dello Stato nel sistema bancario, per tentare di risolvere, in modo talvolta controverso, singole difficili situazioni. (Compresa la vicenda, tuttora aperta, della Opel dove proprio il sindacato è stato decisivo nel bloccare la proposta Fiat).

In questa congiuntura il partito socialdemocratico - stretto attorno al suo candidato alla cancelleria Frank-Walter Steinmeier - gioca tutta la sua partita nel presentarsi agli elettori come partito-di-governo di responsabilità nazionale, con un «team di competenti», ricco di una visione complessiva valida per quell’aggregato di ceti e interessi, spesso tra loro incompatibili, che costituisce la struttura sociale di oggi. Ma non riesce a farsi capire. Di contro i sindacati tradizionali sembrano fatalmente costretti a tenere presenti soprattutto gli interessi diretti e concreti dei loro iscritti, che pure sono relativamente privilegiati rispetto a milioni di altri lavoratori. Già altre volte nella storia tedesca si è presentata - a sinistra - questa situazione di tensione tra istanze di competenza nazionale generale e legittima rappresentanza degli interessi dando luogo ad acute crisi di lealtà. O semplicemente frustrazioni che portano alla disaffezione e all’assenteismo. Ma a ben vedere questo è il dilemma dell’intera sinistra europea, che si declina in modo diverso da Paese a Paese.

In Germania tuttavia ci sono ancora due elementi da considerare. Da un lato c’è la presenza insidiosa della Linke, della «sinistra antagonista», verso la quale le alte dirigenze socialdemocratiche e sindacali mostrano netta chiusura. Anche se nessuno lo dice ad alta voce, qui si è aperta la più grande scommessa del futuro della sinistra. Dall’altro lato c’è la capacità di gestione governativa della cancelliera Angela Merkel. Qualcuno dice che si tratta di abilità di comunicazione piuttosto che di effettiva capacità di decisione, che è frutto di collegialità o di bilanciamento tra le parti al governo. Ma se anche fosse così, non sarebbe poca cosa. Soprattutto se il risultato è che i ceti meno abbienti anziché rivolgersi alla socialdemocrazia si fidano della loro cancelliera. Siamo davanti a un classico caso di efficacia della leadership al di là delle appartenenze di partito. È una situazione che la sinistra non apprezza a motivo della sua tradizionale diffidenza verso il principio della leadership, a dispetto del fatto che l’ha praticato abbondantemente in tutte le sue varianti, socialiste e comuniste. La Spd ha accettato questa sfida costruendo la sua nuova leadership (Steinmeier) e il suo team di competenti. Ma la partita sarà dura.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La debolezza della cultura laica
Inserito da: Admin - Agosto 13, 2009, 03:56:24 pm
13/8/2009
 
La debolezza della cultura laica
 
GIAN ENRICO RUSCONI
 
La religione conta o non conta nel processo formativo scolastico? Su questo tema nelle scorse ore sono state fatte affermazioni incompatibili.

«Sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può essere oggetto di valutazione sul piano del profitto scolastico». In parole povere, l’ora di religione non deve entrare nella valutazione scolastica complessiva. Questa è la sentenza del Tar del Lazio, in sintonia con il principio della laicità dello Stato.

Diametralmente opposta è la tesi del vescovo Pennisi, Commissario della Cei per la scuola: «La religione è una materia come le altre. La sentenza del Tar è vergognosa e gravissima perché nega crediti scolastici all’ora di religione, malgrado il suo processo formativo entri nella didattica».

Come è possibile che si sia arrivati a questo contrasto? Questo dilemma mette a nudo una questione di fondo sempre elusa.

Gli italiani non sanno a chi affidare l’etica pubblica, di cui l’educazione e formazione scolastica è parte essenziale e fondante. La religione cattolica (intesa nella sua versione ecclesiastica stretta) diventa così in Italia la grande supplente dell’etica pubblica, di cui l’ora di religione cattolica è una componente decisiva.

Naturalmente la Chiesa con questo suo ruolo supplente non può sovrapporsi apertamente alla natura laica dello Stato, che anzi si premura sempre di riaffermare. Ma di fatto aggira questa difficoltà, quando pretende di definire essa stessa che cosa sia la «vera e sana laicità» - dentro e fuori la scuola. Per questo conta su una classe politica insicura e ricattabile. Dichiara di gestire quella che ritiene una tradizione italiana («la religione degli italiani»). Non a caso in queste ore una voce di protesta cattolica ha definito quella del Tar una «sentenza ideologica che cerca di distruggere le tradizioni italiane e il sentire della gente».

Siamo di nuovo alla vigilia di un’ennesima battaglia che finirà in politica. In effetti, con maliziosa correttezza il Presidente della Commissione Episcopale per l'Educazione Cattolica ha commentato: «La Chiesa non farà ricorso contro la sentenza. Il problema è del ministero della Pubblica istruzione».

Appunto.

Ma quello su cui vorrei attirare l’attenzione ora non è la strategia della Chiesa e dei cattolici militanti, che con il loro apparato mediatico condurranno in porto la loro battaglia con la consueta spregiudicatezza. Mi pongo invece due altre domande: 1) perché tantissime famiglie italiane invitano o consentono ai loro figli di frequentare l’ora di religione, senza essere particolarmente credenti, praticanti o devote? 2) Perché la cultura laica non è riuscita a porre seriamente in discussione la tradizionale ora di religione, nei suoi contenuti e nelle sue competenze (non dimentichiamo che l’unica autorità che decide della competenza professionale dell’insegnante è il Vescovo…)? I due problemi - passività delle famiglie e debolezza della cultura laica - sono strettamente connessi.

Perché non si è mai riusciti a proporre in alternativa all’ora di religione confessionale non dico un’ora di educazione civica o di etica - come avviene in alcuni paesi europei - ma semplicemente lo studio del fenomeno religioso o delle religioni in grande prospettiva storica comparata? Dove, se non a scuola, si impara la lunga dialettica storica del contrasto tra le religioni storiche e il loro attuale «dialogo»? Perché mai dovrebbe essere competente soltanto chi è autorizzato dal vescovo, che ne è paradossalmente parte in causa?

La laicità non è nemica della religione, tanto meno di quella cattolica, ma deve rinunciare ad una ampia visione storico-critica, anche se rispettosa delle singole credenze. Faccio un esempio. Un paio d’anni fa Ratzinger nella sua lezione di Ratisbona parlò della «ellenizzazione del cristianesimo» come fondamento della «razionalità della fede» che consente di combattere tutt’oggi efficacemente lo scientismo e il relativismo tipici dell’Occidente secolare. Detta così, quella della «ellenizzazione del cristianesimo» sembra (e sembrò a molti cattolici) una questione storico-dogmatica remota, mentre non lo è affatto. Ed è una tesi altamente controversa e a suo modo attuale con questo Papa. Ma in quante ore di religione nei licei - dove si studiano Platone, Kant e Darwin - se ne è parlato? Quali competenze hanno gli insegnanti su questo tema ? Se è sempre il solo vescovo a decidere? Ha senso che ciò accada in uno Stato laico? Questo è il vero problema, non il voto negli scrutini!
 
da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Quale unità d'Italia celebriamo
Inserito da: Admin - Agosto 25, 2009, 07:49:01 pm
25/8/2009


Quale unità d'Italia celebriamo
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Assisteremo alla monetizzazione della celebrazione dell’anniversario dell’unità d’Italia. «Quanto ci costerà?» - è la domanda-chiave del governo. Non si chiede «che cosa esattamente dovremo celebrare?». Questa domanda infatti rischierebbe di mettere in crisi il governo, ben più seriamente dei comportamenti del premier. Il leghismo, sicuro della propria impunità, continuerà la sua recita anti-italiana grazie anche ad un sistema mediatico senza spina dorsale.

Nell’attuale clima politico la Lega non ha più nulla da temere, neppure dai rappresentanti dell’ex Alleanza nazionale, che si limitano a fare battute imbarazzate, pur di non mettere in difficoltà il governo cui sono attaccatissimi.

Sono passati quindici anni da quando ci siamo interrogati se non fossimo sul punto di «cessare di essere una nazione». Da allora, apparentemente non è successo nulla. In realtà il processo è andato avanti sotterraneamente, ma la questione di fondo è stata congelata, elusa. Certo: il linguaggio pubblico «politicamente corretto» ha adottato un tenue vocabolario patriottico. E’ tornata in onore la bandiera nazionale. Ma niente di impegnativo.

In tutti questi anni la cultura politica ha mancato di affrontare alla radice il problema storico della nazione italiana - a dispetto del lavoro fatto dalla storiografia che è rimasto sostanzialmente chiuso nel circuito accademico. La classe politica e i suoi rappresentanti intellettuali non hanno saputo elaborare un punto di vista storico-politico attuale da cui rivisitare in modo innovativo la storia nazionale. L’importante concetto di «patriottismo costituzionale», messo a fuoco quindici anni fa, è stato annacquato in una retorica nominalistica oppure criticato con toni di sufficienza per la sua presunta astrattezza. Così oggi siamo al punto di prima, anzi peggio di prima. Culturalmente immiseriti e profondamente divisi sul piano politico.

Ma che cosa si deve «celebrare» nel 150ª dell’Unità d’Italia? La dinamica politico-diplomatica (anche internazionale) con cui si è arrivati nel 1861 all’unificazione, per altro incompleta per le significative assenze di Venezia, Roma e naturalmente Trento e Trieste? Dobbiamo festeggiare le decisioni immediatamente prese in tema di centralizzazione statale anziché di decentramento amministrativo? O chiederci perché si è scartata l’opzione federalista che pure era stata presa in considerazione? Non è il caso di rivedere seriamente il pensiero di Carlo Cattaneo per sbugiardare Bossi e i suoi che lo citano? Dobbiamo ripercorrere criticamente la politica sociale e culturale adottata per «fare gli italiani»? O riaprire ancora una volta la questione della piemontesizzazione o, viceversa, della meridionalizzazione dell’apparato statale? O la piaga del brigantaggio? Dobbiamo ignorare la sconsiderata, irragionevole opposizione della Chiesa che ancora oggi la storiografia clericale si ostina a presentare in termini di «persecuzione laicista» della Chiesa?

Come si vede, i motivi di riflessione sono innumerevoli. Non sono per niente nuovi, ma arricchiti di materiali documentari sempre più ampi. Ciò che manca è la capacità di sintesi che sappia offrire anche una proposta o un’ipotesi di «educazione civile» per una nuova identità collettiva oggi, in una società tentata come mai da rotture centrifughe. E’ solo incapacità della classe politica nel suo insieme? Oppure siamo davanti ad una disgregazione profonda della società civile stessa? In questa situazione chi deve tentare la sintesi di cui parliamo?

Ricordo anni fa il tono deciso con cui un noto storico, oggi attivamente coinvolto in prima persona in questa problematica, respingeva come inaccettabile l’idea che dovessero essere gli storici ad assumere il ruolo di interpreti della nuova coscienza nazionale democratica (nell’ottica ad esempio del «patriottismo costituzionale»). Il compito degli storici - mi è stato replicato - è quello di analizzare e criticare, non di proporre forme di educazione alla nazione democratica. Era una risposta apparentemente ineccepibile, in realtà dettata dal timore di nuove «egemonie culturali» (di sinistra). Di fatto non c’è stato alcun tentativo egemonico né da sinistra né da destra né dal centro. Il risultato è lo strazio attuale. Una storia-fai-da-te con un impressionante impoverimento culturale generale.

Tornando alle celebrazioni dell’Unità, non so quali siano i compiti specifici del Comitato istituito ad hoc. Non potrà certo limitarsi a fare un elenco di manifestazioni, di incontri, di conferenze di alto livello o di iniziative mediatiche e artistico-letterarie connesse. Nel clima politico odierno non potrà dare per scontato il senso dell’anniversario. Generiche e solenni dichiarazioni di circostanza sarebbero fuori luogo. D’altro lato non ci si può aspettare in quella sede una rivisitazione storica approfondita a tutto tondo dell’evento celebrato, sia pure accompagnato dalle necessarie considerazioni critiche e problematiche. Questo è un tipico lavoro che attendiamo venga fatto in sede scientifica adeguata. Ma ritengo che il Comitato debba esprimere comunque un chiaro orientamento che tenga conto dei quesiti ricordati sopra: che cosa celebriamo esattamente? Quale valore specifico ci trasmette oggi quell’evento storico, al di là della ricorrenza del calendario? Quali sono le buone ragioni per continuare ad essere oggi una nazione unitaria?

E’ facile prevedere che un testo che tentasse di rispondere a queste domande si presterà a critiche da tutte le parti. Ma non è questo il punto. Trovo importante che in sede responsabile non si faccia finta di nulla, ma si abbia il coraggio di offrire una interpretazione che risponda agli interrogativi che si pongono gli italiani più sensibili. Anche se non taciterà i cattivi italiani.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La Germania cambia tutto non la Merkel
Inserito da: Admin - Settembre 02, 2009, 04:08:35 pm
2/9/2009

La Germania cambia tutto non la Merkel
   
GIAN ENRICO RUSCONI

Le prossime elezioni tedesche di fine settembre creeranno una situazione paradossale. Da un lato ci sarà un cambiamento significativo nella struttura e nella rappresentanza partitica della Germania; dall’altro questa svolta sarà affidata ad una donna cancelliere - Angela Merkel - che in qualche modo in questi anni ha accompagnato l’eutanasia del vecchio sistema tedesco. Con stupore ci si chiede chi sia esattamente questa professionista della politica che non ha nulla dell’arroganza e della supponenza del professionista, ma guida con sicurezza il governo. Cambia opinione, oscilla nei programmi, fa concessioni e compromissioni ma dà l’impressione d’avere sempre in mano la situazione. Non assume mai toni enfatici o carismatici ma appare convincente e soprattutto popolare. In breve è rimasto l’unico punto fermo in un universo politico in movimento.

Il segreto del grande leader è ottenere fiducia, qualunque cosa abbia in testa. Persino quando non sa nemmeno lui che cosa farà. Questa è Angela Merkel oggi. Soprattutto dopo l’esito negativo per il suo partito, la Cdu, nelle elezioni regionali dei giorni scorsi. La nomenclatura cristiano-democratica non la ama; anzi è irritata e stupita. Non riesce a capacitarsi di come la Cdu perda consensi mentre ne guadagna la persona della cancelliera.

Ma devono ammettere che soltanto la Merkel è in grado di garantire che l’imminente passaggio elettorale non sia traumatico.

I risultati delle ultime consultazioni regionali con la punizione della Cdu e della Spd, l’avanzata della «sinistra antagonista», la Linke, dei liberali, dei verdi non vanno letti come semplice riassetto numerico delle formazioni in campo. Non è un riassestamento per il quale è prevedibile, anzi è già iniziato il gioco delle varie possibili alternative di coalizione. È un intero equilibrio storico di sistema che sta cambiando.

Si va verso un sistema «pentapartitico» che solleva facili associazioni con la Prima repubblica italiana. Ma l’evocazione della «italianizzazione» del sistema politico tedesco è soltanto una battuta scaramantica. A parte la sgradevolezza del confronto, i politici tedeschi non sembrano attrezzati ad affrontare la nuova situazione. Sono stati presi in contropiede, nonostante da anni si delineasse il nuovo orientamento.

La Germania è l’unico grande Paese europeo la cui struttura politico-partitica di fondo è durata sostanzialmente sessant'anni, anche grazie alle condizioni eccezionali della guerra fredda che l’ha costituita intimamente sin dall’origine. Ebbene la nuova dinamica che si annuncia oggi è tanto più pressante in quanto paradossalmente tardiva. A ben vedere, infatti è l’effetto ritardato della caduta del Muro: la fine dei macroequilibri politici mondiali, con lo spostamento del confronto dalla sfida militare alla competizione per le risorse energetiche che intaccano direttamente la vita quotidiana dei cittadini. Poi ci sono le attese deluse della occidentalizzazione delle regioni orientali e la frustrazione generalizzata per la paralisi dell’Europa politica. Gli elettori sono sconcertati e abbandonano le vecchie fedeltà.

Sotto l’accelerazione di questi problemi, resi più acuti dall’ultima crisi economico-finanziaria, in Germania si registra una mutazione politica interna che altri sistemi politici hanno già attraversato, approdando magari al presidenzialismo di stile sarkozista o al berlusconismo. So benissimo che questi riferimenti non piacciono per nulla ai politici tedeschi. Ma aspettiamo la loro soluzione «alla tedesca».

Il discorso torna così alla cancelliera Merkel. È lei la scommessa che le novità imminenti non siano traumatiche. È lei la garanzia che ci sarà abbastanza «conservazione» nella «mutazione». Come tutto questo si traduca della politica pratica non è facile da prevedere. Come non è prevedibile quale combinazione di partiti o coalizione garantisca questa buona politica. Ma forse che le decisioni prese dalla Merkel nel corso del suo mandato, che l’ha resa tanto popolare, sono state di «destra» piuttosto che di «sinistra»? Nessuno è in grado di definirle in questi termini convenzionali.

Siamo così al punto istituzionale che per i tedeschi è ovvio mentre per gli italiani è motivo di infinita gelosia: l’istituto del cancellierato come garanzia di competenze decisionali in grado di orientare in modo autorevole una compagine di governo (anche quando è basata su una coalizione).

Autorevolezza del cancelliere non vuol dire la pretesa di essere esonerati dalle critiche o esibire un decisionismo per ripicca, contro l’opposizione. Anzi più di quanto non appaia dall’esterno, il grande cancellierato coincide con una straordinaria capacità di creare sinergie all’interno delle forze di governo. E di ottenere il combattivo rispetto dell’opposizione.

Naturalmente la storia del cancellierato tedesco non è tutta lineare o priva di momenti di grandi tensioni e contraddizioni. Ma i momenti più felici della storia politica, sociale ed economica tedesca hanno sempre coinciso con figure notevoli di cancellieri, interpreti con la loro stessa personalità del clima di un’epoca. Personalità di valore dentro ad un plusvalore istituzionale.

Questo è probabilmente il segreto del successo addirittura «anticipato» di Angela Merkel di questi giorni.

Naturalmente parlo di promessa o forse più realisticamente è meglio parlare di scommessa.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Boffo, se il killer è un amico
Inserito da: Admin - Settembre 07, 2009, 10:46:56 am
7/9/2009

Boffo, se il killer è un amico
   
GIAN ENRICO RUSCONI


E’ superficiale leggere lo sconcerto dei vertici della Chiesa italiana in chiave di regolamento di conti tra cardinali. Non c’è dubbio che assistiamo a una collisione tra strutture di governo ecclesiastico. Ma il contrasto nel giudizio su quanto è «accaduto davvero» nella vicenda Boffo, e le differenze nella diagnosi e nella strategia per uscirne, vengono dal profondo di una Chiesa in cui da troppo tempo le voci dissonanti sono mortificate. Voci spesso denunciate come conniventi con il nemico laicista.

Non è un caso che le contraddizioni siano esplose proprio al vertice dell’organo ufficiale della Chiesa italiana, quando sembrava che esprimesse giudizi articolati, differenziati, controversi, ma presenti nella Chiesa. Ma il killer, che lo ha colpito al cuore, veniva dal campo politico amico.

Il risultato è stato un danno d’immagine, che soltanto un paio di settimane fa sarebbe stato inconcepibile. Tuttavia, dietro al problema d’immagine, è venuto alla luce qualcosa di più essenziale. Si è improvvisamente constatato che gli organi della Chiesa non sono in grado di controllare quella sfera pubblica e mediatica nella quale ritenevano di potersi muovere con sovrana sicurezza. È un colpo al mito della Chiesa come l’istituzione più abile nel gestire la propria comunicazione pubblica.

Per il momento non le resta che sfruttare a fondo l’immagine di «vittima» di un sistema mediatico imbarbarito.

Questo accade proprio nel momento in cui autorevoli commentatori insistono nel dire che la vera discriminante della nuova laicità è l’apertura incondizionata della sfera pubblica al discorso religioso. Ma se c’è qualcosa di nuovo nella traumatica vicenda Boffo, è l’assoluta assenza del tema religioso o laico.

Nelle prossime ore ci sarà certamente la corsa da parte delle istituzioni ecclesiali e governative a sdrammatizzare la situazione. È chiaro che la Chiesa italiana non rinuncerà masochisticamente alle generose offerte che le farà il governo (il quale, nelle parole testuali del presidente del Consiglio, pronunciate tempo fa, si è dichiarato «compiacente verso la Chiesa»). Ma è altrettanto evidente che si è rotto irreversibilmente il vecchio equilibrio che consentiva di mettere sullo stesso piano i nemici politici dell’attuale maggioranza e i nemici della Chiesa. I tempi per creare un nuovo equilibrio non saranno più lunghi dell’attuale legislatura. Il ciclo elettorale diventerà una variabile del comportamento della Chiesa in Italia. Quello che ci si aspetta - anche da parte laica - dopo l’amara lezione di questi giorni, è un atteggiamento meno strumentale nei confronti della politica «compiacente», per coerenza con il suo quadro di valori.

Di fronte a questa problematica non esaltante ma realistica, non mi è chiara la tesi che Vittorio Messori ha espresso sul Corriere della Sera. Nella tensione di questi giorni nella Chiesa vede il segno di «una strategia di lungo respiro del Papa per contrastare un inaccettabile “federalismo clericale”». Messori è uomo addentro alle cose della Chiesa. Avrà quindi i suoi motivi per sostenere questa tesi o magari soltanto per esprimere un suo augurio. Ma non vorrei che si confondessero piani diversi. Per la Chiesa cattolica come tale mi sembra un dato positivo e acquisito che l’unicità dei principi del Credo trovi una pluralità di espressioni politico-istituzionali nelle diverse Chiese nazionali o addirittura continentali. Può darsi in Italia il pericolo di un «federalismo clericale» sia più accentuato che altrove. Ma non credo che possa essere corretto con il richiamo ai grandi fondamenti unitari di fede, quando è in gioco la politica. Alla politica del resto si rivolge direttamente lo stesso Pontefice quando le raccomanda di seguire le indicazioni morali della Chiesa. L’incidente Boffo non ha nulla a che vedere con la fede, ma con un cattivo uso strategico della politica.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Italia anche questa è democrazia
Inserito da: Admin - Settembre 15, 2009, 10:23:44 am
15/9/2009

Italia anche questa è democrazia
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Fine della democrazia? Postdemocrazia? No: più banalmente, la democrazia che c’è. O che ci meritiamo. I milioni di italiani che accettano questa situazione sono degli sprovveduti o dei turlupinati? Stento a crederlo. O se sono complici, di che cosa sono complici esattamente?

L’uso e l’abuso della particella post applicata alla democrazia e a quasi tutti i fenomeni attuali segnala l’incapacità di definire la nostra condizione specifica. Rischiamo di essere epigoni che si definiscono per differenza da ciò che c’era prima - un prima spesso idealizzato.

Nel nostro Paese - dove quasi tutti gli studiosi offrono diagnosi sulla soglia del catastrofismo - c’è mai stato un momento storico in cui funzionava una buona democrazia o quanto meno una democrazia accettabile? La risposta è affermativa a patto che si cancellino o si sdrammatizzino le critiche dure che gli stessi analisti di oggi (o i loro maestri) avevano fatto a suo tempo. Abbiamo dimenticato la «democrazia bloccata», la «democrazia di massa», «la democrazia senza alternanza», «l’ingovernabilità» e poi «il decisionismo» (craxiano) e «la democrazia dell’applauso» (Bobbio 1984)?

Alla fine non era unanime la denuncia che «i partiti» avevano espropriato «i cittadini» di ogni autentica possibilità di partecipazione democratica?

Si dirà che adesso siamo arrivati ad un punto rispetto al quale i difetti denunciati ieri appaiono persino veniali. Ma allora dobbiamo chiederci se si è trattato di un accumularsi irreversibile di vizi di struttura che non sono stati corretti quando si potevano correggere. Oppure di un «salto di qualità» imputabile a nuovi fattori strutturali generali che elenchiamo come una giaculatoria (globalizzazione, de-industrializzazione, precarizzazione del lavoro, tracollo dei movimenti operai tradizionali, elefantiasi dei sistemi mediatici, e quindi populismi di varia natura). Ma perché soltanto nel nostro Paese questi fattori hanno prodotto l’ascesa irresistibile di un personaggio come Silvio Berlusconi? Il monopolio mediatico-comunicativo e la sovrapposizione degli interessi privati e pubblici (con l’irrisolto conflitto di interessi) sono stati la causa o non piuttosto il sintomo di una insensibilità democratica diffusa e pregressa che aveva cause e motivazioni precedenti? Nel frattempo il berlusconismo ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dall’immediato dopoguerra. E sembra godere di un consenso che resiste ad ogni bufera.

I beneficiari e i protagonisti di questa mutazione, politici e intellettuali, si tengono ben stretto il successo di cui godono oggi, ma non fanno nessun serio tentativo di dare una forma concettuale o ideologica coerente alla situazione che si è creata. Uno solo continua a parlare e a dettare l’agenda politica e ciò che resta della cultura politica: Silvio Berlusconi. Gli altri reagiscono, compresa l’opposizione. L’indifferenza intellettuale personale del Cavaliere verso la qualità culturale del consenso/dissenso di cui può godere/soffrire si è trasmessa anche ai suoi sostenitori, compresi gli intellettuali di professione. Non è fuori luogo il sospetto che la campagna contro il giornalismo nasconda l’ostilità al ceto intellettuale come tale. Se è così, siamo davanti ad un fenomeno interessante in un Paese tradizionalmente caratterizzato dall’enfasi e dalla retorica dei «letterati» e degli ideologi. Ma a ben vedere l’impoverimento della riflessione politica e ideologica è l’altra faccia della logica del sistema comunicativo mediatico-televisivo rispetto alle forme tradizionali di trasmissione sia dell’informazione che della cultura. La politica come intrattenimento. Come intermezzo e sintesi del flusso mediatico continuo.

Che razza di democrazia è questa? In proposito da tempo è stato coniato il concetto di «populismo mediatico» che presuppone quello di «democrazia populista». Fermiamoci un istante a riflettere. Per decenni a sinistra la critica alla democrazia si è basata sulla distinzione tra «democrazia formale» (legata alle elezioni e a procedure di funzionamento riconosciute anche al sistema italiano) e «democrazia sostanziale» sempre carente, sempre attesa, sempre invocata.

Oggi questa distinzione sembra aver perso ogni efficacia esplicativa per due ragioni: per la rivoluzione mediatica, nel senso detto sopra e, più sottilmente, per la centralità assegnata nel gergo politico al concetto di «popolo» - il depositario degli interessi sostanziali della democrazia. Pensiamo alla denominazione del «Popolo della libertà» e alla retorica della Lega. In entrambi i casi il concetto di popolo è usato in senso polemico contro il sistema democratico esistente e le sue regole di rappresentanza.

Berlusconi ha retoricamente introdotto la novità del «popolo-degli-elettori». Il «popolo» è chi lo vota. Non è la nazione o l’etnia (vera o inventata) ma un evento politico. La democrazia del voto diventa la democrazia tout court. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali, complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell’autopercezione personale e sociale - più si crea la finzione del «popolo» che persegue i suoi interessi sostanziali seguendo il leader. Di più: nelle intenzioni del leader se questo «popolo» vince le elezioni può pretendere di modificare a suo piacimento la Costituzione. Prende il posto del demos sovrano che è il fondamento stesso della democrazia. Se questa nostra osservazione è giusta, più che ad un dopo-democrazia siamo davanti a una mutazione genetica del concetto di demos. Il problema è antico: il demos nato come alta finzione di cittadini liberi, maturi, responsabili è entrato a partire dal XIX secolo in collisione, poi in competizione con la classe sociale, trovando quindi faticosi equilibri nelle varie forme di democrazia sociale. Oggi si annuncia una nuova fase innescata dalla destrutturazione delle classi e dal ruolo decisivo assunto dalla comunicazione di massa. Il demos è socialmente destrutturato e frammentato, ma una parte consistente di esso si polarizza politicamente verso il leader.

Facciamo un altro passo in avanti nella nostra analisi. Spesso per spiegare l’anomalia italiana molti analisti (a sinistra) hanno parlano di un’estraneità tra «il sistema politico» (inefficiente, inadeguato o appunto di semplice «democrazia formale») e «la società civile» (vitale e ricca di risorse e di energie, portatrice di «democrazia sostanziale»). E oggi quindi molti fanno appello ad una «società civile» italiana che si contrapporrebbe a Berlusconi.

E’ un errore. Il berlusconismo infatti è esso stesso espressione della «società civile» italiana. O se vogliamo, della sua disgregazione e del suo disorientamento. Molte patologie sociali (generalizzata assenza di senso civico e senso dello Stato, endemica complicità di molte regioni e gruppi sociali con la criminalità organizzata, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono dal di fuori, ma dal ventre della società civile. Non si tratta di negare l’esistenza di gruppi, settori, pezzi di «società civile» attivi, generosi, preziosi per la realtà concreta della democrazia. Ma è inaccettabile la contrapposizione di principio tra «la società civile» e il «sistema politico» come se fossero due poli ed entità autonome.

Il quadro della democrazia italiana è davvero complicato e difficile da decifrare. Le pulsioni autoritarie che provengono dall’alto e da altri settori non sono sufficienti per tracciare una diagnosi di una possibile, sia pure soffice, fascistizzazione. Ci sono solidi anticorpi democratici nel Paese, dentro e fuori le istituzioni. Non siamo nel 1923 o nel 1924. Assistiamo tuttavia ad una mutazione profonda della democrazia che, misurata ai suoi criteri ideali, ci sconcerta. Ma può e deve essere guidata. Chi ne ha la capacità?

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Le urne usate come minaccia
Inserito da: Admin - Ottobre 09, 2009, 12:22:13 pm
9/10/2009
 
Le urne usate come minaccia
 

GIAN ENRICO RUSCONI
 
Ci siamo fermati sull’orlo del precipizio, davanti allo scontro frontale delle istituzioni. Sussurri e grida ce ne saranno ancora; voleranno parole grosse, indegne di un sistema democratico normale o semplicemente decente. Ma ormai ci siamo abituati. L’incontinenza verbale nei media e sulle piazze accompagna la nostra mutazione democratica.

Sulle conseguenze immediate della sentenza della Consulta, il presidente del Consiglio e l’opposizione sembrano dire la stessa cosa: la politica deve andare avanti, perché la giustizia si muove su un altro piano. I due piani non interferiscono e non devono interferire. Un’affermazione del genere sarebbe stata inconcepibile anni or sono, quando è incominciato tutto. È una contraddizione? È una resipiscenza? No. È una finzione. Infatti il rapporto conflittuale tra politica e giustizia, per quanto riguarda il presidente del Consiglio, non si è affatto risolto ma ha contribuito a cambiare radicalmente il quadro politico.

Berlusconi e il Pd hanno in mente due «continuità» della politica molto diverse. All’offensiva quella del premier, in difensiva quella dell’opposizione. La prima mira a cambiare le regole del gioco democratico, l’opposizione ritiene invece di poter contare sulla tenuta di quel che resta della struttura istituzionale e della rappresentanza politica tradizionale. Dietro lo scontro tra maggioranza e minoranza c’è un paese profondamente diviso e incattivito come non mai. Si annunciano mobilitazioni sotto tutti i segni.

Al di là della cronaca di queste ore, cerchiamo di capire la dinamica di fondo che è in atto e che produce la mutazione della nostra democrazia. Berlusconi dispone di due risorse importanti: il sostegno della sua maggioranza parlamentare e lo spregiudicato attivismo di un potente sistema informativo. Eppure maggioranza e apparato mediatico nulla potrebbero senza il «popolo» berlusconiano. Questa è la vera risorsa vincente, usata come una minaccia contro gli avversari.

Una rivoluzione di mentalità
È straordinario come il Cavaliere sia riuscito a ri-attivare l’idea stessa di «popolo» versando il prestigio di questo antico concetto in forme nuove. Quello di Berlusconi infatti è il popolo di chi lo ha votato - è il popolo-degli-elettori che si considera senz’altro il demos, depositario dell’intera sovranità. È la sovranità che la Corte costituzionale ritiene di interpretare e che ora viene brandita minacciosamente contro di essa.
Non si insisterà mai abbastanza su questa rivoluzione di mentalità. Chi vota e vince con Berlusconi pretende di cambiare le regole, tutte le regole, anche quelle costituzionali. L’atteggiamento predatorio nei confronti della Costituzione si accompagna a una esasperata politicizzazione (o accusa di politicizzazione) di tutti gli ambiti istituzionali. Tutto è diventato politico in senso partitico. Si tratta di una politicizzazione basata sulla coppia amico/nemico.

Aggressione verbale pericolosa
Non sorridiamo più quando Berlusconi e i suoi sostenitori vedono ovunque «comunisti» o «sinistra» come nemici da neutralizzare. Ma non siamo per niente tranquillizzati se dal campo della sinistra o comunque degli oppositori di Berlusconi si replica con gli stessi toni. L’aggressione verbale diventa pericolosa quando investe il fondamento costituzionale della separazione dei poteri dello Stato democratico. In tutti i paesi democratici del mondo le Corti supreme rispecchiano gli orientamenti politici delle rispettive nazioni - dagli Stati Uniti alla Germania. Ed è tutt’altro che infrequente che si avanzino riserve su determinate sentenze imputandole proprio a maggioranze di parte. Ma, a prescindere dalla civiltà delle espressioni verbali normalmente usate, non si accetterebbero mai gli argomenti «politici» usati dal nostro premier quando commenta la sentenza della Corte.

Questo atteggiamento è strettamente connesso all’appello al popolo-elettore nel senso detto sopra. Il Presidente della Repubblica e i membri della Consulta sono stati scelti dalla parte politica avversa - insiste polemicamente Berlusconi - e quindi vanno trattati come avversari politici. L’idea del sapiente anche se faticoso equilibrio tra le istituzioni fondamentali, quale previsto dalla Costituzione, sembra estranea al nuovo populismo.

da lastampa.it
 


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'Islam e l'identità nazionale
Inserito da: Admin - Ottobre 20, 2009, 10:06:15 am
20/10/2009

L'Islam e l'identità nazionale
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Le incertezze tra gli uomini di Chiesa a proposito dell’ipotesi dell’insegnamento della religione islamica nelle scuole rivelano le incongruenze in cui si trova la gerarchia ecclesiastica in tema di insegnamento religioso. Ma l’intervento perentorio del cardinale Bagnasco che definisce l’ora di religione, quale oggi è praticata in Italia, «non una catechesi confessionale ma una disciplina di cultura» trasforma l’incongruenza in contraddizione.

Infatti se fosse vero quello che afferma il cardinale, allora l’ora di religione sarebbe un’espressione di cultura e di etica civile nazionale (addirittura con il richiamo al Concordato). I vescovi italiani, da cui dipendono gli insegnanti di religione, ne sarebbero i garanti. Di conseguenza gli islamici non potrebbero avanzare una rivendicazione analoga perché introdurrebbero nella scuola una cultura estranea alla scuola stessa. Con questo ragionamento si mostra in modo maldestro che la religione a scuola viene usata - impropriamente - come identikit o surrogato della cultura nazionale.

Ma lo zelo furbesco di promuovere la dottrina cattolica come esperienza culturale per radicarla nella scuola (equiparandola senz’altro alle altre discipline, voto compreso) si accompagna al suo impoverimento di contenuto teologico in senso proprio. La raccomandazione che talvolta fa Papa Ratzinger di non confondere fede religiosa e cultura viene smentita proprio a casa sua.

Chiariamo subito un equivoco. Qui non stiamo parlando di un tema che interessa i credenti o viceversa i soliti rompiscatole dei laici (pardon, laicisti). Non è neppure la chiamata alle armi dei difensori dell’identità italiana per contrastare l’islamizzazione del nostro Paese. E’ grottesco che in prima fila in questa eroica impresa ci sia la Lega che contemporaneamente mira a disfare la nazione italiana. Qui è in gioco il concetto di cittadinanza.

E’ in gioco la libertà di espressione e di fede di tutti i cittadini. E’ in gioco la libertà religiosa nella sue forme più qualificate, compreso il diritto all’educazione dei propri figli. Queste cose le sanno benissimo i cattolici quando sono in minoranza e devono combattere per i loro diritti. E’ incredibile che si debbano ricordare loro questi principi quando sono in comoda maggioranza. Ma siamo arrivati a questo punto in un Paese dove il ministro Maroni, dall’alto della sua competenza teologica, dice che l’Islam, privo di un’istituzionalizzazione dogmatica secondo i nostri criteri, non è una fede in sintonia con la nostra alta cultura religiosa. In questo si dichiara d’accordo con il cardinale Bagnasco.

Viene il sospetto (almeno per quanto riguarda il Presidente della Cei) che l’irrigidimento verso gli islamici sia una mossa cautelare per tenere testa all’altra richiesta, ben più impegnativa e per lui insidiosa, di introdurre l’ora di religione in Italia, basandola sul pluralismo delle confessioni e sull’analisi storica comparata delle religioni. In questo caso non c’è più l’alibi che la richiesta non sia solidamente fondata sulla pluralità delle tradizioni culturali dell’Europa e dell’Italia. Ma è un altro discorso.

Tornando all’ipotesi dell’ora di religione islamica, non siamo tanto ingenui da ignorarne i rischi e le difficoltà. Non soltanto a proposito della questione sempre sollevata circa il fondamentalismo religioso visto come la matrice del terrorismo. Non è un problema da prendere a cuor leggero. Tanto vale affrontarla a viso aperto. Ma qui vorrei ricordare un punto solitamente ignorato anche nel dibattito pubblico più disponibile al confronto interreligioso. Parlo delle incompatibilità teologiche e delle sue conseguenze.

Porterò un esempio concreto raccontando molto succintamente quanto è accaduto alcuni mesi fa in Germania, una società che per molti aspetti offre un panorama estremamente positivo dei rapporti tra le diverse culture e le diverse religioni. Si doveva assegnare un premio prestigioso ad alti esponenti delle Chiese e della cultura per i loro sforzi di dialogo interreligioso. Ma qualche settimana prima della premiazione, l’esponente islamico - un noto uomo di letteratura e di poesia - scriveva su un giornale un commento al famoso quadro della crocifissione di Guido Reni, presente in una chiesa romana. Un bellissimo pezzo estetico, letterario ma anche di contenuto teologico, che esprimeva la tesi islamica per cui l’idea di Cristo Dio crocifisso è una blasfemia per un musulmano. Una tesi che dovrebbe essere nota a tutti i conoscitori del Corano. Invece nella circostanza di quel premio scoppiò come una bomba e la tesi dello studioso islamico fu intesa come un’offesa al cristianesimo. I rappresentanti delle Chiese protestarono, si ritirarono dal premio innescando una vivacissima polemica giornalistica e mediatica. Improvvisamente il grande pubblico si rese conto che si era toccata l’incompatibilità dei punti di vista teologici.

A questo punto, come si può continuare a dialogare tra le religioni? Su che cosa si può dialogare? Ci si è presto resi conto che una minima competenza teologica reciproca (anche da parte dei laici) è una premessa indispensabile per non ridurre il colloquio interculturale e interreligioso a superficiali anche se benevole dichiarazioni di reciproca buona volontà.

Quella che è una sfida tra adulti responsabili può diventare un grosso disagio e sconcerto per le giovani generazioni che vivono fianco a fianco a scuola o in altri ambienti. Ma non è alzando barriere (pseudo) culturali o tracciando confini di separazione «identitaria» che si viene a capo di questi problemi. E’ il futuro che ci attende. Quella dei Bagnasco e dei Maroni è una risposta sbagliata.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La lezione della Merkel pragmatismo senza illusioni
Inserito da: Admin - Ottobre 30, 2009, 10:26:54 am
30/10/2009

La lezione della Merkel pragmatismo senza illusioni
   
GIAN ENRICO RUSCONI

Non convince fino in fondo ma tranquillizza. Ci si fida di lei, della sua tattica cauta e attenta alle cose, priva di enfasi. Disinvolta nel mutare opinione e schietta nel descrivere la difficoltà della situazione economica e sociale.

Non cerca alibi, non punta il dito su presunti colpevoli. Ma questa volta, nominata cancelliera per la seconda volta, Angela Merkel ha davanti a sé una prova assai più dura della precedente.

E’ paradossale dire che era più facile governare con i socialdemocratici, considerati avversari politici, che non con partiti apparentemente più affini e amici (cristiano-sociali bavaresi e liberali). Ma è così. Lo dimostra il farraginoso e poco trasparente programma di governo messo a punto nelle scorse settimane. La promessa elettoralmente vincente (fatta soprattutto dai liberali) di allentare la pressione fiscale è stata mantenuta. Ma le decisioni operative enunciate lasciano un’infinità di dubbi circa la loro incidenza effettiva in vista dell’atteso effetto di rilancio della crescita e della creazione di posti di lavoro.

Per ora l’unica cosa certa è che per far fronte alla situazione aumenterà il debito pubblico. Si è permesso di dirlo pubblicamente lo stesso Presidente della Repubblica al momento della nomina formale della Cancelliera - e con toni preoccupati. La Merkel lo sa benissimo. E ha già anticipato che non c’è alcuna garanzia puntuale per la ripresa. «Cercheremo di realizzare le cose che ci siamo ripromessi». Una scommessa, insomma.

Tanta franchezza incoraggia e insieme disarma l’opposizione che avanza molte critiche e obiezioni, di segno più disparato. Ma di grandi visioni politiche coerenti e di grandi piani programmatici non c’è traccia nel panorama politico tedesco. Il pragmatismo merkeliano vince.

Ma si tratta pur sempre di un governo di coalizione dove i partner minori hanno un disperato bisogno di profilo politico, soprattutto i liberali. Il loro leader Guido Westerwelle incarna perfettamente questo bisogno. Lo si è visto nelle settimane scorse: sempre presente, puntiglioso, con una parlata tagliente, sprizzante sicurezza e attivismo. Come vicecancelliere e ministro degli Esteri avrà un rapporto particolarmente stretto con la Merkel. E’ prevedibile che dietro la facciata cordiale il rapporto crei tensione competitiva. Ma aspettiamo di vedere quali saranno gli inevitabili punti di contrasto. Nelle ultime ore nei rituali del passaggio delle consegne di governo è ricomparso anche il vicecancelliere uscente (e sfortunato concorrente per la cancelleria) il socialdemocratico Steinmeier. Non è un mistero che tra lui e la Merkel ci fosse un’intesa che andava al di là delle reciproche competenze. Loro due incarnavano meglio di altri lo spirito della Grande Coalizione, che la Merkel non esita oggi a lodare come esperienza molto positiva.

Da questo punto di vista, la sconfitta elettorale della socialdemocrazia deve essere stata doppiamente dolorosa per Steinmeier. In fondo la Spd si è elettoralmente svenata proprio per far funzionare la «sua» Grande Coalizione. Ma non si è trattato di un episodio. Non è esagerato infatti sostenere che nel 2009 si è chiuso per la Spd il ciclo iniziato nel 1959 con il famoso congresso e programma di Bad Godesberg.

E’ stupefacente ma insieme estremamente significativo che quel cinquantenario sia passato sotto silenzio. Rimosso. È come se la cesura storica della socialdemocrazia legata a Bad Godesberg sia stata assimilata così profondamente che cinquant’anni dopo, nell’anno 2009 che ha segnato il crollo elettorale più grave del dopoguerra della Spd, nessuno abbia più la capacità e il coraggio di misurare la distanza da quell’evento.

Da Bad Godesberg - espressione diventata per antonomasia simbolo della grande svolta del socialismo tedesco - è iniziata la storia dei successi politici della socialdemocrazia, caratterizzata dalle esperienze delle varie coalizioni guidate o sostenute dalla Spd, dalle sue strategie «di partito popolare» e di governo del «nuovo centro». Questo ciclo è esaurito, ma il valore storico retrospettivo del programma di Bad Godesberg rimane intatto.

Tante volte nei decenni scorsi si è detto e scritto che quel programma aveva esaurito il suo ruolo propulsivo. Aveva svolto la sua funzione storica di ridefinizione del socialismo democratico fuori dal dogmatismo marxista, in un momento storico strategicamente importante. Ma poi la Spd avrebbe dovuto trovare e sviluppare altri nuovi contenuti al di là di quel testo programmatico. Andare «oltre Bad Godesberg» è stato un ritornello ricorrente. In effetti si sono stesi altri programmi. Ma nessuno è stato l’equivalente di quel nome-simbolo, nessuno è riuscito mai a cancellarlo dalla memoria dei socialisti tedeschi. O a sostituirlo.

E’ tempo che i socialdemocratici tedeschi ritrovino oggi la forza, il coraggio intellettuale e la capacità di ripensare radicalmente che cosa vuol dire essere socialisti nel secolo XXI, che li sta mettendo a così dura prova. Altrimenti è davvero finita. E’ paradossale che la Merkel sia stata involontariamente la loro becchina.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Crocifisso braccio di ferro inutile
Inserito da: Admin - Novembre 05, 2009, 10:15:14 am
5/11/2009

Crocifisso braccio di ferro inutile
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Il crocifisso è un pezzo d’arredamento obbligatorio dell’aula scolastica, come la carta geografica d’Italia, la fotografia del Presidente o il busto di Cavour? Oppure è uno specifico segno religioso, diventato troppo potente e problematico per essere ridotto alla «tradizione nazionale degli italiani»? Di questi italiani che non hanno più idea di che cosa significhi redenzione, salvezza, peccato ma in compenso strapazzano «le radici cristiane»? I clericali si illudono se ritengono che lo spazio pubblico, che continuano ad evocare come legittimo luogo di espressione della religione, si mantiene con una dubbia difesa giuridica della presenza del crocifisso in aula. Per questo la sentenza della Corte europea di Strasburgo suscita le solite furibonde discussioni, anziché mettere in moto un confronto ragionato di posizioni. E comportamenti coerenti. In termini giuridici la sentenza di Strasburgo è ineccepibile quando parla del «diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione». E’ un principio base di tutte le Costituzioni democratiche. Ma - si obietta - è esattamente quello che affermano anche i genitori cattolici che sostengono la necessità di esporre il crocifisso. In più per essi «la libertà di religione» comprende la manifestazione pubblica della loro fede, dei suoi segni e simboli. Scuola compresa. Il guaio è che ad essi non importa se questa esigenza entra in collisione con il principio su cui si fonda. E negano ad altri lo stesso diritto. Qui scatta un altro riflesso: il principio maggioritario, per cui l’esigenza dei dissenzienti o dei pochi rompiscatole (spesso considerati stravaganti o eccentrici) non viene riconosciuta o viene banalizzata.

Questo conflitto investe in profondità convinzioni ed emozioni. Ma non è una contrapposizione di valori a disvalori o assenza di valori - come pensano i clericali e gli agnostici devoti in politica. E’ importante insistere su questo punto se vogliamo andare alla sostanza del problema prima di vederlo tradotto in termini giuridici. Va respinta con energia l’accusa che chi (non credente o diversamente credente) vorrebbe rimuovere dallo spazio pubblico scolastico il segno della fede cristiana è una persona intollerante, insofferente, addirittura carica di astio contro la religione cristiana. Cristianofobica, si dice ora. Questa affermazione dovrebbe essere respinta per primi dai credenti seri. Qualcuno lo fa, ma troppo sommessamente e viene subito zittito come amico dei laicisti.

Lo stesso vale per l’accusa - su cui si insiste volentieri oggi - di rinnegare la tradizione popolare nazionale. Qualcuno non esita a parlare del crocifisso come di una componente simbolica dell’italianità. Il fondo della contraddizione è toccato dai leghisti che da una parte contestano e sbeffeggiano l’identità nazionale, e dall’altro difendono il crocifisso nelle scuole come simbolo intoccabile di tale identità.

Gli interrogativi di fondo sono due: il crocifisso è un segno religioso forte, specifico, storicamente e teologicamente inconfondibile (addirittura incompatibile) con altri? Oppure è un’immagine culturale, universale - di umanità sofferente, di amore universale? O addirittura è semplicemente uno straordinario motivo di creatività artistica e culturale di cui il nostro Paese è testimonianza eccezionale?

Se è vero il primo caso, vale il principio della libertà di coscienza. Ed è pertanto ridicola la protesta che la sentenza di Strasburgo miri a colpire una sensibilità preziosamente italiana. In realtà anni fa la stessa questione è stata affrontata e giuridicamente risolta nello stesso senso nella moderata e cristiana Germania, con un esemplare confronto tra la Corte costituzionale federale e la Corte regionale della Baviera. Se è vero il secondo caso, non si capisce perché - magari in nome del sempre declamato pluralismo dei valori - non si riconosca ad altre tradizioni culturali di essere portatrici - a pieno titolo - di umanità, tolleranza, solidarietà ecc.

A quanto dicono alcune rilevazioni, pare che alla maggioranza degli italiani ripugni l’idea di mettersi materialmente a staccare i crocifissi dalle aule cui ci si è abituati «tradizionalmente» appunto. Ma non credo che il punto sia iniziare un braccio di ferro tra autorità scolastiche, associazioni di genitori, gruppi di pressione vari per togliere o lasciare i crocifissi. La vera novità è non eludere il problema, parlarne in modo responsabile e pacato tra corpo docente, genitori e alunni stessi, soprattutto quelli delle classe superiori. Forse si farà la scoperta che i ragazzi sono più maturi di quanto non si sospetti. E soprattutto si smetta di «demonizzare» (è il caso di dirlo, in tempi di dubbi anche sul diavolo?) chi solleva problemi di civiltà giuridica - e non solo.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La finzione della società civile
Inserito da: Admin - Dicembre 07, 2009, 07:50:36 pm
4/12/2009

La finzione della società civile
   
GIAN ENRICO RUSCONI


In Italia esiste ancora una classe dirigente? E’ l’interrogativo che viene spontaneo osservando la paralizzante litigiosità della politica, il lamento continuo da parte di tutti i gruppi più o meno organizzati, in una società che tira avanti con alti e bassi, aspettandosi dalla politica soltanto aiuti particolari, facilitazioni, deroghe anziché un disegno complessivo di carattere generale.

Naturalmente questa constatazione provoca l’irritata accusa di disfattismo da parte dei politici della maggioranza che sono convinti di dirigere il Paese. Anzi, additano gli avversari e gli osservatori critici come i veri colpevoli della mancata trasmissione della loro sicura guida generale. Denunciano il sistematico ostruzionismo al loro ruolo dirigente del Paese.

Ma proprio questo è il punto di partenza della nostra riflessione. Come può esistere e funzionare una classe dirigente in un clima di reciproca delegittimazione e disconoscimento di autorevolezza?

Si crea un circolo vizioso che impedisce il consolidarsi di una classe la cui capacità di orientamento generale interessa e deve interessare la società nel suo complesso, prima ancora che la politica in senso tecnico.

Alla classe dirigente infatti appartengono i responsabili dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i gerenti del complesso mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali); nel nostro Paese dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è demandata l’etica pubblica e in questi ultimi tempi (di crocifissi e minareti) il ruolo surrogatorio di religione civile nazionale.

Che fine ha fatto, in questo contesto, il ceto politico in senso stretto cui compete il ruolo di «classe dirigente» in modo specifico in quanto dispone della competenza legislativa e di governo che dovrebbe guidare l’intera comunità nazionale?

Il ceto politico italiano offre una impressione singolare: da un lato fa quadrato attorno a quello che rimane il suo leader insostituibile (nonostante le sempre più insidiose messe in discussione); sembra impegnato a tempo pieno a risolvere i problemi del Cavaliere che sono dichiarati prioritari per l’intera comunità nazionale. Dall’altro lato è esposto a tutte le strattonate che provengono dalla società più o meno organizzata. A questo riguardo il ceto politico dà l’impressione di essere soltanto reattivo alle pressioni esterne.

Ma in questa situazione che cosa fanno gli altri soggetti che sopra abbiamo ricordato come componenti legittime della classe dirigente nazionale (agenzie della comunicazione e della cultura, sindacati, confindustria, sistema educativo inteso non già come una dépendance del ministero ma come luogo autonomo di formazione delle generazioni future)? Non parlo della loro azione di promozione degli interessi da loro legittimamente rappresentati, che sono parte integrante dell’interesse generale. Non parlo dei generosi e frustranti sforzi di tenere testa ad una situazione sempre più precaria - come è il caso della scuola. Mi riferisco ad una grande idea orientativa di carattere generale che dovrebbe caratterizzare «una classe dirigente» degna di questo nome. Nessuno degli attori sopra ricordati ha idee di grande respiro, tanto meno ha la determinazione di attuarle. Ognuno sembra perseguire obiettivi limitati, adattati e adattabili allo stato presente. E’ questa una classe dirigente?

Il discorso torna alla politica. Non si tratta certo di aspettarsi dalla politica un esercizio autoritativo del suo ruolo che sarebbe incompatibile con una democrazia. Ma un governo e le forze politiche da esso espresse possono esercitare un ruolo dirigente anche in presenza di un’opposizione politica forte e capace. Anzi un Paese ha una classe dirigente autentica quando chi è al governo realizza i suoi programmi in dialettica con l’opposizione. Anche nel nostro Paese, senza bisogno di idealizzare il passato, ci furono momenti in cui l’antagonismo tra le forze politiche (Democrazia cristiana in tutte le sue combinazioni e sinistra comunista) ha creato dinamismo politico-sociale e culturale anziché paralisi. Ha espresso una classe dirigente nel suo insieme.

Perché oggi - ovviamente in una situazione inconfrontabile con il passato - questa prospettiva appare impraticabile? E’ davvero Berlusconi il grande ostacolo insuperabile? Perché questo fenomeno ha un effetto tanto paralizzante anche al di fuori della ristretta logica politico-partitica?

Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana. Ha creato un nuovo ceto politico che tuttavia non pare in grado di far funzionare in modo democraticamente virtuoso i contrasti di visione e di comportamento che pure sono caratteristici della democrazia. Abbiamo insomma un ceto politico che non sa essere «dirigente» nel senso atteso.

Ma rimane da chiederci perché mai gli altri soggetti sociali che di fatto hanno ruoli di responsabilità nella comunità nazionale stentano ad assumersi essi stessi questo ruolo con iniziative pubbliche e mobilitazioni culturali - senza naturalmente supplire con questo il mestiere della politica.

O è il segno che la tanto idealizzata vitalità e autonomia della società civile è diventata una finzione?

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Merkel cancelliera indecisa
Inserito da: Admin - Gennaio 11, 2010, 10:04:00 am
11/1/2010

Merkel cancelliera indecisa
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Che cosa fa la Cancelliera? A Berlino le voci di critica contro Angela Merkel si fanno sempre più alte e insistenti. Provengono dall’interno della litigiosa coalizione di governo cristiano-democratico e liberale e dall’esterno da parte delle Chiese. È messa in discussione la sua capacità di decidere nel ruolo di cancelliere, cui la Costituzione assegna espressamente «la competenza di dettare le linee-guida della politica e di portarne la responsabilità».

Siamo davanti a una inedita polemica anche di carattere istituzionale. Questo tipo di critica riveste grande interesse per osservatori come noi, che in Italia ci apprestiamo a una ennesima stagione di confronto sulle grandi regole di governo. Guardiamo con attenzione quanto accade al modello tedesco, che spesso è preso come buon esempio di governo che sa decidere in un sistema parlamentare senza prender la strada del presidenzialismo.

Cominciamo dalle critiche di merito fatte alla Merkel per la sua indecisione politica in tema di riduzione delle tasse, di politiche per la famiglia e in generale di cauta correzione dello Stato sociale. In realtà questa indecisione riflette i contrasti e le contraddizioni interne alla sua stessa coalizione, che la cancelliera sembra non saper governare.

Liberali e cristiano-democratici hanno vinto le elezioni dell’autunno scorso a seguito di una campagna elettorale aggressiva ma equivoca. Soprattutto i liberali si sono affermati elettoralmente con una promessa semplice e popolare/populista: abbassare le tasse subito per stimolare la crescita, anche a costo di una ulteriore riduzione della spesa sociale. La ripresa economica avrebbe rimesso tutto a posto.

I cristiano-democratici (e la Merkel stessa) non erano affatto convinti di questa semplicistica ricetta, davanti al peggioramento del mercato del lavoro e al progressivo deterioramento delle condizioni dello Stato sociale, che rimane uno dei successi storici che qualificano la Germania postbellica. Oltretutto la grave crisi finanziaria mondiale è tutt’altro che risolta.

Ma pur di vincere e liberarsi della socialdemocrazia, i democristiani hanno fatto finta di nulla e si sono affidati al carisma personale della Merkel, accumulato nella gestione della Grande Coalizione con i socialdemocratici.

Questo è il paradosso: la Merkel governava meglio con «gli avversari» socialisti di ieri che con «gli amici» liberali di oggi. Sino a ieri molti democristiani si lamentavano che la Cancelliera fosse troppo di sinistra. Oggi dichiarano che la vittoria elettorale è stato «un colpo di fortuna» dovuto allo stile «presidiale» (sic) della Cancelliera a tutto svantaggio del partito democristiano che è rimasto privo di un chiaro e forte profilo politico. In altre parole la Merkel non avrebbe promosso il partito (Cdu) di cui è presidente. Contemporaneamente però i liberali accusano i cristiano-democratici di non mantenere il patto di coalizione da loro sottoscritto, che prevedeva appunto la riduzione delle tasse. E ne chiedono conto alla Cancelliera a gran voce.

A parte altri punti controversi (impegno militare in Afghanistan, ingresso della Turchia nella Unione europea) anche il tema della famiglia è oggetto di un inatteso e pesante intervento della Chiesa cattolica. «La politica perde la bussola se fa credere alla gente che si può avere tutto allo stesso tempo: la carriera, buoni stipendi e i figli» - ha dichiarato l’autorevole arcivescovo di Monaco di Baviera. Tiriamo un bilancio. Parlavo sopra della singolare accusa rivolta retrospettivamente alla Merkel dai suoi amici di partito di avere condotto la campagna elettorale vincente con stile presidenziale. È vero. Molti osservatori esterni lo avevano subito notato. Si era creata l’impressione che si stesse per scegliere un presidente alla francese piuttosto che un partito guidato da una personalità che - a norma della Costituzione - era pronta ad assumere il ruolo di cancelliere (con le sue prerogative di competenza direttiva) dopo la piena approvazione del Parlamento. Ma i cristiano-democratici, consapevoli della debolezza del proprio partito come tale, per vincere si sono adattati a questo gioco pseudo-presidenziale, potendo disporre di una Merkel che pure notoriamente non era e non è amata dalla grande nomenclatura democristiana.

Adesso il nodo è venuto al pettine. La Merkel è stata un’ottima Cancelliera nella Grande Coalizione perché, anche grazie al suo carattere paziente ma fermo, poteva contare su una sostanziale cooperazione dei due grandi partiti popolari «condannati a stare insieme». Le sue decisioni dovevano essere accettate. Adesso i «partiti della libertà» che formano la nuova coalizione sono ipercompetitivi e chiedono alla cancelliera che decida a favore dell’uno contro l’altro. La Merkel non ha ancora trovato la forza o gli argomenti per dire che le sue decisioni possono o devono per forza scontentare l’uno o l’altro. O entrambi. Ma solo così può governare. La formula del cancellierato non funziona presidenzialisticamente con l’appello alla legittimazione popolare al di là dei partiti, ma sulla convinta e ragionevole delega dell’autorità decisionale dai partiti parlamentari al premier. Che a sua volta deve possedere e conquistare autorevolezza nella gestione della coalizione. È un circolo virtuoso difficile ma l’unico che garantisce autentica governabilità. Torniamo a Berlino. Adesso tutti chiedono una «nuova partenza» della politica. La Cancelliera pur vedendo i propri indici di popolarità in discesa, sinora è rimasta silenziosa. Ma non potrà esimersi dal prendere posizione in alcuni importanti appuntamenti istituzionali e partitici della settimana entrante. Sarà la sua prova decisiva.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Lo spettacolo mal riuscito della politica
Inserito da: Admin - Gennaio 22, 2010, 09:40:05 am
22/1/2010

Lo spettacolo mal riuscito della politica
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Sulla scena politica si profila uno scontro istituzionale e costituzionale di portata decisiva. Ma la società civile è assai meno coinvolta di quanto non appaia dall’enfasi, dal fragore, dalla cacofonia della stampa e del circuito mediatico che è tutt’uno con la politica. La società civile precipita lentamente nella depressione e nell’attendismo.

In quale grande nazione democratica il premier può permettersi di dire che la giustizia del Paese, che governa, è un plotone d’esecuzione puntato su di lui - senza che si verifichi un soprassalto di indignazione? Invece da noi si reagisce con sarcasmo, con un’alzata di spalle, con cinismo. E molti danno ragione al premier.

Vista dall’esterno, la vita politica italiana si muove in tre spazi che hanno un rapporto problematico tra di loro. Per usare la metafora dell’opera teatrale, c’è la scena su cui si rappresenta o si svolge la trama della politica in senso stretto - governo del premier, partiti politici, istituzioni di garanzia costituzionale (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale). Poi c’è la sala del pubblico che talvolta fischia, talvolta applaude identificandosi con gli attori in scena. Ma da qualche tempo ormai sta a guardare perplesso, diffidente, distratto.

Nell’opera musicale tra la scena e il pubblico c’è lo spazio intermedio dell’orchestra («la fossa dell’orchestra») che nel nostro caso è occupato dal sistema mediatico di stampa e televisione che accompagna e amplifica la voce dei protagonisti ma anche e soprattutto dà o dovrebbe dar voce al pubblico.

Naturalmente qui la metafora funziona poco, perché soltanto qualche audace opera d’avanguardia richiede un’attiva interazione tra scena e pubblico - che quasi sempre finisce in una bagarre. Ma la politica italiana oggi è proprio questo: uno straordinario spettacolo interattivo mal riuscito. Sulla scena c’è zuffa continua, nella fossa dell’orchestra trionfa la cacofonia, in sala crescono l’indifferenza e la depressione.

Ma lasciamo le metafore per concentrarci sulla scena politica. È evidente che il governo del premier - chiamiamolo con il suo nome - ha accantonato ogni ipotesi di intesa non solo con l’opposizione ma nei confronti delle istituzioni della Repubblica che non esita a definire pubblicamente ostili - prima fra tutte la magistratura. Questo dichiarato stato di guerra fredda è possibile per due ragioni. Da un lato, la stabilizzazione di un ceto politico devoto e dipendente da Berlusconi al di là di ogni aspettativa. Dall’altro, l’impotenza, anch’essa al di là di ogni aspettativa, dell’opposizione politica. Solo a partire da questi due dati di fatto si può capire l’attuale situazione.

Oggi Berlusconi è in grado di compattare attorno a sé, nella sua strategia di autodifesa personale e nei suoi progetti politici, un ceto politico (maggioritario in termini aritmetici) che identifica il proprio destino politico con quello del Cavaliere. È un fatto oggettivamente straordinario che non ha trovato ancora una spiegazione convincente. Questo ceto politico (che è un mix di vecchio e di nuovo) è convinto che la sua fortuna politica dipenda letteralmente e totalmente dalla sopravvivenza politica di Berlusconi. Sin tanto è convinto di questo, seguirà il Cavaliere nella sua guerra contro la magistratura e contro l’intera struttura istituzionale della Repubblica se e quando ostacola i suoi progetti.

Ma quello che appare un punto di forza della maggioranza deve diventare il punto di attacco dell’opposizione. Il fuoco del confronto, del dibattito, della dialettica politica va spostato dall’ossessiva concentrazione sulle parole, sulle mosse, sui tic del Cavaliere e va riorientato verso il gran numero dei politici che lo seguono. Sono loro che vanno cercati e sfidati nel confronto sui temi della giustizia e del presidenzialismo. Sanno articolare ragioni e argomenti o sono soltanto ripetitori del Cavaliere?

Al momento nessuno sa quale esito avrà lo scontro sulla giustizia che arriverà a toccare i due organi di garanzia per eccellenza del nostro sistema democratico: la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica. Il pessimismo sulla condizione spirituale della nazione (mi si perdoni questa espressione obsoleta nella nostra età volgare) non si spinge al punto da temere o ipotizzare qualcosa di irreparabile a questi livelli. Teniamo fermo l’ottimismo della volontà. Credo che la sfida più insidiosa si presenterà quando sul tavolo della politica compariranno i progetti sul rafforzamento delle competenze dell’esecutivo e le varie ipotesi di presidenzialismo. Occorre arrivare preparati, informati e competenti a quell’appuntamento. È bene che l’opposizione antiberlusconiana si prepari sin da ora. Sarebbe sbagliato e tragico coltivare un atteggiamento negativo e diffidente verso le riforme dell’esecutivo. Sarebbe intelligente giocare d’anticipo.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Germania in salsa italiana
Inserito da: Admin - Febbraio 23, 2010, 10:46:31 am
23/2/2010

Germania in salsa italiana
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Come sta la Germania? Lo sciopero dei piloti Lufthansa, che stava penalizzando fortemente il traffico aereo europeo e internazionale, ha fatto temere che «ormai anche i tedeschi» si comportino nei conflitti di lavoro come gli altri europei. Senza preoccuparsi cioè dei costi e dei disagi scaricati sulla collettività, in un momento economicamente difficile. Ma la sospensione dello sciopero stesso, annunciata ieri sera, ha confermato che le tradizionali procedure sindacali funzionano ancora.

In realtà la moderazione nel conflitto sociale, che da decenni era una caratteristica della Germania, sta tramontando. Nel caso specifico della Lufthansa il problema è complicato dal fatto che l’imponente compagnia aerea tedesca gestisce parecchie altre compagnie subalterne, sparse sull’intero continente. Nascono complesse questioni di trattamento di un personale molto diversificato e di operatività delle rotte. E’ un quasi-monopolio che governa strumentalmente differenze regionali e nazionali.

In questa situazione il corpo professionale dei piloti si sente colpito in modo particolare e reagisce duramente, incurante della proteste che si alzano da ogni parte. Il tutto accade in una Germania già in difficoltà per altre ragioni.

In realtà ci sono parecchi segni di un cambiamento del «modello tedesco» - in senso negativo. Da fenomeni di corruzione a sorprendenti défaillances nel funzionamento dei servizi pubblici. Nel frattempo la politica si trova in uno stallo. Da qui l’interrogativo su «come sta» davvero la Germania.

Davanti alla scoperta di episodi di corruzione negli appalti di opere pubbliche e di una massiccia evasione fiscale tramite esportazione illegale di capitali (in Svizzera innanzitutto) è difficile dire se si tratti per la Germania di una patologia normale, per così dire, tipica per una qualunque società avanzata. Oppure segnala un salto di qualità pericoloso, «all’italiana» - appunto - come si dice con brutale franchezza. Ma non è proprio il caso di parlare semplicisticamente di omologazione al sistema italiano perché nel frattempo il nostro sistema sta prendendo strade avventurose difficilmente imitabili.

Di fronte a questi fenomeni la reazione dell’opinione pubblica tedesca è fermissima. A nessuno viene in mente di indagare sull’operato dei giudici, per vedere se sono politicizzati o se rispondono alla fantomatica «giustizia ad orologeria» di cui si parla con disinvoltura a casa nostra. Eppure nel caso della scoperta della massiccia esportazione illegale di capitale lo Stato tedesco ha usato metodi eticamente o legalmente dubbi, utilizzando informatori prezzolati, forse addirittura ricattatori.

Si tratta di un problema serio e controverso. Si sono sentite valutazioni differenti tra i partiti e all’interno dei partiti. Ma non si è mai percepita quella sorta di complice comprensione per la fuga dei capitali che talvolta traspare nelle parole e negli atteggiamenti di politici e funzionari nostrani.

Discorso diverso vale per le disfunzioni e le inefficienze che si sono improvvisamente manifestate nei servizi pubblici. Vengono ritirati urgentemente treni ad alta velocità per interventi tecnici strutturali, con sensibili conseguenze negative sulla normalità dei servizi. La metropolitana di superficie berlinese (S-Bahn) da mesi incappa in disfunzioni che incidono pesantemente sulla normale circolazione dei mezzi pubblici della metropoli.

Da ultimo va menzionato l’incredibile stato di abbandono in cui è rimasta per alcuni giorni la città di Berlino dopo un’abbondante nevicata e la seguente formazione di ghiaccio. Ne sono derivati non tanto il prevedibile rallentamento del traffico automobilistico ma gravi difficoltà per i normali cittadini che per alcuni giorni hanno dovuto avventurarsi su marciapiedi impraticabili o ghiacciati a proprio rischio e pericolo.

«Tutto qui?», si dirà. Certo. In effetti la popolazione berlinese ha reagito con pazienza e un normale mugugno, ma molti si sono chiesti se questo episodio più che eroica rassegnazione non abbia segnalato una sorprendente caduta di efficienza dell’amministrazione. Un caso isolato?

Veniamo alla politica. Rimane l’impressione di una continua impasse della coalizione nero-gialla (democristiani e liberali). A dispetto delle enfatiche promesse di rinnovamento con le quali si è affermata nelle elezioni del settembre scorso, non riesce a produrre nulla di incisivo. Nel governo rimangono tensioni e litigiosità. La promessa di una sensibile riduzione delle tasse rimane una promessa. In compenso una sentenza della Corte Costituzionale costringe ad intervenire a sostegno dei minori nelle famiglie disagiate. In altre parole, un aumento della spesa sociale, che si sarebbe voluto gradualmente alleggerire.

La cancelliera Angela Merkel non ha ancora trovato lo slancio necessario per correggere l’immagine di indecisione e irresolutezza, di cui abbiamo parlato settimane fa su questo giornale. A meno che proprio la sua cautela e prudenza nel muoversi interpreti il sentimento dominante della società tedesca ripiegata immobilisticamente su se stessa e sui suoi problemi. Insomma la Germania, nonostante il buon funzionamento delle sue istituzioni correnti, è diventato un Paese difficile da guidare energicamente in avanti.



Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La soluzione non dipende dal Quirinale
Inserito da: Admin - Marzo 05, 2010, 10:13:18 am
5/3/2010

La soluzione non dipende dal Quirinale

GIAN ENRICO RUSCONI


È l’ora della politica, quella vera. Quella che decide nei casi d'emergenza. O è l'ora dell'ennesimo aggiustamento che non va alla radice del problema?

L'ipotesi di elezioni regionali profondamente alterate, per l'impossibilità di milioni di cittadini di esprimersi nelle loro scelte, non è il risultato di banali contrattempi ma di dilettantismo e di indecenza politica inaccettabili.

Che la colpa sia di rappresentanti di partiti che sono al governo, pone il governo stesso in una posizione estremamente imbarazzante. Se è suo dovere intervenire a sanare una situazione che oggettivamente danneggia l'intera comunità politica, non può far finta che il danno non sia stato procurato dai suoi sostenitori. Per non parlare del discredito in cui è precipitato, per le scomposte reazioni di qualche suo rappresentante che invocava una protesta «antiburocratica» di piazza.

La Magistratura ordinaria ha fatto il suo dovere, con scrupolo. Ma sotto la pressione del tempo, difficilmente la procedura dei ricorsi - sino al Consiglio di Stato - avrebbe consentito tempestivamente l'eventuale disinnesco della eccezionale situazione politica venutasi a creare. Forse neppure una Corte Costituzionale funzionante come quella tedesca, sarebbe stata in grado di intervenire - come è suo costume - in modo rapido, autorevole, decisivo.

Da noi, invece, impropriamente ci si rivolge alla Presidenza della Repubblica come se fosse un sostituto politico della Corte Costituzionale. Il discorso sull'aumento smisurato delle aspettative verso il Quirinale ci porterebbe troppo lontano. Ma prima o poi dovremo farlo.

Rimaniamo all'emergenza di oggi. Alla fine essa approda sul tavolo del governo, ma - non dimentichiamolo - nel nostro Paese secondo la nostra Costituzione l'istanza politica sovrana è il Parlamento. E' lì che ci aspettiamo la risposta politica vera a quanto è accaduto, non l'ennesima baruffa sull'ennesimo decreto.

In realtà in questa drammatica congiuntura paghiamo lo scotto dello scadimento di qualità della nostra classe politica (risparmiamoci il doveroso elenco delle eccezioni). Quando da tempo scriviamo che non abbiamo una classe politica dirigente degna di questo nome, non facciamo una esercitazione accademica. Domani o dopodomani ne avremo la prova.

Facciamo un sogno: che il governo chieda scusa pubblicamente ai cittadini; che l'opposizione risponda con un significativo silenzio; che la Camera tutta riconosca autocriticamente che la vita politica italiana da troppo tempo non è all'altezza delle aspettative dei cittadini; che tutte le parti politiche promettano di comportarsi lealmente e consensualmente. Purtroppo è solo un sogno.

In queste ore se a sinistra si nota una grande discrezione - non è chiaro se per senso di responsabilità o per incertezza su come comportarsi - nel centrodestra regna confusione completa. A parte il tirarsi fuori polemico e sarcastico degli uomini della Lega, il berlusconismo affronta il suo momento peggiore perché inatteso nella forma e nella sostanza. Ma indirettamente paga il suo vizio di fondo. Infatti il leader factotum che deve pensare a tutto ha bisogno di esecutori, tecnici, collaboratori, sostenitori - non di soggetti politici che interagiscono democraticamente con lui. Le istituzioni e le procedure poi appaiono fastidiose, fanno perdere tempo. Quando non sono considerate per principio strumenti ostili in mano agli avversari. Come tentano ancora di dire alcuni rappresentanti del centrodestra.

E' probabile che il leader factotum in questo momento, dopo aver incrociato le dita affinché passi indenne la bufera, stia pensando di ricorrere alla tecnica politica più diretta che gli è cara: trasformare la prossima consultazione regionale in un plebiscito personale. Ma per fare questo ha bisogno non già di una classe politica ma di una compagnia di sostegno, fatta da uomini e da donne che gli fanno da coro. E di un apparato mediatico che per un malinteso scrupolo professionale ha rinunciato al suo ruolo e ha paura della sua ombra. Siamo daccapo.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Il silenzio è il rimedio peggiore
Inserito da: Admin - Marzo 12, 2010, 08:31:11 am
12/3/2010

Il silenzio è il rimedio peggiore
   
GIAN ENRICO RUSCONI

Quello che sta accadendo nella Chiesa cattolica tedesca, dopo l'inattesa esplosione e l'apparente incontrollabilità dello scandalo della pedofilia e della violenza sui minori in alcuni istituti religiosi, è molto serio.

Con risonanze profonde e riflessi diretti in Vaticano, perché Papa Ratzinger reagirà tenendo conto di come si svilupperà il caso in Germania. Ci si aspetta una risposta non soltanto disciplinare ma anche e soprattutto di natura religiosa e teologica.

Mi spiego. Cardinali, ecclesiastici e difensori d'ufficio rispondono o reagiscono alla vergogna pubblica appellandosi a patologie psicologiche, a pedagogie sbagliate, ad esistenze umane infelici. Nessuna argomentazione religiosa.

Apparentemente è un sollievo per tutti poter dire che «la religione non c'entra», che il problema non è religioso ma pedagogico. Certo. Ma non è proprio la Chiesa a presentare se stessa come la vera ed unica educatrice affidabile? Specificatamente nella gestione della «sana sessualità»? Accompagnandola con le polemiche continue contro il modernismo laicista licenzioso e permissivo - soprattutto in tema di omosessualità?

Chiariamo subito un possibile equivoco: nessuno intende mettere sotto accusa o sotto sospetto le istituzioni educative dirette da religiosi come tali. Assolutamente no. Abbiamo troppo rispetto della Chiesa per non essere sinceramente dispiaciuti per quanto sta accadendo. Ma proprio per questo ci aspettiamo una reazione rigorosa e forte.

Invece in Germania accanto ad impressionanti confessioni pubbliche spontanee di alcuni educatori implicati, accanto a coraggiose autodenunce da parte di responsabili di istituti coinvolti, al massimo livello gerarchico si è sentita la voce irritata dell'arcivesovo di Ratisbona contro la ministra della Giustizia, che aveva lamentato la mancata collaborazione della Chiesa nel fare sistematicamente piena luce sugli episodi.

In Germania sembra profilarsi una certa tensione tra la Chiesa cattolica e lo Stato che si sente in dovere di rispondere ad un'opinione pubblica sconcertata, che ogni sera viene informata dai telegiornali (spesso come prima notizia) dell'ultima rivelazione di abusi su minori. Giustamente il governo non può rimanere indifferente quasi si trattasse di una questione che possa risolversi privatamente tra psicologi, avvocati e magistrati. Si è davanti ad una emergenza pubblica che esige la piena e leale collaborazione dell'istituzione ecclesiale. Si fanno così varie proposte di «tavole rotonde pubbliche», sulle quali tornerò più avanti.

Riprendendo la problematica generale, l'unico nesso evocato per ora - ad alto livello - per spiegare i comportamenti patologici di alcuni uomini di Chiesa è la questione del celibato. Nel mondo cattolico questo tema solleva notoriamente sempre molto rumore. Ma esso diventa davvero significativo e discriminante soltanto se si riconosce che le sue radici scendono in profondità nella visione religiosa e teologica cattolica tradizionale. Ciò che manca è una sorta di rivoluzione teologica in tema di sessualità, di cui non si vedono ancora i segni. Lo stesso vale per la richiesta che le donne abbiano finalmente un ruolo più significativo e riconosciuto nella Chiesa. Anche questo è vero. Ma sin tanto che non si rompe il tabù del sacerdozio femminile, la questione rimane irrisolta. Insomma gli scandali di oggi non sollevano semplicemente un problema di disciplina ecclesiastica ma la necessità di una revisione teologica radicale.

Ma qui urtiamo contro l'insuperata incapacità degli uomini di Chiesa di coniugare il dato religioso-teologico tradizionale con la (post) modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest'ultima come quintessenza della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l'originale moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche.

Nel mondo pluriconfessionale tedesco ci sono fortunatamente anche episodi di segno opposto. Alcune settimane fa la Presidentessa delle Chiese evangeliche, il vescovo-donna Margot Kaessmann, è incappata in un increscioso incidente. Con cattivo gusto da sagrestia la nostra stampa (anche quella che si ritiene laica) si è limitata a scrivere che la «papessa ubriaca» era stata beccata dalla polizia e costretta alle dimissioni. Da noi tutto è finito lì. In Germania invece per alcuni giorni il pubblico ha assistito sui giornali e nei grandi mezzi televisivi ad una straordinaria manifestazione di dignità, di senso di responsabilità e di altissima religiosità della donna-vescovo che ha considerato il suo errore incompatibile con il suo ruolo istituzionale. Molti hanno avuto la conferma paradossale che la Chiesa evangelica tedesca - matura anche per quanto riguarda la teologia della sessualità - meritava proprio quella donna al suo vertice.

Tornando alla questione degli scandali sui minori può darsi che nelle prossime settimane si arrivi a due tavole rotonde pubbliche. Una, proposta dalla ministra della Giustizia, dovrebbe essere riservata ai rappresentanti delle istituzioni coinvolte e alle vittime. Bisognerà parlare anche di risarcimenti. L'altra iniziativa promossa dalla ministra della Famiglia e da quella dell'Istruzione (e caldeggiata dalla stessa cancelliera Merkel) dovrebbe essere aperta anche alle associazioni dei genitori e avere come obiettivo la prevenzione degli abusi e l'aiuto psico-pedagogico alle vittime.

La strada della discussione pubblica aperta è la più giusta e coraggiosa. Ne aspettiamo gli esiti. Mentre da noi in Italia si tace.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Ue, Germania ingrata
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2010, 04:53:53 pm
27/3/2010

Ue, Germania ingrata

GIAN ENRICO RUSCONI


L’egemonia tedesca in Europa si conferma nel momento in cui non si dichiara apertamente come tale, ma minaccia oscuramente di ritirarsi dal gioco.

Gli europei devono decidersi. O criticano la Germania perché alla fine riesce sempre a imporre, con qualche compromesso, il suo punto di vista su questioni di interesse comunitario generale - esercitando un’egemonia di fatto. O chiedono alla Germania di assumersi essa stessa, con un sovraccarico di responsabilità, un ruolo di guida perché «in ogni sistema monetario di Stati, con cambi fissi come con moneta unica, ve ne deve essere uno che esercita funzione di leadership» (così scrive Luigi Spaventa su la Repubblica). Ma non si possono dire o chiedere contemporaneamente entrambe le cose.

La complessa costruzione dell’Unione Europea non doveva surrogare, con la sua autorevolezza collegiale, proprio una qualunque guida o egemonia nazionale? Ieri invece si è visto che la decisione compromissoria presa a Bruxelles, a proposito della Grecia, è stata presentata - senza pudore - come un accordo tra Germania e Francia. Anche se il ruolo di Sarkozy in questa circostanza è sembrato più quello di principe consorte della cancelliera Merkel.

Quanto sta accadendo in questi giorni porta alla luce un difetto di costruzione dell’Unione. O meglio, un difetto che si è creato gradualmente con l’ingresso di sempre nuovi membri, accolto con un misto di generosità e di calcolo opportunistico da parte dei vecchi membri fondatori.

La Germania è stata la protagonista principale di questo processo e dell’intera costruzione istituzionale europea. Adesso sembra pentita. Addirittura si mette in contrasto con la Bce (come ha bene analizzato su La Stampa di ieri Stefano Lepri).

Dopo anni, i tedeschi ricominciano a dire - senza pudore, anche in questo caso - che alla fine degli Anni Novanta hanno sacrificato il loro marco alla moneta comune europea. Come se il loro fosse stato un sacrificio puro e semplice. Hanno evidentemente dimenticato che cosa ha significato il 1989-90 per l’Europa intera. Adesso ripetono che di sacrifici non ne vogliono fare più. Questa è l’opinione corrente della gente comune quando si ipotizzano aiuti straordinari a membri dell’Unione indisciplinati e scorretti (come i greci e altri possibili Stati).

La cancelliera Merkel interpreta perfettamente, con il suo stile di severa padrona di casa, questa sentimento diffuso. Anche se non è chiaro se la grinta decisionista che mostra verso l’esterno non compensi la sua indecisione nella gestione quotidiana dei problemi interni. Certamente fa bene alla sua immagine pubblica. Qualche giornalista ha tirato fuori lo stagionato concetto di sapore bismarckiano di «Cancelliera di ferro».

A livello di Unione Europea non siamo davanti a una semplice controversia di natura tecnico-finanziaria, ma a un conflitto politico, tra i più seri degli ultimi anni. Tocca infatti i rapporti di forza e le competenze decisionali dell’istituzione comunitaria di fronte a quelle dei singoli Stati membri.

Se vogliamo usare la solita parola «crisi», mai come in questo caso il concetto di «crisi» ha ripreso il suo significato etimologico, originario, di urgenza di una «decisione» per uscire da una impasse paralizzante. Ma si tratta di una paralisi latente da tempo nelle istituzioni europee. La loro collegialità infatti è diventata una finzione. O, se vogliamo, ha coperto un equilibrio sempre più precario tra gli Stati «padroni» dei trattati costitutivi dell’Unione e la rivendicazione d’autonomia decisionale delle istituzioni di Bruxelles. Il tracollo finanziario greco ha fatto precipitare la situazione.

La Germania è sempre stata una convinta promotrice e sostenitrice dell’equilibrio appena descritto. In esso ha goduto di un peso specifico adeguato alla sua consistenza economica, finanziaria e politica. E non è mancato chi - come dicevamo all’inizio - dietro tale equilibrio vedeva in realtà una sottile egemonia tedesca.

Adesso sull’onda della crisi a Bruxelles si riparla di rilancio della politica economica comune. Dobbiamo crederci? Si devono reinventare regole nuove per affrontare situazioni impreviste o vanno semplicemente applicate seriamente e severamente le regole esistenti?

Le regole con cui si è costruita faticosamente e gradualmente l’Unione attraverso i suoi trattati non prevedevano i crolli finanziari di dimensioni planetarie, le bancarotte catastrofiche, i fraudolenti trucchi fiscali e finanziari dei mesi scorsi. Ma queste patologie potevano/dovevano essere evitate secondo le regole esistenti?

In realtà tutte le autorità competenti, comunitarie e nazionali, sono state prese in contropiede e hanno reagito affannosamente, in ordine sparso. La Germania in particolare si è accollata un pesantissimo onere finanziario per contenere la crisi delle proprie banche. Adesso, appesantita da un debito pubblico enorme, non sente affatto il dovere di intervenire - in nome della solidarietà europea - a salvare Stati che sono stati imprevidenti, incapaci, incompetenti. Se i governi nazionali hanno sbagliato, devono pagare. Addirittura con la minaccia di uscire dalla zona dell’euro.

Il ragionamento non fa una grinza e soprattutto è popolare in Germania. Ma è la campana a morto della solidarietà dell’Ue.

Dove si è sbagliato? Si rifanno vivi gli analisti e i politici che anni fa avevano invano sconsigliato l'ampliamento dell’Unione verso Stati poco affidabili. Addirittura si rimpiange l’idea del «nucleo duro» europeo (Kerneuropa), composto dai vecchi Stati firmatari del Trattato di Roma.

Ma l’ipotesi di un ritorno indietro è impraticabile. La messa in atto di rigorose misure disciplinari contro gli Stati inadempienti sarà inevitabile, ma non sarà la soluzione del problema. Rimane la strada più difficile: una politica monetaria comune ha senso soltanto se è basata su politiche economiche, produttive e del lavoro comuni. Insomma si ha una grande politica comune. Ma questo ci riporta al precario equilibrio tra gli interessi degli Stati nazionali di cui stiamo parlando.

L’Europa è dunque prigioniera di un circolo vizioso? La Germania - per ora - ha mandato un forte segnale d’allarme.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'accettazione di un primato
Inserito da: Admin - Aprile 13, 2010, 06:16:13 pm
13/4/2010

L'accettazione di un primato

GIAN ENRICO RUSCONI

Il comunicato diramato dalla Santa Sede, nella versione ufficiale diffusa in lingua italiana, contiene un passaggio centrale che non dovrebbe prestarsi ad equivoci.

Si deve sempre seguire la legge civile nella denuncia dei crimini di pedofilia alle autorità competenti». Il testo ufficiale in lingua inglese per altro dice: «Civil law should always be followed». In ogni caso si presuppone una cultura del primato della legge civile, di cui dovrebbero essere convinti innanzitutto gli uomini di Chiesa. Soprattutto quelli che si assumono la responsabilità di giudicare in sede interna, in via preliminare - ma discriminante - il comportamento dei sacerdoti sospettati di pedofilia.

Naturalmente ancora diverso è il caso di una denuncia fatta non dall’autorità ecclesiastica ma da chi parla a nome delle vittime. Ma anche in questo caso si suppone che la Chiesa debba collaborare senza riserve con la legge.

Spero che ora non si cominci a disputare se il testo reso noto dal Vaticano riveli il senso vero delle normative precedenti; che in fondo si sarebbe dovuto procedere sempre così; che non c’era bisogno degli attacchi diffamatori al Papa per arrivare a questa conclusione ecc. Così come mi auguro che non si voglia ridurre il gesto del Vaticano all’estremo tentativo di autodifesa per chiudere rapidamente una vicenda dagli effetti disastrosi. Per dimostrare soprattutto che la persona di Papa Ratzinger è al di sopra di ogni sospetto.

Se misurato alle infelici e inadeguate reazioni di alcuni uomini di Chiesa, il testo del comunicato della Santa Sede segna una svolta importante nel riconoscere le prerogative delle autorità civili, cui ci si deve rivolgere, sia pure dopo un’opportuna valutazione interna all’istituzione.

Ma - come dicevo - questo presuppone una cultura della legge civile e un’adeguata attenzione alla nuova sensibilità collettiva su questi problemi. La dimensione giuridica infatti è solo un aspetto della questione. Il punto cruciale è che la valutazione della gravità degli abusi sui minori (compresi i «semplici» maltrattamenti fisici e psicologici) non può e non deve essere lasciata alla discrezione degli uomini dell’istituzione ecclesiastica in forza di una loro presunta più profonda conoscenza della natura umana.

Uso intenzionalmente questa espressione perché non è passato molto tempo da quando, nel clima delle polemiche sui temi della bioetica, alcuni uomini di Chiesa hanno rivendicato pubblicamente la loro speciale «competenza» in fatto di natura umana. La tristissima vicenda, di cui stiamo parlando ora, ha dimostrato che la competenza degli uomini di Chiesa e soprattutto la loro capacità di reagire a questa problematica è fragile e discutibile come quella di tutti gli umani.

Se la patologia della pedofilia è relativamente circoscrivibile - appunto in quanto patologia -, dietro ad essa si è messo in moto un discorso pubblico infinitamente più complesso sulla sessualità come tale.

È inutile irritarsi o protestare per i cortocircuiti che si creano a questo proposito tra una questione e l’altra. C’è da augurarsi che, chiarita una volta per tutte la problematica della pedofilia negli ambienti ecclesiastici e in generale negli istituti educativi, venga ripreso in modo maturo un discorso più ampio sulla sessualità nella dottrina e nella realtà della Chiesa.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La sfida di Angela a Bruxelles
Inserito da: Admin - Aprile 28, 2010, 09:00:37 am
28/4/2010

La sfida di Angela a Bruxelles

GIAN ENRICO RUSCONI

E’ una prova di leadership per la Germania, all’interno e verso l’esterno. Anche una prova per la cancelliera Angela Merkel che, di fronte al precipitare della crisi finanziaria dello Stato greco, deve dimostrare come la Germania sa mantenere con fermezza il suo ruolo insostituibile per la stabilità non solo monetaria in Europa. Ma senza distruttive rigidità. E sa tenere a freno i crescenti umori anti-europei, che dilagano non solo sulla stampa cosiddetta «popolare» ma dentro alla classe di governo. Non sarà facile per la Merkel, ma deve farcela.

Che cosa succederebbe infatti se la Germania negasse il suo apporto all’operazione di sostegno alla Grecia, coordinato internazionalmente, mettendo a repentaglio la solidità della moneta comune? E’ un’ipotesi semplicemente inconcepibile.

La Merkel del resto non pensa affatto a ritirare il suo contributo per la Grecia. Le sue cautele nascono dalla volontà di verificare sul serio la consistenza dei propositi greci circa le misure di risparmio e risanamento statale, che sin dall’inizio erano tra le precondizioni dell’operazione di aiuto. Deve poter mostrare che non si è trattato soltanto di una finzione; di un’altra «presa in giro da parte dei greci» come pensa la stampa tedesca ostile.

Deve poter convincere i tedeschi che la Grecia farà sul serio. Talvolta si ha l’impressione che il vero avversario della Merkel sia la campagna elettorale in pieno svolgimento per le importanti elezioni regionali del Nord Reno-Vestfalia. Che cosa succederebbe se il governo si lasciasse condizionare dal ricatto degli elettori che sono contrari ad ogni aiuto agli immeritevoli e un po’ imbroglioni greci, mentre i buoni tedeschi devono tirare la cinghia? Siamo a questo livello di comunicazione. Siamo a questo punto dopo tanta retorica europeista e tanta euforia per l’euro.

Detto questo, è fuori luogo che da noi si elevino vibrate critiche al comportamento tedesco, ricordando passate stagioni in cui sono stati gli italiani ad essere oggetto - da parte tedesca - di ingiusti sospetti di indegnità a far parte della moneta europea. Diciamo pure che quella sgradevole (e non dimenticata) stagione è stata una lezione per tutti - per gli italiani e per i tedeschi. Ma la crisi greca di oggi si pone su un altro livello.

Quando la crisi si presenta con i tratti anonimi del grande incontrollabile tracollo finanziario, con l’apparizione altrettanto inquietante della «grande speculazione internazionale», anche la politica perde l’orientamento. E’ naturale che scattino riflessi di pura e semplice autodifesa, di chiusura verso l’esterno. Di colpo l’Europa (nel caso della Grecia) ridiventa «esterno».

Non serve neanche fare critica retrospettiva. E’ probabile che negli anni scorsi si sia stati troppo imprudenti nell’allargamento facile e incontrollato dell’Unione. Quella che sembrava lungimiranza e generosità, si è rivelata faciloneria e irresponsabilità. Ma è stata anche incompetenza da parte di chi doveva controllare e prendere decisioni. E’ una dimostrazione in più che la costruzione politica dell’Europa è deficitaria.

Adesso si deve intervenire con urgenza. In queste circostanze ci si trova davanti alla rilevanza di fatto della Germania. E' inutile rimproverarle riluttanza o egoismo. Se la Germania conta, è giusto considerare le sue ragioni. Se essa deve assumersi le sue responsabilità - come qualcuno dice con una sfumatura di rimprovero - si deve accettare che ponga qualche ragionevole condizione. La si deve considerare quale è: una nazione leader in un’Europa senza leader.

da lastampa.it


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Una Merkel non basta a Berlino
Inserito da: Admin - Giugno 03, 2010, 04:35:20 pm
3/6/2010

Una Merkel non basta a Berlino
   
GIAN ENRICO RUSCONI

Dopo due giorni di sconcerto e di disappunto, la classe politica tedesca - grazie alla forza delle procedure istituzionali per la nomina del nuovo Presidente della Repubblica - riprende il controllo di quella che poteva configurarsi come una crisi istituzionale.

Come definire diversamente infatti il gesto, grave proprio perché meditato e motivato, di un Presidente della Repubblica che sente su di sé il sospetto di essere giudicato non all'altezza delle sue competenze istituzionali? Se ne va perché si sente disapprovato, isolato, non preso in considerazione dal governo?

In realtà non è facile trovare l'aggettivo che dia contenuto «costituzionale», per così dire, alla somma di sentimenti soggettivi che ha portato Hoerst Koehler al gesto assolutamente inatteso e irrituale di andarsene. Impressionando i tedeschi per la sua sincerità e insieme intrattabilità.

Ma la sostanza della crisi virtualmente istituzionale sta proprio qui. Sta nel non-detto-sino-in-fondo da parte degli interessati. C'è qualcosa che non va nei rapporti tra i vertici delle massime istituzioni tedesche?

Tutto aveva sempre funzionato senza grosse difficoltà tra i palazzi della politica, in particolare tra la Cancelleria e il «Castello di Bellevue» (l'equivalente del Quirinale). Era andata così anche nel primo mandato Koehler. Poi improvvisamente nel suo secondo mandato, dopo aver alternato lunghi pesanti silenzi ad interventi altrettanto significativi, il Presidente sembra dire quello che non ha mai osato dire: che ci sta a fare un Presidente della Repubblica se la sua comunicazione su temi di interesse collettivo cruciale e urgente (le responsabilità della crisi internazionale, la politica del governo, l'intervento militare in Afghanistan) viene trattata come una delle tante opinioni politiche? Anzi criticata con particolare durezza, senza che il governo reagisca in modo significativo, lasciando intendere che la sua politica non si lascia influenzare dalle opinioni del Capo dello Stato? La Cancelleria e la coalizione di governo sono autosufficienti. Punto e basta.

La Repubblica federale di Germania funziona così. Non a caso da tempo pubblicisti e giornalisti amano parlare di stile «presidenziale» della Merkel, alcuni deplorandolo altri augurandoselo. Come se quello della Merkel fosse un surrogato o una variante tedesca di un presidenzialismo di fatto. Lo si vede in particolare negli incontri della cancelliera con il Presidente francese all'Eliseo. E' da lì che si misura quanto sia lontana la Bellevue berlinese.

Eppure, immediatamente dopo le dimissioni di Koehler si è detto e si è scritto che esse mettevano in gravissima difficoltà il governo Merkel. Si è ricordato che il secondo suo mandato era stato salutato come un'affermazione della cancelliera in previsione anche della nuova stagione democristiana-liberale. Poi le cose non sono andate nel verso giusto. Si è creata una crescente estraneità; Koehler si è sentito isolato, nel senso detto sopra, frustrato forse, nel non essere consultato in decisioni che riteneva di rilevanza nazionale.

Ma adesso è inutile continuare a speculare sulle motivazioni personali. Il punto è che la cancelliera Merkel e l'intera classe politica - ripresasi dallo choc - sono compatte nella ricerca di un successore che non sollevi nemmeno il sospetto che tra il Presidente della Repubblica e il governo possano nascere tensioni di carattere costituzionale.

Sin dai primi commenti al caso Koehler, ha guadagnato posto centrale l'osservazione che lui non è mai stato un «vero politico» ma un uomo cresciuto tra banche e organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale. E quindi non aveva sempre la sensibilità adeguata per capire e trattare con la politica quotidiana. In realtà questo modo di giudicare ha disinvoltamente rovesciato le argomentazioni che a suo tempo avevano portato alla elezione di Koehler e quindi alla sua ri-elezione.

Questo repentino mutamento di opinione (confermato negli ambienti democristiani come necessità che il nuovo Presidente della repubblica provenga «dalla politica attiva») non rispecchia soltanto la legittima aspettativa che si esca rapidamente dalla vacanza istituzionale.

Conferma soprattutto la convinzione della classe politica che il «sistema Germania» nella sua complessa articolazione istituzionale, di cui all'estero viene colta soprattutto la centralità del cancellierato - sottovalutando ad esempio la dimensione federale, che è il vero ammortizzatore politico dei conflitti - funziona e deve continuare a funzionare.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7433&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La lezione di Cavour sulle alleanze
Inserito da: Admin - Giugno 08, 2010, 10:24:13 am
8/6/2010

La lezione di Cavour sulle alleanze
   
GIAN ENRICO RUSCONI

L’unità d’Italia non è stata semplicemente il risultato di una straordinaria mobilitazione interna, vitale pur nelle sue contraddizioni e velleità. L’unità è stata anche il prodotto di una dinamica internazionale, genialmente colta e gestita da un uomo che sapeva di dover muovere temerariamente il piccolo Piemonte nel «sistema delle potenze».

Negli interstizi delle loro tensioni.

Ma se non fosse entrato in quel gioco duro e pericoloso, il Piemonte non ce l’avrebbe fatta. Questo l’aveva capito Cavour sin dall’avventura di Crimea e si è comportato in coerenza. Era l'unico statista che sapeva farlo nel pur ricco panorama di intelligenze e di passioni del Risorgimento.

Nella sua appassionata e convincente lezione di storia dell’altro giorno a Torino, il presidente Giorgio Napolitano ha individuato con precisione nel luglio 1859 (dopo l’accordo di Villafranca che interrompeva la guerra contro l’Austria) lo snodo cruciale della vicenda risorgimentale. Anzi «il punto di rottura» che fa mutare a Cavour la prospettiva stessa sul Regno d’Italia che rischiava di nascere come sottoprodotto «destinato ad essere chiuso in una morsa di sfavorevoli condizioni internazionali». Detto in altre parole, dopo Villafranca c’era il pericolo della creazione di un modesto regno del Nord, incardinato in una ipotetica Confederazione italica, sotto protezione francese, comprensiva del regno di Napoli e tollerata dall’Austria. No. Non era questo il sogno dei patrioti, che avevano guardato a Torino nei mesi precedenti.

Di colpo anche per Cavour acquista attualità l’idea «rivoluzionaria» dell’Italia unita da Nord a Sud. Inizia così la fase più audace e controversa dell’azione cavouriana: l’annessione al Piemonte delle regioni centrali, ma anche la cessione compensativa di Nizza e Savoia alla Francia; il cauto, arrischiato eppure determinante sostegno all’impresa garibaldina, l’invasione del territorio pontificio delle Marche e Umbria ma insieme la garanzia per il restante Stato della Chiesa.

Il tutto avviene - si badi - con il disappunto e la disapprovazione di tutte le potenze europee. Ai loro occhi Cavour si è messo a fare di testa sua. È il momento più pericoloso per il regno sardo. Ma Cavour conta abilmente sullo sparigliamento delle potenze europee: placa le ambizioni francesi con la cessione dolorosa e controversa della Savoia e di Nizza; si incunea nella tensione tra le due potenze tedesche, la Prussia e l’Austria tra le quali c’è latente competizione per il controllo della Germania divisa in Stati e staterelli blandamente uniti in Confederazione.

È un dettaglio tutt’altro che trascurabile: non dimentichiamo che Napoleone III interrompe la guerra nel 1859 che (secondo gli accordi segreti di Plombières) avrebbe dovuto concludersi soltanto a Trieste, perché la Confederazione tedesca e la Prussia si erano messe in agitazione e avevano mobilitato, temendo le ambizioni francesi sul Reno. Tra i tedeschi era diventato popolare lo slogan che «il Reno si difende sul Po». Che sarebbe successo se sull’Adige o sul Mincio fossero comparsi bavaresi e prussiani?

Evidentemente Cavour aveva sottovalutato questo aspetto. Ma appena ritornato al governo inizia una massiccia, spregiudicata azione diplomatica nei confronti di Berlino. I tedeschi, pur simpatizzando con il movimento nazionale degli italiani, li rimproverano di essere succubi della Francia di Napoleone III. Cavour allora gioca pesante: non solo insiste nel sostenere la tesi delle analogie tra le due disunioni nazionali di Italia e di Germania; non solo assicura che l’alleanza con la Francia è meramente strumentale e di opportunità, ma arriva a proporre addirittura un’alleanza militare tra Piemonte e Prussia sulla base di una loro presunta affinità politica.

Il 10 febbraio 1860 Cavour manda a Berlino una lettera in cui dice letteralmente di non capire come «il governo prussiano possa disconoscere il vantaggio di avere per ogni eventualità un alleato naturale oltre le Alpi, abbastanza forte da mettere sulla bilancia duecentomila uomini, sia contro la Francia che contro l’Austria. Che ci si lasci sviluppare e accrescere la nostre risorse e con duecentomila uomini fermeremo il passaggio sulle Alpi a tutta l’armata francese». Questo è Cavour! Ma è altrettanto sorprendente che in quegli stessi giorni, Otto von Bismarck, inviato prussiano a Pietroburgo, scriva le stesse cose: «Non abbiamo bisogno di essere complici o compari della Francia con piani temerari. Come nostro alleato naturale - detto a quattr’occhi fra di noi - considero molto di più il Piemonte contro la Francia, nel caso, così come contro l’Austria. Per il Piemonte se potesse appoggiarsi sulla Prussia, l’alleanza francese potrebbe cessare di essere pericolosa e ingombrante».

Ma questa idea, nel febbraio 1860, è ancora fuori dalla realtà. La morte prematura di Cavour gli impedirà ogni rapporto diretto con Bismarck diventato primo ministro prussiano. Negli anni immediatamente seguenti Italia e Prussia seguiranno altre strade. Ma l’idea della «alleanza naturale» tra Piemonte e Prussia rimarrà sullo sfondo. Bisognerà attendere il 1866 perché si realizzi provvisoriamente un accordo militare per la conquista del Veneto - accordo che sarà sfortunato per l’Italia (sconfitta a Custoza e a Lissa) mentre segnerà il trionfo di Bismarck (a Sadowa) e porterà nel giro di quattro anni alla vittoria della Prussia contro la Francia nel 1870/71.

Si aprirà allora un’altra costellazione europea rispetto alla quale quella risorgimentale italiana apparirà una vicenda conclusa. Rimane la lezione cavouriana che l’Italia per essere una grande nazione ha bisogno vitale di alleanze internazionali coraggiose e ponderate ad un tempo.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7452&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Per Angela uno schiaffo che fa male
Inserito da: Admin - Luglio 01, 2010, 12:15:24 pm
1/7/2010

Per Angela uno schiaffo che fa male

GIAN ENRICO RUSCONI

La sofferta elezione (al terzo turno) a Presidente della Repubblica tedesca di Christian Wulff, «il candidato della coalizione», è stato un brutto colpo per il governo, e quindi per la cancelliera Angela Merkel. Soprattutto perché un esito così era inatteso. Anzi la coalizione di governo contava su una netta e pronta affermazione del proprio candidato per cancellare l'imbarazzata uscita di scena del precedente Presidente della Repubblica (che pure era stato un suo candidato). E più in generale sperava in un rilancio della propria immagine politica. E' successo l'opposto. Oltre che litigiosissima, la coalizione si è rivelata pure infida.

Ma questa è solo una lettura partitocentrica della vicenda. E' possibile un'altra lettura che segnala un’inquietudine crescente della politica tedesca.

Dietro alla scelta del decimo Presidente della Germania infatti c'è stata una strana anomalia, che in fondo era latente già nelle inattese dimissioni del precedente presidente, Koehler. Riguarda il vero ruolo del Presidente della Repubblica. Le dimissioni di Koehler invece sono state interpretate tutte in chiave personale, di idiosincrasie e permalosità soggettive. O come una sua «estraneità» alla pratica politica di governo. Tant'è vero che la classe di governo si è subito premurata di scegliere come successore un proprio candidato «sicuro», tutto interno al professionismo partitico.

Anche la scelta apparentemente controcorrente della Spd e dei Verdi di presentare un candidato «diverso» è stata più apparente che reale. Era stata infatti concepita sostanzialmente come una candidatura di disturbo.

E' stato nel corso di quella che impropriamente è apparsa una «campagna elettorale presidenziale» che il candidato della Spd e dei Verdi Joachim Gauck si è profilato come un politico «alternativo», al di là della forte accentuazione dei temi sociali ed etici («libertà e responsabilità»). Gauck del resto è tutt'altro che un uomo nuovo per la politica. E' un navigato uomo pubblico con complesse e intense esperienze passate (pastore protestante e oppositore nella Germania comunista e primo gestore dell'enorme e delicato materiale dello spionaggio Stasi). Eppure è significativo che - al momento cruciale del terzo turno - non sia riuscito ad ottenere il consenso della sinistra (Linke).

Buon parlatore, con doti demagogiche efficaci ha fatto emergere l'anomalia di cui parlavo sopra.

Nelle scorse settimane infatti si è discusso dei candidati e tra i candidati nei media, nei talk show, nei confronti televisivi all'americana come se si trattasse di una elezione diretta, popolare - di stile presidenziale. Naturalmente tutti sapevano che non era così. Ma nelle manifestazioni pubbliche non si sono confrontate semplicemente due personalità, due stili di discordo pubblico. Ma due idee diverse del ruolo del Presidente.

Sarebbe sbagliato parlare di una latente voglia di presidenzialismo anche in Germania. Ma certamente davanti all'evidente impasse di leadership della cancelliera c'è una voglia di autorevolezza, di grandi visioni per la società nel suo insieme, al di sopra delle beghe paralizzanti dei partiti, che la politica tedesca di oggi non è più in grado di offrire.

E' difficile dire che cosa succederà ora con un Presidente della Repubblica designato, sì, dalla coalizione governativa, ma che arriva al suo posto attraverso una prova politica tutt'altro che brillante. E’ un segnale di allarme per la cancelliera Merkel.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7543&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'eterno ritorno del cesarismo
Inserito da: Admin - Luglio 18, 2010, 11:11:33 am
18/7/2010

L'eterno ritorno del cesarismo
   
GIAN ENRICO RUSCONI

Chi è il «Cesare» che compare nei discorsi dei faccendieri, degli affaristi e degli altri personaggi dell’ultimo scandalo politico? Secondo una prima dichiarazione dei carabinieri, si tratterebbe di Berlusconi. Quest’attribuzione è sembrata subito verosimile perché il nome di Cesare, con la sua reminiscenza di scuola, può esprimere anche una ingenua adulazione o una deferente ironia. Ora invece si dice che si riferisce a Previti. Ma trovo maldestro, anche da parte di dilettanti, mettere in circolazione un nome di persona reale. Poco importa. Quello che gli interessati non sospettano è che il riferimento a Cesare e il sostantivo che gli viene associato - cesarismo - hanno una lunga storia nell’interpretare un fenomeno politico che è antico ma che ritorna sempre. La domanda importante oggi quindi non è chi è il «Cesare» di cui si parla, ma se è in atto una forma di cesarismo politico e quali sono i suoi tratti caratterizzanti.

Il Giulio Cesare storico in questa storia conta, ma relativamente. Ciò che è davvero importante è il modello di comportamento che gli viene attribuito e che attraversa i secoli.

Sinteticamente è il modello del «dittatore democratico». Cesare era amato dal popolo e affossatore di fatto, in suo nome, della antica repubblica che diceva di volere salvare.
Ma i due termini «dittatore democratico» sono chiari soltanto in apparenza. Cambiano infatti profondamente di senso quando sono applicati al tempo della repubblica romana in via di transizione verso l’impero. O quando vengono ripresi sistematicamente nell’Ottocento in riferimento a Napoleone III, a Bismarck e persino, di riflesso, al nostro Cavour.

Nessuno di questi politici è stato propriamente un dittatore. Neppure l’imperatore dei francesi, che a metà dell’Ottocento è stato oggetto di una letteratura politica sterminata che ha rilanciato alla grande il tema del cesarismo (nel suo caso interscambiabile con bonapartismo). I tre nomi citati sono di uomini politici di grande statura. Hanno subito naturalmente stroncature feroci - come quella di «Cesare il piccolo» affibbiata al Bonaparte da Victor Hugo. Ma di Cesari grandi e piccoli ce ne sono stati tanti. Anche al tempo delle dittature novecentesche: basti ricordare i busti di Mussolini fisiognomicamente confusi con il profilo idealizzato di Cesare. In realtà però ha poco senso parlare di cesarismo fascista, perché in esso si perde l’elemento essenziale: il riferimento alla democrazia, che Mussolini certamente non voleva.

Questo è il punto: il cesarismo è uno stile di governo (non un regime) che, insediato in un sistema democratico preesistente, tende a forzare o a rifunzionalizzare le istituzioni esistenti in senso autoritario ma senza negarle, anzi volendo creare la «vera democrazia». Lo strumento centrale è un rapporto nuovo e diretto con il «popolo». Non a caso il concetto associato al fenomeno cesaristico è anche populismo.

Nei primi due decenni del Novecento Max Weber, facendo un bilancio della fine della democrazia liberale e spingendo lo sguardo in avanti, parlava di «tendenza cesaristica della democrazia di massa». Cesarismo e democrazia di massa sono dunque strettamente legati. Poi Weber ha insistito (forse troppo) sugli aspetti personali carismatici eccezionali della leadership cesaristica. Noi oggi più realisticamente riteniamo che il cesarismo del nostro tempo conti di più sulla potenza della comunicazione di massa e dei mezzi mass-mediatici che non sulle (presunte) doti carismatiche personali del leader. Si tratta di un mutamento di prospettiva decisivo.

Rimane essenziale il rapporto con il popolo. Ma chi è il popolo del Cesare storico? È la plebs acclamante ma anche un gruppo consistente di amici, collaboratori, mediatori, clientes e senatores del regime precedente. Il popolo del Cesare contemporaneo è il popolo-degli-elettori che lo votano, è il popolo mediatico monitorato con strumenti demoscopici. Ma anche una solida rete di «amici di Cesare», insediati non solo nella politica ma soprattutto nella «società civile». In questo senso il cesarismo è davvero popolare.

«Gli amici di Cesare» (compresi i leader di altri partiti che gli sono «amici» prima ancora che «alleati») surrogano di fatto il partito tradizionale. Il «partito del popolo» infatti ha la funzione esclusiva di mettergli a disposizione consenso e risorse. Offre personale esecutore, realizzatore, implementatore delle idee del leader. Non deve sollevare problemi, tanto meno competizioni o alternative interne. Il partito del leader cesaristico è, o meglio deve essere, assolutamente unitario. Deve attendere e sostenere le soluzioni dei problemi ipotizzate dal leader. Se queste non si realizzano la colpa è delle opposizioni che le ostacolano o degli ambiziosi disturbatori interni al partito che non sono più «amici». Ma soprattutto la colpa è del sistema istituzionale - in particolare giudiziario - che frena e boicotta. Da qui l’inderogabile necessità della riforma delle istituzioni che non si presenta come sovversiva (anche se retoricamente si sente «rivoluzionaria») ma come loro sistematica forzatura sempre al limite della legalità costituzionale.

Mentre scriviamo questo sistema sta entrando in una fase di turbolenza inedita. C’è chi da mesi ne prevede la fine. Personalmente - come analista - sarei cauto

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7607&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Un test per il popolo del leader
Inserito da: Admin - Agosto 01, 2010, 09:43:12 am
1/8/2010

Un test per il popolo del leader
   
GIAN ENRICO RUSCONI

Dinanzi a un enigmatico disinteresse dei cittadini, si sta consumando uno scontro decisivo nel partito di maggioranza che dice di rappresentare il liberalismo italiano. Dentro a quel Pdl che in modo enfatico ha monopolizzato il concetto e la (presunta) pratica liberale. Non a caso i due protagonisti dello scontro, Berlusconi e Fini, si rimproverano reciprocamente di non essere liberali. Ma nessuno dei due viene dal liberalismo politico storico. Quella che stanno rappresentando è una mutazione della politica, anzi della democrazia, italiana per la quale non si è ancora trovato il nome appropriato.

In questa circostanza i cittadini sono spettatori non partecipi. Tutto infatti si sta sviluppando freneticamente nel circuito politico-mediatico dominato dalla personalizzazione della vicenda. Il pubblico sta a guardare. Capisce la posta in gioco?
Il messaggio trasmesso dai media dice semplicemente che Berlusconi «ha buttato fuori Fini dal Pdl» perché contestava la sua leadership.

Non importa sapere se e come si sia discusso nel merito delle posizioni finiane. Non si sono infatti sentite obiezioni o argomentazioni in merito alle controproposte finiane in tema di intercettazioni o sulla spinosa questione morale. Ciò che conta è che le tesi di Fini non coincidono con quelle di Berlusconi. Peggio: si tratta di tesi non sgradite all’opposizione. Questo spiega tutto.

O meglio questo spiega la reazione di Berlusconi. Il Cavaliere da anni è il dominatore della scena politica italiana dove con il suo intuito e con il suo potere mediatico ha inventato uno stile politico di governo che gode di un innegabile consenso popolare. Ha raccolto attorno a sé una nuova classe politica. Ha creato un sistema di valori e di comportamenti incarnato dalla sua persona e contrapposto al sistema delle istituzioni esistenti considerate «frenanti» se non «nemiche». In una parola, ha creato «il berlusconismo».

Contro di esso si è gradualmente profilato Gianfranco Fini. Si tratta di un politico che nel giro di un ventennio ha avuto una sorprendente evoluzione (o, se vogliamo, maturazione) che lo ha portato da nostrane posizioni nazional-fasciste a una prospettiva di destra europea liberale. Adesso coerentemente, in antagonismo al berlusconismo, sostiene il primato delle regole istituzionali. Non la loro strumentalità a favore degli obiettivi più o meno legittimi della maggioranza politica.

D’istinto Berlusconi ha capito - meglio e prima di tanti suoi sostenitori - che con questo atteggiamento Fini è diventato il suo vero «nemico». Gli è intollerabile, anzi incomprensibile la pretesa di Fini di continuare a essere suo «alleato» politico senza essergli «amico». Sembra una sottigliezza trascurabile (squisitamente liberale), invece è la chiave per capire il berlusconismo in questa fase cruciale. D’istinto Berlusconi divide il mondo tra «amici» e «nemici» senza bisogno di conoscere le teorie di Carl Schmitt che (guarda caso) è stato il più brillante e coerente anti-liberale del secolo passato.

Insisto a parlare di «berlusconismo» perché il Cavaliere conta, deve contare sull’adesione di una classe politica e giornalistica, di un intero complesso mediatico che nel conflitto in corso investe interamente il suo destino. Senza i suoi «amici» Berlusconi è perduto: ma vale anche il reciproco. La classe politica che costituisce la maggioranza parlamentare è perduta senza Berlusconi. Ma entrambi sono perduti senza il loro «popolo-degli-elettori».

Siamo tornati al punto di partenza: il pubblico dei cittadini cosa pensa in questo momento? Per avere informazioni ragionate, ponderate e ragionevolmente complete il cittadino dovrebbe dedicarsi alla lettura attenta di più giornali. Ovviamente è impossibile. Nel migliore dei casi ciascuno si tiene ben stretto il «suo» giornale contando che sia corretto e completo nelle informazioni e nelle valutazioni che offre. Ma la maggioranza degli italiani - purtroppo lo sappiamo - non fa neppure questo. Gli italiani non sono grandi lettori (salvo che per lo sport) e specialmente per la politica sembra che si affidino sostanzialmente alle comunicazioni televisive.

Questa «democrazia mediatica» non risponde affatto ai criteri della «democrazia informata» quale è richiesta da politologi e filosofi. Neppure quando prende la forma del dialogo apparente dei talk show e simili manifestazioni, dove non si cerca il dialogo o il confronto di idee ma l’occasione per ribadire pubblicamente le proprie posizioni. Non si è mai visto un politico o anche solo un giornalista farsi convincere e mutare opinione nel corso di un talk show.

Probabilmente molti berlusconiani avrebbero preferito che non si arrivasse al punto di rottura di queste ore. Ma la scelta del leader è ineccepibile: deve mettere alla prova il «suo popolo», il suo partito che non è uguale agli altri partiti. Il «partito del popolo» berlusconiano infatti ha sostanzialmente la funzione di mettergli a disposizione consenso e risorse. Deve offrire personale esecutivo, realizzatore, implementatore delle idee del leader. E’ per definizione unanime e compatto. In caso estremo deve essere scosso dall’apatia e ri-chiamato alle urne. Pensa già a questo Berlusconi? Sarebbe in sintonia con l’emergenza del momento.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7661&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'autocritica dei cattolici
Inserito da: Admin - Agosto 23, 2010, 06:00:26 pm
22/8/2010

L'autocritica dei cattolici

GIAN ENRICO RUSCONI

Il mondo cattolico è turbato, la Chiesa è perplessa davanti al penoso spettacolo della politica. Ma quale mondo cattolico, quale Chiesa? Quelli che una volta si chiamavano cattolici democratici o «di base», diffamati come catto-comunisti perché avevano sempre sulla bocca «il sociale»?

O l’inossidabile Cl, che ancora oggi all’inizio del suo Meeting annuale, critica con toni perentori e con buoni argomenti la classe politica italiana come se le fosse estranea e non avesse da anni intensi legami con essa? Entrambi i raggruppamenti, anche se in Cl non ho visto sinora alcun cenno di autocritica da parte dei loro uomini che sono (stati) oggettivamente organici al berlusconismo.

Immagino subito l’obiezione: perché parlate di queste volgarità quando il nostro sguardo di fede punta in alto? I politici che interverranno anche quest’anno al Meeting, avranno davanti a sé una platea il cui applauso non esclude affatto il rimprovero per ciò che non è stato fatto o è stato fatto male. Peccato che sono decenni che questo scambio di critiche con simpatia si ripete con modesto risultato. Sono passati da Rimini tutti i politici che contano (nell’anno in corso), senza che la politica italiana sia migliorata. Anzi. Proprio oggi che la sinistra e il suo deprecabile laicismo sono ridotti all’impotenza politica, sembra che si sia toccato il fondo - lo dicono sia su «Famiglia cristiana» che nel Meeting di Cl.

Ma a questi cattolici, giustamente preoccupati per la politica, non viene il dubbio che occorre una diagnosi più esigente magari con un po’ più di autocritica? Che la soluzione vincente non è certo quella di rimpastare i cocci di un vecchio centro? O farsi tentare da una nuova formazione politica che fa della questione bioetica l’asse trasversale tra i due schieramenti? «La società italiana finora è riuscita a rigenerarsi indipendentemente dal potere. Ma quanto può reggere con una politica così distante, livida, ideologica?» - si chiede il responsabile di Cl.

Credo che la diagnosi debba essere più radicale e impietosa: è la società civile italiana che è allo sbaraglio e in pieno disorientamento. Molte patologie sociali (assenza di senso civico e di senso di appartenenza ad una comunità nazionale, complicità di molti gruppi sociali e di aree regionali con la criminalità organizzata, lassismo generalizzato verso le leggi, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono da fuori, dalla politica, ma dal ventre della società civile priva di anticorpi morali. Non si tratta naturalmente di negare l’esistenza di gruppi, settori e strati di «società civile» che reagiscono, che sono attivi per realizzare una democrazia decente. Certamente in prima fila ci sono i gruppi cattolici. Ma è il loro rapporto con la politica che è fallito. Questo è il punto. Altrimenti non sarebbe venuto fuori il berlusconismo che ha sedotto molti cattolici.

La leadership carismatica, che oggi si mette sotto accusa, non è un disvalore in sé (magari ci fossero in giro autentici leader carismatici!). Distruttiva è la sua costruzione fasulla attraverso il sistema mediatico, attraverso la disgregazione della comunità dei cittadini in un «popolo-di-elettori» che agisce in senso plebiscitario. La democrazia si è ridotta alla manifestazione del voto che delega tutto al leader. Più le differenze materiali di classe si confondono nella complessità delle fonti di reddito e delle (spesso precarie) posizioni di lavoro, più le differenze si mimetizzano nella pluralità degli stili di vita e di consumo - più si crea la finzione di un «popolo» unito che fa coincidere i suoi interessi con quelli (privati) del leader. Non c’entra il carisma, ma la complicità degli interessi.

Ancora più drammatica è l’assenza di una classe dirigente, che sia degna di questo nome. Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana, creando un ceto politico chiamato solo a sanzionare (con il voto parlamentare) le decisioni del leader senza essere coinvolto nei processi deliberativi. Un ceto politico siffatto non è «dirigente» ma solo esecutore.

Ma dov’è la restante classe dirigente del Paese? La classe cui appartengono i responsabili dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i gerenti del sistema mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali). Dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è demandata l’etica pubblica che sembra tuttavia essere in grado di mobilitare le coscienze soltanto quando si tratta delle questioni attinenti «la vita». Tutti i gruppi che costituiscono la classe dirigente sembrano appiattiti, intimiditi talvolta deferenti davanti al potente leader mediatico. Ma sono sottilmente suoi complici quando alla politica chiedono soltanto aiuti particolari, facilitazioni, concessioni, deroghe e sanatorie anziché un grande disegno di carattere generale.

È su questo sfondo che i cattolici italiani devono ripensare radicalmente il rapporto tra politica e società civile, di cui si sentono a ragione parte rilevante. Non possono limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente. Una schietta autocritica sulla loro esperienza dell’ultimo quindicennio è la premessa per ricominciare con maggiore coerenza e credibilità. La società civile ha bisogno della politica.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7732&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Scusate non siamo britannici
Inserito da: Admin - Settembre 16, 2010, 10:15:05 am
16/9/2010

Scusate non siamo britannici

GIAN ENRICO RUSCONI

A che cosa serve un sistema elettorale? A vincere le elezioni o a stabilire delle regole del gioco valide per tutti? Domanda ingenua.

La risposta «politicamente corretta» è ovviamente la seconda, ma i nostri politici sono fissati sulla prima. Questo spiega il frenetico discutere di sistemi elettorali a fasi intermittenti, ma soprattutto oggi. E insieme la certezza che non cambierà nulla. Infatti chi è beneficiario dell'attuale sistema elettorale non vuole rischiare, e non intende ragioni anche se ammette a denti stretti che l'attuale meccanismo è tutt'altro che ottimale. Siamo al brutto paradosso che per imporre eventualmente un sistema elettorale più intelligente, occorre prima vincere le elezioni.

Tutto questo è una patologia italiana? Lo pensano in molti, anche e soprattutto analisti stranieri. Ma parecchi di loro si sono ormai stufati di analizzarci. Hanno smesso di darci lezioni, perché siamo incorreggibili. Ci guardano con supponente benevolenza.

Meno male che c'è ancora un Bill Emmott che prende molto sul serio la situazione italiana e ci dà qualche consiglio. «Nessun sistema elettorale è infallibile - ha scritto l'altro ieri sulla Stampa - ma quello italiano con le sue "condizioni artificiali" è particolarmente fallimentare. Assolutamente sbagliato tuttavia sarebbe pensare di migliorarlo - dice - con l'introduzione del maggioritario puro all'inglese. Non soltanto perché questo non funziona neppure più in Inghilterra ma perché non risponderebbe alla "vera natura della società italiana"». L'intervento dell'analista inglese si conclude con una proposta pratica che - se ho capito bene - è una sorta di proporzionale dal basso, con scelta diretta dei candidati, senza la mediazione partitica, che rispecchi il pluralismo sociale, frenato tuttavia dallo sbarramento del 5%. Non è il caso ora di discutere della fattibilità di questa proposta operativa, mi preme invece andare alle premesse che stanno alla base del ragionamento.

Tutte portano al presupposto che esista una «Buona Italia» che attende soltanto il sistema elettorale adeguato, non artificiale o «naturale» per esprimersi. Mi sembra una simpatica ingenuità che non tiene conto delle ragioni che l'analista stesso porta per spiegare - da buon inglese - perché la vita politica in Gran Bretagna funziona nonostante si sia bloccato il suo classico (e un tempo ammirato) meccanismo maggioritario. La ragione è semplice ma decisiva. La vita politica inglese funziona perché esiste tradizionalmente «un'ampia accettazione delle regole politiche». Nel cuore profondo della società civile e della cultura politica. Ecco il punto. In Inghilterra esisteva «già il consenso perché il cambiamento fosse regolare e legittimo» - dice riferendosi al recente cambiamento di governo e di coalizione.

In Italia è esattamente l'opposto. Delegittimazione e ostilità verso l'avversario sono la sostanza della dinamica quotidiana che altera ogni rapporto. Ma dobbiamo porci la domanda: l'incapacità di avere il consenso di fondo sulle grandi regole è il prodotto di una classe politica irresponsabile e incapace o non riproduce qualcosa di più profondo? Malata è soltanto la politica o non piuttosto una società civile incattivita, desolidarizzata, disillusa, frammentata, ripiegata su interessi di parte? Come e perché si è arrivati a questo?

Alla luce di questi interrogativi il rapporto tra politica e società civile non può risolversi semplicemente nella ingegneria di un sistema elettorale che rifugga da «coalizioni artificiali», facendo emergere d'incanto «la vera natura della società italiana».

Non esiste una «Buona Italia» che attende di essere rivelata. Quello che manca è una classe dirigente nazionale come tale - non solo in politica ma nell'economia, nelle imprese, nel sistema mediatico e dell'istruzione - che si assuma l'onore di costruire il consenso (costituzionale) sulle grandi regole prima e oltre ogni formula di governo. Se non abbiamo questa tradizione (come in Inghilterra), non c'è più tempo da perdere.

Trovo sano che, a differenza di molti analisti stranieri, Emmott non faccia della figura di Berlusconi l'epitome dell'Italia.
Ma sbaglia a vedere il berlusconismo soltanto in chiave di «coalizione artificiale» in cui coesistono impulsi, attese e istanze contraddittorie che ora stanno implodendo. Il fatto che si stia vertiginosamente ridimensionando il mito del carisma comunicativo del Cavaliere e che oggi appaia come un affannato politico che deve tenere insieme i pezzi di un gruppo che era composto di zelanti «seguaci», non deve far dimenticare che - in questo modo - ha realizzato il ricambio di classe politica più radicale dal dopoguerra. Le conseguenze non sono ancora evidenti. Ma la sua è (stata) molto di più di una «coalizione artificiale». A ben vedere è stato anzi il tentativo di cancellare l'idea stessa di coalizione partitica per creare un «popolo di elettori», un nuovo demos che rivendicava addirittura il diritto di modificare le grandi regole costituzionali. In questo ha interpretato pulsioni profonde di settori importanti della società civile. Ora li lascia disillusi, frustrati per la sproporzione delle aspettative sollevate rispetto alla modestia delle cose realizzate. Ma non è ancora chiaro come finirà.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7838&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Gli anglicani possibili alleati per Benedetto
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2010, 09:35:34 am
20/9/2010

Gli anglicani possibili alleati per Benedetto
   
GIAN ENRICO RUSCONI


Se il successo mediatico è un criterio per giudicare la visita del Papa in Inghilterra, allora questa sembra aver raggiunto il suo obiettivo.

Il Pontefice ha trovato i toni giusti per farsi ascoltare in un Paese dal secolarismo maturo ed esigente. Ratzinger ha usato parole di profonda commozione e di forte dimensione religiosa per le vittime della pedofilia nella Chiesa ed espressioni di schietta riconoscenza di «tedesco» nel Paese che coltiva un ricordo vivissimo della guerra contro la Germania nazista.

Ma dietro all’emozione di Ratzinger e al suo «candore» c’è un teologo severo. Severo nel giudicare l’Occidente secolarizzato, che non è recuperabile con il semplice ricatto della minaccia dell’Islam o con la promozione di una religione-identikit, potente soltanto simbolicamente e mediaticamente - come invece vorrebbero molti. A lui stanno a cuore i contenuti dottrinari della religione.

In questa prospettiva si colloca la sua strategia di avvicinamento o di rapporto privilegiato con una Chiesa «separata» ma dogmaticamente ancora (apparentemente) salda come la Chiesa anglicana.

Ma questa Chiesa ha una pratica pastorale (sacerdozio femminile, celibato facoltativo) e una dottrina morale (unioni omosessuali) che sono considerate incompatibili con Roma. Mi chiedo quindi se l’avvicinamento tra le due Chiese non innescherà un corto circuito tra contenuti dogmatici e comportamenti morali con conseguenze imprevedibili per lo stesso cattolicesimo. Non è possibile che Ratzinger non abbia valutato questo problema.

La risorsa principale sulla quale l’attuale Pontefice punta è quella che oggi appare la più perdente: la fedeltà alla dottrina tradizionale della Chiesa. Professore di dogmatica fino al midollo, per anni defensor fidei nella struttura burocratico-istituzionale dell’ex Santo Uffizio, scelto al soglio pontificio per riportare un po’ di ordine teologico dopo le improvvisazioni wojtyliane - Ratzinger gioca tutto il suo pontificato sulla riproposta della dottrina tradizionale della Chiesa e della «razionalità della fede» con la convinzione che essa sia ancora all’altezza dell’Occidente secolare.

Apparentemente privo di carisma personale confrontabile con quello del suo predecessore, Ratzinger ne sta scoprendo uno suo personale in sintonia con il «carisma d’ufficio», basato fondamentalmente sulla autorità e sulla autorevolezza del suo ruolo.

Ma in lui si percepisce anche una sottile sofferenza interiore che ricorda quella di un suo (lontano) predecessore, Paolo VI. Ratzinger non ha l’esperienza politica né l’intelligenza problematica di Montini. Ma la passione, l’insistenza, la radicalità della sua condanna della pedofilia nelle file della Chiesa gli ha dato una statura morale e intellettuale rispetto alla quale appaiono miserabili e ridicoli i distinguo e i risentimenti vittimistici di molti uomini di Chiesa.

Dopo qualche anno di pontificato è evidente la doppia strategia ratzingeriana: lotta al «relativismo» e al «secolarismo» all’interno dell’Occidente, e tentativo di ricuperare le Chiese ancora dogmaticamente «ortodosse». Da questo punto di vista non stupisce la freddezza, spinta sino all’insofferenza, verso le Chiese riformate, protestanti tedesche che sono irrecuperabili per la Chiesa di Roma. Ma, a ben vedere, questo è un atteggiamento perfettamente coerente con la ricostruzione che Ratzinger fa dello sviluppo della modernità e del razionalismo occidentale di cui la Riforma luterana è stata uno degli impulsi (Non dimentichiamo la lezione di Ratisbona, che rimane a tutt’oggi l’esposizione più netta ma insieme più discutibile della visione ratzingeriana della modernità).

Diversa invece è la strategia verso l’anglicanesimo. È caratterizzata dalla insistenza sulla condivisione di valori comuni - paradossalmente incarnata dal «convertito» John Henry Newman ora dichiarato «beato» dalla Chiesa di Roma. Ciò che poteva sembrare un «dispetto» tra Chiese può diventare un motivo di comunanza? Forse. Ma queste sono soltanto congetture di una visita le cui conseguenze a lungo termine sono ancora molto incerte.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7854&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La seconda integrazione della Germania
Inserito da: Admin - Ottobre 04, 2010, 12:18:15 pm
4/10/2010

La seconda integrazione della Germania
   
GIAN ENRICO RUSCONI

All'appuntamento del ventesimo anniversario della sua riunificazione la Germania riceve un segnale forte e inatteso. «Io sono il presidente di tutti, anche il presidente dei tedeschi musulmani e dei musulmani che vivono in Germania. Io dico no a ogni scontro tra le fedi e le culture, il futuro appartiene alle nazioni che sanno essere multiculturali». Sono le parole del Presidente federale, Christian Wulff, alla sua prima importante uscita pubblica.

Di colpo, quella che rischiava di essere una celebrazione quasi di routine dell'anniversario della riunificazione ha acquistato un plusvalore nuovo. «Unità della nazione» non significa più soltanto definitiva e riuscita integrazione della popolazione delle regioni orientali, ma anche delle forti comunità di immigrati, soprattutto di religione islamica.

I tedeschi non saranno affatto sorpresi di questo allargamento di prospettiva e dell'energico intervento del loro Presidente. Da qualche tempo infatti sembra ritornata in Germania la paura che la grande comunità immigrata di religione musulmana non si lasci «integrare» come si vorrebbe o si sarebbe atteso. Naturalmente la questione non è né originale né semplice - e se ne dibatte da tempo. La novità è lo stupefacente divario che si è creato nelle scorse settimane tra la classe politica e milioni di cittadini di fronte alle provocatorie tesi di un libro scritto da Thilo Sarrazin (un politico socialdemocratico tutt'altro che privo di esperienza politica e amministrativa) sulla «non-integrabilità» degli immigrati di cultura islamica. Non è questa la sede per esaminare criticamente queste tesi che alla fine ricorrono ad una inconsistente teoria genetica per spiegare la mancata integrazione degli immigrati.

Fermamente respinte dal ceto politico e dalla stragrande parte della pubblicistica, le tesi di sapore razzista hanno incontrato un inaspettato e intenso consenso in molti strati della popolazione. Il libro è diventato un bestseller.

Sarebbe semplicistico qualificare tutto questo come un pericoloso ritorno di razzismo in Germania. La questione è complessa e delicata. Nonostante gli sforzi volonterosi e le dichiarazioni politicamente corrette, l'integrazione degli immigrati islamici sembra presentarsi oggettivamente di difficile soluzione. Molti si chiedono se la classe politica e dirigente tedesca nel suo insieme sia all'altezza della situazione.

Le parole del Presidente sono un segnale di attenzione e insieme una promessa di rinnovato impegno. In questo contesto ha coniato una nuova espressione: unverkrampfter Patriotismus - un patriottismo rilassato e fermo ad un tempo. Un concetto che potrebbe segnare simbolicamente una nuova fase di sensibilità pubblica. Essa integra e completa idealmente quel «patriottismo normale» che è emerso in questi anni in Germania ed è confermato dal clima che si respira proprio nel ventennale della riunificazione.

A questo proposito il bilancio retrospettivo non può essere che positivo. Viste a tanti anni di distanza le modalità politiche ed economiche dell'operazione della riunificazione confermano che non c'erano realistiche soluzioni alternative. Questo non vuol dire che non si siano commessi errori nella gestione della bancarotta economica della ex Ddr e soprattutto nell'approccio verso la popolazione dell'est, che aveva vissuto per quarant'anni «sotto» o «insieme con» il regime comunista. Vittima, complice o consenziente.

In realtà questo capitolo è ancora aperto. Si assiste ad uno straordinario riemergere delle memorie di quel periodo e alla loro verbalizzazione pubblica, stimolata e ripresa dai media - dopo anni di sussurri e di rimozione. Si tratta di memorie e storie personali molto diversificate, a seconda dell'età e delle generazioni, a seconda dei modi molto diversi in cui gli interessati sono stati partecipi o sono rimasti coinvolti, più o meno passivamente, nell'esperimento politico e sociale tentato dalla Germania comunista. Non si è trattato infatti semplicemente di un esperimento politico autoritario ma di un coinvolgimento profondo - volontario o coatto - di un intero modo di esistere.

Per ora non si capisce se tutto questo rimarrà un patrimonio riservato alla popolazione orientale, ancora una volta riconfermata nella sua diversità, o non venga lentamente acquisito come patrimonio comune di una intera nazione ritrovata.

Nazione ritrovata, nazione normale, e ora anche nazione impegnata verso una difficile multiculturalità.
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7911&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Ivan in curva l'apoteosi del feticcio
Inserito da: Admin - Ottobre 17, 2010, 03:45:26 pm
17/10/2010

Ivan in curva l'apoteosi del feticcio

GIAN ENRICO RUSCONI

Quanto è accaduto allo stadio di Genova è stato un episodio estremo, che non è finito in tragedia per puro caso. Ma ormai il caso governa il rapporto violento tra stadio e politica.
Detto in termini più forti e preoccupanti: la politica non controlla più «lo spazio pubblico» più grande e più carico di passione che oggi esista. I responsabili dello sport e i politici continuano a fingere che la violenza sia una patologia estirpabile con misure di controllo amministrativo (le tessere) e di ordine pubblico. Certamente sono misure utili, anzi necessarie, ma non toccano il cuore del problema.

Si sta infatti modificando sotto i nostri occhi la qualità dello «spazio pubblico» in cui più direttamente si esprimono le emozioni, le identità e le loro simbologie. Legate al calcio come una «forma di vita» o un suo surrogato simbolico. Ecco perché prima di riparlare ancora dei fanatici serbi o dell’ammissione o no delle bandiere «politiche» negli stadi (come annunciato per la Stella di David a Milano) dobbiamo fare una riflessione più di fondo.

Il gioco del calcio, o meglio l’immaginario che lo accompagna con il suo intenso coinvolgimento emotivo e verbale, è probabilmente «lo spazio pubblico» più importante in cui si esprimono oggi milioni di uomini (e in misura minore di donne).

Se per ipotesi assurda dovesse essere eliminato, scomparirebbe l’argomento più frequente e coinvolgente dell’interazione quotidiana. Verrebbe meno persino un pezzo di identità di milioni di persone.

Si dirà che sto esagerando. Certo: di calcio si parla in continuazione nei rapporti quotidiani tra amici, sul lavoro, persino con sconosciuti, diventando un paradossale strumento di conoscenza. Ma - si obietta - si tratta pur sempre di spazi di intrattenimento, di relax, di gioco appunto. Quando si trasforma in qualcosa d’altro - in particolare in veicolo di violenza verbale sotto la forma di intolleranza di parte (pseudo-sportiva) o addirittura strumentalizzazione politica senza alcun nesso con il gioco - allora la passione per il calcio «degenera» letteralmente, diventa «altro dallo sport».

Queste sono osservazioni sagge ed edificanti che sentiamo da decenni ripetute seriosamente in tutti i talk-show - senza alcun risultato. Perché? Per cominciare, sin qui noi stessi abbiamo mantenuto la finzione di parlare di «sport», quando in realtà siamo dinanzi al «tifo», al coinvolgimento passivo in eventi sportivi giocati da professionisti che hanno perso ogni legame con una presunta comunità o comunanza d’origine (che dà senso alla squadra di «casa mia»). La maglia, la bandiera e la simbologia connessa sono il vero oggetto della passione e specularmente dell’odio per l’avversario. Apoteosi del feticcio, sul quale tutto può essere scaricato - in particolare quelle dinamiche identitarie che hanno le loro radici fuori, nella società, nelle attese e nelle frustrazioni da essa prodotte.

Ma che cosa c’entra la politica? Qui sta la differenza tra i ragionevoli spettatori (paganti) che si godono la partita come meritato intermezzo, magari per compensarsi dalle delusioni della politica. E gli energumeni o i ragazzi scatenati delle curve che vivono la partita non come «intermezzo» ma come rappresentazione della vita vissuta (politica compresa). E ci vogliono andare dentro, di brutto, picchiando, insultando. La confusione tra squadre e partiti fa parte del «gioco».

Tornando al brutto episodio di Genova di alcune notti fa, negli ultimi commenti la componente politica sembra ridimensionarsi. L’uomo nero, Bogdanov, da Ivan il terribile è declassato a Ivan il pentito, con l’aiuto di mamma. Quella che sembrava una spedizione politica programmata, per spostare la guerra civile serba in Europa, in polemica contro l’entrata nell’Ue, appare un trasferimento punitivo di «fans» sfuggito agli occhi della polizia. L’unica cosa certa è il dilettantismo delle autorità politiche e di polizia di entrambi i Paesi. Ma i fuochi e le violenze di quella notte rimangono ben impressi nella nostra memoria. Sono stati anch’essi frutto di quel «caso» di cui parlavamo all’inizio?

Stiamo ora bene all’erta per quello che non deve accadere a San Siro dove sventolerà la bandiera con la Stella di Davide accanto ad altri vessilli. È troppo sperare che «lo spazio pubblico» dello stadio sia più forte dei dubbi e delle resistenze della politica?

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7962&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Se l'Italia fosse l'America
Inserito da: Admin - Novembre 05, 2010, 11:33:56 am
5/11/2010

Se l'Italia fosse l'America

GIAN ENRICO RUSCONI

Berlusconi, Obama? L’accostamento è grottesco.
Ma ce lo impone la nostra infelice condizione. In realtà ci manca la sostanza su cui confrontarci - la grande politica. Al di là dell’Atlantico c’è una società vitale, aggressiva che fa persino paura nella sua volontà di affermare posizioni che dividono. Da noi c’è una società divisa ma ripiegata su se stessa, apatica sino alla tristezza. Costretta a lottare per la spazzatura.

Obama non è stato azzoppato da un antagonista diretto personale, non semplicemente perché non si è trattato di una elezione presidenziale. Ha dovuto fare i conti con una mobilitazione popolare eccezionale, da lui evidentemente sottovalutata. Ma questa mobilitazione - ecco l’aspetto più sorprendente della vitalità della società americana - ha trovato, inventato o fatto emergere dal basso una nuova classe politica. È esattamente l’opposto della società italiana.

Al di là dell’Atlantico c’è (stata) una politica coraggiosa che ha fallito un suo importante obiettivo: il riconoscimento popolare. Di qua c’è un pasticcio continuo di commistioni e collusioni di interessi - non del solo leader, ma di interi settori economici e sociali che pure hanno fallito.

Ma nessuno è in grado di verificarne l’effettivo gradimento popolare.

Di là abbiamo uno spettacolo imponente di classi politiche che si confrontano lealmente e duramente da far paura. Da noi l’avanspettacolo di nomenklature che si agitano per sopravvivere sullo sfondo della colonna sonora di «Giovinezza» e «Bella ciao», gabellata come conquista bipartisan. Di là la politica. Da noi la fine della politica.

I due protagonisti incarnano tutto questo: di fronte ad un gigante della comunicazione, proprio nel momento in cui è ferito profondamente, da noi c’è un comunicatore affannato. Tra qualche giorno le retoriche della «politica della famiglia» del governo stenderanno ancora una volta una pomata dermatologica su una piaga profonda.

Ma smettiamola di guardare ai Palazzi, guardiamoci attorno e dentro di noi. È la società italiana che è frustrata e ridotta all’apatia. È perfettamente inutile attendersi con cupi commenti quotidiani la dipartita di Berlusconi dal vertice politico. Non ci sarà alcuna dipartita. La classe politica, che gli italiani hanno scelto (con il noto pessimo sistema elettorale) si rivela per quella che è: incapace di autonomia e sostanzialmente immobile. È stata scelta per sostenere il leader, non per maturare come classe dirigente di tipo nuovo. Il leghismo sta facendo il suo pericoloso doppio gioco di sostegno a Berlusconi per sostenere se stesso. Ma l’esito di questa spericolata operazione potrebbe essere catastrofico: l’implosione del Nord.

Incredibile poi è l’impotenza delle forze di opposizione interne, semi-interne ed esterne. Quando mai nella storia della nostra Repubblica c’è stata un’occasione più favorevole per farsi sentire? Qual è la loro strategia oggi? Perché non riescono ad attivare una mobilitazione analoga a quella americana - al di là del paradosso che dovrebbe avere segni politici opposti a quelli repubblicani? Oppure sta proprio qui la differenza? Che fa la leadership del partito democratico, al di là del lamento quotidiano?

Ma teniamo i nervi saldi e tentiamo ancora un confronto con gli eventi della democrazia americana. Nel suo editoriale di ieri Bill Emmott ha parlato della «genialità della Costituzione americana» che impedisce qualunque traumatica interruzione della politica di fronte al mutamento degli equilibri di forza tra le sue grandi istituzioni. Saggiamente tocca alla politica tenere conto degli spostamenti di forza politica. È quello che sta per fare Obama affermando apertamente la sua disponibilità a collaborare con gli avversari repubblicani.

A ben vedere anche la nostra Costituzione pur costruita su una logica istituzionale diversa - tanto malvista e maltrattata dai berlusconiani - è contraria ad ogni rottura traumatica perché prevede passaggi istituzionali concordati per tenere conto delle variazioni degli equilibri politici. Questo implica non già «inciuci» - come subito vengono a torto diffamati - ma convergenze condivise e ben motivate. Altrimenti si ritorna alle urne. Non c’è nulla di traumatico, nessun «tradimento» - almeno per una classe politica responsabile che sappia riconoscere i propri errori o inadempienze. Ma è troppo chiederlo alla nostra attuale classe politica. Siamo daccapo con la nostra miseria.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8044&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Pompei, metafora nazionale
Inserito da: Admin - Novembre 14, 2010, 09:53:56 am
14/11/2010

Pompei, metafora nazionale

GIAN ENRICO RUSCONI

Il telegiornale tedesco informa con sobria soddisfazione come Angela Merkel, al G20, abbia trattato da pari a pari con i Grandi del mondo. Poi, dopo alcuni istanti, sullo stesso schermo il panorama muta drasticamente: un amaro servizio dall’Italia parla di Pompei che si sbriciola, metafora della società italiana che si sfalda. L’accostamento mediatico dei due eventi colpisce. Dopo la fase della critica, dello sdegno, del sarcasmo verso il nostro Paese, è rimasto soltanto lo stupore che chiede - invano - spiegazioni. Chi avrebbe immaginato l’abisso che nel giro di pochi anni si sarebbe creato tra Germania e Italia, a livello di opinione e di immagine pubblica? Chi poteva prevedere l’attuale indifferenza reciproca delle classi politiche?

E l’enorme fatica dei rapporti culturali? La stagione dei rapporti costruttivi tra Germania e Italia - al di là delle ovvie differenze -, la stagione politica degli Andreotti e dei Genscher, per citare due testimoni viventi, sembra preistoria.

Conosco le irritate reazioni degli alti funzionari ministeriali a quanto sto dicendo: elencano i comunicati degli incontri bilaterali italo-tedeschi, rituali e sempre più rari. O l’elenco delle manifestazioni di arte e spettacolo. O le cifre degli ottimi rapporti commerciali tra i due Paesi. Certo, gli affari vanno bene e l’arte italiana attira sempre. Ma è nettissima la percezione che si è rotto qualcosa di profondo.

Conosciamo le ragioni storiche oggettive di quanto è accaduto nell’ultimo quindicennio: il mutato equilibrio geopolitico in Europa che ha portato la Germania verso un nuovo ruolo continentale e ha spinto l’Italia alla periferia Sud-europea. L’allargamento dell’Ue, che ha declassato l’Italia tra le nazioni di media rilevanza. Ma dietro queste spinte e fatti oggettivi ci sono uomini e politiche di governo che hanno la loro responsabilità.

Da un lato c’è la Germania della Merkel che sta orientando autorevolmente di fatto la politica europea senza pretendere di comandarla. Dall’altro c’è l’Italia (post) berlusconiana che arranca per non precipitare nel vuoto. Ma non è più soltanto un problema di prestazione economica, bensì di tenuta spirituale (se mi è consentito questo impegnativo termine, diventato obsoleto).

Non è colpa di un solo uomo ma della compartecipazione di una classe politica, di un ceto dirigente e della complicità di una parte consistente della società civile. Ora l’edificio si sta sfaldando?
La metafora di Pompei-Italia, diventata mediaticamente potente, merita di essere presa sul serio.

Mettiamoci nei panni dello spettatore tedesco che guarda con doloroso stupore all’accaduto. Gli viene detto che la colpa è del governo che ha tagliato indiscriminatamente i fondi per il mantenimento del patrimonio artistico; viene messo sotto accusa il ministro dei Beni culturali, che si difende in modo maldestro e patetico; si denuncia la incompetenza delle autorità locali preposte. Ma lo stato d’abbandono e di degrado dell’area di Pompei (messa impietosamente in luce dai media ma da tempo ben nota ai visitatori) mostra un livello di indecenza e di diseducazione civica che va ben oltre la responsabilità dei singoli amministratori. È la metafora della società italiana - indifferenza e inciviltà alla base, incompetenza nell’amministrazione, incapacità della politica.

Da che parte incominciare per invertire la rotta? Dal vertice? Se si cambia un governo rivelatosi incapace, si rimette tutto a posto? L’eccesso di personalizzazione che ha caratterizzato la politica di Berlusconi rischia di trasformarsi in un boomerang di aspettative eccessive per un suo ipotetico allontanamento.

Per questo l’opinione pubblica tedesca è sconcertata. Non riesce a capire che cosa sta succedendo a Roma e si chiede se è davvero pronta una nuova classe politica capace e competente per un dopo-Berlusconi frettolosamente preannunciato. Questa nuova classe politica può uscire dalla composizione attuale del Parlamento? O saranno necessarie nuove elezioni? E se invece tutto si ricompattasse come prima?

Il pubblico tedesco è in attesa. In altri tempi la solidarietà tra le «famiglie politiche» europee - democristiana, socialista e anche verde - avrebbe portato spontaneamente a forme di consultazione e sostegno reciproco. Ora non è più così. Gli italiani sono soli. E sotto scettica osservazione.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Il Cavaliere e la strategia del camaleonte
Inserito da: Admin - Novembre 22, 2010, 01:23:17 pm
22/11/2010


   
GIAN ENRICO RUSCONI

Dopo il Caimano avremo il Camaleonte. L’animale che cambia il colore della pelle per muoversi con sicurezza in un ambiente diventato ostile ed attaccare il nemico. Se l’obiettivo di Berlusconi è rimanere al potere, deve solo trovare il modo di ricompattare con operazioni cosmetiche (di cui è maestro) le forze necessarie. E nel parterre politico italiano ce ne sono a sufficienza.

C’è una singolare contraddizione nelle analisi che da mesi enfaticamente annunciano la fine di Berlusconi. C’è incongruenza nelle conclusioni. Se il berlusconismo non è semplicemente espressione di una persona ma sintomo di una profonda mutazione della società, del costume e della mentalità diffusa presso ampi strati sociali, perché dovrebbe sparire d’incanto? Bastano davvero le senili sciocchezze personali del Cavaliere? Se dietro ad esse funziona sempre «il far finta di fare» (Fini) che consente il «fare i propri affari», che sta a cuore ai sostenitori di Berlusconi, perché dovrebbero abbandonarlo?

Basta che milioni di telespettatori assistano maliziosamente divertiti alla messa in berlina o al match di alcuni potenti, per segnalare un potenziale risveglio alternativo?

Ma questa è semplicemente l’ultima versione mediatica di un antico (mal)costume italico. Ridere dei potenti e stare a guardare come va a finire, senza esporsi.

Dov’è il soprassalto morale dell’«altra» società, dov’è la fantomatica «società civile» con le sue energie sane e alternative? Che fanno i cattolici che sono la parte più consistente e qualificata della «società civile»? Ma di quali cattolici parliamo? Di quelli che condividono i giudizi severi di «Famiglia cristiana»? Una severità per altro che va in tutte le direzioni (anche contro il «vanitoso» don Gallo). O parliamo dei cattolici che sostengono le tesi di mons. Rino Fisichella, disposto a tutto comprendere e perdonare pur di avere nel berlusconismo una sponda antilaica e antisinistra? O semplicemente quei credenti (forse la maggioranza) che a Messa o fuori sono infastiditi da qualunque allusione considerata «politica»? Nella gerarchia poi sembra prevalere una mentalità iper-istituzionale: pur nei suoi espliciti rimproveri morali deve stare attenta a non mettere a repentaglio le risorse finanziarie e il sostegno in campo giuridico che le offre il governo più «compiacente» (parole di Berlusconi) mai avuto dopo il Concordato. Molti alti prelati non sopportano l’idea di dover fare di nuovo i conti con i «cattolici adulti». Sin tanto che il mondo cattolico è diviso e politicamente opportunista, Berlusconi può stare tranquillo.

Il Cavaliere è riuscito a creare o a saldare attorno a sé una nuova classe politica, reinventandola o riciclandola dai vecchi partiti, al punto che non si vede all’orizzonte una nuova classe politica alternativa. Questa infatti rischia di essere «ciò che resta» delle vecchie forze politiche nebulosamente orientate verso il centro. Per non parlare di ciò che resta della sinistra masochisticamente ripiegata su se stessa.

Rimane la Lega, ora diventata baluardo del berlusconismo. Strano destino, basato su un patto di reciproco interesse. A Berlusconi interessa la sopravvivenza politica, a Bossi sta a cuore il federalismo. Ma che cosa significhi concretamente questo progetto, non è chiaro. Lo ripetono anche quei pochi analisti che cercano seriamente di andare a fondo del progetto bossiano. In realtà i leghisti lo sanno benissimo: federalismo significa che «ci teniamoci i nostri soldi», «paghiamo meno tasse», «non dipendiamo più dalla burocrazia romana». Più chiaro di così...

Il problema adesso è che cosa è disposto a concedere su questi punti il governo, e soprattutto Tremonti. Bossi fa il gioco di sempre: sta con Berlusconi, ma insieme pensa al dopo; lo sostiene ma dice apertamente (a suo modo lealmente) che non condivide le sue opinioni. Vuole le elezioni perché è l’unico modo di tenere sulla corda gli elettori che vogliono il federalismo che non arriverà certamente da un governo che ha di mira la sola sopravvivenza.

Ma forse sottovalutano il camaleonte Berlusconi che diventerà più verde per mimetizzarsi con i leghisti, sarà azzurro per tenere attorno a sé il malconcio «popolo delle libertà» e sarà sempre bianco per rabbonire i cattolici di chiesa. Chi si aspettava la sua fine imminente, deve riaggiustare le previsioni.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'euro sfida la leadership tedesca
Inserito da: Admin - Dicembre 08, 2010, 05:22:44 pm
8/12/2010

L'euro sfida la leadership tedesca

GIAN ENRICO RUSCONI

Ragionevole prudenza? Diffidenza per una sospetta innovazione? Diffidenza verso (alcuni) partner europei? O malcelata ambizione di guidare la politica europea esclusivamente secondo i propri criteri? Che cosa c’è dietro alla opposizione del governo tedesco contro le proposte avanzate dai ministri economici dell’Eurozona che dovrebbero «porre fine alla crisi» e «rendere irreversibile l'euro» - come assicurano i promotori? Forse che i tedeschi non hanno gli stessi obiettivi? In realtà dietro a quello che rischia di apparire un conflitto di strategie economico-finanziarie tra la Germania e l’Unione europea c'è innanzitutto l’incertezza della classe dirigente tedesca sul proprio ruolo in Europa. Dalla crisi internazionale è uscita - inaspettatamente - una Germania più autorevole di prima sul piano europeo e mondiale. E’ diventata una potenza «egemone suo malgrado» in Europa. Che sul Continente non succeda nulla di importante senza il consenso di Berlino, è un fatto da tempo assodato.

Ma una nazione davvero egemone non può limitarsi a bacchettare i Paesi indisciplinati e a far pesare la sua generosità nel riparare, di tasca propria, le malefatte dei cattivi Paesi europei. Dopo tutto l’invidiabile tenuta e sviluppo della sua economia è pur sempre debitrice alla costellazione europea. In realtà non è chiaro se la classe dirigente tedesca abbia in testa una grande strategia, o non miri invece sostanzialmente a mantenere i meccanismi che hanno funzionato sino ad ieri. Così almeno sembra illudersi. Nella convinzione - ovviamente non detta ad alta voce - che la prevalenza del punto di vista tedesco sia il più vantaggioso anche per l’intera Unione europea. Questo atteggiamento «conservatore» ha una spiegazione. La popolazione tedesca infatti non nasconde più la sua aperta disillusione nei confronti dell’Europa. I discorsi sull’abbandono dell’euro sono irrealisti e provocatori, ma confermano che la gente guarda indietro. La cancelliera Merkel è sensibilissima agli umori dell’opinione pubblica.

Alla disaffezione dei tedeschi verso l’Europa e l’euro, la Merkel reagisce assumendo un atteggiamento fermo contro ogni iniziativa europea che ritiene «lassista» a favore di Paesi che non danno garanzie di politiche fiscali ed economiche tali da evitare in futuro l’intervento delle economie forti (ovvero di quella tedesca) a loro sostegno. Detto brutalmente, la cancelliera è preoccupata di rassicurare i suoi concittadini che non dovranno (più) pagare per gli altri europei. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, ma la Merkel non è né populista né ingenua: sa benissimo che l’euro è insostituibile per l’economia e per il benessere stesso della Germania se dietro ad esso c’è una comunità solidale. Se finisce l’euro solidale, finisce l’Europa politica e con essa la Germania di oggi. E la Merkel sa bene anche che la crisi, che ora sta rientrando, ha messo a nudo difetti di costruzione o debolezze di struttura che non possono più essere ignorati. Questa è la sfida per la classe dirigente tedesca, per il suo ritrovato senso di responsabilità europea.

La leadership che gli europei sono verosimilmente disposti a riconoscerle, in forza della posizione oggettiva della Germania (senza bisogno di proclamarlo sui tetti) presuppone un atteggiamento opposto a quello che - a torto o a ragione - si sta diffondendo nell’opinione pubblica europea: l’immagine di una virtuosa e efficiente Germania ma irritata e irritabile per ogni iniziativa che non risponde al suo punto di vista. Vedremo nelle prossime settimane se si tratta di una immagine sbagliata e passeggera e se la Germania saprà tirar fuori una classe dirigente in grado di guidare - d'accordo con le altre - l'Europa «realmente esistente».

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Le amnesie dei cattolici in politica
Inserito da: Admin - Dicembre 28, 2010, 06:19:27 pm
28/12/2010

Le amnesie dei cattolici in politica

GIAN ENRICO RUSCONI

I cattolici torneranno a condizionare direttamente la politica?
Ma hanno forse mai smesso di contare nel berlusconismo in tutte le sue fasi: dal trionfo di ieri sino alla sua virtuale decomposizione? Dentro, fuori, contro. Grazie al berlusconismo hanno creato un consistente «pacchetto cattolico», con scritto sopra la perentoria frase «valori non negoziabili». Nel contempo hanno mantenuto aperti spazi giornalistici di franco dissenso.

Che cosa ci si aspetta ora da Pier Ferdinando Casini, che ha preso parte diretta e indiretta a tutte le fasi del berlusconismo? Anche quando se n’è tenuto lontano, è riuscito ad essere lo spauracchio della Lega e dei post-fascisti incorreggibili.
Ma soprattutto a farsi rimpiangere dal Cavaliere.

E' ovvio che ora, nella fase attuale di latente disarticolazione e disgregazione del berlusconismo, Casini riacquisti profilo. Si badi bene: non sto parlando affatto della fine del berlusconismo, tanto meno dell'esaurirsi dello stile politico-mediatico che ha prepotentemente segnato la vita politica italiana e ha deformato il modo di guardare e di giudicare la politica. Questo costume andrà avanti, sotto altre spoglie. Ma assistiamo alla disarticolazione dei pezzi della classe politica che il Cavaliere ha tenuto insieme sino ad ieri.
Ma questa classe politica non sparirà affatto. Anche se sentimentalmente legata ancora a Berlusconi, è fermamente determinata a non finire con lui.

In questo contesto, Casini si presenta come l'uomo politico in grado di ricompattare l'intero segmento dei cattolici in politica, cominciando con il mettere al sicuro «il pacchetto cattolico» da un’ipotetica ripresa laica. E' questo ciò che sta a cuore alla gerarchia ecclesiastica.

Se questa operazione riesce, i cattolici continueranno a costituire una «lobby dei valori» (come se quegli degli altri fossero disvalori) senza riuscire ad essere una vera classe politica dirigente. Forse non se ne rendono neppure conto. Comincio a pensare che le ragioni di questa debolezza siano da ricercare anche nell’elaborazione religiosa di cui si sentono tanto sicuri. Cerco di spiegarmi - a costo di dire cose sgradevoli.

Non c'è bisogno di evocare «il ritorno della religione nell'età post-secolare» per constatare nel nostro Paese la forte presenza pubblica della religione-di-chiesa (cioè dell'espressione religiosa mediata esclusivamente dalle strutture della Chiesa cattolica). Ma la rilevanza pubblica della religione, forte sui temi «eticamente sensibili» (come si dice), è accompagnata da un sostanziale impaccio comunicativo nei contenuti teologici che tali temi dovrebbe fondare. O meglio, i contenuti teologici vengono citati solo se sono funzionali alle raccomandazioni morali. Siamo davanti ad una religione de-teologizzata, che cerca una compensazione in una nuova enfasi sulla «spiritualità». Ma questa si presenta con una fenomenologia molto fragile, che va dall’elaborazione tutta soggettiva di motivi religiosi tradizionali sino a terapie di benessere psichico. I contenuti di «verità» religiosa teologicamente forti e qualificanti - i concetti di rivelazione, salvezza, redenzione, peccato originale (per tacere di altri dogmi più complessi ) -, che nella loro formulazione dogmatica hanno condizionato intimamente lo sviluppo spirituale e intellettuale dell'Occidente cristiano, sono rimossi dal discorso pubblico. Per i credenti rimangono uno sfondo e un supporto «narrativo» e illustrativo, non già fondante della pratica rituale. La Natività che abbiamo appena celebrato è fondata sul dogma teologico di Cristo «vero Dio e vero uomo». Si tratta di una «verità» che ha profondamente inciso e formato generazioni di credenti per secoli. Oggi è ripetuta - sommersa in un clima di superficiale sentimentalismo - senza più la comprensione del senso di una verità che non è più mediabile nei modi del discorso pubblico.

Ricordo il commento di un illustre prelato davanti alla capanna di Betlemme: lì dentro - disse - c'era «la vera famiglia», sottintendendo che tali non erano le coppie di fatto e peggio omosessuali. Si tratta naturalmente di un convincimento che un pastore d'anime ha il diritto di sostenere, ma che in quella circostanza suonava come una banalizzazione dell'evento
dell’incarnazione, che avrebbe meritato ben altro commento. Ma viene il dubbio che ciò che soprattutto preme oggi agli uomini di Chiesa nel loro discorso pubblico sia esclusivamente la difesa di quelli essi che chiamano «i valori» tout court, coincidenti con la tematica della «vita», della «famiglia naturale» e i problemi bioetici, quali sono intesi dalla dottrina ufficiale della Chiesa. Non altro. La crescita delle ineguaglianze sociali e della povertà, la fine della solidarietà in una società diventata brutale e cinica (nel momento in cui proclama enfaticamente le proprie «radici cristiane»), sollevano sempre meno scandalo e soprattutto non creano impegno militante paragonabile alla mobilitazione per i «valori non negoziabili».

Un altro esempio è dato dalla vigorosa battaglia pubblica condotta a favore del crocifisso nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici.
Una battaglia fatta in nome del valore universale di un simbolo dell'Uomo giusto vittima dell’ingiustizia degli uomini. O icona della sofferenza umana. Di fatto però, a livello politico domestico il crocifisso è promosso soprattutto come segno dell'identità storico-culturale degli italiani. E presso molti leghisti diventa una minacciosa arma simbolica anti-islamica.
In ogni caso, l'autentico significato teologico - traumatico e salvifico del Figlio di Dio crocifisso, oggetto di una fede che non è condivisa da altre visioni religiose, tanto meno in uno spazio pubblico - è passato sotto silenzio. I professionisti della religione non riescono più a comunicarlo. E i nostri politici sono semplicemente ignoranti.

Se i cattolici hanno l'ambizione di ridiventare diretti protagonisti della politica, dovrebbero riflettere più seriamente sul loro ruolo.
Il discorso politico, soprattutto quando porta alla deliberazione legislativa, rimane e deve rimanere rigorosamente laico, nel senso che non può trasmettere contenuti religiosi.
Ma nello «spazio pubblico», che è molto più ampio e può ospitare discorsi di ogni tipo, si deve misurare la maturità di un movimento di ispirazione religiosa che sa essere davvero universalistico nell'interpretare e nel gestire l'etica pubblica. Non semplicemente una lobby in difesa di quelli che in esclusiva proclama i propri valori.

http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8234&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Democrazia contrattata
Inserito da: Admin - Gennaio 23, 2011, 06:16:38 pm
23/1/2011

Democrazia contrattata

GIAN ENRICO RUSCONI

Sin tanto che al suo fianco rimangono i Letta, i Tremonti, i Bossi, e la gerarchia ecclesiastica si limita ad ammonire con toni alti ma politicamente elusivi, Berlusconi ce la farà anche questa volta. Al resto penserà una comunicazione mediatica selvaggia, creando nei prossimi giorni grande confusione. Poi c’è la complicità di una classe politica di maggioranza che è terrorizzata dall’idea di «andare a casa». E da ultimo c’è l’invincibile ostilità verso la sinistra di una parte considerevole dell’elettorato che la rende ricettiva della campagna contro la magistratura.

Il destino di Berlusconi non è deciso dalla questione morale, ma dalla concretezza degli interessi in gioco. E questi interessi sono per il mantenimento del Cavaliere a Palazzo Chigi. Ogni altra alternativa fa paura più della sua totale perdita di credibilità. I berlusconiani e i beneficiari del suo sistema di governo non si sentono ancora tanto forti da fare a meno di lui. Soprattutto perché ora lo tengono in pugno. Alzeranno il prezzo del loro sostegno.

Il resto lo farà l’incredibile impotenza dell’opposizione politica, inesorabilmente minoritaria e strutturalmente divisa. Se questo è il quadro politico, ci resta soltanto la vergogna.
Tra qualche settimana si ricomincerà da capo, con il tira e molla del Terzo Polo su come condizionare il governo, con i leghisti che manipoleranno il federalismo in chiave secessionista, con i cattolici preoccupati soltanto del pacchetto dei loro «valori non negoziabili»? Oppure qualcosa è cambiato irreversibilmente?

Un fatto è certo: il governo berlusconiano sopravviverà intensificando la contrattazione con due suoi punti di appoggio indispensabili. Uno interno, la Lega; l’altro esterno, la Chiesa. In un momento in cui il mondo cattolico è turbato e scandalizzato come non mai, in un momento in cui ha la chance di tradurre in politica la sua tanto decantata centralità nella «società civile», la gerarchia ecclesiastica avrà un ruolo oggettivamente ambiguo. Certo, nei prossimi giorni la sua voce si alzerà alta e forte, ma sarà rigorosamente impolitica.

Il paradosso è che la Chiesa si vanterà di svolgere il suo magistero morale senza interferire nella politica. Ma è una finzione. Come se le fortissime pressioni esercitate in questi anni sulla legislazione a proposito delle questioni bioetiche o sulla scuola cattolica non fossero politiche. In realtà presso alcuni influenti esponenti della gerarchia c’è la reticente volontà di mantenere in vita il governo «più compiacente verso la Chiesa», a costo di abbandonare alla frustrazione e all’impotenza quella rilevante parte del mondo cattolico che vorrebbe valorizzare in termini politici efficaci il soprassalto morale e civile di questi giorni. Invece il tutto si tradurrà in qualche nuovo favorevole patteggiamento del governo.

Siamo ridotti ad una democrazia contrattata. Mai come in coincidenza del 150° anniversario della sua fondazione, come Stato unitario, l’Italia appare una «nazione contrattata». Al Nord una Lega nervosa e ricattatrice patteggia, a suon di concessioni fiscali e cedimenti simbolici con un governo debolissimo, per decidere quanta e quale nazione siamo ancora e saremo.

Berlusconi che vuole sopravvivere ad ogni costo (mai espressione è stata più corretta) è magari già disposto a fare di Arcore la seconda residenza ufficiale del governo dopo Palazzo Chigi, pur di essere sempre il premier. Bossi, che sta giocando la carta più difficile della sua carriera, gli ha detto in faccia di «riposarsi». Ci penserà lui a sistemare le cose, ormai da leader virtualmente nazionale: se il suo progetto federalista vuol avere un futuro, deve fare i conti non solo con il Terzo Polo ma con la stessa sinistra.

Rimane l’enigma Tremonti. Il ministro intende piegare la sua politica nazionale di rigore finanziario agli interessi di una parte che non nasconde le sue tentazioni secessioniste? Intende avallare un federalismo come paravento del governo del Nord e dal Nord sull’intera nazione? Chiesa permettendo, naturalmente. Si sta preparando ad una nuova Italia contrattata?

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La vera partita comincia soltanto ora
Inserito da: Admin - Febbraio 08, 2011, 12:28:20 pm
8/2/2011 - CRISI IN EGITTO

La vera partita comincia soltanto ora


GIAN ENRICO RUSCONI

In Egitto siamo alla vigilia di una transizione quasi-istituzionale verso la democrazia? Oppure ad un tentativo di normalizzazione che elude la richiesta di dimissioni di Mubarak con conseguenze imprevedibili? Siamo al punto di svolta della crisi. La questione delle dimissioni del presidente autocratico diventa decisiva, non solo simbolicamente ma politicamente. Dietro a lui infatti c’è un’intera classe dirigente, intimidita, ma decisa a giocare la sua partita. La posta in gioco ora è il consenso di milioni di egiziani che non dispongono ancora di strumenti di espressione democratica - salvo la protesta.

Lo spettacolo straordinario di centinaia di migliaia di persone che coraggiosamente e pacificamente hanno messo in ginocchio un regime, è stata una grande lezione di spontaneità politica. Ma ha tenuto nascosto l’altro spettacolo di quartieri impauriti, di negozi sbarrati, di mercati deserti - l’altra città che stava a guardare - verosimilmente con simpatia. Ma adesso aspetta la soluzione. Ecco perché è diventato decisivo governare questa fase di transizione.

E’ facile per i governi occidentali dare agli egiziani saggi consigli per una strategia graduale. In fondo è una nuova versione della raccomandazione per l’unica cosa che sembra stare a cuore all’Occidente: la stabilità nella regione.

Si tratta di una giusta preoccupazione, naturalmente. Ma non è per questo che sono in piazza migliaia di uomini e di donne. Loro vogliono cambiare radicalmente. Per loro la parola «democrazia» ha ancora il sapore esplosivo della rivoluzione. Non è quindi per testardaggine poco diplomatica che esigono l’allontanamento di Mubarak E’ il loro modo di dire un chiaro no ad una classe politica complice con il regime mubarakiano che ora pretende di gestire il passaggio verso una democrazia, di cui non sa tracciare alcun profilo convincente, Nessuno sa esattamente che cosa succederà. E’ un momento sospeso tra voglia di normalizzazione della vita quotidiana e attesa di innovazione politica ancora tutta da inventare.

Protagonisti speciali di questo momento sono due soggetti che per ragioni diversissime sono ancora un po’ misteriosi: i giovani e il movimento dei «Fratelli musulmani». Parlare dei giovani come di soggetto collettivo è un’abitudine che abbiamo preso in occidente e che sembra confermata dalla vicenda egiziana. Anzi questa ha inventato un nuovo pezzo di mito - quella della irresistibile forza espressiva e comunicativa dei nuovi mezzi Internet, Facebook ecc. assurti a indicatori dell’identità giovanile.

Ma la dura sostanza della questione giovanile va ben più in profondità del nuovo mito Facebook. La contraddizione tra la maturità espressiva della gioventù egiziana e la sua miseria materiale - la mancanza di futuro - ha innescato una rivolta che non si fermerà tanto facilmente. Chi saprà incanalare, governare e guidare le aspettative giovanili oltre una provvisoria transizione istituzionale?

A proposito di espressione e comunicazione, non ci è sfuggita l’insistenza con cui le televisioni occidentali hanno mostrato e intervistato, durante le manifestazioni di protesta, donne e ragazze con il corpo e il volto coperto dal velo nero. Sembravano del tutto a loro agio nella folla a fianco degli altri manifestanti. Accostate magari intenzionalmente dai cameramen a barbuti giovani copti con un crocifisso sul petto. Vuol essere un segnale rassicurante all’Occidente: la domanda di democrazia politica, la libertà religiosa e l’adesione ai precetti più rigorosi dell’Islam sono compatibili. Così si afferma in Tunisia. Cosi è accaduto in Turchia.

Ebbene questo ruolo - davvero rivoluzionario - di movimento di ispirazione islamica che si fa interprete delle libertà democratiche viene ora assegnato in Egitto ai Fratelli musulmani. In realtà sulla natura effettiva e soprattutto sull’orientamento strategico di questo movimento le opinioni sono molto controverse. In Egitto e in Occidente. Non è chiaro quindi se l’aspettativa di un suo contributo alla democratizzazione sia un augurio o non piuttosto uno scongiuro. Molti temono che si tratti di mero tatticismo, ma altri ricordano esperienze di altri movimenti radicali che hanno attraversato felicemente fasi di trasformazione. E’ presto per saperlo. La storia politica del nuovo Egitto incomincia appena ora.

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La Germania non perdona le bugie
Inserito da: Admin - Marzo 02, 2011, 06:49:28 pm
2/3/2011

La Germania non perdona le bugie

GIAN ENRICO RUSCONI


In Germania un ministro non può mentire impunemente, neppure su una questione (apparentemente) privata.

Il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg ha lasciato il governo per l’insostenibilità della sua posizione a proposito del plagio della sua tesi di dottorato. Contestualmente la cancelliera Angela Merkel non ha fatto una bella figura nel corso dell’intera vicenda. Ha vinto invece la protesta di una parte significativa della società civile e dei media. Il governo sembra scosso ma incassa: così funziona una democrazia.

Giorni fa davanti all’incredibile trascinarsi della vicenda Guttenberg, ho temuto che «la Germania che amiamo (nonostante tutto)» stesse finendo in un indecoroso miserabile scandalo.

Sembrava che una classe politica di governo difendesse un ministro considerando il suo «errore» (aver copiato molte parti del suo lavoro di dottorato) una faccenda personale che non tocca la sua competenza istituzionale. Come se il deplorevole incidente non dovesse assolutamente fermare una brillante carriera politica lanciata verso i più alti traguardi. Come se l’ammissione di quell’«errore» (Guttenberg ha sempre evitato di parlare di «bugia») potesse dirottare la faccenda sul piano della umana debolezza. In questo modo un errore pubblicamente e apertamente riconosciuto sarebbe diventato paradossalmente la conferma della grande qualità dell’uomo che lo ha commesso.

Ma la cancelliera Merkel ha aggiunto di suo una dichiarazione infelice. Guttenberg - ha detto - stava al governo per le sue eccellenti competenze di ministro, non in forza di titoli (veri o presunti) di «assistente scientifico» del governo stesso. Il contesto politico dava alla dichiarazione un involontario tono di presa di distanza dal sistema universitario e scientifico e dal suo sistema di valori. Questo atteggiamento ha rinforzato la reazione di protesta della migliore società civile tedesca, non solo di quella universitaria.

La società civile - o meglio una parte di essa (come vedremo) - ha mostrato di avere ancora due principi fermi. Primo: un uomo politico non deve mentire mai, in nessuna circostanza, anche privata. Secondo: l’attività scientifica, con le sue procedure e i suoi criteri di giudizio, non è un valore sociale di secondo livello. I lavori accademici non sono rituali che lasciano il tempo che trovano (comprese le famose «note a piè di pagina»). Naturalmente non siamo tanto ingenui da non vedere nella vicenda Guttenberg anche una forte dimensione di competizione politica e partitica. L’opposizione ha sfruttato a fondo (ma legittimamente) gli errori di comportamento dell’ex ministro e il sostegno acritico che il suo partito gli ha assicurato per settimane. Sino all’altro ieri.

I media si sono divisi, anche se la stampa nazionale più importante e influente ha subito preso una posizione critica verso Guttenberg, sempre più severa a mano a mano che il ministro modificava e manipolava le spiegazioni per giustificare e difendere il suo operato - sino alla pubblica tardiva rinuncia volontaria al titolo di dottore. Contemporaneamente si è assistito all’irresistibile impatto delle comunicazioni via Internet, riprese dai media televisivi, che implacabili ogni sera elencavano le pagine copiate della dissertazione del ministro.

Eppure nonostante questo si è formata una consistente parte di opinione pubblica, guidata da alcuni giornali popolari, che prendevano le difese del ministro, presentato come la vittima di una campagna politica dell’opposizione di sinistra, invidiosa e ostile. Ma tra le righe passava anche il messaggio, in fondo apolitico e anti-intellettuale, che non è poi così grave imbrogliare nelle cose di scuola e accademiche - perché ciò che conta è la capacità politica o comunque «il fare», non i titoli universitari.

Sullo sfondo di questo tentativo di politicizzare un problema di etica personale e pubblica e di banalizzare il valore del lavoro intellettuale e dell’attività accademica come tale, diventa istruttiva la vicenda dell’ex ministro zu Guttenberg. Soprattutto diventa esemplare la reazione della protesta civile e della stampa che le ha posto fine.

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI I valori del laico
Inserito da: Admin - Marzo 05, 2011, 04:41:57 pm
5/3/2011

I valori del laico

GIAN ENRICO RUSCONI

In democrazia vale il principio secondo cui il credente può esporre nel discorso pubblico e quindi introdurre nel processo deliberativo posizioni che (formulate in codice religioso o no) non pregiudicano l’autonomia di comportamento degli altri cittadini che hanno convinzioni diverse o contrarie alle sue. Naturalmente vale anche il reciproco. Da parte sua il laico deve falsificare l’inconsistente luogo comune che considera la laicità, nel migliore dei casi, soltanto una procedura o un metodo mentre la religione offrirebbe contenuti di senso sostanziali. Va fermamente respinta l’idea che la percezione del mistero della vita e della contingenza del mondo, l’emozione profonda davanti all’universo, il senso del limite dell’uomo siano prerogative del sentimento religioso. È sciocco scambiare come indifferenza verso il senso della vita la discrezione, la riservatezza, il silenzio che il laico prova dinanzi alla finitezza, alla miseria umana e alla morte. La cultura laica rifugge da ogni omologazione culturale ma possiede una concezione della «natura umana» ragionevole e scientificamente fondata, a fronte di visioni antropologiche strettamente intrecciate con culture religiose storicamente debitrici a saperi pre-scientifici.

Contrastando ogni forma comunitarista che fa appello a «tradizioni» o «radici» con pretese vincolanti, il laico fa valere il principio universalistico della cittadinanza costituzionale. Tutto ciò è congruente con l’idea di democrazia intesa come lo spazio istituzionale entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti confrontano i loro argomenti, affermano le loro identità e rivendicano il diritto di orientare liberamente la loro vita – senza ledere l’analogo diritto degli altri. Che questo difficile equilibrio sia etichettato oggi come post-secolare anziché semplicemente laico poco importa. Ciò che conta è che esso sia garantito da un insieme di procedure consensuali che impediscono il prevalere autoritativo di alcune pretese di verità o di comportamento su altre. L’età post-secolare non può cancellare l’acquisizione essenziale della secolarizzazione: la piena legittimità etica del non credere, oltre che la legittimità e la plausibilità intellettuale del non credere. Tutte le opzioni morali hanno pari dignità quando sono pubblicamente argomentate, accolte e sottoposte al vaglio dei procedimenti democratici nei casi in cui hanno rilevanza pubblica e richiedono di farsi valere come norme di valore giuridico.

La libertà di coscienza individuale e la sua autonomia non sono affidate a insindacabili valutazioni soggettive bensì a motivazioni che sono aperte allo scambio di ragioni degli altri, accolte con pieno rispetto. Da qui la necessità di legiferare in modo da non offendere chi – nei meccanismi della rappresentanza – non riesce a far valere il suo punto di vista. [...] Questa democrazia è definibile come laica nel senso che quando in essa si manifestano credenze e convinzioni incompatibili tra loro, ai fini dell’etica pubblica e delle sue espressioni normative, non decidono «verità sull’uomo» (riferite a una «parola di Dio» interpretata in modo autoritativo da un ceto di professionisti religiosi) ma le procedure che minimizzano il dissenso tra i partecipanti al discorso pubblico. «La verità» – se vogliamo usare questo impegnativo concetto – è contenuta nello scambio amichevole di argomenti che motivano le proprie convinzioni e nella lealtà di comportamenti che non sono reciprocamente lesivi. Chi accetta questo, realizza la cittadinanza democratica.

Questo brano è tratto da «Democrazia post-secolare» nella raccolta di Letture di Biennale Democrazia pubblicata da Einaudi.

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI - L'Europa ancora non ci capisce
Inserito da: Admin - Marzo 13, 2011, 05:15:44 pm
13/3/2011

GIAN ENRICO RUSCONI

L'Europa ancora non ci capisce


Centocinquant’anni fa gli europei come guardavano l’Italia? Con stupore, con incredulità e con ammirazione. Ai loro occhi gli italiani avevano realizzato un’impresa - l’unità nazionale - ritenuta quasi impossibile e in modi che apparivano ammirevoli. E oggi? Gli europei guardano l’Italia ancora con stupore, con incredulità ma con disincantata diffidenza. Come se non la riconoscessero più.

L’unità d’Italia è stato un evento europeo di prima grandezza. L’Europa non è stata semplicemente il palcoscenico dell’impresa, il suo ambiente, ma un ingrediente essenziale. Naturalmente non parliamo dell’Europa come entità politica così come la vediamo noi oggi, ma dell’Europa come sistema di Stati nazionali. Anzi come «potenze» nazionali. L’Italia diventava Stato-nazione come gli altri - alleandosi con alcuni di essi e combattendo contro altri, anzi con i più potenti. L’Italia insomma si è «fatta» lottando politicamente e militarmente per divenire nazione europea a pieno titolo.

Per un altro popolo europeo che aveva lo stesso problema, il popolo tedesco, l’Italia offriva addirittura il modello da seguire per la sua unificazione nazionale. Così pensavano i liberali tedeschi che invocavano il loro «Cavour tedesco». Quando nel 1866 la Prussia si muoverà per realizzare a suo modo il progetto nazionale sotto la guida di Otto von Bismarck, questi non userà certo la strategia di Cavour, ma vorrà fermamente al suo fianco l’Italia per combattere il nemico comune - l’Austria. Nasce così il mito della «alleanza naturale» tra Piemonte/Italia e Prussia/Germania.

Sembra archeologia storica, invece in quel tempo si gettano alcune basi di future convergenze che porteranno molto lontano.
Nel bene e nel male.
Per l’Italia post-unitaria non è facile trovare la sua posizione tra le grandi potenze europee che per molto tempo la guardano con una certa benevola supponenza. Le enormi insospettate difficoltà di costruire effettivamente le strutture di uno Stato moderno a partire da pezzi di Stati regionali, caratterizzati da sviluppo molto diseguale e soprattutto da una incredibile arretratezza economica di molte aree meridionali, assorbono gran parte delle energie di una classe politica generosa ma impari all’impresa. Detto brutalmente, all’improvvisa morte di Cavour l’Italia si scopre sprovvista di una classe politica all’altezza del compito. Ma è facile per noi oggi tranciare giudizi negativi sui suoi limiti, impreparazione tecnica, inadeguatezza culturale - persino su qualche loro canagliata.

Ma non meno ardua è la collocazione internazionale dell’Italia unita. Le potenze europee hanno un atteggiamento strumentale nei confronti del nuovo fragile Regno italiano, sfruttando spesso cinicamente anche il suo fatale conflitto con la Chiesa cattolica. Vogliono asservirlo o quanto meno utilizzarlo per i propri interessi - tutti, francesi, inglesi, tedeschi. La collocazione geopolitica della Penisola fa il resto. Proiettata nel Mediterraneo, deve tenere conto innanzitutto degli interessi delle due grandi potenze «occidentali» che vi fanno da padrone - Inghilterra e Francia. È soprattutto la dura competizione e la guerra economica della Francia, con i suoi appetiti coloniali nel Nord Africa, a spingere la diplomazia italiana a riprendere e approfondire i rapporti con le potenze settentrionali continentali - Germania e Austria. Il punto d’approdo è la Triplice Alleanza che spesso nella storiografia italiana di stampo nazional-nazionalistico (dopo gli eventi della Grande Guerra) verrà guardata con sospetto, se non con sdegno come presunta «alleanza innaturale».

Non entro qui nel merito di questa controversia storiografica. Mi preme sottolineare che è la posizione oggettiva geopolitica dell’Italia, non una qualche caratteristica antropologica o caratteriale degli italiani, che costringe la diplomazia italiana nella lunga fase post-unitaria a muoversi con destrezza e con qualche opportunismo tra le potenze europee. In fondo l’Italia non vuole schierarsi senza riserve con l’una o l’altra potenza europea, che lentamente ma inesorabilmente si muovono verso la formazione di due rigidi blocchi contrapposti che si scontreranno mortalmente nel 1914.

In questi anni ci sono episodi gustosi ma serissimi nella sostanza. Il cancelliere tedesco von Bülow, grande amico dell’Italia, cercava di sdrammatizzare davanti al parlamento tedesco l’atteggiamento oscillante italiano fra la Triplice e Francia-Russia con la famosa battuta che non era il caso di allarmarsi più di tanto se l’alleato italiano «faceva qualche giro di valzer» con la Francia, nemica della Germania, stringendo con essa un «patto di amicizia». Impagabile a questo proposito è l’affermazione serissima dell’allora ministro degli Esteri, Giulio Prinetti, che diceva che l’Italia aveva a cuore sia i suoi «alleati» (i tedeschi) che i suoi «amici» (i francesi).

Ma le belle battute si dissolvono con lo scoppio della guerra del 1914, quando l’Italia, sempre formalmente alleata con le potenze centrali tedesca e austriaca, dichiara prima la propria neutralità, per passare poi l’anno successivo sull’altro fronte, anglo-francese, provocando l’accusa di tradimento da parte degli austro-tedeschi. A dispetto delle buone ragioni italiane, è in questo preciso momento storico che per la prima volta apertamente, appassionatamente (e oserei dire irreversibilmente) gli europei si dividono nel giudicare l’Italia. Da questo punto di vista, la (buona) retorica del compimento del Risorgimento italiano nella Grande Guerra trascina con sé un trauma profondo in Europa - anche spesso ritoccato in molte ricostruzioni storiografiche - che è la radice di tutti i successivi controversi giudizi
sull’Italia e sugli italiani.

Sembra di cattivo gusto evocarlo ancora oggi, a tanti anni di distanza, soprattutto dopo i felici anni di conciliazione europea del secondo dopoguerra e dopo gli sforzi di educazione a una memoria comune matura. Ma i tempi della memoria storica reale (in cui si sedimentano e trovano alimento veri e propri pregiudizi) non sono i tempi della cronaca politica.
Concludo con un’ultima riflessione. Gli europei fanno fatica a capire perché noi oggi discutiamo con tanta passione e amarezza se e come dobbiamo rimanere una nazione unita.

Non riescono a capire perché da noi si dica che «non ci sentiamo italiani». Per loro è così evidente «l’italianità» dell’intera penisola, al di là del tanto esibito regionalismo, al punto da non rendersi conto che non sono in gioco il costume, la tradizione, la cucina e la (pseudo) religiosità degli italiani, ma un deficit di senso di comunità statuale. In realtà purtroppo alcuni europei considerano questo deficit un peccato veniale di italianità. Di conseguenza non capiscono perché il tanto strombazzato federalismo leghista sia carico di risentimento antinazionale. Per un tedesco, che gode da decenni di un federalismo funzionante, è inconcepibile che esso sia politicamente promosso con motivazioni anti-nazionali. Ma in Italia è così. È un altro motivo di difficile comprensione reciproca.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Il crocifisso non è innocuo
Inserito da: Admin - Marzo 21, 2011, 05:42:35 pm
21/3/2011 - LA SENTENZA EUROPEA

Il crocifisso non è innocuo


GIAN ENRICO RUSCONI

La sentenza della Corte di Strasburgo è prigioniera di un brutto paradosso. Dichiarando che il crocifisso esposto in un’aula scolastica non lede alcun diritto, non solo lo dichiara innocuo, ma declassa il più potente segno religioso dell’Occidente a un marcatore identitario. «Non fa male a nessuno» - come ripetono da sempre i molti per trarsi d’impaccio dal conflitto di ragioni che la questione seriamente solleva.

Posso comprendere il tripudio dei cattolici governativi e dei leghisti che dopo lo smacco della riuscitissima festa dell’Unità d’Italia si consolano dicendo che nazionale non è la bandiera tricolore ma il crocifisso. Quello che non capisco (si fa per dire) è l’entusiasmo della gerarchia ecclesiastica. Non si rende conto dell’equivoco che promuovendo il crocifisso come simbolo di universalismo e umanitarismo in esclusiva nazionale, negando di fatto spazio ad altri simboli religiosi, lo priva della sua specifica autenticità religiosa?

Preoccupazioni culturali, considerazioni psicologiche; deduzioni giuridiche. Di tutto si parla, salvo che del valore religioso del crocifisso che rappresenta (dovrebbe rappresentare) il Figlio di Dio in croce. Non semplicemente un uomo giusto e innocente ma - in una prospettiva teologica carica di mistero - il Figlio di Dio che muore per volontà del Padre per redimere l’uomo dal peccato. Terribile mistero di fede, diventato oggi incomunicabile, banalizzato a segnaposto identitario nazionale.

Evidentemente tra i «valori non negoziabili» di molti cattolici c’è la rivendicazione dello spazio pubblico per le loro idee su famiglia e omosessualità, ma non c’è la capacità di trovare le parole per comunicare verità dogmatiche di cui si è perso letteralmente il significato: peccato originale, redenzione, salvezza. Tanto vale ripiegare sulla simbologia umanitaria, come si trattasse di Gandhi. Anzi meglio di Gandhi: «Abbiamo il crocifisso».

Non è certo compito degli atei devoti o dei laici pentiti occuparsi di queste cose. A loro non interessano queste faccende teologiche. Ma dove sono i cristiani maturi? Dove sono i «teologi pubblici» - come dice la nuova moda? Lascio a chi è più competente di me dare un giudizio giuridico sulla sentenza di Strasburgo. Il lungo testo sembra molto preoccupato di delimitare i confini della competenza della Corte: «Non le appartiene pronunciarsi sulla compatibilità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche con il principio di laicità quale è consacrato nel diritto italiano». In altre parole, si affida alla giurisprudenza italiana, facendo finta di non sapere quanto essa sia incerta e controversa. Anzi adesso molti uomini di legge saranno sollevati d’avere un’autorevole istanza «esterna» cui appoggiare i loro argomenti.

Un punto importante tuttavia è acquisito dalla sentenza: in tema di religione (insegnamento, spazio pubblico, rapporti istituzionali tra Chiesa e Stato) il criterio nazionale ha la precedenza su ogni altro. Ma questo in concreto vuol dire che in Europa prevarranno linee interpretative molto diverse da Paese a Paese: la situazione francese è inconfrontabile con quella tedesca, con quella italiana, con quella spagnola, per tacere dei nuovi Stati membri dell’Europa orientale. Con buona pace dell’universalismo del messaggio cristiano ridotto a principi generalissimi diversamente intesi e praticati a Parigi, a Berlino, a Roma o ad Atene. E’ come se per paradosso si riproducessero di nuovo - in termini non drammatici - le antiche divisioni della cristianità occidentale.

Ma poi la Corte fa un passo ulteriore significativo, quando dichiara con una certa disinvoltura di non avere prove di una influenza coercitiva negativa del simbolo cristiano su allievi di famiglie di religione o di convincimenti diversi. In realtà proprio su questo punto è stata decisiva anni fa la sentenza della Corte Costituzionale tedesca (a mio avviso la più equilibrata e convincente mai pronunciata) che al contrario ha dichiarato necessario tenere in considerazione le opinioni di tutti gli interessati. Si tratta infatti di un conflitto tra diritti legittimi. L’esito finale della lunga appassionata controversia sul crocifisso in aula è stato il più impegnativo che si potesse immaginare: nessuna imposizione di legge, ma ragionevole intesa tra tutti gli interessati. In nome dell’universalismo e del rispetto reciproco.

E’ una strada difficile da praticare, ma è l’unica degna di una democrazia laica matura. Peccato che noi ne siamo ancora molto lontani.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI L'Europa senza classe dirigente
Inserito da: Admin - Marzo 27, 2011, 10:54:49 am
27/3/2011

L'Europa senza classe dirigente

GIAN ENRICO RUSCONI

L’Europa non ha una solida e autorevole classe politica dirigente, ma leader nazionali in competizione tra loro. La loro preoccupazione principale è il timore della perdita di consenso elettorale interno, non l’elaborazione di una grande strategia unitaria nei confronti dei processi rivoluzionari in Nordafrica e in Medio oriente. Le incertezze e le inquietudini delle opinioni pubbliche in Europa sono così forti che i governi lungi dal saperle orientare, ne sembrano solo condizionati.

Francia e Germania hanno preso due strade opposte - interventista, decisionista, conflittuale quella francese al punto da metter in difficoltà la Nato. Reticente, assenteista, ripiegata su se stessa quella tedesca. E l’Italia si trova spiazzata. L’oscillazione della sua politica ufficiale l’ha fatta ricadere in una impasse che riproduce un destino che colpisce l’Italia da oltre cent’anni in circostanze simili. E’ una fatale eredità storica, addirittura post-unitaria.

Ma adesso si rischia di toccare il fondo, se la preoccupazione dominante è quella di rimandare a casa i profughi. E’ questa la grande politica mediterranea del governo italiano?

Il risentimento anti-francese che in queste ore contraddistingue non solo il governo ma anche parte dell’opinione pubblica, fa velo sul comportamento tedesco che viene presentato come saggio neutralismo, che si sarebbe potuto imitare. Ma non è esattamente così. Anche quella tedesca è una stretta considerazione degli interessi nazionali.

Da tempo ormai «la Grande Germania» è diventata un po’ «piccina». Giustamente combatte strenuamente per una politica finanziaria e monetaria comune, con atteggiamenti severi verso chi trasgredisce o non si impegna seriamente. Vuole evitare che i costi di sostegno di un gravoso interesse comune ricadano in modo sproporzionale sui tedeschi. Ma per il resto il governo di Berlino è interamente assorbito dai suoi problemi interni - anche di alto valore, come il progressivo abbandono dell’energia nucleare. Questo è al momento il problema che più interessa in assoluto l’opinione pubblica tedesca che segue con apprensione quanto sta accadendo in Giappone.

In questa ottica, il Mediterraneo è lontano, molto lontano. Il drammatico sbarco sulle coste italiane di masse di giovani uomini in fuga è menzionato dai media tedeschi per parlare delle disastrose condizioni logistiche, alimentari e igieniche. Sulla sostanza del problema non c’è dibattito.

La Germania non ha rilevanti interessi né energetici né strategici nell’area mediterranea. Ma a suo tempo aveva guardato con irritazione l’ambizioso piano di Sarkozy per una Unione mediterranea, riuscendo a boicottarlo per evitare che facesse ombra all’Unione europea come tale. Il Presidente francese non se l’è presa più di tanto. Ma probabilmente ora Sarkozy è contento che l’amica Angela Merkel (con la quale giorni fa nella riunione intergovernativa ha scambiato i rituali bacetti) si sia messa in disparte nella faccenda libica e più in generale di fronte al rilancio di una grande «politica araba» francese. Non è infatti facile per Sarkozy tenere testa alla cancelliera quando questa si impunta. Ma non si può quindi escludere che l’atteggiamento astensionista della Merkel sia dovuto anche al desiderio di non scontrarsi con le ambizioni del presidente francese, di cui ha bisogno per portare avanti la sua politica finanziaria europea. Ancora una volta, entra in gioco l’interesse nazionale tedesco.

A questo vanno aggiunte le preoccupazioni elettorali. Da tempo ormai la Merkel è in difficoltà. Per un tipo riservato come lei, lasciarsi scappare in pubblico la frase di «essere molto triste» per le critiche ricevute per il suo atteggiamento verso il caso libico, segnala un disagio reale. Probabilmente i suoi sensibili sensori verso l’opinione pubblica le trasmettono segnali contraddittori che la inquietano. Proprio oggi registrerà una risposta importante, forse decisiva, con le elezioni nei Länder del Baden-Württemberg e Rheinland-Pfalz.
Ma la questione chiave della consultazione elettorale odierna non è la Libia o il Mediterraneo bensì la prosecuzione o meno della politica energica governativa che punta sulle centrali nucleari.

In proposito nei giorni scorsi c’è stato un piccolo incidente molto significativo. Il ministro (liberale) dell’Economia in una riunione riservata con la Confindustria tedesca avrebbe detto - a quanto risulta dai verbali - che «non è razionale» impegnarsi nel dibattito sulla politica energetica nucleare in clima di elezioni. Come dire che i discorsi sull’abbandono dell’atomo avanzati dal governo sono soltanto una manovra elettorale. Naturalmente il ministro ha smentito d’aver detto quella frase, costringendo un alto dirigente della Confindustria, responsabile dei verbali, alle dimissioni. Un gesto nobile ma sospetto.

Tornando alla politica nel Mediterraneo, il ministro degli Esteri tedesco l’altro giorno si è limitato a dire in Parlamento, con il tono stentoreo che lo caratterizza, che «nessun soldato tedesco andrà combattere in Libia». In compenso la Germania darà una mano agli alleati occidentali su un altro fronte, inviando uomini e mezzi in Afghanistan. Ieri una vignetta su un giornale rappresentava un gruppo di ribelli libici: uno chiede «Dove sono i tedeschi?». L’altro risponde. «In Afghanistan a combattere per la nostra libertà».

La preoccupazione del ministro tedesco è quella di mostrare «lealtà» verso gli alleati occidentali più che impegnarsi nella soluzione del problema libico o mediterraneo. Delle grandi parole care ai tedeschi negli anni scorsi sull’interventismo per i diritti umani calpestati, non c’è più traccia. Non mi pare una posizione esemplare da «Grande Germania».

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Non servono colpi di testa
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2011, 06:36:21 pm
12/4/2011

Non servono colpi di testa

GIAN ENRICO RUSCONI

Bastano 22 mila profughi indesiderati per rovinare nel giro di quarantotto ore il lavoro di decenni di costruzione europea?

La frase di Roberto Maroni che si chiede «se ha senso rimanere nell’Unione europea. Meglio soli che male accompagnati» - è molto grave. Sproporzionata. In realtà rivela di colpo l’incultura europea di parte della nostra classe politica. Governo compreso.

Aspettiamo adesso una chiara responsabile dichiarazione del presidente del Consiglio. Quella del ministro dell’Interno infatti non è la solita «battuta leghista» da non prendere troppo sul serio.

Ma intanto - comunque vada - da oggi l’Europa non sarà più quella di prima. E non solo per colpa degli italiani che erano attesi al varco della crisi finanziaria (con la litania sempre ripetuta che dopo l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo sarebbe stata la volta dell’Italia). Gli italiani invece hanno turbato l’Europa con una decisione apparentemente meno drammatica, che di colpo però ha mostrato le nuove ansie profonde dell’Europa dei governi. Si ha l’impressione infatti che crei più preoccupazione la prospettiva di dover forzatamente accogliere profughi indesiderati che non accollarsi i costi supplementari del salvataggio finanziario greco o portoghese. Se è così l’Europa è davvero cambiata.

Non è chiaro se nella rigida reazione dei ministri europei che rivendicano la corretta interpretazione delle regole Schengen di contro all’iniziativa italiana, ci sia soltanto l’esigenza che «le regole vanno rispettate». O non ci sia anche il sospetto che il ministro italiano abbia tentato di forzare la mano creando un fatto compiuto. Confermando ancora una volta che gli italiani sono sempre un po’ disinvolti quando si tratta di interpretare le norme. Soprattutto in presenza di un governo che non brilla certo per entusiasmo europeo. Per tacere d’altro. È antipatico scrivere queste cose, ma sarebbe ipocrita tacerle.

Se è così, si rivela un altro tassello della mutazione dello spirito europeo. Questa volta imputabile anche alla situazione italiana. La straordinaria storia del ruolo determinante e insostituibile dell’Italia nella costruzione europea - non solo dai mitici inizi degli Anni Cinquanta ma per tutti i decenni successivi - sembra archeologia. Peggio, rischia di essere retorica - dopo le infrazioni continue, le inadempienze, le sciatterie italiane nei rapporti con Bruxelles. L’Europa si è ridotta ad un fastidioso controllore, ad un deposito di risorse da strappare con complicate pratiche burocratiche. In ogni caso un’istituzione da trattare in modo strumentale - do ut des. Maroni ha ricordato polemicamente che l’Italia ha mostrato la sua solidarietà verso la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo. «Ma a noi, in questa situazione di grave emergenza, è stato detto “cara Italia, sono affari tuoi e devi fare da sola”. L’Unione europea è un’istituzione che si attiva subito solo per salvare banche e per dichiarare guerre, ma quando si tratta di esprimere solidarietà a un Paese come l’Italia, si nasconde».

I concetti-chiave del ragionamento sono «emergenza e solidarietà». La controversia sta proprio nella loro interpretazione. Ciò che per il governo italiano è «emergenza e necessità di solidarietà» non lo è per i partner europei. Invece proprio da questi valori - riferiti ovviamente ad altri contenuti - è nata e si è sviluppata l’Europa. Questo ciclo si sta chiudendo? Mi chiedo che cosa pensa davvero la grande maggioranza della popolazione italiana, francese o tedesca. Al momento sembra silenziosamente schierata dietro i rispettivi governi. Mi chiedo ad esempio che cosa pensano i Verdi tedeschi che insieme ad un’Europa denuclearizzata ed ecologica, la vogliono più solidale anche nei confronti dei migranti. Si accontenteranno delle cifre che il governo di Berlino elenca per mostrare la sua generosità (in un sottinteso confronto polemico con l’Italia)? Sarà importante vedere come l’opinione pubblica europea reagirà nei prossimi giorni se il governo italiano decidesse qualche colpo di testa. O viceversa se l’Europa posta di fronte ad una situazione di grave disagio di un suo membro importante mutasse atteggiamento.

Per il momento dunque la parola e l’iniziativa rimangono ai governi. Innanzitutto al governo italiano, che si trova davanti ad una prova molto seria del suo europeismo. Se è convinto d’avere buone ragioni, si ricordi che le virtù delle vecchie classi politiche europee di fronte alle difficoltà che sembravano insormontabili, erano la ferma pazienza e la ricerca ostinata dell’accordo. Non la ricerca del consenso elettorale domestico ad ogni costo. Tanto meno i ricatti di rompere con i partner. Non ci sarebbe stata l’Europa.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI I tedeschi licenziano i politici
Inserito da: Admin - Aprile 12, 2011, 06:44:34 pm
29/3/2011

I tedeschi licenziano i politici

GIAN ENRICO RUSCONI

Quello che accade in Germania si spiega ben al di là degli errori politici di Angela Merkel.

È la crescente scollatura tra un nuovo esigente elettorato e un ceto politico, certamente professionale e competente, ma che non sa più interpretare le ansie e le attese dei cittadini.

La cancelliera Merkel lo aveva oscuramente intuito, ma ha sbagliato nella risposta politica. È difficile dire ora se si tratta di un errore correggibile. La Merkel si sta giocando il suo destino politico e probabilmente quello dell’intero sistema politico partitico tedesco così come ha funzionato sinora. Si sta verificando infatti un mutamento irreversibile.

Per un’analisi significativa della nuova situazione tedesca occorre quindi tenere insieme tutti gli elementi: la nuova sensibilità dei cittadini, il mutamento degli equilibri politici, gli errori strategici e tattici della Merkel.

Cominciamo da questi ultimi. L’errore politico più serio della Merkel è avere un alleato sbagliato - il partito liberale di Guido Westerwelle - che la danneggia anziché sostenerla. Dalla mancata riforma fiscale al nucleare. Usciti vincitori dalle ultime elezioni generali con una baldanza che era sopra le righe, i liberali hanno avanzato programmi ambiziosi (riduzione delle tasse, riforma del sistema sanitario) che si sono rivelati impraticabili e controproducenti. Da qui i continui conflitti interni alla coalizione che la Merkel ha cercato di smussare anziché risolvere. Quella che sembrava una mediazione era in realtà una rimozione momentanea del conflitto.

Le cose non sono andate meglio recentemente a proposito della neutralità tedesca nella crisi libica. La convergenza tra la Cancelliera e il ministro degli Esteri Westerwelle non è avvenuta sotto il segno di una scelta meditata, ma con la preoccupazione di giustificarsi presso gli alleati occidentali. La decisione di starsene fuori non è dispiaciuta ai tedeschi, che in questo momento ritengono di avere problemi più urgenti cui pensare. Ma da una Cancelliera che tra le sue priorità conclamate mette sempre il rafforzamento dell’Europa e il ruolo consapevole della Germania nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ci si aspettava un atteggiamento meno elusivo.

Da qui l’appannamento di immagine di una donna che aveva sempre dato l’impressione di essere risoluta e chiara anche nei momenti di dissenso. È stato con questa immagine che la Cancelliera si è presentata ai suoi concittadini come vincente sulla questione che più le sta a cuore: la tenuta e la riorganizzazione del sistema economico-finanziario europeo con un solido apparato di controlli.

Ma la cosa non sembra avere impressionato gli elettori che si chiedono se in Europa è passata davvero la linea Merkel. Non ne sono del tutto convinti, in ogni caso non sembrano entusiasti dello stato di salute dell’euro. Ma sono rassegnati: per la Germania l’Europa è una costosa necessità. Ecco perché quella che la Merkel riteneva fosse la sua carta elettorale vincente non ha funzionato.

In compenso ha rivelato una fatale incertezza nella politica dell’energia nucleare che in questo momento è ciò che sta più a cuore agli elettori tedeschi. L’idea di convocare un «consultorio etico» per ripensare ancora una volta l’intera questione del nucleare, che alla maggioranza dei tedeschi è assolutamente chiara, è sembrato un pretesto per prendere tempo. Il resto lo ha fatto l’incauta sortita del ministro dell’Economia (anche lui un liberale) che ha lasciato capire che la ventilata ritirata dal nucleare era una mossa elettorale. È questo atteggiamento che è stato punito - al di là della sostanza - proprio per lo stile elusivo dei politici.

Il punto è importante. La chiave di lettura della batosta elettorale subita dalla Cdu nel Baden-Württemberg non è soltanto la preoccupazione per le centrali nucleari, ma anche e soprattutto l’insensibilità e l’ostinazione mostrate dalla classe politica locale e regionale nel lungo braccio di ferro per un macro-progetto attorno al centro ferroviario di Stoccarda. Un progetto disapprovato da una consistente parte della popolazione, ma soprattutto percepito come un’arrogante imposizione della classe politica. Si è parlato di «problemi di comunicazione» - in realtà si è assistito a un duro e serio confronto di opinioni, rimasto irrisolto e irrigidito. Si è risolto con le elezioni. La cancelliera Merkel (per convinzione o per lealtà di partito) si è schierata apertamente da una parte, sostenendo il gruppo dirigente locale. Lo ha pagato duramente. Doveva farlo? Poteva evitarlo?

Da questo braccio di ferro è uscito vincente il partito dei Verdi che nominerà il presidente dei ministri di uno dei Länder più importanti della Germania e governerà con la socialdemocrazia, come anche nella Renania-Palatinato. In prospettiva si profila in autunno la possibilità di un cambio analogo anche nella capitale Berlino. Sarebbe indirettamente un altro duro colpo per la Merkel, a meno che nel frattempo non abbia un imprevedibile scatto di fantasia politica.

In ogni caso sarebbe un errore pensare il futuro in una logica di giochi partitici vecchia maniera (dopo tutto la coalizione rosso-verde non è affatto una novità in Germania). La lezione di questi giorni è la virtuale mobilitazione di cittadini pronti a impegnarsi direttamente sui grandi problemi, che ritengono vitali, senza delega in bianco ai professionisti politici, a meno che questi non abbiano imparato la lezione.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI In Europa ognuno per conto suo
Inserito da: Admin - Aprile 28, 2011, 06:31:02 pm
28/4/2011

In Europa ognuno per conto suo

GIAN ENRICO RUSCONI


La triangolazione Italia-Francia-Germania che ha condizionato gran parte della storia europea è finita. Era evidente da tempo, ma la vicenda mediterranea-libica ne è la sanzione ufficiale.

La Germania è ripiegata su se stessa. La Francia gioca le sue carte con sovrana disinvoltura. La Commissione europea si rivela una struttura decisionale insicura se non impotente. L’Italia si sente vagamente vittima, alla fine si accoda ai più forti, ma in fondo è alla deriva, nonostante i toni rassicuranti del presidente del Consiglio.

L’Italia è diventata una «colonia della Francia» - accusa Bossi. Nessuno ha argomenti per contestarlo. O per dirlo in modo più appropriato. Il solo obiettivo della classe politica di governo è di sopravvivere politicamente: compresa la Lega che ringhia (a scopo elettorale) ma non morderà Berlusconi. Andremo avanti da un appuntamento elettorale a un altro, da una legge all’altra. Rimane il contrasto impressionante tra il concitato circuito politico-mediatico e l’atteggiamento distaccato, vagamente nauseato della maggioranza della popolazione - che pure andrà volonterosamente a votare.

Ma quello che sta accadendo a livello internazionale - in particolare il declassamento dell’Italia incapace di sintonizzarsi autonomamente ed efficacemente sui nuovi equilibri internazionali ed europei - sembra un fenomeno irreversibile.

Non si vede neppure all’orizzonte una classe politica alternativa con idee chiare e decise. Nel migliore dei casi è nostalgica di un’Europa che non c’è più. Ma l’età dei Ciampi e dei Prodi è finita. L’opposizione è ipnotizzata dal berlusconismo, lo contesta punto per punto, ma sempre in modo reattivo, non creativo.

Torniamo alla triangolazione storica Italia-Francia-Germania . Non è una esagerazione dire che - in quanto rapporto tra nazioni moderne - si è costituita anch’essa centocinquant’anni fa. E’ nata nel contesto della vicenda dell’unità d’Italia con il sostegno attivo militare francese nel 1859 e l’alleanza italo-prussiana per il suo completamento nel 1866 con l’acquisizione del Veneto. Contemporaneamente la prima fase della riunificazione tedesca è avvenuta con l’apporto diretto italiano e la benevola neutralità francese. Poi nel 1870-71 c’è lo scontro frontale tra Germania e Francia, mentre l’Italia si colloca in una posizione defilata e opportunistica.

Come si vede, già da allora la dinamica tra le tre nazioni è complessa, con un alternarsi di convergenze diplomatiche e di ricorso alle armi. Ma è una dinamica decisiva per il successivo sviluppo della grande industrializzazione e modernizzazione con vicende alterne fatte di tensioni e avvicinamenti, di blocchi di alleanza e rovesciamenti di alleanze, culminanti in conflitti terribili e infine nella catastrofe europea. Soltanto dopo la Seconda guerra mondiale avviene il miracolo di una straordinaria insostituibile cooperazione tra Francia, Germania e Italia . Anzi, non è un «miracolo» ma il risultato della determinazione di uomini politici che devono lottare anche all’interno dei propri Paesi. Una straordinaria classe politica lungimirante. La dinamica tra le tre nazioni, che ha distrutto la vecchia Europa, ne costruisce una nuova.

Ma adesso questo ciclo sembra chiuso o quanto meno irrimediabilmente alterato. Le tre nazioni storiche sono tenute insieme - con un’altra ventina di Stati - da vincoli istituzionali certamente significativi e persino irreversibili. Ma sono tutt’altro che efficaci per affrontare problemi decisivi come l’uso della forza militare, il controllo delle frontiere o (per usare il vecchio linguaggio diplomatico dato per morto) «le sfere di influenza». Per queste sembra essere restaurata di fatto la vecchia sovranità nazionale. Ricompaiono le differenze o gli interessi nazionali enfaticamente dichiarati superati.

In questo contesto la Germania ha assunto una posizione singolare. La sua astensione dal conflitto libico, anzi dalla Risoluzione di censura dell’Onu contro Gheddafi, astensione che qualcuno a casa nostra ha lodato senz’altro come saggezza politica, è in realtà indizio di un riallineamento nei grandi equilibri mondiali. E’ un caso che nella stessa seduta dell’Onu si siano astenute sia la Cina (la potenza economica mondiale con cui la Germania ha stretti crescenti rapporti) sia la Russia (una delle principali fornitrici di energia per la Germania stessa)? La stella polare della nuova Germania è dunque il suo stretto interesse economico a livello globale? In questa ottica l’area mediterranea è davvero secondaria e può essere lasciata volentieri alla Francia di Sarkozy di cui il governo della Merkel ha assolutamente bisogno per i suoi programmi di ordine economico e finanziario in Europa.

Può darsi che il comportamento tedesco non risponda così puntualmente a quanto sto scrivendo. Nei primi Anni Trenta di fronte ai problemi della (prima) democrazia tedesca proprio in Francia è stata coniata l’espressione «incertitudes allemandes», incertezze, insicurezze tedesche. Se la cito adesso non è affatto per suggerire inconsistenti analogie con quel tempo. No, assolutamente. Ma non c’è dubbio che la classe politica tedesca sia attualmente insicura di fronte alla direzione che sta prendendo l’elettorato in Germania sempre più contrario all’impegno militare (in Afghanistan), ostile all’energia nucleare e sempre più inquieto di fronte all’immigrazione islamica.

Tanto vale allora, prudenzialmente, stare alla larga dalla crisi mediterranea, anche a costo di lasciare l’Italia «da sola». Il resto ovviamente lo ha fatto e lo fa quotidianamente la deprimente immagine dell’Italia politica e civile presso l’opinione pubblica tedesca. Il capitolo della stretta, felice, attiva cooperazione italo-tedesca durato almeno sino alla metà degli Anni Novanta è chiuso.

Mi auguro adesso che nessuno - al governo o all’opposizione - scambi l’ipotetica nomina di Draghi a presidente della Banca europea come una vittoria (o un contentino) per l’Italia.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Altiero Spinelli quando l'Europa aveva un cuore
Inserito da: Admin - Maggio 25, 2011, 05:11:44 pm
24/5/2011 - LE IDEE

Altiero Spinelli quando l'Europa aveva un cuore

GIAN ENRICO RUSCONI


E’ come se l’Europa non esistesse più. Parlo dell’Europa che abbiamo sperato: l’istituzione garante della civiltà, della solidarietà, del benessere. Ricca di prestigio internazionale, quasi un modello per i popoli emergenti, in particolare dell’area mediterranea. Era il sogno dei fondatori, il sogno di Altiero Spinelli - anche se nessuno di loro lontanamente immaginava la situazione odierna.

Invece è venuta fuori un’altra cosa. L’Europa è una istituzione rigida con il suo apparato di presidenti, commissari, commissioni, funzionari, norme, regole, leggi e leggine. Ma alla fine - sotto sotto - decidono sempre ancora le grandi nazioni. Quando si presentano impegnative sfide comuni - dalla crisi dell’euro allo sbarco dei disperati a Lampedusa - l’Europa diventa insicura, divisa sostanzialmente impotente. Si ripiega su se stessa ricattata e ricattabile dai suoi risorgenti etnocentrismi nazionali. Eppure paradossalmente proprio per le sue rigidità è irreversibile - non si può né disfare né rinnovare profondamente nelle sue istituzioni. Chissà se l’eloquenza del Presidente americano in visita in Europa nei prossimi giorni darà uno scossone. Non lo credo. Obama sarà abile nel riconoscere pubblicamente all’Europa un grande ruolo. Forse la sua retorica troverà belle parole per suggerire l’ennesimo grande «sogno» da mettere nei titoli dei giornali. Ma gli europei - i cittadini europei prima dei loro governi - hanno esaurito le loro riserve di mobilitazione ideale.

Del resto l’Europa cui pensa l’amministrazione Obama non è esattamente quella che preoccupa oggi i cittadini europei. Quello che vogliono gli americani è un partner accondiscendente o delegato quando sono in gioco le grandi questioni internazionali per le quali è necessario anche l’uso della forza. Lo si è visto dall’Afghanistan alla Libia. Adesso la posta in gioco nel Mediterraneo è enormemente più alta. Qui l’America ha bisogno dell’Europa. Ma non vedo gli europei pronti ad impegnarsi. Né i governi né i cittadini.

L’amore degli europei per l’Europa è finito, anche se i motivi del disamoramento sono diversi da Paese a Paese. Nella costruzione dell’Europa i sentimenti hanno giocato un ruolo decisivo. Anni fa esperti e analisti politici erano compiaciuti delle aspettative che i cittadini avevano verso l’Europa in costruzione. Oggi la tendenza ha cambiato di segno. La gente anzi è infastidita dalla retorica europea d’ufficio.

Prendiamo le due nazioni che tradizionalmente secondo gli eurobarometri nei decenni passati hanno dato maggiore credito all’Europa: l’Italia e la Germania. I tedeschi oggi non nascondono più pubblicamente la loro disillusione, mentre il loro governo è manifestamente sempre in (cortese ma netta) tensione con quello europeo su punti cruciali. L’unica ossessione dei tedeschi è la tenuta dell’euro, insidiata dai cattivi partner europei meridionali. Non sembrano vedere altro. Sto parlando ovviamente della grande comunicazione pubblica. Si intuisce una voglia di isolazionismo tedesco. In questa ottica va visto anche il rifiuto di farsi coinvolgere nell’azione combinata Ue e Nato contro la Libia, comodamente idealizzata come manifestazione di saggezza.

Da parte italiana il governo berlusconiano è sostanzialmente assente dal grande dibattito europeo che conta, prigioniero delle sue tensioni interne, che danno fiato a rumorosi atteggiamenti anti-europei innanzitutto in campo leghista. A ciò si aggiunga la drammatica caduta di immagine dell’Italia politica (ma non solo) in tutta Europa.

Detto questo, capisco perché la reazione dell’Europa alla vicenda degli sbarchi di Lampedusa abbia sgradevolmente colpito l’opinione pubblica italiana, anche quella meglio predisposta verso l’Unione europea. I governi europei hanno ragione a parlare di regole da rispettare o di vittimismi italiani fuori misura. Ma quando si vedono ministri europei che sventolano le cifre dell’accoglimento di profughi nel loro Paese, mentre mobilitano forze speciali ai (vecchi) confini, o le televisioni si soffermano a lungo sui barconi che affondano quasi si trattasse di una variante dello tsunami - senza spendere una parola sul fatto che quei disperati sono aggrappati agli scogli della «casa europea» - si sente che qualcosa non funziona più. Non c’è più cuore europeo.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La lezione di Obama all'Europa
Inserito da: Admin - Maggio 29, 2011, 05:39:22 pm
29/5/2011

La lezione di Obama all'Europa

GIAN ENRICO RUSCONI

E’ sorprendente la sicurezza con cui il presidente americano Barack Obama si muove e parla con sovrana disinvoltura in Europa in questi giorni. Gli europei - non soltanto i governi - sembrano intimiditi, nel loro stesso modo di acconsentire.

Lo si vede quando Obama invita a essere severi con la Libia, quando invita a sostenere finanziariamente le ancora fragili democrazie dell’area mediterranea. O quando elogia la Polonia presentandola come un modello di democrazia, con un’audace analogia tra la situazione del totalitarismo comunista e i regimi autocratici mediterranei. Per finire con il severo ammonimento alla Bielorussia.
Ma siamo davanti a una brillante riedizione dell’«Occidente libero» nemico di tutte le dittature - senza distinzione di colore. O c’è qualcosa di nuovo?

Gli stessi grandi commentatori sembrano imbarazzati. Impappinati. L’altro giorno Timothy Garton Ash non ha trovato di meglio che riesumare e riadattare il vecchio adagio: «L’Occidente è morto, lunga vita all’Occidente». Ma non si è ben capito se e come Obama rappresenti il nuovo Occidente.
Tanto più che Garton Ash tiene a farci sapere che lui parla di «post-Occidente».

In realtà oggi non c’è niente di meno originale della particella «post» per qualificare qualcosa.
Nulla rivela maggiormente l’incapacità di definire le qualità del nostro tempo (che è il tempo dell’Occidente), quanto l’uso ormai coatto del post. Dopo l’irresistibile esondazione del post-moderno e della sua retorica, tutto è diventato post. Post-ideologico, post-secolare, post-democratico, post-eroico - e adesso post-occidentale (ma sono sicuro che qualcuno l’ha già usato tempo addietro).

Noi siamo sempre il «dopo» di qualcosa, da cui però non sappiamo emanciparci concettualmente. E’ l’inconfessata ammissione della nostra condizione di epigoni che devono fare i conti con un passato che ci condiziona intimamente. Nel bene e nel male. Questo almeno vale per noi europei.

Ma torniamo a Obama: in che cosa consisterebbe il suo post-Occidente (se vogliamo continuare con questo gioco semantico)? Diamo un’occhiata alla fotografia del G8 di Deauville, dei giorni scorsi, che si è allargato agli uomini di Stato di altre nazioni africane. Sono questi signori (con una sola signora sia pure molto influente, Angela Merkel) che rappresentano virtualmente il post-Occidente?

Ma Obama è andato anche a Varsavia a partecipare al Consiglio dei Capi di Stato dell’Europa centrale. Anche lì c’è un pezzo di Occidente, tant’è vero che si è parlato anche dei nuovi movimenti democratici dell’area mediterranea per i quali potrebbero rivelarsi utili le lezioni e le esperienze della resistenza al comunismo sovietico sino al suo crollo. E’ una analogia istruttiva che gratifica i polacchi, i cechi o i lituani facendoli sentire «occidentali».

E’ una analogia del resto che è stata fatta subito da molti commentatori. Ma al di là del suo valore simbolico e morale non ha francamente validità sul piano storico né su quello politico. Anzi - se vogliamo essere un minimo rigorosi - questa analogia porta fuori strada, da tanti punti di vista. Sarebbe insensato pensare che la caduta del Muro di Berlino abbia qualche parallelo con la piccola breccia aperta (verso l’Egitto) nel muro di Gaza. La libertà e la rivendicazione dei diritti politici è un bene universale e indivisibile. Ma le esperienze, le strade, le strategie, i costi per il loro raggiungimento sono inconfrontabili. E’ avvenuto nello stesso «vecchio Occidente».

Fa bene Obama a usare questa analogia nel suo sovrano stile retorico. Ma se e quando politici e analisti dovessero mettersi al lavoro seriamente, operativamente, il quadro apparirebbe assai più complesso e impegnativo. Ma è forse l’ultima sfida che conta per l’Occidente-Europa.

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Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI I cittadini, il voto e il potere
Inserito da: Admin - Giugno 12, 2011, 05:30:25 pm
12/6/2011

I cittadini, il voto e il potere

GIAN ENRICO RUSCONI

«Tanto non succederà nulla». Questo sospetto insidia sotterraneamente l’euforia della vigilia di chi è convinto che «vincerà il quorum». Ma è anche il malcelato scongiuro di chi teme il contrario.

Naturalmente il sospetto e lo scongiuro non si riferiscono alla sostanza dei quesiti referendari, ma al loro immediato contraccolpo politico. L’espressione stessa di «vittoria dei quorum» rivela l’anomalia del clima che si è creato attorno alla consultazione. Ma se andiamo a fondo ci troviamo ancora una volta davanti ai problemi cruciali della democrazia italiana: il cattivo rapporto tra cittadini e classe politica e la fragilità dei meccanismi di rappresentanza.

Per comodità di ragionamento distinguiamo tre aspetti: la volontà dei «semplici» cittadini che vanno a votare perché a loro interessa la sostanza dei referendum; il tentativo dei politici non solo di orientare l’opinione nel merito dei referendum ma di creare le condizioni per una immediata soluzione politica. È quella che viene chiamata «la politicizzazione» dei referendum.

Da qui il terzo interrogativo, più serio: se questa volta (assai più di altre volte) la battaglia sui referendum non riveli un difetto strutturale della nostra democrazia parlamentare. Ieri Marta Dassù su questo giornale evocava la democrazia plebiscitaria che compare quando fallisce la democrazia rappresentativa. Ma da noi questo pericolo fa la sua comparsa all’annunciato tramonto del berlusconismo che è stato un tentativo di scorciatoia mediatico-plebiscitaria. E sullo sfondo ricompare il fantasma di Bettino Craxi con il suo famoso/famigerato «tutti al mare», il cui significato politico si colloca nel contesto del suo tentativo di riforma istituzionale in direzione «decisionista» - si diceva allora.

Ma torniamo ai cittadini semplici (e ingenui - aggiunge qualcuno che la sa sempre più lunga). Ci sono milioni di donne e di uomini che vanno a votare su questioni che considerano vitali per loro e per il futuro dei loro figli. La grande maggioranza di loro sceglierà verosimilmente il «sì». Pare infatti che non diano ascolto a chi - magari con qualche argomento ragionevole - invita a non essere apocalittici di fronte alla questione del nucleare né ostili e prevenuti verso una diversa gestione del bene collettivo dell’acqua. Non entro nel merito di questi argomenti. Ma capisco perfettamente che su temi così importanti i cittadini non si fidino più dei politici e dei loro esperti. Troppo spesso si sono sentiti presi in giro. Soprattutto non apprezzano il boicottaggio del referendum: è una forma di disprezzo per il cittadino e di machiavellismo di basso livello. A questo proposito è inutile ricordare con sussiego il diritto costituzionale all’astensione - come se fossimo in una repubblica di virtuosi e non di furbetti. Il caso del referendum sulla fecondazione assistita, pilotato in questo senso dal card. Ruini, è stato un pessimo esempio.

Qui ritorna in gioco la classe politica. Come è prevedibile, entrambi gli schieramenti daranno una lettura immediatamente politica all’esito referendario. È inutile scandalizzarsi. L’attuale stagione del berlusconismo è caratterizzata dal venir meno senza ritegno di ogni distinzione di competenze nei diversi ambiti e settori (media, giustizia, economia, immigrazione, guerra persino) - tutto è politica immediata e personalizzata. Tutto è pro o contro il Cavaliere, perché lui stesso ha spinto in questa direzione, seguito con riluttante passività dal ceto politico da lui creato.

Persino la Lega si è invischiata in questa situazione. In realtà la Lega merita un discorso a parte - se si riuscirà a capire come hanno votato i suoi elettori. Non è chiaro infatti se Bossi si rende conto che i referendum su nucleare e acqua mettono alla prova la dimensione genuinamente popolare del movimento leghista. Farà finta di niente pur di tenere in piedi il sistema berlusconiano di cui sta diventando il beneficiario privilegiato?

Ma il risultato dei referendum avrà in ogni caso un effetto disimmetrico per i due schieramenti, soprattutto se vincesse il sì. Il centrodestra infatti si limiterà a fare quadrato attorno al suo leader, sostenendo che non è successo nulla che possa modificare la linea del governo - salvo ovviamente la presa d’atto dei risultati referendari. Nel campo del centro-sinistra invece la intensità delle aspettative create, proprio perché non avranno un effetto immediato sul governo, si ripercuoteranno all’interno con una nuova mobilitazione ed eccitazione. Il gruppo dirigente, pur rassicurato nella propria linea, dovrà fare i conti con una base galvanizzata e decisa a farsi sentire, con nuovi leader emergenti, oltre che con gli irremovibili e indispensabili uomini di tutte le stagioni. Sarà forse una anticipazione della dinamica della politica nazionale che si rimetterà in movimento dopo la paralisi del sistema berlusconiano.

Ma a questo punto torneranno all’ordine del giorno i problemi di sempre: l’adeguatezza dei meccanismi di rappresentanza (sistema elettorale), le competenze dell’esecutivo ecc. In altre parole il rafforzamento del sistema parlamentare lontano dalle tentazioni plebiscitarie. Sono antichi problemi che spaventano solo a essere evocati, per il modo con cui sono stati sempre sistematicamente elusi. Oppure questa occasione referendaria sarà il segno di una svolta?

da - lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI La cattiva commedia quotidiana
Inserito da: Admin - Luglio 08, 2011, 10:07:10 am
8/7/2011

La cattiva commedia quotidiana

GIAN ENRICO RUSCONI

E’ facile fare del sarcasmo sulla cacolalia degli uomini al governo, a cominciare dai massimi vertici. Non c’è più pudore nel lasciare libero sfogo alle battute cattive, alle allusioni maligne, ai veri e propri insulti, scrupolosamente riportati dai giornali. Ma viene il sospetto che lo si faccia proprio per i giornali. Come se si trattasse di «intercettazioni» autorizzate, che non hanno bisogno di spioni telefonici. E’ l’intercettazione di governo. («Maurizio, hai sentito quello che sta dicendo? Ma è scemo» dice Tremonti parlando di Brunetta a Sacconi nel fuori onda. «Io non lo ascolto neanche» replica il ministro del Welfare. Dal tavolo di governo partono commenti pesanti. «Questo è il tipico intervento suicida, è proprio un cretino» sibila ancora Tremonti. Poi un tentativo - non riuscito - di interrompere Brunetta con una battuta. I microfoni rimasti aperti smascherano tutto).

Questa pochade cambia aspetto se con il suo stile comunicativo si fa o si intende fare politica. Quando cioè si pensa di poter modificare i rapporti di potere all’interno della maggioranza, del governo o addirittura nei confronti del premier.

Lo scambio di battute, di allusioni, di elusioni, di «gnorri» di Tremonti a proposito della manovra «salva Fininvest» e la replica di Berlusconi, seccata e maliziosa nel far passare il ministro per un «furbetto» che fa finta di non sapere, si collocano in questa logica. Ma non meno significative sono state le reticenze degli Alfano, dei Ghedini e dei Calderoli. Insomma la squadra non ha fatto squadra. O per lo meno ha dato questa impressione. Ma in questo clima l’impressione è più importante della realtà.

E’ la nuova fase del berlusconismo. Quello della tentata transizione al dopo-Berlusconi senza traumi, ma per assestamenti continui che lasciano al Cavaliere l’illusione di guidare, come prima, governo e maggioranza. E intanto lo condizionano da vicino. O ci provano. Lo sta facendo da tempo ormai la Lega, con sfacciato opportunismo. Ottiene assai meno di quello che chiede sempre con toni stentorei e ultimativi. Ma nella cacolalia generale ciò che conta è farsi sentire. E la Lega si fa sentire, in previsione di un possibile dopo-Berlusconi. Ma non farà nulla per provocarlo sul serio. E’ un rischio troppo grosso per il partito di Bossi.

In ogni caso per l’operazione della transizione senza traumi, compresi i dovuti onori di rito al Cavaliere, sono indispensabili due condizioni. La prima sembra acquisita: è l’incredibile impotenza politica dell’opposizione. Il ministro della Cultura Giancarlo Galan ha colto la situazione perfettamente, dicendo a questo giornale che «anche quando noi (della maggioranza di governo) perdiamo, la sinistra riesce a compiere il miracolo di non vincere». E’ inspiegabile che in un Paese che dispone di invidiabili potenziali di mobilitazione, che esprimono una forza comunicativa e simbolica immensa - poi non succede niente. Servono solo a far scrivere, per un paio di giorni, esaltanti commenti giornalistici e pubblicistici che lasciano il tempo che trovano. C’è qualcosa di profondamente enigmatico in una politica che lascia isterilire questi potenziali. O li lascia incattivire.

Al sicuro da possibili alternative politiche - siano esse di sinistra o di nuove combinazioni centriste aperte a sinistra - il gioco del logoramento degli equilibri interni del governo ha una seconda condizione. Cioè che Berlusconi stesso non riesca a controllare questa situazione imprevista. L’atteggiamento da lui preferito ancora ieri nelle sue dichiarazioni è quello di reagire sdrammatizzando i conflitti interni, dichiarandosi vittima di campagne diffamatorie e dipingendo catastrofi imminenti nel caso andasse al governo la sinistra («Nonostante il fango che mi viene gettato addosso, nonostante quello che si vorrebbe decidere nei cosiddetti e fantomatici salotti dei poteri forti, non consegnerò l’Italia a Bersani, Vendola e Di Pietro»).

Ma sino a quando funzioneranno questi argomenti? La situazione economica e sociale rimane pessima, mentre non si vedono credibili strategie di rilancio. Nel frattempo l’Italia è letteralmente sparita dalle sedi decisionali europee che contano. Sulle questioni cruciali della presenza militare dell’Italia in Afghanistan e nel delicato e complicato caso della Libia, lo statista Berlusconi è assente, distratto e preoccupato solo di possibili contraccolpi interni. Non a caso proprio in questi ambiti è micidiale l’azione di logoramento all’interno della maggioranza e del governo (Lega, La Russa, Frattini). Ma il guaio è che l’intera classe politica, oltre a essere scarsamente competente su questi temi, è assai meno sensibile che non sui problemi interni. Ma è proprio in questi settori di alto profilo internazionale che la leadership di Berlusconi è finita. La pochade può ricominciare.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8954&ID_sezione=&sezione=


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Politica logora
Inserito da: Admin - Luglio 17, 2011, 07:04:04 pm
17/7/2011

Politica logora

GIAN ENRICO RUSCONI

L’Italia è rimasta sotto osservazione degli europei per un’intera settimana. I commentatori economici e finanziari sono stati generalmente cauti nei loro giudizi, preoccupati ma non catastrofistici.
I fantasmi della Grecia e del Portogallo sono stati evocati per essere smentiti o sdrammatizzati. La politica, invece, o meglio i governi europei in quanto tali, è stata zitta.

O quantomeno, se ci sono stati commenti, non sono trapelati. Per correttezza - si dirà. O forse per impotenza, visto che l’oscuro nemico additato era ed è comune a tutti: la irresponsabile «speculazione finanziaria», contro la quale la politica dà l’impressione di essere in affanno. In realtà - da cittadini profani - nei giorni scorsi abbiamo avuto la sensazione dell’esistenza di istituzioni bancarie centrali, responsabili e surrogatorie di una politica comune, di contro a sistemi bancari che hanno goduto di indulgenti tolleranze di governi nazionali. Nessun governo è del tutto innocente.

Comunque sia, davanti allo spettro di una crisi italiana, l’unica voce politica che si è alzata è stata quella della cancelliera Angela Merkel. Un invito al governo italiano ad agire, un incoraggiamento, una raccomandazione. Perché questa attenzione discreta ma esplicita?
La cancelliera si sta esponendo più di altri leader europei nel sostenere l’euro con una politica verso le banche e verso i risparmiatori (nel caso della Grecia) che incontra malumori e resistenze. L’apertura di una crisi finanziaria italiana, sia pure imputabile a cause diverse da quelle greche, sarebbe un duro colpo all’intera strategia della Merkel. Avrebbe anche contraccolpi politici interni indesiderati. E’ probabile quindi che adesso - dopo l’approvazione parlamentare della manovra - anche la cancelliera tedesca tiri un sospiro di sollievo.
Ma è improbabile che riprenda in mano il telefono per congratularsi con il presidente del Consiglio.

Quello che è accaduto infatti - politicamente parlando - è molto di più e di diverso di una ritrovata unità davanti ad una emergenza nazionale. Da un lato l’apparente schizofrenia di una opposizione che critica duramente le misure sociali e finanziarie, nel momento stesso in cui si sente in dovere di approvarle per senso di responsabilità nazionale. Dall’altro il lungo, incredibile silenzio di Berlusconi, nei giorni cruciali della decisione, che viene giustificato - a cose fatte - come volontà di non turbare l’operazione parlamentare con la sua vicenda personale. Come se la sua sdegnata reazione sulla multa inflittagli per il Lodo Mondadori non si traducesse nel fermo proposito di rilanciare la sua politica di «riforma giudiziaria». Nel bel mezzo c’è la figura un po’ enigmatica di Giulio Tremonti.

Si tratta di segnali inequivoci - in particolare la schizofrenia dell’opposizione e l’ossessione berlusconiana contro la giustizia - che segnalano l’insostenibilità della situazione in atto.
O peggio: se questa dovesse andare avanti grazie alla semplice ostinazione dell’attuale maggioranza parlamentare, non ci sarà nessuna seconda chiamata di emergenza economico-finanziaria che salverà il Paese.

Gli osservatori esterni, dopo aver preso atto con ammirazione dell’esistenza in Italia di vivaci movimenti spontanei e dopo aver constatato con stupore la loro incapacità di trasformarsi in attori politici, si trovano davanti al soggetto politico più ambiguo prodotto dalla politica italiana di questi anni: la classe politica che sostiene Berlusconi. Messa sempre in ombra dal protagonismo del premier, cui apparentemente essa deve tutta la sua fortuna, in questa settimana si è rivelata indispensabile. Ma adesso sembra avere paura di camminare da sola, senza di lui o magari contro di lui. La prospettiva di mesi e mesi di guerra di logoramento parlamentare e di inconcludenza politica rischiano di azzerare il risultato positivo guadagnato nei giorni scorsi.
La migliore alleata della speculazione finanziaria è una politica divisa, logorata, inconcludente.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8987


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Sì al dialogo, ma la teologia è un'altra cosa
Inserito da: Admin - Luglio 23, 2011, 07:08:14 pm
23/7/2011

Sì al dialogo, ma la teologia è un'altra cosa


GIAN ENRICO RUSCONI

E’ una buona notizia quella di una moschea in Giordania dedicata al «profeta Gesù».
La moschea sarebbe la prima nel mondo musulmano contemporaneo ad essere intitolata al Messia dei cristiani.

«La moschea vuole portare un messaggio di convivenza e tolleranza», spiega l’imam che ha espresso questa intenzione. Ma sono sicuro che presto non mancheranno perplessità e resistenze in entrambe le culture.

Infatti per i clericali (e gli ortodossi) di tutte le religioni dietro al dialogo avanza lo spettro del relativismo religioso. La cultura del dialogo è una (bella) cosa, ma la teologia è un’altra cosa (più seria). Credo che lo pensi lo stesso Benedetto XVI. La moschea è una strada giusta?
Invece di fare considerazioni di ordine generale, voglio raccontare qui un episodio accaduto un paio d’anni fa in Germania. Lo scrittore tedesco musulmano, di origine iraniana, Navid Kermani era stato designato a ricevere un premio prestigioso in riconoscimento della sua attività letteraria e pubblicistica a favore del dialogo interculturale e interreligioso.

Poi nel giro di qualche settimana ne è stato escluso per la protesta di alcuni illustri rappresentanti delle confessioni cristiane (il card. Karl Lehmann e l’ex presidente della Chiesa evangelica dell’Assia) che avrebbero dovuto prendere il premio insieme a lui. I due uomini di Chiesa infatti avevano ritenuto offensive per il cristianesimo alcune espressioni usate da Kermani in un articolo apparso su un giornale svizzero che commentava la famosa crocifissione di Guido Reni esposta in una chiesa di Roma.

Che cosa aveva detto lo scrittore lo scrittore tedesco-musulmano? Dopo avere ricordato il piacere estetico che rivelano molte raffigurazioni cattoliche barocche della sofferenza di Gesù, aggiungeva di conoscere già questo fenomeno dall’esperienza degli sciiti. Si tratta del «martirio che viene celebrato sino al pornografico». Aggiungeva per altro che il Corano nega che Gesù sia stato crocifisso, perché un altro uomo è stato messo al suo posto. Gesù è scampato perché Dio non poteva permettere il martirio e la morte in croce del suo profeta. «Per conto mio - scrive Kermani - rifiuto la teologia della croce in modo ancora più drastico: per me è una bestemmia e una idolatria». Eppure davanti al crocifisso di Reni - prosegue - «ho trovato la vista così toccante, così piena di grazia, che non mi sarei più alzato dalla sedia.

Per la prima volta ho pensato che io - io personalmente - potessi credere ad una croce. Reni non esibisce la sofferenza. A lui riesce quello che altre rappresentazioni di Gesù si limitano ad affermare: trasporta il dolore dal corporeo al metafisico. Se non ci fossero i chiodi sembrerebbe che allarghi le mani per pregare. “Guarda” - sembra invocare. Non solo “guardami, ma guarda la terra, guarda noi”. Gesù non soffre, come vuole l’ideologia cristiana, per sgravare Dio. Gesù accusa: “non perché mi ha abbandonato”, no, ma “perché ci hai abbandonato?”».

Queste parole di Kermani sono state giudicate dal vescovo evangelico «dialetticamente eleganti», ma non gli hanno impedito di respingere il testo che nel suo insieme «considera una bestemmia il centro della mia fede - la teologia della croce e l’avvicina alla pornografia». A suo avviso l’articolo non contiene soltanto un grave fraintendimento della teologia della croce ma impedisce il dialogo perché ferisce l’interlocutore. «Il dialogo presuppone che io mi avvicini alla tentazione non solo di tollerare ma di accogliere la verità dell’altra religione».

In realtà il rappresentante della Chiesa evangelica ha frainteso l’espressione (pesante) di «pornografia» che Kermani attribuisce non già alla morte in croce come tale, ma al gusto esibizionistico della sofferenza. (Viene in mente la passione del Cristo nel film di Mel Gibson). Oltretutto il pastore evangelico non si rende conto che l’autore musulmano ha parlato proprio della sua «tentazione» personale alla conversione che è segno di autentica disponibilità al dialogo inter-religioso pur nella mantenimento delle differenze teologiche.

Non posso qui dare conto del vasto dibattito sollevato in Germania da questa vicenda, nella quale sono prevalse le voci critiche verso gli alti rappresentanti della religione cristiana che hanno frainteso le intenzioni di Kermani al di là del suo forte (provocatorio) modo di esprimersi. La vicenda comunque è stata l’occasione perché l’opinione pubblica fosse informata di quei passaggi del Corano che parlano con venerazione di Gesù («inviato da Dio») e con grande rispetto della Vergine Maria e persino dei buoni rapporti iniziali tra cristiani e musulmani pur tra mille reticenze.

Nel contempo si è preso atto del fermo rifiuto teologico dei musulmani di accettare non solo la divinità di Gesù ma persino la sua morte in croce.
E’ tempo che l’opinione pubblica europea sia a conoscenza in modo preciso della posizione dell’Islam su Gesù e sul cristianesimo, pur nella consapevolezza delle insuperabili differenze teologiche - ammesso che se ne colga la rilevanza. Speriamo che la moschea dedicata al «profeta Gesù» sia un passo in questa direzione

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9011


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI l sistema istituzionale liquefatto
Inserito da: Admin - Luglio 29, 2011, 06:00:21 pm
29/7/2011

Il sistema istituzionale liquefatto

GIAN ENRICO RUSCONI

Come si permette Umberto Bossi di rispondere al Presidente della Repubblica di rassegnarsi al fatto compiuto del «decentramento» di alcuni ministeri a Monza? «I ministeri li abbiamo fatti e li lasciamo là, siamo convinti che il decentramento non sia solo una possibilità, ma una opportunità per il Paese». Questa non è affatto una risposta alla qualità dei rilievi che il Presidente della Repubblica ha rivolto si noti - al presidente del Consiglio, che si è ben guardato dal rispondere.

A parte la scorrettezza istituzionale e la sceneggiata di Monza, siamo davanti ad un gesto di irrisione istituzionale che umilia i cittadini e ridimensiona di fatto lo stesso Berlusconi. A quando il trasferimento (pardon, il decentramento amministrativo) di Palazzo Chigi ad Arcore?

Non mi pare che la classe politica nel suo insieme - alle prese con il fango della corruzione - si sia resa conto della gravità di quella che l’opposizione si è limitata a chiamare «farsa». In realtà rischia di essere una trappola istituzionale dalle conseguenze imprevedibili. Eppure il presidente del Senato Schifani, con aria finta ingenua, in tv ha parlato di decentramento amministrativo di sedi ministeriali per essere più vicine ai cittadini.

Ma non mi risulta che il Senato, da lui onorevolmente presieduto, abbia mai espresso un parere in proposito! Conta solo il senatùr Bossi?

E’ in atto una subdola liquefazione del sistema istituzionale, che viene interamente subordinato alla logica di potere delle parti politiche che lo gestiscono. Anzi alle persone che lo governano.

Non è chiaro se Berlusconi sia complice di quanto sta accadendo. Sembra aver perso lucidità, ossessionato di non rompere con «l’amico» Bossi o di stare in guardia contro l’ «ex amico» Tremonti che è spuntato, sia pure con l’aria un po’ spaventata, nella foto di famiglia di Monza.

Oppure Berlusconi sta lucidamente facendo lo sporco gioco di logorare con l’appoggio della Lega quello che considera il suo «vero nemico», Giorgio Napolitano?

Nessuno lo sa esattamente, perché la politica italiana sta andando alla deriva, con un solo risultato - il disfacimento del sistema istituzionale esistente. La trappola farsesca di Monza, la risposta irrispettosa al Presidente della Repubblica, l’ambiguità di Berlusconi, tollerata dai suoi sostenitori nella speranza di trarne vantaggio personale, l’impotenza dei cittadini, «indignati» o meno - sono tutti passi che portano al disfacimento istituzionale.

Molto opportunamente il Quirinale ha reso noto nella sua integrità il testo della lettera indirizzata al presidente del Consiglio «sul tema del decentramento delle sedi dei ministeri sul territorio». Con chiarezza in esso parla di «sedi o strutture operative, e non già di semplice rappresentanza, che dovrebbero più correttamente trovare collocazione normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale». E’ un discorso troppo difficile per i leghisti oppure il loro «non capire» è il segnale di quanto sia profonda ormai l’insensibilità istituzionale?

In questa congiuntura il Quirinale è diventato di fatto il baluardo delle istituzioni - al di là del suo ruolo costituzionale. O meglio, questo ruolo diventa sempre più politico nel senso forte e autentico di mostrare competenza e volontà nel dire sì o no - in modo sempre argomentato - alle decisioni che arrivano sulla scrivania del Presidente (o alla sua conoscenza). Non è che Napolitano si sia messo a «fare politica» - come dicono non solo gli esponenti di destra, ma anche alcuni commentatori che si pretendono super partes. Il Presidente difende le istituzioni della Repubblica, che possono essere modificate e riformate secondo le regole previste e condivise (come non si stanca di ripetere), non con i sotterfugi e con i trucchi cui oggi noi assistiamo - impotenti.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9034


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Governare senza crescita
Inserito da: Admin - Agosto 19, 2011, 11:48:34 am
19/8/2011

Governare senza crescita

GIAN ENRICO RUSCONI


Come si governa una società senza più crescita? Una società che verosimilmente non avrà più crescita nel senso e nella misura in cui gli economisti e i politici l'hanno intesa sino a ieri? La classe politica dirigente europea non sembra essere in grado di rispondere a questa domanda cruciale.

Non lo è neppure la classe politica tedesca verso la quale in questi giorni si rivolgono tante aspettative. La cancelliera Angela Merkel è oggi il politico più in vista e più citato in Europa e in Occidente. Ma temo che sia sopravvalutata. Innanzitutto ha un ristretto spazio di manovra politica interna, dovendo fare i conti con un elettorato inquieto, ripiegato su se stesso, e con un partito che la guarda con crescente preoccupazione. Ma la Merkel rischia di essere sopravvalutata anche a motivo della limitatezza del suo orizzonte e della sua visione politica che rimane schiettamente conservatrice, sia pure nel senso nobile della tradizionale democrazia cristiana tedesca.

Come può innovare il suo orizzonte davanti al radicale mutamento del contesto economico in cui è nata, si è pensata e si è sviluppata la democrazia tedesca?

Neppure il progetto originario dell'Europa tiene più, ma né la Merkel né la classe politica tedesca osano pensarne esplicitamente uno nuovo, nel quale potrebbero di fatto avere un ruolo (informale) di responsabilità maggiore che nel passato. La cancelliera procede a piccoli passi, senza avere un grande progetto innovativo. Ragiona e agisce in modo incrementale: va avanti e poi si ritira se trova resistenza, si ostina e poi di colpo allenta la presa. Non sembra avere sposato alcuna ideologia, anche se indulge a qualche tono populista. Raccoglie sicuro consenso soltanto quando fa la voce grossa contro i partner europei troppo indebitati e inaffidabili. E' tutta qui la sua filosofia politica?

La Germania è il pilastro portante dell'Europa, senza voler sminuire il ruolo cruciale della Francia senza la quale Berlino non oserebbe muovere un dito. (Trascuriamo qui la natura singolare del rapporto storico franco-tedesco che meriterebbe una riflessione a parte, soprattutto dopo il progressivo inesorabile declassamento dell'Italia). Ma non è chiaro se le «proposte» restrittive, fatte l'altro ieri dalla Merkel insieme con il presidente francese Sarkozy (no agli eurobond e sospensione dei fondi Ue per i Paesi che non si mettono in regola), siano da considerare misure per superare la difficile congiuntura attuale, o non siano la premessa per una innovazione politica più incisiva. L'idea di un «governo dell'economia», affidato ad un ennesimo organismo europeo che va a complicare il già complicato labirinto istituzionale europeo, è tutt'altro che innocua. E' un tipico gesto di decisionismo incrementale da parte degli Stati (dei due Stati più autorevoli) che spiazza di colpo l'intera costruzione istituzionale comunitaria esistente.

E' stupefacente come l'opinione pubblica europea - dopo tanta retorica sull'Europa comune dei cittadini in occasione del Trattato dell'Unione europea di qualche anno fa - accetti con rassegnazione la nuova situazione. La dice lunga sulla disillusione europea. L'attenzione verso l'asse Parigi-Berlino (sino a ieri volentieri ironizzato come «cosiddetto asse») è carica di volta in volta di apprensione, di speranza, di diffidenza, di rassegnazione. Ma è il segno che la guida effettiva dell'Europa passa di lì, non altrove.

Ma c'è anche un rovescio della medaglia che potrebbe/dovrebbe rimettere in gioco di nuovo l'intera classe politica europea. L'affanno con cui la politica dei governi cerca di tenere testa alla peggiore crisi che investe l'Occidente dal lontano '29 riconferma la deprimente verità che chi è arrivato al governo oggi ragiona con la testa di vent'anni fa. Può darsi (ce lo auguriamo tutti) che la politica dei governi arresti il processo regressivo in corso. Ma non avrà la capacità di rimettere in moto una dinamica che ricrei quella «crescita», che come una parola magica ritorna in tutte le dichiarazioni e in tutti i commenti. Ma non è sorprendente che oggi si chieda a gran voce alla politica di «produrre crescita» quando sino a ieri era invitata a non interferire nei meccanismi economici? Evidentemente l'atteso circuito virtuoso tra economia liberata e politica benevolmente assistente e socialmente compensativa è saltato. Secondo la vulgata la colpa è di un terzo intruso (mercati speculativi, finanza selvaggia). Ma non c'è bisogno di essere esperti per diffidare di questa spiegazione troppo semplice: in ogni caso dove erano negli scorsi anni la politica e i grandi istituti finanziari e bancari che avrebbero dovuto vigilare?

La crisi di oggi segnala un punto di svolta nella gestione dell'economia globale e, per quanto riguarda i sistemi socio-economici europei, apre la prospettiva di un governo di società senza più crescita misurata sui vecchi criteri. Per questo non bastano «direttorî» più o meno autorevoli, ma sono necessarie convergenze di tutti gli Stati membri con la rivisitazione di organismi e di procedure decisionali che sono create in tempi e in situazioni incomparabili con le attuali. Ma quale anello dovrà cedere per primo per rompere il circolo vizioso che impedisce il nuovo inizio?

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9103


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Un voto contro l'euro - ELEZIONI IN GERMANIA
Inserito da: Admin - Settembre 05, 2011, 10:50:08 am
5/9/2011 - ELEZIONI IN GERMANIA

Un voto contro l'euro

GIAN ENRICO RUSCONI

In tempi normali nessuno avrebbe dato gran peso alle elezioni del Meclemburgo-Pomerania, il Land tedesco sul Baltico, un tempo Germania orientale, guidato sino ad ora da una Grande Coalizione. Ma la situazione è cambiata con il governo centrale in affanno, con la cancelliera Angela Merkel nel fuoco delle controversie e al punto più basso della sua popolarità.

La cancelliera sarà molto amareggiata dai risultati elettorali. I socialdemocratici infatti hanno guadagnato ulteriore terreno di 5.8 punti, piazzandosi al 35.8%, mentre la Cdu, il partito della Merkel, subisce un arretramento di 3.9 punti, assestandosi al 23.1%. Catastrofico è il risultato dell’alleato liberale Fdp che scende al 2.7%, perdendo ben 6.1 punti uscendo così dal Parlamento regionale. In esso invece entrano per la prima volta con un notevole 8.4% i Verdi. Era difficile ipotizzare un andamento elettorale peggiore per la coalizione di governo. Rimane un significativo tasso di assenteismo: ha votato infatti il 53.5 % degli aventi diritto.

Come reagirà ora la cancelliera? Interpreterà il risultato come un esplicito rifiuto della politica del suo governo? In particolare dei suoi alleati liberali? O approfitterà per un ennesimo aggiustamento di linea? Aspetterà ancora le elezioni assai più significative di Berlino che si terranno il prossimo 18 settembre e che verosimilmente riconfermeranno il trend positivo della Spd?

In questa fase estremamente tesa della politica tedesca ed europea il responso delle urne, sia pure parziale e regionale, è importante quanto l’andamento dei mercati e delle Borse. E’ vero che le elezioni regionali rispondono spesso a logiche e problemi interni, ma le grandi questioni nazionali ed europee, oggi sul tappeto, toccano immediatamente e sensibilmente gli interessi quotidiani.

E’ opinione diffusa che i tedeschi si siano disamorati dell’Unione europea, dei costi che la difesa dell’euro impone alle economie più solide e virtuose, a vantaggio di quelle più inefficienti, inaffidabili e persino un po’ truffaldine di altre nazioni. Il caso della Grecia, tutt’altro che risolto, è sulla bocca di tutti come esempio pessimo, che rischia di estendersi, in una forma o nell’altra, ad altre economie non virtuose (Italia compresa). Ma tutti capiscono che l’idea di lasciare l’euro al suo destino è pazzesca. Se la politica condotta sin qui dalla Merkel non funziona, quali sono le alternative?

Naturalmente la gente comune non entra nel merito specifico delle formule tecnico-finanziarie che circolano tra gli esperti (allargamento del fondo «salva Stati», altre iniziative della Bce o creazione di eurobond) ma prende atto dei forti contrasti che esse suscitano nello stesso mondo politico ed economico. La classe dirigente tedesca, nel suo insieme, è divisa e sconcertata come raramente lo è stata nel passato. Una parte di essa (democristiana e liberale) è convinta di avere tutte le «buone ragioni» per comportarsi come ha fatto sinora e reagisce con dispetto alle critiche di alcuni paesi europei. Un’altra parte della classe politica invece teme soprattutto l’isolamento della Germania e i danni che ne derivano. Da qui la denuncia di «perdita di bussola» della politica tedesca fatta dai due grandi vecchi della politica tedesca, il democristiano Helmut Kohl e il socialdemocratico Helmut Schmidt, pur con argomenti diversi e con un’attenzione particolare alla politica estera.

Ma non so se i due anziani statisti hanno capito che l’Europa da loro costruita ha concluso per molti aspetti il suo ciclo, e che per andare avanti - nello stesso spirito delle origini - sono necessarie innovazioni coraggiose, al di là di quanto loro stessi avevano immaginato.

La creazione degli eurobond, ad esempio, di cui tanto si parla ora in Europa, magari in vista di una futura politica fiscale comune, presuppone innanzitutto una limitazione della sovranità fiscale dei Paesi più esposti. Ma non si può limitare la sovranità dei Paesi indisciplinati senza toccare in qualche modo la sovranità di tutti, anche di quelli virtuosi. Senza toccare la costruzione politica complessiva dell’Unione.

Questo prospettiva è assolutamente ostica per la classe politica oggi al governo a Berlino. Ma se cambiasse il quadro elettorale? Se la Spd potesse condizionare di nuovo la linea politica?

Sino ad oggi la cancelliera Merkel si è mossa sul filo del rasoio di un comportamento che poteva apparire ad alcuni (europei) troppo rigido ed ad altri (dentro al suo partito e persino dentro al suo governo) troppo proclive al compromesso. In ogni caso è stata una politica dilatoria e oscillante che ora sembra giunta al capolinea. Si parla addirittura di possibili dimissioni - una ipotesi che sarebbe stata inconcepibile mesi or sono. Ma il posto della Merkel sarà preso da un difensore intransigente della intangibile sovranità fiscale tedesca, con diritto di controllo sulle altre? O da chi oserà battere nuove strade, non sgradite alla socialdemocrazia, senza per questo parlare di Grosse Koalition, che rimane politicamente un tabù?

Naturalmente sono soltanto speculazioni, ma sono sintomatiche delle nuove «incertezze tedesche». L’appuntamento è rimandato alle ormai prossime elezioni berlinesi.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9163


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI Papa Ratzinger e il monolite della dottrina
Inserito da: Admin - Settembre 26, 2011, 05:10:25 pm
26/9/2011

Papa Ratzinger e il monolite della dottrina

GIAN ENRICO RUSCONI

Basta la simpatia comunicativa per rimettere in moto la fede, per rilanciare un solido dialogo ecumenico, per ricominciare un dialogo con il mondo laico che da tempo si è interrotto?

In realtà il viaggio di Papa Ratzinger in Germania si conclude con il paradosso di un successo mediatico che nella sostanza lascia le cose come stanno.

Rimane infatti l’immobilismo teologico, l’immobilismo dottrinale sui grandi temi dell’etica personale, sessuale e familiare che sono quelli che toccano in profondità milioni di credenti. Non è una curiosità cronachistica che tra le autorità tedesche che hanno ricevuto cordialmente il Pontefice c’è il Capo dello Stato, cattolico, divorziato e risposato, il sindaco di Berlino cattolico, gay dichiarato e impegnato per il pieno riconoscimento giuridico a tutti gli effetti dell’omosessualità, e la cancelliera figlia di un pastore evangelico, a sua volta divorziata e risposata. E tutti sono sinceramente aperti verso la religione, cui riconoscono un decisivo ruolo pubblico - proprio come dice Ratzinger - salvo dissentire su questioni che il Pontefice ritiene cruciali. È tutto un equivoco? O è un punto che merita una riflessione?

In Germania accanto alle voci critiche di semplici cittadini, c’è un forte gruppo di teologi professionali, che da tempo pubblicamente espongono le loro obiezioni e fanno proposte innovative ben argomentate - dalla questione del celibato, alla posizione della donna nella struttura della Chiesa o l’accesso all’eucarestia dei credenti divorziati. Per tacere del dibattito sulle questioni bioetiche che influisce anche sulla legislazione (come ha mostrato la recente risoluzione del parlamento tedesco sulla diagnosi pre-impianto). Ma non mi risulta che Papa Ratzinger in questi giorni abbia riconosciuto, sia pure indirettamente, la legittimità e la rilevanza di queste discussioni.

Si obietterà che il Pontefice non poteva «scendere» sul terreno di questi argomenti. Ma questa è una strana obiezione per chi dice di porre il discorso della fede al centro della vita, del vissuto quotidiano. Diciamo semplicemente che da questo Pontefice, che pure ha mostrato una straordinaria, toccante ed efficace reazione allo scandalo della pedofilia, non ci si può attendere sui temi etici ricordati sopra alcuna innovazione teologica o anche soltanto il minimo scostamento dalla dottrina tradizionale. La percezione della crisi della Chiesa nel mondo occidentale - di cui pure il Papa ha parlato espressamente - richiede secondo Ratzinger «un rinnovamento della fede», non modifiche strutturali o dottrinali. E lo ha ripetuto in Germania che è la nazione europea di tradizione cristiana dove è più viva - anche grazie al pluralismo confessionale - una riflessione teologica e religiosa non conformistica.

In realtà dietro all’immobilismo dottrinale della Chiesa cattolica c’è un intuizione paralizzante: anche i problemi minori (il riconoscimento delle coppie di fatto, un mutamento di atteggiamento verso i credenti in posizioni familiari «irregolari» o l’accettazione della omosessualità) spingono verso una riconsiderazione antropologica della «natura umana» tale che, presa sul serio, fa saltare tutta la costruzione su cui poggia la dottrina tradizionale. Ma su questo punto la Chiesa non è capace di innovazioni che implicherebbero un atteggiamento diverso verso le moderne scienze dell’uomo e un rapporto nuovo verso la laicità. La laicità in particolare, lungi dall’essere riconosciuta nella sua piena legittimità e autonomia, viene declassata nella semplicistica e strumentale distinzione e contrapposizione tra laici (autorizzati dalla Chiesa) e laicisti (tutti gli altri).

Ma torniamo nel campo della fede, ad un tema cruciale della visita papale in Germania: il rapporto ecumenico, in particolare quello tra confessione cattolica e confessione luterana ed evangelica. Anche qui si è rivelata tutta la personalità di Ratzinger. Schietto e convincente nel riconoscere la grandezza spirituale di Lutero, ma insieme intransigente nel mantenere gli insuperabili confini dogmatici che storicamente da quella storica grandezza sono sorti - in modo irreversibile.

Negli incontri tra la Chiesa evangelica e il Papa molti si auguravano ingenuamente un gesto religioso rivoluzionario: la celebrazione comune della Cena eucaristica. Non so come si sia potuta creare questa aspettativa che la dice lunga sulla crescente lontananza di sensibilità tra i semplici fedeli e le gerarchie ecclesiastiche, qualunque motivazione teologica queste possano addurre. Ma non c'è dubbio che una Cena eucaristica comune avrebbe dato un duro colpo a tante altre certezze teologiche su cui la Chiesa cattolica ha costruito storicamente la sua identità.

La reazione degli evangelici, in particolare dei rappresentanti più alti della loro Chiesa, è stata articolata. Molti hanno espresso delusione, altri invece hanno riconosciuto comunque nel comportamento del Pontefice un altro passo avanti verso l’ecumenismo.

Guardando con occhio laico a questa vicenda, non è facile trarre conclusioni. Le Chiese, a prescindere dalla denominazione confessionale, sono spesso solidali tra loro sui grandi temi bioetici, quando ad esempio fanno fronte comune contro quelli che considerano i possibili deragliamenti delle biotecnologie. Ma su altri temi attinenti la sessualità (del tipo di quelli citati sopra) ci sono significative differenze tra loro. Soltanto la Chiesa cattolica si presenta dottrinalmente come un monolite soprattutto nelle sue condanne - quasi esistesse una linea perversa continua che va dalla contraccezione all’uso selvaggio delle biotecnologie, passando per l’omosessualità considerata comunque una patologia. Gli atteggiamenti pastorali più comprensivi e i correttivi tacitamente introdotti nulla tolgono alla sostanziale inadeguatezza dottrinale che deve fare i conti con situazioni insostenibili, con il rischio di mettere a repentaglio gli stessi fondamenti teologici da cui presuntivamente fa discendere la dottrina morale.

Diverso - anche se molto differenziato - è l’atteggiamento delle Chiese riformate che rimangono tuttavia solidamente ancorate al presupposto della centralità e della autonomia della coscienza individuale e della sua responsabilità. Se le cose stanno così il dialogo tra le Chiese in Occidente ha davanti a sé ancora una lunga strada accidentata.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9241


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Attendismo il malessere italiano
Inserito da: Admin - Ottobre 06, 2011, 09:23:24 am
6/10/2011

Attendismo il malessere italiano

GIAN ENRICO RUSCONI

Nelle prossime elezioni - quando mai ci saranno - avranno un ruolo decisivo non i cittadini «indignati» o quelli che si mobilitano per il referendum, ma quelli che oggi sono attendisti. I cittadini cioè che senza apparente clamore si stanno estraniando dalla politica. Spettatori passivi del frenetico circuito politico-mediatico quotidiano cui assistono straniti.

Se questi cittadini si asterranno in massa al prossimo appuntamento elettorale, se faranno lo sciopero del voto, altereranno di fatto il valore di qualunque risultato elettorale. Non daranno soltanto uno schiaffo all’attuale classe politica, ma manderanno un segnale di sfiducia per la nostra democrazia.

Chi sono oggi gli attendisti? Ce ne sono di due tipi. La maggioranza è rappresentata da chi ha votato per anni Berlusconi e la sua maggioranza, ed ora ne è deluso. Le ragioni di questa delusione possono essere diverse.

Non è detto che tutti siano convinti che esista un nesso tra la paralisi della iniziativa di governo, la sua perdita di credibilità e l’indecoroso comportamento privato del premier che ha fatto precipitare la sua immagine pubblica a livello internazionale in modo irrecuperabile. Coinvolgendo -disastrosamente l’immagine dell’Italia come tale.

E' probabile che nell’area dei cattolici, che sin qui hanno sostenuto il berlusconismo per le opportunità che questo ha generosamente loro offerto, la motivazione per il futuro astensionismo sia di ordine morale e ideale. Ma c’è anche la delusione per l’oggettiva incapacità del governo di reagire efficacemente al drammatico peggioramento della condizione di vita di milioni di famiglie. Ragioni strettamente economiche invece motiveranno il possibile astensionismo dei piccoli e medi settori produttivi per le «promesse non mantenute».

In ogni caso è importante sottolineare che il disinganno per il berlusconismo non è automaticamente uno spostamento di consenso verso le forze dell’opposizione, tantomeno verso quelle di sinistra. Si crea piuttosto uno stato di incertezza che evoca confusamente nuove soluzioni politiche «terze» ancora indeterminate: basti pensare all’agitazione inconcludente cui hanno portato le parole del card. Bagnasco settimane fa. E’ ovvio infatti che in questa situazione i cittadini delusi dal centro-destra si collochino per il momento in una posizione di attesa. Ecco l'attendismo.

Ma qualcosa di analogo (anche se verosimilmente in termini aritmetici meno pesanti) accade in chi aveva precedentemente votato per il Partito democratico e ora si trova davanti una formazione litigiosa e sostanzialmente priva di leadership. Il partito non riesce ad enunciare e a comunicare in modo convincente quale tipo di grande strategia politica intende perseguire, una volta al governo .

La straordinaria capacità di mobilitazione che si registra nell’area anti-berlusconiana investe i grandi temi della democrazia e della partecipazione dei cittadini, ma non può surrogare la competenza e la capacità di proporre una nuova grande strategia politico-economica. Lo stesso vale per la richiesta referendaria del cambiamento del meccanismo elettorale. Da una più giusta ed efficiente legge elettorale non uscirà automaticamente, quasi d’incanto, una nuova politica. Per questo occorrerà sempre una forte competente autorevole leadership politica, che non si vede da nessuna parte. In compenso in molti settori del centro-sinistra ci si irrita solo a sentir parlare di leadership.

Per tutte queste ragioni l’attendismo non è ancora la fine del berlusconismo. Anzi è probabile che il Cavaliere giocherà di nuovo le sue carte. Con il suo stile: grandi promesse per «la crescita», qualche iniziativa oggettivamente modesta ma mediaticamente gonfiata, e soprattutto un attacco a testa bassa contro gli avversari (opposizione politica, stampa nazionale e internazionale, magistratura e magari il Colle). Su di essi scaricherà l’accusa di denigrare il governo e di bloccarne l’efficienza. Questa operazione ha funzionato altre volte - pensa il Cavaliere - perché non dovrebbe funzionare ancora, sin tanto che attorno a lui fa quadrato la sua maggioranza? Soprattutto se milioni di cittadini staranno a guardare rassegnati? Ecco perché l’attendismo è un segnale di sfiducia che mina la nostra democrazia come tale.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9288


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Lo snodo tra politica e antipolitica
Inserito da: Admin - Ottobre 17, 2011, 09:29:22 am
17/10/2011

Lo snodo tra politica e antipolitica

GIAN ENRICO RUSCONI

Perché succede solo qui?», «Perché anche oggi ci tocca vergognarci?», si chiedeva ieri il direttore di questo giornale commentando le violenze di Roma confrontandole con le manifestazioni pacifiche degli «indignati» del mondo intero. Manca «un pensiero costruttivo» - continuava -, riferendosi non solo all'evidente impotenza delle classi dirigenti, ma anche all’incapacità del discorso pubblico e giornalistico di offrire accanto alle diagnosi critiche (spesso catastrofistiche) prospettive positive. Prospettive che non ricalchino le inconsistenti assicurazioni governative.

C'è insomma incapacità di trasmettere - ai giovani innanzitutto - se non ottimismo, quantomeno una sobria certezza che il nostro Paese ha risorse e strumenti per farcela. Non sfasciando le banche, ad esempio, ma riportandole al loro ruolo economico corretto.

Ma per fare questo ci vuole una politica intelligente, forte e coraggiosa.

Una politica che può contare sul consenso di chi pur sentendosi tartassato o addirittura «privato del futuro», è disposto ad affrontare una fase dura di passaggio, perché ha fiducia nel progetto di chi lo dirige. Questo significa «partecipare» in una democrazia rappresentativa.

Democrazia rappresentativa? Fiducia nella classe dirigente? Consenso? Politica? Sono parole diventate incomprensibili, impronunciabili per un'intera generazione. Eppure questa generazione, rimobilitandosi, azzerando il consenso politico convenzionale, incomincia a suo modo a fare politica da capo senza nessuna delle ideologie tradizionali (avendo inconsciamente forse soltanto quella di «democrazia diretta»).

Come si è arrivati a questa estraneazione tra il linguaggio dei giovani in piazza e quello della politica convenzionale che risuona, stonata, sulla bocca di qualche politico che sta dalla loro parte? C'è un qualche nesso tra l'estraneazione dei linguaggi pubblici e la violenza distruttiva comparsa nei momenti più intensi della mobilitazione? Proprio nei momenti della polemica reinvenzione della partecipazione politica? Come spiegare questa violenza, oltre che condannarla senza esitazione?

Si obietterà che la violenza urbana si è manifestata in modo clamoroso in molte altre parti d'Europa ancora recentemente. A Londra alcuni mesi fa, nelle banlieues di Parigi anni orsono o ancora in modo meno esteso in alcuni Paesi nordici. Ieri da noi il pensiero è corso subito a quanto è accaduto Genova in occasione del G8 di qualche anno fa. Un episodio che non a caso è rimasto profondamente impresso nella memoria collettiva.

Ma la situazione che si è creata recentemente con i cosiddetti «indignati» presenta alcune novità. Innanzitutto come forma di mobilitazione non nasce in Italia quasi all'improvviso, come in altre parti del mondo. Nei mesi scorsi ci sono state le imponenti manifestazioni delle donne, dei sindacati, di altri gruppi di mobilitazione civile. Lo si riconosca o no, c'è una continuità oggettiva, un allargamento della mobilitazione a partire da parole d'ordine specifiche che alla fine convergono nella contestazione della politica dei governi in generale e del governo italiano in particolare. In alcuni casi questa contestazione è esplicita e puntuale, in altri assume tratti più generali. Ma non si può negare che la manifestazione romana avesse in sé oggettivamente un potenziale politico più netto e mirato che non quella a New York o altrove.

Qui si inserisce la violenza organizzata dei black bloc. Che avessero o no programmato i loro atti vandalici, essi sapevano che a Roma potevano agire come a Genova. Potevano introdurre nella manifestazione una componente che le avrebbe fatto cambiare natura. Venivano «dal di fuori» (non necessariamente da fuori Italia), ma certamente da «fuori dal movimento», eppure erano in grado di condizionarlo. Non c'è bisogno di ipotizzare complotti. Si sono comportati d'istinto come criminali politici che giocano sulla fragilità della fase di incertezza che sta attraversando il Paese e quindi sui potenziali ambivalenti di rinnovamento e di regressione che portano in sé i nuovi movimenti. E' sin troppo facile denunciare i black bloc come corpi estranei ed ostili alla società civile. Ma alla loro maniera delinquente segnalano uno snodo cruciale che il nostro Paese sta attraversando tra politica, antipolitica e prepolitica.

Davanti ad una classe politica estenuata e logorata, come antidoto molti guardano alle risorse alternative che potrebbero provenire dalla «prepolitica» - un concetto che si sta diffondendo quasi a surrogare l'abusata espressione di «società civile». In questo contesto per singolare coincidenza oggi a Todi c'è un importante incontro di responsabili di associazioni cattoliche che programmaticamente si collocano tra politica e prepolitica. In questi anni abbiamo visto un mondo cattolico diviso. Una sua parte significativa è stata sedotta, ricattata, resa complice (tramite i suoi rappresentanti tuttora ben istallati nel sistema berlusconiano) dalla politica che oggi boccheggia. Adesso qualcosa si muove. Le attese sono molte, forse esagerate. Ma sullo sfondo di una Roma vandalizzata va mobilitata ogni risorsa

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9329


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Un'Italia a sovranità autolimitata
Inserito da: Admin - Ottobre 28, 2011, 05:18:49 pm
27/10/2011

Un'Italia a sovranità autolimitata

GIAN ENRICO RUSCONI

Dove è finita la sovranità in Europa? Dov’è la sede della legittimità decisionale, della competenza, della effettiva capacità risolutiva? Al momento sembra dividersi tra Bruxelles, Francoforte e Berlino. In modo non trasparente.

«Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Questa perentoria sentenza è stata coniata da uno dei più controversi giuristi e politologi del secolo scorso, Carl Schmitt, con il sottinteso che le democrazie liberali non sanno decidere in casi di seria emergenza. Che cosa direbbe oggi il politologo tedesco? Identificherebbe oggi uno «stato d’eccezione» in Europa? In questa Europa diventata insicura nei suoi apparati istituzionali, dov’è la sovranità?

A Berlino e a Roma si possono sentire risposte molto diverse. Cito Berlino e Roma perché mai come oggi si trovano agli antipodi. I tedeschi tengono ben ferma la loro sovranità nazionale e la fanno valere anche se è parzialmente limitata all’interno della istituzione europea.

Lo ha confermato ieri il Bundestag, ascoltando con attenzione la relazione della cancelliera Angela Merkel e approvandone la linea politica con una maggioranza assoluta, non a caso chiamata «maggioranza del cancelliere». Ne esce premiata la strategia della Merkel di duttile fermezza nella restaurazione dell’ordine monetario nell’Unione europea. «La Germania è uscita dalla crisi più forte di quando ne è entrata e anche l’Europa deve uscirne più forte». Adesso «l’Europa deve diventare una unione di stabilità».

Il dibattito di Berlino ha confermata anche l’autorevolezza del Parlamento tedesco che non intende delegare in bianco al governo le decisioni cruciali di queste ore. Anche se non mancano forti critiche alle litigiosità interne della coalizione di governo. Il risultato è una singolare combinazione di prestigio personale della cancelliera, pur nella debolezza della sua coalizione, e di cauta disponibilità di tutte le forze parlamentari a collaborare ad un comune obiettivo.

Questo obiettivo è chiaro: la Germania si fa carico di far uscire l’Unione europea dalla crisi attuale a condizione che la politica monetaria e finanziaria degli Stati membri si rimodelli secondo criteri e norme che sono promosse sostanzialmente dalla Germania stessa. Angela Merkel interpreta perfettamente questa strategia che è insieme di intransigenza e di opera di convincimento, di attesa e di azione di logoramento. E’ la nuova formula dell’egemonia tedesca.

Per il suo peso oggettivo, economico e politico, la Germania ha una posizione decisiva in Europa. E’ di fatto la nazione egemone dell’Unione anche se cautelativamente e dimostrativamente si appoggia alla Francia dando informalmente vita al cosiddetto «direttorio». Ma è interessante notare come la classe dirigente tedesca prediliga una strategia di modifica dello status quo che si muove per linee interne. E’ vero che sempre più insistentemente parla della necessità di modificare i trattati. Ma lo fa senza toni ultimativi - almeno sino ad ora. Sembra proseguire la strategia gradualista, incrementale e funzionalista che ha caratterizzato le fasi storiche della costruzione europea.

Ma questa linea è davvero ancora possibile oggi? O è diventata una finzione che non risponde più alla realtà? Ritorna in gioco la questione della sovranità. La Germania può realizzare la sua strategia solo a fronte di una riduzione delle competenze dei singoli Stati in tema di politiche economiche e fiscali. Questo fatto segna un’ulteriore sostanziosa limitazione della loro sovranità economica e fiscale rispetto ai trattati originari. La politica degli Stati membri sarà monitorata da organismi superiori (forse dalla stessa Banca europea) che seguiranno criteri certamente condivisi, ma di fatto graditi alla Germania, e sarà sotto la minaccia di severe sanzioni. In questo modo la Germania si trova riconfermata nella propria piena sovranità, nel momento in cui altre nazioni ne soffrono. Inutile dire che questa situazione suscita resistenze in molti Stati membri. Ma è soltanto a questa condizione che la Germania accetta di accollarsi costi supplementari per salvare insieme con la moneta unica l’intera costruzione europea.

In questo contesto l’Italia si trova in una posizione particolarmente difficile. La nostra Carta costituzionale è chiara: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». In concreto: la esercita tramite il Parlamento. Il Parlamento italiano nel passato ha già acconsentito in nome dell’Europa o di altre cooperazioni internazionali a forme di riduzione di sovranità. Lo ha ricordato ancora ieri a Bruges il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Da 60 anni abbiamo scelto - secondo l’articolo 11 della Costituzione e traendone grandissimi benefici - di accettare limitazioni alla nostra sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati: e lo abbiamo fatto per costruire un’Europa unita, delegando le istituzioni della Comunità e quindi dell’Unione a parlare a nome dei governi e dei popoli europei».

Questa volta la situazione presenta aspetti assai più drammatici che nel passato, con la lettera pressante della Banca europea, con le richieste urgenti della Commissione di Bruxelles, con le pressioni più o meno amichevoli dei partner europei. Anche se non è lo schmittiano «caso d’eccezione», è un momento che richiede di mettere in campo tutta la nostra decisionalità sovrana. Il vero punto critico quindi non è «la fucilata» della Banca europea al governo o le angherie «dei tedeschi» - come dice il populismo leghista - ma la paralisi del Parlamento e l’impotenza della politica. Solo un soprassalto di coraggio e di nuova mentalità politica potrà farci riguadagnare la sovranità nazionale da condividere con gli altri popoli europei.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9371


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. L'incognita del consenso contrattato
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2011, 12:06:42 pm
19/11/2011

L'incognita del consenso contrattato

GIAN ENRICO RUSCONI

Davanti ad una Camera ben disposta, ma con ampi settori della maggioranza tutt’altro che convinti, Mario Monti ha trovato le parole giuste per riconoscere - in modo indiretto - i punti delicati e critici della legittimazione politica del suo governo. Ha trovato espressioni semplici ma efficaci: «Vi chiedo non una fiducia cieca ma vigilante»; «Dureremo quanto la vostra fiducia in noi». Sono parole di un politico acuto, non di un «tecnico» esperto soltanto di questioni economiche e finanziarie o di un semplice «professore». Ma smettiamola ora di parlare della personalità di Monti che in questi giorni rischia di subire un trattamento agiografico fuori misura. Riflettiamo sulla natura del consenso parlamentare del suo governo e quindi della sua possibile durata che denota la particolarità della legittimazione del ministero Monti.

Ovviamente la questione non riguarda la legittimità costituzionale, sulla quale non ci possono essere dubbi. Non ha senso parlare di «democrazia sospesa». Ma sono in gioco la consistenza e la qualità del sostegno politico effettivo raccolto in Parlamento. C'è il pericolo reale che l’appoggio al governo Monti si configuri come un consenso contrattato e ritrattabile su ogni punto del programma. Siccome è un governo non direttamente uscito dal Parlamento, ma proposto dal Presidente della Repubblica per ragioni di emergenza, è inevitabile che debba conquistarsi l’appoggio parlamentare contando proprio sulla condizione dell’emergenza. Si tratta però di evitare che sia costretto a contrattare ogni iniziativa di volta in volta, decreto per decreto, misura per misura. E’ facile immaginare quale disastro rappresenterebbe questa situazione per una politica che intende impegnarsi con un ampio respiro in compiti difficili come quelli attuali. Questo governo per la verità dispone di due risorse originali: il pieno sostegno del Capo dello Stato e la palpabile simpatia di una opinione pubblica che si è messa in allerta e sta prendendo le distanze dai suoi stessi rappresentanti mandati in Parlamento.

Per quanto riguarda il sostegno del Quirinale, Giorgio Napolitano si è mosso nel rispetto della lettera e dello spirito della Costituzione, dando un inatteso rilievo decisivo al suo ruolo di garante attivo della Costituzione. L’espressione di «governo del Presidente», certamente estranea al linguaggio dei costituenti, rispecchia questa nuova situazione che potrebbe rivelarsi come una risorsa per la Repubblica, sin qui non valorizzata. Un esecutivo che governa e un Parlamento che vigila sembrano alludere quasi ad un semipresidenzialismo. Lo scrivo senza secondi pensieri. In compenso, al di là di ogni aspettativa, il «governo del Presidente» ha trovato un’istintiva approvazione da parte della stragrande maggioranza dei cittadini - come mostrano tutte le indagini demoscopiche. Anche i più antipatizzanti verso Napolitano hanno dovuto ammettere l’intelligenza costituzionale delle sue mosse. Ma bastano queste novità per fornire una legittimazione originale a Monti?

Quello che è certo è che la definizione di «governo tecnico», affibbiata al nuovo governo in contrapposizione a «governo politico», è la meno adeguata. Andrebbe senz’altro archiviata. Non solo perché il programma che il governo Monti intende svolgere è altamente politico nella sostanza (su questo è inutile insistere), ma perché il concetto contrapposto di «governo dei tecnici» porta in sé un’idea piuttosto singolare dei politici intesi come «eletti del popolo».

Che rappresentanti del popolo sono, se nel momento in cui rivendicano di essere gli unici depositari della volontà popolare, devono ammettere di essere «tecnicamente» incompetenti a realizzarla? Tanto vale allora definire l’attuale compagine ministeriale come governo dei «competenti», che è cosa completamente diversa da «tecnici» perché implica una forte sensibilità politica. A cominciare dalla esigenza pressante di godere di una fiducia vigilante e costruttiva da parte del Parlamento.

Torniamo quindi alla centralità del Parlamento. In modo formalmente ineccepibile, il Parlamento attuale è la sola rappresentanza popolare legittimata dalle ultime elezioni. Ma è pura ipocrisia fingere che la congiuntura politica di oggi non sia drasticamente cambiata rispetto al 2008. Soltanto le facce, le mimiche, il gergo dei rappresentanti popolari in Parlamento sono gli stessi. Se poi i famosi «toni» si sono nel frattempo «abbassati» lo vedremo ancora nelle prossime ore. Adesso il timore vero è che molti parlamentari (non tutti ovviamente, ma alla fine anche i «piccoli numeri» contano...) pensino innanzitutto alla propria sopravvivenza politica e ragionino quindi esclusivamente in funzione del proprio futuro personale. Questa prospettiva investe e mette alla prova i partiti come tali, soprattutto i maggiori, che si illudono di poter conciliare le costrizioni oggettive del momento d’emergenza con le più favorevoli chances di successo nelle elezioni previste nel 2013.

Nessuno si illuda: se il governo Monti reggerà, anche il Parlamento e il sistema partitico usciranno molto diversi da questa esperienza. Il 2012 non sarà un tunnel da attraversare con il minore danno possibile, come qualcuno pensa. Ogni contrattazione dei partiti attuali a sostegno delle misure proposte dal governo metterà in gioco la loro identità e rafforzerà l’identità del governo Monti e la sua durata «naturale» sino alla fine della legislatura. Di fronte a questa prospettiva non si può escludere l’ipotesi che qualcuno «stacchi la spina» (brutale ma popolare espressione che il bon ton di oggi vorrebbe rinnegare), con conseguenze imprevedibili anche circa l’esito delle elezioni in nome delle quali quella iniziativa sarebbe presa. Il 2012 sarà un anno molto lungo e ricco di sorprese.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9452


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Germania la potenza riluttante
Inserito da: Admin - Novembre 27, 2011, 05:09:43 pm
27/11/2011

Germania la potenza riluttante

GIAN ENRICO RUSCONI

Quando si parla di Germania i toni drammatici sono d’obbligo. In questi giorni la stampa nazionale e internazionale ne sta dando la prova, ritrovando parole enfatiche che - in altra chiave - aveva usato dopo la caduta del Muro di Berlino e la rapida inattesa riunificazione tedesca. Oggi non si tratta più del (temuto) ritorno della Germania al ruolo di potenza europea egemone. E’ in gioco la sua capacità di esercitarlo. Di fronte alla grave crisi economico-finanziaria che attanaglia l’Europa da mesi, la «grande Germania» si è dimostrata piccola piccola, in termini politici e morali. Sembra che ragioni e giudichi il mondo secondo i propri parametri di utilità, mentre l’Unione europea, alla cui costruzione ha contribuito potentemente, rischia di sfasciarsi. E’ questa la tesi che in un modo rassegnato, aggressivo o lamentoso, è condivisa da molti osservatori. La conclusione che ne discende è che dal comportamento del governo tedesco dipenderà a breve il destino dell’Europa. La cancelliera Angela Merkel, in particolare, sembra aver assunto su di sé interamente questa responsabilità. E’ davvero così?

In questi anni abbiamo imparato a conoscere la cancelliera. Ci ha spesso sconcertato per l’abilità con cui è passata da affermazioni perentorie a posizioni più malleabili, per la disinvoltura con cui ha incassato insuccessi elettorali, pur dando l’impressione di non aver perso personalmente popolarità. Sinora è riuscita a trasmettere ai tedeschi un senso di padronanza della situazione nella gestione della crisi. Ha sostenuto con successo il punto di vista tedesco in tutte le sedi europee e internazionali. La fermezza nel difendere gli interessi dei risparmiatori tedeschi (e delle banche) non solo contro i guasti oggettivi creati da alcuni «cattivi» Stati dell’Unione Europea ma anche rispetto alle «pericolose» proposte (eurobond) avanzate da altri rispettabili membri dell’Unione, ha garantito sin qui alla Merkel un solido consenso interno. Ma questa fase sta finendo. Angela Merkel è troppo intelligente per non capirlo. Non può tener testa ancora a lungo, senza gravi danni, alle pressioni concentriche che le vengono fatte non solo da singoli membri dell’Unione ma dalle sue istituzioni più alte. La strada che intraprenderà sarà verosimilmente quella della riscrittura dei Trattati e di un nuovo Piano di stabilità, di cui si parla in queste ore, in termini per altro ancora molto vaghi. Sarà un modo anche per introdurre una qualche forma di eurobond? E’ chiaro che la cancelliera non può ammettere di punto in bianco d’avere cambiato opinione.

Ma sono sicuro che quanto prima Berlino segnalerà un cauto cambiamento di linea. Sarà un cambiamento corazzato da mille cautele e condizioni da verificare puntigliosamente sotto la veste della revisione dei Trattati. Ma qualcosa si muoverà. Nel clima pre-apocalittico di queste ore (in cui grandi istituti finanziari si esercitano a stilare «piani B» in vista della fine dell’euro) è una previsione plausibile. Ma è anche una scommessa che tiene conto dell’atteggiamento complessivo della classe dirigente tedesca che è più flessibile e sensibile di quanto non appaia dalle sommarie descrizioni che vengono fatte dalla stampa quando parla dei tedeschi rigidi e ostinati. Non c’è dubbio che la classe dirigente tedesca è riluttante a mutare linea. Ma si moltiplicano segnali di disponibilità, davanti allo scenario non più remoto di un collasso dell’euro. La sfida è gravosa: cedere su posizioni che sono giudicate solide per assumersi rischi imprevisti.

Ma in compenso la classe politica tedesca ritroverebbe quel consenso e quel apprezzamento da parte dei colleghi europei che in questi mesi le sono gradualmente venuti meno. I tedeschi in fondo sono molto sensibili all’approvazione europea, più di quanto non sembri. Questo mutamento di posizione del resto non si configura come un cedimento, una concessione o un soccorso straordinario a membri in difficoltà, ma come un esercizio di autentica leadership, non imposta ma riconosciuta da tutti gli altri partner. Per schermare questa leadership c’è sempre la messa in scena dell’intesa franco-tedesca, con l’Italia nel ruolo già certificato di comparsa. A questo punto non si capisce la riluttanza della classe politica tedesca a riprendersi la sua nuova posizione in Europa.

DA - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9484


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. In cerca del popolo europeo
Inserito da: Admin - Dicembre 11, 2011, 11:28:41 am
11/12/2011

In cerca del popolo europeo

GIAN ENRICO RUSCONI


Che fine ha fatto il «popolo europeo»? Dov’è il demos europeo su cui sino a qualche anno fa si sono esercitati filosofi politici, giuristi costituzionalisti e pubblicisti?

Intimiditi dalle brutali oscillazioni delle Borse, schiacciati dagli spread, frastornati dai toni apocalittici di politici e giornalisti, tartassati in modo più o meno consensuale dai rispettivi governi riemergono i popoli nazionali tradizionali. In carne ed ossa, con i loro giudizi e pregiudizi reciproci che si tenta invano di esorcizzare, correggere, rivisitare.
Pensiamo agli imbarazzi con cui tedeschi e italiani oggi si guardano attraverso i loro giornali. È inutile protestare contro i giornalisti, che spesso scrivono sciocchezze da una parte e dall’altra. Rispecchiano una diffusa situazione sgradevole.

Prendiamo atto che - a dispetto della retorica diffusa a larghe mani in questi anni - non si è formato affatto un «popolo europeo» inteso come comunità politica solidale quale anni fa si sperava fosse in fase di gestazione, se non di sviluppo. Il processo che avrebbe dovuto faticosamente costruire questo popolo unitario e solidale sembra ora essersi interrotto. È stupefacente l’emarginazione dell’unica rappresentanza democratica comune degli europei, il Parlamento europeo.

In questi mesi di convulsa ricerca di una uscita dalla crisi è rimasto tagliato fuori da ogni ruolo decisionale.
Ma la situazione è davvero così senza prospettive? «L’unione fiscale», quasi coatta, decisa a Bruxelles dai governi sotto pressione tedesca, non potrebbe invece essere una strada tortuosa e costosa per ri-costruire un «popolo europeo»? Il guaio è che si diceva così anche con l’introduzione dell’euro e poi in modo più specifico con la creazione della «zona dell’euro» che ora è alla radice dei problemi. Ancora una volta ci si concentra esclusivamente sulla moneta, sul fisco, sulle banche. Protagonisti rimangono i governi nazionali, a dispetto del fatto che la loro immagine non sia mai stata tanto bassa come oggi nella stima popolare. Eppure i governi nazionali sembrano essere gli unici attori della politica che si esprime in misure fiscali, economiche modulate su esigenze nazionali (o più realisticamente tarate sull’ammontare del proprio debito).

Che resta dei grandi discorsi e delle grandi aspettative verso la «società civile europea», i suoi potenziali di solidarietà e di giustizia? Quali attori alternativi - non necessariamente antagonisti - emergono dalla «società civile europea»?
Anziché limitarci a parlare in modo sommario di deficit democratico dell’Europa o di denunciare i criteri economico-monetari che uccidono la democrazia, cerchiamo di guardare dentro alla società europea. Per cominciare constatiamo una scarsa conoscenza delle differenze che caratterizzano le singole società europee nei loro meccanismi istituzionali e nelle loro culture politiche. Queste realtà vengono generalmente sottovalutate nei discorsi sulla «comunanza dei valori» europei. Invece sono le differenze che contano e che vengono fuori prepotenti proprio in tempo di crisi.

Prendiamo le due realtà tedesca e italiana che sono esemplari di quanto stiamo dicendo. Giorni fa su un grande giornale tedesco è uscito un pezzo di un noto pubblicista, eccellente conoscitore e amante deluso dell’Italia (come molti intellettuali tedeschi di oggi) che conclude così: «Affinché l’inevitabile futura messa in comune dei debiti europei (tramite eurobond o similari) non diventi un materiale incendiario del risentimento popolare dei tedeschi, non deve essere un assegno in bianco. Infatti chi ci garantisce che con il venir meno della pressione esterna non ricompaia ancora sulla scena un Berlusconi?».

Riemerge così il vecchio problema della «inaffidabilità» italiana e quindi della necessità di prendere misure cautelative. Il tutto ben al di là della composizione del governo. È vero che Mario Monti ha incontrato in Germania un pronto e diffuso consenso - con il rischio addirittura di provocare attese esagerate. Le foto di Monti accanto alla Merkel sono diventate subito familiari all’opinione pubblica con un sospiro di sollievo. Ma dietro alla cancelliera e dietro al presidente del Consiglio italiano ci sono due sistemi politico-istituzionali, due classi politiche, due culture e società civili difficilmente comparabili. Lo si vedrà già nelle prossime settimane che saranno cruciali.

Per il momento, ritornando al tema del «popolo europeo», mi preme dire che esso non nascerà per decreto né a Bruxelles né a Strasburgo, tantomeno a Francoforte per effetto delle misure di disciplina comune. Ma sarà il risultato (di lungo respiro) della ripresa intensa dei contatti di conoscenza diretta tra tutti gli attori politici, sociali e culturali che ora lavorano a testa china nel rispettivi Paesi, illudendosi che basti delegare a Strasburgo alcuni parlamentari per «fare l’Europa», quando in realtà spesso ci vanno per piantare in quella sede i propri paletti «identitari» nazionali. Non serve poi protestare che l’Europa - da lassù lontano - ci imponga vincoli e costrizioni che non fanno giustizia alla concretezza della nostra realtà. Se vogliamo davvero diventare (o, detto più elegantemente, ritrovarci come) popolo europeo dobbiamo cercare contatti diretti, senza aspettare sempre iniziative ministeriali

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9536


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Il governo del presidente fa politica
Inserito da: Admin - Dicembre 22, 2011, 12:36:29 pm
22/12/2011

Il governo del presidente fa politica

GIAN ENRICO RUSCONI

Nel passaggio alla sua seconda fase programmatica, il governo Monti dispiega la sua piena natura politica, aggredendo problemi che vanno ben al di là dell’emergenza immediata. Problemi che hanno radici profonde e che nessun governo precedente ha osato o è riuscito a risolvere - tanto meno l’ultimo lungo governo berlusconiano e leghista.

Appaiono quindi inconsistenti le riserve e le preoccupazioni originariamente avanzate circa i limiti della natura «tecnica» del governo Monti, semplicemente perché in esso non ci sono membri parlamentari.

Come se la «politica» fosse un bollino di garanzia riservato agli «eletti dal popolo» eletti oltre tutto con il sistema difettoso che sappiamo.

Adesso nei confronti del governo presuntivamente «non politico» si alzano voci perentorie a favore dell’urgenza di nuovi interventi «per la crescita» - proprio da parte di quella maggioranza politica che si è rivelata incompetente, incapace, impotente. Ma il coro delle aspettative deluse è sempre più unanime.

Per cercare di capire, diamo uno sguardo retrospettivo alla prima fase del governo Monti e alla qualità del sostegno che ha ricevuto. L’altro giorno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha respinto con parole chiare e ferme la tesi di una «sospensione della democrazia». Ha risposto così anche a perplessità e dubbi che giorni prima erano stati espressi su importanti giornali circa la legittimità/legittimazione costituzionale della formazione di questo governo. Si tratta di interrogativi giustificati che tuttavia non tengono conto del contesto politico effettivo.

Le ragioni del successo dell’operazione che ha portato al governo Monti sono state tre. Al primo posto c’è stata la decisa e convinta iniziativa del Presidente della Repubblica; ad essa ha risposto immediatamente il pronto sostegno dell’opinione pubblica, veicolato dai grandi giornali nazionali; contestualmente c’è stato l’ammutolirsi improvviso della classe politica, quantomeno quella di maggioranza. Per qualche giorno in Italia - in modo inatteso - la stampa ha orientato ed espresso l’opinione dei cittadini, al di là dell’imbarazzo del sistema mediatico televisivo, in sintonia con l’azione del Quirinale.

«Governo del Presidente» è stata la formula pubblicistica che meglio definiva la situazione. Come tale è stata istintivamente accolta da molti. E’ una formula che non esiste nella Costituzione e verosimilmente in nessuno dei manuali degli esegeti costituzionali. Ma d’istinto è stata percepita come soluzione assolutamente costituzionale per l’emergenza. Opportunamente Napolitano, nella sua messa a punto dell’altro ieri, ha preferito ignorare la formula «governo del Presidente», che avrebbe potuto prestarsi ad equivoci. Ma rimane il dato di fatto della sua personale autorevolezza quale garanzia della continuità costituzionale.

L’autorevolezza del Presidente della Repubblica è anche il fattore decisivo di stabilità in un clima sociale che è sensibilmente cambiato. L’opinione pubblica mostra segni di disillusione. I giornali sono pieni di interrogativi e contrasti di opinione e di giudizio tra i loro stessi commentatori.

In questo contesto la classe politica riprende la parola, anche se non nasconde le sue divisioni interne. I politici più sprovveduti sembrano godere delle difficoltà che incontra il governo Monti che si trova al centro della mutazione della politica italiana. Hanno gli occhi fissi sulle elezioni, a scadenza naturale o addirittura anticipata, come se soltanto quella fosse «la soluzione politica». Per loro questo governo è un tunnel da attraversare il più rapidamente possibile, per poi tornare nella condizione «normale» («democratica» - qualcuno si permette di enfatizzare).

Molti politici non si rendono conto che proprio lo scontro frontale del governo con le parti sociali con il coinvolgimento diretto, in prima persona, di molti suoi ministri sta dando tratti nuovi alla politica. Sta cambiando la sensibilità politico-sociale. Persino l’enorme difficoltà del governo di venire a capo dei tenaci interessi particolaristici di categorie, gruppi sociali, lobbies o caste, ha l’effetto paradossale di renderli palesi e intollerabili agli occhi dell’opinione pubblica.

Anche la personalizzazione del confronto in atto è qualcosa di più e di diverso della prosecuzione della «democrazia mediatica» della stagione berlusconiana. La politica mediatica, che abbiamo visto montare nel decennio passato, si rivela irreversibile ma cambia carattere. Sta incidendo sul rapporto tradizionale tra cittadini e istituzioni democratiche - in senso negativo e in senso positivo. Le centralità delle piazze fisiche e soprattutto di quelle mediatiche (senza le quali non ci sarebbero le prime) si affianca e condiziona la centralità politica del parlamento.

Il governo Monti è al cuore di questa mutazione. Si sbagliano dunque quei politici che pensano di poter lucrare sul duro e doloroso scontro del governo con le parti sociali e con settori significativi della società civile. Si sbagliano se pensano di cavarsela addossando al governo l’impopolarità, l’insufficienza e la limitatezza delle sue misure, scusandosi quasi di sostenerle in Parlamento per dura necessità - in attesa di «tornare alla politica». Proprio il fatto che gli attuali ministri e ministre debbano confrontarsi faccia a faccia con le forze sociali organizzate, con gruppi e singoli cittadini arrabbiati dimostra che i cosiddetti tecnici stanno facendo politica, mentre i politici eletti rischiano di praticare un opportunistico attendismo.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9574


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. La cancelliera (per il momento) non cederà
Inserito da: Admin - Gennaio 08, 2012, 03:57:17 pm
8/1/2012

La cancelliera (per il momento) non cederà

GIAN ENRICO RUSCONI

Sarei cauto a parlare di «asse Monti-Sarkozy per l’euro» e della sua effettiva efficacia. E’ ingenua l’aspettativa che per l’Italia basti il nuovo governo perché essa assuma automaticamente un ruolo autorevole, capace di modificare il rigido atteggiamento tedesco sulla disciplina di bilancio, e più in generale per introdurre modifiche nelle grandi regole dell’Unione. O addirittura per «dare una mano» alla Francia nei confronti della Germania.

E’ ingenuo pensare che l’Italia possa collocarsi paritariamente al fianco della Francia, nonostante la simpatia e la stima del Presidente francese per Mario Monti e la convergenza con lui su alcuni punti qualificanti. Soprattutto è fuori luogo immaginare che il nostro presidente del Consiglio nel suo tour europeo che lo porterà a Berlino possa parlare anche a nome del Presidente francese. Magari per «allentare l’asse franco-tedesco», come piace dire al linguaggio giornalistico. Come se l’intesa particolare tra Berlino e Parigi non avesse profondi motivi politici e storici che talvolta le conferisce i tratti di una complicità.

Mercoledì prossimo a Berlino la cancelliera Angela Merkel sarà certamente molto gentile e complimentosa verso Mario Monti.
Ma nella sostanza delle questioni che stanno a cuore a Roma, Merkel non si muoverà dalle sue posizioni.
«Per il momento» - aggiungerà nel suo tipico stile.

Credo che in proposito Monti non debba farsi illusioni. Il «compito a casa» fatto e imposto agli italiani (soprattutto ad una parte di essi…) è agli occhi della Merkel il minimo dovuto. E’ un «penso» per errori pregressi. Non si vede come la promessa del governo italiano di procedere ad altre iniziative innovative possa portare con sé automaticamente anche un cambiamento dei rapporti di forza interni tra i membri dell’Unione europea. Soprattutto perché l’eventuale ripresa italiana presuppone proprio quel mutamento di strategia generale alla quale si oppone, «per il momento», la Germania. Siamo in un circolo vizioso.

Lo squilibrio politico che caratterizza l’Unione europea da qualche anno (il cosiddetto «direttorio franco-tedesco» accompagnato dal «rigore del duo carolingio») e il contestuale declassamento dell’Italia, che ha toccato il fondo con l’ultima fase del governo Berlusconi, sono dati di fatto non correggibili immediatamente. Le ragioni della regressione italiana hanno radici lontane, anche se rimangono imperdonabili l’insipienza e l’incapacità del governo Berlusconi. Il guaio è che non la pensa così il berlusconismo diffuso come mentalità e cultura civico-politica, di cui abbiamo avuto un esempio clamoroso in questi giorni nella reazione della classe politica di maggioranza all’episodio di Cortina.

Il discorso sui capi di governo deve spostarsi sulle società nazionali e soprattutto sulla classe politica con cui devono fare i conti. Della singolare situazione italiana, della legittimazione condizionata e a tempo di cui gode il governo Monti si è già parlato a lungo. Per il momento siamo davanti a un futuro carico di troppi imponderabili e variabili, di cui gli osservatori stranieri non riescono a valutare il peso ma che sono sufficienti per renderli sospettosi.

Ma la situazione politica tedesca - per ragioni completamente diverse - è meno stabile, solida e sicura di sé di quanto non si pensi comunemente. La straordinaria visibilità della cancelliera Merkel e la sua capacità di tenere testa personalmente ad ogni congiuntura non può nascondere il dato di fatto che la coalizione da lei guidata è virtualmente finita per il tracollo dell’alleato liberale, che è il paladino della strategia del rigore e della rigidità finanziaria.

Certo, la politica della cancelliera gode del sostegno del partito democristiano e più in generale della popolazione che rimane sempre sensibile all’argomento che i disciplinati tedeschi non devono pagare per gli europei (in particolare meridionali) che si sono comportati male. E’ inutile spiegare che la situazione non è così semplice (dal momento che sono di mezzo le stesse banche tedesche) e soprattutto che il pericolo che ora sta correndo l’euro si pone in una dimensione enormemente più complessa, per la quale sono necessari coraggiosi interventi innovativi.

In questo contesto colpiscono la timidezza e l’impaccio degli altri partiti tedeschi - socialdemocratici e verdi in testa - che pur criticando la linea Merkel e condividendo molte delle tesi correttive e alternative avanzate dalla Commissione europea, non sono in grado di incalzare efficacemente il governo. Mancanza di convinzione? Timore di impopolarità? Sottovalutazione della gravità della situazione?

E’ possibile che l’annunciato peggioramento della congiuntura economica tedesca spinga in un prossimo futuro la Merkel ad una revisione della strategia sin qui adottata. E’ quanto pensano (e sperano) molti analisti. E’ in questo contesto che Mario Monti sta facendo il suo tour europeo che culminerà negli importanti incontri di Roma verso la fine del mese. Sarebbe bello che per allora non si parlasse più di «assi» nazionali ma semplicemente d’Europa.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9625


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. La competenza per sfidare la protesta
Inserito da: Admin - Gennaio 25, 2012, 10:47:14 pm
25/1/2012

La competenza per sfidare la protesta

GIAN ENRICO RUSCONI

Quale impatto hanno o avranno le violente proteste di questi giorni sul quadro politico? Parlare di «rivolta» dei Tir non è solo un modo di dire giornalistico. Quanto è accaduto sino a ieri, è andato ben oltre le dimensioni di una protesta sociale, già ai limiti della legalità.

Siamo stati posti davanti non soltanto alla contestazione di misure prese dal governo, ma al confuso, virtuale rifiuto della sua autorità politica. Questi due aggettivi - «confuso», «virtuale» sono la chiave di lettura di quello che è successo e che condiziona le modalità con cui la situazione si sta normalizzando. Speriamo che avvenga presto - altrimenti le conseguenze saranno incontrollabili.

Siamo davanti ad una severa prova per il governo Monti, probabilmente inattesa. È perfettamente inutile aggiungere che si tratta di una prova «politica». Ma aggiungiamo pure l’aggettivo, se serve a chiudere una volta per tutte l’inconsistente diatriba sulla natura «tecnica» del governo in carica, su cui si sono esercitati sin qui politici e pubblicisti.

La rivolta di minoranze di cittadini, organizzati in categorie professionali dotate di uno sproporzionato potenziale di danno e di intimidazione, è virtualmente politica perché è il contrario dell’affidamento che la maggioranza degli italiani mostra verso il governo Monti. Da un lato c’è un sofferto riconoscimento di autorevolezza politica, dall’altro la sua negazione.

Con il passare delle settimane è evidente che la vera base del consenso del governo consiste nella paziente fiducia dei cittadini che arrivino risultati tangibili. Di fronte a questo fatto la legittimazione politica formale offerta dai partiti rischia di rimanere una sorta di sovrastruttura parlamentare, debole e condizionata da mille reticenze.

In questo contesto la rivolta strisciante di alcune categorie imbarazza alcuni partiti, rivelandone aspetti oscuri. Non è un mistero che nel Pdl e nella Lega ci sono falchi che nelle agitazioni di questi giorni (e nelle prossime in calendario) hanno visto l’opportunità di quella spallata contro il governo che il partito berlusconiano ufficiale non osa dare. Per loro è stata una grande soddisfazione sentir gridare - in perfetto stile berlusconiano - che a Roma c’è «l’ultimo governo comunista del mondo». Non sappiamo se dietro a queste provocazioni - a cominciare dalla Sicilia - ci siano disegni più mirati.

Nel complesso però i politici di destra si barcamenano tra la denuncia della violenza e della illegalità dei comportamenti, il premuroso riconoscimento della legittimità di alcune richieste di alcune parti coinvolte (senza spingersi troppo avanti nei dettagli) e la voglia di approfittare del clima di scontentezza per farsi protagonisti di correzioni delle proposte governative.

Quello che non capiscono è che con il governo Monti è venuta meno o quantomeno si è drasticamente ridimensionata la funzione dei partiti di rappresentanti diretti di interessi particolari (non illegittimi, beninteso, ma gestiti in forma quasi sovrana) che hanno portato alla creazione di quel universo di lobbies, corporazioni e categorie di fatto privilegiate - di cui oggi si parla tanto apertamente quanto retoricamente.

«Lobbies» e «corporazioni» infatti sono sempre quelle degli altri. Mentre da parte loro i partiti si sentono offesi se vengono riduttivamente considerati rappresentanti o protettori di interessi di parte, insensibili all’interesse comune. La dialettica democratica - ripetono - consiste nel contemperare gli interessi particolari con quelli generali ecc ecc. Conosciamo questi nobili discorsi edificanti. Ma servono poco a capire la brutale realtà di quello che è accaduto e che potrebbe ripetersi nei prossimi giorni su altri fronti non meno sensibili.

Torniamo alla vicenda dei Tir. Il governo è sembrato inizialmente preso in contropiede, ha sottovalutato la gravità della situazione. Soltanto nelle ultime ore si è sentita chiara la voce del ministro degli Interni che ha rivendicato di avere affrontato i disagi della protesta «coniugando fermezza e dialogo», consentendo di «stemperare le situazioni di tensione e di far sì che la gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica non subisse, nel complesso, grave pregiudizio». Segue la minaccia di energiche misure coercitive nel caso si verificassero nuovi episodi che compromettono la sicurezza delle persone. Tutto sommato quella del ministro può apparire una reazione sin troppo «temperata» di fronte ai gravissimi disagi imposti alla popolazione e al Paese stesso. Eppure mi chiedo se paradossalmente proprio questo atteggiamento non abbia avuto l’effetto benefico di mostrare alla grande opinione pubblica l’insensatezza della rivolta contro il governo. La grande discriminante politica passa ormai tra chi, disposto a pagare di persona, si affida - sia pure con un tocco di rassegnazione - alla competenza di questo governo, dialogando e interagendo costruttivamente. E chi lo considera nemico, punto e basta.

DA - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9690


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Il professore alla guerra mediatica
Inserito da: Admin - Febbraio 05, 2012, 07:34:59 pm
5/2/2012

Il professore alla guerra mediatica

GIAN ENRICO RUSCONI

«Strano», «decisionista» sono due espressioni usate da Mario Monti per qualificare il suo governo. Ma ora si potrebbe aggiungere «coriaceo» e soprattutto «loquace».

Alla tanto ironizzata monotonia professorale delle prime settimane ha fatto seguito una disinvoltura comunicativa, di cui fanno parte sostanziale i lapsus, le rettifiche, ma anche l’insistenza sui «tabù da infrangere». Mai espressione è stata più ripetuta negli ultimi interventi governativi.

Ne fanno le spese l’articolo 18, il posto di lavoro fisso e da ultimo «il buonismo sociale». Un’offensiva comunicativa in piena regola. Perché?

Il governo Monti per agire efficacemente è costretto a correggere o a compensare la sua natura cosiddetta «tecnica» con un sovraccarico di comunicazione pubblica.

Ha bisogno di un contatto diretto con l’opinione pubblica per tenere sotto pressione una classe politica inquieta e irritata - anche se impotente.

La comunicazione mediatica sta acquistando un ruolo decisivo. Pensiamo alla riforma del mercato del lavoro per la quale si chiede una sorta di riedizione della «concertazione» tradizionale. Ebbene, prima ancora di sedersi al tavolo delle trattative, la battaglia ha luogo in un vivacissimo confronto/scontro mediatico, diretto e indiretto. Come se la vera partita si giocasse tra governo e grande pubblico, prima ancora che nella contrattazione tra i rappresentanti ufficiali.

La democrazia mediatica, che a torto era stata imputata alla patologia del berlusconismo, si rivela irreversibile. Cambia stile, cambia sostanza, ma resta come pressione continua. Non è un fiume di promesse illusorie, ma un argomentare che ritiene o pretende di essere stringente.

Sin dal suo esordio il governo Monti ha enunciato varie fasi della sua attività non disdegnando slogan del tipo «Salva-Italia» e «Cresci-Italia». Non ricordo più bene ora in quale fase siamo entrati - se nella seconda o nella terza. Ad onor del vero, sino ad oggi, agli annunci hanno fatto seguito misure operative. Sin qui la navigazione del governo è stata spedita, giustificata anche con la brevità del suo mandato a tempo. Adesso però si profilano gli scogli più duri e insidiosi: riforma del mercato del lavoro e liberalizzazioni. Con quali risorse di consenso il governo intende guidare la nave oltre questi scogli? La sua campagna mediatica rientra in questa strategia.

Ricordiamo che le ragioni che hanno portato alla formazione del governo Monti e al suo affermarsi sono state tre. Al primo posto c’è stata la decisa e tempestiva iniziativa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che per altro continua a svolgere tuttora - in modo discreto ma fermo - il suo ruolo di garante dell’operazione e del funzionamento del sistema politico. Ma all’iniziativa del Presidente ha corrisposto uno straordinario sostegno dell’opinione pubblica, veicolato dai grandi giornali nazionali, sull’onda di una caduta verticale dell’immagine internazionale di Berlusconi, legata non soltanto alla sua debolezza politica ma anche ai suoi comportamenti personali. Senza l’evidente consenso dell’opinione pubblica, l’operazione Monti non sarebbe riuscita. Contestualmente c’è stato l’ammutolirsi della classe politica, in particolare della maggioranza berlusconiana.

A che punto siamo arrivati ora? Il guadagno netto e indiscutibile è stato la ripresa rapida dell’Italia e della sua immagine a livello europeo e internazionale grazie alla competenza e alla personalità di Mario Monti. Ieri in una intervista alla «Sueddeutsche Zeitung» il presidente del Consiglio ha fatto affermazioni piuttosto impegnative nel loro ottimismo. Ha parlato dell’Italia che si sta avviando a diventare «la prima della classe in materia di riduzione del deficit». «I mercati guardano sempre di più non solo alla riduzione del deficit in Italia, ma anche alla crescita».

Naturalmente questo è (stato) possibile - non dimentichiamolo - grazie alla accettazione della «manovra» da parte della popolazione e dei sacrifici connessi. Oggi lo spettro della crisi simbolicamente materializzata dal famigerato spread sembra scongiurato. Anche se Monti ha riconosciuto che questo indicatore è stato usato in modo «esagerato come arma contundente» nei confronti di Berlusconi e «ora si esagera ad usarlo come indicatore di buona condotta per il qui presente suo successore». Bene. Ma alcune settimane fa i messaggi che circolavano sui media non erano di questo stesso tenore.

Adesso c’è il pericolo che si crei una forbice tra il Monti del livello europeo e il decrescente consenso dell’opinione pubblica che dalla rassegnazione passa alla insofferenza contro ogni misura che non produca immediato e tangibile beneficio. I costi sociali della manovra si faranno sentire a lungo, il tema delle liberalizzazioni - su cui punta energicamente il governo - presenta aspetti più complicati rispetto alle dichiarazioni di principio. C’è scetticismo circa i loro rapidi effetti per la «crescita».

Ma soprattutto c’è la drammatica e urgente questione del mercato del lavoro e dell’occupazione precaria, che incide in profondità nella vita delle famiglie e della comunità nazionale nel suo complesso. In questo contesto per i partiti in Parlamento è forte la tentazione di considerare chiusa la fase di emergenza «tecnica» per tornare alla ribalta, interpretando a loro modo «politicamente» il persistente disagio sociale, creando difficoltà sempre maggiori al governo sino alla sua paralisi. Da qui lo sforzo del governo stesso di controbattere in anticipo questa possibilità attraverso una pressante azione informativa e comunicativa direttamente orientata alla grande opinione pubblica.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9737


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. In Val di Susa una sfida per il premier
Inserito da: Admin - Marzo 01, 2012, 10:55:04 am
1/3/2012

In Val di Susa una sfida per il premier

GIAN ENRICO RUSCONI

La conflittualità che investe la Valle di Susa ha perso la natura di un normale conflitto sociale in una democrazia. Rischia di diventare una rivolta contro l'autorità stessa dello Stato - una rivolta cui la militarizzazione della valle dà i connotati di un virtuale stato di guerra. E' una umiliazione della democrazia. E' tempo che il presidente del Consiglio esca dal suo riserbo. Lo deve anche alla maggioranza dei cittadini italiani, che magari tardivamente si sono resi conto delle dimensioni reali e complesse del problema, ed ora sono sinceramente sconcertati e turbati.

Le ultime notizie parlano di dichiarazioni di disponibilità da parte di alcuni ministri del governo ad riaprire ancora «il dialogo» senza abbandonare la «fermezza». In concreto questo vorrebbe dire che non si torna indietro dalla decisione di procedere con i lavori per l'alta velocità, ma che ci sono ancora spazi di trattativa sulle condizioni ambientali (ecologiche e socio-economiche), sulle compensazioni per i contraccolpi negativi dell'intera operazione. Pare anche che ci sia una significativa parte di cittadini della Valle disposti a riprendere questa strada, rendendosi conto del clima distruttivo che si è creato.
Ma lo scetticismo è d'obbligo.

La situazione è incerta. Non si può escludere che si aprano forti tensioni all'interno del movimento di protesta con conseguenze imprevedibili. I No Tav radicali che guidano la protesta - e che non sono classificabili automaticamente come «violenti» - non intendono contrattare i termini della esecuzione della Tav, ma la vogliono semplicemente rendere ineseguibile. Impraticabile politicamente, prima ancora che operativamente.

Ma c'è di più, la decisione governativa che è stata vissuta dagli abitanti della Valle di Susa come una prevaricazione, si è dilatata mediaticamente, polarizzando su di sé disagi e conflitti diffusi nel Paese anche quando questi non sono neppure lontanamente paragonabili con quella della valle. La sigla No Tav è diventata un simbolo di disobbedienza civile.
Ma si può ora rendere reversibile o modificabile una decisione che si sta rivelando tanto costosa dal punto di vita politico? Chi ha l'autorità di farlo?

Siamo davanti alla prima seria sfida all'autorevolezza del governo Monti - sfida tutta politica perché tocca il principio di autorità. Le tensioni e i conflitti verificatisi attorno alle iniziative economiche, finanziare e sociali del governo si sono mossi sin qui tutti entro i confini di un confronto/scontro democratico, energico ma controllato. Soltanto la protesta degli autotrasportatori settimane or sono ha pericolosamente sfiorato i limiti. In questa occasione la strategia del governo è stata di una paziente azione moderatrice. Ma disponeva di una risorsa importante: la sostanziale impopolarità dell'oltranzismo degli autotrasportatori. A favore del governo ha giocato quindi l'impatto mediatico negativo delle immagini del blocco dei Tir.

Stiamo imparando a conoscere le ambivalenze della copertura mediatica (e giornalistica) delle forme di protesta. La ricerca a tutti i costi dell'effetto mediatico clamoroso e provocatorio non garantisce automaticamente successo alle ragioni di chi protesta. Anzi, porta i cittadini a valutare con maggiore serietà le ragioni e i torti dei contestatori. E’ quanto potrebbe succedere nelle prossime ore anche in Val di Susa. Anche grazie all'ormai famoso monologo ingiurioso del No Tav rivolto al carabiniere silenzioso.

Ma torniamo al governo. Mi auguro che Monti non si lasci assorbire interamente dai giochi di pressione e ricatto sul decreto legge sulle liberalizzazioni. Che sappia valutare la serietà politica e di civiltà democratica del caso della Val di Susa, che non è riducibile ad una questione di ordine pubblico. E quindi faccia sentire la sua voce. Monti deve trovare le parole giuste che non si limitino a ribadire le buone ragioni della decisione presa dai governi che l'hanno preceduto. Non può certo presentarsi come semplice prosecutore ed esecutore di quella decisione ma neppure azzerarla o alterarla nella sostanza. Non so se lui e i suoi collaboratori abbiano in serbo qualche soluzione innovativa o (di nuovo) mediatrice. Ne dubito, ma certamente il presidente del Consiglio deve saper convincere i cittadini della Val di Susa che i loro ultimi comportamenti (o i comportamenti da loro tollerati e magari strumentalizzati) non solo allontanano da una ulteriore revisione del progetto Tav ma mettono a rischio il buon funzionamento della democrazia.

So benissimo che c'è il rischio che queste parole cadano nel vuoto, anzi creino contraccolpi di segno contrario. Tanto più che Monti non può illudersi di avere il sostegno incondizionato dei partiti, che si esprimeranno certamente con mille distinguo. Ma di fronte ai cittadini italiani è dovere del presidente del Consiglio esprimersi con chiarezza, mettendo in gioco la sua stessa autorevolezza senza eludere o sottovalutare il significato di questa prova per la nostra democrazia.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9832


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Ma il consenso è un valore anche in Europa
Inserito da: Admin - Marzo 23, 2012, 11:20:44 pm
23/3/2012

Ma il consenso è un valore anche in Europa

GIAN ENRICO RUSCONI

Il governo Monti sta commettendo il suo primo serio errore? Certamente ha toccato il punto nevralgico della sua doppia natura «tecnica» e «politica», su cui si è equivocato sino ad oggi .

Dopo l’efficace colpo di mano sulle pensioni giocato tutto sul panico-spread, dopo la deludente debole azione sulle liberalizzazioni, la coppia Monti-Fornero (con il silenzio un po’ strano degli altri presunti membri «forti» del governo) ha tentato la mossa energica della riforma del mercato del lavoro, senza rendersi conto che la posta in gioco è mutata rispetto alle altre iniziative. Non perché i sindacati siano soggetti sociali privilegiati o diversi rispetto agli altri, ma perché l’oggetto della mediazione è di natura diversa. Nella nostra società il concetto stesso di lavoro ha - giustamente - acquistato un significato che va al di là dei suoi indicatori economici.

Da qui l’ambiguità dell’espressione «liberalizzazione del mercato del lavoro», così come viene disinvoltamente recitata nei talk-show. C’è chi la ripete meccanicamente, considerandola la soluzione di tutti i mali sociali, economici e fiscali del paese, confondendola di fatto volentieri con la libertà di licenziamento - come se questa fosse la chiave della crescita.

Naturalmente giura che non è vero. Ma è un fatto che da giorni il discorso gira e si incaglia sulle motivazioni e sulle tipologie del licenziamento. Chi diffida di questa impostazione del problema o comunque ne vede i gravi limiti e pericoli si espone al sospetto di essere un veterocomunista.

Nel frattempo tutta la polemica si è sedimentata attorno all’art. 18 e alla sua modifica. E’ giusto ricordare che le iniziative del governo Monti sono molto più ampie e innovative rispetto alle proposte di riforma dell’articolo incriminato. Ma se questo articolo ha acquistato di fatto - piaccia o no - un valore simbolico tanto forte, ci deve essere un motivo.
Se si cerca di andare al fondo dei termini della polemica, si ha l’impressione di trovarci talvolta di fronte ad un processo alle intenzioni. Questa non è un’osservazione banale: è messa in gioco la fiducia reciproca tra governo e parti sociali. Si tocca la sostanza del consenso democratico. E’ un fatto politico.

Siamo così al punto nevralgico di questo «strano» governo, tra competenza tecnica e legittimità politica. Mario Monti - per quanto sappiamo sino a questo momento - ha dichiarato che presenterà le sue proposte al Parlamento corredate con un verbale ufficiale in cui sono illustrati i risultati dei contatti avuti nelle settimane scorse con le parti sociali. Non è ancora chiaro invece quale procedura di approvazione sarà adottata.

E’ una singolare novità. Soprattutto perché è accompagnata da alcune forti dichiarazioni sulla «fine concertazione». Confesso che non mi è chiaro il senso di questa insistenza. Il comportamento del governo è del tutto legittimo, data la sua natura particolare, senza bisogno che ricorra ad una enfatica presa di distanza dalla concertazione come se fosse sinonimo di cattivo consociativismo o di inciucio politico-sociale.

Non insisto su questo equivoco, salvo far osservare ai tanti tedescofili improvvisati che spuntano ora nel nostro Paese (anche a proposito dell’art.18) che la concertazione è stato uno dei fondamenti del sistema tedesco che continua a vivere di una cultura e istituzionalizzazione del consenso sociale inconcepibile per la nostra cultura politica. Non si può scegliere dal «modello tedesco» quello che più fa comodo ignorando tutto il resto.

Ma torniamo nel nostro Parlamento che dovrà affrontare anch’esso la sua prima prova seria da quando ha dato il suo sostegno al governo Monti. Il presidente del Consiglio guarda all’Europa - continua a ripeterlo, giustamente soddisfatto dello straordinario guadagno di immagine e di fiducia raggiunto in breve tempo dal nostro Paese. Ma qual è esattamente «l’Europa» a cui si riferisce Monti? La Banca centrale europea, alcuni membri della Commissione europea, la cancelliera Merkel, soddisfatta dei «compiti a casa» fatti sinora dagli italiani? E’ tempo che Monti argomenti meglio la dimensione europea della sua azione di governo, senza riferirsi esclusivamente agli indicatori di mercato, alle Borse o ad altri dati del cui valore relativo lui stesso è ben consapevole.

Mi auguro che Monti, consegnando al Parlamento il suo piano di riforma del lavoro, non affermi che soltanto esso - così come è scritto - ci metterebbe in sintonia con «l’Europa», con il sottinteso che la sua bocciatura ci allontanerebbe dall’Europa stessa. Non è così. Ricordo molto bene che in una dichiarazione delle prime settimane, Monti stesso ha detto che i sacrifici che gli italiani si stavano preparando a sostenere non erano un «diktat» dell’Europa (o della sua banca), ma una necessità oggettiva che rispondeva agli interessi di tutti gli italiani. E questi il loro consenso, sofferto, lo hanno dato. Oggi la problematica del mercato del lavoro è più complicata, ma il criterio dovrebbe essere lo stesso. Non si tratta di mirare ad un accordo «consociativo» che i severi «tecnici» disapprovano. Ma di ricercare una intesa ragionevole accogliendo obiezioni ragionevoli. Suppongo che anche «i tecnici» sappiano quale risorsa straordinaria e insostituibile per l’efficienza del sistema lavorativo sia il consenso sociale.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9915


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Larghe intese dopo Monti
Inserito da: Admin - Aprile 05, 2012, 03:43:06 pm
5/4/2012 - IL GOVERNO DEL PRESIDENTE

Larghe intese dopo Monti

GIAN ENRICO RUSCONI

Nella lunga e articolata intervista rilasciata al direttore Calabresi, Mario Monti fa un’affermazione rivelatrice. «Già in un’intervista a La Stampa nel 2005 avevo detto che ci sarebbe voluta una grande coalizione per fare le riforme: mi attirai solo critiche o giudizi di irrealizzabilità, ma alla fine mi pare che proprio questo sia successo».

Il suo governo - o meglio il sostegno parlamentare di cui ha bisogno - è dunque una variante della grande coalizione?

È la prima volta che il premier si esprime in termini così esplicitamente politici. Lo fa rispondendo alla domanda su chi può garantire che i comportamenti virtuosi dell’attuale governo non vengano abbandonati da un futuro governo «politico» e quindi quale quadro partitico potrà proseguire la sua opera. La risposta è, appunto, «una grande coalizione».

L’affermazione non è né banale né scontata, e definisce la qualità politica dell’appoggio al suo governo. Anzi, è una sorta di ipoteca sul futuro - al di là della sua persona.

In realtà questa posizione contiene alcune valutazioni sulla situazione odierna e una prospettiva politicoistituzionale futura che è bene mettere a fuoco criticamente.

Correggendo l’impressione che aveva sollevato una settimana fa, Monti si mostra ora molto contento del consenso di cui gode presso i tre partiti che lo sostengono e i loro leader. C’è un tocco di soddisfazione «pedagogica» (un termine che ritorna un paio di volte nell’intervista) vedendo finalmente i leader dei tre partiti «esercitare capacità di leadership, senza aspettare che il cento per cento del loro mondo di riferimento sia d’accordo con loro». Di conseguenza se i tre partiti (o meglio i tre leader) hanno imparato a intendersi e «a trovare un terreno comune pur senza avere il beneficio del protagonismo diretto, allora anche in una nuova fase di governi politici, in cui si assumeranno in prima persona la responsabilità di governare con i loro leader», è legittimo aspettarsi che anche il loro governo «politico» funzionerà. In prospettiva Monti si prepara ad annunciare che la sua «missione è compiuta».

Ma le cose non sono così semplici. Se il governo Monti riuscirà a realizzare pienamente il suo programma di riforme, non sarà semplicemente per la ritrovata convergenza dei partiti principali, ma per l’autorevolezza di cui gode. Questa autorevolezza gli viene dalla sua competenza riconosciuta internazionalmente e dalla particolare legittimità che gli deriva dalle circostanze e dalle procedure della sua formazione. È la legittimità di un «governo del Presidente», ineccepibile sul piano costituzionale ma audace sul piano politico. Lo diciamo con franchezza, senza secondi pensieri maliziosi.

Ebbene, basterà la formula di una futura «Grande coalizione» per avere la stessa competenza e la stessa forza politica, grazie alla ricostituzione della tradizionale procedura parlamentare? Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo prendere atto di un altro problema che incombe sul sistema partitico italiano, sulla cui tenuta Mario Monti non sembra nutrire dubbi.

C’è il pericolo che le prossime elezioni amministrative segnalino un preoccupante aumento di astensionismo e la dispersione dei consensi alle tantissime liste civiche o localiste. Mancherà quindi la chiarificazione che si attendono le maggiori forze politiche. Anche se i leader di partito troveranno scappatoie verbali per dissimulare la deriva verso la virtuale scomparsa dei partiti che oggi occupano in modo inerziale il sistema mediatico. Potranno esultare solo i partiti minori che manterranno la loro consistenza, a conferma della frantumazione del sistema politico. Avremo un sistema di partiti tutti «minori» - e non solo in senso aritmetico.

Non mi pare che questo processo possa essere arrestato dalle proposte di riforma istituzionale ed elettorale che volonterosamente i partiti maggiori hanno avanzato nei giorni scorsi, senza per altro andare al di là delle dichiarazioni di intenti. Si tratta di ragionevoli varianti di proposte di cui si parla da decenni, ma senza un vero salto di qualità. Soprattutto presuppongono che l’elettorato italiano sia sempre lo stesso. O meglio, ci si aspetta che l’elettorato, dopo le contrapposizioni della stagione berlusconiana, torni ai buoni vecchi partiti, sia pure esteticamente rifatti, come se niente fosse stato. Ci si preoccupa - giustamente - della maggiore rappresentatività, ma molto meno della competenza ed efficacia decisionale del governo.

La forza del governo Monti invece consiste proprio nella sua capacità di decidere a fronte di una rappresentanza parlamentare che è «invitata» a dare la sua approvazione in una situazione di emergenza. I politici continuano a ripetere che il governo Monti è solo un intermezzo amaro ma necessario, da loro sostenuto «responsabilmente». In realtà è molto di più di così. Sta mostrando di essere un governo che aggrega decidendo. Chi e come, dopo di lui, sarà in grado ancora di farlo? Non basta la formula della grande coalizione, se questa non prevede un esecutivo autorevole.

Mario Monti ripete che il suo incarico terminerà con la scadenza della legislatura, per lasciare il posto alla «politica». Apparentemente parla come i suoi interlocutori in Parlamento. E lascia interamente a loro l’onere di ridisegnare eventuali riforme istituzionali. Non lo considera un problema di sua competenza, anche se l'approccio del suo governo all’art. 18, i discorsi sulla fine della concertazione o altre prese di posizione presuppongono una concezione politica che va ben oltre la gestione dell’ordine esistente.

In realtà lo stile di governo di Monti, ineccepibile sul piano istituzionale e personale, contiene forti implicazioni e ipotesi di innovazione istituzionale. Sono tutte implicite nella formula del «governo del Presidente». Come ho detto, è un concetto da usare con attenzione per non creare equivoci. Ma è urgente che approfondiamo la sua problematica al di là della vicenda contingente di questi mesi. Per molta cultura politica del nostro Paese, ogni ipotesi di riforma istituzionale che evochi il «presidenzialismo» in qualunque forma, è motivo di sospetto prima ancora che di ragionata opposizione. Ma quello che sta accadendo da mesi è la prova evidente della necessità di dotare il nostro sistema politico di competenze di governo che abbiano la legittimità e la forza di aggregare decidendo, soprattutto di fronte alla crescente dispersione delle rappresentanze degli interessi. È un’esigenza primaria. Discutiamone.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9965


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Dov'è finita la società civile?
Inserito da: Admin - Aprile 20, 2012, 11:22:31 pm
20/4/2012 - POLITICA E ANTIPOLITICA

Dov'è finita la società civile?

GIAN ENRICO RUSCONI

Che fine hanno fatto gli imponenti movimenti di piazza, che hanno segnato la fine della stagione berlusconiana e hanno inaugurato una stagione che sembrava ricca di speranze a portata di mano? Anzi a portata di voce?

Sono usciti anche dal circuito dei talk-show e dalle trasmissioni televisive dedicate alla politica che hanno di fatto sostituito il discorso pubblico. Ospiti di queste trasmissioni sono sempre politici professionali, momentaneamente disoccupati dal Parlamento, e commentatori giornalistici che vivono quotidianamente addosso agli stessi politici che criticano. Accanto agli esperti di ogni genere e grado su tasse e «crescita». Ma di donne o uomini, che ripropongano le aspettative dei movimenti di mesi or sono non se ne vedono. O mi sbaglio? Ma come potrebbero accedere al circuito mediatico? Con quale legittimazione?

Gelosi e preoccupati di farsi strumentalizzare dai partiti politici, sospettosi verso ogni forma di organizzazione e leadership interna, i movimenti erano insofferenti di ogni documento programmatico che potesse assomigliare ad una mozione di tipo partitico; erano diffidenti verso prese di posizione pragmatiche che apparissero modeste rispetto ai grandi obiettivi. Hanno creato solo emozioni e grandi attese che sono state disattese.

Intanto il clima generale si è ulteriormente incupito e incattivito. Il governo Monti è circondato da un consenso freddo. Se ora ricomparissero in piazza quei movimenti (anche quelli di «categoria» che ambiscono di rappresentare interessi generali) dovrebbero stare attenti a non esporsi all’accusa di essere portatori di anti-politica. I movimenti di cui stiamo parlando non lo sono mai stati. Tanto meno l’ultimo (in ordine di tempo) «se non ora, quando? Non si sono mai confusi con i pogrom verbali contro i politici in quanto tali, che caratterizzano l’antipolitica di oggi.

Naturalmente anche nel nome dell’antipolitica si possono formare «movimenti»; ma non a caso questi si affrettano a darsi una qualche forma partitica e leader vocianti per essere più efficaci nel loro assalto al sistema politico. Non è di questi partiti camuffati da movimenti che abbiamo bisogno, anche di fronte al discredito in cui sono precipitati i partiti tradizionali.

Ci occorrono segnali tangibili da una società civile che non è stata zittita o frastornata da quanto sta accadendo, che è disposta a mobilitarsi per sostenere o promuovere iniziative ben mirate e naturalmente ad opporsi ad altre, se è necessario. Senza essere nemica dei partiti. Probabilmente è troppo tardi per scongiurare l’esito peggiore delle prossime consultazioni elettorali: l’astensionismo di massa e la dispersione sulle troppe liste locali e civiche che si sono presentate. Ma anche se fosse così, ci sarebbe un motivo in più per reagire.

Il governo Monti dovrà accontentarsi per lungo tempo di un consenso freddo. Inconfrontabile con quello di cui ha goduto - quasi miracolosamente - nelle prime settimane della sua attività. D’altronde è irrealistico pensare che siano mobilitazioni di piazza a riscaldarlo. Non a caso, da quando è in carica, ci sono state soltanto mobilitazioni di segno antagonistico. Era inevitabile, data la durezza delle misure adottate.

È bene tenere presente questo quadro generale al di là della cronaca dei contatti di palazzo Chigi e il flusso costante di dichiarazioni e controdichiarazioni che riempiono lo spazio politico. In questo contesto ben venga il risveglio di settori sensibili della società civile che con le loro rivendicazioni siano in grado di contrastare e sostituirsi costruttivamente all’antipolitica. Ma per fare questo sono necessarie e urgenti nuove modalità di rapporto con i partiti tradizionali che, aggrappati al sistema mediatico che assicura loro una fittizia vitalità, rischiano di rimanere autoreferenziali.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10018


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Se il "credere" diventa una banalità
Inserito da: Admin - Maggio 01, 2012, 12:17:00 pm
1/5/2012

Se il "credere" diventa una banalità

GIAN ENRICO RUSCONI

Sono rimasto colpito da due grandi manifesti collocati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro non lontano da casa mia. «Io credo nel fotovoltaico» è il loro messaggio. Un manifesto mostra una donna vestita di nero, evidentemente islamica, con le mani atteggiate a preghiera. L’altro rappresenta di spalle un sacerdote in abiti sacri che tiene in mano un crocifisso. Anche per lui vale la scritta «Io credo nel fotovoltaico».

E’ nata forse una nuova chiesa, targata www.heliosimpianti.it? No, evidentemente. E’ una spiritosa trovata dei pubblicitari «creativi» (si chiamano così...). Che cosa non fanno oggi per «bucare» il flusso della comunicazione! Chissà se hanno fatto anche una terza versione del manifesto: un operaio metalmeccanico che tiene le mani sul Capitale di Carlo Marx o forse più realisticamente oggi sull’art. 18. Anche lui potrebbe credere nel fotovoltaico.

Dobbiamo ridere? No. Proviamo a fare qualche riflessione.

Il mio primo impulso è stato quello vedere in quella pubblicità una mancanza di rispetto verso le religioni, evocate in par condicio - la cristiana e l’islamica. Ma poi ho pensato che l’ufficio legale della Helios si è già premunito in anticipo contro questa obiezione, dicendo che nella pubblicità sono rappresentati due esponenti o fedeli delle religioni che semplicemente dichiarano di credere anche nel voltaico. Anzi, in fondo «sono tecnologicamente avanzati» - aggiungerebbe l’astuto avvocato. L’offerta è super partes, è ecumenica, è universalistica,

In effetti il trucco è giocato tutto sulla parola e sul concetto di «credere», che ha perso ogni rigore e pregnanza ma ha guadagnato in estensione. Si crede o si ha fede nei dogmi religiosi, nella democrazia, in un partito o nella Padania, si crede nel proprio coniuge ecc. E’ una parola inflazionata ma tenace come quella di popolo (il popolo italiano, il popolo dell’Iva, il popolo della Juve ecc.). Perché non credere anche nel fotovoltaico?

Naturalmente la forza della parola «credere» dipende (in modo subliminale) dal riferimento religioso. Non a caso il «credere» e il «non credere» si riferiscono innanzitutto ai contenuti di fede. E’ l’utilizzo più nobile ma più equivoco. Suggerisce infatti che qualcuno che «crede» ha qualcosa in più (sottovoce si intendono «i valori») di qualcun altro che «non crede».

Naturalmente è una colossale sciocchezza, ma funziona. Tant’è vero che persino per promuovere il «fotovoltaico» è più semplice e tentante far ricorso al credere che all’argomentare.

Ma non voglio esagerare oltre nell’esegesi di una comunicazione pubblicitaria che magari passerà inosservata per i più, tanto è denso il flusso informativo che ci investe. Qualche lettore può anche mettersi a ridere per quanto sto scrivendo.

Sarà un mio vizio professionale, ma prendo sul serio le parole. Soprattutto quando mettono in gioco «fede» o «credo», esibiti come punti fermi di certezza in un mondo di incertezze. Una forza che per associazione va oltre il campo religioso e interessa tutti gli ambiti della vita.

Il discorso non è semplice, lo so. Ma i creativi della pubblicità hanno intuito che giocando sulle ambiguità e sulle assonanze della parola «io credo» possono vendere anche qualcosa, come il fotovoltaico, che viceversa richiederebbe ragionamenti ben più articolati e ragionati.

da -


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Merkel, cancelliera sotto tiro
Inserito da: Admin - Maggio 14, 2012, 04:11:21 pm
14/5/2012

Merkel, cancelliera sotto tiro

GIAN ENRICO RUSCONI

E adesso signora Merkel? La vittoria nel Nordreno-Vestfalia della coalizione uscente, formata da socialdemocratici e verdi, con una buona maggioranza, non è una «normale sconfitta». Non solo perché la Cdu esce pesantemente ridimensionata, ma perché la linea politica della coalizione rosso-verde, che viene ora premiata nel Land, è consapevolmente alternativa a quella del governo centrale.

E’ la politica di «sostegno allo sviluppo» che la Merkel stigmatizza come «crescita attraverso i debiti». È la stessa denuncia che la Cancelliera fa tutti i giorni per bloccare le varie proposte avanzate molto cautamente da altri paesi europei. La Merkel ora ha il nemico in casa. Adesso la Spd dovrebbe uscire dalla sua eccessiva timidezza verso il governo.

Ma siamo appena agli inizi di uno scontro che potrebbe addirittura segnare l’inizio della fine della Merkel. È bene però non sottovalutare la Cancelliera, la sua grande abilità tattica, soprattutto a fronte allo sconcerto nelle file democristiane. Stiamo per ora ai fatti.

Il voto nel Nordreno-Vestfalia non è una semplice protesta contro la politica del solo rigore. È il consenso verso una linea operativa alternativa consentita nel Land da un sistema federale che funziona. Non dimentichiamo infatti che il Land è una struttura politico-amministrativa inconfrontabile con una «regione» italiana. Sarebbe quindi anche sbagliato paragonare le nostre recenti elezioni amministrative con quelle del Land Nordreno-Vestfalia. Il Land infatti è dotato di una competenza e di una autonomia finanziaria, sia pure limitata, che ha un peso politico materiale e simbolico molto importante. In prospettiva dunque il risultato elettorale di ieri incoraggia un processo di cambiamento che inciderà sulle elezioni generali in Germania l’anno prossimo. E intanto potrebbe avere un effetto stimolante anche a livello europeo.

Prima di toccare questo punto vorrei fare una brevissima osservazione ancora sull’esito delle elezioni: l’emergere del «partito dei pirati» (7,5%). È bene cancellare subito comode superficiali analogie con i «grillini» in Italia. Questi neo-movimenti sono connotati dal contesto politico specifico in cui nascono, molto più di quanto non si creda. Un personaggio come Grillo con la sua mirata aggressiva irruenza si spiega soltanto nel nostro paese, dove viceversa sarebbero semplicemente incomprensibili rivendicazioni circa la libertà assoluta di comunicazione nel sistema mediatico che danno forza ai «pirati» tedeschi. Ma avremo modo di tornare ancora in futuro su questi fenomeni.

Un Land da solo non fa nessuna «primavera di crescita». L’impresa di contenere e contrastare la recessione devastante che colpisce l’Europa (che sinora ha risparmiato relativamente la Germania) deve necessariamente essere un’impresa comune. Deve contenere una grande strategia innovativa, condivisa a livello di Unione. Occorre convincere la classe dirigente tedesca centrale che la sua strategia di puro rigore non è affatto la più saggia né la più razionale per l’Europa, come invece ritiene la cancelliera Merkel. Anche se questa da un paio di settimane abilmente e prontamente ha inserito nei suoi discorsi la parola magica «crescita», che ora gira come nuovo slogan retorico nella comunicazione pubblica europea.

Ma il gioco che ora si apre in Germania è complicato. Fattori interni, europei e internazionali si intrecciano. Domani la cancelliera riceve François Hollande. Il neoeletto presidente francese non poteva augurarsi circostanze migliori per incontrarsi con la Merkel per spiegarle le sue intenzioni. Ascolteremo con attenzione le loro dichiarazioni. Un punto dovrà essere accuratamente decifrato nelle belle parole che il presidente e la cancelliera si scambieranno: il rilievo dato all’istituzione europea come tale. Una settimana fa la Merkel invitando Hollande a Berlino ha lasciato intendere senza tanti giri di parole che la cosa più importante è che Germania e Francia rimangano le nazioni che guidano l’Europa. Questa era la sostanza dell’intesa con Sarkozy al di là dei contenuti delle politiche intraprese. E Sarkozy si è trovato intrappolato in questa logica. Credendo di salvare in questo modo il prestigio della Francia ha scontentato i francesi. Ma ora non è ancora chiaro, al di là delle dichiarazioni di intenti, se la linea di Hollande prevede davvero il rilancio delle istituzioni europee e della loro autorità. O semplicemente mira alla ricontrattazione del patto privilegiato con Berlino, sia pure introducendo innovazioni gradite ad altri membri dell’Ue. Ci auguriamo tutti che non sia così.

Mi pare che elezioni nel Nordreno-Vestfalia abbiano inaspettatamente aperto opportunità per rimettere in moto contatti, iniziative, proposte che facciano uscire da una fase depressiva che sembra avere travolto un po’ tutti. Da parte sua la sinistra italiana deve cogliere l’occasione per riallacciare intensamente e sistematicamente nuovi rapporti con i socialdemocratici tedeschi e i socialisti francesi. Che cosa aspetta ancora?

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10101


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. L'assalto alla società civile
Inserito da: Admin - Giugno 04, 2012, 09:49:05 am
4/6/2012

L'assalto alla società civile

GIAN ENRICO RUSCONI

La società civile si sta decomponendo, nel momento in cui tutti parlano in suo nome. Non esiste documento politico o sociale che non faccia riferimento in termini enfatici alla società civile. C’è la rincorsa - urlata - a presentarsi come i veri rappresentanti della società civile. L’indicatore principale è l’antagonismo: contro il sistema partitico, contro la casta dei politici, sino a coinvolgere confusamente l’intero apparato istituzionale e naturalmente la politica sin qui praticata dal governo Monti. Chi fa la faccia più ringhiosa e le spara più grosse è convinto di essere ascoltato. Chi si attiene ad un discorso sobrio e razionale rischia di essere sbeffeggiato. Sarà questa la vittoria della «società civile»?

La società civile più che l’interlocutrice, l’interfaccia o il deposito dei valori e delle risorse attivabili per la politica, è considerata e invocata sempre di più come la sua antagonista. O è così soltanto nell’immaginario di chi l’ha sempre sulla bocca? Per non fare confusione, è bene chiarire che non stiamo parlando della società in generale in tutta la sua complessa articolazione, o di quella «società civile» che si sta esprimendo sotto i nostri occhi in questi giorni negli eventi luttuosi legati al terremoto: coinvolgimento, partecipazione, solidarismo, dedizione insieme alle istituzioni. In questi momenti è percepibile quel potenziale di «coesione sociale» (termine che è diventata una formula istituzionale) che dovrebbe essere il segnale del rapporto ottimale tra società civile e sistema politico. Ma non può sfuggire il fatto che proprio in queste circostanze alcune forze politiche, convinte di rappresentare in esclusiva la «società civile», hanno contestato la celebrazione del 2 giugno. Ma c’è il sospetto che dietro agli argomenti avanzati si celino altre intenzioni.

Facciamo un passo indietro tornando alla fase culminante e poi rovinosamente precipitata del berlusconismo. Quella è stata la stagione alta dei movimenti della «società civile» di cui retrospettivamente oggi si colgono i limiti. Dalla famosa e ormai dimenticata manifestazione al Circo Massimo (con Veltroni, se ben ricordo) sino alle altre successive manifestazioni di profilo «civile» più specifico, non si trattava semplicemente di un collettore dell’antiberlusconismo, come si disse. Il berlusconismo intendeva essere una rivoluzione del costume e un modo diverso di concepire la società e la politica, una virtuale mutazione democratica - come ci insegnavano anche seriosi intellettuali che ora si defilano. Contro questa mutazione era inevitabile che si mobilitasse un movimento che si identificava come «società civile», prima ancora che come parte politica. Ma questo era un errore, perché anche quella che credeva nel berlusconismo era «società civile».

Discorso diverso meriterebbe l’ultimo grande movimento, quello delle donne «Se non ora, quando?» la cui successiva dispersione e mancanza di incidenza politica è (stata) una dura lezione molto istruttiva. Se c’era un movimento che poteva avanzare più degli altri il diritto di esprimere valori di «civiltà sociale» trasversali e alternativi all’anima profonda del berlusconismo, era quello delle donne. Proprio per questo è stata clamorosa la sua incapacità di fecondare una nuova politica, una volta che il Cavaliere se n’è andato.

Nel frattempo la «società civile», dispersa e depressa, assiste passiva e apparentemente disarmata all’irruzione sulla scena di chi la solletica in continuazione. Il termine «scena» qui non è un modo di dire. La tanto deprecata «democrazia mediatica» dell’età berlusconiana ha raggiunto paradossalmente la sua maturità. Non c’è più l’intrattenimento politico al servizio di un protagonista principale e della sua corte. Ma il sistema mediatico in tutte le sue forme è il luogo privilegiato della comunicazione politica di massa. La «società civile» è diventata la società degli spettatori o dei fruitori di Internet. Vi si possono vedere tutti: da Mario Monti (più o meno a suo agio) in una Piazza mediatica alle nuove facce - da Beppe Grillo a Roberto Saviano.

In questo contesto è evidente l’ansia con cui si cerca di anticipare - tramite continui monitoraggi demoscopici - l’ipotetico futuro comportamento elettorale. Se da un lato è la conferma che l’appuntamento elettorale rimane in definitiva per tutti l’unico criterio di giudizio della politica, dall’altro è impressionante la dispersione delle forze politiche che parteciperanno alla competizione elettorale - a parte l’immobile montagna delle dichiarazioni di astensione. Al momento è impossibile prevedere quanto significativa sarà la tenuta del Pd, quanto pesante sarà il tasso di dissolvimento del Pdl, e quindi quale sarà l’assestamento delle altre forze che sono già in campo. Ma l’incognita maggiore sarà il presumibile avanzamento del Movimento Cinque Stelle, tanto sicuro di sé quanto portatore di una strategia politica complessiva ancora troppo confusa (a prescindere dalla punizione esemplare della casta). L’idea che la formula vincente possa essere proprio la combinazione tra voglia di punire e confusione strategica fa rabbrividire. Una cosa è certa: con il passare del tempo e il prevedibile peggioramento della crisi economica, pur di strappare consenso, si farà sempre più forte il radicalismo verbale con proposte dettate dall’emotività anziché da argomentazioni ragionate - compresa l’uscita dall’euro e dall’Ue. L’ultima «pazza idea» di Berlusconi di una zecca italiana dell’euro, anche se subito ritirata, è un segnale da prendere sul serio.

Abbiamo disperatamente bisogno di una forza politica che tenga i nervi a posto, agisca in modo razionale e trasparente e abbia la capacità di convincere la società («civile» è pleonastico) a darle credito.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10185


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. La Germania e l'abuso della storia
Inserito da: Admin - Giugno 25, 2012, 10:21:46 am
24/6/2012

La Germania e l'abuso della storia

GIAN ENRICO RUSCONI

Esiste un abuso della storia. Un modo cioè di proiettare sul presente eventi del passato, con l’intento di trarne insegnamenti, mentre in realtà li si deforma strumentalmente. Il passato viene ricalcato sul presente con il risultato di imbrogliarci ancora di più nel capirlo. Si diventa cattivi storici, e ancora peggiori analisti .

Farò due esempi che sono circolati in queste settimane: l’idea di un Piano Marshall per l’Europa affidato ora alla responsabilità tedesca, e l’idea che l’euro sia stato il prezzo pagato dalla Germania per la sua riunificazione, come ultima rata del conto da estinguere per i suoi crimini passati. Come se l’euro avesse una sorta di plusvalore morale ritrattabile.
E’ una tesi che oggi, formulata in modo insidioso, viene messa in circolazione in alcuni ambienti tedeschi. E’ la variante tedesca della voglia di liberarsi dall’euro. La cancelliera Merkel deve tenere a bada questa idea. Questo spiega anche la rigidità della sua condotta politica che mira a salvare ad ogni costo l’euro. A suo modo, naturalmente.

Come si vede, la Germania è sempre al centro di ogni riflessione. Ma in questo caso si tratta di ragionamenti, che spostano il discorso oltre l’altalena degli inconcludenti summit politici, oltre l’oscillare dei mercati e delle speculazioni finanziarie. Oltre la contingente incontrollabilità del presente, per rintracciare una dimensione storica che ridia senso ad una vicenda che appare fuori controllo.

L’idea di un nuovo Piano Marshall per l’Europa circola da tempo nella pubblicistica, perché fa parte dell’immaginario positivo sulla ricostruzione del dopoguerra europeo. E’ una metafora politico-economica sempre attraente nella sua genericità. Ma settimane fa lo storico americano Charles Maier, eccellente studioso di storia europea, l’ha ripresa sul «New York Times» e su altri giornali, con una rilettura che ha trovato immediata approvazione anche da noi. Lo storico ha usato argomenti apparentemente convincenti per un «Piano Marshall tedesco» a favore dell’Europa. La leadership che la Germania esercita di fatto nell’Unione Europa in modo coercitivo – dice - non è vera leadership sin tanto che non si convince delle «ragioni sistemiche» che le impongono di sostenere i membri in difficoltà. La Germania ha già fatto un’operazione analoga per ricuperare le regioni orientali post-comuniste.

«Due decadi dopo i tedeschi devono estendere lo stesso senso di obbligazione all’Europa in senso ampio». Ma lo storico fa di più. Invocando un Piano Marshall tedesco osserva che quello americano ha funzionato perché aveva sospeso la condizionale che l’aiuto agli europei dipendesse dall’immediata messa in atto di riforme strutturali. E’ quello che dovrebbe fare ora la Germania nei confronti dei partner in difficoltà - ma qui lo storico Maier – per amore di analogie con il presente - si lascia prendere la mano, dimenticando l’inconfrontabilità della situazione catastrofica dell’Europa postbellica con la natura delle difficoltà dell’Unione europea oggi. Non ha senso paragonare l’iperpotenza americana degli anni 1945-48 con la pur solida posizione economica della Germania di oggi in Europa. Lo storico cancella completamente il contesto internazionale, la competizione con l’Unione Sovietica nella fase incipiente della guerra fredda. Oggi in compenso si è formata una rete insostituibile di istituti finanziari internazionali, l’emergere di grandi nazioni-continenti, competitive ma non reciprocamente aggressive ecc. Insomma il Piano Marshall storico appartiene ad una congiuntura irripetibile. Per convincere il governo tedesco a mutare atteggiamento occorrono ben altri argomenti.

Un approccio apparentemente diverso ha l’argomento storico a favore della opportunità di uscire dall’euro, formulato in Germania con molta risonanza pubblicistica da alcuni personaggi che mettono in campo non soltanto ragioni strettamente economico-finanziarie, ma motivi di altra natura storica. Da settimane sui principali giornali tedeschi si discute dell’ultimo libro di Thilo Sarrazin. «L’Europa non ha bisogno dell’euro». Il dibattito è molto articolato e ricco di dati e analisi economico-finanziarie, ma il tema della legittimità per i tedeschi di uscire dall’euro, emancipandosi da ogni verdetto di colpa storica che continua ad essere loro addossata, sembra rappresentare uno dei motivi profondi. «Settant’anni dopo la seconda guerra mondiale i tedeschi hanno il diritto (e il dovere) nei rapporti internazionali di carattere finanziario di farsi guidare dal proprio ragionevole interesse, senza dover temere sempre la reprimenda morale». E’ in fondo quello che pensano quasi tutti i tedeschi, naturalmente, senza arrivare necessariamente alla conclusione estrema di andarsene dall’euro seguendo il proprio «ragionevole interesse». Ma qui sta l’insidia dell’argomento.
Nella discussione è intervenuto anche il leader socialdemocratico Peer Steinbrueck, ex ministro delle Finanze della Grande Coalizione (guidata dalla Merkel) e probabile candidato cancelliere per le prossime elezioni tedesche. Le sue contro-argomentazioni passano criticamente in rassegna tutte le tesi economico-finanziarie della proposta dell’uscita dell’euro, arrivando ovviamente alla tesi opposta della bontà e necessità dell’euro per la Germania e per l’Europa. Ma non può esimersi dall’enunciare anche un assunto di ordine storico etico-politico: «L’Europa e quindi la moneta comune non possono essere comprese tramite una mera razionalità economica e fissandosi sui deficit di Stato e dei bilanci di pagamento. L’integrazione europea è la risposta alle catastrofi del XX secolo».

Ma questa affermazione, se non vuole limitarsi ad essere soltanto «politicamente corretta» di fronte alle tentazioni nazional- populiste, deve sapersi articolare in un discorso pubblico convincente. Soprattutto per quanto riguarda la corresponsabilità storica della Germania verso l’Europa, non tanto sullo sfondo delle catastrofi del passato quanto dell’impegno consensualmente assunto nella costruzione della Ue. E’ qui che tocchiamo con mano il senso storico vero di Maastricht e dei patti politici connessi e successivi. E’ a partire da qui che vanno misurate le aspettative e le richieste nei confronti della Germania. E’ questa la storia che ci ha raggiunto, cogliendoci di sorpresa.

da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10258


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Il garante dell'Europa
Inserito da: Admin - Agosto 10, 2012, 09:10:44 am
10/8/2012

Il garante dell'Europa

GIAN ENRICO RUSCONI

Il Mario Monti «tedesco» è ridiventato «italiano». Era da qualche settimana che i commenti dei giornali tedeschi avevano abbandonato i toni benevoli verso il nostro premier. In sintonia con le crescenti insofferenze di molti uomini politici, avevano aggiustato il tiro contro l’attivismo «europeista» del presidente del Consiglio. Affiancandolo naturalmente all’altro Mario «italiano», il Draghi presidente della Bce.

Ma è stata la maldestra affermazione di Monti nella intervista a «Der Spiegel» («ogni governo ha il dovere di guidare il proprio Parlamento») a offrire ai politici tedeschi l’occasione di presentarsi come una compatta classe politica che difende la sovranità del Parlamento in una democrazia funzionante. Una lezione di democrazia parlamentare impartita al premier italiano e agli italiani in generale. Gettare sulle proposte economico-finanziarie di Monti l’ombra di un comportamento che delegittima la democrazia parlamentare è l’arma più insidiosa contro di lui. Rilancia l’antica diffidenza tedesca verso l’Italia come perenne anomalia politica. Non a caso qualcuno ha aggiunto che si sente ancora
l’eredità del berlusconismo.

Per contrasto la posizione tedesca sull’intera questione del sostegno dell’euro viene presentata come l’unica democraticamente ineccepibile, anche e soprattutto contro la Bce «che rischia i soldi dei contribuenti (tedeschi) senza essere democraticamente legittimata». Per un paio di giorni la classe politica tedesca ha nascosto - dietro le questioni di principio - le differenze reali che esistono e crescono al suo interno. Saggiamente Angela Merkel, ritirata nella sua vacanza altoatesina, non si è lasciata coinvolgere dalle polemiche dando l’impressione di aver capito il vero senso delle parole di Monti.

Come si è creato tutto l’equivoco? E come si supera? L’affermazione del premier italiano, che ha scandalizzato i tedeschi, è che «se i governi seguissero esclusivamente le decisioni dei Parlamenti la rottura dell’Europa sarebbe più probabile della sua integrazione». Presa alla lettera questa affermazione sembra un invito a limitare la sovranità del Parlamento. Ma non era questa l’intenzione di Monti. La sua era in realtà una impropria generalizzazione fatta dalla sua personale esperienza di governo. «Se avessi dovuto tenere in considerazione le posizioni del Parlamento italiano, dal quale avevo avuto indicazioni di far passare gli eurobond, non avrei dovuto dare il consenso italiano nell’ultimo consiglio europeo di fine giugno». Il premier ha aggiunto, sempre nell’intervista a «Der Spiegel», che se la moneta unica diventasse un fattore disgregante, «allora i fondamenti del progetto di Europa sono distrutti».

Sono parole gravi che mettono a fuoco la non risolta contrapposizione tra «competenza tecnica» e «responsabilità politica» che è alla radice delle difficoltà attuali del governo italiano. Soltanto in questo contesto si spiega la tesi incriminata che «ogni governo ha il dovere di guidare il proprio Parlamento». «Guidare» non è concetto felice e si presta a molti fraintendimenti. Neppure per il Cancelliere tedesco che gode di notevoli prerogative e competenze decisionali, è appropriato il concetto di «guida» del Bundestag.

Non credo che dietro all’improprietà del linguaggio di Monti sia latente l’idea di una qualche infrazione istituzionale/costituzionale per il rafforzamento dell’esecutivo. Monti fa semplicemente riferimento alle competenze tecniche per le quali è stato chiamato al governo, in supplenza di una classe politica, apparentemente priva di tali requisiti. In questo senso per «guidarla». Ma si tratta di competenze che avranno il loro peso irreversibile, anche quando si tornerà alla «normalità politica» con le prossime elezioni. Temo invece che i partiti, che stanno litigando sul nuovo sistema elettorale, non abbiano ancora percepito che la grande sfida del prossimo Parlamento sarà il nuovo rapporto tra competenze tecniche, rappresentanza popolare e responsabilità decisionale.

Per il momento dobbiamo quindi accontentarci della «stranezza» di questo governo o della sua «anomalia». «Un leader non eletto, chiamato a realizzare impopolari cambiamenti nei cui confronti i politici del Paese erano riluttanti. Monti fa affidamento sulla tolleranza dei principali partiti politici italiani e non ha un suo potere di base, ad eccezione della sua credibilità personale». Sono parole del «Wall Street Journal», un altro protagonista delle polemiche di questi giorni. Naturalmente per fare questa constatazione non c’era bisogno dell’autorevole giornale americano che, lungi dal porsi il problema dell’uscita dall’anomalia attuale, si accontenta di ripetere lo stereotipo che «la natura disciplinata di Monti è più tedesca che italiana».

E’ tempo di abbandonare questo stereotipo. I tedeschi hanno un’idea di «disciplina politica» diversa da quella di Monti - in corrispondenza alla diversità dei due sistemi politici. Il sistema tedesco è funzionante, quello italiano è in emergenza. I tedeschi sono giustamente soddisfatti del loro circuito istituzionale virtuoso tra Parlamento, governo, Corte Costituzionale e Bundesbank. Esso ha accompagnato lo sviluppo della Germania nel passaggio cruciale della riunificazione e attraverso la serie di decisioni che hanno costruito l’Unione europea. E lo ha fatto insieme agli altri partner europei. Oggi si trova davanti ad una prova imprevista, apparentemente contraria alla lettera di talune normative comunitarie. I tedeschi hanno la sgradevole sensazione che i partner europei chiedano loro di fare qualcosa che contraddice profondamente la loro «disciplina politica», mentre dovrebbero essere gli altri (in particolare i paesi del Sud) ad imitarla. In realtà le cose non stanno esattamente così. I politici tedeschi più attenti e riflessivi (non solo dell’opposizione socialdemocratica) lo sanno benissimo. E si stanno convincendo che è in gioco lo stesso destino della Germania.

Monti chiede ai tedeschi «maggiore elasticità». E’ quasi un eufemismo: per i tedeschi si tratta di qualcosa di molto più impegnativo. Nessuno chiede loro di rinunciare al loro invidiabile sistema istituzionale e alle sue regole. Si tratta di riadattarlo alla nuova imprevista, grave situazione. I veri amici della Germania sono convinti che se apre il suo sistema alle esigenze degli altri partner europei, diventerà la garanzia più solida per l’Europa.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10418


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Merkel e la strategia della rimonta
Inserito da: Admin - Settembre 09, 2012, 10:49:21 am
8/9/2012

Merkel e la strategia della rimonta

GIAN ENRICO RUSCONI

La partita è appena iniziata. Dopo l’indecisione paralizzante che ha caratterizzato la vita europea degli ultimi mesi, la Banca centrale europea ha fatto la sua mossa - forte e attesa. Ma attesa era anche la reazione della Bundesbank, che ha negato il suo voto alla risoluzione della Bce di acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà «illimitatamente» - secondo precise e rigorose condizioni.

Ma la Banca centrale tedesca non è il governo tedesco; non è nemmeno «la Germania». Eppure, molta stampa tedesca sta reagendo negativamente, convinta o quanto meno preoccupatissima che la Bce abbia commesso un grosso errore che recherà danno all’Unione europea – e ai tedeschi innanzitutto. Ma a ben vedere, lo sconcerto dei tedeschi ha un’altra ragione più sottile: non immaginavano che si osasse tanto contro il loro esplicito parere. O, quantomeno, contro il parere di uomini politici, di gruppi di interesse e di opinionisti che in queste settimane hanno sostenuto le loro tesi in modo così martellante da intimidire in Germania molte altre voci più ragionevoli. Ora si trovano isolati. Che cosa accadrà?

Soltanto la cancelliera aveva intuito che il braccio di ferro che si era instaurato fra tedeschi ed europei non portava da nessuna parte. Anzi, stava creando una paralisi mortale nelle istituzioni europee. Nei giorni scorsi Angela Merkel aveva assunto una posizione che appariva persino ambigua, nel non voler far entrare in collisione il presidente della Bundesbank con il presidente della Bce. Adesso – dopo il contrasto - potrà farsi avanti per chiedere a Mario Draghi perentoriamente di poter «vedere» con chiarezza le famose condizioni precise e rigorose necessarie ai Paesi che intendono beneficiare dell’intervento della Bce. Questo è il punto su cui la Merkel giocherà la sua partita di recupero.

Non penso che la cancelliera creda alla favola diffusa in queste ore che basti «l’annuncio della Bce» per soddisfare i mercati o scoraggiare gli speculatori. Il compito più difficile sarà piuttosto convincere i tedeschi che è loro interesse recuperare rapidamente un rapporto di reciproca fiducia con i partner europei. Cominciando a collaborare con la Bce nella definizione delle condizioni di fruizione degli aiuti della Banca centrale. Ciò che conta è non perdere del tutto il controllo. Riconquistare quella leadership informale che è andata perduta di fatto nell’ultimo anno insistendo unilateralmente sulla ricetta tedesca.

La Germania si trova davanti alla sua prova più impegnativa dopo il 1989/90, dopo i Trattati di Maastricht e dopo l’introduzione dell’euro. Anzi, per molti aspetti è la rivisitazione delle regole e degli accordi sorti proprio da quel nesso di eventi che sino ad ieri si pensava fosse l’asse attorno al quale si era costruita e rafforzata l’identità politica, economica, culturale dell’Europa e della Germania stessa.

Inaspettatamente, oggi l’essere tedesco è entrato in tensione con l’essere europeo. Molti tedeschi hanno la sgradevole sensazione che i partner europei chiedano loro di fare qualcosa che contraddice la lettera e lo spirito dei Trattati consensualmente sottoscritti (in particolare per quanto riguarda la funzione della Banca centrale europea) e che quindi venga mortificata quella che con un tono sprezzante è chiamata la loro «ortodossia». Sentono penalizzata la loro «disciplina» politico-economica, mentre dovrebbero essere gli altri (in particolare i Paesi del Sud) ad imitarla. Sappiamo che non è proprio così, e che la classe intellettuale e giornalistica tedesca ha la sua responsabilità nell’avere dipinto in modo semplicistico la situazione.

Per le prossime settimane possiamo ipotizzare una secca alternativa. O vince la linea della cancelliera Angela Merkel, che, pur prevedendo un lungo confronto, duro se necessario, ma pur sempre trasparente e collegiale, si mette in sintonia con gli altri partner europei lungo quelle linee di intervento e riforma sistemica delineate nei mesi scorsi, anche grazie al contributo del governo italiano. Oppure, cedendo a risentimenti vendicativi, i tedeschi insisteranno nel rifiuto sistematico di tutte le proposte avanzate sul terreno europeo. Senza arrivare ad un referendum anti-euro (o comunque lo si voglia formulare), la cui vittoria sarebbe usata come una clava contro l’Unione europea, basterebbe che i tedeschi dicessero sempre di no, illudendosi di salvare in questo modo la loro sovranità nazionale. Quello che non capiscono i sostenitori di questa linea «tutta tedesca» è che sarebbe la fine della Germania quale è felicemente uscita dopo le catastrofi del XX secolo, grazie anche agli europei. Sarebbe la fine della Germania come modello democratico, di cui vanno fieri i tedeschi, nel momento stesso in cui rinnegano la strada che hanno percorso per costruirlo.

Intanto però siamo davanti al paradossale ricupero di immagine e di simpatia in Europa della cancelliera Merkel oggetto nei mesi scorsi di odiose vignette e di stupidi insulti. E data per politicamente spacciata da molti commentatori. Sorprendendo ancora una volta amici e nemici - nel deserto di forti personalità ai vertici della politica tedesca – la cancelliera potrebbe inaugurare una nuova stagione della politica tedesca verso l’Europa. Chissà.

da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10502


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Ma il dileggio non è libertà
Inserito da: Admin - Settembre 20, 2012, 05:00:19 pm
20/9/2012

Ma il dileggio non è libertà

GIAN ENRICO RUSCONI

Siamo dinanzi ad uno scontro di civiltà mediatico, nelle sue radici, che ci prende di sorpresa. Suona patetica l’affermazione del primo ministro francese Jean-Marc Ayrault: «Se veramente delle persone si sentono offese nelle loro convinzioni e pensano che sono stati calpestati dei diritti, possono rivolgersi ai tribunali».

Con questo argomento il ministro ritiene di rendere non solo legittima ma efficace l’ordinanza che proibisce di manifestare a Parigi contro il film ritenuto anti-islamico.

Ma li vedete voi gli scandalizzati o scalmanati islamici/islamisti che fanno deferente istanza alla magistratura?

Intanto però precauzionalmente lo stesso ministro ha ordinato la chiusura di scuole e ambasciate francesi in 20 paesi dopo la pubblicazione in Francia di nuove caricature di Maometto.

La realtà è che rischia di saltare l’intera nostra civiltà che pretende di fondarsi contemporaneamente sulla libertà di espressione e sul diritto al rispetto delle diversità culturali, religiose innanzitutto. Quando l’espressione di libertà diventa sinonimo di satira offensiva e di dileggio, c’è da attendersi che i soggetti offesi si lascino andare ad una minacciosa intolleranza per ogni forma di critica nei loro riguardi.

In questo modo viene meno ogni possibilità di «discorso pubblico», con la sua razionalità e ragionevolezza, con la sua capacità performativa. La capacità cioè di orientare i comportamenti, non soltanto quelli formali della legge, ma quelli informali che funzionano grazie al buon senso e alla saggezza. La saggezza consiste proprio nel contemperare i principi tra loro in tensione. Senza saggezza, la libertà di espressione e di satira da un lato e il diritto al rispetto dell’integrità del proprio credo religioso dall’altro, entrano in collisione portando diritto al sempre scongiurato «scontro di civiltà».

Questo ora sembra esprimersi attraverso l’esasperazione mediatica da parte di chi provoca e nella risposta violenta di chi si sente vittima. Una violenza reale che tuttavia vive della sua rappresentazione mediatica e mira intenzionalmente alla sua dilatazione.

Il sistema mediatico, ormai fuori da ogni controllo e autocontrollo, sta minando la civiltà della comunicazione di cui siamo (stati) tanto fieri. Se si segue la strada aperta dal film anti-islamico di cui si parla, entriamo definitivamente nell’età della inciviltà della comunicazione.

Girato negli Stati Uniti ma diffuso su Internet, il film all’origine della vicenda è stato prodotto in Occidente, ma non è affatto espressione dell’Occidente. Questo va detto e ripetuto con energia. Continuerà ad essere considerato espressione dell’«Occidente che odia l’Islam», come sostengono gli islamisti arrabbiati, sin tanto che la magistratura (francese), non mostrerà con buoni argomenti che non è affatto così e che l’Occidente ha tutti gli strumenti per risolvere il problema?

Povera civiltà, la nostra, se deve aspettare la sentenza della magistratura per affrontare e risolvere un problema che deve contare sulla saggezza quotidiana dei suoi cittadini, credenti o non credenti.

Invece ciò che colpisce in queste ore è l’eccitazione, un po’ morbosa, per le nuove vignette anti-islamiche e l’attesa di come andrà finire. Come se si trattasse di un ennesimo spettacolo live da guardare, come se non ci coinvolgesse profondamente. Non basta prendere le distanze dai provocatori irresponsabili e dai violenti assassini. Quanto sta accadendo è un segnale che dinanzi all’impazzimento del sistema mediatico è necessario creare un nuovo equilibrio tra i principi della libertà di espressione e del diritto al rispetto dell’integrità del credo religioso. E’ un problema che tocca tutti noi, da vicino.


da - http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10548


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Ora di religione, la riforma parta dai docenti
Inserito da: Admin - Settembre 30, 2012, 02:07:13 am
Editoriali

28/09/2012

Ora di religione, la riforma parta dai docenti

Gian Enrico Rusconi

Ciclicamente sorge il problema dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica. Tutti gli argomenti sono stati usati e spesi, con risultati modesti, salvo la possibilità dell’esenzione dall’ora di religione. Sino a qualche anno fa il problema veniva sollevato soprattutto in nome del principio della laicità dell’educazione pubblica. Le richieste che ne seguivano erano molto articolate – dalla soppressione pura e semplice dell’ora di religione alla istituzione sostitutiva di una lezione di etica, all’introduzione della storia delle religioni, Tutte le proposte sono sempre state contestate e respinte dai rappresentanti (quelli che contano) del mondo cattolico. 

Nel frattempo si sono aggiunte altre problematiche: l’enfasi sulle «radici cristiane» della nostra cultura (argomento poi vergognosamente politicizzato), la presenza crescente di allievi di altre religioni ( con riferimento costante se non esclusivo a quella islamica ) e i discorsi sempre più frequenti sul ritorno e «il ruolo pubblico delle religioni». 

 

Il tutto si è accompagnato con crescente deferenza pubblica verso la Chiesa la cui posizione dottrinale poco alla volta ha acquistato la funzione surrogatoria di una «religione civile». Si è creato l’equivoco di misurare i criteri dell’etica pubblica sulle indicazioni della dottrina della Chiesa - senza preoccuparsi della effettiva adesione ad essa dei comportamenti dei cittadini che dicono di essere credenti. Il tasso di trasgressione delle indicazioni ecclesiastiche da parte dei cittadini italiani non è affatto minore di quella generale dei Paesi considerati più secolarizzati. 

 

In questo contesto il monopolio della Chiesa nell’insegnamento religioso nelle scuole – comunque definito - è solo un tassello, cui non intende minimamente rinunciare. D’altra parte oggi né l’istituzione statale né la cosiddetta società civile sono in grado di offrire alternative. 

 

E’ possibile superare questo circolo vizioso? Non già contro la Chiesa – come subito si accuserà – ma per rinnovare profondamente o semplicemente dare concretezza alla libertà religiosa. 

 

Nel nostro Paese cresce paurosamente l’incultura religiosa, che non ha nulla a che vedere con la laicità. Anche se gli uomini di Chiesa ne danno volentieri la colpa al laicismo, al relativismo, al nichilismo ecc. Solo i più sensibili si interrogano sul paradosso della crescente incultura religiosa in un Paese dove la Chiesa è accreditata di un’enorme autorità morale. Solo i più sensibili si chiedono se non c’è qualcosa che non va in un magistero e in una strategia comunicativa che rischia di impoverirsi teologicamente, perché tutta assorbita dalla preoccupazione per quelli che sono chiamati perentoriamente «i valori», a loro volta monopolizzati dai temi della «vita» e della «famiglia naturale», sostenuti e trattati con fragili argomentazioni teologiche. Una particolare (discutibile) antropologia morale ha preso il posto della riflessione teologica. So che è un discorso impegnativo e complicato, da rimandare ad altra sede. Ma c’entra con il nostro tema. 

 

La stragrande maggioranza delle famiglie italiane – loro stesse caratterizzate da basso tasso di cultura religiosa – mandano i figli all’ora di religione perché «fa loro bene». Lo considerano un surrogato di insegnamento morale, senza troppo preoccuparsi dei contenuti. Anzi sono ben contenti che i ragazzi non fanno «lezione di catechismo» - come assicurano molti degli insegnanti cattolici. Ma qui nasce un altro brutto paradosso. Certamente è giusto che non si faccia catechismo. Ma la lezione di religione deve comunque fornire contenuti di conoscenza su che cosa significa avere una fede. La sua origine, la sua storia, la sua evoluzione, i suoi conflitti interni, le differenze rispetto alle altre religioni ma anche il loro confronto positivo. Tutto questo per noi è «storia delle religioni», anche a partire dalla centralità del cristianesimo, che – sia detto per inciso - teologicamente parlando non coincide con il cattolicesimo.

 

Suppongo che il cattolico che leggesse queste righe, direbbe con cipiglio severo che è esattamente quello che fanno (o dovrebbero fare) gli insegnanti ufficiali di religione, quelli autorizzati dal vescovo, per intenderci. Non dubito che ci sono molti insegnanti di religione «ufficiali» ottimi nel senso delle cose che sto dicendo. Ma qui si apre un altro problema, forse il più delicato e decisivo. Non ci si può fidare o affidare alla maturità soggettiva dei singoli insegnanti o all’assicurazione dell’autorità ecclesiastica, se vogliamo che la lezione di religione o di storia delle religioni si configuri come vero servizio della scuola pubblica. Si obietterà che le norme attualmente vigenti sono concepite diversamente e vanno rispettate. Bene. Ma è tempo di cambiarle, senza aspettare l’esternazione del prossimo ministro dell’Istruzione o la prossima congiuntura politica. 

 

Il vero problema è che l’Italia ha urgenza di formare laicamente un ceto di insegnanti di religione o delle religioni – non già contro la Chiesa ma sperabilmente con la sua collaborazione – che risponda seriamente alla nuova problematica del pluralismo religioso. In molte università italiane ci sono buoni centri di ricerca sui fenomeni religiosi, con opportuni collegamenti interdisciplinari con le scienze antropologiche e di storia delle civiltà. Si tratta di valorizzare tali centri, di metterli in collegamento e renderli funzionali per la formazione di nuovi docenti per la scuola. E’ un lavoro impegnativo, ma necessario e urgente. E’ un vero peccato invece che molti influenti cattolici del nostro Paese si chiudano a riccio con argomenti davvero molto modesti.

da - http://lastampa.it/2012/09/28/cultura/opinioni/editoriali/la-riforma-cominci-dai-docenti-Ymjl62fLSw9rfwVynIuMyJ/index.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Premio giusto, ma non basta
Inserito da: Admin - Ottobre 13, 2012, 03:58:02 pm
Editoriali
13/10/2012

Premio giusto, ma non basta

Gian Enrico Rusconi

Il Premio Nobel per la Pace assegnato all’Unione Europa può essere giudicato da punti di vista diversi, anche contrastanti. 

E’ innanzitutto il riconoscimento di quanto l’Europa ha fatto secondo i suoi principi ispiratori: «l’impegno coronato da successo per la pace, la riconciliazione e per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo di stabilità giocato dall’Unione ha aiutato a trasformare la gran parte d’Europa da un continente di guerra in un continente di pace». E’ vero. La motivazione del Premio ricorda che l’Unione europea si è costruita a partire dalla riuscita riconciliazione tra Germania e Francia e dal superamento di tutte le ostilità armate che avevano diviso, in varie combinazioni, le nazioni (o nazionalità) europee nel corso del «secolo breve». Non da ultimo le nazioni dell’area balcanica di cui fanno parte le ultime aspiranti ad entrare nell’Unione (Croazia, Montenegro). 

Non sono passati neppure cento anni dalla «catastrofe originaria dell’Europa» del 1914, innescata a Sarajevo ma ferocemente combattuta e decisa in terra di Francia e nel Nord-Est italiano. Poi è seguita la stagione ancora più terribile della «pace sbagliata» di Versailles, delle crisi dei sistemi liberali, della instaurazione delle dittature totalitarie, seguite da un’altra guerra che da europea è diventata compiutamente e definitivamente mondiale. Poi è stata la volta della Guerra fredda con l’ultima divisione d’Europa e di Germania, superata anche grazie ad una Comunità europea, che nel frattempo si era sufficientemente consolidata per essere un fattore decisivo nella soluzione del problema. Infine con l’ingresso di numerosi paesi dell’Europa centrale e orientale - dice la motivazione del Nobel - «si è aperta una nuova era nella storia d’Europa, le divisioni tra Est e Ovest sono in gran parte terminate, la democrazia è stata rafforzata, molti conflitti su base etnica sono stati risolti».

Per la verità, qui il testo avrebbe dovuto essere più cauto nel fare queste affermazioni sul rafforzamento della democrazia e la risoluzione dei conflitti etnici. Avrebbe dovuto assumere un tono di auspicio e di raccomandazione, anziché di constatazione di presunte realtà di fatto che - ahimè - non trovano riscontro. 

Ammettere più esplicitamente, nella motivazione del Premio, i limiti attuali dell’azione dell’Unione non avrebbe tolto nulla alla positività della vicenda che ha caratterizzato la sua nascita, che l’ha accompagnata, facendola maturare gradualmente, tenacemente - non senza l’opposizione (non dimentichiamolo) da parte di forze politiche che oggi magari si associano al coro delle congratulazioni. E’ giusto premiare questa Europa. Ma non basta. 

La motivazione del Premio ricorda quasi per inciso che oggi «l’Ue sta affrontando una difficile crisi economica e forti tensioni sociali. Ma il Comitato per il Nobel vuole concentrarsi su quello che considera il più importante risultato dell’Ue ecc.». Francamente, a mio avviso, limitarsi a parlare di «difficile crisi economica e forti tensioni sociali» è eufemistico, almeno per alcuni paesi. Certo: la situazione odierna non è di «guerra» neppure «civile», forse perché i popoli europei sono diventati più saggi. Ma esistono serie divergenze di valutazione delle classi politiche dirigenti dei paesi europei e ondate anti-europeiste che non basta esorcizzare come populiste o antipolitiche. Soprattutto assistiamo al riemergere di fratture culturali nazionali, con il loro seguito di stereotipi, pregiudizi e reciproci maliziosi giudizi sommari, che non ci saremmo attesi una decina d’anni fa, in una Europa amichevolmente conciliata e democratizzata - come ci si aspettava. 

Viene la tentazione di parafrasare europeizzandole le parole tradizionalmente messe in bocca al grande italiano Massimo d’Azeglio: «Fatta l’Europa, dobbiamo fare gli europei». Cederemmo volentieri a questa innocua retorica se non sapessimo già per il nostro paese (e non lo constatassimo tutti i giorni, proprio in questi giorni) quanto proibitiva sia questa impresa. Che il Premio Nobel serva almeno come incoraggiamento.

da - http://lastampa.it/2012/10/13/cultura/opinioni/editoriali/premio-giusto-ma-non-basta-wEs0sIeIEEnK0wiEUP4pcL/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Un Monti-bis che cambia le regole
Inserito da: Admin - Ottobre 19, 2012, 06:06:24 pm
Editoriali
03/10/2012

Un Monti-bis che cambia le regole

Gian Enrico Rusconi

La frenata di Mario Monti sull’ipotesi, da lui stesso ventilata, di una sua disponibilità per una nuova esperienza di governo rivela le sue vere intenzioni. Monti tornerebbe a Palazzo Chigi - non in un qualunque superministero economico-finanziario - soltanto con l’appoggio di una larga maggioranza. Non come un tira-partito di una formazione volenterosamente centrista dalle dimensioni incerte, che lo costringerebbe a «fare politica» nel senso convenzionale del termine. Ma è possibile un Monti-bis senza una modifica di alcune regole dell’attuale gioco politico-istituzionale? Ne dubito. 

 

Non dimentichiamo che l’ incarico affidatogli mesi fa aveva i caratteri della emergenza. Era letteralmente un «governo del Presidente», anche se questa espressione non era gradita al Quirinale pago della conformità delle procedure dell’operazione al dettato costituzionale. Ma senza il fiato sospeso, senza i momenti di paura vissuti allora dal Paese, senza il consenso della grande stampa, senza l’improvviso ammutolirsi dei partiti e il discredito internazionale della figura di Berlusconi – l’operazione non sarebbe stata possibile. Ma sono state condizioni irripetibili. 

 

Poi è cominciato il lavoro del governo, inizialmente con piglio deciso e persino drammatico, poi via via stemperato e disperso in iniziative spesso senza mordente, accompagnate da promesse sempre più impegnative (pensiamo all’enfasi sulla «fase due» della «crescita»). Soprattutto non c’è stata capacità di «creare coesione» sociale: basti pensare alle infelici battute sulla vera o presunta fine della concertazione. Il tutto nel quadro di una eccessiva loquacità dei ministri. 

 

Questa situazione è (stata) ampiamente compensata dall’affermarsi sempre più netto ed apparentemente efficace della personalità di Mario Monti a livello europeo. Questo è stato il vero capolavoro del professore a Palazzo Chigi, che ha riportato l’Italia ad essere presa un po’ più sul serio in Europa. 

 

Ma adesso anche questa fase sta cambiando, perché diventano sempre più protagoniste le istituzioni europee come tali. A questo punto, Mario Monti di fronte all’evidente raffreddamento del consenso per il suo governo e all’improvvisa frenesia verbale e mediatica dei partiti, sente restringersi attorno a sé i limiti della sua ulteriore possibile azione. E si guarda attorno. Ma il suo sguardo rischia un singolare strabismo. Un conto è guardare agli ambienti internazionali che lui ama frequentare – al di là dei vertici istituzionali – centri studi universitari, associazioni bancarie e circoli di esperti di relazioni internazionali. Un altro è lo sguardo dentro al Paese Italia e al suo sistema politico. Non è un caso che la sua dichiarazione di disponibilità a tornare al governo l’abbia fatta a Washington, mentre la frenata in senso contrario l’ha fatta a Milano.

 

Dietro a questa geografia delle dichiarazioni c’è un dato di fatto molto serio: la cattiva conoscenza reciproca tra la classe politica italiana e gli ambienti internazionali frequentati da Monti. 

 

I commentatori stranieri faticano a capire il senso della natura «tecnica» del governo Monti. I più benevoli la accreditano come abilità politica degli italiani di trarsi d’impiccio nelle situazioni difficili, ma poi si affrettano subito a fare loro lezioni di democrazia. In realtà la fortuna anche internazionale dell’espressione «governo tecnico» rimane ambigua. L’unico criterio univoco è il rapporto con il Parlamento, da cui dipende rigorosamente la legittimità e quindi la operatività di ogni proposta del governo. Monti ha sempre mostrato estrema correttezza e deferenza verso il Parlamento pur nel mutare dei toni. Ricordo bene le sue parole nella prima dichiarazione per la richiesta della fiducia come premier designato: «Vi chiedo non una fiducia cieca ma vigilante»; «Dureremo quanto la vostra fiducia in noi». In queste parole c’era molto di più di una domanda formale. Era l’attesa di un reciproco affidamento. Ma poi in successive dichiarazioni non sono mancati i segni di una certa disillusione. 

 

Non mi risulta che Monti abbia mai espresso pubblicamente opinioni sulla funzionalità del nostro sistema parlamentare o anche soltanto sul sistema elettorale, lasciando correttamente e scrupolosamente al Presidente della Repubblica il compito di sollecitare il Parlamento alla riforma elettorale. Ma mi chiedo se nella sua recente dichiarazione di disponibilità (poi ritirata) ad un nuovo incarico ci sia stata anche una qualche implicita riflessione di carattere istituzionale. 

 

Diciamolo chiaro: con l’attuale situazione partitica e politico-istituzionale non c’è possibilità che venga iterato un Monti-bis secondo lo schema precedente, nato dall’emergenza. Lasciamo ai politologi fare le loro riflessioni o speculazioni sulla possibile mutazione del nostro sistema democratico verso forme semipresidenziali, che al momento sono tabù o motivo di intrattabili confronti politici. Ma sarebbe assurdo che rispuntasse un nuovo governo Monti per eludere anziché affrontare di petto questa problematica. 

da - http://lastampa.it/2012/10/03/cultura/opinioni/editoriali/un-monti-bis-che-cambia-le-regole-TwtmrGP4PKuq30onAGKPIJ/index.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. La via del presidenzialismo
Inserito da: Admin - Novembre 11, 2012, 04:05:46 pm
Editoriali
11/11/2012

La via del presidenzialismo

Gian Enrico Rusconi

Mario Monti invita i politici a preoccuparsi dei contenuti più che della leadership. E’ una affermazione giusta soltanto a metà.
Monti infatti ha potuto lavorare bene in questi mesi perché non aveva un problema di leadership a livello istituzionale. Glielo consentiva e garantiva il suo status singolare di «governo del Presidente». 

Questa formula non è gradita agli esegeti della nostra Costituzione. Ma non è il caso di fare nominalismi. La normalizzazione della politica italiana deve affrontare il problema che si cela dietro a questa «strana» formula. 

 

Il concetto di leadership in democrazia ha due dimensioni. Una personale, legata alle capacità e alle qualità dell’uomo politico che guida un partito (o un movimento); l’altra è data dalle competenze decisionali e prerogative specifiche di governo di cui dispone chi è chiamato a governare. La forma istituzionale che sintetizza al meglio queste due dimensioni della leadership politica è il presidenzialismo democratico. 

So che per gran parte della tradizionale cultura politica italiana questa affermazione suona come una mezza bestemmia. Non si tratta di riaprire la questione di una riforma istituzionale, ormai fuori tempo. Ma la situazione verso cui stiamo andando, ci invita ad una severa riflessione, al di là di vecchie diatribe

Guardiamo bene in fondo alla domanda del «nuovo e giovane», che sta travolgendo il sistema tradizionale di rappresentanza partitica. Guardiamo in faccia ai leader che stanno emergendo. Si percepisce in essi un tono «presidenzialista» che non osa chiamarsi con questo nome, per un generalizzato impaccio della cultura istituzionale. E’ una voglia latente, confusa che non trova parole adatte. La bancarotta della vecchia classe politica ha portato via con sé anche i resti di una cultura politica che, pur dietro la cortina delle ideologie, conservava alcuni rudimenti di conoscenza istituzionale. 

Naturalmente adesso è evidentissimo il rischio che il presidenzialismo si riduca semplicisticamente alla voglia di un sistema più spiccio e trasparente di decidere e cambiare le cose. Questa del resto è stata la sensazione trasmessa da molti commentatori televisivi nostrani nel corso delle giornate della competizione presidenziale americana – in contrapposizione al penoso spettacolo offerto dalla politica italiana. Si dimentica così che l’esperienza americana è un esempio straordinario di come la decisionalità del Presidente si muova dentro ad un complesso di regole e di contropoteri che soltanto nel loro insieme creano il sistema-America. 

Non basta avere i numeri e una faccia vincente per essere legittimato a dettare le regole come piace e pare a chi ha prevalso nelle elezioni. Questa è la caricatura del presidenzialismo, che da noi è stata immaginata se non tentata da un certo berlusconismo. Il risultato è stato il discredito del presidenzialismo, con l’ azzeramento del faticoso dibattito in atto da decenni su questo tema – che aveva portato tra l’altro anche a valutare seriamente il rafforzamento dell’Esecutivo o il cosiddetto premierato. Tutto invano.

Poi inatteso è arrivato l’esperimento Monti che ha preso un po’ tutti alla sprovvista. Ora sembra essersi logorato ancora prima della sua scadenza programmata. Ma il premier, che pare già in procinto di congedarsi, con il suo invito ai politici di preoccuparsi dei contenuti e non della leadership, elude un problema-chiave che lascia irrisolto. 

Come potrà funzionare un Esecutivo se il prossimo Parlamento sarà frammentato, con consistenti partiti anti-sistema e azzoppato da un’alta percentuale di assenteismo alle urne? Le competenze personali dei politici sono vane se non contano su una struttura istituzionale solida. Solida per l’ampiezza di una rappresentanza parlamentare autorevolmente guidata (leadership). O solida per le prerogative decisionali dell’esecutivo. 

In realtà già semplicemente ipotizzare che in alternativa ad un forte sostegno parlamentare si debba prevedere un governo dotato di ampi spazi decisionali significa uscire definitivamente dalla Seconda Repubblica. Significa non chiudere gli occhi davanti ad una qualche ipotesi o variante presidenzialista. A ben vedere il governo di Mario Monti si è sottratto a questa alternativa soltanto grazie ad una situazione di emergenza irripetibile per le modalità e i tempi della sua realizzazione. La combinazione tra quella emergenza e la formula del «governo del Presidente» è irripetibile. A meno di istituzionalizzarla. 

Ma chi pensa ad un Monti/bis come ad una mera prosecuzione dell’esperienza fatta sin qui, si sbaglia. O Monti viene integrato a pieno titolo nel sistema dei partiti che usciranno dalle prossime elezioni - prospettiva da lui esclusa – oppure, se sarà richiamato in carica dal nuovo Presidente della Repubblica per affrontare una nuova crisi, dovrà essere sciolto il nodo del presidenzialismo all’italiana. 

Inutile dire che se Monti fosse eletto al Quirinale, muterebbero considerevolmente alcune variabili del gioco ma non la sua sostanza. 

da - http://lastampa.it/2012/11/11/cultura/opinioni/editoriali/la-via-del-presidenzialismo-5WxNMfkZLdokR1WiHJBbmN/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Anche Berlino nella campagna elettorale
Inserito da: Admin - Dicembre 12, 2012, 05:43:09 pm
Editoriali
12/12/2012

Anche Berlino nella campagna elettorale

Gian Enrico Rusconi

I tedeschi si devono rassegnare ad essere «coinvolti» nella campagna elettorale italiana. Tutto dipenderà dal modo, dallo stile, dalla validità degli argomenti usati. Da parte loro e da parte nostra. Dopo tutto l’opinione pubblica tedesca, i giornali grandi e piccoli, gli uomini politici tedeschi da oltre un anno (per tacere della lunga agonia dell’ultimo governo Berlusconi) hanno espresso sempre ad alta voce quello che pensavano del paese Italia, degli italiani e del loro governo. 

 

E non sempre in toni amichevoli. Sono stati prodighi di consigli, di raccomandazioni, di velate minacce. Si sono presentati spesso come modello da imitare, tout court, a prescindere dalle complesse differenze delle due società. In questo contesto, anche nella discussioni di merito (incisività delle riforme, riduzione del debito pubblico ecc.) si sono insinuati stereotipi negativi sugli italiani che sembravano essersi attenuati con il passare degli anni. 

 

Più complicato è l’atteggiamento da parte italiana. Anche qui inevitabilmente sono ricomparsi gli stereotipi verso la società tedesca – l’ambivalenza tra l’ammirazione per l’efficienza, la coerenza, la capacità di realizzazione dei tedeschi e l’irritazione per il tono talvolta rigido e supponente da essi usato. In questa sede non prendo neppure in considerazione le espressioni volgari, offensive rivolte alla persona della cancelliera, apparse su giornali di destra. 

 

Se si passa alla stampa seria, in Italia si è delineato verso la Germania un fronte di rispetto, per così dire, nei confronti delle sue posizioni. Rispetto accompagnato però dall’attesa di una maggiore elasticità e attenzione verso la difficile situazione italiana e in generale di altri Paesi in difficoltà ancora maggiori. Questa attesa è andata delusa. I tedeschi – i grandi giornali, la classe politica, la cancelliera – non hanno capito questa sottile delusione degli italiani. L’hanno fraintesa.

 

Gli italiani non si aspettavano «sconti» sottobanco, ma un comportamento più generoso da parte della grande Germania. In nome di quella Europa solidale, che era stato il cavallo di battaglia degli stessi tedeschi. Questa delusione è diventato un sentimento palpabile, che si involgarisce facilmente in populismo anti-tedesco. Come tale sarà usato a piene mani – ahimè – da chi sta cercando la sua rivincita politica. 

 

Tocca ai politici seri – italiani e tedeschi – saper distinguere il dissenso ragionato attorno ad alcuni atteggiamenti del governo tedesco dall’antitedeschismo a buon mercato. Anche se non sarà facile spiegarlo in campagna elettorale. Ma i politici hanno la loro responsabilità. Il successo di Mario Monti in Germania è stato straordinario (sino al grottesco di essere considerato senz’altro «tedesco», il che evidentemente per loro è il massimo complimento), guadagnandosi la stima personale della cancelliera. Paradossalmente questo oggi può diventare un handicap.

 

In realtà il nostro presidente del Consiglio, nel suo stile riservato, non ha mancato di insistere anche a Berlino per una maggiore elasticità della politica tedesca, appoggiandosi per l’occasione ad altri partner europei. Ma non mi pare che abbia raggiunto il suo scopo. L’abile cancelliera Merkel sembra ottenere quello che vuole, conservando la sua immagine (elettoralmente redditizia) di donna forte d’Europa. Ora sembra preoccupata per ciò che può accadere in Italia. 

 

Se il clima politico dovesse incattivirsi proprio attorno ad una nuova «questione tedesca», tocca a Mario Monti esporsi per chiarire con forza la posizione dell’Italia. Ha gli argomenti di competenza, non soltanto per difendere eventualmente la sua stessa azione politica dall’accusa di sudditanza ai diktat di Berlino, ma per chiarire l’intera questione davanti all’opinione pubblica più consapevole.

 

I prossimi mesi offriranno la prova della maturità reciproca delle opinioni pubbliche italiane e tedesca, del giornalismo più influente e soprattutto della classe politica dei due Paesi. 

da - http://www.lastampa.it/2012/12/12/cultura/opinioni/editoriali/anche-berlino-nella-campagna-elettorale-Wlw4gijUUcYmU1SyPanTAJ/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Il cambio di marcia del Professore
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2013, 11:42:47 am
Editoriali
04/01/2013

Il cambio di marcia del Professore

Gian Enrico Rusconi

Monti ha una gran fretta e soprattutto una gran voglia di polemizzare. Ha imparato perfettamente la lezione della comunicazione mediatica: non c’è nulla di «moderato» nella sua strategia comunicativa. Al contrario, è piuttosto pungente. Nel migliore dei casi è temperata dall’ironia, ma questa non funziona sempre . Se poi si crea l’impressione di «tutti contro Monti» e viceversa, l’effetto potrebbe essere controproducente per l’interessato. 

Dopo aver preso in contropiede i suoi grandi mentori, che lo invitavano a mettersi pazientemente «a disposizione della Repubblica», il professore si è buttato nella mischia in prima persona per realizzare la seconda fase del suo governo («ridurre l’imposizione fiscale sul lavoro e insieme la spesa pubblica»; «l’obiettivo d’ora in poi sarà la crescita») . Per fare questo esige una «maggioranza larga» che prenda il posto della «maggioranza strana» del suo precedente governo tecnico. Ma deve essere una maggioranza docile, di supporto parlamentare. Il professore infatti si sente autosufficiente con la sua Agenda. «Scendo in campo non schierandomi pro o contro singoli partiti ma per difendere fortemente determinate idee». «Dove sto? Sto con le riforme» – replica a Bersani che lui percepisce come il suo vero avversario.

Monti non spende molte parole a lamentare la mancata riforma elettorale o altre benefiche modifiche istituzionali. Accetta la politica italiana così com’è. Certo, promette «la riduzione del numero dei parlamentari, la semplificazione del processo legislativo e l’organizzazione territoriale dello Stato»; si spinge ad affermare che «serve una legislatura costituente». Ma poi dice senza mezzi termini: «ciò che c’è da fare non è nuovo; ciò che è mancato è lo spirito e la volontà coesa per farlo». In breve, la discriminante non è data dallo schieramento ideologico dei partiti tradizionali ma tra chi vuol cambiare il Paese con le riforme da lui proposte e chi vi si oppone. E lui vede gli uni e gli altri presenti in tutti gli schieramenti. 

Da qui la sua ambizione di sgretolare o di addomesticare il sistema partitico esistente. Ma questa tattica ha prospettive di successo? L’operazione ideologicamente semplificatrice («non c’è più né destra né sinistra», «i veri conservatori sono i sedicenti progressisti» ecc.) farà breccia tra la massa degli incerti e degli astensionisti? Nelle prossime settimane assisteremo all’accavallarsi di sondaggi dai risultati molto incerti. Ma Monti sembra deciso ad andare sino in fondo. 

Intanto però nelle sue prime uscite mediatiche si è mostrato elusivo sul tema dei diritti e delle libertà civili. Gli è stato puntualmente rimproverato con argomenti forti e pacati da Vladimiro Zagrebelsky sul nostro giornale e da Stefano Rodotà su «Repubblica» – per citare soltanto due autorevoli commentatori. Sono certo che a questa reticenza il professore provvederà quanto prima, citando qualche passo dell’Agenda, dove si possono leggere alcune affermazioni di principio molto generali. Ma dall’offensiva mediatica di questi giorni si ricava l’impressione che l’urgenza delle misure economiche declassi la questione dei diritti e delle libertà civili a semplice variabile dipendente. Non intendo affatto attribuire a Monti un residuo di vetero-economicismo che mette le «strutture» prima delle «sovrastrutture». Ma non capisco come si possono invitare i cittadini ad un salto di qualità civile, ad nuovo senso del bene comune, se con questo concetto si intendono soltanto grandezze economiche, sia pure legate alle questioni vitali del lavoro, dimenticando altre dimensioni del vivere civile che toccano milioni di cittadini. 

E’ legittimo quindi chiedere all’aspirante premier Monti che cosa pensa dei problemi ancora aperti nel nostro Paese in tema di diritti civili: il riconoscimento delle unioni familiari senza matrimonio, eterosessuali o omosessuali, il cosiddetto testamento biologico, o il riconoscimento della cittadinanza ai figli di migranti nati e cresciuti in Italia (per fare soltanto qualche esempio).

Il fatto di non essersi – ancora - pronunciato espressamente in merito è del tutto contingente? Oppure è un segnale di intesa con una parte cospicua dei suoi sostenitori che considerano fuori luogo una sua presa di posizione, anzi una «uscita fuori dal campo» tacitamente riservatogli, come contropartita al sostegno alla sua politica. 

Detto in termini espliciti, la questione dei diritti civili è un terreno minato per un possibile governo Monti, sinché appare tanto dipendente dal mondo cattolico, sia esso organizzato in forma partitica o di movimento. Certo, sappiamo che il mondo cattolico è molto variegato, ha sensibilità e ragionevolezze diverse, ma a livello di discorso pubblico e politico la voce che conta sui temi sopra evocati è soltanto quella della gerarchia e della sue agenzie mediatiche. Deve quindi essere un incubo per un possibile governo Monti la prospettiva di finire nella tagliola dei «valori non negoziabili» - una formula cara alla gerarchia cattolica che mette sullo stesso piano problemi etici molto differenti, che dovrebbero essere trattati in modo differente. Ho il sospetto invece che il professore – qualunque siano le sue convinzioni personali - non voglia entrare in questo tipo di dibattito. 

Che ne è allora del riferimento all’Europa come modello che è sempre sulle sue labbra? Monti dovrebbe sapere quanto è progredita l’Europa – pur nelle sue differenze – proprio sulla tematica dei diritti civili, a prescindere dai parametri economico-finanziari da lui sempre evocati. Forse è il caso che ci rifletta.

da - http://lastampa.it/2013/01/04/cultura/opinioni/editoriali/il-cambio-di-marcia-del-professore-wjl0zrXepYddGn4S3PSyAK/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Teologia laica la rivoluzione di Benedetto
Inserito da: Admin - Febbraio 12, 2013, 06:44:35 pm
Editoriali
12/02/2013

Teologia laica la rivoluzione di Benedetto

Gian Enrico Rusconi


La prima reazione davanti al gesto di Benedetto XVI è stato lo stupore per la sua eccezionalità. Eppure – a pensarci bene – è un po’ un paradosso. La vera notizia infatti è che il Pontefice ha deciso di comportarsi come una persona «normale». Ha detto con semplicità e fermezza che è vecchio e malandato e quindi non si sente più in grado di reggere il governo della Chie sa. 

 

Certo, lo ha detto nella lingua consona alle circostanze – in latino - con quel intenso ingravescente aetate che nessun’altra lingua volgare saprebbe dire. 

 

Il gesto diventa eccezionale dal punto vista del costume ecclesiale. Il «fulmine a ciel sereno» (che ha colpito per primo il card. Sodano) dopo lo smarrimento di queste ore, provocherà reazioni imprevedibili ma di segno profondo. Quello che è accaduto ieri infatti non sarà innocuo per il futuro comportamento degli uomini di Chiesa. E dà una nuova statura inattesa allo stesso Pontefice dimissionario . 

 

Non mi è chiaro quale traccia lascerà Ratzinger nel mondo cattolico (italiano innanzitutto) che lo ha trattato con grande deferenza ma con poco trasporto. Soprattutto se paragonato al suo predecessore, Papa Wojtyla. Ma ora, come non fare un confronto con il modo con cui quel Pontefice ha gestito la sua malattia finale sacralizzandola per così dire pubblicamente davanti agli occhi del mondo? L’opposto di Benedetto XVI. 

Papa Ratzinger infatti ha un po’ desacralizzato, laicizzato la funzione pontificale. Con la sua decisione di dimettersi dice che non c’è nessuna particolare protezione dello Spirito Santo che può garantire la saldezza mentale e psicologica del Vicario di Cristo in terra, quando è insidiata dalla vecchiaia o dalla malattia. E’ una sottile rivoluzione di teologia laica che viene da un uomo che aveva incominciato il suo pontificato sotto il segno della «razionalità della fede». 

 

La singolare e controversa prolusione di Ratisbona del settembre 2006 aveva evocato, magari con qualche passaggio maldestro, temi complessi ma cruciali quali l’islam, l’ellenizzazione del cristianesimo, la razionalità della fede. Aveva fatto sperare in una nuova stagione intellettualmente alta del rapporto tra fede e ragione. Presto invece il discorso si è inceppato, risucchiato e travolto dalle operazioni pubblicistiche a tratti neo-trionfalistiche sul «ritorno della religione» (qualunque cosa volesse dire). O viceversa con richiami ultrapessimistici sul laicismo, sul relativismo, sul nichilismo. Sopra tutto l’enfasi dei «valori non negoziabili» che ha bloccato di fatto sul nascere il confronto e il colloquio con i laici sui punti cruciali di natura, famiglia, bioetica. 

 

Queste sono le questioni sulle quali oggi tutti – laici e non - se sono intellettualmente onesti, devono confessare di avere più dubbi che certezze. Ma invece di essere i problemi sui quali si può discutere con maggiore reciproca attenzione, su di essi vengono branditi come randelli ideologico i «valori non negoziabili». 

Non so sino a che punto Papa Ratzinger sia imputabile direttamente di tutto questo. Personalmente ho avuto l’impressione che inizialmente avesse la giusta ambizione di ridare una nuova forte dimensione intellettuale a comportamenti religiosi sempre più poveri di sostanza teologica, inclini ad atteggiamenti anti-intellettuali, sentimentali, emotivi - magari contrabbandati come «spiritualità». Ma poi si è perso per strada. 

 

Per concludere, vorrei attirare l’attenzione su un punto che nel nostro Paese non è stato colto con la dovuta rilevanza e drammaticità come in altre parti del mondo. Mi riferisco alla ferma e intransigente condanna della pedofilia nella Chiesa. Nel nostro Paese, anche negli ambienti religiosi si sono naturalmente condannati quei crimini (o peccati). Ma talvolta con una malintesa disponibilità alla comprensione (e perdono) evitando e temendo soprattutto la loro pubblicità. Spesso c’erano buone ragioni per farlo, ma altrettanto spesso è prevalsa un’ambigua visione della sessualità. Una indiscriminata concezione negativa del sesso non sa più distinguere tra intemperanza, trasgressione e vera e propria patologia che nel caso della pedofilia diventa criminalità. Qui si inserisce un secondo elemento negativo: l’idea che nel caso dell’uomo di Chiesa il suo peccato/crimine possa essere assolto ed espiato tra confessionale, sagrestia e arcivescovado. No. Qui entra in gioco (oltre e attraverso la famiglia direttamente coinvolta) la società, lo Stato nella pienezza dei suoi diritti di indagine e delle sue leggi. La questione della pedofilia ha messo in chiaro questo nesso. Ha ridato il primato alla legge, alla società, allo Stato. Ed è stato merito degli interventi energici di Ratzinger far capire tutto questo ad ambienti clericali chiusi, gelosi della propria giurisdizione morale. Anche questo è stato un atto di laicità, di teologia laica. 

Il gesto di ieri di Ratzinger getta in definitiva una luce nuova sulla sua problematica personalità sulla quale forse in futuro dovremo tornare.

Da - http://lastampa.it/2013/02/12/cultura/opinioni/editoriali/teologia-laica-la-rivoluzione-di-benedetto-LNZgVUys4LFi0Snc8IYqBK/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Antidoto alla politica annichilita
Inserito da: Admin - Marzo 29, 2013, 11:55:13 am
Editoriali
29/03/2013

Antidoto alla politica annichilita

Gian Enrico Rusconi

In altre situazioni storiche si sarebbe potuto temere una qualche forma di violenza fisica manifesta. Oggi non è necessaria: basta quella verbale, simbolica, mediatica. L’effetto è identico: l’annichilimento della politica. 

 

E la subordinazione delle sue istituzioni a questa nuova logica. Grillo può dare lezioni costituzionali affermando che il Parlamento funziona - bontà sua – anche senza governo. 

 

Sullo sfondo l’unico meccanismo istituzionale che sembra rimanere integro è quello delle elezioni. Ma stanno diventando motivo di attese irrazionali e di altrettanto irrazionali paure. Molti sostengono che le nuove elezioni non cambieranno nulla o daranno «tutto il potere» a chi lo userebbe per affossare il funzionamento del sistema democratico esistente, dichiarato irriformabile. 

 

Ma chi dice che l’esito delle elezioni debba essere questo? Perché? I futuri elettori per ora sono ammutoliti. Possiamo fare soltanto illazioni. 

 

Dalle informazioni del circuito mediatico, incollato sulla politica del giorno per giorno e cassa di risonanza dell’aggressione verbale e del turpiloquio, non si capisce quello che pensano veramente gli italiani. L’apparato mediatico, intimidito, nasconde anziché aiutare a capire come si comporteranno i cittadini se saranno chiamati alle urne.

 

I sondaggi, da quando sono diventati parte integrante del circuito politico-mediatico, hanno perso ogni credibilità. 

 

Il rumore mediatico del M5S ottiene l’effetto opposto di quello che pretende di avere. Lungi dal far parlare la gente e «il popolo», dà la parola esclusiva ad una ristretta schiera di neofiti della politica che in modo monopolistico azzera ogni pensiero che si presenta alternativo alla volontà di «punire e controllare». O alle lezioni costituzionali di Grillo. Intanto però, in attesa di avere il potere in esclusiva, i capi del M5S si sottraggono ad ogni responsabilità politica. 

 

Non credo affatto che questo modo di comportarsi sia considerato dai cittadini elettori come una rivoluzione democratica. O come il massimo di coerenza democratica. Lo stesso vale per la presunzione del M5S di essere il movimento politico più trasparente. E’ ridicolo presentare l’incontro in diretta streaming tra Bersani e gli esponenti M5S come il vertice della trasparenza democratica. Quanti e quali cittadini normali vi hanno assistito? O avrebbero potuto assistervi? Si è trattato di un’operazione ad uso e consumo interno al M5S e per gli addetti ai lavori (giornalisti e nomenclature partitiche). I cittadini normali, l’altra mattina, avevano ben altro da fare o a cui pensare. L’unico risultato è stata la monopolizzazione di fatto della comunicazione pubblica politica da parte dei Cinque stelle. Ma siamo sicuri che questo piaccia ai cittadini elettori? 

 

C’è un solo modo di saperlo: andare a votare. Contrariamente all’opinione che sembra prevalente, credo che il M5S abbia già fatto il pieno dei suoi voti. La strategia del «punire e controllare» senza assumersi responsabilità di governo non può bastare ad una società, sia pure arrabbiata come la nostra. Né tanto meno è attraente la prospettiva di una inedita democrazia totalitaria via web. 

 

Per fermarla, ridimensionarla o riconvertirla c’è rimasto ormai un solo modo: le elezioni. 

 

Su questo punto non è chiaro il vero atteggiamento degli altri partiti. Il Pdl si trincera dietro la nuova sicurezza di Berlusconi che si muove imperterrito nella logica dello scambio politico in un sistema istituzionale irrigidito dalla paura. Può darsi che ancora una volta il Cavaliere abbia ragione nel suo istinto di poter raccogliere il consenso di una parte significativa di elettori «conservatori» nel senso letterale, che non vuole pericolose novità di nessun genere. E si aggrappa al Cavaliere, di cui conosce vizi e qualità. Che l’Europa rimanga di stucco davanti ad una possibile rimonta di Berlusconi non importa un bel niente a nessuno. Anzi peggio per l’Europa, la cui immagine ha toccato nell’opinione pubblica livelli di sfiducia e disistima inimmaginabili alcuni anni fa. 

 

La meteora Mario Monti ne è stato l’ultimo segno. Maldestro e ambizioso, il professore chiude la sua stagione in termini così negativi quali nessuno poteva prevedere quattro mesi or sono. 

 

Rimane il Pd. In questo momento sembra identificarsi con la personalità tenace e aperta, pur nel suo linguaggio legnoso, di Pier Luigi Bersani. Ma sappiamo che questa identificazione è solo apparente. Mai il Pd è stato tanto intimamente diviso e in modo così cattivo. Lo si vedrà nei prossimi giorni. 

 

Ma rimaniamo nell’ottica del linguaggio e della comunicazione politica pubblica. L’ostinato e generoso tentativo di Bersani di aprire un dialogo con il M5S gli ha fatto sopportare contumelie che sarebbero insopportabili in un Paese politicamente decente. Ma l’incomunicabilità del linguaggio nasconde un problema che va oltre l’ostilità del M5S verso il Pd, perché tocca le difficoltà della sinistra come tale. 

 

Il freno più profondo nel Pd ad accettare una nuova sfida elettorale è l’oscura sensazione della propria carenza comunicativa – non dei propri valori. Con quale linguaggio pubblico il Pd potrà ripresentarsi davanti agli elettori per rimontare o compensare l’effetto M5S, con il quale vanamente cerca di dialogare? Lo strano fenomeno Renzi forse ha tempestivamente rivelato e insieme nascosto questo problema. E’ inevitabile che una nuova prova elettorale debba mettere in campo questa enigmatica figura di politico presente-assente. Ma non si tratta semplicemente di una persona bensì di una nuova strategia comunicativa che affronti di petto l’annichilimento della politica, da cui sono partite queste riflessioni. 

da - http://lastampa.it/2013/03/29/cultura/opinioni/editoriali/antidoto-alla-politica-annichilita-yihJC5c0L6n1MeeIhL3qoI/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. La via italiana alle riforme istituzionali
Inserito da: Admin - Aprile 30, 2013, 04:46:17 pm
EDITORIALI
25/04/2013

La via italiana alle riforme istituzionali

GIAN ENRICO RUSCONI

Il Presidente della Repubblica «accresce la concreta influenza dei suoi moniti e delle sue indicazioni sui partiti; rende gli stessi partiti più disponibili ad accettare le sue proposte di sblocco delle situazioni di stallo; può portare ad un parziale supporto della sua autorità per governi che nascono su maggioranze non del tutto convinte». Sembrano parole tagliate su misura sull’iniziativa del Presidente Napolitano, anche in occasione della scelta dell’ipotetico governo Letta. Invece si trovano scritte in un articolo di «Mondoperaio» del 1982, intitolato Eleggere il Presidente, firmato da Giuliano Amato, che perorava il semipresidenzialismo (quando Matteo Renzi andava ancora alle scuole elementari).
 
Naturalmente l’Amato di allora va contestualizzato nel controverso dibattito della sinistra di quegli anni (anche sotto «l’effetto Pertini») quando i partiti contavano non soltanto per la loro impotenza. Oggi alla complessità del discorso istituzionale sul presidenzialismo si contrappone la disarmante sinteticità di Matteo Renzi, che lo definisce semplicemente l’elezione del «sindaco d’Italia».
È un’immagine efficace in stile con il personaggio. Ma soprattutto è il segnale che il tema del presidenzialismo (nelle sue varianti) non è più tabù. Se ne può discutere ad alta voce, senza essere sospettati di volere un qualche bavaglio antidemocratico. 
 
Affrontando la questione del presidenzialismo o più propriamente di semipresidenzialismo (alla francese, per intenderci), ci si rende subito conto che il vero problema è l’associazione immediata che si fa tra l’istituzione e la persona che dovrà svolgerla. 
È una pura finzione accademica affermare che prima occorre modificare la Costituzione e poi si sceglierà la persona adatta. Questo può accadere forse in una fase costituente, all’indomani di un evento politico di carattere radicale - come fu al tempo della stesura della nostra Costituzione nel 1947/8, nel cui ambito si discusse anche l’ipotesi presidenziale. Quando invece si tratta di passare da una forma democratica, già collaudata ma rivelatasi inefficiente, ad un’altra forma - dal parlamentarismo puro ad uno corretto in senso presidenziale - la persona cui si pensa concretamente diventa il fattore decisivo. Fuori da ogni finzione: si accetta l’istituto del semipresidenzialismo, pensando già al possibile detentore. 
 
Il caso storico che viene subito in mente è quello di Charles De Gaulle fondatore della Quinta Repubblica. Mettiamo tra parentesi l’eccezionalità e la specificità di quella drammatica pagina storica della Francia e stiamo al nocciolo del ragionamento: siamo davanti ad un sistema democratico arrivato al collasso, che si riforma combinando felicemente una modifica costituzionale con una personalità, ritenuta democraticamente affidabile. 
Naturalmente può succedere anche l’opposto: proprio la persona che promuove l’istituzione presidenziale può innescarne il rifiuto. È la reazione di molti italiani davanti alle proposte presidenzialiste di Silvio Berlusconi. Questo vuol dire che oggi la ripresa pubblica della discussione su questo tema è un’apertura al berlusconismo? No. 
 
La questione è più complicata ma insieme facilitata dall’esperienza del «governo del presidente» dello scorso anno voluto da Napolitano. Tramite tale esperienza - o meglio tramite la riflessione su di essa - si delinea forse la via italiana al semipresidenzialismo. O, detto in modo più prudente, verso un correttivo presidenziale del parlamentarismo. 
Giorgio Napolitano ha svolto oggettivamente questo ruolo e potrebbe/dovrebbe continuare a svolgerlo ancora per il tempo in cui intende esercitare il suo nuovo mandato. Senza incarnare formalmente la funzione semipresidenziale infatti ha combinato le caratteristiche tratteggiate sopra da Amato. Credo che abbia innescato un processo irreversibile, che va percorso con prudenza ma con determinazione. 
 
Il governo che sta per nascere ha davanti a sé compiti concreti immensi. Non avrà né tempo né opportunità di porsi questioni di ordine istituzionale - salvo l’urgente riforma elettorale. Eppure di fronte a molti problemi diventerà decisiva la sua competenza decisionale. Ce la farà da solo? O dovrà in qualche modo contare - ancora una volta - sull’autorevolezza del Quirinale? 
Non sono problemi accademici, ma politici di prima grandezza. È urgente che si riapra una riflessione e un confronto di carattere istituzionale radicale sulla riforma del sistema politico, andando sino in fondo alla questione del semipresidenzialismo.

da - http://www.lastampa.it/2013/04/25/cultura/opinioni/editoriali/la-via-italiana-alle-riforme-istituzionali-7gmL34GBlwpCt8wVIJ07dM/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Il grande sogno del leader ideale
Inserito da: Admin - Maggio 27, 2013, 04:35:58 pm
Editoriali
26/05/2013

Il grande sogno del leader ideale

Gian Enrico Rusconi


Le folle vanno a salutare don Gallo e padre Puglisi, mentre i comizi elettorali trovano le piazze semivuote. 

È sin troppo facile parlare di ennesima dimostrazione della disaffezione, della delusione verso la politica. E constatare dall’altro lato la grande voglia di continuare a sperare, a credere nelle personalità «diverse» sentite come autentiche, come vicine alla vita quotidiana, alla realtà di tutti i giorni. 

 

Ma le persone che hanno amato don Gallo «prete di strada» e quelle che hanno ammirato padre Puglisi «prete della gente» contro la mafia sono le stesse? O appartengono a due mondi diversi ? A Palermo si è celebrata una beatificazione di carattere spiccatamente religioso, con il tripudio dei fedeli, con la presenza di un’imponente rappresentanza della Chiesa ufficiale e della classe politica. Si sono sentiti discorsi edificanti sulla bocca di politici di lungo corso, ben radicati nel sistema partitico.

 

A Genova invece il clima è stato diverso. Tra il trasgressivo e il provocatorio. Pochi politici, e di opposizione al governo. C’era l’ebreo e agnostico Moni Ovadia che si dice sicuro che «don Gallo risorgerà», c’erano i NoTav e si è cantato polemicamente «Bella ciao». L’arcivescovo Angelo Bagnasco ha celebrato il rito funebre, scontando interruzioni e qualche fischio. Applausi invece per Valdimir Luxuria che ha parlato di una Chiesa che non caccia via nessuno. «Grazie don Gallo di averci fatto sentire, noi transgender, creature figlie di Dio e volute da Dio».

 

A questo punto, ciò che unisce Palermo e Genova è soltanto la presenza di un potenziale sociale e umano straordinario ed effervescente – nelle sue differenze - che la politica non sa più né riconoscere né gestire. 

Lo sa fare la Chiesa? Non è facile rispondere. Certamente riesce a offrire uno spazio pubblico che mantiene l’ultimo vestigio di sacralità. Il rapporto con la morte e quindi il rito del funerale sta diventando uno dei luoghi privilegiati dell’ espressione pubblico-mediatica della Chiesa. Lo è quando si tratta di eventi luttuosi, di disgrazie pubbliche, di gesti di violenza privata particolarmente efferata. Sono tutti eventi che toccano da vicino la fragilità della condizione umana. Qui la religione mantiene e riguadagna il suo ruolo pubblico quando riesce ancora a dire parole che sono percepite come motivo di speranza. A prescidere dal loro contenuto e consistenza dottrinale: spesso infatti sono parole generiche e scontate, ma sentite come autentiche. 

Ma che cosa può fare la Chiesa quando – come adesso - è la situazione generale ad essere percepita molto grave? O quando il circuito mediatico, sempre più maldestro nel mescolare allarmismi e promesse ministeriali, diffonde un senso di sconcerto e di impotenza della politica? Può la semplice presenza istituzionale della Chiesa, la sua scelta di non schierarsi tra le parti ma di insistere sui valori del bene comune avere un effetto compensativo? 

 

Non so fino a quando questo meccanismo può funzionare. A Genova ha toccato il suo limite. La Chiesa ufficiale infatti non può accogliere indiscriminatamente (come i don Gallo individualmente) tutte le voci di disagio della società e dar loro risonanza. Le seleziona e soprattutto non può prendere il posto della politica. 

Siamo così tornati alla politica che trova le piazze semivuote, mentre è sempre difficile valutare il peso delle piazze mediatiche. Un indicatore importante sarà il tasso di astensione dalle urne nelle elezioni amministrative di oggi. Se sarà come l’ultimo o addirittura più pesante, vuol dire che i cenni di rinnovamento da parte dei politici in queste settimane e le loro promesse non convincono. Vedremo se sarà il Movimento 5 Stelle a trarre beneficio dalla sua strategia sostanzialmente ostruzionista o se viceversa incomincia a pagarne lo scotto. Fra qualche giorno avremo elementi per rispondere e giudicare. 

 

Per ora la sfiducia generalizzata verso la politica ha come effetto una crescente insofferenza verso i singoli politici cui spesso non vengono risparmiate gratuite e ingiuste denigrazioni. Ma c’è anche l’altra faccia positiva: la forte aspettativa per le doti personali di chi si mette ora in politica o intende assumersi maggiori responsabilità. E’ un effetto tipico dei momenti di crisi. Più i meccanismi istituzionali sembrano incepparsi o frenare, più si fa affidamento sulle qualità personali. Queste sono facilmente individuate nella efficacia comunicatica, nella simpatia mediatica, nello stile espressivo possibilmente ricco di battute caustiche contro l’avversario. In fondo è questo è il leader ideale che si sogna. 

 

Per la verità si tratta di qualità ben note e presenti - molto prima della nostra età mediatica – sinteticamente nei concetti classici di «carisma» e «demagogia» (termine quest’ultimo nel frattempo diventato negativo) . Va da sé che nella dottrina classica della leadership democratica le qualità soggettive, ora elencate, dovessero coesistere con una solida competenza non dilettantesca sul da farsi. Si chiamava competenza politica professionale. Ho l’impressione che dobbiamo cominciare da capo, da qui. 

da - http://lastampa.it/2013/05/26/cultura/opinioni/editoriali/il-grande-sogno-del-leader-ideale-Ms36m3qk1zNWSpQbgC49WK/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Ma c’è già una via italiana
Inserito da: Admin - Giugno 04, 2013, 05:28:17 pm
Editoriali
04/06/2013

Ma c’è già una via italiana

Gian Enrico Rusconi


Eleggiamo direttamente «il sindaco d’Italia». Questa espressione di Matteo Renzi non dovrebbe rimanere una bella frase. 

Anche se il contenuto del problema è troppo grosso per stare in una battuta. 

«Eleggere il sindaco» infatti è un modo di parlare del presidenzialismo «vicino alla gente» (per usare il gergo attuale) . Il sindaco come il presidente della Repubblica infatti deve essere una faccia nota, affidabile, non divisiva, capace di comunicazione, in grado di decidere rapidamente ed efficacemente. Se non funziona, lo si cambia per via diretta.

Questa è la sostanza del presidenzialismo, liberato dalla complessità della costruzione istituzionale che pure conta. Siamo infatti pur sempre in una democrazia, con meccanismi rappresentativi, cui il presidente deve rispondere e rendere conto, anche se nelle sue decisioni non ne dipende meccanicamente. Il punto cruciale del presidenzialismo e/ o del semipresidenzialismo è pur sempre il rapporto tra l’eletto direttamente dal popolo e le assemblee rappresentative, che pure sono elette dal popolo. Proprio qui sta la differenza tra il presidenzialismo (all’americana, per intenderci) e il semipresidenzialismo (alla francese). C’è una bella differenza. E la fanno proprio le assemblee legislative. 

Non si tratta dunque di un «uomo solo al comando» come si sente dire polemicamente a sinistra, insinuando che il presidenzialismo in democrazia darebbe di per sé troppo potere ad un «uomo solo» con rischi antidemocratici. Il presidenzialismo non è però neppure semplicisticamente l’elezione diretta di una persona che assicura di voler decidere senza lacci partitici e burocratici - come fa credere la destra. Soprattutto poi se questa persona è già designata prima ancora che si affronti la riforma costituzionale. Non prendiamoci in giro: sin tanto che si parla di Silvio Berlusconi come del «presidente» , il dibattito è già finito.No, non si tratta di una variante della sua ineleggibilità. Semplicemente la sua storia e personalità sono troppo ingombranti e divisive, paradossalmente troppo legate alla storia passata, per poter incarnare un passaggio cruciale innovativo della nostra repubblica. 

Il presidenzialismo è una cosa nuova e seria . Presuppone una risistemazione solidale di tutti gli equilibri democratici di rappresentanza. Il discorso diventa naturalmente più complicato, da fare in sede appropriata, ma dopo che si sono messi da parte tutti i pregiudizi oggi in circolazione pro e contro.

Tra l’altro, se l’esigenza che sottende la richiesta di presidenzialismo riguardasse semplicemente il rafforzamento delle competenze e delle prerogative di chi governa, ci sono altri sistemi e meccanismi che rafforzano il potere decisionale di chi sta al governo. Pensiamo al cancellierato tedesco che è semplicemente un forte esecutivo costruito dentro ad un sistema parlamentare e rappresentativo di tipo tradizionale. Se poi oggi la cancelliera Merkel sembra agire come se fosse un presidente, godendo di una popolarità transpartitica, lo si deve alla sua personalità e abilità.
 
Questa osservazione ci riporta ad un altro punto cruciale: il rapporto tra persona e istituzione, mai tanto stretto come nel presidenzialismo. Torna l’analogia con il sindaco: faccia nota, vicina, accessibile, direttamente controllabile nelle sue iniziative. Ma qui tocchiamo anche il limite di questa analogia. L’orizzonte della città, sia pure grande come Roma o Firenze, non è quella della nazione. Invece la vicinanza del presidente della repubblica, resa apparentemente accessibile dall’elezione diretta, rischia di essere una finzione. Una finzione mediatica. Conosciamo le macchine elettorali presidenziali americane. Sappiamo quali enormi possibilità di manipolazione hanno i circuiti mediatici - anche nel piccolo mondo di casa nostra. 

Il presidenzialismo potrebbe esasperare queste manipolazioni. È vero, ma la mediatizzazione e la personalizzazione della politica sono ormai fenomeni irreversibili, quotidiani. Tanto vale prenderli di petto, se è in gioco una migliore e più efficiente struttura istituzionale del sistema. C’è qualcuno che oserebbe dire che il sistema democratico francese è meno democratico del nostro? 

No, naturalmente. Spaventa invece l’idea che l’ipotesi presidenzialista possa da noi alimentare una nuova demagogia populista e un leaderismo pseudocarismatico. È un timore più che legittimo. Ma se il problema non è la struttura istituzionale bensì la pessima classe politica; se la nostra democrazia nonostante questo ha avuto ottimi presidenti di tipo «tradizionale», prendiamo atto dello stadio più recente cui siamo approdati. 

L’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con la formula del «governo del presidente» ha indirettamente indicato un percorso. Tramite tale esperienza – o meglio tramite una riflessione che non si è ancora fatto seriamente su di essa - si delinea la via italiana al semipresidenzialismo. O, detto in modo più prudente, verso un correttivo presidenziale del parlamentarismo. 


da - http://lastampa.it/2013/06/04/cultura/opinioni/editoriali/ma-c-gi-una-via-italiana-eT5KnRt3NjPkQTMZXDDyPJ/pagina.html


Titolo: Gian Enrico Rusconi. - Il merkelismo che cambia l’Ue
Inserito da: Admin - Settembre 11, 2013, 04:50:50 pm
Editoriali
11/09/2013

Il merkelismo che cambia l’Ue

Gian Enrico Rusconi


La cancelliera Angela Merkel sembra andare verso un «plebiscito» - un termine che non è più sospetto nella cultura politica tedesca. 

 

Anche in Germania «l’opinione o sfera pubblica», di cui spesso i filosofi parlano enfaticamente, è infiltrata e pressata dalle indagini demoscopiche e dalle pressioni mediatico-politiche. Oggi si parla di rimonta socialdemocratica e di possibile risultato elettorale incerto. Si profila la soluzione familiare della Grosse Koalition. Si tratta di una ragionevole previsione o di una sottile operazione politico-mediatica? In ogni caso le elezioni daranno un carico di responsabilità ancora maggiore ad Angela Merkel. Parlare di merkelismo non è più un semplice vezzo giornalistico. 

 

Questa cancelliera, che non sembra suggerire alcuna immediata analogia con nessuno dei suoi predecessori, ha creato qualcosa di più di uno nuovo stile di governo. Ha alle spalle due mandati di governo: la Grande Coalizione con la Spd dal 2005 al 2009 e poi sino ad oggi la coalizione con i liberali. Da entrambe le esperienze, nonostante le difficoltà, ne è uscita bene - ma a spese degli alleati. Nel frattempo nel proprio partito ha fatto attorno a sé un vuoto di competitori, senza trovare nel campo dell’opposizione avversari in grado di metterla in difficoltà . 

 

A livello internazionale ed europeo ha creato per la Germania un profilo assertivo che sconcerta studiosi e storici che insistono nell’applicare il classico armamentario concettuale di «egemonia». «potere/potenza», «leadership», riparlando magari di «questione tedesca» (vecchia o nuova). Seguita la litania della «Germania europea o Europa germanica». «L’Economist» intitola il suo Special Report sulla Germania del giugno 2013 Europe’s reluctant hegemon. Egemone riluttante o non piuttosto egemone semplicemente spiazzante rispetto ai vecchi schemi? In effetti la Germania della Merkel pensa in termini globali di competizione con gli egemoni mondiali America, Russia, Cina e tenta di trascinare con sé gli europei che sono i veri «riluttanti» . 

 

Il merkelismo è ambizioso, proprio perché non sente il bisogno di giustificarsi in termini ideologici tradizionali. I suoi avversari di destra e di sinistra lo accusano di miseria intellettuale, e assai più severamente Jürgen Habermas parla di «mancanza di un nocciolo normativo». Ma contrapporvi l’utopia del demos/popolo europeo, o anche quella del mai concretizzato progetto federalista fa a pugni ogni giorno contro l’irreversibile affermarsi del primato degli interessi «egoisti» degli Stati nazionali. In questo la Germania offre semplicemente l’esempio di un «normale egoista».
 
 

Credo che il merkelismo vada criticamente affrontato dall’ottica più difficile: dal confronto con le ragioni e gli argomenti che hanno presa su una massa consistente di cittadini. E’ il nodo di quella «sfera pubblica» che è stata messa al centro di tante aspettative idealizzate. Qui si gioca la sfida comunicativo-democratica di un’analisi politica e non si accontenta di denunciare il populismo, il nazionalismo, l’egoismo di nazione o di classe.

 

Angela Merkel non ama i grandi discorsi politici, tanto meno le teorie politiche. Tempo fa è uscito un suo libro con un titolo sorprendente: «Machtworte/Parole del potere» (o della potenza?) che raccoglie una selezione di suoi interventi pubblici (l’editrice Claudiana di Torino ne ha curato una versione italiana). Nel libro non c’è nulla che assomigli ad una filosofia politica; non si parla né di potere né di governo, ma in termini colloquiali di libertà, di storia o di Occidente. Un passaggio chiave si trova in un capitolo dedicato alla crisi finanziaria, ma porta il titolo: «Chiediamo consiglio a una casalinga sveva». Se interpellata questa cittadina – dice la Merkel - «avrebbe citato una massima di vita tanto semplice quanto corretta: “alla lunga non si può vivere al di sopra delle proprie possibilità”. Questo è il nocciolo della crisi». 

 

Si tratta di pura demagogia? Di populismo? E’ facile affermarlo. Ma il segreto della cancelliera Merkel è che non parla soltanto alle casalinghe (ai lavoratori autonomi, agli operai), ma a imprenditori, manager, banchieri, economisti ecc. che la seguono. Al momento sembra avere dietro di sé l’intera classe dirigente del Paese, anche se questa qua e là la critica molto educatamente. La sua strenua difesa del «modello tedesco» cui gli altri europei devono adeguarsi, anzi imitare, va bene alla classe dirigente tedesca. Ma questa classe sa altrettanto bene che il successo tedesco non è dovuto soltanto alle sue riconosciute qualità professionali (o alle virtù delle casalinghe), ma a meccanismi di mercato reale e finanziario di cui l’economia e l’imprenditoria tedesche hanno goduto. Meritatamente, ma forse in misura squilibrata rispetto ad altri partner meno forti (e magari meno virtuosi). Il successo è dovuto anche alle riforme introdotte un decennio fa dall’allora criticatissimo cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder (riforme ora sintetizzate dalla «Agenda 2010») che la Grande Coalizione guidata dalla Merkel a suo tempo ha mantenuto a fatica. 

 

Oggi per far valere la sua linea «del rigore e delle riforme» sugli altri partner europei con argomenti da loro condivisi solo in parte, la cancelliera parte dalla certezza che in Europa non si può decidere nulla senza la Germania, tantomeno contro di essa. 

 

Questa affermazione suona antipatica, ma esprime anche un tratto caratteristico della stessa Unione europea in cui la cancelliera si riconosce: discutere, dibattere, convincere, ma anche minacciare, ricattare. La Merkel è maestra in questo - anche all’interno del suo Paese. Il suo modo di decidere è cauto, graduale, incrementale, ma talvolta anche repentino, magari sotto la pressione di eventi esterni (come fu il caso della sospensione della produzione dell’energia nucleare in Germania dopo l’incidente di Fukushima), ma ostinata e determinata una volta che la decisione è stata presa.

 

Con questo stile decisionale Angela Merkel guiderà la Germania nei prossimi anni, i più impegnativi dopo il 1989/90, dopo i Trattati di Maastricht e dopo l’introduzione dell’euro. Si tratta infatti di confermare e insieme rivisitare alcune regole e accordi sorti proprio da quel nesso di eventi che sino ad ieri si pensava fosse l’asse fisso attorno al quale si poteva costruire e rafforzare l’identità politica, economica, culturale dell’Europa e della Germania stessa. Oggi non è più così. Dopo Maastricht e Lisbona non c’è stato semplicemente un trend in discesa. Si sono verificate due fratture, di natura diversa, che hanno visto come protagonista di primo piano il governo della Merkel: la crisi greca e il dibattito sul destino dell’euro, duro ed esplicito come non mai prima.Sono due episodi che hanno scosso in profondità l’edificio dell’Unione europea. 

 

Ma la cancelliera affronta la campagna elettorale con drammatizzazione moderata, secondo il suo stile. Ripete le sue parole d’ordine: «Non ci sono alternative», «l’Europa si salva salvando l’euro», «ciò che è bene per la Germania, è bene anche per l’Europa». Sono messaggi semplici ma tutt’altro che innocui, a cominciare dall’ultimo che è l’inconscia inversione del classico motto da Adenauer a Kohl che «ciò che è bene per l’Europa, è bene anche per la Germania». Adesso lo si dice in senso inverso.

 

La strategia di fondo della Germania merkeliana in Europa non cambierà, anche se la futura cancelliera non esclude qualche innovazione o variazione - a seconda dell’esito delle elezioni e la connessa coalizione. Soprattutto nel caso si arrivasse ad una riedizione della Grande Coalizione con la socialdemocrazia. Quali potranno essere le innovazioni? Un atteggiamento più morbido verso gli eurobond o meglio verso le misure tese ad una qualche assunzione di responsabilità comune verso le difficoltà (debitorie e non solo) dei Paesi in difficoltà? Rafforzamento delle competenze di intervento della Banca centrale europea? Modifiche a livello istituzionale della Ue? Naturalmente non si può escludere neppure che una diversa coalizione (con i liberali) lasci invece le cose come stanno. Nessuno lo sa. 

 

La vera sorpresa delle elezioni potrebbe essere la AfD (Alternativa per la Germania) il partito che mira espressamente alla liquidazione dell’euro, così come è oggi, e quindi alla ripresa della piena autonomia monetaria della Germania. Quanto è rappresentativa l’AfD? Anche qui sta accadendo qualcosa di curioso. Mentre le indagini demoscopiche non le danno neppure la chance di superare lo sbarramento del 5% per entrare in Parlamento, se ne parla in continuazione. Questo partito sembra svolgere la funzione surrogatoria di un dibattito aggressivo, «fuori dai denti» sull’Europa e sull’euro, che altrimenti si alimenta del consueto frasario politicamente corretto, pur nella rituale insoddisfazione per le pietose condizioni dell’Europa e il risentimento verso i Paesi meridionali. 

 

Per concludere: la cancelliera tedesca non ama le grandi teorie politiche, anche quando parla del futuro federale dell’Europa e di possibili riforme istituzionali. Ma la sua linea operativa suggerisce una definizione di quello che ha in testa: un federalismo degli esecutivi, dei governi, che prenda il posto dell’attuale inefficiente combinazione di assemblea parlamentare, commissione e summit di capi di governo. Sarà questo il futuro istituzionale dell’Europa? Un «federalismo degli esecutivi», sostenuto ovviamente dai singoli parlamenti nazionali? È presto per parlarne. Ma dietro alla circospezione del dibattito elettorale sui temi istituzionali europei è latente anche questa soluzione. Vedremo. 

 
da - http://www.lastampa.it/2013/09/11/cultura/opinioni/editoriali/il-merkelismo-che-cambia-lue-t6oKoHNL4EuNq2TrCN4xaI/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Plebiscito Merkel ma occhio ai “grillini”
Inserito da: Admin - Settembre 24, 2013, 11:35:21 am
Editoriali
23/09/2013

Plebiscito Merkel ma occhio ai “grillini”

Gian Enrico Rusconi


A prima vista il risultato elettorale in Germania è paradossale. La supervittoria di Angela Merkel e del suo partito rende difficile quello che sembrava l’esito scontato del futuro governo: una coalizione tra democristiani e socialdemocratici, la classica Grosse Koalition. I numeri, una collaudata tradizione e un certo umore diffuso, tra il rassegnato e il rilassato, la lasciavano aspettare. Invece potrebbe non essere così. 

 

L’irritata battuta del leader della Spd, Peer Steinbrueck («Ora la palla è nel campo di Angela Merkel, lei deve trovarsi una maggioranza») è tutto un programma. 

 

Ma qui forse la parola«programma» non è fuori luogo. Infatti se Cdu e Spd dovessero sedersi attorno ad un tavolo per stilare un programma di governo comune, la trattativa potrebbe essere lunga e laboriosa. 

 

Ma guardiamo intanto il risultato complessivo delle elezioni. I due partiti popolari sono nettamente i più forti rispetto agli altri partiti diventati davvero «minori». Chi ha detto che i partiti tradizionali hanno fatto il loro tempo? Clamoroso, anche se prevedibile, è il tracollo dei liberali che da anni sostenevano una posizione aggressiva senza essere convincenti. Serio è anche il declino dei Verdi che – pare - pagano lo scippo compiuto dalla Merkel ai loro danni, con l’annuncio della chiusura delle centrali nucleari. Come se il programma dei Verdi non sapesse essere e mostrarsi più ricco e ampio di questa iniziativa.

 

Ma tra i partiti minori ha fatto capolino con un sarcastico 4,9% ( al momento in cui scriviamo) «Alternativa per la Germania» (AfD) che non entra in Parlamento per un soffio. Ma il botto è clamoroso, visto che le veniva continuamente negata una tale rilevanza numerica. Ma «Alternativa per la Germania» non è una piccola formazione come le altre. Non è un generico gruppo di protesta antieuropeista, un partito «populista» – come scrivono i giornali. E’ un piccolo gruppo di persone qualificate che fa un discorso radicale ragionato (giusto o sbagliato che sia) contro il frasario politicamente corretto sull’Europa e la sua moneta. Ha di mira la liquidazione dell’euro ovvero l’espulsione dalla sua area dei Paesi membri del’Ue che non sono in grado di sostenere e mantenere le regole definite. Una riaffermazione piena della autonomia e sovranità della Germania. Sono parole che suonano gradite ad ambienti istituzionalmente qualificati in Germania, in ambienti vicini alla Bundesbank e alla Corte federale. Questo partito costringe a ragionare seriamente sull’euro, a confrontarsi, a non accontentarsi delle giaculatorie. Angela Merkel lo sa e ne terrà conto. Il suo slogan «se fallisce l’euro, fallisce l’Europa» diventa ora assai più impegnativo di quanto non lo fosse sino ad ieri. 

 

Torniamo così al risultato centrale delle elezioni, previsto, eppure straordinario. Parlare di «plebiscito» per Angela Merkel non è un’espressione semplicemente enfatica. Non si tratta infatti soltanto di numeri. Gli elettori hanno risposto positivamente all’unico vero slogan elettorale della Cancelliera : «Datemi fiducia. Fidatevi di me. Avete visto come ho governato bene? Come ho salvaguardato il vostro benessere? Come sto mettendo in riga gli europei recalcitranti?». Ha chiesto un atto di fiducia e lo ha avuto. E’ con questo che si presenterà ad un eventuale tavolo di formazione di una coalizione. Non avrà bisogno di fare la voce grossa. 

 

Per il resto, se i socialdemocratici dovessero rendersi disponibili a coalizzarsi ha già pronte possibili varianti alla sua linea di «rigore». La socialdemocrazia esigerà soprattutto misure interne di maggiore equità sociale, di maggiore garanzia e sostegno per il lavoro precario. Sul piano europeo chiederà un atteggiamento più disponibile verso le iniziative della Banca centrale europea e altre misure minori che opportunamente pubblicizzate attenueranno l’immagine di eccessivo rigore della politica fatta sin qui. Ma non ci sarà nessuno scostamento dalla sostanza della strategia politica, economica e finanziaria condotta sinora dalla Germania della Merkel. La socialdemocrazia non ha né idee e né voglia alternativa – qualunque cosa dica Steinbrueck. 

 

Il risultato chiave delle elezioni di ieri è che in Germania non esistono linee politiche alternative a quella intraprese in questi anni dalla Merkel. Veri autorevoli interlocutori possono venire soltanto dall’Europa. 

 
da - http://www.lastampa.it/2013/09/23/cultura/opinioni/editoriali/plebiscito-merkel-ma-occhio-ai-grillini-tV6XwMrqk8Pca6mjk72fvL/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Germania, il silenzio dei forti
Inserito da: Admin - Ottobre 13, 2013, 05:08:50 pm
Editoriali
13/10/2013

Germania, il silenzio dei forti

Gian Enrico Rusconi

La Germania non ha ancora un nuovo governo, a tre settimane dalle elezioni. Ma i tedeschi non sembrano preoccuparsi. I partiti potenzialmente coalizzabili con la Cdu della Mer-kel – socialdemocratici e verdi – continuano a incontrarsi e a confrontarsi. «Roba da Prima Repubblica» – direbbe qualche commentatore credendosi spiritoso. Ma non è affatto così. E’ il ritmo di chi sa che a Berlino è comunque garantita la continuità politica interna e l’influenza, anzi l’assertività della Germania verso l’esterno. Anche e soprattutto verso l’Europa, guardata ormai con circospezione. Continuità all’interno e assertività nei confronti dell’Europa è ciò che sta a cuore ai tedeschi. Per questo hanno scelto Angela Merkel, qualunque governo formi. 

 

A fronte di questa Germania c’è un’Italia politica frenetica e infelice, con un governo volonteroso ma sostanzialmente impotente per poter fare scelte incisive. Solo una disinvolta incompetenza e una cattiva conoscenza della realtà politica può presentare le nostre «larghe intese» come una versione italica della grande coalizione tedesca. Manca l’ingrediente principale: una cultura politica solidale sulle grandi cose da fare in nome dell’interesse comune, al di là delle legittime differenze e competizioni di parte. Facile dirlo e predicarlo (lo fa tutti i giorni Enrico Letta), ma da noi ci vorrebbe nulla di meno che una rivoluzione morale. 

Il confronto tra Italia e Germania oggi è un gioco crudele, ma istruttivo. Dobbiamo partire dal presupposto che ci troviamo davanti a due esperienze di democrazia. 

 

Una funzionante, l’altra malfunzionante – ma sempre democrazie. Con crescenti tratti che si usa chiamare post-democratici, fatti di spinte populiste, partiti elettoralistici con seri problemi di leadership, invadenza del sistema mediatico. Ma anche su questo c’è differenza tra Italia e Germania: noi siamo paradossalmente più avanzati in «postdemocrazia». E’ stato il berlusconismo a inglobare in sé i caratteri postdemocratici, cucinati in salsa italiana, compresi i suoi cattivi odori. Quello tedesco invece è un sistema rimasto sostanzialmente tradizionale. 

 

Userò due immagini forti. Quella tedesca è una fortezza democratica tenuta insieme da un solido sistema istituzionale, complesso nelle sue articolazioni (cancellierato, rappresentanza parlamentare e regionale, sistema elettorale che consente la coesistenza di «partiti popolari» tradizionali con nuove forze politiche mobili). Su tutto vigila la Costituzione rigorosamente interpretata e monitorata dalla Corte federale, che è il bastione portante della fortezza democratica. Beninteso: questo non significa affatto che in Germania ci sia il migliore dei possibili sistemi politici o sia esente da critiche anche severe. Ma a suo confronto la democrazia italiana appare un condominio di rissose fazioni, di istituzioni farraginose prive di autorevolezza e di antagonismi tra gruppi sociali sempre più schiacciati lungo linee di quella che un tempo si chiamava società di classe. In compenso c’è un potenziale di mobilitazione raro da trovare in Germania

 

Ma una manifestazione come quella a Roma a favore della Costituzione sarebbe difficilmente concepibile in Germania. Non perché la Costituzione tedesca non sia il punto di riferimento centrale del sistema sociale e politico. Al contrario. Non perché non richieda aggiornamenti o «sapienti rinnovamenti» (Giorgio Napolitano). In Germania infatti sono frequenti e incisivi gli emendamenti. Ma il tutto avviene tramite normali procedimenti istituzionali. Questo naturalmente non esclude disapprovazioni più o meno diffuse di sentenze costituzionali.Ma, a mia conoscenza, non si sono mai verificate mobilitazioni di massa pro o contro articoli costituzionali o a proposito di minacce che investono la Carta come tale.

 

Oggi i due sistemi, tedesco e italiano, si trovano davanti agli stessi nemici, chiamati anti-europeismo (o anti-euro) e populismo. Ma anche qui, dietro le stesse etichette, ci sono contenuti diversi. Non ha senso mettere sullo stesso piano l’umore antieuropeista del M5S con il nuovo raggruppamento tedesco «Alternativa per la Germania». Il primo esprime la velleitaria umoralità di una protesta cavalcata da incompetenti, la seconda contiene in nuce un progetto operativo alternativo di de-costruzione europea, pericolosissimo proprio perché seriamente pensato. 

 

La cancelliera Merkel ha vinto le elezioni anche perché ha proposto una gradita «narrazione» del successo del suo governo e della Germania nel ventennio precedente. Sì, anche nel caso tedesco si può parlare di «ventennio», sviluppatosi in senso inverso al nostro (a proposito: è singolare che nelle commemorazioni di questi giorni , «il ventennio» italiano sia ipnotizzato dai fatti e misfatti berlusconiani, lasciando in ombra i fallimenti del centro-sinistra che sono parte importante e responsabile del ventennio cronologicamente inteso…) .

 

La «narrazione» merkeliana del ventennio tedesco parte dalle sfide di Maastricht e dall’impegno della Germania per la ricostruzione delle aree orientali ex comuniste. Anni duri e impegnativi, condivisi con il comune progetto europeo, resi progressivamente più difficili dall’accresciuta competizione internazionale che fa scoprire improvvisamente la pesantezza e la relativa arretratezza del sistema tedesco («il malato d’Europa» secondo una delle tipiche perentorie definizioni dell’Economist). Ma poi – prosegue la «narrazione» – ecco il coraggioso governo di Gerhard Schroeder che introduce le riforme (Agenda 2010) che consentono alla Germania di riprendersi efficacemente, mentre il resto d’Europa rimane impantanato nelle sue debolezze strutturali. Poi esplode la terribile crisi del 2008 cui reagisce la Grande Coalizione guidata da Angela Merkel e dal suo valente ministro socialdemocratico Peer Steinbrueck. Questa linea prosegue poi con la politica del rigore nel successivo governo Merkel, con i liberali, tenendo testa agli inefficienti partner europei. E’ la stagione della Germania «egemone riluttante» (altra definizione dell’Economist) che prosegue tutt’oggi.

Questa narrazione, gradita ai tedeschi, è fatta di mezze verità. Cancella totalmente il fatto che la Germania ha tratto legittimamente e meritatamente vantaggi dalla costruzione delle regole post-Maastricht, soprattutto di quelle attinenti gli aspetti finanziari ed economici, ma in maniera sproporzionata rispetto agli altri membri dell’Unione. Quelle regole infatti con il passare degli anni e l’esplosione della crisi si sono rivelate insufficienti e inadeguate di fronte alla intensità e alla qualità dei problemi che hanno incontrato altri paesi meno solidi. Ma la politica delle riforme e del rigore imposta dalla Germania ha spesso usato, nella narrazione popolare, la tesi che i paesi (meridionali) sono renitenti (se non peggio) a fare quelle che vengono chiamate «le riforme» tout court, anche se incidono pesantemente e contraddittoriamente sul livello di vita dei cittadini. 

Nessuno vuol togliere ai tedeschi quanto hanno meritatamente ottenuto. Ci si aspetta però in nome dell’Europa che si rendano conto che la mutata la congiuntura storica richiede da loro – in forza del loro peso oggettivo – una nuova forma di corresponsabilità comunitaria. 

 

La partita è aperta. E’ sbagliato pensare che debba essere giocata come se fosse una partita Germania contro Europa. Anche se c’è qualcosa di vero in questa formula. Ed è un peccato che l’Italia non abbia la forza di fare la sua parte (come sembrò possibile per un momento nella breve avventura di Mario Monti). Il discorso ritorna alla estraneazione tra le classi politiche tedesca e italiana così lontane ormai per cultura politica, per stile comunicativo, per competenza. Ma se guardiamo alla cronaca quotidiana, le speranze che questa tendenza possa invertirsi, sono poche. 

da - http://lastampa.it/2013/10/13/cultura/opinioni/editoriali/germania-il-silenzio-dei-forti-7XxpoI86kqnKsFVzZ3PazJ/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. L’Spd ha ceduto Merkel senza limiti
Inserito da: Admin - Novembre 19, 2013, 05:36:24 pm
Editoriali
19/11/2013

L’Spd ha ceduto Merkel senza limiti

Gian Enrico Rusconi

La Grande Coalizione che si sta preparando in Germania è costruita su un pesante scambio politico. 

La socialdemocrazia infatti intende occuparsi esclusivamente della politica sociale interna, mentre la democrazia cristiana di Angela Merkel continuerà a gestire la politica finanziaria, economica e i rapporti con l’Europa - come prima. Il collegamento dei due aspetti - politica interna e politica europea - funziona però a senso unico. Infatti soltanto grazie alla «politica del rigore» verso l’Europa sarà possibile la generosa politica sociale interna. 

L’adesione incondizionata della socialdemocrazia alla linea Merkel e lo scambio politico che la sottende preannunciano che non ci sarà spazio per una incisiva politica europea che sia sotto il segno della solidarietà. Ma oggi in Germania chi parla di «solidarietà per l’Europa» viene zittito e rimproverato di difendere «l’Europa dei debiti». L’Europa degli altri. Gli elettori tedeschi - socialdemocratici compresi - sono convinti di dover stare in guardia da popoli europei spendaccioni, inefficienti, inaffidabili. 

Non so se la classe dirigente socialdemocratica la pensa davvero così. Qualche tenue voce discorde si sente. Ma certamente il gruppo dirigente non ha fatto molto per spiegare al suo elettorato che le cose in Europa non stanno esattamente così. I tedeschi non sono semplicemente i più bravi. Ma alla fine l’unica preoccupazione della Spd ora è quella di riguadagnare il consenso interno perduto - evitando di pensare ad una politica europea più impegnativa e lungimirante. Una politica dello struzzo.

Non c’è dubbio che il programma sociale proposto dalla Spd sia di grande rilievo (salario minimo, sostegni familiari, pensione di solidarietà, aiuti ai ceti economicamente più deboli, nuova politica energetica, doppia cittadinanza per i migranti ecc.) ma la sua attuazione è strettamente vincolata al mantenimento dell’attuale linea del governo Merkel, intransigente verso gli altri partner europei, a cominciare da quelli in difficoltà. In particolare viene respinta qualunque misura che alteri l’attuale equilibrio economico-finanziario tra i partner di cui oggettivamente gode la Germania. In altre parole: no agli eurobond, no a qualunque forma più o meno mascherata di mutualità dei debiti sovrani dei Stati dell’eurozona, riforma del sistema bancario soltanto secondo i criteri tedeschi e critica ormai aperta alla Bce di Mario Draghi, che per l’occasione è tornato ad essere chiamato «l’italiano». Ma non pare che i dirigenti Spd (con buona pace di Martin Schulz, presidente dell’europarlamento) abbiano idee molto diverse. O si impegnino a farle valere.

Enrico Letta giorni fa al Congresso della Spd a Lipsia è stato abile a dire che «l’Italia non è e non vuole essere un Paese assistito»; «l’Italia ce la fa da sola, ed è per questo che ora può chiedere con forza una svolta dell’Europa sulla crescita». E’ quanto volevano sentire i socialdemocratici, tanto più che elegantemente il presidente del consiglio aveva taciuto su quello che i tedeschi oggi non vogliono sentire: le critiche loro rivolte per gli squilibri prodotti dal surplus delle loro esportazioni. Peccato che Letta, appena tornato in Italia, abbia dovuto subire la doccia fredda delle critiche di Bruxelles, il suo governo sia incappato in una serie di crisi di varia natura che agli occhi tedeschi confermano la permanente «inaffidabilità» dell’Italia politica. L’effetto Lipsia è già scomparso.

Con il precipitare di una crisi tanto inattesa quanto ingovernabile, molti tedeschi hanno la sgradevole sensazione che i partner europei chiedano alla Germania di fare qualcosa che contraddice la lettera e lo spirito dei Trattati dell’Unione consensualmente sottoscritti. Sono convinti di avere saputo reagire meglio di altri alla crisi, esclusivamente per meriti propri, proponendosi quindi come modello da imitare e invitando i partner europei a fare i loro «compiti a casa». Sentono minacciata la loro ritrovata sovranità nazionale, che ritenevano d’avere messo in sicurezza dentro a un’Europa orientata secondo l’immagine ideale che essi se ne erano fatta. Adesso si sentono ingiustamente circondati da ostilità. La tentazione di «fare da soli» sta diventando forte, ma sinora è rimossa. 

Con quali argomenti si può criticare questo atteggiamento, senza disconoscerne gli aspetti di verità? Con un solo argomento: ricordando che l’Europa è stata costruita e funziona sulla interdipendenza tra i membri che non può essere automaticamente determinata dai mercati o affidata a norme consensualmente stabilite in congiunture molto diverse, norme che ora si rivelano inadeguate allo scopo. Non mi risulta che gli uffici studi della Spd abbiano prodotto o quanto meno dato rilevanza pubblica e pubblicistica ad analisi che sviluppano questa tesi. (Salvo qualche generica evocazione di un nuovo piano Marshall non meglio precisato). 

 

In breve non mi pare che i socialdemocratici tedeschi posseggano una solida visione politica ed economica europea, che sia non dico alternativa ma significativamente autonoma rispetto a quella merkeliana. Una visione che tenga conto anche delle considerazioni fatte da analisti e commentatori internazionali, senza alcun pregiudizio anti- tedesco, che spiegano come e perché la situazione di interdipendenza oggettiva tra le economie europee ha subito in questi ultimi anni distorsioni che hanno favorito l’economia tedesca a svantaggio di altre. No, non è questione di «arroganza» o «egemonia» teutonica. Si tratta di prendere sul serio il fatto che l’interdipendenza delle economie e dei loro meccanismi, su cui è stata costruita l’Europa, esige oggi di essere governata in modo diverso. Non senza o addirittura contro i tedeschi, ma insieme a loro. 

Ma al momento attuale l’intransigenza della Germania sulle proprie posizioni acquisite, l’impressionante immobilismo della Francia, l’impotenza e l’inefficienza dell’Italia e l’atteggiamento solo fiscal-burocratico di Bruxelles stanno creando le premesse perché il prossimo Parlamento europeo si riempia di nemici dell’euro e dell’Europa e venga di fatto paralizzato. Se neppure questa fosca prospettiva è in grado di dare uno scossone ai responsabili politici europei, l’Europa che abbiamo sognato si approssima alla sua fine.

Da - http://lastampa.it/2013/11/19/cultura/opinioni/editoriali/lspd-ha-ceduto-merkel-senza-limiti-7S9m8e8eDueCgBLLw0tgFN/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Matteo, di’ qualcosa di europeo
Inserito da: Admin - Gennaio 05, 2014, 06:03:27 pm
Editoriali
05/01/2014

Matteo, di’ qualcosa di europeo
Gian Enrico Rusconi

Dopo anni di retorica europeista è arrivato un generalizzato risentimento anti-europeo, perché la dura realtà sociale ed economica viene da molti imputata univocamente «all’Europa» o a «Bruxelles». Le elezioni europee ci piomberanno addosso interamente strumentalizzate in questo senso e si sovrapporranno fatalmente alle elezioni italiane. 

Sintomatica è la mossa di Forza Italia, disposta a trattare le proposte elettorali di Renzi solo a patto che si arrivi ad un election day che faccia coincidere le consultazioni nazionali con quelle europee. E’ una mossa insidiosa. La possibilità di sfruttare tempestivamente il crescente malumore anti-europeo porterà Berlusconi a non insistere troppo sui dettagli del nuovo sistema elettorale - pur di sfruttare l’occasione a proprio vantaggio. In questa direzione si muoverà lo stesso Grillo dietro la cortina fumogena delle sue aggressive esternazioni.

Il Pd è molto debole sulle questioni europee. Renzi ribadisce genericamente la possibilità di «sforare il vincolo del 3% del rapporto tra deficit e Pil» come se fosse una bazzecola. Sulla politica dell’euro, sul ruolo delle istituzioni europee si sentono solo affermazioni benevolmente generiche. Come pure sulla Germania, la nazione che di fatto è in grado di determinare l’orientamento europeo. In proposito Renzi non ha mai detto nulla di significativo e soprattutto di comunicativamente efficace - come ci si attenderebbe dal suo stile mediatico. In realtà sull’Europa e sulla Germania non si possono fare battute. Occorre un discorso articolato e convincente per l’elettorato del Pd che è molto perplesso. Non mi è chiaro se Renzi è in grado di farlo.

Nell’area di maggioranza, tutte le proposte avanzate per rimettere in moto la politica e l’economia nazionale danno per acquisito e immutabile il quadro contestuale europeo così come è oggi, con i suoi vincoli. In questa ottica si muove il governo di Enrico Letta preoccupato innanzitutto di dimostrare la sua lealtà europea. Dopo le contraddittorie e velleitarie mosse dell’ultimo Mario Monti, travolto poi dai suoi stessi errori, l’Italia non ha una linea profilata e attiva sulle questioni europee. Per la stampa tedesca l’unico «italiano» che conta è Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea. Ma lo scrive con ambivalenza. 

Sin tanto che le cose staranno così, l’Italia non uscirà mai dalla sua posizione marginale sulle questioni europee. Manca un discorso pubblico adeguato. Su questo punto l’offensiva comunicativa di Renzi è assente. Ma non può non sapere che l’anti-europeismo (comunque declinato) sarà uno dei motivi dominanti della prossima campagna elettorale. 

Essere anti-europei oggi è sin troppo facile, mentre ribadire le ragioni dell’Unione europea è diventato molto impegnativo, perché non può coincidere con la semplice accettazione dello status quo. Anche i critici più benevoli non possono negare che sono emersi «errori di costruzione», in parte risalenti agli stessi Trattati di Maastricht che esigono di essere corretti - senza sfasciare tutto come temono i tedeschi. 

Occorre reinterpretare criticamente la fortunata affermazione di Angela Merkel, con la quale la cancelliera ha vinto le ultime elezioni tedesche e continua a condizionare i partner europei - «se fallisce l’euro, fallisce l’Europa». E’ una tesi efficace che ha tuttavia il sottinteso non detto che l’euro di cui parla la Merkel, l’euro che non deve fallire, è quello che segue puntigliosamente le regole, le norme e i vincoli che hanno funzionato sinora. Esasperano le differenze, anziché promuovere convergenze solidali - come era stata la promessa della moneta unica. Ostacolano ogni proposta correttiva e soprattutto ogni forma di allentamento del cosiddetto «rigore» (eurobonds, iniziative sospette della Bce ecc.) con il ricatto che altrimenti tutto si sfascia.

Su tutto questo vigila la Germania della cancelliera Merkel che, preservando legittimamente il suo efficiente sistema produttivo, gode di uno straordinario consenso popolare e del sostegno delle sue autorevoli istituzioni (dalla Corte costituzionale alla Bundesbank). La Germania oggi è un’autentica fortezza democraticamente fondata. Contro questo paradosso non sta in piedi nessuna facile demagogia anti-tedesca.

E’ in grado Renzi di affrontare questa problematica e di spiegarla agli elettori del Pd? A questo proposito il partito democratico potrebbe fruttuosamente stabilire rapporti di lavoro con la socialdemocrazia tedesca, che con la formazione della Grande Coalizione ha conquistato una posizione molto importante. Certo: la coalizione guidata dalla cancelliera Merkel è fondata sullo «scambio politico» per cui la Spd può dedicarsi alla realizzazione di una coraggiosa politica sociale interna purché non interferisca con la linea politica del rigore per quanto riguarda l’Europa e «la difesa dell’euro», nel senso appunto inteso dalla Merkel. Ma molti socialdemocratici nutrono forti critiche verso questa linea. Condividono molte idee e proposte che possono essere sostenute anche dal Pd: dal «fondo salva-stati» dotato di maggiori poteri e ancorato al Parlamento europeo, a modifiche dello statuto Bce perché si avvicini al modello della Federal Reseve americana, e altre proposte in tema di fiscalità, riforma bancaria ecc. 

Ma al di là delle singole proposte, occorre ricreare convergenze tra le grandi forze progressiste europee per uscire dallo stallo politico in cui si è cacciata l’Unione europea. Scongiurare che il prossimo Parlamento europeo venga paralizzato dalla presenza chiassosa e irresponsabile di forze ostili alla rifondazione di un’Europa che ha il coraggio di apprendere dagli errori che hanno portato alla sua crisi attuale. 

Da - http://lastampa.it/2014/01/05/cultura/opinioni/editoriali/matteo-di-qualcosa-di-europeo-78jWzOQrrJebAuPJaMHAjL/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Quel paragone errato
Inserito da: Admin - Aprile 25, 2014, 06:35:11 pm
Editoriali
24/04/2014

Quel paragone errato
Gian Enrico Rusconi

Matteo Renzi è un dilettante, ma non uno sprovveduto. Ed è sbagliato associarlo sempre a Berlusconi. Nel nostro linguaggio il termine «dilettante» ha un sapore vagamente sprezzante, o quanto meno ironico, contrapposto a «professionista». 

Ma non è un caso che proprio nel nostro paese (non altrove) il termine di professionismo politico abbia acquistato un significato sempre più negativo. Facciamo un passo indietro. Il primo Berlusconi è entrato in politica e ha raccolto consensi proprio contrapponendosi ai professionisti della politica. In realtà il suo non era un «dilettantismo politico» ma un professionismo di stile aziendale, tentativamente trasposto in politica. Poco alla volta Berlusconi si è circondato di politicanti servizievoli e di mediocri uomini e donne la cui principale competenza consisteva nell’eseguire le sue direttive. Abbiamo visto come è finita. La lettera di Sandro Bondi ieri alla Stampa («FI ha fallito, sosteniamo Renzi») è una schietta, drammatica testimonianza anche se il riferimento a Renzi è problematico. 

E’ un difetto d’analisi, quasi una psicosi dei commentatori critici di sinistra, collocare Renzi accanto a Berlusconi. Oltretutto costoro dimenticano la lezione che avrebbero dovuto trarre dal successo del berlusconismo, cioè le speranze o le illusioni che ha sollevato nel paese, al di là delle sue evidenti connotazioni di classe (il berlusconismo infatti è sempre di destra), di modernizzare il paese, di liberalizzare risorse, di sburocratizzare. Attraente sembrò persino l’attesa di una maggiore efficienza decisionale e di una qualche riforma istituzionale. Ma soprattutto uno stile politico e comunicativo nuovo che dagli avversari veniva criticato come «populista». Ma non si poteva negare che c’era un potenziale politico che il berlusconismo ha interpretato, sfruttato e poi deluso. 

Nel frattempo il populismo nelle sue più diverse varianti si sta manifestando in maniera così estesa da rischiare di perdere ogni connotazione specifica di contenuto, persino la differenza tra destra e sinistra. Basta un leader capace, la sua abilità comunicativa, rigorosamente mediatizzata e diretta verso un «popolo» più virtuale che reale. 

Detto questo, la semplice sequenza nominalistica «berlusconismo-populismo-renzismo» va respinta. Anche se i più benevoli e scrupolosi commentatori segnalano che quello di Renzi è un populismo di sinistra e fanno l’elenco delle iniziative decise e quelle programmate. 

Ma in questo contesto dove sta il «dilettantismo»? In che cosa consiste?

Ripetiamo: il dilettante, di cui parliamo, non è uno sprovveduto, né in termini caratteriali tanto meno professionali. L’esperienza di Matteo Renzi come amministratore locale a vari livelli vale molto di più di quella di un politico di mestiere che ha fatto la sua carriera tra segreteria di partito e stanze ministeriali. Il dilettantismo di cui parlo è il gusto di rischiare là dove i professionisti sono bloccati da vincoli interni e ambientali; è la volontà di privilegiare la novità non solo di sostanza ma anche di immagine, se questa ha un effetto di mobilitazione o di motivazione rispetto a quanto è già stato scontato in esperienze precedenti; è sfidare avversari e alleati con scadenze strette di decisione e di realizzazione ben sapendo che i professionisti contano sugli indugi per guadagnare risorse di resistenza (si veda quanto accade nel Senato). 

Questo tipo di comportamento sfiora l’azzardo e funziona a condizione che il leader possa contare su un gruppo d’urto di collaboratori, a lui affini o comunque leali, che a loro volta interpretano diffuse attese latenti nella popolazione e quindi nell’elettorato potenziale. 

Il pericolo cui va incontro questo «dilettantismo» è la tentazione di sentirsi autosufficiente, quando va oltre l’orizzonte dell’emergenza in cui è costretto a muoversi attualmente. E’ il pericolo di un respiro culturale corto.

Da - http://lastampa.it/2014/04/24/cultura/opinioni/editoriali/quel-paragone-errato-ivI4aaDuYcL4K9RQttya9I/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Roma-Berlino, la trappola antropologica
Inserito da: Admin - Luglio 07, 2014, 12:12:23 am
Editoriali
05/07/2014

Roma-Berlino, la trappola antropologica
Gian Enrico Rusconi

Prepariamoci ad una possibile turbolenza tra Germania e Italia. Ci sono tutte le premesse. Ma la peggiore sarebbe quella di attingere al collaudato armamentario dei reciproci giudizi e pregiudizi. Magari con la retorica della «memoria storica» – quella lunga, più che centenaria (per rimanere soltanto alla storia dei nostri Stati nazionali) o a quella più recente della costruzione europea. 

La cosa peggiore è ricorrere all’antropologia da strapazzo, camuffata da «psicologia dei popoli», che parla genericamente «degli italiani» e «dei tedeschi». E’ tempo di cambiare stile e modo di argomentare. Scambio di ragioni, senza malcelati sospetti, senza risentite accuse di reciproci inadempimenti.

Domenica scorsa, su questo giornale, abbiamo criticato un noto giornalista tedesco per l’infelice titolo di un suo commento «Il tradimento dell’Italia» (Faz). Era basato sull’assunto che «l’Italia riceve aiuti immediati contro vaghe promesse, e la Germania ha motivo di sentirsi raggirata». E’ forse questo ciò che teme il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, con il suo commento ironico al discorso di Matteo Renzi? 

Ma tre giorni fa, su un altro grande quotidiano tedesco (SZ), è uscito un articolo significativamente di segno opposto: «Renaissance dell’Italia». Ecco l’altra faccia del tedesco – in benevola attesa per le straordinarie risorse latenti dell’Italia. 

Adesso però tutti aspettiamo i fatti. Fatalmente tutto sembra legato al fenomeno Renzi. Non tanto e non solo alla sua persona ma al mutamento politico che sta promuovendo.

Per contrasto – quasi per provocazione – voglio ricordare qui l’esperienza di Mario Monti, oggi rimossa e disapprovata. Contiene quasi tutti gli ingredienti di altre esperienze storiche tra governo italiano e governo tedesco: iniziale simpatetica convergenza di intenti con la Germania, adesione alle sue posizioni virtualmente egemoniche, poi graduale affermazione di prospettive e propositi diversi se non alternativi, che portano i tedeschi a sospettare una fraudolenta rottura italiana degli accordi presi.

Monti, il premier inizialmente salutato con entusiasmo e gratificato in Germania dall’epiteto di «tedesco» (in sottile antagonismo con «l’italiano» Mario Draghi) portava in sé l’anomalia istituzionale del governo «tecnico», sotto la forma del «governo del Presidente». Ma essa era stata accolta con assoluta benevolenza in Germania perché il programma enunciato e in parte realizzato era in sintonia con la linea tedesca. Quando Monti però ha tentato di modificare la rotta, chiedendo alla Germania «maggiore elasticità» in tema di patto fiscale, di stabilità finanziaria e riforma bancaria, ha subito incontrato l’ostilità tedesca. 

 

Trascuro qui la catastrofica scelta politica interna di Monti – di cui per altro i tedeschi non avevano percezione. Mi limito a constatare che contro di lui è scattata la sindrome tedesca della slealtà, l’accusa della incapacità congenita degli italiani di mantenere i patti. Una presunta lettura antropologica ha preso il posto dell’analisi politica. Non c’è stata nessuna seria analisi se la politica di Monti, al di là del suo stile tecnocratico e della sua «strana maggioranza», fosse quella più adatta per un’Italia economicamente stremata. La crescente alienazione della popolazione dalla politica (che alle elezioni si tradurrà in cifre elevatissime di astensione), il fenomeno in crescita esponenziale del grillismo, la persistenza del berlusconismo e quindi il flop elettorale di Monti, vengono letti in Germania come conferma della cronica instabilità italiana. Quindi come antropologica inaffidabilità degli italiani. Non come segni di colossali problemi oggettivi da affrontare con un nuovo approccio razionale ed economico. 

Poi inatteso arriva il fenomeno Renzi – l’altra faccia della «sorprendente Italia». Ma non è un miracolo all’italiana, bensì una scelta arrischiata a suo modo razionale. 

Ricomincia il gioco. Angela Merkel sfoggia la sua benevola simpatia per il giovane premier italiano che dichiara la Germania non un nemico da battere ma un modello da imitare. Ma la cautela politica è d’obbligo e la cancelliera è maestra in questo. Nessuno sa ancora come andrà a finire. 

Per noi rimane un punto importante: smettiamola con gli stereotipi su italiani e tedeschi. E’ ora che le classi politiche invece di baloccarsi con i luoghi comuni reciproci, imparino a conoscersi e a parlarsi più seriamente. 

Da - http://lastampa.it/2014/07/05/cultura/opinioni/editoriali/romaberlino-la-trappola-antropologica-clIYnpUp0A5i2b0P4IYfWM/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Uno scossone all’impotenza dell’Europa
Inserito da: Admin - Agosto 21, 2014, 07:24:21 pm
Uno scossone all’impotenza dell’Europa

21/08/2014
Gian Enrico Rusconi

Ancora una volta Matteo Renzi gioca sulle dichiarazioni di risolutezza e sul tempismo. Questa volta non sul terreno interno, minato dalle opposizioni e da una strisciante disillusione, ma presentandosi con una immagine risoluta nell’arena della politica estera, dove non ha esperienza. Sta mettendo in gioco il nome dell’Europa interpretando attivamente il ruolo di Presidente di turno del Consiglio europeo. Ce la farà? Come? E’ un buon inizio? 

Davanti a tutto ciò trovo deprimente la facile accusa che gli viene fatta di ricercare soluzioni di facciata mediatica. In questo caso per dirottare l’attenzione pubblica dalla nostra drammatica situazione economica e sociale. Queste critiche avanzate da chi si crede astuto analista, rischiano in realtà di rappresentare e di promuovere la solita irresponsabile autoemarginazione italiana in politica estera. Perché dicono – naturalmente – che la «vera soluzione» dei problemi è sempre «un’altra». 

La congiuntura improvvisamente aggravatasi lungo l’asse Ucraina, Iraq, Palestina-Israele – il grande fronte orientale esteso d’Europa - è grave perché accumula crisi di natura assai diversa, tutte di difficile immediata soluzione, e con una qualità di violenza e ferocia inaudita. A loro modo sono tutte «guerre civili» o «interne», combattute con armi micidiali che nel loro uso e nelle loro conseguenze non fanno più distinzioni tra civili e militari.

La vicenda irachena è al centro di questo asse, non solo in senso geografico. Dovesse saltare l’attuale precarissimo equilibrio di Baghdad a vantaggio dell’estremismo islamista, ne sarebbe sconvolto l’intero confine orientale d’Europa. Questa non è una mera constatazione di geografia politica, perché la brutalità dei conflitti, elencati sopra, segna un salto di qualità che, non a caso, ha turbato Papa Francesco. Ha usato parole semplici e, come sempre, anche innovative per il mondo religioso. 

In questo contesto la visita-lampo di Renzi in Iraq, nella sua doppia veste italiana ed europea, sembra aver evitato la routine burocratica e la mera cortesia diplomatica. Garantendo non solo aiuti umanitari ma anche la consegna di un significativo contigente di armi per i curdi iracheni, impegnati in prima linea contro gli jihadisti dell’Isis, l’iniziativa italiana si qualifica in modo fattivo. Anche agli occhi dei governi europei e alle istituzioni dell’Unione che si sono dichiarate disposte a sostenere Baghdad.

 Arriviamo così al punto cruciale e dolente dell’intera questione. Non facciamoci illusioni: Renzi nel suo periodo di presidenza europea non riuscirà a smuovere l’impotenza dell’Unione che ha radici profonde nelle gelose autonomie nazionali. Sarà già molto se contribuirà a coordinare efficacemente le decisioni prese dai singoli Stati per difendersi da un potenziale nemico comune. 

Per far questo Renzi ha bisogno di essere «preso sul serio», al di là delle cortesie diplomatiche. 

Può darsi che la prima mossa di ieri vada in questa direzione. 

Staremo a vedere le reazioni dei prossimi giorni, a cominciare da quelle tedesche. Con un’avvertenza: è ridicolo che, quando sono in gioco interessi nazionali oggettivi, si sondino i livelli di simpatia reciproca tra la cancelliera Merkel e Matteo Renzi. 

Al momento, davanti all’asse della crisi descritta sopra, la Germania è preoccupatissima innanzitutto della parte settentrionale – quella che è ormai la guerra interna ucraina. Come questa si colleghi o si risolva insieme con le altre due (l’irachena e la palestinese, rimanendo congelata o semplicemente dimenticata quella siriana) è un problema che la classe politica europea, divisa al suo interno, al momento non sembra in grado di affrontate. Questa è la situazione con cui dovrà fare i conti Matteo Renzi.

Da - http://lastampa.it/2014/08/21/cultura/opinioni/editoriali/uno-scossone-allimpotenza-delleuropa-WgF5VtkDMaiRN81Cl2JirJ/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. Merkel spieghi come uscire dall’impasse
Inserito da: Admin - Settembre 14, 2015, 10:46:20 am
Merkel spieghi come uscire dall’impasse
Le autorità tedesche dichiarano di non reggere più la situazione, dopo gli slanci umanitari della Cancelliera Angela Merkel nei giorni scorsi

14/09/2015
Gian Enrico Rusconi

Dall’euforia allo sconcerto. Non solo per la decisione tedesca di reintrodurre i controlli alla frontiera, il che significa praticamente lasciare per strada i migranti fuggiaschi. Ma sconcertanti sono i motivi della decisione. Le autorità tedesche infatti dichiarano di non reggere più la situazione. La mitica organizzazione tedesca che giorni fa ci aveva sorpreso per la sicurezza con cui affermava che avrebbe sistemato centinaia di migliaia di profughi in cerca di asilo, ha alzato bandiera bianca. Sinistra suona la notizia che non ci sarà più traffico ferroviario con l’Austria. Le ferrovie, il loro funzionamento a singhiozzo tra ordini e contrordini, i binari diventati strade di migranti sono l’ultima immagine del fallimento dell’Europa ad accogliere i disperati. E adesso? 

Ci saranno tre ordini di conseguenze. Innanzitutto dove e come saranno lasciati i profughi fermati alle frontiere? Il ministro degli Interni tedesco de Maiziere parla di «zone di attesa», anche in Italia. Sulla base della nostra esperienza si apre una triste prospettiva.

Speriamo che i profughi non siano lasciati alle cure dei Paesi «ospitanti», ma che intervenga un’autorità, un controllo e un sostegno europeo mirato. 

La seconda conseguenza sarà politica. E’ prevedibile che oggi nel corso della riunione dei ministri europei, i Paesi dell’Est ostili ad ogni accoglienza, anziché essere censurati e invitati a modificare linea, passeranno all’attacco contro Germania e contro l’Unione europea. Dopo aver incautamente aperto le porte a tutti - accuseranno - adesso la Germania ha peggiorato la situazione con la sua imperizia nel non aver previsto quello che sarebbe successo. 

Vedremo come reagiranno i tedeschi che improvvisamente e inopinatamente nel giro di pochi giorni da modelli di solidarietà rischiano di diventare i capi espiatori di una situazione finale oggettivamente diventata insostenibile. A Bruxelles il tutto si ridurrà ad un botta e risposta o ad un coro generalizzato di lamenti verso «l’Europa» come se i membri presenti non la rappresentassero? Quale autorità e autorevolezza rimane a Juncker in questo disgraziato frangente? 



A questo punto però nascono altri interrogativi alla Germania: non per accusare ma per capire. Le autorità tedesche hanno sbagliato i loro calcoli? Sono state troppo prese dalla loro stessa buona volontà di risolvere il problema? La decisione originaria della cancelliera Merkel (non sappiamo quanto presa da lei personalmente o tramite una risoluzione collegiale) ha prodotto un consenso e un prestigio inatteso. Disturbato soltanto dai soliti maligni che vi hanno visto un puro calcolo di opportunità economica. Adesso attendiamo una dichiarazione chiarificatrice della cancelliera. 

In terzo luogo, credo che in Germania ci sarà turbolenza politica. La si sentiva montare già nei giorni scorsi non solo nella Csu. Sulla stampa conservatrice, accanto a critiche premonitrici, non mancava il sarcasmo contro la cancelliera che, felice della nuova simpatia internazionale guadagnata dalla Germania, si atteggiava a mater patriae. 

In ogni caso il governo tedesco deve trovare buone argomentazioni per superare questo momento critico. Una Germania paradossalmente messa sotto accusa o in difficoltà davanti ai membri dell’Unione non farebbe bene a nessuno. 

Ricordando la notte dell’ultima crisi greca, si era detto che davanti al baratro i responsabili europei hanno trovato una via d’uscita, anche se tutt’altro che entusiasmante. Domani e nei prossimi giorni si presenterà una situazione analoga. Questa volta avremo davanti agli occhi la disperazione di donne, bambini e vecchi che in Europa cercano una via d’uscita.

Da - http://www.lastampa.it/2015/09/14/cultura/merkel-spieghi-per-uscire-dallimpasse-jUwlSCSWYvR88aGPAurlwK/pagina.html


Titolo: Gian Enrico Rusconi La pericolosa scommessa della Merkel
Inserito da: Arlecchino - Marzo 10, 2016, 06:15:01 pm
La pericolosa scommessa della Merkel

09/03/2016
Gian Enrico Rusconi

In una Europa divisa, confusa e inconcludente di fronte alla questione dei migranti, la Germania di Angela Merkel è determinata a imporre la sua linea di intesa con la Turchia - anche a prezzo maggiorato. A costo di sfidare ostilità esterne e interne e anche di innescare situazioni drammatiche come la chiusura dei confini decisa ieri da Slovenia e Serbia. È una nuova prova per l’egemonia tedesca, di cui si è tanto parlato negli anni scorsi con accenti controversi. Ma ora si gioca su un terreno inatteso dove la Germania si è mostrata estremamente vulnerabile. 

La situazione è difficile. La strategia della cancelliera non è dettata semplicemente dall’essersi cacciata in un vicolo cieco, come dicono i suoi avversari. Risponde ad un calcolo che segue un preciso ordine di priorità, all’interno e all’esterno. Con l’interruzione o quantomeno il contenimento del flusso dei migranti, garantito dagli accordi con la Turchia, fermo restando il principio dell’accoglienza per gli aventi diritto d’asilo, Angela Merkel mira a riguadagnare i livelli di popolarità pericolosamente persi nei mesi scorsi. Non sarebbe la prima volta nei lunghi anni del suo cancellierato che interagisce attivamente con il sentire della gente comune. 

Così era sembrato del resto anche nell’agosto scorso quando ha spalancato le porte ai migranti/ profughi/ richiedenti asilo raccogliendo a prima vista un grande consenso. In seguito sono arrivati i ripensamenti, i pentimenti, i disinganni sino al grave episodio della notte di San Silvestro a Colonia percepito da molti tedeschi e dalla cancelliera stessa come una sorta di «tradimento morale» da parte dei rifugiati (o quantomeno da una parte di essi). Ma anche davanti al successivo drammatico deterioramento della situazione lungo le linee di fuga di massa dei migranti nei Balcani e nel centro d’Europa, Angela Merkel ha tenuto fermo alle sue convinzioni. Da qui è nata l’idea dell’intesa con la Turchia, accettata con riluttanza da Bruxelles. Subito si è rivelata una prospettiva carica di incognite. All’interno, la cancelliera deve ora trovare le parole giuste per convincere e tranquillizzare i semplici cittadini, che le stanno a cuore più e prima ancora degli equilibri di partito.

Per difendere la sua politica non manca di usare argomenti che puntano sull’ orgoglio di «essere tedeschi che sanno fare cose grandi anche quando sembrano impossibili». E’ il suo modo di essere «populista», per contrastare gli slogan nazionalisti dell’estrema destra euroscettica di Alternative für Deutschland (Afd) che nelle elezioni comunali in Assia ha raggiunto il 13,2 per cento, diventando la terza forza politica. Ma decisivi saranno soprattutto i risultati dell’importante appuntamento di domenica prossima, quando si voterà in tre Länder: Baden-Württemberg, Renania-Palatinato e Sassonia-Anhalt. Saranno certamente un verdetto su Angela Merkel. Ma è difficile dire in che misura quei risultati saranno interpretabili come un giudizio specifico sugli accordi con la Turchia. 

Il costo finanziario dell’operazione turca appare sopportabile soltanto se ad esso si accompagna la ricostituzione di un affidabile confine esterno dell’Unione. E quindi si cancellino i vergognosi muri di reticolato interni, specialmente in quella che era la mitica Mitteleuropea. 

Ancora una volta - sia pure in dimensioni minori - la vicenda tedesca si incrocia e diventa storia europea. Ancora una volta la Germania merkeliana si presenta come «nazione di riferimento».

A questo proposito è interessante osservare il comportamento della cancelliera in questi giorni. Assai meno visibile, meno centrale e meno sorridente che nei tradizionali meeting europei, Angela Merkel è intensamente impegnata a contattare direttamente i singoli esponenti politici, quasi a convincerli uno per uno. 

Vedremo nei prossimi giorni sino a che punto l’aggravio dell’impegno finanziario con la Turchia sarà un ostacolo insormontabile o ancora trattabile. Vedremo se sarà il vincolo principale o se verranno alla luce gli altri seri problemi di ordine etico e giuridico, connessi ai comportamenti del governo di Ankara a cominciare dalla scandalosa e inaccettabile restrizione, se non addirittura abolizione della libertà di stampa. Di fronte a queste e altre questioni però non sembra che l’Unione europea sia in grado di presentare una linea chiara, univoca e condivisa. Sarebbe deplorevole se ogni Stato tirasse fuori le sue richieste, le sue obiezioni, se non addirittura i suoi veti - in ordine sparso. Ma soprattutto, come si comporterà la Germania che in questa partita mette in gioco molto di più della tenuta del suo governo? Sarebbe estremamente pericoloso per la tenuta stessa dell’Unione se la Germania dovesse trovarsi isolata o quasi, circondata dal malumore degli altri Stati. Ma lo sarebbe anche se riuscisse a far passare la sua linea a costo di cattivi patteggiamenti e compromessi che lascerebbero tutti insoddisfatti. Spero che i politici europei siano consapevoli della gravità delle decisioni che dovranno prendere nelle prossime settimane. 

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Da - http://www.lastampa.it/2016/03/09/cultura/opinioni/editoriali/la-pericolosa-scommessa-della-merkel-z1kX9foVIPGmVkjfhHlsnN/pagina.html


Titolo: GIAN ENRICO RUSCONI. I tre allarmi che arrivano da Berlino
Inserito da: Arlecchino - Settembre 25, 2017, 11:11:36 am
I tre allarmi che arrivano da Berlino

Pubblicato il 25/09/2017
GIAN ENRICO RUSCONI

Inatteso ma inconsciamente temuto, l’esito delle elezioni tedesche ha mutato drammaticamente il quadro della politica tedesca e indirettamente quello europeo. Tre sono i punti critici.
 
Berlino ha perso la sua stabilità politica, a dispetto della conferma di Angela Merkel. La catastrofica sconfitta della Spd (la peggiore della sua storia) è un segnale d’allarme per l’intera sinistra europea, sotto qualunque denominazione essa si presenti. Segna forse la fine del socialismo democratico nella sua secolare versione classica? Infine il successo di Alternative für Deutschland invita a considerare più da vicino le motivazioni dei cosiddetti populisti, al di là delle loro pulsioni razziste.

Angela Merkel è davanti alla sua prova più difficile. Il suo governo dovrà fare i conti con una doppia opposizione, decisa a farsi sentire. Una anti-europea, anti-immigrazione, latentemente razzista; l’altra pro-europea, tendenzialmente aperta all’integrazione, determinata a correggere energicamente gli squilibri sociali interni (socialdemocrazia e Linke). 
 
Ma non meno eterogenei sono i due possibili alleati della Cdu nella nuova coalizione (liberali e verdi). Tutti con la voglia di non farsi fagocitare dalla notoria abilità della cancelliera a stremare i propri alleati. 
 
Stavolta Angela Merkel sarà sola più che mai. Nel suo sobrio commento dopo l’esito elettorale ha fatto due affermazioni molto significative. Ha detto che occorre un controllo più severo degli immigrati privi di requisiti per restare e ha parlato della necessità che «ritornino nella Cdu» gli elettori che se ne sono andati. E’ una autocritica implicita, che risponde quasi letteralmente alla dichiarazione, fatta poco prima da uno dei leader dell’AfD: «Ci riprenderemo il nostro popolo». La posta in gioco dei prossimi mesi e anni sarà la rincorsa a difendere una forte identità nazionale tedesca, attraverso il semplice, ma estremamente evocativo, concetto di Volk/popolo. Un tema che ha potenti capacità suggestive per l’anima tedesca. 
 
Ma le elezioni hanno seriamente pregiudicato lo status di «egemone» della Germania accettato come ovvio sino all’altro ieri. Si fa non solo più realistica, ma necessaria la convergenza con la Francia per una informale guida comune della Unione europea. I vaghi progetti sinora presentati hanno acquistato una urgenza improrogabile. Si apre un nuovo capitolo della storia europea.

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Da - http://www.lastampa.it/2017/09/25/cultura/opinioni/editoriali/i-tre-allarmi-che-arrivano-da-berlino-iIA1a4gDwF9VVg0eUzn6LM/pagina.html